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BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI E CONSERVATORI LOMBARDI

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NOVEMBRE-DICEMBRE | 2012

ABITARE NUOVAMENTE

ORDINI DEGLI ARCHITETTI P.P.C. DELLE PROVINCE DI BERGAMO, BRESCIA, COMO, CREMONA, LECCO, LODI, MANTOVA, MILANO, MONZA E DELLA BRIANZA, PAVIA, SONDRIO, VARESE CONSULTA REGIONALE LOMBARDA DEGLI ORDINI DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI E CONSERVATORI - VIA SOLFERINO 19, 20121 MILANO - ISSN 1825-8182


BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DEGLI ARCHITETTI PIANIFICATORI PAESAGGISTI E CONSERVATORI LOMBARDI Direttore Responsabile Angelo Monti Direttore Maurizio Carones Comitato editoriale Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori www.consultalombardia.archiworld.it Redazione Igor Maglica (caporedattore) Martina Landsberger Daniela Villa Direzione e Redazione via Solferino, 19 - 20121 Milano tel. 0229002165 - fax 0263618903 redazione@consulta-al.it Progetto grafico 46xy studio, Milano Impaginazione Action Group srl Service editoriale (fino al n. 492) Action Group srl Concessionaria per la pubblicità (fino al n. 492) Action Group srl via Londonio 22 - 20154 Milano tel. 0234538338 - 0234533086 fax 0234937691 www.actiongroupeditore.com info@actiongroupeditore.com Coordinamento pubblicità (fino al n. 492) Riccardo Fiorina rfiorina@actiongroupeditore.com Pubblicità (fino al n. 492) Romina Brandone Filippo Giambelli Pubblicità (dal n. 493) Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori Autorizzazione Tribunale n. 27 del 20.1.1971 Distribuzione a livello nazionale La rivista viene spedita gratuitamente a tutti gli architetti iscritti agli Albi della Lombardia che aderiscono alla Consulta In copertina: Atelier Cattani, case per studenti a Le Havre, Francia. Vista del corpo scala. Foto Vincent Fillon Gli articoli pubblicati esprimono solo l’opinione dell’autore e non impegnano la Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC né la Redazione di AL Chiuso in Redazione: 26 aprile 2013

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NOVEMBRE-DICEMBRE I 2012

ABITARE NUOVAMENTE 2 CONSULTA AL 2010-12 di Paolo Ventura 3 PROSPETTIVE di Angelo Monti 4 ABITARE NUOVAMENTE di Maurizio Carones 6 ABITARE DA STUDENTI Atelier Cattani architects, 100 case per studenti a Le Havre, Francia 10 VIVERE SULL’ACQUA Architectenbureau Marlies Rohmer, case galleggianti in IJburg, Amsterdam, Olanda 14 VIVERE IN 36 MQ Mima Housing, Mima House, Viana do Castelo, Portogallo 18 UN “GUARDAROBA” NEL PAESAGGIO Enrico Scaramellini, microrifugio alpino a Madesimo, Sondrio 22 PROTOTIPO DI CASA MOBILE Horden Cherry Lee Architects, micro compact home 016 a Brissago, Svizzera 26 ALTRE CASE bioi, Warburg House, Warburg, Alberta, Canada; CsO Arquitectura, sistema modulare per case sostenibili, Madrid, Spagna; MJ architectes, addizione di un volume ad una casa unifamiliare, Aubagne, Francia; Han Slawik Architekt, Iba Dock – un edificio galleggiante, Amburgo, Germania; Centrala, Keret House, Varsavia, Polonia; MVRDV, ampliamento casa Didden, Rotterdam, Olanda; Ofis arhitekti, social housing a Izola, Slovenija; Onl arquitectura, social housing a Granollers, Barcellona, Spagna; Ruatti studio architetti, case prefabbricate per l’Abruzzo, L’Aquila

32 LE VOCI DAGLI ORDINI: LODI, MILANO, PAVIA, LECCO, MANTOVA

PROFESSIONE 36 LE CASE MOBILI, I TITOLI ABILITATIVI EDILIZI E LE PREVISIONI URBANISTICHE di Walter Fumagalli 37 IL SUOLO COME BENE COMUNE di Manuela Oglialoro 38 ESPERIENZE IN CINA di Vito Redaelli 39 CRISTIÁN UNDURRAGA VINCE IL PREMIO “FRATE SOLE” 40 CREMONA CITY HUB: RIQUALIFICAZIONE URBANISTICA EX ANNONARIA di Roberto Gamba

OMNIBUS 44 DI UN ABITARE ANTICO, ANCORA INNOVATIVO di Chiara Quinzii e Diego Terna 45 SEGNI & SOGNI DALL’ARCHITETTURA di Silvia Gallani e Anna Arioli 45 L’ARCHITETTURA DIALOGA CON LA CITTÀ. 50° ORDINE ARCHITETTI DI VARESE di Patrizia Kopsch 46 UNO SGUARDO OLTRE AI CONFINI (DEL TEMPO E DELLO SPAZIO) di Carlo Gandolfi 47 OSCAR NIEMEYER: IL RACCONTO DI UNA VITA di Martina Landsberger 48 GLI STUDI URBANI DI ROBERTO BUSI di Maria Angela Bedini 48 VERSO UNA “SECONDA MODERNITÀ” di Matteo Moscatelli 49 AL SERVIZIO DELLA CITTÀ di Paolo Mazzoleni 49 LA PROMESSA DELL’ARCHITETTURA di M.L. 50 INFRASTRUTTURE, MOBILITÀ E NUOVI PAESAGGI DELLA TERRA di Serena Maffioletti 51 LE CORBUSIER RITORNA IN ITALIA di Valeria Giuli


CONSULTA AL 2010-12 PAOLO VENTURA*

I due densi anni del mio mandato convincono sempre di più che i compiti di un’organizzazione professionale regionale, quale la nostra Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC, non prevista negli ordinamenti professionali, anteriori all’istituzione delle Regioni, sono molto ampi e ricchi di eccezionali potenzialità. La Consulta, in parallelo al potenziarsi dei centri di potere a livello regionale, proprio nelle materie tipiche della nostra professione, l’urbanistica, l’edilizia, la protezione del suolo, la tutela del paesaggio, ha sviluppato da anni interazioni costruttive nei seguenti tre campi: 1. la rappresentanza dell’insieme degli Ordini associati a livello regionale, ferme restando tutte le prerogative dei singoli Ordini; 2. la ricognizione e il coordinamento su materie di interesse comune dell’attività degli Ordini Provinciali; 3. la divulgazione della figura dell’architetto e degli Ordini a livello regionale. Tale campo di attività può elevarsi a elaborazione tecnica e culturale in materie di interesse comune. Rientra in questo filone anche il patrocinio di idonee iniziative a livello regionale proposte da enti pubblici o privati. Nel biennio passato le principali azioni della Consulta sono state le seguenti: 1. Per quanto riguarda la rappresentanza, sull’onda del successo della Lombardia nelle elezioni per il rinnovo del Cnappc nel 2010, è stata garantita: š kdW fh[i[dpW Yedj_dkWj_lW Wbb[ lWh_[ _d_p_Wj_l[ alle quali siamo stati invitati dall’Ente Regione (in particolare Servizi Difesa del Suolo e Urbanistica e Territorio); škdWfh[i[dpWYedj_dkW"fh[lWb[dj[c[dj[jhWc_j[ delegati, alle riunioni della Delegazione Consultiva presso il Cnappc a Roma e alle Conferenze degli Ordini. 2. In relazione al coordinamento dell’attività dei singoli Ordini, è stata non sola rilanciata l’attività dei gruppi di lavoro tematici – strumento importantissimo per meglio collegare la Consulta agli Ordini provinciali – ma anche sono stati effettuati interventi di confronto e assistenza degli Ordini Provinciali in sede giurisdizionale. Dall’attività delle commissioni sono scaturiti importanti momenti di riflessione e convegni pubblici. Ricordiamo ad esempio la commissione Urbanistica e Territorio che ha operato in due circostanze importanti (discussione del Piano Casa n. 2 e Convegno sul Paesaggio nella Pianificazione Territoriale Provinciale) (1). L’attività nel settore “Bandi di Gara” e dei Concorsi è stata di notevole interesse (creazione di un os2

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servatorio bandi; redazione di un bando tipo per opere private), nonostante le note incertezze legislative, mentre l’attività nel campo dell’Energia e Sostenibilità è stata tormentata dalla debolezza della Regione e dall’attività lobbystica di altri Ordini ed enti professionali. 3. Le attività divulgative – funzione molto importante in questo momento di crisi e di accesa competizione tra categorie professionali diverse – hanno avuto come fulcro la rivista “AL”. La rivista risulta fare assai degna figura nel panorama dei periodici legati agli Ordini. I costi di redazione, stampa e spedizione, si aggirano intorno ai 4 euro per i 30mila architetti lombardi e per le amministrazioni pubbliche più importanti, per la ricezione dei sei numeri annuali. Nel 2011 è stato effettuato un profondo miglioramento della rivista, sia nei contenuti che nella grafica, ma anche purtroppo una riduzione della periodicità impostaci dall’aumento dei costi di spedizione. Sono stati inseriti contenuti più disciplinari legati al territorio, valorizzando i contributi degli Ordini. Abbiamo guardato con interesse alla rivista di architettura della Svizzera Italiana. La rivista ora si deve meglio integrare con il digitale, che deve archiviare notizie aggiornate nella homepage, ma anche custodire un data base di lungo periodo per ritrovare le informazioni rapidamente. Nel biennio abbiamo realizzato il catalogo del Concorso “Under 40”, che Consulta organizza ogni due anni (2) e promosso due importanti Convegni: “Expo 2015 e Lombardia”, nel 2011; “Architetti e Lavoro”, nel 2012. Partecipazioni di circa 400 persone e oltre una ventina di speaker di livello internazionale per ogni evento. È stata messa in cantiere l’iniziativa denominata: “Settimana dell’Architettura”. È stato portato avanti il programma MOSLO e, insieme agli Ordini provinciali, si è operato su programmi più circoscritti ritenuti d’interesse regionale (Concorsi Monza e Lodi). Ringrazio calorosamente i colleghi presidenti che mi hanno unanimemente eletto e sostenuto, con grande generosità di tempo, e ricordo con particolare affetto Emiliano Campari. Esprimo moltissima gratitudine e stima a Maurizio Carones per aver assai efficacemente diretto in dodici anni il nostro periodico, trasformandolo da bollettino in una rivista di tutto rispetto, e formulo i migliori auguri al neopresidente Angelo Monti, nell’auspicio che proceda in continuità con quanto finora svolto, migliorando e rafforzando la struttura esistente e aggiungendo ad essa le nuove ulteriori proficue iniziative che il momento richiede.

* Presidente della Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Paesaggisti Pianificatori e Conservatori (fino al 5 dicembre 2012)

Note 1. Elenco riunioni e convegni anno 2012. Dal resoconto presentato dalla segreteria si ha in particolare il quadro seguente: “Commissione Mostra ‘900 Lombardo”, n. 1 riunione; Commissione “Bandi di Gara” e Concorsi di Architettura, n. 4 riunioni + 1 riunione ristretta; “Commissione Difesa del Suolo”, n. 3 riunioni in Regione e n. 9 seminari Linee guida; “Commissione Energia e sostenibilità”, n. 9 riunioni; “Commissione Formazione e Università”, n. 1 riunione; “Commissione MOSLO”, n. 1 riunione + 1 riunione ristretta per “Quaderni di MOSLO”; “Commissione Prevenzione incendi”, n. 1 riunione; Commissione Tariffa n. 12 riunioni; Commissione U.I.A. n. 2 riunioni; Commissione Urbanistica e Territorio n. 4 riunione; Convegno “Architetti e lavoro”, n. 2 riunioni; 15.3.2012, Seminario di “AL”; 31.5.2012, Convegno “Il Paesaggio lombardo nella pianificazione territoriale provinciale”; 19.7.2012, Seminario di aggiornamento “Bandi di gara”; 8.11.2012, Convegno “Architetti e lavoro” 2. Per l’ultima edizione vedi: http://www.architettilombardia.com e http://www.archinfo. it/under-40/0,1254,53_ FLP_1330,00.html


PROSPETTIVE ANGELO MONTI*

Ha ancora senso un organo di rappresentanza quale la Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC? Mi rendo conto che questa domanda, posta proprio da chi ha ricevuto il nuovo mandato di presidenza, suoni retorica. Credo, però – per coloro che se lo chiedono senza pregiudizio e (appunto) retorica – che il nostro compito sia non solo quello di cercare di dare risposte concrete, ma anche quello di porre per primi domande, magari scomode, aprendo occasioni di confronto critico e propositivo. La sintesi dell’attività di questi due anni che il Presidente uscente Paolo Ventura, illustra su queste pagine, mi sembra una concreta e articolata fotografia di impegno e di risultati. Siamo, però, tutti consapevoli, e ben lo sottolinea Ventura, che il lavoro di Consulta può e deve continuare ad esplorare le potenzialità di questa nostra Associazione, soprattutto se intendiamo mettere a frutto l’opportunità di coordinare e di dare voce agli Architetti di una delle Regioni cardine del Paese. Proprio a causa del perdurare di una crisi di sistema tanto grave da mettere in scacco la stessa dignità del nostro lavoro, sappiamo che la tentazione di rifugiarsi e isolarsi nella stretta sfera individuale è comprensibile e fisiologica. La risposta delle Istituzioni, e metto di diritto anche la nostra, non può, però, essere autoreferenziale. Piuttosto deve aiutarci a superare i particolarismi, a fare rete e sistema per resistere e, possibilmente, individuare insieme quelle strategie che ci aiutino a predisporre futuri credibili. Tutti noi abbiamo piena coscienza di quanto un’azione condivisa da tutti sia un’opportunità e un valore di rifondazione professionale, ed è singolare che spesso queste potenzialità siano colte più da altri che da noi stessi. Dobbiamo impegnarci ad avvalorare, senza disperdere, quanto costruito. Certo non abbiamo la presunzione di riservare a Consulta ruoli taumaturgici, ma più semplicemente pensiamo di poter svolgere collegialmente un lavoro paziente e fattivo che contribuisca a farci riconoscere quali soggetti di riferimento nella società civile. Senza alcuna enfatizzazione su programmi risolutori, che è sempre giusto lasciare al giudizio dei fatti, credo che il nostro sforzo dovrà essere sempre più attento a far emergere quegli “imprinting” fondanti di Consulta, costituiti dall’essere rappresentanza Istituzionale e voce della categoria, struttura di servizio nella formazione, aggiornamento e informazione,

nonché testimone della cultura e dell’etica della professione. In questo senso l’impegno che ci attende dovrà essere sempre più orientato a sviluppare il ruolo di interazione, non solo con gli Enti pubblici e la politica, ma, anche, con tutte quelle rappresentanze sociali ed economiche che possono concorrere con noi ad incidere e a determinare quelle decisioni che ci competono e ci coinvolgono culturalmente ed economicamente. Parafrasando il linguaggio informatico, Consulta dovrà, in futuro, saper ottimizzare la sua implicita vocazione a rappresentare un nodo strutturale di una rete ampia e vitale. Confermarsi, cioè, capace non tanto di produrre eventi, ma di coordinare, ottimizzare, mettere a servizio di tutti, i tanti lavori che i singoli Ordini sviluppano e programmano territorialmente. Un patrimonio disponibile e da condividere. Questo indirizzo sarà sicuramente utile quando, a breve, saremo chiamati ad affrontare, come Ordini, progetti per la Formazione continua obbligatoria, sia nel ruolo di certificatori sia in quello di promotori e garanti della qualità e della economicità dei corsi. Lo sarà, sicuramente da subito, anche per il futuro di questa nostra importante rivista. Nuove condizioni emerse in queste settimane, ci hanno indirizzato ad anticipare alcune scelte che, siamo convinti, potranno aprire nuovi e stimolanti scenari. Con questo numero la nostra rivista migra definitivamente sulla rete digitale. Era ed è un destino già scritto che abbiamo ritenuto opportuno accelerare. In questa prima fase, ci limiteremo al trasferimento della rivista nella sua attuale composizione grafica, ma nel prossimo futuro, a cui si sta attivamente lavorando, “AL” sarà interpretata più come una piattaforma della comunicazione e dell’informazione attraverso la messa in rete, a scala regionale e in tempo reale, dell’intensa attività dei nostri Ordini. La rivista, storico momento di riflessione sulla cultura della professione e, nel futuro, anche laboratorio sperimentale, continuerà, così, ad essere cuore di uno strumento più ampio ed articolato. Queste sono alcune tra le sfide. Consulta, non inizia ora ad affrontarle, ma credo che l’impegno e la perseveranza di tutti debbano essere, oggi, ancora più determinati ad andare oltre. È doveroso per continuare a dare risposte credibili a quella mia domanda iniziale. Per questo ringrazio Paolo Ventura, che mi ha preceduto, per il suo lavoro e per gli auguri che mi (ci) ha voluto riservare.

* nuovo Presidente della Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori

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ABITARE NUOVAMENTE

Questo numero di “AL” conclude una serie di sei uscite attraverso le quali, nel corso del 2012, si sono proposti temi riferiti al lavoro dell'architetto. In un periodo in cui anche la professione dell'architettura, forse più di altre, risente dell’attuale profonda crisi economica e finanziaria, si è provato ad individuare una serie di argomenti che potessero rappresentare positivi scenari per il nostro mestiere. Campi, tutti proposti con titoli legati ad azioni, che possano costituire anche indicazioni di possibili nuovi impegni in cui poter utilizzare in modo proficuo il sapere architettonico e progettuale.


Con “Difendere il territorio” (AL 487) si è indicato – in un paese ad alto rischio idrogeologico come il nostro – la costruzione delle opere difesa del territorio come ambito in cui spendere le competenze dell'architettura, evitando di lasciarlo esclusivamente ad altre professioni tecniche. In “Pensare smart” (AL 488) ci si è riferiti all'azione possibile nel progetto urbano ed architettonico che vede nella relazione con le tecnologie contemporanee una vasta possibilità di ripensamento anche dello spazio fisico, della mobilità e degli stessi edifici. Con “Riqualificare case e città” (AL 489) si è indicata la grande attualità del tema della riqualificazione edilizia: la maggior parte degli edifici delle nostre città è stata costruita nella seconda metà del Novecento, talvolta in modo non particolarmente accurato. Un articolato e diffuso processo di riqualificazione può essere una grande occasione di impegno per l'amministrazione pubblica, per i cittadini e anche per i progettisti. In “Riciclare” (AL 490) ci si è riferiti al riuso e riciclaggio di “cose”, intesi come azione di riprogettazione di un qualsiasi elemento scartato o in disuso, a qualsiasi scala per la “costruzione reinventata” di nuovi luoghi, spazi oppure oggetti. Con “Costruire paesaggi” (AL 491) si è fatto riferimento alle esperienze di pianificazione territoriale come campo di azione per una generale riqualificazione del territorio. Ci è sembrato giusto dunque concludere questo elenco di azioni possibili per il lavoro con un tema direttamente riferito ad un ambito che è quello archetipicamente legato alla nostra tradizione disciplinare: quello dell’abitare. Con “Abitare nuovamente” si propone una riflessione sulle nuove maniere di abitare che il nostro tempo ci propone. Argomento che riguarda, ancora una volta, contingenze di tipo sociale ed economico, ma anche aspetti culturali, abitudini, esigenze, standard normativi e qualitativi in profondo cambiamento. Alla vastità della questione, “AL”, proprio legandosi all’azione positiva del progetto, sceglie di dare un contributo attraverso una rassegna di progetti, scelti per la loro capacità esemplificativa di differenti modi di abitare. Maurizio Carones


ABITARE DA STUDENTI

I vecchi container portuali trasformati in alloggi per studenti sono stati assemblati insieme in un organismo architettonico che dà forma al quartiere sud della città FOTOGRAFIE DI VINCENT FILLON

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ATELIER CATTANI ARCHITECTS 100 CASE PER STUDENTI A LE HAVRE, FRANCIA

Il progetto fa parte di un più vasto intervento di riqualificazione del quartiere dei dock voluto dalla amministrazione comunale di Le Havre. L’intervento, che si situa all’estremità del perimetro dei dock Vauban stabilisce un legame con il paesaggio portuale circostante. Pensato come un edificio d’angolo posto fra il bacino fluviale e la Rue Marceau, esso intende dare forma al quartiere e definire una continuità nel disegno urbano. Alla base del progetto vi è la necessità di rendere indipendenti le strutture fondamentali di sostegno dei container e di rispondere alle

LE HAVRE

normative vigenti. Questa scelta permette una grande libertà compositiva che si manifesta in un gioco di volumi consentendo di allontanarsi dalla semplice, e ricorrente, immagine di impilamento proprio dei container. La nostra ambizione – senza voler snaturare il carattere dell’oggetto – è stata quella di nobilitare lo statuto del container trasformandolo in una abitazione studentesca. L’alternanza fra un container e l’altro permette sia di costruire un edificio di una certa trasparenza e leggerezza, sia di arricchire gli spazi interni ed esterni, e, al contempo, assicura una protezione

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Vista di uno dei prospetti interni al lotto e sezione trasversale. Nella pagina a fianco, dall’alto: vista frontale del prospetto sul fiume; interno di una camera; singole unità in fase di montaggio; prospetto. Alle pagine 6 e 7: vista dell’intero complesso affacciato sul fiume. ATELIER CATTANI ARCHITECTS Lo studio, con sede a Parigi, è composto da Alberto Cattani, architetto italo-francese specializzato nella progettazione di sale cinematografiche UGC Ciné Cité, in diversi paesi europei, e dalla figlia Charlotte Cattani.

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SCHEDA TECNICA Progetto: Alberto Cattani e Charlotte Cattani Consulenti: AR-C BET (strutture), INEX BET (impianti) Appaltatore generale: GTM Batiment Cronologia: agosto 2010, fine lavori

dei singoli moduli dalla luce solare, necessaria alla sostenibilità dell’edificio. La struttura portante permette da un lato di identificare i singoli alloggi e dall’altro di sottolinearne la presenza attraverso la realizzazione di terrazzi e balconi. Le sequenze dei corridoi trasversali d’accesso alle case, ritmano la facciata costruendo una sequenza di pieni e di vuoti e favoriscono, allo stesso tempo, una trasparenza visiva in direzione nord-sud. La specificità dimensionale del container è stata interpretata come un vero e proprio

gioco. Abbiamo scelto di accedere all’alloggio lateralmente in modo da ottimizzare l’utilizzo della superficie abitabile. L’ingresso laterale permette la realizzazione di una grande superficie vetrata di illuminazione (due aperture di circa 4 mq) situata alle estremità del container. Il progetto insediativo è stato pensato per articolarsi al meglio fra il bacino fluviale e la Rue Marceau in modo da armonizzarsi virtuosamente con le prime installazioni portuali e di preservare al suo interno un grande patio alberato (dalla realazione di progetto. Traduzione di M.L.).

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VIVERE SULL’ACQUA

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AMSTERDAM


L’insediamento di IJburg Waterbuurt, con le 75 case galleggianti ormeggiate lungo i pontili, è il primo esempio di comunità sull’acqua dei Paesi Bassi FOTOGRAFIE DI LUUK KRAMER

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ARCHITECTENBUREAU MARLIES ROHMER CASE GALLEGGIANTI IN IJBURG, AMSTERDAM, OLANDA

La presenza delle houseboats lungo i canali delle città olandesi, fa parte della storia del territorio, ma si tratta pur sempre di unità singole, più simili a barche che a vere abitazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, sono aumentati gli insediamenti residenziali sull’acqua paragonabili alle case sulla terraferma, per qualità degli spazi interni e comfort. Steigereiland, la prima delle isole artificiali che compongono il distretto di IJburg, nella parte est di Amsterdam, è formata da due quartieri di case galleggianti, dove lo spazio pubblico è dato semplicemente da acqua, banchine e moli. Le 75 waterhouses di Waterbuurt West non

sono né barche, né case, ma un ibrido, tanto da essere classificate come beni “immobili”. Sono disposte lungo le banchine secondo allineamenti e distanze variabili, propri dello stare sull’acqua, all’interno di un più rigido disegno triangolare del sito, conforme alla disposizione dei tralicci elettrici che attraversano il bacino. Le case sono fabbricate in un apposito cantiere all’asciutto, presso Urk, e quindi trainate sull’acqua per 70 km fino a destinazione. Le caratteristiche del cantiere comportano alcuni limiti dimensionali: l’abitazione standard di 3 piani ha una larghezza che non può superare i 7 metri, una lunghezza

SCHEDA TECNICA Committente: Ontwikkelingscombinatie Waterbuurt West, Woningstichting Eigen Haard Progetto architettonico: Architectenbureau Marlies Rohmer: Marlies Rohmer, Floris Hund Collaboratori: Michiel van Pelt, Ronald Hageman, Marc de Vries, Charles Hueber, Martin Koster Strutture: Van der Vorm Engineering, Delft NL Impianti: Genie Techni Engineering BV, Grootebroek NL Impresa di costruzioni: Wolf + Dikken, Wateringen NL Cronologia: 2001, progetto; 2011, fine lavori Dimensioni: 10.625 mq Slp Importo: 14 milioni di euro

Scorcio sulla sequenza di case galleggianti. Nella pagina a fianco: sezioni orizzontali ai vari piani di due unità aggregate; passerelle di collegamento tra abitazioni e banchine. Alle pagine 10 e 11: veduta d’insieme del quartiere sull’acqua. MARLIES ROHMER Titolare dell’omonimo studio di architettura e urbanistica fondato nel 1986 ad Amsterdam. Insieme a quindici collaboratori si occupa di riqualificazione urbana, master planning, edilizia residenziale, edilizia scolastica e progetto d’interni in tutta Europa.

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di 10 metri e un’altezza di 7,5 metri fuori dall’acqua. È costruita a partire da una vasca in calcestruzzo, cha andrà poi a costituire un piano per metà immerso nell’acqua, sulla quale viene fissata una struttura in legno, vetro e pannelli in fibre sintetiche, che comprende i due piani superiori. Oltre alle case singole, sono previste aggregazioni di due e tre unità,

assemblate all’uscita dal cantiere, prima del trasporto sull’acqua. Giunte a destinazione, le case vengono fissate ad appositi pali di ormeggio e completate con passerelle di collegamento, verande, terrazze, pannelli solari e altri componenti facilmente applicabili alla struttura, secondo le richieste del cliente. (dalla relazione di progetto. Traduzione di D.V.). 492 | 2012

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VIVERE IN 36 MQ Una piccola casa prodotta industrialmente dimostra come si possono realizzare architetture di grande qualità a costi contenuti

VIANA DO CASTELO

FOTOGRAFIE DI JOSÉ CAMPOS

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MIMA HOUSING MIMA HOUSE, VIANA DO CASTELO, PORTOGALLO

Case MIMA funzionano come un organismo vivente, pronto per essere modificato in qualsiasi momento. All’interno, un sistema integrato di binari metallici consente di inserire e rimuovere le pareti, trasformando la casa in un insieme di vani di varie forme e misure o, in alternativa, in un unico grande open space. La leggerezza dei materiali impiegati per le pareti interne rende questo cambiamento molto facile. Inoltre, essendo composte da due pannelli regolabili, esse possono variare anche il colore e, di conseguenza, modificare l’aspetto interno della casa. Anche le pareti esterne possono essere trasformate: con la semplice aggiunta di pannelli

si può ridurre il numero di finestre e, con il processo inverso, tutte le facciate della casa possono diventano “vetrate”. All’esterno è anche possibile cambiare il colore di rivestimento: i pannelli possono avere un colore diverso per ciascun lato e una loro semplice rotazione permette alla casa di acquisire un nuovo volto. Il prodotto base commercializato è la casa MIMA di 36 mq di superficie con una pianta regolare di 7,57 x 7,57 metri. La superficie totale della casa, contando il perimetro esterno è di 57 mq. La zona giorno è di 36 mq, chiusa dentro un quadrato di 6 x 6 m, mentre l’altezza è di 3 metri. La casa ha una struttura semplice di colonne e

Pianta dell’appartamento base 6 x 6 m; possibili configurazioni dell’interno. Nella pagina a fianco: veduta dell’esterno con montaggio di un pannello opaco sulla parete perimetrale; vedute dell’interno. MIMA ARCHITECTS Studio portoghese composto da: Miguel, ingegnere, e da Mario e Marta, architetti. Il progetto MIMA House ha vinto il premio “House Of The Year 2011” promosso dal prestigioso sito web ArchDaily.

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SCHEDA TECNICA Progetto: MIMA Housing (Miguel, ingegnere; Mario, architetto; Marta, architetto) Cronologia: 2011

Vista dell’esterno e particolare della vetrata. Nella pagina a fianco: montaggio di pannelli opachi sulle pareti perimetrali; veduta notturna della casa con parete totalmente vetrata.

travi in legno di pino lamellare. Le colonne sono disposte alle estremità della casa, in modo che il modulo disponga di 36 mq di superficie libera. Tutti gli elementi di finitura (pezzi di pavimento, soffitto, pareti interne e pareti esterne) sono realizzati in pannelli di compensato di 1,5 m di larghezza. I materiali di finitura e i colori sono decisi dal cliente al quale viene data la possibilità di intervenire nella fase di progettazione decidendo la configurazione finale della casa e le sue finiture. La casa MIMA è dotata di 16 punti di luce fredda a basso consumo energetico e rispettivi interruttori; l’impianto idraulico è incluso nel modulo base ed è pronto per essere collegato a quello pubblico. Il tempo medio per costruire una casa standard è di un mese. Il montaggio, incluso nel prezzo base, dura di solito quattro giorni. Il modulo standard è composto da 57 parti, che richiedono solo un camion per il trasporto. La casa MIMA è stata proclamata vincitore dell’“ArchDaily Building of the Year 2011” (dalla relazione di progetto. Traduzione di I.M.). 492 | 2012

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UN “GUARDAROBA” NEL PAESAGGIO

SONDRIO

Inserito nell’imponente contesto del paesaggio alpino, un piccolo volume ligneo, “incastrato” tra due edifici esistenti, stabilisce un nuovo e contemporaneo equilibrio architettonico FOTOGRAFIE DI MARCELLO MARIANA

ENRICO SCARAMELLINI MICRORIFUGIO ALPINO A MADESIMO, SONDRIO

Il progetto nasce all’interno di due condizioni specifiche: da una parte l’esigenza espressa dalla committenza alla ricerca di uno spazio minimo e intimo; dall’altra un luogo speciale, ridotto e prezioso. Il concetto di dimensione guida il progetto. Grande è il territorio, il paesaggio; piccolo è il luogo, lo spazio. Si instaura un rapporto reciproco che innesca volontà progettuali. Qual è il ruolo della “stanza” nei confronti del paesaggio? Come il paesaggio recepisce, “adotta” la stanza? Il punto di vista cambia in una frenetica ricerca di equilibrio. Un micro rifugio per i fine settimana, luogo di contemplazione, camera di compensazione di una frenetica condizione urbana

vissuta quotidianamente. Una piccola scatola lignea si incastra tra due edifici esistenti. All’interno, il legno mostra la sua natura dai toni caldi; all’esterno, il trattamento con vernici grigio-argentee riecheggia i colori dei legni centenari degli edifici rurali. I pannelli lignei, montati con l’andamento diversificato della vena (verticale - orizzontale), reagiscono alla luce restituendo diverse composizioni geometriche. Esternamente, quasi in una condizione mimetica, la nuova facciata lignea sembra quasi sottrarsi, per poi ribadire, con la luce del sole, la propria presenza, abbagliando, lanciando un segnale visibile a lunga distanza. Internamente, lo spazio diventa luogo

Prospetto ovest. Nella pagina a fianco: la facciata lignea del rifugio con porta e ante aperte, a sinistra, e chiuse, a destra.

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SCHEDA TECNICA Progetto: Enrico Scaramellini Collaboratori: Cristina Pusterla, Luca Trussoni Impresa: Pedroncelli geom. Andrea s.r.l. Superficie edificata: 35 mq Cronologia: gen-feb 2010, progetto; lug-set 2010, fine lavori

Particolare dei pannelli lignei in facciata; viste dell’interno al piano primo. Nella pagina a fianco: dialogo di luce e colori tra paesaggio alpino e rifugio; piante dei due livelli. ENRICO SCARAMELLINI Titolare dello studio ES-arch con sedi a Lecco e Madesimo (Sondrio), si occupa prevalentemente della progettazione di edilizia residenziale, spazi pubblici e strutture turistiche in territorio alpino.

privilegiato sul paesaggio. Quasi un’astrazione, uno straniamento che permette di sottolineare la condizione privilegiata di “spettatore”. Altra questione è la stabilità dell’immagine dell’edificio nel paesaggio. Spazi abitati per brevi periodi consolidano la propria condizione di luogo “chiuso”. La luce che riflette diversamente sui pannelli lignei modifica le sembianze dei toni e dei colori, la facciata inabitata si anima di vita propria. Infine, il progetto denuncia l’ennesima ambiguità: nella dimensione di contenitore ligneo, di mobile e di arredo, è “wardrobe in the landscape”. Il progetto opera nella dimensione ridotta, utilizza dispositivi semplici alla ricerca di un linguaggio contemporaneo, all’interno di contesti ambientali fortemente caratterizzati (dalla relazione di progetto).

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PROTOTIPO DI CASA MOBILE

Un’architettura di qualità a metà fra edificio stabile e mobile, fra casa e albergo, fra luogo di studio e del tempo libero, fra luogo della famiglia e del divertimento

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BRISSAGO


HORDEN CHERRY LEE ARCHITECTS MICRO COMPACT HOME 016 A BRISSAGO, SVIZZERA

L’avanzamento della conoscenza tecnologica in campo spaziale, aeronautico e automobilistico rappresenta una grande opportunità per la realizzazione di un nuovo modo di abitare che faccia della sostenibilità e del minore consumo di materiali il proprio obiettivo. La Micro compact home è una casa ad alta qualità destinata a brevi periodi di permanenza. È pensata per single che si spostano frequentemente per motivi di lavoro o che conducono un particolare stile di vita. Il progetto di una prima comunità composta da sette Micro compact home è stato

sponsorizzato da O2 Germany e da Siemens for the Studentenwerk, ente che si occupa della costruzione di case per studenti a Monaco, diretta da Dieter Massberg. Nel 2005 cinque studenti dell’Università di Monaco insieme al prof. Horden si sono stabiliti nel villaggio. Il progetto ha preso le mosse dall’esperienza della vita in loco. Sette unità si compongono su un prato all’inglese alberato. Un’abitazione viene alzata dal livello del terreno per consentire il parcheggio della macchina. Il villaggio garantisce alloggio agli studenti dell’Università

Vista dell’interno: a sinistra, l’angolo cottura, il bagno e l’ingresso, a destra, la zona giorno e il letto sospeso. Nella pagina a fianco: la casa posizionata tra gli alberi. HORDEN CHERRY LEE ARCHITECTS Studio di architettura, con sede a Londra, composto da Richard Horden, Stephen Cherry e Billie Lee, che alterna ad una progettazione di “tipo classico” architetture di design contemporaneo.

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SCHEDA TECNICA Progetto architettonico: Horden Cherry Lee Architects: Richard Horden, Stephen Cherry, Billie Lee Produzione: Micro Compact Home Ltd Cronologia: 2012

Il trasporto della casa tramite elicottero. La casa posizionata nel contesto prescelto. Nella pagina a fianco: sezione e pianta del livello superiore.

di Monaco. Questi possono affittare la casa per un semestre (4 mesi), o per un intero anno, sperimentando come la vita all’interno di una Micro compact home possa essere non solo divertente ma anche ben organizzata. Fra le case sono stati piantati dei platani. Questi fanno parte integrante dell’architettura dell’insediamento diventando, nella stagione calda, stanze all’aperto per lo studio. Le finestre, aperte sui quattro lati del cubo, permettono una vista completa sul paesaggio. La Micro compact home è realizzata da un telaio di legno e da un rivestimento di pannelli di alluminio riciclato. Il progetto ha un minimo impatto sull’ambiente. Dopo la costruzione del telaio di supporto su micropali, la casa, tramite l’utilizzo di una gru, viene montata in cinque minuti e posizionata nel modo migliore, fra gli alberi. La più recente Micro compact home è stata da poco realizzata a Brissago, in Svizzera, sul Lago Maggiore. È stata montata in loco attraverso l’utilizzo di un elicottero. La casa è pensata come l’ampliamento di una piccola abitazione esistente. La misura standard della Micro compact home – 2,6 mc – è stata aumentata di un metro sul lato sud in modo da garantire uno spazio utile alla collocazione di un letto matrimoniale e di un tavolo per 8 persone (dalla relazione di progetto. Traduzione di M.L.) . 24

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ALTRE CASE bioi Warburg House a Warburg, Alberta, Canada, 2012 (fotografie di Alison Andersen & bioi). Lo studio bioi ha sede in Canada ed è composto da Jordan Allen e Ryan Trefz. Esso propone un approccio innovativo al progetto, che comprende tutte le fasi della costruzione con una particolare attenzione per la tecnologia, i dettagli e i materiali utilizzati.

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CsO Arquitectura Sistema modulare per case sostenibili, Madrid, Spagna, 2012 (fotografie di Jesús Rojo). Lo studio di architettura diretto da Javier de Antón Freile, con sede in Madrid, si occupa di progettazione in scale differenti che spaziano da lavori di urbanistica al disegno degli interni.

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MJ architectes Addizione di un volume ad una casa unifamiliare, Aubagne, Francia, 2012 (fotografie di Michael Jan). MJ architects è stato fondato all’inizio del 2011 a Marsiglia da Marielle Camoin e Jonathan Inzerillo. Lo studio si occupa di progettazione in ambiti e scale diverse.

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Han Slawik Architekt Iba Dock – un edificio galleggiante ad Amburgo, Germania, 2009-10 (fotografie di Rüdiger Mosler). Lo studio di architettura di Han Slawik, con sede ad Hannover e Amsterdam, in collaborazione con Sonja Tinnet, mette in primo piano la ricerca e la sperimentazione nella progettazione e nella costruzione, in contesti sia nuovi che preesistenti.

Centrala Keret House, Varsavia, Polonia, 2009-12 (fotografie di Bartek Warzęcha). Centrala è uno studio con sede a Varsavia, composto da un folto team di progettisti guidato da Małgorzata Kuciewicz, Krzysztof Banaszewski, Jakub Szczęsny e Simoene De Iacobis. Lo studio si occupa di progettazione in ambiti e scale diverse: grafica, oggetti di uso quotidiano, mobili, edifici residenziali, interni, edifici per uffici, quartieri e arredo urbano.

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MVRDV Ampliamento della casa Didden, Rotterdam, Olanda, 2002-06 (fotografie di Rob ‘t Hart). MVRDV, fondato nel 1993 a Rotterdam, da Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries, è ormai uno dei più importanti e rinomati studi internazionali d’architettura. Con oltre sessanta collaboratori lo studio lavora, con grande qualità, in tutto il mondo.

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Ofis arhitekti Social housing a Izola, Slovenija, 2003-05. Ofis arhitekti, studio di architettura con sede a Ljubljana, Slovenija, è stato fondato da Rok Oman e Spela Videcnik. Autori di numerosi progetti di qualità nazionali e internazionali il lavoro è stato per lo più pubblicato, sul numero 38 della rivista d’architettura “2G”.

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Onl arquitectura Social housing a Granollers, Barcellona, Spagna, 2003-07 (fotografie di José Hevia). Onl arquitectura è la continuazione dello studio fondato da Joan Nogué e Txema Onzain nel 1988, ai quali si è nel frattempo unito come socio Félix López. Essi costituiscono un gruppo multidisciplinare che lavora nel campo della progettazione, del restauro e del disegno degli interni.

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Ruatti studio architetti Case prefabbricate per l’Abruzzo, L’Aquila, 2010 (fotografie di Andrea Martiradonna). Ruatti Studio Architetti nasce nel 2007 a Milano dopo oltre vent’anni di collaborazione tra Renato Ruatti e Silvia Cesaroni. Con Juanita Ceva Valla e, successivamente, con Tiziana Staffieri, Gianandrea Bianchi, Tommaso Giunchi e altri, lo studio ha realizzato numerosi interventi progettuali e ha partecipato ai più importanti concorsi.

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INTERVISTA AL PROGETTISTA SAMUELE FROSIO E AGLI ABITANTI “FOLLIGENIALI”

ABITARE COLLETTIVO IN UNA “CASA ALBERO” LODI

Qual è il tema che guida il processo progettuale? Samuele Frosio: Il progetto delle Residenze Bergognone a Lodi è il tentativo di approfondire la ricerca per le case ecologiche sviluppata da Frei Otto a Berlino dal 1969 al 1987, con esempi di sperimentazione abitativa unici. La definizione di ossature sostenibili, adattabili e assolutamente accessibili ha consentito agli abitanti di “autodeterminare” la propria casa, scelta rivoluzionaria se confrontata con la tendenza del mercato attuale. Il prototipo della “Casa Albero” nasce come idea di realizzare in forme contemporanee il “sogno originario” della casa individuale nella natura. Esso appartiene a un archetipo antico di casa, che racconta il desiderio di vivere nel bosco, condiviso da molti e soprattutto da chi ha esigenze e sensibilità particolari.

a cura di Anna Arioli

Abitare Collettivo in una “Casa Albero”: cosa significa? Si tratta della ricerca di un “nuovo modo di abitare”? SF: Proprio i “folligeniali” si sono dimostrati incredibilmente aperti, creativi, interessati a un vivere non conformista, davvero un "nuovo modo di abitare" ricercato che è di fatto quello più antico: simbiosi con la natura, assenza di confini rigidi, spazi privati intimi e ambiti collettivi che consentano di vivere in comunità. Si è come abbracciati da un albero, radicato al suolo e sviluppato in autonomia, pur facendo parte di un gruppo ben strutturato e solidale (bosco). Questo “principio di comunità” concretizzato dal progetto rinnova il modo di vivere di ciascuno, opponendosi a un'architettura sempre più chiusa e avara di interazioni con l'altro. L'uso costante di materiali naturali attribuisce a tutto lo spazio un carattere peculiare, quella sensualità di ombre e luci, vuoti e pieni nella luce naturale, che è l’Architettura.

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Abitare Collettivo in una “Casa Albero”: vi piace? Che suggestioni trasmette agli abitanti delle residenze? Abitanti Folligeniali: Il concetto di “Casa Albero” ci piace tantissimo ed è in linea con l’ispirazione e il metodo didattico della Bergognone: il fine è la piena realizzazione dell'identità di persona e non c’è umanità senza contatto con la natura di cui facciamo parte... L’albero offre ai ragazzi una serie di suggestioni costruttive: š„cWd_\[ijWp_ed[Z[bbWl_jW"Y^[h[i_ij[Wbj[cfe e si sviluppa in modo impercettibile e flessibile; šh[]WbWecXhW[eii_][de"h_fWhe[ijWX_b_j}1 šhWYYedjW_bikYY[Z[hi_Z[bb[ijW]_ed_[i_jhWsforma, al contrario dell'artificiale (cemento) che resta immutato. Come attuare un processo che superi il singolo progetto e continui nel futuro? AF: Tutte le strutture del centro si inseriscono in un obiettivo generale molto ambizioso: creare il paradiso per persone con difficoltà. Secondo il fondatore della Bergognone il compito dell’artista (l'architetto con lui) è di costruirlo già qui, sulla terra, e di metterlo a disposizione di tutti. Questa visione non si compie con le case – già parte integrante della Scuola con l'annesso “Museo Folligeniali” – ma continuerà nel futuro con i progetti per un Teatro all'aperto e un Centro di socializzazione, costituendo un centro culturale d'eccellenza, alimentato in modo autonomo e rinnovabile, immerso nella natura, ospitale per tutti. A.A


EXPO 2015: UN’OCCASIONE PER CONDURRE UNA RICERCA SU SOLUZIONI ABITATIVE SOSTENIBILI

EXPO 2015 TEMPOLIVING MILANO a cura di Roberto Gamba

L'interesse crescente verso i temi della sostenibilità e l’urgenza di una pianificazione che privilegi l’uso parsimonioso del suolo, ha stimolato lo studio di forme dell’abitare come quelle illustrate nella ricerca “EXPO 2015 Tempoliving”. Soluzioni abitative sostenibili tipo container per popolazioni temporanee in aree marginali. Studio di fattibilità urbanistico, architettonico e gestionale”. La ricerca nasce, co-finanziata da multiplicity.lab e dalla Cooperativa La Cordata, da un metaprogetto sviluppato da DiAP Politecnico di Milano (Isabella Inti, Valeria Inguaggiato, in collaborazione con Gennaro Postiglione, Rossella De Stefani, Emilia Cicchetti e con tirocinanti di www.temporiuso.org). Le esperienze positive di altre nazioni dimostrano che le abitazioni tipo container possono, sia dare risposta a popolazioni temporanee, sia coniugare il riuso di risorse esistenti (container smontabili e rimontabili) con il “non – spreco” e l’uso di aree marginali. La ricerca, considerando appunto l'occasione dell'Expo, propone progetti pilota, adatti al contesto lombardo, affrontando, in sette capitoli, l'argomento da punti di vista tecnologici, urbani, compositivi, sociali, economici. Individua esempi significativi italiani ed esteri, di cui considera la fattibilità (costi di installazione, gestione, manutenzione, smontaggio), gli impatti ambientali; evidenzia, in ambito milanese e lombardo, le aree vuote, sottoutilizzate, dismesse, marginali o in attesa di essere trasformate; censisce attori pubblici e privati che possano interessarsi alla realizzazione. Quantifica le necessità eccezionali di alloggio che si manifestano in relazione a particolari poli di attrazione, a centri e a distretti di produzione e aggregazione culturale, a grandi cantieri, o in

occasione di grandi eventi musicali o sportivi. Valuta a Milano l'entità della domanda abitativa, di luoghi lavoro e di start-up, considerando studenti, lavoratori temporanei, turisti low-cost. In particolare per l'Expo, per la quale si prevede un'elevata domanda di soluzioni di varia durata (alberghi, ostelli, bed & breakfast, residence), propone uno studio di fattibilità urbanistico, architettonico e gestionale che individua tipologie, dimensioni e tagli di alloggi opportunamente concepiti; al fine di creare ambienti socialmente avanzati e evitare fenomeni di “ghettizzazione”, attraverso una mescolanza di fruitori (studenti, turisti, famiglie monocomponenti, lavoratori iniziali, spazi collettivi e di servizio). Sottolinea infine l'importanza di prevedere comunque, nella pianificazione urbana milanese, politiche pubbliche di riuso temporaneo, capaci di contribuire ad affrontare i temi dell'housing sociale. R.G. 492 | 2012

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UNA PICCOLA STRUTTURA MODULARE: PROTOTIPO DA REALIZZARE IN CONTESTI DIVERSI

DISPENSARIO IN KENYA PAVIA a cura di Luca Micotti, Vittorio Prina, Alessandro Trevisan e Andrea Vaccari

Monica Besana Ph.D. Assistant Professor in Building Technology presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, Università di Pavia

Le attività di ricerca promosse dal laboratorio di Scienza e Tecnica per l’Edilizia e la Progettazione (STEP) del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura (DICAR) a partire dal 2006 inerenti i metodi, le tecniche e i materiali per il progetto di architettura in paesi in via di sviluppo, sono recentemente maturate in collaborazioni e consulenze di ricerca applicata con diversi Enti e Istituti no-profit votati alla solidarietà e cooperazione con i paesi in via di sviluppo fra i quali emerge in progetto B-SAFE. Svolto in cooperazione con il Policlinico San Matteo – Fondazione IRCCS – e la Diocesi di Pavia, l’iniziativa riguarda la realizzazione di un dispensario medico da realizzarsi in Kenya presso la comunità Chakama, posta a poche decine di chilometri a ovest di Malindi. Ormai in corso di definizione, il progetto costituisce una possibile risposta alle pressanti esigenze della comunità insediata in un territorio privo di strutture di assistenza e caratterizzato da una estrema criticità della situazione socio-sanitaria generale. A partire dalla richiesta di una struttura di piccole dimensioni (circa 80 mq) che possa costituire una unità di primo supporto medico sanitario espressa dalla Diocesi locale, il Policlinico San Matteo di Pavia, per mezzo del supporto tecnico-progettuale dell’Università di Pavia attraverso il Laboratorio STEP, si farà carico di coordinare l’intervento non appena individuate le risorse economiche necessarie alla sua realizzazione. Applicazione pratica dei tre pilastri su cui viene fondata la proposta progettuale e operativa del Laboratorio – conoscenza, fattibilità e sosteni-

bilità – il progetto mira a concepire una struttura modulare, sostenibile ed espandibile, che possa essere eventualmente impiegata come prototipo da realizzarsi anche in differenti contesti territoriali. L’impianto tipologico è caratterizzato da un elemento murario verticale che riveste il ruolo di elemento di riconoscimento dell’edificio, avente quindi funzione tipo-morfologica, e tale da scandire lo spazio in due ambiti: uno di carattere pubblico, coperto da una tettoia, che assurge al ruolo di sosta e attesa, e l’altro, privato, che costituisce il vero e proprio spazio sanitario. Lo stesso elemento murario, tuttavia, costituisce anche il nocciolo tecnologico della struttura in quanto capace di accogliere al suo interno gli spazi per i principali impianti tecnologici finalizzati all’autosufficienza energetica e al recupero delle acque meteoriche raccolte dalla copertura. Gli spazi di cura sono concepiti come spazi modulari che possono essere realizzati o con materiali tradizionali, quali il coral block di impegno corrente nella regione, oppure mediante il reimpiego di materiali di scarto quali i pallet di impiego commerciale. Monica Besana e A.T.

UN NUOVO MODELLO ABITATIVO PRENDE FORMA IN UNA CASA PER STUDENTI

PROGETTO “BE HAPPY” LECCO a cura di Daniela Riva e Virginia Tentori

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L’insediamento del Politecnico di Milano a Lecco ha inciso sul tessuto architettonico della città dall’inizio. È del 2006, infatti, la realizzazione dei primi spazi nella nuova sede lecchese mediante l’innovativa realizzazione di un modulo prefabbricato che ha consentito l’insediamento del primo nucleo di attività amministrative nell’edificio esistente, in attesa della costruzione dei nuovi edifici. Un riconoscibile “modulo rosso” derivato da un container ed innestato sulla facciata esistente, presto duplicato più volte, che ha caratterizzato l’immagine della città mandando un segnale di riscatto dalle vecchie regole costruttive, immaginando e rimodulando nuovi spazi di lavoro, inizio di un percorso in cui la città deve nuovamente immaginare se stessa ed i propri spazi per

accogliere le nuove funzioni che sono in divenire. Con queste premesse è arrivato a settembre il progetto “Be Happy”, casa per studenti appena inaugurata, che riflette su un nuovo modello di residenza da proporre alla città. Si tratta di un recupero all’interno di spazi in


precedenza sede periferica di uffici ministeriali, che hanno generato un nucleo di microappartamenti per studenti (ma anche altri) organizzati secondo un modello di cellule tipo accompagnati da spazi collettivi comuni. Le cellule tipo, disimpegnate da ampi corridoi nati per incontrarsi, sostare, o semplicemente conoscersi ospitano complessivamente 25 persone, e sono formate da un unico ambiente con spazio per dormire, cucinare, studiare affiancato dal bagno. Le dimensioni limitate: dai 17 ai

24 mq complessivi. Il sistema wi-fi consente la facile connessione alla rete a tutti gli ospiti. Sui tre piani del complesso, si trovano spazi per sedersi a leggere o conversare sia all’interno della struttura che nell’inaspettato giardino esterno attrezzato ricavato su un tratto di copertura dell’edificio. La sala fitness, sempre aperta, integra l’offerta per il tempo libero. Ad ogni piano è presente un locale lavanderia con macchine a gettone e attrezzatura necessaria per stirare il proprio guardaroba. All’ultimo piano il piccolo ristorante, aperto anche all’esterno, è luogo di incontro e di interscambio con frequentatori esterni e si anima la sera. Un capace intervento sotto il profilo architettonico conferisce dinamismo e leggerezza agli ambienti pensati come luoghi temporanei in cui fermarsi per il tempo necessario. Il successo di questo primo esperimento sta già portando alla nascita di nuovi centri analoghi. V.T.

A MANTOVA VINCE IL MODELLO ABITATIVO TRADIZIONALE

CULTURA ABITATIVA E ABITARE M A N TOVA a cura di Elena Pradella e Valentino Ramazzotti

Breve intervista a Valentino Ramazzotti, architetto, funzionario quadro dell’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale di Mantova. Nel campo dell’ERP si registra l’esigenza di spazi abitativi flessibili e ridotti? Nella realtà abitativa mantovana e dal punto di osservazione dell’edilizia residenziale pubblica, si registra il bisogno e la richiesta di solidi alloggi di tipo “tradizionale”, anche all’interno di edifici a blocco plurifamiliari. La richiesta di alloggi di piccolo taglio, mono e bilocale, è infatti attualmente scarsa per i seguenti motivi: šbWj[dZ[dpWZ[bb[_dZkijh_["Yedf_’Wbje numero di dipendenti, a consolidare il proprio personale, se non a ridurlo a causa della crisi economica; pertanto vi è la rinuncia al ricorso alla forma del lavoro a rotazione o temporaneo, rivalutata nei primi anni 2000, e lo sguardo si rivolge alle recentissime norme di riforma del lavoro; šbWZ_dWc_YWkd_l[hi_jWh_WZ_CWdjelW"ded„ tale da imporre la necessità di realizzare “case collettive” con minialloggi e annessi servizi; šbWh_Y^_[ijWZ_YWiW"ZWfWhj[Z_f[hied[Y^[ hanno dovuto lasciare la loro precedente abitazione, verte sulla necessità di trovare uno spazio adeguato, anche per sistemare il mobilio, spesso ricordo di famiglia, esigenza questa che

mal si concilia con spazi abitativi ridotti; šb[YWj[]eh_[ilWdjW]]_Wj["Y^[^WddebWfh_eh_j} di accesso all’ERP, sono costituite o dagli immigrati con un nucleo famigliare esteso o in previsione di allargamento, oppure da persone anziane, sole o non autosufficienti, che necessitano un alloggio di almeno una camera da letto supplementare per il/la badante. In sintesi la tendenza attuale è la richiesta di appartamenti tri o quadrilocali; un modello ancora lontano dal concetto di spazio abitativo ridotto, flessibile appartenente ad una realtà sociale dinamica e variabile, che si può riscontrare in altre province lombarde. Questa è una risposta interessante, perché per quanto riguarda l’edilizia privata, a causa della crisi del lavoro, dell’aumento della disoccupazione, della recente imposizione dell’IMU, e nonostante il mercato immobiliare sia calato per un esubero dell’offerta, la tendenza attuale è quella della conversione di unità abitative esistenti da mono a pluri-familiari. Questo modus operandi di mutuo soccorso è stato incentivato anche grazie alle agevolazioni fiscali che coinvolgono le ristrutturazioni edili. Vi è quindi una contro-tendenza, rispetto a quella dell’edilizia pubblica, che vede le giovani coppie adattarsi a condizioni abitative ridotte, ricavate in corpi di fabbrica esistenti. E.P. 492 | 2012

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PROFESSIONE

LA DISCIPLINA URBANISTICA VALE ANCHE PER LE CASE MOBILI

LE CASE MOBILI, I TITOLI ABILITATIVI EDILIZI E LE PREVISIONI URBANISTICHE Non sempre le case mobili vengono installate per fare fronte ad esigenze temporanee

Per decenni l’uso di case mobili è parso ai più un buon espediente per tentare di soddisfare in qualche maniera determinati fabbisogni insediativi, senza dover rispettare le norme urbanistico-edilizie applicabili all’area di intervento. Il ragionamento era alquanto semplice, o forse sarebbe meglio dire un po’ semplicistico: ai sensi dell’Articolo 31 della Legge urbanistica n. 1150/1942 “chiunque intenda eseguire nuove costruzioni edilizie (…) deve chiedere apposita licenza al sindaco del Comune”; le case mobili sono manufatti non infissi stabilmente al terreno o comunque più o meno agevolmente spostabili, quindi non possono essere qualificate come costruzioni; esse pertanto possono essere installate senza bisogno di acquisire preventivamente alcun titolo abilitativo edilizio, e possono esserlo anche su aree che lo strumento urbanistico classifica come inedificabili o che comunque destina a funzioni non compatibili con l’uso previsto (aree per lo più agricole). Dopo alcune titubanze la magistratura amministrativa e quella penale avevano tuttavia posto un limite a questa prassi, sottolineando che anche per installare le case mobili era indispensabile acquisire preventivamente un titolo abilitativo edilizio, a meno che non si trattasse di manufatti aventi “intrinseche caratteristiche di precarietà strutturale e funzionale”, utilizzati cioè per soddisfare esigenze oggettivamente precarie e contingenti, e quindi destinati ad essere rimossi dopo un lasso di tempo limitato e predeterminato. Solo in questi casi tali manufatti potevano essere installati senza dover rispettare le regole dettate dai piani regolatori e dai regolamenti edilizi. Questo orientamento aveva poi trovato riscontro ed ufficializzazione a livello locale in alcune disposizioni

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regolamentari, come per esempio nel Regolamento edilizio del Comune di Milano approvato in data 18 maggio 1983, il cui l'Articolo 9 annoverava tra gli interventi di nuova costruzione anche “la posa di involucri mobili insistenti sul suolo, ancorché privi di ormeggio fisso, l’allestimento di costruzioni leggere anche prefabbricate (…), nonché la posa di (…) vetture e simili quando non utilizzati come mezzi di trasporto”. La materia ha trovato finalmente una regolamentazione a livello legislativo con l’Articolo 3 del DPR n. 380/2001, il quale alla lettera “e” ha espressamente menzionato fra gli interventi di nuova costruzione “l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulotte, camper, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee”. Come la Corte Costituzionale ha avuto

modo di chiarire (Sentenza n. 309 del 21 novembre 2011), le definizioni fornite dal citato Articolo 3 costituiscono “principî fondamentali”, e pertanto prevalgono non solo su eventuali norme regolamentari, ma anche su eventuali leggi regionali contenenti definizioni differenti (in Lombardia, comunque, la Legge regionale n. 12/2005 contiene una disposizione identica a quella poc’anzi riportata). Ormai dunque non vi può più essere alcun dubbio: anche per le case mobili deve essere acquisito preventivamente un titolo abilitativo edilizio, ed anche le case mobili devono rispettare le norme urbanistico-edilizie che disciplinano l’area di intervento. Walter Fumagalli


NUOVO TESTO PER IL DDL SUL CONTENIMENTO DEL CONSUMO DI SUOLO

IL SUOLO COME BENE COMUNE

Il governo tecnico pone un freno alla cementificazione, a tutela della produzione agricola italiana e della fragile situazione idrogeologica del territorio: pronti nuovi strumenti e imposizioni Lo stato del suolo I gravi fenomeni alluvionali che si verificano ormai frequentemente nel nostro Paese, in coincidenza di eventi meteorologici di una certa rilevanza, mettono in luce lo stato del territorio italiano, rivelandone l’estrema fragilità idrogeologica e l’altissimo livello di impermeabilizzazione dei suoli dovuto alla cementificazione dilagante. Tra il 1956 e il 2012 si è riscontrato in Italia un aumento del territorio edificato del 166%. Questo incremento ha interessato per lo più superfici dedite all’agricoltura che vengono riconvertite in aree edificabili, con la conseguente perdita dei terreni più fertili e la sottrazione dell’insostituibile potenziale produttivo. L’incremento altissimo della attività edilizia generatosi sul suolo nazionale si deve a diversi fattori, in relazione a politiche di sviluppo socio economico scellerate che hanno perso di vista il fine di una consapevole gestione dei beni di una collettività. Questa condizione, negli ultimi dieci anni circa, è stata in parte aggravata anche da un bizantinismo della normativa edilizia che consente ai comuni la liceità (permessa dall’abrogazione, contenuta nel DPR 380 2001, dell’Art. 12 della legge Bucalossi del 1977) di utilizzare i proventi derivanti dagli

oneri di urbanizzazione, non solo, come in origine, per le necessarie opere di urbanizzazione primaria e secondaria, ma anche per coprire la spesa corrente. Un freno all’urbanizzazione dilagante In questo quadro, l’attuale governo tecnico, avendo constato le conseguenze di tali fenomeni e il fatto che “la perdita di superficie agricola – e la conseguente riduzione della produzione – impedisce al Paese di soddisfare completamente il fabbisogno alimentare nazionale e aumenta la dipendenza dall’estero” (secondo quanto si legge nel Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri del 14 settembre 2012) tenta di porre un freno all’accelerazione della cementificazione attuale con l’approvazione di un disegno di legge, sulla “valorizzazione dei suoli agricoli e sul contenimento del consumo di suolo”, denominato ddl Catania, dal nome del suo estensore. Il ddl già presentato nello scorso mese di settembre 2012 dal Consiglio dei Ministri, ha avuto parere favorevole dalla Conferenza unificata delle Regioni e delle Province e il testo è stato in parte modificato con l’inserimento della definizione di suolo dichiarato quale bene comune e quindi tutelato. Il nuovo testo approvato dal Consiglio

dei Ministri (illustrato nel comunicato stampa del 16.11.2012) non è stato ancora divulgato. Aspetti fondamentali del provvedimento La finalità fondamentale del disegno di legge, con gli emendamenti della Conferenza, è il mantenimento di un equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificabili, ipotizzando un limite massimo al consumo di suolo. Inoltre, si tende a promuovere l’attività agricola contribuendo a salvaguardare territori a rischio dal punto di vista idrogeologico. Sotto l’aspetto operativo, tali obiettivi si perseguiranno con adeguate politiche di sviluppo economico coordinate con la pianificazione territoriale e paesaggistica. A tal fine si dovranno perseguire interventi di valorizzazione della funzione agricola e interventi di recupero di aree urbanizzate. Per assicurare il raggiungimento di questi scopi, si istituisce un comitato con il compito di monitorare le trasformazioni territoriali, secondo criteri e modalità appositamente stabiliti. Si introducono, inoltre, alcuni strumenti che consentiranno il raggiungimento dei fini operativi. Si vieta di destinare ad usi diversi da quello agricolo i terreni che sono stati oggetto di aiuti di stato o comunitari per almeno cinque anni. Vengono attribuite priorità nella concessione di finanziamenti pubblici agli enti locali che avvieranno interventi per il recupero di aree urbane dismesse e per il recupero di nuclei abitativi rurali. Infine, si impone ai comuni di utilizzare i proventi derivanti dal rilascio dei titoli abilitativi unicamente per la realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, per il risanamento dei centri storici e e per la riqualificazione del paesaggio. È fatto divieto di utilizzare i proventi derivanti dagli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Manuela Oglialoro

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UN DIALOGO CON FILIPPO TAIDELLI

ESPERIENZE IN CINA

La Cina e l’opportunità di un confronto con culture, procedure e tecnologie diverse da quelle occidentali Tra gli obiettivi principali di “Professione nel mondo” vi è quello di promuovere le opportunità di lavoro all'estero a partire dalle esperienze di chi ha affrontato queste sfide/opportunità: interessa soprattutto raccontare percorsi professionali replicabili da altri colleghi o più semplicemente di aiuto per cogliere le opportunità evitando i “rischi di percorso”. Cominciamo dalla Cina e da Filippo Taidelli, architetto milanese noto per aver vinto il primo premio Under 40 categoria “Ristrutturazioni”, promosso dalla Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC, con la residenza Zenale a Milano, e recentemente protagonista di un'apertura della propria attività professionale in Cina. Quali progetti hai sviluppato o hai in corso attualmente in Oriente? I progetti spaziano tra professione e insegnamento. Attualmente ho progettato, e sto ora seguendo come direzione artistica, l'esecuzione di un edificio per uffici di 2.500 mq a Tanggu Marine Tianjin, a 200 km da Pechino. (http:// www.filippotaidelli.com/projects.php?a reaprojectid=0&projectid=54). Inoltre, sono stato selezionato, insieme ad altri tre progettisti italiani, da un'azienda di moda per la ristrutturazione di un edificio esistente da convertire in “Design Center” a Shenyang in Cina (un progetto di 2.800 mq con ristrutturazione interna e nuove facciate) oltre ad una consulenza artistica per i prodotti di design e architettura che verranno commercializzati. Ho, infine, tenuto, in qualità di tutor, nel 2011 il workshop "Nomadic Architecture" presso la Tshingua University di Pechino (http:// www.filippotaidelli.com/projects.php?area projectid=0&projectid=61). Qual è la molla che ti ha spinto ad andare a lavorare in Cina? Un cliente, una società internazionale di ingegneria con sede a Milano e Buenos Aires, per il quale avevo già lavorato in Italia e all'estero, mi ha chiesto di realizzare la loro nuova palazzina uffici in un'area industriale di recente creazione (5 anni fa) a Tanggu.

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Quali maggiori difficoltà da affrontare dal punto di vista pratico e culturale? In primo luogo il progetto va necessariamente sviluppato in fase di definitivo con un Design Institute locale, studio di progettazione pubblico cinese addetto alla preparazione degli elaborati grafici propedeutici all'approvazione. Un passaggio che rappresenta un aiuto alla "traduzione" tecnica del progetto da normative e approccio occidentale a quella cinese, e che comporta un grande lavoro per allineare le due posizioni. Vi è poi una certa difficoltà a controllare, in fase realizzativa, la qualità del concept architettonico iniziale con gli standard di materiali, forniture e mano d'opera cinese normalmente molto scadenti rispetto a quelli occidentali. Ciò comporta una necessaria ricerca preliminare di prodotti e tecniche reperibili in loco. Questi i principali limiti riscontrati che, nel contempo, impongono al progettista occidentale di confrontarsi necessariamente con sistemi produttivi, approcci culturali al progetto completamente diversi. Una grande opportunità quindi di confrontarsi con un approccio completamente nuovo, imperante nell’esplosivo boom economico della nazione. Senti di aver dato un contributo specifico come architetto italiano al processo di progettazione in Cina e se sì, di che natura? Nell'edificio di Tanggu l'obiettivo ambizioso è portare in una remota area industriale cinese un progetto con standard qualitativo europeo: e per alzare la “posta in gioco” si propone di realizzare un edificio che adotti strategie climatiche in grado di dimezzare i consumi di energia. Tale confronto tra alta efficienza energetica e lo standard sarà empiricamente verificabile in loco poiché il nuovo edificio sorge a 10 metri dall'esistente con lo stesso volume. Questo approccio sostenibile, già penalizzante a livello di iter progettuale e realizzativo in patria, ha sicuramente reso più complessi i rapporti con i vari attori locali e ha

comportato costi di progettazione più alti. Mi auguro che tali sforzi ripaghino la grande aspettativa del cliente. Soddisfazioni economiche? Allineate con quelle italiane e con gli stessi ritardi nei pagamenti. La vera soddisfazione è arricchire il proprio curriculum con un’esperienza internazionale spendibile in un mercato immobiliare in crescita esponenziale (per ora solo a livello quantitativo ma speriamo i nostri edifici possano contribuire a creare un precedente anche al livello qualitativo). Un primo bilancio di questa esperienza e del mercato del lavoro in Cina. Assolutamente positiva. Sento di aver acquisito una preziosa esperienza soprattutto a livello di project management e di relazione con gli enti locali tecnico-amministrativi. Questo mi fa sentire professionalmente più sicuro in vista di altre potenziali commesse internazionali. Quanto intendi dedicare del tuo tempo nel prossimo futuro per promuovere il tuo lavoro all’estero e come intendi procedere? Attualmente tutti gli sforzi dello studio sono dedicati a realizzare al meglio la sfida progettuale di Tanggu con la speranza che esso diventi il mio miglior biglietto da visita per futuri lavori, dopo si vedrà. L'ipotesi di una rappresentanza dello studio è ancora lontana…. ma i tempi corrono, soprattutto in Cina! Vito Redaelli


SI È SVOLTA A PAVIA LA V EDIZIONE DEL PREMIO DI ARCHITETTURA SACRA

CRISTIÁN UNDURRAGA VINCE IL PREMIO “FRATE SOLE” La Capilla del Retiro, realizzata dall’architetto cileno nella regione del Valparaíso, si aggiudica l'ultima edizione del prestigioso premio internazionale di architettura sacra Il 4 ottobre scorso la Fondazione Frate Sole ha assegnato il “Premio Internazionale di Architettura Sacra” ideato dall'artista e frate francescano padre Costantino Ruggeri per promuovere la qualità artistica e architettonica delle nuove chiese cristiane (www.fondazionefratesole.org). Patrocinato tra gli altri dalla Pontificia Commissione per i Beni culturali ecclesiastici presso la Santa Sede, dal Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, dalla Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti PPC e dall'Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Pavia, il riconoscimento quadriennale è stato conferito finora a Tadao Ando (1996), Alvaro Siza (2000), Richard Meier (2004) e John Pawson (2008). In questa quinta edizione, tra i 116 progetti pervenuti, il primo premio è stato conferito all'architetto cileno Cristián Undurraga per la Capilla del Retiro, costruita nel 2009 nel complesso del Santuario de Teresa de Los Andes e del Monasterio Carmelita de Auco, regione Valparaíso, Cile. Si tratta di una piccola cappella seminterrata di essenziale impianto tettonico, una “scatola di calcestruzzo” sospesa a 1,6 m dal suolo, “materica come le rocce delle montagne circostanti” che racchiude al suo interno “uno scrigno di legno fatto per raccogliersi, come in una cripta, presso la terra”.

Cristián Undurraga, Capilla del Retiro, Cile.

La giuria, composta da Luigi Leoni, presidente della Fondazione, Marco Borsotti, Giorgio Della Longa, Esteban Fernández Cobián, Damiano Iacobone, Orazio La Rocca, Luca Micotti, José Oubrerie e dal mons. Giuseppe Russo, ha assegnato il secondo premio all'architetto portoghese João Luís Carrilho da Graça per la Igreja de Santo António (e relativo centro comunitario) costruita nel 2008 a Portalegre, Portogallo. Al centro di un quartiere recente, povero di qualità, il complesso parrocchiale comprende “come fosse

una corte, il sagrato declive verso l'aula, spazio intimo della comunità che si fa ancor più intimo e raccolto nella chiesa”. Il terzo premio è stato assegnato allo studio x2architettura di Silvia Fornaciari e Marzia Zamboni architetti di Reggio Emilia per la nuova aula liturgica e il restauro della parrocchiale di San Floriano, appena ultimata a Gavassa, Reggio Emilia. Una nuova aula “a grembo” affianca la chiesa del paese “ormai insufficiente, riorganizzandola e tenendola viva come vestibolo e battistero”.

João Luís Carrilho da Graça, chiesa di Santo António, Portogallo.

x2architettura, restauro della parrocchiale di San Floriano, Reggio Emilia.

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PROFESSIONE | CONCORSI

CREMONA CITY HUB: RIQUALIFICAZIONE U R BANISTICA E X ANNO NARIA

COMUNE DI CREMONA piazza del Comune 8 www.comune.cremona.it tel. 03724071 Concorso di progettazione novembre 2011 - maggio 2012 CONCORSO INTERNAZIONALE DI IDEE IN UNA FASE – CON PRESELEZIONE – PER LA RIQUALIFICAZIONE URBANISTICA DELL’AMBITO DI TRASFORMAZIONE EX ANNONARIA, DENOMINATO CREMONA CITY HUB

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Commissione giudicatrice arch. Marco Masserdotti (presidente) prof. Pier Luigi Paolillo ing. Stefano Allegri dott.ssa Elena Nicotera prof. Massimo Venturi Ferriolo dott. Marzio Turci (segretario verbalizzante) 1° premio € 25.000 progetti selezionati € 10.000 ciascuno

A Cremona, l’area dell’ex Annonaria – 17 ettari posti nelle vicinanze del centro storico, tra due radianti principali di adduzione alla città; in parte occupata da complessi prevalentemente degradati (ex mercato ortofrutticolo, ex macello, ex magazzini comunali, l’ex Foro Boario), in parte dallo stadio di calcio e, infine, da ampi spazi a parcheggio, derivanti dalle aree dell’ex mercato del bestiame – secondo le intenzioni del Piano di governo del territorio e secondo l’intesa sottoscritta tra Comune e società AEM, dovrà essere riqualificata. Il comparto, denominato Cremona City Hub, può costituire l’occasione per ricucire la frattura tra gli ambiti della città storica e i quartieri di completamento e ricreare, così, la continuità urbana. A questo scopo l’amministrazione ha bandito questo concorso di idee e ha proclamato vincitore il progetto del gruppo degli architetti parmigiani, coordinati da Pietro Chierici. La loro proposta, che l’amministrazione ha deciso di trasformare in un Piano attuativo, che si auspica porti alla sua realizzazione, persegue un’idea di compattezza, costituendo, di fatto, un proseguimento della città fondata, delle sue geometrie e delle sue logiche endogene. Adotta un’organizzazione articolata in comparti urbani distinti, in continuità l’uno con l’altro. Individua una “porta intermodale”, collocata sul fronte della via Mantova, destinata all’accoglienza, alla ricettività e alla promozione del territorio. Considera l’area dello stadio “piazza per la socialità”, dotata, cioè, di molteplici attività che ne consentano la frequentazione quotidiana; un parco integrato, per sport e spettacolo (l’arena); per il benessere (centro acquatico, area fitness, medicina sportiva); centro direzionale e congressi; ristorazione. Concepisce la residenza su modelli differenziati, impostati sia sulla tipologia a corte, che rende l’isolato urbano denso e il quartiere sinergico e raccolto, sia su un complesso di case a schiera, che supporta la domanda di abitazioni indipendenti, inserite in un contesto paesaggistico di qualità.


1° classificato Pietro Chierici (Parma), Dario Cea, Società Jacobs Italia, Emilio Faroldi, Maria Pilar Vettori, Francesca Cipullo, Francesca Pesci, Laura Piazza, Andrea Roscini, Andrea Balestrieri, Isotta Cortesi, Giorgio Milani (artista)

Corti urbane e strade compongono una continuità spaziale che favorisce la socialità, rafforzata da una capillare distribuzione di servizi collettivi posti ai piani terreni. Il parco tecnologico, tematico, multifunzionale, si pone come ambito di esperimento e di integrazione con il mondo universitario, con quello della produzione e del mercato, articolandosi attraverso una maglia modulare, su cui si posizionano le piastre tecnologiche, affiancate dai servizi alle imprese, dagli uffici e dai dipartimenti di ricerca. Attorno ai comparti funzionali, il progetto sviluppa uno specifico spazio pubblico dinamico, che organizza e disegna, in sequenze, il percorso, che dalla porta urbana conduce al Polo tecnologico.

Gli elementi qualificanti sono: l’apertura a cielo aperto di alcuni tratti del Cavo Cerca; la piazza urbana, collocata tra l’ingresso principale dello stadio e un edificio storico in linea, adibito a centro multiculturale; l’Urban Center, luogo della cultura e dell’informazione. Viene, infine, proposta una corretta organizzazione del traffico urbano e delle aree di sosta, definendo una rete viabilistica, costituita da itinerari stradali e isole ambientali, in uno schema che ha l’obiettivo di recuperare vivibilità e salubrità. Roberto Gamba

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GLI ALTRI CLASSIFICATI

Caputo Partnership - Paolo Caputo (Milano), Alessandro Finozzi, Nazario Petrucci, Gaetano Lisciandra, Chiara Marzi, Carlo Andre Castiglioni, Giorgio Goggi, Massimo Lo Cicero, Paola Ambrosino, Mario Abis

GCH – Green City Hub (Federico Oliva Associati FOA - Milano)

MBM arquitectes, Massimo Del Seppia (San Giuliano - Pisa), Andrea Pasqualato, Alessio Accorroni, Sandro Ghezzani (Oriol Bohigas)

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Gruppo Monestiroli (Milano), Massimo Ferrari, Paolo Gaimarri, Tomaso Monestiroli, Raffaella Neri, Claudia Tinazzi collaboratori: Federica Cattaneo, Fabio Sebastianutti, Chiara Manfredi

Pica Ciamarra Associati (Napoli) con Eugenio Bettinelli, CSTAT Arturo Maiocchi; Enrico Arrighetti

Franco Zagari (Roma), AproStudio, Osa Architettura e paesaggio

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OMNIBUS

Di un abitare antico, ancora innovativo Nella Dichiarazione Internazionale di Identità Cooperativa del 1995, si dice: “Le cooperative si fondano sui valori dell’autosufficienza (il fare da sé), dell’auto-responsabilità. della democrazia, dell’uguaglianza, dell’equità e della solidarietà”. All’inizio del XXI secolo il termine autosufficienza acquisisce un respiro pressoché totale: i problemi energetici, la produzione di cibo, l’avvento di una composizione collettiva di contenuti multimediali attraverso il cosiddetto web 2.0, non riescono più a trovare una risposta adeguata nella produzione di massa delle grandi aziende, siano esse pubbliche o private. Stiamo assistendo, lentamente, ad un cambio di prospettiva nel rapporto tra individui e società, nel passaggio dalla quantità di beni prodotta da poche aziende, alla frammentazione della produzione in piccoli quantitativi che ricostruiscono la massa attraverso una rete di interazioni. I tentativi, ancora acerbi in Italia, di Cohousing, e il Do it yourself Urbanism mostrano come si stia sempre più facendo strada l’idea che la costruzione della città debba partire da iniziative promosse dal basso e lasciare libero spazio alle idee dei singoli che, spesso, in quanto portatrici di profonde motivazioni, riescono a produrre modelli più innovativi e a favorire al meglio l’identificazione degli individui con i luoghi che abitano. L’ONU ha infatti dichiarato il 2012 anno internazionale della cooperazione. In un mondo di consumo alterato, dunque, è possibile osservare un ritorno, più o meno inconscio, ai principî ispiratori della cooperazione moderna, nata a fine Ottocento: nel caso dell’abitare, la problematica “casa” può essere affrontata attraverso la costituzione di una comunità che diventa committente di se stessa. La proprietà rimane però indivisa, ovvero i soci non posseggono la casa ma, pagando una sorta di affitto, a costi quasi sociali, ne detengono il diritto di godimento per tutta la vita, senza limitazioni reddituali. A Milano, entro i confini comunali, sono presenti oggi una ventina di

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cooperative a proprietà indivisa con un patrimonio immobiliare di circa 8.000 abitazioni, corrispondente a poco più del 10% del patrimonio immobiliare pubblico (case ALER e comunali). Si tratta di una presenza di notevole importanza che si pone, oggi, come effettivo contraltare a un costruire speculativo che ha caratterizzato la crescita immobiliare della città negli ultimi anni ma anche come una reale alternativa all’abitare sociale pubblico, in un momento in cui il pubblico stesso sembra non possedere le risorse economiche e nemmeno una chiara visione sul come rinvigorire e accrescere un patrimonio edilizio prezioso, ma spesso in decadenza. Le cooperative offrono un esempio che risponde alle attuali esigenze del vivere in città, attraverso una comunità che decide di abitare insieme non solo per praticità economica, ma anche, e soprattutto, per una maggiore qualità del vivere, attraverso l’incontro, lo scambio, le attività comuni, e lo fa nella fetta di mercato dove sono più stringenti le problematiche, cioè l’affitto. L’indivisibilità delle riserve e il loro mantenimento, infine, hanno altri due valori, importantissimi nella realtà

urbana contemporanea: quanto viene costruito è patrimonio non solo di chi ne gode la prima volta ma anche delle future generazioni; le cooperative a proprietà indivisa ricoprono, poi, il ruolo di gestori del territorio. Lasciando indivisa la proprietà e ragionando sul lungo periodo, la porzione di ambiente urbano che interessa l’insediamento cooperativo, non si riduce alla superficie di uno o pochi appartamenti, ma si amplia alla scala dell’isolato, del quartiere, accendendo un dialogo con la città intera e divenendo esempio di una socialità ai più inedita, originale. XChiara Quinzii e Diego Terna

Il testo anticipa il libro, di prossima pubblicazione, di Chiara Quinzii e Diego Terna Ritorno all’abitare. Una cooperativa in città, LetteraVentidue, Milano.


Segni & Sogni dall’Architettura Dal 20 ottobre al 1 dicembre 2012 la biblioteca di Lodi si è vestita di rosso. L’unico colore accanto al bianco dell’architettura, da sempre tinta della passione, identifica qui l’Ordine degli Architetti della Provincia di Lodi che festeggia ora il suo 15° anno di vita, raccogliendo e mettendo in mostra i migliori segni e i più vividi sogni dell’architettura su questo territorio: i segni lasciati nel lodigiano e i sogni che saranno in grado di creare nuovi panorami e di attivare dinamiche rigenerative. Centinaia di lavori, selezionati dalla Commissione “15 anni” e da un Comitato Scientifico, sono stati esposti nei corridoi del piano terra della Biblioteca Laudense, proprio nel cuore della città storica. Accolti da un portale rosso, ci si immerge in un percorso tematico che accompagna il visitatore alla scoperta della mostra, con una scansione dei progetti in sei macro-gruppi: dal pubblico al privato, dall’oggetto di design al progetto di interni e dello spazio aperto. L’allestimento, che s’inserisce essenziale, per forme e scelte cromatiche, negli spazi recentemente rivisitati da Michele De Lucchi, organizza i progetti su

livelli successivi, come quinte teatrali, disponendo pannelli, cavi elettrici, progetti e contrappesi trasversalmente al percorso, sospesi su strutture temporanee minimali che permettono una lettura dello spazio frontale e libera. Una lecture magistrale di Luca Molinari, di origini codognine, ha aperto il convegno, proponendo una serie di visioni e riflessioni, in grado di scuotere un pubblico numeroso e incuriosito da ciò che l’arte del costruire sta facendo per la nostra città. Ai referenti dell’Architettura e della Cultura di Lodi si è rivolto un quesito, quasi un primo bilancio dell’ambiziosa iniziativa, nata con l’obiettivo di aprire l’Architettura alla città, ascoltando opinioni e necessità della cittadinanza, proprio nel luogo nevralgico della cultura. Anna Arioli: “Segni&Sogni”, quale segno avete lasciato con questa “invasione” dell’architettura nello spazio della Cultura e quale sogno rimane ancora nel cassetto? Andrea Ferrari, Assessore alla Cultura: Spesso rimaniamo affascinati da città o luoghi che sarebbero dei contenitori vuoti se qualche architetto non li avesse progettati con una finalità sociale e

aggregativa. Per Lodi è stato importante scoprire lo studio e il tempo dedicato a ogni progetto, per capire come il cambiamento fisico dei luoghi passi da una valutazione di carattere culturale complessiva. Laura Boriani, presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Lodi: Il segno è stato portare l’attenzione della gente e delle istituzioni sull’Architettura, fornendo un panorama delle diverse competenze che l’architetto sa mettere in campo. Il sogno è quello di dimostrare che gli architetti hanno qualcosa da dire in merito al dibattito sulla necessità di salvaguardare gli esempi d’architettura razionalista del nostro territorio, con il progetto di classificare le architetture del ‘900 e fornire risposte su come intervenire per far rivivere questi edifici secondo le nuove esigenze. XSilvia Gallani e Anna Arioli

L’architettura dialoga con la città. 50° Ordine Architetti di Varese Nell’ambito degli eventi programmati per celebrare il 50° di fondazione dell’Ordine Architetti di Varese sono stati numerosi gli appuntamenti con ospiti d’eccezione del panorama internazionale svoltisi nella splendida cornice di Villa Panza a Varese. Da Mario Botta alle “signore del design”, Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York, e Luisa Bocchietto, presidente nazionale dell’Associazione per il disegno industriale - Adi, il ricco

calendario di incontri ha indagato l’architettura in tutti i suoi risvolti, offrendo spunti di riflessione ed esempi notevoli grazie a relatori che hanno conferito al ciclo di conferenze un respiro internazionale. Ogni relatore internazionale è sempre stato affiancato da almeno un esponente di spicco del panorama nazionale. Gli appuntamenti sono proseguiti fino al mese di dicembre. Il 14 novembre si è svolto il dibattito tra Michele De Lucchi (un progetto per tutti: Tolomeo per Artemide, la lampada da tavolo con la quale vince il primo Compasso d’Oro Adi) e l’architetto Jan de Vylder (vive e lavora a Gand, in Belgio; ha partecipato, tra l’altro, alla Biennale di Venezia 2010), sui temi “Manuale/Concettuale”. Il 12 dicembre, l’ultimo appuntamento

del 2012, ha condotto gli spettatori in un viaggio attraverso le illusioni e le contraddizioni con la serata “Visionario/Ironico” con il dibattito tra Beniamino Servino (uno degli architetti contemporanei italiani più noti: opera prevalentemente nell’ambito della progettazione architettonica e partecipa a concorsi nazionali e internazionali) e SelgasCano (studio di architettura madrileno, autore di progetti quali un centro congressi con auditorium e sale convegni sul waterfront della città portuale di Cartagena). Gli incontri sono stati moderati da Luca Molinari. XPatrizia Kopsch Informazioni: Ufficio Stampa Ordine degli Architetti PPC di Varese (patrizia.kopsch@yahoo.it)

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Uno sguardo oltre ai confini (del tempo e dello spazio) La versione italiana di Nationalisme et internationalisme dans l’architecture moderne de la Suisse di Jacques Gubler costituisce il secondo volume della collana “Saggi” della Mendrisio Academy Press che, fin dalla data di fondazione dell’Accademia, nel 1996, ha promosso la pubblicazione di tutti quei testi utili o necessari alla figuraobiettivo della scuola ticinese di “architetto territoriale”. Dopo trentasette anni dalla prima edizione pubblicata in tiratura definita dallo stesso autore “omeopatica” dalla casa editrice L’Âge d’Homme di Losanna, il lavoro di traduzioneriscrittura dello storico dell’architettura torinese Filippo De Pieri ha riportato alla luce un lavoro di notevole rilievo ai fini della lettura della vicenda dell’architettura moderna Svizzera montato su un impaginato chiaro e tutto a favore del rapporto testoimmagine. Jacques Gubler delinea, attraverso il suo articolato percorso di ricerca snodato tra Ginevra, Zurigo e Losanna avvenuto tra il 1971 e il 1973

Jacques Gubler Nazionalismo e internazionalismo nell’architettura moderna in Svizzera Mendrisio Academy Press / Silvana Editoriale, Mendrisio, 2012 pp. 392, € 45,00

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“l’avventura della modernità a partire dalla fondazione napoleonica del Paese”. La Svizzera montagnosa e multilingue è vista nel suo scambio dialettico e di contrapposizione con l’altro da sé, lo straniero, il nonsvizzero. Da un lato, architetti ed ingegneri come Robert Maillart, Alexandre Sarrasin, Johann Heinrich Pestalozzi, Hans Bernoulli o il multiforme Max Bill che insieme, in momenti differenti e a diverse scale, mirano alla costruzione di una sorta di mito presente e futuro e, dall’altro, i letterati ideologi di una Svizzera pura che difende ferocemente il suo perimetro messo in pericolo, appunto, dal non-svizzero. Un problema complesso che oggi – come Gubler ha mostrato nella sua bellissima “lezione aperta” inaugurale dell’Anno Accademico a Mendrisio in occasione della presentazione del volume – resta assai attuale nella formazione e proliferazione di ideologie razziste che in Svizzera vogliono chiudere allo straniero, rifugiandosi in una retorica antica e fuori tempo: ossia quella nazionalista portata all’estremo del suo portato. La dialettica tra internazionalismo e nazionalismo va quindi molto oltre la

narrazione della vicenda elvetica in campo architettonico e figurativo. Il rischio di ripubblicazione, terminati un secolo e un millennio, è scongiurato non solo dal contenuto attualissimo, ma dall’abilità di Gubler, ai tempi della sua ricerca, di aver individuato il nocciolo di una questione non solo elvetica. Questo punto di vista è infatti andato oltre il mero confine nazionale e potremmo infatti, per assurdo, utilizzare questo libro per una parallela e consimile lettura metodologica di molte altre architetture moderne e, perché no, contemporanee. Nel tempo presente, in un mondo dalle distanze che misurano microsecondi, scambi continui, ma anche chiusure e provincialismi, visioni ravvicinate privano il senso delle cose rendendole qualsiasi. Gubler, come al solito, ci insegna ancora una volta a guardare dietro, davanti, sopra, sotto e soprattutto prima per riuscire a capire poi. XCarlo Gandolfi


Oscar Niemeyer: il racconto di una vita C’è un’immagine che resta nella mente di chi ha l’occasione di leggere questo piccolo libro di Oscar Niemeyer: quella di un bambino sognante e felice. Proprio nel primo capitolo Niemeyer, infatti, rievoca gli anni felici dell’infanzia, quando, senza matita né foglio, disegnava nell’aria. Talvolta gli capitava, addirittura, di correggere i propri disegni, cancellando, sempre nell’aria, linee invisibili che lui solo poteva vedere. Se da un lato questa rievocazione mi riporta, con la mente, al bel racconto di Gianni Rodari intitolato Tonino l’invisibile, dall’altro, invece, riconduce ai miei occhi i disegni a mano libera di Niemeyer, che spesso mi è capitato di osservare, esposti in mostre o pubblicati nei numerosi libri che gli sono stati dedicati. È strano guardare queste semplici linee nere che si rincorrono sul foglio, tanto leggere da sembrare volare, e pensare poi all’architettura di Niemeyer fatta di solidi, e ben definiti, volumi saldamente radicati a terra, massicce strutture in cemento armato in grado di riproporre, attraverso la loro forma, la leggerezza dei segni neri composti sul foglio bianco. Le architetture – indipendentemente dal personale giudizio di ognuno - e i disegni di Niemeyer riescono, credo, a trasmettere un senso di gioia, di

positività, di grande disponibilità nei confronti della vita. E di queste stesse qualità è pervaso anche questo piccolo libro: non un’intervista ma piuttosto un racconto in prima persona, la storia della vita di un uomo che ha avuto la fortuna di attraversare un intero secolo vivendone i momenti tragici e quelli felici, le grandi fortune e le avversità come quella, per esempio, determinata dall’impossibilità di un ritorno nel proprio paese al tempo della dittatura. In questo ricordare alcuni momenti della propria vita e soprattutto alcuni personaggi particolarmente importanti per la sua crescita, Niemeyer ci avvicina al suo modo di intendere l’architettura che per usare le belle parole di Edoardo Persico diviene “sostanza di cose sperate”. Il volume, curato da Alberto Riva, si compone di due parti di peso assai simile. Nella prima viene pubblicato il contributo del grande architetto brasiliano, nella seconda invece, intitolata “Il bambino che disegnava in aria”, Alberto Riva introduce il lettore alla figura di Niemeyer ripercorrendone i momenti più importanti della vita. In questa sorta di viaggio nel mondo del grande architetto brasiliano assume

Oscar Niemeyer Il mondo è ingiusto. L’ultima lezione di un grande del nostro tempo Mondadori, Milano, 2012 pp. 70, € 12,00

particolare interesse la documentazione del punto di vista di alcuni dei più importanti architetti viventi che con Niemeyer hanno avuto rapporti. Fra questi, sicuramente, spicca il Pritzker Price Paulo Mendes da Rocha che, a proposito del progetto del Parco Ibirapuera, scrive: “quel progetto fu essenziale per aprire i nostri orizzonti su una questione fondamentale in architettura: la disposizione spaziale. Era come se ci dicesse: attenzione non esiste solo l’edificio, ma anche lo spazio circostante e come tutto interagisce. L’opera di Niemeyer non è solo quello che è in sé, ma un valore enorme come riflessione sull’archittetura”. XMartina Landsberger

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Gli studi urbani di Roberto Busi Il volume costituisce un osservatorio privilegiato per focalizzare una delle più interessanti esperienze degli ultimi decenni nel campo degli studi urbani, nata nell’ambito della scuola di Brescia fondata e promossa da Roberto Busi. C’è un’istanza urgente e irrinunciabile nell’opera di Busi. Un richiamo che viene da lontano, affonda le radici nell’insegnamento di Vincenzo Columbo, suo punto di riferimento scientifico, erede di Cesare Chiodi e Giovanni Muzio. L’idea che anima l’attività di ricercatore e docente di Busi è di orientare le indagini scientifiche e le realizzazioni tecniche e sperimentali a una visione poliedrica delle cose urbane con uno sguardo attento e rigoroso che, prima di configurarsi come tecnica, sappia porgersi come principio etico: il sogno, e l’utopia, di un umanesimo scientifico, vagheggiato e raggiunto con la perseveranza e la

concretezza delle cose vive. Alla sua infaticabile opera di promotore si deve il progetto della “città amica”, ricco di ricadute che investono gli stili e i modi di vivere sempre più riconosciuti come modelli condivisi della cultura contemporanea. Il “luogo” in cui questo progetto prende avvio e si rinnova è il CeSCAm nel Dipartimento di Ingegneria Civile, Architettura, Territorio e Ambiente dell’Università degli Studi di Brescia, laboratorio di sperimentazioni che coinvolgono i temi urbani attuali: la sicurezza, la mitigazione del rischio, le dinamiche abitative, la valorizzazione dei centri storici, la sostenibilità degli interventi, la mobilità, i flussi di spostamento, la tutela delle categorie più fragili e indifese, la necessità degli elementi naturali, la ricchezza di valori sociali della strada, della piazza, dei parchi. Prende corpo così il paradigma della città amichevole, concorde e cordiale

Maria Angela Bedini, Fabio Bronzini, Stefano Sampaolesi (a cura di) La città amica di Roberto Busi Ancona University Press, 2011 pp. 264, € 30,00

con gli uomini, serena nel dispiegare una bellezza discreta, sicura, gradevole e preziosa. Il pubblico cui si rivolge il libro è non solo quello di studenti, ricercatori e amministratori, ma anche quello di comuni cittadini, chiamati a prendere coscienza dell’utilità dell’urbanistica, tecnica per rifondare le discipline della città e garantire più appaganti modelli di vita, con particolare attenzione alle fasce sociali più vulnerabili. XMaria Angela Bedini

Verso una “seconda modernità” A completare il percorso aperto dal primo volume (Zanichelli, 2008), che prendeva in esame il periodo tra il Rinascimento e l’età delle Rivoluzioni (1400-1815), la seconda parte della Storia dell’urbanistica moderna di Lorenzo Spagnoli (già docente di Progettazione architettonica e urbana e oggi di History of town planning al Politecnico di Milano) racconta le fasi, i protagonisti e i principali concetti legati allo sviluppo delle città e dei territori fino all’età della globalizzazione (1815-2010). Corredato da un ampio repertorio di carte storiche, immagini e schemi illustrativi, il testo è suddiviso in tre grandi segmenti cronologici: il primo riguarda l’età del libero scambio, l’urbanistica europea fino alla città giardino ed il dibattito internazionale del primo Novecento in Europa, Stati Uniti, America Latina e Giappone; il secondo ritrae il rapporto tra città e territorio dalla crisi del 1929 al Secondo Dopoguerra, soffermandosi sul caso europeo (con approfondimenti sul tema dell’abitazione in Olanda, Germania, Spagna e Italia), sul razionalismo,

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sull’urbanistica di stato, e su alcuni paesi extraeuropei (Stati Uniti, Australia e Giappone); il terzo si concentra invece sui processi di urbanizzazione del contesto attuale, esaminando caratteri e campi di influenza della globalizzazione economica e della ricerca sulla sostenibilità. L’analisi effettuata in quest’ultima parte risulta essere di particolare utilità perché, oltre a ricostruire vicende che fanno parte del dibattito contemporaneo – da quelle riguardanti Milano e Roma, a quelle relative a realtà emergenti e in via di sviluppo (Asia, Africa ed America Latina) – mostra anche le possibili traiettorie evolutive di alcuni ambiti urbani in trasformazione (Pechino, Il Cairo, Tel Aviv). Nel ripercorrere sinteticamente i temi che hanno fatto da sfondo alla trattazione – lo sviluppo del rapporto tra economia e politica, gli aspetti di matrice culturale, il contributo specifico della disciplina – il testo si conclude riconoscendo la modernità come un orizzonte ancora attuale, all’interno del quale l’urbanistica, basandosi sul riconoscimento di diritti

individuali e collettivi, può dare un significativo contributo nell’affrontare le problematiche di natura economica, sociale ed estetica della città contemporanea. XMatteo Moscatelli

Lorenzo Spagnoli Storia dell’urbanistica moderna. Dall’età della borghesia alla globalizzazione (1815-2010) Zanichelli, Bologna, 2012 pp. 656, € 55,00


Al servizio della città Qual è, o dovrebbe essere, il ruolo dell’università nella vita della città? Quale responsabilità abbiamo quando individuiamo un tema di progetto per un corso, quando decidiamo di applicare il lavoro di uno o più anni di decine di studenti su una porzione di città? In che misura dovremmo occuparci, oltre che della formazione dei nostri studenti, anche delle sorti della cosa pubblica? Dopo passate stagioni di grande impegno pubblico dell’università, anche con una spiccata connotazione politica, oggi più che mai queste domande tornano attuali, soprattutto negli incerti domini della progettazione architettonica e del progetto urbano. Laura Montedoro e il suo gruppo di lavoro presso la Scuola di Architettura Civile del Politecnico di Milano, dopo una lunga e accurata indagine sulle grandi aree di futura dismissione nel Comune di Milano (scali ferroviari e caserme), oggetto di una recente pubblicazione per i tipi di Quodlibet, si dedica a un tema attuale e critico, e decide di lavorare su un settore urbano di estrema delicatezza. Borgo agricolo prima, quartiere industriale di Bollate poi, e infine comune

autonomo, Baranzate è oggi segnato da una popolazione straordinariamente multietnica, da una (paradossale) condizione di esclusione infrastrutturale, da un’urbanizzazione caotica e disordinata e dalla presenza di tensioni metropolitane di scala straordinariamente grande. Docenti, studenti, consulenti e amministrazione si sono sfidati su temi cruciali per il territorio metropolitano contemporaneo: applicazione della pianificazione, accoglienza, sostenibilità sono le parole chiave intorno cui si costruiscono i progetti degli studenti che la pubblicazione propone con chiarezza ed efficacia. Il punto di vista è saldo, ed è quello del disegno urbano, materia nel nostro paese dotata di uno statuto disciplinare inspiegabilmente incerto e fragile, la cui pratica dedita e sistematica è oggi quanto mai necessaria. Attraverso le mani e gli occhi degli studenti, la disciplina esplora un territorio di confine tra pianificazione e dettaglio architettonico, progetto di paesaggio e morfologia urbana, con lo sguardo fresco delle nuove generazioni, istruito da lezioni e integrazioni del gruppo docente. I risultati sono interessanti

e convincenti e permettono di comprendere potenzialità e criticità di un territorio complesso. Con coraggio e determinazione dovremmo sempre scegliere aree di progetto interessanti e attuali, dovremmo sempre tentare di percorrere la difficile strada della collaborazione con le amministrazioni, dovremmo sempre impegnarci a pubblicare e condividere i risultati del nostro lavoro. Questa pubblicazione (e i suoi autori) lo fanno, e bene. XPaolo Mazzoleni

Laura Montedoro (a cura di) Prove di rigenerazione urbana. Tre temi e sei progetti per Baranzate Alinea Editrice, Firenze, 2012 pp. 142, € 28,00

La promessa dell’architettura

Davide Vargas Racconti di architettura Tullio Pironti, Napoli, 2012 pp. 126, € 12,00

Davide Vargas vive e lavora in una delle zone più degradate della campagna napoletana, quella compresa fra Caserta e Aversa, luogo caratterizzato da incuria e degrado che necessiterebbe “di cultura, di un’educazione a riconoscere la vera natura dei bisogni, (…) qualità, cultura, e solidarietà”.

Vargas è architetto e da architetto guarda la realtà che lo circonda e che costruisce, e da architetto compone i suoi racconti fatti di architettura e di umanità. È proprio questa semplicità a soffermarsi sulle cose, osservandole con l’occhio esperto di chi con volumi, composizione, rapporti e misure si confronta ogni giorno, coniugata alla naturalezza dello sguardo del cittadino che prova a capire i luoghi e gli oggetti in cui vive, a rendere questa raccolta di brevi racconti piacevole e utile. Utile perché, attraverso l’uso di un linguaggio semplice, Vargas riesce a ricondurre l’attenzione all’architettura e alla città, restituendo loro quel ruolo fondamentale sottolineato da Rossi nella nota definizione di architettura come “scena fissa della vita degli uomini”. Le architetture descritte hanno, sempre, una relazione con l’uomo: si

rendono manifeste proprio in questo loro rapportarsi con chi le vive. È questa, infatti, una delle prerogative dell’architettura, l’essere connaturata all’uomo. Conscio della condizione generale in cui versa l’architettura, Vargas descrive e guarda le cose responsabilmente, invitando il lettore ad aprire gli occhi per osservare, come fa Riccardo, ciò che ci circonda, al fine di riconoscerne le qualità pur se nascoste. Il protagonista del racconto “Non calpestare le aiuole”, si è, infatti, posto l’obiettivo di trasformare la realtà dopo averla conosciuta: “muri così rimangono sbriciolati chissà per quanto tempo, invece questo magari diventerà una fioriera. Un po’ di terra, una piantina alla volta, lo faccio da una settimana, ogni sera, ci metto anche il concime”. È così che Riccardo, e i racconti di Vargas, riescono a trasmetterci una speranza. XM.L.

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Infrastrutture, mobilità e nuovi paesaggi della Terra È l’Atlante Farnese, che reggendo il mondo, si propone come manifesto e metafora della mostra “L’architettura del mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi”: rivolgere uno sguardo documentale e analitico al problema e alla ricerca dedicata al tema delle infrastrutture della mobilità come strumento di azione sull’intero pianeta. Ma lo sforzo dell’Atlante richiama al contempo alle faticose responsabilità dell’uomo nei confronti del pianeta, corresponsabilità universale perché sottratta ai limiti geopolitici dalla globalità dei problemi della multiculturalità e della sostenibilità. Le conseguenze di quest’ampiezza analitica sono fondative per la mostra, che finalmente offre un vasto regesto di opere realizzate o in corso di esecuzione: il loro insieme descrive un processo generale di trasformazioni a grande scala, che affidano a nuove relazioni, all’incremento dell’accessibilità di beni e di servizi il valore di strumenti indispensabili nella qualificazione delle condizioni di vita del pianeta. Importante è infatti la sezione che affronta questo aspetto del tema, documentando numerose città e vasti territori della Terra che attraverso impegnativi progetti dei sistemi della mobilità inseriscono nelle morfologie della città consolidata e diffusa, così come nelle aree non urbanizzate, inventando o reinventando nuove

funzioni urbane e territoriali, nuovi assetti insediativi e nuovi sistemi relazionali: nuovi paesaggi. Per quanto non sia tra gli obiettivi primari della mostra, appare sottotraccia il diverso valore che il tema del progetto delle infrastrutture ha presso i diversi stati tanto europei quanto mondiali, evidenziando come esistano gradi profondamente diversi di sedimentazione della cultura progettuale e della maturazione degli strumenti procedurali, dipendenti non tanto dal PIL, quanto dal riconoscimento culturale del progetto come azione socialmente e politicamente legittimata di trasformazione dei paesaggi abitati e di costruzione dei paesaggi del presente/ futuro. È per questo interessante il confronto che la mostra apre tra opere diverse e sotto angolature diverse, laddove temi come l’interpretazione/ conservazione/valorizzazione dei paesaggi culturali, l’attenzione alla sostenibilità, alla qualità estetica, al ruolo funzionale e sociale dell’opera infrastrutturale divengono parametri analitici ben più fertili di miti ormai esausti, come la rappresentazione della velocità o la prestanza tecnica dell’opera. Da questo consegue che la parte dedicata all’Italia sia “confusa” nel panorama internazionale, non più isolando la nostra penisola su un tema

che ancora la vede arretrata, non certamente per l’elaborazione teorica e la ricerca universitaria, ma per la sporadicità delle opere e per un’osmosi internazionale unidirezionale, poiché maggiore è la presenza di progettisti internazionali attivi da noi che viceversa: è ancora il nodo cruciale delle relazioni qualitative tra committenza, impresa e professione che la mostra propone. A fronte, questo, dell’evidenza qualitativa dell’elaborazione progettuale che l’Italia ha offerto dagli anni Sessanta a oggi attraverso splendidi, importanti progetti di grandi autori, ingegneri ed architetti, che affrontano il tema delle infrastrutture come parte dell’allargamento dei domini del progetto nelle nuove dimensioni territoriali dei fenomeni insediativi. La mostra lancia, a mio modo di intendere, un serio richiamo verso tanto spreco di una ricerca che in molti momenti ha posto l’Italia all’avanguardia nel panorama della ricerca mondiale, mentre le realizzazioni la collocano ancora nelle retroguardie. E la sintesi di quest’importante mostra si condensa nel suo incipit: si può scrivere una parte della storia architettura del XX secolo attraverso le sue opere infrastrutturali. Dai disegni di Balla, dalle invenzioni di Sant’Elia, dai progetti di Poelzig, Plecnik, Wagner… il tema presenta radici culturali profonde, nelle quali ritrovare e rinnovare oggi la dimensione civile del progetto infrastrutturale. XSerena Maffioletti

L’architettura del mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi Milano, Palazzo della Triennale 9 ottobre 2012 – 10 febbraio 2013

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Le Corbusier ritorna in Italia L’Italia di Le Corbusier Roma, MAXXI 16 ottobre 201217 febbraio 2013

Le Corbusier, Chiesa del Redentore alla Giudecca, Venezia. Dall’Album La Roche, 1924; Courtesy Fondation Le Corbusier

Sono trascorsi cinquant’anni prima che in Italia venisse organizzata un’esposizione interamente dedicata al genio di CharlesÉdouard Janneret, meglio noto come Le Corbusier. La prima, “L’opera di Le Corbusier”, si svolse a Palazzo Strozzi a Firenze nel 1963. Prima ed ultima, non considerando la mostra del centenario del 1988 “L’aventure Le Corbusier”, arrivata a Torino dal Centre Pompidou di Parigi. L’esposizione in corso al MAXXI, “L’Italia di Le Corbusier” a cura di Marida Talamona, mostra le molteplici influenze che il nostro paese ha avuto sulla formazione e sul lavoro del maestro, seguendo il mutare dei punti di vista, degli interessi e dei fini con i quali egli guarda all’Italia nel corso della vita. La mostra è organizzata in partenariato con la Fondation Le Corbusier di Parigi, da cui proviene la maggior parte del materiale esposto: 320 documenti originali tra disegni, acquerelli, dipinti e scritti, e 300 fotografie di o con

Le Corbusier, Progetto per il Centro di Calcolo elettronico Olivetti a Rho. Schema esplicativo, 19 aprile 1962; Courtesy Fondation Le Corbusier

l’architetto svizzero. Il percorso espositivo inizia con i quattro viaggi di formazione in Italia tra il 1907 e il 1922, in cui Le Corbusier studia le architetture del passato, da Pompei e Tivoli a Michelangelo e Palladio. Parallelamente viene indagata la figura di Le Corbusier pittore: le affinità dei suoi dipinti con quelli di Carrà e Morandi; i rapporti tra la sua rivista L’Esprit Nouveau e alcune riviste italiane come Valori Plastici. Agli anni Trenta risalgono gli scambi culturali e professionali con i giovani razionalisti milanesi che partecipano ai primi CIAM. I rapporti di Le Corbusier con l’Italia sono soprattutto finalizzati alla ricerca di committenti. Nel 1934 è a Roma, desideroso di ricevere l’incarico della costruzione di Pontinia (terza città di nuova fondazione del Lazio) e poter così attuare la propria idea di ville radieuse: attenderà inutilmente svariati giorni che Mussolini lo riceva, e a nulla servirà l’invio al Duce della copia autografata del secondo volume

dell’Opera Completa. Si giunge infine al secondo dopoguerra. La mostra si conclude con un’ampia trattazione di due importanti incarichi italiani degli anni Sessanta: il Centro di calcolo elettronico Olivetti a Rho e il nuovo ospedale di Venezia, i cui progetti saranno anch’essi mai realizzati. L’allestimento, caratterizzato da un succedersi di pareti in tavolato di legno e dall’uso sapiente di colori delicati ed eleganti scritte, è firmato da Umberto Riva. L’architetto e designer italiano, con il linguaggio sensibile e colto che lo contraddistingue, ha disegnato uno tra i più bei allestimenti che la Galleria 1 del MAXXI abbia mai ospitato. Come dice Marida Talamona, “la mostra racconta un altro Le Corbusier, meno conosciuto e di grandissima rilevanza”. La vincente scelta delle opere, del percorso espositivo e dell’allestimento, fanno di questa mostra un evento da non perdere, dall’elevato livello scientifico e culturale. XValeria Giuli

Il lavoro di un architetto Presso la sede degli Archivi del Politecnico in via Durando 9 si è svolta una mostra che intende documentare il lavoro di Vittorio Introini architetto e professore. Essa raccoglie il lavoro iniziato negli anni ‘60 in concomitanza con il tramonto del Movimento Moderno, esponendo il materiale dell’archivio Introini, donato al Politecnico di Milano

nell’estate del 2012, per una operazione di inventariazione, catalogazione e digitalizzazione.

Vittorio Introini Architetture Design Politecnico di Milano Campus Bovisa Edificio 9, Spazio Archivi Storici 28 novembre 2012 – 30 gennaio 2013

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Franco Maffeis, M. Paola Montini, Roberto Nalli, Enzo Renon, Patrizia Scamoni, Lucio Serino (Termine del mandato: 15.10.2013)

Consulta Regionale Lombarda degli Ordini degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori tel. 02 29002174 www.architettilombardia.com Segreteria: segreteria@consulta-al.it Presidente: Angelo Monti Vice Presidente: Giuseppe Sgrò Comitato di Presidenza: Laura Boriani, Carlos De Carvalho, Gian Luca Perinotto Tesoriere: M. Elisabetta Ripamonti Segretario: Fabiola Molteni Consiglieri: Sergio Cavalieri, Laura Gianetti, Silvano Sanzeni, Paolo Ventura, Daniela Volpi Ordine APPC di Bergamo tel. 035 219705 www.bg.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibergamo@archiworld.it Informazioni utenti: infobergamo@archiworld.it Presidente: Franceso Valesini; Vice Presidente: Vittorio Gandolfi, Francesca Carola Perani; Segretario: Remo Capitanio; Tesoriere: Arianna Foresti; Consiglieri: Angela Giovanna Amico, Stefano Baretti, Fabio Corna, Francesco Forcella, Emilio Braian Giobbi, Carlos Manuel Gomes de Carvalho; Matteo Seghezzi, Elena Sparaco, Marco Tomasi, Roberto Francesco Zampoleri (Termine del mandato: 13.7.2013) Ordine APPC di Brescia tel. 030 3751883 www.bs.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettibrescia@archiworld.it Informazioni utenti: infobrescia@archiworld.it Presidente: Paolo Ventura; Vice Presidente: Gianfranco Camadini; Paola Faroni, Roberto Saleri; Segretario: Laura Dalè; Tesoriere: Luigi Scanzi; Consiglieri: Mauro Armellini, Umberto Baratto, Stefania Buila,

Ordine APPC di Como tel. 031 269800 www.ordinearchitetticomo.it Informazioni utenti: info@ordinearchitetticomo.it Presidente: Angelo Monti; Vice Presidente: Angelo Avedano; Segretario: Margherita Mojoli; Tesoriere: Enrico Nava; Consiglieri: Matteo Ardente, Alessandro Bellieni, Stefania Borsani, Elisabetta Cavalleri, Alessandro Cappelletti, Alessandra Guanziroli, Veronica Molteni, Giacomo Pozzoli, Stefano Seneca, Marco F. Silva, Marcello Tomasi (Termine del mandato: 15.3.2014) Ordine APPC di Cremona tel. 0372 535422 www.architetticr.it Presidenza e segreteria: segreteria@architetticr.it Presidente: Silvano Sanzeni Vice Presidente: Carlo Varoli; Segretario: Andrea Pandini; Tesoriere: Claudio Bettinelli; Consiglieri: Giuseppe Coti, Luigi A. Fabbri, M. Luisa Fiorentini, Antonio Lanzi, Massimo Masotti, Nunzia Vanna Musoni, Vincenzo Ogliari (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Lecco tel. 0341 287130 www.ordinearchitettilecco.it Presidenza, segreteria e informazioni: ordinearchitettilecco@tin.it Presidente: M. Elisabetta Ripamonti; Vice Presidente: Paolo Rughetto; Segretario: Marco Pogliani; Tesoriere: Vincenzo D. Spreafico; Consiglieri: Davide Bergna, Enrico Castelnuovo, Favio Walter Cattaneo, Alfredo Combi, Guido De Novellis, Carol Monticelli, Diego Toluzzo (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Lodi tel. 0371 430643 www.lo.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettilodi@archiworld.it Informazioni utenti: infolodi@archiworld.it

Presidente: Laura Boriani; Vice Presidente: Giuseppe Rossi; Segretario: Guido Siviero; Tesoriere: Massimo Pavesi; Consiglieri: Paolo Camera, Simonetta Fanfani, Paola Mori, Chiara Panigatta, Vincenzo Puglielli (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Mantova tel. 0376 328087 www.mn.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettimantova@archiworld.it Informazioni utenti: infomantova@archiworld.it Presidente: Sergio Cavalieri; Vice Presidente: Alessandro Valenti; Segretario: Alessandra Fortunati; Tesoriere: Manuela Novellini; Consiglieri: Andrea Cattalani, Gianni Girelli, Cristiano Guernieri, Sandro Piacentini, Enrico Rossini, Pietro Triolo, Sabrina Turola (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Milano tel. 02 625341 www.ordinearchitetti.mi.it Presidenza: consiglio@ordinearchitetti.mi.it Informazioni utenti: segreteria@ordinearchitetti.mi.it Presidente: Daniela Volpi; Vice Presidenti: Marco Engel, Franco Raggi; Segretario: Valeria Bottelli; Tesoriere: Annalisa Scandroglio; Consiglieri: Maria Luisa Berrini, Maurizio Carones, Maurizio De Caro, Rosanna Gerini, Paolo Mazzoleni, Alessandra Messori, Emilio Pizzi, Vito Mauro Radaelli, Clara Maria Rognoni, Antonio Zanuso (Termine del mandato: 3.12.2013) Ordine APPC di Monza e della Brianza tel. 039 2307447 www.ordinearchitetti.mb.it Segreteria: segreteria@ordinearchitetti.mb.it Presidente: Fabiola Molteni; Vice Presidenti: Ezio Fodri, Fabio Sironi; Segretario: Mariarosa Vergani; Tesoriere: Carlo Mariani; Consiglieri: Francesco Barbaro, Giuseppe Caprotti, Giuseppe Elli, Giovanni Paolo Fumagalli Marta Galbiati, Enrica Lavezzari,

Cristina Magni, Roberto Pozzoli, Biancalisa Semoli, Nicola Tateo (Termine del mandato: 1.2.2014) Ordine APPC di Pavia tel. 0382 27287 www.ordinearchitettipavia.it Presidenza e segreteria: architettipavia@archiworld.it Informazioni utenti: infopavia@archiworld.it Presidente: Aldo Lorini; Vice Presidente: Lorenzo Agnes; Segretario: Paolo Marchesi; Tesoriere: Alberto Vercesi; Consiglieri: Raffaella Fiori, Lina Tamara Iori, Paolo Lucchiari, Luca Pagani, Gian Luca Perinotto, Paolo Polloni, Andrea Vaccari (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Sondrio tel. 0342 514864 www.so.archiworld.it Presidenza e segreteria: architettisondrio@archiworld.it Informazioni utenti: infosondrio@archiworld.it Presidente: Giuseppe Sgrò; Vice Presidente: Giovanni Vanoi; Segretario: Aurelio Valenti; Tesoriere: Claudio Botacchi; Consiglieri: Marco Del Nero, Andrea Forni, Marco Ghilotti, Carlo Murgolo, Nicola Stefanelli (Termine del mandato: 15.10.2013) Ordine APPC di Varese tel. 0332 812601 www.ordinearchitettivarese.it Presidenza: presidente.varese@awn.it Segreteria: infovarese@awn.it Presidente: Laura Gianetti; Segretario: Matteo Sacchetti; Tesoriere: Emanuele Brazzelli; Consiglieri: Luca Bertagnon, Maria Chiara Bianchi, Riccardo Blumer, Claudio Castiglioni, Stefano Castiglioni, Ada Debernardi, Alberto D’Elia, Mattia Frasson, Ilaria Gorla, Carla G. Moretti, Giuseppe Speroni, Stefano Veronesi (Termine del mandato: 15.10.2013)

La rivista AL, fondata nel 1970, raggiunge ogni due mesi tutti i 27.635 architetti iscritti ai 12 Ordini degli Architetti PPC della Lombardia:

2.379 2.399 1.722 721 951 403 719 12.199 2.562 870 370 2.340

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iscritti dell’Ordine di Bergamo iscritti dell’Ordine di Brescia iscritti dell’Ordine di Como iscritti dell’Ordine di Cremona iscritti dell’Ordine di Lecco iscritti dell’Ordine di Lodi iscritti dell’Ordine di Mantova iscritti dell’Ordine di Milano iscritti dell’Ordine di Monza e della Brianza iscritti dell’Ordine di Pavia iscritti dell’Ordine di Sondrio iscritti dell’Ordine di Varese

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Ricevono, inoltre, la rivista: i 90 Ordini degli Architetti PPC d’Italia; 1.555 Amministrazioni comunali lombarde; Assessorati al Territorio delle Province lombarde e Uffici tecnici della Regione Lombardia; Federazioni degli architetti e Ordini degli ingegneri; Biblioteche e librerie specializzate; Quotidiani nazionali e Redazioni di riviste degli Ordini degli Architetti PPC nazionali; Università; Istituzioni museali; Riviste di architettura ed Editori.

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