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Ravenna Festival Magazine

Edizione 2017 EDIZIONI E COMUNICAZIONE

la rivista ufficiale del

ARTE, POTERE E RIVOLUZIONE Il “rumore del tempo” e le avanguardie musicali dal Barocco al Novecento

Edizione 2017

ISSN 2499-0221

all’interno

Sinfonica, antica, cameristica, da Muti a Temirkanov, da Slatkin a Bychkov, da Accademia Bizantina a The Smith Quartet • Danza futurista, hip hop, contemporanea, il Balletto di Cuba, Zakharova & Friends • Rock, jazz, etnica: Junun, Tony Allen, Baustelle, Donà • Passaggio in India • L’Inferno delle Albe

Including English abstracts of articles


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sommario 2017

Arte, Potere e Rivoluzione Il “rumore del tempo” e le avanguardie musicali dal Barocco al Novecento

Arte e potere Rivoluzioni e Bellezza Riflessioni sulla forza che sommerge il “rumore del tempo" ..............................................................da pag. 7

Estetica del divenire Il rumore del tempo Un ritmo inarrestabile scandito dalla poesia, dalla pittura e dalla musica ............................................................da pag. 17

Musica sinfonica Cinque direttori per cinque orchestre Da Bychkov a Dantone, da Slatkin a Valchuha e Temirkanov ............................................................da pag. 29

Le Vie dell’Amicizia Muti con Verdi nell’antica Persia In Iran si rinnova il concerto della fratellanza attraverso la grande musica ..............................................................a pag. 33

Musica sacra e antica Fra mistica e devozione Da Monteverdi alle polifonie russe, dai Vespri a San Vitale alle Liturgie domenicali ............................................................da pag. 34

Musica da camera Dal Barocco al contemporaneo Fra gli autori in programma: Corelli, Bach e Beethoven ma anche Weber, Nyman, Bryars ............................................................da pag. 43

Opera Vittoria sul sole Cento anni dopo torna in scena il teatro lirico del Futurismo russo, agli albori della Rivoluzione ............................................................da pag. 50

Danza Classica, futurista, hip hop Dal galà della Zackharova al balletto di Cuba, da Shobana a Dubois al progetto Ric.Ci ............................................................da pag. 59

Jazz, folk, rock Ritmi, canzoni, world music Con Junun, Tony Allen, Baustelle, Cristina Donà e Anoushka Shankar ..............................................................a pag. 68

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sommario

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Passaggio in India Il Darbar Festival di Londra Una tre giorni all’insegna della musica classica e della spiritualità della tradizione indiana ............................................................da pag. 78

Teatro Chiamata all’Inferno delle Albe Una grandiosa rappresentazione partecipata dai cittadini della Commedia di Dante ............................................................da pag. 83

Avanguardie Futurismo italiano e futurismi Come il movimento estetico e culturale di Marinetti & Co. cercò di innovare tutte le arti ............................................................da pag. 92

Cinema e musica Tre capolavori del muto Sonorizzati dal vivo ..........................................................da pag. 100

Immaginario Musiche da vedere Mostra e installazione di Lelli e Masotti Gli scatti del fotoreporter Alex Majoli ..........................................................da pag. 105

Concerto Trekking Nelle foreste Casentinesi Passeggiata con la Classica Orchestra Afrobeat ..........................................................da pag. 113

Genius Loci L’antico porto di Classe Storia di un sito archeologico e naturale fra i nuovi luoghi del Festival ..........................................................da pag. 116

Cartellone e informazioni ..........................................................da pag. 121

Ravenna Festival Magazine

RIVISTA UFFICIALE DEL RAVENNA FESTIVAL Autorizz. Tribunale di Ravenna n. 1426 del 9-2-2016

DIRETTORE RESPONSABILE: Fausto Piazza In redazione: Andrea Alberizia, Federica Angelini, Serena Garzanti, Luca Manservisi - Maria Cristina Giovannini (grafica senior), Gianluca Achilli (grafica). Collaboratori: Roberta Bezzi, Chiara Bissi, Paolo Bolzani, Matteo Cavezzali, Francesco Della Torre, Anna De Lutiis, Enrico Gramigna, Simona Guandalini, Linda Landi, Marina Mannucci, Guido Sani, Serena Simoni, Attilia Tartagni, Roberto Valentino. La rivista è realizzata in collaborazione con la Direzione del Ravenna Festival. Si ringrazia in particolare Fabio Ricci, Giovanni Trabalza, Stefano Bondi, Giorgia Orioli. Referenze fotografiche: Archivio Decca, Angelo Palmieri, Alex Majoli, Daria Birang, Roberto Masotti, Silvia Lelli, Ken Howard, Luigi Tazzari, Andrea Raggini, Orso Tibetano, Eric Richmond, Fabrizio Zani, Daniele Casadio, Jenny Carboni, Stephan Höderath, Niko Rodamel, Marina Svinina, Francoise Stemmer, Yuval Hen, Alberto Calcinai, Hugo Glendinning, Vilmos Grossmann, Maria Svarbova, Evandro Inetti, Roberto Cifarelli, Paco Bou, Nancy Reyes, Elliot Mandel (e altri non rintracciati che si ringrazia). In copertina una foto di scena tratta dallo spettacolo Material Men Redux di Shobana Jeyasingh Dance Editore:

Edizioni e Comunicazione srl - www.reclam.ra.it

Viale della Lirica 43 - 48121 Ravenna. Tel. 0544 408312. DIREZIONE GENERALE: Claudia Cuppi STAMPA: Grafiche Baroncini srl - Sede di Imola (BO)


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Arte e potere

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Le Rivoluzioni hanno bisogno della Bellezza Riflessioni sulla forza che sommerge il “rumore del tempo“ da Mandel’štam a Shostakovich fino alle Primavere Arabe

Foto segnaletica di Osip Mandel’štam dopo il suo primo arresto, 1934.

DI

MARINA MANNUCCI

«Su di me e su molti miei contemporanei pesa un congenito impedimento della parola. Noi abbiamo imparato a farfugliare, non a parlare, e solo tendendo l’orecchio al montante frastuono dell’epoca, spruzzati dalla bianca spuma delle onde, abbiamo acquisito una lingua. La rivoluzione è di per sé vita e morte, e non tollera che in sua presenza si parli a vanvera della vita e della morte. Ha la gola riarsa, ma non accetterebbe neppure una goccia d’acqua da un estraneo. La natura della rivoluzione è una sete perenne, un’arsura inestinguibile

(forse invidia le epoche che si sono dissetate con umiltà, alla buona, abbeverandosi insieme al proprio gregge. È tipico della rivoluzione avere paura, anzi terrore di accettare qualcosa da mani estranee; la rivoluzione teme le sorgenti dell’essere, non ardisce accostarvisi). Ma che cosa hanno fatto per la rivoluzione queste “sorgenti dell’essere”? Con quanta indifferenza rotolavano le loro onde concentriche! Scorrevano, confluivano in torrenti, ribollivano nella fonte, tutto per conto proprio! (“Per me, per me, per me” dice la rivoluzione. “Ciascuno per sé” replica in risposta il mondo)» (Osip Mandel’štam, Il rumore del

tempo e altri scritti, Milano, Adelphi, 2012, pp. 68-69). Osip Mandel’štam nasce a Varsavia nel 1891, cresce in Russia, a Pavlosk e a San Pietroburgo. Arrestato per motivi politici nel 1934, è condannato a vivere a Voronez in soggiorno coatto. Arrestato una seconda volta nel 1938 per attività controrivoluzionaria, viene deportato in Siberia, dove muore nel dicembre dello stesso anno. Con una prosa rapsodica e discontinua, procedendo per associazioni e diramazioni improvvise, in Il rumore del tempo, Osip Mandel’štam lascia affiorare le visioni della sua infanzia e giovinezza pietroburghese, gli ultimi anni >>


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Arte e potere Ravenna Festival Magazine 2017

prima della Rivoluzione di ottobre: «Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo». Lo scrittore inglese Julian Barnes, nel romanzo Il rumore del tempo (trad. it. di Susanna Basso, Torino, Einaudi, 2016), riprende il titolo delle memorie di Mandel’štam per introdurre la figura del musicista russo Dmitrij Dmitrievich Shostakovich. In questo caso le contingenze storiche riducono un grande artista a optare per la sopravvivenza a scapito della verità, assumendo un comportamento opposto a quello di Mandel’štam: «La linea della vigliaccheria era la sola che attraversasse dritta e leale la sua intera esistenza», scrive Barnes. Per il musicista russo, non è in gioco soltanto il racconto individuale degli eventi, ma anche, in maniera molto più inquietante, la narrazione che ne fa il potere. La suddivisione del libro in sezioni, fatta dallo scrittore britannico, corrisponde ad altrettanti “colloqui con il Potere” che mettono in discussione: l’interpretazione dei fatti da parte di chi ha il controllo delle sorti individuali; il rapporto del potere con l’arte; il confronto del singolo con la propria integrità morale; l’istinto di sopravvivenza e le responsabilità per la sicurezza dei propri cari. «Salvando te stesso, potevi salvare chi ti stava intorno, le persone che amavi. E poiché avresti fatto qualsiasi cosa al mondo per salvare chi amavi, facevi qualsiasi cosa al mondo per salvare te stesso. E poiché la scelta non esisteva, non c’era neppure speranza di evitare l’abiezione morale» (ivi). Shostakovich svende se stesso e la propria opera producendo la musica del Popolo e del Partito; clandestinamente compone le sinfonie «di tutti e di nessuno» (probabile allusione al sottotitolo >>

Osip Mandel’štam con i poeti Korney Cukovsky, Benedikt Livshiz e Yuri Annenkov, in una foto del fotografo Karl Bulla del 1914. Dmitrij Dmitrievich Shostakovich durante le prove della Sinfonia n. 7 nel 1942.


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Arte e potere Ravenna Festival Magazine 2017

dello Zarathustra nietzschiano). La sua ambiguità è connaturata al rapporto arte/potere dei regimi totalitari (ahimè, non solo dei regimi totalitari) dove l’arte diventa un meccanismo per creare consenso e gli artisti che non si adeguano a questa prospettiva, quanto meno formalmente, hanno vita dura. Ma «[…] essere un vigliacco non è facile. Molto più facile essere un eroe. A un eroe basta mostrarsi coraggioso per un istante […] Essere un vigliacco significa invece imbarcarsi in un’impresa che dura una vita […] C’è da anticipare l’occasione successiva in cui si dovrà tergiversare, mostrarsi servili, giustificarsi,

Locandina del film di Margy Kinmonth, Revolution: New Art for a New World, 2017, distribuito da Nexo Digital.

riabituarsi al gusto di nuovi stivali da leccare e all’amarezza di constatare la propria rovinosa abiezione. Essere un vigliacco richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare, il che si risolve in una certa qual forma di coraggio» (ivi). A Shostakovich non rimane che sperare che il “rumore del tempo” finisca per dissolversi, consegnando ai posteri solo la sua musica con l’auspicio che abbia la forza di essere pura e autentica da riuscire a sommergere il rumore del tempo e trasformarsi in mormorio della storia: «La speranza era che la morte avrebbe liberato la sua musica, che l’avrebbe liberata dal legame diretto con la vita insomma. Il tempo sarebbe passato, e anche se i teorici del ramo avrebbero continuato a discutere, a poco a poco l’opera si sarebbe trovata un posto autonomo nel mondo della musica» (ivi). Alan Woods, saggista britannico


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Arte e potere Ravenna Festival Magazine 2017

e dirigente della Tendenza Marxista Internazionale, in Shostakovich, la coscienza musicale della rivoluzione russa www.marxismo.net/index.php/ arte-e-rivoluzione/55shostakovich-la-coscienzamusicale-della-rivoluzione-russa) definisce invece Shostakovich «un grande artista sovietico che usò la musica per esprimere gli avvenimenti terribili e ispiratori del periodo in cui visse, un uomo del popolo che credeva nella possibilità di un mondo migliore sotto il socialismo, un idealista che odiava ogni ingiustizia e diseguaglianza, un prodotto della rivoluzione d’Ottobre che odiava lo stalinismo come una perversione e un tradimento delle autentiche idee di Lenin». Lo sguardo di Margy Kinmonth, regista del cine-racconto Revolution: New Art for a New World (La nuova arte per un nuovo mondo), distribuito in Italia nel marzo 2017 da Nexo

Digital, mostra quanto il gesto dell’artista sia stato influenzato dalla rivoluzione bolscevica del 1917 e viceversa. Attraverso immagini d’epoca e i contributi di esperti come Mikhail Piotrovsky, direttore dell’Ermitage e di Zelfira Tregulova, direttrice della Galleria Tret’jakov, il film racconta la storia e le opere delle principali correnti russe e s’interroga sul loro desiderio di liberarsi dal realismo per creare un’arte capace di recuperare l’originalità delle proprie radici. La regista snoda la sua indagine attraverso gli anni in cui la Russia divenne avanguardia europea, in ambito figurativo, ma anche per quanto riguarda la poesia, il cinema, il teatro e il balletto. Kinmonth narra le storie di Chagall, Kandinskij, Malevič e di altri pionieri che con loro accolsero la sfida di costruire una nuova arte per un nuovo mondo e che nel giro di pochi anni furono >>

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Arte e potere

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disconosciuti e condannati. Per il filosofo e musicologo Theodor W. Adorno, uno dei maggiori esponenti della “Scuola di Francoforte”, non esiste alcun soggetto rivoluzionario forte capace di sovvertire gli ordini sociali, anche se adeguatamente guidato da un movimento artistico autenticamente rivoluzionario, poiché non esiste – salvo rarissimi casi – una coscienza che non sia stata ancora contaminata dal sistema capitalistico industriale. Il filosofo propone, di contro all’arte pragmatica e politicizzata che si apre alle masse per essere comprensibile al “collettivo” di cui parla Walter Benjamin, un’arte solipsisticamente negativa, un’arte della nonprassi. Solo in un tipo di arte di >>

Rosa Luxemburg affronta la folla a Stoccarda nel 1907. Ai lati del palco, i ritratti di Karl Marx e Ferdinand Lassalle, fondatori del movimento socialista tedesco. Hannah Arendt in una elaborazione grafica (amorphia-apparel.com).


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Incontri filosofici

La testimonianza di Pavel Florenskij e dialogo a tre sul senso della storia Il 14 giugno il Refettorio del Museo Nazionale (ore 17.30) ospita una conferenza intitolata “Pavel Florenskij, dalla filosofia della bellezza al gulag delle Solovki”. Relatore del tema – che sarà introdotto da Giorgio Gualdrini – il filosofo Natalino Valentini (direttore dell’Issr di Rimini e curatore delle edizioni italiane di Florenskij) a cui si affiancherà nella lettura di brani dell'autore russo l'attrice Elena Bucci. Pavel Florenskij (nella foto) – il “Leonardo da Vinci russo”, nato nel 1882, fucilato nel 1937 dopo essere stato deportato in un gulag all’estremo Nord della Russia – è una delle figure più significative e sorprendenti del pensiero religioso russo, oggi riscoperto in gran parte d’Europa come uno dei maggiori pensatori del Novecento. Alla conferenza farà seguito una visita guidata a una selezione di icone del Museo Nazionale Altro incontro dedicato L’incontro “1917 – 2017 la lezione della storia” (2 luglio, alla Sala Dantesca della Biblioteca Classense, alle 17.30) avrà invece come protagonisti la poetessa russa Olga Sedakova – erede dei grandi poeti russi del Novecento e figura di riferimento del pensiero più profondo e illuminato della Russia di oggi – e il fisico nucleare ucraino Alexander Filonenko – cresciuto secondo i canoni dell’educazione comunista e convertitosi alla fede cristiana dopo aver conosciuto gli scritti Pavel Florenskij che si incontrano con il Vescovo cattolico di Mosca Mons. Paolo Pezzi in un libero dialogo sul senso della storia per indagare su presente e futuro.

Revolutions need Beauty Thoughts on the strength submerging the noise of time Osip Mandel’štam was born in Warsaw in 1891, grew up in Russia, in Pavlosk and Saint Petersbourg. He was arrested in 1934 for political reasons and condemned to live Voronez. He was later arrested a second time in 1938 for his anti-revolutionary activities and deported to Siberia, where he would die few months after. With a rhapsodic and discontinuous writing, in The Noise of Time Osip Mandel'štam reveals vision of his childhood and youth in Saint Petersburg, just before the Bolshevik revolution: «I do not want to talk about me: I would rather like to follow my age, the noise and the sprouting of time». The English writer Julian Barnes in The Noise of Time uses the title of Mandel’štam' memories to introduce the character of the Russian musician Dmitrij Dmitrievich Shostakovich. In this case, the artist sells out his work (and himself) writing music for the People and the Party, but secretly writes the symphonies for “everybody and nobody”. His ambiguity is second nature to the relationship art/power of totalitarian regimes where art becomes a mechanism to create consensus and artists who do not follow this perspective undergo serious difficulties. In the end, Shostakovich can only hope that the “noise of time” dissipate leaving to posterity nothing but his music, hoping it will have the strength to be pure and authentic so to submerge the noise of time and transform itself in whisper of time. The British marxist scholar Alan Woods defines Shostakovich “a great Soviet artist”, a common man who believed in the possibility of a better world with Socialism, he would hate Stalin as he had betrayed Lenin's authentic ideas.

The film director of Revolution: New Art for a New World, Margy Kinmonth, shows how the artist's action has been influenced by 1917 Bolshevik Revolution and vice versa. The film tells the story of the main Russian movements and raises questions on their desire to get free from realism to create an art that could be able to restore the originality of its own roots. The director tells the stories of Chagall, Kandinsky, Malevic and other pioneers who accepted the challenge to build a new art for a new world and that in few years were rejected and condemned. According to T. W. Adorno there is no revolutionary subject that can subvert social order, as every single conscience has been contaminated by industrial capitalism. Opposing Walter Benjamin's idea of a practical and political art, the philosopher supports a solipsist and negative art, an anti-praxis art, as only in this kind, he says, of art we could find some glint of true freedom. In Junius-Broschüre: Die Krise der Sozialdemokratie (April, 1915), Rosa Luxembourg writes that «small circles of plotters can "prepare" a "putsch" to give followers a signal». The centenary of Bolshevik Revolution raises again some questions: does art belong to somebody or to nobody? Does it belong to those who produce it or to those who take advantage of it? Who decides what is the audience? Who will take advantage of it, a bourgeois elite or the Donbass miner worn out by work (as Julian Barnes writes)? Celebrations must also tell us of present and fiducia. Nawal El Saadwi in 2016 denounced the situation in Egypt after 2011 revolution saying «We will be free one day. We will not loose hope because hope is power».

questo genere ci potranno essere scintille di libertà vera. Nello scritto di Rosa Luxemburg, Junius-Broschüre: Die Krise der Sozialdemokratie, dell’aprile del 1915, pubblicato a Zurigo nel febbraio 1916, la teorica marxista interpreta lo sviluppo della lotta di classe in maniera innovativa e ne individua il percorso rivoluzionario: «[…] Le rivoluzioni non vengono “fatte”, e grandi movimenti popolari non vengono inscenati con ricette tecniche tratte pronte dalle istanze di partito. Piccoli circoli di congiurati possono “preparare” per un determinato giorno e ora un putsch, possono dare al momento buono alle loro due dozzine di aderenti il segnale della “zuffa”. Movimenti di massa attivi in grandi momenti storici non possono essere guidati con questi stessi metodi primitivi. Lo sciopero di massa “meglio preparato” in certe circostanze può miserevolmente fallire proprio nel momento in cui una direzione di partito gli dà “il segnale di via”, o afflosciarsi dopo un primo slancio. L’effettivo svolgimento di grandi manifestazioni popolari e azioni di massa in questa o in quella forma, è deciso da tutta una serie


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Nella Russia rivoluzionaria, artisti e poeti all’avanguardia in Europa intrapresero la sfida di costruire una nuova arte per un nuovo mondo ma presto furono disconosciuti e condannati di fattori economici, politici e psicologici, dal livello di tensione del contrasto di classe, dal grado di educazione, dal punto di maturazione raggiunto dalla combattività delle masse, elementi tutti imponderabili e che nessun partito può artificialmente manipolare. Ecco la differenza tra le grandi crisi storiche e le piccole azioni di parata che un partito ben disciplinato può in tempi di pace pulitamente eseguire con un colpo di bacchetta delle “istanze”. Ogni ora storica esige forme adeguate di movimento popolare: essa stessa se ne crea delle nuove, improvvisa mezzi di lotta in precedenza sconosciuti, vaglia e arricchisce l’arsenale popolare, incurante di qualsivoglia prescrizione di partito». Alcuni anni dopo, Hannah Arendt ben coglie i pensieri della Luxemburg, e alle pp. 305-306 del suo libro Sulla Rivoluzione (1963, trad. it. di Maria Magrini, Milano, Edizioni di Comunità, 1983), leggiamo: «L’aspetto più sconcertante dei consigli era che essi attraversavano non solo tutte le linee dei partiti, e riunivano membri di diversi partiti, ma che questa appartenenza partitica non aveva alcuna importanza. Erano insomma gli unici organi politici aperti ai cittadini che non appartenevano a nessun partito. Perciò entravano inevitabilmente in conflitto con tutte le assemblee, coi vecchi parlamenti non meno che con le “nuove assemblee costituenti”, per la semplice ragione che queste ultime, anche nei loro settori più estremisti, erano pur sempre figlie del sistema partitico. In questa , ossia nel bel mezzo della rivoluzione, erano i programmi di partito che più di qualsiasi altra cosa dividevano i consigli dai partiti; perché questi programmi, per rivoluzionari che fossero, erano tutti “formule preconfezionate” che non richiedevano azione, ma esecuzione – “di essere messe energicamente in pratica”, come puntualizzava Rosa Luxemburg, con la sua straordinaria chiarezza di idee sulla posta in gioco». Il centenario della Rivoluzione

d’ottobre ripropone alcuni quesiti: l’arte è di tutti e di nessuno? Appartiene al popolo o a chi la produce e a chi ne beneficia? Chi stabilisce qual è il pubblico? Chi sarà a beneficiarne, un’élite borghese cosmopolita o «il minatore del Donbass sfinito dal turno di lavoro» (Barnes, Il rumore del tempo)? Quali le orecchie in grado di intendere? Le celebrazioni del passato hanno però anche il compito di illuminarci sul nuovo e sul presente. Nel marzo del 2016, Nawal El Saadawi, scrittrice, psichiatra e attivista egiziana, in occasione della Giornata Internazionale delle Donne, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «La nuova Unione delle Donne Egiziane, formata in piazza Tahrir da giovani donne e giovani uomini rivoluzionari, […] ha lottato collettivamente per un nuovo sistema in Egitto, basato sulla vera libertà […], sulla vera dignità, sulla giustizia socioeconomica e sull’uguaglianza per tutti, a prescindere dal sesso, dalla religione, dalla classe e dalla razza […] ma il corpo del regime è ancora al potere […] La controrivoluzione in Egitto sta ancora uccidendo giovani uomini e giovani donne rivoluzionarie. Da gennaio 2011, migliaia sono stati uccisi, migliaia sono stati mutilati, migliaia sono stati imprigionati, ma la rivoluzione continua. Le donne in Egitto sono sempre più escluse dai poteri controrivoluzionari, dai posti importanti, dalle attività politiche e dai consigli superiori, formati dopo la rivoluzione […]. Prima o poi ci libereremo. Non perderemo mai la speranza perché la speranza è potere». m

«[...] metto troppa arte nella mia vita – troppa energia – e di conseguenza non mi resta molto da dare all’arte» Brano tratto dalle lettere che la fotografa, attrice e attivista politica Tina Modotti, immigrata negli Stati Uniti nel 1913, scrisse al fotografo americano Edward Weston

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Estetica del divenire

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Il rumore del tempo Un ritmo inarrestabile scandito dalla poesia, dalla pittura e dalla musica DI

ANNA DE LUTIIS

Il tempo e l’angoscia per il suo scorrere Ha da sempre dominato la mente umana a partire dagli antichi popoli come ci dimostrano i tentativi di imprigionarlo in simboli. Oroburo, ad esempio, è il simbolo dell’eternità, è l’immagine di un serpente che si morde la coda e la inghiotte, serpens qui caudam devorat. Questa diffusissima figura simbolica rappresenta, sotto forma animalesca, l’immagine del cerchio che personifica l’ eterno ritorno. Essa sta ad indicare l’esistenza di un nuovo inizio che avviene tempestivamente dopo ogni fine. In simbologia, infatti, il cerchio è anche associato all’immagine del serpente che da sempre cambia pelle e quindi, in un certo senso, ringiovanisce. L’uomo ha cercato di sconfiggere il tempo imprigionandolo in simboli, come possiamo vedere nell’opera di Giulio Romano, Allegoria dell’immortalità, dove contrapposta alla sfinge che rappresenta l’inesorabilità del destino umano, quindi la morte, si leva, in alto, la fenice che è in grado di risorgere dalle proprie ceneri, mentre al centro c’è Uroboro, simbolo dell’eternità che i potenti hanno sempre voluto sei loro emblemi, come ci dimostra il suo ritrovamento nella tomba di alcuni faraoni. Se Giulio Romano si sofferma sul tempo immortale, Annibale Carracci nella sua Allegoria della Verità e del Tempo illustra la vittoria della verità favorita dal tempo. La personificazione del Tempo, riconoscibile dall’età decrepita e dalla clessidra che ha in mano, infatti, tira fuori da un pozzo la figura alata della Verità che si guarda in uno specchio, mentre schiaccia l’Inganno. «Figlia del Tempo sono in luce nata, e la mia madre Esperienza è detta, e Verità per nome io son chiamata; ben che dal vulgo

Ogni ricordo personale riemerge riascoltando le note di una sinfonia, di una canzone, ma anche l’incontro con una scena, un colore, un volto, la musicalità di un verso poetico, recuperano le emozioni di momenti trascorsi, che credevamo dimenticati. Il tempo trascorre ma non passa mai definitivamente. Viviamo il presente portandoci sulle spalle il pesante fardello che contiene il nostro passato mentre ci affrettiamo a passi sempre più veloci verso un tempo futuro che speriamo ci riserva gradevoli sorprese. Il tempo domina la nostra vita. ignaro io sia reietta […]». (Antonio Fileremo Fregoso) Quasi un’ossessione anche per i Greci che hanno a lungo dissertato su come declinare il concetto “tempo” attraverso la parola: kronos che si riferiva al tempo cronologico e kairos che significava “momento giusto o opportuno” o “momento supremo”. Forse un gioco di parole per indicare la qualità del tempo e per esorcizzarlo? Mentre kronos è quantitativo, kairos ha una natura qualitativa. Come divinità Kairos era semi-sconosciuto, mentre Kronos era considerato la divinità del tempo per eccellenza. La paura di perdere il potere che coincide con la vita eterna induce Krono (alias Saturno) a divorare tutti i propri figli, ad eccezione di Giove, nascosto dalla madre, che più tardi indurrà suo padre a restituire i figli ingoiati. Molti pittori hanno immortalato questo episodio mitologico; due celebri esempi quali emblema della tragicità e della disumana atrocità sono i dipinti di Goya e di Rubens. Passando dalla mitologia all’uomo, quando quello primitivo imparò a dividere il tempo in >>

Giulio Romano, Allegoria dell'immortalita.̀ Annibale Carracci, Allegoria della Verità e del Tempo.


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Estetica del divenire

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mesi osservando la Luna, che ogni 28 giorni torna nella stessa posizione, cominciò per lui l’angoscia del tempo che passa. In seguito sacerdoti e astronomi babilonesi incominciarono a dividere il giorno in 24 ore, attorno all’anno tremila avanti Cristo, ma i primi strumenti di misurazione del tempo furono inventati in Egitto circa 1500 anni dopo. Si trattava di orologi solari, le odierne meridiane, dove un’asta illuminata dal sole proiettava l’ombra su un quadrante graduato. Dalla luce all’acqua. Poco meno di due secoli dopo, gli egiziani inventarono anche l’orologio ad

In alto da sinistra: Francisco Goya, Saturno divora suo figlio. Pieter Paul Rubens, Saturno divora suo figlio. Marc Chagall, dipinto con l'orologio a pendolo. In basso, da sinistra: Salvador Dalì, La persistenza della memoria. Concetto Pozzati, Tempo sospeso. Eraclito dipinto da Raffaello ne La scuola di Atene con le fattezze di Michelangelo.

acqua: un semplice vaso da cui il liquido sgocciolava attraverso un foro. L’ora veniva determinata in base alla quantità d’acqua rimasta nel vaso. I primi orologi meccanici furono invece inventati in Europa, verso il 1200 dopo Cristo. Ma a quei tempi, e per molti anni ancora, gli strumenti non erano precisi. Così si diffuse l’uso di rimetterli sull’ora esatta a mezzogiorno, cioè quando il sole raggiunge il punto più alto sull’orizzonte. Verrebbe spontanea una osservazione: ma era proprio necessario? Oggi l’orologio è diventato il nostro padrone, il nostro incubo. Lo dimostra il fatto che alcuni noti pittori l’hanno messo al centro delle loro opere. Marc Chagall a volte lo dota di ali, quando vuole sottolineare, nel tema generale del quadro, che il tempo vola via con incredibile velocità. Racconta che una volta, da bambino, in una notte senza stelle, gli accadde di pensare al tempo: una realtà enorme, incombente, potentissima e maligna perché capace di spazzare via tutto ciò che lui amava. Guardando quel buio assoluto forse pensò di poterlo imbrigliare nell’orologio. Salvador Dalì lo dipinge come

una natura morta, in cui l’attimo corre talmente veloce che già sta modificando ogni cosa sotto il nostro sguardo. Forse più dell’orologio il tempo lo si può fermare col pensiero: ad esempio così l’interpreta Renato Guttuso nel quadro presente in una mostra allestita nel 2015 a settant’anni dalla fine dell’incubo fascista: resistere nel tempo per non dimenticare l’umana tensione verso l’essere liberi di credere, sostenere e lottare per le proprie idee. Concetto Pozzati dipinge solo orologi, con lucida ossessione, misuratori di un tempo che definisce “sospeso”. «Non voglio essere sincronizzato, non voglio essere schiavo delle lancette – dice l’autore – le dipingo per obliterarle e difendermi dalla dittatura dell’orologio che caratterizza la mia esistenza, anche se, come diceva Heidegger, esso è una “componente costitutiva dell’esistenza”».

Il tempo e la poesia Nella poesia il tempo diventa sentimento: il trascorrere inarrestabile come l’acqua di un fiume che va a senso unico verso la foce, il vuoto che diventa precipi-

zio se non si ha di che riempirlo, l’ansia di sentirlo fluire, minuto dopo minuto, sul proprio corpo e il timore che solo il suo rumore possa coprire ogni eco lasciato dall’uomo. Panta rei os potamòs («Tutto scorre come un fiume») è il celebre aforisma attribuito ad Eraclito, una filosofia del divenire che ha rafforzato nella mente umana il senso della caducità e della brevità dell’esistenza, come ci conferma già Mimnermo (VII-VI sec. aC.), in cui il poeta greco dipinge, toccando vette di intensissima drammaticità tutta la fragilità dell’esistenza umana: Noi, quali le foglie che la primavera, stagione ricca di fiori, produce, quand’ecco che crescono ai raggi del sole: simili a queste per il tempo di un cubito dei fiori della giovinezza possiamo godere, ignorando da parte degli dei sia il bene che il male. Vicine dimorano le Sorti nere, l’una che tiene il termine della vecchiaia penosa, l’altra della morte. Il tempo è poi l’ossessione di Orazio (Carmina II 14), che, in questi versi, ricorda come breve sia la vita dell’uomo prima che la vecchiaia e poi la morte lo colgano: Ohimè, Postumo, Postumo,


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gli anni si dissolvono fuggendo via a tradimento e la pietà non riuscirà a ritardare le rughe e la vecchiaia che incombe e la morte indomabile. E ancora, nello stesso carme, per rafforzare questa idea con un’immagine viva e dunque di intensa drammaticità, il poeta riprende: Il tuo erede, più degno di te, si prenderà le anfore di Cecubo che cento chiavi proteggono e di vino superbo colorerà il pavimento, un vino migliore di quello delle cene dei pontefici. E a conclusione il suggerimento che, almeno in parte, allevia l’angoscia: Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso : cogli il giorno, fidandoti il meno possibile del domani. Così ha affidato ai posteri i suoi versi nella speranza che la sua poesia potesse superare il rumore del tempo. Rotolano velocemente i secoli, l’uomo conquista agi e poteri ma il sentimento che tormentava i filosofi e i poeti del tempo antico resta e crea profondo disagio nell’animo umano confermando l’incertezza di un grande pensatore come Sant’Agostino che in un famoso passo dell’XI libro delle Confessioni si chiedeva: «Cos’è dunque il tempo?», e con umiltà rispondeva: «Se nessuno m’interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so». Giuseppe Ungaretti ha vissuto tutti i disagi dell’uomo del suo tempo, passando dall’Egitto alla Francia, all’Italia, vivendo l’orrore della Grande Guerra e concludendo che spesso era sommerso dagli eventi, imprigionato come in un canneto che lo rendeva immobile, mentre il tempo, muto, non dava risposte e speranze per il futuro. Ecco i versi de Il tempo è muto. Il tempo è muto fra canneti immoti… / lungi d’approdi errava una canoa… / stremato, inerte il rematore… I cieli / già decaduti a baratri di fiumi… / Proteso invano all’orlo dei ricordi, / cadere forse fu mercé… / Non seppe / Ch’è la stessa illusione mondo e mente, / che nel mistero delle proprie onde / ogni terrena voce fa naufragio. È la voce di uno dei grandi poeti del ‘900 ma non è solo a rammaricarsi di un tempo che percorre la sua pista senza guardare, senza fermarsi, senza ascoltare la protesta dell’uomo. Vincenzo Cardarelli ne centellinava i minuti, le ore, seduto quasi ad attendere la fine.Ora la mia giornata non è più / che uno sterile avvicendarsi / di rovinose abitudini / e vorrei evadere dal nero cer-

chio... / E sogno partenze assurde, / liberazioni impossibili... / Io annego nel tempo. E ci ritorna alla mente l’altra poesia dove il tempo che passa e distrugge vive nei versi di Autunno. Autunno. Già lo sentimmo venire / nel vento d’agosto, / nelle piogge di settembre / torrenziali e piangenti / e un brivido percorse la terra / che ora, nuda e triste, / accoglie un sole smarrito. / Ora che passa e declina, / in quest’autunno che incede / con lentezza indicibile, / il miglior tempo della nostra vita / e lungamente ci dice addio. Uno dei temi principali della poesia di Cardarelli è proprio lo scorrere del tempo. Questa poesia quindi, mette in correlazione le stagioni con la vita dell’uomo. L’estate, cioè la giovinezza, è la migliore stagione della

nostra vita. Nella seconda parte dell’opera, il poeta riflette sulla propria esistenza e si appresta ad avvicinarsi alla vecchiaia. Il tempo ha un ricco corredo di parole che lo identificano, non sempre di significato positivo: “fluisce”, “fugge”, “inganna”; è “mago”, è “ladro”, è “tessitore”, è “cacciatore”. Avverbi e aggettivi usati da Ungaretti a Cardarelli, a Cesare Pavese, a Giorgio Caproni, Mario Luzi, Alda Merini (Tempo perduto in vorticosi pensieri / assiepati dietro le sbarre / come rondini nude (in Vicino al Giordano). In musica, nella splendida canzone Valzer per un amore, Fabrizio De Andrè ci ricorda che: Vola il tempo lo sai che vola e va / Forse non ce ne accorgiamo / Ma più ancora del tempo che non ha età / Siamo noi che ce ne andiamo.


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Anche i Futuristi, che assumono la nozione temporale nel loro nome avanguardistico e che provocatoriamente tendono ad abolire il tempo predicando l’uso del verbo infinito e la soppressione del soggetto nella sua dimensione temporale, se lo ritrovano ambiguamente incorporato nel loro stesso idolo della velocità che, come sappiamo dalle più elementari nozioni di fisica, non è altro che il rapporto fra lo spazio percorso da un punto mobile e il tempo da esso impiegato.

La pittura che illumina il tempo e lo spazio La particolare tecnica pittorica di Caravaggio fu il suo successo perché

portò anche un profondo cambiamento in quella pittura che imitava lo stile legato a un metodo basato prevalentemente sullo studio dell’arte classica, con forti influssi derivati dai protagonisti del Rinascimento italiano da Michelangelo a Raffaello, a Tiziano, Correggio e Leonardo. La rivoluzione di Caravaggio sta nel naturalismo, espresso nei soggetti e nelle atmosfere in cui la capacità di dare a un corpo una forma tridimensionale è evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena. Sono pochi i quadri in cui il pittore lombardo dipinge lo

Raffaello, Poesia, Volta della Segnatura.

sfondo, che passa in secondo piano rispetto ai soggetti, i soli protagonisti della sua opera. Per la realizzazione dei suoi dipinti, Caravaggio nel suo studio posizionava lanterne in posti specifici per far sì che i modelli fossero illuminati solo in parte, a “luce radente”. Con questo artificio, Caravaggio fa emergere da uno sfondo scuro solo specifiche porzioni della scena dipinta, che acquistano in tal modo un rilievo quasi scultoreo. Come ricorda Giulio Carlo Argan, altra grande novità nei dipinti di Caravaggio consiste nel suo non curarsi del bello ma cercare di portare sulla tela il realismo. Aggiunge anche che: «…il motivo religioso è nel pittore anche una rivendicazione sociale perché il divino si rivela anche nel volto degli umili. Quanto alla morte il pensiero della morte è dominante nel Caravaggio, come già in Michelangelo. Ma per Michelangelo la morte era liberazione e sublimazione, per il Caravaggio è soltanto la fine, l’enigma della tomba». Anche per Jan Vermeer l’elemento innovativo che contraddistingue la sua pittura è la luce ma è una luce con un compito diverso da quello di Caravaggio in quanto coinvolge tutti gli spazi dei suoi quadri, lo spazio simulato e lo spazio dipinto, è una luce reale che illumina l’ambiente. È una luce che ha una sorgente che diventa colore e delimita le forme esaltandole e ne definisce i volumi. La luce naturale della cittadina olandese, Delft, che penetra attraverso le finestre e rimane sospesa a indicare un’ora del giorno indefinita e sempre uguale. Ancora un elemento quasi tangibile che emerge dai dipinti è il silenzio: il fiume che scorre nel centro di Delft, il latte che viene versato, uno strumento musicale abbandonato in un angolo a ricordo della sua musicalità, lo sguardo silenzioso ed emblematico della ragazza con l’orecchino di perla. Vermeer è stato definito “pittore di genere” in quanto i soggetti non sono ispirati da fatti memorabili della storia, della religione, del mito, ma appaiono semplicemente legati a situazioni che avvengono in scenari quotidiani, ebbene anche la normalità è esaltata dalla luce fino a presentarla in una scenografia eccezionale. Tornato alla luce dopo lunghi periodi di silenzio ha superato il rumore del tempo che annulla e fa dimenticare. Se i pittori Caravaggio e Vermeer hanno fermato il tempo con fasci di luce, Marc Chagall >>

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In alto a sinistra: Caravaggio, Incoronazione di spine. A destra: Jan Vermeer, La lattaia. In basso a sinistra: Marc Chagall, La notte verde. A destra: Raffaello, Il Parnaso - La Musica.

ha saputo catturare i colori prorompenti in un non-spazio, in una non-dimensione, in un non-tempo. Quando pensiamo a Chagall, ci vengono in mente poche cose ben distinte: il colore blu, il romanticismo e la poesia del volo. A lui hanno cercato di attribuire uno stile compreso tra Fauvismo onirico, una pittura che contiene i colori

evidenziati in modo espressionista, che deforma le figure, che evidenzia il Primitivismo. Però Chagall non amava le definizioni. Nella sua carriera infatti ha preso a piene mani dal Surrealismo e dal Cubismo, per poi trovare uno stile personale e totalmente riconoscibile. I suoi lavori appaiono in un primo tempo pieni di vita e di ener-

gia, ma già al secondo sguardo malinconici. Un sentimento simile a quello di quando ci dobbiamo svegliare da un sogno particolarmente bello. Chagall è di origini ebraiche, nato nell’Impero russo (nell’attuale Bielorussia) e in seguito naturalizzato francese. Nelle opere di Chagall convivono con forza le


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tematiche legate a queste tre diverse “patrie”, insieme all’amore sconfinato per la moglie Bella e quello malinconico per la sua infanzia. Le atmosfere oniriche, i mondi surreali e la tenerezza dei personaggi che popolano le sue opere hanno reso l’arte di Chagall un ponte tra la pittura e la poesia. Le sue opere all’inizio ti fanno sorridere, con quei colori carichi di un’intensa allegria, poi ti fermi e fai due passi indietro per ammirare quella maestria nel catturare la luce e trasformarla in sogni. Alla fine, quando leggi la storia della vita di Chagall rivedi ancora quelle opere ma con occhi diversi, più malinconici. Come ha scritto Tarkovskij «L’arte esiste e si afferma là dove esiste quell’eterna e insaziabile nostalgia della spiritualità, dell’ideale, che raccoglie gli uomini attorno all’arte». L’arte declinata in ogni aspetto: poesia, pittura, musica; tutte hanno la missione di nutrire gli animi, consolarli, rassicurali a dispetto di eventuali realtà che rattristano la vita.

La musica è l’eco degli eventi del tempo C’è un momento in cui la musica si avvicina maggiormente alle esi-

genze dell’uomo, e vuole esprimere i suoi sentimenti e sono due, tra i grandi compositori del XIX secolo, che sono pronti a cogliere questa richiesta: Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Sono due grandi maestri, un italiano e un tedesco, che per strade divergenti, opposte addirittura, diventano figure dominanti nel costume esteriore e interiore dell’Ottocento. Il melodramma conquista la scena con il suo contenuto concreto, con i suoi legami visivi, è una vera e propria parabola capace di avvincere sia per quello che narra che per quanto può suggerire. Verdi e Wagner sono profondamente diversi per qualità di spirito e valutazioni estetiche, per educazione, per interessi culturali, eppure questi due poli del teatro lirico ottocentesco presentano numerosi tratti che li identificano come figli dello stesso secolo che hanno sentito il bisogno di una rottura con il passato. C’è in entrambi la stessa accettazione dell’assurdo come un diritto dell’artista alla rivincita nel confronto di tante esattezze e di tante realtà dimostrabili. Affrontando l’estremo di ogni sentimento, di ogni passione, di ogni ossessione vogliono riunire l’uomo alla sua originaria e spontanea condizione


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A sinistra: Giuseppe Ungaretti e Alda Merini. Sopra, da sinistra:: Giuseppe Verdi. Richard Wagner. Dmitrij Shostakovich.

di ebbrezza, di diretto contatto con il proprio destino. Entrambi vivono i propri sogni: Verdi celandosi dietro la rigidità mestiere, dietro la corsa al successo, Wagner espandendosi in disordinati clamori, in voglie cieche di trovare logica consistenza nel più sfrenato volo della fantasia. Per Verdi la sorte degli uomini è tutta incomprensibile e ingiusta, per Wagner la negatività di fondo offre la possibilità di venire inter-

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pretata e vinta quando e se le creature riescono a concepire i legami invisibili che le congiungono all’universo, lo spirito della natura da cui non possono mai dissociarsi. L’autore di Traviata e l’autore di Tristano e Isotta sono i due termini di una medesima fatalità teatrale, seguono entrambe il compito di rompere le barriere tecniche e spirituali di un lungo passato, l’idea che la musica avesse sempre celato un che di

esclusivo, di ristretto in circoli chiusi. Ma se di rottura di schemi musicali si parla non possiamo ignorare il compositore russo Dmitrij Shostakovich formatosi artisticamente nel clima politicamente e culturalmente acceso della rivoluzione sovietica, costretto in seguito ad affrontare i cambiamenti del potere politico. Il suo linguaggio si rifà alla tradizione e cultura russa, mischiandola a una

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Da sinistra: Teresa Stratas, Violetta nella Traviata di Zeffirelli. Tristan und Isolde di Wagner, Teatro San Carlo, Napoli 2015. Lady Macbeth di Shostakovich, Metropolitan Opera, New York 2014.

propria e originalissima visione della forma e del contenuto. Le sue opere teatrali come Il Naso e Lady Macbeth del Distretto di Mcensk riflettono gli entusiasmi che seguirono la Rivoluzione d’Ottobre, anche se Lady Macbeth fu attaccata dal giornale Pravda che scrisse un articolo con il titolo «caos anziché musica». Le sue difficoltà e la sua paura di vivere sono narrate nel libro di Julian Barnes, Il rumore del tempo. «Una parabola di umana degradazione in cui la minaccia di una violenza non agìta grava su ogni pagina», così definita da

Jeremy Denk, nel “New York Times Book Review”. Pur nel timore di esporsi e nel disprezzo per la sua codardia Shostakovich si rivolge ai compositori suoi contemporanei: «Musicisti sovietici, miei cari e molteplici compagni d’arme, amici miei! Ricordate che la nostra arte è seriamente minacciata. Ma noi difenderemo la nostra musica, continueremo con la stessa onestà e con la stessa dedizione a lavorare. La musica che ci è tanto cara, alla cui creazione dedichiamo il meglio di noi, deve continuare a crescere perfezionarsi, come è stato sem-

pre. Dobbiamo ricordare che ogni nota che esce dalla nostra penna è un progressivo investimento nella possente edificazione della cultura. E tanto migliore, tanto più meravigliosa sarà la nostra arte, tanto più crescerà la nostra certezza che nessuno mai sarà in grado di distruggerla». La speranza di Shostakovich è che «il rumore del tempo, ogni suo spaventoso bercio e untuoso bisbiglio, finisca per dissolversi consegnando ai posteri solo la musica. La sua musica e nient’altro». m

The Noise of Time: an Inexorable Rhythm Marked by Poetry, Painting, Music We live our present with the heavy burden of our past, while we hurry towards a future we hope will have nice surprises for us. Time rules our lives. Since ancient times, time has dominated human thinking, and there have been several attempts to seize it in symbols such as Orobus (the image of the circle embodying the eternal comeback). Human beings have tried to beat time locking it up in symbols as we can see in Giulio Romano’s Allegoria dell’immortalità (Allegory of immortality) where the phoenix rises from its ashes in contrast with the sphinx, representing death. In Annibale Carracci’s Allegoria della Verità e del Tempo (Allegory of Truth and Time) time is embodied by an old man holding an hourglass and taking the winged Truth out of the well. Time has been an obsession also for Ancient Greeks who have declined the idea using the word kronos to mean chronological time e and kairos to mean the “right moment” or the “supreme moment”. Kronos was the divinity of time and ended up swallowing his own sons, as he feared to loose the power of eternal life. The episode has become an emblem of tragic atrocity for many painters, including Goya and Rubens. Primitive men learnt to divide time in months observing the Moon, in 3000 b.C. Babylonian priests divided the day in 24 hours, in 1.500 b.C. Egyptians invented the first instrument to measure time, the sundial. After two centuries they also invented the water clock. The first mechanical clocks were invented in Europe in the XIII century. Today clocks have become our masters and nightmares. That is why some important artists have put them at the centre of their works. Chagall sometimes depicts winged clocks,

Salvador Dalì paints clocks like a still life where each instant is so quick that everything is changing under our gaze. According to Guttuso time can be stopped by thought. Concetto Pozzati obsessively paints clocks trying to measure a suspended time. Time and Poetry In poetry time becomes sentiment. «Panta rei os potamos» (Everything flows like a river) is the famous aphorism by Heraclitus; among ancient Greeks the poet Mimenrmus (VII-VI century a. C.) reminds us how time is short and fleeting. Time is an obsession for Horace (Carmina II, 14) the author of the well known «carpe diem» verses. Later on, Saint Augustine in his Confessions, wonders: «What is time? If nobody asks me, I know; If I try to explain to those who ask me, I don’t know». The Italian Giuseppe Ungaretti wrote “time is mute”, and therefore could not give him answers. Vincenzo Cardarelli, among the most important Italian poets in XX century, would savor each minute, each hour, sitting down as he was waiting for the end. Time is described using many different words whose meaning is not necessarily positive: it “flows”, “runs away”, “cheats”; it is a “magician”, “thief”, “weaver”, “hunter”. These verbs and adjectives used by many poets such as Ungaretti, Caldarelli, Cesare Pavese, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Alda Merini. In Fabrizio De André's Valzer per un amore time is «flying and running away». Also Futurists, who provokely wanted to abolish time using the infinitive form of verbs and deleting subjects, could not escape the idea of time set when dealing with their own idol: speed (which is nothing but the relationship between space and time).

Painting Illuminates Time and Space Caravaggio’s revolution lies in his peculiar and theatrical way to illuminate his scenes. Caravaggio does not mind about beauty as he tries to put realism on canvas; he is dominated by the thought of death just like Michelangelo, but in Caravaggio death is not liberation and sublimation, it is rather the end, the enigma of tomb. Also In Vermeer the novelty lies in his peculiar use of light. Natural Delft’s light enters through the windows and lingers on, indicating an unchanging and indefinite hour of the day. If Caravaggio and Vermeer have stopped time using light beams, Chagall has been able to to catch overflowing colours in a no-space and a no-time dimension. Music is the echo of time In XIX century two composers met people's expressive needs: Verdi and Wagner. Their melodrama - with its concrete content - was able both to tell and suggest stories. Verdi and Wagner were very different but felt the same need to break up with the past, they both wanted to connect audience to the early and spontaneous condition of inebriation, of direct contact with their own fate. They are the two antipodes of a same theatrical fatality, they both broke technical and spiritual barriers, they contrasted the idea of music as an exclusive practice for elites. And speaking of breaking musical schemes, we cannot ignore the Russian composer Sostakovich. His language takes inspiration from Russian culture and tradition and mixes it with his very original vision of form and content. His difficulties and his being afraid to live are told by Julian Barnes nin the novel Noise of Time.


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Cinque eccellenti direttori sul podio di celebri orchestre DI

ENRICO GRAMIGNA

Il Ravenna Festival, sin dalla sua nascita, è un punto di riferimento per ogni orchestra di alto profilo: ogni anno, infatti, si avvicendano sui vari palchi compagini tra le più importanti del panorama internazionale. Quest’anno, rispetto al recente passato, l’impegno orchestrale è aumentato portando addirittura a cinque gli appuntamenti che vedono presenti a Ravenna grandi formazioni, e grandi direttori e grandi solisti. Il primo appuntamento, il 28 maggio, vedrà i Munich Philharmonic diretti da Semyon Bychkov riportare sul palco del

Semyon Bychkov e i Munich Philharmonic, Ottavio Dantone e Accademia Bizantina, Leonard Slatkin e l’Orchestre National de Lyon, Juraj Valchuha e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Yuri Temirkanov e l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo Palazzo Mauro de André la celeberrima Symphonie fantastique (Épisode de la vie d’un artiste) op.14 di LouisHector Berlioz. Il compositore francese ebbe una carriera divisa tra l’amore e l’odio dei colleghi proprio per le sue idee innovatrici: tra di esse vi fu proprio la musica a programma, come la sinfonia in questione, >>

A sinistra, sopra: Yuri Temirkanov. Sotto: Leonard Slatkin. A destra, dall’alto: Ottavio Dantone con Accademia Bizantina. Yuri Valchua. Semyon Bychkov.


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Symphonic Concerts, Excellent Conductors and Famous Orchestras Ravenna Festival has always been a landmark for any important orchestra. This year there will be five events involving important orchestras, directors and soloists. On May 28th, the Munich Philharmonic conducted by Sermon Tereshkova will play “Symphonies fantastic (Episode DE la vie dun artiste)” op.14 by Louis-Hector Berlioz, but the concert will start with “Concert n.1” by Pëtr Il’ič Čajkovskij interpreted by Jean-Yves Thibaudet. Two Italian excellences will meet for the second symphonic event: the orchestra called Accademia Bizantina conducted by Ottavio Dantone and Vincenzo Sollima's

tipo di composizione musicale accompagnato da un testo che motiva e giustifica la composizione e senza il quale essa non è completa. Questo genere musicale, ed il suo sviluppo nel poema sinfonico, fu fortemente osteggiato nel

cello will focus on the Austrian composer Franz joseph Haydn (symphonies n. 80-81 are coeval of Concert n. 2 for cello, a test bench for any soloist). The Concert for violin op. 64 by Felix Mendelssohn-Bartholdy will be interpreted by the great Anne-Sophie Mutter who will propose her personal interpretation of this difficult concert together with the Orchestre National de Lyon conducted by Leonard Slatkin. The concert will include Le Carnaval Romain op.9 by Luis-Hector Berlioz and three famous scores by Maurice Ravel: the Rhapsodie Espagnole, the Pavane pour une infante defunte, and suite n.2 from Daphnis et Chloé ballet. During

secondo Ottocento dalla corrente dei formalisti guidati dal critico Eduard Hanslick che nel suo “Il bello musicale” si oppose fermamente all’imperare della musica in associazione ad un testo che ne dirimesse il contenuto. In apertura di

that evening, audience will also have the chance to listen to a composition by Tōru Takemitsu, Nostalghia in memory of the film director Andrej Tarkovskij. On June 30th the Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, conducted by Juraj Valčhua, will perform, together with the French piano player David Fray, the Concert for piano op.54 by Robert Schumann. The second and last piece will be the famous Eine Alpensinfonie op.64 by Richard Strauss. The concert by St Petersburg Philarmonic Orchestra conducted by the Russian Yuri Temirkanov will be completely focused on Dmitrij Sostakovič' oeuvre, on July 4th.

concerto si potrà ascoltare un altro brano che rompe gli schemi tradizionali, il “Concerto n.1” di Pëtr Il’ič Čajkovskij eseguito dal francese Jean-Yves Thibaudet: il primo dedicatario di quest’opera fu il celebre pianista, nonché direttore del Conservatorio di

Mosca, Nikolaj Grigorevi Rubin tejn, il quale alzò numerose critiche al brano e si rifiutò di suonarlo tanto che alla fine il compositore scelse di dedicarlo celebre pianista e direttore d’orchestra Hans von Bülow che lo eseguì per la prima volta a Boston nel 1875. Nel secondo appuntamento sinfonico avverrà l’incontro di due grandi eccellenze italiane, l’orchestra Accademia Bizantina, acclamata in tutto il mondo come una delle più importanti orchestre che praticano musica strizzando

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l’occhio alla prassi esecutiva storicamente informata e diretta dal proprio deus-ex-machina Ottavio Dantone, ed il violoncello di Giovanni Sollima, notevole compositore oltre che gran virtuoso dello strumento a corde dal timbro baritonale. Questo incontro sarà incentrato sulla musica di un compositore austriaco mai abbastanza celebrato, Franz Joseph Haydn. Le sinfonie nn. 80-81 sono state composte, insieme alla n.79, come un ciclo unico nello stesso periodo di composizione del Concerto n.2 per violoncello, grande banco di prova per ogni solista: in questa fase della lunga vita al servizio dei principi Esterhàzy, l’ormai cinquantenne compositore era riconosciuto come il riferimento per ogni giovane musicista e proprio a questo periodo risale l’amicizia con il giovane Mozart per il quale Haydn nutriva una forte stima. Un altro ritorno al Festival, nel terzo appuntamento, è quello del Concerto per violino op.64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy: ad interpretarlo sarà chiamata l’immensa Anne-Sophie Mutter che, insieme all’Orchestre National de Lyon, offrirà la personale lettura del difficile concerto del compositore tedesco. Il direttore Leonard Slatkin sarà alla guida della compagine francese che in apertura di concerto eseguirà Le Carnaval Romain op.9 di LuisHector Berlioz e chiuderà la serata con tre tra i brani più famosi di Maurice Ravel scritti per orchestra sinfonica: la Rhapsodie Espagnole e la Pavane pour une infante defunte sono collegate alla ascendenza spagnola del compositore, mentre la suite n.2 tratta dal balletto Daphnis et Chloé è frutto della collaborazione del musicista con i celebri Balletti russi di Sergej Djagilev. All’interno della serata troverà anche spazio una

Fra i solisti che accompagnano i grandi concerti del Festival spiccano la violinista Anne-Sophie Mutter, il violoncellista Giovanni Sollima, e i pianisti David Fray, Jean-Yves Thibaudet e Denis Matsuev

composizione di Tōru Takemitsu, Nostalghia scritta dal compositore giapponese in memoria del celebre regista russo Andrej Tarkovskij. Il 30 giugno sarà la volta dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Juraj Valčuha, già a lungo direttore stabile di questa formazione, che eseguirà, insieme al pianista francese David Fray, il Concerto per pianoforte op. 54 di Robert Schumann. Quest’opera, uno dei più autentici manifesti dell’arte compositiva del musicista tedesco, ebbe la sua prima rappresentazione nel 1846 a Lipsia con Clara Wieck, moglie del musicista sassone, alla tastiera, diretta niente meno che da Felix Mendelssohn-Bartholdy. Il secondo brano, che chiuderà il concerto, sarà il famoso Eine Alpensinfonie op. 64 di Richard Strauss, ultimo poema sinfonico scritto dal musicista monacense in un periodo nel quale il suo interesse compositivo si era ormai rivolto verso l’opera. Totalmente rivolto all’opera di Dmitrij Shostakovich sarà, invece, il concerto dell’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, il 4 luglio, diretta dalla bacchetta russa di Yuri Temirkanov. Il primo dei due brani in programma sarà il Concerto per pianoforte con accompagnamento di orchestra d’archi e tromba n. 1, eseguito con l’apporto fondamentale del pianista russo Denis Matsuev e del trombettista Bogdan Dekhtiaruk, mentre chiuderà l’esibizione della compagine

ingriana l’esecuzione della Sinfonia n. 7 del compositore pietroburghese dedicata proprio alla città, il cui nome al tempo era Leningrado, nel massimo impeto patriottico durante l’ultima Guerra Mondiale. m

Da sinistra: Anne-Sophie Mutter, David Fray, Denis Matsuev, Giovanni Sollima, Jean-Yves Thibaudet

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concerto di solidarietà

classica, sacra, contemporanea

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Muti, Verdi e le “Vie dell'Amicizia” approdano in Iran DI ENRICO GRAMIGNA

In occasione del ventennale de “Le Vie dell’Amicizia”, Ravenna Festival torna a volgere lo sguardo a Oriente e approda nell’antica Persia: da Ravenna - porta dischiusa sull’Oriente - partirà un viaggio capace di rinsaldare le relazioni con un Paese i cui legami con l’Italia prevalgono sulle ragioni della geografia. A guidare il viaggio è ancora una volta Riccardo Muti, ambasciatore di cultura nel mondo, che condurrà in un programma interamente dedicato a Verdi artisti italiani e iraniani, uniti per l’occasione a Teheran il 6 luglio e a Ravenna l’8 luglio, nello spirito di fratellanza che dal 1997 anima il progetto in luoghi simbolo della storia antica e contemporanea. Il doppio concerto arriva a meno di due anni dalla ricostituzione dell’Orchestra Sinfonica e del Coro di Teheran, formazione i cui ottant’anni di storia hanno accompagnato le vicende del Paese e che, per Ravenna Festival, si unirà all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e a musicisti delle principali Fondazioni Lirico Sinfoniche (Teatro alla Scala, Petruzzelli di Bari, Comunale di Bologna, Maggio Fiorentino, Carlo Felice di Genova, San Carlo di Napoli, Massimo di Palermo e l’Opera di Roma). All’orchestra di oltre 100 elementi così costituita, si affiancherà l’altrettanto numeroso coro composto per metà da artisti italiani del Coro del Teatro Municipale di Piacenza e per l’altra metà da artisti iraniani.

Il repertorio scelto per questi due concerti sarà imperniato sulla titanica figura di Giuseppe Verdi e su alcune tra le pagine più importanti. Il concerto si aprirà con la Sinfonia da I vespri siciliani alla quale seguirà l’aria “O tu Palermo”, una sorta di dichiarazione d’amore verso il patrio suolo che vedrà protagonista il basso Riccardo Zanellato. Seguirà il duetto tra il tenore Piero Pretti ed il baritono Luca Salsi “Dio che nell’alma” da Don Carlos prima di gettarsi nell’ambientazione genovese del Simon Boccanegra da cui si potrà ascoltare “Il lacerato spirito”, mesta aria del basso, e “Sento avvampar nell’anima. Macbeth sarà, invece, l’opera che dominerà la seconda metà del concerto, infatti, proprio da quest’opera, grazie alla quale la sapienza drammaturgica verdiana viene esaltata dal soggetto shakespeariano, si potranno ascoltare le famosissime arie “Studia il passo, o mio figlio” e “Ah, paterna mano” e gli altrettanto celebri cori “Patria oppresa” e “La patria tradita”. Chiuderà infine il concerto una tra le pagine sinfoniche più importanti della produzione del Cigno di Busseto, ovvero la Sinfonia da La forza del destino, inconfondibile sin dal primi frammenti sonori. II concerto su “Le Vie dell’Amicizia” rinnova la collaborazione con la Rai, testimone con la diretta di RadioTre da Ravenna l’8 luglio; mentre su Rai1 il concerto andrà in onda successivamente, arricchito con filmati e immagini dall’Iran. m

1997 -2017: compiono vent’anni i viaggi del Ravenna Festival all'insegna della fratellanza e degli scambi culturali nel mondo attraverso il messaggio della grande musica Albo d'oro

Tutti i “ponti dell’amicizia” da Sarajevo a Teheran 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017

SARAJEVO Centro Skenderija BEIRUT Forum di Beirut GERUSALEMME Piscina del sultano MOSCA Teatro Bolshoi EREVAN - ISTANBUL Palazzo dell’Arte e dello Sport Convention & Exhibition Centre NEW YORK Ground Zero - Avery Fisher Hall (Lincoln Center) IL CAIRO Ai piedi delle Piramidi DAMASCO Teatro Romano di Bosra EL DJEM Teatro Romano di El Djem MEKNÈS Piazza Lahdim CONCERTO PER IL LIBANO Roma, Palazzo del Quirinale MAZARA DEL VALLO Arena del Mediterraneo SARAJEVO Olympic Hall Zetra ITALIA-SLOVENIA-CROAZIA Piazza Unità d’Italia, Trieste NAIROBI Uhuru Park CONCERTO DELLE FRATERNITÀ Pala De Andrè, Ravenna CONCERTO PER LE ZONE TERREMOTATE DELLl’EMILIA Piazza della Costituente, Mirandola REDIPUGLIA Sacrario Militare, Fogliano di Redipuglia OTRANTO Cattedrale di Otranto TOKYO Teatro Bunka Kaikan - Metropolitan Theatre TEHERAN Bagh-e Melli

Muti, Verdi and the Roads of Friendship: a bridge connecting Ravenna to Teheran On the twenty years anniversary of “Le vie dell'amicizia” (the Roads of Friendships), Ravenna Festival will once again look towards East. This year the traditional ideal bridge of fraternity through art and culture will connect Ravenna to Teheran, capital of Iran, the ancient Persia. Riccardo Muti will expertly conduct l'Orchestra giovanile Luigi Cherubini playing with musicians from Orchestre della Fonazione Lirico Sinfoniche Italiane and Coro del teatro municipale di Piacenza directed by Corrado Casati. Also, many musicians from Teheran symphonic orchestra and Choir (directed by Razmik Ohanian) will be on stage to play together with the Italian colleagues. The concert will take place on July 6th in Iran and will be replayed on July 8th in Ravenna. The repertoire will be based on the titanic composer Giuseppe Verdi.

Riccardo Muti con Enzo Biagi a Sarajevo nel 1997


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Spiritualità

classica, sacra, contemporanea

Ravenna Festival Magazine 2017

Antiche armonie fra mistica e devozione

DI ENRICO GRAMIGNA

«Se nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più». Questa frase, che a tutta prima potrebbe essere considerata quasi una battuta si trova niente meno che nelle Confessioni di Sant’Agostino. A ben vedere, questa frase del Dottore della Grazia sottolinea quanto il concetto di tempo sia stato indagato non solo in ambito filosofico, ma anche in campo teologico. Proprio la dimensione sacra del tempo avrà un ampio spazio nel

In cartellone, ensemble strumentali e vocali quali: La Stagione Armonica, coro Costanzo Porta e Cremona Antiqua, Cappella Marciana, Allabastrina, il Coro Ortodosso di Mosca e i Cantores Minores di Helsinki Ravenna Festival 2017, nel quale ogni appuntamento proporrà una riflessione particolare intorno alla tematica principale che permea e titola il Festival, il “Rumore del Tempo”. Il primo appuntamento, il 2 giugno in San Vitale, sarà con il Concerto Vocale La Stagione Armonica diretta da Sergio

Balestracci. In questa circostanza verrà approfondita la differenza tra i corali luterani, nell’anniversario del quinto centenario della Riforma luterana, e le musiche legate alla Controriforma conseguente il Concilio di Trento: sarà quindi un momento per poter ascoltare le composizioni sacre di maestri del contrappunto teu-

tonici, quali Johann Sebastian Bach e Georg Philipp Teleman, e del Belpaese, su tutti Giovanni Pierluigi da Palestrina. Il Coro Costanzo Porta & Ensemble Cremona Antiqua – il 4 giugno nella maestosa cornice di Sant’Apollinare in Classe – diretto da Antonio Greco, sarà impegnato in un’operazione estrema, come estremi sono i due lembi della storia musicale di scena sul palco del Festival. Protagonisti di questo concerto, infatti, saranno i brani composti nel ‘500 da Andrea e Giovanni Gabrieli per la veneziana Basilica di San Marco


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Spiritualità

classica, sacra, contemporanea

Ravenna Festival Magazine 2017

a cui faranno da contrappeso i brani del minimalismo sacro novecentesco di Arvo Pårt e John Tavener. Seguirà, l’11 giugno sempre nella basilica di San Vitale, il primo concerto dedicato a Claudio Monteverdi a 450 anni dalla nascita. I Solisti della Cappella Marciana, diretti da Marco Gemmani, eseguiranno la ricostruzione dei Vespri dell’Assunta, brani non dati alle stampe dal compositore cremonese, ma raccolti dopo la sua morte dal suo editore con la volontà di celebrare la fortuna che queste musiche riscossero all’epoca presso coloro che si recavano alle funzioni a San Marco.

A sinistra in alto: Cantores Minores di Helsinki. In basso da sinistra: il Coro di Mosca e i Solisti della Cappella Marciana. A destra: la Stagione Armonica.

Un altro anniversario sarà protagonista del concerto del 18 giugno (ancora nella basilica di Classe) quando a Ravenna verranno ricordati i primi 100 anni dell’indipendenza della Finlandia. I protagonisti di questo appuntamento saranno i Cantores Minores della Cattedrale di Helsinki, sorti nel solco della tradizione corale protestante nel 1952, i quali daranno vita, diretti da Hannu Norjanen, ad un concerto fondato su pilastri certi quali le composizioni di Johann Sebastian Bach, vertice della polifonia corale, ed il quartetto formato da Jean Sibelius, Joonas Kokkonen, Einojuhani Rautavaara e Jaakko Mäntyjärvi, esponenti di un’orgogliosa scuola nazionale finlandese. Il secondo omaggio a Claudio Monteverdi sarà il 19 giugno, anche questo a Classe, quando l’Allabastrina Choir & Consort si cimenterà nell’esecuzione di composizioni tratte dalla Selva Morale e Spirituale, raccolta di musica sacra considerata il vero testamento spirituale del compositore cremonese. Dell’evento ne parla la direttrice dell’ensemble corale Elena Sartori in queste pagine.

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Spiritualità

classica, sacra, contemporanea

Ravenna Festival Magazine 2017

Mystic and Devotion: Sacred Music from Monteverdi to Minimalism Sacred notes between Mysticism and Devotion In a Festival dedicated to the issue of “time”, sacred music cannot but have a great importance. On June 2nd the Concerto Vocale La Stagione Armonica conducted by Sergio Balestracci will explore differences between Lutheran choirs and Counter-reform musics. The Coro Costanzo & Ensemble Cremona Antiqua (June 4th) conducted by Antonio Greco will perform Andrea and Giovanni Gabrieli's fragments dating back to XVI century in contrast with Arvo Paart and John Tavener's XX century sacred minimalism. On June 11th the first concert dedicated to Claudio Monteverdi, born 450 years ago, will take place. The Solisti della cappella Marciana, conducted by Marco Gemmani, will perform the reconstruction of the Vespri dell'Assunta. Another anniversary is celebrated on June 18th: 100 years of independence of Finland. The Cantores Minores from Helsinki Cathedral, conducted by Hannu Norjianen, will play Bach and the quartet formed by Jean Sibelius, Joonas Kokkonen, Einojuhani Rautavaara and Jaakko Mäntyjärvi. On June 19 there will be the second homage to Claudio Monteverdi with the Allabastrina Choir & Consort, while the last event with sacred music will be on June 25th: on stage the choir of the Orthodox Russian Patriarchate conducted by its founder Anatolij Grindenko. Five Concerts in Churches for Sunday liturgies Ravenna Festival dedicates to Christian liturgy musics the concerts included in "In templo domini", sacred music in the most important churches in town. On June 4th, in the Basilica di San Francesco the Coro Costanzo Porta & Ensemble Cremona Antiqua, conducted by Antonio Greco, will play Porta's Missa Ducalis. On June 11th, in the Basilica di Sant’Agata Maggiore, I Solisti della Cappella Marciana, conducted by Marco Gemmani, will remember Claudio Monteverdi, in the 450° anniversary of his birth. On June 18th in the Basilica di Sant’Apollinare in Classe the Cantores Minores and their conductor Hannu Norjanen will create an interreligious meeting between Protestantism and Catholicism playing Einojuhani Rautavaara, Anton Bruckner, Johann Sebastian Bach and other Finnish composers. On June 25, the Orthodox church Protezione della Madre di Dio will be the performing stage for the Choir of the Orthodox Patriarchy in Moscow and his founder and conductor, Anatolij Grindenko. The last event will be on July 2nd in the Basilica di San Vitale with the vocal quartet Orlando Consort playing Missa Nunca fuè pena mayor by the Spanish Francisco de Peñalosa. The sublime Monteverdi's vocalism in Elena Sartori's concert Since its origins, music has been associated with sacred things. Religious liturgies have evolved over the centuries and in Europe last millennium was a breeding ground for Cristian sacred music to develop. An incredible example of catholic synthesis is represented by Claudio Monteverdi's Selva morale e spirituale. Fragments of this work will be played on June 19th, in the Basilica of Sant'Apollinare in Classe, by singers and musicians of Allabastrina Choir & Consort conducted by Elena Sartori. «Monteverdi is a point of arrival in the history of music, his production is the outcome of theatre antiquity in the sacred sphere. – says Sartori – In 2013 I started to explore this collection of compositions by Monteverdi and since then I have been maturating the idea to concentrate the most important fragments in a concert». Sartori underlines how she approves the choice of the Basilica for the concert «I often regain my strength looking at those wonderful mosaics that are rich of naturalistic details, just like Monteverdi's Selva».

In repertorio, compositori del cinque-seicento da Gabrieli a Monteverdi da Pierluigi da Palestrina a Bach, ma anche Mozart, Sibelius e autori contemporanei come Arvo Pårt, John Tavener e Gavin Bryars L’ultimo appuntamento con la musica sacra, il 25 giugno nell’antica basilica metropolitana di Sant’Apollinare Nuovo, vedrà di scena il Coro del Patriarcato Ortodosso di Mosca diretto dal suo fondatore, Anatolij Grindenko. Nonostante il repertorio d’elezione del coro verta sulle polifonie tradizionali russe cinque-seicentesche, nel concerto ravennate vi sarà ampio spazio per ascoltare brani di compositori di diversi periodi come l’inglese Thomas Tallis, il famoso maestro del conservatorio di San Pietroburgo Nikolaj Andreevich Rimskij-Korsakov e l’insospettabile Zar Aleksej Michailovich, padre di Pietro il Grande. Proseguendo sulla sacralità del

tempo, fra armonie mistiche e note devozionali, il Festival 2017 offre all’ascoltatore ulteriori numerosi appuntamenti – prima del tramonto per i Vespri nella basilica di San Vitale, e in diverse chiese cittadine, in occasione delle liturgie domenicali.

Vespri di preghiera e devozione: musiche sacre ogni sera a San Vitale L’importanza della liturgia delle ore nella devozione cristiana affonda le proprie radici nel concetto di preghiera senza interruzione, espresso diverse volte nel


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Spiritualità

classica, sacra, contemporanea

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Vangelo di Luca da Gesù e sintetizzato da San Paolo nella Lettera agli Efesini (6,18 Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere): questa liturgia, infatti, scandisce temporalmente la giornata di ogni buon credente. Culmine di queste occasioni di orazione è la recita dei Vespri, il momento di raccoglimento all’ora in cui scende il Sole quando ancora non è necessaria un’illuminazione artificiale. Come ogni liturgia, nel passato anche quella delle ore era accompagnata da musiche ed infatti, gran parte di essa era cantata, perciò non stupisce che molti compositori vi si siano dedicati. Anche quest’anno il Ravenna Festival dedica un’importante attenzione alla musica sacra con l’ormai nota rassegna Vespri a San Vitale, grazie alla quale la preghiera vespertina tornerà a risuonare nella Basilica ravennate. I primi protagonisti saranno i musicisti del Trio Quodlibet che, dal 25 al 31 maggio, proporranno una sorta di dialogo interreligioso portando nella più nota tra le chiese di Ravenna la musica del più importante musicista luterano, Johann Sebastian Bach, eseguendo uno dei suoi più celebrati

lavori, le Variazioni Goldberg BWV 988 (rielaborate per trio d’archi da Bruno Giuranna). Saranno, invece, il coro ravennate Ludus Vocalis ed il suo storico direttore Stefano Sintoni i protagonisti degli appuntamenti che si svolgeranno dal 1 al 4 giugno. In questo caso risuoneranno nella Basilica le note di Giuseppe Calamosca, maestro di cappella a Ravenna dal 1905. Tra i brani proposti spiccano la Missa Ave Maris Stella op.12 e l’Entrata per organo, che vedrà impegnata allo strumento principe del repertorio sacro Cristina Bilotti. Il Coro dell’Istituto Verdi di Ravenna, diretto da Antonio Greco e supportato dall’organo suonato da Andrea Berardi, offrirà, dal 5 al 7 giugno, una miscela di brani tra i quali spicca il celebre Miserere mei, Deus di Gregorio Allegri, al quale è legato l’aneddoto secondo il quale il giovane Mozart sarebbe stato capace di trascrivere l’intera composizione dopo un solo ascolto basandosi solo sulla propria memoria. La chitarra è associata, nell’immaginario collettivo, al repertorio popolare, tuttavia nel corso della storia della musica i progenitori

di questo diffuso strumento furono impiegati stabilmente nell’esecuzione della musica sacra. Dal 8 al 14 giugno il chitarrista Gabriele Balzerano ripercorrerà i brani più significativi dell’espressione sacra a pizzico, dalle composizioni di Silvius Leopold Wiess e Johann Sebastian Bach per liuto alle espressioni più

Nella pagina a fianco, in alto, da sinistra: coro Costanzo Porta e l’ensemble Cremona Antiqua. In basso: concerto per i Vespri a San Vitale. In questa pagina, da sinistra: i direttori Antonio Greco (coro Costanzo Porta) e Marco Gemmani (Cappella Marciana)


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Spiritualità

classica, sacra, contemporanea

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recenti di Carlo Domeniconi e Mario Castelnuovo-Tedesco. L’Ensemble Produzioni Armoniche, dal 15 al 21 giugno, proporrà un programma incentrato sulla devozione mariana declinata al femminile. Saranno, infatti, eseguiti brani di compositrici tra le più note del periodo barocco, tra le quali Francesca Caccini e Barbara Strozzi, a torto troppo spesso dimenticate nelle sale da

concerto. Alle prese con un programma doppio sarà il Gruppo vocale Heinrich Schütz diretto da Roberto Bonato, presente dal 22 al 28 giugno. Il primo programma porrà al centro dell’attenzione i Salmi con musiche di diversi compositori tra cui Wolfgang Amadeus Mozart, mentre il secondo programma sarà incentrato sulla musica di Josquin

Desprez e Cipriano de Rore, i più fulgidi esempi della scuola rinascimentale fiamminga. Chiuderà la rassegna l’Ensemble Korymbos, dal 29 giugno al 2 luglio, che unirà la musica medievale di Antonio da Teramo alla contemporanea di Gavin Bryars in un cerchio universale con al centro la fede in Dio.

Le note della liturgia domenicale: cinque appuntamenti nelle chiese ravennati Q u a l i t à , Pa s s i o n e e Fa n ta s i a

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Fin dalla sua comparsa nella società umana, la musica è stata associata alla sfera del sacro e nonostante siano passati svariati millenni essa riveste ancora un ruolo di primo piano all’interno dei riti religiosi. La musica, infatti, è sempre stata un elemento centrale soprattutto nella liturgia cristiana tanto da meritare, durante il Concilio di Trento, ben due anni di dibattiti prima che i vescovi sintetizzassero un’idea di musica controriformista. Da Palestrina a Beethoven, da Mozart a Verdi, la quasi totalità dei compositori più noti e celebrati ha scritto opere sacre da rappresentare durante le funzioni liturgiche. Un esempio per sottolineare questo concetto è dato dall’ormai consueta rassegna In Templo Domini, spicchio di Ravenna Festival dedicato all’animazione delle liturgie domenicali nelle chiese più importanti della città. Il primo di questi appuntamenti sarà il 4 giugno presso la Basilica di San Francesco quando il Coro Costanzo Porta & Ensemble Cremona Antiqua, diretti da Antonio Greco, eseguiranno la

Missa Ducalis composta dal musicista al quale il coro cremonese si richiama che ricoprì dal 1567 al 1575 la carica di Maestro della Cappella Metropolitana di Ravenna. L’11 giugno sarà la Basilica di Sant’Agata Maggiore a risuonare delle note de I Solisti della Cappella Marciana, diretti da Marco Gemmani. Sarà un appuntamento importante per ricordare anche a Ravenna il 450° anniversario della nascita di uno dei più importanti compositori italiani, Claudio Monteverdi, tra le altre cose, maestro della Cappella di San Marco a Venezia dal 1613 fino alla morte nel 1643. Nel 1581 Vincenzo Galilei, padre del noto astronomo pisano, si scagliò contro l’imbarbarimento prodotto dalla polifonia coeva che, unita alla politestualità era in aperto contrasto con le direttive tridentine. Proprio questo genere di divisione è ciò che l’appuntamento del 18 giugno nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe ha in animo di ricucire con la presenza dei Cantores Minores e del loro direttore Hannu Norjanen, grazie ai quali si creerà quel legame interreligioso tra protestantesimo e cattolicesimo che vedrà la liturgia domenicale vestirsi delle note composte da Einojuhani Rautavaara, Anton Bruckner, Johann Sebastian Bach e altri compositori finlandesi. Sempre nel solco del dialogo interreligioso, il 25 giugno la Chiesa Ortodossa Protezione della Madre di Dio sarà teatro della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, dottore della Chiesa e venerato come Santo sia dalla Chiesa cattolica sia da quella ortodossa. Protagonisti di questa animazione liturgica saranno il Coro del Patriarcato Ortodosso di Mosca ed il suo fondatore e direttore, Anatolij Grindenko. Chiuderà questa rassegna di animazione liturgica l’appuntamento che vedrà, il 2 luglio nella Basilica di San Vitale, l’Orlando Consort, quartetto vocale britannico integralmente maschile, che eseguirà la Missa Nunca fuè pena mayor dello spagnolo Francisco de Peñalosa, esponente di spicco della musica rinascimentale iberica. m

Anatolj Gridenko e un ritratto di Claudio Monteverdi. Nella pagina a fianco Elena Sartori.


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La sublime vocalità di Monteverdi. Intervista a Elena Sartori «Monteverdi è un punto d’approdo della storia della musica, la sua produzione è l’esito dell’antichità teatrale portata in ambito sacro»

DI ENRICO GRAMIGNA

Fin dall’alba dell’umanità la musica ha avuto come associazione primigenia la sfera del sacro. Questa unione si è consolidata nel corso dei secoli ed è giunta fino a noi plasmando le liturgie delle religioni che si sono susseguite nello svolgersi del tempo. Innegabile è che lo scorso millennio sia stato, in Europa, terreno fertile per lo sviluppo della musica sacra cristiana. Un incredibile esempio di sintesi cattolica è racchiuso nella Selva morale e spirituale di Claudio Monteverdi, testamento spirituale del compositore cremonese. Il Festival 2017 vedrà riecheggiare questo splendido documento sonoro il 19 giugno, proprio in uno dei cardini della cristianità ravennate, la Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Protagonisti di questo appuntamento saranno i cantanti e musicisti di Allabastrina Choir & Consort, sapientemente diretti dalla ravennate Elena Sartori. Maestro Sartori, un appuntamento monteverdiano nel cuore del Ravenna Festival 2017, proprio nel 450° anniversario della nascita del compositore e con una raccolta spesso trascurata a favore di opere e madrigali. Cosa sta alla base di questa proposta musicale? «Monteverdi è un punto d’approdo della storia della musica, la sua produzione è l’esito dell’antichità teatrale portata in ambito sacro. La proposta della Selva parte proprio da una ricerca personale sulla teatralità del sacro, la curiosità di approfondire quanto valore storico e rappresentativo fosse presente nella liturgia e paraliturgia». Da ciò ne viene l’idea di portare in

concerto la Selva morale e spirituale? «Esattamente. Nel 2013 ho cominciato ad indagare su questa raccolta di composizioni monteverdiane e quindi l’idea di poter affrontare la raccolta in concerto è stata ben maturata, condensando in questa esecuzione i brani di maggiore rilievo rappresentativo e teatrale . Vi è, inoltre, un percorso che testimonia la mia ricerca estetica dell’unione tra la sfera del sacro e quella teatrale: nel corso degli anni ho approfondito i vari aspetti grazie anche a colleghi ed artisti quali Fanny & Alexander, Luigi Ceccarelli (con il quale abbiamo ideato Requiem per canto gregoriano e live electronics) ed Ermanna Montanari ed il Teatro delle Albe». La scelta di avere come sede del concerto la Basilica di Classe è, quindi, voluta o è una fortunata coincidenza? «In realtà la trovo una scelta azzeccata, poiché spesso mi ritempro guardando i magnifici mosaici e mi soffermo a guardare i piccoli particolari agresti, notando poi quanti riferimenti naturalistici vi siano anche nella Selva. Penso proprio che non potesse esserci luogo migliore a Ravenna per rappresentare questa raccolta monteverdiana». Valente direttrice, il suo repertorio non si limita alla sola musica sacra, ma anche a quella profana. A questo proposito si può ricordare il grandissimo contributo che i Melodi Cantores, coro del quale è direttrice, hanno dato in varie rappresentazioni operistiche ravennati, non ultima la Cenerentola andata in scena all’Alighieri nel febbraio scorso. Quando risentiremo

nella nostra città questo bravissimo coro? «Ahi, questo è proprio un tasto dolentissimo! Purtroppo la scure delle ristrettezze economiche in campo artistico sta mietendo numerosissime vittime e questo coro è tra di esse. Sono molto triste nell’annunciare che questo (maggio) sarà l’ultimo mese di attività dei Melodi Cantores». A questo punto è ancor più importante sapere quali saranno i suoi prossimi impegni. Quali saranno quindi i suoi progetti futuri?

«Opera! Il 2017 è stato un anno di grande svolta che mi ha vista debuttare come prima direttrice di musica antica con l’Orlando di Antonio Vivaldi a Lucca e per l’etichetta Glossa ho inciso La liberazione di Ruggiero di Francesca Caccini. Due titoli legati a Ludovico Ariosto ed ai 500 anni del suo Orlando Furioso. Nel 2018 sarà la volta di Orfeo di Luigi Rossi, compositore seicentesco a torto trascurato: sarà la prima esecuzione italiana assoluta e mi accompagneranno in questa avventura gli amici di Allabastrina Choir & Consort». m

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Coralità fra voci e sport

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Cultura del calcio

La squadra ravennate primeggia fra i Teatri e Festival europei

Dagli Usa e dal Canada entusiasmanti Cori di bimbi e adolescenti Quattro i concerti in programma del Chicago Children’s Choir e del Saskatoon Children’s Choir, fra Ravenna e Forlì Nel cartellone del Ravenna Festival 2017 non mancano gli appuntamenti con la musica corale delle cosiddette voci bianche, formate da bambini e adolescenti. A partire dall’atteso e gradito ritorno – dopo il

Non c’e solo musica e cultura – con una reputazione e un successo a livello internazionale – ma anche il calcio fra le prerogative del Ravenna Festival. La compagine del pallone della manifestazione ravennate da tempo infatti milita nel torneo calcistico europeo dove si sfidano le maestranze dei grandi teatri e festival europei, che si tiene ogni anno il 1° maggio in una diversa città del continente. La squadra del Ravenna Festival ha ottenuto diverse vittorie assolute di questo singolare campionato ( 2015 Milano, 2014 Maribor, 2011 Graz, 2008 Lione, 2007 Venezia) e anche quest’anno, a Berlino, si è aggiudicato il trofeo principale per i brillanti risultati ottenuti nelle partite: la statuetta di un “Orso vittorioso” realizzato e messo in palio dallo Staatsoper Berlin. Quest’anno al campionato hanno partecipato 16 team provenienti da 8 nazioni, 3 dall’Italia, 6 dalla Germania, 1 dalla Svizzera, 1 dalla Francia, 2 dall’Austria, 1 dalla Spagna e 2 dalla Slovenia. Ravenna Festival, a 11 anni di distanza dalla sua prima partecipazione, ha vinto dopo aver sconfitto nei vari gironi gli svizzeri del Theater Basel, i tedeschi dello Staatsoper Berlin, gli austriaci del Schauspielhaus Graz, il Deutsches Schauspielhaus di Amburgo e il Konzert und Theater St. Gallen affrontando in finale, per la terza volta consecutiva, l’Operà di Bordeaux, vincitori della passata edizione. Il percorso in Europa del campionato dei teatri dopo le prime venti edizioni, svoltesi tutte a Zurigo, è divenuto itinerante e ogni anno sono una città ed un teatro diverso ad organizzare la kermesse artistico-sportiva. La  formula è quella di partite brevi (15 min, 30 min la finale) con gironi all’italiana al mattino a cui fanno seguito quarti, semifinale e finale nel pomeriggio. Un “scontro” sportivo che ogni anno diventa un’incontro di culture come testimonia la festa di premiazione che conclude ogni anno il torneo. Cristina Mazzavillani Muti che ha sempre seguito con passione le vicende della “sua” squadra, ha recentemente lanciato l’idea di potere ospitare il torneo sportivo proprio a Ravenna, nel 2018 – in occasione dei 50 anni del raduno – auspicando il coinvolgimento del mondo sportivo ravennate, di chi si occupa di turismo e di tutta la città, e immaginando un evento ricco non solo di sfide calcistiche ma anche di momenti di musica e spettacolo. Nella foto sopra la squadra festeggia la vittoria a Berlino: in alto da sinistra: Ciriaco Grosso, Erdoan Bazhdari, Andrea Scortichini, Matteo Moschini, Matteo Ballardini, Alessandro Cortesi, Erwin Torricelli, Tomaso Mazzavillani. Seduti da sinistra: Stefano Bondi, Carlo Bondi, Matteo Trombini, Cristina Mazzavillani Muti, Salvatore Filieri, Andrea Giovanardi, Matteo Bonoli, Jacopo Leonardo, Giacomo Curella e Davide Pini.

concerto al festival del 2012 – del Chicago Children’s Choir che è in programma il 6 luglio al teatro Alighieri di Ravenna e il giorno successivo a Forlì, alla chiesa di San Giacomo. Fondato dal reverendo Moore nel 1956, nel pieno delle lotte per i diritti civili, il CCChoir coinvolge migliaia di ragazzi dei più diversi strati sociali e culturali perché è il cantare insieme, proprio in concerto, un modo per favorire la comprensione reciproca. Sono più di 70 i singoli cori in cui si articola, disseminati in altrettante scuole, ma le voci migliori sono raccolte in quello che è divenuto un nuovo simbolo della città. Proiettato in ogni angolo di mondo, sempre al fianco dei più grandi. Si tratta di voci gioisose che cantano di libertà e di futuro, dal repertorio versatile, capaci di misurarsi con le partiture di Bernstein alternandole con vocalità spericolata a medley di hit di Michael Jackson, fino al superpop di un loro coetaneo di successo come Justin Timberlake. Ma anche un’onda sonora apolide e scapigliata, che non ha paura di mescolare il sacro del gospel con il profano dei canti di protesta della cultura afroamericana. Nelle serate a Ravenna e Forlì il Chicago Children’s Choir è diretto da Josephine Lee. Alltro appuntamento con la vocalità dei più giovani è in programma il 10 luglio nella basilica di San Vitale (ore 21) e l’11 luglio negli spazi aperti dell’Antico Porto di Classe (ore 19), dove si esibisce in concerto il canadese Saskatoon Children’s Choir che presenta due diversi repertori, fra musica sacra e profana, intitolati rispettivamente Many Hearts: One Voice e Rise Up Singing. Questo coro di bambini e adolescenti è stato fondato nel 1996, da Phoebe Voigts, nel cuore del Canada. Ancora oggi Voigts ne cura la direzione artistica coltivando sempre un’idea di inclusione e comprensione tra i popoli strettamente legata all’espressione artistica. Il repertorio del coro propone così un repertorio che, guardando al mondo intero, spazia da Tómas Louis de Victoria a compositori canadesi contemporanei. m

Chicago Children’s Choir


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Cameristica, fra partiture Domina la forma quartetto ma sono previsti anche concerti per clarinetto e mimo, per otto contrabbassi e per piano “preparato“ con oggetti artistici e video

classiche e note contemporanee

DI ENRICO GRAMIGNA

In alto, da sinistra: Ludus Gravis, Roberta Gottardi, Quartetto Adorno. In basso da sinistra: Imaginarium Ensemble, Matteo Ramon Arevalos

Il Ravenna Festival è sempre stato molto attento alla proposta cameristica offerta al pubblico, tuttavia questa edizione si può definire estrema. Quest’anno, infatti, saranno di scena sui palchi della capitale dell’Esarcato le estreme propaggini della musica da camera, dal Seicento ai giorni nostri. L’esordio è affidato alla solista Roberta Gottardi – che il 6 giugno si cimenta in una performance fra musica e mimo, rievocazio-

ne della Commedia dell’Arte e virtuosismo strumentale – nell’esecuzione dell’Harlekin di Karlheinz Stockhausen. Si tratta di una composizione per clarinetto del 1975, scelta per ricordare il grande compositore tedesco nel decennale della scomparsa. Il secondo appuntamento vedrà, il 9 giugno, The Smith Quartet, gruppo inglese nato nel 1988 con l’obiettivo di diffondere la musica contemporanea, specialmente d’oltremanica, nel mondo, impegnato nell’esecuzione di brani di stampo minimalista. Aprirà il con-

certo il Quartetto N. 1 Between the National and the Bristol di Gavin Bryars, composizione dall’animo avanguardista. Sarà poi la volta del Quartetto N. 5 di Michael Nyman tra i primi ad utilizzare il termine “minimalismo”, nel 1968, per definire questa nuova corrente musicale. Concluderà il concerto Patrol di Steve Martland le cui composizioni subiscono forte il fascino degli States. Arcangelo Corelli sarà protagonista indiscusso del secondo appuntamento, il 13 giugno, nel >>


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primo dei due concerti dedicati all’esecuzione integrale delle sue sonate op. 5, un vero banco di prova per ogni violinista. Sarà l’Imaginarium Ensemble diretto dal violinista Enrico Onofri con le sei sonate da camera della raccolta ad aprire questo mini-ciclo dedicato all’opera somma del compositore fusignanese. Una piccola curiosità sarà rappresentata dal violoncello suonato da Alessandro Palmeri: lo strumento è il “violone romano” costruito da Simone Cimapane nel 1685 ed utilizzato dallo stesso liutaio nel-

l’orchestra di Corelli. Andrej Tarkovskij rappresenta il filo conduttore del terzo appuntamento cameristico, il 14 giugno, quando il Duo Gazzana interpreterà alcune delle pagine che il celebre regista russo, la cui visione del cinema era imperniata sull’idea del tempo, tema anche del Festival 2017. Sarà quindi Johann Sebastian Bach, vero maestro dell’organizzazione del tempo in musica, il compositore che più troverà spazio nel repertorio di questo concerto, insieme ad altri che hanno fatto

del tempo materia d’indagine nel Novecento, quali Arvo Pärt e soprattutto il francese Olivier Messiaen. C’è chi considera la radiazione di fondo dell’universo il suo peculiare suono, superstite del Big Bang. È quindi facile l’analogia che assimila questa radiazione al suono del contrabbasso, fondamento del suono dell’orchestra. Ludus Gravis è l’ensemble di contrabbassi che, il 20 giugno, si occuperà di contestualizzare questo suono universale nello scorrere del tempo particolare della nostra epoca. Ampio spazio sarà dato in quest’ottica alle composizioni di Sofija Gubajdulina con Studi, Quaternion e Mirage: The Dancing Sun, mentre concluderanno questa indagine due composizioni commissionate proprio da Ravenna Festival e l’Associazione Alessandro Scarlatti di Napoli a Filippo Perocco e Fabio Cifariello Ciardi, rispettivamente su ricordi di canti popolari della Grande Guerra e su Martin Luther King. Evidentemente non poteva mancare un appuntamento con la musica che usualmente è udibile nelle sale da concerto. Anche in questo caso vi è un’idea che delinea il programma che il Quartetto Adorno eseguirà il 26 giugno, ed essa è il progressivo dissolvimento tonale. Il quartetto op. 59 n. 2 Razumowsky di Ludwig van Beethoven aprirà questo concerto nel corso del quale si contrapporranno i Cinque pezzi op.5 di Anton Webern. Come nello schema della dialettica hegeliana, alla tesi beethoveniana si oppone l’antitesi weberniana prima di arrivare ad una sintesi con il quartetto op.10 di Claude Debussy, vero unicum nella produzione del compositore francese e punto di arrivo indiscutibile di quel movimento tutto transalpino di fine Ottocento racchiuso nel motto della Société Nationale

de Musique, “Ars gallica”. Sarà quindi la volta, il 27 giugno, del violinista Stefano Montanari che eseguirà le sonate da chiesa dell’op. 5 di Arcangelo Corelli e concluderà con la Follia, trait d’union tra i due concerti dedicati all’opera del compositore di Fusignano. In un’intervista su queste pagine ci racconta i particolari della sua interpretazione. Citazione a parte meritano altri due appuntamenti. Quello con il Quartetto Noûs che eseguirà il celeberrimo quartetto n.8 di Dmitrij Shostakovich, testamento spirituale del compositore sovietico che lo volle eseguito alle proprie esequie in quanto esempio della pietra tombale che tutta la sua musica rappresenta. L’occasione è l’incontro del 28 giugno (ore 18), a preludio dello spettacolo teatrale 1917, della compagnia ErosAntEros (in scena la sera stessa) a cui parteciperanno anche i protagonisti della pièce Davide Sacco e Agata Tomsic e lo studioso di letteratura russa Fausto Malcovati. E inoltre, l’evento (il 3 luglio), fra “suoni e visioni” Metamorphosis che vede il valente autore e pianista ravennate Matteo Ramon Arevalos proporre quattro sue composizioni che intrecciano le note del pianoforte “preparato” con elementi artistici e la visione diretta in video delle interazioni/evoluzioni fra strumento musicale e gli oggetti coinvolti. La performance è ideata e realizzata in collaborazione con gli artisti Roberto Pagnani, Marco Bravura, Vanni Cuoghi e Dandy Ruff. m

Da sinistra: il Duo Gazzana, Stefano Onofri e Smith Quartet


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Cucina aperta a pranzo e a cena. Chiuso il giovedì

Chamber music: six concerts from Baroque to contemporary Ravenna Festival has traditionally paid much importance to chamber music, and in 2017 this offer can be considered extreme with six concerts including opposite ends of the genre. On June 9th, the English Smith Quartet will open the concert with the avantgarde Quartet n.1 Between the National and the Bristol by Gavin Bryars, followed by Quartet n.5 by Michael Nyman and, in the end, the concert Patrol by Steve Martland. Arcangelo Corelli will be the protagonist of the second event on June 13th (see p. for the second event dedicated to the composer), with the Imaginarium Ensemble conducted by the violinist Enrico Onofri playing the six chamber sonata. Andrej Tarkovskij is the main theme of the third chamber concert: on June 14th the Duo Gazzana will play some of the pages the famous film director whose vision is strictly linked to the idea of time. Johann Sebastian Bach will be crucial in the concert's program which will include also Arvo Pärt and the French Olivier Messiaen. The double bass ensemble Ludus Gravis will try to reach the universal sound beyond Big bang playing Sofija Gubajdulina and two compositions commissioned by Ravenna Festival and Associazione Alessandro Scarlatti to Filippo Perocco and Fabio Cifariello Ciardi. On June 26th Quartetto Adorno will deal with the progressive tonal dissolution through the Quartet op. 59 n. 2 Razumowsky by Ludwig van Beethoven will open the concert followed by the op.5 by Anton Webern to end with the quartet op.10 by Claude Debussy. On 27th June, the violinist Stefano Montanari will play Arcangelo Corelli (see below). In the end, Quartetto Noûs will play the well-known quartet n.8 by Dmitrij Sostakovič, his spiritual legacy he wanted to be played on his own funeral. Arcangelo Corelli, a genius (Interview with the violinist Stefano Montanari) Stefano Montanari was the first violin in Accademia Bizantina and has also recently become an appreciated conductor. He will be the protagonist of one of the two events dedicated to the sonate op. 5 by Arcangelo Corelli (June 27 th, basilica Sant'Apollinare Nuovo). «I have not been at the Festival for a long time and I am happy to be here. Corelli and Ravenna for me are a very important pair and I think this will be a wonderful chance to listen to a collection of sonate that have changed the way to interpret violin» he says. About Corelli, who has been accused by his own biographer not to be very original, he adds: «I think that if he had not been original, he would not have had so much success. I believe, instead, that in his few printed works he has tried to "stop time", fixing the style of his time». Asked about how he can conciliate his being both violinist and conductor, Montanari says: «They are both part of a unique soul. The balance is difficult, but it is possible. I also like playing basso continuo and harpsichord and forte-piano especially with Mozart and Rossini». Montanari explains how he has gone beyond the limits of Baroque: Limits must be overcome. My secret wish is conducting Strauss Elektra and Shostakovitch and Mahler's compositions and I can't wait to get to Wagner».

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Quel genio di Corelli Intervista al violinista

Stefano Montanari

«Sia il mio concerto sia quello proposto da Enrico Onofri, sono una bellissima occasione per ascoltare una raccolta di sonate che hanno cambiato il modo di intendere la musica per violino» Il suo disco di queste sonate è stato consegnato alla storia come una delle interpretazioni più felici dell’op. 5. «Non so se sia così, tuttavia questo plauso è un grande riconoscimento per l’impegno profuso in quel disco, al quale sono probabilmente più legato rispetto agli altri».

Stefano Montanari sarà protagonista di uno dei due appuntamenti del Festival dedicati all’esecuzione integrale delle sonate op. 5 di Arcangelo Corelli. Violinista dedito all’esecuzione storicamente informata, Montanari è una delle figure di spicco del panorama musicale mondiale. Noto come primo violino dell’Accademia Bizantina, da qualche anno ha intrapreso un percorso personale che lo ha portato sul podio facendolo diventare uno dei direttori più apprezzati.

«È da tanto che non vengo al Festival, al quale sono molto legato. Per me, Ravenna e Corelli sono un binomio importantissimo: ho ricordi ancora molto vividi di come con l’Accademia Bizantina cercavamo di fare approfondimenti ed indagini sulle opere corelliane all’epoca della riscoperta degli strumenti storici. Ritengo che questa sia una bellissima occasione, sia il mio concerto sia quello di Enrico (Onofri, il 13 giugno) per ascoltare una raccolta di sonate che hanno cambiato il modo di intendere il violino».

Maestro Montanari, per lei, nato in provincia e cresciuto musicalmente a Ravenna è un ritorno a casa. La ascolteremo, il 27 giugno nella bellissima cornice della basilica di Sant’Apollinare Nuovo, nell’esecuzione dell’opera data alle stampe da Corelli a Roma il primo gennaio 1700. Cosa significa per lei questo ritorno al Ravenna Festival con una pietra miliare della musica violinistica, composta da un ravennate?

Marc Pincherle, biografo di Corelli, affermava che il compositore fusignanese fosse privo di originalità. Qual è la sua posizione in merito? «Dubito che un compositore poco originale sarebbe diventato così famoso fin da subito. Corelli era una celebrità già ai suoi tempi. Ritengo, piuttosto, che nelle sue pochissime opere date alle stampe egli abbia voluto fermare il tempo fissandone lo stile dell’epo-

DI ENRICO GRAMIGNA

ca che in lui vede il massimo esponente. Forse si può pensare che così facendo volesse fermare l’evoluzione dello stile che lui stesso aveva largamente contribuito a creare. D’altro canto quegli stessi stilemi erano utilizzati da molti compositori a lui coevi attivi a Roma, tra i quali, per esempio Carbonelli e Montanari». L’op. 5 di Corelli è quindi un modo per scongiurare un cambio stilistico? «In parte è probabile, comunque è innegabile la sua valenza pedagogica. La difficoltà relativa delle sonate è sicuramente dovuta all’idea di un utilizzo a scopi didattici. Inoltre non si deve dimenticare che all’epoca il mercato editoriale vendeva anche e soprattutto ai dilettanti, cioè coloro che suonavano per diletto, che molto spesso non erano virtuosi, quindi le musiche stampate, per avere una grande tiratura, dovevano contenere difficoltà abbordabili anche per i musicisti meno abili».

Terminata la sua collaborazione con l’Accademia Bizantina, lei si è buttato a capofitto in un’altra avventura, la direzione d’orchestra. Come si uniscono le due anime, quella del direttore e quella del violinista? «Esse sono un’unica anima che si vota ora allo strumento ora alla bacchetta. L’equilibrio è difficile, ma va trovato. Dirigere richiede grandissimo impegno, ma quando ritorno al violino e ne apro la custodia è come ritrovare un vecchio amico. In qualche occasione riesco ad unire le due anime, come di recente ad Anversa nell’Agrippina di Händel dove, oltre in veste di direttore, suonavo il violino ed il cembalo. Dentro di me c’è anche l’anima del continuista e trovo molto divertente anche sedermi al clavicembalo, o anche di più al fortepiano, per realizzare il basso continuo, specie in Mozart e Rossini». Classicismo e primo romanticismo. Quindi ha scavalcato il limite del periodo barocco? «I limiti sono fatti per essere superati e il mio sogno nel cassetto è poter arrivare a dirigere l’Elektra di Strauss e le composizioni di Shostakovich e Mahler. Sento che a breve dovrò passare per Wagner, ma non vedo l’ora». Concludendo, il prossimo progetto discografico quale sarà? «Ultimamente non ho molto in simpatia i dischi in studio, l’unica cosa che mi piacerebbe fare sono le registrazioni dal vivo, magari di opere. È un’idea che accarezzo da qualche tempo e che forse a Lione sarà possibile fare nel prossimo futuro». m


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Cuneo Rosso e la musica del futurismo russo DI

MATTEO CAVEZZALI

La rivoluzione d’ottobre passò anche attraverso le note. Si nutrì di una musica che poi il regime fece morire con un ordine perentorio, perché “degenerata”. Aggettivo interessante per descrivere delle note senza immagini e senza parole. Come può una musica risultare “degenerata” e indigesta a un regime? Daniele Lombardi pianista e raffinato studioso del Futurismo ha scelto alcuni brani per raccontare un momento storico con il suo concerto intitolato Cuneo Rosso. Come è nato il progetto Cuneo Rosso? «È nato per il centenario della Rivoluzione Russa e ha un programma che parte da un componimento di Skrjabin del 1914 e il suo esasperato romanticismo fatto da un lungo cre-

scendo, fino ad arrivare a ArthurVincent Lourié che era amico di Majakovskij ed era un membro attivo nel formalismo moscovita pre-rivoluzionario. Le opere di Lourié sono com-

pletamente atonali, era l’avanguardia di Mosca». Lei ha lavorato molto sul Futurismo italiano, suonando pezzi rari e scrivendo libri, che contatti c’erano tra i

Conversazione con il pianista Daniele Lombardi

futuristi italiani e quelli russi? «Ho scoperto Lourié proprio grazie a Marinetti. Nel 1914 Marinetti fu invitato a Mosca a presentare il Futurismo italiano, quando arrivò trovò un manifesto firmato da Majakovskij, Lourié e tanti altri in cui si diceva che i “futuristi italiani erano futuristi solo a parole, mentre i veri futuristi erano i russi”. Questo suscitò una polemica che si concluse con una serata congiunta in cui Marinetti lesse dei suoi componimenti e Lourié suonò la sua musica. Forme nell’aria è un pezzo cubofuturista formato da silenzi tra un suono e l’altro come un arcipelago di isole». Che lascito ha avuto il futurismo nella storia della musica? «La musica nel tempo ha seguito certe strade abbandonandone altre. Credo

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che compositori come Lourié fossero molto interessanti, ma la loro strada è stata dimenticata ben presto. I compositori dodecafonici e formalisti lasciarono poca traccia perché con l’arrivo del socialismo furono allontanati perché considerati “lontani dal popolo e degenerati”. Erano da preferire musiche “popolari” che riprendessero la tradizione della musica folclorica. La raffinatezza culturale era vista come avversa alla cosiddetta “arte per il popolo”. Nel 1920 Lourié si trasferì a

Parigi e le sue opere furono dimenticate. Poi andò in America, compose per i film ed ebbe anche una crisi mistica… È strano vedere come molti dei futuristi russi finirono col tempo nel trovare conforto nel misticismo». Anche trovare gli spartiti immagino non sia stato semplice? «È stato molto complesso, sono quasi introvabili. Mosolov l’ho recuperato da un collezionista californiano». L’Unione Sovietica aveva vietato questo tipo di musica non popolare, però

anche oggi in occidente non è facile ascoltare questa musica che viene definita “troppo difficile”, cosa ne pensa? «Oggi viviamo in una società mediatica dove avviene una cosa molto simile a quella della dittatura sovietica. Chi fa musica lontana dai canoni commerciali di vendibilità viene dimenticato. Siamo nell’epoca di Sanremo, del rock, del jazz, la musica troppo sofisticata, sperimentale, che non arriva a un primo ascolto viene fatta scomparire, come

dei pantaloni invenduti dagli espositori di un negozio. Se lei cerca le opere di un compositore contemporaneo è difficilissimo reperirle». Come si può dare visibilità alla musica non commerciale? «Bisognerebbe ricostruire una cultura musicale che non è legata al consumismo. Viviamo in una società che ha il valore del “vendere”, della semplificazione, dobbiamo riscoprire il piacere della complessità, della ricerca estetica». m

Futurism, Bolshevik Revolution, Lombardi and the «Pleasure of Difficulty» The Bolshevik Revolution also fed on music, before labeling it as “degenerated”. The piano player and cultivated connoisseur of Futurism Daniele Lombardi has chosen some pieces to recount that historical moment in his concert Cuneo rosso (Red Wedge). The program starts with a composition by Skrjabin (1914) and gets to Vincent Lourié from Moscow's avant-guard, a musician Lombardi has known through Marinetti. Lombardi has found the scores from a Californian collector, as they have gone almost completely lost. «Composers like Lourié – Lombardi says – were very interesting, but they have been quickly forgotten as they were considered “far from people and degenerated”. Today we live in a mass media society very similar to the Sovietic dictatorship for what concerns this kind of music. Whoever plays non marketbale music is quickly forgotten. We should rediscover the pleasure of difficulty».

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Vittoria sul Sole, l’opera futurista prima della rivoluzione DI

MATTEO CAVEZZALI

«Annientare l’antiquato modo di pensare», fare piazza pulita delle finte arti, togliere di mezzo «il buonsenso sdentato» per dare «una nuova arte agli uomini nuovi del nuovo secolo». Parole dure, definitive e radicali, scritte più di cento anni fa da un gruppo di artisti che non voleva condividere il modo di pensare e di vedere il mondo della vecchia generazione e anticipava a modo suo la rivoluzione che sarebbe arrivata pochi anni dopo. Erano il poeta Aleksej Kručenych, il musicista Michail Matjušin e il pittore Kazimir Severinovič Malevič. Tre arti tenute lontane l’una dell’altra che si ricongiungevano con un boato chiamato “Futurismo” che avrebbe per sempre cambiato la storia di tutte le arti, innescando il tempo delle avanguardie. E quale luogo migliore per fare incontrare parole, musiche e pittura che non il palcoscenico su cui si potevano muovere corpi dipinti come marionette al suono di una musica inaudita e di parole inedite? Lo spettacolo si sarebbe intitolato Vittoria sul Sole. E così l’opera d'arte “totale” nata dall’incontro dei tre artisti in Finlandia, alla periferia dell’impero zarista, per debuttare nel luglio dello stesso anno a San Pietroburgo, il cuore culturale del mondo russo. Vittoria sul Sole doveva essere un inno alla virilità e al futuro come mondo meccanico (in questa previsione hanno avuto pienamente ragione). Riprendevano le visioni che Marinetti quattro anni prima aveva messo su carta con il Manifesto del Futurismo. Dopo quella prima rappresentazione del 1913 però lo spettacolo venne abbandonato negli anni seguenti. Anche se quella estetica avrebbe avuto grande influenza per il teatro moderno, basti pensare all’uso della scenografia e delle musica, Vittoria sul Sole non venne praticamente mai più riproposto al pubblico – fatta eccezione per una “ricostruzione” messa in atto, in lingua inglese, per iniziativa del California Institute of the Arts nel 1981 – finchè nel 2013, per il cente-

In scena a Ravenna, un secolo dopo la creazione, il riallestimento del Teatro Stas Namin di Mosca I costumi e le scene sono di Kazimir Malevich, il pionere dell’arte cubofuturista, russa di cui una delle icone è un enigmatico quadrato nero nario, è stato ripreso da una nuova produzione del Teatro Stas Namin di Mosca. Lo spettacolo è privo di una vera e propria trama (tipica del teatro contro cui si muovevano i futuristi) ma ha delle situazioni, delle immagini, delle suggestioni. Il tema è quello della lotta contro il sole per la rivincita dell'oscurità e della mascolinità in un ribaltamento del mondo. Il sole era il simbolo dei valori della tradizione da abbattere, il nuovo erano le tenebre, che avrebbero prevalso. I costumi e le scenografie sono di Kazimir Malevič che in quegli anni si dedicava a scomporre e ricomporre figure geometriche – come un enigmatico quadrato nero

– proponendo una nuova forma d'arte che sarebbe stata chiamata “cubofuturismo” e “suprematismo”. A chi chiedeva a Malevič cosa rappresentassero le proprie opere, lui, con il gusto della provocazione, rispondeva: «Il contenuto dei dipinti è sconosciuto all’autore». Delle musiche composte da Matjušin è rimasto poco, e sono state ricostruite dai pochi frammenti ritrovati. Si sa però che nel 1913 furono eseguite da musicisti dilettanti e che fu usato un piano completamente scordato. Non si trovò in tempo un accordatore, ma al compositore piacque quella stonatura, che suonava come l’ennesima provocazione verso la musica tradizio-

nale in cui tutto doveva essere perfettamente intonato. «La rivoluzione d’ottobre scoppiò come noto nel 1917, quindi questo fu a tutti gli effetti uno spettacolo pre-rivoluzionario. In quegli anni però nacque la rivoluzionaria esteticadi Majakóvskij e dello stesso Malevič –. spiega Franco Masotti, direttore artistico del festival –. Le immagini e i suoni della rivoluzione erano già presenti in quello spettacolo pressoché sconosciuto ma in odore di leggenda. Abbiamo deciso per questo motivo di ospitarlo facendo un tributo al Cubofuturismo russo, assieme a Uccidiamo il chiaro di Luna, spettacolo di teatro-danza dedicato al Futurismo italiano. >>


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Il Teatro Stas Namin di Mosca che ha realizzato questo riadattamento è stato fondato da Stas Namin, l’uomo che ha portato il rock in Unione Sovietica negli anni ’60, quando era un genere musicale proibito. Ha prodotto spettacoli sconvolgenti per l’epoca come una versione sovietica di Hair, il musical hippy psichedeli-

co, e riuscì a far suonare Frank Zappa nella Russia comunista. Credo sia la personalità giusta per rileggere e riproporre questo spettacolo futurista: come ha scritto il critico Eugene Ostashevsky «Se i Sex Pistols fossero vissuti in Russia a inizio secolo, avrebbero fatto Vittoria sul Sole ».

La rilettura “rock” di Namin dà una nuova energia ad uno spettacolo rivoluzionario, immaginato oltre un secolo fa». La ricostruzione dell'opera – realizzata nel 2013 – approda al Ravenna Festival in prima – e unica – rappresentazione nazionale (il 21 giugno al Teatro Alighieri) per la regia di

Andrej Rossinskij, le scenografie e i video di Grigorij Brodskij sui disegni originali di Malevič, l'interpretazione musicale e gli arrangiamenti di Aleksandr Slizunov, le luci di Andrej Dudnik e le coreografie Ekaterina Gorjačeva. Per la parte musicale, ai pianoforti, Aleksandra Popova e Anastasja Makuškina. m

Victory over the Sun: a futuristic and pre-revolutionary opera More than a century ago, the poet Aleksej Kručenych, the musician Michail Matjušin, and the painter Kazimir Severinovič Malevič developed the idea of a revolutionary art that had nothing to do with the past: Futurism, a movement that would have changed all artistic languages. The three of them joined together to put on stage a show where painted bodies could pronounce new words on unprecedented musics: “Victory over the Sun”. The play aimed at being an hymn to virility and to a mechanical future, the Sun was the symbol to destroy, darkness was the new order. It was represented in 1913 and then abandoned. In 2013 the Stas Namin Theatre in Moscow staged it again and now the company will take it to Ravenna Festival (a national premiere on June 21st at Teatro Alighieri). Ravenna Festival's director Franco Masotti explains: «It was a pre-revolutionary opera, that's why we have decided to stage it as an homage to Futurism». The new staging is strongly influenced by rock music (being Stas Namin the man who brought rock music in Russia in the 60s). Andrej Rossinskij is the director, scenes and videos are by Grigorij Brodskij (based on Malevič's original paintings), musics by Aleksandr Slizunov, lights by Andrej Dudnik and choreographies are by Ekaterina Gorjačeva. Piano players are Aleksandra Popova and Anastasja Makuškina.


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Passioni

eventi speciali

Ravenna Festival Magazine 2017

Audizioni all’Alighieri:

Cristina Muti invita

gli under 18 a esibirsi sul palco La presidente del Ravenna Festival propone un «censimento delle giovani energie creative». Dal 23 al 30 maggio, l'evento aperto al pubblico. Oltre un centinaio gli aspiranti.

DI SIMONA GUANDALINI

Una nuova ventata artistica arriva in città: Cristina Mazzavillani Muti, presidente di Ravenna Festival, ha chiamato a raccolta tutti i ragazzi della Romagna, con un’età compresa fra gli 8 e i 18 anni, per fare quello che ha definito «un censimento delle giovani energie creative del territorio». Le audizioni, aperte al pubblico, sono in programma dal 23 al 30 maggio all’interno del Teatro Alighieri. E sono oltre un centinaio le ragazze e ragazzi che hanno aderito all'iniziativa. A presiedere la commissione sarà naturalmente Cristina Muti, affiancata dalla direzione del Festival nel valutare le proposte per le categorie ammesse: canto, strumento, recitazione, danza, senza limiti di genere e con contenuti liberamente scelti. «Ho avuto modo di vedere con i miei occhi – spiega Cristina Mazzavillani – l’interesse dei giovani per l’arte, la musica, il teatro quando, in occasione delle mie Trilogie d’Autunno, ho aperto loro le porte dell’Alighieri, riempiendolo. Ora invece, con questa chiamata, vorrei scoprire i loro sogni, le aspirazioni e passioni che sappiamo non li lasceranno per tutta la vita, dando loro l’opportunità di salire sul palco e relazionarsi con lo spettacolo dal vivo». L’iniziativa è intitolata al baritono

ravennate Giuliano Bernardi, promessa della musica lirica, di cui quest’anno ricorre l’anniversario della scomparsa avvenuta 40 anni fa, agli inizi di una carriera già luminosa. Una chiamata quindi che è una vera e propria apertura del festival alle nuove generazioni, per poter ammirarne, coglierne e censirne il potenziale artistico, «per guardare il mondo con i loro occhi pieni di fiducia ed entusiasmo, perché nel mettersi in gioco senza preconcetti e senza falsi pudori dei bambini e dei ragazzi anche le nostre convinzioni e la nostra percezione si trasformano e si rinnovano» afferma la presidente. Da qui l’idea di accogliere i partecipanti alle audizioni nella splendida e simbolica cornice artistica del Teatro Alighieri, aprendo e restituendo alla città un luogo magnifico che sembra invece riservato a pochi eletti. «Ma non è una competizione o un talent – precisa Cristina Muti – non ci saranno premi finali ad attendere i migliori: è una nuova forma di dialogo con la città, invitata se lo vorrà ad assistere alle audizioni, e in particolare con i giovani, che potranno prima di tutto vivere in prima persona la loro passione su un vero palco e, non da meno, mettersi in gioco forse per la prima volta nella vita». Maggiori informazioni sul sito www.ravennafestival.org m

Ravenna Festival invites under 18 to perform on the stage of Teatro Alighieri Cristina Mazzivallani Muti, president of Ravenna Festival, has called out to all boys and girls of the territory from 8 to 18 years old in order to realize a “survey of young creative energies from Romagna”. Auditions will take place from May 23rd to 30th in Teatro Alighieri in front of a commission composed of Cristina Mazzivillani Muti and the artistic directors of the festival. Participants can sing, play an instrument, play parts of a theatre pièce, dance. It does not matter the genre and they can freely choose the content of their performance. «But it is not a “talent show” – the President explains – there will be no final prizes for the best of them: this projects aims at being a new way of communicating with the whole town, anyone can come and see the auditions of these young boys and girls who will get out on the stage, in some cases for the first time».


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nuove produzioni

opera

Ravenna Festival Magazine 2017

In scena all'Alighieri una trilogia dedicata al melodramma “sull'orlo del Novecento”: Cavalleria Rusticana, Pagliacci e Tosca Come ormai di consueto da diverse edizioni, in ideale continuità con la programmazione estiva, il Ravenna Festival propone una rassegna musicale autunnale incentrata principalmente sull'opera lirica e fondata su produzioni originali che fanno del palcoscenico dell'Alighieri una formidabile e incessante fucina produttiva. Un progetto che è cresciuto nel tempo e che ha raggiunto anche una notevole valenza turistica, attirando in città spettatori appassionati d'opera di provenienza nazionale e internazionale. Dopo l'allestimento nel tempo di vari titoli verdiani (da Traviata al Trovatore, da Falstaff a Macbeth), della Bohème di Puccini (2015) – e la parentesi dedicata lo scorso anno al mondo dell'operetta – quest'anno la Trilogia d'Autunno si concentra su capolavori del teatro lirico italiano “sull'orlo del Novecento”. Si tratta della messa in scena della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, dei Pagliacci di Ruggero Leocavallo e di Tosca di Giacomo Puccini. Tre opere che segnano il passaggio fra il tramonto di un'epoca e l'alba di nuovi tempi: è infatti sul finire dell’Ottocento che il melodramma italiano ritrova nuova linfa, in quegli anni in cui tutto – idee, linguaggi e sperimentazioni – conduce irresistibilmente alla modernità, a quel grumo di senso che precipita fino al cuore del Novecento, irradiandosi sino a noi. Nel 1890 la fulminante immediatezza espressiva di Cavalleria rusticana conquista i teatri imponendo il verbo “verista” in musica, e due anni dopo, Leoncavallo trasfigura un vecchio fatto di cronaca nelle tinte fosche di una passionalità senza scampo: la “parola scenica” esplode caricandosi di una tradizione lunga secoli e dandogli nuova luce. Quella luce che splenderà appieno nell’eroismo tragico di Tosca, nella forza drammaturgica

In Autunno il Festival si mette all’Opera

e nella raffinatezza della partitura con cui Puccini inaugurerà il nuovo secolo. Tutte e tre le produzioni si avvalgono della regia e della ideazione scenica di Cristina Mazzavillani Muti – che rappresenta l'anima creatrice dei progetti artistici della trilogia autunnale fin dagli esordi. Alla regista si affiancano da tempo valenti collaboratori in campo scenografico come Vincent Longuemare (light designer) David Loom (visual designer) Davide Broccoli (video programmer) e il costumista Alessandro Lai. La parte musicale è affidata all'Orchestra Giovanile Cherubini

guidata dal giovane direttore Vladimir Ovodok, formatosi proprio al teatro Alighieri, all’Academy di Riccardo Muti. Altra caratteristica delle opere della Trilogia d'Autunno, il cast dei cantanti, composto per ogni timbro sempre da giovani voci emergenti. I tre titoli si susseguono, una sera dopo l’altra, sullo stesso palcoscenico del teatro Alighieri, in un vero e proprio “tour de force” lirico, dal 17 al 23 novembre. Mentre lo spazio scenico si trasforma in una claustrofobica scatola dell’angoscia, che si apre e si chiude, trasfigurandosi e dando voce e

corpo al gesto tragico che attraversa questi capolavori: la morte in duello, il suicidio, l’omicidio… sentimenti messi fino in fondo alla prova. Visionarie proiezioni per la travolgente passione di Cavalleria rusticana, schegge di luce taglienti e micidiali per Pagliacci, ancora luci e proiezioni per la Roma chiusa e soffocante di Tosca. m

Sopra, la Bohème, allestita nel 2015. Sotto, il giovane direttore d’orchestra Vladimir Ovodok con il maestro Muti.

Autumn trilogy opera: Cavalleria Rusticana, Pagliacci and Tosca Every year Ravenna Festival proposes an autumn review based on original opera productions. This year the “Autumn Trilogy” will focus on three Italian masterpieces “On the border of XX century” as they all marked the passage between the end of an era and the dawn of a new one: Cavalleria Rusticana by Pietro Mascagni, Pagliacci by Ruggero Leocavallo, and Tosca by Giacomo Puccini. The three productions are conceived and directed by Cristina Mazzavillani Muti, who has been the creative soul of the Autumn trilogies since the very beginning. The director will be supported once again by the light designer Vincent Longuemare, the visual designer Davide Broccoli and the costume designer Alessandro Lai. Music is performed by Orchestra Giovanile Cherubini conducted by the young Vladimir Ovodok, who has trained at the Riccardo Muti’s Acadmey. Also the singers are always chosen among young new artists. The three titles will be on stage, one after the other, from 17th to 23rd of November.


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Sulle punte

danza

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La storica compagnia fondata nel 1948 da Alicia Alonso propone un excursus attraverso i grandi classici del balletto occidentale, da Giselle a Coppélia dallo Schiaccianoci al Lago dei Cigni, ma non mancano coreografie dal ritmo caraibico

Tutta la magia del Balletto di Cuba DI

ROBERTA BEZZI

Nell’eclettico cartellone della danza del Ravenna Festival, una pagina importante è segnata dall’arrivo del Ballet Nacional de Cuba, storica compagnia di danza classica fondata nel 1948 da Alicia Alonso che tuttora la dirige. L’artista ora ultranovantenne ha saputo imprimere il suo segno nel repertorio e crescere nell’omonima scuola una stirpe eccellente di virtuosi, in cui lo stile classico è “virato“ con sapienza alle qualità dei ballerini cubani. Celebre è la sua frase: «Ho vissuto non solo per ballare, ma anche per far ballare gli altri». L’appuntamento è per giovedì 29 giugno, al Palazzo Mauro De Andrè, dove andrà in scena “La magia della danza”. La serata è un meraviglioso “ripasso” del balletto occidentale (Giselle, La Bella Addormentata, Lo Schiaccianoci, Coppélia, Don Chisciotte, Il Lago dei Cigni), e un tuffo in quello cubano, con assaggi della Sinfonia di Gottschalk, tra ritmi caraibici e sapori criolli. Una vera e propria antologia che raccoglie, dunque, i momenti salienti dell’arte coreografica del XIX secolo, rivisti secondo i canoni della scuola cubana di balletto. Lo spettacolo inizia con Giselle, il più famoso dei balletti romantici, presentato per la prima volta il 28 giugno 1841 all’Opéra di Parigi con Carlotta Grisi e Lucien Petipa nei ruoli principali. La scena presentata

è tratta dal secondo atto e corrisponde al momento in cui il guardiacaccia Hilarion visita la tomba di Giselle, e le Villi – vendicatrici anime di fanciulle morte prima di sposarsi – lasciano le tombe per danzare, circondano Hilarion e lo fanno ballare fino alla morte. Il duca Albrecht, anch’esso caduto preda delle Villi, danza con Giselle che, con il suo amore, lo salva. Questa versione coreografica firmata da Alonso è entrata a far parte del repertorio dell’Opera di Parigi e di Vienna, del Balletto del Teatro San Carlo di Napoli e del Teatro Colón di Buenos Aires. A seguire un divertissement, tratto dal terzo atto de La bella addormentata, che corrisponde alle nozze della principessa Aurora e del principe Desiré. Un altro celebre

balletto, presentato per la prima volta nel 1890 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. La versione di Alicia Alonso è stata presentata all’Opera di Parigi e al Balletto della Scala di Milano. Promette grandi emozioni il pezzo tratto dallo Schiaccianoci, balletto basato sul racconto di E.T.A. Hoffman, Lo schiaccianoci e il re dei topi, che ha debuttato il 18 dicembre 1892 al Mariinskij. I ballerini cubani danzano infatti la famosa scena del “valzer dei fiori”, per finire con il grand pas de deux, uno dei più famosi pas de deux classici del balletto. Ben due i pezzi tratti da Coppélia o La ragazza dagli occhi di smalto, presentato per la prima volta all’Opera di Parigi il 25 maggio 1870. Swanilda e Franz, i protagonisti del

The Magic of Cuban Ballet The Ballet Nacional de Cuba is the historical company founded in 1948 and since then directed by Alicia Alonso. The artist, who is today over ninety-years-old, has raised in her school generations of virtuous dancers combining classical style with Cuban dancers qualities. «I have lived not only to dance, but to make others dance» is one of her most famous sentences. The show called “La magia della danza” (T”he magic of dancing”) will be on June 29th at the Palazzo Mauro de André. The program is a wonderful review of western classical ballets (Giselle, Sleeping Beauty, The Nutcracker, Coppélia, Don Quixote, Swan Lake) followed by a sample of Cuban ballet including fragments from Gottalshalk symphony ballet (a symphony created by the north American composer and piano player Louis Moreau Gottschalk), Caribbean rhythms and creole flavours.

balletto, celebrano le loro nozze nel famoso pas de deux del terzo atto, al quale si aggiunge la mazurka del primo atto. Ci sarà spazio anche per il Don Chisciotte ispirato alla famosa opera omonima di Miguel de Cervantes e in scena al Bolshoi di Mosca il 26 dicembre 1869. La versione cubana ha esordito il 6 luglio 1988 al Gran Teatro de La Habana. A Ravenna, la compagnia porterà sul palcoscenico il pezzo in cui Espada e la sua amante Mercedes danzano nella piazza di un paesino della Castiglia. Viene inoltre presentato il famoso grand pas de deux del terzo atto, in cui Kitri e Basilio, i protagonisti, danzano nel giorno delle loro nozze. Del celebre Lago dei Cigni, opera che ha visto la luce il 20 febbraio 1877 al Bolshoi, sarà presentato il famoso pas de deux di Odette e Siegfried che riassume la tecnica, lo stile e l’espressività del balletto classico. Il gran finale è affidato ad assaggi della Sinfonia di Gottschalk, una partitura dai ritmi caraibici creata dal compositore e pianista nordamericano Louis Moreau Gottschalk, presentata per la prima volta al Gran Teatro de Tacón. m


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Etoiles

danza

Ravenna Festival Magazine 2017

DI

Armonia e bellezza nei passi di

Zakharova and Friends

ROBERTA BEZZI

Per il piacere del pubblico ravennate che ha imparato ad ammirarne le linee eleganti e la bellezza altera, ritorna al Ravenna Festival la regina indiscussa delle punte: Svetlana Zakharova. All’apice della sua carriera e della sua maturità, l’étoile di due palcoscenici – il Teatro Bolshoi di Mosca e il Teatro alla Scala di Milano – offre un “saggio“ della sua abilità tecniche ed espressive, dalla “Morte del cigno”, iperclassico cammeo dei primo del Novecento che Fokin disegnò per Pavlova, a “Revelation”, haiku danzante che Motoko Hirayama ha creato per lei, diventando la prima coreografa giapponese a firmare un lavoro per il Bolshoi. Un vero e proprio Gala, quello che andrà in scena sabato 22 luglio (con inizio alle 21.30) nella cornice del Palazzo Mauro De Andrè di Ravenna, intitolato per l’appunto “Svetlana Zakharova & Friends”, in cui a salire sul palco – insieme alla nota ballerina di origine ucraina – saranno anche diverse étoile del Balletto Russo, come Denis Rodkin e Mikhail Lobukhin, già noti agli

Arte, disciplina, formazione ed esperienza intrecciati in un connubio di espressione e divulgazione della danza Apertura iscrizioni anno accademico lunedì 4 settembre Via Secondo Bini 11, Ravenna - Tel. 0544 478008 www.accademiacecchetti.com


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Ăˆtoiles

danza

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Ravenna Festival Magazine 2017

appassionati di danza del festival ravennate, ma anche solisti del Mariinskij e guest star di altre famose compagnie, quali Anastasia Stashkevich, Anna Ol e Semyon Velichko. Da sempre, la danza è nel suo dna e i successi sono arrivati presto. Stella sin da piccola all’Accademia Vaganova di San Pietroburgo, è passata nel 1996 al Balletto del Teatro Mariinskij, interpretando da subito i principali titoli del repertorio classico e contemporaneo. Dal 2003,

Zakharova lascia San Pietroburgo alla volta di Mosca, nel rassicurante quanto imponente Teatro Bolshoi, allargando a dismisura il proprio repertorio, toccando l’apice e girando il mondo diverse volte. Dal 1999 è regolarmente guest artist nelle piÚ prestigiose compagnie di balletto a New York, Monaco di baviera, Milano, Roma, Napoli, Parigi, Tokio, Amburgo, mentre dal 2007 è Êtoile del Teatro alla Scala di Milano. A chi le chiede quale ruolo preferisca inter-

Harmony and Beauty with Zakharova and friends Svetlana Zakharova, the ĂŠtoile of Bolshoi Theatre in Moscow and Teatro alla Scala in Milan, is back on Ravenna Festival's stage on July 22nd at Palazzo De AndrĂŠ. She will be the protagonist of a medley including classic coregraphies like the “The Dying Swanâ€? and contemporary ballet like "Revelation", an haiku by Motoko Hirayama invented for her. But Zakharova will not be alone on stage, there will be many ĂŠtoiles from Russian Ballet like Denis Rodkin and Mikhail Lobukhin, solo artists from Marinksij, and guest stars from other companies such as Anastasia Stashkevitch, Anna Ol and Semyon Velichko. When asked about her favourite role, Zakharova answers: ÂŤI love every role, because this means loving ballet and its essenceÂť.

La danzatrice di origini ucraine, ĂŠtoile del Bolshoi e del Teatro alla Scala, è protagonista di un Gala assieme ad altri interpreti di prima grandezza dei Balletti Russi che comprende vari classici come la “Morte del Cignoâ€? di Fokin e “Revelationâ€? pezzo creato per lei dalla coreografa giapponese Motoko Hirayama pretare, lei risponde di non avere preferenze. ÂŤAmare tutti i ruoli del balletto – afferma –, significa amare la danza e la sua essenza, ovvero amare la ricaduta della propria personalitĂ nel ruolo che si interpreta di volta in voltaÂť. E quando pensa al futuro, Zakharova continua a pensare in grande, non nascondendo che le piacerebbe dirigere un teatro. ÂŤPer quanto riguarda l’Italia – confida –, i miei preferiti sono senza dubbio il Teatro alla Scala di Milano e il San

Carlo di Napoli. In Russi invece ho una predilezione per il Bolshoi. Per il momento però lo vedo come qualcosa di lontano, il mio posto è ancora sul palcoscenico davanti al pubblico che è sempre in grado di regalarmi grandi emozioniÂť. E per la gioia degli appassionati dell’arte tersicorea, sarĂ proprio lei – con la sua leggerezza e fascino – in un grande evento di “perle coreograficheâ€?, a chiudere in modo sontuoso ed emozionante l’edizione 2017 del Ravenna Festival. m

        

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Contaminazioni

danza

Ravenna Festival Magazine 2017

Shobana: danza indiana fra neoclassicismo e hip hop In Material Men redux si intrecciano “al volo” antiche movenze liturgiche e febbrili capovolgimenti metropolitani. Con la musica dal vivo di Smith Quartet

DI LINDA LANDI

RAVENNA VIA MAGGIORE 136 A/B 0544 460210

Virtuosismo e contrasti, chiaroscuri e vibrazioni ritmiche per il Material Men redux di Shobana Jeyasingh, in scena al Teatro Alighieri sabato 10 giugno alle ore 21. Il lavoro è una nuova versione dell’opera germinata nel 2015 – su commissione del Southbank Centre di Londra – che prese forma dall’interazione di “un sari, Skype e fantasia” come raccontano i protagonisti, i danzatori Sooraj Subramaniam e Shailesh Bahoran, abili nell’infondere una straordinaria gamma di colori e potenza alla loro danza. Hip hop e neoclassica indiana sono giustapposte rievocando una storia segnata dal colonialismo e dal lavoro nelle piantagioni, dalla «violenza della perdita alla creazione di una nuova appartenenza» dice Shobana Jeyasingh, coreografa di origine indiana residente a Londra, latrice di una doppia anima che armonizza la rielaborazione dell’antichissima tradizione dell’Asia meridionale con l’entropica energia di una metropoli dai ritmi febbrili, unite a un messaggio politico di denuncia. Rispetto alla prima versione, il lavoro in programma a Ravenna include una nuova coreografia e un suggestivo collage di filmati d’archivio e immagini di Simon Daw. Sul palco lo Smith Quartet eseguirà dal vivo le musiche

dell’acclamata compositrice australiana Elena Kats-Chernin. Sooraj Subramaniam è un eccezionale solista Bharathanatyam, la danza neoclassica che unisce la riformulazione delle antiche danze liturgiche indiane alle arti drammatiche (non fa eccezione il mimo), presente in altre riuscite creazioni della Jeyasingh. Per contro Shailesh Bahoran è un fenomenale talento dell’hip hop, ballerino e coreografo conosciuto a livello internazionale. Fu durante la lavorazione di Bayadère (2014) che la coreografa coltivò il proposito di contaminare gli stili dei due danzatori, sottoponendo a entrambi la sua idea singolarmente, con uno sguardo che superasse l’aspetto tecnico ed esplorando le origini e le vicende umane di quelli che saranno poi i protagonisti del suo spettacolo. Che solo l’anno dopo, durante le prime prove a Londra, sperimentarono la commistione dei propri stili sotto la spinta della Jeyasingh, alla cui impronta si devono le basi per la creazione dell’amalgama. L’improvvisazione al pianoforte di Elena Kats-Chernin fu la cornice decisiva per superare le iniziali resistenze tra le differenti vocazioni dei due artisti, che approcciarono con viva curiosità sperimentale il progetto e le idee innovative della coreografa, spesso intenta a rimescolare le carte in sede di prove per trovare nuove formule


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Contaminazioni

danza

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Ravenna Festival Magazine 2017

Rispetto al lavoro originario del 2015, lo spettacolo si è arricchito di nuove coreografie, filmati e immagini di Simon Daw. Con le musiche della compositrice australiana Elena Kats-Chernin adatte a sintetizzare efficacemente linguaggi e intenti. Il risultato è il prodotto di un’esplorazione artistica sul contrasto tra due stili differenti, ma in questo caso complementari, sull’importanza del ritmo per la fluidità di un comune lin-

guaggio, sulla natura della musica come commento e motore insieme delle cose e buon ultimo sull’importanza della propria storia, delle propria terra, e del percorso di vita che segna nel bene e nel male spirito e talento. m

Shobana: Indian Dance between Neoclassicism and Hip hop Virtuosity, contrasts, and rhythmic vibrations for the Material Men redux by Shobana Jeyasingh (Teatro Alighieri, June 10th). It is a new version of the 2015 work that was generated by the interaction of “a sari, Skype and reverie” (in the protagonists' words, Sooraj Subramamian and Shailesh Bahoran). Hip hop and Indian neoclassical dance are juxtaposed to remind of a history made of colonialism and hard work in plantations, of “violence of loss and creation of a new belonging”. The performance the two dancers will present in Ravenna includes a new choreography and a medley of Simon Daw’s archive films and images. The Smith Quartet will play musics by Elena Kats-Chernin. The coreography is the result of an artistic exploration on contrasts between two different and complementary styles, and on the importance of rhythm in finding a common language.


ACCADEMIA DEL MUSICAL PAG RFM:Rafest mastro 16/05/17 10.32 Pagina 1

Direzione artistica Laura Ruocco Recitazione Paola Baldini Canto Elisa Drei Musical Modern Sara Buratti Contact Improvisation Elena Casadei Coordinamento Didattico Giorgia Massaro

SPETTACOLO DI FINE ANNO Teatro Socjale Piangipane

8 luglio 2017 ore 20.30

Corsi per tutte le età sede presso

via M. Marani, 1 - Ravenna CON IL PATROCINIO DI:

COMUNE DI RAVENNA

Lezioni gratuite di prova Informazioni e prenotazioni GEMELLAGGIO CON:

Tel. 331 7983986

info@laccademiadelmusical.it

www.laccademiadelmusical.it CON IL CONTRIBUTO DI:


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riscoperte

danza

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Ravenna Festival Magazine 2017

Ricostruzione della danza

Intervista a Marinella Guattarini sulle coreografie Uccidiamo il chiaro di luna di Silvana Barbarini, ennesima tappa del progetto RIC.CI

futurista

compagnie di danza contemporanea in Italia sono riuscite a mantenere un loro repertorio, e anche nell’editoria è difficile avere un lavoro testuale che renda il sapore di un’epoca così lontana. Quarant’anni fa si è verificato un fenomeno di “esplosione” della coreografia italiana in direzioni che oggi possono risultare incomprensibili o ingiustamente superate. Calore di Cosimi

DI LINDA LANDI

L’eredità di una ballerina stanca delle punte, un poeta-teorico visionario e sovversivo, la temperie di un mondo affamato di “elettricità”, di cambiamenti e ripidi moti ascensionali: in Uccidiamo il chiaro di luna di Silvana Barbarini, allieva della sola autentica “danzatrice futurista” documentata, sono le componenti di prima generazione. Unite al fervore artistico e creativo che si respirava nel milieu milanese della danza a fine Anni ’90 attorno alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, dove un nome su tutti rappresenta la chiave di volta: Marinella Guatterini. Esperta di teoria ed estetica della danza, docente, critica e saggista, a lei si deve l’intuizione del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta) che ha riportato l’attenzione su di un capitolo straordinariamente fertile della creatività italiana, in ambito coreutico e culturale-artistico in generale. RIC.CI ha infatti riportato sul palcoscenico – e anche al Ravenna Festival – i lavori storicizzati delle compagnie che hanno segnato un’epoca: nel 2013 Ravenna ha riscoperto Duetto di Virgilio Sieni e Alessandro Certini (1989), La

boule de neige di Fabrizio Monteverde (1985) e Calore di Enzo Cosimi (1982); mentre nel 2014 fu la volta di Pupilla di Valeria Magli (1983) e Terramara di Abbondanza/Bertoni, per finire nel 2015 con e-ink della compagnia MK, “ricostruito” per Aterballetto. In attesa di conoscere (il 1 giugno al Teatro Alighieri) il lavoro che la Barbarini realizzò nel 1997, abbiamo chiesto a Marinella Guatterini uno stato dell’arte del suo progetto. Marinella Guatterini, qual è il tratto comune delle compagnie scelte in RIC.CI? «Il progetto nasce con la volontà di rimettere in moto una memoria storica che le giovani generazioni non conoscono, perché poche

ad esempio potrebbe essere tranquillamente datato all’altro ieri per la sua attualità. In generale, le realtà di cui sono stati “ricostruiti” i lavori hanno una forte e definita poetica, pur andando in direzioni diverse. Calore è a tutt’oggi il lavoro più rappresentato, pur essendo stato il primo di Cosimi: contiene una chiaroveggenza, una sensibilità e una potenza straordinari». Secondo lei quali fattori hanno determinato questo discrimine tra quell’epoca e l’attuale? «Negli Anni ’80 si respirava un’aria diversa, le aspirazioni erano forti, l’attenzione solida: nei

media cartacei c’era grande spazio, e ne trovava anche il dibattito su grandi personalità come Pina Bausch o Carolyn Carlson; ci si confrontava con la Nouvelle Danse francese, la New Dance belga e la nuova danza europea in generale. Tutte queste compagnie avevano continuità e progettualità solida e complessa: in Duetto di Sieni ci sono un inizio e una fine, è un lavoro completo in cui nulla resta sospeso. Siccome i coreografi avevano un’urgenza espressiva forte, ricercavano potenzialità espressive altrettanto forti e hanno lavorato molto sul linguaggio. Una compagnia di oggi con caratteristiche simili è Dewey Dell». InUccidiamo il chiaro di luna invece cosa vedremo? «La Barbarini già nel 1979 con Alessandra Manari, altra allieva di Giannina Censi – l’unica danzatrice “futurista” scoperta da Marinetti – ricompose il lavoro dell’insegnante, generando una corrente neofuturista che tornò ad ispirarsi ai materiali originali del movimento. Marinetti era lungimirante e nel Manifesto della Danza Futurista del ’17 fu straordinariamente lucido nel definire come doveva essere la danza del futuro. Silvana non aveva mai “osato” toccare le danze originali, ma quando venne da me nel ’97 ricostruì, anche se non filologicamente, le tre danze futuriste: dello Schrapnel, della Mitragliatrice e dell’Aviatrice». m

Reconstructing Futuristic dance - Interview with Marinella Guattarini The heritage of a dancer who was tired of toes, a theoretical visionary subversive poet, a world hungry for “electricity” and change are the elements of “Uccidiamo il chiaro di luna” (“Let's kill moonlight”) by Silvana Barbarini, whose master was the only documented futurist dancer. But in this show there is also the artistic fervor of the Milan milieu at the end of the 90s in the Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, where Marinella Guattarini played a crucial role in creating the project called RIC.CI. The project has brought

back on stage many choreographies from the 80s. On June 1st, at Teatro Alighieri, we will see the choreography Barbarini realized in 1997. Guattarini explains: «Back in 1979 Barbarini put together her teacher's work generating a neofuturist movement that took inspiration from original documents. Marinetti was forward-looking. At he time Silvana had not dared "revising" the original dances, but when she joined us in 1997, she reconstructed – not philologically – the three futurist ballets».


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dramma coreografico

danza

Ravenna Festival Magazine 2017

Olivier Dubois

e il convulso destino del Seigneur

Il coregrafo francese mette in scena la parabola del potere con uno straordinario solista, Sébastien Perrault, e una massa di quaranta interpreti non professionisti

DI LINDA LANDI

Al Pala de Andrè (giovedì 8 giugno, ore 21,30) incontreremo Olivier Dubois, eclettico figlio prodigio del panorama coreutico francese e direttore del Centre Chorégraphique National de Roubaix - Ballet du Nord, che conferma nell’ultimo ispirato lavoro Les mémoires d’un seigneur una ricerca costante nel volgere la danza ad arte performativa a tutto tondo. Intrapresa la strada del palcoscenico all’età di 23 anni, dopo aver studiato all’Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà Orientali, l’allievo di Jan Fabre ha intrapreso un percorso che ne ha fatto prima interprete per i lavori di registi e coreografi di primo piano, poi autore egli stesso dal 2006 – anno in cui firma il pluripremiato Pour tout l’or du monde – di coreografie immediatamente riconoscibili per via del forte temperamento e dell’approccio intellettuale alla danza. Suoi sono capolavori recenti come Révolution (2009) con dodici danzatrici ossessivamente appese a un palo da lap dance sulle note

riarrangiate dal Boléro di Ravel, o ancora Tragédie (2012) con nove danzatori e nove danzatrici a passo ritmato sulla cadenza delle sillabe del verso alessandrino, canone nella tragedia francese, pronti a esplodere poi in un caos irregolare e sfrenato. Pronto a dipingere nuovamente le ombre che si annidano nell’animo umano, come accadde già nel 2014 con le sei “anime in fuga” di Souls, il seigneur di quest’ultimo lavoro è solo contro la ferina e accerchiante presenza della massa e si staglia sulla scena disegnando la sua parabola attraverso sette capitoli di un’intensità travolgente. La sua reale identità è in qualche modo nascosta al pubblico e si dipana attraverso tre momenti

narrativi dal sapore tragicamente epico: la Gloria, la Caduta e l’Addio di un uomo di potere alle prese con le tappe della sua vicenda umana mentre si scontra con il fardello della grandezza, uscendone prima trionfante, poi inesorabilmente destinato a pagarne il prezzo. Interprete protagonista dello spettacolo è Sébastien Perrault, danzatore feticcio di Dubois, che si esibisce in una performance molto fisica, sentita e vitale che va oltre le trame al contempo tetre e prepotenti della coreografia, per farsene strumento viscerale e muscolare capace di rivaleggiare la torma umana entro cui si dibatte, mostrandosi al pubblico come forza primigenia pronta a tutto e capace di tutto.

Intorno a lui pulsa un contraltare di quaranta interpreti non professionisti di ogni età, selezionati con cura sul territorio attraverso workshop dedicati, un “coro” definito da movimenti semplici, ma rigorosi che esprime tutto quel che potrebbe essere identificato con “gli altri”. Il commento musicale esce dalle mani del fedele ed esperto François Caffenne, partner artistico del coreografo fin dalle sue prime creazioni. E ancora una volta l’elettronica incalzante avvolge scena e platea serrando i ritmi e inseguendo l’incontenibile seigneur, promettendo un’esperienza totalizzante in grado di impressionare il pubblico per coinvolgimento e intensità. m

Olivier Dubois and the Tragic Coreographies of Power On June 8th, at Pala De André, the protagonist will be Olivier Dubois, eclectic enfant prodige of French scene and director of the Centre Chorégraphique National de Roubaix - Ballet du Nord. On stage, Ravenna's audience will see his latest, inspired work: Les mémoires d’un seigneur. Dealing again with the shadows hiding in human soul, Dubois' seigneur is alone against

the wild and suffocating presence of mass. The dancer is once again Sébastien Perrault. Around him, there are forty non-professional intepreters of any age who are each time selected on-site through a series of workshops. They stand to express everything can be considered as "the others". Music is by François Caffenne, artistic partner of the coreographer since his first works.


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sonorità sconfinate

jazz, folk, rock

Ravenna Festival Magazine 2017

Jonny Greenwood

oltre i Radiohead

DI ROBERTO VALENTINO

Quando Brian Jones dei Rolling Stones si recò nel luglio del 1968 sulle montagne del Marocco per registrare un gruppo di musicisti tradizionali non sapeva di certo che il suo gesto avrebbe spalancato le porte a contaminazioni e sperimentazioni dagli esiti imprevedibili: il suo album Brian Jones Presents the Pipes of Pan of Jojouka, pubblicato nel 1971, cioè due anni dopo la morte dell’irrequieta pietra rotolante, rimane una sorta di manifesto al quale molti rocker di successive generazioni hanno direttamente o indirettamente fatto riferimento. In qualche modo anche il progetto Junun, in scena al Palazzo Mauro André di Ravenna il 2 giugno, viene da lì: Jonny Greenwood, chitarrista di una delle band più avventurose degli ultimi decenni, ovvero i Radiohead, lo ha concepito insieme al compositore israeliano Shye Ben Tzur, coinvolgendo anche il gruppo di musica tradizionale indiana Rajasthan Express. Un’idea nata d’improvviso «quando ero nel deserto del Negev nel sud d’Israele alcuni anni fa», avrebbe raccontato tempo dopo lo stesso Greenwood, «Mi ritrovai ad ascoltare un gruppo di musicisti che suonava un pezzo con un violino arabo chiamato rehab: era uno strano mix di musica tradizionale araba e indiana, qualcosa che non avevo mai sentito prima. Il pezzo migliore, venni poi a sapere, era stato scritto da Shye Ben Tzur, un musicista israeliano che avrebbe vissuto in India fino a quell’anno. Dovevo assolutamente avere più informazioni su di lui». Dal canto suo, Shye Ben Tzur era rimasto colpito in precedenza da un’altra esperienza di ascolto, un concerto dei musicisti indiani Zakir Hussain e Hariprasad Chaurasia, a cui assistette da giovane: «Toccò il mio cuore così profondamente: all’epoca, è stata

Junun, l'incontro del chitarrista rock con le note d'oriente, fra Israele e India

l’esperienza musicale più profonda a cui abbia assistito. Rimasi così scosso che non ho poi potuto non andare alla scoperta di cosa fosse». Junun non è quindi nato per caso, ma dalla fusione di due sensibilità affini che si sono magicamente incontrate: all’inizio del 2015 Jonny Greenwood e Shye Ben Tzur si sono trovati tra le mura di uno studio improvvisato all’interno del 15th Century Mehrangarh Fort a Jodhpur, in India, per realizzare un album al quale ha anche partecipato Nigel Godrich, produttore dei Radiohead. Durante le session si è unito al gruppo di musicisti il regista Paul Thomas Anderson, che ne ha documentato la vita quotidiana e l’affiatamento artistico, oltre a filmare alcuni brani live. «Sono sempre stato un po’ diffidente rispetto ai gruppi rock che provano a cimentarsi nella world music, ma ci sono sempre delle eccezioni. Damon Albarn, per esempio, è una di queste. E penso che lo sia anche il mio incontro con Shye Ben Tzur», ha detto ancora Jonny Greenwood. Junun è una parola urdu che designa la follia, ma il progetto musicale che ne ha preso il nome poi tanto folle non è. È un ponte tra culture diverse o meglio un modo per abbattere quei muri che oggi qualcuno vorrebbe costruire. Questa sì che è vera follia! m

Beyond Radiohead Brian Jones Presents the Pipes of Pan of Jojouka, published in 1971, is still a sort of manifesto many following rockers have looked at. And in some way, also the project called Junun (at Pala De André on June 2nd) comes from it: Jonny Greenwood, guitar player in the Radiohead, one of the most adventurous band in the world, has conceived it with the Israeli composer Shye Ben Tzur, involving the Indian traditional band Rajashtan Express. Junun was created by the fusion of two different sensibilities: at the beginning of 2015, Jonny Greenwood and Shye Ben Tzur met inside an improvised studio Jodhpur, in India, to produce an album with the participation of Nigel Godrich, Radiohead's producer. During the session, the film director Paul Thomas Anderson ha filmed their everyday life and their artistic synergy.


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ritmi africani

jazz, folk, rock

Ravenna Festival Magazine 2017

DI ROBERTO VALENTINO

MILANO MARITTIMA

14

e

15 luglio 2017 ore 20.30

Circolo Tennis, Milano Marittima

INGRE GRATUSSO ITO

PROGRAMMA VENERDÌ 14 LUGLIO 20.30 Inizio Torneo 22.00 Premio Ambiente

“Vip Amici del Mare” 23.30 Gran Buffet

(Invitati Vip, Autorità, Sponsor)

SABATO 15 LUGLIO 13.00 Buffet “Bagno Paparazzi 242”

(Invitati Vip, Autorità, Sponsor) 20.30 Inizio torneo 23.00 Premiazioni 24.00 Cena

(Invitati Vip, Autorità, Sponsor) In caso di pioggia si gioca al coperto Info: Tel.0544 973015 - Cell. 335 6252032 info@mariobaldassari.it – info@vipmaster.com Organizzazione Mario e Patrick Baldassarri

www.vipmaster.com

Facciamo un pochino di storia della batteria? Max Roach, Art Blakey, Elvin Jones nel jazz, Ringo Starr, Ginger Baker, John Bonham dei Led Zeppelin nel rock, sono i primi nomi che vengono in mente. Ma se si parla di musica africana uno solo spicca su tutti: Tony Allen, il motore dell’Afrobeat, ovvero quella musica che lui e l’indimenticabile Fela Kuti si inventarono sul finire degli anni Sessanta gettando un ponte fra i più trascinanti ritmi africani e il furore del jazz più combattivo. Classe 1940, nato a Lagos, Tony Allen ha creato insieme al carismatico compagno di avventura un ritmo nuovo, una pulsione, un battito. Qualcosa di unico che ha lasciato il segno non solo nella musica africana: Fela Kuti ci ha lasciati da tempo, nel 1997, dopo una vita travagliata e intensa come poche, e il testimone non poteva che passare a colui che per più di 15 anni, e oltre 50 dischi, è stato fedelmente al suo fianco, anche nelle vesti di direttore musicale degli Africa 70, il gruppo di Fela. Per Ravenna Festival 2017, Tony Allen lo vedremo in azione il 17 giugno a Russi, sul palcoscenico

allestito a Palazzo San Giacomo, accompagnato dalla sua band: Indy Dibongue alla chitarra, Jean Phi Daqry alle tastiere, Cesar Anot al basso, Patrick Gorce alle percussioni, Nicolas Girad alla tromba e Yann Jankielewicz a sax e tastiere. Tony Allen non è un batterista jazz come comunemente si intende, e nemmeno rock. È tutte le due cose insieme: è un concentrato di energia e di raffinatezze, di flessibilità e di precisione. Il ritmo dell’Afrobeat è questo. Tony Allen è partito dalle pulsazioni dell’Africa per riconsegnarle al mondo con una nuova potenza: nel suo drumming c’è la vitalità e la forza primordiale di questi ritmi e la voglia di sottometterli a nuove sperimentazioni, mescolandoli con suoni moderni. Dopo la collaborazione con Fela Kuti, la sua carriera lo ha portato ad intraprendere una ricerca ininterrotta tra le sonorità dell’Afrobeat originale ed emancipazioni multidirezionali che spaziano dal Dub allo Space jazz, ma anche al pop. Numerosissimi i progetti e le collaborazioni: in anni recenti, la più importante è sicuramente quella con Damon Albarn dei Blur. Dal 2000 i due hanno lavorato fianco a fianco in numerosi progetti, tra i quali The


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ritmi africani

jazz, folk, rock

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Ravenna Festival Magazine 2017

Il motore

dell’afrobeat

CIBO | VINO | MUSICA... E GIN TONIC

Potenza e raffinatezza nel drummig di Tony Allen, una leggenda delle percussioni fra jazz e tessiture sonore del continente nero Good The Bad & The Queen e Rocket Juice and The Moon. A suo nome Tony Allen ha inciso numerosi album, l’ultimo dei quali è Film of Life, una retrospettiva sulla sua carriera o, meglio ancora, una versione in Technicolor dell’Afrobeat. Per crearlo, il batterista nigeriano non si è accontentato di vivere di rendita: ha rimescolato le carte e

ne ha affidato la produzione a un giovane trio francese, The Jazzbastards. Ma il miglior film della sua vita Tony Allen lo racconta ogni volta che sale su di un palcoscenico: è qui che questo autentico stregone della batteria, che ha imparato a suonare il suo strumento tutto da solo, dà il meglio di sé. m

Tony Allen, the driving force of Afrobeat In drums history and African music one artist stands out among all the others: Tony Allen. He is the driving force of Afrobeat, the music he invented with the unforgettable Fela Kuti to build a bridge between African rhythms and the most fighting jazz. For Ravenna Festival Tony Allen will play on June 17 in Russi with his band including Indy Dibongue (gui-

tar), Jean Phi Daqry (keys), Cesar Anot (bass), Patrick Gorce (drums), Nicolas Girad (trumpet) e Yann Jankielewicz (sax and keys). Tony Allen is not a traditional jazz drummer, nor he is a rock drummer, he is both. In his career, he has made many records, the latest is Film of life, a retrospective of his career. But Tony Allen shows the best film of his life every time he is on stage.

L’Alighieri caffè e cucina Via Gordini 29 RAVENNA 338.8298110 L'Alighieri Caffè e Cucina


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rock italiano

jazz, folk, rock

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Ravenna Festival Magazine 2017

Con il pop dei Baustelle un’altra festa annunciata

DI LUCA

MANSERVISI

A sentirli ormai quasi vent’anni anni fa sul piccolo palco del Mei, il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, l’impressione era che suonassero effettivamente come qualcosa di nuovo nel panorama italico. In quel periodo il rock cantato in italiano doveva infatti essere prima di tutto rock, in effetti, per essere definito davvero “indie” o alternativo. Chitarre, distorsioni, voci incazzate (o comunque piuttosto serie), al massimo qualche violino a distendere l’atmosfere, toni spesso depressi. A tutto questo i Baustelle opponevono un modo di cantare démodé al limite dell’ostentazione, suoni così chiaramente influenzati dalla canzone d’autore italiana e francese, testi colti ma una volta tanto all’apparenza anche tanto, tanto leggeri. D’accordo, c’era già stato Battiato, ovviamente. Però di gruppi alla Battiato pochi o nessuno in grado realmente di funzionare. In grado di diventare qualcosa che potesse andare oltre Battiato, invece, probabilmente solo loro. Inevitabile che con il passare degli anni siano aumentati a dismisura i

loro fan e parallelamente anche i critici, quelli che incolpano i Baustelle di aver creato dei mostri, di colpe non certo solo loro. Li accusano di aver sdoganato il pop nella scena indie italiana, della sua deriva cantautorale naif, chiamiamola così. Di aver fatto passare il concetto di leggerezza come un vanto, non più da rinnegare. Di nuovi Baustelle, però, in realtà non ne sono nati. Per fortu-

na, dirà qualcuno. Ma anche no, perché ce ne fossero comunque di band in grado di unire con la loro disinvoltura alto e basso, colto e popolare, insomma, avete capito. Certo, non sempre tutto funziona, il nuovo disco per esempio è il classico album di transizione verso chissà quali lidi, che però al momento sembra solo un po’ stanco. L’amore e la violenza si ferma un po’ a metà delle intenzioni,

Another Announced Success with Baustelle’s “obscenely Pop” Music Twenty years ago they represented a real novelty in the Italian “Indie music” scene. Baustelle was the first band to introduce an old-fashioned way of singing and sounds that were explicitely influenced by Italian (or French) tradition of songwriters, with lyrics that were both cultured and “light”. During the years they have conquered many fans and also many negative critics as they have been accused of celebrating “lightness” instead of condeming it. Their latest album L’amore e la violenza is a transitional work that partly goes back to those origins and has been a success together with the promotional tour. And a success will surely be the concert in Ravenna, on June 16th in the beautiful setting of Palazzo San Giacomo in Russi when Baustelle will play their music the leader Bianconi has once defined “obscenely pop”.

riportando tutto a casa ma senza emozionare come un tempo. D’altronde è arrivato, a inizio 2017, dopo il punto più alto del percorso del gruppo di Montepulciano, quattro anni dopo quel Fantasma che era riuscito a dare un volto orchestrale al pop d’autore, spiazzando pure il pubblico con strutture piuttosto complesse. Ora, invece, i Baustelle al pubblico hanno deciso di strizzare nuovamente l’occhio, riuscendo a conquistarne fette sempre più consistenti. Le canzoni sono tornate semplici e dirette come agli esordi, il tour che ne è seguito è stato il classico successo annunciato. Tanto che sono in arrivo nuove date estive. Quella del Ravenna Festival (il 16 giugno) sarà in particolare un’altra festa annunciata, nella cornice danzereccia del grande giardino di palazzo San Giacomo, a Russi, per un appuntamento con i nuovi Baustelle «oscenamente pop», per dirla con le parole del leader Francesco Bianconi, forse la frase più citata di sempre da una cartella stampa nell’ambito del rock italiano. Forse perché, in effetti, rende piuttosto bene l’idea. m


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world music

jazz. folk, rock

Ravenna Festival Magazine 2017

Sitar di padre in figlia Anoushka Shankar prosegue il percorso fra tradizione e contaminazioni interculturali del celebre Ravi

DI ROBERTO VALENTINO

Figli d’arte si nasce, appunto. O meglio, lo si diventa quando un figlio decide di intraprendere un cammino artistico già segnato da un genitore. Un cammino poi rivelatosi per molti “figli d’arte” assai accidentato, pieno di tranelli e insidie; e i risultati non sempre sono, infatti, pari alle aspettative. Diverso è il caso, a quanto pare, di Anoushka Shankar, figlia del più famoso suonatore di sitar, Ravi Shankar, colui che avvicinò ai profumi della musica dell’India il beatle George Harrison e che ammaliò, invitandole a virare verso Oriente

alla ricerca di nuove verità, le folle dei festival di Monterey prima e di Woodstock poi. Cresciuta fra Londra, dove è nata, l’India e gli Stati Uniti, Anoushka, che detto per inciso è anche sorellastra di un’altra celebrità, la cantante Norah Jones, ha seguito le orme paterne sin da piccola, avvicinandosi a uno degli strumenti simbolo della tradizione indiana a soli sette anni e poi debuttando professionalmente a 13. Di Ravi oggi dice: «Serbo una memoria eterna, che mi lega a mio padre e dona una luce particolare a ogni mia azione. La presenza di mio padre non è mai stata di intralcio alla mia


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world music

jazz. folk, rock

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Ravenna Festival Magazine 2017

professione, al contrario l’ho sempre vissuta come un dono: l’opportunità di suonare con il migliore, di vivere con lui. Mi ha insegnato che quando si sta sul palco si vive in una sorta di universo familiare, un momento di estasi, così ho adattato questo insegnamento alla mia personalità, alla gioia che ho riscoperto vivendo anche in altri luoghi del mondo oltre l’India». Insomma, Anoushka non sembra proprio temere il confronto con l’illustre padre e via via si è costruita quella credibilità che l’ha portata a collaborare con artisti come Sting, Herbie Hancock, Lenny Kravitz e Thievery Corporation. Da un po’ di tempo incide per un marchio discografico prestigioso come Deutsche Grammophon, per cui registrò lo stesso Ravi Shankar e per cui è uscito Land of Gold, album di riferimento del concerto che Anoushka terrà il 9 luglio a Forlì. Nell’occasione avrà al suo fianco Sanjeev Shankar allo shenai, Manu Delago all’hang (strumento a percussione in acciaio) e alla batteria e Tom Farmer a tastiere e contrabbasso.

E c’è un’altra cosa che la accomuna al padre: la sensibilità verso i piccoli e grandi problemi del mondo in cui vive. Anoushka, che è stata la prima donna indiana ad essere nominata ai Grammy Award, è infatti particolarmente impegnata nel sostenere i diritti delle donne e la giustizia sociale. Un po’ tutto Land of Gold parla di questo, ma anche dei profughi costretti a lasciare la propria terra a causa di guerre ed altro. Con il suo sitar Anoushka evoca i sentimenti più nobili e profondi, coniugando la musica indiana con il jazz ed echi minimalisti, facendosi interprete di un dialogo interculturale di cui non è mai superfluo sottolinearne l’importanza vitale. m

A sinistra Anoushka Shankar. A fianco, un altro ritratto dell’artista e la copertina del suo ultimo album registrato per Deutsche Grammophon.

Sitar, from Father to Daughter An artist father's legacy is not always easy to cope with for his heirs. But this is not the case for Anoushka Shankar, whose father was the most famous sitar player in the world: Ravi Shankar, the one who taught Goerge Harrison Indian music and charmed Monterey and Woodstock's audience. Half sister of Norah Jones, Anoushka says about his father: «He has never been an obstacle; on the opposite, I have always consi-

dered him as a gift». In her carreer she has played with artists such as Sting, Herbie Hancock, Lenny Kravitz and Thievery Corporation and has always also been engaged in social issues, like women's rights. On July 9th, in Forlì, she will play her latest record Land of Gold (recorded with Deutsche Grammophon) with Sanjeev Shankar (shenai), Manu Delago (hang and drums) and Tom Farmer (keys and double bass).


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canzoni d’autore

jazz, folk, rock

Ravenna Festival Magazine 2017

Le donne di De André... al profumo di jazz

Un omaggio a Faber con la voce di Cristina Donà accompagnata da una band d'eccezione DI ROBERTO VALENTINO

Un omaggio a Fabrizio De André cela rischi non di poco conto: affrontare un monumento della musica italiana (e non solo) come lui comporta infatti una conoscenza e una padronanza della sua poetica che pochi possono dire di possedere. Ma si può anche scegliere un tema attorno al quale ruotare e mettere in risalto una delle tante facce di De André: In Amore che vieni, amore che vai, in programma il 5 luglio alla Chiesa di San Giacomo di Forlì, è la figura femminile al centro di un concerto-spettacolo che vede schierati uno a fianco all’altro alcuni bei nomi del pop e del jazz di casa nostra. Le donne raccontate da De André sono donne particolari, speciali, donne alle prese con la solitudine, l’amore, il degrado sociale e le fatiche del vivere quotidiano: Faber, nelle sue canzoni, si guardava bene dal giudicarle, le scolpiva nelle parole, senza retorica. In Amore che vieni, amore che vai questo De André “al femminile” (ma nell’arco del concerto c’è anche altro, altre storie) viene interpretato con sensibilità da una voce sofisticata e da un nucleo di musicisti che sa

bene come modellare una melodia, anche e soprattutto attraverso l’arte dell’improvvisazione. La voce è quella di Cristina Donà, cantante e autrice che definire semplicemente pop o rock è quantomeno riduttivo: tra i suoi grandi amori musicali c’è anche un certo Robert Wyatt, uno che in fatto di trasversalità ne sa parecchio. Al pianoforte c’è Rita Marcotulli, jazzista di fama planetaria che ama anche la canzone, oltre al cinema; alla tromba, sempre squillante, Fabrizio Bosso, anche lui non immune da incursioni nel mondo della canzone

(Cammariere, Concato); ai sax Javier Girotto, argentino di nascita e romano di adozione, con il tango nel sangue; alle chitarre Saverio Lanza, musicista ma anche produttore che ha un debole per il gentil sesso (la stessa Donà, Arisa, Irene Grandi), ma che ha anche collaborato con Piero Pelù e Biagio Antonacci. La ritmica: al contrabbasso Enzo Pietropaoli e alla batteria Cristiano Calcagnile, due jazzmen dalle molteplici esperienze che sanno assai bene cosa vuol dire interplay. Ma tornando a De André e alle sue donne, Amore che vieni, amore che vai è, ovviamente, una carrellata di canzoni, alcune molte conosciute, altre meno: la stessa che dà il titolo

al tutto, “Bocca di rosa”, “La canzone di Marinella”, “Ave Maria”, “Tre madri” e, a raccontare le altre storie, “Hotel Supramonte”, memoria del rapimento che lo stesso De André fu vittima insieme a Dori Ghezzi, che ad Amore che vieni, amore che vai ha dato la sua benedizione. «Di solito non amo le canzoni sulle donne scritte dagli uomini, ma De André è l’eccezione», dice Cristina Donà, «Vorrei dare a ciascuna canzone una voce diversa: mi piace pensare che dalle canzoni escano le anime delle donne, come fossero loro a cantare con le parole di chi le ha descritte». E le parole di Fabrizio De André non sono certo vuote. m

De André’s women in jazz Fabrizio De André is a “monument” of Italian music and it is not easy to pay him homage without being banal or rhetorical. In Amore che vieni, amore che vai (from the title of one of his wonderful songs), on July 5th at the Chiesa di San Giacomo in Forlì, a concert-show lining up some interesting names of Italian jazz and pop music focus on his feminine characters. De André’s women are uncommon, special; they deal with loneliness, love, social neglect. Faber (Fabrizio de André' nickname) sculpted them in words, without judging their behavours.

This “feminine” De André is interpreted by Cristina Donà’s sophisticated voice. Donà is a singer and an author who is not simply pop or rock. The worldfamous jazz musician Rita Marcotulli will play piano, while Fabrizio Bozzo will play trumpet. On stage also the jazzmen Javier Girotto (sax), Saverio Lanza (guitars), Enzo Pietropaoli (double bass), Calcagnile (drums). The concert will consist in a medley of songs. «I would like to give a different voice to each of these women, as they were singing themselves» says Donà.


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Festival nel festival

jazz, folk, rock

Ravenna Festival Magazine 2017

DI

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APERTO DA MARTEDÌ A DOMENICA 7:00 -14:30 Dal 1 al 29 luglio: domenica e lunedì chiuso Agosto chiuso con riaper tura giovedì 31 agosto

ROBERTA BEZZI

Arriverà tutta la potenza spirituale dell’India all’edizione 2017 del Ravenna Festival che ospiterà la tre giorni del Darbar Festival, il più importante per la musica classica indiana. La sezione che è stata significativamente battezzata “Passaggio in India”, ricordando l’omonimo romanzo di E. M. Forster, inizia sabato 20 giugno alle 21, nella cornice del Teatro Alighieri, con Material Men, l’ultima intensa creazione della Shobana Jeyasingh Dance, in prima italiana. Coordinati dall’audace coreografa Shobana Jeyasingh, nello spettacolo si confrontano il solista virtuoso Sororaj Subramaniam e il sorprendente danzatore di hip hop Shailesh Bahoran. Di origine indiana ma di casa a Londra, Shobana ha esplorato fin dagli esordi le sue doppie radici, creando sinergie visionarie fra la tradizione della danza indiana e la contemporaneità metropolitana. La creazione portata al Ravenna Festival  rappresenta una nuova tappa del suo percorso, iniziato nel 2015, in sintonia tematica con i danzatori, e ora ampliato a serata intera su musiche di Elena Kats-Chernin. Un

duetto forte, in cui emerge in controluce un messaggio sullo sfruttamento del popolo indiano al tempo del colonialismo. A dimostrazione di come la bella danza possa anche essere un “atto politico”. Quasi un festival nel festival, ossia una full immersion nella tradizione – apparentemente lontana dall’estetica occidentale eppure di ammaliante bellezza – dal 22 al 24 giugno, la scena sarà tutta del Darbar Festival. Fondato nel 2006 da colui che ne è il direttore artistico, Sandeep Singh Virdee, si tratta del più importante festival di musica classica indiana, da quella carnatica del Sud a quella indostana

Sopra, da sinistra: Bahuddin Dagar . Manjusha Patil Kulkarni. Sotto, da sinistra: Patri Satish Kumar. Pelva Naik .


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Festival nel festival

jazz, folk, rock

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“Passaggio in India”:

canti, armonie, spiritualità di una cultura millenaria

del Nord, al di fuori dell’India. Dedicato al leggendario suonatore di tabla Bhai Gurmit Singh Virdee, il festival vuol favorire la continuità tra i maestri della musica classica indiana nati nelle colonie dell’impero britannico e quelli giovani nati sul suolo inglese, che non parlano più la lingua dei padri e rischiano di approdare troppo tardi allo straordinario patrimonio culturale indiano. Nella nuova società multietnica, multireligiosa e postcoloniale, la sfida è mettere sullo stesso piano il canto dhrupad e Mahler, il poeta e drammaturgo Kalidasa e Shakespeare…

Percorso mistico nella musica classica indiana – fra raga e hata yoga – con i protagonisti del Darbar Festival di Londra Per questo i maestri siedono in mezzo al pubblico, non più suonatori di corte ma semplici artisti, e le principali tradizioni (industana, carnatica, dhrupad) della musica classica indiana perdono il loro carattere elitario per divenire accessibili a tutti. Per la prima volta il Darbar si sposterà da Londra, dove si tiene annualmente al Southbank Center, per arrivare a Ravenna,

per  una eccezionale tre giorni di concerti, dimostrazioni di stili, strumenti e sessioni di hatha yoga accompagnate da musica live. L’evento che sembra voler rinnovare quella “dolce ansietà d’oriente” che per Eugenio Montale caratterizza Ravenna, si prefigura dunque come il “focus“ più ampio e rigoroso mai proposto in Italia sulla più antica e longeva tradizione musicale esistente.

Esordio il 22 giugno, con un paio di appuntamenti. A partire dalle dimostrazioni di musica carnatica con le sorelle Ranjani e Gyatrie, alla Sala Corelli del Teatro Alighieri alle 15.30, che rappresentano l’espressività della tradizione carnatica e che portano il khayal Hindustani dell’India del Nord in una nuova dimensione. Per proseguire alle 21.30, nella basilica di San Vitale, con il concerto Escape into Night Ragas della giovane musicista di Calcutta, Debasmita Bhattacharya, considerata astro emergente di sarod, strumento >>


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Festival nel festival

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Ravenna Festival Magazine 2017

“A Passage to India”: Music and Spirituality from a Millenary Culture Quoting the famous novel by E. M. Forster, Ravenna Festival 2017 has called a whole section “A passage to India”. It starts on June 20th at Teatro Alighieri with an Italian premiere: Material Men by Shobana Jeyasingh, music by Elena KatsChernin. From June 22nd to June 24th, instead, there will be a festival in the festival: Darbar Festival is directed by Sandeep Singh Virdee who founded it in 2006. Dedicated to the legendary tabla player Bhai Gurmit Singh Virdee, the festival aims at helping continuity between Indian classic music masters born in British empire’s colonies and those born on British soil. In the new multi-ethnic, multireligious and post-colonial society, the challenge consists in mixing

che deriva dal rabaab afghano, e Gurdain Rayatt che suona le tabla. Da non perdere Yogabliss, ossia le lezioni di hatha yoga di Kanwal Ahluwaliai, accompagnate dalle note del chitarrista Giuliano Modarelli, il 23 e 24 giugno alla Sala Corelli dell’Alighieri

together dhurap songs and Mahler, Kalidasa and Shakespeare... Darbar will move from Southbank in London where it usually takes place once a year to come to Ravenna for a unique three days event full of concerts, hatha yoga instruments and sessions with live music. It is going to be the most important and meticulous event ever organized in Italy for what concerns the oldest and most enduring existing musical tradition. On June 22nd, Ranjani&Gyatrie (Sala Corelli, Teatro Alighieri, h. 3.30 pm) will be the first performer, at 9.30am at the Basilica San Vitale the young Calcutta musician Debasmita Bhattacharya will play Escape into Night Ragas. Yogabliss are hatha yoga lessons by Kanwal

alle 17.30. Nello stesso spazio, il 23 alle 11, si svolgono anche le lezioni dimostrative di rudra veena – il re degli strumenti indiani – con Ustad Bhauddin Dagar, maestro che vanta una tradizione familiare di musicisti da venti generazioni.

Ahluwaliai, accompanied by Giuliano Modarelli's guitar notes, on June 23rd and 24th (Sala Corelli at Teatro Alighieri at 5.30 pm) there will also be demonstrative lessons of rudra veena – the king of Indian instruments – with Ustad Bhauddin Dagar. On June 24th at 11 am Shashank Subramanium will play his bansuri. On June 24th at 10 am in the Basilica di San Francesco, Praveen Godjinki will play bansuri and Subhankar Banejee will play tabla. At teatro Alighieri at 9 pm there will be two concerts involving many artists: Epic Ragas (June 23rd) and Raga Time Travel (June 24th). “A passage to India” finishes on Sunday 9th with the concert by Anoushka Shankar, in Forlì.

Per l’occasione, presenta la tradizione dhrupad che è la forma di musica tradizionale più antica dell’India. Il 24, sempre alle 11, spazio invece al bansuri con Shashank Subramanium, ex bambino prodigio che si esibisce regolarmente

Sopra, da sinistra: Praveen Godkjindi e Shashank Subramanium, virtuosi del bansuri. Sotto, da sinistra: Debasmita Bhattacharya. Ranjani & Gayatri.

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in occasione dei maggiori concerti del Festival Chennai December Season. La basilica di San Francesco fa da cornice, il 24 marzo alle 10, al Glorious Morning Ragas, con il duo formato dal famoso maestro di livello internazionale Praveen Godkjindi che suona il tipico flauto indiano bansuri e da Subhankar Banerjee alle tabla. Due i concerti serali in programma al Teatro Alighieri: Epic Ragas il 23 alle 21 e Raga Time Travel, il 24 sempre alle 21, che coinvolgono un nutrito gruppo di artisti. Nel primo da segnalare, in particolare, la presenza di Manjusha Patil, celebre cantante khayal, riconosciuta come una delle maggiori voci emergenti dell’India, e di Pandit Kushal Das, uno dei


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Festival nel festival

jazz, folk, rock

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In occasione dei tre giorni del Darbar Festival a Ravenna sono in programma concerti di virtuosi dei vari strumenti della musica tradizionale dell’India: Sitar, Tabla, Bansuri, Sarod, Rudra veena e, naturalmente, il canto

maggiori maestri indiani di sitar che eseguirà brani resi celebri dal musicista e compositore indiano Pandit Ravi Shankar. Nel secondo, invece, il pubblico potrà ammirare ancora una volta Ustad Bhauddin Dagar. Il “Passaggio in India” si completa domenica 9 luglio alle 21, con la trasferta a Forlì, nella chiesa di San Giacomo, con il concerto di Anoushka Shankar, figlia del leggendario virtuoso del sitar Ravi,

che presenta per la prima volta in Italia la sua ultima composizione Land of Gold. E a proposito di sitar, val la pena ricordare che molti ne hanno conosciuto il suono grazie al rivoluzionario e ormai leggendario disco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles pubblicato nel 1967, in cui Harrison lo suonava, dando così il là alla scoperta della musica indiana nel mondo occidentale. m

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La chiamata all’Inferno del Teatro delle Albe

DI

SIMONA GUANDALINI

Agli incontri operativi della “chiamata pubblica” di dicembre risposero a centinaia fra adulti, anziani, bambini, ragazzi e adolescenti; ad oggi, una volta chiuse le iscrizioni il 10 aprile scorso, le adesioni ufficiali a quello che è stato denominato il “Cantiere Dante” sono diventate oltre 600: questo è il numero dei moltissimi cittadini ravennati che suddivisi in undici cori sono impegnati come volontari, insieme agli attori e alle guide del Teatro delle Albe, nella realizzazione di Inferno, uno spettacolo del tutto sui generis diretto da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. L’immane opera, per la quale il Teatro Rasi sarà completamente trasformato nei gironi infernali, è ispirata alla prima cantica del padre della lingua italiana Dante Alighieri e andrà in scena con 34 repliche nel programma del Ravenna Festival dal 25 maggio al 3 luglio 2017, alle ore 20, tutti i giorni tranne i lunedì e sabato 17 giugno. Inferno costituisce la prima parte di un progetto ben più ampio e tripartito dal titolo “Divina Commedia: 2017-2021”, che prevede la rappresentazione teatrale anche degli altri due

Va in scena la prima cantica della Divina Commedia, immaginata da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari come una sacra rappresentazione medievale. 34 serate in viaggio fra la Zona Dantesca e il teatro Rasi trasformato in gironi infernali. Oltre 600 persone coinvolte, fra attori, cori e maestranze, per l’esordio di una trilogia teatrale del capolavoro di Dante, a cadenza biennale, che si concluderà nell 2021 mondi oltremondani, precisamente del Purgatorio nel 2019 e del Paradiso nel 2021. È difficile trovare una peculiarità per descrivere emblematicamente ciò che sta prendendo forma nel cuore di Ravenna, perché non solo il consistente numero di iscritti, ai quali se ne aggiungeranno un centinaio provenienti da diverse città italiane, bensì la formula stessa con cui la regia ha deciso di trasformare in opera teatrale uno dei capolavori della nostra letteratura fanno di Inferno un lavoro complesso e articolato strutturalmente e tematicamente. Le Albe hanno tradotto il “transumanar” dantesco pensando l’opera nei termini della sacra rappresentazione medievale e del teatro rivoluzionario di massa di Majakovskij: il pubblico quindi non si siederà come da tradizione davanti a un sipario chiuso attendendo l’inizio dello spettacolo, perché l’intera città sarà >>


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Mostra iconografica

Alla Biblioteca Classense, l’Inferno nell’immaginario degli italiani In occasione della XXVIII edizione del Ravenna Festival, dal 25 maggio al 3 luglio la Biblioteca Classense propone alla sala della Manica Lunga una mostra interamente dedicata alla rappresentazione dell’iconografia dantesca nella prima cantica della Commedia e intitolata L’inferno degli italiani. L’immaginario dantesco nelle edizioni moderne della Classense. L’esposizione, pensata dall’ex direttrice della biblioteca Claudia Giuliani e portata avanti nella sua realizzazione dall’attuale direttore Maurizio Tarantino, nasce come risposta alla “chiamata” di Inferno, lo spettacolo firmato da Marco Martinelli e Ermanna Montanari e coprodotto da Ravenna Festival e Ravenna Teatro/Teatro delle Albe, ispirato al primo dei tre regni oltremondani. Con L’inferno degli italiani la Biblioteca Classense decide di dare maggiore spazio alle collezioni più vicine a noi temporalmente, presentando quindi una selezione di edizioni illustrate moderne e contemporanee tratte dalle sue collezioni e firmate da alcuni tra i più celebri artisti che dalla metà del XIX secolo ad oggi si sono cimentati con l’iconografia dell’Inferno dantesco; «Io e i miei collaboratori abbiamo scelto immagini potenti, in grado di parlare da sole, che mostrassero come i contemporanei vedono e percepiscono l’Inferno dell’Alighieri» spiega il direttore Tarantino. Si parte quindi dalle riproduzioni di Francesco Scaramuzza e dalle incisioni di Gustave Doré, per passare poi alle illustrazioni di Amos Nattini e giungere infine alle graphic novel e alle illustrazioni contemporanee del giapponese Gō Nagai e di Paolo Barbieri. Oltre agli autori appena menzionati, si potranno ammirare anche le riproduzioni novecentesche dei disegni di Alberto Martini, Duilio Cambellotti e Alberto Zardo tratte dal volume La Divina Commedia: novamente illustrata da fratelli italiani, pubblicato dai Fratelli Alinari; l’edizione, risalente al 1902, è scelta appositamente per la mostra poiché racchiude le opere degli artisti che parteciparono al concorso bandito a Firenze nel 1900, per l’appunto da Vittorio Alinari, per la realizzazione di un libro illustrato della Commedia. È il 1921 invece l’anno in cui si bandì un altro concorso, questa volta a Ravenna, per decorare ad affresco l’abside e le pareti della Chiesa di San Francesco; dal progetto, che non andò a buon fine, sono tratti i pannelli con le riproduzioni dei bozzetti originali di Carlo Wostry, pittore triestino della prima metà del ’900. Dalla metà del 1800 si arriva infine ai giorni nostri: alle immagini del fumettista e illustratore Lorenzo Mattotti, tratte dal volume La Divina Commedia. Inferno pubblicato nel 1999, si affiancano le illustrazioni firmate da Paolo Barbieri del volume più recente in esposizione, L’Inferno di Dante, edito nel 2012. Tutti gli artisti sono accomunatati dalla sensibilità mostrata verso le infinite suggestioni suscitate dalla prima cantica infernale; con le loro produzioni, L’Inferno degli italiani aggiunge elementi di riflessione al tema dell’edizione 2017 del Festival, “Il rumore del tempo”, che esplora il complesso e spesso drammatico rapporto tra intellettuale e potere, rapporto ben presente nella biografia e nell’opera di Dante. La mostra, a ingresso gratuito, è aperta tutti i giorni, tranne il lunedì e sabato 17 giugno dalle ore 17.30 alle19.30; dal martedì a venerdì dalle 10 alle 12 su richiesta.

un palcoscenico, dalle chiese alle piazze, e tutti i cittadini sono chiamati a partecipare, a “farsi luogo”, a farsi comunità. Nel concepire l’opera la regia ha tenuto ben presente un concetto fondamentale espresso da Ezra Pound, il Dante Everyman: non un solo individuo, bensì l’umanità intera fa il viaggio, difficile ma salvifico, dallo smarrimento nella “selva oscura” fino alla visione celeste, percorrendo i tre regni oltremondani che, prima ancora che paesaggi sono stati mentali in si trova l’uomo durante l’esistenza terrena. Il «cammin di nostra vita» inizia davanti alla Tomba di Dante, prosegue sino alla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo per giungere infine al Teatro Rasi completamente trasfigurato nell’abisso infernale. Dante è il pubblico stesso, itinerante proprio come l’esule pellegrino in fuga da Firenze, mentre Virgilio, la guida che nella Commedia accompagna il poeta nel suo viaggio oltremondano, è impersonato da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. «Sin da da subito ci siamo pensati come guida e come coppia, una coppia alchemica, quindi una mandorla, un qualche cosa che ha una sua forma, un duo che è un uno» spiega la Montanari. «È stata una delle prime intuizioni» sottolinea Marco Martinelli «legata anche al fatto che Dante nella Commedia non è mai solo, è sempre in compagnia di una guida, prima Virgilio, poi Beatrice infine negli ultimi canti del Paradiso San

Bernardo. Da lì deriva l’idea del maschile-femminile, che può trasmutare, può essere Virgilio e poi Beatrice, ma nello specifico è sempre il non essere soli anche nell’attraversare l’inferno, la disperazione più nera». Nulla è lasciato al caso nella creazione di questo enorme e cangiante progetto, grande come l’opera stessa a cui si ispira. Ogni sera per 34 giorni, numero simbolico che rimanda alla totalità dei canti infernali, lo spettacolo avrà inizio davanti al sepolcro di Dante, dove ad attendere il pubblico ci sarà un’enigmatica coppia di “custodi”, per l’appunto Ermanna Montanari e Marco Martinelli nel ruolo di guide, e il grande “coro dei cittadini”. Accompagnato in ogni istante del cammino dai custodi-guide, da lì lo spettatore inizierà un viaggio fisico e spirituale attraverso l’inferno dantesco in cui sarà trasformato il Teatro Rasi, entrando in un luogo «d’ogne luce muto» alla scoperta delle «segrete cose» in esso custodite. «L’inferno è uno spazio, e in quanto tale per 34 giorni questo spazio sarà il Teatro Rasi, ex chiesa romanica di Santa Chiara: una selva oscura lo puntellerà tutto, e io e Marco insieme a ogni persona passeremo attraverso questi puntelli» afferma Ermanna Montanari. La natura del viandante pellegrino immane nella rappresentazione, pervasa da una sua armonia; lo spettatore infatti si sposterà da un luogo all’altro del teatro, starà in alcuni momenti in piedi mentre in altri potrà sedersi, vedrà i cori e le masse dei “dannati” impersonati dai cittadini che hanno aderito al “Cantiere Dante”, incontrerà figure singole ed emblematiche, >>


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La raffigurazione delle cerchie dell’Inferno dantesco in un dipinto di Sandro Botticelli e un ritratto di Dante Alighieri Nella pagina a destra, folla al teatro Rasi alla chiamata di cittadini volontari per partecipare alla messa in scena dell’Inferno del Teatro delle Albe

patrimonio della memoria collettiva, cui daranno voce e corpo gli attori del Teatro delle Albe e altri attori ospiti. Nel cammino verso il buio più nero Paolo e Francesca, Ciacco, Farinata degli Uberti, le tre Erinni, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Malacoda e Alichino, Vanni Fucci, Ulisse, il

conte Ugolino attenderanno il pubblico al varco, intrappolati negli anfratti del teatro. A scandire la rappresentazione temporalmente, fisicamente e tematicamente ci sono i cori, le colonne portanti dell’Inferno delle Albe; composti dagli oltre 600 cittadini che hanno risposto

alla “chiamata pubblica”, ognuno degli 11 cori ha delle peculiarità che lo rendono unico e inimitabile. Nella fattispecie, il “coro dei cittadini” (canti I e II), il primo a entrare in scena, per ragioni tecniche è il più numeroso, al contrario del “coro di Beatrice”

Teatro delle Albe’s Call to Dante’s Inferno: hundreds of Citizens Involved in an Itinerant Performance from the Poet’s Tomb to Teatro Rasi Everything began with an “open call” for “Dante in construction” last winter. Six hundred citizens have joined this original theatrical project and are now divided into eleven choruses playing Dante’s Inferno together with actors of Teatro delle Albe, directed by Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

Purgatorio. Ticket is 20 euro; more info and reservations, write to tickets@ravennafestival.org or call lo 0544 249244.

Young artists for Dante at Chiostri Francescani Teatro delle Albe has translated the medieval Dante’s “transumanar” into Majakovskij’s revolutionary mass theater: the audience will not sit waiting for the play to start, as the whole town becomes a huge stage and citizens will be asked to take part, “become place”, be a community. The «cammin di nostra vita» starts in front of Dante’s Tomb and reaches the Basilica di Sant’Apollinare Nuovo to end in the Rasi Theatre. Dante is embodied by the audience, who will be wandering as an exile running away from Florence. Marco Martinelli and Ermanna Montanari will instead play the role of Virgil. Following a medieval scheme, the show will take place in different spots in town and will end up in Teatro Rasi, which will be transformed in hellholes. Given the huge number of “actors” involved and its being an itinerant show, the audience will include a maximum of 80 people each performance. The play will therefore be on for 34 days, from may 25th to July 3rd. Each evening people acting in chorus will change, so that, according to the director “Each evening will be a debut”. Audience is invited to wear comfortable shoes, bring some water and say if they suffer from claustrophobia as the performance lasts three hours and viewers are asked to walk and feel the dark and entirely dive into the “infera valle (hellish valley)” and hear the “orribili favelle (horrible languages)” and meet the inhabitants so that, at the end, they can leave everything behind and get out to “riveder le stelle (see the stars again)”. The play has been commissioned to the historical Ravenna’s theatre company Teatro delle Albe by Ravenna Festival and will be concluded by 2021, when the town will celebrate 700 years from the death of the Poet with the staging of Paradiso, while in 2019 Teatro delle Albe will produce the

From May 25th to July 2nd every morning at 11 am, in the beautiful Chiostri Francescani (Franciscan cloisters next to Dante's Tomb), the review “Giovani artisti per Dante” (Young artists for Dante) will take place every day with different events. It is a project Ravenna Festival is going to develop until the 2021 (700 years after Dante's death) asking new generations of artists to recount life and works of the father of Italian Language. Among young local artists, there will also be a “sound project” by Dutch students, dance shows by Cantieri, and the theatre laboratory “The hell is the others” by the group from Bologna Kepler-452.

Italians' Hell in images An Exhibit a the Classense Library On May 25th in the wonderful Classense Library in Ravenna will open an exhibition dedicated to the iconographic representation of Dante's Inferno. It is the response of the important library to the open call by Teatro delle Albe. Modern and contemporary illustrated editions of Dante's Inferno belonging to the Library will be exhibited: among others there will be images by Francesco Scaramuzza, Gustave Doré, Go Nagai, Lorenzo Mattotti, and Paolo Barbieri. There will also be the preparatory works Carlo Worsly had made in 1921 for the church of San Francesco: the apse and the walls were to be frescoed, but the project was never achieved. The exhibition will be open until July 3rd (closed on Mondays and June 17th from 5.30 to 7.30 pm).


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(canto II), il successivo in ordine cronologico, rappresentato da una sola bambina che cambierà ogni sera. Se invece il "Coro dei Soldati" è composto unicamente da attori maschili, quello "di Paolo e Francesca" (canto V) è formato da soli adolescenti con un’età compresa fra i 14 e i 17 anni. Nell’elenco seguono gli “Avari e Scialacquatori” (canto VII), il “coro Erinni e Arpie” (canti VIII, IX e XIII), il “Flegetonte” (canto XII), gli “Usurai” (canto XVII), il “coro dei diavoli” guidati da Malacoda (canto XXI), il “coro dei serpenti” (canti XXIV e XXV) e infine il terribile “coro del Cocito” (canto XXXIV). A questi si aggiungono i cosiddetti cori esterni di “scene e tecnici”, “costumi, trucco e parrucco”, “musicisti” e “organizzatori”. Da fine aprile sino al debutto di Inferno centinaia di cittadini, divisi nei rispettivi cori ai quali loro stessi hanno scelto di appartenere, riempiranno il Teatro Rasi nel pieno della sua “metamorfosi” in abisso infero, per partecipare alle prove dello spettacolo, guidati e seguiti in ogni passo dalle guide delle Albe. È difficile

Colonne portanti dell’Inferno del Teatro delle Albe sono i cori, formati da centinaia di “semplci“ cittadini che hanno risposto alla “chiamata pubblica” di partecipazione allo spettacolo capire quale sia stata la formula vincente, la spiegazione dietro a un numero così alto di adesioni; «forse la risposta può essere la smisuratezza dell’opera intrapresa dalle Albe» riflette Martinelli «cioè la smisuratezza esistente tra la Commedia, di per sé smisurata, e l’atto di chiamare dei “semplici” cittadini, quindi non degli artisti professionisti, a darle vita. Credo che sia stata

proprio la distanza fra questi due poli e la scintilla che può nascere da questo corto circuito». La copiosità degli “attori” coinvolti, che quindi occuperanno un certo spazio, e la natura itinerante dello spettacolo implicano volta per volta un pubblico di massimo 80 persone circa, ragion per cui il numero delle repliche è così alto. Questo aspetto conferisce ulteriore uni-

cità al progetto poiché «grazie alla partecipazione di centinaia di persone che non potranno essere allo spettacolo tutte le sere, ma cambieranno, si alterneranno, oppure se andranno via, noi avremo ad ogni “replica” una sorta di debutto, una prima irripetibile» precisa Marco Martinelli. Per 34 giorni a partire dal 25 maggio, ognuno di noi potrà immergersi completamente nella «valle infera», udirne i suoni e le «orribili favelle», conoscerne i suoi abitanti: ogni persona potrà andare verso il buoi, viverlo e attraversarlo interamente, per lasciarselo infine alle spalle senza esitazioni e, con il cuore colmo di gioia al pari di Dante, uscir fuori «a riveder le stelle» Agli spettatori si consiglia di indossare abiti e scarpe comode, di portare una bottiglietta d’acqua e di segnalare se si hanno problemi di claustrofobia. m Il costo del biglietto è di 20 euro; per maggiori informazioni scrivere una email a tickets@ravennafestival.org oppure di chiamare lo 0544 249244.

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eventi speciali

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Giovani artisti per Dante Teatro, musica, danza e arti figurative, ogni giorno ai Chiostri Francescani DI

SIMONA GUANDALINI

Ravenna è la “città di Dante” e lo sarà ancora di più dal 25 maggio al 2 luglio quando, ogni mattina alle ore 11, gli splendidi Chiostri Francescani, adiacenti al Sepolcro dantesco, si abiteranno dei “Giovani artisti per Dante”. La rassegna quotidiana, giunta alla sua seconda edizione e parte del cammino del Festival sino al 2021, anno del settimo centenario della morte dell’Alighieri, racchiude al suo interno le creazioni firmate dalle nuove generazioni di artisti in grado di raccontare la vita e le opere del padre della lingua italiana con ritratti inediti e attraverso tutti i linguaggi performativi. Alla chiusura del bando internazionale erano circa 53 le domande pervenute; i progetti vincitori richiamano alcuni personaggi della Commedia come Pia De’ Tolomei o le donne che Dante incontra nel girone dei lussuriosi, accanto a visioni del rigoglioso Paradiso terrestre e di personalissimi inferni quotidiani. A inaugurare l’edizione 2017 saranno gli studenti del Liceo Artistico P. L. Nervi-G. Severini di Ravenna con Incanti. Su l’Alileggier, in scena dal 25 al 31 maggio. Attraverso la danza, la musica, il teatro e la pittura, il gruppo di liceali insceneranno l’incontro ideale fra Giovan Battista Marino, poeta barocco di origine partenopea che visitò Ravenna nel 1606, e Dante Alighieri, che influenzò Marino sino alla stesura di una delle sue opere più note, l’Adone; dunque un dialogo immaginario non solo fra i due poeti, ma anche fra due secoli lontani, il ’300 e il ’600, che condurrà il pubblico in un viag-

gio alla scoperta della storia di Ravenna attraverso le voci di Dante e Marino. La rassegna prosegue con Ricorditi di me che sono la Pia, spettacolo in lingua italiana e francese ideato dalla milanese Compagnia Carnevale e dedicato alla figura di Pia De’ Tolomei, uno dei personaggi più affascinanti e misteriosi della Commedia. Dall’1 al 7 giugno Pia stessa racconterà le proprie vicende – a un passante, al guardiano della torre o forse allo stesso Dante –; nel frattempo, di giorno in giorno, le arcate del chiostro si riempiranno con una galleria di ritratti destinati a creare un elegante mosaico, che esaudirà dopo secoli la delicata e disperata richiesta di Pia De’ Tolomei: lasciare una traccia di sé ed essere ricordata. Una composizione nuova per due arpe, liuto, viola, violino e musica elettronica sarà Il viaggio sonoro di Dante, firmato dal collettivo olandese Musica al Dante del

Conservatorio Reale dell’Aja e realizzato in collaborazione con le Scuole Primarie Filippo Mordani e G. Pascoli di Ravenna. Dall’8 al 14 giugno il pubblico passerà attraverso gli ambienti sonori della Commedia, dalla cacofonia dell’Inferno alla monodia del Purgatorio, fino alla polifonia paradisiaca; per il “cattivo coro de li angeli” (Inf. III) e il canto degli angeli del Paradiso si coinvolgeranno i bambini delle scuole elementari . Dal 15 al 21 giugno tornano su invito del Festival Anime Specchianti, che narreranno in Amor ci vinse le storie travolgenti di Francesca da Rimini, Didone, Cleopatra ed Elena di Troia. Il gruppo, costituito dai DanzActori di Ravenna Festival, racconta le vicende amorose di queste donne, attingendo alle voci a loro attribuite da Virgilio, Euripide, Shakespeare e Purcell. Quattro figure femminili, di epoche differenti, collocate da Dante nel V canto infernale: ma è quindi un peccato amare troppo e

dare la vita per il proprio amore? Non hanno forse vissuto anche loro un Amore capace di muovere «il sole e l’altre stelle»? La danza è ancora protagonista dal 22 al 28 giugno ne Il giardino delle delizie, uno spettacolo ideato dal coreografo ravennate Nicola Galli in collaborazione con Cantieri Danza, che celebra con una trama di movimenti la vetta del Purgatorio, il Paradiso terrestre; il rigoglioso giardino create da Dio e sede dell’umanità si specchia nell’architettura squadrata del Chiostro, abitato dai corpi dei sei danzatori, uniti insieme in un brulichio ispirato alla complessità pittorica di Hieronymus Bosch. Il rito coreografico è pervaso da un costante desiderio di movimento e da una tensione verso la purificazione e l’ascesa. Dal 29 giugno al 2 luglio la rassegna “Giovani artisti per Dante” chiude con il laboratorio L’inferno sono gli altri, secondo movimento sull’inferno dantesco del gruppo bolognese Kepler-452, invitato nuovamente dal Festival a partecipare: i cittadini ravennati si chiederanno che cos’è per gli altri e per chi ci circonda l’inferno, traducendo la domanda in drammaturgia attraverso la guida della Commedia. I partecipanti, nel ruolo di intervistatori, drammaturghi e interpreti, costruiranno dei personaggi e delle strutture site-specific inscenati nell’ambiente sonoro creato da Bebo Guidetti, beatmaker della band indie-rock Lo Stato Sociale. m L’ingresso a persona per Giovani artisti per Dante ha il costo di 1 euro. Per ulteriori informazioni chiamare lo 0544 249244 oppure visitare il sito www.ravennafestival.org.


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drammaturgie politiche

teatro

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1917, la rivoluzione comunista riletta da DI

MATTEO CAVEZZALI

1917 è uno spettacolo teatrale e musicale di ErosAntEros – Davide Sacco e Agata Tomsic – che rilegge le opere di Blok, Chlebnikov, Esenin, Gerenzon, Majakovskij e Pasternak selezionate dal professore Fausto Malcovati. In scena anche il Quartetto Noûs alle prese con una partitura di Shostakovich (il Quartetto n. 8 in do minore op. 110). Commissionato dal Ravenna Festival è in programma il 28 giugno, alle 21, al teatro Alighieri, in prima nazionale. Dopo esservi cimentati in Allarmi! con il neofascismo ora con questo spettacolo affronterete la rivoluzione comunista. In questi anni di allontanamento dei giovani dalla politica, cosa vi ha spinto invece in questa direzione? Definireste il vostro teatro politico? «La tensione politica dei nostri ultimi lavori nasce da una domanda sul nostro fare e sul teatro come scelta di vita, che abbiamo iniziato a porci a partire dal 2012 con il progetto Come le lucciole e

ErosAntEros

che ha continuato a spingerci a scegliere come oggetti di indagine dei nostri lavori temi attuali o secondo noi “utili” a interpretare e riflettere sul nostro presente. C’è chi ha definito il nostro teatro “politico” e si tratta di un appellativo di cui, a differenza di altri nostri coetanei, siamo felici. Quello che perseguiamo è un teatro “impegnato” che allo stesso tempo non rinuncia al valore estetico della forma, inseguendo l’ideale di un “teatro popolare di ricerca” (Leo De Berardinis), capace di riavvicinare i cittadini alla cultura e alla politica». Cosa hanno ancora di dirompente parole di questi pensatori “sconfitti” dalla storia come Aleksandr Blok, Vladimir Majakovskij o Boris Pasternak? «Sapere cosa ne ha fatto la storia rende le parole di questi poeti spesso commoventi. Rileggendole si prova nostalgia della tenacia con cui Majakovskij in primis, ma anche Blok, Chlebnikov e Esenin mettevano la propria produzione letteraria al servizio dell’ideale

Intervista ai protagonisti Davide Sacco e Agata Tomsic, lui regista, lei drammaturga e attrice, in scena con il Quartetto Noûs sociale e culturale in cui credevano. Walter Benjamin nei suoi saggi sul Concetto di storia sosteneva che attraverso la pratica della “citazione” era possibile ridare dignità al passato oppresso, dandogli una nuova possibilità di realizzarsi concretamente. In maniera analoga, con questo lavoro, vogliamo dare a questi poeti la possibilità di infiammare nuovi cuori, sperando che almeno qualcuno esca dallo spettacolo avendo voglia di ripensare il

proprio presente e di lottare assieme a “noi” per un migliore futuro». «Che cosa fu ideato? Rifare tutto. Fare in modo che tutto diventi nuovo; che la nostra falsa, sporca, tediosa, mostruosa vita diventi una vita giusta, pulita, allegra, bellissima». Scriveva Blok nel saggio L'intelligencija e la rivoluzione. Sembrano parole particolarmente amare visto che di quella «giusta, allegra e bellissima vita» non si realizzò per nessuno dei poeti della rivoluzione. Lo stesso Blok dopo essere caduto in depressione morì, come scrissero alcuni, per “mancanza d'aria”. Cosa rimane oggi di quella spinta ideale? «Da queste parole potremmo imparare che, come insegna Georges Didi-Huberman, “l’immaginazione è politica” e si tratta di una facoltà che la nostra società deve reimparare a far propria. Non possiamo accettare il presente come immutabile, altrimenti questo presente non verrà mai agito da noi, ma soltanto da coloro che

detengono il potere economico e fanno di tutto per conservarlo. Da Blok dobbiamo imparare a sognare una “giusta, allegra e bellissima


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drammaturgie politiche

teatro

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Ravenna Festival Magazine 2017

Esenin

Majakovskij

vita” di tutti e per tutti; e a darci da fare perché si realizzi. Anche se lui ha “fallito”, non riprovarci sarebbe un fallimento ancora più grande». Artisticamente e teatralmente furono anni di grande rinnovamento grazie alle avanguardie. Avete in qualche modo ripreso anche questo aspetto in 1917? «Certamente. Il Costruttivismo ha ispirato le animazioni video di Gianluca Sacco e i costumi di Laura Dondoli, con riferimenti alle opere di Dmitry Bisti, El Lissitzky, Aleksandr Rodčenko. Per quel che riguarda invece la performatività della figura di Agata, ci siamo fatti influenzare dalle avanguardie teatrali, in par-

ticolare dall’interesse che queste avevano per la Commedia dell’Arte e la commistione dei generi». Come è l’esperienza di lavorare con un quartetto d’archi? «Il lavoro sul suono e la voce sono da sempre al centro del nostro teatro, e relazionarci con il Quartetto Noûs è stata una sfida che abbiamo subito accettato con entusiasmo. Il suggerimento viene dalla direzione artistica del Festival, si tratta di un lavoro nato su loro commissione che ci ha subito accesi: era da anni che volevamo lavorare sulla Rivoluzione d’Ottobre, quale migliore occasione per farlo...». m

Blok

Pasternak

1917, ErosAnteros and the Bolshevik Revolution 1917 is a theatrical and musical show commissioned by Ravenna Festival and put on stage by ErosAnteros (Davide Sacco and Agata Tomsic) with Quartetto Noûs. It recovers works by Blok, Chlebnikov, Esenin, Gerenzon, Majakovskij and Pasternak selected by the professor Fausto Malcovati. «The political tension of our latest plays comes from a question we have been asking ourselves about the way we make theatre and the reasons why theatre has become our lifestyle choice», say Sacco and Tomsic. «We are interested in an “engaged theatre” which does not give up the aesthetic value of forms, we pursue the ideal of a “popular experimental theatre” to reconcile citizens with culture and politics». About the texts they have been working on they say that «when you read the words of those poets you feel nostalgic for their tenacity in serving the social and cultural ideal they believed in. We want to give these poets the possibility to set hearts on fire again, hoping that someone, after seeing our play, will be willing to rethink his or her present and fight with “us” for a better future». Constructivism has inspired Sacco’s video and Laura Dondoli’s costumes, theatre avantgardes of the time have instead influenced Agata’s performance.

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Avanguardie storiche Ravenna Festival Magazine 2017

Dal rumore del tempo all’intonarumori

DI ATTILIA TARTAGNI

Fra i “rumori rivoluzionari” evocati dal Ravenna Festival 2017 il Futurismo è stato fra i più clamorosi e non soltanto per gli eventi roboanti finiti a «schiaffi e pugni», ma anche per le loro risonanze sulla stampa e le riviste specializzate e per i principi dissacranti dei Manifesti. Il Futurismo, fra le avanguardie fiorite agli albori del novecento, si impose all’attenzione generale travalicando le Alpi come un fenomeno da esportazione, cosa rarissima per l’Italia che ha sempre importato tendenze, e contaminando, fra l’altro, la Francia e particolarmente la Russia che influenze culturali dalla nostra penisola, veicolati da qualificati ambasciatori della musica e dell’arte, ne riceveva da

Il Futurismo italiano, primo fra le avanguardie fiorite agli albori del Novecento, si impose all’attenzione generale travalicando le Alpi e dilagando nel continente con le sue provocazioni artistiche e culturali almeno duecento anni. Il Futurismo, fra tante avanguardie storiche passate in un lampo, è il movimento italiano più sfaccettato e longevo che ha inciso in ogni ambito artistico. I suoi esiti si allungano fino agli anni quaranta, producendo un gran fermento di idee per cui i suoi protagonisti, da Boccioni a Balla, da Prampolini a Depero, sono costantemente esposti e rivalutati, fonte di ispirazione anche per artisti viventi come Ugo Nespolo e tanti altri. Filippo Tommaso Marinetti,

fondatore del Futurismo, milanese con relazioni internazionali e radicamenti in provincia, coinvolse letterati, pittori, musicisti, architetti nell’illusione che l’artista avrebbe ritrovato il ruolo prestigioso del passato diventando “demiurgo” di una società in rapida evoluzione, interprete e pilota del cambiamento. Invece di rigettare progresso e tecnologia, il futurismo se ne servì anche ai fini artistici. Il Manifesto del 1909 ripudia in letteratura «l’immobilità

pensosa, l’estasi, il sonno» esaltando «l’energia, la temerarietà» e la bellezza della velocità. «Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! [...] Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?» prosegue il manifesto «Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie […] noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa [...] il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri [...] i piroscafi avventurosi [...] le >>

Futuristi italiani a Parigi nel 1912: (da sinistra) Russolo, Carra,̀ Marinetti, Boccioni, Severini.


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Avanguardie storiche Ravenna Festival Magazine 2017

locomotive dall’ampio petto [...] e il volo scivolante degli aeroplani». Il Futurismo vuole liberare il paese dalla sua «fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e

In alto a sinistra: Umberto Boccioni, La città che sale. In alto a destra: Gerardo Dottori, dipinto di aeropittura futurista, 1931 Sotto: Giacomo Balla, Genio Futurista

d’antiquari» uscendo dalla convenzionale tradizione e trovare nel progresso la nuova estetica coniugando arte e vita. La città che sale dipinta da Umberto Boccioni, annoverato fra i massimi artisti del 900, riflette i principi fondanti del movimento impiegando una straordinaria arte pittorica attenta alle ultime tendenze europee. L’opera è un formidabile spaccato del territorio trasformato dal progresso e dal dinamismo che travolge uomini e cose in una

sorta di vortice “costruttivista” generando il nuovo mondo. Non a caso quest’opera viene rapportata per contenuto al Quarto Stato di Pelizza da Volpedo con la marea montante di lavoratori che preannuncia le rivolte delle masse, di cui la più eclatante, nel bene e nel male, fu la rivoluzione russa del 1917. L’arte dei Futuristi, dunque, è legata strettamente alla società, ne vuole influenzare il cambiamento e utilizza ogni linguaggio della comunicazione,

anche quelli più innovativi destinati ad evolversi in futuro come il cinema e la pubblicità. Ciò deriva anche dal fatto che il movimento non pone barriere fra le arti, anzi aspira alla sinergia, anticipando quella fusione prodigiosa che sfocerà nella cinematografia, somma di tante arti. Inoltre nega la frattura imperante fra cultura “alta e bassa” che vede da un lato l’artista “vate” imbevuto di colte letture, dall’altro il creatoreartigiano dedito ad abilità >>


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Avanguardie storiche Ravenna Festival Magazine 2017

manuali. Le straordinarie opere ereditate dal futurismo dimostrano che “il fareâ€? è importante quanto la concettualitĂ : i futuristi sono grandi pittori, maghi della materia e si esprimono artisticamente anche con il mosaico, vedi Severini e i suoi rapporti con Ravenna. La creativitĂ  futurista contamina il teatro. I Futuristi rompono il sonno dell’accademico e solenne teatro con la loro creativitĂ  rivoluzionaria che esalta la macchina, il movimento e

Il movimento Futurista non cercò solo di scardinare le arti tradizionali come la pittura e la letteratura ma si spinse a teorizzare nuove forme e contaminazioni di opere performative fra teatro, cinema, musica e danza l’environment. Ha scritto molto sul teatro Marinetti, del quale vedremo al Festival, fra l’altro, la Danza dell’aviatrice a cui rimanda il “Manifesto della danza futuristaâ€? del 1917, una coreografia ispirata dall’aereo, mitico protagonista, quanto l’auto che è ÂŤpiĂš bella della Vittoria di SamotraciaÂť, del progresso tecnologico che ha esaltato la velocitĂ e consentito

la nuova visuale aerea contemplata dall’aeropittura di Gerardo Dottori. Anche Boccioni, Balla, Prampolini e Depero scrissero di teatro esaltando la libertĂ di espressione che si fa comunicazione in grado di coinvolgere il pubblico, specialmente con la scenografia teatrale. GiĂ  nel Manifesto “Il Teatro di VarietĂ â€? del 1913 si

esaltano ÂŤi movimenti simultanei di giocolieri, ballerini, ginnasti, cavallerizzi multicolori, danzatori trottanti sulle punte dei piedi [...]Âť, sopprimendo ogni logica e instaurando il trionfo dell’inverosimile e dell’assurdo. Del resto l’arte di sorprendere e di “andare in scenaâ€? Marinetti l’applicava regolarmente nei suoi spettacoli di poesia sceneggiata in teatri e gallerie d’arte, imitato dai Dadaisti del Cabaret Voltaire a Zurigo. Nel 1915 venne stilato il “Teatro sinteticoâ€? in cui agli “attiâ€? si sostituiscono gli “attimiâ€? giocando sulla sintesi e sull’intuizione, sull’inverosimile e sull’ironia sempre piĂš lontani

       

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Avanguardie storiche

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Ravenna Festival Magazine 2017

Da sinistra: Gino Severini, La danza del pan-pan a Monico, 1911. Manifesto di uno spettacolo futurista, 1924. Fortunato Depero, Rotazione di ballerina e pappagalli, 1917. Anton Giulio Bragaglia, Thais, film 1917. Un fotogramma del film Vita Futurista (1916) prodotto e diretto da Arnaldo Ginna. L’Intonarumori di Luigi Russolo.

Locandina per l'opera L'aviatore Dro (1920) di Pratella.

dalla realtà. Prampolini nel 1915 scrive il “Manifesto della Scenografia e Coreografia” futurista e quasi dieci anni dopo “L’atmosfera scenica futurista” spostando l’attenzione dalla “scenosintesi” alla “scenodinamica” e dalla scena illuminata alla «scena illuminante». Nel 1915 Giacomo Balla, in Fuochi d’artificio di Stravinskij per Diaghilev al Teatro Costanzi di Roma, concretizza le «visualizzazioni musicali del colore» realizzando quella simbiosi fra variazioni musicali e luci colorate che precorre la «luce psicologica» di Bragaglia e il «teatro del colore» di Ricciardi

del 1920. I pittori-scenografi futuristi furono i primi a produrre emozioni con un’architettura di elementi pittorici, elettrici, meccanici come la macchina intonarumori di Luigi Russolo, regalando al pubblico le suggestioni che la parola e il gesto non danno e ponendo l’attore al vertice di complesse costruzioni irradiato da fasci di luce e di colore. In teatro il pittore Fortunato Depero già nel 2015 creava i suoi personaggi plastici e nel 1917 le «corazze plastiche policrome» e le «scenoplastiche» per il Canto dell’usignolo di Stravinskij per Diaghilev. Nel 1918 con il poeta svizzero Clavel

realizzò i Balli plastici in cui le marionette animavano un teatro di automi nel macchinoso gioco scenico. Purtroppo molte cose sono andate perdute, altre, come le scenotecniche, sono entrate stabilmente nella prassi teatrale Secondo Anton Giulio Bragalia, aderente al movimento fin dal 1911, il Futurismo era l’arte in grado di catturare la complessità del movimento e il ritmo della realtà e dunque la cinematografia, ancora agli albori, ne era il linguaggio privilegiato. È del 1917 Perfido incanto il primo film d’

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Avanguardie storiche

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avanguardia di Bragaglia, a cui collaborò come scenografo Prampolini. Oggi, soprattutto la trama del film con il classico triangolo amoroso appare tutt’altro che d’avanguardia. Sarebbe invece molto interessante vedere il film Vita futurista, purtroppo andato perduto (non resta che qualche fotogramma), prodotto già nel 1916 dal gruppo futurista fiorentino e realizzato a proprie spese dal ravennate Arnaldo Ginna, nonché il contenuto del “Manifesto del cinema futurista” del settembre dell’anno stesso, anche rapportandolo alla futura cinematografia sperimentale.

L’aviatore Dro, opera italiana futurista Quel gusto rétro della trama di Perfido incanto si riscontra

anche in quella dell’opera futurista L’aviatore Dro, fantasiosa storia d’amore, tradimenti e vicissitudini aeree che ha per protagonisti Dro, il rivale Rono e la bella Ciadi, opera “totale” con parole e musiche del romagnolo Francesco Balilla Pratella. Allievo al Conservatorio di Pesaro di Luigi Mascagni, aveva composto e portato in scena con tanto di macchine agricole l’opera verista in dialetto romagnolo La Sina d’Vargoun e proprio per l’esecuzione di una parte di essa a Imola, il 20 agosto 1910, aveva conosciuto Marinetti, per il quale avrebbe poi sottoscritto il Manifesto della Musica Futurista diventando teorico musicale del movimento. L’opera futurista, concepita nel 1910 e pubblicata da Sonzogno nel 1915, esordì al Teatro Rossini di Lugo il 4 settembre 1920 e fu replicata 13 volte. Ma quanto c’è davvero di

“futurista” in essa? Certamente il tema aviatorio, probabilmente collegato anche alla figura di Francesco Baracca, leggendario aviatore lughese della prima guerra mondiale e alla passione di Pratella per le azioni aeree, tanto da chiamare Ala una delle sue due figlie, indimenticata insegnante di lettere. L’opera è certo futurista nell’avvalersi dell’intonarumori inventato da Luigi Russolo, pittore e musicista. Ma, come afferma il compianto Gianandrea Gavazzeni in locandina, direttore d’orchestra dell’unica riproposizione dell’opera avvenuta nel Teatro Rossini di Lugo nel gennaio 1996 – prodotta dal Teatro Alighieri di Ravenna in collaborazione con il teatro lughese e la Fondazione Arturo Toscanini e con Sylvano Bussoti, musicista, pittore e molto altro, quale regista e autore delle scene e dei costumi

Revolutionary noises and Futurism Among the “revolutionary noises” evoked by 2017 Ravenna Festival, Futurism has been one of the most sensational. Among the avantguardes of the beginning of XX century, it soon became an international phenomenon: it spread beyond Alps and contaminated France and Russia. It has been the most articulated and longest-running artistic Italian mouvement and it has influenced all artistic fields. Among the protagonists there were Boccioni, Balla, Prampolini, Depero who have been many times rediscovered in the following years. The founder Filippo Tommaso Marinetti theorized the idea that artists could recover past prestige and become “demiurge” of a society that was swiftly changing and therefore involved writers, painters, musicians, architects. Futuristic art aims at influencing changes and also uses the most innovative languages, such as cinema and advertisement. The mouvement did not build barriers between arts, its goal being the "synergy", thus anticipating the extraordinary fusion of languages represented by cinema. It also went beyond the fracture between "artist" and "craftman". Futurists were very interested in thea-

tre: Marinetti, Boccioni, Balla, Prampolini and Depero exalted the freedom of expression to better communicate with the audience. "Teatro sintentico" (Synthetic theatre) dates back to 1915, in the same year Prampolini wrote about the shift from the "illuminated stage" to the "illuminating stage", and again Giacomo Balla talked of "musical visualization of colors" with Stravinskij, while Depero created his plastic characters. According to Anton Giulio Bragaglla, cinema was the art to privilege. It would be very interesting watching Vita futurista (Futuristic life) produced by the Florence's group and supported by Arnaldo Ginna, from Ravenna. Unfortunately the film has been lost. L'aviatore Dro L'aviatore Dro (The aviator Dro) was a futuristic opera written by Francesco Balilla Petrella and put on stage for the first time in 1915 at Teatro Rossini in Lugo. It was played again in 1996 thanks to Teatro Alighieri and it represented a surprise for the audience, just like Victory over the sun is due to do in 2017 Festival.

– nella stesura orchestrale Pratella utilizzò un linguaggio armonico che «rimanda all’impressionismo d’oltralpe. L’uso della vocalità richiama il teatro impressionistico tedesco, anche se nessuno in Italia conosceva allora la lezione di Kurt Weill. L’uso del canto e del parlato fa pensare a Berg, a Schonberg e ai musicisti della cosiddetta Seconda Scuola di Vienna, la ritmica e i cambi di tempo al primo Stravinsky del Sacre che Pratella conosceva. Nelle parti corali, poi, Pratella si riallaccia alle tradizioni popolari» di cui fu appassionato custode e studioso. Gavazzeni, musicista e intellettuale, conclude così: «Sono queste curiose mescolanze a rendere più affascinante quest’opera: alle soglie del Duemila ai nostri occhi e alle nostre orecchie il Dro apparirà come una novità». Al Festival 2017, probabilmente con identico stupore, assisteremo all’opera russa Vittoria sul sole in due agimenti e sei quadri di Aleksej Kruchenych, con musica di Mihail V. Matjuschin, scene e costumi del grandissimo artista Malevi e di nuovo sfideremo noi stessi a scoprire quanto l’opera rispecchi i principi del Futurismo o del Costruttivismo in cui esso si è evoluto con caratteri originali in Russia dopo i contatti con Marinetti. m

Da sinistra: Il musicologo e compositore lughese Francesco Balilla Pratella studioso di folclore e fra i promotori con Luigi Russolo del Manifesto della Musica Futurista. F. B. Pratella, bozzetto per l'opera lirica L'aviatore Dro, 1913. Il Coro Pratella di Lugo, che propone un repertorio di cantate popolari dialettali che erano oggetto di studi e passione di Francesco Pratella.


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Visioni

eventi speciali

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Musica e Cinema tre grandi classici del muto sonorizzati dal vivo DI FRANCESCO

DELLA TORRE

Il Ravenna Festival propone anche per l’edizione 2017 tre appuntamenti cinematografici particolari e preziosi, dedicati alla proiezione di classici del film muto musicati dal vivo da tre esnsemble diversi, nella composizione, nella tipologia e nel genere musicale suonato. Il primo appuntamento, fissato per sabato 3 giugno al Palazzo dei Congressi è con un vero e pro-

prio film di culto, considerato il primo film horror della storia del cinema: Il gabinetto del Dottor Caligari (di Robert Wiene, 1920) è il caposaldo dell'espressionismo tedesco. Il film è girato con inquadrature fisse ma con un senso geometrico dello spazio totalmente distorto, così da annullare la prospettiva e ricreare un nuovo paesaggio sensoriale negli occhi di uno spettatore che ai tempi già restava a bocca aperta e che ancora oggi dopo

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un secolo ci mostra come si siano gettate le basi delle arti visive contemporanee. Le musiche dal vivo sono composte ed eseguite dal pluripremiato Edison Studio, gruppo che ha all'attivo altre suonate, come Il ricatto di Hitchcock. La colonna sonora di Edison Studio, commissionata dall'International Music Conference di Singapore, ha uno stile marcatamente elettronico che riesce con le sue atmosfere a ricreare e a reinventare a livello sonoro gli spazi che il film di Wiene ha volutamente stravolto, restituendo un nuovo splendore a un film con strumentazioni impensabili per l'epoca, come computer, tastiere elettroniche, strumenti a percussione, nonché voci e oggetti risonanti. Un progetto multimediale che attraversa, abbraccia e unisce l'intero arco di un secolo. Il secondo appuntamento è per sabato 1 luglio nell'affascinante ed evocativo spazio scenico della Basilica di San Francesco per un altro grande film, forse l'ultimo

capolavoro non parlato della storia, La passione di Giovanna d'Arco (di Carl Theodor Dreyer, 1928). Il titolo ben riassume i temi della pellicola, che vede al centro unicamente e continuamente l'eroina francese e il suo travaglio fisico e psicologico, che influenzò fortemente anche la sua interprete, Renée Falconetti, che uscì dalle riprese fortemente provata. L'ensemble inglese Orlando Consort accompagna a cappella con musiche composte nel XV secolo e scelte accuratamente per nobilitare e dare un tocco di sacralità a un'atmosfera già molto intensa per le immagini del film di Dreyer e per la Basilica che ospita questo appuntamento, che per inciso è una prima nazionale. Lo stile del coro è unico nel suo genere e abbraccia una larghissima sfera musicale, risultando sia rigoroso alla tecnica del coro, che amante dell'improvvisazione; l'ensemble, inoltre, è nota in tutta Europa, avendo partecipato a oltre trenta prime mondiali.

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Three precious and peculiar events will enrich the program of Ravenna Festival 2017: three silent movies will be set to live music by three different orchestras. On June 3rd, at Palazzo dei Congressi, Das Cabinet des Dr. Caligari (by Robert Wiene, 1920) – a cult movie that is considered the first horror movie in the history of cinema – will be accompanied by award-winning Edison Studio’s live music. Through the use of computers, electronic keys, voices and sounding objects, this unique multimedia project embraces the entire space of a century. On July 1st in the medieval Basilica of San Francesco, La passion de Jeanne d'Arc (by Carl Theodor Dreyer, 1928) – maybe the last silent masterpiece – will be set to music by the English ensemble Orlando Consort. They will play a cappella some XV century music scores. On July 11th, at Teatro Alighieri we will see Charlot in The Gold Rush (by Charlie Chaplin, 1925). The original score was written by Chaplin himself and has been restored and adapted by Timothy Brock who will conduct the Orchestra giovanile (Youth orchestra) Luigi Cherubini.


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Visioni 101

eventi speciali

Ravenna Festival Magazine 2017

Il terzo appuntamento, in programma martedì 11 luglio al Teatro Alighieri, riguarda una pellicola più popolare e di tono decisamente diverso dai precedenti, visto che parliamo del grande Charlot, protagonista de La febbre dell'oro (di Charlie Chaplin, 1925). Charlot è un cercatore d'oro che attraverserà mille intemperie dell'ostico stato del Klondike, e metterà a repentaglio la propria vita pur di arrivare al tanto agognato e brillante

Sullo schermo, Il gabinetto del dottor Caligari, La passione di Giovanna d’Arco, La febbre dell’oro, con le colonne sonore eseguite da Edison Studio, Orlando Consort e Timothy Brock, sul podio dell’orchestra giovanile Luigi Cherubini oggetto del desiderio. La partitura musicale originale del film è dello stesso Chaplin, che ricordiamo come geniale compositore nonostante non conoscesse la

scrittura musicale, e per questa edizione è stata restaurata ed adattata dal maestro Timothy Brock, ed è eseguita dall'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini da

lui diretta. Il lavoro di restauro è stato complesso e minuzioso, basato sulle partiture originali e su inedite registrazioni al piano dello stesso Chaplin. Brock, 54 anni, è ormai considerato uno dei maggiori esponenti nel campo delle musiche per film e ha al suo attivo molti adattamenti; inoltre grazie alla Fondazione Chaplin e alla Cineteca Nazionale di Bologna, tutti i film del grande regista sono stati restaurati e musicalmente adattati. m


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Immaginario

eventi speciali

Ravenna Festival Magazine 2017

Le musiche visuali di Lelli e Masotti Un mostra fotografica e una videoinstallazione al Museo d’Arte della Città DI SERENA SIMONI

Esiste nella storia dell’arte un antico dilemma che ha coinvolto generazioni di artisti nel tentativo di superare la fissità dell’immagine, la sua struttura di oggettoquadro, oggetto-scultura o immagine, per tradurre il tempo e il movimento. Fino all’invenzione della tecnica cinematografica è stata una sfida quasi continua, talvolta con esiti interessanti. Il problema non vede una risposta determinata soprattutto per quanti – non utilizzando video o pellicola – utilizzano tecniche come la fotografia che, pur possedendo una storia di forte sperimentazione, vede il proprio esito artistico in un oggetto statico. La tensione fra la fluidità del tempo-movimento e il fermo immagine è addirittura potenziata se i soggetti delle fotografie si riferiscono ad un mondo particolare, quello musicale o teatrale, dove i protagonisti risultano i corpi, le voci e gli strumenti. Le arti performative hanno una dimensione temporale preponderante e il movimento è un fattore necessario. Anche in una pausa fra una pièce e l’altra o al buio di

A sinistra: Juan Hidalgo, Spazio Fiorucci, Milano A destra: Keith Jarrett, Jazz Festival, Kongresshaus, Zurigo


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Immaginario 103

eventi speciali

Ravenna Festival Magazine 2017

un fine spettacolo, lo statuto dei corpi sottintende il tempo/movimento anche solo nella semplice presenza sul palcoscenico. Lelli e Masotti – la sigla che unisce professionalmente due fotografi ravennati, rispettivamente Silvia e Roberto – hanno fatto di questo tema uno dei centri tematici del proprio lavoro fin dal 1974, da quando a Milano hanno iniziato la loro attività dedicandosi all’ambito delle arti performative, in particolare alla musica. Da allora il loro archivio ha accumulato una quantità di scatti inimmaginabile che illustra la storia della musica e del teatro in Italia e in Europa. La collaborazione con molte case discografiche e riviste, con la Scala di Milano, il Teatro dell’Opera di Roma, il Festival di Salisburgo e il Ravenna Festival fra le altre, o il lavoro realizzato a seguito di grandi artisti – musicisti, direttori

d’orchestra, compositori, cantanti e danzatori di calibro internazionale – sono una testimonianza storica e una sintesi della loro indagine del rapporto fra immagine e perfomance. Non è un caso che Lelli e Masotti da diversi anni abbiano aggiunto alla produzione fotografica quella audio-video, ricercando un linguaggio che corrisponda in un modo aggiuntivo e non sostituitvo a quel movimento fuggevole che si incarna in scena. Nell’ambito della nuova edizione di Ravenna Festival col quale i due fotografi collaborano da tempo, una selezione di questa ricerca che ha superato la soglia di 40 anni è allestita dal 19 maggio al Mar, insieme ad una esposizione che ha tutt’altro tema ed è a firma di Silvia Lelli. La prima mostra • dal titolo Musiche – è una raccolta diacronica che pur presentando scatti >>

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eventi speciali

Ravenna Festival Magazine 2017

databili fra gli anni ‘70 e oggi non ha un’intenzione documentaristica ma concentra l’attenzione sul diaframma fra immagine e fluidità dell’azione performativa. Il titolo al plurale è sintomatico di un desiderio di mescolare generi e tempi, occasioni e palcoscenici, cercando di evidenziare il mezzo in cui la fotografia può evadere dalla sua fissità oggettuale. La storia critica ha già osservato come per le opere artistiche l’unica strada percorribile per superare il proprio status sia l’acme espressivo, il momento in cui lo spettatore rivive l’emozione rappresentata, recuperando la sua dimensione temporale. Quei corpi raffigurati parlano, raccontano, permettendo di rivivere quasi in presenza l’intensità gestuale del maestro Sinopoli mentre prova con l’orchestra >>

Photography: Musiche by Lelli and Masotti An exhibition and a videoinstallation at Mar Lelli and Masotti – respectevely Silvia and Roberto, two photographers from Ravenna – have been focusing on the tension between the staticity of a picture and the fluidity of time-movement since 1974, when they started their activity in Milan taking pictures of performative arts and music. Since then, their archive has been cumulating an incredible number of pictures that are both an historical heritage and a synthesis of their research on the relationship between image and performance. On May 19th there will be the vernissage of Musiche, an exhibition within Ravenna Festival, showing a selection of their works taken in more than forty years. In their pictures we can see Keith Jarrett and Jan Garbarek in Zurich, Bobby Mc Ferrin and Sandro Laffranchini at the Scala or the reaction of an audience.

Lelli and Masotti have also filmed a video on the pictures accompanied by the sound of musics thanks to Massimo Falascone's mixing and Gianluca Lo Presti's editing. Next to “Musiche”, Silvia Lelli edits another project: the videoinstallation “Vuoto con memoria” (Empy with memory) on Palazzo San Giacomo, a place in Russi she discovered few years ago during a Ravenna Festival concert. The building appears as an empy container, like a “no-place” where you can see everywhere signs of its past rich life. The images (projected on a huge screen) are accompanied by field recordings that are integrated to Alessandra Novaga's electric guitar variations in the sound architecture conceived by Luigi Ceccarelli.

In alto a sinistra: Steve Beresford, Workshop Freie Musik, Akademie Der Kunste, Berlino A destra: Gruppo Ouroboros, Winnie dello sguardo di Pier’Alli, musiche di Sylvano Bussotti; nella foto, al violoncello Settimio Guadagni, C.R.T. di via Dini, Milano. Al centro: Riccardo Muti prova al pianoforte con i cantanti per Norma, Teatro Comunale, Firenze


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Immaginario

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BAR • RISTORANTE • CATERING

Via Angelo Mariani, 1 - Ravenna Il Caffè del Teatro

...ON THE ROAD

della Fenice o quella intimamente drammatica di Bernstein a Milano. I visi e le espressioni coinvolgono in modo da riattualizzare il clima complice fra Keith Jarrett e Jan Garbarek mentre suonano a Zurigo o fra Bobby McFerrin e Sandro Laffranchini in un concerto alla Scala. Che siano le reazioni del pubblico, le esibizioni funamboliche di un pianista o il rapimento di un musicista sul palco, la via emozionale è il ponte che unisce la realtà della scena a quella dello spettatore. E poiché la sequenza espressiva non è in grado di restituire il suono, a chiusura del percorso Lelli e Masotti hanno realizzato un video che rivisita le fotografie in mostra, aggiungendone altre sempre varie e diverse, e restituisce il suono delle musiche – dalla classica al jazz, dall’opera alle improvvisazioni – grazie al missaggio di Massimo Falascone e al montaggio di Gianluca Lo Presti. L’assenza del suono è il limite da superare anche nel secondo progetto presentato al Mar a cura di Silvia Lelli: Vuoto con memoria è una videoinstallazione realizzata su un tema apparentemente liminare al mondo della musica come Palazzo San Giacomo a Russi. Impariamo dall’autrice che la scoperta dell’antica residenza seicentesca della famiglia

Rasponi è avvenuta circa 4-5 anni fa, quando l’aia retrostante venne utilizzata (come avviene tuttora) per uno dei concerti estivi di Ravenna Festival. Il Palazzo, utilizzato come camerini dai musicisti, si è presentato allora come uno spazio affascinante per le infilate di stanze a canocchiale, la ricchezza dei cicli decorativi e il gioco di ombre, i rimandi fra passato e presente, fra interno ed esterno. Il video realizzato nell’edificio passa da scatti fotografici a brevi girati con estrema fluidità grazie alla versatilità della tecnica di ripresa, in modo da rendere percettibilmente l’andamento esplorativo dell’occhio, le soste, il suo divagare e perdersi negli spazi. La proiezione su uno schermo di 5 metri diventa avvolgente, immersiva. Lo slittamento di senso fra lo spazio pieno del passato e l’attuale vuoto, fra il tempo della memoria e quello presente testimoniato dalle voci e dai rumori esterni, sospende l’edificio in un Limbo: il Palazzo si presenta un contenitore spoglio, un nonluogo labente del tutto in disuso ma contemporaneamente, ogni segno architettonico o decorativo racconta di una dimensione passata, ricca di vita. Similmente, a corollario di questa esperienza


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sensoriale lo spettatore viene avvolto dai suoni registrati in situ, dai versi degli uccelli al passaggio del treno o di un elicottero, integrati nell’architettura sonora appositamente concepita da Luigi Ceccarelli e in larga parte basata su variazioni alla chitarra elettrica prodotte da Alessandra Novaga. La percezione rompe il silenzio del passato come quello presente – lo separa dalle voci che vivevano e che possono essere solo immaginate – grazie ad una metafora visivo-musicale in cui le improvvisazioni, i suoni a volte metallici, ricreano un clima di sospensione, una sorta di unione fra due dimensioni ineluttabilmente distanti. m

Riconosciuto dall’Accademia Nazionale dei Sartori

Silvia Lelli, still dalla videoinstallazione Vuoto con memoria, 2017. Silvia Lelli e Roberto Masotti.


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Alex Majoli e la fotografia

come riconoscimento della memoria

DI SERENA SIMONI

Come di consueto, Ravenna Festival prosegue la bella abitudine di corredare il catalogo del programma della propria manifestazione estiva con immagini che rendono omaggio agli artisti legati in qualche modo al territorio. Dopo le serie passate – dedicate fra gli altri a Marco de Luca, Leonardo Pivi, Alessandra Dragoni e Gianluca Costantini – quest’anno viene presentata una selezione degli scatti di Alex Majoli, fotografo e fotoreporter membro dal 2001

dell’agenzia Magnum – quella fondata nel 1947 da CartierBresson e Robert Capa – di cui il ravennate ha ricoperto l’incarico da presidente dal 2011 al ‘14. Una sua breve presentazione inizia da Ravenna dove nasce nel 1971 ed inizia la sua professione: ad appena 15 anni, mentre ancora frequenta l’Istituto d’arte, viene avviato alla fotografia nello studio di Daniele Casadio, un professionista affermato di poco più di una ventina di anni più grande. Nello stesso giro di anni, Alex inizia a collaborare con l’agenzia milanese di Grazia Neri che – fondata nel 1966 –

Scatti e sguardi del fotoreporter ravennate dell'agenzia Magnum

costituisce un punto di riferimento internazionale di produzione di immagini per riviste, periodici e libri. Inviato dall’agenzia, Majoli inizia i suoi reportages nei Balcani, alternando gli scatti dalla ex Jugoslavia al tempo consumata da una guerra pesantissima a quelli dedicati a progetti personali. Il programma dà la possibilità di vedere alcune immagini datate a questo conflitto insieme ad altre prese nei numerosi viaggi di lavoro. Per quanto Majoli si sia interessato spesso a temi e >>

Alex Majoli, ritratto di Daria Birang. A destra, in alto: Allahbad, 2001. A destra, sotto: Istanbul, 2006


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progetti estranei alla guerra e a situazioni di disagio, la selezione per Ravenna Festival è decisamente virata su queste corde, in un arco temporale che va dagli anni ‘90 a due anni fa. Alcune foto rimandano proprio al 1994, quando l’allora giovanissimo fotografo realizza il primo progetto autonomo illustrando la chiusura dell’ultimo manicomio-lager nell’isola greca di Leros. Non è escluso che il libro – che mantiene tutti i caratteri della denuncia sociale nonostante la presenza contrastante di immagini di grande bellezza – abbia poi mantenuto una vitalità creativa in altre mani, per l’esattezza quelle di Simona Vinci, Premio Campiello 2016 per il romanzo La prima verità che narra dello stesso luogo di reclusione. Alcune foto scattate nel 1999 (Kosovo e Macedonia) appartengono alla serie dei conflitti nei Balcani in cui è chiaro l’intento di raccontare il conflitto dalla parte della popolazione:

una sorta di storia minore, ben diversa dalle immagini belliche che estetizzano il conflitto o lo utilizzano in senso propagandistico. Rigorosamente in bianco e nero, le persone ritratte – coloro che possono definirsi i senza nome fuori dalla Storia – hanno qui la possibilità di una ribalta, di uno spazio illuminato per pochi secondi nella tragedia che li vede involontariamente interpreti. L’essere sotto gli occhi del mondo è un atto di resistenza nei confronti dell’oblio che impegna il reporter in un’azione di testimonianza: il lavoro per le maggiori testate del mondo – “Newsweek”, “New York Times”, “National Geographic” – prende così caratteristiche fortemente etiche. Quando Majoli afferma che la fotografia è l’effetto del “riconoscimento” di una memoria in ciò che vede si comprende il cortocircuito fra la casualità degli accidenti e la forte posizione interpretativa dell’autore: per

quanto persista una memoria visiva che si confronta con la tradizione storico-artistica o grafica, come afferma lo stesso fotografo, rimane il fatto che la scelta di immortalare alcune scene scaturisce da una passione che si riconosce intimamente nella marginalità e nelle vite dei senza nome. Secondo questa ottica è comprensibile come Majoli dia un’importanza relativa al mezzo tecnico utilizzato, ma molto più alla visione che per l’autore riverbera e si nutre della tradizione visiva del passato. In una intervista, a chi gli chiede quale percorso consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la sua carriera, Majoli risponde consigliando di leggere di tutto e guardare molte immagini: non fotografie, ma opere d’arte, disegni, grafica. Si comprende quindi la capacità di cogliere al volo la visione facendo propri anche alcuni effetti come il riflesso del sole nell’obiettivo (Israel 2003) o la serialità che

Alex Majoli and photography as recognition of memory A collection of his pictures in the catalog of Ravenna Festival As usual, Ravenna Festival has decided to enrich its catalog of the program with images by artists who are related to the territory. This year the catalogue is enriched with a selection of pictures by the photographer and photo reporter Alex Majoli, who was born in Ravenna in 1971 and has been member of Magnum agency since 2001. The choice mainly focuses on war pictures the photo reporter has taken since 1994 in the Balkans. Also the pictures he took for his first independent project date back to 1994: the closing of the last insane asylum-lager on the Greek island Leros (the same the writer

Simone Vinci deals with in her award-winning book “La prima verità”). Pictures taken in 1999 belong to the series of the Balkan conflicts, always seen standing on common people's side. Majoli's work for the most important newspaper in the world – Newsweek, New York Times, National Geographic – has always been characterized by an ethical view. When he says that photography is the effect of a “recognition” of a memory in what he sees, we can better understand that the choice to eternalize some scenes comes from a passion that recognizes itself in marginality. Therefore,

Majoli does not attach importance to the “technical medium”, but to the vision. A vision fed of past, visual tradition. His pictures have a clear narrative strength as they appear as fragments between what was before and what would be after. In photos like Lesbos or Paris, both taken in 2015, the observer cannot but wonder what had happened before the dramatic arrival of refuges on the Greek Island or the painful embrace of two people after the terrorist attack in Paris on November 14th. And also he or she cannot but think what steps and thoughts have followed that moment.

emerge da un forte chiaroscuro (Afghanistan 2003) o lo sfocamento del soggetto (Latvia 2004) in modo da trasformarli – nel loro essere casuali o al contrario voluti – in elementi compositivi necessari e determinanti per il valore estetico dell’immagine. Non secondariamente, lo scatto possiede una potenza narrativa dandosi come frammento individuato fra un prima e un dopo. Lo stesso fotografo afferma che la narrazione, oltre alla storia dell’arte e la grafica, è una fonte inesauribile di stimoli, necessaria ad un fotografo per poter riconoscere l’immagine giusta. Per comprendere la dimensione narrativa del suo lavoro basta osservare un’immagine come Lesbos o Parigi, entrambe del 2015, che mantengono un forte equilibrio compositivo e una dimestichezza visiva con la drammaticità dei chiaroscuri della tradizione visiva occidentale. Le immagini non risultano però dei mondi a sé e non accentuano la propria dimensione estetica: quello che un osservatore viene portato a chiedersi è ciò che è avvenuto prima dello scatto, sia lo sbarco drammatico di alcuni immigrati sull’isola greca o l’abbraccio doloroso di due persone dopo gli attentati di Parigi del 14 novembre. E chi guarda si domanda anche, quasi di necessità, quali saranno i passi e i pensieri successivi a quei momenti. m

Da sinistra: Leros, isola del Dedocaneso, Grecia, 1994. Riga, Lettonia, 2004. Sawahri Sharqui, Betlemme, Israele, 2003.


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DI

CHIARA BISSI

Dopo l’omaggio ad Olindo Guerrini nel centenario della scomparsa proposto nell’edizione 2016 a zonzo su due ruote per le aie di Sant’Alberto tra parole, musica e cibi dimenticati, torna il tradizionale appuntamento in natura proposto dal Festival. In collaborazione con Trail Romagna, il 4 giugno, in occasione della candidatura della riserva integrata di Sasso Fratino a Patrimonio mondiale naturale Unesco il bel pianoro della Lama, nel cuore del parco delle foreste Casentinesi, diverrà teatro, in pieno orario diurno, del concerto trekking Polyphonie, terza produzione artistica della Classica Orchestra Afrobeat. L’ensemble emiliano-romagnolo diretto dal polistrumentista Marco Zanotti e composto da elementi che utilizzano strumenti antichi europei ed africani, lavora assiduamente nella ricerca della perfetta simbiosi con la natura. In scena, ad eccezione di un brano di Miriam Makeba, verranno proposte composizioni originali frutto dell’intenso lavoro del gruppo che fa della compresenza della tradizione musicale colta europea e del ricco patrimonio ritmico africano la propria cifra stilistica. La voce solista di Polyphonie è Njamy Sitson, nato e cresciuto in Camerun, artista acclamato capace di passare dai canti polifonici millenari dei Pigmei e delle popolazioni centrafricane al canto barocco europeo, con numerose collaborazioni e un’intensa attività didattica in tutto il mondo. La ricerca della contemplazione, delle voci della natura trova la propria meta a Sasso Fratino, prima riser-

Nel cuore delle foreste Casentinesi le Polyphonie della Classica Orchestra Afrobeat

va integrale italiana, dal 1977 compreso nelle Riserve naturali Casentinesi, protetto e gestito dal Corpo Forestale dello Stato. Un luogo di ricerca ecologica e un laboratorio naturale, dove i faggi possono superare i cinque secoli di vita regalando a Sasso Fratino il diritto di entrare nel novero delle più antiche foreste decidue dell’emisfero boreale. Questa è la cornice nella quale si muoveranno gli spettatori del concerto trekking invitati a percorrere a piedi un percorso di circa 11 chilometri in tre ore di percorrenza, su un dislivello 800 metri per raggiungere il luogo di ascolto per le 14,30. La partenza è fissata alle 10 dalla diga di Ridracoli percorrendo il sentiero n. 237 che costeggia la sponda est del lago, fino ad incrociare il sentiero n. 235. Da qui con una comoda strada forestale si arriva dopo 1,5 chilometri alla Lama. Il pubblico meno avvezzo a lunghe camminate potrà scegliere l’opzione del battello alla confluenza dei due sentieri. Dopo il concerto dalla Lama i partecipanti ripercorreranno il medesimo percorso. «Il big bang per il concepimento di Polyphonie – racconta Marco Zanotti nelle note di regia – è stata la lettura di un libro che comprai a scatola chiusa un paio d’anni fa: Song from the Forest. L’autore è Louis Sarno, un etnomusicologo del New Jersey che dal 1988 vive dentro la foresta vergine della Repubblica Centrafricana, presso la comunità dei Pigmei BaBenjellé. Questo primo racconto è un’appassionata e attenta testimonianza dell’incredibile arte >>


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Concerto trekking

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Canzoni e danze popolari

Anguille e Tarante a Comacchio con Sparagna e Barbarossa L’1 e 2 luglio a Comacchio torna per la seconda edizione il progetto “Anguille e Tarante” con narrazioni cantate e danze popolari ambientate nell’antica città lagunare, fra il complesso architettonico del Ponte Pallotta, o Trepponti, e Palazzo Bellini. Ambrogio Sparagna (nella foto) e la sua Orchestra Popolare Italiana ripropongono infatti l’evento speciale di due giorni che valorizza le tradizioni del luogo, gastronomia compresa, fra laboratori e spettacoli; il tutto coinvolgendo un centinaio di protagonisti. E dopo la notte del gran ballo, dove ci si potrà scatenare presi per mano da un’artista del calibro di Francesca Trenta, si arriverà al gran finale di domenica, con la messa in scena del progetto “Canzoni a raccolta”, dedicato alla tradizione popolare romana, fra ballate, stornelli e serenate, interpretate in modo originale dall’autore e cantante Luca Barbarossa.

incontro con i monaci e in particolare con un camaldolese indiano che illustrerà i legami spirituali tra la congregazione fondata dal santo ravennate e la tradizione indù e buddista. La domenica mattina l’itinerario prosegue per 7 chilometri alla volta della Lama con un tempo di percorrenza stimato in 3-4 ore per partecipare al concerto trekking. L’inusuale scena vedrà esibirsi la Classica orchestra Afrobeat composta da Alessandro Bonetti violino; Anna Palumbo balafon, calebasse percussioni; Cristiano Buffolino percussioni; Cristina Adamo flauto ottavino; Elide Melchioni fagotto, ocarina cori; Fabio Gaddoni violoncello; Francesco Giampaoli contrabbasso, basso, chitarra; Manuela

Trombini viola; Marco Zanotti kamalen’goni, percussioni, calebasse; Silvia Turtura oboe, corno inglese; Tim Trevor-Briscoe clarinetto, clarinetto basso; Valeria Montanari clavicembalo, glockenspiele, cori; Valeria Nasci percussioni, cori. Il luogo del concerto è raggiungibile anche dagli amanti della mountain bike da Cancellino, dopo venti chilometri di pedalata tra il Passo dei Mandrioli e Badia Prataglia. Le raccomandazioni sono quelle di premunirsi di scarponi, bastoncini da trekking e abbigliamento adeguato per la stagione. Almeno un litro di acqua con possibilità di rifornimento alla Lama. Info e prenotazioni su tickets@ravennafestival.org. Per altre info: www.trailromagna. m

The Classic Orchestra Afrobeat in the Heart of Forests between Romagna and Tuscany

canora millenaria delle popolazioni indigene che della foresta hanno fatto la loro casa. È curioso come cercando riparo nella Natura per allontanarmi dalle grida di battaglia degli uomini, nuovamente mi ritrovi di fronte a voci umane. Voci che si confondono con quelle della foresta, che ne fanno parte. Voci armoniose e rispettose che invocano gli spiriti degli alberi e chiedono consigli ai propri antenati. L’uomo, come le querce, le cascate e i colibrì è parte integrante della natura, spesso ce lo dimentichiamo. Nel canto dei pigmei come nei cori polifonici di matrice europea non ci sono solisti. Non ci sono condottieri né imperatori. Ad ogni modulazione dei vari contrappunti

la potente massa sonora compie delle ondulazioni che sembrano liquide. Ondulazioni che seguono il respiro della vegetazione, del terreno e delle stagioni». L’organizzazione del concerto Trekking è l’occasione per Trail Romagna per proporre anche le ultime tre tappe del cammino sulle orme di San Romualdo, chiamato “Passi del Silenzio”. Un’occasione imperdibile vivere il respiro della maestosa foresta secolare. Il programma prevede con partenza giovedì primo giugno un percorso nei giorni di venerdì e sabato dai resti del monastero sempre fondato da San Romualdo a San Benedetto in Alpe al monastero ed Eremo di Camaldoli. All’Eremo ci sarà un

On June 4th Ravenna Festival, together with Romagna Trail, organizes its traditional event in the midst of nature, a new "trekking concert". In the heart of the Foreste Casentinesi (millennial forests between Romagna and Tuscany) the beautiful plateau of Lama will be the stage for Polyphonie, the Classic Orchestra Afrobeat's concert conducted by Marco Zanotti. A mix of ancient American and African instruments will play original musics (except for a fragment by Miriam Makeba). The solo voice will be Njamy Sitson's, from Cameroon. Participants are invited to walk 11 kilometers (height difference: 800 meters) in three hours to reach the plateau at 2.30 pm. The starting point is Ridracoli's dam at 10 am. Those who cannot walk for so long can choose to cover a part of the itinerary by boat. «The first idea for Polyphonie comes from a book: Songs from the Forest by Louis Sarno. It tells about the singing art of indigenous peoples living in central Africa forests, of those harmonious voices invoking the spirits of trees and asking advice to their forefathers. In Pygmy people's singing there is no solo singer, there are nor conductors nor emperors», says Zanotti. The organization of the trekking concert gives Ravenna Trail the chance to promote the last three stages “Passi del silenzio”, a walk on San Romualdo's footprints going from the ruins of the monastery founded by the saint in San Benedetto in Alpe to his hermitage where participants will meet an Indian monk belonging to Camaldoli's order. Info: www.trailromagna.eu. Sparagna and Barbarossa in Comacchio On July 1st and 2nd, the second edition of the project “Anguille and Tarante” will take place with popular and traditional dances in the ancient Comacchio. Ambrogio Sparagna and his Orchestra Popolare Italiana, together with Francesca Trenta and Luca Barbarossa, will be the protagonist of the two days programme.


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Esplorando l’Antico Porto di Classe

A cinque chilometri da Ravenna, un viaggio nella storia affascinante dell'insediamento portuale romano e bizantino

DI IRINA IVANOVA (STUDIO BOLZANI)

Le testimonianze dello splendore di Ravenna capitale, che ha svolto questo ruolo di pregio per ben oltre trecento anni, a partire dalla fase finale dell’Impero romano d’Occidente (dal 402 d.C.), poi sotto il dominio dei Goti e successivamente dei Bizantini, fino alla conquista longobarda nel 751, si rivelano non solo negli straordinari resti del antico paesaggio monumentale, come la chiesa di San Giovanni Evangelista, il Mausoleo di Galla Placidia, la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo ed altri. L’apice culturale ed economica della città ha lasciato significative tracce anche fuori dai confini urbani. Così a circa quattro chilometri dal centro storico di Ravenna, all’entrata di località di Classe si trova zona di Antico Porto, oggi importante sito archeologico, e al tempo uno dei più prestigiosi scali commerciali del mondo antico. Storia di Classe: città e porto. La vicenda dell’area di Classe, indubbiamente fatta per lo più dallo stretto intreccio con quella di Ravenna, nasce però prima del momento cruciale dell’inizio del V secolo d.C. Bisogna tornare qualche centennio indietro, alla fine

del I secolo a.C., quando imperatore Ottaviano Augusto insedia in questa zona, sulla costa adriatica, allora situata più o meno sull’attuale linea della ferrovia, la flotta incaricata dal controllo del Mediterraneo Orientale. E qui ha l’origine Classe, porto militare. Con la scelta di Ravenna da parte di Onorio come capitale nel 402 d.C., anche la storia di Classe arriva ad un punto di svolta. Non è più solo un luogo strategico di difesa marittima. L’affermazione del nuovo fulcro dell’Impero stimola una notevole attrazione da parte dei mercanti nei confronti della zona, portando all’aumento dei traffici commerciali. E proprio in questo periodo, per corrispondere alle crescenti esigenze di Ravenna capitale, Classe cambia il suo volto, diventando un grande porto commerciale. All’epoca d’oro del sito risale l’impianto, che assume una complessa organizzazione urbana e infrastrutturale, adattata nel modo migliore per gestire le nuove condizioni economiche: dal canale, che collega il porto con il centro urbano, ad una serie di strade ed edifici dei vari tipi, tra cui numerosi magazzini. Qui stoccano merci preziose, arrivate per le vie marittime prevalentemente dall’Africa e,


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dopo la conquista bizantina di Ravenna nel 540, anche dall’Oriente: si tratta di garum, vino, olio, vasellami, profumi, beni di lusso… Nel corso del V-VI secolo insieme al porto vive il suo periodo fiorente anche l’abitato – la Civitas Classis – che assume l’aspetto di una vera e propria città. È unita con la potente vicina Ravenna non solo grazie alle relazioni economiche, ma anche attraverso un processo di monumentalizzazione, con edifici importanti e di vaste dimensioni, che dimostra ancora una volta l’importanza di questa area. A Classe, ben presto cinta da mura, vengono costruite grandi chiese che venerano i celebri santi locali, i primi vescovi di Ravenna: dalla più grande e antica Basilica Petriana alla Basilica di Sant’Apollinare, oggi monumento Unesco famoso per la sontuosa calotta in mosaico dell’abside. Infine la grande Basilica dedicata a San Severo. E dunque Classe non rappresenta solo uno dei principali scali commerciali dell’Impero, ma diviene un luogo principe per la costruzione della memoria di questi luoghi. Però verso il VII secolo le cose iniziano a cambiare. Questo si deve

all’arrivo dei Longobardi nella penisola italiana e al lungo conflitto che si genera con i Bizantini per il possesso dei territori. Il calo dei grandi commerci d’oltremare provocato dalle guerre, i danni subiti dalla città durante alcune incursioni longobarde, un potente terremoto avvenuto nella prima metà dell’VIII secolo che comporta la distruzione tra l’altro della Basilica Petriana, portano Classe ad un lento abbandono. Il porto scom-

pare, i magazzini non funzionano più, i muri vengono sfruttati per la costruzione di piccole abitazioni; solo poche decine di persone rimangono qui occupandosi per lo più dell’attività artigianale, con volumi d’affari piuttosto modesti. Dopo la definitiva conquista di Ravenna ad opera del re longobardo Astolfo nel 751, la storia di Classe non è più la storia della Civitas e del suo prestigioso porto commerciale,

Nella pagina a fianco, dall’alto: foto aerea dell’intera area archeologica del porto di Classe, aprile 2013. Ricostruzione prospettica della città di Classe e del suo porto commerciale in età antica. La piazzetta dell’ingresso nell’area archeologica con la biglietteria, il bookshop e il Centro Visite. Lastra prospettica con la ricostruzione dei magazzini affacciati sul canale. In questa pagina: particolare con l’antica strada basolata “accompagnata” dalla passerella moderna.

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Discovering The Ancient Port of Classe The splendours of Ravenna mostly date back to the period the town was capital of the Western Roman Empire and are scattered also outside urban borders.

Saint Apollinare in Classe and the Museum of Classe. The architect Daniela Baldeschi is the supervisor of the group who planned the project.

History: During the Roman Age, Octavius Augustus established in Ravenna the fleet due to defend the Adriatic Sea. In this period, the establishment of Classe was defined and took the name from the Latin word classis which means “fleet”. During the V century, Ravenna became the capital of the Byzantine Empire and, consequentially, the “civitas Classis” grew in importance: it became a military bastion of the sea and a commercial important commercial harbour. The general system of streets and building date back to this period (V century). Also Classe became more and more important: it was surrounded by walls and important churches were built: Sant'Apollinare in Classe (today included in the list of monuments protected by Unesco) and the Basilica of San Severo. However, in VII century Longobards won over Bizantins and the town of Classe was abandoned.

The visit: The itinerary tour covers an area of 10.000 sqm and proposes places daily attended by people who worked in the warehouses or travellers arriving at the harbour. The itinerary begins with the Visitor Center and its elliptical multimedial room, where multiple wall and floor projections present an historical, geographical and archaeological view of the site through the voice of an ancient merchant. Visitors continue their walk entering the real archaeological area: here they can find a typical roman street and the basis of ancient warehouses. The tour itinerary continues along the route and the ancient paved road: here ten thematic panels offer iconographic and textual explanations while five reconstructive perspective views, graphic overlay panels, show the architectural reconstructions of elements overlapping the view of the rear landscape and giving back an idea of the complex as it was in the ancient time.

Archeological Area: After the discovery of this area (1975) and the first excavation campaigns, between the 80’s and the 90’s, new excavations started. Today the site of the The Ancient Port is part of a bigger project; it’s the first step of the Archaeological Site of Classe, which includes also the Basilica di San Severe, the Basilica of

Since its opening, Ravenna Festival has chosen the Ancient harbor as a special stage for perfomances. This year, on July 4th at 7pm Fabio Mina e Geir Sundstøl will play their folk and jazz concert “Sound, Stones, Sunset”; on July 7th and 8th at 7 pm Teatro dei Due Mari-Daf will perform Cyclops by Euripides.

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ma di una città distrutta, anzi non più una città, in cui la memoria del brillante passato si conserva solo in alcuni luoghi di culto sopravvissuti. Area archeologica dell’antico porto. Il territorio di Classe ha da sempre rivestito un grande interesse da parte di studiosi e ricercatori. I primi sondaggi effettuati nella zona negli anni ‘60-‘70 del secolo scorso hanno portato all’individuazione delle varie strutture antiche, tra cui alcuni abitazioni, sepolture, le fondazioni di chiesa di San Severo e tra l’altro i resti dell’antico porto. Le prime scoperte hanno dato la spinta a una lunga successione delle campagne di scavo, che proseguono fino ai giorni nostri, con l’immediata partecipazione dell’Università di Bologna, della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emillia Romagna e della Fondazione RavennAntica. Particolare interesse storico e importanza culturale e scientifica delle evidenze archeologiche già rilevate e le continue scoperte hanno posto la necessità della loro conservazione e divulgazione. In particolare,

Intero panorama dell’area archeologica dell’Antico Porto

nell’ambito del progetto di valorizzazione sotto cura del architetto Daniela Baldeschi, nel 2015 è nato l’Antico Porto, prima tappa del Parco Archeologico di Classe, che include anche la Basilica di Sant’Apollinare in Classe, i resti della Basilica di San Severo e il Museo della Città e del territorio nel vecchio zuccherificio. L’Antico Porto rappresenta una sorta di museo a cielo aperto. Il percorso narrativo, sviluppato sulla superficie di circa 10 000 metri quadrati attorno ai resti ben visibili di un complesso impianto, rivela l’aspetto di uno dei più importanti porti commerciali nel periodo tardo antico e bizantino. Le soluzioni adottate per la musealizzazione del sito hanno permesso di valorizzare la zona del porto antico distinguendolo nel panorama circostante, mitigando l’impatto visivo della linea ferroviaria, e della statale con i suoi edifici, con un minimo intervento sia sul paesaggio che nelle strutture archeologiche superstiti. Dalla grande piazza dell’ingresso nell’area archeologica, che ospita anche la biglietteria e il bookshop, si accede al Centro Visite. Qui nella sale multimediale i visitatori hanno la possibilità di immergersi nel contesto storico, archeologico e geografico del Porto di Classe. Accompagna in questo viaggio nel passato un personaggio, proiettato virtualmente nel pilastro centrale, un mercante


116 119 Antico Porto.qxd:Rafest mastro 15/05/17 20.50 Pagina 119

Genius loci 119 Ravenna Festival Magazine 2017

A due passi dal Teatro Alighieri

attivo a quel tempo, che racconta la vicenda di Classe. La narrazione viene accompagnata dalle multi proiezioni sulle pareti e sul pavimento di immagini, brevi filmati, antiche mappe e anche da un sottofondo sonoro che creano un coinvolgimento unitario anche se molteplice e dinamico. Dopo la parte introduttiva si entra direttamente nell’area archeologica all’aperto. Il percorso dentro le strutture dell’Antico Porto è segnalato dalla pavimentazione in doghe di legno composito e permette al visitatore di seguire il filo narrativo in modo razionale. Tale soluzione tra l’altro ha consentito di evitare le barriere architettoniche, favorendo l’accessibilità per i disabili. Si parte dalla zona dell’antico quartiere sull’isola, passando sopra il braccio dell’antico canale che sfociava nell’Adriatico. Qui, nel luogo di rinvenimento dei resti dell’antico ponte, è stata realizzato un nuovo ponte in corten con parapetti in cristallo. Quindi si entra nel quartiere commerciale caratterizzato dalla presenza della strada basolata esistente, sulla quale nell’epoca di considerazione (nel V-VI secolo) si affacciavano i magazzini, da cui oggi sono rimasti solo le fondazioni. In questo caso si è scelto di “accompagnare” la strada antica collocandole la passerella moderna a fianco per buona parte delle strutture archeologiche che emergono dal terreno. Nel corso della visita si può approfondire la conoscenza di alcuni temi legati alla storia della vita portuale: il paesaggio lagunare, le strade, i magazzini ed i laboratori, ecc. Ciò avviene grazie alla presenza di dieci pannelli

informativi, installati lungo il percorso, e costituiti da lastre di corten alte poco meno di due metri. Inoltre il racconto si completa con la presenza di un’idea che è risultata vincente nella scelta del progetto. Si tratta di un’originale soluzione che adotta una serie di “lastre prospettiche” in vetro trasparente, sulle quali sono riprodotte le ricostruzioni grafiche di alcune strutture architettoniche non più visibili. Sovrapponendo le immagini con i resti delle fondazioni retrostanti, si ottiene la vista della struttura come doveva essere a tempo, nel contrasto con il paesaggio attuale. Alla fine della visita si può salire ad uno dei due belvedere con balconi a sbalzo verso lo specchio d’acqua, realizzati nella parte elevata del percorso per ammirare l’intero Antico Porto da punti di vista privilegiati. Nella stagione estiva il sito archeologico va oltre i confini del suo ruolo principale di museo a cielo aperto, divenendo lo spazio ideale per eventi e spettacoli serali mirati a coinvolgere un pubblico di diverse fasce d’età. Anche il Ravenna Festival, fin dall’apertura del sito storicoarcheologico, lo ha scelto come cornice per particolari performance teatrali e musicali. Quest’anno si tratta del concerto tra folk e jazz, Sound, Stones, Sunset del duo Fabio Mina e Geir Sundstøl (4 luglio alle 19) e della messa in scena (7 e 8 luglio, alle 19) della tragedia satiresca Il Ciclope di Euripide firmata dalla compagnia Teatro dei Due MariDaf per la regia di Angelo Campolo. m

Un ristorante davvero unico, perchè propone le specialità della cucina toscana e romagnola, insieme ad una accurata selezione di piatti della cucina vegana e vegetariana. Tutto rigorosamente bio. Un connubio così perfetto, che mette d’accordo tutti, può nascere solo dalla condivisione e passione per il proprio lavoro della gentilissima Marina e del toscanaccio Franco. Anche il luogo è originale, una terrazza unica nel cuore della città, al primo piano dell’edificio dell’orologio di piazza del Popolo.

CUCINA BIOLOGICA TOSCO-ROMAGNOLA, VEGANA, VEGETARIANA

Piazza Einaudi 1, Ravenna - 1° piano dietro Piazza del Popolo, Palazzo dell’Orologio

Tel. 334.3339725 Prenota la tua cena prima o dopo lo spettacolo del Festival


BARONCINI PAG PALCO.qxd:Layout 1 15/05/17 20.54 Pagina 1


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Il cartellone 121 Ravenna Festival Magazine 2017

da giovedì 25 maggio a lunedì 3 luglio

POLYPHONIE

dalla Tomba di Dante al Teatro Rasi, ore 20 (ogni giorno tranne il lunedì e sabato 17/6)

CLASSICA ORCHESTRA AFROBEAT Njamy Sitson voce solista

INFERNO

eventi speciali

CHIAMATA PUBBLICA PER LA “LA DIVINA COMMEDIA” DI DANTE ALIGHIERI ideazione, direzione artistica e regia di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari teatro

domenica 4 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

CONTROCANTI

> pag. 83

domenica 28 maggio Palazzo Mauro de André, ore 21

> pag. 113

Dal fasto policorale di Giovanni Gabrieli al minimalismo ascetico di Arvo Pärt Coro Costanzo Porta & Ensemble Cremona Antiqua classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

MUNICH PHILHARMONIC Semyon Bychkov direttore Jean-Yves Thibaudet pianoforte

martedì 6 giugno

classica, sacra, contemporanea > pagg. 29-31

Artificerie Almagià, ore 21

HARLEKIN

giovedì 1 giugno Teatro Alighieri, ore 21

RIVOLUZIONI IN MUSICA Omaggio a Stockhausen a dieci anni dalla scomparsa

UCCIDIAMO IL CHIARO DI LUNA (1997-2015)

classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

Danze, voci, suoni del Futurismo italiano coreografie di Silvana Barbarini danza

> pag. 63

giovedì 8 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21.30

LES MÉMOIRES D’UN SEIGNEUR

venerdì 2 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21.30

JUNUN

BALLET DU NORD/CCB ROUBAIX HAUTS DE FRANCE creazione di Olivier Dubois danza

un progetto musicale di Shye Ben Tzur Jonny Greenwood (Radiohead) The Rajasthan Express jazz, folk, rock

> pag. 68

venerdì 2 giugno Basilica di San Vitale, ore 21.30

venerdì 9 giugno Chiostro della Biblioteca Classense, ore 21.30

THE SMITH QUARTET RIVOLUZIONI IN MUSICA La New Music britannica classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

CORALE LUTERANO E MUSICA NEL RITO TRIDENTINO

sabato 10 giugno

Concerto Vocale La Stagione Armonica classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

> pag. 65

Teatro Alighieri, ore 21

SHOBANA JEYASINGH DANCE MATERIAL MEN REDUX

sabato 3 giugno

danza

> pag. 62

Palazzo dei Congressi, ore 21

IL GABINETTO DEL DOTTOR CALIGARI

domenica 11 giugno

MUSICA E CINEMA il film di Robert Wiene (1920) musica e live electronics Edison Studio

Basilica di San Vitale, ore 21.30

eventi speciali

> pag. 100

VESPRI DELL’ASSUNTA Omaggio a Claudio Monteverdi nei 450 anni dalla nascita

domenica 4 giugno

classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

Diga di Ridracoli, ore 10 partenza trekking la Lama, ore 14.30 inizio concerto

lunedì 12 giugno

CONCERTO TREKKING

Palazzo Mauro de André, ore 21


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Il cartellone Ravenna Festival Magazine 2017

ACCADEMIA BIZANTINA Ottavio Dantone direttore Giovanni Sollima violoncello classica, sacra, contemporanea > pagg. 29-31

martedì 13 giugno Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ore 21.30

FOLLIE CORELLIANE I

Ravenna, via Mangagnina

Enrico Onofri violino Imaginarium Ensemble classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

mercoledì 14 giugno Sala del Refettorio del Museo Nazionale, ore 17.30

PAVEL FLORENSKIJ VIA SANCTI ROMUALDI 2017 Rumori del tempo tra riforma e rivoluzione Dalla filosofia della bellezza al gulag delle Solovki incontri

> pag. 14

mercoledì 14 giugno Sala Corelli del Teatro Alighieri, ore 21 Vendesi casa in stile liberty, completamente indipendente, con splendido giardino che gira sui 4 lati. Composizione: al piano rialzato ingresso, studio, sala con camino, zona pranzo, cucina separata. Al piano superiore tre camere da letto e bagno. Piano terra: garage, bagno/lavanderia, più ulteriori servizi. Classe energetica G; EP: 390,01. Maggiori informazioni in agenzia. € 450.000,00

DUO GAZZANA OMAGGIO A ANDREJ TARKOVSKIJ classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

giovedì 15 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21

ORCHESTRE NATIONAL DE LYON Leonard Slatkin direttore Anne-Sophie Mutter violino classica, sacra, contemporanea > pagg. 29-31

venerdì 16 giugno Russi, Palazzo San Giacomo, ore 21.30

BAUSTELLE “L’ESTATE, L’AMORE E LA VIOLENZA” jazz, folk, rock

> pag. 73

sabato 17 giugno Russi, Palazzo San Giacomo, ore 21.30

TONY ALLEN “FILM OF LIFE” RIVOLUZIONI IN MUSICA L’invenzione dell’Afrobeat jazz, folk, rock

> pag. 70

domenica 18 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

via San Mama 9/B | Ravenna tel. 0544 218577 | cell.349 6351868 www.mazzinicasa.com | info@mazzinicasa.com

IL SUONO DEL NORD Cantores Minores della Cattedrale di Helsinki


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Il cartellone 123 Ravenna Festival Magazine 2017

classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

domenica 18 giugno Chiostro della Biblioteca Classense, ore 21.30

CUNEO ROSSO RIVOLUZIONI IN MUSICA Omaggio a El Lissitzky Il pianoforte e la rivoluzione russa Daniele Lombardi pianoforte classica, sacra, contemporanea > pagg. 48-49

lunedì 19 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

È QUESTA VITA UN LAMPO

atmosfera e sapori Cucina del territorio rivisitata Specialità di carne e pesce - Pane fatto in casa Preparazioni a base di foie gras e tatufi in stagione Formaggi d’alpeggio con mostarde e confetture Ampia selezione di vini nazionali

Omaggio a Claudio Monteverdi nei 450 anni dalla nascita Allabastrina Choir & Consort direttore Elena Sartori classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

martedì 20 giugno Chiostro della Biblioteca Classense, ore 21.30

LUDUS GRAVIS ensemble di contrabbassi classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

mercoledì 21 giugno Teatro Alighieri, ore 21

VITTORIA SUL SOLE RIVOLUZIONI IN MUSICA Il capolavoro del futurismo russo Opera in 2 agimenti e 6 quadri di Aleksej Kručënych musica di Michail V. Matjušin scene e costumi di Kazimir S. Malevič opera, musical

> pag. 50

da giovedì 22 a sabato 24 giugno Vari luoghi della città

THE DARBAR FESTIVAL IN RAVENNA Gli incanti della musica indiana

giovedì 22 giugno ore 15.30, Sala Corelli del Teatro Alighieri

RANJANI & GAYATRI ore 18, Sala Corelli del Teatro Alighieri

Aperto a pranzo per colazioni di lavoro. Ideale la sera, per cene intime, in una romantica atmosfera.

“ALAIN DANIÉLOU: IL LABIRINTO DI UNA VITA” proiezione del film-documentario ore 21.30, Basilica di San Vitale

Una tessera gastronomica nella mosaicale creatività di Ravenna

ESCAPE INTO NIGHT RAGAS venerdì 23 giugno ore 10, Sala Corelli del Teatro Alighieri

USTAD BHAUDDIN DAGAR

Via Faentina 275 San Michele (RA) Tel. 0544.414312 CHIUSO IL GIOVEDÌ


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Il cartellone Ravenna Festival Magazine 2017

ore 17.30, Sala Corelli del Teatro Alighieri

YOGABLISS ore 21, Teatro Alighieri

EPIC RAGAS doppio concerto

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sabato 24 giugno ore 10, Basilica di San Francesco

GLORIOUS MORNING RAGAS ore 12, Sala Corelli del Teatro Alighieri

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ore 15, Sala Corelli del Teatro Alighieri

SHASHANK SUBRAMANIUM ore 21, Teatro Alighieri

RAGA TIME TRAVEL doppio concerto jazz, folk, rock

> pag. 78

domenica 25 giugno Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ore 21.30

CORO DEL PATRIARCATO ORTODOSSO DI MOSCA Anatolij Grindenko, direttore classica, sacra, contemporanea > pagg. 34-41

lunedì 26 giugno Chiostro della Biblioteca Classense, ore 21.30

QUARTETTO ADORNO classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

martedì 27 giugno Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ore 21.30

FOLLIE CORELLIANE II RIVOLUZIONI IN MUSICA Stefano Montanari violino classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

mercoledì 28 giugno Sala Corelli del Teatro Alighieri, ore 18

ASPETTANDO IL 1917 RAVAGNANI: 40 anni di esperienza MASSIMA VALUTAZIONE

Fausto Malcovati insegnante di Letteratura russa all’Università Statale di Milano intervengono Davide Sacco e Agata Tomsic / ErosAntEros con il Quartetto Noûs incontri

> pag. 90

TRATTATIVE RISERVATE Chiamaci senza impegno:

mercoledì 28 giugno

348.5172615 - info@ravagnani.it

Teatro Alighieri, ore 21


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Il cartellone 125 Ravenna Festival Magazine 2017

1917 EROSANTEROS RIVOLUZIONI IN MUSICA ideazione Davide Sacco e Agata Tomsic / ErosAntEros consulenza letteraria Fausto Malcovati con Agata Tomsic e il Quartetto Noûs teatro

> pag. 90

giovedì 29 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21.30

BALLET NACIONAL DE CUBA direttore artistico Alicia Alonso danza

> pag. 59

venerdì 30 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21

ORCHESTRA SINFONICA NAZIONALE DELLA RAI Juraj Valčuha direttore David Fray pianoforte classica, sacra, contemporanea > pagg. 29-31

sabato 1 luglio Basilica di San Francesco, ore 21

LA PASSION DE JEAN D’ARC MUSICA E CINEMA il film di Carl Theodor Dreyer (1928) con musiche del XV secolo eseguite da Orlando Consort eventi speciali

> pag. 100

sabato 1 e domenica 2 luglio Comacchio

TRA ANGUILLE E TARANTE II un progetto di Ambrogio Sparagna

sabato 1 luglio ore 18.30, Spazio Trepponti

CANTI D’ANGUILLE ore 21.30, Arena di Palazzo Bellini

TRA ANGUILLE E TARANTE ore 23.30, Spazio Trepponti

LA NOTTE DEL GRAN BALLO domenica 2 luglio ore 18.30, Manifattura dei Marinati

MO’ VE CANTO ore 21.30, Arena di Palazzo Bellini

CANZONI A RACCOLTA eventi speciali

> pag. 114


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Il cartellone Ravenna Festival Magazine 2017

domenica 2 luglio

venerdì 7 luglio

Sala Dantesca della Biblioteca Classense, ore 17.30

Forlì, Chiesa di San Giacomo, ore 21

1917-2017 LA LEZIONE DELLA STORIA

DA LEONARD BERNSTEIN A JUSTIN TIMBERLAKE

Oltre il rumore del tempo dialogo fra Mons. Paolo Pezzi Arcivescovo di Mosca Ol’ga Aleksandrovna Sedakova poetessa, docente di filologia Aleksandr Filonenko filosofo e teologo ortodosso

CHICAGO CHILDREN’S CHOIR direttore Josephine Lee

incontri

classica, sacra, contemporanea > pag. 43-47

> pag. 14

sabato 8 luglio Palazzo Mauro de André, ore 21

lunedì 3 luglio Sala Corelli del Teatro Alighieri, ore 21

METAMORPHOSIS

LE VIE DELL’AMICIZIA RAVENNA-TEHRAN Riccardo Muti direttore

SUONI E VISIONI classica, sacra, contemporanea

> pag. 33

Matteo Ramon Arevalos, composizioni e pianoforte classica, sacra, contemporanea > pag. 43-47

domenica 9 luglio

martedì 4 luglio

Forlì, Teatro Diego Fabbri, ore 21

Antico Porto di Classe, ore 19

SOUND, STONES, SUNSET

ANOUSHKA SHANKAR “LAND OF GOLD” jazz, folk, rock

> pag. 74

Fabio Mina flauti, duduk, khaen, elettronica, field recording Geir Sundstøl pedal steel guitar, dobro jazz, folk, rock

> pag. 116

lunedì 10 e martedì 11 luglio SASKATOON CHILDREN’S CHOIR

martedì 4 luglio

direttore artistico Phoebe Voigts

Palazzo Mauro de André, ore 21

lunedì 10 luglio

ORCHESTRA FILARMONICA DI SAN PIETROBURGO

Basilica di San Vitale, ore 21.30

Yuri Temirkanov direttore Denis Matsuev pianoforte

martedì 11 luglio

MANY HEARTS: ONE VOICE

classica, sacra, contemporanea > pagg. 29-31

mercoledì 5 luglio

Antico Porto di Classe, ore 19 RISE UP SINGING classica, sacra, contemporanea > pag. 43-47

Forlì, Chiesa di San Giacomo, ore 21

AMORE CHE VIENI, AMORE CHE VAI

martedì 11 luglio

FABRIZIO DE ANDRÉ. LE DONNE E ALTRE STORIE jazz, folk, rock

> pag. 76

giovedì 6 luglio Teatro Alighieri, ore 21

CHICAGO CHILDREN’S CHOIR classica, sacra, contemporanea > pagg. 43-47

Teatro Alighieri, ore 21

CHARLIE CHAPLIN “THE GOLD RUSH” (1925) MUSICA E CINEMA Orchestra Giovanile Luigi Cherubini direttore Timothy Brock eventi speciali

> pag. 100

venerdì 7 e sabato 8 luglio

sabato 22 luglio

Antico Porto di Classe, ore 19

Palazzo Mauro de André, ore 21.30

IL CICLOPE

GALA SVETLANA ZAKHAROVA & FRIENDS

Teatro dei Due Mari, Daf - Teatro dell’Esatta Fantasia tragedia satiresca di Euripide

con étoiles del Balletto Russo Denis Rodkin, Mikhail Lobukhin, Anastasia Stashkevich, Anna Ol, Semyon Velichko

teatro

> pag. 116

danza

> pag. 60


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Il cartellone 127 Ravenna Festival Magazine 2017

L’omaggio al Poeta

Giovani artisti per Dante da giovedì 25 maggio a domenica 2 luglio Antichi Chiostri Francescani, ore 11

Suoni e mistiche voci

Vespri a San Vitale da giovedì 25 maggio a domenica 2 luglio Basilica di San Vitale, ore 19

Liturgie nelle basiliche

In Templo Domini domenica 4 giugno Basilica di San Francesco, ore 11.15

MISSA DUCALIS A 13 VOCI Coro Costanzo Porta & Ensemble Cremona Antiqua

domenica 11 giugno Basilica di Sant’Agata Maggiore, ore 11.30

I SOLISTI DELLA CAPPELLA MARCIANA domenica 18 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 10

CANTORES MINORES domenica 25 giugno Chiesa Ortodossa Protezione della Madre di Dio, ore 10.30

DIVINA LITURGIA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO domenica 2 luglio Basilica di San Vitale, ore 10.30

ORLANDO CONSORT


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Il cartellone Ravenna Festival Magazine 2017

Trilogia d’autunno

Sull’orlo del Novecento venerdì 17 e martedì 21 novembre Teatro Alighieri, ore 20.30

CAVALLERIA RUSTICANA melodramma in un atto libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci tratto da Giovanni Verga musica di Pietro Mascagni

sabato 18 e mercoledì 22 novembre Teatro Alighieri, ore 20.30

PAGLIACCI dramma in un prologo e due atti parole e musica di Ruggero Leoncavallo

domenica 19 e giovedì 23 novembre Teatro Alighieri, domenica 19 novembre ore 15.30 giovedì 23 novembre ore 20.30

Biglietteria Modalità e orari Prevendite Il servizio di prevendita comporta la maggiorazione del 10% sui prezzi dei carnet e dei biglietti (maggiorazione che non sarà applicata ai biglietti acquistati al botteghino nel giorno di spettacolo). • www.ravennafestival.org • Cassa di Risparmio di Ravenna • IAT Cervia via Evangelisti 4, tel. 0544 974400 • IAT Marina di Ravenna piazzale Marinai d’Italia 17, tel. 0544 531108 • IAT Milano Marittima piazzale Napoli 30, tel. 0544 993435 • IAT Punta Marina Terme via della Fontana 2, tel. 0544 437312 • IAT Ravenna Piazza San Francesco 7, tel. 0544 482838 • IAT Ravenna Teodorico via delle Industrie 14, tel. 0544 451539 • Vivaticket Circuit www.vivaticket.it Informazioni generali Gli abbonamenti, i carnet e i singoli biglietti acquistati non possono essere rimborsati, non sono nominativi e possono essere ceduti ad altre persone. Tariffe ridotte riservate a: Associazioni liriche, Cral, insegnanti, under 26, over 65, enti convenzionati. Gruppi e associazioni Alle agenzie e ai gruppi (minimo 15 persone) sono riservati specifici contingenti di biglietti e condizioni agevolate. Ufficio Gruppi: tel. 0544 249251 - gruppi@ravennafestival.org

TOSCA melodramma in tre atti, libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa musica di Giacomo Puccini

BIGLIETTERIA

direttore Vladimir Ovodok regia e ideazione scenica Cristina Mazzavillani Muti

Teatro Alighieri via Mariani 2, Ravenna Tel. +39 0544 249244 - Fax +39 0544 215840 tickets@ravennafestival.org

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini Coro del Teatro Municipale di Piacenza maestro del coro Corrado Casati

Orari dal 22 maggio: dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18. Domenica dalle 10 alle 13.

Info & Servizi Punto d’incontro All’interno degli uffici di Ravenna Festival è stato creato un accogliente punto di incontro dove è possibile entrare liberamente e ricevere informazioni su tutte le attività del Festival ma non solo. Un modo per essere vicino alla cultura della città. Qui sarà possibile leggere i quotidiani, avere a disposizione la rassegna stampa, acquistare i programmi di sala, prepararsi agli spettacoli con ascolti e visioni. Dal 22 maggio: tutti i giorni dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 19. Il pullmann del Festival Per gli spettacoli al Pala De André, sarà attivo un servizio di trasporto gratuito (andata e ritorno) dalla Stazione Ferroviaria: Stazione - Pala De André - Stazione / 2 corse - ore 20.15 e 20.30. Servizio taxi Stazioni di sosta: Stazione Ferroviaria - Piazza Farini | Piazza Garibaldi. Uffici festival Gli uffici di Ravenna Festival si trovano in via Dante Alighieri 1, a pochi passi dal Teatro Alighieri.

Nelle sedi di spettacolo Pala de André: da due ore prima dell’evento, altri luoghi: da un’ora prima dell’evento.

Il festival aggiornato in tempo reale sui social network Il Ravenna Festival è presente anche sui social network, con aggiornamenti e approfondimenti sugli spettacoli della XXVII edizione. La pagina Facebook conta più di 26mila follower, mentre il profilo Twitter, aggiornato in tempo reale dagli utenti, fornisce notizie ancora prima dei siti di informazione. Su Youtube e Instagram invece sono presenti rispettivamente i video e le foto di estratti degli spettacoli.


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Ravenna Festival Magazine

Edizione 2017 EDIZIONI E COMUNICAZIONE

la rivista ufficiale del

ARTE, POTERE E RIVOLUZIONE Il “rumore del tempo” e le avanguardie musicali dal Barocco al Novecento

Edizione 2017

ISSN 2499-0221

all’interno

Sinfonica, antica, cameristica, da Muti a Temirkanov, da Slatkin a Bychkov, da Accademia Bizantina a The Smith Quartet • Danza futurista, hip hop, contemporanea, il Balletto di Cuba, Zakharova & Friends • Rock, jazz, etnica: Junun, Tony Allen, Baustelle, Donà • Passaggio in India • L’Inferno delle Albe

Including English abstracts of articles

Rfm 2017  

Rfm 2017

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