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Ravenna Festival Magazine

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Ravenna Festival Magazine Edizione 2011 Supplemento gratuito a “Ravenna & Dintorni” nr. 442 del 26 maggio 2011

Redazione: 0544.271068 redazione@ravennaedintorni.it Pubblicità: 0544.408312 info@reclam.ra.it

Editore: Reclam srl - Ravenna www.reclam.ra.it In collaborazione con

L’incanto del racconto

Favole e visioni

dal cuore

Classica Grandi maestri sul podio: i concerti di Muti e Mehta, Abbado, Nagano e Salonen

dell’Africa Pop L’afrobeat di Seun Kuti e i ritmi di strada degli Staff Benda Bilili

Danza Con Bourne, McGregor, Nederlands Dans Theater trionfa il contemporaneo

Edizione 2011

BAMBINI s.r.l. Viale IV Novembre, 79 - 48122 Marina di Ravenna (RA) - Italy Tel. +39 0544 530537 Fax +39 0544 538544 www.bambinisrl.it - info@bambinisrl.it

All’interno Opera: I due Figaro, il “sequel napoletano” di Mozart / Le stregonerie sonore di Weird Tales / Reijseger, un violoncello tra jazz e sperimentazione / T.E.L. il Lawrence d’Arabia dei Fanny & Alexander / Scrittori in viva voce


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La Cassa e la Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, da sempre promotrici di grandi iniziative, operano in armonia allo sviluppo economico-sociale ed alla tradizione artistica.

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sommario 5 Ravenna Festival Magazine 2011

Fabula in Festival 2011

Affabulazioni Non è mai troppo tardi per raccontare una fiaba. Divagazioni su personaggi e stili favolosi a partire da Gianni Rodari_pag_9

Concerti In apertura la promessa mantenuta di Claudio Abbado. A seguire altri grandi maestri: da Muti a Mehta, da Nagano a Salonen_pag_18

Opera I due Figaro di Mercadante: Muti salva dall’oblio il sequel e “chiude” in bellezza il progetto dedicato alla scuola napoletana del ‘700_pag_24

Antica e Sacra Dal Medioevo al Barocco musiche per la mente, il cuore e i sensi. Voci e strumentazioni d’epoca ma anche allestimenti multimediali_pag_28

Musica e Solidarietà Sulle ali di una favola buona. Il concerto delle “Vie dell’Amicizia” approda a Nairobi per incontrare i bambini degli slum della metropoli africana _pag_30

Favola lirica «Libero e magnifico» è Mozart a Città del Capo. La versione africana del Flauto Magico cantato il lingua Xhosa e suonato con strumenti tradizionali_pag_33

Narrare in versi Il respiro e le voci poetiche dell’Africa. Liriche di un immenso Paese, dai racconti dei griot ai drammi della schiavitù, delle guerre e della migrazione_pag_36

Etno pop Staff Benda Bilili, Seun Kuti, Natacha Atlas: le nuove voci e i nuovi ritmi internazionali che scaldano il cuore del continente nero_da pag_42


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sommario 7 CARPE DIEM CATERING propone un'ampia scelta di menù offrendo un servizio che si contraddistingue per la qualità delle portate, preparate al momento con ingredienti selezionati, genuini e di primissima qualità.

Ravenna Festival Magazine 2011

Weird Tales

Ólafur Arnalds, un mondo di avvolgente levità_pag_48 anbb, le macchine riflettono sulla voce_ pag_50 Moritz Von Osvald, un trio da sogno_pag_51 Vento, immagini, note con Ancarani e O’Malley_ pag_52

Contaminazioni sonore L’etno jazz globale di Fresu, Sosa e Gurtu_pag_54 Officium, tessere di un mosaico sonoro _pag_56 Tutte le sfumature del violoncello di Reijseger_pag_58

Cartellone Il calendario di tutti gli appuntamenti del festival e degli eventi alle 7 della sera e dintorni_pag_61

Danza e Musical

La tranquillita’ del luogo unitamente all’ampio parco con piscina, il salone unico per 190 persone con veranda per ulteriori 90 persone ed il parcheggio interno fanno di Villa Carpe Diem il luogo adatto a garantire il successo di ogni evento, rendendolo magio e unico per banchetti nuziali, conventions, cene aziendali, feste di compleanno e laurea.

Mc.Gregor e l’estetica del digitale_pag_72 Nederlands, “semplici, severi e insonni”_pag_74 Cinderella di Bourne nella Londra bellica_pag_76 Se Artemisia incontra l’estremo Oriente_pag_78 Van Hoecke: se la tragedia è preghiera teatrale_pag_80 Le coreografie immortali dei Wiener Staatsballett_pag_82

Teatro Lawrence d’Arabia di Fanny & Alexander_pag_84 L’ombra dell’invisibile risiede in Senegal_pag_86 Favoleggiando in scena con Pollicino e il Fulesta_pag_88 Il dialetto di Marescotti per L’Histoire du soldat_pag_90

Narrazioni e Paesaggi Racconti in musica e scrittori in viva voce_pag_92 Le forme del vento di Luigi Berardi_pag_94 Concerto trekking sulle tracce di Anita_pag_96 Genius loci: i rinnovati Chiostri Francescani_pag_100 Le favolose illustrazioni di Cesare Reggiani_pag_104

Un supplemento di Ravenna & Dintorni, autorizzazione Tribunale di Ravenna n. 1172 del 17 Dicembre 2001 DIRETTORE RESPONSABILE: Fausto Piazza In redazione: Federica Angelini, Alessandro Fogli, Serena Garzanti, Maria Cristina Giovannini (grafica), Luca Manservisi, Erika Marchi (grafica) Collaboratori: Tarcisio Balbo, Roberta Bezzi, Chiara Bissi, Paolo Bolzani, Anna De Lutiis, Lorenzo Donati, Nevio Galeati, Linda Landi, Marina Mannucci, Roberto Masotti, Domenico Mollura, Giulia Montanari, Marialivia Sciacca, Serena Simoni, Roberto Valentino. Si ringrazia per la collaborazione la Direzione del Ravenna Festival, e in particolare Fabio Ricci e Stefano Bondi dell’Ufficio Stampa. Referenze fotografiche: Alex Amengual, Simon Annand, Oded Antman, Joris-Jan Bos, Ravi Depres, Sergio Fortini, Marco Caselli Nirmal, Paolo Genovesi, Richard Haughton, Silvia Lelli, Maurizio Montanari, Keith Pattison, Karen Robinson, Liza Rose, Nicolas Ruel, Krijn Van Noordvijk. NELLA FOTO DI COPERTINA, LA REGINA DELLA NOTTE IN UNA SCENA DI THE MAGIC FLUTE. IMPEMPE YOMLINGO. FOTO DI KEITH PATTISON Editore: Edizioni e Comunicazione srl - www.reclam.ra.it Viale della Lirica 43 - 48100 Ravenna. Tel. 0544 408312. DIREZIONE COMMERCIALE: Claudia Cuppi STAMPA: Industrie Grafiche Galeati - Imola (BO)


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affabulazioni 9 Ravenna Festival Magazine 2011

Non è mai troppo tardi per raccontare una fiaba DI MARINA MANNUCCI

«Ci sono filastrocche allegre e ce ne sono tristi, proprio come nel calendario si incontrano giornate d’oro e giornate nere; ma filastrocche senza speranza non ce ne sono, non le so fare. La speranza e l’erba voglio, secondo me, crescono dappertutto, ai bordi delle strade, nei vasi sui balconi, sui cappelli della gente: basta allungare la mano e volere e il mondo diventerà più abitabile». Gianni Rodari, Le favole a rovescio

«Io penso che l’immaginazione infantile abbia bisogno delle nostre cure almeno quanto ne ha bisogno la curiosità scientifica; che la fantasia sia elemento fondamentale di una personalità completa; che l’esperienza del meraviglioso, dell’avventuroso, del comico, dell’umano che le fiabe possono offrire al bambino sia un’esperienza utile alla formazione della sua personalità. La società vuole da mio figlio, immagino, un buon tecnico, un diligente esecutore, un uomo pratico e concreto, e non le interessa che egli si appassioni alla musica o alla letteratura, alla storia o alla politica; giudica dannosi e pericolosi i suoi sogni: insomma, non sa che farsene della sua immaginazione e fa il possibile per amputargliela, con una lunga operazione chirurgica che si fa, generalmente nella scuola [...] Da questo punto di vista la fiaba [...] mi sembra invece uno strumento prezioso: nutrendo la capacità di immaginare, mobilitando le risorse della fantasia infantile, essa non distoglie il bambino dall’osservazione e riflessione sul reale, dell’azione sulle cose, ma fornisce all’osservazione, alla riflessione, all’azione una base più ampia e disinteressata; crea spazio per altre cose che “non servono a niente” come la poesia, la musica, l’arte, il gioco, cose che riguardano direttamente la felicità dell’uomo e non l’utilizzazione di una qualsivoglia macchina produttiva [...]. Ed ecco la fiaba pronta per darci una mano ad immaginare il futuro che altri vorrebbero semplicemente farci subire» (Gianni Rodari, Pollicino è utile ancora,Reggio Emilia, inForma edizioni, 1982). >>


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10 affabulazioni Ravenna Festival Magazine 2011 La magia per Rodari si identifica con l’immaginazione creativa e sociale e questo elemento consente alla sua proposta fantastica di non essere fine a se stessa, ma di avere la capacità di “mordere” la realtà. La magia, con la sua capacità di attrarre e di produrre incanto e fascinazione non è solo una delle tante forme del pensiero mitico, ma diviene arte che tende a dominare o travalicare le forze della natura, una sorta di realtà altra, legata a un diverso ordine culturale, spesso in contrasto con un mondo in cui contano i dati di fatto e la nuda e cruda realtà. Il riferimento “alla concretezza fantastica” rodariana è affrontato anche da Italo Calvino per il quale «ragione e immaginazione, fiaba e realtà, moralità e fantasia invece di essere termini tra loro oppositivi, come le buone storie letterarie ancora c’insegnano, appaiono le tante facce di uno stesso sistema». Per due anni Calvino lavorerà intensamente per raccogliere la tradizione fiabesca sparsa nelle regioni italiane e vi si dedicherà con entusiasmo fino a dire, dopo aver ultimato l’imponente raccolta: «Le fiabe sono vere, sono una spiegazione generale della vita, nate in tempi remoti e serbate nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna». Nell’ultima delle Lezioni americane all’Università di Harvard dedicata alla “Molteplicità”, Italo Calvino scrisse: «Chi siamo noi? Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. Magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata da un Io individuale... per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica... Non era forse questo il punto d’arrivo cui tendeva Lucrezio nell’identificarsi con la natura comune a tutte le cose?». Le favole, per Italo Calvino, sono un modo ironico per avvicinarsi al senso della condizione umana, scomponendo e ricomponendo le molteplici realtà e percorrendo a volte direzioni imprevedibili perché «la fantasia è un posto dove ci piove dentro». «Tutti conoscono Cappuccetto Rosso, ma forse non tutti sanno la storia di Cappuccetto Verde, Cappuccetto Giallo e Cappuccetto Bianco, mandati dalla mamma a portare alla nonna un cestino pieno di cose verdi, gialle, bianche. Il lupo nero li aspetta nel folto del bosco, nel traffico, nella neve... riuscirà a prenderli?». Per Bruno Munari è sempre stato importante giocare con la fiaba tradizionale creando

Dal ciclo bretone il quesito di Re Artù «Un giorno, il giovane re Artù fu catturato e imprigionato dal sovrano di un regno vicino. Mosso a compassione dalla gioia di vivere del giovane, invece di ucciderlo, il sovrano gli offrì la libertà, a patto che rispondesse ad un quesito molto difficile: “Cosa vogliono veramente le donne?” Artù avrebbe avuto a disposizione un anno, trascorso il quale, nel caso in cui non avesse trovato una risposta, sarebbe stato ucciso. Un quesito simile avrebbe sicuramente lasciato perplesso anche il più saggio fra gli uomini e sembrò al giovane Artù una sfida impossibile, tuttavia, avendo come unica alternativa la morte, Artù accettò la proposta e fece ritorno al suo regno. Ivi giunto, iniziò a interrogare chiunque: le principesse, le prostitute, i sacerdoti, i saggi, le damigelle di corte, e via dicendo, ma nessuno seppe dargli una risposta soddisfacente. Ciò che la maggior parte della gente gli suggeriva era di consultare una vecchia strega, poiché solo lei avrebbe potuto fornire una risposta, ma a caro prezzo, dato che la strega era famosa in tutto il regno per gli esorbitanti compensi che chiedeva per i suoi consulti. Il tempo passò... e giunse l’ultimo giorno dell’anno prestabilito, così che Artù non ebbe altra scelta che andare a parlare con la vecchia strega, che accettò di rispondere alla domanda solo a patto di ottenere la mano di Gawain, il più nobile dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nonché migliore amico di Artù. Il giovane Artù provò orrore a quella prospettiva... La strega aveva una gobba ad uncino, era orrenda, aveva un solo dente, puzzava di fogna e spesso faceva anche dei rumori osceni! Non aveva mai incontrato una creatura tanto ripungnante. Perciò si rifiutò di accettare di pagare quel prezzo e condannare l’amico a sobbarcarsi un fardello simile! Gawain, venuto al corrente della proposta, volle parlare ad Artù dicendogli che nessun sacrificio era troppo grande per salvare la vita del suo re e la tavola rotonda, e che quindi avrebbe accettato di sposare la strega di buon grado. Il loro matrimonio fu proclamato, e la strega

finalmente rispose alla domanda: “Ciò che una donna vuole veramente è essere padrona della propria vita”. Tutti concordarono sul fatto che dalla bocca della strega era uscita senz’altro una grande verità e che sicuramente la vita di Artù sarebbe stata risparmiata. Infatti il sovrano del regno vicino risparmiò la vita ad Artù, e gli garantì piena libertà. Ma che matrimonio avrebbero avuto Gawain e la strega? Artù si sentiva lacerato fra sollievo e angoscia, mentre Gawain si comportava come sempre gentile e cortese. La strega, al contrario, esibì le peggiori maniere... mangiava con le mani, ruttava e petava, mettendo tutti a disagio. La prima notte di nozze era vicina, e Gawain si preparava a trascorrere una nottata terribile, ma alla fine prese il coraggio a due mani ed entrò nella camera da letto e... che razza di vista l’attendeva! Dinanzi a lui, discinta sul talamo nuziale, giaceva semplicemente la più bella donna che avesse mai visto! Gawin rimase allibito, e non appena trovò l’uso della parola (il che accadde dopo diversi minuti), chiese alla strega cosa le fosse accaduto. La strega rispose che era stato talmente galante con lei quando si trovava nella sua forma repellente che aveva deciso di mostrarglisi nel suo altro aspetto, e che per metà del tempo sarebbe rimasta così, mentre per l’altra metà sarebbe tornata la vecchiaccia orribile di prima. A questo punto la strega chiese a Gawain quale dei due aspetti avrebbe voluto che ella assumesse di giorno e quale di notte. Che scelta crudele! Gawain iniziò a pensare all’alternativa che gli si prospettava: una donna meravigliosa al suo fianco durante il giorno, quando era con i suoi amici, ed una stregaccia orripilante la notte? O forse la compagnia della stregaccia di giorno e una fanciulla incantevole di notte con cui condividere i momenti di intimità? Voi cosa avreste fatto? La scelta di Gawain è distante solo poche righe... ma non leggete, finché non avrete fatto la vostra scelta! Il nobile Gawain disse alla strega che avrebbe lasciato a lei la possibilità di decidere per se stessa. Sentendo ciò, la strega gli sorrise, e gli annunciò che sarebbe rimasta bella per tutto il tempo, proprio perché Gawain l’aveva rispettata, e l’aveva lasciata essere padrona di se stessa». (Re Artù, fiaba tratta dal Ciclo bretone).

personaggi e storie nuove perché «tutti quelli che hanno la stessa apertura visiva e vedono il mondo nello stesso modo non hanno osservazioni diverse da comunicarsi. Solo chi ha un’apertura visiva diversa vede il mondo in un altro modo e può dare al prossimo un’informazione tale da allargargli il suo campo visivo». Munari, infatti, osservava la realtà come un bambino, cercando di coglierne gli aspetti molteplici ed evidenziandone gli aspetti invisibili. «Conservare l’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di sapere, il piacere di capire, la voglia di comunicare», perché diventando adulti gli uomini privilegiano il senso della vista a discapito di tutti gli altri sensi percettivi. Saranno la poesia, l’arte, l’ironia, l’umorismo e la fantasia a creare oggetti in grado di stimolare i sensi perduti. E, così, Munari ci racconta che se «le macchine sono noiose con il loro ritmo uniforme costante, con opportuni accorgimenti si possono costruire macchine il cui rumore ricorda il cinguettio degli uccelli»; inventa la Tavola tattile per i non vedenti, i Libri illeggibili, libri per i bambini che ancora non sanno leggere; arricchisce di nuovi significati gli oggetti quotidiani: le forchette, piegate ad arte, diventano Forchette parlanti o animate; escogita le Macchine inutili, smitizza l’importanza dei robot da cui siamo circondati ed inventa gli occhiali per vedere in bianco e nero la TV a colori! E, se è stata inventata la fotocopiatrice, il cui preciso ruolo è l’inevitabile, inarrestabile, impeccabile riproduzione stereotipa di documenti, Bruno Munari crea le Xerografie originali, dimostrando che un testo qualsiasi fatto muovere durante il funzionamento della fotocopiatrice verrà riprodotto in modo unico e irripetibile. «Mi è venuta un’idea – suggerì l’asino – io vado a Brema per far parte della banda musicale. Vieni con me e fatti ingaggiare anche tu! Io suonerò il liuto e tu il tamburo. Il cane accettò e ripresero la strada insieme». Jacob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm, I Musicanti di Brema

Le origini della fiaba risalgono al mito, sia per la comune provenienza dalla tradizione orale, sia per i significati di carattere antropologico. Vladimir J. Propp in Radici storiche dei racconti di fate, rileva come le fiabe siano collegate al patrimonio folklorico di un popolo, mentre in Morfologia della fiaba dimostra come le fiabe, oltre ad affondare le loro radici storiche nei riti di iniziazione dell’età tribale, presentino, al di là della cultura di appartenenza, una stessa natura, cadenzata di personaggi che esercitano le stesse funzioni in rapporto allo svolgimento della storia. Le fiabe «sono anche la linfa che insegna la vita a bambine e bambini senza spezzare il filo di Arianna che


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li lega ai cieli» (Francesca Pacini, in Silmarillon, n° 15) ed è importante custodire le suggestioni dei racconti tramandati da bocca ad orecchio che provocano stupore e meraviglia, proprio perché, nei primi anni di vita, si vive sospesi tra terra e cielo. Le fiabe, dunque, parlano direttamente al cuore di bambine e bambini, che, attraverso il linguaggio fantastico imparano ad interagire con la realtà. Queste storie rappresentate metaforicamente sono lo specchio dell’intimità degli esseri umani e permettono ad alcune potenzialità innate di risvegliarsi proprio attraverso l’atto del meravigliarsi. È dunque doverosa una riflessione di genere su questa dimensione, collocata oltre il tempo e lo spazio,

in cui si svolgono storie che raggiungono l’immaginario di bambini e bambine. Semplificando le vicende e i personaggi, affidando i dilemmi esistenziali a situazioni stereotipate, operando una chiara distinzione tra il bene e il male, le fiabe descrivono esperienze e percorsi interiori in un linguaggio simbolico, immediatamente fruibile. In ambito pedagogico la favola è stata spesso oggetto di contestazioni: negli anni Cinquanta del Novecento si riteneva che la mancanza di realismo penalizzasse lo sviluppo delle capacità razionali di bambine e bambini, negli anni

Sessanta e Settanta le critiche hanno riguardato le strutture narrative, considerate troppo rigide e coercitive per lo sviluppo delle capacità creative; durante gli anni della contestazione, alla rappresentazione delle figure sociali (del ruolo della donna, del matrimonio, del potere e dell’autorità), proposta dalle fiabe tradizionali, è stato rimproverato di contrabbandare valori borghesi e maschilisti. Nel testo Dalla parte delle bambine (Milano, Feltrinelli, 1973), l’autrice Elena Gianini Belotti così descrive le protagoniste femminili delle fiabe Biancaneve e Cenerentola: «sono donne passive, unicamente occupate della propria bellezza (ai fini del maschio), decisamente inette e incapaci […] [l’una] una stolida ochetta che accetta la prima mela che le viene offerta, [l’altra] il prototipo delle virtù domestiche, dell’umiltà, della pazienza, del servilismo, del sottosviluppo della coscienza». Sono trascorsi trent’anni e nel libro Ancora dalla parte delle bambine (Milano, Feltrinelli, 2007), Loredana Lipperini rileva che ancora oggi le eroine dei fumetti invitano a essere belle, le riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi, nei libri scolastici le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli, la pubblicità mostra piccole cuoche, la moda propone minigonne e tanga, le bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i sogni classici: diventare ballerine. Al centro delle fiabe si trova invece spesso un eroe coraggioso che si allontana dal proprio ambiente, avventurandosi in un mondo sconosciuto e affascinante e, dopo aver superato prove difficilissime, realizza il proprio scopo e le ricompense che riceve sono: l’amore, la felicità, la ricchezza. La controparte femminile dell’eroe non è invece quasi mai artefice del proprio destino e le >>

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La favola di Gino e Cecilia Strada «C’era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano “volante”, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo “guidante”, oppure “girante”, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione. Si parlava spesso di “diritti”: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano “operazione di pace” quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano. E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare. Quanta confusione! Tanta confusione che, un giorno, il mago Linguaggio non ne potè più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti...» (continua).

eroine intelligenti e attive rappresentano in genere figure negative, che vivono nell’ombra e utilizzano i poteri magici per commettere atti malvagi. Le eroine leali e positive aderiscono a un ruolo femminile subordinato: sono belle, buone e gentili, tuttavia, di fatto, inadeguate alla sopravvivenza; ma, soprattutto, dipendono dall’arrivo del principe azzurro per diventare adulte realizzate. Nel mondo delle fiabe generalmente un evento determina la morte della protagonista. Solo un bacio può risvegliare l’eroina adolescente, che torna alla vita non per vivere e conoscere il mondo, ma per porsi accanto al suo sposo, cioè per definirsi all’interno di una relazione amorosa. Se è vero che le favole rappresentano il catalogo di destini che possono darsi a un uomo o a una donna, è importante una riflessione critica riguardo agli imprinting determinati da un errato linguaggio di genere. Uno dei condizionamenti sociali più forti appresi nei primi anni di vita è la presunta differenza di carattere innata nell’appartenere a un sesso e non all’altro. Oltre che dall’ambiente, tale condizionamento può essere veicolato da

fiabe che attribuiscono un comportamento aggraziato, diligente e responsabile alle bambine e atteggiamenti avventurosi, spericolati e ingegnosi ai bambini. È importante la difesa delle differenziazioni e delle pari opportunità. Tale aspetto della formazione può essere affrontato gradualmente, scegliendo le fiabe in base alla personalità e ai gusti di bambini e bambine, creando fiabe nuove o reinventando quelle vecchie, per un’interpretazione flessibile dei personaggi stereotipati. La differenza dei generi, del resto, non può essere risolta con il bilanciamento tra stereotipi e contro-stereotipi,

proprio perché non esistono qualità maschili e femminili, ma solo qualità umane; eliminare gli stereotipi, non significa proporre eroine/bambine a immagine e somiglianza degli eroi di sesso maschile, ma diffondere, attraverso le storie e i personaggi, l’idea che sia possibile comportarsi nel modo più congeniale per ciascun individuo, indipendentemente dal sesso a cui si appartiene. «Tutti questi signori erano dentro quando lei entrò completamente nuda essi avevan bevuto e presero a sputacchiarla lei non capiva nulla, era appena uscita dal fiume era una sirena che s’era smarrita gli insulti scorrevano sulla sua carne liscia l’immondizia coprì i suoi seni d’oro lei non sapeva piangere perciò non piangeva non sapeva vestirsi perciò non si vestiva la tatuarono con sigarette e con turaccioli bruciati ridevano fino ad abbattersi sul pavimento della bettola lei non parlava perché non sapeva parlare i suoi occhi erano color d’amore distante le sue braccia costruite di topazi gemelli le sue labbra tagliate nella luce del corallo e d’improvviso uscì da quella porta appena entrò nel fiume restò monda splendette come una pietra bianca nella pioggia senza volger lo sguardo nuotò nuovamente nuotò verso mai più verso la morte». Pablo Neruda, Favola della sirena e degli ubriachi

Tra i tanti personaggi delle favole, la figura della fata mantiene una sua autonomia e forza molto potenti. Le storie sulle fate si trovano nei poemi di tutte le società umane: dalle ninfe greche alle sibille latine, dai Kami giapponesi alle dame bianche d’Irlanda. Depositarie di una cultura antica, millenaria, le fate sono

le custodi della soglia tra il nostro e gli altri mondi e in alcuni racconti fiabeschi consentono a pochi umani di oltrepassare la soglia che divide queste due dimensioni (cfr. Franco Cambi, Sandri Landi, Gaetana Rossi, La magia della fiaba: Itinerari e riflessioni, Roma, Armando Editore, 2010). Marion Zimmer Bradley, nel romanzo Le nebbie di Avalon, attribuisce alla fata Morgana il potere magico di aprire e chiudere le cortine di nebbia che separano Avalon dalle altre terre e che nascondono sentieri tra il nostro mondo e l’altrove pagano. Le fate, in quanto guide spirituali superiori, riescono ad accedere o perlomeno ad indicare una dimensione in cui convivono il paese della Cuccagna, i campi Elisi degli dèi ed anche la terra dei morti, e ci mostrano che gli spiriti sono vicini a noi anche se separati dal nostro piano esistenziale, ma soprattutto le fate ci indicano che un altro mondo è possibile. E, infatti, le fate non hanno solo il potere nelle parole, ma hanno anche la forza di una magia più fluida perché hanno la capacità di trasformare: proprio come i bambini, che coi loro giochi infantili modificano un cartone in un castello, una matita in una bacchetta magica, una pentola in una corona. Questo sguardo creativo delle fate riesce ad attribuire nuovi significati ad oggetti comuni (come gli artisti, in fondo!) e creare meraviglia, meraviglia che può essere vissuta anche nel quotidiano. La fiaba può avere anche un potenziale educativo “universale”, perché riesce a coinvolgere emotivamente ed affettivamente l’immaginario di bambine e bambini di culture e ambienti di qualsiasi luogo del mondo. La lettura di favole multietniche è perciò un’esperienza educativa importante, perché arricchisce il nostro immaginario linguistico di nuovi codici provenienti dai racconti di altre terre. Del resto, come scrive Italo Calvino, «la fiaba riesce a realizzare massimi risultati servendosi di pochissimi mezzi». La Strada delle Fiabe (“Märchenstraße”) che congiunge Brema ad Hanau è un tragitto di 664 km di racconti fatati: partendo da Brema, città de I Quattro Musicanti, la fiaba dei Fratelli Grimm, si passa per Hamelin, città de Il Pifferaio Magico, per incontrare Cenerentola più a sud, a Polle, dove spuntano le possenti e suggestive rovine del Castello rinascimentale; altra tappa fiabesca è Hofgeismar, con il Castello di Sababurg, tra le cui mura prende le mosse la storia della Bella Addormentata.❍


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LA VOCE ARTISTICA: incontro tra scienza e arte A tu per tu con il professore Franco Fussi, foniatra ravennate di fama internazionale La voce è un dono che, per rendere al meglio, richiede tecnica e studio. Se qualcosa non va, occorre rivolgersi al foniatra. Le “ugole d’oro” si curano dal professor Franco Fussi, foniatra di fama internazionale e responsabile del Centro Audiologico Foniatrico dell’Ausl di Ravenna che ha contribuito a rendere Ravenna punta di eccellenza nel settore. Tra i suoi amici-pazienti personaggi della musica leggera e del canto lirico come Laura Pausini, Elisa Toffoli, Negramaro, Le Vibrazioni, Francesco Renga, Zucchero, Anna Oxa, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Andrea Bocelli, Daniela Dessì, Juan Diego Florez, Fiorenza Cedolins, Sonia Ganassi, Ruggero Raimondi, Annick Massis, solo per citarne alcuni. A lui si rivolgono, non solo gli artisti ma chiunque utilizzi professionalmente la voce in modo protratto o a intensità elevata, come insegnanti, avvocati, e ancora guide turistiche o animatori di discoteca. Quali consigli di massima si sente di dare, a scopo preventivo, a chiunque sia abituato a utilizzare la voce a livello professionale? «Per preservare la voce, suggerisco anzitutto di evitare di parlare a lungo in ambienti particolarmente rumorosi il giorno della prestazione. Molto importante è inoltre tenere sempre la voce ben idratata, bevendo con frequenza e continuità e utilizzando alcune strategie come

tenere una garza bagnata sotto le narici per 15 minuti. Piuttosto utile è anche apprendere buone tecniche di riscaldamento vocale prima della prestazione. Non attuare diete drastiche, soprattutto in carenza proteica, per evitare ipotonia muscolare; dimagrire, se è il caso, con costanza e determinatezza, in tempi lunghi. Rispettare il ritmo veglia/riposo anche in condizioni di tournée, dormire la notte almeno sette ore. Rispettare il corretto apporto di proteine e fibre vegetali (per favorire il trofismo muscolare, il transito intestinale e l’apporto vitaminico). Soddisfare il proprio fabbisogno proteico nella prima parte della giornata, mediante una colazione o un pranzo energetico, non rinunciare a una “merenda” pomeridiana, zuccherina e proteica, che permetta di andare in scena senza appetito, in buon bilancio energetico, non appesantiti: dunque, di massima apporto proteico lontano dalla performance e apporto glucidico vicino alla performance. Saper riconoscere i sintomi che inducono un sospetto di reflusso gastroesofageo, di cui molti artisti soffrono. Sia vocali: (affaticabilità, qualità vocale “stimbrata”, scarsa prestazionalità vocale mattutina, sensazione di “durezza” vocale e difficoltà nel legato) che non vocali (senso di corpo estraneo ipofaringeo, desiderio di schiarire la voce e di tossire, secchezza delle fauci e calore, fame d’aria). Poiché l’incontinenza gastrica viene facilitata coricandosi subito dopo il pasto, sopportando alti livelli di ansia, esercitando eccessi di tecniche di appoggio diaframmatico, sollevando pesi è opportuno coricarsi a distanza dai pasti e non eccedere nell’assunzione di grassi e di cibi a lenta digestione. Non consumare bevande calde dopo l’uso prolungato della voce per evitare l’aumento della vascolarizzazione locale, con potenziamento di eventuali fenomeni di infiammazione. Inoltre sottoporsi a controlli periodici dello stato di salute del proprio organo attraverso esami quali la laringostroboscopia che consente di osservare il movimento vibratorio rallentato delle corde vocali e dettagliare ogni più piccola anomalia di comportamento o danno».

Il professor Fussi – che a Ravenna dirige il Centro Audiologico Foniatrico dell’Ausl – vanta celebri pazienti-amici nel campo della lirica e della musica leggera. Nelle foto, il foniatra con (qui sopra) la soprano Daniela Dessì, il cantante Andrea Bocelli e la pop star Zucchero

Cosa suggerisce invece a un cantante colpito da un’improvvisa afonia, a poche ore da un concerto? A tal riguardo, c’è un episodio che le è rimasto più impresso? «Le terapie sono svariate: si possono utilizzare fitoterapici e rimedi omeopatici, da somministrare comunque su consiglio medico. Fino ad arrivare ai cortisonici che, però, dovrebbero essere un fatto eccezionale in quanto – pur essendo il rimedio più efficace nel breve termine – potrebbero rallentare la guarigione. Di urgenze ne ho affrontate tante. Mi ricordo in particolare di una cantante che, qualche anno fa, mi chiamò il giorno prima della finale di Sanremo: era completamente afona. Con alcune cure e tanta forza di volontà, riuscì a cantare e a vincere il festival. Le avevo anche suggerito il cortisone, spiegandole però i possibili rischi. Poi ho scoperto che non lo aveva usato e la sua scelta si è rivelata positiva, ce l’ha fatta». Quali sono i problemi più frequenti che riscontra negli artisti professionisti che si rivolgono a lei? «Anche su una base tecnica corretta è possibile incorrere in occasionali malmenage vocali quando si deve cantare in non perfetto stato psicofisico (come in caso di lievi flogosi acute delle alte vie respiratorie, periodo premestruale, problemi digestivi e reflusso gastroesofageo, ecc.). Così le patologie più frequenti nel professionista sono lesioni da sforzo occasio-


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nale che possono andare da lievi edemi a emorragie sottomucose o anche polipi emorragici. Ma accanto alla patologia bisogna prendersi cura anche delle paure e delle insicurezze che una patologia organica infonde all’artista, rendendo razionale l’approccio (anche psicologico) al problema e dando loro gli strumenti terapeutici ma anche sostegno psicologico per continuare a sostenere una carriera». Da anni lei si occupa non solo della salute vocale degli artisti, intervenendo in prima persona, ma anche di formazione. A tal riguardo è promotore di diverse iniziative, fra convegni, corsi e master: qual è lo scopo di tali iniziative? «Quello di far dialogare fra loro tutte le persone che si occupano della voce, in modo che ciascuno metta in campo le proprie competenze professionali. Utilizzando una metafora efficace, il performer vocale è proprio come un atleta, ha bisogno di un team che lo supporti e lo aiuti nella sua attività di cantante. Così per allenatore ha il maestro di canto, come fisioterapista il logopedista e come ortopedico il foniatra. Tre figure che devono sapersi integrare fra loro per far ottenere le migliori prestazioni canore nelle più diverse situazioni che possono presentarsi: dal semplice mal di gola alla riabilitazione pre e post chirurgica, dalla fase di “allenamento vocale” in vista di un evento ai cambiamenti che possono insorgere di fronte alla necessità di interventi di chirurgia plastica al viso. Pochi lo sanno ma, per esempio, rifarsi il naso o procedere a un lifting alle guance possono provocare variazioni nell’emissione vocale». Ogni due anni organizza il convegno internazionale di foniatria e logopedia “La voce artistica”, giunto all’ottava edizione. Il prossimo appuntamento è previsto in autunno: quattro giornate dal 20 al 23 ottobre, al Teatro Alighieri di Ravenna. A chi si rivolge e quali saranno le principali novità dell’edizione 2011? «Come di consueto, il convegno si pone l’obiettivo di favorire l’aggiornamento professionale di logopedisti, maestri e allievi di canto, artisti. Punti di forza della manifestazione sono la presenza dei mag-

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giori esperti del settore e la coinvolgente formula di workshop che alternano le relazioni a lezioni ed esibizioni pratiche. Quest’anno il convegno è dedicato in particolare al canto moderno, al musical e al pop. Interessante sarà ad esempio la presenza di Nathan Martin, coach delle star londinesi del musical theatre, che terrà uno stage sul belting e sul legit utilizzando i principali protagonisti dei musical attualmente in circolazione in Italia. Ma anche lo stage su come realizzare le tante distorsioni vocali tipiche delle vocalità rock, dal growl al grunt allo scream, in maniera consapevole e meno rischiosa. Poi la presentazione del metodo “La voce naturale”, proposto da Kristin Linklater, docente di tecnica vocale tra recitazione e canto, oppure lo stage sulla vocalità pop tenuto dallo statunitense Brett Manning. Non mancheranno poi diverse testimonianze sul percorso vocale e tecnico, come quelle di Mina, Gegè Telesforo, Roberto Amadè, nonché diversi interventi di logopedisti per la riabilitazione della voce cantata e approfondimenti sulle tecniche strumentali diagnostiche foniatriche più aggiornate. Il tutto corredato da esibizioni e concerti per esemplificare i percorsi tecnici, abilitativi e riabilitativi, con dimostrazioni artistiche. Per continuare a fare di Ravenna un punto di incontro tra arte e scienza della voce».

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In apertura la promessa mantenuta di Claudio Abbado DI

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Ogni promessa è debito. Il ritorno di Claudio Abbado a Ravenna Festival (l’unica sua presenza risale al lontano 1992, alla testa dei Berliner Philharmoniker); il ritorno di Abbado, si diceva, doveva avvenire lo scorso giugno, se non ci fosse stata di mezzo l’indisposizione che costrinse il maestro a cancellare i propri impegni. A dirigere una delle creature di Abbado, l’Orchestra Mozart, venne Diego Matheuz, pupillo di Abbado, ventisei anni, venuto sul dal Sistema di José Antonio Abreu che dal 1975 educa alla musica centinaia di migliaia di giovani: roba che nell’Italia culla della musica sa di fantascienza. Ogni promessa è debito, ed ecco Abbado e l’Orchestra Mozart a inaugurare l’edizione 2011 di Ravenna Festival, il 7 giugno, con un programma che più classico non si può. Oppure no. L’anno scorso

Abbado avrebbe dovuto dirigere la Sinfonia Jupiter di Mozart; quest’anno dirigerà la Haffner (lo schiaffo morale di Mozart a un’aristocratico salisburghese che gli aveva richiesto giusto una serenata) assieme all’impetuoso Concerto per oboe K 314, solista Lucas Navarro; ma di Mozart ci sono anche le trovate musicali “alla turca” con cui si chiude il Concerto per violino K 219, solista Isabelle Faust, e di Beethoven c’è la Sinfonia Pastorale, imbevuta di tali e tanti stilemi “caratteristici”, come si diceva nell’Ottocento, da renderla un unicum tra le nove sinfonie del genio di Bonn. E se tocca ad Abbado e all’Orchestra Mozart aprire l’edizione 2011 di

Cinque grandi maestri in scena: attesa per “I due Figaro” diretti da Muti, per il ritorno di Nagano e Mehta e per l’“esordio” di Esa-Pekka Salonen Ravenna Festival, a chiuderla ci penseranno Riccardo Muti e l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini (la data è simmetrica: 7 luglio). Muti che, sempre alla testa della Cherubini, quest’anno concentra il proprio impegno a Ravenna su due progetti che costituiscono ormai altrettanti appuntamenti tradizionali del Festival: c’è l’opera di Mercadante I due Figaro, con cui si chiude il progetto sulla “scuola napoletana”. E ci sono i viaggi per Le vie dell’amicizia che nel 150° dell’unità d’Italia vanno “dall’Alpi a Sicilia” – come scrive Mameli in Fratelli d’Italia – giù fino al cuore dell’Africa, con le arie e i cori di Verdi e Bellini uniti alle acrobazie e alle percussioni dei giovani artisti degli slum di Nairobi.

Tra Abbado e Muti, un vero e proprio parterre de rois, a cominciare da Esa-Pekka Salonen: l’“anti-maestro”, come lo definì un critico del “New Yorker” nel notare la trasformazione sonora della Filarmonica di Los Angeles sotto la sua guida. Sarà l’esordio ravennate anche per il direttore finlandese, arrivato sul podio quasi per caso nel 1983, quando sostituì in extremis Michael Tilson Thomas per dirigere la Philharmonia Orchestra di Londra nella Terza sinfonia di Mahler, che Salonen non aveva mai studiato prima. Prima di allora Salonen - compositore, oltre che direttore dal gesto espressivo - si era cimentato con la direzione giusto per assicurare una corretta interpretazione alle proprie opere. Assieme alla Philharmonia Orchestra, la compagine londinese che Riccardo Muti ha diretto dal 1972 al 1982, Salonen si confronterà con un variegato programma che spazia da Mozart a Bartók >> passando per Musorgskij,


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curiosamente, si tratta di tre “piccoli” anniversari: il 220esimo della morte per Mozart, il 130esimo della morte per Musorgkij, il 130esimo della nascita per Bartók. Due veri e propri veterani di Ravenna Festival sono invece Zubin Mehta e Kent Nagano. Il primo festeggia quest’anno i vent’anni di sodalizio col Festival, iniziati nel 1991 e proseguiti sempre alla testa dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Mehta, che al Festival vanta persino una partecipazione virtuale: nel 2009 venne trasmessa in diretta al Teatro Rasi la sua Walküre allestita a Valencia, si presenta stavolta alla guida dell’Orquesta de la Comunitat Valenciana in un programma tutto dedicato a Richard Strauss (29 giugno). Nagano, che a Ravenna ha privilegiato il Novecento musicale (da Debussy a Messiaen passando per Prokof’ev, Ravel, Berg), celebrerà invece, il 19 giugno, uno dei grandi anniversari musicali del 2011: nel primo

I ritratti dei direttori d’orchestra protagonisti del Festival (in senso orario): Zubin Mehta, Esa-Pekka Salonen, Michele Campanella, Kent Nagano.

RISTORANTE - PIZZERIA

Nelle serate del Festival , dal 5 giugno al 9 luglio, il ristorante rimarrà aperto fino all’una di notte Ravenna, via Antica Milizia, 50 Per informazioni: Tel. 0544 470444 • Per prenotazioni: 392 3023901 • www.ristorantedribbling.it Chiuso il lunedì

centenario dalla morte di Gustav Mahler il grande direttore statunitense dirigerà i Münchner Philharmoniker nella ciclopica Settima sinfonia del compositore viennese: ottanta minuti di musica che spaziano dalle possenti masse sonore dei movimenti estremi alle sonorità diafane delle due Nachtmusiken. All’orchestra Giovanile Luigi Cherubini spetterà infine solennizzare, in tono altrettanto monumentale, l’altro grande anniversario del 2011: il bicentenario della nascita di Franz Liszt a cui sarà interamente dedicato il concerto del 27 giugno, con un lisztiano doc come Michele Campanella nelle doppia veste di pianista e direttore, come si usava un tempo in simili occasioni. Campanella si cimenterà, tra l’altro, con monumenti musicali quali i due concerti per pianoforte e orchestra del grande compositore ungherese, e il celeberrimo Totentanz: la macabra parafrasi del Dies irae ispirata – si dice – al Trionfo della morte affrescato nel Camposanto di Pisa. ❍


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Abitare in un piano nobile In vendita prestigiosi spazi moderni, eleganti e ricchi di storia nel seicentesco Palazzo Folicaldi, restaurato di recente a Bagnacavallo

Palazzo Folicaldi a Bagnacavallo torna a risplendere dopo un lungo lavoro di restauro durato oltre cinque anni. L’edificio segna, con la sua facciata monumentale in mattoni, uno degli estremi di via Mazzini, antica strada maestra che con il suo andamento sinuoso taglia l’intricato tessuto compreso tra Piazza della Libertà e Porta Superiore. Si tratta di una residenza seicentesca appartenuta in origine alla famiglia Lazzari e trasferita ai Folicaldi agli inizi del XVII sec quale “riparazione” per un fatto di sangue. Il corpo di fabbrica principale, in fregio a via Mazzini, si è arricchito nel corso degli anni di corpi laterali, rimesse e, nel Settecento, di una loggia fino a costituire una corte confinante con gli spazi esterni della Chiesa di San Francesco. Il Palazzo si completa agli inizi dell’800 quando Giovanni Benedetto Folicaldi, vescovo di Faenza dal 1832 al 1867, trasforma il tetto in un secondo piano nobile. L’edificio si mostra nel rigore stilistico del suo fronte suddiviso in tre livelli e nove campate, centrate sul portale ad arco bugnato e sulla porta-finestra a timpano del piano nobile aperta su un balconcino in pietra d’Istria e parapetto in ferro battuto; le finestre sono contenute in una cornice retta al piano terra, semicircolare al piano

nobile e in una semplice inquadratura all’ultimo livello. In alto, infine, campeggiano i quattro grandi comignoli a pinnacolo, segno distintivo della costruzione, che denunciano una marcata origine veneta/centro europea. Oggi l’antico palazzo nobiliare è stato suddiviso in più piccole abitazioni private che traggono la loro forza dal disegno complessivo e dal reciproco rapporto tra le parti. Oltre il portone in legno si trova l’atrio passante con volta a botte e lunette omaggiata, al centro, da una grande Annunciazione. Da qui è possibile raggiungere la corte e la scala a rampe ortogonali di collegamento con il primo livello dove si ritrovano una prima iscrizione a ricordare il soggiorno nel palazzo di Papa Pio IX durante la sua visita in Romagna nel 1857, e lo stemma Folicaldi affrescato su una parete. Dallo stesso piano nobile un portone in legno, con sopraluce ad arco, cela l’accesso tramite doppia rampa al secondo piano nobile, servita dall’originale parapetto in ghisa. Il primo e il secondo livello sono raggiungibili anche attraverso un ascensore, ricavato – con le recenti opere di recupero – all’interno di un vano verticale esistente, dando accesso diretto alle due abitazioni. L’ultimo livello offre un privilegiato punto d’osservazione sui tetti e i campanili di Bagnacavallo, fino all’orizzonte delle colline. L’addizione ottocentesca è distribuita da un ampio ingresso, su cui campeggiano una seconda iscrizione con emblema papale e lo stemma Folicaldi “rinnovato” dopo la nomina vescovile, rinvenuto al di sotto di uno strato successivo di intonaco; il piano si compone di cinque sale contigue affacciate su via Mazzini, due blocchi servizi (agli angoli sul lato della corte) e un piccolo ambiente di grande pregio: la cappella privata voluta da Giovanni Benedetto

a metà ‘800. Quest’ultima ha parete di fondo ad abside e affreschi ad imitazione di decori marmorei neoclassici, mentre il soffitto riprende le trame di un cassettonato esagonale. Di grande effetto anche le decorazioni delle altre sale, ad eccezione di quella in angolo su via Mazzini, colpita durante l’ultima guerra. Sulle volte si alternano temi storici (i viaggi di Cristoforo Colombo) e familiari (l’incontro del vescovo con il Pontefice), grottesche, greche, paesaggi bucolici e reali, allegorie ed elementi architettonici. È stato conservato lo “spirito” del luogo, scandito dal diverso colore dominante che caratterizza ognuna delle sale di rappresentanza (l’oro, l’azzurro, il rosso) le cui pareti appaiono come leggeri tessuti grazie al trattamento con polvere di seta scelto per le pitture. Tale smaterializzazione contrasta con l’antico pavimento in quadrotti in cotto, rimontati nella stessa sequenza originale, che mantengono la loro grana. Il lavoro di restauro è stato attento a quei dettagli che fanno della storia dell’edificio un materiale da esaltare, pur rispondendo alle esigenze di una moderna cultura dell’abitare. Si tratta di spazi funzionali e ben distribuiti, ideali per suddividere, ad esempio, la residenza e lo studio di un professionista, oppure, vista la predisposizione del piano, per ospitare due nuclei familiari che desiderano stare vicini ma essere indipendenti.

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I due Figaro di Mercadante: Muti salva dall’oblio il sequel DI

TARCISIO BALBO

Quando il quattordicenne Wolfgang Amadé Mozart ascolta la musica di Niccolò Jommelli, a Napoli nel 1770, commenta lapidario: «Bella, ma troppo seria e troppo all’antica per il teatro». L’ultimo dramma per musica del vecchio Metastasio avrebbe visto la luce di lì a un anno, e come avevano notato anche altri, era indubbio che la parabola della cosiddetta “scuola napoletana”, se mai si può considerare scuola la congerie di musicisti che hanno combattuto sotto tale postuma ma ideale bandiera fosse in fase discendente. Certo, il mito di Napoli capitale dell’opera in musica non tramonta facilmente: Giacomo Meyerbeer, il compositoresimbolo del grand opéra francese, compone una Semiramide su libretto del Metastasio ancora nel 1819. Tanto per capire come andava allora il mondo, Il barbiere di Siviglia di Rossini è del 1816, lo stesso anno in cui Donizetti esordisce sulle scene a Bergamo col Pigmalione; e giusto nel 1819 il diciottenne Bellini si trasferisce a Napoli – guardacaso – per perfezionarsi in conservatorio con napoletani doc come Giacomo Tritto e Nicola Zingarelli. Il 1819 è anche l’anno d’esordio di Saverio Mercadante: di cinque anni più vecchio di Bellini, e anche lui allievo di Zingarelli a Napoli. Del conservatorio partenopeo assumerà persino la direzione nel 1840, non prima di aver pagato il proprio tributo al Metastasio (la sua Didone abbandonata è del 1823), e non prima di aver riciclato un vecchio melodramma di Felice Romani, il librettista di Norma, per intenderci, risalente al 1820, che non aveva avuto fortuna in teatro né con la musica di Michele Carafa, napoletano verace di nascita e musica, né con quella di altri minori dell’Ottocento

L’opera, che riprende le vicende narrate da Mozart e Da Ponte, è l’ultimo atto del progetto quinquennale dedicato all’opera napoletana. In scena giovani cantanti e l’orchestra Luigi Cherubini

italiano. La vicenda, però, tratta da una commedia francese vecchia di oltre trent’anni, era gustosa: nientemeno che il sequel delle vicende di Figaro narrate da Beaumarchais e

immortalate da Mozart e Da Ponte, con Cherubino ormai adulto a spacciarsi per Figaro, un infallibile topos drammatico, valido dai Menaechmi di Plauto fino al Grande dittatore di Charlie

Chaplin col barbiere ebreo identico ad Adenoid Hynkel alias Adolf Hitler. Cherubino ha lo scopo dichiarato di sposare Ines, figlia del Conte e della Contessa, e per il melomane è la rivalsa di


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Cherubino, cacciato via dal Conte tanti anni prima, nelle Nozze di Figaro mozartiane. Mercadante compone l’opera nel 1826, per il Teatro Principe di Madrid, ma tra un’opposizione e l’altra della censura l’opera viene rappresentata solo nel 1833, e poi nel 1836. Quindi l’oblio, se si eccettua una riduzione per pianoforte della Sinfonia d’apertura pubblicata da Ricordi come “Sinfonia caratteristica spagnola”, fin quando un giovane dottorando italiano a Madrid, Paolo Cascio, non s’imbatte nella partitura completa dell’opera (l’autografo conservato a Napoli è assai incompleto e confuso), e fin quando Riccardo Muti non decide di scegliere I due Figaro per concludere il progetto quinquennale dedicato all’opera napoletana, che dal 2007 ha visto collaborare Ravenna Festival, il Festival di Pentecoste a Salisburgo, l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e la casa editrice Ut Orpheus, che con le opere dirette da Muti ha iniziato una collana di edizioni critiche

“Capolavori della Scuola napoletana” che colmerà un vuoto sinora imperdonabile per il patrimonio musicale italiano e internazionale. L’opera, che andrà in scena a Salisburgo dal 10 al 13 giugno, sarà rappresentata a Ravenna il 24 e il 26 dello stesso mese, in coproduzione col Teatro Real de Madrid. Come sempre, anche per I due Figaro Riccardo Muti punta sui giovani: dall’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini al cast con Antonio Poli, il Conte di Almaviva; il mezzosoprano turco Asude Karayavuz, la Contessa; Rosa Feola, Inez; Annalisa Stroppa, Cherubino; Anicio Zorzi Giustiniani, Torribio; Omar Montanari, Plagio; per tacere di due interpreti ormai veterani delle produzioni di Muti come Mario Cassi, Figaro ed Eleonora Buratto, Susanna. La regia è dello spagnolo Emilio Sagi, le scene di Daniel Bianco, i costumi di Jesús Ruiz, le coreografie di Nuria Castejon, e le luci di Eduardo Bravo. In palcoscenico, il Philharmonia Chor Wien diretto da Walter Zeh. ❍


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Spettacoli multimediali, allegorie numeriche, ricerca filologica, viaggi nel tempo e intrattenimento nelle basiliche, nei teatri e in biblioteca

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Dal repertorio antico: musica per la mente, il cuore e i sensi

TARCISIO BALBO

Al museo d’arte moderna di Torino c’è una tela di Lionello Balestrieri intitolata “Ascoltando Beethoven”: una soffitta, un pianoforte verticale, un violinista curvo sullo strumento. E una fila di ascoltatori assorti: chi fissa il vuoto, chi si accuccia vicino all’innamorato, chi si regge la testa tra le mani, chi medita appoggiato a una parete. Nel quadro si ritrovano tutti i luoghi comuni sull’ascolto musicale: partecipazione emotiva, pathos interiore, fantasticherie. Luoghi talmente comuni da apparirci pressoché universali e immutabili. Però, c’è stato un tempo in cui la musica si comprendeva con

l’intelletto invece che con le orecchie e il cuore. Un tempo in cui la musica si studiava assieme alla matematica, alla geometria e all’astronomia, come scienza basata sui numeri e le proporzioni: così aveva insegnato Pitagora, e così hanno insegnato i filosofi e gli scienziati giù fino a

Keplero e Newton. A questa concezione musicale si rifanno Simone Sorini e David Monacchi, ideatori e registi dello spettacolo multimediale che prende il nome dal trattato in cui il matematico Fra’ Luca Pacioli, vissuto tra il XV e il XVI secolo, esamina le applicazioni della sezione aurea: il rapporto matematico che sempre più si rivela il nucleo costitutivo della Natura e delle opere umane. Il 16 giugno De divina proportione, prodotto dagli urbinati Bella Gerit, mostrerà agli spettatori di Ravenna Festival – grazie ai media visivi ed elettronicomusicali – il senso matematico di alcuni tra i capolavori della musica medievale, tra cui il mottetto Nuper

rosarum flores di Guillaume Dufay, composto per la consacrazione di Santa Maria del Fiore a Firenze e basato sulla divina proporzione di Pacioli, ma anche sulla numerologia legata al culto mariano. Musica per la mente, quindi, composta non tanto per essere ascoltata coscientemente quanto per servire da ornamentum e amplificazione al “vero” messaggio: la parola, umana o divina che sia, e i suoi significati reconditi. In questo contesto si colloca il concerto del 12 giugno in cui, nell’ormai consueta cornice della basilica di San Vitale, l’ensemble Cantica Symphonia – che dal 1995 esplora con acribia analitica e filologica il repertorio polifonico

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antica e sacra 29 Ravenna Festival Magazine 2011

che va dal XIV al XVI secolo – presenterà agli spettatori del Festival alcune tra le più ammirevoli intonazioni musicali del Cantico dei cantici, attingendo a piene mani dal Codice Q15 del Museo internazionale della Musica di Bologna, una tra le più antiche e ampie fonti che tramandano il repertorio polifonico “internazionale” del primo Quattrocento. E nello stesso filone d’ascolto rientra il concerto del 14 giugno, in cui il canto che orna la parola viene a sua volta ornato dal suono di uno strumento. Era il 1994 quando lo Hilliard Ensemble collaborò per la prima volta col sassofonista norvegese Jan Garbarek, e il cd Officium scalò le classifiche mondiali a suon di musica medievale con l’aggiunta di sax. Nel 2010 Garbarek e lo Hilliard hanno replicato, e in Officium Novum, che verrà eseguito dal vivo nella basilica di Sant’Apollinare in Classe, continueranno il proprio viaggio musicale tra musiche antiche e contemporanee, dai brani tradizionali della liturgia armena a

quelli appositamente composti per la nuova tappa di un ormai consolidato sodalizio musicale. L’ascolto è anche piacere, intrattenimento colto come nel caso del Jeu de Robin et Marion:

il racconto drammatizzato e infarcito di brani musicali che il troviere Adam de la Halle compone per la corte di Napoli attorno al 1280, infarcendo di brani musicali le vicende amorose della pastorella Marion, promessa sposa

di Robin, e insidiata da un losco Cavaliere per nulla di cuor gentile. A metterlo in scena il 3 luglio sarà l’Ensemble

Micrologus, che già al Festival del 2004 ha presentato con successo un florilegio delle iberiche Cantigas de Santa Maria. Oppure, l’intrattenimento sonoro può essere autoreferenziale, come nel caso del principale genere d’esportazione italiano del secolo XVI: il madrigale polifonico che ha visto in Petrarca,

Tasso e Ariosto i propri poeti d’elezione; e una silloge madrigalesca su testi dell’Orlando Furioso presenterà la Compagnia del Madrigale, il 13 giugno nei chiostri della biblioteca Classense. E il piacere legato ai sensi? Per quello, in musica, occorre aspettare il Seicento: il secolo dell’opera in musica, della fisiologia moderna, del trattato di Cartesio sulle Passions de l’âme. Il secolo che, tra i molti compositori ingiustamente negletti, ha visto nascere il romagnolo Angelo Berardi da Sant’Agata Feltria: teorico, maestro di cappella, autore di sei Sinfonie a violino solo espressive e “recitative” quant’altre mai, che per la prima volta in tempi moderni verranno eseguite il 28 giugno nella basilica di San Vitale: in scena Mauro Valli, violoncello piccolo; Sergio Ciomei, organo e clavicembalo; Vanni Moretto, contrabbasso; Margret Köll arpa doppia; Michele Pasotti, tiorba. ❍

A pagina 22, una scena dello spettacolo multimediale “De divina proportione”, ispirato all’opera di Luca Pacioli. Qui sopra, l’ensemble Micrologus.

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DI

NEVIO GALEATI

«Mi pare di essere finita sulle pagine di una favola buona, dove il lieto fine può davvero arrivare, se tutti danno una mano». Cristina Mazzavillani Muti mette da sempre il proprio cuore davanti a tutto quando si tratta dei “Viaggi dell’amicizia”, cerniera con il mondo di Ravenna Festival e slancio verso la pace attraverso la musica e la cultura. Lo ha fatto fin dalla prima chiamata, quando la città martire di Sarajevo chiese un “segno” per non restare inghiottita dall’isolamento e dal dolore. Lo fa nuovamente quest’anno, raccogliendo la chiamata di volontari e associazioni non governative che lottano quotidianamente per cercare di dare un futuro ai ragazzi di strada degli slum di Nairobi, portando quindi nella capitale del Kenya il quindicesimo ‘ponte di fratellanza’. Il progetto è partito oltre un anno fa: Riccardo Muti era a Piacenza sul podio della “sua” Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, per una serata organizzata a sostegno dell’attività di un medico, e missionaria laica, Francesca Lipeti

(impegnata in Kenya dal 1994); e di padre Renato “Kizito” Sesana, missionario comboniano fondatore delle comunità Koinonia (in Africa dal 1977). A fine concerto Francesca Lipeti e le sue amiche, che da sempre la sostengono a distanza nella sua opera, sono andate a ringraziare il direttore d’orchestra, invitandolo a Nairobi. «Francesca lo fa sempre con chi aiuta la missione per mostrare come vengono spesi i soldi donati» racconta Valda Monici, dell’associazione Gruppo missionario Fatima, che opera dal 1976 in Africa. L’incontro è la scintilla che illumina un sogno: dedicare un concerto alle genti degli slum, e in modo particolare alla popolazione di Kibera, la baraccopoli più grande dell’Africa

Il viaggio sulle “Vie dell’Amicizia”, percorso ormai da 15 anni, approda a Nairobi. Con il festival il maestro Muti e l’orchestra Cherubini per un concerto che coinvolgerà anche musicisti africani e centinaia di bambini

sub-sahariana: almeno un milione di persone stipate in dodici villaggi, con ottantamila bimbi di strada, quasi tutti orfani dell’Hiv. Un sogno che trascina: aderiscono subito la Città di Piacenza, Ravenna Festival, l’associazione Amani di padre Kizito, Rai Trade e Rai 1 (che trasmetterà in Italia l’evento); senza dimenticare l’AvsiAssociazione volontari per il servizio internazionale, che annovera fra le proprie fila, a Nairobi, il ravennate Nino Giuseppe Valerio. Fin dalle prime fasi organizzative il progetto è accolto con grande entusiasmo dalla municipalità di Nairobi e trova la preziosa collaborazione della sede diplomatica italiana in Kenya e dell’Ambasciata della Repubblica del Kenya in Italia. L’impegno di tutti, invocato da Cristina Muti, fa superare ogni difficoltà: il Festival arriverà a Nairobi la mattina del 9 luglio. Cornice dell’evento sarà l’Uhuru Park (Parco della Libertà), cuore verde della città, per una scelta che vuole propiziare la partecipazione della popolazione degli sterminati slum che circondano la metropoli. È anche un luogo simbolico: in quel parco, nell’agosto 2010, è stata infatti ratificata la nuova

Costituzione keniota. Non si tratterà di un “semplice” concerto. Si sta infatti organizzando una grande festa, gratuita per tutti. Al centro ci sarà Riccardo Muti che dirigerà più complessi musicali e vocali: l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, l’Orchestra Giovanile Italiana, musicisti della Youth Orchestra di Nairobi, il Coro del Teatro municipale di Piacenza; artisti del coro della Città di Nairobi; e soprattutto duecento bambini delle missioni italiane a Nairobi. «Il messaggio sarà in quelle voci, negli occhi di quei ragazzini che ci chiedono – aggiunge Cristina Muti – se siamo pronti a cambiare. Se siamo pronti noi, non loro. Andiamo dunque in Africa a cercare di imparare qualcosa. Quei bambini ci dicono: venite da noi, altrimenti sarete impreparati ad accogliere i nuovi tempi». Il programma prevede un’alternanza di sinfonie, arie e duetti del più popolare repertorio italiano, con brani di Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi. Saranno eseguite grazie alle voci di Anna Kasyan, Anna Malavasi, Piero Pretti, Alessandro Luongo e Luca


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musica e solidarietà 31 Ravenna Festival Magazine 2011

Sulle ali di una

“favola buona” Dall’Amico. Il concerto si concluderà con il coro del Va pensiero, che appunto i bambini di Kibera stanno studiando con passione e volontà, per essere lì, in quel parco, quel sabato mattina. Poi via libera alla festa, con i giovani artisti acrobati e percussionisti degli slum, a completare l’abbraccio di solidarietà fra popoli così lontani fra loro. «Noi ci siamo aggregati a questa avventura – commenta Nino Giuseppe Valerio dell’Avsi, raggiunto via Skype a Nairobi – perché ci piace, perché la musica è bellissima e perché pensiamo che nel mondo vincerà la bellezza, non la forza. Sperando che il mondo guardi un po’ di più verso questo paese, dopo l’evento di Ravenna Festival». E quell’evento di Nairobi sarà la conclusione di un progetto che si sta già costruendo: è infatti partita una campagna di raccolta fondi, coordinata da un comitato che si è insediato a Piacenza il 4 aprile. «Vogliamo offrire borse di studio – spiega Cristina Muti – ai ragazzi di strada recuperati dalle piccole scuole gestite dai missionari italiani, in modo che possano accedere alle medie e poi alle superiori. Con quello che

sta succedendo in questi giorni nel Mediterraneo, e a Lampedusa, dobbiamo impegnarci, tutti, per far sì che i giovani possano vivere nella propria patria, diventare loro stessi tessuto di crescita per quelle popolazioni. Poi la chiamata dei missionari non è così impegnativa! Cifre che in Europa consideriamo insignificanti, in Africa hanno un valore incredibile. Con poche decine di euro si manda un bambino a scuola per un anno. Ci rendiamo conto?». Il “ponte dell’amicizia” quest’anno avrà per altro tre “punti d’appoggio”. Il primo concerto sarà infatti proposto a Piacenza il 6 luglio; la sera successiva ci si sposterà al Pala De Andrè per il Festival. Anche qui non ci si troverà di fronte a un normale concerto; fra un brano e l’altro suoneranno, salteranno e canteranno insieme percussionisti e acrobati africani. Poi il coro del Va pensiero con alunni delle scuole ravennati “capitanati” dai loro colleghi delle elementari Mordani, per ricreare l’atmosfera che si respirerà nell’evento del 9 luglio, a Nairobi. ❍

Sopra, una panoramica del Uhuru Park di Nairobi (sullo sfondo i grattacieli del centro amministrativo ed economico della capitale del Kenia). Nel parco, il 9 luglio, si terrà la festa-concerto delle “Vie dell’Amicizia” Nella pagina a sinistra, Cristina Muti con il padre comboniano Renato “Kizito” Sesana; alle spalle la baraccopoli di Kibera, dove svolge la sua missione rivolta, in particolare, ad aiutare i bambini di strada.

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favola lirica 33 Ravenna Festival Magazine 2011

«Libero e magnifico» è Mozart a Città del Capo Quando, nel novembre del 2007, 33 membri della sudafricana Isango-Portobello Company stavano per debuttare al Baxter Theatre di Città del Capo (facendo accorrere il pubblico più integrato nella sua storia) e poi allo Young Vic Theatre a Londra (dove si riveleranno la compagnia più rapida di sempre a mandar esauriti i biglietti) con la loro trasposizione del Flauto Magico di Mozart – The Magic Flute. Impempe Yomlingo, il più grande spettacolo di teatro musicale mai presentato prima d'allora – la gioia era quasi palpabile nell’aria. Uno spirito di allegria contagiosa che si mantiene intatto durante tutte le due ore e un quarto dell’allestimento che si sarebbe in seguito trasferito al Duke of York's Theatre nel West End con dieci settimane di tutto esaurito, per poi vincere l'Olivier Award

La trasposizione sudafricana del Flauto Magico è «il più grande e coinvolgente spettacolo di teatro musicale mai realizzato… Una ricerca di pace come individui e come collettività…» 2008 come migliore revival musicale e infine raccogliere consensi e soldout in tutto il mondo. Tutto ha origine a Città del Capo all'inizio del 2006, quando la regista e attrice sudafricana Janet Suzman organizza un incontro tra il fondatore dell’Isango-Portobello Company, Eric Abraham, il cofondatore dell’Isango, il regista inglese Mark Dornford-May, e il suo direttore d'orchestra Charles Hazlewood. «Mi trovavo lì già da qualche anno – spiega Dornford-May –. Nel 2000, infatti, ero stato invitato in Sud Africa per creare una produzione teatrale della Carmen di Bizet. Mi sono innamorato del Paese e della sua gente, e soprattutto mi sono innamorato di una donna! Ho

goduto del periodo più ispirato e creativo della mia carriera lavorando in questa nuova democrazia, dalla quale escono talenti musicali davvero straordinari». Dopo il successo ottenuto l’anno precedente dal suo lungometraggio U-Carmen e Khayelitsha (Orso d’oro a Berlino), Dornford-May non può che accettare con entusiasmo la nuova sfida di un Flauto Magico completamente sudafricano, cantato in lingua Xhosa e suonato con marimba e strumenti della tradizione del luogo. «Quando abbiamo cominciato a lavorare sulla realizzazione di Impempe Yomlingo – ricorda il regista inglese – nessuno sapeva suonare le marimba, così per la compagnia è stata una curva di >>


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>> apprendimento molto ripida. Mandisi Dyantyis, il nostro eccezionale direttore musicale, ha però trasposto le varie parti adattandole agli strumenti e siamo partiti. Ogni nota è suonata e tutto è stato imparato a memoria, senza alcuno spartito musicale in vista. Le marimba sono state ricreate ad hoc, perché quelle tradizionali non hanno le note acute e piane. Fin dall’inizio il genio di Mozart è stato abbracciato dalla compagnia, molti non conoscevano nemmeno minimamente quest’opera, ma la musica e la storia hanno immediatamente catturato la loro immaginazione». Ancora una volta il talento del Sudafrica si dimostra del tutto all'altezza della sfida, mettendo in mostra musicisti gioiosamente liberi dai preconcetti europei. Il Flauto Magico debuttò nel settembre del 1791, poche settimane prima della morte di Mozart a soli 35 anni. È il più grande capolavoro

della sua vita e molto probabilmente anche la più grande opera drammatica musicale mai scritta. Mozart vi ha riversato la sua incredibile

abilità di raffigurare la natura umana attraverso la musica, di disvelare come non si possa conoscere la vera gioia senza conoscere il dolore. Il Flauto

Magico è una semplice allegoria morale, che parla del viaggio verso la conoscenza di sé, la compassione, la tolleranza, l'illuminazione: un itinerario che tutti percorrono. «Per quanto mi riguarda – è ancora Dornford-May a raccontare – la storia di Mozart ed Emanuel Schikaneder (che ne scrisse il libretto) tratta della lotta nella ricerca della pace sia come individui sia come collettività, tema che riflette il passato del Sud Africa. Ma ci sono anche altri elementi del Flauto Magico che si sono prestati alla trasposizione, ad esempio l’antica storia popolare Tswana che racconta di un terribile uccello della tempesta che causa morte e distruzione e che può essere scacciato solo da un uomo coraggioso che suona il flauto!». ❍

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36 narrare in versi Ravenna Festival Magazine 2011

Il respiro e le voci poetiche dell’Africa DI

ANNA DE LUTIIS

La poesia è il mezzo che permette di esprimere sentimenti universali, gli stessi per tutti gli uomini, a prescindere dalla lingua, a prescindere dal paese in cui questi uomini vivono. È il mezzo che può mettere in contatto autori vissuti in tempi e paesi diversi, così come accade anche per la musica e per la pittura. L'Africa è immensa; i suoi paesi hanno caratteristiche differenti: quelli compresi tra i tropici sfoggiano una natura lussureggiante che si scontra con quelli aridi, sì, ma dotati di meravigliosi deserti che si estendono a perdita d'occhio, luoghi di grande fascino anche se apparentemente privi di vita. In alcuni di essi la vita è stentata nonostante le ricchezze naturali, altri vantano importanti tracce di un'antica civiltà. Diversità di razze, di costumi, luoghi dove la civiltà, quella che noi intendiamo come tale, è una parola sconosciuta. La letteratura africana include un vasto insieme di produzioni letterarie; non si può neppure parlare di letterature nazionali in quanto ogni nazione africana in genere conta più gruppi sociali che

presentano proprie caratteristiche culturali. A questa eterogeneità culturale originaria si è andata ad aggiungere quella legata alla colonizzazione da parte di diverse potenze europee (Francia, Inghilterra, Germania, Portogallo) che hanno portato la propria lingua e la propria tradizione letteraria. Eppure esiste un elemento comune ed è il modo di trasmettere il loro sapere attraverso la tradizione orale: la voce narrante degli anziani che recitano favole, proverbi, cantilene e poesie. Il passato trova spazio nel presente grazie alla memoria che costituisce il supporto cognitivo attraverso cui l'oralità diventa tradizione, consolidandosi e trasmettendosi nel tempo e nello spazio. In particolare, la memoria individuale consente ai grandi conoscitori della tradizione nei contesti africani (i griot) di apprendere e sviluppare la loro arte. Racconta una leggenda senegalese che quando gli anziani “narratori-griot” morivano venivano sepolti ai piedi degli alberi, solitamente i centenari baobab, perché le loro storie potessero nutrirne le radici e far ritornare in vita le parole, attraverso i fiori e il fogliame esse sarebbero state, poi,

Le liriche di un continente, dai racconti dei griot, al dramma della schiavitù, della migrazione, delle guerre, fino all’abbraccio della madre terra trasportate dal vento fino all'orecchio dei nuovi storytellers, novelli cantori di mitiche storie e di poesie. Oggi la tradizione orale è stata convertita in lingue scritte e molti sono i poeti le cui poesie sono state tradotte nelle varie lingue europee: è possibile conoscere i sentimenti dei popoli africani, scoprire l'orgoglio di appartenere alla propria razza, sentire la nostalgia di chi vive lontano dalla propria terra d'origine, il dolore di chi soffre perché le guerre ancora sconvolgono i loro paesi, di chi teme la nuova schiavitù, la moderna colonizzazione che sta dilagando in alcuni paesi. Profonda è la nostalgia di Ndjock Ngana, autore della raccolta di poesie dal titolo Nhindo nero, nato in Camerun, che oggi vive a Roma, dove lavora come operatore interculturale.

Africa, Africa mia Africa fiera di guerrieri nelle ancestrali savane Africa che la mia ava canta In riva al fiume lontano Mai t’ho veduta Ma del sangue tuo colmo ho lo sguardo Il tuo bel sangue nero sui campi versato Sangue del tuo sudore Sudore del tuo lavoro Lavoro di schiavi Schiavitù dei tuoi figli Africa, dimmi Africa Sei dunque tu quel dorso che si piega E si prostra al peso dell’umiltà Dorso tremante striato di rosso Che acconsente alla frusta sulle vie del Sud? Allora mi rispose grave una voce: Figlio impetuoso, il forte giovane albero, Quell’albero laggiù Splendidamente solo fra i bianchi fiori appassiti È l’Africa, l’Africa tua che di nuovo germoglia Pazientemente, ostinatamente E i cui frutti a poco a poco acquistano L’amaro sapore della libertà.

A lui sembra aggiungersi la voce di Matial Sinda, poeta dell'Africa centrale, con questi versi che risalgono alla metà del '900 >>


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38 narrare in versi Ravenna Festival Magazine 2011 Silenzio. Sempre silenzio. Non parliamo più. Non danziamo più. Non gridiamo più. Perché non siamo liberi. Perché non siamo più liberi in casa nostra. O Africa d'un tempo! O Africa domata! O Africa, Africa nostra. Tam-Tam,Tam-Tam-Tu senza sosta, per sempre. Africa, paese delle tristezze! Africa, paese senza danze, senza canzoni! Africa, paese di pianti e lamenti... Tam-Tam, Tam-Tam-Tu Senza sosta, suonati per sempr , per rianimare tutta l'Africa, Per risvegliare quest'Africa addormentata, fino alla creazione d'un'Africa Nuova, ma sempre Nera.

Durante il periodo coloniale, gli indigeni africani appresero la lingua del paese colonizzatore e ricevettero contemporaneamente l'alfabetizzazione; la conseguenza fu la pubblicazione delle prime opere letterarie africane in lingue europee. Il tema di queste opere è spesso legato alle vicende della tratta degli schiavi africani; è celebre per esempio l'opera di Olaudah Equiano, uno schiavo liberato che racconta

la propria vita. Con la conquista dell'indipendenza da parte delle colonie, a partire dagli anni cinquanta e anni sessanta, la letteratura africana conobbe un momento di grandissimo sviluppo, con l'emergere di numerosi nuovi autori, spesso riconosciuti a livello internazionale come Akinwande Oluwole "Wole" Soyinka, poeta e drammaturgo nigeriano, considerato uno dei più importanti esponenti della

letteratura dell'Africa subsahariana. Nel 1986 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura. Se i paesi dell'Africa sono tanti e diversi fra loro è naturalmente diversa la produzione poetica. In Tunisia la poesia conserva le tracce della lingua francese ma resta fedele alla vocazione del suo paese: punto d'incontro di culture diverse e cuore del bacino del Mediterraneo. Tahar Bekri appartiene alla più giovane generazione. Si è laureato con una tesi sulla letteratura magrebina e oggi vive a Parigi. L'ardore dei garofani mi crocifigge sul binario degli anni a venire e quando si levano gli allori dai seni marittimi sulle tue mani di polline ti guardo neve che porti le stelle fra le braccia gesto delle giovani spose che filano con sguardi secolari tu gabbiano che ti disegni in fronte la storia degli olivi dai bronzei corpi tu mio Sahara dei poveri mia speranza che tuoni, mio fiume che scrivi ogni sera la genesi terrestre tu sole che sogni raggi che brillano per tutti gli alberi che si innalzano donna verde all'alba della stagione delle ferite Oh! Mia indicibile parola...

Versi che cercano uno spazio linguistico nuovo, un ritmo dove le parole devono dialogare e compenetrarsi, dove la figura femminile diventa ricordo e nostalgia di una terra viva nella memoria. Ben diversa è descrizione della donna nei versi di Ndjock Ngana, Bellezza nera, dove la passione e la sensualità esplodono nelle parole impregnate di africanità, dove è tangibile la calda atmosfera del continente nero. Amo il tuo sguardo di fiera E la tua bocca dal gusto di mango Rama Kam Il tuo corpo è pepe nero Che attizza il desiderio Rama Kam Al tuo passaggio La pantera è gelosa Del caldo ritmo del tuo fianco Rama Kam Quando danzi nel chiaror delle notti Il tam-tam Rama Kam

Ansima sotto l’uragano Dyunung del griot E quando ami Quando ami Rama Kam È il tornado che s’abbatte E tuona E colmo mi lascia del respiro di te Rama Kam.

Non può mancare, tra le voci d'Africa, quella femminile. Certamente la voce di Roli Hope Odeka ha raggiunto alte vette. È un’artista a tutto tondo. Ha sempre scritto poesie fin dalla tenera età di 6 anni, quando viveva con la famiglia in Nigeria e soffriva della condizione sociale in cui era immersa. Proprio da quel periodo derivano la maggior parte delle sue poesie raccolte in un primo libro dal titolo "Reviving Eco", pubblicato da Minerva Press, a Londra, dove vive e dove continua ad esprime su carta la rabbia che ha nei confronti della società dove è cresciuta, tradizionalmente poco attenta alle esigenze delle donne. Nelle sue poesie si legge la sensazione infantile che lei provava, una poesia incontaminata, per cui è definita “Poetessa primitiva”. I suoi versi ci raccontano delle difficoltà incontrate nel vivere in una terra diversa alla quale, però, si è adattata: sono due momenti che si susseguono e che vengono evidenziati nelle poesie che seguono. L'Immigrante Circola su questa stramba terra Stretto il passaggio e zeppo di spine. Per timore di cadere ho mosso i piedi con prudenza, dietro di me ancora i mormorii avverto carichi di disprezzo e odio che facevano montare

nelle mie vene forte la rabbia. Siamo uguali per l'inferno Il mio sangue come il vostro è rosso. Vita fluttuante Ciò che vivo giorno dopo giorno una vita dolce, percorsi facili, senza problemi cercando solo volti sorridenti evitando tutto quanto crea ostacoli non per codardia ma desiderio del meglio si va trascinati dalla corrente a tratti contro corrente la mia vita scorre libera verso nessun luogo non amo cercare volutamente ostacoli stendo le mani per raggiungere ciò che posso conservare e sentire fortemente resta a guardare oppure vieni con me nella corrente io non voglio annegare la mia è una vita fluttuante (trad. Anna De Lutiis)

La nostalgia dei popoli che lasciano la propria terra è un sentimento che da sempre accompagna i popoli migranti, ieri i nostri antenati, oggi un flusso continuo dall'Africa, dall'Est dell'Europa, tutti nella speranza di trovare una vita migliore. Pure c'è la voce di chi desidera solo restare sul proprio suolo, conservare la propria lingua e i propri costumi. Questo è il desiderio di Fadwa Tuqan, una delle più note poetesse arabe; la sua voce è l'eco di un grido di speranza che risuona fino a raggiungere i paesi più lontani, attraversando deserti, savane e foreste. ❍ Desidero solo morire nella mia terra, esservi seppellita, fondermi e svanire nella sua fertilità per resuscitare erba nella mia terra, resuscitare fiore al quale toglie i petali un ragazzo cresciuto nel mio paese. Desidero solo restare nel seno della mia patria, terra erba o fiore.


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Staff Benda Bilili

il vero cuore del continente nero

La storia degli Staff Benda Bilili è bella e avvincente quanto una favola, una favola a lieto fine di quelle che, purtroppo, in Africa non si sentono spesso. Gli Staff Benda Bilili arrivano da Kinshasa, nella Repubblica del Congo, dove una decina d’anni fa “Papa” Ricky Lickabu e Coco Ngambali, musicisti disabili e ospiti di un ricovero per i senza tetto, decidono, insieme ad altri quattro amici di provare a tirar su qualche soldo dalla loro musica. I sei Benda Bilili – espressione che significa “guardare oltre le apparenze” – si trovano dunque in quel momento senza casa, senza un vero lavoro e paraplegici, come tanti in un paese dove la poliomelite colpisce milioni di bambini per la mancanza di vaccinazioni. Vivono per lo più per strada insieme – perché ci si mette anche il destino a complicargli l’esistenza, quando il loro ricovero notturno va distrutto in un incendio –, formando una piccola comunità che si ritrova allo zoo cittadino, circondati da orfani di strada che li hanno scelti come padri adottivi. Papa Ricky e i suoi si muovono su carrozzelle motorizzate genere Easy Rider post-atomico ma di sicuro sanno suonare, improvvisando irresistibili jam session a base di rumba congolese, funky e reggae per passare il tempo, con fierezza e una verve formidabile. Il loro talento è evidente e la loro “fama” comincia a diffondersi, pur a livello locale, attirando altri musicisti.

Uno di questi è Roger Landu, poco più che un bambino, che prima di entrare nello Staff è stato a lungo uno shegué, come vengono definiti i ragazzini, migliaia, abbandonati per le strade di Kinshasa. A sette anni ha seguito una banda che viveva di espedienti intorno al Centro culturale vallone della capitale, ma si ricorda che suo nonno, del basso Congo, suonava uno strumento composto da una zucca, un arco e una corda, e cerca di crearne uno con quello che ha a disposizione. Prende una scatola di conserva, un pezzo di legno ricurvo

Renaud Barret e Florent de La Tulaye, due trentenni francesi – uno fotografo e l’altro pubblicitario – innamorati dei ritmi di Kinshasa e che lì vivono da cinque anni dopo aver fondato insieme la Belle Kinoise, una piccola società di produzione video. Florent e Renard cominciano a filmare senza sosta questo gruppo di amici malridotti ma allegri (il loro documentario Benda Bilili finirà addirittura selezionato a Cannes nel 2010), impazziscono per la loro musica e convincono la Crammed Disc, un’etichetta indipendente belga

La parabola della band congolese ricorda davvero un’avventura a lieto fine. Dallo zoo di Kinshasa ai grandi festival europei e una corda di chitarra. Modificando la tensione della corda con una mano e pizzicandola con l’altra riesce a produrre melodie incredibili da quell’improbabile bricolage. Lo strumento che ha appena inventato viene battezzato satongué, che in un racconto tradizionale per bambini, è il nome di un mago gentile con una sola gamba e un solo braccio. Ed ecco che, finalmente, la fortuna sembra prendere le parti di Ricky e dello Staff: del tutto casualmente, per strada, la “band” viene notata da

specializzata in rock alternativo e musica africana tradizionalemoderna, a ingaggiarli. Inizia un periodo di alti e bassi per i Benda Bilili, i soldi francesi non sono sufficienti per registrare tutto un album – ma almeno un pezzo, Let’s go and vote, prende la via delle radio di Kinshasa e nel 2006 diventa una hit –, le cose sembrano in stallo. Ma ecco che, di nuovo casualmente, Damon Albarn, il leader dei Blur, uno dei musicisti più creativi del rock anglosassone, si imbatte nel gruppo durante il tour benefico “Africa Express” del

2007 insieme ai Massive Attack e ne resta profondamente colpito, tanto da voler allestire una jamsession con lo Staff. «È stata una serata meravigliosa – scriverà poi un giornalista del quotidiano inglese “The Independent” –, che riassumeva perfettamente lo spirito di “Africa Express”». Ormai i Bilili sono una realtà che va preservata, e se la dimensione “ingessata” di un vero studio di registrazione non pare consona allo loro spirito, vorrà dire che lo studio dovrà adattarsi: nel 2009 Vincent Kenis, ex musicista di Papa Wemba e ora produttore artistico a Bruxelles, porta una notte la sua attrezzatura allo zoo di Kinshasa e lì registra i Bilili con un MacBook e un microfono che era stato usato da Jacques Brel. Nasce così il primo album dello Staff, Très très fort, che diventa immediatamente culto, prima su internet – dove sono innumerevoli i siti, le pagine, i blog e i video dedicati a Staff Benda Bilili – e poi grazie all’eccezionale tour europeo 2010, con il debutto a un festival francese salutato da migliaia di appassionati in deliquio. Sul palco Papa Ricky sono pura energia, con il giovanissimo Roger che ora, a furia di esercizi e improvvisazioni sfrenate, è diventato un musicista straordinario che suona il bizzarro barattolo monocorde con la passione di un novello Jimi Hendrix. A volte, certe storie, finiscono davvero bene. ❍ AL. FO.


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«Questo grande uomo è mio padre, è nostro padre, è il padre di tutti. Lui aveva un sogno, aveva un pensiero. C’erano cose che gli piacevano e cose che non gli piacevano. Tra ciò che non gli piaceva c’erano Abiola e Obasanjo. Mi diceva: fai in modo che in questo paese non possano esserci mai più presidenti come loro». È un quindicenne Oluseun Anikulapo Kuti – ormai per tutti Seun – a dire queste parole, nell’agosto del 1997, sulla bara di suo padre, Fela Kuti, uno degli artisti più influenti del XX secolo, “The Black President”, rivoluzionario, musicista e attivista nigeriano, iniziatore dell'afrobeat e figura chiave della musica del continente africano. «Ora – aggiunse Seun di fronte a una folla di migliaia di nigeriani vestiti di bianco per il lutto – voglio dirvi una cosa. Fela non è morto, egli vivrà per sempre in Africa. Egli vivrà negli africani.Vivrà nel cuore della gente nera, in coloro che pensano che essere neri è bello, che essere neri è grandioso. Lui voleva che i nigeriani esercitassero il governo di questo paese, perché sono loro ad averne il diritto, non altri». Non si sbagliava il giovanissimo Seun, che sulla schiena ha tatuato “Fela Lives”. A quasi quindici anni dalla sua morte, Fela

Seun Kuti

l’afrobeat

non è mai stato così vivo

Il figlio del grande Fela prosegue la leggenda del padre Ora è lui l’icona della musica nigeriana di protesta Anikulapo Kuti è più di prima un’icona dell’Africa combattente, che ritiene di potercela fare con le proprie forze e la propria cultura, dell’Africa arrabbiata contro l’ingiustizia, la corruzione, l’arroganza del potere, la violenza culturale, che si fa strutturale e poi fisica. Ma ora è lui, il più giovane dei figli maschi, a essere il maggiore depositario (rinunciando a una promettente carriera di giocatore di football americano) dell'immenso lascito culturale del padre. E non a caso ad accompagnarlo è la medesima formazione – per due terzi composta dagli stessi musicisti – che divideva il palco e lo studio di registrazione con Fela Kuti, gli Egypt 80, il nome che Fela diede agli Africa 70 poco dopo il massacro di Kalakuta Republic del 1977 (rifacendosi all’africanità dell’antica civiltà egizia), definita «la più infernale macchina ritmica dell’Africa tropicale». Sono loro che suonano con Seun, e come allora sono diretti da Lekan “Baba Ani” Animashaun, che dal baritono è passato al sax alto. Tutti hanno suonato più o meno a lungo con Fela. E proprio avendola intorno, quando il padre era ancora vivo e lui poco più che bambino, Seun Kuti calcò per la prima volta il palco nei primi anni Novanta, con il suo piccolo sassofono e una voce ancora acerba.

Quasi cinque lustri più tardi Seun è naturalmente maturato, continuando a onorare la memoria del genitore (di cui è controfigura somigliante in modo sbalorditivo, per aspetto e carisma) ma trovando al contempo una propria grande originalità espressiva – come dimostrato dal primo album edito a suo nome nel 2008, Many Things, ma soprattutto dal nuovissimo From Africa With Fury: Rise, da poco uscito su Knitting Factory – con l’afrobeat degli Egypt 80 che continua a essere unico e irresistibile, persino migliore, più teso e primitivo di quello delle ultime opere di Fela. Sonorità inedite e testi impegnati, che tengono conto della storia della black music degli ultimi anni, introducendo le inflessioni del rap e del new soul nel vulcano del groove anni Settanta. Seun del resto cita tra i suoi ispiratori Miles Davis, il musicistapoeta afro-americano Gill Scott Heron e i rapper Timbaland e Dr Dre. Dal vivo, poi, un’altra sorpresa: Seun dà finalmente voce a nuove versioni di alcuni classici del padre, come Shuffering and Shmiling, Colonial Mentality e Army Arrangement, che, essendo presenti su disco, Fela per principio non proponeva mai in concerto. ❍ AL. FO.


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Il sogno delle 100 nazioni di Natacha Atlas Nel momento topico della sua carriera solista la cantante belga di origine egiziana torna alla guida dei Transglobal Underground. Il suo itinerare per il mondo la trasforma in una cantante dalle molteplici sfaccettature È sempre un piacere ascoltare – e soprattutto vedere – Natacha Atlas dal vivo, artista di rara presenza e carisma. Cantante, compositrice e ballerina, Natacha rappresenta al contempo una biografia straordinaria e una sorta di viaggio globale. E itinerante e fatta di incontri tra ritmi

diversi è anche la sua musica, che mescola i suoni della tradizione araba con le produzioni occidentali, in particolare la musica elettronica. Nata nel 1964 a Bruxelles da padre ebreo sefardita di origine egiziana e madre inglese, a otto anni la Atlas si trasferisce a Northampton, in Scozia,

per restarvi una decina d’anni. Ventiquattrenne, torna in Belgio, dove comincia a esibirsi come danzatrice del ventre e cantante alla guida di un gruppo di salsa. Sono anni densi di esperienze artistiche e di crescita che culminano nella collaborazione con i Transglobal Underground prima e con Jah Wobble – ex bassista dei Public Image Limited – poi, il tutto contornato da viaggi e soggiorni in Turchia, Grecia e Medioriente. Il risultato di questo percorso è l’affermazione di una musicista dalle mille sfaccettature. Così vien definita: «una babele sonora», «un ibrido temerario e sensuale», «un crossover panetnico», «un’apolide della musica che ha fatto propria la bandiera dell’arcobaleno sonoro», fino a quella che lei stessa si è data per sintetizzare la complessa varietà di popoli e culture che l’ha influenzata: «una Striscia di Gaza umana». Di fatto quello che caratterizza la Atlas è una notevole versatilità vocale, valorizzata da una produzione musicale che mescola tradizione e pop mediorientale, rock ed elettronica occidentali. Ma è anche interprete di primo piano dello sha'abi, un genere di musica popolare egiziana, il tutto condito con una sensualità dal sapore latinoamericano e soprattutto arabeggiante, visto che la danza del ventre continua a essere la sua specialità. I Transglobal Underground, una delle realtà più significative del crossover ethno-dance degli anni Novanta, rappresentano, come si diceva, il suo esordio artistico, con la realizzazione nel 1993 dello splendido album Dream of 100 Nations. Risale al 1998 l’ultimo tour con i Transglobal

Underground, quando accompagnarono addirittura Jimmy Page e Robert Plant, ma nel frattempo la Atlas aveva esordito anche come solista: Diaspora, del 1995, è il suo primo album, al quale ne seguiranno altri otto (senza contare remix e compilation), spesso arricchiti da prestigiose collaborazioni con artisti di fama internazionale (fra gli altri, Franco Battiato e Sinead O’Connor). Il suo pop suggestivo, venato d’Oriente, riesce nell’impresa di unire le discoteche europee e le tradizioni arabe, dimostrando come può essere ricco e affascinante l'incontro tra mondi e culture diverse. E proprio l’importanza dell’armonia fra tradizioni diverse che la sua musica esprime non sfuggì a suo tempo alla presidente irlandese Mary Robinson, che nel 2001 l’ha nominata ambasciatrice alla Conferenza Onu contro il razzismo. Ora i suoi lavori più recenti (l’ultimo è Mounqualiba, del 2010) registrano una crescente attenzione per melodie occidentali, con addirittura rifacimenti di Nick Drake e Zad Moultaka, pianista e compositore libanese che vive a Parigi e che è specialista nel creare una fusione fra Oriente e Occidente. Ma è inutile cercare di catalogare l’arte di Natacha Atlas – con o senza i “suoi” Transglobal Underground – in una casella o nell’altra, la sua è una proposta, un’esperienza, per chi la musica la vive direttamente, senza dare nomi a generi e musicisti, basandosi semplicemente sul calore e sul colore dei suoni. ❍ AL. FO.


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Un mondo di avvolgente Il giovane Ólafur Arnalds esce dalla sua Islanda e si conferma uno dei più interessanti musicisti europei

levità

DI ALESSANDRO FOGLI

A 24 anni l’islandese Ólafur Arnalds è uno dei musicisti più interessanti affacciatosi sul panorama musicale mondiale in questi ultimi tempi. Dopo gli inizi come batterista di un gruppo metal, cambia poi completamente genere e si autoproduce nel 2008 il primo album, Eulogy For Evolution, mirabile fusione tra sognante indie-pop e sonorità di stampo classico. Il successo è immediato e due anni più tardi Ólafur torna con un nuovo album, And They Have Escaped The Weight Of Darkness, pubblicato questa volta dall’etichetta inglese Erased Tapes. È un mondo suadente, quello di Arnalds, fatto di lievi tocchi di pianoforte su leggere basi elettroniche e avvolgenti quanto glaciali suoni di archi. Che lui ci racconta così. Sei nato e cresciuto in Islanda. Quali sono state le tue influenze? E credi che il tuo Paese abbia influenzato il tuo lavoro in qualche modo? «Credo che la provenienza, per chiunque, finisca per influenzare la persona che si è, e la persona che si è determina il lavoro che si fa. E dunque sì, sono convinto che l’Islanda mi abbia molto influenzato. Mentre crescevo ero molto interessato al punk e al rock, ma ho sempre avuto un senso della melodia e tendevo ad ascoltare le band punk più melodiche e quelle con gli arrangiamenti armonici più ficcanti». L’Islanda non è certo un paese enorme, eppure la scena musicale continua a sfornare artisti eccelsi (come te, Bijork, i

«L’esperienza con i Sigur Ros è stata magnifica» Sigur Ros, Emiliana Torrini, Mùm e così via). Credi ci sia un motivo particolare per questa abbondanza? «Direi che la risposta sia implicita nella domanda: i posti piccoli tendono ad avere più creatività. La gente ha bisogno di fare qualcosa in questo tipo di paesi, c’è meno bisogno di migliaia di impiegati e le cose che in posti più grandi sarebbero considerate come sottoculture, nei posti piccoli hanno più possibilità di diventare cultura mainstream. E poi da noi è così dannatamente freddo che abbiamo bisogno di fare qualche bella attività al coperto!» Sei d’accordo che il tuo nuovo

album (....And They Have Escaped The Weight Of Darkness) sembra più riflessivo di Eulogy From Evolution, che invece è, diciamo, più istintivamente passionale? «Sì, concordo. Eulogy for Evolution è stato davvero un album di debutto per me, in molti modi. Ero in una fase di apprendimento e di sperimentazione e dunque l’ho fatto in maniera piuttosto impulsiva. Avevo sì un’idea di ciò che volevo raggiungere ma forse sono stato per troppi aspetti sovra-espressivo nei metodi per raggiungerla, mentre nel nuovo album ho cercato di più di capire le emozioni e le sensazioni, tecnica che ritengo più efficace

nel condurre a risultati più chiari». La tua musica ha spesso una meravigliosa vena malinconica, come è molto evidente sia in Eulogy che in Variations. Sei una persona malinconica anche nella vita? «Per niente. Chi mi conosce ti direbbe che sebbene timido e piuttosto introverso sono però una persona ridanciana e lieve. Non mi piace prendermi troppo sul serio». Lavori con strumenti classici (archi, pianoforte) ma nei tuoi dischi usi anche l’elettronica, mentre la tua musica si estende oltre le forme puramente classiche, incorporando elementi ambient e indie. Come si è creato questo connubio? «Tutto deriva da come sono e dai miei interessi. Non provengo da


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un background classico, e dunque non avrei mai potuto fare musica classica pura. Sono sempre stato più un ragazzo indie interessato alle composizioni classiche, quindi il connubio è stato abbastanza automatico…». Hai cominciato come batterista in due band hardcore punk come i Celestine e i Fighting Shit, mentre ora, come dicevamo, suoni il piano, la chitarra, usi elementi elettronici. L’interesse per hardcore punk è completamente abbandonato? «Niente affatto, anzi proprio recentemente mi sono riascoltato tutti i vecchi dischi hardcore per vedere cosa ancora mi piacesse. Ci sono ancora tantissime cose che adoro e che mi sono care. Inoltre tutta quella scena e la mia esperienza in essa hanno un ruolo importante nella persona che sono diventato oggi e ne sono grato». Dicevi che non provieni da un background classico ma l’impostazione strutturale di Eulogy è molto classica. Come sei arrivato a scegliere quest’impostazione e cosa pensi del fatto che molti ti considerano

«Non sono malinconico, non mi prendo troppo sul serio» un compositore classico? «In tutta onestà, si è trattato solo di un esperimento. Ai tempi di Eulogy ero molto interessato alle colonne sonore e volevo vedere se anch’io potevo fare qualcosa del genere. Quando uscì il disco ero piuttosto imbarazzato di essere definito come “compositore classico”, perché non credevo di avere davvero le conoscenze per meritare quel titolo. Ma poi la cosa mi è cresciuta dentro, e credo anche di

aver imparato molto da allora». Sei stato in tour con i Sigur Ros e hai diviso il palco con Jonny Greenwood dei Radiohead, che esperienze sono state? «Beh, con Jonny non è che abbiamo proprio diviso il palco, più che altro ho suonato anch’io un brano per orchestra che lui ha scritto. Però sì, sono state esperienze meravigliose. Soprattutto il tour con i Sigur Rós; loro hanno i migliori fan del mondo ed è stato incredibile

vedere tutte le sere questo grandissimo gruppo esibirsi dal vivo». Accennavi alle colonne sonore. L’aspetto cinematico è evidente in ...And They Have Escaped the Weight of Darkness, com’è nato l’interesse ai film? Qual è il tuo approccio al soundtrack? «L’interesse verso il cinema è nato quando avevo 15 anni e mi sono trasferito con i miei genitori in Canada per un anno. Visto che là non avevo molti amici ho guardato tantissimi film. Ho cominciato a notare i soundtrack sempre di più… Il mio approccio a una colonna sonora è inizialmente molto simile a quello verso qualsiasi altra cosa: butto giù per iscritto tutte le idee che mi vengono in mente. Poi comincio a isolare le idee che sono più in sintonia col film e ci lavoro sopra focalizzandomi più da vicino sull’aspetto delle immagini. Di solito non mi piace fare esattamente ciò che si vede sullo schermo – accentuare la trama o i movimenti –, ma piuttosto creare un flusso o una struttura emozionale per le scene». ❍


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anbb le macchine riflettono sulla

voce

DI LUCA MANSERVISI

Entrambi, a modo loro, hanno contribuito a scrivere un pezzo di storia della musica contemporanea, l’uno nel campo dell’elettronica, l’altro, con la sua band, in quello tra il cosiddetto industrial e il rock d’avanguardia. Anche per questo, sarebbe di per sé un evento un qualsiasi loro concerto. Il fatto che saranno entrambi sullo stesso palco, a presentare il frutto di una collaborazione che nei mesi scorsi ha portato alla pubblicazione anche di un album già incensato dalla critica, non può che rendere il tutto quindi ancora più clamoroso. Loro sono Alva Noto – pseudonimo dietro al quale si nasconde l’artista elettronico Carsten Nicolai – e Blixa Bargeld (anch’esso nome d’arte, di Christian Emmerich) leader e fondatore dei seminali Einstürzende Neubauten. I due artisti si esibiranno nell’ambito della rassegna Weird Tales, organizzata da Bronson Produzioni, nella suggestiva cornice della Rocca Brancaleone, il 3 luglio. Sarà l’occasione per ascoltare dal vivo la resa del loro recente disco (targato Anbb – chiaro acronimo dei loro nomi – e intitolato Mimikry), che non ha deluso le tante attese, grazie a un elettronica glaciale, a tratti ambient, a volte più sincopata, accompagnata dalla voce come al solito inquietante di Bargeld che si muove tra spoken word e canto alienato. Alla Rocca, poi, come da spirito della rassegna, la musica sarà accompagnata anche da suggestivi video. Una commistione già sperimentata ampiamente da Alva Noto, essendo nato come artista visivo, e che gli appassionati della zona hanno già potuto ammirare nel corso del suo concerto di qualche anno fa al festival di Verucchio. Raccontando brevemente i due personaggi, Carsten Nicolai nasce nel 1965 a Berlino, sviluppando una

profonda passione per l’arte d’avanguardia. La sua carriera musicale parte ufficialmente nel 1996 con lo pseudonimo Noto, all’insegna del

minimalismo elettronico, di glitch e comunque anche molto rumorismo. Più accessibile Nicolai diventa dal 2000, ossia quando inizia la sua vera carriera

Noto/Bargeld, una discografia selezionata CARSTEN NICOLAI Con lo pseudonimo Noto: Autopilot/Autorec (Raster-Noton, 2002) Con lo pseudonimo Alva Noto: Transform (Mille Plateaux, 2001) Xerrox Vol. 1 (Raster-Noton, 2007) Xerrox Vol. 2 (Raster-Noton, 2009) Alva Noto con Ryoji Ikeda: Cyclo (Raster Noton, 2001) Alva Noto con Ryuichi Sakamoto Utp_ (Raster Noton, 2006)

Alva Noto con Blixa Bargeld Anbb: Mimikry (Raster Noton, 2010) BLIXA BARGELD (con gli Einstürzende Neubauten) Zeichnungen Das Patienten OT (Some Bizzarre, 1983) Halber Mensch (Some Bizzarre, 1985) Haus Der Luge (Some Bizarre, 1989) Silence Is Sexy (Mute, 2000)

a nome Alva Noto, con la sua elettronica che resta cupa, isolazionista, ma che lascia trasparire anche un certo senso per la melodia, oltre che per il “rumore”. Transform e i due Xerrox sono forse i suoi album migliori ma Alva Noto si fa apprezzare anche per le numerose collaborazioni, da quelle con i maestri giapponesi Ryuichi Sakamoto e Ryoji Ikeda a quelle con Scanner e, appunto, Blixa Bargeld. Passando proprio al leader ormai 52enne degli Einsturzende Neubauten, che hanno da poco festeggiato i 30 anni di carriera, il concerto della Rocca sarà un modo per rinsaldare il suo rapporto con Ravenna, visto che in passato è già stato protagonista di uno spettacolo nell’ambito del festival Transmissions della stessa Bronson Produzioni. Rispetto a quella volta al teatro Rasi, che fu un’occasione per sperimentare sul significato della voce e sul suo rapporto con le macchine, Blixa alla Rocca potrà tornare ad impersonare il ruolo di cantante (quasi) tradizionale. In fondo l’elettronica di Alva Noto può ricordare molto, almeno nell’indole, il suono degli Einstürzende Neubauten. Band, quella tedesca, nata nel 1980 a Berlino e che viene considerata un punto di riferimento per l’industrial tutto, nota anche per l'utilizzo di strumentazioni atipiche, comprendenti martelli pneumatici, lamiere metalliche, tubi flessibili, compressori e altri elementi capaci di creare un suono alienante, ricco di dissonanze, rappresentativo della moderna civiltà industriale. La band con gli anni non ha poi disdegnato passaggi all’insegna del rock più tradizionale, distinguendosi comunque sempre per il carattere incompromissorio. Blixa è stato strettissimo collaboratore di Nick Cave, con cui condivide un’innata personalità e il riuscire ad essere con estrema naturalezza un grande animale da palco. ❍


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Lo spettatore medio del Ravenna Festival, leggendone il nome, penserà senza dubbio di avere a che fare solo con un altro progetto jazz, inconsapevole invece di trovarsi di fronte ad uno dei personaggi più influenti della scena elettronica mondiale. Si tratta dell’ormai ex percussionista tedesco, ora artista elettronico a tutto tondo, Moritz Von Oswald che, lasciato momentaneamente da parte il progetto con cui si è creato una certa fama, Basic Channel – team di produttori, nonché etichetta discografica, da lui fondato e con cui secondo molta critica avrebbe di fatto dato il via al filone della minimal techno – sta facendo parlare di sé grazie al suo nuovo trio, con gente del calibro di Vladislav Delay e Max Loderbauer. Si è appena accennato alla musica techno, ma se qualcuno pensa all’elettronica da ballo è fuori strada. Il Moritz Von Oswald Trio la techno la rivisita infatti in chiave minimal, ma anche dub e jazzy. Sì, il jazz, in effetti, qualcosa c’entrava. Anche solo per il fattore improvvisazione, ben presente nel suono del trio. Un suono che, proprio come nel jazz, dà l’impressione di potersi liberare in tutta la sua forza dal vivo, dove i tre non si limitano a digitare tasti del computer, ma suonano. Loderbauer ai synth, Delay alle per-

Trio da sogno Von Oswald, Delay, Loderbauer cussioni assortite, Von Oswald agli effetti e al banco mix. Schianti, linee melodiche che si dilatano, suoni metallici e ritmi spacy fanno della l oro musica un viaggio onirico lungo la storia

recente dell’elettronica. L’appuntamento, allora, per vederli suonare, è per mercoledì 29 giugno alla Rocca Brancaleone per Weird Tales, la rassegna organizzata da

Bronson Produzioni nell’ambito del Ravenna Festival che unisce la musica alla visionarietà di immagini su grande schermo. Detto della centralità della figura di von Oswald nella scena techno non solo europea (e a questo proposito valga come biglietto da visita lo strepitoso album del 2008 firmato a quattro mani con il mostro sacro della techno di Detroit, Carl Craig, incentrato sulla rivisitazione della musica di Maurice Ravel), va ricordata anche l’importanza di Vladislav Delay, uno degli pseudonimi dietro il quale si nasconde il finlandese Sasu Ripatti, la cui ricerca lo ha portato ad attraversare vari generi, dal glitch all’ambient passando proprio per la techno e con almeno un album da consegnare con estrema soddisfazione ai posteri (quello del 2005, Explode, realizzato in collaborazione con Agf). A completare il trio è Loderbauer, produttore della techno tedesca già dagli anni Ottanta, membro di gruppi di culto come Nsi e Sun Electric. Negli ultimi due anni sono già tre i dischi pubblicati dal trio: l’inaspettato Vertical Ascent del 2009, il live a New York che ne è seguito pochi mesi dopo e la recentissima conferma, Horizontal structures. Lu. Ma. ❍

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Yuri Ancarani è uno dei video-artisti italiani più quotati all’estero, anche se “a casa” se ne parla ancora poco. Al Festival collabora con un nome culto della musica sperimentale, Stephen O’Malley

Il vento le immagini le note

DI SERENA SIMONI

Un paesaggio segnato solo dal tempo in cui l'unica memoria umana è una traccia sassosa, un sentiero da montanari praticato, fino a un decennio fa, anche da clandestini e forse, prima, da contrabbandieri, e ancora prima da partigiani. I nuovi assetti geopolitici e sociali hanno scaraventato questo luogo fuori dalla storia, compresa quella minore. Ora, l'antico e unico abitante che più frequenta la Val Rosandra nel Carso, fra Slovenia e Italia, è il vento del nordest – la Bora –, che si rinforza nel canalone fino ad arrivare a 120 km. orari. É lei che ha piegato per decenni gli alberi, dimezzandoli, smonconandoli a terra, esaltando le murate e le pietre, che si piegano al passaggio del vento e rotolano di qualche metro. Levigato, ristretto all'osso come il panorama che descrive, è il video girato in questo luogo da Yuri Ancarani e ottenuto grazie a diversi appostamenti non privi di difficoltà: le partenze immediate subito dopo l'arrivo della Borina (il vento che anticipa di un giorno la Bora), il cammino per giungere sul posto, la camera che traballa a causa del vento, le ore di di girato da buttare perchè inutilizzabili. Una fatica premiata dalla realizzazione di un loop di 15 minuti e da un girato circa della stessa lunghezza, che verrà presentato nella rassegna Weird Tales alla Rocca Brancaleone di Ravenna (4 luglio), in un liveset dal titolo Bora in collaborazione con il musicista Stephen O'Malley. Sarà quindi la musica elettronica del compositore statunitense, conosciuto in palco come chitarrista del gruppo dei Sunn O))), a integrarsi con le immagini spopolate del video e col suo sonoro, scandito dal ritmo intercalato del vento. Un duo curioso, che potrebbe rilevare sorprese nell'integrazione fra un massimo di immagine e musicalità

naturali, e il vertice artificiale dato da sintetizzatore e chitarra elettrica. Dopo il live-set sarà poi presentato un altro cortometraggio di Ancarani dal titolo Il Capo che, dopo la selezione al Festival di Venezia dell'anno passato, è stato visto nei festival più prestigiosi del mondo – fra cui Trento, Sidney, Columbia (Usa), Amsterdam – riscuotendo premi e consensi entusiastici, fino ad essere scelto come immagine guida del festival internazionale del Cinéma du Réel di Parigi. Occorre quindi ringraziare l'accortezza dello staff di Ravenna Festival che evita il paradosso di mancare un omaggio a questo ravennate, quasi più famoso all'estero che a casa propria. Infatti, molti dei lavori di Ancarani figurano già nei data-base internazionali di videoarte e la registrazione della performance Made in Italy, del 2007, è stata selezionata per la Biennale di Praga, uno degli appuntamenti artistici

Filmare la bora nel Carso è stato molto difficile

più prestigiosi d'Europa appena inaugurato. Ravenna ha potuto quindi vedere i primi passi di questo artista che oggi divide la sua presenza fra la sua città natale, dove lavora come docente di New media all'Accademia di Belle Arti, e Milano, in cui insegna video arte all'Accademia NABA, lavora nella produzione di cortometraggi e non si fa mancare una collaborazione al progetto Toilet Paper, la rivista lanciata dall'artista interplanetario Maurizio Cattelan. Legati al nostro territorio, e a Lido Adriano in particolare, sono i primi lavori di Yuri – presentati nel 2003 nella rassegna d'arte contemporanea No Border a Santa Maria delle Croci – che focalizzavano le problematiche dell'identità degli immigrati, degli interstizi e reattività fra luoghi-ghetto e persone. Era questa una delle molteplici letture dell'allestimento

video Lido Adriano. Dodici chilometri per sentirti lontano o dei video Ip Op (Balera) e del surreale Aranci mantra, girato in notturna a Lido sul ritmo di una colonna sonora composta da musica e dallo slang mescolato fra dialetto del sud, inglese, wolof, francese e slavo. In linea con queste tematiche che esplorano le pieghe dei conflitti e delle differenze tramite registri alternati di ironia e lirismo, va evidenziato un cortometraggio prezioso come Vicino al cuore – realizzato con il supporto del Comune di Ravenna per il ciclo No Border – che fu selezionato per la sezione di arte contemporanea a Genova, allora Capitale della Cultura europea 2004, ricevendo un'attenzione del tutto meritata. In poche incisive e perfette riprese, stava tutta la dicotomia dello stridente paesaggio ravennate, chiuso fra gli skyline antitetici delle industrie

L’interazione con O’Malley promette sorprese


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weird tales 53 Ravenna Festival Magazine 2011

in funzione e le valli limitrofe, popolate da pescatori e animali. I lavori di Ancarani stupiscono proprio per la mano leggera con cui affrontano questioni spinose, senza velare contraddizioni in atto, sentimenti contrapposti ed evitando i buonismi del politicamente corretto. L'occhio dell'artista non indietreggia nel denunciare i rischi di un globalismo onnivoro – questo il senso dell'operazione Made in Italy, che recitava la formula del miracolo italiano ma in lingua orientale, recuperando i rituali collettivi dei gadget piovuti dal cielo sulle spiagge romagnole negli anni '60-'70 –, senza cadere nella trappola della denuncia apologetica. Al contrario, un cortometraggio come In God We Trust (2008) è pronto a individuare lo stesso appassionante legame fra uomo e denaro presso popolazioni non occidentali: nel lavoro, perfettamente girato al ralenty, vengono presentati immigrati nigeriani che danzano durante una cerimonia, mentre banconote si appiccicano ai volti sudati, volano come coriandoli in una festa di un dio celebrato ogni giorno, nelle quattro direzioni del mondo. Il fascino delle contraddizioni è

evidente in molti lavori di Ancarani, che nel 2009, quasi in sordina ha allestito in un piccolo ex negozio di souvenir presso il Battistero degli Ariani una mostra, che era insieme punto vendita, galleria e allestimento. Souvenir, dal titolo del negozio e degli oggetti in esposizione, rovesciava lo stereotipo del ricordino nella città turistica da portarsi a casa: Ravenna diventava la città dei mosaici realisticamente immersi nel petrolio, delle cartoline e delle magliette col petrolchimico,

Dal drone al soundtrack del vento Stephen O’Malley, chitarra eclettica Il nome del chitarrista statunitense Stephen O’Malley è fondamentale per lo sviluppo dell’attuale scena sperimentale non solo a stelle e strisce ma mondiale, anche grazie a un’estrema versatilità e alla costante propensione a mettersi in gioco in nuove sfide. Lo stregone del drone è infatti perfettamente a suo agio tanto come membro dei devastanti Sunn O))) che nella creazione di algide e rarefatte musiche per il teatro, all’interno dei sofisticati Æthenor come a servizio di un sound da incubo nei Ktl. La produzione di O’Malley si caratterizza spesso come un’incursione nel noise e nella computer music ma anche nel black metal; o, come gli piace dire è «Digital Analogue Black Metal». Il suo è un contrasto sonoro ed emotivo tra il buio e la luce che raggiunge forze inedite, in cui giochi di volume, drone di chitarre e algidi riff cercano l’immersione in tappeti ambient e manipolazioni elettroniche.

presentati nell'odore e nel sordo rimbombo di una pompa a gasolio. Il cortometraggio Il capo, che verrà presentato in anteprima a Ravenna, è frutto di questo pensiero divergente, che nomina i conflitti fra umano e naturale, gli ibridi fra esseri umani e macchine. Girato nelle cave di Carrara, il lavoro non indica strade di salvezza ma fa memoria di una devastazione in atto, operata senza parole: protagonisti sono i segni corporei, puliti e precisi, di una liturgia senza dio.

Il "capo" è un uomo a cui non può che andare tutta la nostra comprensione ma al tempo stesso, ciò che avviene suscita solo un forte senso di perdita e di devastazione. Le contraddizioni resistono e pare che solo l'arte riesca a metterle bene a fuoco. ❍ Nelle immagini due opere di Yuri: pagina a fianco, uno still dal video “Bora” del 2011; qui sopra, un’immagine tratta da “Il capo”, del 2010

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54 etno jazz Ravenna Festival Magazine 2011

Paolo Fresu, Omar Sosa, Trilok Gurtu un abbraccio fra Europa, Sud America e Asia DI ROBERTO VALENTINO

Un supergruppo: non si può definire altrimenti il sodalizio fra tre forti personalità quali sono Paolo Fresu, Omar Sosa e Trilok Gurtu. La loro collaborazione ha il chiaro sapore di un abbraccio fra mondi diversi, nel segno della singolare triangolazione Sardegna-Cuba- India: le rispettive storie musicali del trombettista, del pianista e del percussionista sono al servizio di un disegno espressivo comune, in un gioco di affascinanti intrecci geografici, di stimolanti contaminazioni sonore. Musica che affonda le radici in differenti tradizioni e che riflette fedelmente gli umori multiculturali di oggi. Paolo Fresu è uno dei jazzisti italiani di maggior respiro e

notorietà internazionali. Dalla nativa Berchidda, dove da decenni lo stesso musicista sardo organizza ogni estate il festival Time In Jazz, è partito per diffondere praticamente ovunque il suono vellutato della sua tromba, dove echi di Miles Davis e Chet Baker si sposano con un fraseggio personale. Numerosissime sono le collaborazioni collezionate sino ad oggi: il jazz è il campo d’azione


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etno jazz 55 Ravenna Festival Magazine 2011

prediletto, ma non mancano incursioni nel mondo del cinema, del teatro, della danza, delle arti visive. Tra gli album più recenti di Paolo Fresu ci sono alcune incisioni indicative del suo ampio raggio d’azione: Chiaroscuro, in coppia con il chitarrista statunitense Ralph Towner, leader degli storici Oregon; Songlines/Night & Blue, realizzato a capo del rodatissimo quintetto “mainstream” con Tino Tracanna, Roberto Cipelli, Attilio Zanchi ed Ettore Fioravanti; Mistico Mediterraneo, testimonianza del seducente incontro con le voci del coro corso A Filetta. E all’orizzonte si profila un duo proprio con Omar Sosa, straordinario alchimista sonoro nel cui carnet ci sono ben cinque Grammy Nomination. Nato a Camanguey, il pianista cubano ha fatto anch’egli il giro del mondo: oggi vive in Spagna, dopo aver risieduto in Ecuador e negli Stati Uniti. Nella sua musica la tradizione di una delle isole più musicali del mondo si mescola con il jazz, l’Africa, l’elettronica e altro

ancora. Su questa linea si muovono album come Mulatos e Afreecanos, veri e propri manifesti di una immaginifica sensibilità musicale, di una autentica world music. L’ultimo album di Omar Sosa è Calma, specchio di un viaggio interiore per solo pianoforte (ed effetti elettronici) che comunica un contagioso senso di serenità. Nato a Bombay, figlio d’arte (la madre Shobba è stata una delle più grandi cantanti dell’India), Trilok Gurtu combina una trascinante carica ritmica con una originale ricerca timbrica. Da qui un set percussivo che assomma tamburi e piatti di varia foggia, tanto originale quanto spettacolare. Nel suo vasto curriculum si incontrano i nomi di Don Cherry, John McLaughlin, Jan Garbarek, Pat Metheny, Joe Zawinul, Pharoah Sanders, Bill Laswell. E nei suoi dischi Gurtu fa sempre confluire la naturale inclinazione a un caleidoscopico meticciato sonoro. Da poco dato alle stampe è 21 Spices: al fianco del percussionista indiano ci sono il batterista Simon Phillips, noto anche per i suoi trascorsi nel progressive rock, e una scintillante orchestra jazz, la tedesca NDR Big Band. Un’altra tappa di un percorso artistico che non conosce sosta: Paolo Fresu e Omar Sosa sono gli ideali compagni per nuove, appassionanti avventure. ❍

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56 contaminazioni Ravenna Festival Magazine 2011

Officium

Le tessere di un mosaico DI

ROBERTO MASOTTI

Officium Defunctorum, Officium Breve, Lacrimae, Morimur, si potrebbe continuare con mestizia a rimembrare su circostanze e significati di titoli e relativi back ground. Il sintetico Officium è un esempio d’arte sincretica, o un pastiche per pochissimi detrattori, da leggersi come felice incontro tra suoni diversi, tra antico e passato. Su una costa dell’Islanda il grande demiurgo

Manfred Eicher, sentì sotto, o sopra, il frastuono di onde e vento un disegno musicale in cui quattro voci e un sassofono si inseguivanono puri ed eleganti in estatica fissità. Un cortocircuito, una visione. Eicher prendeva appunti per la sua prima (e unica) opera cinematografica: Holozän, da Max Fritsch. Il brusco e nordico paesaggio è stato di grande ispirazione. Badenweiler, maggio 1993, un raffinatissimo hotel, il Römerbad,

un lobby che diventa un quasi teatro elisabettiano con balconate sovrapposte che corrono intorno, specchi, luce del giorno che filtra dall’alto. Saranno circa le 17, qui i concerti iniziano presto, è un venerdì, pubblico ristretto, internazionale. In contemporanea al Musiktage disegnato da Klaus Lauer con Manfred Eicher si svolge anche una convention ECM. Sono li per questo e per fare fotografie. Bene, in quella particolare sala, per quel

privilegiato pubblico , si sarebbe materializzato il primo Officium. Sarebbero stati messi in prova tre brani e sarebbero stati fatti vivere in quell’ ambiente come una sorta di installazione site specific, così si intende oggi in ambito artistico. Dico questo perché, al di là dei tentativi in prova, il concerto vide il distribuirsi dei quattro cantanti dell’Hilliard Ensemble, e del solista, il sassofonista Jan Garbarek, sui diversi piani, saggiando il valore ambientale di

quelle musiche, ben oltre la semplice, e già problematica sovrapposizione. Questo è il gesto originario cui sono seguiti tutta una serie di pur lecite “imitazioni” se non inutili copie o anche ben più forzati esercizi di stile. Quando la tessitura di Parce Mihi

Domine si sparse nell’ambiente s’avvertì una così tangibile concentrazione che quel tipo di sospensione è rimasta nel cuore di tutti riuscendo persino a ripetersi ogni volta, e sono tante, che l’esperienza si è ripetuta per me negli anni successivi. Anche oggi se riascolto... Officium, numero di catalogo ECM 1525, registrato nel 1993 costituisce un punto di non ritorno. Si può fare, sembrò di poter dire chiunque assistesse a quel breve esperimento in pubblico a Badenweiler, sull’orlo della foresta nera, vicino a Friburgo quanto a Basilea; si può fare dissero sicuramente i partecipanti al progetto e il progettista, Eicher. Riassumo e introduco altri dati: Garbarek è del ’47, come me, l’ho

conosciuto e fotografato per la prima volta nel ’74 (curioso ribaltamento) a Bergamo. Lo Hilliard, nella formazione originale, li ho incontrati a Londra nell’88 durante la registrazione di Passio di Arvo Pärt. Jan Garbarek con l’Hilliard Ensemble, assieme, furono da me ripresi nell’affascinante giardino dell’Hotel Römerbat ma le foto non si sono mai compiutamente impossessate di quel progetto. Troppo concettuale per essere vero? Ah, ma dimenticavo la storia più bella! Nel 1990 per l’Aterforum a Ferrara Franco Masotti programma il primo festival in assoluto intieramente dedicato al compositore estone Arvo Pärt, oggi universalmente riconosciuto. In contemporanea io curo una mostra di fotografie degli autori che contribuivano alle copertine ECM a Palazzo Massari. Arvo con la moglie Nora vanno a visitarla e vedono nel giardino attorno alla villa una statua in bronzo di Augusto Murer raffigurante un fanciullo. Rimangono colpiti e suggeriscono ad Eicher di vederla a sua volta e lui mi chiede di accompagnarlo portando l’attrezzatura fotografica. Da quelle foto uscirà la copertina di Officium, uno dei dischi di maggior spicco e più fortunati (milioni di copie) dell’intero catalogo ECM e più in specifico della New Series, sezione classico-contemporanea. Posso non andarne orgoglioso? Ma Officium era veramente privo di qualche precedente? Senza toglier nulla al capolavoro discografico, naturalmente. Per Jan Garbarek qualcosa era accaduto e proprio in Italia, a Reggio Emilia,nel 1989 quando per Volo di un uccello predatore, su e in compagnia di Nanà Vasconcelos, collaborando con l’Aterballetto e la coreografa Jennifer Muller, inventò un passaggio in cui accostava musica antica a quanto lui e Nanà


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contaminazioni 57 Ravenna Festival Magazine 2011

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facevano dal vivo. Giusto un segno, un accenno. Proseguendo, giusto per dire che c’era qualcosa nell’aria all’epoca, racconto che per l’ installazione Ravenna Recenti Memorie, mia e di Silvia Lelli, a Santa Maria delle Croci nel 1987, costruii una colonna sonora intieramente basata su musiche di Garbarek, eccetto l’ingresso, ad un certo punto di un frammento di inno “bizantino” dell’antica Grecia. Come rinunciare a questa idea a Ravenna! Giusto un segno, un accenno. La libertà di impaginare, manipolare, sovrapporre, a scopo creativo, è impagabile, se funziona. Poi sono arrivati i dj e i liberi remixatori, unlimited... Officium ha avuto un seguito in Mnemosyne e in Officium Novum, rispettivamente del 1998 e del 2010. Quest’ultimo programma sarà tra poco avvolto dai mosaici di Sant’Apollinare in Classe, buona visione ancor che ascolto! Silvia ed io fummo chiamati al Propstei Sankt Gerold in Austria per l’incisione del primo e in qualche modo fui ricompensato di non essere stato presente alla registrazione originale nel 1993, stesso magico luogo. Quello era

stato un esempio, non unico, di registrazione a porte particolarmente chiuse in cui l’esperimento doveva rimanere segreto, senza testimoni e testimonianze e forse è un concetto difficile da comprendere. In ogni caso un anno avvenne che il tour di Mnemosyne toccasse Ferrara, sempre per Aterforum, e grande fosse la tentazione di tornare sul “luogo del delitto”, cioè il giardino di Palazzo Massari, con Jan e i componenti lo Hilliard e immortalarli lì. La chiusura del cerchio, piccole ossessioni, piccoli segni. Mentre scrivo penso che già tempo fa non sono riuscito a trovare quegli scatti.... dannazione! Ci sono, ci sono, maledetto archivio e le sue zone d’ombra. Magari poteva esserci Marco Caselli, non ancora Nirmal, forse, meglio chiedere a lui fidando in un suo altrettanto improbabile ordine. ❍

Jan Garbarek porta al Festival il suo progetto con l’Hilliard Ensemble

Nella pagina a fianco una foto di Marco Caselli Nirmal scattata durante le sessioni per la copertina di Officium. Sopra, Jan Garbarek

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58 musica improvvisata Ravenna Festival Magazine 2011

DI

ROBERTO VALENTINO

Ci sono musicisti che agiscono in un ben definito, circoscritto ambito musicale, ma ve ne sono invece altri che sfuggono per vocazione a qualsiasi restrizione di campo o di stile. Tra questi ultimi trova un posto d’onore un musicista olandese che col suo violoncello vaga liberamente tra musiche diverse: musica improvvisata, scritta, musiche etniche che provengono dall’Africa come dalla Sardegna, musiche per il cinema. A Ernst Reijseger Ravenna Festival dedica un significativo spazio, proprio per mostrare i vari aspetti di una personalità artistica sfaccettata, capace di imprimere in ogni contesto con cui si misura la propria inconfondibile cifra espressiva. Nato nel 1954 a Bussum, Ernst Reijseger suona il violoncello dall’età di otto anni: nelle sue mani oggi questo strumento vibra, canta, geme, emette suoni strani, inconsueti per uno dei simboli della tradizione cameristica europea. L’olandese a volte lo imbraccia come se fosse una chitarra, ne pizzica le corde

delicatamente ma sa anche cavarne inusitate schegge di ironia. Suonare e giocare spesso sono per lui la stessa cosa: “Sì, il bambino che si trova in me cerca sempre il lato divertente delle cose”, afferma. Detto questo, non si pensi però a un musicista-giullare: Reijseger è un musicista serissimo – stimatissimo da colleghi come Yo-Yo Ma, Mario Brunello e Giovanni Sollima, con i quali ha anche suonato - che sa anche sorridere e far sorridere. La componente ironica è peraltro nel DNA della scena jazzistica olandese, nell’ambito della quale il violoncellista si è inizialmente conquistato meritata fama. E indiscussi capiscuola del jazz della terra dei mulini a vento sono il pianista Misha Mengelberg e il batterista Han Bennink: con il primo Reijseger ha collaborato in qualità di componente della ICP Orchestra, mentre con Bennink ha costituito il Clusone Trio, completato dal clarinettista e sassofonista americano Michael Moore e rimasto in vita per dieci anni. Restando nell’orbita

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Il festival dedica al funambolico musicista olandese un “focus” di tre concerti: per violoncello solo, in duo accompagnato da coro maschile e in trio con Harmen Fraanje e Mola Sylla

jazzistica, vanno inoltre ricordate le frequentazioni con il clarinettista francese Louis Sclavis, il percussionista indiano Trilok Gurtu, il batterista americano Gerry Hemingway e il nostro Franco D’Andrea, nonché la militanza nell’Amsterdam String Trio (con Ernst Glerum al contrabbasso e Maurice Horsthuis alla viola). In mezzo a svariate esperienze di gruppo, Reijseger coltiva la pratica di concerti in solitudine: non a caso il focus di Ravenna Festival si apre proprio con una solo performance. “Non seguo nessuna traccia nelle

mie esibizioni in solo: ogni cosa che faccio sul palco è totalmente improvvisata”, racconta, “Suono semplicemente. Mi concentro sul versante acustico della performance. Vado in cerca della musica. E il più delle volte mi diverto molto”. Una buona introduzione discografica al concerto solitario è Colla Parte, album edito nel 1997 dalla tedesca Winter & Winter: le 13 tracce del CD – alcune delle quali recano titoli curiosi come “Violoncello bastardo” o “Cello di Buddha” -


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musica improvvisata 59 Ravenna Festival Magazine 2011

Le mille sfumature del violoncello di Reijseger rappresentano una sorta di excursus fra le potenzialità sonore, timbriche e ritmiche del violoncello, nel solco di una musicalità a tutto campo. Ormai ampiamente cementato è il sodalizio con Mola Sylla, cantante e polistrumentista senegalese che nel composito universo musicale del violoncellista attesta l’interesse verso la musica africana. Nel 2008 si unì per la prima volta ai due il pianista Harmen Fraanje, anch’egli olandese: quell’incontro occasionale si è subito tramutato in un trio dalla configurazione stabile, sotteso da reciproca stima e amicizia. L’improvvisazione è, anche in questo caso, il cardine attorno al quale ruota una musica dal sound spiccatamente originale, dove si ritrovano anche canzoni in wolof, la lingua nativa di Mola Sylla. La terza e ultima tappa del viaggio ravennate attorno alla figura di Ernst Reijseger si sofferma inevitabilmente sul consolidato rapporto tra questi e Werner Herzog, grande uomo di cinema ma anche, in un certo qual modo, di musica. Nei film del regista tedesco la musica riveste infatti da sempre un ruolo significativo, sia come fonte di ispirazione che sotto

il profilo del rapporto dialogico fra suoni e immagini. In Reijseger Herzog ha trovato negli ultimi anni il partner musicale a lui più congeniale: per realizzare la colonna sonora del documentario The White Diamond (Il Diamante bianco) e del visionario The Wild Blue Yonder (L’ignoto spazio profondo) Reijseger ha coinvolto lo stesso Mola Sylla e il coro sardo Tenore e Concordu de Orosei, gettando quindi un ponte fra modalità musicali differenti, con il violoncello a fungere da collante. Nell’ultima impresa di Herzog, Cave of Forgotten Dreams (La grotta dei sogni nascosti) ha invece attinto a sonorità corali arcaiche, di grande forza evocativa. E ancora una volta la musica è parte di un disegno complessivo dove arte del suono e della visione si trasformano in un qualcosa di unico, inscindibile. ❍

Sopra, il trio Reijseger, Fraanje, Sylla. Nella pagina a sinistra, in alto il violoncellista olandese con il regista Werner Herzog

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il cartellone 61 Ravenna Festival Magazine 2011

domenica 5 giugno Rocca Brancaleone, ore 21

SCRIPTOR IN FABULA I

BÜS D’L’ORCHÉRA TOUR di e con Laura Pariani con Coro “Libere Note” dei bambini della Scuola Elementare “Filippo Mordani” di Ravenna diretto da Elisabetta Agostini e Katia Gori Le Malecorde voce, chitarra, basso Giovanni Battaglino voce, chitarra Matteo Bagnasco violino Simone Rossetti Bazzaro basso, chitarra Paolo Mottura voce, flauto, percussioni Lucia Battaglino voce Valeria Benigni batteria Eugenio Martina

giovedì 9 giugno venerdì 10 giugno Artificerie Almagià, ore 18 e 21 COMPAGNIA ARTEMIS DANZA/MONICA CASADEI

CORPOMBRA INDONESIA ideazione, coreografia, regia, scene e costumi Monica Casadei ombre Teatro Gioco Vita a cura di Fabrizio Montecchi musiche originali Luca Vianini con Vittorio Colella, Melissa Cosseta, Gloria Dorliguzzo, Nicola Marrapodi, Sara Muccioli, Emanuele Serrecchia Prima assoluta

Commissione di Ravenna Festival, in collaborazione con Punto Einaudi Ravenna

musiche di W. A . Mozart, Sinfonia n. 35 K 385 Haffner , Concerto per oboe K 314, Concerto per violino e orchestra K 219; L. van Beethoven Sinfonia n. 6 op. 68 Pastorale SERVIZIO A PAGINA 16

Basilica di San Vitale, ore 21

QUIA AMORE LANGUEO

IL CANTICO DEI CANTICI nella musica tra il XV e il XVI secolo CANTICA SYMPHONIA soprano Laura Fabris tenore e direzione Giuseppe Maletto tenore Fabio Furnari baritono Marco Scavazza musiche di John Dunstable, Josquin Desprez, Heinrich Isaac, Antoine Brumel, Jacobus Clemens non Papa e altri autori del XV e XVI secolo

Rocca Brancaleone, ore 21.30

SCRIPTOR IN FABULA II

Palazzo Mauro de André, ore 21

oboe Lucas Navarro violino Isabelle Faust

domenica 12 giugno

domenica 12 giugno

martedì 7 giugno

direttore CLAUDIO ABBADO

SERVIZIO A PAGINA 76

ROSSO FLOYD ARTEMIS DANZA

giovedì 9 giugno venerdì 10 giugno sabato 11 giugno domenica 12 giugno Teatro Alighieri, ore 21

MATTHEW BOURNE’S CINDERELLA musica Sergei Prokof’ev ideazione, regia e coreografia Matthew Bourne scene e costumi Lez Brotherston luci Neil Austin suono Paul Groothuis Prima italiana, in esclusiva per Ravenna Festival SERVIZIO A PAGINA 72

Produzione Takku Ligey Théâtre, Teatro delle Albe-Ravenna Teatro, prima nazionale SERVIZIO A PAGINA 86

SERVIZIO A PAGINA 78

giovedì 9 giugno Rocca Brancaleone, ore 21.30

PAOLO FRESU, OMAR SOSA E TRILOK GURTU SERVIZIO A PAGINA 54

sabato 11 giugno Palazzo Mauro De Andrè ore 21.30

WAYNE MCGREGOR RANDOM DANCE ENTITY ideazione e direzione Wayne McGregor coreografia Wayne McGregor in collaborazione con i danzatori musiche originali Joby Talbot, Jon Hopkins scene e costumi Patrick Burnier luci Lucy Carter digital video design e fotografia Ravi Deepres interpreti Catarina Carvalho, Davide Di Pretoro, Michael-John Harper, Agnés López Rio, Louis McMiller,

lunedì 13 giugno Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

ORLANDO FURIOSO Madrigali sul poema cavalleresco di Ludovico Ariosto

IL RACCONTO DEI PINK FLOYD

La Compagnia del Madrigale

voce narrante Michele Mari pianoforte Rita Marcotulli voce Raiz sassofoni Andy Sheppard basso elettrico e live electronics Matthew Garrison percussioni e electronic sounds devices Michele Rabbia batteria Mark Mondesir

soprano Rossana Bertini soprano Francesca Cassinari contralto Elena Carzaniga tenore Giuseppe Maletto tenore Raffaele Giordani baritono Marco Scavazza basso Daniele Carnovich

In collaborazione con Punto Einaudi Ravenna SERVIZIO A PAGINA 92

mercoledì 8 giugno

regia Mandiaye N’Diaye con Abdou Lahat Fall, Moussa Gning, Mor N’Diaye

SERVIZIO A PAGINA 28

SERVIZIO A PAGINA 92

ORCHESTRA MOZART

Paolo Mangiola, Daniela Neugebauer, Anna Nowak, Alexander Whitley, Jessica Wright

lunedì 13 giugno martedì 14 giugno mercoledì 15 giugno giovedì 16 giugno

SERVIZIO A PAGINA 28

martedì 14 giugno Basilica di Sant’Apollinare in Classe, ore 21

JAN GARBAREK E HILLIARD ENSEMBLE OFFICIUM NOVUM SERVIZI A PAGINA 28 E 56

venerdì 17 giugno

mercoledì 15 giugno

sabato 18 giugno

giovedì 16 giugno

domenica 19 giugno Teatro Rasi, ore 21 (le repliche si terranno al Cisim di Lido Adriano) TAKKU LIGEY THÉÂTRE (SENEGAL)

NESSUNO PUÒ COPRIRE L’OMBRA di Marco Martinelli e Saidou Moussa Ba

Teatro Alighieri, ore 21

NEDERLANDS DANS THEATER II SLEEPLESS coreografia Jirí Kylián musica Dirk Haubrich

GODS AND DOGS coreografia Jirí Kylián musica Ludwig Van Beethoven


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62 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2011 MINUS 16 coreografia Ohad Naharin musica autori vari

venerdì 17 giugno Fattoria Guiccioli (Mandriole) ore 18

In esclusiva per l’Italia SERVIZIO A PAGINA 74

mercoledì 15 giugno

Per i 150 anni dell’Unità d’Italia

CONCERTO TREKKING

Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

Sulle tracce di Anita e Giuseppe Garibaldi Un percorso tra suoni, storia e natura guidato da

FIABE E MUSICHE D’ORIENTE

Luisa Cottifogli Genius vocis Luigi Berardi Genius locis Sauro Mattarelli Genius historiae

La notte che il fulesta di Romagna incontrò Mobarak e Pulcinella in Persia

Anita Luisa Cottifogli voce, sequencer Gabriele Bombardini chitarre, voce Enrico Guerzoni violoncello

Compagnia Arrivano dal Mare! EHI TU! Compagnia Apple Tree (Iran) PALHAVAN KACIÀL E IL SUO SERVO MOBARAK raccontatori Sergio Diotti, Fahime Mirzahoseini burattinai Luca Ronga, Sima Mirzahoseini burattini di Brina Babini violino Stefano Zuffi organetto diatonico, percussioni Pepe Medri komanché, tombak Saide e Samanè Mirzahoseini regia Stefano Giunchi In collaborazione con Teatro Petrella di Longiano, Istituto di Cultura Iraniano (Roma), Center of Dramatic Arts di Tehran

In collaborazione con Fondazione Museo del Risorgimento, Parco del Delta del Po, Pro Loco di Sant’Alberto SERVIZIO A PAGINA 96

sabato 18 giugno Palazzo Mauro De Andrè, ore 21

PHILHARMONIA ORCHESTRA direttore ESA-PEKKA SALONEN pianoforte David Fray musiche di M.P. Musorgskij Una notte sul Monte Calvo; W.A. Mozart Concerto per pianoforte e orchestra n. 20 K 466; B. Bartók Concerto per orchestra SERVIZIO A PAGINA 18

SERVIZIO A PAGINA 88

giovedì 16 giugno Teatro Rasi, ore 21 BELLA GERIT

DE DIVINA PROPORTIONE Allegorie numeriche in musica tra Rinascimento e contemporaneità ispirate all’opera di Luca Pacioli progetto e regia Simone Sorini e David Monacchi elaborazione video 3D Pierluigi Alessandrini mise en scène e luci Andrea Maria Mazza danza contemporanea Damien Fournier e Giulia Franceschini tromboni Andrea Angeloni e Luigi Germini basso Matteo Bellotto controtenore Angelo Bonazzoli baritono e salterio Enea Sorini tenore e liuto Simone Sorini flauto, live electronics e regia del suono David Monacchi SERVIZIO A PAGINA 28

ESA-PEKKA SALONEN

domenica 19 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21 Omaggio a Gustav Mahler nel centenario della scomparsa

MÜNCHNER PHILHARMONIKER direttore KENT NAGANO G. Mahler, Sinfonia n. 7 SERVIZIO A PAGINA 18


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il cartellone 63 Ravenna Festival Magazine 2011

lunedì 20 giugno Rocca Brancaleone, ore 21.30

SCRIPTOR IN FABULA III

FANTASTICHE FRATTAGLIE: CIBI FAVOLOSI PER I TEMPI GRAMI testi e voce recitante Marcello Fois sax soprano, flauti, samplers Gavino Murgia pianoforte, fisarmonica Antonello Salis chitarra sarda preparata Paolo Angeli Commissione di Ravenna Festival, in collaborazione con Punto Einaudi Ravenna SERVIZIO A PAGINA 92

martedì 21 giugno Teatro Rasi, ore 21 ACCADEMIA PERDUTA/ROMAGNA TEATRI, TEATRO STABILE D’ARTE CONTEMPORANEA

L’ORCHETTO

SFACS dal 1976 Ravenna - Via Cavina, 11 Tel. 0544 464342

“On wheel” service Europe/Grece 23 giugno - Chiostri della Biblioteca Classense ore 21.30 violoncello Ernst Reijseger pianoforte e organo Harmen Fraanje m’bira, xalam, kongoma Mola Sylla Produzione Ravenna Festival SERVIZIO A PAGINA 58

giovedì 23 giugno

di Suzanne Lebeau

Teatro Rasi, ore 21

con Claudio Casadio e Daniela Piccari

ACCADEMIA PERDUTA/ROMAGNA TEATRI, TEATRO STABILE D’ARTE CONTEMPORANEA

musiche originali Marco Biscarini

POLLICINO

pianoforte e live electronics Marco Biscarini oboe e fisarmonica Antonio Rimedio clarinetto Antonio Calzone violino Katia Mattioli viola Nicola Calzolari violoncello Sebastiano Severi

di Marcello Chiarenza

allestimento scenico e regia Marcello Chiarenza SERVIZIO A PAGINA 88

martedì 21 giugno mercoledì 22 giugno giovedì 23 giugno

FOCUS SU ERNST REIJSEGER 21 giugno - Chiostri della Biblioteca Classense ore 21.30 Ernst Reijseger violoncello 22 giugno - Basilica di San Francesco, ore 21.30 Cave of forgotten dreams Concerto Coro maschile Bach Ensemble violoncello Ernst Reijseger pianoforte e organo Harmen Fraanje

N.V.O.C.C. Services Freight Forwarders Custom Brokers Shipping Agency

con Claudio Casadio musiche originali Beppe Turletti eseguite alla fisarmonica dall’autore regia Gianni Bissaca SERVIZIO A PAGINA 88

venerdì 24 giugno domenica 26 giugno Teatro Alighieri, ore 20.30

I DUE FIGARO O SIA IL SOGGETTO DI UNA COMMEDIA melodramma di Saverio Mercadante su libretto di Felice Romani direttore RICCARDO MUTI regia Emilio Sagi scene Daniel Bianco costumi Jesus Ruiz movimenti coreografici Nuria Castejon luci Eduardo Bravo Il Conte di Almaviva Antonio Poli La Contessa Asude Karayavuz Inez Rosa Feola Cherubino Annalisa Stroppa Figaro Mario Cassi Susanna Eleonora Buratto

SEA FREIGHT AND CARGO SERVICE s.r.l. via Pirano 7 48122 Ravenna Tel +39 0544 424211 Fax +39 0544 590550 web site: www.sfacs.it


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64 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2011 Torribio Anicio Zorzi Giustiniani Plagio Omar Montanari ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI VIENNA PHILARMONIA CHOIR maestro del coro Walter Zeh Coproduzione Ravenna Festival, Salzburger Festspiele, Teatro Real de Madrid

SCUOLA DI DANZA CLASSICA E MODERNA Direzione artistica: prof.ssa Paola Saggin Abilitata dal Ministero della Pubblica Istruzione

SERVIZIO A PAGINA 24

sabato 25 giugno Palazzo San Giacomo (Russi) ore 21.30 BLACK IS BEAUTIFUL: NOTTI AFRICANE

STAFF BENDA BILILI Dagli slum di Kinshasa ai palcoscenici di tutto il mondo. Una fiaba dei nostri giorni

SEDE: SPORTING CLUB via Don Minzoni, 70 - Ravenna Tel. 0544 39058

leader, voce Leon Ricky Likabu Makodu chitarra, voce Coco Ngambali Yakalo chitarra, voce Théophile Nsituvuidi voce Kabose Kabamba Kasongo voce Djunana Tanga Suele chitarra basso Cavalier Kiara Mayingi voce, satongué Roger Landu Satonge percussioni Montana Kinunu Ntunu SERVIZIO A PAGINA 42

Forlì - B.tto Rio Sanguinario n 4 www.mauromorelli.com mauro@mauromorelli.com

tastiere Kunle Justice voce/danzatore Yetunde Sophia George Ademiluyi voce/danzatore Iyabo Adenirian lead guitar David Obanyedo chitarra Alade Oluwagbemiga batteria Ajayi Raimi Adebiyi giant conga Kola Onasanya introduce la Classica Orchestra Afrobeat SERVIZIO A PAGINA 44

lunedì 27 giugno Palazzo Mauro de André, ore 21 Omaggio a Franz Liszt nei 200 anni dalla nascita

ORCHESTRA GIOVANILE LUIGI CHERUBINI

www.sportingclubravenna.com

direttore e solista MICHELE CAMPANELLA

"La Scuola di Danza Classica e Moderna Tersicore Artedanza, si pone come obiettivi la ricerca dell'autodisciplina e dello sviluppo sano ed armonico del corpo mediante l'apprendimento della tecnica che gli allievi studieranno."

F. Liszt, Concerto per pianoforte e orchestra n. 2; Fantasia su temi popolari ungheresi per pianoforte e orchestra; Concerto per pianoforte e orchestra n. 1; Totentanz, parafrasi del “Dies Irae”

Inizio corsi: lunedì 19 settembre

SERVIZIO A PAGINA 18

Per informazioni la segreteria riceve il pubblico tutti i giorni dalle 10 alle 20

STAFF BENDA BILILI

lunedì 27 giugno

• Danza Classica

dalla propedeutica ai corsi avanzati

• • • • • •

Danza Moderna Master Class Esami di superamento corsi Saggi finali di danza Classica e Moderna Partecipazione a spettacoli di livello internazionale Preparazione a concorsi e audizioni

domenica 26 giugno Palazzo San Giacomo (Russi) ore 21.30 BLACK IS BEAUTIFUL: NOTTI AFRICANE

SEUN KUTI & EGYPT 80 An Afrobeat celebration, la leggenda continua…

Rocca Brancaleone, ore 21.30 WEIRD TALES STREGONERIE SONORE

ÓLAFUR ARNALDS SERVIZIO A PAGINA 48

martedì 28 giugno Teatro Rasi, ore 21

SCRIPTOR IN FABULA IV

lead vocal Oluw Seun Anikulapo Kuti

GERUSALEMME PERDUTA

direttore/sax baritono Tajudeen Lekan Animasahun sax baritono Adekunle Adebiyi sax tenore Oyinade Adeniran tromba Emmanuel Kunnuji tromba Olugbade Okunade

Un viaggio contromano da Torino a Gerusalemme… ed oltre inseguendo le briciole di Dio tratto dal libro omonimo di Monika Bulaj e Paolo Rumiz


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il cartellone 65 Ravenna Festival Magazine 2011 con Paolo Rumiz Theatrum Instrumentorum & Balkan Jam canto, ud, tamburas Vangelis Merkouris canto, percussioni Mohammad Eid Al Chaleh gajda, kaval, ney, percussioni Igor Niego violino, lira di Costantinopoli, gadulka Krasimir Kalinkov canto, ud, tambura, chitarre, percussioni Aleksandar Sasha Karlic ney, cennamella, clarinetto Marco Ferrari ricerca musicale e direzione Aleksandar Sasha Karlic coreografia e danza Barbara Zanoni suono Mustafa Cengic luci Andrea Mordenti

mercoledì 29 giugno Rocca Brancaleone, ore 21.30 WEIRD TALES STREGONERIE SONORE

MORITZ VON OSWALD TRIO Moritz von Oswald Vladislav Delay Max Loderbauer SERVIZIO A PAGINA 51

giovedì 30 giugno venerdì 1 luglio sabato 2 luglio domenica 3 luglio

a cura di Graziano Piazza

Teatro Alighieri, ore 21

Produzione di Ravenna Festival, in prima assoluta

Il Singspiel diventa musical

SERVIZIO A PAGINA 92

martedì 28 giugno Basilica di San Vitale, ore 21

IL RECITAR SUONANDO Le Sinfonie a Violino Solo di Angelo Berardi da Sant’Agata Feltria (1636-1694) violoncello piccolo Mauro Valli organo e clavicembalo Sergio Ciomei contrabbasso in sol Vanni Moretto arpa doppia a tre registri Margret Köll tiorba Michele Pasotti Prima esecuzione integrale in tempi moderni SERVIZIO A PAGINA 28

mercoledì 29 giugno Palazzo Mauro De Andrè, ore 21

ORQUESTA DE LA COMUNITAT VALENCIANA direttore ZUBIN MEHTA R. Strauss, “Don Quixote” variazioni fantastiche su un tema di carattere cavalleresco op. 35; “Ein Heldenleben” (“Una vita da eroe”), poema sinfonico op. 40 SERVIZIO A PAGINA 18

Mozart’s THE MAGIC FLUTE Impempe Yomlingo adattamento e regia Mark Dornford-May parole e musica Mandisi Dyantyis, Mbali Kgosidintsi, Pauline Malefane, Nolufefe Mtshabe coreografia Lungelo Ngamlana luci Mannie Manim costumi Leigh Bishop scene Dan Watkins Una produzione Eric AbrahamIsango Portobello (Sud Africa), prima italiana in esclusiva per Ravenna Festival SERVIZIO A PAGINA 33

giovedì 30 giugno Teatro Rasi, ore 21

HISTOIRE DU SOLDAT Storia da leggere, recitare e danzare in due parti di Igor’ Stravinskij e Charles-Ferdinand Ramuz narrazione in dialetto romagnolo di Ivano Marescotti direttore e violino solista Pierangelo Negri Strumentisti dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini clarinetto Antonio Piemonte fagotto Corrado Barbieri tromba Luca Piazzi trombone Gianluca Tortora batteria Biagio Zoli contrabbasso Amin Zarrinchang Produzione Ravenna Festival SERVIZIO A PAGINA 90

Ravenna - Via Mura di S.Vitale 13 Tel. 0544.31225 - Fax 0544.211041 www.ladimoradimagdala.com e-mail: info@ladimoradimagdala.com


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66 il cartellone Ravenna Festival Magazine 2011

venerdì 1 luglio

domenica 3 luglio

Piazza Giuseppe Garibaldi (Cervia), ore 21.30

Antichi Chiostri Francescani ore 21.30

NATACHA ATLAS & Transglobal Underground

di Adam de la Halle, l’ultimo dei trouvères

voce, danza Natacha Atlas batteria Hamid Mantu voce, percussioni Tuup sitar, basso Sheema Mukherjee voce Krupa kaos G dhol keys, chitarra Tim Whelan SERVIZIO A PAGINA 46

sabato 2 luglio Palazzo Mauro de André, ore 21

LE JEU DE ROBIN ET DE MARION personaggi e interpreti Marion Patrizia Bovi Robin Olivier Marcaud Chevalier Mauro Borgioni Ensemble Micrologus canto, arpa, buccina in sol Patrizia Bovi viella, buccina in fa Gabriele Russo cialamello, flauti, cornamusa Goffredo Degli Esposti canto Mauro Borgioni canto Olivier Marcaud cornamuse, flauto traverso François Lazarevic canto, guinterna, naccarini Simone Sorini arpa Leah Stuttard SERVIZIO A PAGINA 28

domenica 3 luglio Rocca Brancaleone, ore 21.30

WIENER STAATSBALLETT GALA direttore artistico Manuel Legris coreografie di Manuel Legris, Kenneth MacMillan, Marius Petipa, Marco Goecke, George Balanchine, Roland Petit, William Forsythe, Boris Eifman, Jirˇí Bubenícˇek, Patrick De Bana con Olga Esina, Maria Yakovleva, Ljudmila Konovalova, Nina Poláková, Kiyoka Hashimoto, Francisca Wallner Hollinek, Manuel Legris, Denis Cherevychko, Roman Lazik, Vladimir Shishov, Mihail Sosnovschi, Davide Dato, Masayu Kimoto In esclusiva per Ravenna Festival

WEIRD TALES STREGONERIE SONORE

an/bb - ALVA NOTO & BLIXA BARGELD SERVIZIO A PAGINA 50

lunedì 4 luglio Chiostri della Biblioteca Classense, ore 21.30

ALDA CAIELLO CANTA BERIO E SCHÖNBERG Divertimento Ensemble direttore Sandro Gorli flauto Lorenzo Missaglia clarinetto Maurizio Longoni violino Lorenzo Gorli violoncello Relja Lukic viola Maria Ronchini arpa Elena Gorna pianoforte Maria Grazia Bellocchio percussioni Riccardo Balbinutti L. Berio, Folk Songs per voce e strumenti A. Schönberg, “Pierrot Lunaire” op. 21

lunedì 4 luglio Rocca Brancaleone, ore 21.30

Caliban • R. Riccetti • Truzzi • Monart Internazionale • Heritage • Alfredo Pria • Gallo • Antonio Fusco

WEIRD TALES STREGONERIE SONORE

Via Paolo Costa, 49 - Tel. 0544 240270 Ravenna - Centro Storico

YURI ANCARANI STEPHEN O’MALLEY

WIENER STAATSBALLET SERVIZIO A PAGINA 82

Proiezione de Il Capo (2010) di Yuri Ancarani


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il cartellone 67 Ravenna Festival Magazine 2011 guitar solo Stephen O’Malley Bora live set di Yuri Ancarani (video) e Stephen O’Malley Produzione Ravenna Festival in prima assoluta, in collaborazione con la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone SERVIZIO A PAGINA 52

martedì 5 luglio Basilica di San Vitale

I concerti de Specializzata nel taglio laser, plasma, ossitaglio con spessori da 1 a 150 mm e piegatura di lamiere con spessori da 1 A 50 mm. Via M. Monti,10 • Ravenna telefono: 0544 451418 fax 0544 451659

www.lastra-ra.it

... c’è un luogo, incontriamoci là...

VOCI NELLA PREGHIERA giovedì 7 luglio Palazzo Mauro De Andrè, ore 21 ideazione e regia Cristina Mazzavillani Muti SERVIZIO A PAGINA 102

mercoledì 6 luglio Teatro Alighieri, ore 21 ENSEMBLE DI MICHA VAN HOECKE

LE TROIANE Ovvero la tragedia di Ecuba da Euripide e Seneca nuova creazione di Micha van Hoecke con Lindsay Kemp nel ruolo di Ecuba scene Renzo Milan costumi Marella Ferrera luci David Haughton Prima assoluta Coproduzione Ravenna Festival, Accademia Nazionale della Danza, Festival Teatro Dei Due Mari di Tindari, in collaborazione con il Circuito del Mito della Regione Siciliana e Sensi Contemporanei

LE VIE DELL’AMICIZIA PIACENZA - RAVENNA NAIROBI direttore RICCARDO MUTI soprano Anna Kasyan mezzosoprano Anna Malavasi tenore Piero Pretti baritono Alessandro Luongo basso Luca Dall’Amico Orchestra Giovanile Luigi Cherubini Orchestra Giovanile Italiana La Stagione Armonica Coro del Teatro Municipale di Piacenza maestri del coro Sergio Balestracci, Corrado Casati Arie, Sinfonie e Cori d’opera di Vincenzo Bellini e Giuseppe Verdi con la partecipazione di giovani artisti acrobati e percussionisti degli slum di Nairobi SERVIZIO A PAGINA 30

venerdì 8 luglio sabato 9 luglio

SERVIZIO A PAGINA 80

Marco Rosetti, Mirko Guerra Marco Rosetti, chitarra classica Mirko Guerra, chitarra folk Viaggio musicale tra i repertori di Django Reinhardt, Al di Meola e Paco de Lucia e le creazioni originali del duo. Tra i migliori talenti chitarristici espressi dal nostro terrritorio

giovedì 23 giugno ore 21,30

Interplay Jazz Trio Alessandro Scala, sax Nico Menci, pianoforte Paolo Ghetti, contrabbasso Il jazz, la bossa e tutto quello che gli viene in mente

giovedì 7 luglio ore 19,30

Andrea Grossi Andrea passa dal tango al jazz, dal popolare all'acustico dando vita ad un lavoro esteticamente perfetto il cui unico filo conduttore è la poesia; poesia non intesa come totale astrazione della realtà, bensì come mezzo naif di vivere la vita.” Il suo album è stato recensito con 4 stelle su "All About Jazz"

giovedì 14 luglio ore 19,30

Raffaello Gentili

Ragazzo Semplice Ragazzo Semplice vince l'MTV new generation nel 2010; attualmente ha un paio video in programmazione su MTV supera in pochi mesi le 250.000 visualizzazioni su youtube. Dal vivo in versione solista si presenta con uno spettacolo acustico/elettronico caratterizzato da un'attitudine all'improvvisazione che rende i suoi concerti irripetibili.

Artificerie Almagià, ore 21 FANNY & ALEXANDER TEMPO REALE

T.E.L. ideazione Luigi de Angelis e Chiara Lagani drammaturgia e costumi Chiara Lagani regia, spazio scenico, luci Luigi de Angelis musiche Mirto Baliani progetto sonoro e sistemi interattivi Tempo Reale consulenti artistici Tahar Lamri, Rodolfo Sacchettini con Marco Cavalcoli e Chiara Lagani

UNA SCENA DE “LE TROIANE”

giovedì 16 giugno ore 21,30

Produzione Ravenna Festival, Napoli Teatro Festival Italia, Fanny & Alexander, Tempo Reale, in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi SERVIZIO A PAGINA 84

giovedì 21 luglio ore 19,30

Renzo Rubino Renzo Rubino colpisce per la maturità compositiva e interpretativa a fronte della sua giovane età. I neologismi assieme ad una scrittura vera, moderna, sanguigna, ironica e tragica, costruiscono la cifra stilistica di Renzo; “Non ho mai incontrato un ragazzo che a vent’anni scrive come Renzo Rubino” (Andrea Rodini - Vocal Coach X-Factor, giudice di SanremoLab)

giovedì 28 luglio ore 19,30

I Blech de Sabat Alessandro Rambelli, voce Alessandro Rondinelli, Chitarra “Chi tabech i'e incora in zir” il repertorio dei “blech” più un omaggio alle culture locali e regionali di tutta l'italia

Per prenotazione tavoli e cena tel. 346 1731022 Via Gordini 29, Ravenna l.alighiericaffe@gmail.com


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68 alle 7 della sera e dintorni Ravenna Festival Magazine 2011

Spettacoli e incontri ad ingresso gratuito, inizio ore 19 se non diversamente indicato

venerdì 17 giugno Centro Esp

domenica 5 giugno

lunedì 13 giugno

Piazza del Popolo

Teatro Alighieri - Sala Corelli

FESTA AFRICANA

AUGUSTA RASPONI DEL SALE, STORIA E FIABE ILLUSTRATE DELLA CONTESSINA GUGÙ

con i Nafsi Africa Acrobats e la partecipazione della Banda Musicale della Scuola Media Don Minzoni e dell’Orchestra di Percussioni della Scuola Media Ricci-Muratori

voce narrante Francesca Mazza “Raro Piano Duo” Walter Orsingher e Caterina Arzani

lunedì 6 giugno Ospedale Santa Maria delle Croci ingresso via Missiroli

NAFSI AFRICA ACROBATS venerdì 10 giugno Vecchio tiro a segno, Darsena di Città

ROMOLO GESSI FUSTIGATORE DI SCHIAVISTI Massimo Zaccaria, Giuseppe Bellosi Anna De Lutiis

sabato 11 giugno Corte Mosaico

PLATERO Y YO musiche Mario Castelnuovo-Tedesco testo Juan Ramon Jimenez chitarra Donato D’Antonio voce narrante Paola Baldini

domenica 12 giugno

martedì 14 giugno Chiostro della Biblioteca Classense

MORSHED, FULESTAR, BURATTINAI E MUSICISTI: LA TRADIZIONE PERSIANA E MEDITERRANEA DEL TEATRO DI STRADA conferenza spettacolo introduttiva a Fiabe e musiche d'Oriente condotta da Fahime Mirzahosseini e Stefano Giunchi con la partecipazione degli artisti delle due compagnie

mercoledì 15 giugno Piccolo Anfiteatro della Banca Popolare

ATEM SAXOPHONE QUARTET

sabato 18 giugno Teatro Rasi

CAPPUCCETTO ROSSO Tanti Cosi Progetti

domenica 19 giugno Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, ore 11 In Templo Domini

VOCI DELLE VETTE Coro Santa Lucia di Magras direttore Fausto Ceschi

domenica 19 giugno

RAVENNA DARSENA di CITTÀ tel. 0544-422315 info@ristorantenaif.com www.ristorantenaif.com

sabato 25 giugno Vecchio tiro a segno, Darsena di Città

FAGIOLINO ASINO D’ORO Teatro del Drago

domenica 26 giugno Basilica di Sant’Agata Maggiore ore 11.30

Teatro Rasi

In Templo Domini

CHROMATIKON UNA VISIONE MUSICALE

VOCI DEL POPOLO

FADEN piano trio fotografie di Leonardo Casadei

lunedì 20 giugno

Coro Don Natale Bellani Parrocchia di Santa Maria Nascente in Bonemerse (Cremona) direttore Ilaria Geroldi

lunedì 27 giugno

Teatro Alighieri - Sala Corelli

LA FESTA DORATA DELL’ANIMA

LA FAVOLA DI BU E FLIC

IL PIANOFORTE RACCONTA

La favola di Domenico Scarlatti tra Italia e Spagna

di Marco Rosetti

giovedì 16 giugno

TULUGAAK

In Templo Domini

composizioni di Matteo Ramon Arevalos eseguite dall’autore videoproiezioni di Chiara Zenzani

clavicembali Silvia Rambaldi e Andreina Di Girolamo voce narrante Serenella Isidori

martedì 21 giugno Centro Esp

direttore Mario Pigazzini

MAPO SALATO Minor Swing Quintet

domenica 12 giugno

chitarra Marco Rosetti sassofono Alessandro Scala voce narrante Marika Marangon

martedì 28 giugno Chiostro della Biblioteca Classense

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI musiche di Antonín Dvorák

Museo Ravennate di Scienze Naturali, Palazzone di Sant’Alberto

giovedì 23 giugno

DA OZ ad OG(GI)!

Piccolo Anfiteatro della Banca Popolare

Società Canterini Romagnoli di Ravenna Corale ”Pratella - Martuzzi”

SPETTACOLO DI FINE ANNO ACCADEMICO 8 LUGLIO ORE 21,00 TEATRO SOCJALE DI PIANGIPANE

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI

direttore Matteo Unich

Tel: 331 7983986

musiche di Luigi Boccherini e Gioachino Rossini

CONCERTO NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE

L’unico a Ravenna per mangiare bene a tutte le ore

Piccolo Anfiteatro della Banca Popolare

rituali del buio e della luce per pianoforte e proiezioni video

Le Voci Bianche del Coro Farnesiano di Piacenza

Minor Swing Quintet

Chiostri Francescani

Basilica di San Vitale, ore 10.30

VOCI DI BAMBINO

MAPO SALATO

mercoledì 29 giugno Teatro Alighieri - Sala Corelli

LA RUGGINE DELL’ORO Progetto intermediale fra danza, musica e arti visive con Michela Minguzzi, coreografia Elena Casadei e Michela Minguzzi suono e segni grafici Aldo Becca


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70 alle 7 della sera e dintorni Ravenna Festival Magazine 2011 musiche di Wolfgang Amadeus Mozart e Ludwig van Beethoven

sabato 2 luglio Azienda con sistema di gestione certificato ISO 9001:2008 Via M. Monti,10 • Ravenna telefono: 0544 451418 fax 0544 451659

www.lastra-ra.it

giovedì 30 giugno Chiostri Francescani

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI musiche di Dmitrij Sostakovic, Ottorino Respighi, Nino Rota

venerdì 1 luglio Giardino di Casa Muti

GLI STRUMENTISTI DELLA CHERUBINI

Chiostro della Biblioteca Classense

Biglietteria: modalità e orari Prevendite • • • •

SUGGESTIONI SPAGNOLE

Duo pianistico Elisa Cerri e Davide Cavalli

domenica 3 luglio Chiesa di Santa Maria Maggiore ore 10.30 In Templo Domini

VOCI DELL’AFRICA Coro dei ragazzi del Centro Kivuli di Padre Kizito (Nairobi)

domenica 3 luglio Teatro Rasi

ARLECCHINO E LA BAMBINA DEI FIAMMIFERI teatro di figura con attori e videoproiezioni Drammatico Vegetale

Ravenna • viale L.B. Alberti 53 Tel 0544 408591 •info@koineprogetti.it

• • •

Biglietteria di Ravenna Festival On-line sul sito www.ravennafestival.org Cassa di Risparmio di Ravenna Libreria.coop Ambasciatori, via Orefici 19 Bologna (tel. 051 220131) IAT Ravenna, via Salara 8/12 - Ravenna (tel. 0544 482838) IAT Ravenna Teodorico, via delle Industrie 14 Ravenna (tel. 0544 451539) IAT Marina di Ravenna, piazza Dora Markus 8 (tel. 0544 531108) IAT Punta Marina, via della Fontana 2 (tel. 0544 437312) IAT Milano Marittima, piazzale Napoli (tel. 0544 993435) Circuito Vivaticket - www.vivaticket.it

Informazioni generali Gli abbonamenti, i carnet e i singoli biglietti

acquistati non possono essere rimborsati, non sono nominativi e possono essere ceduti ad altre persone.Tariffe ridotte riservate a: Associazioni liriche, Cral Aziendali, insegnanti, pensionati, spettatori fino a 26 anni, enti convenzionati, possessori di carta bianca. Diritto di prevendita: il servizio di prevendita comporta la maggiorazione del 10% sui prezzi dei carnet e dei biglietti (maggiorazione che non sarà applicata ai biglietti acquistati al botteghino nel giorno di spettacolo).

Gruppi e associazioni Alle associazioni, alle agenzie specializzate in viaggi culturali e ai gruppi (minimo 15 persone) sono riservati specifici contingenti e condizioni agevolate per l’acquisto dei biglietti. Ufficio Gruppi: tel. 0544 249251 gruppi@ravennafestival.org.

BIGLIETTERIA / BOX OFFICE Teatro Alighieri via Mariani 2, Ravenna Tel. +39 0544 249244 - Fax +39 0544 215840 tickets@ravennafestival.org

Orari: dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13, giovedì dalle 16 alle 18. Da venerdì 3 giugno a sabato 9 luglio, dal lunedì al sabato dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 18; domenica dalle 10 alle 13.

Teatro Rasi

(IL LEONE E LO SCARAFAGGIO)

SIMBA NA MENDE

una fiaba tradizionale africana con i piccoli acrobati di Kivuli (Nairobi-Kenia)

lunedì 4 luglio


VILLA MIMOSA RFM.qxp

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via Ravegnana 481 - Ravenna cel. 0544 406978 â&#x20AC;˘ info@villamimosa.ra.it www.villamimosa.ra.it


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72 danza Ravenna Festival Magazine 2011

Dalla neuroscienza prende corpo l’ estetica del digitale È davvero difficile stabilire una “scala di priorità” nel cartellone della danza di questa stagione: come nelle migliori favole, l’immaginario spazia a briglia sciolta tra suggestioni orientaliste, alta tecnologia e tradizioni antiche. Sabato 11 giugno al pala De André, l’appuntamento è con una performance dalle ottime credenziali e dal sapore postcontemporaneo: il “cibernetico” Entity di Wayne McGregor, una coreografia futurista nata in collaborazione con i danzatori della sua diciassettenne compagnia, la Random Dance. In questo lavoro che attinge a piene mani dall’estetica del digitale, l’influenza della

neuroscienza diviene fonte d’ispirazione per il coreografo, appassionato di computer fin dall’adolescenza. Se nei lavori precedenti si era focalizzato sui disordini della coordinazione (AtaXia) e sugli effetti fisici delle emozioni (Amu), rivolgendosi a neuroscienziati e specialisti delle patologie del cuore, per Entity ha coinvolto scienziati cognitivisti sul “tema dell’identificazione dell’intelligenza cinestetica, “smontandola”, e usando le informazioni ricevute per costruire artificialmente “agenti coreografici intelligenti capaci di risolvere problemi”, un approccio alla ricerca nella danza che guarda chiaramente ai meccanismi della scienza e alle procedure della programmazione informatica.

Romagna

Nuovo EMURA.

“La tecnologia non è mai stata così bella.” Ravenna - via Romea (sud), 56/b Tel. 0544 472086 - acquatechitalia@libero.it


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danza 73 Ravenna Festival Magazine 2011

Wayne Mc Gregor con “Entity” traduce in danza il lavoro del cervello e indaga il corpo come strumento di conoscenza del sé Nel lavoro di McGregor la danza modern riacquista così attualità traducendo in movimento i passaggi elettrici che dal cervello vanno a istruire i muscoli. Una metarappresentazione del gesto, frutto di proiezioni matematiche, che si fonde con led luminosi nati dall’immaginario fantascientifico di cui è impregnata la percezione della realtà presente. L’urgenza coreografica di McGregor è tradurre in danza il lavoro del cervello e, viceversa, comprendere fino a che punto il corpo possa essere strumento per indagare noi stessi. Il suo talento è rappresentare tutto questo sul filo dell’astrazione contemporanea: la danza traveste da improvvisazione quel che nasce con logica da sistemista. I dettagli assumono un

peso dilatato che diventa energia con l’alta velocità del movimento e le fibrillanti musiche originali di Joby Talbot e Jon Hopkins. Dal reale al virtuale, dal corpo vitale e fisico all’asettica microtecnologia, dal sangue pulsante al freddo metallo, esiste un’intersezione possibile tra il calore dell’arte e la spietata corsa dell’hi-tech? L’archeologia industriale forse non è l’unico ossimoro nato dalla meticcia realtà contemporanea: mentre va perdendosi l’estetica del fatto a mano, e sopravvive la danza del raso e delle piume, prende forma e cresce una bellezza nuova, in cui il digitale non deve più autogiustificare la propria presenza sul trono della poesia. ❍

viale Newton, 70 - R avenna - tel. 0544.478994

Dimagrire potendo mangiare ogno volta che si vuole senza limiti di quantità Nel negozio Le Gamberi Foods si trovano prodotti sostitutivi di quelli farinacei preparati con miscele contenenti proteine vegetali e fibre vegetali. Quindi tutto tipo croissant, biscotti, pasta, pane, pizza, snack, cioccolato e tanto altro. Un’alimentazione aglucidica consente un’alimentazione iperlipidica. Panino con la mortadella? Va bene. Pasta ben condita? Va bene. Cioccolata e dolci ogni volta che se ne ha voglia? Va bene. Non si tratta di miracoli, ma di un metodo semplice e sicuro: l’irrilevante contenuto di carboidrati fa in modo che il corpo, per avere l'energia che gli serve, utilizzi quale fonte alternativa il grasso di riserva. Perciò niente più fame, niente più diete, niente più arrabbiature, niente più sensi di deprivazione, ma dimagrire potendo mangiare ogni volta che si vuole senza limiti di quantità. È facile!

mangiare e dimagrire www.mangiareedimagrire.it


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74 danza Ravenna Festival Magazine 2011

Nederlands Dans Theater II “semplici, severi e insonni” DI LINDA LANDI

Un connubio di giovanissimi e dotati artisti, un linguaggio coreutico contemporaneo stringente e di altissima qualità: il 15 e 16 giugno sono in scena, al teatro Alighieri, i danzatori del Nederlands Dans Theater II. Pur essendo nato nel 1978 come “terreno di coltura” per nuovi ballerini da inserire nella compagnia matura, il Nederlands Dans Theater I, il Nederlands II ha acquisito una forte autonomia artistica grazie alla sinergica scintilla innescata da danzatori tra i 17 e i 22 anni con formazione classica completa – quindi una

Due le performance firmate da Jirˇí Kylián: Sleepless e Gods and Dogs. Ohad Naharin, coreografo e danzatore israeliano presenta invece Minus 16.

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solida base professionale, e al contempo ancora in grado di apprendere in misura considerevole –, e il loro contatto con coreografi e danzatori di levatura internazionale. I tre brani presentati in esclusiva per l’Italia offrono sicuramente un’esaustiva panoramica di quel che il talento, applicato allo studio ad alti livelli, possa produrre. A tal punto da poter guardare con un sostanzioso pizzico d’invidia il fertile terreno olandese che, senza nulla togliere all’improbo lavoro di scuole e compagnie nostrane, rappresenta una tappa ben appetibile anche per tanti giovani danzatori e coreografi italiani. Lo dimostrano bene le due prestigiose firme delle performance rappresentate per il Festival: Jirˇí Kylián, uno dei più grandi coreografi viventi, che propone Sleepless e Gods and Dogs; mentre Ohad Naharin, coreografo e danzatore israeliano e direttore artisti-

co del Batsheva Dance Company, presenta Minus 16. Sleepless affronta una profonda riflessione sul rapporto tra moti dell’anima e movimento, con un interesse primario per le connessioni tra movimento nello spazio, gli oggetti e le emozioni. L’autore s’interroga da vicino sul senso d’abbandono che ci avvolge nel momento in cui un bivio fisico ci porta a scegliere una direzione e a lasciarne un’altra: necessariamente la natura del movimento porta con sé questa connotazione manichea, per cui ad ogni avvicinamento corrisponde una nuova, ineluttabile lontananza. Una filosofia semplice, severa e insonne che accompagna da sempre la poetica del coreografo di origine ceca. In Gods and Dogs, Kylián invece affronta un’esplorazione del labile confine tra normalità e pazzia sulle note di un quartetto d’archi di Beethoven. Il coreografo di origine ceca usa il movimento per interrogarsi sul momento esatto in cui si viene irrevocabilmente sospinti oltre il confine della patologia, un limes invisibile alla nostra autopercezione. Si muove invece su toni decisamente più spensierati Minus 16 firmato da Naharin, una vorticosa rassegna

di brani danzati su musiche leggere israeliane, cha cha cha e mambo che coinvolge tutti i ballerini del Nederlands II e si configura come una sorta di medley in cui si armonizzano diversi lavori precedenti del coreografo. Davvero un momento interessante, questo del Nederlands II a Ravenna, per carpire uno dei germogli più fecondi della danza internazionale di ricerca: il Nederlands I stesso nasceva come costola secessionista del Nederlands Ballet quando, nel lontano 1959 ventidue danzatori “ribelli” sentirono il desiderio di maturare uno stile originale e svincolato dagli stilemi più tradizionali. Già sotto la direzione di Carel Birnie e Benjamin Harkarvy, prendeva forma negli anni un repertorio alternativo, dando origine, dopo mezzo secolo, a una delle più influenti compagnie di danza contemporanea, i cui brani vengono oggi rappresentati in molti teatri del mondo. In particolare, l’attuale direttore artistico Jim Vincent, ha fortemente rafforzato le connessioni tra danza, società e altre discipline artistiche, realizzando spettacoli in grado di coinvolgere il pubblico in un’esperienza totalizzante. ❍


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Nella Londra bellica di Bourne il sogno di Cinderella diventa realtà DI ROBERTA BEZZI

«Cinderella è la storia del desiderio che diventa realtà. È una favola per tutti che ho cercato di raccontare in modo diverso e originale». Con queste parole l’estroso registacoreografo inglese Matthew Bourne

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definisce il suo ultimo balletto-fiaba, che di certo arriverà dritto al cuore delle persone, oltrepassando qualsiasi barriera linguistica e culturale. Un dono che davvero pochi hanno. Se a questo si aggiunge l’ottimo consenso di critica, vuol dire diventare inarrivabili, avere un successo globale. Dopo Swan Lake con cui ha fatto piangere il pubblico di tutto il mondo e dopo Il ritratto di Dorian Gray con cui ha impressionato qualsiasi platea, Bourne propone ora una versione originale di una poesia straordinaria come Cinderella, una favola senza tempo di indubbia suggestione in cui non

«La fiaba è un modo di fuggire dalla realtà, ma anche di pensare alla propria vita, di sentirsi più umani e di condividere di più ciò che facciamo con gli altri, semplicemente attraverso l’arte e l’ascolto della musica. Cose di cui abbiamo tanto bisogno specialmente ora». manca un tocco di scintillante glamour. Dopo il grande entusiasmo riscontrato in Gran Bretagna, lo spettacolo è proposto all’edizione 2011 del Ravenna Festival, dall’8 al 12 giugno al Teatro Alighieri, in anteprima esclusiva per l’Italia. In scena, Cinderella è rappresentato dalla sua compagnia New Adventures? Com’è nata l’idea dello spettacolo, ambientato a Londra durante la seconda guerra mondiale? «Cinderella è una favola che tutti conoscono. La sfida è quella di raccontarla in modo diverso. Tutto è cominciato quando mi sono innamorato della musica di Sergei Prokofiev. La partitura è stata scritta con lo stile del balletto, della fiaba, però ha un cuore più scuro. Facendo delle ricerche, ho scoperto che Prokofiev l’aveva scritta proprio negli anni Quaranta e, quindi, era l’ideale colonna sonora per raccontare i fatti di

quell’epoca, particolarmente adatta anche a rendere questa idea di innamoramenti facili, veloci, il bisogno di fuggire dalla realtà. Nonostante l’ambientazione così cruda, in particolare all’inizio quando si vedono le macerie, è comunque una favola che può essere raccontata sia ai giovani che alle persone anziane che hanno vissuto quel periodo». In realtà la sua prima versione di Cinderella ha debuttato ben tredici anni fa. Cosa spinge un coreografo a riprendere un suo lavoro dopo così tanto tempo? «Molti coreografi non amano riprendere il loro lavoro e, quando lo fanno, non vi apportano sostanziali modifiche o addirittura lo lasciano invariato. Mi è sempre piaciuta l’idea di ripensare e rimettere in scena un mio lavoro perché penso sempre di poterlo migliorare. Non solo a distanza di molto tempo, ma ogni giorno mi


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diverto a cambiare qualcosa con la mia compagnia. In questi tredici anni penso di aver maturato un’esperienza preziosa, di aver imparato a raccontare storie senza l’uso di parole e ho cercato di riportare tutto questo nel nuovo Cinderella. La prima volta che l’ho messa in scena non ero completamente contento. L’idea di ambientarlo durante la seconda guerra mondiale mi convinceva, ma sentivo di non essermi espresso al massimo delle mie potenzialità. Per questo avvertivo la necessità di rifarlo, per migliorarlo ed essere davvero soddisfatto». Nonostante lei sia considerato un impaginatore “estremo”, anche trasgressivo come nel suo Swan Lake, improvvisamente esce però dalle sue pagine un bambino che ama sognare come in Cinderella. Questo significa che non bisogna mai abbandonare quella parte fanciullesca che è dentro di noi? «Sì, proprio così. Cinderella è la storia del desiderio che diventa realtà». Il tema dell’edizione 2011 del Ravenna Festival è la favola. E non a caso, Cinderella è una delle storie fiabesche più note e amate dal pubblico. Qual è il senso oggi di una favola? «È un modo di fuggire dalla realtà, ma anche di pensare alla propria vita, di sentirsi più umani e di condividere di più ciò che facciamo con gli altri, semplicemente attraverso l’arte e l’ascolto della musica. Cose di cui abbiamo tanto bisogno specialmente ora. A Londra, Cinderella è stato il più grosso successo mai avuto: sessanta recite con il tutto esaurito. Anche i biglietti più cari sono stati venduti. Questo significa che le

persone hanno bisogno di favole, le vogliono, proprio adesso che si vive un periodo di recessione, in cui si cerca di risparmiare e non tutti possono permettersi di fare determinate spese. Andare a teatro significa infatti stare insieme agli altri, vivere quella particolare magia che si crea fra artisti e pubblico, dare significato alla propria vita. Molto meglio che stare a casa a guardare la tv, da soli o con poche altre persone». Swan Lake è lo spettacolo che le ha cambiato la vita due volte. La prima volta, quando lo ha visto nei teatri a diciannove anni e ha deciso di studiare danza al Laban Center di Londra e di diventare coreografo. La seconda quando la sua particolare versione l’ha resa uno dei coreografi più famosi al mondo tanto che si parla di Matthew’s Bourne Swan Lake. C’è una coreografia, a parte questa, che le è particolarmente cara? «Sono affezionato a tutte le mie coreografie, perché è necessario amarle per poterle creare. È necessario amare la storia, la musica, i personaggi e per questo motivo è bello riprenderle in mano. Cinderella mi è particolarmente cara perché sentivo che la prima versione non era perfetta ma anche per il suo significato affettivo, dal momento che durante la seconda guerra mondiale i miei genitori erano entrambi bambini. La Londra che si vede sul palcoscenico è la Londra della loro infanzia, la Londra dei miei nonni. Non a caso, uno dei personaggi porta proprio il nome di mio nonno. È parte della storia della famiglia, è molto commovente e spero che la gente si commuova con me».❍


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esotismo di gesti

In scena l’

antichi e avvolgenti Una vocazione al viaggio profonda, quella di Monica Casadei e della sua Compagnia Artemis Danza: dalla Francia al Belgio, alla Svizzera, all’Albania, alla Colombia l’esigenza di guardare fuori dagli spazi consueti verso orizzonti artistici “altri” ha assunto una fisionomia di “manifesto” poetico, concretizzatasi, dal 2005, nel progetto Artemis incontra Culture Altre, ovvero residenze artistiche pluriennali in diversi paesi del mondo, per conoscere, scambiare, confrontarsi. Laureata in Filosofia all’università di Bologna con una tesi su Platone e la danza, insegnante di aikido e vocata all’eclettismo e all’internazionalità fin dalle esperienze formative, Monica Casadei ha acquisito una solida preparazione nelle tecniche di danza contemporanea occidentale in Italia, Francia e Inghilterra. Nel 1994 fonda in Francia Artemis Danza, inaugurando la sua carriera di coreografa e legando sempre di più al viaggio la sua fonte di ispirazione. Dopo

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aver sondato il continente latinoamericano (dal 2005 al 2007), concludendo l’esperienza con I Bislacchi, nel triennio 2008-2009 la Compagnia muove ad Est, toccando Turchia, India e Giappone, contaminando il proprio lavoro con danza del ventre e tradizione Butoh. Nel 2010 il progetto si è arricchito ulteriormente: un affondo nel Sudest asiatico ha infatti visto la Casadei residente in Indonesia, Singapore, Filippine e Malesia. E proprio guardando al profondo oriente, si comincia con la prima assoluta di CorpOmbra. Indonesia (il 10 giugno alle Artificerie Almagià), una produzione immersa nelle ombre del Teatro Gioco Vita, con le musiche originali di Luca Vianini. Realizzato in coproduzione con Ravenna Festival, il lavoro nasce dal contatto con la tradizione indonesiana, dal Ramayana (uno dei più grandi poemi epici della mitologia induista), agli antichi codici gestuali del teatro danza giavanese (il Wayang Orang), la registacoreografa rielabora cifre e stilemi per sei corpi, sei sagome e ombre. Fino a confluire in una corale rappresentazione contemporanea che trascina con sé elementi lontani nel tempo e nello spazio. Un coro polifonico di linguaggi esotici e avvolgenti che porterà a Ravenna l’atmosfera e il sapore di Jakarta. Monica, qual è il suo concetto di

«Umanamente e artisticamente a Jakarta abbiamo dato vita a un intreccio di codici e di movimenti tra la tradizione indonesiana e il nostro linguaggio» residenza artistica? Oggi viene interpretato in accezioni differenti… Quali sono in particolare i suoi obiettivi? «Mi interessa soprattutto la concezione di “incontro” e scambio nell’accezione più profonda. Sono affascinata dalla ricchezza umana legata alla danza e le produzioni che scaturiscono dalle residenze sono un grande regalo che rivolgiamo a noi in prima persona per rivivere queste esperienze meravigliose». Come si concretizza oggi e dove arriverà nel prossimo futuro questo viaggio? «È straordinario come esperienze molto lontane trovino un ponte in realtà a noi molto vicine: per CorpOmbra, ad esempio, è successo che l’antico teatro danza

indonesiano riportasse al Teatro Gioco Vita di Piacenza. Umanamente e artisticamente le collaborazioni instaurate a Jakarta hanno dato vita a una contaminazione ricchissima di codici e di movimenti tra la tradizione indonesiana e il nostro linguaggio contemporaneo, tra due diversi rigori che si sono uniti in questa esperienza: quello scritto nella storia e messo al servizio dei grandi poemi indiani, e quello attraversato da emozioni che partono dal nostro presente per diventare universali. Il prossimo anno andremo in Russia, sempre con questo spirito di “missione profonda” che contraddistingue la compagnia». ❍ LI. LA.


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Con Van Hoecke la tragedia diviene “preghiera teatrale”

DI ROBERTA BEZZI

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Al Ravenna Festival, c’è una presenza fissa, quella di Micha Van Hoecke che da ventidue anni – corrispondenti ad altrettante edizioni della manifestazione – porta il suo teatro danza musicale. Una perfetta commistione di danza e parola, gesto e musica, un intreccio simbiotico dei diversi linguaggi che muove l’inesausta vena creativa dell’artista di origini belga. Dopo Le Baccanti, con Le Troiane ritorna alle origini del teatro di Euripide e Seneca e alla stringente attualità che le antiche tragedie sanno ogni volta rivelare. Caduta Troia e chiusi nel sangue dieci anni di guerra, rimangono le donne destinate ai vincitori, schiave d’amore e di morte: è il loro sguardo a condurre lo spettatore lungo lo strazio del lutto e l’inutile violenza della guerra. Molto attesa l’interpretazione di Ecuba, regina e madre, affidata a Lindsy Kemp, uno degli artisti più visionari e genialmente provocatori degli ultimi decenni. Mimo, clown, danzatore (ma anche pittore), maestro di quel gesto che, irripetibile, disegna e reinventa lo spazio. L’appuntamento è per mercoledì 6 luglio (ore 21), al Teatro Alighieri di Ravenna. Una prima assoluta, una coproduzione Ravenna Festival, Accademia Nazionale di Danza e Festival Teatro dei Due Mari di Tindari. L’edizione 2011 del Ravenna Festival

è dedicata alle favole. Come si colloca il suo lavoro in questo contesto? «La favola per me è soprattutto poter continuare a partecipare alla manifestazione da ventidue anni a questa parte. Lo spettacolo di quest’anno, Le Troiane, fa parte di una trilogia, iniziata lo scorso anno con Le Baccanti, che sarà completata l’anno prossimo con una terza creazione sulla tragedia. Un percorso difficile ma molto legato ai problemi della nostra epoca perché riguarda l’umanità e il suo destino sulla terra. Ci sono favole che finiscono e altre che non finiscono, un modo contrapposto di vedere le cose, tipico anche del momento che stiamo vivendo. A volte ciò che si vorrebbe fosse una favole, si trasforma in tragedia». Le Troiane da Euripide e Seneca è un titolo con cui si è già cimentato, quando ha curato la regia e coreografia per il Teatro Stabile di Catania. Che cosa differenzia questa nuova versione rispetto a quella precedente? «Quando mi è stato riproposto il tema, ho pensato subito a qualcosa di diverso e la mia sensibilità mi ha portato verso un altro mondo e verso una persona che – a mio avviso – rappresenta alla perfezione questa favola-tragedia. Non un’attrice di teatro né un danzatore, ma qualcuno che vive in bilico tra il mondo della parola, del gesto e della musica, una sorta di trait d’union di questi tre diversi ambiti: Lindsay Kemp. Da tempo volevamo fare qualcosa insieme, raccontare senza rispettare un ordine prestabilito di episodi, un viaggio nella memoria che sfugge a tutti quanti perché le persone tendono a dimenticare ciò che non è scritto. Nella consapevolezza che, anche quando leggiamo nel passato, spesso ne rivediamo uno specchio nel presente. L’intento non è quello di modernizzare la storia delle troiane, ma di mostrare il loro mondo, quello della Grecia, fatto di spiritualità, prestando attenzione a chi non c’è più».

«La fiaba di oggi è la possibilità di pregare, ossia di credere in qualcosa al di là di noi stessi e in forze che continuano a vivere a livello spirituale e con cui vogliamo entrare in contatto». Che regina interpreta Lindsay Kemp e da chi sarà affiancato sulla scena? «La regina Ecuba rappresenta la visione di uno spirito che viaggia attraverso il tempo, che passeggia in un cimitero per riflettere su ciò che si è perso e sui terreni che ancora continuano il loro percorso. La sua è una danza particolare, valorizzata dalla musica popolare colta eseguita dal vivo – una vera e propria “perla” – di Ambrogio Soragna. Tutte le voci femminili, quelle di Ecuba, Elena, Andromaca, Cassandra, sono di Elena Bucci, mentre in scena gli spettatori riconosceranno alcune ballerine del mio ex Ensemble e diverse allieve dell’Accademia Nazionale di danza di Roma di cui dirigo il corpo di ballo». Come definirebbe dunque la sua nuova produzione? «Una preghiera teatrale in cui si intrecciano le parole e i gesti che diventano danza. La fiaba di oggi è la possibilità di pregare, ossia di credere in qualcosa al di là di noi stessi e in forze che continuano a vivere a livello spirituale e con cui vogliamo entrare in contatto. Uno spettacolo insolito, un percorso di preghiera con l’occhio puntato su quello che è successo piuttosto che verso quello che sarà». Lei ha spesso dichiarato che

«Ogni lavoro è come una tortura profonda» e che è animato dalla musica più che da un testo o dall’idea della danza per riuscire a tirar fuori i sentimenti sul palcoscenico. Ed è così che nascono i lavori del suo teatro danza musicale… «Sì, il teatro è una magia e ciò che mi interessa è rappresentare l’anima dei personaggi. D’altra parte, la danza ha due possibilità: o esprime una forma nello spazio o lo stato d’animo delle persone. È questa la differenza tra un ballerino e un essere danzante. A mio avviso, il futuro della danza è nella multidisciplinarietà, perché è dalla commistione delle arti che nascono i migliori spettacoli». ❍

Lindsay Kemp


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Wiener Staatsballett, sensibilità contemporanea per coreografie immortali Danza classica di altissimo livello, per l’edizione 2011 del Ravenna Festival, con uno dei corpi di ballo più blasonati, lo storico Wiener Staatsballett, attualmente diretto da Manuel Legris. L’appuntamento

è per sabato 2 luglio quando, al pala De Andrè, andrà in scena un galà in cui étoile e solisti si cimenteranno in assoli, pas de deux, etc. di alcuni tra i maggiori coreografi della storia della danza. Il programma è stato concepito come un vero e proprio compendio di cento anni di danza che, dai fulgori di Petipa, tocca le architetture di George Balanchine, fino alla riscrittura di William Forsythe, e dal dramma intimista di Kenneth MacMillan va al pathos di Boris Eifman. Una vera e propria esclusiva per il festival. Reinterpretando la sensibilità del nostro tempo, la compagnia dà il

meglio di sé dimostrando versatilità, intelligenza interpretativa e passione, elementi fondanti per il fuoriclasse del balletto mondiale, Manuel Legris, che la dirige brillantemente. Prendendo il posto

dell’ungherese Gyula Harangozo, Legris è a capo della compagnia di balletto della Staatsoper di Vienna dal 2010. La sua è stata una carriera brillante come ballerino: dopo gli studi alla scuola di danza dell’Opéra di Parigi, è stato scritturato nel corpo di ballo dall’età di sedici anni. Nel 1986, a seguito dell’interpretazione di Raymonda (coreografie di Rudolf Nureyev) al Met di New York, l’11 luglio, è stato nominato direttamente étoile, saltando il consueto passaggio di primo ballerino. ❍


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Con Fanny & Alexander

nel deserto di utopia e rivolta

DI LORENZO

DONATI

Ci sono due spazi in comunicazione utopica fra loro, nel nuovo T.E.L. di Fanny & Alexander. Ne vediamo uno alla volta ma ascoltiamo le risonanze di entrambi, di fronte a noi un attore o un'attrice che provano a persuaderci, a trasmetterci il loro amore per un'idea. Dopo la conclusione del percorso attorno al Mago di Oz, Luigi de Angelis e Chiara Lagani stanno per aprire un nuovo progetto pluriennale che ruoterà attorno alla figura di Thomas Edward Lawrence, conosciuto ai più come Lawrence d'Arabia. Al Festival vedremo il debutto della prima tappa, T.E.L.: due attori che comunicano fra loro da luoghi geograficamente diversi, con un collegamento radiofonico ad avvicinare due differenti pubblici (lo spettacolo sarà in contemporanea anche al festival di Santarcangelo). Ispirandosi alle opere e dalla vita di Lawrence, dalla sua campagna nel deserto sognando di unificare i popoli arabi, ma anche dall'isolamento totale che praticò nella seconda parte della vita, i Fanny attraverseranno parole come identità, solitudine, desiderio, fallimento e utopia, riflettendo sulla possibilità stessa di “comunicare”, di trasferire la complessità di un messaggio da un punto all'altro dello spazio. «Io non credo di amare nulla più del

comunicare» – ci dice Chiara Lagani – «una parola forse usurata ma importante, che traduce il motivo per cui si fa teatro, per cui ci si innamora. Lo stridore con una delle altre parola centrali nel progetto, “utopia”, è inevitabile, perché la storia stessa di Lawrence è fatta di stridori. I gesti quotidiani di Lawrence sono animati da una ferrea volontà, che potremmo chiamare fede, utopia, senso del dovere. Lawrence, riflettendo sulla figura del Re a cui prestare giuramento, mette insieme le parole “dovere” e “amore”. Essere dentro un meccanismo del dovere per il quale si prova amore. Questa contraddizione sta diventando la chiave per lavorare sul meccanismo dell'eterodirezione, già presente nel nostro ultimo spettacolo West. Mentre lì si trattava di un'attrice che agiva e parlava tramite comandi impartiti in cuffie, qui non si sa da dove venga l'ordine, è un essere attraversati continuamente da una volontà altrui che diventa propria, e che si ripercuote sulla volontà di un altro. È una comunicazione utopica perché la volontà cessa di essere un meccanismo bipolare, è una catena medianica continua». In coincidenza con il debutto verrà trasmesso anche un radiodramma live, che raccoglierà le voci dei due attori per rimandarle in un luogo “terzo” (Radio Rai Tre) secondo la doppia articolazione

Il libro: la radiofonica arte invisibile Poco dopo il debutto di T.E.L. è prevista l'uscita de La radiofonica arte invisibile. Il radiodramma italiano prima della televisione di Rodolfo Sacchettini, critico studioso e collaboratore di Fanny & Alexander per 339171, TEL radiodramma live che verrà trasmesso durante le repliche dello spettacolo. La radiofonica arte invisibile racconta la sfida dei pionieri del radiodramma italiano tra incertezze e azzardi creativi, tra resistenze e sperimentazioni. Dall’ascesa e caduta del fascismo alla diffusione della televisione la radio attraversa i cambiamenti repentini di un intero Paese. La genesi artistica del radiodramma punta prima di tutto a dare cittadinanza sonora a ogni cosa (le azioni, i sentimenti, gli oggetti, i luoghi). Il mondo dei suoni e delle voci indimenticabili della radio è qui ricostruito per la prima volta nel dettaglio con il recupero di testi inediti o dispersi su giornali e riviste. Viene fuori una sorta di panorama dell’arte radiofonica che racconta l’evoluzione del “teatro per ciechi” – secondo una delle prime definizioni – in un genere artistico continuamente alla ricerca della propria forma.

dell'intercettazione e dell'amplificazione. Da segnalare la collaborazione per la progettazione sonora con il centro Tempo Reale, fondato nel 1987 da Luciano Berio e tutt'ora punto di riferimento per la sperimentazione in campo musicale, che insieme alla compagnia ravennate ha messo a punto un “tavolo preparato”, strumento degli attori in scena. «Il deserto è l'immagine fondamentale di questo progetto», spiega Luigi De Angelis. «È il luogo della creatività, pieno di brume, da cui sorgono le idee. Il tavolo che abbiamo creato è come il deserto, non c'è nulla ma c'è tutto, come notava Tahr Lamri, scrittore algerino che sta collaborando con noi al progetto. Tutti i suoni sono generati dal tavolo. La bruma radiofonica di voci e ordini è generata dal tavolo. Per l'attore diventa il mezzo con il quale comunicare, la sua relazione con l'invisibile. La creazione si estrapola magneticamente da questo tavolo, che diverrà quindi un nuovo strumento musicale del tutto simile a un tavolino da campo. Ci sono quindi due spazi speculari, due tavoli, due assemblee, due comunità o “avamposti”. Lawrence stesso entrava nelle tende dei beduini e cercava di persuadere al gesto della rivolta, mimetizzandosi con la lingua

e con i costumi del luogo, sia in senso fisico che figurato. Sarà impossibile non riconoscere questa dipendenza, questa compresenza di due spazi che tentano di comunicare. Si avvertirà sempre una pressione sonora dell'altro luogo, dell'altra entità. In questo momento stiamo lavorando al parallelismo fra l'utopia della libertà che cercava Lawrence e la libertà del gesto artistico». Centrale è anche al riflessione sul potere che proporrà T.E.L., sia dal punto di vista della restituzione radiofonica in diretta, dove si potrà intercettare e quindi anche “manipolare” i fatti, sia dal punto di vista delle figure che vedremo in scena, come racconta Lagani: «Gli abiti militari da cerimonia di chi sta in scena pongono una domanda: sono vittime o carnefici? Vengono da Occidente ma che relazione hanno con L'Oriente? Hanno un rapporto con il potere: subito o inferto? Questo concetto ci attraversa da anni, pensiamo per esempio all'Hitler bambino in baffetti che era un archetipo del progetto su OZ. Il potere in senso umano, il potere che si esercita su qualcuno è ineludibile, è strettamente legato all'amore, al senso del possesso, alle idee. É strettamente legato all'arte, in modo profondo, psichico. ❍


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L'ombra dell'invisibile

nel teatro senegalese di Mandiaye N'Dyaye DI LORENZO DONATI

A Diol Kadd, in Senegal, oggi vivono circa cinquecento persone. Una quindicina di ragazzi quotidianamente si raduna attorno alla figura di Mandiaye N'Dyaye, attore e regista membro del Teatro delle Albe e da qualche anno tornato al suo villaggio natale. Insieme creano spettacoli, progettano percorsi di turismo responsabile, dissodano e coltivano la terra, scavando pozzi in cerca di una falda che possa bastare per tutto il paese. Nessuno può coprire l'ombra è lo spettacolo che porterà a Ravenna Festival il Takku Ligey Tèâtre , un testo di Marco Martinelli e Seidou Moussa Ba che lo stesso N'Dyaye interpretò con le Albe nel 1991. Dopo vent'anni, dopo avere

fondato una comunità teatral-agricola nel suo paese l'attore ha chiesto ad alcuni allievi di prendere il suo posto, per raccontare le vicende di Lek-la-Lepre e di Buki-la-Iena. Mandiaye N'Dyaye, come nasce lo spettacolo? Nessuno può coprire l'ombra è un lavoro che ha girato sia in Italia che in Europa, e ha avuto molta fortuna. Quando andammo in Danimarca, a Hostelbro, Eugenio Barba ci disse che questi spettacoli si vedono solo in Occidente, in Europa, e quasi mai in Africa, pur essendo spettacoli del tutto “africani”. Anche per questo avevo il desiderio di farne una versione in Wolof, la lingua del Senegal. Che valore ha la fiaba nella cultura senegalese?

ORARI DI APERTURA 10,00-13,00 e 16,00-19.30 chiuso la domenica

Via Ponte Marino 20 Tel. 348.1444893


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Oggi le fiabe hanno perso la loro centralità nell'educazione dei giovani. Quando non c'erano i mezzi di comunicazione di oggi i momenti di ritrovo collettivi rappresentavano uno spazio nell'educazione delle persone. Quando ero bambino tutte le sere ci ritrovavamo nella stanza di una mia zia e lei ci raccontava le storie. Buki-la-Iena rappresentava il male, Lek-la-Lepre il bene. Lei voleva farci capire che dovevamo scegliere il bene, cioè la lepre. Ma a noi ci piaceva la iena, che rappresentava il gioco. Quando siamo cresciuti abbiamo capito che la Iena è come “lo scarico”, il bidone dell'immondizia della società. In realtà la Iena è un animale molto ricercato in Senegal, dicono che porti fortuna. L'80 % dei senegalesi indossa un amuleto (che chiamiamo “Gri Gri”) che ha un pezzo di pelle, di peli di una iena morta, per garantirsi una protezione. Nelle fiabe è un bidone dell'immondizia, ma per fortuna che esiste, perché così la società ha un luogo dove scaricare. Per me Lepre e Iena sono figure fondamentali, fin da piccolo le sentivo come compagni con cui crescere. Oggi vedo un'Africa sradicata dalle proprie origini, dalla propria cultura animista, e mi viene da pensare che questo possa essere uno spettacolo molto importante nell'attualità. La musica e il ritmo hanno un ruolo

centrale nel lavoro che vedremo... Gli insegnamenti dei maestri, di tutti quelli che incontriamo, rimangono molto importanti. Il mio modo di pensare il teatro in Europa e in Africa non ha differenze, io sono cresciuto nel Teatro delle Albe, e quando lavoro in Senegal mi rifaccio sempre alla filosofia asinina delle Albe, alla coscienza di non sapere nulla. Detto questo, oggi in Africa la parola ha un ruolo fondante, si tratta di una cultura orale dove ogni parola è scelta, approfondita, piena di senso. Il ritmo del corpo e della musica accompagnano la parola, completano l'immaginazione. Non si può fare teatro, al modo delle Albe e del Takku Ligey, senza mettere parola, corpo e ritmo allo stesso livello. Nei suoi scritti ricorre spesso il concetto dell'invisibile... Il messaggio teatrale è invisibile. Gli attori sono nascosti dentro un costume, indossano maschere, diventano dei mostri, degli spiriti, e come tali sono invisibili. L'immagine dell'attore parte dall'invisibilità, l'attore non rappresenta se stesso ma tenta di incarnare personaggi che ha visto, che conosce oppure no. A teatro è necessario guardare dietro la superficie delle immagini, bisogna scavare. In quello che racconta sembra centrale il rapporto con i giovani del paese. Quale è la sua idea di trasmissione?

Il libro: Takku Ligey, un cortile nella savana È in uscita per Titivillus il primo libro italiano dedicato alla figura di Mandiaye N’Diaye, curato dalla giovane ricercatrice Linda Pasina. Nel volume si racconta il percorso artistico di N'Dyaye, dall’acquisizione di una cultura teatrale attraverso l’incontro con il Teatro delle Albe fino alla creazione del suo teatro a Dioll Kadd. Si parte dalla formazione negli anni dell'infanzia in Senegal per arrivare all'emigrazione in Italia, quando N'Dyaye diventerà a tutti gli effetti un attore delle Albe in spettacoli come Le due Calebasse e I Polacchi, fra i molti. Il volume fotografa il percorso attuale dell'attore senegalese, narrando della costruzione di una comunità teatral-agricola a Diol Kadd e descrivendo i processi di lavoro degli spettacoli del Takku Ligey, nome del teatro e dell'associazione che fra le altre cose mantiene attivo un ponte costante di relazioni fra Italia e Senegal. Completano il libro una lunga intervista inedita a N'Dyaye, una sezione fotografica e una postfazione di Marco Martinelli. Il teatro può essere un mezzo per costruire dei ponti di dialogo. Come io ho imparato nelle Albe, così adesso stanno imparando i giovani di Diol Kadd. Giovani che vivono in mezzo alla Savana, con la voglia di partecipare, di conoscere, di suonare, di danzare, di parlare. È accaduto anche a me, nella mia infanzia. La siccità e il deserto che avanza, sono problemi che spingono i giovani a emigrare. Allora bisogna saper rischiare e inventare. Quando si appartiene a una comunità, in cui i rapporti si radicano, i linguaggi si complicano continuamente. Questo

accade anche nelle Albe, dove si avverte il bisogno di uno scambio fra passato e futuro. Questo mi ha spinto a tornare in Senegal, e vedo che le persone del villaggio stanno ricominciano a nutrire fiducia nel futuro. Si tratta di un lavoro di una comunità intera, non solo senegalese ma anche ravennate, grazie a persone come Cristina Mazzavillani Muti, che fin dall'inizio ha supportato il progetto sia moralmente che economicamente. L'energia nella danza, del ritmo e delle parole sono un ponte fra Occidente e Africa. ❍

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La Persia e l’Oriente misterioso incontrano

Pollicino e l’Orchetto Con le compagnie Arrivano dal mare! e Accademia Perduta va in scena la magia della fiaba per bambini di ogni età

DI NEVIO GALEATI

La fantasia e l’immaginazione scorrono potenti in questa edizione di Ravenna Festival, seguono l’evoluzione della fiaba, dalla tradizione orale alla danza, fino ai nuovi linguaggi, senza dimenticare le prospettive tracciate dal cinema (che è diventato il nuovo creatore e gestore del mito). Ma musica e voce restano i compagni di viaggio più efficaci di queste storie seducenti, fondamentali per la formazione di ogni donna e di ogni uomo. Regno di queste forme espressive è oggi il palcoscenico e i destinatari di queste narrazioni sono in primo luogo i giovani. Ecco che “Fabula in Festival” ritaglia uno spazio particolare al cosiddetto “teatro ragazzi”, scegliendo compagnie “storiche” e qualitativamente eccellenti. Il primo è un progetto complesso: Fiabe e musiche d’Oriente con il

sottotitolo: La notte che il fulesta di Romagna incontrò Mobarak e Pulcinella in Persia (chiostri della biblioteca Classense, 15 giugno). Sarà l’occasione per avvicinarsi al mondo delle “Mille e una notte”, accompagnati da Sergio Diotti, un vero fulesta, narratore vagante di favole, romagnolo. Le compagnia di burattinai cervese “Arrivano dal Mare!”, che presenterà Ehi tu! e quella iraniana “Apple Tree”, composta dalle quattro sorelle Mirzahoseini, con Palhavan Kaciàl e il suo servo Mobarak, si avvicenderanno nella narrazione di storie provenienti da mondi lontani, dal sapore antico ed esotico, legate tuttavia da elementi comuni. Il tutto accompagnato da strumenti tradizionali: in scena ci saranno infatti Pepe Medri (organetto diatonico, percussioni), Stefano Zuffi (strumenti a corda e a fiato dell’area mediterranea), Saide e Samanè Mirzahoseini (komanché e tombak).

I burattini di Brina Babini saranno animati da Luca Ronga e Sima Mirzahoseini. «Antichi e tenaci frequentatori dell’Iran (quello antico attraverso la sua cultura e quello moderno attraverso una ventennale pratica di reciproci scambi fra il festival “Arrivano dal Mare!” e il festival di Tehran) – racconta Stefano Giunchi, regista dell’evento e presidente di “Arrivano dal mare!” - abbiamo ricercato con passione le comuni radici delle arti popolari del raccontare e del far teatro con i burattini. Abbiamo scovato tradizioni artistiche molto simili: burattinai-musicisti-raccontatori di strada persiani, ove il servo Mobarak (parente stretto degli zanni e di Arlecchino) e il padrone Palavan Kacjà (un cugino di Don Giovanni) duettano con il raccontatore e con il suonatore di komanché o di tar con una verve strepitosa e scurrile. Il gioco fra la persona umana del morshed ( il nostro fulesta) con i burattini di legno è strepitoso alla stessa stregua del nostro».

Le Mille e una notte assomigliano alle favole raccontate d’inverno nelle stalle? In realtà sì; spiega infatti Giunchi: «Vi è, naturalmente, una comune struttura (antichissima), che sta sotto le due diverse tradizioni. Un comune linguaggio fatto di posture, di toni di voce, di ritmi, di movimenti, che rende empatici fra loro questi due spettacoli. Il pubblico in genere ripaga con entusiasmo». Il progetto di “Arrivano dal Mare!” si avvale di importanti collaborazioni: Teatro Petrella di Longiano; Istituto di Cultura Iraniano di Roma; Centre of Dramatic Arts di Teheran. Il cartellone comprende poi L’orchetto di Suzanne Lebeau, allestimento scenico e regia di Marcello Chiarenza (Teatro Rasi, 21 giugno alle 21); e Pollicino di Charles Perrault, riletto da Marcello Chiarenza, con la regia di Gianni Bisacca (Teatro Rasi, 23 giugno, sempre alle 21). Principale interprete di entrambe le pièce teatrali è Claudio Casadio, voce ed espressione da adulto, con un cuore


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e un’interpretazione densa di meraviglia tipica dei bambini. Una cifra espressiva che da anni gli procura successi internazionali. «Sono contento e onorato dall’invito che Ravenna Festival ha fatto ad Accademia Perduta. In questo modo – spiega Claudio Casadio, fondatore e attore di punta della compagnia – porterò nella mia città e in una vetrina eccellente, due spettacoli ai quali sono molto legato: testi magici, poetici e divertenti, pensati per i bambini, ma adatti anche per gli adulti». Entrambi i titoli sono più che “rodati”: il primo, scritto dall’autrice canadese Suzanne Lebeau e prodotto insieme al Festival di Spoleto, è stato messo in scena in undici lingue, ma approda per la prima volta in Italia grazie al regista Marcello Chiarenza. È una fiaba sulla diversità, sulla forza che occorre per cambiare se stessi: il protagonista ha sei anni e deve iniziare la scuola; non è però come tutti gli altri, è infatti il figlio di un orco e dovrà affrontare tre difficili prove per “crescere”. «Abbiamo già presentato lo spettacolo in alcuni teatri italiani, raccogliendo ovunque consensi; l’anno prossimo – continua Casadio,

che in scena è affiancato da Daniela Piccari – faremo anche una lunga tournée in Francia. La serata al Festival sarà in ogni caso un test molto importante. Pollicino è una fiaba nerissima, ma che parla di ottimismo; il regista Gianni Bissaca e io l’abbiamo dedicata a tutti i “pollicini” che attraversano i boschi del mondo; anche quelli devastati dalle bombe. In questo caso sono, come dire, più rilassato: siamo andati in scena in Italia e in Europa e abbiamo date fissate fino ai primi mesi del 2012. L’emozione, però, ci sarà sempre: in entrambe le occasioni, infatti, si tratterà di veri e propri debutti. Per la prima volta, in considerazione anche del contesto in cui andranno in scena, sia L’Orchetto che Pollicino saranno proposti con le musiche eseguite dal vivo. Auspicavamo tutti che ci potesse essere un’occasione come questa e non escludo che le nuove versioni non possano essere presentate così anche in altri teatri e in altre situazioni». Le musiche originali dell’Orchetto, firmate da Marco Biscardini, saranno eseguite da un sestetto composto dallo stesso compositore (pianoforte

e live electron ics) e da Antonio Rimedio (oboe e fisarmonica), Antonio Calzone (clarinetto), Katia Mattioli (violino), Nicola Calzolari (viola) e Sebastiano Severi (violoncello). In Pollicino il fisarmonicista Beppe Turletti eseguirà i brani che ha espressamente composto per lo spettacolo. ❍

Nella pagina a sinistra, Claudio Casadio di Accademia Perduta in scena per gli spettacoli L’Orchetto (in alto) e Pollicino. Sopra: Sergio Diotti nei panni del Fulesta.

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90 teatro Ravenna Festival Magazine 2011

Dal dialetto al sogno:

Ivano Marescotti e l’Histoire du Soldat DI CHIARA BISSI

Entra di diritto nel lungo programma dedicato alla fiaba, l’allestimento dell’opera da camera di Igor Stravinskij, Histoire du Soldat, scritta dal compositore russo su libretto in francese di Charles – Ferdinand Ramuz, nel 1918. Una narrazione che per l’edizione 2011 di Ravenna festival prende i colori intensi del dialetto romagnolo, grazie alla trasposizione firmata da Ivano Marescotti. Una storia da leggere, recitare e danzare, in due parti, tratta dall’ampia tradizione orale russa, due le celebri favole popolari, raccolte da Aleksandr Afanas’ev, dalle quali è nata l’opera scritta a Parigi. In primo piano il richiamo a personaggi e temi universali, dalla magia, al sortilegio, dalla tentazione, al diabolico, fino all’impossibilità di sfuggire a un destino segnato. Un mondo fiabesco animato da numerose sonorità riconducibili anche a generi come il ragtime, a repertori del tango argentino, e al valzer viennese. Il tutto presentato da una piccola orchestra composta da un clarinetto, un fagotto, una cornetta, un trombone, un violino, un contrabbasso e le percussioni. In scena il 30 giugno con l’attore ravennate, sei strumentisti dell’orchestra giovanile Cherubini, diretti da Pierangelo Negri al violino. Marescotti non nuovo ad esperienze di teatro musicale, si veda Pierino e il lupo di Prokofivev, torna sulla scena ravennate con una produzione originale, mentre coltiva un’intensa presenza nel cinema italiano e internazionale e sulle scene teatrali nazionali. Come nasce l’idea di questa trasposizione?

«Conosco l’opera da camera, che ho messo in scena a Bologna, in italiano. L’idea di tradurre l’originale in dialetto è piaciuta subito al festival. Le assonanze con la lingua francese sono note e per chi non capisce il dialetto l’effetto è immediatamente quello del grammelot. Certo l’opera ha una rigida partitura e l’operazione ha una certa complessità tecnica». La vicenda narrata rimanda a temi presenti anche nella tradizione orale romagnola, il soldato di ritorno dalla guerra, gli incontri con creature tentatrici, la mancanza di un lieto fine. «Sì, ogni tradizione orale propone elementi ben riconoscibili. Per me la fola, raccontata la sera dopo cena in famiglia fa parte di una dimensione ante televisiva. Quanto al dialetto, lingua iperrealistica, territoriale, nella dimensione della fiaba trascende e diviene epica e surreale, conduce al sogno. Il romagnolo è in via di estinzione, una lingua orale per vocazione che trova nella poesia e nel teatro, e non in letteratura la sua affermazione». Ma il dialetto romagnolo in che condizioni è? «Vivrà finché ci saranno persone che lo parlano, ma per certo è presente nell’arte e nella poesia, proprio nel momento in cui si avvia all’estinzione come lingua del quotidiano. In questo modo il dialetto assurge ai livelli più alti, si pensi a poeti come Raffaello Baldini. Siamo di fronte a una sorta di tramonto luminoso». Il dialetto è spesso anche associato a espressioni di un localismo che esclude, come vive questa deriva? «Per me rappresenta un linguaggio universale, come la musica, non c’è alcuna volontà di esclusione, la lingua è espressione di

La trasposizione in romagnolo della celebre opera da camera di Igor Stravinskij, con l’ausilio degli strumentisti dell’orchestra Cherubini, diretti da Pierangelo Negri una cultura e non esiste se non in rapporto anche conflittuale con altre culture. I dialetti italiani hanno influenzato la lingua nazionale, l’arte e la cultura». Infine sarà ospite del festival per la quarta volta, come è cresciuto il suo rapporto con la manifestazione ravennate? «È con grande soddisfazione che torno ospite di Ravenna festival, in questo modo rimane un filo che non si spezza con la mia città. Negli anni il festival

ha saputo aprirsi a molteplici linguaggi ed espressioni artistiche non accontentandosi di costruire un programma di grande repertorio. Di anno in anno ha proposto un tema realizzando grandi produzioni originali, costruendo relazioni con le migliori energie provenienti da tutto il mondo. C’è sempre stato posto anche per l’incontro fra dialetto, teatro e musica colta». ❍


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Debutta al Festival Scriptor in fabula, una nuova rassegna in cui scrittori e musicisti “dialogheranno” sul tema della favola e sul complesso e antico rapporto tra letteratura e note DI GIULIA MONTANARI

In una manifestazione che si chiama Fabula in festival, una rassegna dal titolo Scriptor in fabula e concepita come connubio tra letteratura e musica non può che suscitare molteplici rimandi a quello che è un rapporto antico e complesso. Voci e suoni, dunque, un innesco di dialoghi tra scrittori italiani ed ensemble creati ad hoc, sul tema della fiaba o di ciò che essi oggi intendono per fiaba. Laura Pariani, autrice, tra gli altri, di Milano è una selva oscura e Dio non ama i bambini, è la prima ospite di Scriptor in fabula (domenica 5 giugno alla Rocca

Scrittori in viva voce Brancaleone) e sarà lei a rendere possibile lo straordinario incontro tra Gianni Rodari e Dante nel suo Büs d’l’orchera tour, concepito e scritto appositamente per il festival sulle note di Virgilio Savona, componente del Quartetto Cetra. «Abito a Orta – racconta la scrittrice –, paese del Piemonte che si affaccia su un piccolo lago omonimo e nelle cui vicinanze è nato Rodari. Io non mi sono mai occupata espressamente di favole; certo, da bambina ne ho lette tante e mi è sempre piaciuto leggerle, ma non ne avevo mai scritte fino a quando non è nata la mia nipotina, Viola. Insieme abbiamo inventato un gioco, il “tour

Marce del lago”, una sorta di piantina llo Fois disegnata dell’Orta in cui sono finiti bizzarri personaggi da favola e nomi che suggeriscono storie». Anche specie di il nome stesso della sua cittadina, Orta, Inferno dantesco che dalla grotta suggerisce a Laura Pariani assonanze scende a imbuto nelle profondità fiabesche, come orca o, ancor di più dell’Orta ospitando vari gironi di Orchera, luogo che nel lago esiste “cattivi moderni”. «Il protagonista della veramente. «Orchera è il nome di una discesa nell’Orchera è Dante Alighieri, grotta del lago ed è un luogo molto accompagnato da Gianni Rodari, che si evocativo, tanto che Gianni Rodari, in trova lì a far la guardia fino a quando, un’intervista, si rammaricava come diceva nell'intervista, non avrà profondamente di non averlo mai usato capito perché non ha mai messo la in un suo romanzo, soprattutto in C’era grotta in suo libro. A differenza di due volte il barone Lamberto, che è la quello dantesco in questo inferno i summa dei suoi racconti del lago». cattivi non ci stanno per sempre, ma Nasce così il Büs d’l’orchera tour, una solo finché non hanno imparato la

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racconti in musica 93 Ravenna Festival Magazine 2011

Gavino Murgia, Antonello Salis e Paolo Angeli alle musiche – e un “maggiordomo”, lo scrittore Marcello Fois, alle parole. La Sardegna come non l’avete mai letta. Perché Marcello Fois, è, prima di ogni altra cosa, uno scrittore sardo. La sua terra, pur vivendo da tempo a Bologna, resta lo zenit della ispirazione. Qui ha ambientato le sue prime storie per raccontare gli ultimi decenni dello scorso secolo di quest’isola, qui ha ambientato la sua trilogia che vede come protagonista Bastianu Satta, avvocato-poeta-investigatore, che è un personaggio letterario basato su un personaggio realmente esistito. Per dar vita alla Sardegna di un secolo fa conia una lingua che dal dialetto

Rosso Floyd, quando Barrett volò via Mari e Marcotulli “raccontano” il mito

Nell’ultimo episodio di Scriptor in fabula (teatro Rasi, 28 giugno) ecco poi una produzione Ravenna Festival in prima assoluta, Gerusalemme perduta: il libro scritto da un grande giornalistaviaggiatore dei nostri giorni, Paolo Rumiz, ispira lo spettacolo omonimo, musicato da Sasha Karlic, con la partecipazione di Theatrum Instrumentorum & Balkan Jam e della danzatrice Barbara Zanoni. “Un viaggio contromano da i ll u t Torino a o c ar Rita M Gerusalemme e oltre, inseguendo le briciole di Dio”, come recita il sottotitolo, che narra di un viaggio a ritroso attraverso i luoghi della cristianità in Oriente, luoghi divenuti purtroppo di grande attualità negli ultimi anni per alcuni atti efferati compiuti contro quelle comunità a forte rischio di estinzione. m

B l u I on Gu a i r o s att da Franco

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Un’istruttoria. Una delle voci chiamate in causa da Michele Mari in Rosso Floyd così definisce questo libro che è un atto d’amore per la mitica band, ma anche per la scena musicale inglese (e non solo) degli anni ‘60 e ‘70. E in effetti dell’istruttoria ha molto, visto che chiama a testimoniare un numero imprecisato di protagonisti che vanno dai membri della band stessa (l’uomo gatto, l’uomo cane, l’uomo cavallo) ai produttori, dai familiari (ci sono sia la mamma di Waters che la sorella e il fratello maggiore di Barrett) agli amici di infanzia, dai protagonisti delle canzoni (Arnolde Layne è il primo a raccontare la sua storia) ai fan collezionisti, dagli altri protagonisti della scena musicale (David Bowie, Robyn Hitchcock) a registi (vedi Antonioni e Kubrick). Interventi brevi dove ognuno racconta un pezzo di storia, un aneddoto, lamenta una mancanza. E così, per frammenti talvolta anche contraddittori tra loro si snoda una storia epica, grandiosa, tragica. Tutta, naturalmente, incentrata su quell’assenza che avrebbe condizionato secondo alcuni tutta l’opera dei Pink Floyd, il genio di Syd Barrett che sarebbe in Atom Heart Mother, che sarebbe in The Wall, che sarebbe, naturalmente, in Wish you were here. Tutto ciò che gli altri quattro avrebbero fatto, compreso la tensione verso la grandiosità parossistica dei loro concertieventi, nasce da lì: da quel weekend di vuoto al termine del quale lo sguardo di Syd non era più lo stesso. Il libro si snoda seguendo una dialettica quasi sofistica per mettere in scena la follia, la colpa, il successo, il conflitto fraterno, il talento, il genio, la gelosia, la vendetta. E un’intera epoca. E lo fa lasciando il lettore a tratti in balia di se stesso, a barcamenarsi e a costruirsi una propria vicenda tagliando e rimontando i pezzi, selezionando più o meno consapevolmente le testimonianze che in fondo in fondo danno ragione alla sua tesi, andando a sbirciare dietro le quinte di quel mondo meraviglioso del rock. Difficile, alla fine, non restare dalla parte di Syd Barrett, per chi già c’era. Tanto che, anche il quesito che a un certo punto si pone, dalla parte di Dave o Roger?, sembra effimero. Ed è alla Rocca Brancaleone, il 12 giugno, che Michele Mari intraprende il viaggio cosmico nella nebulosa dei Pink Floyd, insieme alla pianista jazz Rita Marcotulli (alla testa di una formazione comprendente il vocalist degli Almamegretta Raiz, il sassofonista Andy Sheppard, il bassista Mark Garrison, assieme alla potente ritmica di Michele Rabbia e dell’inglese Mark Mondesir).

prende la forza e l’unicità di un italiano nuovo e intenso, capace di dar forma alle cose. Poeta egli stesso, Fois usa le parole come fossero tasselli preziosi, senza giocarci, senza compiacersi, senza mai eccedere. Raffinato scrittore di noir, Fois fin da subito si è distinto dai suoi coevi per la raffinatezza e la ricerca linguistica, per non essere mai sceso a patti con i crismi del genere, ma per aver usato piuttosto il genere per raccontare un mondo, le sue tensioni, i suoi conti irrisolti con il passato. Sceneggiatore televisivo, poeta, autore teatrale, al Ravenna Festival Fois porta una lingua che parla con la musica per raccontare la cultura del cibo.

Tr

lezione. Troviamo tutta una serie di peccatori moderni: quelli che non riflettono mai prima di agire, quelli che hanno il paraocchi, i giornalisti televisivi che raccontano bugie e, in fondo al grande imbuto, ci sono i politici che dicono che di cultura non si mangia». Questo viaggio alla volta della conoscenza dell’umana inettitudine sarà accompagnato dal coro di bambini “Libere note” (della scuola elementare Mordani di Ravenna) e da Le Malecorde. Con Fantastiche frattaglie: Cibi favolosi per i tempi grami (Rocca Brancaleone, 20 giugno) si intraprende invece un altro tipo di viaggio, fatto di parole e musiche “intorno alla favola bella della pancia piena” con tre Grand Gourmet –

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94 installazioni sonore Ravenna Festival Magazine 2011

Le forme

del vento

Luigi Berardi di

Per l’installazione dell’artista ravennate una conchiglia lunga sei metri in legno di abete e una arpa vibreranno in piazza San Francesco

DI MARIALIVIA SCIACCA

Nel fondo del mare, di tutti i mari, ci sono delle conchiglie che vivono dalla preistoria. Non si differenziano tra profondità distanti migliaia di chilometri e non si curano dei cambiamenti nelle nostre superfici. C’è qualcuno che però di loro si accorge, e cerca di imitarne la forma acuminata e unica, rendendola visibile anche a chi non è permesso conoscere i tesori degli archetipi della terra. Luigi Berardi è uno di quelli, e mi

mostra la perfetta forma “a dente” di questi fossili, con un’estremità che rimarrà sempre nel fango e una che si affaccia nel mare: la riproduzione di questa matrice arcana, in dimensione ingrandita in legno di abete giovane, sarà una delle due installazioni sonore che l’artista porterà in piazza San Francesco per Ravenna Festival. La conchiglia è un grande corno naturale, all’interno del quale passerà solo il

vento. La conchiglia è da molti anni un elemento di naturale attrazione per il suo scultore, perché da bimbo, come tutti noi forse, è stato invitato a provare a riconoscere in essa il rumore del mare accostandola all’orecchio. In effetti, lo posso confermare, un rumore si può ascoltare, ma non è quello di un mare esterno a noi, piuttosto di quello, altrettanto ritmico, del flusso del nostro sangue e dei nostri i pensieri. La

conchiglia di piazza San Francesco lunga sei metri è come un grande stetoscopio che invita a questo ascolto. La conchiglia verrà posta sulla superficie della piazza e non sarà sola. A completarla, dal giorno dell’inaugurazione, il 6 giugno alle 18,30, ci sarà anche un’arpa, uno strumento più complesso, meno arcaico, ma molto antico. Luigi Berardi è maestro costruttore di arpe da molti anni, e in particolare di arpe che suonano al vento. Di fatto nei Giardini Pensili della Provincia nessuno la suonerà, o, meglio, nessuno dalle sembianze umane perché l’unico esecutore abilissimo e capriccioso che la farà vibrare sarà il vento. Con Lui, con il vento, l’artista ha un legame molto particolare, tanto da aver scelto di vivere in un luogo dove nasce il vento, almeno così mi racconta. Ci sarebbero tre diversi luoghi vicino a Sant’Alberto, dov’è la sua casa e laboratorio, in cui i venti sorgono per le speciali condizioni di terra e acqua, ma lui non è mai riuscito ad assistere alla nascita, arrivando sempre troppo in ritardo o in anticipo. Però, non è importante lo scioglimento dell’enigma del vento, e di nessun enigma, perché è nell’attesa che l’unico vero rapporto con l’essere è. È in questo vuoto tenuto e sospeso che si estrinseca tutto il suo lavoro. Le arpe, che ha portato in molti luoghi diversi del mondo, sono prima sperimentate


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installazioni sonore 95 Ravenna Festival Magazine 2011

Ravenna

Dimora Storica

A sinistra, due immagini di Luigi Berardi mentre lavora alla sua grande conchiglia sonora. Qui sopra, (nel giardino di casa) un singolare osservatorio della stella polare sempre creato da Berardi.

sull’argine del fiume Reno vicino a Sant’Alberto. Con questo luogo Luigi ha un rapporto particolare, l’ha scelto proprio perché qui veniva a provare il suono delle sue arpe e anche perché dalla casa contadina in cui è cresciuto, nella vicina campagna di Santerno, non si vedevano né i colori dell’alba né quelli del tramonto, perché erano difesi dall’argine di un fiume, da un lato, e da alberi altissimi, dall’altro. Con il luogo, e con i luoghi, è essenziale per Berardi instaurare un rapporto totalizzante in ogni direzione: dall’alto in basso, da destra a sinistra, ossia entrandone in una profonda relazione di conoscenza storica, antropologica, geomorfica. Le opere, come nel caso di Ravenna Festival, sono modulate per la loro destinazione, e nessuna può essere quindi uguale a un’altra. Il percorso di Luigi Berardi è tutt’altro che accademico, e la sua attività presente è complessa e multiforme. Il centro di entrambi è la percezione del segreto, che mai può essere afferrato ma di cui si intuisce la presenza. Per imparare a lavorare i materiali ha compiuto diversi mestieri, per poi avvicinarsi alla pittura e all’illustrazione. Di qui, e da alcune esperienze espositive, è nata l’attenzione al suono come vibrazione necessaria al completamento dell’immagine. Durante alcune mostre l’artista si accorgeva che le persone

restavano pochi attimi davanti a ciò che era dipinto, e proseguivano. Perché le opere, che riguardavano sempre soggetti naturali, fossero approfondite da chi le guardava, occorreva che fossero fruite nel luogo in cui erano state create, con tutti i suoi suoni. Solo in seguito sono arrivati per lui gli studi sull’improvvisazione di Kandinskij e sull’intima correlazione spirituale tra il colore e il suono. Fondamentali sono stati gli incontri con John Cage e Joseph Beuys, che Luigi Berardi ha seguito nelle loro performances italiane degli anni Settanta. È salito sul treno del primo, da Lugo, con un permesso di due ore dalla fabbrica in cui lavorava. Di Beuys ha osservato le azioni e gesti semplici delle performances di contatto con la natura, e l’artista tedesco gli è riuscito a trasmettere potentemente “qualcosa”, d’indefinibile a parole ma che, ancora oggi, si porta con sé. Tutto viene dal rapporto d’arte con la terra, secondo Luigi Berardi: le opere realizzate per Ravenna Festival 2011 nascono da questa consapevolezza, alla quale, una volte posate in città, ne aggiungono un’altra, quella degli antichi che costruivano intorno alla materia impalpabile del suono, riconoscendo i luoghi che sapevano vibrare, come quello in cui sorge la basilica di San Francesco. ❍

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96 musica e natura Ravenna Festival Magazine 2011

Concerto trekking sulle tracce di Anita DI MARIALIVIA SCIACCA

Qualcuno tornato da un viaggio scrive parole per chi in quei luoghi ancora non è stato. Qualcuno si tiene tutto convinto che la condivisione sia una perdita irreversibile di pezzi di sé. Trail Romagna è un’associazione nata dal desiderio dei propri aderenti di comunicare ad altri la passione per lo sport praticato in ambienti naturali di grande pregio paesaggistico. Un desiderio che si è tramutato nella necessità di condividere con un pubblico più ampio un’esperienza gratificante e di amplificare la propria emozione. Il punto essenziale, alla base di tutti gli eventi organizzati, è il movimento, sia corsa che cammino, nei luoghi che il territorio romagnolo offre, anche per mostrare che non c’è nessun ambiente che qui da noi manchi, né acquatico né d’altura.

Dalla pratica costante della corsa individuale o della competizione, in aree di grande valore ambientale, si è formata nel 2008 l’associazione, che si è ampliata unendo le competenze di ognuno degli aderenti per poter organizzare eventi articolati e ricchi. Forse risulta ovvio dalla premessa, non è il profitto l’obiettivo di Trail Romagna, ma avvicinare le persone all’attività sportiva e alla visione di territori e contesti naturali di cui non conoscevano altro se non, forse, il nome. Tra i collaboratori c’è l’assessorato ai Parchi della Provincia di Ravenna. L’associazione, riconosciuta dal Coni e affiliata Uisp, ha ampliato nel tempo il cerchio delle proprie attività, associando l’esperienza fisica del trekking ad altre più legate al pensiero e alla cultura. Ci sono le passeggiate con il filosofo, che cammina insieme ad altri non solo

Garibaldi

La voce di Luisa Cottifogli e le narrazioni di Luigi Berardi illumineranno i sentieri della Trafila dalle valli fino a Mandriole, nella casa ove morì la giovane moglie dell’Eroe dei due mondi con la mente ma con i piedi, affermando così anche l’essenziale unità di corpo e mente. Sperimentando personalmente qualcosa se ne può sviluppare una sensibilità: a questo principio è volta l’attività dell’associazione di creare un tipo di fruizione dei luoghi tutt’altro che passivo, dando un input importante per la loro sostenibilità e lo sviluppo di un tipo di turismo “eco” che ancora in Italia

manca. Dall’estate scorsa il calendario delle attività di Trail Romagna, chiamato “Parks Romagna Life”, comprende anche uno degli eventi speciali di Ravenna Festival. Nel 2010 la musica di Ambrogio Sparagna e dell’Orchestra Popolare Italiana ha accompagnato il pubblico in una passeggiata di sette chilometri fra il parco archeologico di Classe e il Parco Primo Maggio. Quest’anno >>


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98 musica e natura Ravenna Festival Magazine 2011

si ripropone il connubio con il Festival, con un evento sempre decentrato rispetto alle belle pietre del centro cittadino, anche perché un principio base dell’associazione è evitare il più possibile l’asfalto. Oltre alla musica quest’anno ci saranno delle storie: in primis La Storia, quella istituzionale, perché il luogo dell’evento del 2011 si vuole inserire nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia, e lo fa riconnettendosi agli eventi che hanno portato Giuseppe Garibaldi nel ravennate. La casa dove Anita morì, in circostanze mai chiarite, è oggi la Fattoria Guiccioli ed è il punto di arrivo della camminata di venerdì 17 giugno. Qui la voce di Luisa Cottifogli insieme alle chitarre di Gabriele Bombardini e il violoncello di Enrico Guerzoni concluderanno un cammino di cinque chilometri, comprensivo anche di traghetto, durante il quale invece protagoniste saranno le storie. Anche nel cammino la cantante sarà presente, accompagnando le persone come una voce che da sempre canta in questi luoghi. Si avvicenderà a lei Luigi Berardi, un conoscitore profondo e narratore di quei luoghi. Senza svelare l’origine delle

leggende che andrà a raccontare, il “genius loci” condurrà i passanti per un tratto, per permettere loro di vedere che le origini delle storie e delle leggende sono ancora lì, la terra non le ha cncellate. I luoghi scelti per il Concerto Trekking del 17 giugno difficilmente lasciano indifferente chi li percorre. Non a caso sono luoghi individuati sin dall’antichità per la loro peculiare energia. Il concerto è realizzato in

collaborazione con la Fondazione Museo del Risorgimento, il Parco del Delta del Po e la Pro Loco di Sant’Alberto. Cuore del trekking di Ravenna Festival è la penisola di Boscoforte, un’oasi, difficilmente accessibile, che porta un nome perfetto per favole di fate ed elfi. Il pubblico sarà suddiviso in gruppi di 50 persone e sette sono i turni di ingresso previsti. La passeggiata concerto, come avviene sempre per gli eventi di Parks Romagna Life si concluderà

con la cena a base di prodotti coltivati in prossimità dei luoghi percorsi a piedi. L’ultimo evento sportivo organizzato, per esempio, andava letteralmente di pari passo con il cibo, prevedendo un percorso in bici con soste culinarie. Il mangiare insieme è un momento ulteriore di condivisione sia con gli altri, sia con il territorio che con quei prodotti si caratterizza, e anche un’ulteriore modalità per poter costruire eventi a 360 gradi. ❍

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100 genius loci Ravenna Festival Magazine 2011

Dal cantiere senza fine dell’area Dantesca al restauro dei Chiostri Francescani DI PAOLO BOLZANI

La notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 Dante Alighieri muore a Ravenna. La cerimonia funebre sarà particolarmente solenne e verrà celebrata alla presenza di Guido Novello Da Polenta, Signore di Ravenna, e di Giovanni Boccaccio. Il Sommo Poeta verrà sepolto nel cimitero di San Francesco in «un’arca lapidea…in abito da poeta e da grande filosofo», come ci racconta lo stesso Corrado Ricci. Da quel momento l’area urbana attorno al Sacello potrà definirsi come la “Zona Dantesca”. Questo grandioso racconto di pietra era peraltro iniziato quasi mille anni prima, nella metà del V secolo, con la costruzione della basilica di San Francesco, cui seguiva

l’alto campanile nel IX secolo che nel 1921 verrà rialzato con la quadrifora sommitale – e la cripta del X-XI. Nel 1261 la basilica veniva concessa dall’Arcivescovo Filippo Fontana ai frati dell’Ordine dei francescani Conventuali, che ne manterranno la proprietà fino al 1810, cambiandole nome da San Pier Maggiore a San Francesco. Nel 1480 avviene la costruzione della Cappella del Braccioforte, a cura di Giorgio Fabri, a fianco della Basilica. Seguono varie vicende e arriviamo al XIV e XV secolo, in cui si verifica la costruzione del primo chiostro francescano, situato immediatamente a nord della basilica, cui segue, nel Cinquecento, la costruzione del secondo chiostro. Nel 1780, per volere del Cardinale Legato >>

La “zona del silenzio” ospiterà sonorità antiche per l’ultimo dei trovieri con Le jeu de Robin et Marion dell’ensamble Micrologus


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Luigi Valenti Gonzaga, l’architetto ravennate Camillo Morigia progetta e dirige la costruzione della Tomba di Dante. Il tempietto apparirà a Corrado Ricci e a molti altri non consono al nome e alla fama dell’Alighieri, ma tuttora è lì, restaurato dall’Amministrazione Comunale (architetto Michele Berti) qualche anno fa. Torniamo al nostro percorso a tappe: passano altri anni e altri episodi. Con i grandi lavori del 1933-1936, la Zona Dantesca diviene Zona del Silenzio. Per sollecito diretto di Mussolini, il Comune procede all’esproprio dei Chiostri Francescani, fino ad allora occupati dalle suore della Congregazione di San Giuseppe, dette Tavelle, le quali, al termine di un lungo contenzioso, andranno ad occupare l’attuale sede di via Mazzini. Giungiamo infine ai nostri giorni. La Zona Dantesca si conferma cantiere senza fine, mutando parte del proprio volto, quello interno dei due chiostri, in molto meglio. Nel dicembre dello scorso anno, in occasione del 170° anniversario dell’apertura della Cassa di Risparmio di Ravenna e a seguito di un restauro triennale progettato e diretto da “Koinè progetti” (ingegnere Maurizio Scarano, architetto Patrizia Magnani, geometra Paolo Giometti), con la presenza del Laboratorio del Restauro, della Valerio Maioli e di Cassina per l’arredi interni, i Chiostri vengono recuperati per essere destinati a nuove inedite funzioni. Qui trovano opportuna collocazione la biblioteca della Fondazione e della Cassa di Risparmio, al piano terra insieme ad una sala conferenze da settanta posti e una sala

polifunzionale. A queste si sommano al primo piano l’Archivio storico della Cassa di Risparmio, suddiviso in una sezione multimediale e in una documentale. La biblioteca del Centro Dantesco è stata ridisegnata con un nuovo soppalco perimetrale, mentre ora si aggiunge il bel Fondo librario di Enzo Bettiza, in cui si raccolgono volumi della letteratura e della filosofia nordeuropea e balcanica. Una bella opera musiva – Il Grande Saio del maestro mosaicista ravennate Paolo Racagni, omaggia il vano scala con la propria veste ad arazzo che si fa forma plastica e sinuosa, mentre l’epifania del Tau francescano si accende di nuovi miraggi e simbologie. Nel chiostro più antico – ribattezzato Chiostro Dante – fanno bella mostra di sé due statue in ferro battuto di Augusto Bartolotti, raffiguranti San Francesco (1960) e Santa Chiara (1963), mentre una lunga rampa in acciaio corten collega il livello del chiostro con quello sopraelevato dell’incrocio tra via Da Polenta e via Dante Alighieri. Infine - ed è storia di poco più d’un mese fa - ecco il rinnovamento del Museo del Centro Dantesco, collocato al primo piano dei chiostri. Si tratta di un’esposizione dal taglio prettamente didattico, che si rivolge ad un target generazionale giovane, in età scolastica, ma che non si nega ai turisti in visita alla Zona del Silenzio dantesco-francescano. Dopo un primo allestimento di vent’anni fa, ora il Museo arricchito progressivamente con una collezione internazionale giunta a tremila pezzi fra sculture e medaglie e curato dall’insegnante Manuela

A San Vitale il 5 luglio tornano le “voci nella preghiera”

“Voci nella preghiera” – giunto al suo terzo anno di vita – si propone ancora una volta come luogo e momento di incontro e di ascolto. Nell’anno che il Festival dedica ai racconti, i testi sacri delle diverse religioni fungeranno da guida e da richiamo a chi desidera mettersi in ascolto di se stesso e dunque degli altri, di quell’Altro da sé che proietta il nostro io in una dimensione più vera e umana. L’uomo è per sua natura comunione, nasce e cresce all’interno di una comunità di suoi simili. Ed ecco che in uno dei luoghi più emblematici di un’antica – e ancora oggi possibile – comunione tra Oriente e Occidente, la basilica di San Vitale, il 5 luglio si incontreranno genti di fedi diverse, accomunate dallo stesso desiderio di infinito. Ad attenderle, EXSULTET / In Die Resurrectionis, un’installazione elettroacustica ideata specificamente per San Vitale ispirata alla tradizione musicale sacra ravennate del XII secolo, e ideata dal compositore Luigi Ceccarelli insieme a Vincent Longuemare, che ne ha curato l’ambientazione al buio. L'installazione – che ora si avvale anche delle voci del coro Sorores diretto da Kim Eun Ju e dei solisti Giacomo Baroffio e Kim Eun Ju – fu già presentata al Ravenna Festival del 2000 e ha ottenuto il primo Premio della Radio Ungherese per la musica elettroacustica. In Die Resurrectionis prende spunto da vari frammenti di canto gregoriano che si trovano nella biblioteca Classense di Ravenna e che facevano parte della liturgia cristiana ravennate di quel periodo. I frammenti utilizzati in questo lavoro sono in particolare un communio tropato della messa pasquale e due antifone ad processionem.

Mambelli insieme con l’architetto Ruggero Cornacchia - si articola in un percorso strutturato da immagini di testi letterari e di opere d’arte, schede didattiche e strumenti multimediali, proponendo un viaggio ideale attraverso le tre cantiche della Divina Commedia. Qui trova spazio, nel Salone del Velario, la biblioteca del Centro dantesco, di eccezionale interesse, che può vantare quasi 16000 libri, 2.670 stralci di giornali, 1.600 cartoline e 30 periodici. A seguito di questi lavori i Chiostri si inseriscono arricchendolo di nuovi contributi specifici – in quello che il Sindaco Fabrizio Matteucci ha definito, in occasione dell’inaugurazione di dicembre, il “distretto culturale”

di Ravenna, che da qui arriva alla Grande Classense e, da poche settimane, all’esposizione permanente musiva “Tamo”. Ma il percorso proseguirà ben oltre, per collegare i "luoghi danteschi": dal complesso Tomba di Dante/Basilica di S. Francesco/Quadrarco di Braccioforte alla Casa di Francesca da Polenta – sventurata sposa di Cianciotto Malatesta – all’ex convento di S. Stefano degli Ulivi, alla basilica di Santa Maria in Porto, fino a toccare tutte le basiliche e i monumenti recanti mosaici e affreschi in qualche modo collegabili alla Divina Commedia o alla presenza di Dante a Ravenna. ❍


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Nelle illustrazioni di Cesare Reggiani la Fabula del festival «Mi interessa sempre comunicare una sensazione. Alcuni dicono di provare pace, serenità, malinconia. Negli anni non ho mai smesso di cercare la leggerezza dello stile».

DI CHIARA BISSI

Il mondo della fiaba irrompe nell’edizione 2011 del Ravenna festival e prende corpo grazie anche al prolifico immaginario di Cesare Reggiani, artista faentino, pittore, illustratore di livello internazionale. A lui si devono l’immagine ufficiale della kermesse, le illustrazioni del programma e del catalogo del festival. La dimensione del fantastico di Reggiani dilata gli spazi urbani e gli ambienti naturali componendo un mondo magico di grande fascinazione. Come è avvenuto l’incontro con Ravenna festival? «La scelta del tema è stata fondamentale. Si tratta di qualcosa a me molto congeniale, che affronto da sempre. Non ho mai rappresentato la realtà. L’illustrazione è per me una

chiave alternativa di lettura. Anche quando mi capita di illustrare riviste specialistiche, lavoro in chiave simbolica. Con Giovanni Trabalza, nel mio studio abbiamo scelto alcune illustrazioni, realizzate per copertine di libri o di dischi da inserire nel programma, poi ho realizzato per il festival l’immagine ufficiale, mentre nel catalogo troveranno posto i miei dipinti, le ultime produzioni per le mostre attese a Firenze e a Berlino. Nel programma le immagini sono facilmente associate ad alcuni eventi». Può spiegare la composizione dell’immagine ufficiale? «Sono partito da una vecchia illustrazione e l’ho tradotta in immagine pittorica. Il personaggio che fa il gesto del silenzio con il dito vuole significare il breve tempo

dell’attesa prima dell’inizio del concerto. La pineta è stata inserita successivamente come omaggio a Ravenna, mentre l’arco fa parte della serie di elementi architettonici attualmente presenti nella mia pittura». Come nasce questa predilezione per il mondo del fantastico? «Credo per una questione prettamente culturale. In letteratura prediligo autori come Borges e Calvino. In pittura preferisco i simbolisti tedeschi agli impressionisti francesi, Magritte ai surrealisti in senso teorico. Con il lavoro e lo studio ho affinato le tecniche, ma forse ero così fin da bambino».

Pittura e illustrazione, sono per lei due attività molto diverse? «Per molti anni ho lavorato come illustratore nel campo editoriale, dagli anni Novanta mi sono dedicato prevalentemente alla pittura. Fra le due espressioni per me non c’è differenza. Nella costruzione e nell’impaginazione delle immagini sono sempre stato coerente. La pittura è venuta come naturale sviluppo della mia attività. La linea dell’orizzonte, lo specchio, il mondo animale, l’architettura sono elementi che caratterizzano da tempo la mia opera. Nel campo editoriale quando la collaborazione si fa continuativa, penso a una collana di libri, riesco a ritagliarmi grande >>


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Biografia di un visionario Vive e lavora fra Faenza e Parigi Cesare Reggiani, artista dalla personalità eclettica. Dopo un esordio nel campo del fumetto d’autore, si è affermato sempre più nell’ambito dell’illustrazione, producendo immagini per innumerevoli copertine di libri, per riviste d’immagine, poster e calendari. In questa attività ha collaborato con i maggiori editori italiani e stranieri. Impegnato nella didattica prima all’Istituto Albe Steiner di Ravenna, in seguito all’Isia di Faenza, dai primi anni Novanta la pittura “tout-court” diviene la principale forma d’espressione dell’autore. Da allora Reggiani tiene mostre personali in Italia, Francia, Olanda, Stati Uniti, Germania

libertà. Solo l’illustrazione nella pubblicità mi è sempre stata stretta e non l’ho mai amata». Come vive il rapporto con la musica? «È la colonna sonora del mio lavoro, l’ascolto da mattina a sera, vivo costantemente dentro la musica. Ascolto la classica, ma anche gli autori contemporanei e la musica pop. Quando dipingo però ho bisogno di musica poco impegnativa, lontana dal mio lavoro creativo. Ora per esempio ascolto il country americano. Con Paolo Melandri abbiamo inciso un disco e preparato un spettacolo, durante il quale verranno proiettate immagini dei miei dipinti». È stato influenzato nella sua formazione dai linguaggi della ceramica e del mosaico? «Sia a Faenza che a Ravenna c’è grande attenzione per entrambi, ma non credo di aver subito un’influenza diretta. Mi sembra

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comunque che nella nostra provincia ci sia grande vivacità e un ambiente fertile per l’espressione artistica, sensazione confermata da molti amici artisti. Sia per quanto riguarda i gusti musicali che artistici mi muovo in direzione del mondo anglosassone e sud americano. La cultura francese l’ho colta meglio da quando abito parte dell’anno a Parigi. Certamente in Italia il mio punto di riferimento è stata Milano, per il rapporto costante con le case editrici e librerie d’arte». Come definirebbe la sua pittura? «Mi interessa sempre comunicare una sensazione. Alcuni dicono di provare pace, serenità, malinconia. Cerco di trasmettere leggerezza. Non bisogna prendersi troppo sul serio, anche se non è sempre del tutto vero. A volte, quando sono a Parigi torno al museo d’Orsay, mi aiuta a tenere i piedi per terra e a continuare ad osservare il mondo. Negli anni non ho mai smesso di cercare la leggerezza dello stile». ❍


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