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n. 100 SETTEMBRE 2015

Editore Reclam Edizioni & Comunicazione srl . viale della Lirica 43 . 48124 Ravenna . Iscrizione al Tribunale di Ravenna n. 1240 del 8/11/2004 . Redazione 0544.271068 . redazione@trovacasa.ra.it . Pubblicità 0544.408312 . info@trovacasa.ra.it

CASA PREMIUM .

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n.100 SETTEMBRE 2015

TUTTA MIA LA CITTÀ 100 SGUARDI D ' AUTORE PER

ARCHITETTURA, ARREDAMENTO E

100 NUMERI

FRA ARCHITETTURE , PAESAGGI E TOPOGRAFIA DELLE EMOZIONI

ANNUNCI IMMOBILIARI


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Via Faentina 218s - Fornace Zarattini Ravenna tel. 0544 463621 - www.ravennainterni.com settembre 2015


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contenuti

settembre 2015

04 10 24 38 52 66 80 96 109 122 126

editoriale + adriano zanni ___________________________ paolo bolzani

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pietro barberini

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chiara bissi ___________________________________________________ alberto giorgio cassani sabina ghinassi serena simoni

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marina mannucci _________________________________________________ marco turchetti _____________________________________________________

sedici architettura ________________________________________________

mercato immobiliare ___________________________________________

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Autorizzazione Tribunale di Ravenna n. 1240 del 8 novembre 2004 Direttore responsabile: Fausto Piazza - Consulenza redazionale: Paolo Bolzani Collaborano alla redazione: Pietro Barberini, Roberta Bezzi, Chiara Bissi, Alberto Giorgio Cassani, Serena Garzanti (segreteria), Maria Cristina Giovannini (grafica), Sabina Ghinassi, Marina Mannucci, Domenico Mollura, Guido Sani, Serena Simoni, Marco Turchetti. Progetto grafico: Quadrastudio - www.quadrastudio.info Restyling grafico: Gianluca Achilli Referenze fotografiche: Alberto Giorgio Cassani, Pietro Barberini, Paolo Genovesi, Fabrizio Zani, Maurizio Montanari (altre citazioni in pagina). Redazione: tel. 0544.271068 - redazione@trovacasa.ra.it Editore:

Edizioni e Comunicazione srl - viale della Lirica 43 - 48124 Ravenna tel. 0544.408312 - info@reclam.ra.it - www.reclam.ra.it Direttore generale: Claudia Cuppi Stampa: Grafiche Baroncini - Imola - www.grafichebaroncini.it

www.facebook.com/RavennaInterniM settembre 2015


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EDITORIALE

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Tutta mia la città

(fatta a pezzi)

di Fausto Piazza

Vi siete mai chiesti qual è la vostra idea di città? Cosa vi lega a dove abitate (la casa, la strada, il quartiere, il centro ma anche tutte le eccentricità fuori porta)? Ancor più semplicemente, cosa vi piace o vi attrae del luoghi in cui vivete? È su questa domanda, molto personale, che una decina di autori – collaboratori storici o recenti – ha fondato un lavoro collettivo ideato per il centesimo numero di questa rivista. Ne sono scaturite un centinaio di risposte, fra immagini e parole, tutte molto libere e creative, autonome nello stile sia della visione che della scrittura. Si tratta di sguardi sulla città e i dintorni più legati al filo della memoria e della curiosità, che allo studio, all'approfondimento, all'analisi razionale che caratterizzano il tipico approccio distaccato ai temi di un saggista o un giornalista. Dopo avere pubblicato nell'arco di oltre dieci anni un migliaio di articoli (dalla storia alla topografia, dall'urbanistica alle architetture pubbliche e private, dagli spazi culturali alle relazioni sociali) abbiamo voluto disegnare invece una mappa emotiva, sentimentale, dei luoghi e degli abitanti. Un mosaico – tanto per citare una cifra di interpretazione tipicamente ravennate – in cui ogni tessera (ogni pezzo) ha il suo colore e la sua sfaccettatura ma è nell'insieme che fa trasparire una raffigurazione e un carattere. Un disegno che può – per l'appunto – essere letto a pezzi o ricucito in forme mutevoli. Oppure un caleidoscopio puntato su certi orizzonti del nostro abitare qui e ora che si stagliano o si sfocano a seconda dell'inclinazione con cui li si osserva. In fondo è un gioco – anche se lo abbiamo preso molto sul serio – con cui tutti si possono cimentare e confrontare per adesione o contrasto. Ognuno col suo punto di vista, ma nel rispetto e nella condivisione di uno spazio comune. Che è la nostra città.

per mole) lavoro immaginario sulla città – intitolato Cronache dal Deserto Rosso – che ho sempre ammirato per la forza, la passione e l'enigmaticità delle visioni raccolte. Infine un ringraziamento, strettamente legato alla vocazione free press delle nostre edizioni – che significa pubblicazioni indipendenti, libere e a diffusione gratuita: riguarda le innumerevoli aziende di prodotti, beni e servizi legate al mondo dell'abitare che in oltre dieci anni (e in questa occasione) hanno scelto la rivista per promuovere le loro attività, consentendoci con la loro adesione al nostro progetto editoriale di divulgare una nuova cultura ed economia della casa, del vivere urbano, della qualità della vita.

L'anima della città è anche questo graffito improvvisato su un muro sbrecciato di Ravenna, fotografato da Pietro Barberini, il 25 agosto 2015

Oltre le origini e le motivazioni antologiche da sui nasce questo numero del tutto speciale, va fatta qualche altra precisazione in chiave di lettura. Per prima cosa il formato che si amplia (nelle dimensioni e nella foliazione) rispetto alle precedenti 99 edizioni. Forse resterà tale in futuro, sicuramente l'articolazione di Casa Premium – una volta tanto stravolta – tornerà, a partire dal prossimo numero, con le sue consuete sezioni e rubriche curate dai rispettivi autori, "torrnati nei ranghi" dei loro articoli tematici. A questo proposito, in coda alla rivista, restano comunque la presentazione delle nostre Conferenze sull'architettura contemporanea (che hanno suscitato negli ultimi anni notevole interesse) e dell'andamento del mercato immobiliare, un focus economico periodico a cui abbiamo sempre prestato particolare attenzione. Una nota particolare riguarda il mio personale contributo alla filosofia di questo speciale: a seguire questa inevitabile introduzione seguono una serie di scatti del fotografo Adriano Zanni, che pur non essendo propriamente un autore della rivista, gentilmente mi ha "prestato" per la pubblicazione una piccola ma emblematica selezione di immagini tratte dal suo grandioso (non solo per fascino ma anche

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100 PER 100 • ADRIANO ZANNI

Cronache dal

Deserto Rosso

Adriano Zanni • Fotografo, artista sonoro e field recordist ha iniziato la sua carriera con la pubblicazione di musica e composizioni elettroacustiche lavorando con diverse etichette discografiche europee ed esibendosi frequentemente dal vivo. Ha realizzato varie pubblicazioni fotografiche in edizioni web e cartacee, collabora con riviste di informazione locali esplorando il territorio attraverso la fotografia e cura quotidianamente un foto-blog sul sito di informazione ilPost.it. I suoi lavori sono stati parte di mostre di arte contemporanea, progetti collettivi di web art e video, ha realizzato mostre fotografiche e installazioni. Fra i suoi lavori piÚ noti quello intitolato Cronache dal Deserto Rosso, ispirato al film di Antonioni, girato a Ravenna e uscito nel 1964, anno di nascita di Adriano. http://www.ilpost.it/adrianozanni/ http://www.ravennaedintorni.it/blog/category/fulmini-esaette/ http://www.az64.org/

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Il sogno spezzato (Sant'Alberto)

Cronache dal deserto rosso 01 (Piallassa Baiona)


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Cronache dal deserto rosso 01 (Piallassa Piomboni)

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Basta pochissimo (porto San Vitale)

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Alle porte del cosmo (Piallassa Baiona)

Sogno Darsena (Ravenna quartiere Darsena)

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Gli ultimi simboli (Ravenna Darsena) settembre 2015


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ADRIANO ZANNI

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C’è del fumo laggiù all'Anic (Ravenna Zona Industriale)

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Einturzende neubauten (Ravenna via Rotta)


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Con molti rimpianti (Marina Romea)

Una vita intera (Ravenna Zona Industriale) settembre 2015


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ADRIANO ZANNI

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Finisce tutto (Lido Adriano)

La terra dei sogni a buon mercato (Lido Adriano)


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100 PER 100 • POLO BOLZANI

Scorci aerei della città vetusta eppur presente 1 - Darsena di Città Paolo Bolzani • Architetto, dal 1990 scrive saggi di architettura (Idea di Ravenna, Cronache e racconti di architettura), anche in volumi collettivi di sua cura (Arata e Ravenna). Si occupa di restauro architettonico (Teatro Socjale di Piangipane, Fattoria Guiccioli) e di museografia (Domus Tappeti di Pietra, Tamo, Museo NatuRa a Sant’Alberto, Museo Mambrini a Galeata). Ha curato il passaggio pedonale nella Zona Dantesca e l’ascensore in cristallo del Museo della Linea Gotica Orientale a Montescudo. Nel 1995 si è classificato 3° al Concorso Nazionale Tercas sul restauro della Casa del Melatino di Teramo (con B. Pastor e S. Paolini) e nel 2010 3° alla Selezione nazionale per l'allestimento interno del Museo archeologico di Classe (con G. Galli e G. Montevecchi). È docente a contratto di museologia e museografia archeologica all’Università di Bologna e alla sua Scuola di Specializzazione in Beni archeologici. È consulente redazionale della rivista fin dalla sua fondazione, dove conduce la rubrica Casa bella Casa e altri servizi dedicati all’architettura e all’urbanistica.

In un’intervista su Il Sole 24Ore del 2007, l’architetto Cino Zucchi, noto per opere architettoniche pluripremiate come l’ex-Junghans alla Giudecca di Venezia, sottolineava l’importanza del ruolo della committenza, specie se “illuminata”, nell’ottenimento di un buon risultato d’architettura. Non sappiamo se il rapporto tra Zucchi e l’impresa costruttrice abbia effettivamente seguito questa vision, ma il grande torre-portale in riva sud del Candiano ha generato qualche perplessità nell’opinione pubblica, anche se nasce da un bel gesto. Peggio è andata al “Master Plan Boeri” del 2006, non realizzato, con i due grattacieli cilindrici serigrafati, la vasta piazza con pensilina ellissoidale, il lungo parco urbano a “fagiolo” in destra Candiano e il disinteresse per l’archeologia industriale. Meglio all’architetto Anita Sardellini con la sua compatta sede dell’Autorità Portuale di Ravenna. Dopo i tempi del Prg ’93, il Pru, il Prusst, speriamo ora nel Poc Darsena. Frammentazione proprietaria e qualità delle acque sembrano ancora i nodi da sciogliere. Bibliografia: P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, pp. 139-144/224 Foto di Luca di Giorgio, 2011

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2 - Ravenna Urbs vetusta C’è un’immagine variamente pubblicata, che si trova nel Liber Chronicarum di Norimberga. Si tratta di un’incisione che ritrae una Ravenna immaginaria, dall’aspetto molto nordeuropeo, con rilievi collinari alle spalle. Quando nel 1999 ho scattato questa foto ero in cima ad uno delle tre case-torri” di piazza Medaglie D’Oro, progettate da Sergio Lenci, Giovanni Gandolfi e Romeo Ballardini. L’intenzione era di ritrarre la forma urbana del quartiere Darsena, incentrata su “Gullistreet”. Ed improvvisamente nel teleobiettivo, forse complice il cielo plumbeo, mi è ritornata in mente quella storica immagine, questa volta con i rilievi degli Appennini a fare da skyline alla città, vista dal suo quartiere più orientale. Tant’è che lo pubblicata in Cronache e Racconti nel 2012. In particolare stiamo parlando dell’esito ravennate del Piano INA Casa “Trieste”, esito a livello nazionale della meglio conosciuta Legge Fanfani, suddiviso nei due settenni 1949-1955 e 1955-1963. A metà dei

quattordici anni si colloca la realizzazione della chiesa di Pier Damiano, non priva di una propria caratteristica identità formale, costruita nel 1955 su progetto di Gandolfi, architetto bolognese. Bibliografia: P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, pp. 193-194 P. Bolzani, Ravenna tra Regno d'Italia e Repubblica italiana. Una “metamorfosi” non controllata, in I Piani della città. Trasformazione urbana, identità politiche e sociali tra fascismo, guerra e ricostruzione in Emilia-Romagna, a cura di R. Parisini, saggi di P. Bolzani, M. Gavioli, P. Massaretti, R. Parisini, Bologna, Editrice Compositori, 2003, pp. 209-271 Foto di Paolo Bolzani, 1999


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3 - Piazza dal Popolo dalla cima del Rolo Piazza del Popolo, in uno scatto di dieci anni fa. Una lettura visiva “strutturale” di questa immagine ci narra di un passaggio dalla “viscosità” data dagli unici portici della piazza, realizzati sotto il Palazzetto veneziano e la Residenza Municipale, meglio conosciuta come “Palazzo Merlato”. In aggiunta l’addensamento costituito dal sotoportego-per-via-Cairoli con “deflessione” parietale di raccordo al Palazzo del Comune, mentre la frase urbana si chiude con cesura a “sfondato” verso Piazza dell’Aquila. Dalle Colonne Veneziane, punti focali di “aggregazione e cristallizzazione”, si irradiano due rivoli pietrificati, guidane dal segno discreto che riprendono un progetto di Giovanni Michellucci del 1965 e attraversano una pavimentazione forse un po’ troppo “baulata” al centro, in cui nel 1999 si sancì il radicamento in città della pietra grigia di Luserna. Ma le protezioni per le basi delle colonne e i lam-

pioni di foggia storicista? Allora scrissi che il tempo ci avrebbe fornito delle risposte. A me continuano a destare qualche perplessità. Bibliografia Piazza del Popolo, Storia e progetto, Danilo Montanari editore, 1996 Piazza del Popolo, Dal progetto all’attuazione, Danilo Montanari editore, 1999 P. Bolzani, I segni delle Acque, in C'era una volta un volto, Catalogo della Mostra a cura del Liceo Artistico di Ravenna, 2003, pp. 6-7 Idea di Ravenna, testi di P. Bolzani, foto di Claudio Notturni, Bologna, Airplane, 2005 P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, pp. 60-61 Foto di Claudio Notturni, 2004

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4 - Le due guardie del fiume La mole della chiesa di San Domenico si eleva sui tetti del centro storico dalla fine del XIII secolo, anche se ampiamente ristrutturata nel XVIII. Sorta insieme al convento nella guaita di San Michele in Africisco, mostra la severa facciata incompiuta, che in origine si trovava quasi davanti alla confluenza del Flumisellum nel Padenna stesso, vale a dire in piazza Costa, prima che venissero tombati nel corso del Quattrocento. A questo stesso secolo fa riferimento il campanile della Chiesa di San Michele in Africisco, posto a destra della foto, mentre quello che resta della chiesa, in età dantesca situata sulla riva opposta del Padenna, è l’abside, recuperata nel 2005. E allora torniamo al 545, anno di consacrazione del San Michele che, insieme a San Vitale e Sant’Apollinare in Classe, costituisce la tangibile testimonianza dell’età dell’oro del periodo giustinianeo ravennate, mentore Giuliano Argentario. Sconsacrata nel 1805 con l’occupazione napoleonica, i suoi mosaici verranno venduti al re di Prussia nel 1843 e ora sono osservabili, purtroppo rimaneggiati, al Bode Museum di Berlino.

Bibliografia A. Missiroli, Ravenna Dantesca, da un’ideazione di G. Morelli, Comune di Ravenna e Lions Club, dicembre 2002 P. Bolzani, I segni delle Acque, in C'era una volta un volto, Catalogo della Mostra a cura del Liceo Artistico di Ravenna, 2003, pp. 6-7 Idea di Ravenna, testi di P. Bolzani, foto di Claudio Notturni, Bologna, Airplane, 2005 San Michele in Africisco e l’età giustinianea a Ravenna, a cura di Claudio Spadoni e Linda Kniffitz, Milano, Silvana editoriale, 2007 Foto di Paolo Bolzani, 2015

5 - Tetti Zona Dantesca Chi abita gli alti fabbricati che si affacciano su via Gordini, ovviamente nei piani più alti, gode a sud di questa vista. A sinistra, dal verde della Zona Dantesca, emerge il campanile di San Francesco; emergerebbe molto meno se nel 1921, ormai un secolo fa, non fosse stato rialzato di un piano con una grande quadrifora,


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complice Corrado Ricci, il “grande vecchio” di Ravenna che forse non avrebbe visto molto bene la presenza della nuova pasticceria, mentre a noi appare come un dono insperato: “Zona del Silenzio”, quindi niente caffè o cornetti. A destra si mostra l’abside della chiesetta di S. Maria Maddalena con il suo campaniletto, costruita negli anni 1748-50 su progetto del monaco camaldolese Fausto Pellicciotti, già autore della “boiserie” dell’Aula Magna della Classense. Al centro i muri di Palazzo Rasponi, mentre a destra scorre la parte superiore del fronte del lungo isolato costruito negli anni Trenta. Siamo oltre ai 24 metri di altezza, fino ad allora privilegio riservato ai soli fabbricati nobili ravennati. In omaggio ai 750 anni della nascita del Divino Poeta, ci piace rivelare un’immagine per lo più sconosciuta di questa parte della città, segreta. Bibliografia: A. Missiroli, Ravenna Pontificia, da un’ideazione di G. Morelli, Comune di Ravenna e Lions Club, dicembre 2002. Arata e Ravenna, a cura di Paolo Bolzani, Ravenna, Longo editore, 2008 Foto di Paolo Genovesi, 2009

6 - Densificazione del costruito Alla nostra sinistra, ecco emergere una piccola parte di un fabbricato degli anni Sessanta, eretto sul sito della chiesa di S. Vittore, distrutta dalle bombe nel 1944 e il cui campanile crollò nel

dopoguerra. Alto il doppio dell’edilizia con cui si confronta nel proprio intorno urbano, il condominio risulta enorme, un “fuori scala” micidiale. A destra la tipica cortina urbana senza soluzione di continuità dell’edilizia connettiva dei centri storici minori, con case a due-tre piani e fronti in aderenza. Giova sapere che la cortina venne costruita sull’alveo sinistro del Padenna, un corso d’acqua che, scendendo da nord a sud, disegna la grande “Y” della forma urbis ravennate. Osservando i rilevamenti altimetrici in planimetria, Massimiliano David sostiene che scorresse in senso da sud a nord; ma tant’è. Ad un tratto la cortina si interrompe su un alto fabbricato, dal fronte arretrato di vari metri da via Rossi, che rappresenta uno dei pochi edifici usciti dal “Piano del Cassetto”, il PRG firmato Ludovico Quaroni nei primi anni Sessanta. Il Piano prevedeva uno sviluppo ipertrofico di Ravenna con il raddoppio di alcune sedi stradali, come via Rossi e lo sviluppo delle costruzioni in altezza, come qui testimoniato. Bibliografia: P. Bolzani, Ravenna tra Regno d'Italia e Repubblica italiana. Una “metamorfosi” non controllata, in I Piani della città. Trasformazione urbana, identità politiche e sociali tra fascismo, guerra e ricostruzione in Emilia-Romagna, a cura di R. Parisini, saggi di P. Bolzani, M. Gavioli, P. Massaretti, R. Parisini, Bologna, Editrice Compositori, 2003, pp. 209-271 P. Bolzani, I segni delle Acque, in C'era una volta un volto, Catalogo della Mostra a cura del Liceo Artistico di Ravenna, 2003, pp. 6-7 Idea di Ravenna, testi di P. Bolzani, foto di Claudio Notturni, Bologna, Airplane, 2005


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P. Bolzani, Urbanistica ad effetto domino: la costruzione dell'immagine novecentesca di Ravenna tra fascismo e ricostruzione, in Politiche urbane e ricostruzione in Emilia Romagna, a cura di Roberto Parisini, Bologna, Bononia University Press, 2006, pp. 141162 Massimiliano David, Ravenna Eterna. Dagli Etruschi ai Veneziani, Milano, Jaka Book, 2013 Foto di Paolo Bolzani, 2015

7 - Via Cavour da est In un seminario sulla “Riqualificazione dello spazio pubblico” della fine del 1999, l’architetto Francesca Proni ripercorreva la vicenda delle pavimentazioni del Centro storico (1989-1998), in cui la pedonalizzazione inizia nel 1969. Complice la consulenza di Marco Zanuso, gli architetti Loris Bertazzini e Gloria Dradi individuarono due assi: la “nuova pesarese” su via Diaz e via Cavour, e il “nuovo porfido” su via Ricci, piazza dei Caduti e via Mazzini

(via Cairoli in Luserna). La caratteristica, adottata anche in via Antica Zecca, fu quella di tripartire il selciato per diversificare l’uso della strada, con una guida centrale in bianco Apricena e due bande laterali in porfido o in selce marecchiese, montati a 45° su filari di larghezza diversa. Così è via Cavour, già argine destro del Flumisellum Padennae, affluente del Padenna, con cui crea la grande “Y” della forma urbis ravennate. Una curiosità: alla nostra sinistra, ecco emergere una piccola parte di un fabbricato della fine degli anni Cinquanta, progettato da Luciano Galassi. Bibliografia: Comune di Ravenna, Prg ’83. L’attuazione, Ravenna, marzo-aprile 1990, pp. 53 ss P. Bolzani, I segni delle Acque, in C'era una volta un volto, Catalogo della Mostra a cura del Liceo Artistico di Ravenna, 2003, pp. 6-7 Idea di Ravenna, testi di P. Bolzani, foto di Claudio Notturni, Bologna, Airplane, 2005 P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, p. 62 Foto di Paolo Bolzani, 2015


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8 - Suggestioni d’agosto Via Cerchio rappresenta un tipico esempio di strada secondaria di una città media romagnola; Ravenna come Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Lugo e Bagnacavallo, nei casi non porticati. Un susseguirsi di facciate a due o tre o piani, reciprocamente accostate, danno forma ad una cortina urbana continua, di rado perfettamente rettilinea e con rare emergenze architettoniche. Come si era detto di via Girolamo Rossi, ma con qualcosa in più, e qualcosa in meno delle vie Mazzini, Baccarini, Paolo Costa, Guaccimanni, ed ancora Cavour o Diaz (nella parte pre-anni Sessanta, dopo il riempimento dei vuoti di origine bellica). Come dimostra anche questa foto con il suo alto edificio di sfondo a chiudere la vista, gli interventi anni Cinquanta e Sessanta emergono dal tessuto urbano con le loro sagome fuori scala. Ma quello che disturba in questa immagine non sono loro, bensì l’asfalto rattoppato e le auto che bordano quasi ininterrotamente le due facciate continue. Ammetto che mi piacerebbe immaginare via Cerchio come la vicina via Mazzini, senza auto e con il selciato nobilitato da una pavimentazione in pietra. Foto di Paolo Bolzani, 2015

9 - Il “Ponte dei Sospiri” dal grattacielo Il “ponte dei sospiri” di via Agro Pontino venne costruito a collegamento tra due porzioni del giardino intercondominiale del Quartiere Nullo Baldini, un complesso urbanistico realizzato tra il 1961 e il 1973 dalla Sira (Società Immobiliare ravennate). Quartiere costituito da fabbricati con alloggi di tipo economico, venne progettato dall’architetto Giancarlo Menichetti di Roma, alla cui mano si deve anche il “ponte” stesso e il torricino della Coop Adriatica, dal basso corpo animato da motivi a rilievo sul beton brut e il disegno di reminescenza quasi messicana lungo il susseguirsi dei piani. Sono suoi progetti anche l’edificio del bar Pontino, vari fabbricati del quartiere ma soprattutto la sede della Federazione delle Cooperative, un imponente fabbricato realizzato nel 1970 tra via Faentina e via Villa Glori, in cui cemento armato e mattone a vista dialogano all’interno di un ritmato susseguirsi di riseghe che progressivamente si rastrema verso via Faentina, mentre le campiture vengono occupate da lunghe finestre a nastro. Nel 1963 entra in scena l’ingegnere Ivo Bolzoni, che segue molte realizzazioni di Menichetti, ma si riserva il progetto di altri numerosi corpi di fabbrica.


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Bibliografia: P. Bolzani, Ravenna tra Regno d'Italia e Repubblica italiana. Una “metamorfosi” non controllata, in I Piani della città. Trasformazione urbana, identità politiche e sociali tra fascismo, guerra e ricostruzione in Emilia-Romagna, a cura di R. Parisini, saggi di P. Bolzani, M. Gavioli, P. Massaretti, R. Parisini, Bologna, Editrice Compositori, 2003, pp. 209-271 P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, p. 196 Foto di Paolo Bolzani, 2015

10 - La casa della professoressa di matematica Questa piccola villa, dalla moderna sagoma minuta e compatta, si inclina lentamente verso Via Frignani con un tetto in rame, men-

tre si insinua in un lotto ad “L” che raggiunge via degli Spreti, dove sono collocati due piccoli corpi di servizio. Fin dal primo colpo d’occhio si stacca dalle vicine palazzine di tre-sei piani anni Cinquanta e Sessanta della prima periferia ovest di Ravenna con il compatto fronte su strada in mattoni a vista, che prosegue nel lato nord, mentre in quello sud si riveste di un manto in doghe di legno mordenzato. Infine, nell’angolo più riservato, ecco apparire una bella vetrata sporgente nel vuoto, affacciata su un piccolo giardino Zen con bosso e acero giapponese, che lascia intravedere uno spazio living dagli arredi votati a una sobria essenzialità. Allorché Annalisa Piccinini, professoressa di matematica, decise di ristrutturare un piccolo corpo di fabbrica esistente ad un piano, scelse di affidarsi all’architetto Alessandra Rusticali, e insieme idearono una casa dalla sobria bellezza, con linee essenziali «molto studiate», come commenta soddisfatta la padrona di casa. Bibliografia P. Bolzani, Cronache e racconti di architettura, edizioni Reclam Ravenna, 2012, p. 292. Foto di Paolo Bolzani, 2015

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FUTURA CP 2015:Layout 1 15/09/15 23:54 Pagina 22

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100 PER 100 • PIETRO BARBERINI

La campagna appena ieri, dove si può “riveder le stelle” Pietro Barberini • Percorre le strade della sua giovinezza a Bagnacavallo dove respira e vive i ritmi della “Romagna Estense”, nei “favolosi” anni Sessanta. Alla ricerca di un’identità, ben presto inizia ad approfondire curiosità, interessi letterari, artistici e storici, muovendosi su quella tavolozza multicolore che conserva la memoria del paesaggio e della parola. Fin dal suo ingresso nel mondo del lavoro si è occupato di comunicazione, dirigendo uffici stampa e testate giornalistiche. Collabora da tempo con riviste e associazioni culturali, scrivendo articoli e saggi di storia e geografia del territorio, argomenti sui quali tiene anche cicli di lezioni. Delle diverse pubblicazioni, si ricorda la prima pubblicata mel 1993 “La campagna appena ieri” (Edit Faenza). Utilizza la macchina fotografica per prendere appunti e la penna per rendere viva l’immagine; la bici per viaggiare. Continua a studiare indagando il paesaggio reso vivo dal lavoro e dall’esperienza dell’uomo, interrogando le persone alla ricerca di indizi bibliografici e bigrafici che insieme alla cartografia sono alla base della sua passione. Sulla rivista Casa Premium scrive di storia, topografia, toponomastica e altre memorie del territorio.

«Quando corre Nuvolari mette paura perché il motore è feroce mentre taglia ruggendo la pianura Gli alberi della strada strisciano sulla piana, sui muri cocci di bottiglia si sciolgono come poltiglia, tutta la polvere è spazzata via! Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari, la gente arriva in mucchio e si stende sui prati, quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari, la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore e finalmente quando sente il rumore salta in piedi e lo saluta con la mano, gli grida parole d'amore, e lo guarda scomparire come guarda un soldato a cavallo, a cavallo nel cielo di Aprile!»

2 - Un’umile ghiandaia preannuncia l’ora et labora La ghiandaia di San Vitale, nella raffigurazione musiva posta nell’intradosso dell’arco trionfale, sembra muoversi a proprio agio nel pineto abbaziale. Il corvide dal piumaggio assai raffinato, tutti i toni del beige, ali scure e piume screziate d’azzurro, si aggira in cerca di ghiande nel sottobosco della pineta di San Vitale: un sogno proiettato dal pensiero del mosaicista che opera nel VI secolo, ben prima che i monaci dessero vita alla pineta. Un omaggio all’eleganza e alla straordinaria forza della bellezza che, luccicante nelle tessere, esce dal tempo come altri capolavori dell’arte. La foto del mosaico è di Cetty Muscolino.

1 - Nuvolari Quando da bambino arrivavo a Ravenna, città acquattata in prossimità del mare, misteriosa per l’alone di caligine e foschia che ne smorzava ogni contrasto, la strada si allargava nel Borgo San Biagio, un viale di pini con distributori di benzina sui due lati. Le insegne multicolori abbracciavano la modernità ed erano un omaggio alla diffusione delle quattro ruote che riempivano le strade. Quando negli anni del dopoguerra la Mille Miglia attraversava, rombando, la città, qui erano collocati il controllo orario e il rifornimento. Una targa ricorda gli anni dei passaggi di Nuvolari e Ascari, Borzacchini e Campari dal 1947 al 1957. Sul mosaico a scacchi corre un bolide che assomiglia al carro del sole che Fetonte guidò all’impazzata: «La strada che mal non seppe carreggiar Feton» (Dante, Purgatorio, IV, 71-72). Nel mito, il figlio di Apollo e Climene, muore come un pilota in gara, diventando eroico ed immortale. L’asso del volante di ogni tempo è Nuvolari. Il suo nome resta nella storia e la sua macchina sul piccolo monumento di via Maggiore vola fiammeggiante. Non può che essere così, come viene cantato da Lucio Dalla:

3 - Sovrapposizioni “en plein air” I laterizi costituiscono una barriera difensiva che interventi successivi hanno assemblato in una sorta di patchwork. Sui merli della torre Zancana, fatta costruire dal podestà veneziano Andrea Zancan sul finire del XV sec., come in un sapiente gioco d’incastri, la chiesa della Madonna del Torrione, alza un copricapo dagli spigoli taglienti, sull’angolo più bello delle mura. Dedicato a chi ricorda Paolo Fabbri, che ha scritto e riscritto delle mura di Ravenna, fra un mattone e l’altro.

4 - Il bel camìn... L’impronta della Serenissima incastona tratti stilistici che sembrano riportare le acque a Ravenna. Le mensole e la splendida canna fumaria dell’edificio di via Paolo Costa si alzano quasi impertinenti a simbolo di un dominio economico capace di “co-


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struire”. La rigorosa, ma buona amministrazione dei Veneziani, fu a lungo rimpianta dopo l’abbattimento del Leone di San Marco dalla colonna della Piazza del Popolo nel 1509. L’emblema di San Marco, fu sostituito dalla statua di Sant’Apollinare, ma sull’altra colonna, rimasta vuota, venne collocata molto più tardi, al posto del patrono della città, una scultura di San Vitale eseguita ...a Venezia. Sparse in città, le testimonianze del “saper fare costruttivo” della parentesi veneziana, restano nel tessuto cittadino: tessere identificabili nel mosaico urbano, integrate e mai “discoste”. Tutte brillano per qualcosa: modanature, angolari, cornicioni, balconcini, fregi e decorazioni.

5 - “Braccino di misura!” Da oltre cinque secoli, le “misure campione” sono sempre lì, sulla parete di fondo dell’ampia sala in cima allo scalone di Palazzo Merlato. Rappresentano un tangibile contrassegno del tempo, insindacabile riferimento per compra-vendita di mercanzie e stoffe, quando il braccio del venditore era sempre troppo corto!

6 - Tagliati i Galletti Abbiosi Ci sono cose che ormai non vedi più. All’angolo fra via Mariani e via di Roma, dalla parte opposta al ginkgo biloba del Liceo Classico, l’angolo del palazzo Galletti Abbiosi è tagliato: la “fetta” mancante consentiva il passaggio dei binari della tranvia a vapore Ravenna-Forlì che per alcuni anni ebbe la

stazione “centrale” di fronte al Teatro Alighieri. Alle orfanelle era però proibito osservare dalle finestre il cigolante convoglio composto da una vaporiera e da una carrozza. La visione del treno era paragonabile ai fasti del Ballo Excelsior per quelle sensibili ed innocenti fanciulle. Spariti i binari restò il Collegio Femminile legato alle volontà testamentarie del conte Galletti Abbiosi. Non era opportuno che le “Orfanelle” vedessero che cosa accadeva fuori e anche se non c’era più il treno, nuovi mezzi di trasporto passavano veloci sulle strade. Il progresso avrebbe dovuto porre fine al magrissimo vitto e alle severe punizioni, nonché ad una segregazione ingiustificabile e ingiustificata. Pare che le carte fossero di segno contrario, ma sono state (colpevolmente?) smarrite o sostituite... Rimane l’ingiustizia, l’iniquità e il mancato risarcimento che avrebbe rappresentato il minimo... Cosa resta? Un albergo, l’unico in città con annessa cappella per raccogliersi in preghiera ed un angolo mancante. Ciò che manca veramente è quello che non si vede.

7 - La villeggiatura “Va nei frati” sentivo dire come sfottò mai cattivo. In convento, una volta, ci finivano in tanti e non sempre per vocazione o libera scelta. Molti trovavano in un compito lavorativo una dimensione più appagante della preghiera. La spiritualità risiedeva in una vita austera, ma naturale, favorita e scandita dal vento che preannunciava il cambio delle stagioni. Il castello di Ribano, sulle prime colline a monte di Savignano, ora di proprietà degli eredi Spalletti, i principi Colonna di Paliano, era

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residenza estiva dei monaci di Classe che qui soleano trascorrere un periodo di riposo per sfuggire alla calura e alle zanzare fameliche. Nelle carte del parroco di Mont’Albano, la borgata vicina al castello di Ribano, spiccano alcuni appunti degli anni a metà del Seicento che ricordavano l’arrivo dei frati dalle basse ravennati: si raccomandava di avvertire i fedeli che di lì a poco sarebbero arrivati i monaci da Ravenna intimando massima attenzione e vigilanza riguardo alle fanciulle e anche alle donne maritate!

8 - Byron sulle colline cesenati Il territorio attorno allo storico fiume Rubicone è appartenuto fin dall’epoca bizantina a Ravenna e rappresenta un ponte ideale fra la città dell’arcivescovo e la parte esarcale che si spingeva verso il centro Italia. Il luogo del celebre passaggio di Cesare potrebbe essere accanto


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all’antica Pieve di San Martino in Rubicone, parrocchia di Calisese, sette chilometri a scirocco di Cesena. Dall’antica Pieve la storia accavalla le sue pagine e risale quella vallata boscosa fino al borgo fortificato di Monteleone. La piazza, un piccolo slargo sulla mezzaluna acciottolata che circonda il castello, è intitolata a Lord Byron. Dopo alterne vicissitudini, conteso fra Malatesta, Ordelaffi e Signori di Montefeltro, il castello nel 1745 passò alla nobile famiglia ravennate dei Guiccioli. Qui Byron fu ospite del conte Alessandro,

marito di Teresa Gamba. La strada prosegue sul crinale, dove s’allargano visioni sospese verso l’azzurro del mare. Di quelle dolci colline, il punto più elevato è il monte Farneto, dove è eretta una chiesa sacra ai marinai. All’interno campeggia una scritta: «Il mare visto dalle nuvole».

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9 - La campagna appena ieri La campagna appena ieri è il titolo di un libro nel quale ho messo emozioni e ricordi di tutti i sensi. La mia campagna era in quel titolo, appena dietro l’angolo dei ricordi. Quando torno sulle stradicciole della mia infanzia, alcuni tratti sono ancora “bianchi” di polvere, le ruote della mia bicicletta non risuonano di nostalgia, ma vincono l’inerzia del passato, girando verso una ri-scoperta. Che cosa troverò oltre quella curva, quali suoni, richiami e fruscii mi verranno incontro? La chiesetta delle Abbadesse, silenziosa e con un cartello che ne annuncia la vendita, al pari di tanti casolari. Un passaggio nella campagna a Nord del “mio paese”, Bagnacavallo, lo metto sempre per far assomigliare la mia uscita di pianura alle gare ciclistiche delle quali facevo la radiocronaca quando frequentavo ancora le scuole elementari. Quei viottoli, diventavano la corsa, una classica fiamminga, dove scattava il mio idolo, Rik Van Looy. In quella dolce campagna oggi abita la “Signora Maria” creata dalla genialità artistica di Anna Tazzari. Nella foto, la chiesetta delle Abbadesse, nella campagna di Bagnacavallo.

10 - Campagna con vista Un angolo nella campagna contrassegnato da un albero ed un’edicola votiva dove, fino agli anni Sessanta, a maggio, si recitava il rosario. Pochi ricordi fissati su pellicola in bianco e nero, con i mille

toni color nostalgia; poi altri innumerevoli passaggi, ma lasciati al tempo della buona occasione, il kairós. Un angolo del mio paesaggio agreste ha trovato nuovi occupanti: giovani coppie abitano case coloniche, badanti dell’Est europeo fanno la spola con la vicina Bagnacavallo, spopolata di mestieri ed abitanti. Passano frettolosi pensieri, bollette da pagare, conti della spesa, furgoni e bambini da portare all’asilo. I poderi si sono allargati e le coltivazioni non sono più sorvegliate dall’occhio attento del contadino, anche perché nella sua cucina ora abita un bancario.

11 - Nell’immensità ...Dietro una cortina di stelle di una galassia lontana, c’è un pianeta che assomiglia alla Terra, avendo una banda di emissione elettromagnetica quasi identica. Le nuove frontiere dello spazio le misurano i radiotelescopi che proiettano i nostri sogni ad anni luce di distanza. È questa l’unità di misura, la vecchia luce utilizzata da Lumière che ha fatto piangere e sognare, la stessa luce (fotós) che colpisce il sensore digitale della reflex... Anche in questo caso la tecnica e l’innovazione hanno reso tutto più veloce. Ma guardando il cielo, al di là di vicine luci, un tappeto di corpi celesti disegna l’immensità dove i pensieri si perdono nella notte dei tempi. Immaginiamo però un’altra terra dove andare e l’abbiamo trovata. Anche i nostri antenati costruirono urne cinerarie del I sec. come quella raffigurata (custodita al Museo Nazionale di Ravenna): una piccola casa nell’immensità. Tutte le foto sono di Pietro Barberini


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100 PER 100 • CHIARA BISSI - CAROLINA CARLONE

C’è un organo che suona e il verde che non ti aspetti Chiara Bissi • Giornalista professionista dal 2005, da anni mi occupo di cronaca cittadina su quotidiani e settimanali locali, con una parentesi sul web ovvero su una piattaforma d’informazione nazionale, più di dieci anni fa, in epoca pionieristica. Ha maturato in seguito una breve esperienza in un ufficio stampa di un ente pubblico. Ha frequentato pure la Scuola Holden di Torino. Ha sempre cercato di far parlare i fatti, con il riscontro delle fonti, senza tesi da dimostrare, casomai insinuando dubbi, ponendo quesiti. Ha contribuito alla nascita di Casa Premium, già Trovacasa; dal 2005 ha seguito e collaborato all’evoluzione maturata insieme ai contenuti, sempre più ricchi e originali, grazie alle voci che nel frattempo si sono aggiunte. La sua formazione universitaria è quella dello storico, ma nella scrittura è rimasta sempre nell’alveo della cronaca giornalistica anche quando di fronte a lei c’era il passato e non il contingente, il quotidiano. Così da tempo su queste pagine racconta il mutare delle trame urbane e gli stili dell’abitare.

1 - Né Papi né Re Dopo la lunga stagione industriale e la bolla speculativa degli anni Novanta, si apre per Ravenna l’unica sfida possibile: imparare ad essere anche una città di mare. Difendere il porto canale e con esso il patrimonio di attività e persone che ci lavorano, riqualificare la darsena di città, valorizzare gli ambienti naturali, inserendoli nell’ampia offerta turistica. La storia scritta dai vincitori, da sempre, spazza via dagli spazi urbani simboli ed effigi del potere precedente. Allora archiviati le mascelle volitive sormontate da elmetto, sovrani sabaudi, papa re, nell’Italia repubblicana del dopoguerra in città c’è spazio solo per l’Eroe dei due mondi. Nel 1963 sul canale Candiano in prossimità della chiesa del cimitero, fu inaugurato il monumento al marinaio, opera dello scultore ravennate Giannantonio Bucci, autore molti anni più tardi della copia della statua di Luigi Carlo Farini, distrutta nel corso della Seconda guerra mondiale e ricollocata davanti alla stazione negli anni Novanta. Su un’ampia base rivestita di pietra con scalinata laterale si erge rivolta al Candiano una figura maschile massiccia, con un berretto in tela e una cerata, tradizionali indumenti degli operatori della marina mercantile. Nessuna protervia da dominatore, impeto da eroe, espressione muscolare cara ai regimi totalitari, ma solo l’omaggio alla concretezza e alla forza necessarie per lavorare in mare e perché no forse a due tratti propri dell’indole

cittadina. L’insolito monumento giace dimenticato e in condizioni deplorevoli, diventato suo malgrado incolpevole simbolo del distacco fra la città e l’acqua. Allora liberiamo il marinaio dall’oblio: o la città ritrova la propria darsena e crea nuovi simboli e spazi condivisi o portiamolo verso l’imboccatura del canale, che almeno possa dare un’occhiata al mare... Foto 1: Canale Candiano. Monumento al marinaio. Foto Paolo Bolzani, 2015

2 - A nord del Lamone I nove lidi ravennati solo in parte si uniformano al modello della Riviera romagnola, più restii alla cementificazione in passato, spesso pronti a proporre stili e vocazioni fai da te. Informali, protetti dalle pinete e dalle valli, hanno spiagge familiari, giovanili, sportive, naturiste, salutiste, gourmet, ballerine, canterine, “camperiste”, in tante zone disposte ad accogliere anche Fido. Tutti oggi vedono scemare la pressione della movida che solo qualche anno fa invadeva la costa per tre mesi. Sì è vero, sono minacciati da erosione, subsidenza e ingressioni marine, alghe e zanzare. Ma dove è possibile trovare spazio, tempo e immaginazione sufficienti per creare e realizzare un sogno controvento, controluce, contro la follia dell’uomo che riempie il mare di rifiuti, puntualmente restituiti al mittente. Allora solo qui, passeggiando, si può incontrare anche la spiaggia “ecologica” e le ultime tendenze in tema di sostenibilità, riciclo e riuso temporaneo… Foto 2 Spiaggia a nord della foce del Lamone. Manufatto natante anonimo. Foto Chiara Bissi

3 - Toccata e fuga a San Vitale Trovare un’immagine musicale inedita di Ravenna, un luogo unico, al di là delle più celebrate e note espressioni: una missione che va oltre gli scatti dell’elegante teatro Alighieri, delle ampie platee del pala de André raccolte per Ravenna festival, oltre il pubblico delle iniziative estive di piazza e oltre a quello alternativo della musica indipendente esibita sulla spiaggia o quello della movida sempre più opaca di Marina di Ravenna. Se le esibizioni dei grandi personaggi del jazz mondiale e gli allestimenti d’opera alla Rocca Brancaleone giacciono nella memoria di pochi, rimane prezioso e segreto l’appuntamento che da oltre mezzo secolo risuona dentro la basilica di San Vitale. Solo allora appare, come una sorta di


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“Strano ma vero” o un “Lo sapevate che” ravennate, il festival internazionale d’organo, la prima e più antica manifestazione organistica d’Italia, nonché una delle più longeve d’Europa. Un unicum ravennate, giunto alla 54° edizione, curato e protetto dal Maestro Elena Sartori, presidente dell’associazione Polifonica Adone Zecchi, un soggetto in evoluzione che ha preso il nome di associazione degli Amici dell’organo di San Vitale. Una realtà colta, dal budget striminzito, nota nel mondo, che seguendo l’indole cittadina poco si lagna e molto si industria. Garantiscono il tutto esaurito delle serate di luglio e agosto il pubblico dei fedelissimi e una nutrita presenza di turisti stranieri, ma ancor di più la sapienza musicale riposta nel tenere in vita e dare sostanza a un patrimonio inestimabile, custodito nel più prezioso degli scrigni, mettendo cuore, energie e anche braccia. Foto 3 Basilica di San Vitale. Il Maestro Elena Sartori revisiona l’organo Mascioni prima del concerto. Foto di Paolo Bolzani

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4 - Cortile ravegnano A pochi passi dalle mura, dal passeggio del centro cittadino, conficcato nel tessuto urbano si apre immemore, incurante, il cortile ravegnano. La città attorno si arrovella, muta sembianze, chiude con il passato ma ritrova le radici, cerca approdi internazionali ma difende la tradizione. Spinte e forze opposte la scuotono senza spostarla. Una centralità ben definita in ambito culturale oltre 20 anni fa con la nascita di Ravenna Festival, Ravenna Teatro, Ravenna Jazz prima, e RavennAntica poi. Una sorta di prefisso identitario che nel tempo però si è fatto vezzo battezzando persino l’agenzia di riscossione dei tributi e la holding locale, nonché imprese artigiane specializzate, aziende di comunicazione e tanto altro. Un memo applicato ormai su ogni attività umana condivisa che si affianca a una miriade di iniziative, progetti, programmi pubblici e privati che ondivaghi vogliono Ravenna più accogliente, più sicura, più silenziosa, più vivace, e ancora: smart, innovativa, visionaria, sostenibile, con più parcheggi, con meno auto, con meno ztl, con più aree pedonali, più turistica… però no, un momento, non si vive solo di turismo. Di lato rifugge i compromessi del tempo, i diktat delle mode e le opportunità della speculazione edilizia e si presenta dove non ti aspetti un cortile ravegnano, ordinato, funzionale nella sequenza d’altri tempi: alberi da frutto, orto, erbe aromatiche, filare di vite e fiori. Vegliano tre piccole statue dipinte, al centro un cigno, ai lati due Biancaneve. La simbologia è a interpretazione libera. Foto 4: Spazio verde privato. Ravenna. Foto Paolo Bolzani, 2015

5 - Il casolare A pochi passi dalla città si apre a perdita d’occhio la campagna. Un tempo rifiutata, negata nei ritmi sempre uguali, nelle fatiche immani, nelle consuetudini arcaiche e nelle durezze. Poi la riscoperta del ciclo della natura, della produzione alimentare rispettosa della salute, della dimensione lenta del passare delle stagioni, la scelte di vita di giovani pronti all’impresa: dare vita a un’economia a chilometro zero. Venire dalla campagna o andare in campagna è

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stato l’andirivieni più diffuso per tante generazioni, ieri e oggi. Lambiscono le periferie case rurali recuperate, abbandonate, diroccate, imbellettate e trasfigurate in tipologie estranee alla stretta tradizione locale, tutte rimangono lì, come sentinelle, a ricordare una civiltà contadina che non ha nessuna intenzione di scomparire. Foto 5 Casolare. Campagna ravennate. Foto Paolo Bolzani, 2015

6 - La fontana che visse un giorno Fra le storie ravegnane giova ricordare il destino della fontana di piazza del Popolo, realizzata per “vivere” un giorno. Nel 1931 la città infatti festeggiò l’inaugurazione dell’acquedotto in via Fu-

sconi, alimentato dai pozzi di Torre Pedrera. Il primo agosto 1931, IX dell’era fascista, la cerimonia presieduta da Mussolini, fu allietata da una fontana, realizzata in tutta fretta. L’opera era composta di un’ampia vasca in gesso, con tartarughe dotate di getti d’acqua e un alto vassoio con zampillo. Una cronaca dell’epoca riferisce alcuni particolari sulla cerimonia: «L’opera è ultimata e ha avuto l’altissimo onore di essere inaugurata dal Duce, nella memorabile giornata del primo agosto, davanti a una folla di 40 mila persone vibranti di entusiasmo e di amore». Finita la festa, la fontana fu in tutta fretta smontata, lasciando la piazza senza illusioni. Per i ravennati, all’asciutto, rimase la piccola fontanella vicina al voltone, memoria di un antico pozzo di età veneziana. Foto 6 Fontana monumentale in Piazza del Popolo. Foto d’epoca, autore sconosciuto, 1931


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8 - Due tabù Fontane non ce ne sono mai state. L’acqua poi è stato a lungo oggetto di desiderio, in seguito costante minaccia e infine nemico numero uno della salute pubblica. Le inondazioni, gli insabbiamenti, la penuria endemica di fonti potabili ne hanno fatto un segno urbano da cancellare: allora via i ponti romani, via i fiumi, e infine i canali, uno a uno tombati. In tale regime poco o nulla poteva significare un manufatto ornamentale e monumentale, come la fontana, onnipresente nella composizione urbana della città italiana ed europea. Non ci sono fontane storiche. Nulla di antico. Le tracce, poche e non esemplari conducono ai Giardini Pubblici, realizzati su disegno di Giulio Ulisse Arata negli anni Trenta. Più ricca, ma meno visibile al pubblico la fontana del giardino interno del Palazzo della Provincia, disegnata negli anni Venti, dopo la distruzione di Palazzo Rasponi. Bisognerà quindi aspettare il Dopoguerra per superare quello che appare un tabù. Ma il carattere ricorrente per le fontane sarà la sobrietà, il ruolo defilato, la posizione quasi mimetica, che non concede nemmeno un nome alle opere. Eccezion fatta per la bella opera di Mario Natali del 1974, in via di Roma a pochi passi dal Mar. Con il nuovo millennio finalmente un evento epocale, il triste panorama descritto viene disatteso nel 2004 dalla creazione del mosaicista Marco Bravura. Ardea purpurea infrange ogni pregiudizio nei confronti della decorazione e cosa non scontata certifica la potenzialità del mosaico contemporaneo di farsi linguaggio autonomo. Primeggia nello spiazzo al termine di via Circonvallazione al Molino, dando dignità a piazza della Resistenza. Una vera scultura in tessere musive, slanciata, dalla doppia forma elicoidale, raccoglie, simboli, pittografie di ascendenza mediterranea e orientale. Offre un movimento che rimanda alle ali della fenice e alla forma del Dna. Gemella di un’opera nata per Beirut nel 1999 in occasione di un Viaggio dell’Amicizia di Ravenna Festival. Foto 8 Ardea Purpurea. Foto Paolo Bolzani, 2015

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7 - Passo felpato In cerca di scorci e punti di vista insoliti cala la notte ravennate e si accendono altri occhi, più curiosi e più astuti. La città monumentale si fa teatro per avventure silenziose, mentre il caos intorno si spegne e diventa regno felpato per il felino solingo o forse per il Gatto Mammone dei bambini d’altri tempi… Foto 7: Notturno ravennate. Foto Paolo Bolzani, 2015

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Carolina Carlone • Laureata in storia contemporanea, docente della scuola primaria ha ideato con Monica Francia il progetto educativo didattico CorpoGiochi® a scuola. Un metodo originale di educazione al movimento proposto da undici anni ai bambini e ragazzi dall’ultimo anno della scuola dell’Infanzia sino alle scuole medie di secondo grado, e agli insegnanti coinvolti, attraverso percorsi didattici e laboratori. Il metodo riporta al centro del tempo scolastico di formazione il senso profondo dell’esperienza corporea creativa, accompagnando i bambini e i ragazzi al confronto autentico con la scoperta e la gestione delle proprie emozioni. Ha condotto inoltre vari progetti relativi all’introduzione della multimedialità nella scuola di base vincendo nel 1999 un premio nazionale. All’intensa attività didattica Carolina Carlone affianca da anni una fortunata produzione poetica, con la pubblicazione di cinque raccolte che hanno ottenuto l’attenzione della critica nazionale e riconoscimenti in premi letterari.

desimo filo. In estate, verso sera, quando, più in alto di loro, seguo il volo dei rondoni, gli stridii annullano tutti gli altri rumori della città. Foto 9 La città industriale. Foto Carolina Carlone.

10 - Carolina Carlone Il verde che non ti aspetti (II) Di notte, posso vedere bene il Grande Carro, Orione, Sirio, Giove, Venere e, poco più basse, le luci accese nelle case degli amici. La cosa che sempre mi stupisce, però, è il vasto mare verde che lambisce le case, dai viali e dalle strade, dai parchi, dai giardini privati... tutto a Ravenna mi sembra affiorare attraverso le sinuose propaggini di questo flusso vegetale. Gli antichi campanili, come le moderne ciminiere industriali, forano le chiome dopo aver vinto una corsa verso la luce. I tetti delle case affogano mentre le strade, nel fondo, ondeggiano nel loro bordo di foglie… e devo dire che tutto questo, un po’, lo sguardo me lo cambia. Foto 10 Via Renato Serra. Foto Carolina Carlone.

9 - Carolina Carlone Il verde che non ti aspetti (I) Ravenna la percorro con lo sguardo, a volo d’uccello: dalla terrazza di casa, posso abbracciarne una buona parte con una visione quasi da drone, sospesa a mezz’aria. Misuro lo spessore della nebbia con diottrie tutte particolari: l’acquedotto, la cupola del Duomo, il campanile di San Vitale, le torri Hamon… e ancora più lontano, la ruota di Mirabilandia, e l’azzurra visione di San Marino, di pascoliana memoria. In base a ciò che si dissolve, posso intuire la densità della nebbia che incontrerò per strada. I suoni mi arrivano filtrati e distorti dall’altezza: la campana di Dante, al tramonto, è molto più solida del traffico sotto casa. Può capitare che corra nell’aria anche la voce di un muezzin che canta la fine del ramadan. La sua lode, allora, si avviluppa al pulsare quotidiano dei campanili. Come aquiloni tenuti in volo da un me-

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100 PER CENTO • ALBERTO GIORGIO CASSANI

Lo sconosciuto architetto di Costantinopoli e l’amico non dimenticato Alberto Giorgio Cassani • Laureato in Architettura al Politecnico di Milano (1986), dottore di ricerca in Conservazione dei beni architettonici (1993), professore a contratto di Teorie e storia del restauro al PdM (1996-2002). È docente di Ia fascia di Elementi di architettura e urbanistica all’Accademia di Belle Arti di Venezia. A contratto, insegna la stessa materia all’Accademia di Ravenna dal 1995. È abilitato come professore universitario di IIa fascia nel settore Restauro e Storia dell’architettura. Già membro del Circolo Gramsci di Ravenna (1991-2002). È redattore di «Albertiana» e di «Anfione e Zeto» e curatore dell’«Annuario» dell’Accademia di Venezia; collabora con «Casabella». Studioso di Leon Battista Alberti, suoi campi di studio sono inoltre la storia dell’architettura moderna e contemporanea, la teoria e storia del restauro, la letteratura sulle città e la fotografia d’architettura. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. Nella rivista si occupa di temi architettonici e di letteratura di viaggio.

1- [N]artex Se c’è un luogo, a Ravenna, in cui il tempo sembra essersi fermato, quello è l’ardica (nartece) di San Vitale. Riservato in origine ai catecumeni e ai penitenti, ha la forma di un rettangolo allungato, con due absidi nei lati corti (motivo detto a “forcipe”). Ai bei tempi in cui si entrava da lì in San Vitale, sembrava davvero di essere a Costantinopoli, la seconda Roma, con i suoi mattoni imperiali larghi e bassi. Dal secondo chiostro si scendeva con una scaletta in ferro di qualche metro fino al livello originario del terreno. E si tornava al VI secolo. Pochi inoltre sanno della straordinarietà della scelta compositiva. L’ardica è sghemba rispetto al bema (abside) della Basilica; se fosse stata costruita su uno dei lati dell’ottagono, e dunque, assiale ad esso, infatti, sarebbe risultata troppo corta e asfittica. Il grande e sconosciuto architetto, sicuramente di Costantinopoli, che la progettò, pensò dunque di collocarla tangente ad un angolo dell’ottagono. In tal modo riuscì a ricavare due spazi – due triangoli rettangoli – assai poco pratici dal punto di vista architettonico, ma che invece divenivano due luoghi di disimpegno che davano accesso alle due torri scalari collocate adiacenti al cateto più corto del triangolo. Non è finita. L’architetto immaginò due ingressi (di solito sono uno o tre, sempre comunque di-

spari) che dall’ardica davano accesso all’interno della basilica: quello principale, sul lato di sinistra, in asse con il bema, che era l’ingresso ufficiale; un altro, sulla destra, secondario. Se però oggi scegliessimo di entrare attraverso quest’ultimo, avremmo una visione diagonale, del tutto eccentrica, ma assai più dinamica rispetto a quella tradizionalmente assiale, dell’incredibile “foresta” di colonne dell’interno della basilica. Non l’ultima, questa, di tante scelte progettuali (tra cui la straordinaria “macchina” dell’abisde e dei due pastophória, circolari e non rettangolari come vorrebbe la norma) che fanno di questo edificio uno dei tre-quattro capolavori assoluti dell’architettura antica. Grazie, sconosciuto architetto di Costantinopoli.

Bibliografia: Eugenio Russo, L’architettura di Ravenna paleocristiana, Venezia, Istituto di scienze, lettere ed arti, 2003, pp. 53 e 55.


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ALBERTO GIORGIO CASSANI 2 - Bibliothèque Non credo mi dedicheranno post mortem una sala, ma alla Biblioteca Classense ho trascorso, finora, escluse le case dell’infanzia, adolescenza ed età matura, la maggior parte del mio tempo. “Topo di biblioteca”, si diceva una volta in modo canzonatorio. Ora non più. Se andate oggi in Biblioteca, vi trovate gente di ogni età e condizione sociale (si direbbe che proprio gli studiosi, i “topi di biblioteca” siano quasi spariti), ma soprattutto moltissimi giovani (che non si ammazzano certamente, tutti, sui libri). In questi ultimi quarant’anni l’Istituzione si è sviluppata enormemente, acquisendo nuovi spazi (che una volta erano del Liceo Artistico). Merito dell’ex Direttore e di chi ne ha preso, oggi, con ogni merito, il posto. Dopo l’ardica di San Vitale (o forse a pari merito, non so dire), per me, il chiostro piccolo della Classense è il luogo più bello di Ravenna. Il chiostro con la facciata del Soratini (sarebbe bene decidersi di che colore dipingerla…) con i suoi meravigliosi capitelli a volto fogliato (un tema che risale all’archetipo dell’Uomo verde, il Signore della Vegetazione, ma qui, forse, in versione homo selvaticus romandiolensis), è diventato, in primavera, estate e autunno, uno spazio di lettura e di studio, ma anche di riposo (qualcuno vi dorme, effettivamente) e di chiacchiere. «In studium non in spectaculum»? Quel motto vige nelle sale più serie. Qui la Biblioteca si è aperta alla Città.

Foto 2: La porta della Bibliothèque dell’Unité d’habitation di Marsiglia di Le Corbusier (in omaggio al cinquantenario della scomparsa del grande architetto svizzero-francese).

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3 - Re-Condominium Il mai troppo citato Walter Benjamin sosteneva che l’architettura si percepisce nella «distrazione» (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1936). Ciò sembra smentito dal caso della Torre di Cino Zucchi nella Darsena di Città. Da quando è stato realizzato, l’edificio si è attirato gli strali di chi s’improvvisa critico d’architettura (ma non era stato addirittura Leon Battista Alberti a dire che tutti, colti e incolti, possono rendersi conto se un edificio è ben proporzionato, anche se non tutti possono fornirne la ragione? Dunque, avanti con le critiche!). Come che sia, a fronte di molti orrori cittadini, vecchi e nuovi, che passano inosservati, il “mosaico” di Zucchi non la scampa (e sappiamo che nello spirito dei ravennati cova sempre l’humour di Lorenzo Stecchetti – il povero Morigia e la sua Tomba dell’Altissimo poeta ne sanno qualcosa). Forse appunto per aver osato citare il “sacro” mosaico sulla sua pelle (in realtà le tessere sono dipinte e ciò toglie molto alla metafora), il modernissimo condominio non riesce a piacere ai ravennati. Nonostante, col suo arco, arrivi perfino ad incorniciare quell’oggetto di tante querelle che è il vicino magazzino ex Sir, oggetto di una accesa disputa tra i fautori del restauro (di “conservazione” non se ne può parlare, visto lo stato in cui verte) e quelli del riuso e del progetto del nuovo. Una notizia buona per i detrattori. Passando sotto la torre, qualche giorno fa, ho notato che una “tessera” del mosaico si è staccata, lasciando in mostra la “calce” del supporto; inoltre, altre fratture intaccano il disegno musivo. Qui, però, più che il pictor imaginarius, è da tirare in ballo il pictor musivarius…

A Ravenna, dunque, l’architettura contemporanea non riesce a sfuggire all’attento occhio dell’abitante. Che sia un male o un bene non sta certo a me dirlo.

4 - La gru La gru Non c’è più L’hanno tirata giù Ma non era un tabù? Non basta un tiramisù Di fronte a certi capitribù Ci vorrebbe re Artù! Mi vien voglia di andare laggiù E fare la pupù Beata gioventù… Non basterà rifarla in bambù Cu cu ru cu cu

5 - High-Tech ravennate La grandezza di un architetto non consiste nello “stile” da ripetersi come un sigillo o un’impronta sempre uguale (il che però frutta “identità” e “riconoscibilità”), ma nel sapersi rinnovare nel tempo. Danilo Naglia, partito dalla scuola di Ignazio Gardella e Carlo Scarpa e segnato certamente dalla figura del Maestro Frank Lloyd


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ALBERTO GIORGIO CASSANI

Wright, ha progettato case e ville che sono state molto apprezzate dallo “scorbutico” (e rimpianto) Bruno Zevi, che le ha ospitate spesso sulle pagine della sua rivista «Architettura: cronache e storia» (titolo quanto mai emblematico: dell’architettura del passato, essendoci la distanza critica, si può fare “storia”; di quella contemporanea solo, e a fatica, “cronaca”). Chi l’avrebbe dunque detto – ma solo quelli che non hanno studiato il tragitto dello stesso Wright, giunto in tarda età ad immaginare grandiose astronavi pop: il Guggenheim di New York – che Naglia avrebbe finito col progettare il più bell’edificio high-tech di Ravenna, con una spruzzata di Ludwig Mies van der Rohe, di Charles Eames e dell’utopismo degli Archigram: la sede della Banca Popolare in Piazza dell’Arcivescovado (ex Istituto Bancario San Paolo di Torino). Ho citato non a caso Mies van der Rohe, forse il più grande architetto del secolo scorso, perché Naglia ha ben capito che, come sosteneva il maestro tedesco, “il buon dio sta nei particolari”: e proprio all’angolo, luogo decisivo per Mies – variamente declinato in tutti i suoi edifici – Naglia ha dedicato le maggiori attenzioni (vedi

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anche il Condominio di piazza Marsala). Peccato ci siano così poche occasioni per vederlo e goderne tutta la bellezza. Con Morigia, il più grande architetto di Ravenna.

6 - Il “mistero” dell’arte contemporanea Può l’arte contemporanea confrontarsi con un’opera del passato? Può convivere, magari in “discorde concordia” con qualcosa che sembra lontano da lei mille miglia (considerando anche quanto scrisse Hegel sulla “morte dell’arte”)? La scommessa è stata tentata da Wolfgang Laib, artista tedesco di fama internazionale, nell’ottobre scorso, con il suo ziggurat di cera d’api collocato all’interno della navata centrale della basilica di San-

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ALBERTO GIORGIO CASSANI 7-

Ricorrenze

Chissà se nel 2896 sarà ancora ricordato? Foto 7: Roquebrune - Cap-Martin (Provenza - Alpi -Costa Azzurra, Francia), colombario.

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t’Apollinare in Classe, dal titolo: “Il mistero delle api”, con palese riferimento al manto dorato della veste di sant’Apollinare intessuto di 207 api. Inoltre, le api sono grandissimi architetti – hanno capito che la forma esagonale è la struttura più perfetta dal punto di vista della ripartizione delle forze – e dunque è giusto accoglierle dentro uno degli spazi più perfetti che mente umana abbia mai concepito (vedi ancora Eugenio Russo, L’architettura di Ravenna paleocristiana, cit., pp. 80-82). Alle tre dimensioni spaziali ed alla quarta, il tempo, così fondamentale per la percezione dell’architettura, si è aggiunto anche il senso dell’olfatto, messo in moto dal “rotondo” odore della cera. Insomma, la scommessa sembra essere stata vinta (forse solo l’ubicazione della piramide poteva essere migliore, dal punto di vista prospettico, come mi ha fatto notare l’amico Marcello che di cose d’arte se ne intende). Se non fosse stato tutto rovinato da un dettaglio: le orribili transenne in metallo e cordoli rossi (strette parenti di quelle che “proteggono” le due colonne veneziane nella Piazza). Necessarie? A volte è meglio far correre qualche rischio all’opera che mettere un recinto al cervello.

Orizzonti di gloria

Del passaggio a Ravenna di Tomaso Buzzi, il “principe degli architetti” (come, con non troppa malcelata dose di autostima, si definiva), rimane questa foto virata e un po’ sfocata. Buzzi, nato a Sondrio, deve aver molto ben capito l’atmosfera “provinciale” della nostra città, esaltata ancor più, per contrasto, dagli incredibili monumenti che le restano come eredità di un grandioso, seppur breve, periodo storico. Buzzi amava molto l’architettura del passato, di quegli “antichi maestri” che per lui erano più attuali dei suoi contemporanei: Alberti, Raffaello, Serlio, Palladio, Scamozzi (e un’incursione nel Settecento con Ledoux). Tutto l’Umanesimo e il Rinascimento architettonici dispiegati. Ravenna deve averlo interessato un po’ meno con le sue architetture paleocristiano-bizantine tutte introflesse sul loro spazio interno. Ma certamente deve averlo colpito il Mausoleo di Teodorico (non riesco proprio a scrivere Teoderico), visto che vi si è fatto immortalare davanti, assieme a due per me sconosciti personaggi che sulla fotografia compaiono come i “Lussemburghesi”. La chioma “alla Papini”, Buzzi aveva già sentore di diventare l’architetto dell’aristocrazia italiana ed europea e addirittura di fondare una sua città ideale in tufo, la “Scarzuola”, nel cuore dell’italico appennino? Di 10 certo quel massiccio poligono decagonale e cilindrico in pietra d’Istria non deve averlo lasciato indifferente nei confronti della “gloria” che un edificio può dare al suo costruttore. Lasciare qualcosa di sé: ecco il peccato di arroganza dei più grandi, senza il quale, però, avremmo ben poco di cui godere, ed io di scrivere. Bibliografia: Tomaso Buzzi. “Il principe degli architetti” 19001981, a cura di Alberto Giorgio Cassani, saggi di Guglielmo Bilancioni et alii, Milano, Electa, 2008.

9 - L’amico non dimenticato Gli anni Novanta, a Ravenna, sono stati ricchi di fermenti culturali. Un piccolo Circolo di giovani di belle speranze aveva raccolto l’eredità del Centro Gramsci e l’aveva fatto rivivere. L’ideatore di questa scommessa è stato Antonio Marchetti. Ad Antonio Ravenna deve molto: la sua attività d’insegnante di Architettura al Liceo Artistico, assieme a validi colleghi che ancora lo ricordano; quella di artista mai soggetto alle mode e dalla produzione scon-


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finata; quella, ancora, d’intellettuale libero e sapiente con la volontà di fare cultura viva nella sua città d’adozione. Antonio, che nello sguardo, a volte malinconico, ricordava qualcosa di Aldo Rossi, il grande architetto milanese, le cui opere Antonio tanto apprezzava. Ben pochi oggi ricordano il Gramsci degli anni Novanta e ben pochi si rammentano, tranne gli amici, di Antonio (molti non sanno nemmeno della sua tragica scomparsa, due anni sono, come amava scrivere il suo amatissimo Savinio). Perché la memoria storica è ormai cortissima. Ma Antonio è stato anche scrittore, saggista e grafico. Uno dei suoi ultimi lavori a Ravenna, in queste vesti, è stato il bellissimo manifesto per la conferenza di Massimo Cacciari, di cui era amico, Da Leopardi a Beckett, organizzata da chi scrive in una serata tristissima e bellissima al tempo stesso. Una fievole luce entra da una finestra di una casa abbandonata. Non è questo il compito della cultura? Antonio lo sapeva ed anche per questo ho voluto ricordarlo.

10 - Perché Marina (di Ravenna) non è Cadaqués Marina (di Ravenna) – nonostante Marinara – non è Cadaqués, perché: non ha deciso di abitarci Salvador Dalí con Gala (a Portlligat). Non vi hanno soggiornato: Pablo Picasso, Federico García Lorca, Walt Disney. Perché non ha un museo (Museu More d’Art Grafic Europeu) che conserva disegni di: Dürer, Raffaello, Caravaggio, Rubens, Goya, Picasso, Matisse et alii.

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E poi, soprattutto, perché non ci abita il barbiere di Duchamp. Per tutti questi motivi (e altri che non sto qui a ricordare – bellezza del mare, casette bianche, atmosfera anni Settanta, presenza di simpatici gechi), se ne può concludere, senza ombra di dubbio, che Marina (di Ravenna) non è Cadaqués (e mai potrà esserlo).

11 - Il potere di Ananke Dopo il recente incidente capitatomi, mi sono reso ancor più conto di una cosa che avrei dovuto sapere da tempo: il potere di Ananke, Tyche, Fortuna o Caso, come la chiamavano gli antichi. Nemmeno gli dèi vi si potevano sottrarre. Dunque? Ma noi umani ci dimen-

tichiamo troppo spesso dei nostri limiti (i greci antichi no, visto che i loro Sette Sapienti, tra le altre, avevano coniato la celebre sentenza: “nulla di troppo”, medèn ágan (in latino nihil nimis). I greci moderni, purtroppo, stanno sperimentando le pene che, ad infrangere tale precetto, ne conseguono. Sono sicuro, però, che ne faranno tesoro. Tempo fa, uscendo dal mio appartamento nella Darsena di Città, mi sono imbattuto in un cartello pubblicitario che mostrava cosa il destino riserva agli “arroganti” come me. Collocato accanto a Giuseppe Giacobazzi e ad una serata alle Terme, l’altisonante titolo della mia conferenza – “Berlino, sinfonia di una città” – perdeva tutta la sua prosopopea e dimostrava come avesse ragione il grande sociologo tedesco Georg Simmel, quando affermava che «Le cose galleggiano con lo stesso peso specifico nell’inarrestabile corrente del denaro, si situano tutte sullo stesso piano, differenziandosi unicamente per la superficie che ne ricoprono» (La metropoli e la vita spirituale, 1903). Meditiamo gente, meditiamo. Tutte le foto sono di Alberto Giorgio Cassani.

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100 PER 100 • SABINA GHINASSI

Quelle città nascoste negli interstizi della città Sabina Ghinassi • Critico d’arte e giornalista, ha tre figli e cinque gatti rossi. Negli anni ha collaborato con diversi giornali locali, è stata caporedattore del magazine >bmm, curato quattro edizioni del Festival Internazionale del mosaico under 35 Città di Ravenna, organizzato mostre, scritto testi per artisti giovani e meno giovani e tentato di trasformare il suo giardino in un cottage garden all’inglese con esiti disastrosi. Negli ultimi anni è presidente di Rete Almagià, il collettivo di associazioni creative di stanza alle Artificerie Almagià. Per la Rete, insieme a Gerardo Lamattina e Roberto Pasini, dal 2013 ha avviato i progetti di mappatura emotiva del territorio “Map Your City” e Ravenna Urban Tribes, lavorando con gli adolescenti delle scuole di Ravenna. Oltreché giardiniera frustrata, è curatrice insieme ad Angela Corelli delle prime due edizioni della manifestazione Green Thoughts a Palazzo Rasponi, nell’ambito della mostra-mercato Giardini e Terrazzi-Verde Ravenna. Su Casa Premium si occupa di fenomeni artistici, design e stili di vita.

1 - La spiaggia libera di Lido di Classe Essenziale e arcaica. È la spiaggia libera di Lido di Classe, un luogo dove azzerare il desiderio di confort e comodità che ormai contraddistingue la nostra relazione con il mare. Sono 5 Km di spiaggia che dalla Foce del Bevano arriva agli stabilimenti di Lido di Classe. Una parte, in prossimità della foce, è preclusa all’accesso perché ci nidifica il fratino, un piccolo raro trampoliere. Una spiaggia selvaggia, abitata dai legni portati dalle mareggiate, dalle dune, dalle ombrellifere e dai gigli marini, dalle graminacee litoranee, dal profumo dei pini; una spiaggia dietro la quale vedi solo il cielo e non alberghi e condomini anni ’70 vista mare schierati. Ci si può accedere dalla pineta, a piedi o in bicicletta, lungo i sentieri. In passato ( e ancora su qualche guida on line) era nota come spiaggia gay; ora è assai libera, di gusti, etero o omo poco importa, di età, generi e target, libera da stereotipi soprattutto. Diciamo che è una spiaggia fluida dove l’unico denominatore comune è l’amore per il paesaggio e per la biodiversità, il rispetto e la misura, insieme all’allergia al gossip del vicino d’ombrellone. Forse per la lontananza dalle foci di fiumi e canali, l’acqua è quasi sempre trasparente e la sabbia fine è impreziosita dal rosa delle calliste, dai cardium, dalle turritelle, dai piedi di pellicano, dai pettini. Dopo le mareggiate talvolta capita di vedere anche qualche stella marina. Se si va lì, anche d’estate, è automatico tornare a un ritmo tribale: tende nomadiche, feticci instabili e tronchi impre-

gnati di salsedine che diventano sculture, ritmi slow interrotti da qualche kite surf in lontananza. D’inverno, se possibile, è quasi più bella e, se nevica, accade che qualche daino si scorga in lontananza. Foto 1 di Angela Corelli

2 - CorpoGiochi a scuola e nella vita Ho conosciuto CorpoGiochi tardi, circa tre anni fa. Sapevo che era stato progettato da Monica Francia, la coreografa di Cantieri, che lo faceva in diverse scuole elementari, medie e asili. Conoscevo già Monica perché lavoriamo insieme dentro Rete Almagià in Darsena. Poi ho visto, per dovere di cronaca (un piccolo report per la stampa, ndr), le prove del lavoro che Monica Francia e Selina Bassini avevano organizzato per la grande giornata dedicata alla candidatura Ravenna 2019 in Piazza del Popolo. Lì, alle prove nella palestra della Scuola Media Montanari, mi sono proprio commossa. Mi sono commossa, con gli occhi lacrimanti come quando vedevo i film di Renato Cestiè da bambina ( quelli dove lui, dopo che i genitori egoisti e con amanti vari si separavano, invariabilmente moriva per incidenti, per malattia, etc), mi sono anche un po’ vergognata perché non ho più dieci anni e non riesco a sedare l’archetipo del bambino sofferente lentigginoso che alberga da qualche parte dentro di me. Ma sono stata anche molto felice e orgogliosa di vedere tanti bambini e bambine, ragazzi e ragazze tutti diversi di età, radici, aspetto, storie, vestiti, mescolati lì dentro armonicamente, attenti e presenti a loro stessi e a quello che succedeva intorno. Ascoltavano, si muovevano, si fermavano, correvano. Erano come tanti piccoli semi di piante diverse portati via dal vento. E dentro CorpoGiochi, che educa attraverso il corpo alle emozioni, alla conoscenza e al rispetto di sé e degli altri, ho pensato che tutti quei piccoli semi avevano trovato un modo per crescere meglio, per ascoltare le proprie radici nella terra e per spingere fuori il loro germoglio perché qualcuno gli aveva dato qualcosa in più. Un’occasione per crescere meglio. Ho ripensato ai bambini e alle bambine di CorpoGiochi della Montanari anche all’inizio di agosto, sul treno Eurocity diretto a Monaco di Baviera, alla fermata di Bolzano. Dal finestrino ho visto sette poliziotti accompagnare fuori dal treno due ragazzini nigeriani, puliti e ordinati, con la camicia azzurra stirata alla perfezione che spiccava sulla pelle scura, come per un giorno di festa. Avevano sì e no l’età dei miei figli. Poi li hanno portati via. Ho pensato che quei semi, nonostante il vento li avesse portati lì, forse non avrebbero avuto occasioni. E sono stata felice, e anche un po’ orgogliosa, di abitare a Ravenna. Foto 2 di Fabrizio Zani


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3 - I giardini interni di Ravenna I giardini interni di Ravenna sono una città verde nella città. Li devi scoprire un po’ alla volta, adottando lo sguardo del Flâneur . Cercando di perderti e guardando la città da un’altra prospettiva. Devi farti straniero e raccogliere tutto ciò che non è abitudine di sguardo, di gesti e passi automatici. Allora si svelano. Un po’ alla volta. Magari dietro quella strada da cui sei passato migliaia di volte in mezzo al traffico veloce, dietro al portone chiuso, sul fondo di quell’androne, intuisci un inspiegabile pezzo di cielo, il canto sorprendente di un’allodola, il verso stridente di un pavone al crepuscolo d’estate: è una frattura nella maglia urbana che si dilata, si allarga e si lascia avvolgere di suoni e di verde. Crea un’altra cartografia, storica e affettiva; si aprono giardini secolari con alberi maestosi e solenni, oleandri, rose, ortensie, camelie, agrumi, piante degne di un orto botanico mediterraneo che crescono rigogliose protette dai muri alti. Si aprono anche enormi orti urbani che mescolano i fiori e i pomodori, gli ulivi e gli albicocchi e i susini e sembrano usciti da un quadro di Domenico Miserocchi. Hanno la stessa grazia agreste. La stessa bellezza incandescente e umile fatta di senso e necessità. Possono anche essere piccole gemme verdi, inondate dal profumo di caprifoglio e gelsomino, dai colori dei gerani, delle erbacee perenni. Piccoli spazi intimi in cui rifugiarsi. Ma è un’altra città che si svela, bizantina e preziosa sì, ma ad un tempo ancora impregnata di campagna, di nobiltà rurale

che ama sporcarsi le mani di terra, che mescola la rêverie romantica alla fascinazione del caso, dell’erba povera trovata e accolta accanto alla rosa botanica. Un’altra città nascosta negli interstizi della città. Foto 3 di Gerardo Lamattina

4 - L’Istituto D’Arte per il Mosaico Gino Severini Effettivamente, insieme all’Accademia di Belle Arti, l’Istituto d’Arte per il Mosaico è una scuola soltanto ravennate. Fondata nel 1959 come scuola adatta a formare operatori musivi nel campo dell’arte, della decorazione e del restauro su suggerimento dell’artista futurista Gino Severini, ebbe come primo direttore il pittore Teodoro Orselli poi, dal 1961, Giovanni Guerrini, progettista acuto, designer innovativo, artista eclettico e curioso. Guerrini aveva partecipato a Roma alla decorazione musiva dell’Eur, era stato insegnante di Mosaico all’Accademia di Ravenna nel ‘24, poi Direttore Artistico dell’Ente Nazionale Piccole Industrie Italiane dal 1929, dove aveva promosso la valorizzazione dell’arte applicata in Italia, anticipando lucidamente la luminosa stagione del design Made in Italy. Aveva valorizzato gli artigiani artisti che lavoravano pietre e mer-


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letti, legno e vetro, coralli e tela stampata; aveva fatto un po’ quello di cui parlano adesso all’Expo con grande anticipo. Guerrini, architetto di formazione, vedeva nel mosaico un valido supporto all’interno della progettazione architettonica. All’Istituto d’Arte diede una forte impronta, costruendo una scuola innovativa che, alla sapienza della mano, affiancava lo studio filologico, alla sperimentazione artistica univa la saggezza e la competenza del restauro. Negli anni, seguendo questo bizzarro mix di filologia e sperimentazione, dalle aule dell’Istituto d’Arte (e poi, frequentemente, da quella dell’Accademia di Ravenna), sono uscite decine di artisti, insegnanti e operatori musivi straordinari, che ci invidia tutto il mondo. Dalle mani di ex allievi di quella scuola sono nate opere d’arte bellissime ma anche progetti di design e di architettura innovativi e

sorprendenti che hanno oltrepassato le frontiere. Poi nel 2010 gli istituti d’arte sono scomparsi a causa della Riforma Gelmini, cancellati come luogo di formazione e di esperienza dal Ministero, assorbiti dai Licei Artistici. Sono cambiati i governi, ma l’ottusità bieca è rimasta. Chi ha resistito, come Ravenna, che nella fusione con il Liceo Artistico ha mantenuto il corso del Mosaico, lo fa strenuamente, combattendo contro i tecnocrati di turno, contro “somministrazioni”, curvature, scenari da didattica orwelliana schizofrenica e aziendale. Per questo, se oggi si pensa al Nostro Istituto d’Arte, che resta nella sede storica di Via Beatrice Alighieri anche se assorbito dal Liceo Artistico Nervi, è bene considerarlo una scuola coraggiosa, che non si adegua ma lotta. Di farne un simbolo etico, anche istituzionale, di questa città, del suo pensiero e della sua identità.


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SABINA GHINASSI

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5 - L’ossimoro Ravenna L’ossimoro è una figura retorica che unisce contrapponendoli due pensieri o due significati che sono di per sé inconciliabili perché l’uno esprime il contrario dell’altro. Ravenna, per molti aspetti, è una città-ossimoro (molte altre città italiane lo sono, ma Ravenna lo è in particolare). Ravenna è preziosa e bellissima, ma è anche brutale e piena di disordini estetici inqualificabili. Quest’abitudine all’ossimoro è particolarmente visibile lungo via delle Industrie- via

delle Valli, non tanto nella parte iniziale, quanto in quella immediatamente precedente allo svincolo per Porto Corsini, lì dove la strada è un confine, un taglio bruciante, una cicatrice che segna la frattura inconciliabili tra due mondi, tra due vite. Una frattura che, in qualche modo, ci rappresenta, rappresenta le nostre scelte, l’eredità che lasciamo a chi viene dopo di noi. È lo specchio implacabile della nostra responsabilità. Da una parte il paesaggio industriale, con la sua mappa olfattiva disturbante, i suoi rumori, la sua luce fredda, i colori scuri, i fumi, dall’altra la piallassa, la per-


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genti di loro. Nonostante noi, nonostante la nostra idea di tempo che, a ben guardare, è un battito di ciglia nella storia del mondo. Foto 5 di Gerardo Lamattina

6 - Il Camerone di S. Stefano e i Lumini del 9 febbraio La sera del 9 febbraio, sino a qualche decennio fa, moltissime case nelle campagne ravennati erano illuminate da piccole luci sui davanzali delle finestre. Era un evento meraviglioso quando ero bambina. Alle volte i lumini erano bianchi, alle volte anche rossi e verdi, altre volte erano candele dentro lanterne cinesi o luminarie da festa paesana. A me piacevano comunque moltissimo. Nel paese dove abito (S. Stefano, nelle Ville Unite) quella sera facevano anche una grande festa, al Camerone dei Repubblicani, nell’ex Palazzo dei Conti Ginanni. Arrivavano persone da tutta la campagna di Ravenna, anche da quella di Forlì e Cesena. Le ragazze si agghindavano e ballavano tutta la notte con gli spasimanti. Le madri le controllavano in piedi sulle sedie, ai lati del Camerone. Anche il mio nonno, repubblicano fervente, di quelli che facevano il giro largo per non passare vicino alla chiesa, partecipava alla festa e metteva rigorosamente i lumini alla finestra. Io ho continuato da sola quando lui se n’è andato. Ostinatamente, anche quando tutti gli altri lumini piano piano negli anni si spegnevano e il Palazzo Ginanni è stato venduto. La tradizione di accendere la sera del 9 febbraio dei lumini e di porli sui davanzali delle finestre per tutta la notte è nata il 9 febbraio 1849 per festeggiare la nascita della Repubblica Romana, a seguito dei moti insurrezionali del 1848. Quella Repubblica ispirata agli ideali di Mazzini ebbe vita breve ma aprì la strada alla nostra Costituzione, all’abolizione della pena di morte, alla libertà di culto. Tutti valori che in questi tempi bui hanno bisogno di essere “ riaccesi” e ricordati con forza. Dopo essere ragionevolmente invecchiata, quei lumini a inizio febbraio li ho associati, simbolicamente, alle altre feste delle luci di inizio primavera, dai Lupercalia romani all’Imbolc dei Celti, sino alle varie Sante e Madonne nere e del fuoco sparse per l’Italia, piene di ceri, candele e fuochi, accesi dopo il buio dell’inverno, nel mese più difficile dell’anno, quando le riserve nel granaio cominciavano a scarseggiare e il raccolto era ancora lontano. Ma dentro di me è rimasta la tradizione civica del lumino, quella di festeggiare la Repubblica, che è la nostra storia e anche una bellissima fiaba da raccontare a chi è giovane adesso.

fezione della vita che si rinnova nel silenzio, gli uccelli palustri, il profilo della pineta, l’apparente immobilità delle sue acque salmastre. Nella piallassa c’è qualcosa di sublime che ci esclude; continua ad essere lì nonostante noi e, per quante ferite possiamo infliggerle, in qualche modo troverà una strada. La troveranno per lei le erbe ruderali che crescono sul ciglio della strada avvelenata e che faranno il loro lavoro bonificando il terreno tra cento, duecento anni, la troveranno i pioppi che colonizzano il cemento delle fabbriche abbandonate e apriranno la strada ad altri alberi, più esi-

Foto 6 di Moreno Carbone, dal libro di Maurizio Maggiani, Quello che ancora vive. Il salvamento del generale Garibaldi nelle terre di Romagna, 2011, Libri Coop

7 - Lavori in Comune È iniziato quattro anni fa e si è subito dimostrato un grande successo, di numeri, partecipazione e passione: Lavori in Comune, il progetto di volontariato e cittadinanza attiva nato da una scommessa sugli under 18 del Comune di Ravenna, dell’assessore Va-

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lentina Morigi e dell’Assessorato al Decentramento. Chi non ha incrociato un gruppo di magliette gialle per le strade della città o del forese nelle ultime estati? Gli under 19 dimostrano di non essere propedeuticamente votati a un futuro da neet generation, ma hanno altre idee in proposito e a moltissimi piace mettersi in gioco. E non davanti alle telecamere di Geordie Shore. Questo in barba a sondaggi, classifiche, consumi, buone scuole, più o meno aziendali e neocon. Loro, durante queste settimane al servizio della loro città, fanno di tutto: dalle scarpine all’uncinetto per i neonati prematuri dell’ospedale a documentari sull’educazione di genere, dai cartoni animati (meraviglioso quello sulla favola romagnola delle tre ocarine del gruppo di S. Pietro in Vincoli) all’abbellimento di spazi pubblici; diventano ortolani, guide turistiche, giornalisti, bibliotecari, falegnami, riparatori di biciclette, elettricisti, mosaicisti. Imparano tante cose e nello stesso tempo si divertono e accumulano crediti scolastici. Sorridono e si fanno nuovi amici, fanno vedere concretamente quale può essere la Ravenna dei prossimi anni se la mettiamo nelle loro mani. Sono commoventi. Non promettono, fanno. Contrariamente alla maggior parte dei loro genitori. Foto 7 di Pietro Campri

8 - La Vite Maritata di Bastia La vite maritata era il metodo di coltivazione più diffuso dei vitigni in Romagna sino alla prima metà del secolo scorso. Si trattava

di accompagnare la natura rampicante della vite a un tutore, possibilmente un albero vivo. Questo albero era quasi sempre l’olmo, le cui foglie erano un ottimo foraggio. I frutti, chiamati tecnicamente Samare, venivano consumati freschi nelle insalate e, seccati, diventavano il pan di maggiolino, una golosità particolarmente amata dai bambini. Il legno duro era utilizzato per creare attrezzi agricoli e mobili. La terra allora non veniva arata in profondità; le viti non venivano irrigate, non venivano concimate, non subivano trattamenti antiparassitari, non venivano innestate, non ne avevano bisogno: il matrimonio con l’olmo produce una simbiosi radicale delle micorizze (piccoli funghi) delle due piante che fa bene ad entrambe. Imparano a curarsi, a fare manutenzione l’uno dell’altro, a sorreggersi durante le tempeste, a difendersi dagli attacchi dei predatori, proprio come un marito e una moglie che si amano veramente. La scienza l’ha scoperto da poco, dopo decenni di abuso di sostanze chimiche letali, di avvelenamento intensivo del suolo. Le viti abbracciate agli olmi si dispiegavano verso il cielo e segnavano il nostro orizzonte con le alberate, alternate a zone destinate al foraggio o al grano. Oggi non se ne vedono quasi più, tranne in un posto: a Bastia, sul confine tra il forese sud di Ravenna e Forlì. Forse quell’essere finis terrae l’ha reso un posto vintage (c’è anche la Sagra della Vacca Romagnola). Lì, sulla sinistra da Ravenna, lungo la Via Petrosa c’è una grande alberata. Come quelle etrusche e latine descritte da Plinio e Virgilio, come quelle medievali e ottocentesche. È grande e maestosa, piena di rifugi per gli uccelli, per le lepri e i porcospini, con qualche salice, rovere e rosa canina. Ci sono anche le arnie per le api. È un frammento di paesaggio antropizzato ma meraviglioso, da


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guardare con lentezza, dal quale si può tentare di imparare ad andare avanti con maggiore equilibrio e rispetto.

9 - Il matrimonio tra Santi Muratori e Lina Poletti Ecco un’altra cosa che rende orgogliosa di essere a Ravenna. Particolarmente in questo periodo in cui, avendo figlia in età scolare, sono su un gruppo mamme whatsapp. Qui ho ricevuto il messaggio del Comitato “Giù le mani dai nostri figli”, accorato appello contro l’educazione di genere nelle scuole. Secondo il comitato, l’educazione di genere è degna di un film di Rocco Siffredi. Il Malleus Maleficarum dell’Inquisizione è nulla in confronto: insegnamento della masturbazione a partire dal Nido e via dicendo (forse le mamme di whatsapp un po’ lo sognano Rocco Siffredi che fa workshop esperienziali in mezzo ai cartelloni colorati con le manine). Era una bufala del web, tranquillamente documentabile. Comunque, al messaggio ho risposto che, come le orate e le cernie in natura, ero in passaggio tra generi diversi e quindi impossibilitata fisiologicamente ad aderire. Mi hanno definita violenta. Ero in realtà molto irritata e ho pensato che, proprio a Ravenna, di unioni di genere diverso ce n’è stata una bellissima, fuori dalle righe e assolutamente poetica e gentile: il matrimonio tra Lina Poletti e Santi Muratori, tecnicamente definibile matrimonio a orientamento misto. Dovrebbero fare ricerche e raccontarla questa sto-

ria (soprattutto alle mamme di whatsapp) e impararla a memoria. Lei, Cordula, in arte Lina, scrittrice e femminista, è stata l’amante prima di Sibilla Aleramo, poi di Eleonora Duse e infine compagna di Eugenia Rasponi, contessa ravennate e imprenditrice a Santarcangelo di Romagna (a lei si deve la riscoperta delle stampe romagnole). Lui è stato il vate dell’erudizione ravennate; bibliotecario storico della Classense, intellettuale finissimo e grande dantista. Erano amici d’infanzia e si sposarono in un matrimonio definito “fraterno” nel 1910, al momento dell’interruzione della relazione tra la Poletti e Sibilla Aleramo. Resta, di quel matrimonio, una fitta corrispondenza epistolare. Un’affinità profonda, di testa e di cuore. Quest’unione non è mai stata sufficientemente indagata, e, quando per caso mi ci sono imbattuta, mi ha sempre incuriosito. Mi ha ricordato le relazioni del Circolo di Bloomsbury: il filosofo Bertrand Russel, Virginia e Leonardo Woolf, Vita Sackville West e Harold Nichoson, Lytton Strachey e la pittrice Dora Carrington, l’economista John Maynard Keynes e Lydia Lopokova, Duncan Grant e Vanessa Bell. Tutti fluttuanti (tranne Russel, credo) tra varie identità sessuali. Alcuni, la maggior parte, erano felici, con matrimoni solidissimi e, a loro modo, ricchi di amore. Some kind of loving, dicono in Inghilterra, dove sono più attenti di noi alle sfumature. Ad uso e consumo delle mamme di whatsapp e dei nuovi, tetri, fondamentalismi.

Foto 9: Alcuni componenti del Circolo Bloomsbury (da sinistra, Lady Ottoline Morrell, Maria Nys, Lytton Strachey, Duncan Grant e Vanessa Bell)

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10 - Piazza dell’Unità d’Italia, dietro il Bar Nazionale Confesso che per scrivere questa serei di articoli mi ero stancata di sentire solo la mia voce, piuttosto arbitraria e anche a rischio malinconia e deviazioni prospettiche dovute all’età. Così ho chiesto un’opinione un gruppo di diciottenni della nostra città. Molto spesso lo sguardo di un’altra generazione aggiunge visioni diverse e sghembe. Il che può diventare interessante. Qual è il posto che ti piace e senti più tuo a Ravenna? La risposta iniziale è stata, ma già lo intuivo, un generico «il cen-

tro»: questo strano centro ectoplasmico nel quale i ragazzi e le ragazze sciamano, strusciano, si incontrano, camminano per ore senza fermarsi. Non è più il centro degli anni ’80 della Rinascente in Via Diaz dove si incontravano i Cippols con i capelli a caschetto, le maglie a righe e i jeans larghi sopra e stretti in fondo; né quella dei Clocchers, i fighetti che stavano sotto la Torre dell’Orologio alle 19 con i Camperos e l’Henry Lloyd blu; né quella delle ragazze della Tazza d’Oro, belle, bionde, magre, alte, con gli stivali scamosciati di Sebastian e i jeans di velluto a costine color pastello. Adesso questo centro sembra non aver confini, non ha più punti di riferimento, tracce di raccordo, ma è diventato fluido come un’autostrada virtuale, senza segni visibili, abitudini affettive: uno spazio dove loro passano quasi galleggiando. Però non mi sono accontentata e ho insistito: Ma io volevo sapere qual è il posto dove stai bene? Che ti piace, insomma, dove ti senti bene se ti fermi… Loro hanno risposto all’unisono: «Piazza dell’Unità d’Italia, dietro al Bar Nazionale! Perché è tranquilla, ci si può sedere sulla gradinata, è piccola e non c’è rumore, perché è fatta bene. Perché è polleg, (trad.polleggiato, cioè rilassante ) insomma, hai capito, no?…» La cosa, confesso mi ha un po’ sorpreso, e va contro gli stereotipi generazionali: nessun estremismo ma cose semplici e normali. Un posto intimo nel quale sentirsi accolti e protetti, dove si può chiacchierare senza troppa confusione. Non vogliono una discoteca o un lounge bar modello Miami, ma una piazzetta, semplice, semplice, non troppo impegnativa. Una piccola lezione per archistar e urbanisti.

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100 PER CENTO • SERENA SIMONI

Elogio della strada stretta, pavé sconnesso, zeppa di bici 1 - La città delle parole Serena Simoni • Ravennate, è docente di Storia dell'Arte La sua prima formazione si è orientata alla realizzazione di cataloghi e mostre di arte contemporanea, collaborando con riviste specializzate del settore (“Tema Celeste”, “Flash Art”). Pubblicista, scrive per riviste settimanali articoli di arte, cultura e società. Ha svolto ricerche e catalogato materiale antico a stampa per l'Istituto dei Beni Culturali dell'Emilia Romagna e partecipato a convegni, indirizzando lo studio verso l'arte del '500. In collaborazione con l'Università di Bologna, dove ha insegnato come professore a contratto presso il Dipartimento di Arti visive, si è inoltre occupata di didattica disciplinare e del rapporto fra arte e identità di genere. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni fra cui si segnala il recente saggio su La Colonna dei Francesi (Ravenna, Longo Editore, 2014). Con il testo Spigolando ad arte (Ravenna, Fernandel, 2013), uscito come rubrica sul settimanale “Ravenna & Dintorni”, ha vinto il premio Guidarello. Su Casa Premium cura una sezione di storia dell’arte e critica d’arte.

Anche le parole costruiscono le città: Venezia non sarebbe la stessa senza Josif Brodskij, così Berlino si trasforma grazie a Walter Benjamin quanto Lisbona è in debito verso Pessoa. Ravenna non ha ricevuto che accenni e le parole dei grandi scrittori e artisti qui di passaggio si sono orientate soprattutto ai monumenti e alla sua storia. Nel vuoto, le brevi parole degli abitanti – rigorosamente anonimi – hanno preso il loro spazio sui muri della città: se avete almeno 40 anni potreste ricordare quel fatidico "Peppino vola al cinema" tracciato sulla base della fontana di Marina di Ravenna, il cui motivo sfugge ancora a tutti, tanto quanto la sorpresa fu invece condivisa. Meno nonsense e più frutto di quella salace ironia romagnolaccia è invece "Alé! Svegna in 'tla muraja" (Alé! Picchia duro sul muro, ndr. ), scritta a fronte di una infida curva a gomito su Via Antico Squero, a fianco del Candiano. Un monito a rallentare secondo lo squisito dettato vernacolare, coperto varie volte e ricomparso regolarmente durante ripetute nottate. Definitivamente cancellato con l'abbattimento della parete su cui compariva grazie all'apertura della nuova strada, risulta ai più indimenticabile. Foto 1 Via Antico Squero a Ravenna (foto da web)

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2 - Il grande collezionista Bisigole, cavallucci marini, legni contorti, ossi di seppia, ostriche senza perla: è quello che si poteva vedere in acqua e sulla riva di ogni giorno d'estate quarant'anni fa, mentre i nonni insegnavano con poche parole a individuare i segni delle vongole da pescare. Non ricordo chi mi ha raccontato poi che prima della grande guerra a Marina si poteva vedere una piccola colonia di foche monache (possibile?!). Gli anni '70 ci hanno regalato chiazze di catrame da togliere con la nafta, giocattoli interi o a pezzi, boe, ciabatte spaiate, parti di reti, bottiglie di vetro o plastica, rifuti di ogni tipo talvolta lanciati da aereoplani con striscioni pubblicitari. I segni di un'epoca attraverso i suoi resti, ripuliti dalle maree e disposti secondo una scansione da scavo archeologico.

Dopo il parziale disinquinamento del litorale, la pulizia costante della riva nel periodo della stagione balneare interrompe lo scorrere del tempo: occorre aspettare la bassa stagione e il freddo per recuperare attraverso i reperti buttati in riva dal mare un filo di un racconto che è storico, ma apre anche spiragli sui privati. Non è un cercatore d'oro chi passeggia sulla riva d'inverno, ma solo uno storico, un nostalgico, un voyeur o un poeta.

Foto 2 Lido Adriano - Il grande collezionista di Valeria Botrugno Foto 2a Marina Romea - 7 Dicembre 2014 di Gian Marco Molducci Foto 2b Lido Adriano - Il grande collezionista di Valeria Botrugno

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ELITE ESTETICA CP 2015:Layout 1 14/09/15 14:33 Pagina 83

La saggezza è il riassunto del passato, ma la bellezza è la promessa del futuro. (Oliver Wendell Holmes)

Ravenna via Canalazzo 67 c/o Life Planet mob. 348.8259415

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3 - Chi viene e chi va Molti di noi non riescono tuttora ad accettare lo sviluppo urbanistico e architettonico di Marina di Ravenna: nonostante la generosità del tempo, rimane inadatto e fuori scala l'intervento di Marinara, pesante e cupa la sede del centro civico, del tutto imbarazzante l'arredo disneyano dei contenitori per i rifiuti - tipo salvadanaio gigante dipinti di verde bandiera - lungo il viale centrale (e che importa la giustificazione del famoso designer che li ha inventati? ... ogni oggetto vuole un contesto adatto). In più, rappresenta un'asfissia mentale l'idea del permesso di costruzione di un grattacielo al posto dell'ex Xenos: "un cavolo a merenda" dicevamo da bambini, per indicare qualcosa che non c'entrava nulla-nulla-nulla con quello che c'era. Di nuovo il contesto, ma a quanto pare interessa solo ai bambini. Una città è fatta di cambiamenti, è vero, ma anche di parole, di persone e vita. Cosa rimane di vitale nella capitale in declino della movida anni '90? Molti ravennati non hanno mai rinunciato alla passeggiata sul molo di Marina che – per quanto raddoppiato in piazza d'arme – riesce ancora a legare il chiacchiericcio sommesso dei pescatori alle attese dei passanti, dove navi enormi ogni tanto passano per

il Candiano, causando uno sbalzo nel cuore che fa alzare il braccio al saluto. Foto 3 Canale a Marina di Ravenna - Chi viene e chi va di Valeria Botrugno

4 - La strada di Peynet I fidanzatini di Raymond Peynet si incontravano quasi sempre all'aperto, fra alberi, fiori o seduti su una panchina. La versione ravennate dell'incanto amoroso degli adolescenti ha come sede privilegiata via Galla Placidia, la strada che corre lungo la cancellata del complesso di San Vitale. Luogo prescelto per gli appuntamenti delle giovani coppie di innamorati, è stato definito "romantico" anche dagli adulti, anche se non lo frequentano nella veste di amanti maturi. Di questa strada è interessante il fatto che per tacito accordo sia stata lasciata ad uso delle giovani coppie. Altrettanto piacevole è che l'elezione a luogo di promesse sia avvertito in modo transgenerazionale. E dunque, quali sono le cause di una romantica percezione co-


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mune a grandi e piccoli, per un luogo senza panchine, né alberi o anfratti? Forse la protezione presunta della cancellata o l'ombra dei monumenti che sorvegliano come numi tutelari le coppiette, senza impegnarli in corsi di storia? Un contributo sembra venire dal pavè, consunto dal passaggio dei passi di molti. Forse il silenzio e la luce discreta, a sera, complice un'illuminazione artificiale non bianca o accecante, ma morbida, calda, come nel centro di Parigi. Foto 4 Via Galla Placidia a Ravenna (foto da web)

5 - Vista in sospensione Merita una passeggiata la passerella inaugurata a maggio e sospesa sopra le dune davanti alla vecchia colonia fra Marina di Ravenna e Punta, costruita per preservarne il paesaggio (o quel che resta). Personalmente, devo ad una lezione di gruppo di tanti anni fa tenuta da Nicola Merloni – docente del Liceo Scientifico di Ravenna – il chiarimento sulla delicatezza di questa tipologia di ecosistema, in cui una grande varietà di piccole piante radicano a fatica e crescono poco e lentamente, fornendo un apporto fondamentale alla tenuta delle dune, alla tutela della pineta retrostante e al mantenimento del litorale. Fino a pochi anni fa, nel momento del boom di Marina, centinaia di passaggi a piedi da un happy hour all'altro oltre al parcheggio sulle dune di Suv e LandRover – stile Indiana Jones – lasciavano poca speranza all'ultima porzione di paesaggio naturale della costa ravennate. Scongiurata la costruzione di un megabagno forse più per problemi economici-contrattuali che per le risentite proteste dei cittadini e degli ambientalisti, si è passati ad una linea ecologista. Il

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progetto è stato eseguito in legno di larice, rispettando criteri di tutela ambientali ed estetici (non tutti concordi), il che non è sempre detto dalle nostre parti, dove si sono già abbattuti alberi "perché fanno le foglie e poi si devono pagare gli spazzini". Un unico dubbio ci assilla: ma se questo progetto è pagato da ENI per compensare il territorio delle estrazioni di metano fatte al largo, e se - pare - le estrazioni sono una delle cause principali della subsidenza e della erosione della costa, non è che una mano toglie ciò che l'altra dà? Foto 5 Passerella sulle dune a Marina di Ravenna (foto da web)

6 - La città in rete Fra le prove di candidatura 2019 che si sono susseguite è da segnalare il Festival della Street Art che ha coinvolto writers e muralisti di livello internazionale per operare in alcune zone della città fra cui la Darsena e la zona Stadio. Alcuni interventi hanno suscitato delle polemiche in difesa dell'architettura, brutalizzata - si è detto - dagli interventi. Non entro nel merito della querelle fra tutela dell'architettura d'autore, libertà di espressione dell'arte di strada o legittima disponibilità dei proprietari sui loro immobili (il discorso si farebbe lungo), ma - dimenticando per un attimo gli edifici su cui si trovano

i murales - circoscrivo l'incanto che producono questi lavori. Piacciono per l'allegria che comunicano, la sorpresa che suscitano, il messaggio che incorporano. Millo, ad esempio, sulle pareti dell'Istituto Tecnico Industriale, dipinge il rapporto fra gli adolescenti e la città: due giovanissimi giacciono distesi in mezzo ad un intrico di case e strade, in connessione telefonica con la città contrassegnata dai markers di Google Maps. Il nuovo mondo. Ma dove si possa o non si debba intervenire è un bel dilemma: lasciar perdere gli edifici storici, belli o brutti che siano, e limitarsi a pareti di edilizia minore e a non-luoghi, zone franche che Marc Augé una volta chiamava "non-luoghi" (come il sottopassaggio della stazione)? Lasciare integre le stratificazioni storiche interrogandosi sui confini della salvaguardia o pensare al tempo che trasforma, se pure con una leggerezza reversibile? Foto 6: Murales di Millo sulle pareti dell'Itis di Ravenna (foto di Alberto Giorgio Cassani)

7 - Disneyland Fa ormai parte del tessuto commerciale ravennate e occupa lo skyline di chi transita sull'Adriatica in direzione Rimini, appena superata la città: lì c'è Finisterre, la Tellus mirabilis - terra meravigliosa - che incarna il superamento della vocazione agricola del

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nostro territorio verso il divertificio fatto di giostre spaziali, onde finte, spiaggie riportate, zoo-safari, scivoli giganti. Rimini über alles, con buona pace del profetico Tondelli. Tutti coloro che non frequentano il posto rimangono comunque colpiti dalla grande ruota panoramica che sovrasta la campagna: il cuore di panna lampeggia fin dalle prime brume, evidente per quasi quattro stagioni. Numerosi artisti hanno scelto la ruota come soggetto del proprio lavoro o simbolo del territorio: Moira Ricci la usa come sfondo per una delle cartoline della serie-progetto Saluti da Ravenna (2012) – ironico remix anni '60 – mentre Marco Neri la isola in alcuni fantasmatici dipinti che restituiscono la malinconia del grande gigante nel nulla, una poetica metafora dell'orizzonte dei criceti. Ringrazio lo sguardo degli artisti e dei non abitanti, perchè ci indicano spesso ciò che siamo quasi impossibilitati a vedere.

8 - Del passato, ai margini

pio del vuoto di senso e conseguentemente di progetto che molti monumenti minori rischiano di correre (come ad esempio la Torraccia nella Marabina). Inutile ricordare quale potrebbe esserne l'esito. Nata a ricordo della battaglia del 1512 e della pace raggiunta fra i guelfi e i ghibellini ravennati nel 1562, quando probabilmente venne eretta, è stata ricordata e dimenticata più e più volte, cambiando di senso a seconda dell'epoca: dimenticata la funzione originaria, nel '600 e nel '700 diventa meta del Grand Tour per intellettuali stranieri in visita al luogo della morte del principe Gaston de Foix. All'arrivo dei napoleonici viene abbattuta dai ravennati in quanto simbolo francese, per paura di ritorsioni da parte degli invasori. In epoca romantica, viene cantata dai poeti come luogo dove il sangue del mitico eroe caduto si mescola all'abbandono del posto e alla fragilità della memoria umana. Nel secondo Ottocento è solo un segnacolo storico della battaglia, mentre nel Ventennio viene sarcasticamente ricordata dai fascisti in funzione antifrancese. Un senso su misura per quattro e più stagioni, senza che nessuno ricordi in modo continuativo che si tratta (anche) di un'opera d'arte: minore rispetto ai monumenti Unesco, ma sempre importante.

Su consiglio di un amico giornalista, torno sulla questione della Colonna dei Francesi, non come monumento in sé, ma come esem-

Foto 8 La colonna dei Francesi in una foto degli anni '70

Foto 7 Cartolina Souvenir da Mirabilandia di Moira Ricci - progetto Saluti da Ravenna a cura di Silvia Loddo, Osservatorio fotografico, 2012 - in vendita presso le librerie Dante e Liberamente


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9 - In difesa della botanica Dimenticate Pamela Anderson e quel connubio fra sogno erotico, spiaggia, fiesta perché non esiste, almeno non negli USA. Santa Monica, la baia dove è stato girato Bay Watch, possiede sì una spiaggia lunga diversi chilometri e lambita da palme altissime, ma non ci sono lettini, né ombrelloni, né bar. La gente scende in spiaggia con un telo da stendere per terra e amen. Se la California sembra un incrocio fra il Parco naturale dell'Uccellina e un resort per surfisti e pensionati, da dove salta fuori la movida costiera che colpisce tutta Europa? Anni fa l'autorevole Times stilava la classifica delle spiagge più "in" mettendo al primo posto il Maki Hotel a Turkbuku, in Turchia, un luogo talmente lussuoso in cui si spende solo perchè si inala aria fatto di luci soffuse, legno, contrasti di bianchi e palme gigantesche. Secondo posto al Turquoise di Rimini: bagno composto da grandi quadratoni tipo monopoli, con lettini, tre bar e piste per ballare. Di nuovo legno, luci verdi e rosa, divanetti bassi e ... palme. Più giù il Bloomingdale in Olanda che ha sedie in legno, divanetti color grigio e naturalmente uno spruzzo di palme, qui un po' meno sviluppate, oltre al Nassau di Ibiza – teatro di sfilate osé in passerella e grandi feste a tema – il cui arredo è di legno, con luci soffuse e divanetti-bandiere-sdrai bianchi. Immancabili le palme. La formula ricorda un vecchio giochino da computer che si intitolava Beach Life in cui si costruiva un pezzo di spiaggia comprando alberghi, bar, discoteche e palestre, piccole torri da bay-watcher, piscine, lettini e servizi. Il giocatore poteva creare feste, vendere alcolici e monitorare il grado di soddisfazione dei clienti come un grande fratello. Difficile dire che colori avessero gli arredi - posso immaginare molto

bianco, tanto legno, qualche bandiera - ma sono certa che si potevano comprare tante palme. Foto 10 Spiaggia a Marina di Ravenna - Totobeach di Arianna Sansavini

10 - L'angolo Ci sono luoghi in cui precipita il senso della nostra relazione personale con la città in cui viviamo. Non è detto che sia un luogo famoso, né bello, con monumenti illustri o negozi di lusso: quello che rimanda un luogo è il legame con quello che facciamo e che siamo, quello che segnala l'appuntamento con noi stessi. La strada che mi piace – dedicata a Carlo Matteucci, scienziato forlivese e per un periodo farmacista dell'ospedale di Ravenna – è insignificante sotto vari punti di vista. Addirittura scomoda per chi deve passare, piena come è di biciclette messe in modo da costringere a slalom e imprecazioni. Eppure mi è cara per la sua dimensione ridotta, la pavimentazione sconnessa e la costante presenza di giovani che vanno a studiare o semplicemente ad incontrarsi in Classense, la cui facciata si erge austera a chiudere la vista. Ravenna è in queste presenze, nelle biciclette ammucchiate, nelle scritte sui muri, nei verdi giardini che si indovinano dietro, tanti ma nascosti agli occhi dei passanti. Foto 10 Via Carlo Matteucci a Ravenna di Gian Marco Molducci

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SERENA SIMONI praticabile, la pubblicità è tanta da disgustare anche una multinazionale (ma questo non c'entra con gli spazi). Si sente l'assenza di cinema a misura d'uomo, quelli da raggiungere in bicicletta: tutti scomparsi o trasformati in ristoranti ad eccezione di due. Un unico è sopravvissuto in periferia, con la sua massa sgraziata anni '70 che ha resistito al restyling più recente, il suo biancore appariscente, la megascritta sulla sommità, così rassicurante negli inverni nebbiosi di Via Trieste. Foto 9 Cartolina Astoria di Cesare Fabbri - progetto Saluti da Ravenna a cura di Silvia Loddo, Osservatorio fotografico, 2012 - in vendita presso le librerie Dante e Liberamente

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11 - Cinema Circonvallazione esterna Ravenna per andare al multiplex: ok, ci andiamo se il film imperdibile lo proiettano solo lì. Va detto fuori dai denti che un bel numero di ravennati non ama andare al Cinema City, che pure è ormai meta obbligata per molte famiglie e orde di giovanissimi. Cosa non va nel mega complesso ormai parte integrante e significativa della periferia urbana ravennate? Risposta: assomiglia molto ad un grande centro commerciale e poco a un cinema sia dal punto di vista estetico che funzionale, il sabato e la domenica è im-

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A 3/4 km dal centro di Ravenna - zona sud, splendido casolare (ex casa colonica) dalla tipica impronta romagnola, completamente e finemente ristrutturato con materiali ricercati e di alto pregio oltre a grande dependance soppalcata.  Piano terra di circa mq. 115, grande caratteristica cucina, zona living, bagni e servizi di dispensa, lavanderia e stireria. Al primo piano4 camere da letto, 3 bagni, il tutto incorniciato da un'atmosfera magica di travi a vista, luci e colori da meraviglia. Grande giardino di circa mq. 2500. Classe energetica G ep.249,52 ₏ 650.000,00 tratt.

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100 PER 100 • MARINA MANNUCCI

Nel senso della partecipazione Marina Mannucci • Negli anni ’70 ha svolto volontariato presso l’Istituto Cavazza per non vedenti e attività didattica per le comunità nomadi di Bologna. Capo Reparto per nove anni del Credito Italiano di Bologna, a Ravenna ha co-diretto per dieci anni la Scuola Materna e Doposcuola “il Girotondo”, realizzando laboratori didattici. Ha progettato, in collaborazione con il Sert, l’iniziativa “Giocare con l’arte”. Nel settore dei beni culturali – di cui è Tecnico della Conservazione – ha svolto attività di ricerca in Messenia e conferenze in collaborazione col prof. Andrea Emiliani (Facoltà di Beni Culturali). Ha coordinato il progetto dell’Asilo aziendale “Domus Bimbi” ed ha operato all’interno del Centro di Documentazione di Tuzla. È stata docente di Cittadinanza attiva presso Istituti secondari superiori. È coordinatrice del Circolo delle lettrici e dei lettori, in collaborazione con Ravenna Teatro. Fa parte del Comitato Rompere il Silenzio, del gruppo Rottama Italia ed è volontaria di Avvocato di Strada. Nella rivista si occupa di temi riguardanti l’antropologia sociale e l’ambiente.

1 - Ambientarsi Nella primavera del 2015, i volontari di Skillshare Ravenna, Legambiente, Fiab, Associazione Naturista e Emergency, decidono di realizzare l’idea di Ermes Donati di piantare alberi lungo la pista ciclabile che parte da Ravenna ed arriva a Punta Marina. Dopo essere stati autorizzati dal Comune, hanno scavato buche, preparato il terreno e messe a dimora 80 piante. È stato poi avviato il progetto “A-Mare nel Verde”, per chiedere ai ciclisti, ai podisti che passano lungo la ciclabile di “adottare” una pianta e annaffiarla ogni volta che si trovino a passare di là, con un po’ d’acqua portata da casa o presa alla fontana lungo la ciclabile. «Arrivato dove desiderava, cominciò a piantare la sua asta di ferro in terra. Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopo di che turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. Supponeva che fosse una terra comunale, o forse proprietà di gente che non se ne curava? Non gli interessava conoscerne i proprietari. Piantò così le cento ghiande con estrema cura. [...] Ne aveva piantate centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla». Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi.

Jean Giono L’uomo che piantava gli alberi Milano, Salani, 2004 Tra i monti della Provenza un uomo solitario, all’età di circa 50 anni, inizia a piantare 100 ghiande al giorno con la speranza di veder nascere un bosco di querce. Le pianta in un suolo ed una terra che non gli appartengono ma da cui è semplicemente circondato. Dopo alcuni decenni, quel sito desertico e desolato si trasforma in un luogo pieno di alberi e di vita.

Foto 1: Volontari, piccoli e grandi, del progetto “A-Mare nel Verde” (foto di Daniela Mingozzi).

2 - Utopie frammentarie La Darsena che vorrei, progetto partecipato del Comune di Ravenna svoltosi tra agosto e dicembre 2011, ha avuto come obiettivo di concorrere a delineare le linee guide del Piano Operativo Comunale (Poc) tematico, ovvero del piano urbanistico che avrebbe dovuto ridisegnare un’intera area cittadina storicamente dedicata all’industria e al trasporto marittimo e pian piano nel tempo abbandonata dalle produzioni. La progettazione partecipata affonda le sue radici nel periodo che va tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo ad opera di Patrick Geddes. Nel suo Cities in Evolution (1915), Geddes teorizzava uno strumento di risanamento e pianificazione della città e del territorio in maniera ecologica, che avrebbe dovuto generare connessioni e com-prensioni tra i luoghi, la gente e ed il lavoro. Alla luce di anni di sperimentazione è sempre bene tenere a mente alcuni rischi, o trappole, che l’applicazione della partecipazione ai processi di progettazione può comportare. Due trappole di carattere generale sono (Paolo Fareri Rallentare, note sulla partecipazione dal punto di vista dell’analisi delle politiche pubbliche, paper non pubblicato, 1999): • la partecipazione “piace”, ma non basta mettere i soggetti attorno a un tavolo perché si produca magicamente una buona progettazione; • la partecipazione può essere facilmente manipolata, e strumentalizzata, a favore degli interessi specifici e impliciti dei soggetti più potenti di un setting partecipativo. Un ambito partecipativo è normalmente caratterizzato dalla presenza d’interessi specifici e da un’ineguale distribuzione di potere e di conoscenze. Se ben condotto, il processo che scaturisce da tale contesto può corrispondere a un percorso di costruzione positiva del consenso che rimette in gioco e ridiscute profondamente gli interessi e i valori portati da ciascun partecipante. In una situazione così fluida il rischio “tecnico” è quello di accettare una


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visione “neutrale” del processo, mentre il rischio “politico” è quello di enfatizzare la partecipazione per presentare come condivise decisioni in realtà già prese altrove.

Luigi Zoia Utopie minimaliste Roma, Chiarelettere, 2013 Le “utopie minimaliste” sono obiettivi di buon senso per cui vale la pena lottare. Sono le domande dei cittadini che però restano inevase dalla politica. Sono l’ultima forma di resistenza al degrado non solo sociale e morale ma soprattutto delle nostre menti.

Foto 2: Affissione dei ritratti fotografici dei cittadin* che hanno collaborato alla Progettazione partecipata della Darsena di Ravenna (foto di Alberto Giorgio Cassani)

3 - Graffiti di un’umanità resistente La Cooperativa Agricola Braccianti (Cab) di Mezzano (una frazione di Ravenna) decise, nel 1919, di fondare un teatro per i suoi soci e per tutto il territorio circostante – abitato perlopiù da mezzadri, contadini e braccianti –, per incontrare la cultura altrimenti molto lontana e affrancarsi così da una condizione di assoggettamento sociale e civile. I braccianti erano stati in prima fila e protagonisti nella bonifica delle terre attorno al fiume Lamone. Nel 1918 i soci della Cab maturarono la convinzione di indirizzare i loro modesti guadagni verso il “ben-essere” delle loro vite, e individuarono due possibilità: case per i braccianti o teatro per il territorio. Nel 1919 l’assemblea dei 620 braccianti votò. Vinse il Teatro. E fu deciso di costruirlo accanto all’argine del Lamone, il fiume da poco domato. Fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, finita l’epopea bracciantile, il Teatro ha cessato la propria attività ed è stato dimenticato. Di fronte al rischio del suo abbattimento, il Teatro sottratto alle ruspe è stato salvato con un’azione d’interposizione civile ma attende paziente da anni la sua rinascita e restituzione al territorio. I braccianti di allora indicano la strada, “Lavoro Cultura Polis”, da costruire attraverso la partecipazione, come anche l’Europa sembrerebbe indicare. Recuperare, risignificare, riconvertire: dalla crisi alla partecipazione che progetta e “rimette al mondo”.

4 - Memoria, storia ed oblio Nel 1737 viene modificato il corso dei fiumi Ronco e Montone che sono portati in un unico cavo, i Fiumi Uniti, che interrompe il canale Panfilio alla cui foce funzionava il porto Candiano. Il sito più idoneo per l’imbocco del nuovo porto canale è nella grande insenatura della Baiona, dove esiste un approdo alla foce dello scolo della città, la Fossina. I lavori di adattamento del porto Corsini inducono la Comunità e la famiglia Cavalli (titolari e gestori dei servizi sul porto) a costruire nuovi edifici e nel 1764 viene edificato il Casone di Sanità, noto in seguito come “Fabbrica Vecchia”, mentre nel 1881 i marchesi Cavalli erigono il “Marchesato”. Dopo l’unificazione viene eretto un nuovo faro e la sede della Capitaneria di Porto che, in tal modo, lascia la Fabbrica Vecchia. Da allora quell’imponente edificio ed il Marchesato perdono le antiche funzioni e vengono adibiti ad alloggi per le famiglie di pescatori e braccianti (Breve storia di Marina di Ravenna di Pericle Stoppa). Il Piano Operativo Triennale 2012-2014 dell’Autorità Portuale prevedeva il recupero ad uso pubblico della Fabbrica Vecchia e del Marchesato. Al ricevimento dei contributi statali per l’escavazione dei fondali, i risparmi derivanti dai ribassi d’asta, insieme ad altri contributi statali, sarebbero dovuti servire per gli interventi di restauro del complesso storico. Con il piano 2015-2017 è stato però deciso di rimandare l’intero recupero del complesso storico Fabbrica Vec-

Tomaso Montanari Privati del patrimonio Torino, Einaudi, 2015 La religione del mercato sta imponendo al patrimonio culturale il dogma della privatizzazione. Ma se l’arte e il paesaggio italiani perderanno la loro funzione pubblica, tutti avremo meno libertà, uguaglianza, democrazia. L’alternativa è rendere lo Stato efficiente. Ma non basta: dobbiamo costruire uno Stato giusto.

Foto 3: Particolare della parete ovest del teatro di Mezzano (RA) (foto di Alberto Giorgio Cassani).

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MARINA MANNUCCI chia e Marchesato all’esito della richiesta fatta allo Stato di utilizzo dell’otto per mille dell’Irpef; in mancanza di tale finanziamento, non sarà possibile dare corso all’intervento. Secondo il Comitato di salvaguardia della Fabbrica Vecchia e Marchesato, l’Autorità Portuale si è di fatto sottratta agli impegni presi.

Paul Ricoeur La Memoria, la Storia, l’Oblio Milano, Raffaello Cortina, 2003 Si parla di dovere della memoria di fronte a certi usi scaltri della strategia dell’oblio, grazie ai quali ci si impegna a non vedere, a non volere sapere, ad elidere la messa in questione del cittadino attivo e soprattutto passivo. In questo senso nei confronti di tale pratica dell’oblio il dovere di memoria significa il dovere di non dimenticare.

Foto 4: Interno di una stanza della Fabbrica Vecchia a Marina di Ravenna (foto di Alberto Giorgio Cassani).

5 - Fino alla fine del mondo

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Il 4 agosto scorso l’assessore all’Ambiente Alberto Bellini, alla guida delle politiche ambientali del Comune di Forlì dal 2009, così motiva le sue dimissioni: «Le idee e gli impegni assunti con i cittadini forlivesi su ambiente e inceneritori richiedono una con-

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divisione con i livelli regionale e nazionale, condivisione che richiede obiettivi e tempi precisi. Come amministratore so bene quanto è difficile assumere scelte nette che vanno contro molte posizioni “storiche” o “controcorrente”. Tuttavia, l’attuale crisi ambientale e climatica non lascia spazio e tempo a mediazioni. Oggi l’inceneritore di Forlì è stato classificato come impianto di recupero energetico (R1) ex art. 35 “Sblocca Italia”, con parere contrario del Consiglio Provinciale, Sindaci e Amministrazione Comunale. Tale modifica prefigura la possibilità di aumentare la portata dell’impianto, trattare rifiuti speciali, e urbani extra-provinciali. Avevo un mandato preciso da parte dei cittadini forlivesi, mandato che ora non sono sicuro di poter rispettare. Come annunciato più volte, ritengo necessario un mio passo indietro».

Trashed documentario, regia di Candida Brady Festival di Cannes, 2012 Stiamo avendo un impatto ecologico sul nostro ambiente nella sua totalità. Ogni giorno buttiamo nell’ambiente cose che non si degradano. Jeremy Irons accompagna gli spettatori in un viaggio attraverso i cinque continenti per mostrar loro in che modo l’inquinamento sta mettendo sempre più in pericolo l’esistenza del genere umano.

Foto 5: Senza parole. Darsena di città - Ravenna (foto di Alberto Giorgio Cassani).

6 - Manifesto per cambiare l’educazione Edgar Morin, nel libro Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione, Cortina Raffaello, 2015, chiede che ogni università istituisca una cattedra di “comprensione umana”: sarebbe il luogo in cui prendere coscienza dei condizionamenti subiti, e che marchiano infanzia e adolescenza. La pratica inter/multi/trans-disciplinare proposta da Morin connette i saperi all’esigenza del ben vivere e di una vita buona; si tratta di sviluppare le proprie attitudini, trasformando le conoscenze acquisite in sapienza, in arte di vivere. Il compito dell’educatore è ancora quello che indicava Rousseau nell’Emilio: «Vivere è il mestiere che voglio insegnargli». La virtù specifica del docente è la benevolenza, rileva Morin, quella che non deve mancare in chi dispone di autorità, una virtù che non si impone ma si diffonde, mediante un clima partecipe ed erotizzato. Di qui l’elogio dell’Eros, perché dove non c’è amore, ci sono problemi di carriera e di noia per l’insegnamento. Rimane l’antica domanda: “chi educa gli educatori?”. La risposta di Morin è che debbono auto-educarsi con l’aiuto degli educati, nel tempo in cui si aprono spazi di una democratizzazione della cultura. Al momento comunque non esistono meccanismi di formazione che certifichino il possesso di umanità. Foto 6: Michael Newman alla tavola rotonda “The Summerhill school e il Manifesto dei Diritti Naturali di bimbe bimbi” svoltasi al Liceo Classico “Margherita di Savoia” il 14 settembre 2013 (foto di Alberto Giorgio Cassani).


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7 - “Esistere ritualmente è far trovare”

Foto 8: Mercato coperto, Ravenna (foto di Alberto Giorgio Cassani).

«Ben vide Simonide o chiunque ne sia stato l’inventore che le impressioni trasmesse dai nostri sensi rimangono scolpite nelle nostre menti e che di tutti i sensi il più acuto è quello della vista. Per cui dedusse che la memoria conserva molto più facilmente il possesso di quanto si ascolta o si pensa quando le loro sensazioni entrano nel cervello con l’aiuto della vista. In questo modo la rappresentazione con immagini e simboli concretizza le cose astratte ed invisibili con tanta efficacia, che riusciamo quasi a vedere realmente mediante immagini concrete quel che non siano capaci di percepire col pensiero». Marco Tullio Cicerone, De Oratore, II, LXXXVII, 357.

9 - Segnali di senso Il cantautore, chitarrista, attivista giamaicano Bob Marley era solito affermare: «Vivi per te stesso e vivrai invano; vivi per gli altri, e ritornerai a vivere». Da due anni Silvia Miglietti, Franca Strumbo e Emanuela Zecchini, gerenti del supermercato A&O di via Classense 76 a Classe (Ra), do-

Foto 7: Monumento celebrativo per il Sindaco Pier Paolo D’Attorre, aprile 2000, ideato dall’artista Mathias Biehler e realizzato dagli studenti delle scuole di mosaico di Ravenna sotto la direzione di Luciana Notturni (foto di Alberto Giorgio Cassani).

8 - Immorali rinvii Un giro nel mercato coperto è il modo migliore per cominciare la visita di una città. Da Rotterdam a Istanbul, passando per Barcellona, Bilbao, Firenze e Berlino, i mercati coperti sono luoghi ricchi di fermento già alle prime ore dell’alba e di forte interesse per cittadini e turisti: «[...] la Rambla si stava riempiendo del trambusto consumistico della sera e Carvalho oltrepassò lo scudo appeso all’ingresso del Mercato della Boqueria […]. Comprò della coda di rospo e del merluzzo freschi, un pugno di vongole e peoci, alcuni gamberoni. Dalle sue braccia pendevano le borse di plastica bianca piene di tesori e si mise a camminare nel placido risveglio serale del mercato» (Manuel Vázquez Montalbán). Proclami, annunci, conferenze stampa si susseguono, ormai laconici, riguardo ai motivi dei rimandi dell’avvio del progetto di recupero-restauro del mercato coperto storico di Ravenna. Passano gli anni, e l’edificio continua a rimanere silenziosamente e tristemente in abbandono. Eppure riportare in vita questo luogo in un’ottica contemporanea, non è cosa ardua, anche per amministratori che malauguratamente dovessero essere “senza qualità”. Il recupero di un mercato coperto è sostegno all’integrazione, sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita di una comunità, è d’interesse per una pianificazione urbana, centrale nella sostenibilità ambientale, nella creazione di nuovi posti di lavoro e imprenditoriali e nel supporto alla produzione culturale e creativa di una città.

Manuel Vázquez Montalbán, Ricette Immorali Milano, Feltrinelli, 2002 Mangiar bene, e bere ancor meglio, rilassa gli sfinteri dell’anima, sconvolge i punti cardinali della cultura repressiva e prepara alla comparsa di una comunicabilità che non va sprecata.

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nano periodicamente alimenti del loro negozio ad alcune famiglie in emergenza alimentare. Gesti semplici, agiti senza clamore che racchiudono e danno una prospettiva di senso ai misteri del vivere.

Marcel Mauss Saggio sul dono Torino, Einaudi, 2002 I doni, da noi, si fanno e si ricevono a Natale o in occasioni stabilite come i compleanni. Non è considerato “normale” fare regali senza un motivo specifico: il dono è un’eccezione, dove la regola è tenere per sé le proprie cose e ottenerne altre tramite l’acquisto o lo scambio. L’antropologia ci ha invece offerto molti esempi di società presso cui il dono costituisce uno degli elementi fondanti. Mauss, nel suo saggio, mette in evidenza che il dono non è mai gratuito ma non è neppure uno scambio a fine di lucro. È piuttosto un ibrido poiché chi dona si attende un “controdono”. Negli oggetti donati esiste un’anima che li lega al loro autore, ciò li rende quasi un prolungamento degli individui e tesse una rete di rapporti interpersonali.

Foto 9: Silvia Miglietti e Emanuela Zecchini, due delle tre socie, davanti al loro punto vendita A&O di Classe (foto di Alberto Giorgio Cassani).

10 - L’isola del mito Concludo questa serie di immagini della città in cui ora abito con un pensiero alla Sicilia dove invece ho trascorso parte della mia adolescenza. «Da lei come da tutti i siciliani che ho conosciuti, io non ebbi che gentilezze» (Cesare Brandi). Durante l’estate del 1970 andai a trascorrere alcuni giorni di vacanza ad Acitrezza nella casa estiva della famiglia di una mia compagna di scuola. Credo sia stato in quell’occasione che capii di avere un legame profondo con i luoghi e la storia di quest’isola, pur non essendovi nata. Da allora ho sempre pensato che è in una minuscola e francescana dimora che si affaccia sul mare di quest’isola che vorrei volgere il mio ultimo e scherzoso sguardo. L’indizio di un richiamo che durante il mio nomadismo non mi ha più abbandonata.

Cesare Brandi Sicilia mia Palermo, Sellerio, 2003 In Sicilia mia, del 1989, sono raccolti impressioni e appunti di una vita su una terra intensamente amata – e disperatamente: per le tante ferite che queste note denunciano.

Foto 10: Acitrezza (CT) (foto di Alberto Giorgio Cassani).


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Una promessa fatta alle vecchie pietre 1 - la Torraccia Marco Turchetti • Tre volte papà, architetto e ambientalista. In coincidenza con la laurea ha cominciato a lavorare presso lo studio di Stefano Zironi a Bologna occupandosi del restauro di edifici storici, nel 1994 apre un suo studio a Ravenna. Dal 1996 inizia una collaborazione con la Compagnia del Progetto e l’architetto Carlo Maria Sadich seguendo la progettazione e la realizzazione degli interventi di recupero e riqualificazione al quartiere San Giuseppe (ex Villaggio ANIC). Cooprogettista insieme a Sadich del restauro della “ex Casa del Mutilato” di Ravenna, del complesso residenziale “Coop Village” del Centro Commerciale di Vicinato “Mercato dei Goti”, tutti lavori nei quali il ruolo dell’architetto, oltre che di progettista, è anche quello di coordinatore delle diverse ed eterogenee figure professionali coinvolte nell’iter progettuale, nel quale vengono chiamati a partecipare anche artisti che, autonomamente, contribuiscono alla “narrazione” architettonica. Da sempre interessato ai temi dell’ecologia, dell’architettura biologica e della progettazione sostenibile, ha negli ultimi anni indirizzato la sua attività in questo senso facendone assunto e postulato necessario ad ogni tipo di intervento. Collabora dal 2010 con la rivista “Trova Casa Premium” ora “Casa Premium” tenendo ogni mese la rubrica “Città Sostenibile”

Un ragazzo un giorno fece una promessa, la promessa di averne cura, di curarne gli affanni senili, di ridarle vita e funzione di accompagnarne un pezzo di storia, tenendole la mano. Ormai uomo, il giovane, vive, lavora, fa e disfa, corre, sbanda, sbaglia e riparte, insomma vive, vive una vita piena, dura ma piena e fra le tante cose sovente il pensiero torna, torna alla Torre. Sempre, passando anche da lontano, il suo sguardo la cerca, ne parla ai suoi figli, gli racconta di come si sono conosciuti e voluti bene, di come ancora se ne vogliano tanto, nonostante la lontananza, nonostante la vita. Vorrebbe spiegargli, vorrebbe tanto che i suoi figli capissero che la bellezza, è di per se stessa una preghiera, che la natura, l’arte, le antiche architetture non sono per uomini rinchiusi nelle loro gabbie di paura. Che bisogna sempre avere un punto di partenza o di arrivo, un punto di riferimento continuo che non può essere abbandonato, che deve sentire la febbre di una attenzione continua e particolare. Così quel ragazzo di una volta ora sa, sa che prima o poi quella promessa, fatta alle vecchie pietre, verrà onorata, che riuscirà a ridare vita e dignità alle calci e argille cotte, che uno dei suoi

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giovani sogni diverrà realtà. Non sa quando e poco importa perché ciò che realmente conta è continuare ad alimentare il desiderio, e che questo luogo e il nostro mondo sarà finalmente meraviglioso quando riusciremo a guardare con amore anche i muri e tutta la gente, dei nostri paesi…

2 - la Chiusa Ci sono luoghi che, nel corso della vita di ciascuno, rappresentano dei veri e propri punti di riferimento. Luoghi da cui si è partiti, luoghi a cui si è approdati, luoghi verso cui si ritorna, luoghi che comunque e in ogni caso formano e ricorrono. La Chiusa di San Marco, per me è uno di questi luoghi, una vera e propria palestra di libertà! Avevo nove anni quando andai ad abitare in una casa distante appena 200 metri dalla Chiusa che da subito diventò meta prediletta dei miei pomeriggi estivi. Le esplorazioni sulle sue scoscese sponde, sugli scogli della riva sinistra, sulla sua spiaggetta di destra, i fitti canneti, la magia del suono dell’acqua quasi sconosciuto quaggiù nella bassa, erano un’attrazione alla quale non potevo e non sapevo resistere. Imparare a pescare, nuotare nelle scure acque, raccogliere creta

dal greto, imparare a riconoscere specie anfibie e ittiche erano la pratica quasi quotidiana che attraverso incontri con personaggi pittoreschi e generosi mi insegnavano la vita. A lei ho legato alcuni degli episodi più significativi ed importanti della mia formazione: il primo inesperto gioco amoroso, gli sfoghi di una rabbia urlata che assorbiva mediando, il vero amore dichiarato con una piccola rosa bianca… Credo che ognuno di noi abbia la propria “Chiusa”, luogo quasi sacro, cattedrale della propria fede nella vita, meta comunque di periodici pellegrinaggi in cui compiere piccoli viaggi reali o metaforici, che implichino nessi con la memoria o la ricerca spirituale. Tornate ai vostri luoghi, tornate nelle vostre palestre di vita, fatelo con devozione tornate spesso alla vostra “Chiusa” che pardossalmente vi manterrà ...aperti.

3 - San Lorenzo, Filetto Il fascino dei luoghi si accompagna al loro destino e spesso a un sentimento di abbandono. Esiste cioè una bellezza particolare nella polvere che il tempo disperde nei luoghi e una seduzione singolare nei brandelli delle cose che non servono più.

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L’abbandono livella i destini, i ruderi sono simili nel colore, negli spacchi, nelle infestazioni della natura. I muri, sono pieni di tutte le vite di chi ci ha preceduto, delle lacerazioni delle guerre, della furia della natura. L’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose. Le sontuose ville di campagna, ad esempio, oggi somigliano a quelle dimesse abitazioni dei contadini. Tutte sono segnate da crepe e coperte di edera . Anche la più nobile dimora non è diversa dall’umile chiesa campestre di San Lorenzo a Filetto. Entrambe sono prive di orpelli e hanno assunto il colore della terra.

Bisogna sentire l’urgenza di guardare le cose inutili e vecchie cui dare significati nuovi. I paesi abbandonati, benché esprimano una poetica stramba e malinconica, non sono privi di una gioia speciale, quasi tattile. È importante toccare la superfice delle case, la loro pelle ferita e sentire in che modo resistono al tempo. In questi luoghi, se la fine è venuta è anch’essa passata: non sono morte perché anche la morte da qui se ne è andata. I ruderi stanno lì, imperfetti e pericolanti, come un canto alla durata. I nostri ruderi sono lo spaccato di un paese franante e crudele, nel quale, figure decise e disperate, lottano per curare le ferite di un mondo di vinti.


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4 - Arte silente Se, «l’arte è una manifestazione dell’intelligenza dell’uomo e se nessuno può definire i segni, i limiti, le ragioni le necessità», come teorizzava Lucio Fontana, “l’intelligenza” di un’artista consiste nell’aver raggiunto quei limiti e quelle ragioni in una poetica che ha conquistato una risolutiva stabilità in uno stato in cui non

sono permesse facili cadute neoavanguardistiche, ma dove si delinea un raggiunto equilibrio tra intelletto e poesia. Forse molti di voi non lo sanno o solo semplicemente non se ne sono accorti ma se entrate nella piazza dei Goti nel quartiere Anic a Ravenna è possibile ammirare un’opera singolare e straordinaria (dove l’artista ha lavorato con la “Compagnia del Progetto”, Franco Purini, Carlo Maria Sadich e Francesco Moschini) dove la

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grande installazione, che perfeziona uno dei prospetti della piazza, ci mostra l’aspetto lirico dell’arte di Roberto Pietrosanti. Accanto alle rigorose ripartizioni razionali della tecnica, esiste, in parallelo, l’equilibrio di una composizione solidamente strutturata con lo stesso ordine compositivo, che gli è caratteristico, ottenuto tramite la giustapposizione di materia e spazio che, per mano dell’artista, subiscono una trasformazione, non in senso simbolico, bensì in senso formale, così da ottenere una corrispondenza perfetta tra l’idea e la sua concretizzazione. Sono tesi di una poetica sempre attenta agli scarti minimi, minime grandezze morali che permettono a Pietrosanti di segnare quel millimetrico spostamento dal già detto, dal già visto, dal già fatto che concede una straordinaria dignità ad ogni sua opera. Sono queste le cose che in silenzio, senza rumore o proclami rendono più bella e più ricca la nostra città.

5 - Padelloni [Ravenna] […] Lungo il canale gli uomini pescano con strane reti sollevate da gru, come grossi insetti dai tentacoli smisurati, due protesi in avanti e due indietro, unita da un’immensa rete di una maglia delicata: essa si cala nell’acqua con un movimento lento e furtivo e, quando viene sollevata, si osserva il pesce saltare nel centro. Alcune di queste creature fantastiche, quasi viventi, minacciano il mare stesso dalle assi e dalle pietre ammucchiate che avanzano sull’acqua su due lunghe linee fino a formare uno stretto porto […]. A. Symons, Cities of Italy (1907)

Difficile sarebbe immaginare il nostro paesaggio, dei fiumi, delle valli e finanche dei moli senza la presenza dei capanni da pesa: i padelloni. Quasi impossibile sarebbe pensare e immaginare che questi ambienti sarebbero più belli senza di loro, come pensare che Ravenna fosse più bella senza il Candiano. L’ambiente, specialmente quello d’acqua è così perché oltre duemila anni di profonda antropizzazione lo hanno plasmato e, se è vero che ha un valore, dobbiamo trovare il modo di mantenerlo senza renderlo un museo ma al contrario continuando a coltivarlo come fosse l’orto di casa. Le opportunità che si prefigurano per questi luoghi sono molteplici ma due linee principali di sviluppo sembrano chiaramente emergere: la valorizzazione della vocazione turistica, ricreativa ed escursionistica dei capanni da pesca e l’integrazione del capannista nei processi di monitoraggio dell’ecosistema acquatico e fluviale a supporto di una gestione sostenibile delle aree umide del territorio. Il programma di riqualificazione dei capanni avviato dal nuovo “regolamento Comunale”, può finalmente innescare un processo virtuoso in cui la bellezza, la tradizione e la storia delle nostre valli diventa finalmente un bene comune a beneficio di tutti.

6 - Fiore d’autunno Quando da fanciullo vagavo per i campi nei pomeriggi oziosi di settembre e ottobre ero letteralmente rapito da queste gialle esplosioni floreali e spesso mi fermavo a raccoglierne un grande mazzo da far dono alla mia mamma.

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La natura non spreca nulla, e i primi giorni d’autunno riservano sorprese floreali straordinarie. Giallo a ricordare il sole dell’estate che ci sta per salutare: è questo il colore dei capolini del Topinambur (Helianthus tuberosus). Il Topinambur però ha qualcosa in più: è un’erbacea perenne, vive dunque per molti anni. Si può coltivare anche in giardino e darà spettacolo per tutto l’autunno. Dominatrice incontrastata dei bordi dei campi e degli incolti, è facile vederla sulle rive dei fossi o gli argini dei fiumi: i fiori che crescono sui forti steli svettano gioiosi, strappandoci un sorriso e destando la nostra ammirazione per il vigore di questa pianta indomita, che rinasce ogni anno più grande. Questa è una creatura irriverente quindi, non chiedetele di essere ordinata: di carattere è esuberante. E dopo la fioritura in autunno,

che succede? Facile, il Topinambur sparisce, ma non muore. Sottoterra, il tubero riposa tranquillo incurante di freddo, per rispuntare a primavera con nuovi germogli. Proprio quando inizia il suo letargo, è il momento giusto per portarlo in tavola. Infatti, morti foglie e fusti, si può estrarlo dal terreno in inverno per usarlo in cucina: le ricette non mancano, dalla bagna-cauda tradizionale a, per esempio, le frittelle di topinambur… Una delizia per il suo sapore che ricorda il carciofo con una nota più dolce. Insomma, una pianta dalle mille opportunità, forte, bella e buona.


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7 - Argini L’attuale stato dei nostri fiumi, assieme a tutti i canali derivati, e alle valli e piallasse, sono il risultato di un incessante quanto indispensabile opera di bonifica per la salvaguardia e buona gestione del territorio. Tutta la popolazione rurale ma anche quella cittadina, a vario titolo, partecipava alle vicende dei fiumi; di conseguenza, nella logica di appropriazione culturale del territorio, ne conosceva il variegato percorso. Un’appropriazione difficile, poiché i fiumi hanno prerogative ambivalenti e contraddittorie: sono amici ma possono essere grandi nemici e riservare drammatiche sorprese, specialmente se il loro carattere è sottovalutato. L’assetto delle acque sia per i lavori di trasformazione che di conser-

vazione era conosciuto e ampiamente praticato. Molti dei nostri anziani, potevano permettersi di dichiarare di conoscere il territorio, nessuno meglio di quanti abitavano nei pressi del fiume era in grado di valutarne il suo stato, di intuirne i possibili pericoli e, quindi, di suggerire di quali interventi abbisognasse. Lo sapevano bene i nostri braccianti e i primi cooperatori ravennati che esportarono ovunque la loro fatica e la loro perizia nel regimentare le acque. Gli sforzi profusi da sempre per avere il governo delle acque davano al rapporto dell’uomo con il fiume un carattere epico; il suo non infrequente sfuggire al controllo lo circondavano di un’aura mitica: necessario, mite, generoso, suscettibile all’azione umana, permaloso, assassino, rabbioso fino alla distruzione, nell’imma-

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ginario si faceva quasi persona e, come tale, era raffigurato. In questa epoca di cambiamenti climatici dobbiamo riabituarci a questi comportamenti resilienti per mantenere con cura il nostro straordinario territorio ma soprattutto per non farci sopraffare dagli eventi subendoli come torti personali.

8 - Torrione I luoghi pubblici e i monumenti a Ravenna mutano poco nel tempo ma è cambiato di continuo il modo di comprenderli. L’idea collettiva di un luogo, al di là della sua apparenza fisica, si arricchisce attraverso progetti e la produzione di immagini pittoriche e letterarie: insieme rafforzano testimonianze, aspettative e rimpianti.


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forma di creatività non è mai solo un fatto individuale. La creazione ha bisogno di dialogo, di interlocutori…». Ravenna luogo di memoria, di storia e di sedimentazione di materia e non solo. Dialogando con la città e conoscendola si avverte la possibilità di trovare e creare spazi e luoghi dove si possano costruire insieme progetti per il futuro. Progettare per il futuro, conservando la memoria e riproducendo il proprio “essere appartenenti” ad una città mutante, di terra e di mare, di grano e d’acciaio.

9 - Burri

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Solo a queste condizioni i luoghi appartengono a tutti, diventando un valore universale: parti della città, un monumento una piazza, una torre possono essere identificati come opere e valori appartenenti al patrimonio della cultura. Le mura e alcuni gioielli architettonici su di esse incastonati, non possono competere certo coi monumenti patrimonio Unesco ma sono una ricchezza che non ci possiamo permettere di trascurare ne di sottovalutare, perché come ci ricordava Luciano Berio: «Ogni

Si è rotto un filo che legava i ravennati al Palazzo delle Arti e dello Sport, forse la caduta dell’impero Ferruzzi, la tragica morte di Raul Gardini hanno allontanato la città dall’edificio che più di ogni alto ne evocava la potenza e i fasti. Pensare che anche ora a oltre venticinque anni dalla sua edificazione è forse l’opera moderna più significativa, ricca e importante che questa città possa vantare. Inoltre le opere di artisti contemporanei, che ne sono l’originale e prezioso corredo, ne fanno un museo di arte moderna di rara bellezza ma forse molti lo ignorano proprio. Solo per fare un esempio, basti pensare alla grande e ultima opera del maestro Burri del quale proprio quest’anno si celebra il centenario della nascita. Si tratta di un forte elemento simbolico, una sorta di inquieto portale, reiterato nella successione ordinata delle figure. A partire d questa immagine, Burri ha elaborato il tema del “grande ferro R” la cui enfasi è determinata dall’incontro, disatteso, di queste grandi forme protese l’una verso l’altra. La scultura – una forma artistica spesso, e soprattutto di recente, trascurata – occupa uno spazio rilevante nell’ambito degli interventi su questo edificio, quasi a fare da contrappunto all’architettura, con il proiettarsi della scultura verso l’architettura tipico delle esperienze contemporanee. La scultura di Burri riveste un carattere essenzialmente metaforico, rievocando uno spazio simbolico: da sguardo naturalistico diviene l’occhio artificiale attraverso il quale osservare il divenire della storia.

10 - Sobborghi Vi sono zone di Ravenna incastonate nel tessuto viario e anche un po’ caotico delle strade trafficate che sono rimaste vere e proprie gemme, ancora con i tessuti originali con gli edifici che ne hanno mantenuto sostanzialmente volumetrie e morfologie originarie. Nacquero per lo più nello spazio liberato dalle deviazioni sette-

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centesche dei fiumi come veri e propri centri gemmati e dotati di una certa autonomia e con funzioni di raccordo fra città e campagna. In questo modo si consolidarono nel tempo impedendo di fatto quel fenomeno invece verificatosi in tante altre città, cioè la

creazione di suolo pubblico nelle fasce circum-moenia. Quel che un giorno pareva un limite oggi è forse una grande opportunità, poiché di fatto permette l’espansione del centro storico di Ravenna ben oltre il limite delle antiche mura. Il limite però è la visione limitata e un po’ ottusa che il proprietario ha del suo bene. Nell’ultimo ventennio si è ristrutturato molto ma ancora è sfuggita la visione d’insieme e la possibilità di valorizzare i luoghi, condividendo il più possibile le aree inedificate, rendendo pubblico e fruibile tutto il patrimonio di piccoli spazi interstiziali e di collegamento delle corti e dei vicoli, liberando lo spazio pubblico dalla colonizzazione delle auto. La qualità ancora una volta si persegue rendendo il più possibile pubblico e fruibile il bene comune, pensate a quanto sarebbe limitato il fascino di Venezia se ad ogni caletta o campiello trovassimo un cancello a sbarrarci la strada.

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SEDICI ARCHITETTURA 2015

Ravalli Pulelli e Valbonesi Antonio

se l'architetto lavora con quel che si ha

quando il progetto si concentra in cantina

È lo storico scenario architettonico dei seicenteschi Magazzini del Sale di Cervia ad ospitare il sesto appuntamento annuale della serie di incontri - confronti per il ciclo di otto conferenze "SeDici Architettura", in programma giovedì 17 settembre. Sono gli architetti Antonio Ravalli (Ferrara) e Giovanni Pulelli con Agnese Valbonesi gli ospiti della doppia conferenza invitati a raccontare progetti, metodi di studio e lavoro, visioni del futuro attraverso lo sguardo di due differenti generazioni impegnate nel campo dell'architettura contemporanea. L'incontro è promosso da questa rivista e dalla società editoriale Reclam, in collaborazione con Nuovostudio di Ravenna e Archibiotico di Forlì (che curano la parte scientifica degli incontri) e con il patrocinio – anche ai fini dei crediti formativi professionali – degli Ordini degli Architetti di Ravenna e di Forlì-Cesena.

Antonio Ravalli Laureato all’Università di Firenze vive e lavora a Ferrara dove dirige un proprio studio di architettura dal 1989. Fin dagli esordi professionali si interessa ai processi di trasformazione del paesaggio urbano-territoriale sia su macro che microscala. Ha sempre ricercato nuove chiavi interpretative del sapere tradizionale tipico dell’architettura minore – con particolare attenzione ai modelli insediativi classici del territorio padano – applicandole alle esigenze della società contemporanea in termini di mobilità, servizi, necessità sociali, interventi pubblici… Affianca all’impegno professionale quello della ricerca e della didattica. Dal 1994 è docente di progettazione architettonica

alla Facoltà di Architettura di Ferrara. Dal 1997 è visiting professor alla Syracuse University dove ha sviluppato ricerche sulla modificazione dei nuclei storici. Partecipa a ricerche del Murst sui temi delle aree dismesse delle cinture urbane e sulla struttura del progetto urbano. Suoi saggi e progetti, nazionali e internazionali, sono pubblicati su numerose riviste del settore. In occasione del suo intervento l'architetto Ravalli parlerà di come «Lavorare con quello che si ha» presentando alcuni dei suoi progetti più significativi: Parco Industriale Aerospaziale e della Mobilità (Barcellona), MiNO (Migliarino), Casa T2 (Ferrara), Casa P2 (Ferrara), Casa N (Negrar), Arte per l'arte (Ferrara), Magazzini Generali (Verona).


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SEDICI ARCHITETTURA 2015 Giovanni Pulelli e Agnese Valbonesi Laureati in architettura a Cesena, dopo varie esperienze, anche all’estero, entrano a far parte, come seconda generazione di progettisti a fianco del noto professionista cesenate Fiorenzo Valbonesi, fondando lo studio asv3 srl. Entrambi si occupano di progettazione e direzione lavori per committenze pubbliche e private con particolare attenzione alla ricerca di soluzioni tecnologiche e formali, sempre innovative e qualitative, e fortemente correlate al contesto naturale, umano e storico in cui si inseriscono. In particolare, lo studio si è occupato di progetti legati al mondo del vino, sviluppando l'attitudine a relazionarsi con contesti scarsamente antropizzati. Durante l'incontro Pulelli e Valbonesi racconteranno gli esiti delle loro più recenti esperienze professionali.


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IN COLLABORAZIONE CON

Dopo anni di depressione, il mercato delle compravendite rialza la testa. I prezzi degli immobili sono calati ma crescono i mutui sul residenziale Le valutazioni dei presidenti delle associazioni di settore Perluigi Fabbri (Fimaa) e Pier Paolo Baccarini (Fiaip) di Roberta Bezzi

Dopo le ombre di questi ultimi anni, il mercato immobiliare ravennate vede la speranza di una luce. «I dati del 2015 ispirano fiducia – afferma Pierluigi Fabbri, presidente provinciale Fimaa Ravenna-. Anche se i prezzi delle case sono calati del 3-6 per cento rispetto allo scorso anno, con una forbice maggiore per gli immobili vecchi, i mutui sul residenziale sono in considerevole aumento. Dopo sette anni finalmente un’inversione di tendenza, tanto che la Cassa di Risparmio di Ravenna ha registrato una crescita del 150 per cento». A confermare questo ottimismo è anche

il sindacato Fiaip che, nell’aprile scorso, ha pubblicato la prima edizione dell’Osservatorio Immobiliare 2015 per offrire – in attesa di una politica sulla casa che rilanci il comparto – una piattaforma istituzionale attorno alla quale sviluppare nuove collaborazioni e coltivare una professionalità sempre più attenta alle esigenze dell’utente finale.

C’è un alta disponibilità di abitazioni in buono stato d‘uso o da ristrutturare. Poche invece le case nuove e ad elevato contenuto tecnologico

«Un significativo segnale di ripresa – sostiene Pier Paolo Baccarini, presidente provinciale Fiaip Ravenna –, è correlato alla domanda di chi vuole acquistare casa, aumentata del 5 per cento rispetto al 2014. Un dato che ci fa capire quanto la voglia di casa rimanga sostenuta, se supportata da considerazioni favorevoli. Ecco dunque che si riuscisse ad avere incentivi e imposte più favorevoli, si riuscirebbe a trasformare in opportunità concreta quello che molti rimane un sogno». Questo è dunque un buon periodo per comprare con la dovuta calma. Alta la disponibilità di immobili da ristrutturare o in buono stato d’uso, mentre più bassa quella delle case nuove ad alto contenuto tecnolo-


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gico, in ragione dei pochi cantieri aperti in questi ultimi anni.

A Ravenna restano alte le quotazioni nelle zone Centro Storico, San Rocco e San Biagio. Basso il valore degli immobili in Darsena, anche se è il quartiere – una volta riqualificato – con le maggiori potenzialità urbanistiche «San Biagio, San Rocco e Centro Storico – precisa Fabbri di Fimaa –, sono i quartieri che meno hanno risentito della crisi. Le tipologie abitative più richieste sono i palazzi di pregio e le case indipendenti. Si vende meno bene nella zona compresa tra via Canale Molinetto e via Trieste, in particolare intorno l’asse di via Tommaso Gulli, caratterizzata da edilizia popolare con palazzi alti e spesso senza ascensore». C’è però da dire, come ricordato da Baccarini di Fiaip, che è proprio dal quartiere Darsena che in futuro ci si potrebbe attendere l’exploit maggiore, visto che da tempo si parla di riqualificazione di un’area che possiede indubbie peculiarità urbanistiche e notevoli potenzialità di sviluppo.

I prezzi medi al metro quadrato di un immobile usato in buono stato a Ravenna oscillano dai 2.200 euro del Centro Storico ai 1.200 euro della Darsena. Ma nei casi di nuovo o completamente ristrutturato i valori salgono fino a 3.000 per il centro e 2.000 per le periferie a est e sud della città Uno sguardo ai prezzi al metro quadrato. Secondo Fimaa, un usato in buono stato, al massimo una ventina d’anni, è stimato 1.500 – 2.200 in centro storico, 1.300 – 2.000 nel San Biagio, 1.200 – 1.800 nel San Rocco, 1.100 –

1.700 in via Vicoli, 1.000 – 1.600 nelle zone Alberti/Galilei, 1.000 – 1.400 in Darsena. Più ottimista l’Osservatorio Fiaip che stima gli immobili di pari livello circa un 6-8 per cento in più. Stando a questo documento, le case nuove o completamente ristrutturate possono arrivare a costare 2.500 – 3.000 euro al mq in centro storico, 2.300 – 2.900 in semicentro San Rocco, San Biagio, via Vicoli, Stadio, Ospedale, 2.300 – 2.700 in semicentro Faentina, Rotta, Rocca Brancaleone, Ravegnana, 1.800 – 2.200 in semicentro Allende, Pertini, Alberti, Galilei, via Sant’Alberto, Tribunale, Lirica, Parco Teodorico, Chiavica, Borgo Nuovo, 1.750 – 2.100 in zona stazione, Cesarea, Romea Sud, Poggi, viale Europa, Darsena Nuova, 1.700 – 2.100 in Darsena, via Trieste, via delle Industrie. Convenienti le offerte dei quartieri-località ai margini della campagna e deile frazioni di Ravenna, dotate buoni servizi e collegamenti. In provincia, si registra la vitalità delle compravendite a Faenza Nelle immediate vicinanze di Ravenna, c’è poi tutta una fascia di “quartieri-località” ben serviti dal trasporto pubblico. Secondo Fimaa, le richieste maggiori vanno a Madonna dell’Alberto e Borgo Montone, apprezzati per le case e villette in mezzo al verde, con prezzi che arrivano a 1.300 – 1.600 per un usato in buone condizioni. L’Osservatorio Fiaip segnala un buon 1.900 – 2.300 per gli immobili nuovi o completamente ristrutturati nelle stesse zone. Chi non ha problemi ad allontanarsi un po’ di più dalla città, ci sono poi Mezzano e Piangipane – dotate di tutti i servizi ne-

cessari alle famiglie (scuole, negozi, medici, etc.) – i cui prezzi oscillano fra 900 – 1.400 per un usato in buono stato secondo Fimaa, e tra 1.700 – 2.000 per il nuovo per Fiaip. Guardando alla provincia, buoni i segnali provenienti da Faenza. «Dall’inizio dell’anno – afferma Baccarini –, abbiamo registrato un +5% della domanda e un aumento del 3% del numero delle compravendite». La tassazione sulle seconde case ha compresso i valori del mercato turistico ma restano stabili le località di maggior prestigio a partire da Milano Marittima e Cervia. Dando un’occhiata ai lidi, l’Imu ha molto pesato sul mercato delle seconde case per Fimaa. Nel complesso, però, c’è stata una certa tenuta delle case al mare soprattutto da parte delle località di maggior prestigio come Milano Marittima e Cervia, seguite da Lido di Classe e Lido di Savio, fra i lidi Sud, così come da parte di Marina di Ravenna, fra i lidi nord. In quest’ultimo caso, le compravendite sono diminuite per Fimaa ma i prezzi sono rimasti stabili (2 – 3 mila euro al mq). Le località più convenienti restano invece Lido Adriano e Casalborsetti (1.300 – 1.800). «Il mercato turistico – aggiunge Baccarini di Fiaip – è affascinante e imprevedibile, in quanto sono tanti i fattori che possono determinare l’esito di un investimento: le mode, le frequentazioni, il calendario degli eventi, nonché naturalmente i servizi offerti e le caratteristiche intrinseche delle singole località. Credo

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e spero che il bel clima che ci ha accompagnato nel corso dell’estate possa essere stato d’aiuto per chi stava valutando di investire nella seconda casa, invogliandolo a godere per qualche giorno delle bellezze della nostra riviera per valutare “sul posto” il da farsi».

Consolidati i prezzi degli affitti residenziali, ma si è qualificata la tipologia della domanda di locazione. Per gli spazi commerciali in zone di pregio il prezzo d’affitto è fra i 300 e 500 euro al mq all’anno. Per gli uffici si arriva fino a 100-150 euro Gode di buona salute il mercato degli affitti. «I prezzi sono pressoché stabili – ricorda il presidente Fimaa –. Semmai si è qualificata nel tempo la tipologia richiesta: oggi, si cerca una casa recente, ben accessoriata e che consenta un buon risparmio energetico. Chi vuole investire potrebbe puntare sul trilocale,

con due camere da letto, di cui c’è poca disponibilità». Fimaa e Fiaip stimano il prezzo dei mono-bilocali dai 300 ai 600 euro al mese, mentre quello dei trilocali dai 450 ai 700 euro. Per un negozio, stando ai dati dell’Osservatorio Fiaip, si può arrivare a pagare 1.800/3.000 euro al metro quadro per comprare nelle zone a più elevato interesse commerciale, mentre per l’affitto 300/500 euro al metro quadro all’anno. Gli uffici in-

vece costano fino a 1.300 – 2.100 al mq in compravendita, mentre fino a 100/150 euro al mq all’anno. Molto richiesti i box auto in centro storico dove le cifre salgono sino a 2 mila euro al mq per l’acquisto. Gli operatori guardano con ottimismo alla fine dell’anno e all’inizio del 2016, soprattutto se sarà praticata una “politica sulla casa”, semplice, chiara e comprensibile.


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Editore Reclam Edizioni & Comunicazione srl . viale della Lirica 43 . 48124 Ravenna . Iscrizione al Tribunale di Ravenna n. 1240 del 8/11/2004 . Redazione 0544.271068 . redazione@trovacasa.ra.it . Pubblicità 0544.408312 . info@trovacasa.ra.it

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