Una nuova vita

Page 1


Una nuova VITA Una nuova VITA LAURA ORSOLINI

Alpha LAURA ORSOLINI

Editor: Patrizia Ceccarelli

Testi: Laura Orsolini

Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini

Progetto grafico e copertina: Mauro Aquilanti

Impaginazione: Mauda Cantarini

Stampa: Gruppo Editoriale Raffaello

Pubblicato in accordo con Beretta Mazzotta Agenzia Editoriale

© 2026 Tutti i diritti sono riservati

Raffaello Libri S.p.A.

Via dell’Industria, 21

60037 - Monte San Vito (AN) ilmulinoavento.it

Ristampa 6 5 4 3 2 1 0 2032 2031 2030 2029 2028 2027 2026

È assolutamente vietata la riproduzione totale o parziale di questo libro senza il permesso scritto dei titolari del copyright.

L’Editore è a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare, nonché per eventuali omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti.

LAURA ORSOLINI

A tutti coloro che stanno diventando grandi

Capitolo 1

A scuola, un messaggio arrotolato

Chiara scrisse la frase su un pezzetto di carta, lo ripiegò in quattro e lo lanciò sul banco di Achille, accanto a lei. Il ragazzo ruotò impercettibilmente lo sguardo verso il biglietto per tornare subito dopo a fissare la professoressa che spiegava la filosofia di Kant. L’illuminismo tedesco non lo stava appassionando come aveva fatto la teoria di Giordano Bruno sull’universo infinito e aveva già represso almeno tre sbadigli. La professoressa spesso guardava dalla sua parte, quindi lui non poteva permettersi di darle l’impressione di dormire. Anche se, da almeno venti minuti, stava effettivamente dormendo a occhi aperti.

Allungò molto lentamente la mano destra fino a recuperare il messaggio, lo aprì e lesse.

Dobbiamo decidere cosa fare per Capodanno.

Si voltò piano verso Chiara. Quando fu sicuro che lo stesse guardando, alzò due volte le spalle come risposta: non gli interessava dove avrebbero passato il Capodanno. A dire il vero, non gli importava più nulla da un po’ di tempo.

Appena la professoressa si diresse verso la lavagna elettronica, Chiara si allungò e gli diede un pugno scherzoso sul braccio.

Lui reagì teatralmente, fingendo un dolore insopportabile. Si accasciò contro il banco con una smorfia plateale.

Chiara non perse tempo e preparò un altro bigliettino. Lo lanciò sul banco vicino con la solita precisione.

Achille lo raccolse al volo con destrezza.

Frammenti sottopelle

La luna mi osserva troppo da vicino, come se sapesse dove ho nascosto

l’ultima parte viva di me.

Quel pezzetto che tremava ancora.

Nel corridoio dei miei sogni camminano ombre senza occhi.

Mi parlano, ma non ascolto forse perché la loro voce è la mia.

Il cuore batte, sì, ma solo per tenere il tempo alle crepe.

E tu?

Lo senti questo rumore muto?

Sono una poesia strappata prima dell’ultima strofa che avrebbe detto tutto quello che non ho avuto il coraggio di scrivere.

Di nuovo una delle poesie dark di Chiara. Versi cupi, densi di simboli e immagini decadenti, come era lei. Ma questa stavolta non era male. Girò il foglietto e scrisse:

Bella!

Poi lo ripiegò e glielo restituì. Lei lo lesse e sorrise appena.

– Ti piace davvero? – sussurrò, abbassando la voce.

Il suono della campanella lo salvò da una risposta imbarazzata. Gli studenti si mossero sulle sedie ma nessuno osò infilare i libri nello zaino finché la professoressa non diede il via con un cenno del capo. Achille, nel caos generale, rispose: – Sì.

Una bugia, ma una bugia buona. Di quelle che si dicono solo alle persone importanti. Non perché non fosse bella ma perché anche delle poesie non gli importava niente, nemmeno le sue.

Controllò l’orologio. Erano in ritardo. Si alzò di scatto e insieme a Chiara si fece largo tra decine di ragazzi. Salirono sul pullman giusto in tempo: le porte si chiusero dietro di loro con uno scatto metallico.

– Per un pelo! – fece notare lei, ancora con il fiatone. – Davvero… ti è piaciuta la mia poesia?

Achille annuì senza entusiasmo. Avrebbe voluto dirle cosa pensava davvero ma c’erano parole che non riusciva a pronunciare. Non sapeva nemmeno bene quali fossero, ma si fermavano tutte in gola.

– Non hai risposto al mio messaggio. Cosa facciamo a Capodanno? – insistette Chiara, guardandolo fisso negli occhi.

– Certo che ho risposto. Ho alzato le spalle, così –disse ripetendo il gesto. – Non me ne frega niente. Decidi quello che preferisci, a me andrà bene.

Sapeva che adesso si sarebbe arrabbiata.

– Allora organizzate voi maschi, per una volta! Mi sono stancata di fare sempre tutto io.

– Voi maschi! Proprio tu che giochi a calcio e stai sempre con noi quattro. Comunque va bene, ci penso io, te lo prometto. Stasera vedo Joe, Francesco e Adam. Ne parlo con loro e ti faccio sapere.

Le sorrise. Non perché fosse sicuro di mantenere la promessa, ma perché le voleva bene. E Chiara, a suo modo, lo sapeva. Lo capiva quando abbassava gli occhi per non dire qualcosa di troppo. Lo leggeva nei silenzi pieni, quelli che tra loro non erano mai finti e imbarazzanti.

E forse, anche se non glielo avrebbe mai detto, sapeva che in quel bigliettino non c’era solo una poesia.

C’era una parte di lei che non mostrava a nessuno, tranne ad Achille.

Capitolo 2

In palestra, una conoscenza galante

Joe uscì dallo spogliatoio camminando a tempo della musica che pompava dalle sue cuffiette. Lazza, come sempre. Era carico. L’odore di sudore nella sala pesi era denso, ma non tanto diverso dal suo. Sistemò i guanti neri antiscivolo da allenamento e si guardò le mani. Solo le dita spuntavano fuori, come artigli pronti a colpire. Si era comprato quei guanti l’estate prima, con i soldi guadagnati facendo il cameriere. Insieme aveva acquistato due completi sportivi, neri, che stavano alla perfezione sul suo nuovo fisico statuario.

Voleva essere notato. E adesso che i risultati dell’allenamento erano evidenti, si sentiva più sicuro di sé. Aveva faticato tanto. Ogni muscolo che si era guadagnato era una rivincita contro la sensazione di impotenza che aveva provato spesso da piccolo. Ora c’era un nuovo Joe. Forte, determinato e, soprattutto, con un sedere di marmo.

Aveva sentito certe ragazze parlarne, di quanto fosse importante il lato B nei ragazzi.

Si guardò intorno per controllare chi fosse già in sala. Due signore camminavano sul tapis roulant: una aveva un passo sicuro e svelto, l’altra arrancava già a una velocità da lumaca. Parlavano tra loro e ridevano. Una delle due si voltò verso di lui e gli fece ciao con la mano. Lui rispose appena sorridendo. Tre uomini (avranno avuto almeno quarant’anni) si alternavano negli esercizi ai pesi facendosi assistenza a vicenda. Prima una serie per le braccia e le gambe, poi le maniglie per allenare i dorsali e i deltoidi.

Poi la vide. Giulia. La biondina sulla cyclette. La coda alta le dondolava a ritmo di pedalata. Aveva la pelle lucida dal sudore e l’espressione di chi sa il fatto suo. Una visione. Una dea con i leggings.

Joe si avvicinò alla panca dietro di lei, si sistemò l’asciugamano e afferrò i pesi. Si guardava allo specchio che ricopriva l’intera parete della palestra. Posa plastica, sguardo concentrato, mascella serrata. Pensò che di sicuro lei lo avrebbe notato. Fingeva di guardare fisso davanti a sé ma in realtà osservava Giulia, che pedalava e non lo ricambiava.

Achille lo fece sobbalzare con due dita sulla spalla. Il peso che teneva nella mano destra cadde a terra con un tonfo. Joe lo fulminò con lo sguardo. La ragazza, che sembrava non avere assistito alla scena, si fece sfuggire una risata che nascose con la mano e guardò subito verso il pavimento.

– Sei impazzito? Mi hai fatto fare una figuraccia! –sibilò Joe.

– Pensavo mi avessi visto – rispose Achille alzando le mani in segno di pace. Poi gli strinse la mano a mo’ di saluto tra amici.

Joe ricambiò ma finse di sferrargli un pugno nello stomaco.

Achille indietreggiò e sorrise.

– Stavo guardando altro – rispose Joe muovendo la testa verso Giulia. – Sai… ero distratto – ammiccò.

– Ok, vi presento, così la smetti di guardarla da settimane come un cocker innamorato.

Achille si avvicinò a Giulia e scambiò qualche parola. Poi si voltò verso l’amico additandolo. Lei sorrise divertita. Joe, paonazzo in volto, li raggiunse impacciato.

– Lui è Joe, è un timidone ma voleva conoscerti perché gli piaci molto – disse Achille sorridendo al suo amico, che lo fulminò con lo sguardo.

– Piacere, Giulia – disse lei allungando la mano.

Joe la strinse con un mezzo sorriso. Si sentiva un idiota.

– Bene, ce l’avete fatta. Adesso Joe, per favore aiutami con la panca.

Achille si sdraiò e disse con fatica per lo sforzo mentre sollevava il bilanciere:

– Chiara è furiosa, dice che organizza sempre lei e stavolta per Capodanno ci dobbiamo pensare noi.

– Possiamo fare la festa a casa mia. Anche se mio padre si ostina a ballare il Sirtaki ogni anno.

– Sì, in effetti non è più divertente come quando eravamo piccoli. Prova a dirgli che non è più il caso.

– Lo so ma ci rimarrebbe malissimo – continuò Joe – e mi dispiacerebbe. E comunque io potrei invitare Giulia!

Joe rivolse uno sguardo alla ragazza che stava esercitandosi vicino. Lei ricambiò.

– Sei tremendo Joe… Senti, mi ha scritto Francesco, stasera andiamo da lui a cena. Ci sei?

– Va bene! Adam è da lui?

– Se non è da me o non è da te è per forza da lui, no?

– Vero, hai ragione. Sai che ogni volta che ci penso, non vorrei essere nei suoi panni.

– Nessuno vorrebbe essere nei suoi panni. I suoi litigano in continuazione e la sua mamma è sempre arrabbiata. Suo padre lo tratta come se fosse uno sbagliato solo per il problema che ha.

Achille non disse nulla. Annuì piano. Poi abbassò il bilanciere e continuò il suo allenamento.

Una voce gracchiante al microfono annunciava la chiusura anticipata della palestra per lavori.

– Ottimo, ci stanno cacciando – commentò Achille.

Invece Joe si rivolse alla ragazza che aveva appena conosciuto:

– Giulia, ti va un succo alla macchinetta?

Joe fece strada e la coppia si allontanò chiacchierando. Lei rideva spesso e si sistemava i capelli.

Achille li seguì con lo sguardo. Poi si infilò lo zaino sulle spalle e uscì.

Il sole di dicembre era sparito e il freddo umido dell’inverno gli entrò nelle ossa. Per scacciarlo, si mise a pedalare forte verso casa.

Capitolo 3

A casa, Carbonara e verità

La casa di Francesco pareva l’antro di un inventore pazzo. Il ragazzo viveva in un piccolo appartamento al centro del paese con la madre, programmatrice di mestiere, tra cavi, circuiti e schede elettroniche, mentre suo padre era sempre all’estero per lavoro e tornava a casa una volta al mese.

Ogni angolo della casa raccontava la storia di un esperimento in corso: una sveglia con le antenne, un tostapane parlante (che non aveva mai funzionato) e un robottino semovente che andava avanti e indietro per il corridoio e che nessuno controllava a parte Turbo, un Corgi dalle orecchie enormi che lo seguiva con lo sguardo dalla sua cuccia morbida accanto al divano.

Quando Joe e Achille suonarono al campanello, il padrone di casa mise una pentola piena d’acqua sul fuoco per fare la pasta.

– Ciao, Bro.

– Ciao, Fra.

– Ciao, Bro.

– Ciao, Fra.

Stretta di mano, pugno, scatto con le dita.

– La tua mamma?

– Fuori a cena con le sue amiche, abbiamo campo libero, siamo soli – rispose Francesco.

– Ti prego, dimmi che fai la Carbonara… Achille aveva le mani giunte e gli occhi socchiusi.

– Indovinato, Bro, con il guanciale.

– E vai, sei un mito! Ho una fame che non puoi capire. E come la vuoi fare la Carbonara se non con il guanciale?

– Con la pancetta – rispose Adam.

– Ma non diciamo scemate, la Carbonara con la pancetta non si può sentire. La ricetta prevede il guanciale. Punto. Fine della discussione.

Joe cominciò a liberare il tavolo per poter preparare la tavola.

– Chiara non viene? Di solito è puntualissima.

Suonò di nuovo il campanello.

– Eccola, dev’essere lei. Speriamo abbia portato la focaccia – rispose Francesco aprendo la porta per aspettarla.

– Focaccia! – disse Chiara, mostrando un vassoio.

– Fantastico! – la abbracciò Achille. Poi prese il sacchetto dalle sue mani e con la scusa di metterla in tavola, ne rubò un pezzo.

Adam gli lanciò un tappo di sughero che era rimasto

sul tavolo dalla cena precedente e lo prese dritto in fronte.

– Non si mangia prima degli altri, è da maleducati!

Gli altri risero.

Chiara riportò l’ordine.

– Ragazzi, dobbiamo organizzare il Capodanno…

Francesco stava preparando la salsa con i tuorli ed era alle prese con parmigiano, pecorino e pepe, Joe stava tagliando il guanciale ma intervenne:

– Io offro la mia taverna, come ho detto oggi ad Achille. Sapete però che c’è mio padre...

– Simpaticissimo tuo papà ma il Sirtaki basta, non ce la posso fare. – Francesco mollò la ciotola con la salsa all’uovo e si mise a ballare canticchiando la canzone di Zorba il greco prendendo a braccetto Joe e Chiara.

– Voi prendete pure in giro ma un profilo greco perfetto come il mio non ce l’avete. Guarda qua – Joe si mise di profilo per farsi ammirare. – Sembro un bronzo di Riace – aggiunse mettendosi in posa facendo guizzare i muscoli tonici da una maglietta troppo stretta. – Troppo figo. E poi so cucinare la Moussakà e lo Tzatziki, la salsina con il cetriolo e lo yogurt che divorate tutti ogni volta che venite a mangiare da me. Quindi prendete in giro di meno.

– Sì, è vero. Sei un ottimo cuoco e la cucina greca mi piace – commentò Chiara.

Achille aprì un pacco di spaghetti.

– La pasta la butto io, perché voi ne mettete sempre troppo poca e io ho fame.

– E adesso – disse Francesco, – punto il mio nuovo timer elettronico, l’ho progettato ieri. Funziona. Non tutte le volte, ma funziona. Quando senti il canto del gallo, significa che sono passati undici minuti. Più o meno. Forse.

Fece quindi partire la sua ultima creazione che emise una luce arancione lampeggiante.

Il gallo cantò, stridulo e improvviso, e per scolare la pasta e preparare la Carbonara diedero tutti una mano.

– Adesso spostatevi tutti, assemblo io e non voglio nessuno intorno. Quando uno chef crea, ha bisogno di spazio e silenzio perché la cucina è arte.

Francesco mescolò gli ingredienti e il risultato fu una pasta perfetta.

Adam versò le porzioni abbondanti nei piatti e Joe li consegnò agli amici.

– Buon appetito! – disse Francesco.

– Non si dice buon appetito, il galateo sostiene che si comincia a mangiare in silenzio perché il fulcro del pasto deve essere la conversazione, non il cibo –rispose Chiara.

– A te il liceo classico fa male. Secondo me studi troppo e il tuo cervello è in corto – replicò Francesco, con una forchettata di pasta in bocca.

– Ma chissenefrega. È buonissima, senti che guanciale croccante! – aggiunse Achille senza smettere di masticare.

Poi d’un tratto Francesco cambiò tono.

« Ho capito tutto, raga! » urlò e si buttò a terra, insabbiandosi come una cotoletta impanata. « Io una famiglia ce l’ho! Ce l’ho e va bene così com’è! Io un padre e una madre li ho, con i loro difetti e le loro contraddizioni. Ma io un padre e una madre li ho e mi vogliono bene! »

I suoi amici lo guardarono eccitati e commossi.

è un marchio del Gruppo Editoriale Raffaello

€ 9,50

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.