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Ernesto rimase da solo in casa, dopo che mamma e papà ebbero preparato le poche cose da portare in campagna e furono partiti. Dalla finestra li guardò andarsene, ma già tremava di agitazione.


Schizzò di corsa verso la sua camera, destinazione console, monitor e joystick. Aspettava da tempo un’occasione come quella: da solo in casa a menare colpi di spada contro quei maledetti mostri di fine livello! Senza nessuno che gli dicesse cose del tipo: “Adesso basta, Ernesto!”, “Vieni a tavola e spegni quel coso!”, “Ma guarda che diventi tu un mostro, a forza di giocare!” e così via. Sì! Una bella esplorazione virtuale senza pause di mezzo! Erano le nove del mattino.
Alle quattro del pomeriggio, Ernesto era ancora lì. Chiuso nella sua cameretta, pestava tutto sudato sui tasti del joystick, ma non riusciva a sconfiggere quel maledetto mostro di fine livello.


Il bambino sedeva rigido e ingobbito a un metro dalla console, con gli occhi strabuzzati sul video e la lingua penzoloni tra i denti, con le mani sudate che avevano reso il joystick scivoloso e sfuggente come un’anguilla. Ogni tanto staccava una mano e la portava al viso, grattandosi freneticamente ora la punta del naso, ora il mento, ora le guance o le orecchie. Si era dimenticato di tutto: degli amici e dell’appuntamento che aveva con loro, di dar da mangiare ai pesciolini rossi, perfino di mangiare un boccone per pranzo.
Intanto continuava a gridare fuori di sé dalla rabbia cose del





tipo: “Maledetto mostro del cavolo” e “Ora ti distruggo!”. Al settimo minuto della settima ora, Ernesto, stremato, fece “click” sul tasto del joystick, sicuro che ormai quell’ultimo colpo di spada magica avrebbe definitivamente stroncato il suo avversario elettronico e... Il mondo attorno a lui scomparve.




• Riquadra la parte del racconto che descrive Ernesto mentre sta giocando. Comprendo Analizzo

D’un tratto. Di botto. Proprio così! BUM, anzi... PUFF! Intorno a lui tutto sparì, tutto divenne bianco... Un mare di latte sembrava aver sommerso la camera di Ernesto: vaporizzato ogni mobile, eclissato ogni granello di polvere; non vi era traccia nemmeno della famiglia di ragnetti che aveva colonizzato l’angolo della parete dove il bambino teneva la sua collezione di videogame. Ernesto sedeva stupito in un oceano di bianco. Tutto era diventato bianco, bianco come la pagina bianca di un quaderno su cui nessuno avesse mai scritto una parola. Dapprima Ernesto mormorò con lo sguardo incredulo: – Forte, però! Mamma mia, che mega-effetto speciale... Poi, però, iniziarono a venirgli dei dubbi: “Dove sono finito? Dov’è il mio letto? E la porta della camera? E la mia camera?”. Ma anche quei pensieri e quei ricordi sembravano piano piano svanire, come se anche la memoria gli stesse diventando bianca, slavata, sempre meno consistente. “Cosa mi sta succedendo?” pensò.
Il bambino cominciò ad avere paura. E gridò: – Aiuto! C’è qualcuno? Qualcuno mi vede? Qualcuno mi sente? Aiutooo! Sono caduto nel bianco!
da M. Gamba, S. Fornara, Game Over, Raffaello


• Ti è mai capitato di perdere il senso della realtà e del tempo dopo aver passato troppo tempo davanti a uno schermo? Secondo te, fa bene usare per tante ore i dispositivi tecnologici? Racconta.

Comprendo le inferenze
• Rispondi alle domande sul quaderno ricavando tu, quando è necessario, le informazioni nascoste nel testo.
1. Perché Ernesto tremava di agitazione quando i genitori partirono?
2. Qual era l’occasione che Ernesto aspettava da tempo?
3. Per quante ore Ernesto rimase a giocare con il videogame?
Comprendo le parole
• Nella frase sottolineata nel testo sono presenti due parole legame: quali? Individuale e riscrivile sopra il significato corrispondente.
• addirittura
• nel frattempo.


Era quasi l’una del mattino; la pioggia batteva contro le imposte e la candela avrebbe ben presto dato i suoi ultimi guizzi quando gli occhi gialli della creatura si aprirono. Come descrivere le mie emozioni o come dare un’idea dell’essere che, con infinita fatica e infinite cure, mi ero sforzato di creare?
La sua pelle era gialla e piena di grinze, le sue labbra erano nere e dritte, i suoi capelli erano folti e di un nero lucido, i suoi denti di un bianco perlaceo. Avevo lavorato duramente per quasi due anni con il solo scopo di dare vita a quel corpo inanimato. Incapace di guardare quell’essere, fuggii nella mia camera. Mi gettai sul letto vestito, sforzandomi di trovare qualche istante di pace. Ma non fu possibile: il mio sonno fu turbato dagli incubi più spaventosi. Mi scossi dal sonno, inorridito, tremavo convulsamente in tutto il corpo; poi vidi di nuovo il mostro che io avevo creato. I suoi occhi si fissarono su di me. Aprì la bocca e mormorò qualche suono, mentre una smorfia gli contraeva le guance.
da M. Shelley, Frankenstein, Garzanti
1 Com’è la creatura? Completa le frasi con una x e sottolinea nel testo.
• Gli occhi erano: gialli. grigi. verdi.
• La pelle era: liscia. piena di grinze. a macchie rosse.
2 Sottolinea l’opzione corretta.
• La labbra erano: rosa e carnose. rosse e sottili. nere e dritte.
Il protagonista, alla vista della creatura che aveva creato, è felice / inorridito.
D’un tratto, mi sono reso conto che il cocchiere stava portando il calesse nel cortile di un gran castello in rovina, dalle cui alte, nere finestre non traspariva raggio di luce e i cui merli crollanti si disegnavano frastagliati contro il cielo rischiarato dalla luna.
Fermatosi il calesse, il cocchiere ne è balzato a terra, poi ha preso il mio bagaglio mettendolo a terra ai miei piedi, di fronte a un grande portone antico e guarnito di grosse borchie di ferro. Sono rimasto in silenzio dov’ero, non sapendo che fare. Non vi era traccia né di campanello, né di picchiotto, ed era improbabile che la mia voce riuscisse a farsi udire di là da quelle arcigne mura e da quelle nere aperture di finestre. Il tempo che sono rimasto in attesa mi è parso interminabile e mi sentivo assediato da dubbi e paure. Improvvisamente ho udito un passo pesante venire alla mia volta di là dal gran portone e... attraverso le fessure... è filtrato il raggio di una luce che s’avvicinava. Poi, lo strepito di catene, il clangore di pesanti catenacci tirati. Una chiave ha girato con l’acuto stridore di un lungo disuso e il grande battente si è spalancato.

Clangore: suono squillante.
Dentro stava un vecchio alto, accuratamente sbarbato a parte i lunghi baffi bianchi, e nerovestito da capo a piedi, senza una sola macchia di colore in tutta la persona. In mano reggeva una lucerna d’argento, la cui fiamma ardeva proiettando lunghe, oscillanti ombre.
Con la destra, il vecchio m’ha rivolto un cortese cenno d’invito: – Benvenuto nella mia casa! Entrate! Sono il Conte Dracula, e vi do il benvenuto, signor Harker, in casa mia.
da B. Stoker, Dracula, Newton Compton
Comprendo Analizzo
• Segna con una x gli aspetti del testo che ti suscitano paura.
Il castello in rovina con alte e nere finestre.
Le mura arcigne.
Il suono di un passo pesante.
Lo strepito di catene, il clangore di pesanti catenacci, l’acuto stridore.
Il signore vecchio e alto, vestito di nero da capo a piedi.
La lucerna che proietta lunghe ombre oscillanti.


Parlo di me
• In quali situazioni ti è capito di sentirti con tanti dubbi e paure? Condividi la tua esperienza con la classe.
• Sottolinea nel testo il significato di ciascuna parola chiave.
• Conoscevi già l’espressione “mettersi nei panni degli altri”? Sottolinea nel testo la spiegazione. Segna con una x con quale verbo puoi sostituirla: sentire immedesimarsi amare vestire


Partiamo dal significato della parola “empatia”. Che cosa significa?
Richiama la parola “simpatia”, ma questi due termini hanno davvero qualcosa in comune? Entrambi derivano dal greco e hanno lo stesso finale.
La parola “simpatia” è composta da sym, che vuol dire “con”, e pathos, che vuol dire “sentimento”, ossia l’emozione che si genera dentro di te di fronte a una determinata situazione. Se una persona mi è simpatica, vuol dire che attiva in me sentimenti positivi, che mi coinvolge e ho voglia di stare con lei.
La parola “empatia” è composta da en, che significa “dentro”, e pathos, “sentimento”. Quindi una persona empatica è qualcuno che sente dentro di sé.

Ma cosa si sente? E cosa vuol dire “sentire dentro”?
L’empatia è una capacità più profonda, che potremmo descrivere come lo sforzo di mettersi nei panni degli altri.
Avrai sicuramente sentito usare questa espressione: spiega bene che, per capire quello che sta provando un’altra persona, devi cercare di immaginare di essere lei, sentire dentro di te le sue emozioni per comprenderle meglio. Ma è una cosa che possiamo fare tutti?

La risposta è sì! Noi nasciamo dotati di neuroni specchio (o mirror), e questa è un’importantissima scoperta acquisita di recente dalla Scienza. Lo specchio riflette la tua immagine e così i neuroni specchio svolgono la funzione di riflettere le azioni degli altri e proiettarle nel nostro cervello, un po’ come se fossimo noi a farle.
Succede tutto in modo automatico: per esempio di fronte a un tuo amico che piange, il tuo cervello ti permette di sentire dentro di te le sue emozioni.
Noi nasciamo dotati di neuroni specchio, ma quello che viviamo ogni giorno può aiutarli a svilupparsi molto o poco.
da A. Pellai, B. Tamborini, Destinazione vita..., Mondadori










Che cosa ci guadagni a essere una persona empatica? Moltissimo!
L’empatia ti permette di stare meglio in relazione con tutte le persone che conosci.




Scopri la tua empatia!




• Colora le stelline per indicare quanto spesso ti trovi nella situazione descritta, poi contale e leggi il tuo profilo in base al punteggio.
Legenda = mai = raramente = qualche volta = spesso = sempre
• Per me è molto importante capire come stanno le persone attorno a me:
• Mi accorgo se chi mi è vicino è triste:
• Osservo con attenzione quello che succede alle persone accanto a me:
• Sento forte il desiderio di stare vicino a una persona cara a cui è capitato qualcosa di brutto:
• Mi emoziono per quello che una persona cara mi sta raccontando:
• Se vedo un amico o un’amica piangere, il mio cervello mi fa sentire quella tristezza dentro:
Posso concludere che...
• se ho colorato da sei a quattordici Sto bene nei miei “panni”.
Ti concentri molto su di te e non ti accorgi che anche chi ti sta attorno prova delle emozioni.
• se ho colorato da quindici a ventitré I tuoi “panni” mi vanno un po’ stretti.
Provi a capire gli altri, li ascolti, ma è uno sforzo che ti costa tantissime energie.
• se ho colorato da ventiquattro a trenta So stare nei tuoi “panni”.
Ti senti a tuo agio nel condividere le emozioni. Sai capire quando un’altra persona è triste e non hai paura di starle vicino.

