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Take Away Sound Film Found Family Jamming Culture Intervista a Brunori Sas Catetering Substrati culture dal sottosuolo

disegno di copertina: leinen2112

Editoriale - “stand by fino al termine del redazionale” // Substrati - Culture dal sottosuolo // Jammin Culture // Aurelio Cianciotta, l’elettronica a Bari // Take Away Sounds // Film Found Family // Intervista a Pierpaolo Capovilla // Intervista a Brunori SAS // Claudia Col // Catetering di Fabrizio D’elia

numero 6


Ora che il nostro sesto numero viene finalmente pubblicato, possiamo dire che ci siamo e ci siete mancati! La scelta del nostro magazine è stata sempre quella di affrontare i linguaggi che parlano con la Puglia, nella quale sono stati generati: ce ne siamo occupati in maniera graduale, raccogliendo alcune delle tante esperienze artistiche e culturali che attraversano la nostra regione. Nel frattempo possiamo dire che la crisi economica e di certezze ha colpito anche noi. Guardi alle ansie dei momenti in cui senti che se ti fermi sei perduto, in questa folle corsa verso l’istantaneità e l’ubiquità, dove il giornalismo, quello dei grandi giornali e quello dei piccoli magazine di provincia, raccoglie ed amplifica queste pressioni. Rifletti sul perché hai cominciato a scrivere tanti anni fa e ti rendi conto che lo fai perché vuoi portare una testimonianza, perché senti di partecipare ad una narrazione di una terra che dalla propria storia negata ha fatto nascere una nuova consapevolezza, una

premessa all’azione e alle politiche che sta facendo della nostra regione un modello da esportare. Capisci che lo sta facendo con le energie e le persone, prima che con le risposte della politica. Se non ci fosse questa esistenza e questa resistenza quotidiana, fermarsi alla “notizia” renderebbe lo scrivere una semplice raccolta di informazioni che si perdono in un eterno presente: caricare di umanità quel primo “chi?” delle cinque domande fondamentali di ogni giornalista ci fa sentire più responsabili. Questa umanità ha intriso gli ultimi giorni che abbiamo vissuto, pieni di tristezza, sgomento, impegno, solidarietà; il nostro essere così piccoli di fronte agli eventi, la capacità che il dolore e l’amore hanno di cambiarci. Non dimenticherai, mai. Per tale motivo ospitiamo una riflessione di Alessandro Cobianchi, coordinatore nazionale della Carovana Antimafia appena conclusasi e Responsabile dell’area legalità democratica e antimafie Arci.

Il nostro mostro Brindisi, 19 maggio 2012, la Carovana internazionale antimafie, in viaggio dall’undici aprile attraverso l’Italia, è attesa per una conferenza stampa su un bene confiscato nella frazione di Tuturano. Una delle tante tappe dove vertenze e racconto delle buone pratiche si fondono. Il giorno prima, a Bari, la consapevolezza di un lavoro che si traduce spesso nella costruzione di reti, nello scambio di esperienze.

EDITORIALE


“codice d’onore”. E basterebbe ripensare alla piccola Angelica, di soli due anni, uccisa barbaramente.

Alle ore 8.40 i furgoni sono in strada quando arrivano le prime notizie. “C’è stata una bomba” - ci dicono al telefono , è scoppiata nella scuola Falcone Morvillo, il cui nome evoca immediatamente scenari spaventosi. Ma la notizia più triste arriva quasi subito, c’è una ragazza morta e altre ferite. Corriamo lungo la strada in un silenzio interrotto solo dalle telefonate, tante, troppe per chi vuole riflettere e provare a capire. A Brindisi, proprio di fronte alla Camera del lavoro, dove la tappa brindisina è stata costruita, c’è la scuola Morvillo, c’è lo scenario di una distruzione e per terra pagine di quaderni che per prime ci raccontano l’orrore di ciò che è accaduto. I giornalisti, tanti, anche loro forse troppi, cercano noi di Carovana perché la prima idea è quella di un attentato mafioso. In quella scuola, nel giorno di carovana e a pochi metri dal Tribunale. Non ci sembra un delitto da criminalità organizzata; ma ugualmente appare terribile sentire che non può essere un delitto di mafia perché la mafia non uccide i ragazzi, perché ha un suo

Le giornate successive si alterneranno fra ipotesi e manifestazioni, ci sono i ragazzi da abbracciare nelle tante assemblee studentesche organizzate all’improvviso. C’è anche la volontà di affrontare le facili confusioni, per cui può apparire un cartello con scritto “Nella guerra fra lo Stato e la mafia, noi siamo le vittime”, e si vorrebbe spiegare a quei ragazzi che lo Stato siamo noi, che non è quella la direzione giusta, ma è piuttosto quella di un altro cartello che denuncia come la città di Brindisi si sia svegliata solo dinanzi ad un fatto cruento, altrimenti avrebbe continuato nell’acquiescenza quotidiana che nasconde mille atteggiamenti mafiosi legati al racket, allo spaccio, all’usura. Dopo circa 48 ore tutto cambia. Lo scenario che si delinea è quello del folle, del mostro. E l’inquietudine sembra essere moderata da questa ipotesi. Un folle non è la mafia, forse fa paura lo stesso ma non è la stessa cosa, sembrano dire commentatori e gente comune. Perché in fondo un delitto di mafia, in qualche modo ci richiama alle nostre responsabilità, persino l’ordinaria indifferenza ne viene scossa. Ma contro un folle, sembrano dirci in tanti, “cosa si può fare?”. Come se quella spirale di violenza ci fosse estranea, come se l’odio che porta un uomo a far scoppiare una bomba nei pressi di una scuola e dilaniare le vite innocenti di sei ragazze non sia qualcosa che ci deve riguardare. Come se le modalità utilizzate non provengano da un mondo che con l’atteggiamento mafioso ha molto a che fare. Scrive bene Tonio Dell’Olio, quel mostro è nostro, è cresciuto nella stessa società in cui siamo cresciuti noi, si è alimentato della stessa barbarie che troppo spesso distratti come siamo non vogliamo guardare. Alessandro Cobianchi

coordinatore nazionale della Carovana Antimafia, Responsabile area legalità democratica e antimafie Arci


Background: Orange Abstract (LuXo Art)


Direttore Responsabile: Francesco Pasculli Redazione: Caporedattore: Antonella Ciociola Annarita Cellamare Mirko Patella Nico Andriani Michele Granito Valerio Vetturi Vincenzo Membola Art Director: Daniele Raspanti Fotografia: Monica Falco Ufficio Stampa: Elisabetta Maurogiovanni Disegn e Illustrazioni: Francesco “Nobu” Raspanti

INDICE

Contatti: luogocomunemagazine@gmail.com

Substrati - Culture dal sottosuolo

3

Jamming Culture

5

Aurelio Cianciotta, l’elettronica a Bari

7

Take Away Sounds

11

Film Found Family

13

Intervista a Pierpaolo Capovilla

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Intervista a Brunori SAS

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Claudia Col

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Catetering

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FOTORACCONTO


In questo numero: Geltrude Cupertino Raffaella Moramarco

Redazione di Fasidiluna Pia Latorre Paola Santini Pasticcio di fata Claudio Calabrese A routa libera Paolo Comentale George e Marco Pino Creanza L’ulivo scomparso


Geltrude Cupertino Raffaella Moramarco

Redazione di Fasidiluna

Geltrude Cupertino e Raffaella Moramarco, le due giovanissime fondatrici di fasidiluna, casa editrice indipendente, giovane e contemporanea, si sono conosciute due anni fa, negli uffici di un’altra casa editrice presso cui entrambe lavoravano. Geltrude si occupava di ufficio stampa, Raffaella invece dell’editing vero e proprio. Lavorando con passione e spiandosi con curiosità oltre gli schermi dei pc del loro vecchio ufficio, quasi per gioco, un giorno si pongono una domanda: “Perché non provarci? Ad avere uno spazio letterario tutto nostro? A lavorare in maniera indipendente e attenta alle novità editoriali?” Sembrava una battuta, un sogno da ragazzine innamorate della letteratura, e invece dopo qualche tempo, precisamente nel 2010, a maggio, finalmente nasce fasidiluna edizioni. A novembre dello stesso anno, il primo libro: si tratta di Mamma che fame!, un quaderno di cucina un po’ “fuori dalle righe” perché racconta le ricette di una famosa cuoca barese, prematuramente scomparsa. Le ricette della signora Paola, selezionate da sua figlia Claudia Poliseno e dalla sua migliore amica Giovanna Quaranta, trascinano Raffaella e Geltrude (ma chiamiamola pure Gegè) in un meccanismo di relazioni e di contatti importanti. L’idea di base delle due giovani editor è, però, quella di pubblicare libri per bambini. Nasce così la collana di punta di fasidiluna, Aquiloni, una scelta di titoli per ragazzi. “In Puglia non ci sono case editrici davvero specializzate in questo settore”, ci raccontano Raffaella e Gegè “e questa è la nostra novità e peculiarità. Non ci interessa tanto pubblicare un po’ di tutto, come spesso accade, ma avere un genere e un’identità ben articolati”. Il primo Aquilone è stato L’ulivo scomparso di Pino Creanza, direttore di collana.


E proprio la Puglia è terreno privilegiato di lavoro per fasidiluna, e tuttavia non esclusivo: altra collana di punta, dedicata alle scritture femminili, è Antiope, che raccoglie testi che guardano al mondo femminile in termini sociali, culturali, etnico-razziali, per dare voce a “venti di periferia” altrimenti ignorati. Le rose e il chador. Iran, viaggio nel paese gentile, di Barbara Nepitelli e Cesarina Trillini, due giornaliste parlamentari romane, è il testo che apre questa collana e allarga gli orizzonti di fasidiluna a temi “caldi” di interesse internazionale. Mamma che fame!, invece, ha inaugurato Pandette, collana dedicata al benessere e al tempo libero. Gli scrittori esordienti, prevalentemente pugliesi, sono poi ospiti della collana Fuoricampo.

A due anni dall’inizio delle attività di fasidiluna, Raffaella e Gegè continuano, imperterrite e infaticabili, a girare per la Puglia, senza navigatore, per promuovere i loro scrittori; a rispondere alle domande improbabili e spiazzanti bambini e anziani; a chiacchierare con il pubblico che interviene alle presentazioni, superando il rossore, gli imbarazzi e le strane sensazioni di sdoppiamento e di dissociazione mentale. “In questo lavoro, parlare della propria attività è come imparare una storia e raccontarla, allo stesso tempo recitando un ruolo ma parlando di se stessi” commentano ridacchiando. E nella prossima uscita, Pasticcio di fata, chissà quanto ci sarà di loro…


Pia Latorre Paola Santini

Pasticcio di fata

Pia Latorre e Paola Santini sono due insegnanti con la passione per la scrittura. Il loro primo lavoro “a quattro mani” è stato Raccontinascensore (Mario Adda editore), nato quasi per caso e sicuramente per gioco davanti ai cancelli di una scuola barese, all’orario di uscita delle rispettive figlie. Amata e fortunata opera prima, in cui già esiste una perfetta (o, almeno, anelata fortemente) equilibratura tra realtà e fantasia. “I libri sono foglie parlanti”, ci dicono, recitando un proverbio indiano, “foglie da intuire e “annusare” come elementi della natura, come parte della verità e dell’umanità presente nella realtà stessa”. Nei giri di valzer dedicati alla promozione delle loro opere, ricorre spesso la domanda su come si possa scrivere a quattro mani. Ma loro sorridono, e ci spiegano come questa pratica sia frutto di un’alchimia di penna e cuore difficile da spiegare, ma entusiasmante e prodigiosa nella quotidianità… “Intender non la può chi non la prova”, insomma. L’hanno provata, non troppo tempo fa, insieme a Raffaella Moramarco e Gegè Cupertino di fasidiluna, precisamente nella cornice di EXPOLIBRO 2011, all’interno di un’iniziativa dell’Associazione di promozione alla lettura L’Aquilone: così è nato… un Pasticcio di fata! Pubblicato proprio da fasidiluna, il libro è un megaimpasto multi-risorse, in cui ognuno ha dato il meglio di sé, erompendo anche fuori dal proprio specifico. Immaginando il Paradiso “sotto forma di una biblioteca”, una immensa biblioteca metafora del tutto e dell’essenza del tutto, come suggeriva tempo fa il buon vecchio Borges, Paola e Pia ci salutano così: “Il nostro migliore libro? Dobbiamo ancora scriverlo. Bugia. Il nostro migliore libro è PASTICCIO DI FATA: assaggiare per credere”!


Claudio Calabrese

A routa libera

Ingegnere barese di 40 anni, consulente aziendale e del Tribunale Civile e Penale di Bari, Claudio Calabrese scrive da quando era piccolo, da sempre, insomma. Il suo primo romanzo è stato L’ultima dimensione, pubblicato con uno pseudonimo americaneggiante, Clarke Camble; un noir, un thriller surreale a metà strada fra il racconto realistico e la fantascienza. Qualche anno fa, invece, è iniziata l’avventura di A ruota libera: i primi due capitoli vengono pubblicati su “Prospektiva”, una rivista letteraria internazionale indipendente, e poi quasi per caso il testo arriva fra le mani di Gegè Cupertino e Raffaella Moramarco, che decidono di pubblicarlo subito. Una storia d’amore finita male, dopo 13 anni e mezzo, per telefono, il giorno di Natale, è l’episodio che dà l’avvio al romanzo: entra prepotentemente in scena la vita reale, quindi, e tuttavia surreali e divertenti sono i dialoghi tra il protagonista e la sua coscienza, che costellano la storia di riflessioni paradossali. Nelle librerie dal 15 dicembre 2011, A ruota libera ha venduto 300 copie in un battibaleno, e ora è in ristampa. “Sarà stato Gianrico Carofiglio a portar fortuna?” si chiede sorridendo il nostro autore, ricordando un’emozionante serata promozionale a Taranto, presso la libreria Dickens, dove appunto Carofiglio ha presentato il suo primo libro. “Oppure gli Avion Travel?”, dopo aver suonato a Foggia, in un ipogeo nel centro storico, sede della storica associazione La carboneria, dove è stato presentato anche A ruota libera? Non solo: sta per nascere una versione teatrale del testo, per la regia di Beppe Morgese. In barba alla barriere di diffidenza istintiva e (spesso, per fortuna) irragionevole contro cui devono sempre combattere autori “esordienti” e case editrici “giovani”. E in barba anche al trituratissimo luogo comune dello scrit-


tore “maledetto”, Claudio è un serissimo ingegnere a tempo pieno di giorno, mentre di notte scrive. “Chi ha qualcosa da dire non ha quasi mai dei canoni precisi attraverso i quali farlo: in casa, in treno, con la penna o col pc, essere scrittori vuol dire innanzitutto aver qualcosa da raccontare, tutto il resto è una sovrastruttura che può sempre essere eliminata”. E noi aspettiamo pazienti il seguito di A ruota libera, per la verità già in cantiere, insieme a un romanzo poliziesco, di cui però non vi sveliamo nulla. Info e contatti:

http://facebook.com/aruotalibera.claudiocalabrese http://www.facebook.com/FanDiaRuotaLibera?sk=page_insights http://www.prospektiva.it/numero42.htm


Paolo Comentale

George e Marco Paolo Comentale, barese, fondatore e direttore artistico della Casa di Pulcinella, nasce come burattinaio, lavorando con i bambini. Ed è così che, quasi naturalmente, fiorisce in lui l’idea di raccontare delle storie. E le storie narrate, all’inizio, sono quelle di Pulcinella: ma Pulcinella è un personaggio strano, che ha dei ritmi tutti suoi, che spesso non collimano con quelli dei bambini. Un giorno, per caso, tanti anni fa, in uno sfasciacarrozze nell’estrema periferia industriale barese, nasce l’idea di un bambino che mangia il ferro: è Guastaggiusta. Bari all’epoca era una città piena di guasti e di problemi, e questo bambino guastava e aggiustava insieme: Guastaggiusta, infatti, mangiava tutto, mangiava Punta Perotti, risolveva il problema Fibronit e la questione Petruzzelli. Quando la casa editrice La Meridiana di Molfetta ha deciso di pubblicare questa storia, allora è inizia-

ta davvero per Paolo Comentale l’avventura della scrittura, più precisamente della scrittura per i bambini. Qualche tempo dopo Guastaggiusta arriva il momento dell’ispettore Pinguino, fuggito da un circo per cercare la libertà; della signorina Foca, innamoratissima dell’ispettore, che corteggia cantando le canzoni di Lucio Battisti (Io vorrei, non vorrei… ma lo voglio lo stesso! Oppure: Un tuffo dove l’acqua è più blu… non ti lascio mai più!); dell’amico squalo patata, soprannominato Pa-Squalo. Uno squalo in pensione, vegetariano, ex campione di play-station. I tre sono una squadra inarrestabile e, come Guastaggiusta, sono pronti a risolvere tutti i problemi ambientali. Per Fasidiluna Paolo Comentale scrive invece un libro molto serio: George e Marco è un racconto illustrato che parla di due ragazzi, due amici di Paolo, morti in una giornata purtroppo disgraziata, cercando di salvarsi l’un l’altro. La domanda sottesa è: “Come si fa a raccontare la morte ai bambini?” E così ecco due animaletti, una lepre, inseguita dai cacciatori, e una volpe: non riescono a darsi la caccia, anche se dovrebbero farlo per natura, ma scappano e cercano di salvarsi insieme, salendo per una strada particolare, la strada del cielo. Muoiono, non muoiono, vengono uccise dai cacciatori? Tutto questo non si capisce, e ogni bambino può dare la sua interpretazione della storia, a seconda del suo vissuto e delle sue esperienze. È una dimensione di scrittura “aperta”: infatti, non si parla esplicitamente di morte ma di una scomparsa, e di conseguenza non c’è una visione univoca o una morale. George e Marco è, insomma, una storia per adulti e bambini, leggera come la sabbia e profonda come il mare… Una storia, insomma, per tutti quelli che hanno ancora una


ferita, piccola o grande, nel cuore. Racconta Paolo: “Nella vita ci sono delle situazioni forti, che bisogna imparare a gestire. La scrittura è un modo per sanare le fratture della vita. Oppure, a volte scrivere è come una ferita, è come perdere delle cose e non trovarle più, e sicuramente non è mai una scelta serena. Le mie storie sono scritte a penna, come se fossero dei passi, come le orme dei cani o dei gabbiani sulla sabbia. Se poi il teatro può essere, a volte, molto effimero, il libro invece è una cosa che resta, indelebile”. Però, effimero o no, noi che siamo cresciuti con la magia dei burattini del Granteatrino non possiamo fare a meno ci chiederci: “Chissà se George e Marco diventerà prima o poi uno spettacolo…” Info e contatti: http://www.casadipulcinella.it/


Pino Creanza

L’ulivo scomparso

La molla che spinge Pino Creanza ad accostarsi alla scrittura è la grande passione per la lettura. Sono soprattutto fumetti, da Tiramolla a Geppo, passando per L’uomo mascherato, su su fino a Linus; e poi i libri d’avventura, da Giulio Verne a Emilio Salgari, passando per Alexandre Dumas e I tre moschettieri. La passione per la scrittura “pura” viene molto dopo, perché il primo, chiaro obiettivo della sua vita è uno: disegnare e sceneggiare fumetti. Altamurano doc, Pino Creanza, occhialetti tondi da intellettuale, viso magro e sguardo indagatore, è un ingegnere sui generis, che ha bisogno di un “lato B” per sopravvivere, come ogni buon Dottor Jekyll ha il suo Mister Hyde: la scrittura. Scrivere è per lui “un incidente di percorso, di cui si scopre a un certo punto il lato piacevole, e quindi si continua”. Nel 2008 Pino Creanza scrive e pubblica una storia illustrata, Michelino e il segreto dei briganti, con il supporto di Torre di Nebbia, un’associazione di Altamura che si occupa della tutela del paesaggio e del territorio della Murgia. Michelino capita fra le mani di Gegè Cupertino e Raffaella Moramarco, che contattano l’autore e lo invitano a scrivere un libro per la loro neonata Fasidiluna su tema ambientale. Pino Creanza tira fuori dal cassetto un racconto, che prenderà poi come titolo: L’ulivo scomparso. La storia narra di un ulivo che viene trafugato e di un gruppo di ragazzi che si prende la briga di andarlo a recuperare: dietro la metafora ambientalista, i veri protagonisti del libro sono i ragazzi, i loro comportamenti, i loro dialoghi, le dinamiche familiari. L’ulivo trafugato viene ritrovato in una villa del Nord Italia, non può più essere espiantato né tantomeno riportato indietro, in Puglia. L’azione è irreversibile, così come lo sono tanti accadimenti e tante azioni della vita… I ragazzi lo impareranno, crescendo, a loro spese.


“Chiunque può scrivere”, ci dice Pino Creanza: “Sarebbe bello riuscire a scrivere almeno una lettera d’amore nella propria vita… Sarebbe bello che chiunque riuscisse a farlo, non solo con gli sms, ma proprio con la penna e un foglio di carta. La cura della scrittura è anche una cura di sé, è una dimensione che chiunque, non solo uno scrittore con la “S” maiuscola, può concedersi. Chiunque può riuscire a esprimere un’idea, un sentimento, un’emozione, scrivendo”. O magari, anche disegnando. “È una questione di educazione”, ribadisce Pino, che ha tra i suoi progetti futuri un sequel dell’Ulivo scomparso e un racconto autobiografico, ambientato negli anni ’60. Info e contatti: http://www.pinocreanza.it http://www.sillytragedies.it


Substrati

“Culture dal Sottosuolo� in movimento sulla terra A cura di Francesco Pasculli


Ci sono incontri che cambiano la vita e desideri che muovono dalle viscere della terra. E’ questa l’essenza di Substrati – Culture dal Sottosuolo, un’associazione barese nata per gioco un paio di anni fa dall’incontro di un gruppo di vecchi amici. Nata con l’idea di promuovere cultura dal basso, Substrati si è fatta strada nel corso del tempo, superando sfide e difficoltà impreviste. Oggi, con due anni di attività alle spalle, continua a proporre eventi d’interesse per un pubblico di appassionati e di curiosi. Nel frattempo hanno affinato l’organizzazione, moltiplicato i segmenti culturali d’interesse ed avuto qualche cambiamento nello staff di lavoro. Ci piace rileggerli tutti d’un fiato, vecchi e nuovi soci: Mimma De Carolis, Domenico Gendarmi, Giorgio Castriota, Grazia Bombini, Barbara Ferorelli, Francesco Ladisa, Gilda Camero, Giovanna Tansella, Gaetano Raimondo, Annalisa Barnabò, Salvatore Scilipoti, Maria Vitina Di Donna, Rossella Milillo. Prossimo obiettivo? Trovare la giusta sponda in città, magari nel centro storico. Dove l’accesso per la club culture e la musica live continua, nonostante tutto, ad essere difficoltoso. Proviamo a conoscere meglio l’associazione attraverso il racconto di uno dei tre soci fondatori, Domenico Gendarmi, attuale presidente.

Domenico insomma come è nata questa idea di Substrati – culture dal Sottosuolo? Puoi raccontarci un po’ gli esordi? L’idea vera e propria è stata concepita una sera a Bari, all’inizio dell’autunno del 2009, davanti ad una birra. Presumibilmente eravamo tornati da qualche concerto, si fantasticava sulle rispettive liste dei desideri, dei vari artisti che avremmo voluto vedere in città. Sarà stato l’alcool o più semplicemente l’entusiasmo dovuto al sognare ad occhi aperti ma Salvatore (Scilipoti), uno dei presenti quella sera, esordì con una frase del tipo: “E se provassimo noi a organizzare un concerto?” Naturalmente la reazione dei più in quel momento fu la classica espressione divertita e quel sorriso amaro classico del “vorrei ma non posso”. Quella sera però chissà cosa c’era nell’aria. Giorgio (Castriota), stimolato dall’idea, iniziò a prendere contatti con una serie di gruppi per capire quanto fosse gestibile un loro cachet. I giorni suc-

cessivi furono da subito movimentatissimi: io, Salvatore e Giorgio ci incontravamo per riferirci i cachet dei diversi gruppi contattati e andavamo in giro per locali a chiedere eventuali disponibilità per musica live. Naturalmente furono giorni pieni di delusioni, e soprattutto di porte sbattute in faccia. Quando ci andava bene i proprietari dei locali ci dissuadevano elegantemente dall’idea di provarci. Non so cosa ci diede la forza di non arrenderci. Poi arriva il colpo di fortuna. Avevamo avuto un contatto con l’agenzia di booking “Libellula” di Asti (TO) per portare a Bari Marco Notari. I ragazzi ci erano sembrati davvero disponibili nel venirci incontro come cachet e soprattutto davvero entusiasti di venire a suonare dalle nostre parti. Nella nostra ricerca di posti disponibili, naturalmente, uno dei primi posti che contattammo fu l’Arci 37 di Giovinazzo, se non altro perché il posto dove noi stessi avevamo visto forse il maggior numero di concerti dalle nostre parti. Tuttavia Tommy Buonvino, il presidente del circolo, ci disse a suo malincuore che la sera in cui era possibile organizzare il concerto non ci sarebbe stato nessuno per poter aprire e soprattutto gestire il circolo. Potete immaginare benissimo a questo punto l’incredulità e soprattutto l’adrenalina quando Tommy mi richiamò per chiedermi se fossi ancora interessato alla data del 7 novembre. Direi che se quella sera nel pub è stata concepita l’idea, in quel preciso momento forse è davvero nato il progetto Substrati – Culture dal Sottosuolo. Naturalmente non c’era ancora un nome e lo stesso gruppo di persone che oggi dà vita al progetto in realtà si è formato proprio a partire dall’organizzazione di quel primo evento. Con noi c’era solo tantissimo entusiasmo, un po’ di coraggio e anche un pizzico di follia. A quel punto, quando ormai non si poteva più tornare indietro, cercai di coinvolgere quante più persone mi sembravano poter essere interessate al progetto, così da tre diventammo undici persone e Substrati – Culture dal Sottosuolo è finalmente decollato. Col tempo qualcuno è andato via, di recente abbiamo anche avuto giovani new entry.


Di strada ne avete fatta dal 2009. Concerti, reading letterari, ma anche politica. Come riuscite a muovervi in segmenti così diversi? Il segreto, se così vogliamo chiamarlo, sta proprio nel gruppo di persone che è alla base del progetto. Se da subito la passione per la musica è stata la scintilla e soprattutto quello che accomunava un po’ tutti, mi piace pensare che poi Substrati sia diventato pian piano un modo per ciascuno di noi di condividere piccole passioni o scoperte quotidiane. Sin dall’inizio non ci siamo mai imposti veti di alcun tipo e abbiamo evitato qualsiasi forma di snobbismo. Quindi ciascuno di noi si è sempre sentito libero di fare proposte che spaziassero dalla musica al cinema ai libri o fumetti fino anche alla politica in ricorrenze particolari. Penso sia stato un percorso abbastanza naturale e non credo sia stata esclusivamente una questione di numeri: semplicemente, si è venuto a formare spontaneamente un gruppo di persone abbastanza eterogeneo. All’interno di Substrati alla fine ci sono diverse anime: se quella musicale si divide in due tra pop e rock, ritroviamo poi anche l’anima cinefila, quella fumettistica e quella letteraria. Da un lato, questo tipo di approccio rischia a volte di essere un po’ dispersivo e “disorientante”, per via del fatto che, come associazione non abbiamo, se vogliamo, dei connotati ben delineati; dall’altro lato, però, noi abbiamo sempre visto come la nostra vera caratteristica quella di provare a far emergere, prima di tutto da noi stessi, quante più passioni ci accomunano per provare a condividerle con gli altri. In altre parole, una volta visto che il sogno iniziale di provare a organizzare un concerto non era così irrealizzabile, ci abbiamo preso gusto e ci siamo detti: perché non proviamo a far emergere qualcos’altro oltre la musica dal sottosuolo barese?

Coraggio, movimento, organizzazione. Quali sono gli ingredienti su cui più puntate per l’organizzazione di un evento artistico? Direi che il primo e il più importante è il coraggio, senza dubbio.

Senza questo, insieme ad un po’ di incoscienza e tanta passione, direi che sono troppi i rischi in ballo ogni volta che organizzi un evento. La reazione immediata sarebbe quella di lasciar perdere. Poi più ne fai più acquisisci esperienza, inizi a capire come ci si deve muovere, le diverse realtà da contattare e gli innumerevoli problemi ed imprevisti tecnici che prima o poi ti toccherà affrontare. Quindi magari dopo l’ansia iniziale che ti coglie inizi un po’ a farci l’abitudine e tutto inizia a fare meno paura. Come Substrati ti direi che non avendo un nostro locale e cercando di collaborare ogni volta con realtà del territorio quello su cui puntiamo maggiormente è innanzitutto creare un rapporto di fiducia con il locale che ci ospita. Per quanto riguarda gli altri aspetti di solito noi curiamo in particolare la promozione dell’evento, cerchiamo di mobilitarci in massa e proviamo a stuzzicare la curiosità di quante più persone possibili. Tanta promozione ormai è sul Web ma non ti nego che ricordo momenti esilaranti di “promozione sul campo” quando hai a che fare con le facce della gente che ti guarda in modo strano mentre tu cerchi in tutti i modi di convincerla che l’evento che gli stai proponendo è imperdibile e se non viene se ne pentirà a vita!

Substrati Culture dal Sottosuolo, un’immagine suggestiva che richiama radici profonde. Quanta cultura “sommersa” esiste oggi a Bari? Di cultura da far emergere a nostro avviso non ce n’è mai abbastanza, altrimenti non ci saremmo dati questo nome del resto! A parte gli scherzi io credo che fortunatamente nella nostra città ci siano tanti giovani molto attenti a diverse forme di cultura. Cercando di parlare di cultura nel senso più ampio del termine, infatti, ho notato che recentemente si stanno moltiplicando numerose iniziative. Dicendo “iniziative culturali” mi riferisco a un significato più ampio del termine che non implichi necessariamente uno spettacolo artistico. Mi vengono in mente, ad esempio, iniziative per la promozione dell’uso delle bici, dall’apertura delle ciclo-officine alle escursioni organizzate per la scoperta del territorio, fino al concerto in Fiera dei Tetes de Bois alimentato dalla gente che pedalava. Come queste ne esistono analoghe in altri campi, dall’enogastro-


nomia allo sport. In sostanza, il nostro territorio non mi sembra affatto anestetizzato, tutt’altro, sarò forse troppo ottimista ma io vedo moltissime potenzialità pronte ad emergere. Non è certo facile, perché come detto prima ci vuole tanto coraggio (e non solo quello), ma se dovessi pensare alla metafora che ha ispirato il nostro logo (un fungo che emerge dal sottosuolo) direi che il territorio barese a mio avviso è un bosco ideale per la scampagnata della domenica!

Nella vostra esperienza che cosa secondo te manca ancora sul territorio barese per lo sviluppo di attività artistiche di richiamo nazionale? Bellissima domanda! Mi piacerebbe davvero averla questa ricetta, per far sì che Bari diventi una piccola Bologna, Berlino o Londra. In realtà di sforzi ce ne sono stati e continuano a esserci. Credo che chiunque sia abbastanza attento a certi temi si sia accorto che ormai da più di cinque anni la Puglia in generale, e quindi anche Bari, si è un attimino svegliata dal punto di vista culturale. Purtroppo, a mio avviso, anche eventi artistici di carattere e risonanza nazionale, e mi riferisco ad esempio all’Italia Wave Festival a Lecce e al MEDIMEX a Bari lo scorso anno, non hanno avuto il successo sperato. Anzi hanno scatenato critiche e lotte interne, forse però troppo legate a rivalità politiche che ad altro. Nei casi che ho citato prima, ci si aspettava una risposta migliore dal pubblico, anche fuori dalla nostra regione, che invece non c’è stata. All’epoca il mio primo pensiero fu che dal Nord non sono così abituati a spostarsi per andare a vedere un concerto come lo siamo noi del Sud. A mente fredda forse riconosco che è un po’ troppo semplicistica come spiegazione e sicuramente non riusciamo a essere ancora così “attraenti” da questo punto di vista come ad esempio riusciamo a esserlo per il turismo balneare. Ciò che forse manca è una tradizione nel riuscire a organizzare attività di una certa risonanza. Naturalmente poi in questi casi si viene a creare quasi sempre un circolo, purtroppo non virtuoso ma vizioso, e quindi non essendoci tradizione mancano gli spazi adatti e manca anche il pubblico attento in adeguate proporzioni all’evento. In ogni caso, secondo me, queste sono trasformazioni culturali che avvengono lentamente. Io direi che tra le città del


Sud abbiamo fatto importanti passi in avanti da questo punto di vista, e a dire il vero ti assicuro per esperienza diretta che ci sono molti più eventi artistici a Bari che in alcune grandi città del Nord.

Proviamo a fare un salto nei ricordi… un episodio che non potresti proprio dimenticare? Ecco, come potrai immaginare adesso riuscire a trovare un unico episodio è abbastanza complicato. A parte il primo concerto, con il quale comunque c’è un legame affettivo, direi che forse la serata che in qualche modo ci ha emozionato maggiormente come gruppo sia stata quella del concerto di Andrea Chimenti. Per noi era la prima volta che puntavamo su un nome già conosciuto e soprattutto eravamo riusciti a organizzare un concerto proprio nella nostra città. Per la prima volta infatti ci siamo resi conto di quanto quella serata, agli occhi di molti, fosse davvero un evento atteso con impazienza. Ricordo un padre con la figlioletta in fila già dalle 20 per il concerto. Ricordo una coppia che a fine concerto chiese a Chimenti di farsi una foto nella stessa identica posizione in cui l’avevano fatta vent’anni prima. L’impressione è di aver dato vita a una serata speciale per più di qualcuno, non solo per noi...

Quali sono i vostri progetti per il 2012? I progetti in cantiere sono sempre in evoluzione. Ad oggi abbiamo già definito due date per concerti live: i primi di marzo Babalot all’Arci 37 di Giovinazzo e a fine aprile un gruppo emergente di Rimini, poco conosciuto ma davvero interessante: i Girless & the Orphan. Vorremmo inoltre organizzare una serata dedicata ad Andrea Pazienza, magari con delle letture a tema. Infine stiamo cercando di riuscire a sfruttare meglio nuovi locali aperti recentemente a Bari che a nostro avviso possono essere il luogo ideale per portare cose nuove nella nostra città. Ci sono mille difficoltà, non lo nego, ma finché riusciremo a mantenere l’entusiasmo di sempre sono convinto che riusciremo a districarci ugualmente nel sottosuolo barese. Poi, chissà, per il futuro speriamo di riuscire a crescere, acquisire sempre maggiore esperienza e magari proporre una vera rassegna musicale, targata Substrati-Culture dal Sottosuolo!


JAMMING CULTURE 17


WRONG IS (A) RIGHT o del principio della ristrutturazione artistica

A cura di Antonella Ciciola Foto di Claudio Nitti

Un gruppo eterogeneo di artisti che abbiano voglia di esprimersi liberamente, fare ricerca, sperimentare; un denominatore comune, il linguaggio dell’improvvisazione; un collettivo aperto a tutti, ispirato da un “principio inclusivo e non esclusivo dell’arte”, autofinanziato, autogestito, fondato sulle interferenze interdisciplinari tra le diverse arti. Di questo, e di molto altro, parliamo, quando parliamo di Jamming Culture.


Ogni martedì, negli spazi messi a disposizione dalla Taverna Vecchia, nel cuore del quartiere Libertà a Bari, Jamming Culture chiama a raccolta musicisti, che si sperimentano sul palco in un unico flusso musicale; poeti, che leggono le proprie composizioni durante i set, oppure approfittano dei microfoni aperti per scritti estemporanei; fotografi, che si sperimentano mettendo a disposizione i propri scatti in tempo reale su uno schermo; pittori, che guidano i loro pennelli durante lo spettacolo; attori, che improvvisano a ritmo di musica e non; danzatori, che si lasciano trasportare dall’improvvisazione circostante. I set vengono composti prima dell’inizio delle jam, con un modulo aperto, in modo che siano modificabili in corso d’opera e non chiusi ermeticamente: chiunque se la senta può “invadere” il palco e improvvisare, andando ad aggiungere (o viceversa sottrarre), insomma a modificare l’assetto predisposto. Jamming Culture è, insomma, un banco di prova, un luogo in cui ci si mette in gioco, un luogo in cui ci si libera dei propri schemi, confrontandosi con le esperienze più varie: recentissima è la collaborazione con l’Orchestra di Improvvisatori Banderumorose (solo per citarne una), in scena al Palazzetto dello Sport di Carbonara di Bari. Ma a questo punto, invece di azzardare definizioni sommarie, diamo la parola ad alcuni degli artisti del collettivo…


JC è… Linee espressive coordinate (ma anche no, possibilmente)

JC è… Improvvisazione musicale (… e non solo) Dario Nitti: “Partiamo da due aggettivi, “variegato” e “multidisciplinare”. Si tratta di due concetti che non valgono solo per la musica: è il metodo stesso di JC ad essere multidisciplinare, nel senso che si è deciso di unire varie arti e di farle “reagire” all’interno dello stesso palco, arti che si muovono tutte con lo stesso mezzo, che è quello dell’improvvisazione, della ricerca, del superamento dei propri limiti. Superamento è interplay, interpretare e interagire con quello che succede intorno a se stessi. Lo si può fare solo andando al di là delle proprie impalcature espressive”.

Marco Malasomma: “Il coordinamento non si organizza, ma è il risultato naturale dell’interazione fra arti affini. L’interazione fra due musicisti, o fra un musicista e un artista, deve essere estemporaneamente riferita a quello che sta succedendo in quel preciso istante. Le altre arti interagiscono fra loro e con la musica in un modo non necessariamente, anzi meglio, possibilmente non strutturato o deciso in partenza. L’idea è quella di creare un flusso continuo di quello che succede là, in quel momento, con l’interazione fra le arti”.

JC è… Improvvisazioni corporee Luana Mosca: “C’è una linea, un lavoro naturale che viene fuori. Si sceglie sulla scia del momento quale dei musicisti seguire, perché non è possibile seguire più ritmi contemporaneamente, per quanto strutturati, più o meno, uno sull’altro. Si sceglie se andare in battere o in levare, si sceglie quello con cui magari si è più affini. Il punto è seguire il flusso di energie che viene fuori, e se si riesce a coglierlo arriva di necessità un momento in cui tutti quanti “vanno” insieme. Il flusso di energia che unifica tutti in un’unica cosa… Come quando ci si innamora”.


JC è… Impro fotografica Claudio Nitti: “Il centro è il palco di JC, perché quello è il punto d’incontro fisico di tutte le influenze: lì, tutte le anime e le individualità del collettivo entrano in contrasto, entrano in gioco, interferiscono e comunque creano. Sono immagini interferenti, come mi piace chiamarle. Per quanto riguarda la fotografia, la vera innovazione è renderla una performance, quindi priva di post-produzione. O meglio, sul palco la fotografia mette da parte la post-produzione e si offre alla fruizione diretta, cosa che molti fotografi giudicherebbero quasi inammissibile. Di norma, il prodotto fotografico è una foto “finita”, che è entrata in camera oscura, e tutto questo nell’improvvisazione fotografica non c’è. Però è un ottimo metodo per fare una “ristrutturazione”, per fare ricerca e sperimentazione continua. Resta sempre molto difficoltoso per un fotografo spogliarsi della postproduzione, è sempre un azzardo. Il fotografo e il video maker vedono sempre la pari dignità fra il lavoro di ripresa e il lavoro di produzione e postproduzione, mentre un musicista è per sua natura più avvezzo a un discorso legato all’estemporaneità”.


JC è… Interazioni e interferenze poetiche Mario Scrima: “Utilizzando la parola senza lo schema classico della poesia (perché quello che realizziamo non è un reading), un testo che viene recitato, sussurrato, urlato può incastrarsi perfettamente con quello che è la musica. Molto spesso succede, sempre in maniera molto estemporanea ed empatica, che il testo (poesia, racconto, frase, anche solo semplicemente una parola) si adagi, aderisca perfettamente a quello che è la musica, e a sua volta la musica alle parole, in una sorta di percorso comune. Quindi la poesia segue la musica, o viceversa: c’è un interscambio di parole, di suoni, di immagini, di sensazioni. La poesia cessa di essere semplicemente un testo ordinato, messo lì con la sua propria musicalità, e si intesse invece perfettamente con il “tappeto musicale”, piuttosto che con la fotografia, con la giocoleria e con tutte le altre arti che in quel momento vengono messe in gioco, uscendo dal foglio o dalla testa dello scrittore e prendendo nuova vita”.


Il direttivo del collettivo Jamming Culture 17 Michele Magno chitarre Francesca Pergola flauto Pippo Marzulli poesia Barbara DePalma poesia Marco Gernone videomaker Jime Ghirlandi illustrazioni, poesia Grazia Marsico giocoleria Teodora Mastrototaro poesia Vito Cascella videomaker Gaetano Pascolla tastiere, chitarra Dario Nitti batteria, percussioni Luana Mosca giocoleria Claudio Nitti fotografia Marco Malasomma batteria, elettronica Mario Scrima poesia Luca Antonazzo sassofono Tony Ruggiero basso Antonio Valente vibrafono, percussioni


Jamming Culture 17 Info e contatti: http://www.facebook.com/ groups/325505984133045/


Ergo we are Human elettronica on the road di Chiara Ciociola

http://www.facebook.com/ErgoWeAreHuman http://bassattack.wordpress.com/ http://bleepmode.wordpress.com/about/


Facendo una ricerca per immagini su google con le parole chiave “street music” non si trova altro che un tripudio di uomini-orchestra, saltimbanchi e fachiri, oppure bande multicolore di fiati, chitarre e percussioni. Nemmeno l’ombra di una consolle o di un qualsiasi strumento riconducibile alla scena electro e al mood fumoso e “fluo” legato alla musica elettronica e al clubbing. Eppure l’about della pagina facebook della crew di Ergo We Are Human è chiaro: “Ergo We Are Human travalica il tradizionale clubbing per tornare alla strada, luogo di contaminazioni e incontri imprevedibili, perché è nella natura stessa della musica essere avventurosa, testimoniare il qui ed ora ma guardare al futuro”. E’ proprio questa la missione di Jaurelio (dj), Flavio P (dj), e Enz Diniz (vj), cavalieri del clubbing senza club, di un’elettronica on the road, raffinata ma diretta, pungente e rischiosa, eppure accogliente e aperta alle contaminazioni più varie “depurate dalle voglie modaiole in salsa nu-indie e più attente della complessità d’intrecci che dalle scene bass, fidget, dutch e dubstep provengono”, per citare nuovamente le parole del boss (concettuale) della crew Jaurelio, da vent’anni redattore del magazine “Neural” (www.neural.it), e autore del blog “Wicked Style”. Il progetto nasce al Mercato Occupato di Poggiofranco nell’inverno del 2011 e lì sperimenta i suoi primi riverberi di bassi e di pubblico: la familiarità del luogo occupato si coniuga perfet-


tamente con l’idea di strappare ai club quella frangia di pubblico annoiata dall’inscatolamento nei luoghi deputati per il divertimento assicurato. Dai sotterranei del mercato (ormai fantasma), luogo alieno ma già troppo rigido per il continuo evolversi della nostra crew, Ergo We Are Human poi emerge e si riversa nelle strade. A Natale imperversa con un dj-set on the road tra le bancarelle natalizie del centro città, a Bari Vecchia e a Piazza Umberto: la musica di Flavio P e Jaurelio, unita ai visual di Enz Diniz, si modula dal vivo sulla percezione nuda dell’atmosfera e sulle risposte dell’audience. Poi è la volta di Bleep Mode, un progetto del laboratorio urbano Ex-Opera di Cerignola, uno spazio aperto alla commistione e contaminazione delle arti dove Ergo We Are Human incontra live performance e fotografia. L’ultimo progetto della crew è Bass Attack in collaborazione con Fabbrica del Beat. La squadra, più nutrita e differenziata, sta appunto attaccando con più forza, passando da luoghi underground e liminali come “L’altro Mondo” e “Le Macerie” per sbarcare e irrompere in Università, nell’androne della facoltà di Giurisprudenza, lo scorso 30 Marzo. E’ soprattutto a questi luoghi istituzionali e quotidiani infatti che la crew tende: affascinata dagli spazi non dedicati alla dance e il più lontano possibile dal mainstream Ergo We Are Human avanza, ingurgitando lo spazio urbano e trasformandolo in un potenziale e mai deperibile dancefloor.

“affascinata dagli spazi non dedicati alla dance e il più lontano possibile dal mainstream Ergo We Are Human avanza, ingurgitando lo spazio urbano e trasformandolo in un potenziale e mai deperibile dancefloor”.


L’approccio a un video musicale spesso va ben oltre l’estetica dell’immagine. Uno dei miei registi musicali preferiti è senz’altro Michel Gondry, in grado di codificare un beat in un movimento e in una persona; allo stesso tempo mi affascina uno come Vincent Moon, capace di ridurre la delicatezza di una canzone a giochi sfumati di ombre, di chiaroscuri, lasciandoti quasi solo con la musica come unico punto di riferimento. È vero anche, tuttavia, che spesso il senso di una canzone rischia di perdersi per strada, quando il video riesce a creare quasi un altro piano narrativo. La scrittura non si limita a preservare il senso di un testo, ma spesso corre il rischio anche del degrado e dell’equivocità. Una volta che una cosa è fissa rischia di perdere idealmente il suo senso. Sarà per questa particolarità che, specialmente oggi, nell’era della “riproducibilità tecnica”, per trovare il senso delle cose siamo passati a decostruirle. Prendi una frase, la scomponi, la dividi nelle sue unità fondamentali e risali al significato. Allo stesso modo prendi una canzone, la scomponi e la ricomponi, pensando di raccontarla soprattutto con le immagini. Se è vero così che niente si crea o si distrugge ma tutto si trasforma, ecco che il senso primo della storia non cambia: una canzone pop resta meravigliosamente pop. Questo è quello che fa, nel suo piccolo, una piccola casa di produzione di Monopoli. Chiamiamolo gioco, come tutto ciò che parte dalla passione, fattosi sempre più importante e interessante aperto ormai al territorio nazionale. La casa in questione è la Dispoto next, il gioco si chiama TAS (acronimo di Take Away Sounds). Leggiamo sul loro sito: “consumatela come quando e dove volete: “Take Away Sounds” è una performance da prendere e portare via”. Dichiaratamente ispirata all’idea francese di “La Blogothèque - Concert à emporter”, TAS raccoglie un’esigenza sentita dal mondo musicale lontano dalle major, la promozione, soprattutto grazie all’unicità della sua formula.

www.takeawaysounds.it www.youtube.com/suonidasporto invisiblesessions.org/ www.blogotheque.net/ www.progettosettepiu.it

Musica da asporto Decostruttivismo in video per il progetto Take Away Sounds


di Nico Andriani foto: Alice Brunello Luise


Spogliata di lustrini, una canzone suonata all’interno di un salotto, o a piedi nudi nel mare, o sul terrazzo della propria sala prove, fa in modo che la musica incontri la strada e quasi racconti le sue radici: “Fuori dalle sale di registrazione e lontano dai palchi, gruppi di musicisti o singoli performers si esibiscono in maniera spontanea, giocando con la propria musica, all’interno di una location non convenzionale ma significativa per la band. Non è un video-clip. I nostri “Suoni da asporto” sono brevi documentari che raccontano l’anima del gruppo o dell’artista e i sentimenti che girano tra i musicisti quando la chitarra segna il ritmo e una voce canta”. Il progetto è pensato per una fruizione rapida, accessibile e trasversale. Take Away Sounds rappresenta il tempo reale dell’esecuzione musicale: le riprese in piano sequenza, la quasi totale assenza di post-produzione, l’audio registrato in presa diretta. “Non è la ricerca del risultato migliore, ma la realtà concreta di un gruppo che suona per fare musica. Take Away Sounds è un occhio discreto che punta dritto alla natura di ciò che accade, adesso”. Istantaneità e riproducibilità sono le due parole chiave del progetto, come ci illustra Pierdomenico Mongelli, tra gli ideatori del progetto, raccontandoci anche l’adesione di TAS alla sperimentazione multimediale “Invisible Sessions”: cliccando sulle lucine dell’Italia presenti sul planisfero che appare collegandosi al sito è possibile vedere alcuni dei video da loro realizzati. A oggi il portfolio raccoglie alcune delle proposte pop pugliesi migliori, dagli Iohosemprevoglia agli Eternauti, passando per Uross, Fabryka e Moustache Prawn, presentati come la “next big thing” pugliese: “Vorremmo girare più gruppi ma problemi di tempo e budget ci limitano tantissimo, l’autoproduzione è una brutta bestia! - dice Pierdo-


menico - Sappiamo che scontentiamo molte band ma non abbiamo i mezzi finanziari per riuscire a soddisfare le attuali richieste, che ammontano a circa 180 band e una cinquantina tra etichette e agenzie”. Coinvolti in riprese che adesso viaggiano per tutto lo stivale (hanno ripreso le performance, tra gli altri, di Marco Parente, News for Lulu e the Metropolitans, dal 16 al 21 febbraio svolgeranno una sessione TAS tra Bologna e Venezia) e nonostante l’autoproduzione, l’entusiasmo che si respira relativamente al progetto è tanto, e Pierdomenico non si risparmia: “Progetti personali? Mille, relativo a Take Away Sounds, invece, il CAM-TAS, ma non posso dire altro”. La ciliegina finale di questo continuo lavoro di decostruzione e ricostruzione è Progetto7+, un contest/format tv rivolto alle band in età scolare di Monopoli, una fetta generazionale quasi totalmente abbandonata a se stessa. Racconta Pierdomenico: “Quando avevo 15 anni sognavo di partecipare a qualche contest... ora ne organizzo uno con l’associazione culturale Progetto 7+. Dispoto Next è media partner del progetto”. In chiusura, Pierdomenico ci ricorda che la passione non si nutre solo di ideali, ma di certo, in tempi come questi, è un punto di vantaggio: “TAS è il frutto di investimenti della Dispoto Next, della passione che sia io che il mio socio Gigi Grasso abbiamo per la musica. Il progetto vive grazie al tempo che i miei collaboratori dedicano a TAS fuori dagli orari di lavoro (come Marco, Franz o Maria Sara) o all’aiuto che ci dà Genny Catalano nell’organizzare le sessioni con le band. Tanta gente, insomma, che partecipa senza nessun compenso. Se avessimo un aiuto economico da istituzioni (e, in ultima istanza, privati) potremmo sicuramente far crescere nel migliore dei modi questo progetto. Ma noi andiamo avanti comunque!”


Film Found Family di Monica Falco

Sito web: www.filmfoundfamily.it Video “Dipendente”: http://www.youtube.com/watch?v=u1J95n8blvs La nònne, videoclip Camillorè: http://www.youtube.com/watch?v=WpH8aSlReow


Dalla necessità e voglia di condividere arte e cultura e dalla passione per il cinema e teatro, nasce a Santo Spirito, quartiere dell’estrema periferia nord di Bari, la nuovissima casa di produzioni cinematografiche “Film Found Family”. Nata prima come associazione, la FFF nel giro di pochi mesi diventa un’ azienda con lo scopo di promuovere il territorio pugliese. Il suo fondatore è un giovanissimo attore e regista, Andrea Ferrante. Amante della sua terra ed intenzionato a valorizzarla, Andrea, con la collaborazione di Leonardo Vasile, Marco Gernone, Laura Cacciapaglia, Giovanna Delvino e Loredana Schiraldi riesce a metter su una vera e propria famiglia da cui, appunto, il progetto prende nome. Il cinema trova casa, è questa l’idea che spinge all’unione. La consapevolezza dell’importanza del fattore umano in tutte le forme di collaborazione. Famiglia, intesa come idea che accomuna più persone che hanno gli stessi scopi e che quindi, curano e nutrono un progetto comune. Il primissimo lavoro realizzato all’interno della FFF è stato un corto dal titolo “dipendente”, una sorta di critica nei confronti di quella società moderna che si ciba esclusivamente di televisione, mentre, tra gli ultimi, citiamo il nuovo videoclip musicale dei Camillorè, girato all’interno dello Stadio delle Vittorie di Bari. Al momento sono in cantiere altri due cortometraggi di cui presto avremo notizie. In attesa delle novità, dal sito ufficiale e dal canale youtube, possiamo visionare le precedenti produzioni.

FFF Sede legale: Catino, via Nicholas Green 65 FFF Sede operativa: Santo Spirito, via Napoli 13


Metti una sera, ad un concerto de Il Teatro degli Orrori… Botta e risposta dubbioso col cantante, monsieur Capovilla. di Vincenzo Membola Foto di Gaia Ananda Giannini

Di questa persona qui, onestamente, si comincia a parlare troppo. A chiedergli troppo, a cercare di capirlo troppo. Parlo di singolo perché la band è un’altra cosa, va per la sua strada, cambia, sperimenta nuovi suoni ma ciò che richiama l’interesse è proprio lui. E allora provo a far finta di nulla, a chiedergli cose in maniera distaccata, a girarci intorno. Come sia andata non lo so, posso dirvi soltanto che il concerto di venerdì 20 Aprile all’Eremo me lo son goduto, l’intervista giudicatela voi. Segue testo, o meglio ipertesto.


Oltre gli investimenti in Tanzania, tralasciando il video di Kony, cosa può far scoprire l’Africa, oltre il visitarla? Credo che la storia umana e politica di Ken Saro Wiwa e di Henry Okah narri in modo tristemente esemplare l’Africa contemporanea, e le sue incredibili ingiustizie sociali. Cito questi due straordinari eroi nigeriani, perché le loro vicende ci riguardano da vicino, e riguardano in modo specifico l’ENI, responsabile tutt’oggi delle più criminali strategie industriali nel delta del fiume Niger. La devastazione dell’ecosistema del Delta è una responsabilità di Shell, Chevron Texaco ed ENI-Agip, e rappresenta forse la più grave violazione dei diritti umani, politici ed economici delle moltitudini residenti, perpetrata coscientemente da dirigenti industriali privi di scrupoli e del tutto incuranti delle terribili condizioni in cui obbligano a vivere e morire decine di milioni di persone, da generazioni. È uno schifo intollerabile, e grida vendetta.

ma deliziosamente tradizionale.

L’Essere Italiano. C’è una Nazione in cui ti saresti visto, in cui ti vedresti? Amo la Russia e mi sento vicino alla sua poesia e tradizione letteraria.

E se potessi rubare un’opera d’arte, quale sceglieresti? Domanda bizzarra e divertente! Una pietà cinquecentesca, o un trittico di Bosch. Fors’anche una poesia autografa di Esenin. C’è un’opera o un film con cui vorresti metterti alla prova, che ti incuriosisce? Mi darò al teatro, un giorno! Nel frattempo mi accontento di tentare un’audio lettura di “Nostra Signora dei Turchi”, di Carmelo Bene.

Cosa ti serve per scrivere? Una stanza ordinata, le sigarette, caffè amaro, il mio Mac, e la connessione alla rete. Il cibo è passione. Ti posso chiedere il tuo piatto “poetico”? Le “sarde in saor”, piatto povero per eccellenza,

Caparezza, Piotta, Aucan, etc. Ora con chi vorresti collaborare? Lo saprai presto. Ho scritto una canzone per una nota ed incantevole voce femminile. Il disco uscirà fra non molto. [La Consoli, carmenconsoli, ti prego Carmen Consoli, dita incrociate. NdR] Cosa pensi della Puglia, allo stato attuale? Adoro la Puglia, la sua terra e la sua gente. Amo anche il mio paese, tutto intero: lo vorrei diverso da com’è, ma provo per esso un sentimento intimissimo di appartenenza. Il tuo ultimo concerto da spettatore? I Butcher Mind Collapse, giusto prima del nostro concerto a Molfetta. Bel gruppo, musica interessante, ragazzi motivati: bella gente, insomma.


Intervista a Brunori Sas di Nico Andriani

Quasi ci spiazza per la sua ironia, per la sua onestà, per il suo parlare con entusiasmo e raccontare con acuta sensibilità degli “italiani”, senza però volerne dare un ritratto sociologico o politico. Abbiamo intervistato Dario Brunori, in arte Brunori Sas, pluripremiato cantautore cosentino definito dalla critica il nuovo “Rino Gaetano”, Premio Ciampi 2009 come miglior artista esordiente, la Targa Siae/club Tenco 2010, premio Italiano Musica Indipendente come migliore Live 2011. Dario ci ha accolto in camerino a poche ore dal concerto del 20 gennaio 2012 nel teatro Kismet OperA, a Bari. Siamo al terzo appuntamento di Fuori Tempo, rassegna musicale programmaticamente dedicata ai non rassegnati alla musica mainstream, prodotta da Arci Tressett, Area Metropolitana, Teatro Kismet OperA, giunta ormai alla terza edizione.


Pochi mesi fa hai ritirato, qui al Kismet, il premio PIMI per il miglior live italiano, mentre in estate ti sei esibito anche sul palco del Giovinazzo Rock Festival; quali sono le differenze tra la dimensione del palco di un festival estivo e quella, magari più intima, di un teatro? Sicuramente sono esperienze differenti, ma non c’è un meglio e un peggio: sul palco di un festival come il Giovinazzo Rock devi affrontare delle situazioni in cui parte del pubblico non ti conosce, e quindi sai che non giochi sul velluto… Il bello è anche questo, perché il live tende a diventare più energico e d’impatto. In realtà, per come conduco i live, mi piace una prospettiva più colloquiale: in una situazione come il Kismet il corpo delle persone lo percepisci, così anche nel rapporto con i musicisti, che prediligono le situazioni piccole. Ma per le aspettative della SAS, che vuole diventare una SPA, dobbiamo anche imparare a muoverci sui palchi grandi.


Parlando della Brunori SAS come azienda, e augurandole il meglio, ti capita di sentire un’influenza della crisi economica di questo periodo nei tuoi testi? Ho sempre cercato di raccontare delle storie che parlassero della crisi in genere dell’essere umano, partendo da incipit diversi: “Il giovane Mario” è la storia di una certa tipologia di persone, di una certa “classe sociale”, anche se non sono distinzioni che mi piacciono; “Lei, lui e Firenze” invece è una storia se vogliamo più “borghese”. Non credo di aver parlato direttamente della crisi economica: la mia è una maniera di raccontare delle storie che non siano contingenti, ma collocate in un tempo che non sia non forzatamente “questo” tempo, come per “Rosa”, che narra una condizione di emigrante del passato. In questo momento storico, la mia visione della vita, come musicista e come autore, ha in qualche modo il “privilegio” di avere sotto controllo una serie di situazioni e una panoramica più ampia, una prospettiva che per un cronista, per esempio, può essere invece più semplificata.

In “Poveri Cristi” c’è un’Italia fatta di cuore, di storie che soffrono una condizione che quasi non è scelta in prima persona. I poveri cristi reagiscono a quello che, chi più o chi meno, non hanno scelto. Che lezione possiamo trarne? Non amo dare delle verità, scrivo canzoni in modo molto istintivo e poco mentale e soprattutto sulla base di un moto sentimentale; scrivo di una storia che mi suggestiona, e spesso mi spiego solo dopo il perché mi abbia suggestionato. Credo che tutto questo abbia a che fare con qualcosa di molto semplice: quello che mi piace raccontare è l’umanità nella sua completezza, è vero che tutti in qualche modo subiamo un’influenza esterna, ma credo che abbiamo anche l’onere di cercarci l’influenza migliore. Ecco, da questo punto di vista non mi piace dare lezioni, mi piace però far scaturire una domanda o una riflessione e aspettare che chi ascolta completi il disegno e lo collochi nella sua esperienza singolare. Per me è molto complesso avere questa “libertà”, vorrei che le mie idee fossero sempre vive: racconto una storia, la lego a un terreno sentimentale e quello che ne scaturisce alla fine nasce anche dall’interazione col pubblico.


A proposito di pubblico: ti aspettavi che le tue canzoni, da ragazzo del sud Italia, potessero divenire una sorta di “manifesto” delle sensazioni dei ragazzi, di provincia come di città, di un’Italia intera? Penso che nessuno si possa aspettare una cosa del genere, a meno che non abbia una vanità eccessiva; è ovvio che se fai questo mestiere e ti metti su un palco hai il desiderio di comunicare e anche il desiderio che quello che dici venga ascoltato e magari condiviso. Certo all’inizio mi ha sorpreso, ora magari sono più abituato, ma per me è comunque sempre una sorpresa quando scopro che una cosa “personale”, o su cui tendo a ironizzare, per le persone che mi ascoltano ha invece un significato differente. E anche questo è il bello, perché le canzoni possono rischiare di diventare meccaniche per chi le canta e possono perdere di senso: anche per questo è molto importante il pubblico perché io posso dimenticarmi e perdermi, dimenticare l’emozione che mi ha spinto a scrivere una canzone, ma il pubblico no, non se lo dimentica, e questo mi “arriva”.

Qual è il luogo comune relativo a te che non sopporti? Il luogo comune che non sopporto… (sorride) è che sono sovrappeso! È un luogo comune che gira in rete da troppo tempo, unito al fatto che indosso camicie orribili. Ricordo infatti quando proprio al PIMI hai fatto i “complimenti” al presentatore per la camicia che indossava; nel frattempo hai già scelto la camicia per la serata? Per stasera ho una camicia di altissimo livello, come sempre (ride) Quale luogo comune vorresti invece che si superasse in Italia? In Italia, il luogo comune che vorrei superare è quello sulla Salerno-Reggio Calabria, luogo comune che probabilmente ho contribuito anch’io a creare: ci sono strade anche peggiori in Italia… Tuttavia, la gente si spaventa di venire giù! La Salerno-Reggio Calabria è un’avventura, non è neanche a pagamento, è gratis e consente esperienze emozionanti: considerando che c’è gente che paga per fare i safari o per fare free-climbing…,


Lux in umbra

Claudia Col e la creativitĂ liberata

di Mirko Patella


L’evoluzione di un individuo è un processo incredibilmente complesso, vi contribuiscono una quantità enorme di elementi, dalle influenze della famiglia, della scuola, degli amici, alle esperienze quotidiane e alle loro varie ripercussioni sul nostro divenire. L’evoluzione di un artista può raggiungere dei livelli di complessità ancora superiori. Per sua natura un artista è una persona particolarmente sensibile e simpatetica rispetto agli ambienti che lo circondano, gli spunti per la sua evoluzione interiore possono essere anche infinitesimamente piccoli eppure produrre risultati enormi e sconvolgenti. Claudia Col è un’artista in continua evoluzione, la sua arte prende spunto da ogni sua passione ed ogni suo interesse, dal teatro , alla scrittura, alla fotografia. Definirla solo scrittrice o solo fotografa sarebbe semplicemente riduttivo, data la pubblicazione nel 2006 di “Metròprosi”, una raccolta di prose e versi, e gli oltre dieci anni di esposizioni, installazioni e pubblicazioni alle spalle, tra cui il “Mix Media Show”,” Room Art Magazine”, “ Salon 10 Photo Exibition” e l’ “Islington Art Fair”. Un’altra pugliese che trova la sua fortuna artistica all’estero.


Chi si fosse trovato a Londra per una delle sue esposizioni avrebbe potuto immergersi in questa continua ricerca interiore, questa curiosità che porta ad accostare parole e immagini, meditazione, fotografia e poesia. La sua arte è liberazione e ricerca. All’opera si arriva attraverso un lungo processo di liberazione della creatività che passa attraverso un tipo di meditazione ad occhi aperti scoperta per caso ad “Inner Space, un’oasi di pace nel cuore di Covent Garden”. Nelle fotografie di Claudia le ombre si inseguono in forti contrasti e tensioni, i corpi esprimono una forte energia, statica e tuttavia protesa verso l’anima più che verso il mondo esterno. La pelle è un piano curvo su cui dipingere luce e ombre, le espressioni sono secondarie rispetto alle intricate linee del corpo.


Claudia scatta ancora in analogico, in medio formato, e segue tutto il processo di sviluppo e stampa nel suo laboratorio: lo scatto “finale” non è tale fino alla sua uscita dalla camera oscura. “Lo scatto rappresenta solo il primo passo, poiché è solo quando varco la soglia della mia camera oscura, con i suoi acidi e le luci rosse, che i colori, l’intensità del nero, il mood e lo spessore delle mie immagini prendono davvero forma”. Le sue radici spesso affiorano nelle intricate pieghe dei corpi richiamando le forme di alberi contorti come ulivi secolari, che nell’evolversi si arricchiscono di quelle note metropolitane e quelle geometrie che ne caratterizzano l’identità finale. Esempi sono la serie “LUX in UMBRA” e gli “Still movements”. Ci auguriamo di vederla esporre presto le sue opere anche in Italia; paese, purtroppo, spesso troppo restio al riconoscere i suoi veri talenti, molto spesso obbligati ad emigrare pur di trovare la possibilità di esprimersi artisticamente e liberamente.


Cate(te)ring: ed è davvero condivisione! Il bisogno del catetere e la semplicità di un catering non sono un cattivo connubio. Ecco perchÊ.

di Vincenzo Membola


Condividete. Svuotate di significato questa parola, riducetela alla più bassa bestemmia sulle condizioni meteo, sul governo ladro e contro chi vi sta sullo stomaco. Oppure no, interrogatevi su ciò che davvero c’è dietro quella dozzina di lettere della parola condivisione. Quel moto che permette di accomunare sentimenti, esigenze, problemi. Fabrizio D’Elia, 27 anni, da Bari, l’ha fatto. Ha raccolto tutto ciò che gli era rimasto di un anno di viaggio lontano dall’Italia e l’ha chiuso in un album. 17 tracce per 73 minuti, dicono le cifre, come al solito restìe a dire tutto. Infatti le cifre non hanno soddisfatto neanche Fabrizio, che con quella penna usb carica delle sue note non capiva quasi cosa farci. Quindi ha deciso di condividerla. Nasce da qui il progetto Cate(te)ring: dalle 17 tracce dell’omonimo album cominciano a prender forma gli scatti di altrettanti fotografi, che provano a dare una rappresentazione dei suoni. Poi, il movimento di quelle parole passerà per il videoclip di ogni brano, per altrettante diverse regie.

Nessun premio in palio, nessuna remunerazione, se non quella “effimera” di aver preso parte a qualcosa, di aver condiviso le proprie visioni, di essersi arricchiti molto più di qualsiasi cifra posta accanto al simbolo di valuta. A coadiuvare Fabrizio ci sono ragazzi lontani fisicamente dalla nostra terra, ma non per questo dimentichi: Giovanni Abbaticchio (ufficio stampa e produttore esecutivo, Roma); Alberto De Giglio (comunicazione sul web, Milano); Michele Sforza (web designer, Barcellona); Francesca Pagnotta (immagini, Londra). Cinque punte di un pentacolo, con fulcro il comune intento, disegnato per esorcizzare le difficoltà, la monotonia, le ombre cupe di quel lato della nostra Puglia che invece si vorrebbe far risplendere sempre. Che a far da canale siano proprio quelle piattaforme che remano contro il senso di questo progetto (a caso, faccialibro e il tubo, ma non solo), non è un danno ne’ una beffa, piuttosto una vittoria morale. Condividete, se potete.


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LuogoComuneMagazine - Numero 6  

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