__MAIN_TEXT__

Page 1

Periodico della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia

Quattrocolonne

Sgrt Notizie - Anno XXVI N. 13 - 15 novembre 2017

La grande fuga Ecco come perdiamo braccia, cervelli e tanti miliardi

Per vecchi e giovani la soluzione è all’estero tra fisco e impieghi migliori

Si chiama Work Away girare il mondo a costo zero in cambio di piccoli lavori

Un manuale con i consigli di sopravvivenza per chi sceglie di andarsene


03

Così buttiamo 14 miliardi L’Italia che perde e parte di fronte alla noncuranza del futuro

04

La ricerca della felicità Storie di giovani italiani e pensionati che hanno fatto le valigie

9

Un altro posto nel mondo Gli umbri che hanno trovato il coraggio di lasciare la loro terra per realizzarsi

12

Prove di controesodo Le iniziative per attrarre in Italia giovani e professionisti dall’estero

14 Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo Presidente: Nino Rizzo Nervo Direttore del Centro: Antonio Bagnardi Direttore della Scuola: Antonio Socci Coordinatori didattici: Luca Garosi – Marco Mazzoni

Quattro Colonne SGRT Notizie Periodico della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia Direttore responsabile: Antonio Socci Redazione degli allievi della Scuola a cura di Sandro Petrollini

Storie di pizzaioli, ingegneri chirghisi e sterminatori di zanzare in giro per il mondo

16

Un secolo di emigrazioni La crisi delle campagne, la ricerca di un lavoro. Ma il legame con le radici rimane forte

18

Il lavoro non c’è? Viaggiare è la risposta Vivere e lavorare all’estero grazie al work away

In redazione Pietro Adami, Giulia Bianconi, Francesco Bonaduce, Michele Bonucci, Nicola Campagnani, Nicolò Canonico, Andrea Caruso, Alessandro Catanzaro, Gabriele D’Angelo, Marina de Ghantuz Cubbe, Elena Frasconi, Gabriele Genah, Chiara Jommi Selleri, Beatrice Manca, Cristiana Mastronicola, Stefania Moretti, Camilla Orsini, Serena Riformato, Selene Rinaldi, Irene Roberti Vittory, Davide Serusi, Chiara Sivori, Paolo Sparro, Elena Testi

Narni. Cronache di una fuga

20

L’Umbria punta sull’Albania

Anno XXVI – numero 13 – 15 novembre 2017 Registrazione al Tribunale di Perugia N. 7/93 del marzo 1993

21

Ritals. Gioie e dolori di un italiano a Parigi

Segreteria: Villa Orintia Carletti Bonucci – Via G. Puccini, 253 06134 Ponte Felcino (PG) Tel. 075/5911211 – Fax. 075/5911232 e-mail: segreteria@centrogiornalismo.it – http://www.centrogiornalismo.it Spedizione in a.p. art.2 comma 20/c – legge 662/96 Filiale di Perugia

22

Manuale di viaggio per giovani in fuga

Stampa: Italgraf – Perugia

Dal libro di Alessandro Ingafù, la “guida ragionata” per chi se ne va


Q COSì BUTTIAMO 14 MILIARDI L’Italia che perde e parte di fronte alla noncuranza del futuro

G

di

CRISTIANA MASTRONICOLA @cri_bio

li occhi azzurri e i ricci rossi che cadono sulla fronte, la voce ferma che non nasconde le radici romane. Giulia mi saluta col solito sorriso. Sono le sei di un pomeriggio freddo di novembre, ma a Brooklyn è ora di pranzo. La videochiamata su Skype traballa come sempre, ma, come sempre, non rinunciamo alla chiacchierata settimanale. Giulia è partita più di un anno fa, ormai. Ha lasciato la sua Roma dopo aver vinto un posto alla New York University, dove oggi è dottoranda al dipartimento di Studi italiani. È partita dopo una laurea triennale in Storia medievale, moderna e contemporanea alla Sapienza di Roma. Prima di New York, il passaggio alla London School of Economics: «Sapevo che sarei finita negli Stati Uniti e l’Inghilterra mi serviva per sprovincializzare il mio approccio metodologico, gli interessi di ricerca, oltre a imparare un nuovo metodo di studio». È poco, pochissimo lo spazio per i curriculum come il suo in Italia: «Le logiche politiche universitarie e nazionali bloccano la ricerca. Non c’è una politica di investimenti a tutto campo, mentre qui non s’investe in “ricerca” fine a se stessa, i soldi girano in tutto il sistema. Cosa che in Italia non avviene». La scelta degli Stati Uniti, quasi obbligata, è «legata a un sistema di possibilità che mi sarebbe stato del tutto precluso a Roma: accesso alla carriera accademica, la specializzazione come un primo lavoro e un progetto che valorizzi la professionalizzazione del lavoro intellettuale che manca in Italia». La storia di Giulia diventa ordinaria in un’Italia che vede ogni anno partire 114mila persone, a fronte Quattrocolonne

3

15 novembre 2017

dei 30mila rientri. A lasciare l’Italia soprattutto giovani. Mete la Germania e la Gran Bretagna, ma anche l’Austria, il Belgio e la Francia in Europa; oltreoceano si sceglie Argentina, Brasile, Canada, Stati Uniti. E i giovani emigrano con in tasca titoli di studio importanti. I dati parlano chiaro: l’Istat ci dice che, nel 2016, sono espatriati 70mila giovani, tra diplomati e laureati. Per Idos e Confronti – autori del Dossier Statistico Immigrazione 2017 – i dati andrebbero moltiplicati per tre, visto che le cancellazioni anagrafiche sono circa un terzo delle partenze effettive. E così le unità in uscita superano le 300mila. Una emorragia che non pesa solo sulla demografia. Uno studio sugli espatri condotto da Confindustria stima che, in un anno, il nostro Paese abbia perso 14 miliardi di euro, tra capitale umano e spesa pubblica. Forse è arrivato il momento di fare un mea culpa e rimettere mano alle politiche occupazionali, passando per quelle giovanili e dell’Istruzione. Sarebbe sensato iniziare a riflettere anche sull’opportunità di ricominciare a leggere l’Italia come un paese di emigrazione, prima che di immigrazione. Historia magistra vitae. Assistiamo, infatti, al ritorno del boom delle partenze del periodo postbellico, quando il numero delle persone che se ne andavano equiparava quello di oggi. Come allora, ci piazziamo in alto nella classifica dei paesi da cui si emigra di più. Complici l’insicurezza e l’ansia di un futuro incerto per i giovani (e di precarietà di garanzie per i meno giovani), gli italiani scelgono sempre più la grande fuga. Q


LA RICERCA DELLA FELICITÀ

Storie di giovani italiani che hanno fatto i bagagli con la speranza di trovare lavoro e costruirsi un futuro Ma c’è anche chi parte per l’estero a sessant’anni

I

l lavoro in Italia non c’è o è mal pagato. Il contratto è un miraggio e anche i giovani più qualificati spesso si ritrovano a servire in bar o ristoranti, a nero. A volte però c’è una via d’uscita. Se il lavoro non è affatto scontato, l’università offre comunque un trampolino verso il resto del mondo: l’Erasmus. Durante gli studi sempre più persone fanno esperienze all’estero e spesso, così, la loro vita cambia. Tanto che ormai è quasi scontato per un giovane sentirsi a casa ovunque in Europa. Da paesi più vicini a noi, come Portogallo e Spagna, fino all’Inghilterra dove il lavoro è totalizzante a discapito della qualità della vita. In mezzo c’è la Germania, dove la professionalità è valorizzata e al tempo stesso è possibile farsi una famiglia. Il nostro viaggio sulla scia dei giovani italiani in cerca di un futuro parte dalla Grecia.

Via da casa Federico, 27 anni, si è laureato in economia a Perugia e ha fatto un master in comunicazione a Bruxelles. Ora vive ad Atene: «Cercavo lavoro, ma in Italia diverse cose non sono andate in porto». Così ha trovato un progetto con il Servizio di volontariato europeo e cura la comunicazione di un’organizzazione internazionale: «Le idee qua sono ben accette, in ufficio sostengono le mie proposte». A spingerlo proprio in Grecia è stato anche un motivo sentimentale: la sua ragazza, Sofia, è di Atene. Federico già conosceva la città e aveva fatto varie amicizie: «Lo stile di vita è rilassato qua, molto simile all’Italia». Dopo il volontariato sarebbe contento di restare in Grecia almeno per un altro anno: «Se hai una professionalità, le possibilità di lavoro ci sono. Il problema è per chi non ha qualifiche». Quattrocolonne

4

15 novembre 2017

di

FRANCESCO BONADUCE

@frabonaduce

MICHELE BONUCCI

@M_Bonucci


A sinistra: Federico che si è da poco trasferito in Grecia

A destra: Elisa da tre mesi in Portogallo

Lo conferma anche Andrea, napoletano di 28 anni, una laurea in lingue e la frustrazione di tanti lavori in nero e sottopagati. «In Grecia è andata molto bene – spiega – collaboravo come traduttore in una scuola di lingue». Poi il trasferimento in Portogallo. Lo stimolo è sempre lo stesso: imparare ogni volta una nuova lingua. A Lisbona lavora in un call-center. Elisa, una sua collega, viene da Catania e ha 32 anni: «Volevo andarmene dalla Sicilia, a livello lavorativo è un deserto totale». Il trasferimento per Elisa è stato tutt’altro che traumatico: «A Lisbona c’è un clima mite e le persone sono socievoli: mi sembra di essere a Catania». Ma ora in Portogallo ha un contratto di lavoro valido e spera di poter crescere: «L’azienda offre percorsi per fare carriera, anche per chi come me è senza una laurea». Sia Andrea, sia Elisa con il loro stipendio se la cavano bene a Lisbona. Ma entrambi vivono questa esperienza come una fase di passaggio: Andrea punta alla Francia o a un paese anglofono, mentre Elisa ha come obiettivo la Germania, l’Austria o il Nord Europa. Quattrocolonne

5

15 novembre 2017

Verso la stabilità Anche l’orizzonte di Luca, che da qualche anno vive in Spagna, è vasto: «Per me l’Europa è casa. Lo spirito Erasmus abita ancora dentro di me». Dopo i mesi a Saragozza durante l’università, Luca si era ripromesso di tornare a vivere in Spagna. Così ha fatto dopo aver terminato gli studi in Puglia. «Ho fatto un anno di master a Madrid, esperienza molto positiva, poi ho trovato subito lavoro». Luca aveva scelto Madrid anche per motivi sentimentali; una volta finita quella relazione si è comunque integrato alla perfezione: «Ormai ho assimilato la cultura spagnola, ci sono amici che scherzando mi dicono che fingo di essere italiano, perché non notano la differenza». Luca lavora per una multinazionale con un contratto a tempo indeterminato: «Del mio stipendio non mi posso lamentare». Ha studiato diritto ma ora lavora nel campo dell’amministrazione e finanza: «Mi confronto con i miei coetanei rimasti in Italia e che hanno fatto i miei stessi studi… mi sento molto fortunato». La Spagna è la sua prima


vera esperienza all’estero e il bilancio è più che positivo: «Oramai sono troppo abituato a questo stile di vita, mi sento così comodo adesso che non riesco a immaginarmi di tornare in Italia». A sentirsi a casa è anche Gian Luca che ha messo su famiglia in Germania. Sua moglie Maike è tedesca e insieme hanno due bambini, Leonardo di tre anni e Matteo di sei mesi. Si sono conosciuti in Italia, ma Maike aveva già un lavoro nel suo Paese: «Così abbiamo deciso di cominciare la nostra vita insieme qua in Germania. Siamo partiti quasi per gioco, poi ho trovato lavoro anche io e ora sono passati sette anni». Gian Luca insegna italiano in una scuola a Colonia: «Al lavoro faccio parte di un contesto che funziona, dove si cerca di valorizzare tutti». Sono tanti i giovani: «Una collega ha solo venticinque anni, ma ha responsabilità anche più alte delle mie». Fa il paragone con sua madre, professoressa di inglese a Perugia: «Paradossalmente sono entrato di ruolo molto prima di lei che insegna a scuola da trent’anni». Per una famiglia giovane, la

Germania offre sicurezze difficili da trovare altrove: «Tornare in Italia, soprattutto per il nostrolavoro di insegnanti non ci converrebbe proprio». Marco, di Perugia, si è laureato a Milano in ingegneria aerospaziale. Aveva sempre avuto voglia di fare esperienza all’estero, poi ha conosciuto Marie, tedesca: «Oltre alla motivazione professionale, ne avevo una molto più importante, che è quella sentimentale». Ora i due sono sposati e hanno un bambino, Paolo, di un anno e mezzo. Vivono a Gottinga, una piccola città universitaria nel centro della Germania, una sorta di Perugia, però in pianura: «Per una famiglia giovane è perfetta, ci spostiamo solo a piedi, in bici o con i mezzi pubblici». Marco lavora al Dlr, l’Istituto aerospaziale tedesco, corrispettivo della Nasa americana: «Nonostante la crisi economica la Germania ha aumentato i finanziamenti alla ricerca. Ora le sedi del Dlr nel Paese sono una ventina». Per un dottorando non c’è paragone tra Italia e Germania: «Soprattutto nell’ambito della ricerca, a inizio carriera la differenza è grande: in Germania si prende molto di più». Ma una giovane famiglia della generazione Erasmus, oramai, non fa progetti a lungo termine: «In Germania cercano sempre ingegneri, ma siamo aperti a molti posti in Europa».

oramai non riesco a immaginarmi di nuovo in italia

Il lavoro non basta Chi sceglie l’estero per amore, chi invece fa di necessità virtù. «Ho provato a fare un concorso e mi sono subito resa conto di quanto lunga Quattrocolonne

6

15 novembre 2017

Luca da qualche anno vive a Madrid


Marco, a Gottinga in Germania durante i festeggiamenti per il conseguimento del dottorato. La tradizione vuole che oltre al tocco (il cappello da festa) gli altri dottorandi addobbino anche un carro, con temi tratti dalla tesi di dottorato, ma anche dettati dalle caratteristiche del festeggiato. Quest’ultimo ha l’onore di sedersi e di venir trainato fino alla statua raffigurante la Lisetta delle Oche, alla quale dovrá consegnare un mazzo di fiori prima di poterla baciare. Il tutto senza mai far cadere il tocco e cercando di evitare di cadere in acqua. La statua della Lisetta infatti é al centro di una fontana. Lo stato giá alticcio dei festeggiati rende la prova più complicata. Una volta risceso dalla fontana, il festeggiato continuerá a bere e verrá trainato fino al luogo della festa vera e propria

e deprimente poteva essere questa strada in Italia». Valentina, ostetrica di Perugia, dopo un’esperienza in Africa ha preso la via dell’Inghilterra: «Il mio lavoro qui è molto valorizzato, faccio cose che in Italia non avrei mai fatto». Londra è il luogo ideale per cercare la realizzazione professionale, ma secondo Valentina la qualità della vita ne risente: «A volte ho l’impressione di vivere in mezzo a tanti automi che si sentono soli tutti quanti». Il mercato del lavoro è estremamente dinamico, molte possibilità di carriera e un continuo ricambio tra colleghi: «Non si rieQuattrocolonne

7

15 novembre 2017

sce mai a instaurare un rapporto continuativo». Dopo quasi due anni in Gran Bretagna, Valentina sente di aver con sé un grande bagaglio di esperienza: «Sono contenta di quello che ho fatto, ma da qui a dire che ci vivrò tutta la vita è un salto grande». Anche Livia sembra aver trovato la realizzazione lavorativa in Inghilterra: «Qua il veterinario è visto con grande rispetto e gli stipendi sono molto alti». Dopo anni in cui ha condiviso casa con altre cinque persone, ora vive in un appartamento col suo ragazzo: «L’affitto è alto, ma


in due ce lo possiamo permettere». Andata via dall’Italia subito dopo la laurea, Livia ha già varie esperienze di lavoro in Gran Bretagna: «L’unico ostacolo è trovare il primo impiego, una volta che trovi quello è facile anche cambiare». Le cliniche veterinarie in Inghilterra sono molto ricche e interessate all’aggiornamento dei dipendenti: «Ti pagano molti corsi e danno giorni liberi per seguirli».

La sua speranza però è quella di tornare presto in Italia: «Avrei voluto farlo già da un anno, ma sono ancora qua. Ti offrono più soldi, più corsi, più benefit e quindi si fa difficile lasciare veramente». Sono anche i suoi amici e colleghi rimasti in Italia che le sconsigliano di rientrare: «Loro hanno trovato solo frustrazione, zero soldi e orari assurdi. Mi dicono che in Italia resisto al massimo due o tre anni e poi torno su. Non so, vediamo…». Q

Valentina (sinistra) è ostetrica Livia (destra) è veterinaria Entrambe vivono nei dintorni di Londra

G

Quando in Erasmus ci si va in pensione

abriella aveva cominciato aiutando sua madre con le pratiche burocratiche. Poi tutti gli altri italiani che erano ad Olhao, vicino Faro in Portogallo, si sono messi a chiederle aiuto: «Dopo tante volte che ho fatto questo lavoro gratis, mi sono detta: va bene, apriamo un’agenzia!». Ora a lavorare sono in tre: hanno una sede in provincia di Latina e una in Portogallo e stanno per aprire delle filiali in Bulgaria e Tunisia. Il servizio che offrono è un’assistenza a 360 gradi nelle pratiche per il trasferimento della residenza all’estero. Perché il fenomeno degli anziani che vanno a godersi la pensione fuori dall’Italia è enorme e riguarda più Paesi. Sono più di seimila i pensionati che hanno trasferito la pensione e ora risiedono in Portogallo, dove hanno il vantaggio di non pagare l’Irpef. «Chi in Italia ha una pensione netta di duemila euro, ad esempio, qua ne prenderebbe quasi tremila», spiega Gabriella. A rivolgersi a lei sono stati anche Nino e Anna, della provincia ternana, che stanno preparando i bagagli. Lui ex operaio, lei insegnante molto vicina alla pensione: «Quello che ci ha

colpito del Portogallo, oltre al clima, è naturalmente la questione economica». La prospettiva del cambio di vita li attira: «Con qualche soldino in più ci potremo permettere di nuovo quei pochi sfizi, a volte tanti, che ci siamo levati fino a dieci, dodici anni fa». Nino e Anna qua in Italia ormai si sentono “dei bancomat dello Stato”: «Io le tasse le ho pagate, tutto quello che mi sono guadagnata – dice Anna – l’ho fatto col sacrificio. A me lo Stato non ha mai regalato niente. Siamo stanchi». Loro, come molti altri, fanno questa scelta anche per aiutare la famiglia: «Andiamo via pure per avere un po’ di margine in più per aiutare nostro figlio». Ciò che li rassicura è che ad aspettarli c’è un Paese vicino e accogliente: «Non è che ci andiamo a sacrificare, là faremo sicuramente una vita migliore: pace, clima, pesce ottimo a quattro soldi». Un ostacolo potrebbe essere quello della lingua, ma il comune di Olhao, visto l’esodo di massa, offre corsi serali gratuiti. La prof Anna sorride: «Ma io non penso li farò, mi sono stufata di andare a scuola».

Quattrocolonne

8

15 novembre 2017

il focus

Secondo una convenzione stipulata tra Portogallo e Italia, chi soggiorna almeno sei mesi e un giorno in Portogallo non ha ritenute fiscali per i primi dieci anni. Passato il decimo anno, le ritenute che si applicano sono quelle portoghesi, con un’aliquota del sette percento.


Michela Sabatini, partita da Spoleto insieme al marito Filippo Mastoro per iniziare una nuova vita a Panama

UN ALTRO POSTO NEL MONDO Le storie degli umbri che hanno trovato il coraggio di lasciare la loro terra per realizzarsi

P

di

STEFANIA MORETTI

@Stefanietty

anama – Cercavano “l’estate tutto l’anno”, come cantava Celentano. L’hanno trovata oltre l’Oceano Atlantico, a 9000 chilometri da Spoleto, insieme al lavoro stabile che in Italia non c’è. Michela Sabatini e il marito Filippo Mastoro hanno ricominciato da Panama, la porta del Sudamerica. Questa lingua di terra solcata dall’asfalto della Panamericana. Un’appendice sottile tra i due volti di uno stesso continente. Il loro posto nel mondo, adesso, è El Farallon, provincia di Coclé: un villaggio di pescatori sull’Oceano Pacifico. Sognavano il Messico, prima di finirci in viaggio di nozze nel 2012 e arrivare a Playa del Carmen. «Troppo Quattrocolonne

9

15 novembre 2017

turistica per noi» dice Michela, 34 anni e l’incancellabile accento umbro. Hanno ripiegato su Panama perché cinque anni fa il governo Martinelli spalancava le porte agli stranieri. «Vedevamo opere pubbliche completate in tempi record e pochi italiani in circolazione. Perfetto per noi che volevamo tagliare completamente il cordone ombelicale». In Umbria, a parte gli affetti, non avevano niente che li trattenesse. Una vita da precari: lui impiegato alla reception di una banca; lei in farmacia. Energie sprecate dietro contratti a tempo. «Ho studiato per lavorare in un’azienda farmaceutica ma purtroppo le aziende tagliavano invece di assumere. Tra me e Filippo era lui a fremere per


partire. E quando ci sono scaduti i contratti, non ci abbiamo pensato troppo. Eravamo giovani, 30 anni io, 35 lui. Ce la siamo sentita. Al massimo saremmo tornati». Il destino ha deciso solo andata per Panama. E così, rotti gli indugi e i salvadanai: Michela e Filippo hanno venduto la macchina, sbarcato il lunario con le ripetizioni, raccolto tutto il coraggio del mondo e messo insieme 10mila dollari, l’equivalente di poche migliaia di euro. «Una follia. A settembre 2013 partivamo con pochi soldi e poche idee. A fine anno avevamo aperto la nostra pizzeria: Filippo ama cucinare e aveva fatto un corso da pizzaiolo. Lavoravamo anche 14 ore al giorno. È stata dura ma avevamo la sensazione che più lavoravamo, più costruivamo qualcosa di nostro». Era solo l’inizio. Nel 2015 inizia l’avventura più importante con la “Casina del Farallon”: un bed & breakfast a 50 metri dal mare. In un anno allargano la Casina ristrutturando una villetta sulla spiaggia, a pochi metri dal b&b. «Ci è piaciuta subito, soprattutto la terrazza sul mare. Noi ora abitiamo lì». Il ristobar “Nico’s Beach” è la loro ultima creatura; porta il nome del loro primogenito Nicola, nato un anno fa a Panama. «Viviamo un’eterna estate, sotto il sole da novembre ad aprile. A Spoleto torniamo una volta all’anno, sempre d’estate. Le nostre famiglie ci mancano ma abbiamo costruito più a Panama in quattro anni che in Italia in una vita. Il nostro posto è qui» “Col sole in fronte”, come cantava – stavolta – Claudio Villa: la stessa canzone, Michela e Filippo l’hanno scelta come sottofondo per un video promozionale sulla “Casina del Farallon”. Più che musica, una filosofia. Calgary – È innamorato dell’Umbria. Ma anche a Calgary, profondo Canada, con le montagne rocciose a ovest e la prateria a est, non si sta male. «Mentre parliamo nevica e sono -9 gradi. Sono in mezzo alle montagne rocciose a controllare un cantiere».

Samuele Langeli, quarantaduenne di Bastia Umbra, ha in tasca una laurea da traduttore presa a Perugia. Non pensava di finire titolare di un’impresa di costruzioni edili in Canada, anche se la manualità non gli è mai mancata, faceva l’elettricista per hobby e i lavori in muratura erano sempre stati il suo forte. “Impara l’arte e mettila da parte”, del resto. Lui l’ha dovuto fare per forza quando si è innamorato di Luisa, canadese, figlia di molisani. La donna che è diventata sua moglie e gli ha dato cinque figli l’ha incontrata in Spagna durante un corso. Un caso più unico che raro di laureato a cui l’università è servita per trovare l’amore più che il lavoro. «Da lì in poi non ci siamo più lasciati. Il lavoro a Bastia non mi mancava: facevo traduzioni in spagnolo e in inglese. Qualcuna continuo a farla anche adesso. La mia esperienza è particolare rispetto a molti italiani all’estero: non sono emigrato per lavoro, ma per seguire Luisa». Una fuga d’amore nel 2000, con la spensieratezza dei 25 anni: Samuele non è stato troppo a rimuginare. Valigie, praticità, voglia di mettersi in gioco e i suoi vecchi passatempi tornati improvvisamente utili. In Canada ha ricominciato come apprendista scalpellino tagliapietre. In quattro anni era titolare di un’azienda. Una “company”, direbbero a Calgary, specializzata in opere murarie. «Abbiamo iniziato con la lavorazione della pietra naturale. Ora facciamo anche lavori in muratura. L’azienda è piccola, così posso controllarla meglio. Ho uno o due dipendenti, dipende dal periodo e dal prezzo del petrolio. Come tutto, da queste parti». Rispetto a Bastia, Calgary è più fredda. Più grande. Più cinica. «Tutti corrono dietro ai soldi. Zero spazio per la socialità. È questo che mi manca dell’Umbria: la vitalità e il calore umano. A casa è sempre festa, soprattutto d’estate, tra sagre, eventi culturali. Qui, invece, c’è il deserto: i coffee shop chiudono alle 8,30 di sera, le discoteche all’una di notte». Samuele non dubita che in Italia ce l’avrebQuattrocolonne

10

15 novembre 2017

Samuele Langeli, da Bastia Umbra al Canada per seguire la moglie Luisa


be fatta comunque. «Forse sono più ottimista di quelli che vengono chiamati ‘migranti economici’. Io sono partito nel 2000; chi parte oggi avrà senz’altro esigenze diverse. Ma in Italia pensiamo sempre che l’orto del vicino sia più verde, non ci rendiamo conto di quanto si sta bene da noi. Cinque figli li avrei avuti anche in Italia, forse con qualche sacrificio, ma si può fare: c’erano famiglie numerose perfino durante la guerra». Su dove gli piacerebbe invecchiare, Samuele non ha dubbi: «Sto costruendo una casa in campagna a Bettona. Fosse per me tornerei subito: come si sta in Umbria non si sta da nessuna parte».

La folignate Claudia Di Meo in una puntata di MasterChef inglese

Londra – Doveva restare a Londra tre mesi: è rimasta sette anni. La vita di Claudia Di Meo è il contrario di quel che si dice una serie di sfortunati eventi. Una catena di imprevisti, semmai, che messi l’uno accanto all’altro si accordano alla perfezione. Folignate di 46 anni, oggi sous-chef a Wimbledon; neppure lei avrebbe scommesso sulla sua carriera da cuoca, eppure è finita a MasterChef inglese, in onda in prima serata su Bbc2. E pensare che era partita dall’Italia nel 2010 come giornalista. «Ero stanca di aspettare un contratto che non arrivava. A Londra ho iniziato a lavorare in un ristorante per mantenermi». Da lavapiatti la promuovono a “commis”, una specie di soldato semplice nella brigata di cucina. Gli chef che lavorano con lei vedono del talento. Ma Claudia pensa ancora all’Italia. E all’Umbria. E torna a casa. «L’anno scorso mi è preso un attacco di nostalgia: volevo capire se c’era ancora un posto per me nel mio paese, forte delle esperienze all’estero. In 8 mesi ho mandato 830 curriculum. Mi avranno risposto in quattro: chi mi diceva che ero troppo vecchia; chi mi avrebbe pagato in nero; chi non era pronto per una donna al comando della cucina e chi dubitava della qualità della mia esperienza in Inghilterra. Come a dire che la cucina inglese Quattrocolonne

11

15 novembre 2017

è inferiore a quella italiana. Sarà. Ma qui a Londra sono meno snob. Perfino uno chef stellato ha fame di imparare. A nessuno viene negata una possibilità. E tu vali quello che sei».Torna a Londra più arrabbiata di prima. Qualche telefonata e in tre giorni la chiamano a lavorare. Il padre l’aveva accompagnata in aeroporto con le lacrime agli occhi. «Un uomo di settant’anni che piange per il futuro della figlia è lo specchio di un’Italia che non va. A Londra ho visto ingegneri spaziali lavare i piatti con le mani bruciate dalla soda, ma felici perché si mantenevano da soli. La dignità è un fatto semplice: uno stipendio e una vita normale. Io tornerei ma vorrei la garanzia di un lavoro stabile». All’Umbria Claudia deve molto. Anche un po’ di quello che, inaspettatamente, è diventata: «Quel poco che sapevo fare in cucina l’ho imparato alla Giostra della Quintana, nelle taverne della mia contrada, il rione Giotti. Piatti semplici, ma sono stati i miei primi passi. Nel mio curriculum c’era questo, arrivata a Londra. In Italia mi avrebbero riso in faccia; in Inghilterra mi hanno presa a lavorare». L’ennesimo imprevisto, per Claudia, sono state le selezioni per Masterchef. Selezioni cui due amici l’hanno praticamente costretta a partecipare. E le ha passate: Claudia Di Meo da Foligno è stata una dei concorrenti dell’ultima edizione del programma, 3 donne su 48 chef. I migliori. Il primo giorno ha portato una ricetta che più umbra non si può: il piccione della nonna con un tocco personale, la salsa di lamponi. E alla nonna umbra di 94 anni, che è ancora viva, deve l’altra metà della sua preparazione: «Con lei ho spennato polli, disossato conigli, affettato a mano il prosciutto e tirato la pasta col mattarello. Un background che molti chef non hanno. Ed è successo che mi abbiano chiesto: ‘Che scuola hai fatto? La Cordon Bleu?’ (ndr. Una rinomata scuola di alta cucina) E io: ‘Macché! Questa è la scuola di nonna’…». Q


PROVE DI CONTROESODO Scopriamo le iniziative per attrarre in Italia giovani e professionisti dall’estero

«S

e aumentano i pensionati e diminuiscono i giovani lavoratori il sistema non regge». Parole di Tito Boeri, presidente dell’Inps, fotografia di uno Stato che spende sempre di più per le pensioni, ma non riesce a finanziarle con i contributi versati dai nuovi occupati. Troppo pochi in proporzione e le cause sono diverse: il calo nascite, certo, ma anche la fuga di lavoratori e ricercatori, che si formano nel nostro Paese e poi scappano all’estero a caccia di un salario. Un’ emorragia che l’Italia fatica a tamponare, anche perché le iniziative per attrarre le menti brillanti o gli imprenditori sono limitate o sconosciute ai più. Il Miur ogni anno emana un decreto che stabilisce i criteri per la ripartizione delle risorse del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università statali (FFO). Tra gli interventi previsti una quota viene destinata al “rientro di cervelli” che, con l’entrata in vigore della legge 240/2010, è stato denominato programma per giovani ricercatori “Rita Levi Montalcini” e prevede lo stanziamento di 5 milioni di euro all’anno. L’iniziativa, attiva sin dal 2011, si rivolge a giovani italiani e stranieri, che hanno conseguito il dottorato da non più di 6 anni e insegnano o fanno ricerca stabilmente all’estero da almeno un triennio. I 24 vincitori del bando presentano un progetto da realizzare in una università italiana e ricevono i sovvenzionamenti per portarlo a termine. Sono assunti con un contratto triennale non rinnovabile e alla fine

del percorso possono diventare a tutti gli effetti professori associati. Il programma punta a farli inserire stabilmente all’interno degli atenei: un processo che vede i suoi frutti quest’anno, con 26 vincitori aggregati ai docenti universitari. Eppure, nonostante la crescita delle candidature, i numeri restano esigui: si passa dalle 79 domande del 2011 alle 305 dell’ultimo bando. Il centro Italia si conferma la zona più attiva nella ricerca di risorse dall’estero come confermano anche le iniziative regionali. «Brain Back Umbria è un progetto, finanziato da fondi europei, nato nel 2012 per contrastare la fuga di cervelli» racconta Anna Ascani, diretAnna Ascani, direttrice dell’Agenzia Umbria Ricerche ha ideato nel 2012 il progetto “Brain Back Umbria”

di

PAOLO SPARRO

@PaoloSparro

Quattrocolonne

12

15 novembre 2017


I ricercatori vincitori del programma “Rita Levi Montalcini” (edizioni 2011-2014) vanno nelle università del centro Italia (37,5%) seguite da quelle del nord est (26,04%) e nord ovest (21,88%) Ultimi gli atenei del sud e isole con il 14,6%

trice dell’Agenzia Umbria Ricerche. «Prevede un contributo a fondo perduto di 20mila euro (o al massimo dell’80 per cento) per i giovani di origini umbre o che si sono laureati in regione, che vantano un’esperienza di almeno due anni all’estero e vogliono rientrare per aprire un’azienda sul nostro territorio. Unico vincolo: le imprese devono restare in Umbria per almeno cinque anni». Anna Ascani aggiunge: «Seguiamo chi aderisce in tutte le fasi, sia ex ante (dal business plan agli adempimenti amministrativi), sia successive all’avvio dell’impresa con un’attività di formazione Inoltre “facciamo rete” inviando la nostra newsletter a 11mila umbri in tutto il mondo per aggiornarli sulle opportunità professionali esistenti». Oltre a creare un network di contatti, Brain Back è stato decisivo per la nascita di start up in Umbria. «Alcune si occupano di tecnologia, anche ad alto livello, altre operano nel settore dei servizi altre ancora puntano sugli eventi. Nella precedente edizione siamo riusciti a far aprire 16 aziende nella nostra regione. Non avremo grandi numeri, ma per noi gli italiani all’estero sono una vera risorsa». Tra le altre iniziative dell’Aur anche l’organizzazione di incontri (Business Visit) in Umbria con imprenditori residenti all’estero, che possono così condividere la loro esperienza con i corregionali. Quattrocolonne

13

15 novembre 2017

Nel Lazio è attivo il progetto “Torno Subito”, che permette a studenti o laureati tra i 18 e i 35 anni di girare il mondo e l’Italia per formarsi o fare stage e poi tornare in regione per lavorare in un’azienda. Un successo secondo Claudio Novembre, che per Laziodisu coordina lo staff assistenza tecnica del progetto: «Dalla prima edizione, nel 2014, sono circa 6mila i ragazzi che ne hanno beneficiato e più della metà hanno scelto l’estero. Un partecipante su 3 ha tra i 25 e i 30 anni e circa l’80 per cento di essi è laureato da meno di uno» Torno Subito copre le spese per vitto, alloggio e viaggio con un contributo forfettario, ma anche il costo dei corsi. A chi fa tirocini viene data un’indennità mensile di 600 euro, che si aggiunge alle spese per sostentarsi. Altrettanto viene pagato il lavoro in azienda al ritorno dall’esperienza formativa all’estero o in un’altra regione. La cifra massima a disposizione di ogni partecipante è di 25mila euro. Prosegue Novembre: «Dal 2015 diamo l’opportunità di scegliere se fare un tirocinio in azienda, o dare vita a una start up all’interno di spazi di lavoro collaborativo. I partecipanti svolgono 6 mesi nell’impresa che hanno individuato, senza che questa sia è obbligata ad assumerli. Tuttavia nel 30 per cento dei casi il rapporto di collaborazione sfocia in un contratto di lavoro vero e proprio». Q


NARNI. CRONACHE DI UNA FUgA Storie di pizzaioli, ingegneri chirghisi e sterminatori di zanzare in giro per il mondo

F

orse nel cuore di Narni si nasconde un armadio. Come nel primo capitolo de Le cronache di Narnia (la serie di romanzi fantasy di C. S. Lewis) dove alcuni ragazzi lo attraversavano per arrivare appunto nel magico mondo di Narnia. Ma pare che ora lo si usi più spesso per fuggirne. Stando agli ultimi dati Istat, tra i comuni umbri sopra i 10 mila abitanti, Narni è quello che registra il peggior esodo di giovani tra i 25 e i 40 anni. Si aggiunga che stiamo parlando di una cittadina con una media d’età particolarmente alta in cui la fascia che stiamo prendendo in considerazione conta appena 3 mila persone (su una popolazione di circa 20 mila). E il 16,2% di loro, come dire uno ogni sei, se ne va. Qui tutti conoscono un amico o un parente che ha fatto le valige, così risalire a loro per capire chi sono e da cosa fuggono non è difficile. Gaia è nata a Narni il 25 maggio del 1990; qui ha fatto elementari, medie e liceo. Per studiare biotecnologie all’università è poi andata a Firenze e a Roma per la specialistica. Eppure, con una laurea a pieni voti, aveva scelto di tornare nel suo paese e, speranzosa, aveva cominciato a distribuire ovunque il suo curriculum. Gaia non è esattamente una giovane ‘choosy’, odiosa parola inglese recentemente evocata da un nostro ex ministro, ossia ‘schizzinosa’. Ha sempre lavorato, per lo più come cameriera, per pagarsi gli studi e qualche viaggio, e ha continuato anche dopo la laurea. Ma dopo un anno senza risposte ha deciso di partire: «Se dovevo continuare così, tanto valeva andarlo a fare altrove. Ho scelto Dublino quasi a

caso. Ora sono qui da un paio di mesi e già lavoro. Sì, faccio ancora la cameriera, ma stavolta è per scelta, per migliorare con la lingua inglese. Questo per me è solo l’inizio». Per ora dell’Italia le manca solo il cibo e ogni tanto si fa spedire qualche pacco di provviste dalla famiglia. Con lei a Dublino c’è David, suo coetaneo. Lui a Narni ha fatto pure l’università, l’unica che c’è: Scienze per l’investigazione e la sicurezza. «Questo corso di laurea, per quanto bello e interessante – dice ora David dall’Irlanda – non crea nessun ponte con il mondo del lavoro». Anche lui ha sempre lavorato, come pizzaiolo. E alla fine è valsa più la sua esperienza lavorativa: «Sono rimasto nel settore, adesso sono in una bakery dove ci occupiamo della produzione di basi per pizze. È il salario che è cambiato: la paga che raggiungevo in Italia non tiene minimamente il confronto con un contratto irish a tempo indeterminato». Basta spostarsi di poco e a Londra trovi Giulia, 35 anni, nata e cresciuta a Narni e laureata in Biologia a Perugia. Dopo essere passata da un laboratorio all’altro, tra progetti di ricerca e lavoro gratuito, ha accettato un internship all’Imperial College di Londra. Una volta qui però ha dovuto lavorare anche come cameriera, commessa e persino come pittrice-per-la-personalizzazione-di-scarpe. «Anche qui come dapertutto si fa gavetta, ma almeno si viene pagati – racconta Giulia – adesso da due anni sono research technician all’Imperial College, in un gruppo di ricerca che lavora per lo sviluppo di zanzare geneticamente modificate al fine di ridurre o annullare la capacità riproduttiva o di trasmettere la malaria». Quattrocolonne

14

15 novembre 2017

di

NIICOLA CAMPAGNANI

@N_Campagnani


Gaia, a Dublino con un pacco di prodotti italiani

Se vai in Germania, a Friburgo trovi Lodovica, narnese di 27 anni, lì per completare la sua tesi di master sul potenziale dei collettori solari per la produzione di acqua calda in Kirghizistan, dove pure è stata tre mesi. In Repubblica Ceca c’è Alessandro, 30 anni, altro fuggito dall’università di Narni. Qui fa il consulente sulla qualità delle installazioni refrattarie, ovvero i rivestimenti interni di forni industriali (per metalli, raffinerie, centrali elettriche e così via). Un settore in declino in Italia, ma non altrove. Ora ha avuto una figlia e per il futuro guarda anche fuori dall’Europa. Alessio, altro trentenne, è invece in Svizzera con la sua ragazza al momento; ma dire così è riduttivo. Perché da quando dalle scuole di Narni si è iscritto ad Architettura a Roma è impazzito come una scheggia. Prima un Erasmus in Lettonia, a Riga, dove ha conosciuto Natacha, la sua dolce metà francese dalla quale tutt’ora non si separa; poi in viaggio da Oslo a Capo Nord, dalla Finlandia alla Polonia, da San Pietroburgo, la transiberiana. E poi ancora Francia, Svizzera, Spagna e infine il richiamo del Sud America. A Quito in Ecuador mette in pratica l’architettura che gli piace: «Ho lavorato a diversi progetti, dal centro culturale in una favela, alla ricostruzione di una scuola sulla costa dopo il terremoto, fino a un’in-

Alessio, in Ecuador durante la ricostruzione della scuola colpita dal terremoto

Quattrocolonne

15

15 novembre 2017

stallazione per la Biennale di Venezia. Tutto aveva un unico denominatore: fare più, con meno». C’è anche poi chi come Igor a 30 anni prova a tornare a Narni. Qui aveva studiato, lavorato come bagnino, postino e pompiere. Finché di fronte alla crisi aveva deciso di trasferirsi in Germania dove aveva trovato impiego per una compagnia aerea come assistente di volo. «A marzo sono rientrato per terminare gli studi interrotti – anche lui era iscritto alla facoltà di Scienze per l’investigazione e la sicurezza – ma, non essendo cambiata la situazione, ho intenzione di partire quanto prima. Qui non solo il mercato del lavoro è stagnante, anche a livello culturale e sociale è tutto fermo e rispetto al passato». Sì, in ciascuno è palese lo stesso sconforto. Eppure alla fine tutti confessano che tornerebbero volentieri, se gliene fosse data la possibilità. Ma tornare a Narni non è facile come attraversare un armadio. E se, oltre a un’università debole e scollegata dal mondo del lavoro, si considera anche che tra queste colline verdi c’è ormai uno dei comuni più inquinati dall’Umbria, per giunta a causa di un industria spesso vecchia e stanca; se si considera che questa è una delle province italiane con il più basso tasso di natalità; in una regione ancora incapace di valorizzare adeguatamente il suo territorio e la sua storia, guardando anche al turismo. Se si considera questo e altro, non viene da paragonare Narni a un romanzo di fantasia, ma a una realtà tutta italiana. Q


un secolo di emigrazione La crisi delle campagne, la ricerca di un lavoro Ma il legame con le proprie radici rimane forte

D

al Dopoguerra agli anni ‘70 centinaia di migliaia di umbri hanno lasciato la propria terra. Sessantamila di questi sono andati all’estero (Svizzera, Francia, Belgio, Germania e Sudamerica), gli altri sono emigrati verso il Lazio e la Toscana. «Mio padre e mio nonno da Norcia andavano a Roma per vendere la carne. D’inverno, quando era troppo freddo per coltivare, per mangiare si doveva uscire dall’Umbria». Pasquale Alibrandi fa parte della terza generazione di una storica famiglia di norcini trapiantata a Roma, attività portata avanti dal 1878. «Il primo negozio lo abbiamo aperto nel 1945, poi il secondo vicino la Fontana di Trevi, dove sono nato io». Nato a Roma, ma con il cuore in Umbria: Pasquale Alibrandi è infatti presidente della pro loco di Forsivo di Norcia, il paese da cui viene la sua famiglia. «È la vicinanza che mi hanno trasmesso i miei genitori». La storia della famiglia Alibrandi è la storia di tante famiglie umbre che, spinte dalle

crisi agricole, cercavano lavoro più a valle, nelle campagne del Lazio e della Toscana. Gli storici parlano di tre ondate: una alla fine dell’Ottocento, una fra le due guerre, e una fra gli anni ‘40 e ‘70. Solo negli anni ‘60 l’Umbria vede partire 50 mila persone. Nel saggio “Da regione di migranti a regione di emigrati” il professor Odoardo Bussini scrive che L’Umbria è l’unica regione del centro Italia, in quel decennio, ad avere un’emorragia di braccia paragonabile a quelle del Meridione. Ma a differenza di altre regioni, gli umbri al Nord industriale preferiscono il più vicino Lazio e le campagne toscane: soprattutto Roma, Firenze e Arezzo. «Prima si andava in città per la stagione invernale: la bottega apriva ad ottobre e chiudeva ad aprile, quando i miei genitori tornavano a Forsivo di Norcia per coltivare la vigna». Negli anni, la parola norcini è diventata sinonimo di chi sapeva lavorare il maiale. «Dopo la guerra, altri norQuattrocolonne

16

15 novembre 2017

di

NICOLÒ CANONICO

@nikcanonico

BEATRICE MANCA

@beamanca


cini arrivavano a andavano a lavorare in queste botteghe». E la comunità umbra all’ombra del Colosseo si ingrossava sempre di più. «Difficile fare una stima precisa, ma contando anche i figli e i nipoti direi che arriviamo a 180mila persone» dice Maria Caterina Federici, docente all’università di Perugia e presidente dell’Associazione Umbri a Roma. L’organizzazione, nata nel 1980 dopo il terremoto di Norcia, negli anni si è allargata a persone provenienti da tutta la regione. «Gli umbri, come i sardi, mantengono sempre un forte legame con la loro terra d’origine. Anche dopo generazioni». Nell’associazione, spiega, ci sono anche romani che amano particolarmente il cuore verde d’Italia. «Una terra selvaggia, incontaminata, per molti versi ancora chiusa». Una terra difficile, che spinge molti ad andarsene. «Nel dopoguerra era un’emigrazione di bisogno, ora i più bravi se ne vanno perché non hanno spazi per affermarsi». Gli umbri hanno saputo spingersi anche oltre i confini del proprio paese. In tanti tra la metà degli anni 50 e l’inizio degli ‘80 hanno lasciato il cuore dell’Italia con la speranza di trovare un lavoro all’estero. È il caso di Carlo Grullini, oggi responsabile organizzativo di Arulef (Associazione regionale umbra lavoratori e famiglie), che per 16 anni ha vissuto a Basilea, nella Svizzera tedesca. Ha lasciato Spoleto nel 1959, a soli 15 anni, per andare in Svizzera, che in quel periodo cercava manodopera a basso costo per il proprio comparto industriale. Il primo impatto con la nuova realtà non fu però dei migliori: «Appena arrivato al confine – racconta Carlo – ho dovuto passare una

A sinistra: riunione a Sciaffusa degli iscritti ad Arulef in Svizzera

Il negozio della famiglia Alibrandi Cortesia di Pasquale Alibrandi

Quattrocolonne

17

15 novembre 2017

visita medica. Mi hanno fatto entrare in un cortile con delle mura altissime, sembrava un lager. Poi mi hanno lasciato passare, ma quella giornata me la ricorderò per sempre». Un mondo nuovo, in cui il razzismo era presente a ogni livello: «I ragazzini svizzeri ci insultavano, ma noi li lasciavamo cuocere nel loro brodo». Carlo, che a Spoleto faceva l’apprendista tornitore, si ritrovò a lavare i piatti in un ristorante ungherese, poi a lavorare l’alluminio in una fabbrica che produceva pentole. Ma la vita da operaio non faceva per lui: «Mi piaceva stare all’aperto, per questo alla fine sono stato assunto come autista per il trasporto di salumi svizzeri in giro per il paese». La mancanza dell’Italia, mitigata dalla presenza a Basilea di tanti altri umbri e connazionali, è andata calando con il tempo: «Ci siamo integrati, la società svizzera era ed è meno bigotta della nostra. Il razzismo è diminuito con il tempo, anche se c’è sempre un po’ di diffidenza nei confronti degli italiani». Impressione condivisa anche da Marcello Moretti, educatore all’asilo dell’Unione europea a Lussemburgo, riservato ai figli dei dipendenti delle istituzioni comunitarie. Arrivato a metà anni ‘80 nel piccolo Stato incastonato tra Francia, Belgio e Germania con un in tasca un diploma dell’Isef, si è abituato rapidamente alla nuova cultura: «Ho trovato meno burocrazia e più efficienza. Fino a qualche anno fa pensavo di tornare in Italia, ma ogni volta che rientravo per le vacanze trovavo un Paese sempre più alla deriva. Ho accettato l’idea di restare qui». Q


IL LAVORO NON C’È? VIAGGIARE È LA RISPOSTA La rivoluzione della “sharing economy”. Vivere e lavorare all’estero senza pagare spese di vitto e alloggio? È possibile grazie a “Work away”

«Q

uando lasciai il Brasile, tutto ciò che avevo era un biglietto aereo per la Spagna. Volevo stare il più a lungo possibile fuori viaggiando come volontaria, non solo perché costa meno, ma anche perché volevo fare qualcosa di nuovo». Esordisce così Vanessa Dias, 29 anni, nata a Niterói (Rio de Janeiro, Brasile). Laureata in comunicazione pubblicitaria nella sua città natale, un giorno si è stufata di continuare a cercare lavoro senza successo in quella che definisce “la sua zona di comfort”. Così ha aperto il suo computer, visitato qualche pagina web, ed è infine incappata nel progetto del “work away”. WorkAway è un progetto di scambio che permette di trovare vitto e alloggio anche al di fuori dell’Italia, in cambio di lavoro. «E le tipologie di lavori possono essere le più varie, spiega Vanessa: dal giardinaggio al baby sitting, dalla pulizia o ristrutturazione di una casa alla gestione di una fattoria». E infatti, la prima esperienza di Vanessa con “work away” è stata proprio in una fattoria biologica a Flix, in Catalogna. «Lì curavo il giardino, mi occupavo degli animali, aiutavo in casa. Il lavoro era duro, tutto manuale. Richiedeva molta fatica fisica e, onestamente, ho pensato più volte di smettere. Eppure, ho deciso di rimanere per le due settimane che avevamo concordato. Prendersi cura degli animali è stato sorprendentemente piacevole per me e tutte le persone che ho incontrato

sono state fantastiche». Uno scambio che non solo permette di viaggiare e imparare nuove lingue ad un costo accettabile, ma anche di entrare in contatto con culture e mondi diversi. Con lei, altre migliaia di giovani hanno scelto questo tipo di modalità. «I vantaggi sono tanti – dice – lo scambio culturale è reale, oltre al fatto che impari i lavori più diversi». Dopo

«uno scambio che permette di viaggiare ed entrare in contatto con culture e abitudini diverse» questa esperienza, per Vanessa ce ne sono state molte altre: in Spagna, Francia, Italia e Croazia. La più particolare, a suo dire, rimane quella fatta a Cantallops, in Catalogna. Qui, chi la ospitava era un artista visivo belga trasferitosi in una fattoria otto anni dopo la morte della moglie e il lavoro richiesto po’ particolare: «lì il mio compito principale era dipingere. In una location meravigliosa, una gigantesca fattoria con centinaia di ulivi», spiega. C’è chi come Vanessa viaggia a breve termine e chi invece sceglie di farlo più a lungo, come Ilaria, che insieme al suo fidanzato Marco ha fatto di questo tipo di sharing economy uno stile di vita. Couchsurfing, Blablacar, Workaway: tutti questi siti permettono di condividere invece che possedere, di fidarsi di uno sconosciuto grazie alle esperienze di chi ci Quattrocolonne

18

15 novembre 2017

Vanessa Dias è una delle migliaia di persone che viaggiano con “work away”

di

chiara jommi selleri

Chiara Jommi Selleri


Ilaria Cazziol e Marco Mignano in uno dei loro viaggi con Work away

è passato prima, è una vera e propria rivoluzione portata dal digitale che ha reso economico e sociale quello che prima era costoso e solitario: il viaggio. Insieme, Ilaria e Marco, proprio per condividere la loro esperienza con il mondo, hanno creato un

Vanessa condivide il pranzo con gli altri “host”

Quattrocolonne

19

15 novembre 2017

blog: Viaggio Solo Andata. Lì scrivono quotidianamente del sogno del cassetto che per anni avevano coltivato: un viaggio che non prevedesse destinazione, tempi di percorrenza, limiti e scadenze. Non solo, aiutano gli altri utenti a fare lo stesso dispensando consigli e dritte su mete e percorsi. Una scelta coraggiosa che deriva da una vocazione di entrambi verso l’avventura, ma che rappresenta anche un’alternativa allo stallo occupazionale italiano, soprattutto giovanile. «Da una parte non è facile vivere così – dice Ilaria – ogni giorno dobbiamo inventarci la prossima tappa, la prossima mossa, la prossima vita. È un abbraccio totale dell’incertezza massima. A volte ci prende un po’ di nostalgia per la nostra vita a casa, o un po’ di ansia per ciò che ci riserverà il futuro, ma come diceva Steve Jobs “you can’t connect the donts looking forward – you can only do it looking backwards”, non sappiamo cosa ci riserva il futuro, ma ogni scelta ci apre nuove opportunità e, se fatta con un certo margine di coscienziosità, non esiste scelta sbagliata». Q


Il rimo ministro dell’Albania Edi Rama

L’UMBRIA PUNTA SULL’ALBANIA

A

eroporto di Tirana. Dalla vetrata i grandi monti della Repubblica di Albania. Il volo è partito dal San Francesco d’Assisi. Un’ora e un quarto e si approda nella terra della nuova speranza. È il 12 novembre del 1991 quando nel porto di Bari attracca Vlora. Da lontano una macchia umana che si avvicina urlante. Le immagini fanno il giro del mondo. È il grande giorno della speranza per un popolo che, dopo mezzo secolo, è stato liberato dalla dittatura di Enver Hoxha. Tirana. Capitale in costruzione e crescita costante. L’Albania in soli 25 anni si è tramutata da repubblica delle Aquile pronte a emigrare in terra di sviluppo economico. Ed eccolo qui il favore restituito: se prima erano loro a cercare fortuna in Italia, adesso siamo noi a scavalcare il mar Adriatico per costruire, esportare e lanciare nuovi business. Un favore restituito che porta con sé il peso dei numeri: 600 aziende italiane attive sul territorio; il 36,77 percento di share dell’interscambio complessivo; primi clienti in

assoluto con il 54,57 per cento delle esportazioni. Percentuali, numeri e calcoli stilano la lista degli investitori. Intesa San Paolo e Veneto Banca sono i due finanziatori per eccellenza del grande boom economico. Seguono i gruppi industriali affermatisi principalmente nei settori del cemento, dell’agroalimentare e dell’energia. Le opportunità, come appare nel sito della Farnesina, sono infatti la vendita di prodotti alimentari e tessili. Se la domanda è dove investire per guadagnare, è sempre il sito della Farnesina a chiarire le idee: costruzioni; turismo ed energia elettrica. L’Umbria non è immune dal grande esodo. La Regione ha infatti investito in questa terra, comprendendone il potenziale, nelle specializzazioni industriali attraverso politiche di cluster ed aggregazioni di imprese, in particolare nei settori aerospazio, biomedicale, nautica, energie rinnovabili, meccanica agricola, cashmere, grafica, agrifood. Tutto merito dell’accordo di cooperazione tra Umbria e Albania. Nessun Quattrocolonne

20

dubbio sul settore che per noi fa la differenza in Italia e all’estero: la sanità. Lo scorso giugno il premier albanese Edi Rama ha inaugurato i nuovi servizi chirurgici dell’Ospedale Universitario “Madre Teresa” di Tirana, realizzati nell’ambito dell’intesa per la cooperazione e la collaborazione tra Regione Umbria e Repubblica di Albania. I lavori erano stati appaltati a dicembre 2015, un anno dopo la firma del Memorandum d’intesa apposta a Tirana dalla presidente Catiuscia Marini e dal ministro albanese della Sanità, Ilir Beqaj. È la prima tappa di una concessione decennale che riguarda i servizi di sterilizzazione, manutenzione e fornitura dello strumentario chirurgico, gestione della sterilizzazione di materiali riutilizzabili, forniture di materiale monouso, gestione dei rifiuti ospedalieri, disinfezione delle sale operatorie. Una lista di servizi che restituisce dignità a una terra dilaniata dal socialismo e crescita economica a una regione che fa da sempre leva solo sulle proprie risorse. Q 15 novembre 2017

di

ELENA TESTI


Federico Iarlori (a sinistra) e Svevo Moltrasio (a destra), i due ideatori della serie Youtube “Ritals”

S

di

ChIARA SIVORI

@aravi25

GIOIE E DOLORI DI UN ITALIANO A PARIGI

vevo Moltrasio è un “cervello in fuga” decisamente atipico. Arrivato a Parigi per quello che doveva essere un breve periodo all’ estero per cambiare aria, qui la sua carriera di regista è decollata grazie a “Ritals”, una serie di video su Youtube dove lui e Federico Iarlori prendono in giro vizi e goffaggini degli italiani in Francia. La serie ha avuto un gran successo: più di quattro milioni di visualizzazioni, incontri con i fan in giro per l’Europa, e adesso anche un libro, “Parigi senza ritorno”. «“Ritals” è nato per scherzo», racconta Svevo. «Con i nostri video volevamo smontare con ironia il mito dell’estero che abbiamo in Italia, e non credevamo che tante persone emigrate la pensassero come noi». L’ispirazione è arrivata ascoltando le tante discussioni sulla fuga dei giovani che Quattrocolonne

si sentono nel nostro paese. «Quando tornavo in Italia e accendevo la tv, non vedevo altro che gente che esaltava la vita all’estero, che raccontava di posti meravigliosi in cui tutto funziona perfettamente. Io mi chiedevo: “Ma sono l’unico sfigato che queste cose così belle non le ha percepite?”», dice Svevo, ridendo. «Il fatto che i video piacciano dimostra che questo sentimento è più diffuso di quanto si pensi». Un altro mito che Svevo vuole smontare è quello della facilità di trovare il lavoro dei sogni, anche in campo creativo, fuori dall’Italia. Nel suo settore, la regia, è difficile farsi strada in ogni parte del mondo. «Certo, in Francia ci sono più opportunità, più sovvenzioni alla cultura, ma anche qui non è che la strada sia spianata. E il fatto di essere stranieri è un ostacolo in più: la società francese è 21

15 novembre 2017

più aperta all’immigrazione rispetto a quella italiana, ma non è che ti accolgano a braccia aperte». Il nome della serie, “Ritals “(letteralmente “refugée italien”), rappresenta bene questo concetto: termine usato negli anni ‘50 per indicare in modo dispregiativo gli immigrati italiani, simboleggia i pregiudizi e le difficoltà che ancora oggi affronta chi vive e lavora oltre confine, non solo in Francia. Grazie agli incontri con i fan, Svevo ha spesso occasione di parlare con tanti italiani espatriati. «La maggior parte è soddisfatta della vita che fa, altrimenti non starebbe all’estero, ma ci sono anche tanti problemi di integrazione, tanta nostalgia. Credo che a parità di condizioni lavorative, tornerebbero di corsa a casa. Ma di questo non si parla mai: l’Italia si sta trasformando sempre più in un paese di esterofili». Q


MANUALE DI VIAGGIO PER GIOVANI IN FUGA Dal libro di Alessandro Ingafù Del Monaco, la “guida ragionata” di consigli pratici a chi se ne va dal nostro Paese

S

i è sempre viaggiato. Dai tempi dei tempi. Per conquistare, per scoprire; tanto per lavoro quanto per amore. Sospesi, tra il dove si viene e il dove si va. Alla ricerca di nuove rotte, dimensioni più o meno terrestri (vedi Dante Alighieri che commedia!), seguendo magari l’Equatore (come titolò uno dei suoi libri lo scrittore Mark Twain, nel 1894). Poco importa se le gesta non sono epiche come quelle di Ulisse; e se, sulla via della seta, si finisce per scoprire altri mondi – compreso quello che abbiamo dentro – e ci ritroviamo affacciati, come eroici viandanti, a guardare chi e cosa siamo diventati. Ma soprattutto perché. Che tanto poi, sosteneva Charles Baudelaire: «I veri viaggiatori partono e basta». Tempi lontani, quelli trascorsi spensieratamente “on the road”, in giro per le strade alla scoperta del mondo. Nell’epoca della globalizzazione, del tutto cambia, del qui ed ora, neppure il racconto sulla meglio gioventù che fa i bagagli verso chissà dove è lo stesso. Basta coi romanzi generazionali, alla

Goethe o alla Kerouac. Meglio un manuale – magari filosofico – di pronto intervento; da mettere in valigia, insieme a qualche chilogrammo di coraggio. Come quello scritto da Alessandro Ingafù Del Monaco “Manuale di Viaggio”, Albatros Edizioni.

IL LIBRO 231 pagine di consigli utili, per sopravvivere all’estero. Un alternarsi di prassi e teoria. Dalla scelta della destinazione giusta, al valutare le proprie motivazioni e possibilità di riuscita. Trovare un alloggio, ma anche come presentare il proprio curriculum. Quali rischi si corrono a fidarsi di Internet, dritte sulla lingua fino a: «Conviene più un periodo au Quattrocolonne

22

pair, di woofing o workaway?». Dubbi che accomunano chi non ha più il sogno americano nel cassetto. «Perché oggi partire vuol dire obbligare le cose ad accadere, forzare gli eventi e prendere l’inaspettato» commenta l’autore. E Alessandro lo sa bene. Ha trentuno anni, è nato a Roma e cresciuto ad Ostia, ma da anni vive fuori dall’Italia, dopo la laurea alla Sapienza in Filosofia e il diploma all’Accademia di Arti Ornamentali San Giacomo. «Ho pensato a questo libro in macchina, sull’autostrada tra Parigi e Berlino, – racconta – e il ricorso all’elemento biografico è solo un espediente narrativo». Perché la storia di Alessandro – prima in Germania, Francia e adesso a Bruxelles, Belgio – è un’esperienza corale. «Del resto, siamo tutti afflitti dal precariato, sconfitti dal cambiamento epocale in cui ci siamo ritrovati, noi che ce ne andiamo – dice – ma ci ritroviamo: in dinamiche e problematiche simili e nella stessa visione di futuro. Quella che in Italia non abbiamo nemmeno potuto intravedere». Q 15 novembre 2017

di

elena frasconi


«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» Marcel Proust

1.

icità l e f a L solo è vera ivisa nd se co rtramp e der Sup Alexan

2. 3.

SGEGLI UN PAESE DI CUI AMI LA CULTURA E ABBANDONA IL TUO SOLITO METRO DI MISURA COLTIVA LE RELAZIONI UMANE E RICORDA CHE L’AIUTO DEGLI ALTRI È IMPORTANTE NON DEMORDERE ALLE PRIME ESPERIENZE E NON PERDERE MAI DI VISTA IL TUO OBIETTIVO

A chi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene da quel che fuggo, ma non quello che cerco. Michel de Montaigne Quattrocolonne

23

15 novembre 2017


Profile for Quattrocolonne

Numero 13 (15 novembre 2017)  

Realizzato dai praticanti della Scuola di Giornalismo di Perugia

Numero 13 (15 novembre 2017)  

Realizzato dai praticanti della Scuola di Giornalismo di Perugia

Advertisement