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Luciano Ancora

SORDELLO Il poema di Robert Browning raccontato per la prima volta in lingua italiana

Giugno 2018 1


INTRODUZIONE Sordello è un personaggio realmente esistito, della cui esistenza ben poco giustifica le idealizzazioni di lui fatte da poeti del calibro di Dante, Robert Browning, Friedrich Schiller ed infine Oscar Wilde. Sordello da Goito (Mantova) fu uno tra i più importanti poeti trovatori dell'Italia settentrionale. Egli si ispirò nella sua attività poetica al modello provenzale, adottando la lingua d'oil per i suoi versi. Durante un suo viaggio di tre mesi nell'Italia del Nord, Browning raccolse alcune notizie su questo personaggio, che poi elaborò in Inghilterra, strudiando le cronache della storia d'Italia allora presenti nel British Museum. Infine pubblicò, nel 1840, un sontuoso poema in sei libri, nel quale, come sottolinea lui stesso: "la decorazione storica non era intenzionalmente più importante di quanto lo richieda uno sfondo, ma era sugli incidenti nell'evoluzione di un'anima che lui aveva voluto insistere, perchè meritevoli di essere studiati." Complicato e oscuro, Sordello è noto come una delle poesie più difficili della letteratura inglese. Fu duramente accolto al momento della sua pubblicazione. Secondo Lord Tennyson: "C'erano solo due righe in ciò che ho capito, ed erano entrambe bugie: erano le linee di apertura e di chiusura, "Chi potrebbe sentire la storia di Sordello raccontata" e "Chi avrebbe mai sentito 2


la storia di Sordello raccontata!"" Il poema fu, tuttavia, sostenuto decenni dopo da Algernon Swinburne ed Ezra Pound. Il materiale di questa narrazione è stato tratto liberamente dalla letteratura saggistica di fine ottocento, e, per la gran parte, da una traduzione in prosa del poema, in lingua inglese, eseguita a cura di Annie Wall e pubblicata nel 1886 a Cambridge.

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ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO I.

Siamo a Verona, città del Nord Italia, agli inizi

del tredicesimo secolo, quando Federico II è Imperatore, e Onorio III è Papa. L'antico conflitto fra guelfi e ghibellini è tuttora in atto; il conte Riccardo di San Bonifacio, signore di Mantova, si è alleato con Azzo, marchese d'Este, per contrastare il potere di Taurello Salinguerra, braccio destro di Ezzelino Da Romano, che è il più potente barone ghibellino della Lombardia e molto fidato dell'Imperatore. La notizia è appena arrivata a Verona dove, sorpresi nelle loro stesse fatiche quotidiane, i capi guelfi sono stati fatti prigionieri a Ferrara; i cittadini sono riuniti nella piazza del mercato, a discutere appassionatamente di quest'evento. "Ah", dice uno, "il potere di Taurello sembra ormai essere in declino; Ezzelino si è ritirato in un monastero, dove sta lentamente morendo di una malattia devastante; il capitano sta ritardando la sua venuta, e nel frattempo il partito papale sta guadagnando in forza. I guelfi di Ferrara, credendosi al sicuro, stanno ricostruendo le loro case in rovina; si dice anche che due capi delle parti rivali, si siano riuniti a discutere in una stretta via, affollata di ghibellini, dove di solito si 4


passava senza combattere. Un tale stato di cose è troppo innaturale per durare. Inoltre Taurello, ammesso che la sua presenza sia l'unico ostacolo ad una pace duratura, lascia Ferrara per Padova. Ma non appena si allontana, c'è subito una rivolta guelfa, iniziano i tumulti, ed ecco che in un attimo Taurello è di nuovo in mezzo a loro! Azzo fugge e, tornando con San Bonifacio, assedia la città; alla fine, chiamati a parlamentare, i due guelfi entrano in città, sulle cui strade deserte riposa un silenzio inquietante; improvvisamente vengono presi con tutto il loro seguito e gettati in prigione; e così Salinguerra ha trionfato." Tali sono le notizie che hanno raggiunto Verona, e tutti sono pronti per la battaglia! L'Imperatore ha ritardato per il momento la sua progettata crociata, proponendosi di venire in Lombardia; è molto riluttante che il Papa possa riuscire a riconquistare qualcuno dei privilegi acquisiti in passato da Ottone il Grande e dal Barbarossa, e così rinvia la sua spedizione siriana fino a quando le cose non si saranno sistemate; un atto per il quale è scomunicato da Onorio. "Il padre di Ezzelino," dice un veronese, "era Ezzelo, che salì al potere sotto Corrado III, ricevendo grandi feudi nell'Italia settentrionale, che ha trasmesso all'attuale Signore suo figlio, che ha ricevuto ulteriori favori da Federico I. Ezzelino Da Romano, in alto favore imperiale, è padre di molti figli e figlie e, nonostante il suo cuore duro e la sua malattia, ha prosperato grandemente nel mondo, che ora ha così inspiegabilmente deciso 5


ad abbandonare. Il suo principale sostenitore è Salinguerra, un superbo capitano di ventura, la cui vita è stata, tuttavia, alquanto solitaria. Anni fa moglie e figlio morirono in una mischia di partito, e lui, incurante di sé, ha piegato tutte le sue energie per sostenere la casa Da Romano. "Sono questi", chiedono i borghesi veronesi, "i capi da paragonare ad Azzo d'Este, il leone guelfo?" Tutta la notte la gente parla e ascolta; tutta la notte i Ventiquattro, i magistrati di Verona, siedono insieme in solenne dibattito; e in una piccola camera interna del palazzo sono Palma, la figlia di Ezzelino, e Sordello, l'eroe del nostro racconto, il precursore di Dante, come cantore nella nativa lingua d'Italia. Chi è Sordello e perché è qui nella stanza segreta, con la figlia grande del barone? Questa è la storia che il poeta intende raccontarci. A proposito della città di Mantova, la terra che la circonda è per metà pantano e per metà pineta, con corsi d'acqua orlati di roverelle e aceri; in estate anche il Mincio è secco; ma d'inverno è una larga palude, per metà redenta dalla fatica umana agli usi umani. Una trentina di anni prima della scena che abbiamo descritto, il castello di Goito rimase quasi da solo dentro un'area così recuperata, in mezzo a basse montagne, le cui cime principali erano nascoste da abeti e betulle, e circondato da vigneti. Un castello pieno di corridoi tortuosi e camere 6


nobili, in una delle quali, con pannelli in acero ornati con iscrizioni arabe in oro brunito, era appeso un arazzo su cui erano raffigurati i fieri baroni e le belle dame della casa Da Romano, mentre ancora oltre, in una camera a volta, c'era una fonte di pietra, circondata da un gruppo marmoreo di fanciulle, presso cui, per molti anni, Sordello era solito sedere la sera, a pregare per il perdono dei peccati per i quali immaginava stessero facendo penitenza nella pietra. Sordello è un ragazzo magro, in abito da paggio, che guarda gli uccelli nei giorni d'autunno, e passa le sue ore in inverno a guardare le forme raffigurate sugli arazzi. È un ragazzo principesco, la cui classe regale ha separato dalla massa degli uomini condannati alla fatica e messo in mezzo a quella compagnia più piccola di cui è titolare chi gode del diritto di nascita. La natura sembra averlo incorniciato per suo puro piacere, come ha fatto con alcune terre, come al sua Italia, laddove la bellezza, assorbendo i nostri sensi, evidenzia un vestito più raffinato, mentre dei dintorni ne rivela solo una parte, come se non se ne fidasse appieno. Ma come può questa classe regale amare? Come le anime che coltivando un pensiero promettente, sono cieche dapprima a qualsiasi cosa sia al di là della sua bellezza, fino a quando il loro amore per questa cosa senza vita diventa così opprimente da indurle a rifondervi la loro stessa vita. Allora, uno alla volta, gli idoli provvisori 7


sono disconnessi, ed esse sono in grado di vedere cose sempre più belle, fino a quando non guardano l'Altissimo. Nasce così in loro la necessità di fondersi con le cose esterne, e appartenere a ciò che adorano, finchè ciò le tiene per sempre dentro la sua stretta, senza speranza di fuga. Allora, mettono da parte la loro individualità e abdicano al loro trono; il creatore cede alla creatura. C'è un'altra classe di individui che, guardando alla bellezza non meno avidamente, riferisce ogni forma di esteriorità ad alcuni suoi concetti intimi di bellezza, credendola la manifestazione esteriore di una coscienza interiore, la realizzazione fisica di un sogno intellettuale. Questi omaggi, diretti verso l'esterno, possono rientrare meravigliando; e queste circostanze possono deprimere l'anima, che, ridendo del destino, può liberarsi dalla vita terrena, per elevarsi ad una più complessa essenza celeste, entrando a far parte del tutto. Ma questo può davvero essere vero? Ed è la nostra razza realmente liberata dalla salita di queste nobili anime, che noi un giorno potremmo seguire, anche con le nostre volontà più limitate? Ma quanto è triste trovare che menti di prim'ordine potrebbero essere snervate da alcuni stati d'animo che le consigliano di sonnecchiare e di non agire, invece di spingerle ad impegnarsi per il bene dell'umanità, quando l'occasione è più adatta per mostrare tutti i loro poteri. "Perché fare un piccolo atto? Aspetta la grande avven8


tura!" E c'è qualcosa che potrebbe ancora peggiorare le cose. Perché l'anima può aver desiderio di esprimere tutti i suoi poteri contemporaneamente, per andare oltre i limiti mortali e forzare anzi tempo il lavoro dell'eternità; essere Cesare o niente; rifiutare una parte se l'intero non è a portata di mano. Questo è il nostro Sordello, mentre vive la sua spensierata giovinezza a Goito, in quel castello incastonato nella palude, che appartiene ad Adelaide, moglie toscana di Ezzelino. Nato con il nuovo secolo, nel mezzo del bagliore e della bellezza in fiore che si diffondono dalla barbarie del passato, egli vaga attraverso questo suo mondo, bighellonando a volontà, ignaro dei destini che lo attendono e della gloria, che lo raggiungerà solo in età avanzata. Egli non entra nelle stanze del nord, dove sono gli appartamenti di Adelaide, frequentati da donne straniere che servono, che sono sempre state gentili con quel ragazzo solitario. E per un certo periodo la vita del giorno è stata sufficiente per Sordello, che ha succhiato i dolci piaceri terreni e avvolto ogni nuova scoperta con fantasie infantili, cercando di mettere qualcosa della sua ricca vita in cose senza vita, per poterle percepire come suoi simili. Queste appaiono con aspetti mai del tutto uguali, raffigurate come vuole la sua fantasia, che a volte conferisce a cose familiari forme grottesche, pur mantenendo un serio riguardo per tutte. Ogni cosa era correlata 9


ad un'altra; il porro sul tetto aveva un legame che lo alleava all'orgoglioso armigero che venne un giorno sulla loggia . . . . Come un ragno tendeva la rete delle sue fantasie su tutto, ed oscillava gaio sui fili prodotti dalla sua fertile immaginazione. Il tempo portò finalmente a Sordello ciò che il mondo avrebbe dovuto insegnargli, cioè la vera relazione tra se stesso e i suoi compagni, ai quali, nonostante la spenta attrattiva, non poteva ancora rinunciare del tutto, per la gioia offertagli un tempo. Se, tuttavia, ora cerca di ricordare il suo papavero magico, vede che dopo tutto è solo un papavero e non più la creatura incantata con cui comunicava. Perché dovrebbe diffidare delle prove del senso? E' un papavero, quindi parla il giudizio appena nato, dichiarando che è di scarsa utilità discernere gli attributi degli altri, se non se ne possiede. Oppure utile, se si possiede qualcosa di speciale per farlo. Guai a Sordello, se ragiona così! La sua incapacità di amministrare degnamente ciò che adora aumenta la sua forza di sentire, e lo esalta. Ma anime come quelle di Sordello, se costrette, conservano ancora il loro potere di volontà, e si confortano in qualche modo misterioso, anche se costantemente scrutano per vedere se gli altri approvano le loro affermazioni, e pronunciano per gli altri i pensieri che non possono essi stessi esprimere. Tali menti devono sempre essere in presenza di una folla. "Vanità", dice Naddo, che è la personificazione del buon senso generale e dell'opinione pubblica 10


media. Ma come troverà il solitario Sordello un pubblico? Col tempo arriverà: non solo ogni guerriero dipinto sugli arazzi, ogni ragazza di pietra della fontana, non solo Adelaide ..., non solo questi, ma l'intero mondo fuori, come lo aveva immaginato dalle canzoni e dalle storie e, forse, dai sogni, cominciando vagamente a concepire una sorta di vita umana, attraverso le immagini di vita brulicanti nel suo cervello. Ma su chi fisserà la sua attenzione? Ognuno vive la propria vita, con la propria quota di felicità, e sta da solo da qualche parte, dove i suoi desideri sono più facili da raggiungere. Ma questi non sono desideri facili da realizzare, come lo erano quelli delle sue creature della foresta; come potrà egli dare arbitrariamente valore a cose di cui non ha mai sentito la mancanza? Sordello è ora assorto nello studio dei personaggi e degli scopi delle umane fantasie che ha chiamato in essere, e le cui gioie artificiali accetta, non come lui le vede, ma impiegando il suo ingegno per stimarne il valore, come una volta faceva con l'albero e il fiore, e anche di più che con loro. Ognuna di queste creature, che in un certo qual modo è lo stesso Sordello, è capace di grandi azioni, e un giorno le realizzerà; però adesso deve dimorare con i suoi sogni, cercando in essi uno strumento utile in futuro. Potrebbe lui stesso diventare un pari di Ezzelino, viceré dell'Imperatore? Fra questo ed altri più facili sogni, la sua fantasia spazia a volontà, anticipando un suo 11


nobile ruolo in cui i grandi baroni gli faranno riverenza, a testimonianza di grandi trionfi futuri. E così ha preso a trattare i suoi fantasmi; selezionando le qualità e combinando i tratti, ha formato uno o due personaggi che hanno preso su in sé le virtù dell'umanità, e questi a loro volta sono stati ridotti a un unico onnipotente. Di chi è questa figura trascendente? Può essere Federico, di cui hanno parlato gli arcieri? È il succo che sta gorgogliando laggiù nel gambo di una vite di vino saraceno? È quindi il Cesare? che deve dimorare in perfetta serenità, dal momento che un suo minimo sguardo o parola sono potenze da controllare, e la sua mano destra brandisce il fulmine! Ma il tuono sarebbe inutile se la moltitudine volesse solo ascoltare la canzone del menestrello; perché non dovrebbe invece essere costui quell'essere perfetto? E così, mezzo Imperatore e mezzo menestrello, Sordello viveva la sua vita; solo cose vili lo turbavano, mentre controllava altre fantasie, ed altre ancora metteva in posti d'onore, su un trono un po più in basso di lui. Come molti prima e dopo di lui, Sordello aveva trovato Apollo! Lui sarebbe un poeta, anche se fino ad ora è stato costretto a rubare dagli altri. Nei rari giorni di giugno ha scalato le gole, dove emergendo da cunicoli scintillanti, attraverso verdi pareti di tigli, ha visto lunghe file di alberi chiudersi in una foresta magica, immobile, antica, piena di dolci sorprese. A poco a poco vede i ruscelli morire davanti a 12


lui; gli ostacoli sono superati; ma le ancelle, le sue sacerdotesse di Delia, si attardano ancora; più o meno amorevoli o sdegnose, si uniscono ad adorare Apollo. Ma dov'è Dafne, l'amata dal Dio? Sente nel pettegolezzo delle donne serventi del probabile matrimonio della figlia di Ezzelino, Palma, con Riccardo di San Bonifacio, il principe guelfo, che porrebbe fine alle faide politiche. "Ma", aggiungono, "Palma non sarà mai sua!" E così, questa sprezzante dama sembra essere degna di Sordello, e diventa la Dafne dei suoi sogni. Il tempo scorre; il destino tarda a fornire il palcoscenico e il pubblico che Sordello desidera. Egli diventa pallido e irrequieto nel suo forzato silenzio, stanco di non agire. Nessuno viene a lui. Adelaide è a Mantova, da dove Taurello è partito. Il tempo passa e niente accade, quando un incidente improvviso, come un lampo di luce, apre gli occhi di Sordello alla vera opera della vita.

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ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO II.

E'

una piacevole mattinata di primavera, e Sordello è sicuro che quel giorno lo porterà dalla dama dei suoi sogni. Lei è lì nella fresca sussurrante pineta, e lui deve solo cercarla. Avanza allegramente; la grande palude brilla intorno a lui nella luce del sole, e la sagoma di Palma fluttua vagamente davanti ai suoi occhi; il terreno paludoso cede sotto il suo passo, laghi che si espandono mentre si muove; Palma entra nel bosco; lei emergerà dall'altra parte, e la folla, e anche San Bonifacio vedranno che lei lo ama. Un altro schermo di pini è superato, ed ecco! Mantova apparire a lui davanti, e sulla verde pianura, sotto uno splendido padiglione, uomini e donne reali che sostano in gruppo. Ma si precipitano tutti ad adorare Sordello? Non è così; eppure le sue fantasie non sono del tutto vane, perché lì nel padiglione siede Palma; l'ha vista mentre le tende venivano scostate di lato. Ora crede che la sua ora sia giunta; ma ancora non è così, perchè Eglamor, il miglior menestrello di San Bonifacio, fa un passo avanti per concludere con la sua canzone la Corte d'Amore. Canta le lodi di Elisa, la dama del suo amore, in onore della quale ha nominato la nuova corda che ha appena 14


fissato al suo liuto, e tutti gli ascoltatori esplodono in un applauso. Ma nonostante la bellezza della canzone, Sordello crede di essere in grado di superarlo, dandole un finale più appropriato; e appena le grida si sono spente, afferra un liuto, e riempito il contorno prima disegnato da Eglamor, lo fa vivere con il bagliore della sua ardente immaginazione. La canzone vola su, a malapena in grado di tenere il passo con la rapida azione, fino a che Naddo non resta stupefatto. La sua espressione è un po come quella di un antico egiziano, che pungola un toro con una punta acuta, e improvvisamente lo vede girare la testa, e vede sotto la sua lingua lo scarabeo, il segno mistico dell'Apis sacro. Le persone gridano di gioia; Sordello si ritira, ma è sostenuto dalla vista di Adelaide, con al suo fianco la cameriera della camera a nord, e di Palma, la Dafne dei suoi sogni. Quanto è bella lei con i suoi occhi azzurri e le trecce d'oro! e quando lei si scioglie una sciarpa dal collo e la distende sulle sue spalle, i sensi di Sordello falliscono, e non ne sa più, finché non si risveglia nella sua vecchia casa; la sua fronte è incoronata, e il regalo di Palma è su di lui, mentre sul pavimento, accanto a lui, si trova uno splendido vestito, il premio della vittoria. Le gentili donne di servizio, radunate intorno a lui, lo lodano e gli raccontano di come Eglamor, sopraffatto dalla sconfitta, sia morto, e che lui è stato scelto per essere il menestrello di Palma, ed è stato portato a casa dalla compagnia dei menestrelli. 15


Sordello, che fino a quel momento aveva solo percepito, ora si alzava per pensare; ha poi passato una settimana rivivendo in memoria tutto quell'evento delizioso. Si chiedeva se si sarebbe mai rivolto ad Elisa, a cantare di lei per il piacere della canzone stessa; e del perchè la sua prestazione avesse guadagnato l'applauso della gente: per la canzone in se, o per le fantasie, già presenti in ciascuno spettatore, stimolate e rese palpabili dall'ascolto della canzone? Meditava su queste cose, quando all'improvviso il vento si fa silenzioso, il cielo di mezzogiorno si annebbia, e Sordello sente un calpestio di passi attraverso la pineta; è la compagnia dei menestrelli che porta il corpo di Eglamor al suo ultimo luogo di riposo, calmo nella morte, con alcuni fiori in mano. È stato l'opposto di Sordello; per lui il verso era un culto, una cerimonia che gli aveva svelato il santuario davanti al quale era solito inginocchiarsi, finché il potere della poesia non gli ha concesso qualche vista o suono che ha fatto suo, per sempre. E lui aveva amato la sua arte e non gli importava più della ricchezza del mondo, dal momento che aveva quel dolce dono che rende tutti gli altri poveri: il dono della canzone. Nessuno lo aveva ancora eguagliato. Conosciamo il seguito, come ha perso la vittoria, il rango e la vita. Quando aveva ascoltato Sordello, ha provato a gridare come gli altri, per mostrare il suo piacere e, chinandosi, aveva messo la sua corona sotto quella di Sordello, e baciato la mano del suo successore. E poi si è 16


unito alla sua compagnia, a cantare la canzone del suo rivale; poi è andato a casa. Non c'era nessuno ad accoglierlo; tutti erano andati a scortare il nuovo menestrello, il suo rivale. E così si è sdraiato a dormire, e la morte lo ha raggiunto prima dell'alba. Poi i menestrelli suoi compagni lo hanno portato a riposare lontano dalla scena della sconfitta, dove Sordello ha posto la sua corona sul petto del morto, lasciando la cura della polvere del menestrello e della sua fama alle felci e ai pini. Era un mese di maggio, e Sordello giaceva con il suo liuto sopra un tappeto erboso fiorito; nonostante lo splendore della sua vita poetica, sembrava che qualcosa dentro di lui gli sussurrasse che una tale fortuna non poteva durare. Aveva cercato di apprendere qualcosa sulla sua nascita ed estrazione sociale, e gli era stato detto che, anni prima, Ezzelino, impegnato in una faida a Vicenza, aveva bruciato il quartiere della città abitato dai suoi nemici, nonostante suo figlio Ezzelino fosse nato lì quella stessa notte. Questo, con sua madre, fu con difficoltà salvato da Elcorte, un arciere. L'ira di quelli che avevano mancato la preda più grande, si era sfogata allora ferocemente su quello alla loro portata, e fu così che fu bruciata la casa di Taurello Salinguerra, e vennero uccisi la moglie ed il suo unico figlio. Poi, l'azione dell'arciere sembrava abbastanza audace da meritare una grossa ricompensa, e poiché lui stesso era caduto, suo figlio era stato nutrito con 17


cura a Goito, dove era fuggita Adelaide. Il figlio di questo arciere era Sordello! Apollo svanisce, e rimane un giovane di umili natali, che è stato appena nominato menestrello della sua donna. È lui quello che, come nelle sfrenate fantasie del nostro poeta, deve essere proclamato il monarca del mondo? Sordello che, salvo che nei suoi sogni, aveva represso i suoi desideri, non osando rivendicare la sua maestria, che aveva finora addobbato con forza, grazia e saggezza per adattarla al suo trono, ha ora deciso a reclamare il suo regno. Il dado è tratto; farà del suo meglio con ciò che ha. Mai più Sordello potrà essere per se stesso uno dei tanti; sente che per lui e per i molti non c'è più una legge comune: la presenza di Apollo lo ha esentato da quello. Lui potrà ora prendere il potere da Riccardo, o la grazia da Palma, e mescolare queste qualità, o gustale separatamente, come meglio crede; non più ostacolato o limitato, egli potrà ora trasformare tutte le sue energie in forza, o saggezza. Il che significa che non c'è un'idea, che fluttui come una stella sopra di lui, attirandolo alla sua realizzazione, ma che la sua anima potrà esprimere liberamente la quintessenza di ogni bellezza, nella piena coscienza di se stessa. Un mondo di uomini capaci di meravigliarsi si sarebbe sicuramente inchinato in adorazione davanti a lui, e lui avrebbe dato loro, con la canzone, qualcosa da amare, che avrebbe portato alla perfezione le loro anime. Così Sordello scelse, 18


per quella parte della sua vita, le canzoni, non le azioni. Mise da parte l'Imperatore e rimase il poeta solo. Solo il verso avrebbe avuto valore per lui! La forza non si sarebbe espressa nello sforzo, né la grazia nella bellezza esteriore. Le passioni del mondo sarebbero state per lui solo un passatempo, in attesa del momento di salire sul palco. E ora che tutto è delineato, Sordello è tranquillo, finché non arriva una lettera da Naddo, che lo invita a tornare a Mantova per nutrire un mondo affamato. La sua fama lo ha preceduto, e tutti sembrano angeli in attesa di essere resi felici dalla sua canzone. Poi trova il compito di cantare un fastidio, dal momento che non si è mai curato della canzone in se stessa, ma solo dei suoi effetti sul pubblico; le sue rime erano di Eglamor; ma Naddo lo sostiene e lui decide di andare avanti, ricordando che se fosse arrivato il fallimento, lui poteva fare ritorno ancora una volta al castello di Goito. Lottiamo con i nostri glossari per avere un'idea di ciò che il trovatore voglia esprimere nelle sue poesie, ma non capiamo mai abbastanza cosa c'è in loro a spingerli ad incarnare nel canto le virtù dei santi o i vizi del peccatore, per migliorare la qualità degli uomini. Il nostro poeta aveva lasciato la sua immaginazione per provare le cose che contenevano le sue immagini, ed ha realizzato, operando sul linguaggio comune del volgo, una rozza armatura che un giorno sarebbe stata più efficace di una 19


romana Panoplia. E quando questa fu completa, si sforzò di usarla, agendo con i suoi attori, e vivendo in ciascuna delle sue creature. Quindi, ordinò ai Mantovani di ascoltare. Vano tentativo! L'armatura si staccò pezzo per pezzo, perché le percezioni, che aveva cercato di vestire con essa, sono inadatte ad un vestito così intellettuale come la lingua, pensato per sostituire la percezione, ma che non può coesistere con essa, poiché è solo la presentazione di quest'ultima. Allora, senza speranza di successo, torna al vecchio intento e canta le imprese di Montfort sopra gli albigesi. Ma anche adesso non viene compreso. Dopo tutto, al suo pubblico importano i mantovani, e si chiedono come ne sappia così tanto di Montfort. Ha sparso l'oro delle fate sulla moltitudine, ma tutto invano. Gli anni passarono, e Sordello scomparve tra gli uomini. L'uomo e il poeta erano disperatamente in guerra dentro di lui; l'uomo si rifiutava di essere più ingannato dalle fantasie, mentre il poeta avrebbe consacrato tutti i suoi poteri alla canzone; e ora una natura, ora l'altra avevano il sopravvento. Ma il Sordello completo, uomo e poeta, era andato via per sempre. Ora decideva di mettere da parte tutto tranne la sua arte; ora stabiliva di recitare la parte di un uomo nella vita. Perchè non vivere tra i mantovani? Ricordava di essere il menestrello di Palma e si sottometteva di buon grado alle regole stabilite. Per rispondere alle domande che gli facevano, ci sarebbe voluto il lavoro di una vita, ma lui faceva ricorso a risposte 20


pronte e gesti spesso ripetuti. Quindi, la sua anima, incapace di comprendere tutto, cominciò a vedere sempre meno ciò per cui valeva la pena lottare. Come uomo e poeta aveva fallito, e Naddo lo rimprovera di non essere in grado di cantare una canzone semplice, e di persistere nel cercare di risolvere problemi che, non essendo un filosofo, non era in grado di affrontare. "Per la poesia", dice Naddo, "basta il buon senso. Le canzoni sopravvivono, se sono costruite con il cuore umano. "Lui cede, si sforza di conformarsi, ma fallisce ancora una volta. Nel frattempo Adelaide è morta, ed Ezzelino scrive a Taurello che lui si sarebbe ritirato in un monastero; che i suoi due figli, Ezzelino e Alberico, dovevano sposare la nipote di Azzo e la figlia di San Bonifacio; che il conte stesso avrebbe avuto Palma, e così la pace fra le due fazioni contendenti si sarebbe stabilita. La notizia arriva a Napoli a Salinguerra, che ha recentemente aderito a Federico, in partenza entro il mese per la Siria. Questi si reca velocemente a visitare il suo signore, per convincerlo a modificare i suoi piani, ma senza scopo. Nel paese risuonano le notizie di come il grande capitano Da Romano si sia ritirato a Mantova, dove, sebbene sia la sua città natale, non andava mai. La città prepara grandi spettacoli per salutalo, e Sordello viene scelto per dichiarargli il benvenuto; ma lui passeggia oltre le mura, privo di ispirazione, e vaga senza meta attraverso i campi, fino a quando si ritrova 21


inaspettatamente a Goito, la sua vecchia casa. Sembra più piccola di un tempo, ma più misteriosa che mai. Palma, è partita proprio quel giorno. Ancora una volta Sordello giace accanto alla fontana e passa in rassegna la sua vita trascorsa. Sia il corpo che l'intelletto avevano fallito; è stata colpa della sua volontà? Scaglia via la sua corona dalla fonte, e mette da parte la sciarpa che amava così tanto. Non c'è più un poeta il giorno dopo a Mantova, e Taurello, sostituisce alle canzoni il tradizionale spettacolo del "tormento dei tori".

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ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO III.

Sordello è ancora una volta a Goito. I clamori

del mondo hanno lasciato il nostro poeta, e Mantova è svanita dalla sua memoria. Si immerge nuovamente nei suoi sogni ad occhi aperti per un anno intero, ma ha perso la fiducia in se stesso, e comincia a chiedersi se abbia gettato via tutte le sue prospettive di successo, sia come normale essere umano, sia come poeta. Un noioso, grigio giorno d'autunno, passeggiava attraverso il bosco; la sua anima era in armonia con l'aspetto della natura. La sua giovinezza stava appassendo, e una volta andata, la gioventù è andata per sempre; la natura può rinnovarsi, ma "Ahimè!" sospira Sordello, "le mie possibilità sono perse? Non ho due vite che io possa spendere, l'una per imparare come vivere l'altra. La natura può recuperare le perdite; il mio rovesciamento è definitivo! Conclude di essere stato un narcisista, la cui mancanza di devozione per qualcosa al di fuori di se stesso era stata la sua rovina. Le sue amare riflessioni sono interrotte da Naddo, che convoca il poeta a Verona. Gli dice che Ezzelino ha diviso la sua ricchezza tra i suoi due figli, Ezzelino e Alberico, che devono sposare due donne guelfe; che lui si ritirerà in un 23


monastero; che Palma e San Bonifacio sono fidanzati. Gli dice di come si levarono i guelfi a Ferrara, e che Salinguerra, essendosi vendicato, era ora assediato lì da Este e San Bonifacio; e che quest'ultimo, una volta guadagnata la vittoria, avrebbe sposato Palma, assorbendo così i Da Romano, e inaugurando un governo migliore. Sordello è ricercato da Palma, che senza dubbio gli chiederà di preparare una canzone per la sua festa di matrimonio. E siamo arrivati al punto in cui si apriva la nostra storia. Le notizie della sconfitta guelfa hanno raggiunto Verona, e mentre la piazza è viva di cittadini eccitati, Palma e il suo menestrello sono seduti, come due amanti, nella camera segreta. Palma si sforza di raccontargli la sua storia. Sordello non era stato l'unico ad essere nutrito a Goito; anche Palma, destinata a servire, come lui ad essere servito, era cresciuta lì. Mentre Sordello aveva cercato di controllare la sua natura prigioniera, lei aveva subito la sua solitudine, struggendosi in essa, senza lasciare che il cuore e la mente si espandessero, fino a quando un potere misterioso, per il quale crescevano, sarebbe apparso per dirigerli. Qualunque cosa nella sua vita, sentiva che doveva essere determinata da colui che sarebbe stato per lei l'incarnazione di una volontà imperscrutabile. Innanzitutto chi amare, poi come amarlo. E così sperando, di giorno in giorno, lei aspettava la sua venuta. Poi venne la Corte d'Amore e l'altra faccia esplose su di lei, per la prima volta. Non osava 24


parlare dei suoi sentimenti, perché, anche se Adelaide taceva, Palma era certa che qualsiasi schema potesse formarsi sarebbe stato frustrato dalla scaltra toscana. Poi una notte la signora è morta, e c'era Palma lì, a cui la donna morente ha rivelato molti segreti della sua vita. Ezzelino arrivò quando tutto era finito, rifiutandosi di eseguire uno qualsiasi dei desideri della sua defunta moglie, poiché non gli importava più della gloria della famiglia, ed era solo desideroso di tornare al suo monastero. Ma Palma, sola a Goito, mentre pensava a come condurre a se Sordello, ascoltava i piani di Taurello per la grandezza della casa Da Romano in Italia. Altre famiglie dipendevano dal Papa; i Da Romano avevano fatto affidamento sull'imperatore. E come ad Adelaide di Susa era stato affidato il Piemonte, che lasciava ai Papi un passaggio aperto tra Francia e Italia, così Palma avrebbe preso in carico il Trentino, che la moglie toscana di Ezzelino aveva desiderato tenere, perchè era un passaggio sicuro per Federico tra Germania e Italia, e avrebbe mantenuto il loro potere con l'aiuto di Salinguerra. Taurello, che nel frattempo, in vece del padre ora monaco, aveva promesso Palma a San Bonifacio, aveva pensato con lei che fosse opportuno rinviare il matrimonio il più a lungo possibile; così, appena Riccardo ha lasciato Verona, Palma vi giunge prontamente, per avere il pretesto di metterlo nel torto, accusandolo di violazione della fede. E adesso la gloria non può venire a Sordello 25


attraverso questo stato delle cose? Ezzelino ha preso i voti, ma ancora Salinguerra non può abbandonare il suo signore. Scrive per chiedergli se deve ancora mantenersi agli ordini del suo vecchio maestro, o se i figli Da Romano sono ora a capo della casata. La lettera l'ha inviata Palma, e la risposta è lei a darla; suo padre si rifiuta, una volta per tutte, di rientrare nel mondo, e libera Taurello da ogni fedeltà a se stesso. Per paura che Salinguerra resti depresso da questo, Palma ha deciso di prendere il posto lasciato libero da suo padre e dai suoi fratelli, e, in qualità di rappresentante dell'Imperatore, sancire i passi che Taurello desidera prendere. Lo dice a Sordello, dopo avergli dichiarato teneramente il suo amore. "Stavo invano pianificando come farti mio", dice, "quando Salinguerra mi ha mostrato come liberarmi del conte Riccardo e dei guelfi. Mio padre e i miei fratelli hanno rinunciato alla guida del governo longobardo, la parte migliore della nostra eredità. Tu ed io prenderemo il posto vacante. Domani mattina indosserò un vestito come il tuo, e fuggiremo insieme a Ferrara. Là Salinguerra ci riconoscerà come suoi superiori, e ci aiuterà a servire il nostro Imperatore. Dimmi se ho torto a credere che questa causa è scritta nel tuo destino." Sordello è muto di gioia, e lei prende il volo prima che possa esprimere il suo rapimento alla conoscenza del suo amore e alla prospettiva di divenire un re e incarnare la propria volontà in questo aggregato di anime e corpi, come lui aveva sognato di fare. 26


ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO IV.

Sordello

e Palma raggiungono Ferrara, e trovano questa città che perisce sotto la violenza con cui le due fazioni contendenti stanno brutalmente cercando di strapparla gli uni agli altri. Taurello ha avuto un incontro con l'inviato dell'Imperatore, che ha ricevuto con evidente fretta, per fare spazio ai deputati della Lega Lombarda, accompagnati dal Legato Papale, venuti per negoziare il rilascio del conte Riccardo. I carrocci delle varie città sono schierati nella piazza, che è piena di gente che ostenta striscioni che si sforzano di descrivere la loro condizione disastrosa; alcuni si rallegrano per la mancanza dello stendardo di Ezzelino, ma altri si rammaricano per la sua assenza. Entriamo ora in un giardino, adornato con statue e pieno di alberi e fiori del sud, portati da Salinguerra da Messina, per compiacere la sua sposa siciliana. Qui San Bonifacio è tenuto imprigionato; qui devono venire gli inviati dell'Imperatore e del Papa; e qui troviamo Sordello; aveva pianificato di visitare il campo di Este e di assistere alla marcia degli inviati. Ora si sentiva pienamente nella parte che stava giocando. Era questa l'umanità che nel delirio 27


aveva desiderato di impersonare? Erano, quelli che osservava, tutti uomini notevoli allo stesso modo? Un pino sorgeva qua e là, il resto erano umili arbusti. Quanto pochi erano i capi fra gli uomini. Eppure le persone crescono, crescono sempre, fino a quando sembra come se ogni leader perdesse la sua individualità e divenisse semplicemente o il capo dei Padovani o il rappresentante dei Tirolesi. Cominciava a rendersi conto che lui e l'umanità erano un tutt'uno; eppure la gente sembrava tanto al di sotto di lui. In qualche modo doveva stabilirsi un equilibrio, fra i bisogni dei molti e i privilegi dei pochi. Doveva pensare prima agli uomini ed ai loro desideri, e quando questi fossero stati soddisfatti, avrebbe trovato spazio per curare le qualità più fini della propria anima, per agire con esse. Il suo primo scopo sarebbe stato quello di rendere felice l'umanità; ora cominciava ad avere una vaga idea del ruolo delle parti belligeranti, che tanto abusavano l'una l'altra. Quale delle due poteva servire meglio al bene della gente? Ha una conversazione con Salinguerra, ma questa lo lascia più perplesso di prima. Si allontana per le strade di Verona, guardando le miserie che la guerra ha seminato per servire, come lui dice, "le estremità di Taurello". Poi si erge tra la folla dei veronesi in piazza, e riconosciuto come menestrello, è chiamato a cantare una canzone di Sordello. Quindi si rallegra di questo suo nobile dono, e avendo cantato, si rivolge a un giovane accanto a lui, al 28


quale dichiara il suo nome. Quel giovane è Palma, sotto mentite spoglie, che lo conduce lontano da quella piazza. Taurello ha visto gli inviati dell'Imperatore e del Papa, e ora siede da solo nella sua dimora. Sul muro della camera il verde e il giallo, i colori dei Da Romano, fiancheggiano le due teste d'aquila imperiali; sul tavolo si trovano il rescritto e il distintivo imperiale, che fanno di lui il vicario di Federico nel nord Italia. Quanto è bello il contrasto fra lui e Sordello. I trent'anni del menestrello sono passati a fare niente; gli eventi di questa giornata lo hanno lasciato magro e invecchiato; appare goffo e a disagio, mentre Salinguerra, sessantenne, dopo una vita trascorsa sui campi di battaglia, fra cortigiani, papi e imperatori, è ancora veloce, aggraziato, splendido. Accanto al rescritto imperiale c'è una lettera di Ezzelino, che ribadisce il suo ritiro dalla vita attiva. Riempirà il suo posto per regnare come Vicario dell'Imperatore? Ricorda la sua vita passata; come, quando ancora un ragazzo, era stato derubato della promessa sposa dal padre di San Bonifacio, che l'aveva data in sposa ad Azzo d'Este. Allora si era recato in Sicilia, alla corte di Enrico di Svevia, da dove poi tornò, portando con sé una fiera sposa meridionale, per la quale ha costruito un palazzo ed allestito ampi giardini, più nobili di tutti quelli che Ferrara avrebbe mai potuto mostrare; e quando lì nacque suo figlio, progettò di estendere il suo potere anche su Mantova. Poi ci fu 29


l'insurrezione dei guelfi, che Ezzelino si era sforzato di reprimere, in cui Taurello perse moglie e figlio, per divenire poi completamente assorbito dalle fortune dei Da Romano, che sostenne, aiutato da Adelaide. Il suo corso fu abbastanza incomprensibile per Enrico, come per suo fratello Filippo, che stimavano Salinguerra molto al di sopra del suo signore. Ottone IV, vedendo Ezzelino severo e Taurello facile e frizzante, concluse che il giudizio dei suoi predecessori era stato influenzato dall'esteriorità, e così corresse la sua scelta sul primo. Questo era Salinguerra, che, senza pensarci, prendeva la vita come veniva; aveva imparato a parlare in greco e in arabo, a padroneggiare l'astrologia, in cui assisteva Adelaide, che contava per gran parte del suo potere sulla magia; aveva cantato, suonato il liuto, ed era un potente guerriero in battaglia. Col passare del tempo, gli uomini notarono che ogni volta che Taurello era assente, il potere dei Da Romano calava. Infine, la morte di Adelaide, ne minacciava la completa distruzione. Così Taurello aveva assunto, ancora una volta, la sua vecchia parte, ripristinando lo stato delle cose. Il suo vecchio odio avrebbe generato la caduta di Azzo, e la rovina della casa d'Este. In piedi davanti alla finestra, rivive quella notte di fuoco e sangue, quando tutto ciò che amava fu perso, e determinò che Ezzelino, il cui bambino e la moglie erano stati salvati, lo avrebbe aiutato a fare vendetta. Sarebbe stato suo vicario, 30


se lo avesse scelto. Il destino gli aveva ordinato di rendere potenti gli altri, non se stesso. Sordello e Palma stanno insieme davanti ad un fuoco di guardia in estinzione, profondamente segnati dalle scene di miseria e di morte alle quali hanno assistito durante quella giornata; lui la invita a dirgli come interpretare la parte di un uomo nel mondo; a mostrargli in che modo il bene può essere il rimedio finale per tutti i mali che hanno visto in giro per la città; crederà in Salinguerra, che sembra essere tutto ciò che dovrebbe essere lui stesso? Ma lui commette così tanti atti di violenza; i guelfi fanno altrettanto? E Palma gli mostra che i guelfi non sono più giusti o gentili. Poi Palma gli sente dire che, dal momento che entrambe le parti sono così cattive in quello che fanno, è piuttosto degno di lode chi non ha fatto nulla, poiché, anche se non ha fatto del bene, almeno non ha fatto del male. E lui immagina che ci può essere una terza causa da seguire, che lui dovrà scoprire. Qui un astante lo invita a prendere come soggetto per una ballata il famoso Crescenzio. Sordello non l'ha mai sentito nominare, e l'oratore, che una volta era un frate, continua a raccontargli di come quell'uomo avesse sfidato sia il Papa che l'Imperatore, chiamandoli consoli romani, e di come desiderasse restaurare la Repubblica scomparsa. Il Papa e l'Imperatore si unirono contro di lui, che fu crocifisso nel Foro. Sordello è chiamato a cantare al popolo la canzone di Roma. Egli accoglie favorevolmente la 31


concezione di questa città ideale, come il punto di luce da cui i raggi avrebbero attraversato tutto il mondo. In lei vedeva un corposo piano per mettere l'umanità nel pieno possesso dei suoi diritti. Visioni delle sue leggi e di nuove strutture si affollavano su di lui, e lui si sentiva chiamato a costruire la sua autorità. Questa causa sembrava quella della gente contro i principi, e del futuro contro il passato. Roma era la causa che desiderava ardentemente sostenere: la Roma antica, la Roma del diritto civile, del Campidoglio, di Sant'Angelo; dove il nuovo è portato in armonia con il vecchio, il temporale con lo spirituale; legge e ordine, religione, tutti quei poteri che daranno all'umanità i suoi diritti. "Facciamo di nuovo Roma!" piange Sordello. "Io sono colui che è destinato a ricostruirla!" E pieno di questo pensiero si precipita fuori per farlo vivere tra la gente.

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ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO V.

Ma la sera vede Sordello di tutt'altro umore. Il

suo sogno di Roma senza un imperatore sembra sbiadito. Le persone che ha visto, ubriachi, ignoranti, brutali, miserabili, erano loro i cittadini della sua città ideale. La sua mente vacilla mentre ricorda quanto lentamente Roma fu costruita: la prima generazione aveva abitato le caverne; la seconda modellava i suoi sogni in travi e stipiti; le età successive portarono allo sviluppo di mattoni e pietra, e ancora dopo i romani diedero al mondo le fogne, i Fori, gli anfiteatri e gli acquedotti, finchè l'alabastro e l'ossidiana divennero comuni e le statue di Giove e Venere si alzarono sopra i bagni termali. Ogni cosa era stata graduale; ogni età aveva avuto i suoi piccoli cambiamenti; prima le usanze, poi è seguita l'arte; non c'era la possibilità di trascurare i dettagli e ottenere presto la piena gloria, unendo tutti i comuni operai in un maestro, tutte le epoche in una. L'improvvisa città che così si sarebbe ottenuta poteva crogiolarsi e brillare alla luce del giorno, ma i suoi cittadini sarebbero stati incapaci di comprendere e godere dei privilegi che così inaspettati erano caduti nel loro destino. "Basta con Roma", pensa Sordello. Un altro 33


progetto che lui non può realizzare si è aggiunto alla sua lista. Così seduto, solo e scoraggiato, lui sente nel suo cuore una voce che parla: "Dio, Sordello, regala all'uomo due attrazioni: una da pianificare e perfezionare nel tempo, una da realizzare al momento; ciò che hai perso, ti lascia ancora intatta la speranza di prendere quel supremo passo, la cui conoscenza ti è garantita dalle possibilità che hai di prenderlo e rispettarlo. Impara questa verità: l'umanità può realizzare molto di più di ciascun individuo, ma ci deve essere sempre qualcuno a fare il primo passo. Tuttavia, il suo coraggio ritorna ricordando come Gregorio VII avesse rapidamente costruito il potere papale, che univa in se la forza (temporale) e la conoscenza (spirituale); e quanto efficacemente i successori di questo grande pontefice avessero usato questi due poteri, unendo la forza alla forza nelle Crociate, opponendo la forza alla forza nelle battaglie della Lega Lombarda, ed infine quasi dispensando da qualsiasi necessità di forza, nella realizzazione della Tregua di Dio. Sordello crede che il compito di Gregorio non sia ancora compiuto. C'è ancora del lavoro da fare per lui. Quella forza e conoscenza devono lavorare insieme: il guerriero e il poeta non dovranno più essere separati in lui, e poiché è ambizioso di rimodellare il mondo, decide di mettersi all'opera, cominciando col convertire Salinguerra alla causa papale. Poco prima del tramonto trova il vecchio 34


guerriero seduto con Palma nel suo squallido palazzo. Ha finalmente la sua occasione e sfoggia la sua retorica per condurre Salinguerra dal lato papale; non può fare a meno di guardarsi mentre parla, e chiedersi come siano impressionati i suoi ascoltatori, quando mostra al grande capo quanto sia necessario che la Lombardia si sbarazzi dei suoi baroni. Nel frattempo Taurello, famoso per il suo tatto, fa mostra di essere interessato ad ogni sua parola. La sua unica risposta è: "La poesia fa i capelli bianchi prima della politica?" Allora l'amara verità lampeggia su Sordello; le sue fantasie hanno indebolito così tanto il suo potere, che non possiede più serietà, né il desiderio di lavorare, né ancora il potere di esprimere quanto sia urgente per lui la necessità di entrare in azione. Vede trascinarsi gli anni nel futuro, mentre scrive molte poesie; senza dubbio sarà pianto quando morto come uno il cui meglio gli sopravvive. Ancora una volta comincia a parlare; le campane dei carrocci suonano dal quadrato sottostante; Taurello solleva il distintivo imperiale e chiede ironicamente a Palma se questo la soddisferà: farà liberare San Bonifacio, sottometterà la propria forza alla conoscenza del Papa e conferirà il distintivo dell'imperatore ad Azzo; poi, ridendo, si chiede chi di seguito avrebbe censurato il menestrello per mancanza di saggezza; sicuramente aveva preferito il suo discorso allo spettacolo del "tormento dei tori" che era stato costretto a vedere di recente. Ma il disprezzo salva ciò che la vanità aveva 35


distrutto, e Sordello trova ora le parole per esprimere il suo profondo rammarico nel rassegnare a Taurello il posto che lui aveva desiderato riempire. Salinguerra allora si rivolge a Palma, e dice brevemente: "Lo ami, e conosci la volontà di tuo padre, che vorrebbe, rinunciando a gran parte del suo territorio, procurare la pace per i suoi figli. E quindi tutte le mie speranze avrebbero così fine, o dovrei provare la mia fortuna? No, il posto è per i giovani e non per me. Questo giovane potrebbe diventare un leader, con un piccolo aiuto. E girandosi lancia sul collo di Sordello il distintivo dell'Imperatore. E mentre lo guarda intensamente negli occhi, gli dice: "Tu sposerai Palma e sarai il capo della famiglia Da Romano e il leader dei ghibellini longobardi." Ed ora, apparentemente senza una parola, sorge un segreto che Palma aveva sentito dalle labbra morenti di sua madre, e cioè che la moglie di Salinguerra ed il bambino, che sarebbero stati uccisi in quella orribile notte di fuoco e sangue, in cui Elcorte aveva salvato Adelaide a costo della propria vita, erano stati entrambi messi in salvo. La madre era morta poco dopo, e sepolta segretamente sotto la fonte dove Sordello andava così spesso a riposare. Il figlio fu nascosto da Adelaide, e fatto passare per il figlio di Elcorte, per timore che Taurello, avendo lui per cui vivere, fosse entrato nel suo vero destino, superando suo marito. Difficilmente in grado di assorbire quella verità, Salinguerra parla con foga di tutto ciò che 36


farà per quel suo figlio, così tardi conosciuto, finchè Palma gli toglie le braccia dal collo di Sordello, e lo conduce fuori dalla stanza, giù per una stretta scalinata, fino ad una panchina di pietra giù nel vestibolo, dove si siedono. Qui lui continua a parlare con Palma dei suoi progetti politici, quando lei trasforma quell'argomento, recitando alcune poesie d'amore di Sordello, per dirgli come tutti gli uomini amino il poeta; Taurello beve ogni parola, come se parlasse un angelo, e quando lei finisce di lodare suo figlio, le bacia la fronte, la mette sotto una finestra, come una santa in una nicchia, e comincia a camminare su e giù, delineando con passione ciò che lui avrebbe fatto per la gloria dei Da Romano, quando Palma e Sordello si fossero sposati. Alla fine sentono Sordello battere il piede da sopra, ed entrambi si affrettano su per le scale verso di lui con ansia, il padre che prende il comando della corsa, nonostante la sua pesante cotta.

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ŠŠŠŠŠŠŠŠŠ LIBRO VI.

Secondo

un pensiero di Eglamor, l'uomo si rimpicciolisce nel nulla quando viene paragonato ai simboli dell'immensità. E mentre scendeva la sera e solo un punto di luce brillava sulla sponda opposta del fiume, qualcosa nell'umore di Sordello sembrava confermare questa speciosità. Il cielo e l'acqua si riempivano di stelle, e la luna si alzava lentamente per completare quel paradiso. Sentiva di avere bisogno di uno scopo costante che elevasse la sua anima, come la luna fa con l'oceano attirandolo a se (1). Così lui, seduto, passa in rassegna la sua vita trascorsa, in cui ogni cambiamento gli sembrava che avesse ragione, finché, guardandolo alla luce della conoscenza presente, poteva vedere come dovesse invece considerarne un altro. Il vero modo sembrava essere formato da tutti i modi, molti stati d'animo di una sola mente. Ma nessuna luna d'amore sorgeva nel suo cielo, e così la sua sensibilità cresceva o diminuiva a capriccio, e lui veniva versato in una pioggia di schiuma, e mai raccolto da una potente onda. Altri, meno di lui, avevano ancora un nucleo (1) Questo è chiaramente un pensiero ottocentesco, poichè ai tempi di Sordello non era nota la gravitazione universale. 38


dentro, che, cedendo a un po di luna, li aveva portati ad adempiere a un certo scopo nel mondo, ciascuno nella sua stessa misura; questi spiriti, comprimendo tutto ciò che sanno della bellezza in una unica stella di gloria, avrebbero ricevuto un giorno su di loro alcuni bagliori del proprio splendore. Desiderava ancora servire la gente; per lui, il corpo, la macchina per recitare, si era rivelata fin dall'inizio non idonea allo scopo; quella per riflettere invece, si era mostrata improduttiva; era la sua volontà in colpa? Avrebbe accettato la corona di suo padre, ma dubitava che lo facesse per vivere dei piaceri presenti, lasciando il futuro fuori dalla sua vista. Poi ha pensato ai saggi, ai campioni e ai martiri, che avevano gettato via la tazza del piacere, guadagnando così una vita migliore, che questa vita nasconde. Sordello è consapevole che l'errore della sua vita è stato l'assenza di un oggetto di devozione, tuttavia sente che la sua natura è troppo grande per essere dominata da qualsiasi cosa reale esistente sulla terra. La pessima condizione della gente lo attira ancora. Allora, la sua luna potrebbe essere la razza umana stessa, intesa però come ideale. Renderà alle persone afflitte un aiuto immediato, anche se limitato; l'unico servizio possibile per lui ora è di essere fedele alla sua risoluzione di sostenere la causa guelfa. Il suo sostegno ai guelfi porterà a qualcosa di buono in futuro; ma è buona cosa il sacrificio del distintivo imperiale, con tutto ciò che può comportare? 39


Sordello indulge in sofismi. Il bene nasce dal male; perché dovrebbe essere rimosso il male della gente? Se non fosse per il male del loro stato presente, il bene della sua pietà per loro non esisterebbe. È nella conquista delle difficoltà che sta la gioia della vita: perché, allora, dovrebbe liberare il popolo dalle loro? Sordello affronta ancora la verità, e comprende ora anche la sua filosofia. Si è reso infelice non riuscendo ad accettare i limiti imposti all'anima da questa vita terrena. In questa vita, la felicità di un uomo cresce dal suo modo di proporzionare le sue condizioni di vita all'esercizio della sua spiritualità, ed è solo l'amore che può indicare dove sia tale limite. Sordello ha trovato un tale amore? Il suo corpo è troppo debole per sopportare questa feroce lotta mentale, ma chiude presentando se stesso interamente a quell'unico ed immutabile potere che non ci impedisce di amare, e che deve essere amato così com'è rivelato alla nostra umanità. Con la sua ultima forza rimasta calpesta il distintivo dell'imperatore. Il primo passo che si affretta sulla scala è di Salinguerra, benché inguainato nella cotta. Entrano e guardano Sordello morto, sotto i suoi piedi il distintivo imperiale, e nei suoi occhi uno sguardo di trionfo; ha calpestato ciò che gli sembrava una tentazione del male, la tentazione di accettare una vita più bassa del suo ideale, ed è 40


perito nella lotta, ma il premio della vittoria è suo. Ahimè, Sordello, che hanno deposto nella vecchia fontana, a Goito, accanto a sua madre! Il tempo passa e il giovane Ezzelino arriva a riempire il primo posto di potere in Lombardia. E' strano che l'incapacità di Sordello di escludere i rivali dal palcoscenico, un'incapacità dovuta alla sua fatale incredulità nella possibilità di realizzare qualsiasi cosa, abbia spinto i due figli di Ezzelino, sotto la tutela di Taurello, ad agire, sia nel bene che nel male, affliggendo il mondo, finchè gli uomini si sollevarono e li uccisero. Le cronache di Mantova raccontano come Sordello, il principe Visconti, si sia distinto salvando quella città; che fosse famoso come menestrello e noto come amante; che sia stato elogiato per molte cose che non ha mai fatto e mai potuto aver fatto. Per quello che avrebbe dovuto essere, che lo sia stato o no, soffriamo ancora oggi. Per il bene del mondo sofferente, Dante ha osato arditamente fare il passo che Sordello rifiutò di fare. Dante ha fatto molto, l'occasione di Sordello è andata perduta per sempre. Se avesse osato fare quel passo da solo, gli uomini avrebbero potuto raccogliere i pomi del giardino delle Esperidi, e lodando i benefici da lui elargiti, lo avrebbero identificato con tutto ciò che desiderava apparire, ma appena desiderato essere. 41


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Sordello  

Il poema di Robert Browning raccontato per la prima volta in italiano.

Sordello  

Il poema di Robert Browning raccontato per la prima volta in italiano.

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