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REDAZIONE Direttore: Anna Maria Ricucci. Vicedirettore: Corrado Piroddi. Figure dell’individualismo: Ferruccio Andolfi, Elisa Bertolini, Simona Bertolini, Simona Del Bono, Antonio Freddi, Donatella Gorreta, Nausicaa Milani, Giacomo Miranda. Meditazioni filosofiche:Marco Anzalone, Elisa Bertolini, Valeria Bizzari (coordinatrice), Anna Pagliarini, Lavinia Pesci, Martino Pesenti Gritti, Alberto Siclari, Timothy Tambassi, Roberto Venturini. Cinema e filosofia: Marco Bigatti, Roberto Escobar, Pietro Parmeggiani, Corrado Piroddi (coordinatore). Libri in discussione: Mara Fornari, Mirella Lucchini, Timothy Tambassi (coordinatore). Esperienze didattiche: Teresa Paciariello (coordinatrice), Marina Savi, Chiara Tortora. Letteratura e filosofia: Margherita Aiassa (coordinatrice), Alessandro Bonanini, Carlo Guareschi, Italo Testa. Promozione: Marco Anzalone, Carlo Guareschi, Mirella Lucchini, Martino Pesenti Gritti, Anna Maria Ricucci. Ricerca immagini, composizione, grafica e web: Margherita Aiassa, Marco Anzalone, Elisa Bertolini, Valeria Bizzari, Alessandro Bonanini, Pietro Parmeggiani, Corrado Piroddi, Anna Maria Ricucci, Roberto Venturini. Direttore responsabile: Ferruccio Andolfi.


SOMMARIO

Figure dell’individualismo................................................................................................................................................p. 6 Amore di sé e narcisismo nei filosofi individualisti dell’Ottocento di Ferruccio Andolfi............................................................................p. 7

Meditazioni filosofiche..................................................................................................................................................p. 22 La presenza dell’assenza. Forse di Antonio Freddi...............................................................................................................................p. 23 Il tempo e la pienezza della gioia:un confronto Nietzsche-Dostoevskij di Livio Rabboni.........................................................................p. 29

Cinema e filosofia............................................................................................................................................................p. 34 Un altro mito della caverna: la forza della legge in Batman di Federica Gregoratto...........................................................................p. 35

Letteratura e filosofia..................................................................................................................................................p. 40


George Perec e W o il ricordo dell’infanzia: l’inassumibile di Michael Archetti......................................................................................p. 41 La prova del fuoco. Sogno, rimozione e coscienza ne Le rovine circolari di J. L. Borges di Giovanni Consigli.........................................p. 48 Emendabile o incurabile? La figura del delinquente-selvaggio nella Colonia felice di Carlo Dossi di Alessio Berrè...................................p. 53

Didattica e filosofia......................................................................................................................................................p. 64 Dalla relazione tra soggetti all’intersoggettività: un percorso didattico di Marina Savi..............................................................................p. 65

Libri in discussione....................................................................................................................................................p. 70 Realmente liberi, realmente rivoluzionari di Giacomo Miranda…………..……...............................................................................p. 71 La peste tra colpa e destino di Daniele Foti…………………….......................................................................................................p. 74 Sentire e conoscere: l’uomo, “creatura emotiva” di Cristina Travanini......................................................................................................p. 76


Giorgia Zerbini, nata a Parma nel 1980. Si laurea in Architettura nel 2008, studia e lavora a Madrid per diversi anni e dopo un’esperienza di alcuni mesi in Australia torna a Parma dove attualmente vive. La fotografia non è un lavoro, non è un hobby, ma è per Giorgia un modo di essere. Il mirino, il suo personale e particolare sguardo sulla cose. L’obiettivo, tutto ciò che la incuriosisce, che la meraviglia, che la turba: scene di strada, frammenti di città, paesaggi sconfinati.


.


Figure dell’individualismo

AMORE DI SÉ E NARCISISMO NEI FILOSOFI INDIVIDUALISTI 1 DELL’O TTOCENTO

I

mentalità comune e nella retorica religiosa o politica, che si limita a condanne sommarie di ogni traccia di egoismo o di individualismo, senza indagare le ragioni che hanno portato a riabilitare questi termini,

filosofi hanno affrontato la questione del narcisismo nel quadro di

originariamente legati all’idea di una trasgressione colpevole dei vincoli

una diagnosi della modernità come epoca dell’individualismo. Essi

comunitari. Molti conflitti e malintesi nei rapporti di coppia trovano

non hanno sempre una percezione precisa delle dinamiche psichiche in

giustificazione in un presunto mal definito «egoismo» imputato al

gioco e si muovono piuttosto sul terreno dell’etica o della teoria sociale.

partner. La persistenza di questi luoghi comuni rappresenta di per sé già

Di rado l’egoismo di cui parlano possiede la componente affettiva

una buona ragione per continuare a gettar luce sulla complessità e

presente nel narcisismo, per lo più indica un processo autoconservativo

ambivalenza del comportamento egoista.

dell’io. Tuttavia negli ultimi due secoli filosofi e teorici sociali hanno

Il secolo d’oro dell’individualismo è il secolo XIX. Simmel, che ha

fornito elementi utili per definire le condizioni di formazione di una

scritto al termine di questo periodo, caratterizza l’individualismo

personalità supposta sana e indicato i rischi che corre in un ambiente

dell’800 come un individualismo della differenza o dell’unicità 2. Vorrei

orientato verso una individualizzazione sempre più spinta e insieme,

ripercorrere questo itinerario ricostruendo le posizioni di tre grandi

paradossalmente, verso il conformismo sociale.

personalità. Un teologo luterano, Schleiermacher, esponente di rilievo

Il termine individualismo è stato utilizzato per designare quel-

del Romanticismo, operante al principio del secolo – i suoi Monologhi

l’insieme di fenomeni, di carattere sociale psicologico ed etico, che si

apparvero a Capodanno del 1800 3 – fornisce nel suo singolare

sono prodotti nell’età moderna, con il progressivo distacco di individui

individualismo una sintesi quasi perfetta tra il raccoglimento in se stessi

emancipati da una matrice sociale comune, a volte indicata con il

e l’apertura altruistica. Un anarchico individualista, Max Stirner, a metà

termine forte «comunità». Più remotamente i fenomeni di quest’ordine

secolo, radicalizza la critica della religione nell’L’unico e la sua proprietà

erano affrontati, a livello etico, ricorrendo ai concetti di «egoismo» o di

(1845) 4, rivendicando per l’io, nella sua singolarità, l’autosufficienza

«amore di sé». Queste vecchie impostazioni sono ancora attive nella

divina. A lui si deve l’esperimento più radicale di staccare l’individuo

7


Quaderni della Ginestra

dalla sua matrice sociale. L’unilateralità del suo punto di vista è ciò che

legittima. Sul piano etico si verifica la stessa cosa. L’etica kantiana delle

lo rende interessante ma insieme lo espone al fallimento. Il fallimento

legge universale, uguale per tutti, viene abbandonata a favore di un

discende dalla pretesa di eliminare dalla sfera dell’individualità qualsiasi

dover essere fortemente individualizzato.

momento sacro. Qualche decade più tardi Nietzsche prende atto delle

Schleiermacher descrive la scoperta di questa vocazione a costruire

difficoltà insuperabili che derivano dalla separazione del soggetto dal

un proprio io incomparabile attraverso una mescolanza singolarissima

processo storico-naturale che lo precede, e ricompone questi due

degli elementi della comune umanità come un evento cruciale, una sorta

momenti nel sentimento cosmico dell’oltreuomo – che oscilla però

di illuminazione, che gli ha permesso di riaggregare d’allora in avanti

continuamente tra sentimento di appartenenza a una totalità più grande

tutte le sue successive esperienze a questo nucleo fondamentale. Questa

e incorporazione dentro di sé di questa totalità5.

scoperta, egli afferma, «mi ha elevato e separato da tutto ciò che di comune e di informe mi circonda, facendo di me un’opera della divinità

Schleiermacher e il doppio movimento dell’animo

che può rallegrarsi di avere una figura e una conformazione del tutto speciale». La capacità di conservarsi fedele a quest’immagine di sé è

Cominciamo dal pio Schleiermacher. Egli è un difensore della

rappresentata con un certo compiacimento: «In verità mi sembra di

religione dagli attacchi dei suoi detrattori illuministi. Ma la difesa

essere lo stesso uomo di quando cominciò la mia vita migliore, ma di

comporta una profonda reinterpretazione della religione stessa. Ogni

esserlo in modo più saldo e determinato» 6.

elemento mitico viene abbandonato, e persino dogmi che si presumono

In questo modello la percezione e costruzione del proprio sé più

irrinunciabili per il credente, l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima,

autentico e peculiare sta in equilibrio con il sentimento della comune

vengono ritenuti non essenziali e, per il loro carattere trasparentemente

umanità e con il sentimento dell’Assoluto. L’Assoluto stesso si esprime

utilitaristico (dio esiste per rendere possibile la nostra vita immortale),

nella forma della individualità, e l’individuo d’altra parte guadagna la

non propriamente religiosi. Ogni sentimento dell’Assoluto di cui il

propria stessa singolarità grazie a questa sua espansione religiosa. Messa

singolo individuo è portatore rappresenta una forma di religiosità

da parte come non religiosa la fede in una durata temporale illimitata

8


Figure dell’individualismo

oltre questa vita, l’accesso a una superiore dimensione spirituale è

Schleiermacher presenta il percorso di ricerca della propria identità

contemplata come possibile ad ogni istante di questa vita. Questa

come esemplare, come una meta cioè che tutti sono in grado e

tensione conferisce valore alla vita ma senza produrre gli effetti alienanti

dovrebbero perseguire. La varietà delle vocazioni è ridotta nei Monologhi

della credenza in una figura idealizzata e onnipotente. Caratteristica di

a due tipi principali. C’è chi orienta la propria vita, nell’otium, alla

questo individualismo etico-religioso assai originale è la convinzione che

formazione di sé – questa è la strada che Schleiermacher rivendica

per essere se stessi occorra trascendersi. Gli altri non rappresentano un

anche come propria – e chi attende piuttosto alla produzione di opere.

ostacolo alla propria formazione, che anzi si compie grazie a una

Mentre quest’ultimo – Schleiermacher ha in mente gli artisti dei circoli

sensibilità e un amore universale.

romantici – ha bisogno di solitudine, chi sceglie di attendere alla propria

Il compiacimento di sé che accompagna il processo di scoperta e

formazione non può fare a meno di rapporti socievoli.

realizzazione di sé non sembra avere particolari implicazioni

Altrove, nel primo discorso sulla religione8, ogni vita (e anima)

patologiche, e consiste piuttosto in un’autostima che conferma di

umana è vista come il prodotto di due tendenze opposte. La prima

continuo l’agente nella strada che sta seguendo. L’immagine di sé

tendenza porta il vivente ad «attrarre a sé tutto ciò che lo circonda,

ritrovata al termine di un laborioso processo di osservazione interiore

intrecciandolo alla propria vita, assorbendolo completamente, per

funge da ideale dell’io. Uso quest’espressione perché Schleiermacher

quanto possibile, nella sua realtà interiore». L’altra aspirazione mira ad

dice espressamente, in tacita polemica con Kant, di non conoscere più

«espandere sempre più il proprio io interiore, dall’interno all’esterno (ihr

la coscienza come istanza giudicante e punitrice (Gewissen). «Non

eigenes Selbst von innen heraus immer weiter auszudehnen), in modo che tutto

conosco più quel che gli uomini chiamano coscienza, nessun sentimento

sia compenetrato da esso, e tutto sia partecipato». La prima è rivolta al

mi tormenta né ho bisogno di ammonimenti». La coscienza (Bewusstsein)

godimento, la seconda invece lo disprezza e mira solo a un’attività

dell’umanità non genera una quantità di prescrizioni di ciò che deve e

sempre più intensa ed elevata da cui si originano le costruzioni storiche

soprattutto che non deve essere compiuto ma semplicemente ispira un

(«forza e legge, diritto e utilità»). Ogni anima partecipa di entrambe le

agire che sia degno dell’umanità 7.

tendenze, anche se in essa può essere prevalente o quasi esclusiva una di

9


Quaderni della Ginestra

esse.

In questa rappresentazione ciascuna individualità comporta

distrutto da un eccesso di passività nel ricevere.

sempre un bilanciamento tra due momenti opposti: quello centripeto o

A volte si ha l’impressione che Schleiermacher indulga a un certo

autoaffer mativo, per cui le cose vengono ricondotte (attratte,

autocompiacimento dell’io che si osserva nella meditazione. Egli rico-

incorporate) nell’ego che ne gode e si valorizza, e quello centrifugo,

nosce la propria stessa vocazione in una «cultura dell’io» nello spazio

orientato verso l’altro da sé, in un movimento infinito, per cui le cose

dell’otium che si oppone a quella del produttore di opere. Ma subito

ricevono forma ad opera di un ego produttore. Schleiermacher scorge il

precisa che l’efficacia di questa esplorazione interiore è subordinata a

rischio di un isolamento sterile non solo nell’estremo del ripiegamento

una ricca frequentazione sociale, e che anzi la meditazione stessa ha una

passivo su di sé ma anche nel polo opposto di un vuoto darsi da fare

destinazione sociale, quanto meno nel circuito dell’amicizia. Così

privo di obiettivi praticabili. Le combinazioni migliori corrispondono a

sarebbe errato vedere all’opera nelle pagine dei Monologhi un puro

ciò che oggi chiameremmo un’identità ben riuscita: in essa l’impulso a

ripiegamento narcisistico.

tener fermo il proprio sé come centro dell’esperienza si trova in perfetto

La matrice «religiosa» dell’individualismo di Schleiermacher pone un

equilibrio con quello opposto ad esprimere il proprio sé all’esterno,

interrogativo alla metapsicologia psicoanalitica, in genere piuttosto

imprimendo una forma al mondo.

scettica verso l’avvenire dell’illusione religiosa. Sembrerebbe che la

L’individualismo professato dal teologo berlinese corrisponde ben

particolare evoluzione della religione indicata dal protestantesimo

poco all’immagine a cui esso è stato comunemente associato nelle

liberale non comporti i rischi legati alla fede nell’onnipotenza del

polemiche successive. Non ha i tratti dell’individualismo atomistico che

pensiero né quelli dissolutivi del «sentimento oceanico».

ritroviamo nelle teorie liberali. La condizione perché l’individuo apprezzi la propria peculiarità è infatti una sensibilità universale che gli permette di situarla nel contesto della infinita varietà possibile delle espressioni di umanità. Né ha i tratti dell’individualismo possessivo: in assenza di un atteggiamento di apertura e di donazione l’animo sarebbe

10


Figure dell’individualismo

“AHORA HAY UN VACÍO...”, ESTACIÓN DE ATOCHA, MADRID, 2008 11


Quaderni della Ginestra

Stirner: un solitario nemico del sacro

pertanto distinguere azioni egoistiche e non egoistiche; l’unica distinzione possibile passa tra comportamenti dettati da un egoismo

A metà dell’Ottocento l’individualismo di Stirner, ne L’unico e la sua proprietà, sottolinea di nuovo il carattere incomparabile di ogni

«rozzo» e altre dettate da un egoismo «maturo», capace anche di momenti di «oblio di se stessi».

individualità. Anche per lui, come per Schleiermacher, l’uniformarsi a

In nome dell’unico Stirner conduce una polemica contro il principio

una legge generale si risolve in un rinnegamento di sé e della propria

di uguaglianza che vede rappresentato a livello di generalità filosofica

individualità. Ma questa nuova teoria individualistica muove da

nella morale kantiana e in forma politica dai movimenti liberali.

presupposti assai diversi: si situa all’interno di una critica allargata della

L’istanza dell’individualità (Eigenheit), ovvero la determinazione a seguire

religione (o del sacro), che investe ogni sua trasfigurazione umanistica,

la propria strada, rappresenta qualcosa di diverso e di assai più radicale

in primo luogo l’etica dell’abnegazione storicamente dominante.

della libertà (Freiheit), che è un semplice sbarazzarsi di vincoli

Il termine «individuo» non è ritenuto anzi in grado di esprimere la

opprimenti.

differenza, perché indica comunque l’articolazione di un «genere», e ad

Il frutto principale che Stirner trae dal confronto con la morale

esso viene preferito il termine «unico», il quale si sottrae a qualunque

kantiana è l’idea che ciascun individuo debba seguire il proprio interesse

definizione e rimanda solo alla descrizione di ciò che ogni singolo

o quanto meno ciò che è per lui interessante. La società viene

diventa. Lo «stato sociale,» cioè di appartenenza di un individuo a una

rappresentata come uno strumento che l’unico deve utilizzare per i

comunità, biologica o civile, è considerato uno stato di natura che

propri fini. Al di fuori di questa funzione utilitaria il sociale, l’essere

l’evoluzione maturativa del vivente, come quella complessiva della

legati, coincide con la sfera del sacro che Stirner intende eliminare.

civiltà, è destinata a superare. Il punto tendenziale di arrivo è dato da

Ciò spiega come mai Stirner, che pure poteva trovare nelle posizioni

una forma di egoismo consapevole o maturo, che consiste nell’onesto

di Schleiermacher la prefigurazione del carattere incomparabile

riconoscimento che qualunque azione si compia, fosse pure in nome del

dell’unico, si guardi bene dal richiamarsi alla costellazione di idee

più puro disinteresse, è compiuta per amore di se stessi. Non si possono

romantico-religiose prima illustrato. Il rapporto con l’infinito immette il

12


Figure dell’individualismo

finito in un’atmosfera sacra. L’appropriazione del sacro auspicata

esterne (lo Stato, la religione), ma la direzione della terapia è indicata

dall’«unico» suppone invece che esso venga «divorato» e così eliminato.

correttamente: conciliarsi con la propria figura di individui che hanno

Con questa eliminazione viene meno ogni venerazione e forma di

operato un distacco dalla totalità a cui appartenevano. Meno persuasiva

dipendenza – da cose, pensieri e legami sociali – che implica servilità, e a

è la convinzione che questo distacco debba essere operato in nome della

cui Stirner oppone la grandiosità dell’individualità ribelle o peccatrice.

propria perfezione.

Il delitto non è altro che l’atto (ogni atto) mediante cui il singolo si

Lo sviluppo delle individualità non è più garantito dal fatto di attuarsi

sottrae al potere e alla potenza delle istituzioni. Il singolo può assumere

nel quadro della realizzazione simultanea di una realtà assoluta. I limiti

il delitto come propria parola d’ordine in quanto lo carichi di questo

spaziotemporali dell’esistenza finita vengono apertamente riconosciuti.

significato fondamentale di disubbidienza di fronte al prepotere dello

In questo Stirner non fa che trarre le ultime conseguenze del

Stato: che tende a coincidere d’altronde con lo stato di cose esistente 9. Il

riconoscimento della mondanità compiuto da Feuerbach. La sua

delitto nasce da idee fisse, esiste solo in rapporto alla credenza in valori

posizione rappresenta davvero, da un certo punto di vista, l’inizio di un

sacri e assoluti. Chi si spoglia di tale credenza è innocente. Se continua a

modo nuovo di rapportarsi al problema del l’individualità, in un

definire la sua azione delitto lo fa solo polemicamente 10. Il peccato, o la

orizzonte di piena immanenza.

colpa, esiste solo in rapporto a una mancanza che la coscienza religiosa

Tuttavia, come egli stesso ebbe a dire, «il sacro non si lascia mettere

ha proclamato universale («siamo tutti peccatori»). L’eliminazione del

da parte facilmente» 12. Sarebbe azzardato considerare lo spostamento

peccato è resa possibile dalla coscienza che non ci manca niente e che

avvenuto come un processo non reversibile. Stirner si trovò di fronte al

«siamo già perfetti». Basterebbe dunque raggiungere questa coscienza

compito storicamente urgente di una liberazione dall’autorità del sacro.

«egoista» della propria perfezione perché il peccato perda ogni senso 11.

Ma una volta che fu indebolita quest’autorità, furono gli stessi individui

Il processo di liberazione dal senso di colpa è rappresentato in maniera

emancipati a voler ripensare la loro autonomia in un contesto di

piuttosto semplicistica, come se il senso di colpa non avesse profonde

appartenenze e dipendenze. L’unico fu così messo in grado di

radici nella vita interiore degli individui e derivasse solo da istanze

abbandonare anche l’idea fissa del proprio vantaggio e di assumersi

13


Quaderni della Ginestra

nuove responsabilità sociali.

individualità propria è una conciliazione con ciò che è stato sempre

Questo accade un secolo più tardi in quel singolare continuatore di

vissuto con rimorso, in quanto si opponeva al valore morale centrale

Stirner che è Albert Camus, autore de L’homme revolté (1951). Il modo in

dell’«essere legati» (Gebundensein). La buona coscienza con cui

cui questi concepisce la rivolta, ancorandola a un valore umano

l’individualità viene finalmente vissuta favorisce la formazione di

condiviso che si vuole proteggere, le imprime una svolta solidaristica.

individualità forti e il compimento di grandi azioni. La moralità stessa,

L’origine della rivolta è squisitamente individuale, ma essa mette in

opera di questo individuo cosciente di sé, si configura sempre più come

questione questa condizione solitaria dell’individuo e consente il

invenzione personale degli stessi criteri di valore. Attenersi a prescrizioni

passaggio dalla tragedia individuale (l’assurdo) a una coscienza collettiva

morali uniformi per tutti ha senso solo per individui che «non si

della necessità di opporsi a condizioni inaccettabili di esistenza in nome

riconoscono in modo rigorosamente individuale e debbono avere una

dei valori minacciati. Sono solo le moderne società individualistiche,

norma fuori di sé».

mettendo in campo questioni di diritti, con il contrasto tra l’uguaglianza

Questo tema di un individuo forte che si sottrae al peso della

proclamata e le disuguaglianze di fatto sussistenti, ad attivare i

tradizione, accentuato fortemente negli scritti del periodo intermedio

movimenti di rivolta, ma questi non fanno altro che mettere in risalto

della produzione di Nietzsche (il cosiddetto periodo «illuministico»),

una delle dimensioni essenziali dell’essere umano 13.

cede progressivamente al motivo, apparentemente opposto, secondo cui l’individuo acquista grandezza attraverso un sentimento cosmico che gli

Nietzsche: un ego che ricapitola il mondo

consente di riprendere in sé l’infinito corso degli eventi. A questa apertura corrisponde una revisione dell’idea tradizionale del soggetto

In Umano troppo umano Nietzsche ha mostrato come la rottura di

come unità sovrana. L’io cosciente viene indebolito, dissolto in una serie

comunità tradizionali coese, la messa in discussione di tradizioni ritenute

di istanze inconsce, concepito come uno strumento al servizio della

sacre, ha aperto la strada a nuove possibilità di sviluppo di «spiriti liberi».

saggezza dell’organismo, che non attende questo sviluppo per svolgere

La prima condizione per il riconoscimento del valore della

le sue funzioni autoconservative. È una finzione regolativa, che serve ad

14


Figure dell’individualismo

assicurare una certa stabilità e riconoscibilità. Nel Crepuscolo degli idoli

una capacità di appropriazione e di conseguenza il fondamento di un

questo costrutto viene riportato al bisogno di indicare un responsabile

sistema di differenze e preminenze gerarchiche 14.

di ciò che accade, un centro di imputazione. Da questo assunto morale,

L’affermazione che l’ego rappresenta l’intera catena dell’essere fino a

già esaminato nell’aforisma 107 di Umano troppo umano, sarà possibile

lui potrebbe essere letta in senso solidaristico, come il riconoscimento di

liberarsi con l’avvento della «saggezza», che rinuncia al giudizio e

un’affinità di fondo che unisce tutti gli esseri, malgrado le differenze, in

riconosce l’«innocenza del divenire».

un destino comune. Ma Nietzsche fa valere questo carattere riassuntivo

Nietzsche condivide l’obiettivo stirneriano di liberare gli individui dal

dell’io esattamente per il motivo opposto, per rimarcare la differenza di

senso di colpa, e innanzitutto dalla colpa di essere se stessi. Ma per lui

valore di ciascuno di questi percorsi, ciascun ego riepiloga a suo modo

questa colpa può essere superata solo a condizione di rinunciare alla

l’intero cammino evolutivo che lo precede, attraverso un punto di vista

limitatezza del punto di vista dell’individuo.

selettivo, che lo rende distante e incomparabile con qualsiasi altro. Il

Il concetto di sacro che affiora in questa ridefinizione nietzschiana

generico attaccamento a sé dell’individuo non ha valore alcuno, né

dell’individuo non implica tuttavia quel vissuto di dipendenza che

merita alcuna speciale considerazione, solo l’egoismo dei grandi

Schleiermacher aveva riconosciuto come elemento distintivo della

individui ha interesse per l’umanità. Questo egoismo consiste nel volere

religione, ma che anche un critico della religione come Feuerbach aveva

il destino del mondo, ovvero nell’inglobare in sé l’intero suo divenire. Il

riproposto in un orizzonte immanentistico come sua eredità

senso di appartenenza, che la formula sembrava suggerire, slitta così

ineliminabile. Non è facile precisare infatti se il superamento della

impercettibilmente verso l’incorporazione del mondo. Alcuni critici

prospettiva dell’individuo corrisponda a un riconoscimento di limiti o a

hanno utilizzato, a proposito di questo «rospo gonfiato fino

una più esaltata coscienza di sé, che rischia di compromettere la giusta

all’inverosimile», proprio le metafore dell’«incorporare», del «divorare» o

intuizione della necessità per l’individuo di «farsi parte». Se è vero che la

del «fagocitare» il mondo 15.

forza dell’individuo viene collegata alla sua capacità di aderire all’intero processo del divenire, questa capacità è sempre sul punto di diventare

15


Quaderni della Ginestra

SENZA META, SIENA, 2010 16


Figure dell’individualismo

Conclusioni

una coscienza adeguata dei condizionamenti che l’io subisce da parte del mondo reale. Dal punto di vista relazionale la priorità del proprio punto

Vorrei spendere qualche parola finale circa gli insegnamenti che si

di vista, nella scoperta e costituzione del proprio sé come nel plasmare il

possono trarre dalla tradizione etico-filosofica esaminata per quanto

mondo, è sempre bilanciata dall’insistenza sulla necessità di scambi

concerne il senso che l’amore di sé riveste nella costituzione dell’identità

socievoli, ritenuti essenziali per la propria stessa identificazione.

personale.

Il soggetto in questa concezione ha una figura coerente, forte,

La categorie utilizzate per indicare l’io e le sue vicende sono varie.

persino grandiosa. Intuizione e sentimento sono le sue facoltà

Nel caso di Schleiermacher l’io è inteso in termini di «spirito», di

costitutive. L’orientamento religioso e le scelte etiche ne sono gli

«anima» o di «animo», con una enfatizzazione della sua dimensione inte-

elementi costitutivi. L’etica, diversamente che in Kant, non mira a

riore, autoriflessiva, e della sua libertà nel decidere del proprio destino.

garantire la convivenza sociale attraverso regole e divieti, ma aderisce ai

Il «mondo esterno» riflette il nostro essere interiore. Ciò deve però

progetti di vita individuali, che si suppongono dotati di una

essere

cui

fondamentale positività, e, grazie al radicamento in una comune

nell’apprendimento del mondo giocano un ruolo decisivo le nostre

«umanità», armonizzabili. La costruzione coerente del proprio piano di

interpretazioni che non in quello di uno spiritualismo assoluto e

vita è la norma fondamentale o unica di una siffatta morale, che quindi

sostanzialistico. La deduzione del mondo dall’io, al modo di Fichte, non

non conosce neppure una molteplicità di virtù.

inteso

piuttosto

nel

senso

«ermeneutico»

per

appartiene a Schleiermacher, che anzi lamenta in Fichte la separazione

L’unico di Stirner ha caratteristiche meno forti e determinate. Come

di filosofia e vita. I momenti di necessità del mondo sono riportati al

ha osservato Simmel, per il suo carattere formale è «l’io dell’egoismo

fatto che in esso, come comunità degli spiriti, interagiscono una

svuotato di ogni contenuto, radicale, privo di legge e di contrasto» 16. La

molteplicità di attori e si producono quindi effetti non corrispondenti

coerenza del percorso vitale sembrerebbe disperdersi nella varietà e

alle azioni libere di ognuno di essi. Sembra quindi scongiurato il rischio

momentaneità del «godimento di se stessi». Tuttavia l’egoismo si

di un assorbimento del mondo nell’io, sebbene manchi indubbiamente

presenta a questo soggetto come una sorta di missione, capace di

17


Quaderni della Ginestra

liberarlo dagli infiniti vincoli, istituzionali, religiosi ed etico-umanistici

comune umanità acquistano una curvatura speciale in ogni singolo, non

che l’hanno finora condizionato. Si tratta di una via che dovrebbe

sembra comprendere che essi, con tutta la loro peculiarità, restano

condurre all’«autenticità» e anche a rimodulare i rapporti sociali secondo

tuttavia comuni, creando quindi vincoli sociali 17.

questa dimensione. Il contrasto tra individui, portato all’estremo, fino a

Nietzsche prospetta una concezione che lascia trasparire meglio di

negare cioè gli stessi ruoli sociali che essi rivestono, dovrebbe metterli in

quelle dei suoi precursori l’ambivalenza del soggetto e i pericoli a cui è

grado non solo di competere ma anche di avere relazioni positive faccia

esposto. Permane l’ideale di un uomo grande, che si spinga anzi oltre i

a faccia. «Nella estrema separatezza si dissolve il contrasto».

limiti dell’umano, come suggerisce il termine Übermensch. Uno degli

La socialità viene recuperata nella forma esile del contratto, ovvero di

aspetti di questa grandezza consiste nella invenzione o creazione dei

un’unione volontaria, che ha limitati scopi utilitaristici. Marx si

propri criteri morali di condotta. La scelta etica non ha principalmente

confrontò con questo modello, lamentando il carattere poco vitale di un

un orientamento sociale ma è volta all’incremento del proprio sé. Il

rapporto sociale di tipo strumentale. Egli ripropose a suo modo l’unicità

dovere è collegato al potere, al possesso di risorse, a un’espansione

libera da ruoli sociali irrigiditi come meta dello sviluppo storico e della

vitale. L’individuo grande è quello che è capace di volere che la propria

stessa trasformazione rivoluzionaria. In questa critica resta dubbio però

vita sia ripetuta all’infinito. Resta indeterminato se l’espansione di sé sia

se l’istanza dell’unicità ribelle possa essere guadagnata al termine di un

volta ad una auto affermazione sugli altri o possa assumere anche

percorso di cui essa stessa non sia stata protagonista.

l’aspetto dell’abnegazione.

Preziosa appare la tesi stirneriana per cui l’altruismo può essere

L’ambivalenza di questa posizione, che alterna vissuti di superiorità e

ricondotto a una forma di egoismo maturo. Non esiste però alcuna

di annullamento, può essere descritta in linguaggio religioso. Nietzsche,

ragione per negare che un’azione da cui si ricava un senso di

come ha osservato Simmel, «vuole liberarsi dal tormento della

soddisfazione di sé sia per ciò stesso non altruistica. Un analogo vizio di

lontananza da Dio». Non può tollerare di non essere Dio, analogamente

ragionamento si può osservare nella stessa concezione antropologica di

ai mistici cristiani o a Spinoza. L’intollerabilità dell’opposizione tra Dio

Stirner, il quale, dopo aver giustamente affermato che gli elementi della

e l’io nel caso della mistica si annulla per il fatto che cade l’io – questo è

18


Figure dell’individualismo

pure il senso dell’affermazione spinoziana omnis determinatio est negatio –,

2. l’etica. Qui la tendenza comune porta verso il superamento

mentre Nietzsche ottiene lo stesso risultato negando Dio. La soluzione

dell’etica universalistica orientata alla salvaguardia della convivenza

di Schleiermacher partiva viveversa da un presupposto di compatibilità

sociale in nome di un’etica che aderisce alle specificità dell’agente

della particolarità con l’universalità divina. Per lui, è ancora Simmel a

morale. Il movimento è da un’etica della prescrizione e della colpa verso

notarlo, esse si escludono così poco che, al contrario, quella è soltanto la

un’etica fondata su un’ideale positivo dell’io e sulla vergogna di non

forma in cui questa si mostra». «La personalità, l’unicità, è il modo in cui

corrispondere ad esso. Mentre la prima si presenta come un’etica delle

vive l’universo». Se la scissione dei due termini decade, non c’è più

regole riferite a singole azioni da sottoporre a giudizio, l’altra assume

necessità di negare, in nome della sua insostenibilità, uno dei suoi lati18.

come referente ideale una certa immagine coerente del soggetto 19. La

Se ci chiediamo conclusivamente per quali aspetti la linea di pensiero

coscienza della propria identità, ovvero del possesso di determinate

che ho qui ricostruito possa contribuire, in maniera diretta o indiretta, a

risorse (poteri) crea la responsabilità di esercitarle, al di là di ogni

illuminare la questione del narcisismo, l’attenzione può concentrarsi sui

obbligo e sanzione 20. La psicoanalisi, a partire da Freud, ha privilegiato il

seguenti punti:

modello superegoico di etica, la sua versione kantiana. Ora, che cosa

1. il rapporto io-mondo. Nella tradizione considerata l’io ha una sorta di priorità sul mondo. Quest’ultimo è un riflesso dell’io o dello

accadrebbe se essa assumesse un modello di etica non imperativo bensì ottativo? E quali conseguenze ne deriverebbero per la pratica clinica?

spirito (Schleiermacher), è uno strumento di cui l’io si serve per la

Naturalmente il fatto solido e gravido di conseguenze del senso di

propria autoconservazione, utilità e godimento (Stirner), viene

colpa non può essere accantonato con disinvoltura. Suppongo, ma qui

incorporato da un io che la metapsicologia psicoanalitica definirebbe

mi avventuro in un campo incognito, che la separazione, ogni

megalomanico (Nietzsche). L’aspirazione dell’io alla grandezza è un

separazione dell’individuo dai suoi luoghi originari di appartenenza non

elemento comune, di per sé non patologico. Lo diventa quando si

possa essere vissuta senza sentimento di colpa. La sua attenuazione, o

realizza a spese dell’altro, asservito a strumento o addirittura inglobato

la capacità di convivere con esso, potrebbe essere favorita

in sé.

dall’assunzione di un diverso modello, consapevolmente utopico, di

19


Quaderni della Ginestra

moralità come realizzazione del proprio singolare dover essere.

l’interpretazione della religione come onni potenza del pensiero e del

3. L’altruismo. Si assiste, almeno in Stirner e Nietzsche, a una

desiderio non ha tenuto nel debito conto la varietà delle espressioni

riduzione dell’altruismo a una forma di egoismo maturo. Si registra qui

religiose e degli stessi modi d’intendere il desiderio d’immortalità.

qualche affinità con la posizione di Heinz Kohut, il quale contesta

Questo desiderio, reinterpretato in modo secolarizzato, indica una

anche lui l’opposizione tra quei due termini e ragiona sulla possibilità

possibilità aperta in ogni istante dell’esistenza terrena. A questo modo il

che a partire dal narcisismo sia possibile seguire una sua linea evolutiva

sacro perde la qualità originaria di un tremendum minaccioso per indicare,

per così dire autonoma che porta di in direzione dell’assunzione di cause

in maniera più accogliente, quel trascendimento di sé che si richiede per

sovrapersonali e persino dell’eroismo.

essere se stessi: una dimensione «spirituale» che elimina la piattezza del

4. La ribellione. Può essere interpretata come una dimensione

richiamo alle rigide leggi della necessità naturale.

costitutiva dell’esistenza. Indicherebbe allora l’aspetto per cui ogni individuo rifiuta le regole mortifere delle istituzioni sociali ed etiche per

FERRUCCIO ANDOLFI

assumersi, in quanto centro di iniziativa e di decisione, nuove responsabilità proprie. Attraverso di essa l’individualismo passivo che la società moderna induce e prescrive si trasforma in una risposta innovativa al problema della scomparsa delle appartenenze, in un tentativo di elaborare il lutto delle separazioni. 5. L’orizzonte religioso o postreligioso. Gli autori considerati sono i protagonisti di una critica radicale della tradizione religiosa, da un fronte interno ad essa (la teologia liberale di Schleiermacher) oppure esterno (la critica di ogni varietà del sacro nel caso di Stirner, il conferimento di una dimensione sacra a un ego grandioso nel caso di Nietzsche). Forse

20


Figure dell’individualismo

Relazione presentata al XVI Congresso Nazionale della Società Psicoanalitica Italiana, Roma 25-27 maggio 2012. La relazione apparirà anche negli Atti del congresso. 2 G. Simmel, Forme dell’individualismo, Armando, Roma 2001. 3 F.D.E. Schleiermacher, Monologhi, Diabasis, Reggio Emilia 2011. 4 M. Stirner, L’unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano 1979. 5 F. Nietzsche, Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1967 ss. 6 F.D.E. Schleiermacher, Monologhi, cit. p. 54. 7 Ivi, p. 50 s. È possibile che qui S. fosse memore di un osservazione simile di Goethe, che compare nelle righe conclusive delle Confessioni di un’anima bella, sesto capitolo del Wilhelm Meister: «A malapena mi ricordo di un solo comandamento; nulla mi appare sotto forma di legge; è un istinto quello che mi guida e mi conduce sempre sulla via giusta; seguo liberamente i miei sentimenti e ignoro tanto la costrizione quanto il pentimento» (trad. it. Adelphi, p. 376). 8 Sulla religione. Discorsi a quegli intellettuali che la disprezzano, Queriniana, Brescia 1989, p. 44. 9 L’unico, cit., p. 207. 10 Ivi, p. 215. 11 Ivi, pp. 373-375. 12 Ivi, p. 45. 13 A. Camus (2011), Nota sulla rivolta, in “La società degli individui”, n. 42, 2011, pp. 95-106. 14 F. Andolfi (1995) Nietzsche e i paradossi dell’individualismo. in “Segni e comprensione”, n. 25, anno IX, maggio-agosto 1995, pp. 16-31. 15 S. Giametta (1991), Nietzsche il poeta, il moralista, il filosofo, Garzanti, Milano, p. 114 s.. 16 G. Simmel, Forme dell’individualismo, cit., p. 44. 17 Per questo rilievo critico cfr. G. Simmel, La legge individuale, Armando, Roma 2001, p. 104 e F. Andolfi, Il non uomo non è un mostro. Saggi su Stirner, Guida, Napoli 2009, p. 120 s. 18G. Simmel , Friedrich Nietzsche filosofo morale, Diabasis, Reggio Emilia 2008, p. 96 s. 19 H. Merrell Lynd, On Shame and the Search for Identity, Routledge and Kegan Paul, London 1958, p. 49 s., pp. 207-209. 20 J.-M. Guyau (2009), Abbozzo di una morale senza obbligo né sanzione, Diabasis, Reggio Emilia. 1

21


Meditazioni filosofiche


Meditazioni filosofiche

LA PRESENZA DELL’ASSENZA. FORSE. “Questo libro nasce da un testo di Borges: dal riso che la sua lettura provoca scombussolando tutte le familiarità del pensiero – del nostro, cioè: di quello che ha la nostra età e la nostra geografia – sconvolgendo tutte le superfici ordinate e tutti i piani che placano ai nostri occhi il rigoglio degli esseri, facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro. Questo testo menziona «una certa enciclopedia cinese» in cui sta scritto che «gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) et caetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche». Nello stupore di questa tassonomia, ciò che balza subito alla mente, ciò che, col favore dell’apologo, ci viene indicato come il fascino esotico d’un altro pensiero, è il limite del nostro, l’impossibilità pura e semplice di pensare tutto questo. […] Questo testo di Borges mi ha fatto ridere a lungo, non senza un certo malessere difficile da superare. Forse perché sulla sua scia spuntava il sospetto di un disordine peggiore che non l’incongruo e l’accostamento di ciò che non concorda; sarebbe il disordine che fa scintillare i frammenti di un gran numero d’ordini possibili nella dimensione, senza legge e geometria, dell’eteroclito; e occorre intendere questa parola il più vicino possibile alla sua etimologia: nell’eteroclito le cose sono ‘coricate’, ‘posate’, ‘disposte’ in luoghi tanto diversi che è impossibile trovare per essi uno spazio che li accolga, definire sotto sotto gli uni e gli altri un luogo comune. Le utopie consolano: se infatti non hanno luogo reale si schiudono tuttavia in uno spazio meraviglioso e liscio; aprono città dai vasti viali,

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giardini ben piantati, paesi facili, anche se il loro accesso è chimerico. Le eterotopie inquietano, senz’altro perché minano segretamente il linguaggio, perché vietano di nominare questo e quello, perché spezzano e aggrovigliano i nomi comuni, perché devastano anzitempo la ‘sintassi’ e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma anche quella meno manifesta che fa ‘tenere insieme’ (a fianco e di fronte le une alle altre) le parole e le cose […]. Le eterotopie […] inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano fin dalla sua radice, ogni possibilità di grammatica […]. […] Quando instauriamo una classificazione consapevole, quando diciamo che il gatto e il cane si somigliano meno di due levrieri, […] qual è dunque l’elemento di base a partire dal quale possiamo sostenere questa affermazione con piena certezza. Su quale ‘tavola’, in base a quale spazio d’identità, di similitudini, d’analogie, abbiamo preso l’abitudine di distribuire tante cose diverse e uguali? Qual è questa coerenza – di cui è facile capire che non è né determinata da una concatenazione a priori e necessaria, né imposta da contenuti immediatamente sensibili?” Michel Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, RCS libri, Milano, 1998, pp. 5-8.


Quaderni della Ginestra

Q

uesta meditazione nasce da un testo di Foucault: dal riso amaro

non è tanto pensare ciascuno di questi singoli gruppi di animali,

che la sua lettura provoca scombussolando tutte le familiarità

sebbene

della filosofia…

alcuni

di

essi

creino,

per

esempio,

paradossi

dell’autoreferenzialità; impossibile è pensarli come un tutto, immaginarsi

Quando ci si imbatte in Borges la tentazione di perdersi in molteplici

un locus dove possano incontrarsi, un ordine razionale di relazioni di

rimandi testuali e labirintiche auto-citazioni è davvero forte: piacevole

uguaglianza e differenza che li accomuni: la serie alfabetica fornisce

sarebbe cimentarsi in giochi di scatole cinesi, analoghi a quelli con cui

infatti solo un finto luogo della giustapposizione.

Calvino ci diletta in Se una notte d’inverno un viaggiatore, o in infiniti

Eppure tutto ciò è dicibile! Il linguaggio nudo e crudo non sembra

“rimbalzi” tra spettacolo e spettatore, quali lo stesso Foucault riconosce

infatti curarsi molto di certe difficoltà: lo scollamento, anzi la frequente

nel Velasquez di Las Meninas. Ma qui il testo “da meditare” è di Foucault

estraneità, tra verbum, intellectus e res non potrebbe essere più evidente. In

e io potrei al massimo compiacermi dell’idea di concepire una caotica

questo caso il linguaggio, oltre a donare presenza ad esseri fantastici

meta-meditazione sui “fantasmi filosofici” che esso evoca.

(come le sirene), fornisce uno spazio non-luogo in cui tali categorie

Il filosofo francese opta per un titolo terribilmente essenziale, Le

enciclopediche possono convivere e apparire, solo apparire, distinguibili:

parole e le cose. Non gravitano forse attorno a questi due concetti tutto il

le parole dividono l’indivisibile. Non diventa però lo spazio della

sapere umano e la sua filosofia? O meglio attorno alla ricerca dei relativi

rappresentazione, della conoscibilità: relegato alla pagina e alla voce esso

ordini, quello in cui mettere le parole e quello che individua le cose,

non sembrerebbe in alcun modo collegabile alla realtà o al pensiero. Che

nonché infine quello che lega le une alle altre? A sfidare tale ipotesi ecco

volesse avvertirci proprio di questo Borges collocando l’enciclopedia in

Borges con una peculiare enciclopedia di animali: come ogni tassonomia

un luogo per noi alieno, l’esotico estremo oriente?

che si rispetti essa dovrebbe mostrare un ordine delle cose attraverso

Non si può non notare come Foucault, insistendo sullo “spazio”,

l’ordine di una serie di parole, ma in questo caso qualcosa non funziona.

sembri restare, almeno in parte, legato alla concezione visiva, platonica,

Le parole falliscono il loro obiettivo e il pensiero s’arresta perplesso di

della conoscenza. Come egli suggerisce, siamo di fronte ad

fronte ad una strana forma di impossibilità. Ciò che sembra impossibile

un’eterotopia, il negativo inquietante delle consolatrici utopie, mostro

24


Meditazioni filosofiche

linguistico che inaridisce le frasi e rende impossibili tutti i legami tra “(a

sottratto alla vista: in questo caso non si scorge da nessuna parte

fianco e di fronte le une alle altre) le parole e le cose”. L’eterotopia non

l’ordine in base al quale gli animali sono stati separati. È davvero

consente discorsi, ma va ben oltre la falsità, ben oltre la classica colpa di

scomparso o piuttosto non c’è mai stato? Esattamente come accade nel

mal accordare le parole alla realtà di cui lo straniero accusa il sofista

dipinto Las Meninas per l’oggetto-soggetto di rappresentazione, cioè i

nell’omonimo dialogo platonico. La scelte pseudo-sintattiche di Borges

sovrani di Spagna, il brano di Borges mette in risalto, non mostrandolo

impediscono l’auspicabile aggancio delle parole tanto con le cose

o meglio mostrando gli effetti della sua mancanza, ciò di cui Foucault

quanto soprattutto con il pensiero: neppure la fantasia riesce a gestire

andrà alla ricerca per le quattrocento e oltre pagine della sua opera. Sarà

tale classificazione.

“archeologia” proprio perché egli sembra voler disseppellire, far

Forse si potrebbe attribuire ad un ipotetico autore Foucault-Borges il

emergere, ciò che il tempo e i sedimenti dell’abitudine, della cultura e

tentativo di ridicolizzare, evidenziandone la potenziale inefficacia, la

dell’inconscio hanno coperto: l’ordine o meglio gli ordini, le strutture

quasi maniacale ansia di trovare definizioni che pervade la filosofia

dell’episteme, del sapere, ciò senza il quale non potremmo pensare e

occidentale. Risulta infatti evidente come per possedere un oggetto con

conoscere. La sua aspirazione è osservare l’ordine nel suo essere grezzo,

il pensiero non sia sufficiente catalogare e specificare, come non basti

i suoi modi d’essere, i modi con cui la sua presenza si è manifestata nella

dare biblicamente un nome alle cose per renderle epistemologicamente

nostra cultura, in base a quali a-priori si è costituito il sapere.

proprie. Ma ancor più interessante è notare come la sottolineatura

Questo peculiare ruolo dell’ordine, o del principio d’ordine, richiama

dell’eterotopia evidenzi una latitanza, illumini il vuoto lasciato in questa

almeno in parte la celebre allegoria della Repubblica: così come per

turba di animali da un assente fondamentale, il principio d’ordine.

Platone non è possibile distinguere e conoscere gli oggetti del sapere

Ordinare significa, per Foucault, distinguere il “Medesimo” dall’“Altro”.

senza la “luce” del Bene, per Foucault pare essenziale la presenza

La classificazione di Borges rende però impossibile una simile cesura,

dell’ordine. L’analogia potrebbe estendersi anche a moralità ed estetica?

mostrandone al tempo stesso la necessità epistemologica. L’ovvio, il

Forse no, ma più fondamentale mi pare chiedersi se l’ordine contenga

consueto, paradossalmente si manifesta solo nel momento in cui è

un barlume di valore ontologico. Pur essendo solo uno tra i possibili

25


Quaderni della Ginestra

CAMPO MAGNETICO, TOSCANA, 2010 26


Meditazioni filosofiche

ordini, non è casuale o arbitrario ma è “quello che ha la nostra età e

Sicuramente possono creare qualcosa al di fuori del nostro attuale

la nostra geografia”. Pare quindi qualcosa di più di un semplice schema

concetto di razionalità, qualcosa di incommensurabile con i nostri

o categoria mentale. Non è forse la realtà in cui siamo costantemente

abituali schemi mentali, ma non credo impensabile. Siamo realmente di

gettati e immersi fin dall’inizio? Non è qualcosa di paragonabile alle

fronte solo ad una relazione tra parole e parole anziché tra linguaggio e

aperture, alle radure dell’essere di cui parla Heidegger? Sulla scia di

pensiero? Ha forse Borges scritto tali definizioni a sua insaputa, senza

quest’ultimo accostamento si potrebbe anche supporre non solo il

che il suo pensiero lucido ne costituisse il luogo comune? In ogni caso

profondo legame dell’ordine con il linguaggio, ma addirittura la loro

se anche le sue parole fossero frutto dell’inconscio, ciò non

fondamentale coincidenza.

significherebbe che sono impossibili e impensabili. Chi non ha

Procedendo su questa via di “meditabondo travisamento” del

sperimentato sogni nei quali gli abituali criteri di logica e

pensiero di Foucault posso forse azzardare anche una maggiore deriva

consequenzialità risultassero in crisi, nei quali fosse, almeno

critica: forse il filosofo francese si inganna e la mancanza di un principio

all’apparenza, impossibile riconoscere un ordine? Credo sia riduttivo

d’ordine, che distingua differenza e uguaglianza, è solo apparente.

limitare il pensiero alla razionalità accettata e condivisa, all’ordinato o,

Possiamo noi realmente concepire discorsi senza una coerenza?

meglio, ordinabile. Probabilmente “ci sono più cose in cielo e in terra,

Potrebbe Borges averci trasmesso qualcosa senza un ordine? Perché ha

[Foucault], di quante ne sogni la tua filosofia”! Inoltre un qualche

suddiviso gli animali in un certo modo e non altrimenti? In realtà

elemento extra-testuale comune tra noi lettori, Borges e questa

l’eterotopia dello scrittore argentino potrebbe essere solo il risultato di

enciclopedia deve pur esserci per giustificare la comunanza degli effetti,

una

cioè il riso o il disagio.

somma

di

principi

d’ordine

parzialmente

sovrapposti,

indipendentemente dal fatto che egli ne sia stato consapevole. Forse all’ordine non si sfugge.

Proprio

questi

particolari

“effetti”

suscitano

un

ulteriore

interrogativo, benché forse marginale: da quale meccanismo interiore

Possiamo inoltre chiederci se possa esistere un discorso che non

deriva il disagio di cui parla Foucault? Dalla sorpresa o dalla necessità di

corrisponda ad un pensiero, parole che creino l’impensabile.

compensare una qualche profonda esigenza? Perché ne va della nostra

27


Quaderni della Ginestra

serenità se non riusciamo a scorgere l’ordine, se ci sfugge la possibilità

vite particolari, realtà contingenti. A partire da queste individualità

di distinguere il medesimo e l’altro? Perché questa anxietas definiendi

filosofia e scienza possono, in un secondo momento, raggiungere il

secondo un criterio preliminare? Perché risulta insopportabile il

livello teorico e generalizzante, sebbene con metodologie, almeno

paradosso di Menone riguardo alla ricerca della conoscenza ma non

all’apparenza, piuttosto differenti. Non so se questa possa essere una

l’altrettanto paradossale circolo ermeneutico che richiede sempre un già

strada per avvicinare o cogliere le analogie tra arte e scienza, ma

compreso, un punto di partenza? Perché l’eterotopia ha effetto sulle

sicuramente lo è per diminuire la distanza tra la cosiddetta filosofia

nostre emozioni? Mi affascina la valenza antropologica ed esistenziale di

ermeneutica e la filosofia analitica, così legata alla scienza. In tal modo si

una questione all’apparenza puramente epistemologica: ma su tutto ciò

spiegherebbe anche perché tale modalità speculativa, che parte da opere

non pare soffermarsi Foucault. Non saprei neppure decidere se questo

d’arte, sia così cara a filosofi di formazione analitica, seppur

trapasso sia a sua volta una meta-struttura dell’episteme culturale

successivamente divenuti “eretici”, come R. Rorty o S. Cavell:

occidentale o caratterizzi ogni cultura.

sopravvive in loro il legame con un metodo scientifico ancorché

Scusandomi per la brusca variatio mi concedo infine un ultimo

rivisitato, dove l’arte è il laboratorio della filosofia.

tentativo di riflessione, sollecitato da questo splendido caso di utilizzo filosofico di opere d’arte che, nel caso di Foucault, diventa

ANTONIO FREDDI

“archeologia” culturale: le sue speculazioni procederanno infatti attraverso Las Meninas di Velasquez e il Don Chisciotte di Cervantes. Mi pare che tale approccio, comune anche a molti altri filosofi contemporanei, possa essere letto come una modalità forse insolita di avvicinare la filosofia alla scienza. Così come la scienza empirica procede per singoli esperimenti, singoli eventi, l’arte e la letteratura offrono alla speculazione filosofica aperture altrimenti impossibili su

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Meditazioni filosofiche

IL TEMPO E LA PIENEZZA DELLA GIOIA: UN CONFRONTO NIETZSCHE-D OSTOEVSKIJ

L

a domanda sulla felicità è, fra i temi indagati dalla riflessione filosofica, una delle questioni più ricorrenti e determinanti. Non cre-

do possa essere diversamente: l'esperienza della felicità, di uno stato ori“Davvero io cercai di aiutare in un modo o nell’altro i sofferenti: ma mi è sembrato di far cosa migliore, quando imparavo a meglio gioire. Da quando vi sono uomini, l’uomo ha gioito troppo poco: solo questo, fratelli, è il nostro peccato originale!”

ginario e positivo della mente e del sentire è del resto un’ esperienza u-

(F. NIETZSCHE, Così parlo Zarathustra, Milano, Adelphi, 1992, p.97).

rappresenta l' esito.

niversale che, anche quando sfugge a tutti i tentativi di definizione linguistica, è sempre presente ai nostri desideri, ne informa i contenuti e ne Per quanto scarna, insufficiente e pretenziosa possa essere la nostra capacità di elaborare un sapere compiuto intorno alla felicità, e per

“Tutto dovrai sopportare, prima di ritornare qui. Ci sarà molto da lavorare. Ma io sono sicuro di te, ed è perciò che ti mando. Cristo è con te, custodiscilo in te, ed Egli ti custodirà. Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio testamento:nel dolore cerca la felicità.”

quanto siano diversi i beni e gli oggetti in cui crediamo di trovarla – A-

(F. DOSTOEVSKIJ, I fratelli Karamazov, Milano, Bompiani, 2005, pp.169-171).

capacità – almeno nella sua forma piena ed espansiva, la gioia- di so-

dorno, del resto, diceva che non si ha la felicità, ma ne si è immersi e circondati- la storia del pensiero è ricca di immagini della felicità costruite a partire da alcuni elementi costanti: il suo carattere transitorio, la sua spendere il fluire del tempo e la sua relazione con il sentimento opposto, il dolore. Tra le immagini più suggestive a mio avviso rientrano quelle proposte da Nietzsche e da Dostoevskiij perché, nella diversità dei contenuti, mostrano come il tema della felicità, delle sue modalità e declinazioni speculative sia inevitabilmente intrecciato con una presa di posizione di fronte alla trascendenza e a alla fondazione dell'etica: mentre Nietzsche

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Quaderni della Ginestra

tende ad affermare che la felicità sia sperimentabile solo in un orizzonte

della corporeità e dell'istintualità. Un atteggiamento sano e generoso si

di senso saldamente innestato nella finitezza in cui le concezioni del be-

basa, dunque, su alcuni presupposti fondamentali:il riconoscimento del

ne e del male sono storicamente determinate, Dostoevskij, di fronte alla

carattere finito dell'esistenza, la capacità fondativa di creare valori basati

presenza pervasiva del dolore, tende a risolvere la questione della felicità

sulla forza e la consapevolezza che ogni attesa di compimento sia desti-

nella dimensione metafisico-religiosa del rapporto con il divino. Il narra-

nata ad incontrare il proprio limite solo nella natura. Coloro che espri-

tore e il filosofo, con la forza del loro pensiero poetante, mettono in e-

mono questo atteggiamento sono chiamati, nel testo, più esplicito e ri-

videnza come la ricerca della felicità illumini la domanda sul significato

solutivo rispetto a Così parlò Zarathustra, della Genealogia della morale, gli

dell'esistenza ed offrono proposte che si impongono all'attenzione

eletti, gli aristocratici: per loro la gioia è più originaria del dolore.

dell'uomo contemporaneo, alla sua decisione di circoscrivere il senso del

A tradirci, invece , a farci perdere la possibilità di conseguire una gio-

vivere nello spazio del finito o di aprirsi ad un discorso di intonazione

ia continua e perfetta è un'eccedenza del desiderio. Un'eccedenza che

religiosa. Per questo, pur tracciando direzioni opposte, le prospettive i-

non si esprime nei toni prevedibili dell'eccesso e della sovrabbondanza,

naugurate da Nietzsche e Dostoevskij costituiscono una sorta di riferi-

ma si mostra con i tratti della dismisura e del disorientamento. Un'ecce-

mento obbligato per chiunque voglia seriamente interrogarsi sulla plura-

denza, in altri termini, che altera la direzione originaria e la destinazione

lità di significati che attribuiamo alla parola felicità e su come la nostra

della nostra attività desiderante -naturalmente situata nel territorio della

idea della gioia determini le nostre convinzioni morali.

contingenza e della finitezza- e che si rivela come tensione alla trascen-

Secondo Nietzsche la beatitudine, la gioia compiuta e perfetta -die Se-

denza o, secondo il linguaggio proprio di un sentire radicato nelle pro-

ligkeit- è qui, nello spazio del mondo vero e terreno, preparata per quanti

spettive e nei contenuti della teologia cristiana, come ricerca di un aldilà,

non pongono la vita sotto giudizio e non interrogano, né interpretano

di una vita ulteriore in cui il compimento e la perfezione – altri termini

l'esistenza secondo i criteri del bene e del male, ma si pongono in modo

che definiscono la felicità come stato risolutivo del desiderio- sono fatti

attivo nei suoi confronti, ne accettano la radicale mancanza di senso e

spirituali, realizzati nelle dimensioni della contemplazione e dell'unione

orientano la propria ricerca della felicità nei territori finiti e disponibili

con il divino. Questa declinazione del desiderio, giudicata in autentica

30


Meditazioni filosofiche

perché fondata sulla superiorità dello spirito sul corpo, del soprannatu-

Specularmente opposto è l'orientamento di Dostojevskij la cui narra-

rale sulla natura è considerata da Nietzsche l'espressione di un risenti-

zione, peraltro precedente di qualche anno rispetto alle riflessioni del fi-

mento e di un' impotenza nei confronti della vita che ritirano la nostra

losofo, si pone idealmente come voce contraria ai temi proposti da Nie-

ricerca della gioia dal contesto vitale della salute e la costringono a rifu-

tzsche.

giarsi nella dimensione fuorviante della salvezza. Tale patologia –dato

E', in particolare, un dialogo dei Fratelli Karamazov sembra contrastare

che i valori, gli orientamenti che definiscono il bene e il male, che rico-

le posizioni di Nietzsche: in una sorta di testamento spirituale lo starec

noscono la gioia e il dolore sono produzioni culturali- ha una precisa o-

Zosima invita il giovane Alesa a compiere la sua opera nel mondo, a cercare,

rigine storica nel conflitto che oppone la civiltà romana a quella ebraica

custodito da Cristo, nel dolore la felicità.

e al risultato del suo processo di universalizzazione, il cristianesimo.

Per Dostoevskij, che afferma un cristianesimo tragico la cui densità

Il sistema valoriale della civiltà romana consiste principalmente in un ethos del coraggio, dell'affermazione di sé e dell'istinto di dominazione. Il sistema valoriale ebraico insiste, invece, sulla passività, sulla quiete e sulla compassione. Mentre l'organizzazione valoriale romana asseconda la vita, affermandone con forza la ricchezza contraddittoria e conflittuale, l'organizzazione valoriale ebraica e cristiana esalta il dolore, risolvendo le proprie istanze di realizzazione nelle prospettive di una vita ultraterrena. Affermare dunque, come fa Nietzsche, che la gioia è più originaria del dolore significa, in fondo, liberarsi della difficile eredità ebraica e cristiana e riproporre un'esperienza del vivere in cui la gioia appare la tonalità emotiva di una istintualità in accordo con la natura.

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PAESAGGIO DI LUCE, AUSTRALIA, 2011


Quaderni della Ginestra

speculativa è stata con merito indagata dalla riflessione ermeneutica del

renza. Se, come abbiamo visto, Nietzsche tende ad affermare l'inconsi-

secondo Novecento, la gioia e il dolore sono, se non cooriginari, com-

stenza del bene e del male, Dostoevskij considera il male e il bene, la

presenti e coabitano la realtà dell'uomo, riflessi di un bene e di un male

gioia e il dolore come attraversati da una tensione dialettica: la sofferen-

cui il narratore-filosofo assegna una dignità ontologica prioritaria.

za e il dolore che derivano dal male possono condurre al riconoscimen-

Significativa, specie nel confronto con Nietzsche, è l'immagine che

to del bene se riescono a mostrare il vincolo di solidarietà e di respon-

Dostoevskij propone dell'istintualità, considerata non come luogo di li-

sabilità originaria che unisce tutti i viventi. In altri termini, all'interno di

berazione, ma di distruzione, in cui la libertà dell'uomo è esposta al suo

un discorso narrativo che si svolge come approfondimento dell'espe-

precipitare, alla possibilità di scegliere il male che è, in ultima analisi, la

rienza religiosa cristiana, Dostoevskij tende a individuare nella sofferen-

sofferenza inflitta ad altri. Si può dire, anzi, dei personaggi di Dostoe-

za, principalmente nella sofferenza accettata, la realizzazione di

vskij – si pensi, ad esempio, a Stavrogin nei Demoni- che quanto più so-

un’esperienza di compassione e di corresponsabilità. In questo senso,

no caratterizzati da una personalità orientata dal desiderio di autoaffer-

Dostoevskij articola la propria riflessione distinguendo fra la sofferenza

mazione, tanto più sono sensibili alla passione per la violenza e la cru-

inutile –quella dei bambini, ad esempio- riscattabile solo in una prospet-

deltà.

tiva di fede, e la sofferenza consapevole di chi vuole soffrire con altri e

Rispetto al tema dell'istintualità, della parte naturale dell'uomo che si

al posto di altri: la gioia, in questo caso, è sperimentata nel soffrire in-

esprime in via prioritaria come volontà incontrastata, appare evidente la

sieme e nel fare propria la sofferenza degli altri. Secondo Dostoevskij

differenza di prospettive fra Nietzsche e Dostoevskij: per Nietzsche è

non c’è, dunque, possibilità salvezza e di felicità che non passi attraverso

l'affermazione della vita, della sua forza rigogliosa; per Dostoevskij è

lo scontro con il male e con la sofferenza: la gioia è, comunque, come il

l'ambivalenza della vita che comprende lo sviluppo ipotetico della pro-

bene, originaria, ma è costretta, nella finitezza e nella contingenza, a mi-

pria negazione.

surarsi con la presenza ineluttabile del male e del dolore.

Ma c'è ancora un'altra differenza, ancora più significativa, che riguar-

Il rilievo attribuito alla trascendenza, l’adozione di un orizzonte di

da le relazioni che intercorrono fra il bene e la gioia ed il male e la soffe-

senso esplicitamente cristiano –soffrire con altri è possibile nell’esempio

32


Meditazioni filosofiche

del Cristo sofferente- la coincidenza della gioia con la compassione sembrano porre una distanza incolmabile fra la meditazione di Dostoevskij e quella di Nietzsche, che,tuttavia, condividono un nucleo originario che le rende molto più vicine di quanto possa apparire superficialmente: la passione per l’uomo, l’attenzione alla sua costitutiva complessità e la capacità di non trascurarne gli aspetti prerazionali. Ed è nel segno di questa passione, che le riflessioni dei due autori si integrano reciprocamente e stabiliscono un punto di riferimento comune sia per chi vede esaurirsi nella natura il nostro essere persone, sia per chi colloca il nostro abitare la terra negli spazi della trascendenza: il pensiero di Nietzsche con la tematizzazione degli aspetti primitivi della nostra ricerca della felicità, la narrazione di Dostoevskij con la rappresentazione della dimensione relazionale in cui sperimentiamo la gioia.

LIVIO RABBONI

33


Cinema e filosofia

UN ALTRO MITO DELLA CAVERNA: LA FORZA DELLA LEGGE IN

I

BATMAN

l’iperbole distopica non si applichi più alle condizioni di vita di una società ultra-capitalistica, bensì alla sua alternativa rappresentata dalla democrazia radicale e dall’empowerment popolare. In un tratto innovativo

migliori blockbuster hollywoodiani sono quelli che contengono

nella saga batmaniana, Gotham City non è più la capitale marcia fino al

pregnanti raffigurazioni e diagnosi del nostro tempo storico, sociale

midollo di un impero in piena decadenza, bensì una New York luminosa

e politico. La trilogia di Christopher Nolan dedicata alla leggenda di

e florida, che viene attaccata da un nemico esterno e degenera poi nel

Batman, e in particolare il suo capitolo conclusivo, può confermare di

caos anarcoide post-rivoluzionario. Ora il vero cattivo è, tra l’altro, una

certo questa tesi. Il momento centrale di The Dark Knight Rises, quando

donna: Miranda/Talia, la figlia del vecchio maestro di Batman Ra’s.

tutti i prigionieri sono liberati e si apprestano a “prendersi la città”,

(Questi, come si ricorderà, era il prototipo del fanatico religioso

metterebbe addirittura in scena, secondo Zizek, potenzialità e debolezze

intellettualoide, prima legato ai cinesi e ora agli arabi.) Riappropriandosi

del

del progetto paterno votato alla purificazione dell’intera civiltà

movimento

noto

come

Occupy

Wall

Street

(http://www.newstatesman.com/2012/08/people’s-republic-gotham).

occidentale, Talia si allea subdolamente sia agli emarginati del sistema sia

Il suo leader, qui, è il terrorista Bane (caricatura di un black bloc

alle élite economiche.

sadomaso, ma anche inguaribile romantico), che rende esplicita questa

OWS,

terroristi

mediorientali,

New

York

come

capitale

idea di autodeterminazione democratica all’interno di uno stadio

dell’Occidente, ma anche la minaccia nucleare: l’ultimo Batman non

sportivo gremito.

potrebbe essere più radicato nel nostro tempo. Così radicato che, in

Come commenta giustamente Zizek, la rappresentazione di Nolan

un’inquietante inversione tra realtà e finzione, molti osservatori hanno

serve a dare corpo e voce alla paura dei liberali di destra e di sinistra nei

paragonato la New York attuale devastata dall’uragano Sandy proprio

confronti della possibilità che il tanto celebrato 99% s’impadronisca per

alla vecchia Gotham City (a quella in disfacimento del periodo pre-

davvero di

come in quest’ultima

nolaniano, però). Di quest’ultimo Cavaliere oscuro può essere fatta

riappropriazione del multi-rappresentato mito dell’uomo-pipistrello

emergere allora sia la sua funzione propagandistico-ideologica (in senso

35

Manhattan. È interessante


Quaderni della Ginestra

anti-anarchico e anti-socialista), sia il suo contenuto “realista” – lo

normativo si fonda cioè su qualcosa che non è del tutto razionale e

scenario macabro e fantastico, presente soprattutto nelle versioni di Tim

razionalizzabile, giustificato o giustificabile. L’ordine si regge in ultima

Burton (Batman, 1989, Batman Returns, 1992), ha dato il via libera alle

analisi sul credito che gli si accorda, sul fatto che vi sia una radicata

ansie e proiezioni del contemporaneo. Entrambi gli aspetti hanno reso

credenza nella giustizia di tale ordine, una credenza che giustifica, cioè

The Dark Knight Rises indigesto sia per chi è impegnato in qualche

rende giusta, anche quella forza e quella violenza che serve a un ordine

battaglia sociale di emancipazione che per i bat-fan tradizionali. La

normativo (per esempio all’ordine giuridico) per imporsi e far

riflessione sulla “politica” di Batman ha però anche un altro aspetto, più

funzionare la società. Significa questo forse affermare l’irrazionalità della

fondamentale. La questione centrale in questa saga è, infatti, quella del

società, l’arbitrarietà dell’autorità, e infine il trionfo della cosiddetta

fondamento del sistema socio-politico.

“legge del più forte”?

Una società sta in piedi e funziona in quanto ordine normativo, cioè

Secondo quanto sostenuto da Derrida nel breve saggio Force de loi

perché basata su un insieme di convenzioni, valori, leggi, più o meno

(1994), non è questa la conclusione da trarre. La “misticità” della

istituzionalizzate, che regolano e orientano la vita collettiva dicendo a

giustizia, ovvero il suo fondamento “senza fondamento”, deve essere

ciascuno cosa deve fare. Per svolgere la funzione normativa, l’ordine

spiegato in altro modo. La giustizia è l’ordine basilare che, imponendosi,

deve essere accettato in buona parte come legittimo e giusto. Ma che

pone i criteri stessi in base ai quali è possibile distinguere giusto da

cosa legittima la legittimità? Sulla base di quale criterio, principio o

ingiusto, legittimo da illegittimo. Di tale giustizia non si può dire se sia

fondamento si può dire che un insieme più o meno istituzionalizzato di

giusta o meno, perché essa non è fondata su qualcos’altro, piuttosto è

norme e leggi è giusto e deve essere seguito? Risposte molto diverse

fondante, fonda cioè l’ordine giusto.

sono state date nella storia dell’umanità a tale questione. Mi sembra che

Questa concezione del fondamento dell’ordine normativo in una

il mito di Batman si ponga in quella tradizione secondo la quale il

giustizia infondata potrebbe essere vista come una sorta di ribaltamento

fondamento dell’autorità della legge è un fondamento, appunto, mitico,

del mito platonico della caverna: mentre in Platone le budella della terra

o “mistico” (come direbbero Pascal o Montaigne). L’autorità dell’ordine

simboleggiavano l’errore e l’illusione, da illuminarsi attraverso la luce

36


Cinema e filosofia

veritiera proveniente dall’esterno, nella visione derridiana l’oscurità in

rapporto con Harvey Dent, il cavaliere speculare, biondo e idealista:

cui vero e falso, giusto e ingiusto sono indifferenziati e si confondono

dopo un continuo e snervante scambio di ruoli tra i due, quest’ultimo

assume la funzione normativa basilare. (La metafora dell’ombra come

fallisce e viene ridotto alla rappresentazione corporalmente più esplicita

base del politico compare esplicitamente anche nell’ultimo 007, Skyfall -

del doppio volto. Significativa è ovviamente anche la “fratellanza” tra

il regista Mendes si è del resto dichiaratamente ispirato a The Dark

Batman e Joker, dove l’uno non sarebbe pensabile senza l’altro – anche

Knight). Batman è l’allegoria di questa concezione anti-platonica, è un

se Joker rappresenta l’impossibilità dell’ordine di giustizia, e Batman la

altro mito della caverna. Il potere di Batman trova la sua origine

sua condizione.

sottoterra, dove il male, la sua angoscia più profonda (i pipistrelli)

È vero che, nell’ultimo film, i conflitti che hanno caratterizzato tutta

vengono fronteggiati e fatti diventare parte di sé. Tipica di Nolan la

la saga si attenuano, e il confine tra bene e male appare più netto. Alla

curvatura soggettivo-psicanalitica di questo intreccio: la possibilità di

fine, autosacrificandosi per il bene dell’umanità, Batman impone la sua

diventare un soggetto autonomo, che agisce bene per se stesso e per la

positività. Anche la polizia, ora schierata senza remore dalla sua parte,

comunità ed è così capace di esercitare il suo potere, non risiede nella

può finalmente abbracciare il ruolo (ideologico) di difesa dell’ordine

rimozione del male, bensì nella sua assunzione piena e consapevole. La

giusto. Ma la doppiezza è ancora presente: innanzitutto, nel legame

“bontà” dell’eroe non è però separabile dal suo opposto. Importante

erotico-sentimentale che lega l’uomo-pipistrello alle sue due nemiche, e

ricordare che, in Batman Begins (2005), è proprio Ra’s a insegnare come

soprattutto nel fatto che non è solo Batman a mostrare un doppio volto,

“diventare un tutt’uno con l’oscurità” – ed è per questo che Batman

ma anche Bruce Wayne. Bruce non è solo un filantropo che si allena per

dovrà poi opporsi al suo maestro, che contrariamente all’intima essenza

diventare supereroe, è anche playboy maschilista e capitalista finanziario

dei suoi insegnamenti, crede in una “true justice” pura e incontaminata.

a capo di una mega-corporation quotata in borsa e coinvolta nel traffico

Batman può essere considerato come il pilastro dell’ordine sociale

d’armi. Il lato “oscuro” di Batman non sta dunque solo nella caverna

cui appartiene. Un pilastro la cui ambiguità diventa evidente soprattutto

pullulante di pipistrelli, ma anche nelle alte vette dei suoi palazzi vetro; il

nel secondo film, The Dark Knight (2008). Si consideri soprattutto il suo

male contro cui combatte Batman è un male provocato da un sistema

37


Quaderni della Ginestra

cui lui stesso è a capo.

definitivo. In questo modo si previene ogni dogmatismo, e la

Ma consideriamo ancora il finale, da molti considerato un banale

mummificazione dell’ordine esistente: il futuro va verso scenari che non

happy end, in cui Batman si sacrifica per il bene dei suoi concittadini. O

sono prevedibili e immaginabili ma che racchiudono la premessa del

forse questa è solo un’utile finzione per stabilizzare l’ordine di giustizia?

poter essere altrimenti.

Mentre Batman, forse, si gode altrove la vita con la sua ragazza (ex Catwoman), a Gotham City/New York viene eretta la sua statua – viene

FEDERICA GREGORATTO

istituita la leggenda – e contemporaneamente un nuovo giovane (ex poliziotto) scende nelle sue caverne. È un buon finale, in effetti, perché rimane ambiguo. Forse Batman è davvero morto, e il flash di conciliazione romantica e individualista rimane un sogno del maggiordomo: ma l’indecidibilità (sacrificio vero o fasullo?) è proprio ciò che fa del fondamento dell’ordine un fondamento mistico, che si sottrae a ogni fissazione definitiva. È un buon finale, inoltre, perché rimane aperto: che Batman sia morto o meno, per la città e per ciascuno dei suoi abitanti inizierà ora una nuova vita. Ecco dunque il senso del vero happy end, cioè l’indecidibilità e l’apertura. Come spiega Derrida in Force de loi, l’infondatezza del fondamento è ciò che apre a un futuro imperscrutabile, dove tutto (o quasi) è ancora possibile. L’oscurità da cui emerge l’ordine di giustizia può avere un significato liberatorio: se ciò che vale come giusto e legittimo non è, in fondo, fondato, esso non è neanche fissato in modo

38


Cinema e filosofia

39


Letteratura e filosofia

GEORGES PEREC E W O IL RICORDO DELL’INFANZIA: L’INASSUMIBILE

aspettarlo gli zii, i convitti in cui nascondersi, lo smarrimento. E così la perdita della memoria. Perec non ha ricordi d’infanzia. Vernichtung dei genitori, dei nonni e di un’origine: perché i ricordi dell’infanzia sono la

P

are opportuno annoverare Perec tra quegli scrittori ai quali risulta

sostanziazione di chi siamo. La scrittura di Perec non si allontana mai da

difficile avvicinarsi prescindendo da un approccio biografico.

questo trauma infantile e muove in un cammino di ricerca identitaria in

Quest’ultimo rivela quel fondo di continua interrogazione sull'esistenza

cui ritrovare l’appartenenza, il ricordo, in cui conciliare un modo

proprio del romanziere francese. Se le opere in quanto opere sono

d’essere forzatamente diasporico con un’esigenza di raccordo e di unità

tracce e, come tali, segni, nel momento in cui sono tracciate, segnate,

destinata, tuttavia, a non trovare mai appagamento.

assumono un’esistenza autonoma e indipendente; nel nostro caso,

Con l’epilogo di una doppia sparizione, la vita di Georges Perec fu

tuttavia, recano ancora l’impronta appassionata del loro artefice. Il tutto

segnata per sempre da un annientamento inutile che i cosiddetti “figli

si complica quando si riscontra che questi segni stanno non per una

del dopo”, gli orfani della Shoah, non furono mai in grado di superare.

presenza, ma per un’assenza, un vuoto che nell’arco di un’intera vita

Nessuno rivelò a Georges della morte del padre e dell’estrema

non verrà mai colmato. La tematica del vuoto e della mancanza

preoccupazione, poi tramutata in certezza, della morte della madre.

appaiono fondamentali per la lettura delle opere perecchiane e

Nessuno si sentì di sottoporre il bambino all’ennesimo choc: Questo non

costituiscono la chiave di volta di una produzione eterogenea ma mai

consentì alcuna elaborazione del lutto. I religiosi del convitto imposero

totalmente altra dalla dimensione esistenziale e autobiografica.

a Perec delle regole ferree: non chiedere notizie dei genitori o di parenti,

La storia di Perec prende le mosse da uno dei drammi della storia più

non lasciar trasparire qualsiasi riferimento all’ebraismo. In poche parole

struggenti e incomprensibili: la Shoah. Figlio di ebrei polacchi emigrati in

un oblio totale, forse non necessario, comunque avvenuto. Georges

Francia, perde il padre nelle prime fasi del conflitto con la Germania e la

rimosse il ricordo del viso della madre. Al suo posto uno spazio vuoto.

madre, deportata a Drancy e poi ad Auschwitz. Egli scampa al peggio: la madre lo salva facendolo partire 41

per la zona non occupata. Ad

I passi delle opere di Perec si allineano in una “contrada” di cui egli ha cercato prima di trovare poi di depositare le tracce, la “via”. Il vuoto


Quaderni della Ginestra

memoriale è in questo caso la contrada del pensiero che non può

semplice porre una domanda sulla propria identità, unito allo sforzo

concretarsi in sistematicità e metodo ma nell'apertura in cui rispondere

verso di essa, è un’azione “piena”; in quanto azione, è ascrivibile a un

affermativamente alla domanda sul linguaggio, in cui tentare di ritrovare

agente. I personaggi di Perec sono un tentativo verso l’idem, la

la via e in cui ritrovarsi attraverso la traccia, la scrittura.

riconoscibilità, l’appartenenza, il cogliersi come corpo tra i corpi, allo

A partire dalle riflessioni sull’identità all’interno del testo Soi-même

scopo di identificare e re-identificare qualcosa di sé attraverso l’altro. In

comme un autre di Paul Ricoeur, si può avanzare una proposta di categorie

questa prospettiva, si coglie il legame tra il sé e l’altro, tra il sé e l’identità

interpretative, ovviamente in chiave ipotetica e problematica. Perec

narrativa (il primo altro, per Perec, è il personaggio dei propri romanzi).

manca, a causa della frattura originaria della propria biografia, della

Nello spazio dell’identità, l’atteggiamento di Perec è consciamente più

dimensione che Ricoeur chiama medesimezza, cioè la possibilità di

tensivo che definitivo nei confronti della verità. L’identità narrativa è

individuazione di un “carattere” e di tratti riconoscibili che aprono

stata una fonte di salvezza.

all’identità del sé nel senso di ripetibilità e riconoscibilità dello stesso

Silenzio… La creazione negativa di Perec scaturisce dalle ceneri di

(même): Perec può compiere l’atto di ripetizione della ricerca di una

Auschwitz e per questo fa appello a un non detto, all’indicibile

medesimezza, senza che l’operazione porti a qualcosa di compiuto. In

instancabilmente cercato ma inevitabilmente sfuggente. L’arte sottile di

Perec vi è un ipse che promette di ri-trovare l’appartenenza e la

Perec passa per questo dialogo tra il detto e l’indicibile, tra la memoria e

medesimezza ma, nel suo procedere, questo moto si risolve in una

l’oblio, la vita e la morte, la fiducia e lo sconforto. Ci si sente coinvolti in

frustrazione o in piccoli momenti di contatto subito fuggenti. Perec

un percorso umano che si deve condividere.

interroga e si interroga in una situazione di interlocuzione (ipse) con i

La parola, il fare artistico non totalizzano, non esauriscono, ma

propri personaggi e con l’altro uomo, che è per lui fonte di apertura nei

attingono a uno sfondo aperto nel quale si può per lo meno cercare di

confronti del passato e del presente, per identificare e identificarsi (idem).

porre delle domande; a volte un azzardo di risposta è donato. Perec

Se questa interrogazione non dà una possibilità di risposta, è comunque

dona molto. In primo luogo, la sua Storia.

un movimento etico dalla profondità salvifica in senso esistenziale: il

All’età di nove anni circa, a distanza quindi di tre anni dalla

42


Letteratura e filosofia

separazione della madre, la scoperta: il dramma della Shoah e la terribile

più volte nelle sue opere. Il riferimento è a Kaspar Hauser, il ragazzo

fine della madre gli sono disvelati attraverso una delle prime mostre

selvaggio che aveva impressionato un’intera generazione di intellettuali,

fotografiche sui campi di concentramento.

in particolar modo Verlaine) e riceve l’incarico da parte di un certo Otto

W o il ricordo d’infanzia rappresenta il testo più accurato e struggente

von Apfelstahl di salvare il vero Gaspard Winckler, un bambino affetto

in relazione al tema della biografia, dell’infanzia e del vuoto di Perec. Il

da mutismo elettivo che aveva fatto naufragio e del quale erano state

carattere testimoniale è associato a una sorta di auto-analisi psicanalitica

perse le tracce. Si noti come Gaspard Winckler-adulto debba salvare

che, a distanza di vent’anni dall’accaduto, offre a Perec una possibilità di

Gaspard Winckler-bambino esattamente come Perec-adulto debba

affrontare il rimosso, l’indicibile. Se da questo processo non si

salvare Perec-bambino dall’oblio e dal vuoto infantile. Inoltre si parla di

otterranno grandi risultati – dalla cenere della memoria non si può

un naufragio, così come aveva fatto naufragio la storia personale di

ottenere altro che cenere o poco più – ciò che conterà sarà quello

Perec, assieme alla Storia vera e propria. Il Gaspard Winckler-bambino è

slancio in avanti, quel bisogno di fare i conti con i propri fantasmi, con

sordomuto, condizione che ricorda quella di Perec-bambino, distrutto

una verità celata ma presente, anche se in negativo. W lascia interdetti, il

dalla separazione della madre, incapace e impossibilitato a comunicare

dolore sotteso è comunicato con un distacco apparentemente

questo dolore.

impersonale, ma è proprio questa distanza, più obbligata che frutto di

La seconda sezione della prima parte si propone invece di ricostruire

una scelta letteraria, a sottolineare il dramma, la tragedia, il naufragio

l’infanzia di Perec dai primissimi ricordi o eventi fino al giorno della

della Storia.

partenza e della separazione definitiva dalla madre. Struggente l’incipit

W o il ricordo d’infanzia è un piccolo libretto costituito da quattro parti.

di questa sezione «Non ho ricordi d’infanzia»1. La volontà

La prima sezione della prima parte consiste in un romanzo di avventura:

autobiografica appare dapprincipio destinata a una sconfitta. Il vuoto

narra di un disertore che, grazie a una sorta di società segreta, assume il

non sarà colmato. Rimane tuttavia un’ostinata volontà a riempire questo

nome fittizio di Gaspard Winckler (il collegamento è al tema

spazio. L’infanzia di Perec è un vuoto, una dimensione

dell’orfanità: il nome Gaspard è una sorta di alter ego di Perec e ricorre

sbriciolata della quale non rimangono che pochissime tracce indirette.

43

del tutto


Quaderni della Ginestra

BLU, NUOVA ZELANDA, 2011 44


Letteratura e filosofia

Ne derivano solo ricordi lacunosi.

memoria cancellata porterà Perec a una crisi psicologica dolorosa.

Nella prima e nella seconda parte, più articolata, i capitoli si

L’analisi, che durò quattro anni, permise a Perec di affrontare il testo

avvicendano alternandosi uno a uno a seconda dell’appartenenza alla

abbandonato, il non detto, l’oblio. Si tratta più di una sottrazione di

prima o alla seconda sezione.

senso che di un riempimento. È una sorta di creazione negativa.

Una pagina bianca solcata da tre puntini neri tra parentesi tonde chiude la prima parte e proietta sulla seconda.

Philippe Lejeune, esperto conoscitore dell'autobiografia e indagatore dell'opera di Perec, insiste sull’analogia riscontrabile tra il movimento di

La prima sezione della seconda parte offre la cosiddetta distopia

decostruzione che, nel corso dell’analisi, ha consentito di aver accesso

dell’isola di W, isola retta dagli ideali olimpici che si scoprirà poi

alla sua storia e alla sua voce e i gesti di semplificazione-soppressione

metafora dell’universo concentrazionario nazista.

effettuati sul progetto complessivo di scrittura.

La seconda sezione della seconda parte ripercorre gli anni di Villardde-Lans, cioè gli anni successivi alla separazione della madre.

Leggere W può costare grandi fatiche: i rimandi tra le parti che si alternano nelle sezioni sono sottesi e continuamente da ricostruire; nei

Il bambino scomparso nella prima parte non verrà più nominato

ricordi di infanzia sono introdotte variazioni a volte volontarie per

nella seconda: Gaspard Winckler sembra il narratore e osservatore delle

cifrare l’indicibile, infiltrato senza che ci si possa accorgere. È una sorta

vicende che accadono sull’isola di W ma non viene mai nominato

di macchinazione orchestrata, in cui trova evidenza la difficoltà di

esplicitamente. Già a questo livello riscontriamo la possibilità di una

accesso all'insopportabile: con la spontanea fragilità del bambino e

lettura di secondo grado: la sparizione dalla narrazione del bambino

dell’adulto, Perec rivive sensazioni ed emozioni del passato sotto forma

sordo-muto coincide con la sparizione del Perec-bambino e della madre

di cifrature volutamente disorientanti per il lettore. Il va e vieni delle due

dalla sua vita.

serie sbriciola l’inerzia necessaria al piacere romanzesco, imponendo una

Perec decide di aggiungere a una versione iniziale la citazione di

ginnastica mentale e psicologica. Ci si trova spaesati di fronte alla calma,

David Rousset che esplicita definitivamente l’associazione tra l’isola di

alla freddezza scientifica di questa voce narrativa apparentemente

W e i campi di concentramento. Il processo di riesumazione di una

impersonale, che descrive imperturbabilmente un sistema sempre più

45


Quaderni della Ginestra

abietto. W o il ricordo d’infanzia è una biografia psicanalitica: un

(l’indicibile non si annida nella scrittura, al contrario, è ciò che ne ha

montaggio di sintomi, dovendo il lettore affrontare, da solo, il problema

innescato il processo); so che quanto dico è vuoto, neutro, è il segno

dell’interpretazione. W è la parte emersa di un immenso lavorio sotterraneo, protrattosi in silenzio per anni e ora rivendicante con

definitivo di un definitivo annientamento. […] Non scrivo per dire che non dirò niente, non scrivo per dire che non ho niente da dire. Scrivo: scrivo perché abbiamo vissuto assieme, perché sono stato uno di loro,

violenza la propria necessità. Perec rifiuta ogni lavoro di abbellimento o

ombra tra le loro ombre, corpo vicino ai loro corpi; scrivo perché

di coloritura nei confronti dei propri ricordi. Un narratore ipercritico

hanno lasciato in me un’impronta indelebile e la scrittura ne è la traccia:

bracca l’errore, l’inesattezza, l’affabulazione. Il linguaggio è comunque

il loro ricordo muore nella scrittura; la scrittura è il ricordo della loro

indicato come il solo mezzo in grado di rivendicare l’assenza. Essa, così

morte e l’affermazione della mia vita»2.

evidentemente “presente” nelle pagine dedicate ai ricordi d’infanzia, fa da contraltare al troppo-pieno della parte della fiction: in essa tutto è

Queste ultime parole sono la prova tangibile della possibilità di

sistematicamente descritto, organicamente rappresentato, strutturato nei

scrivere ancora poesia dopo Auschwitz. Perché di poesia si tratta. Vi

minimi particolari… Il movimento perpetuamente ostacolato della

sono passi in cui Perec sembra abbandonare la maschera, il pudore che

memoria si oppone allo scivolamento irrefrenabile nell’incubo di W.

lo scrittore mantiene sempre nel proprio scritto. L’impossibilità di

Nella prima parte, Perec corregge con un sistema di note e

scrivere qualcosa che non siano solo dettagli anodini sui genitori non

completamenti, come se fossero redatti in un momento successivo, gli

cancella la presenza dell’amore reciso nei primi anni di vita da una Storia

errori più evidenti della memoria, i quali non possono essere colmati…

crudele, inspiegabile. Pochi récits d’enfance accumulano in maniera così

Appare chiaro nella redazione di due testi di apertura sulle figure dei

ripetitiva i segni di scrupolo e di soggettività: come una sorta di basso

genitori e sulle fotografie che può solo descrivere, niente più:

continuo, Perec sfuma volutamente il senso e l’emozione in un sistema di giustapposizione ambiguo, costringendo il lettore a farsi carico del

Non so se non abbia niente da dire, ma so che non dico niente; non so se quello che avrei da dire non venga detto perché indicibile

legame tra gli elementi, attraverso l'immaginazione. Perec rinnova il genere autobiografico, il racconto d’infanzia nella

46


Letteratura e filosofia

fattispecie, introducendo due sostanziali novità: l’autobiografia critica e

una pista da corsa e, sguinzagliate come prede, concesso loro un certo

l’integrazione di autobiografia e fiction. Nel primo caso si arresta e si

vantaggio, vengono inseguite dagli uomini che fanno loro violenza.

ostina sugli errori e sulle lacune per far scaturire un senso. Viene

Ogni tipo di atrocità è commesso in questo tipo di gara.

esercitato un controllo critico non tanto sulla veridicità o meno degli

Incredibili appaiono “le piste di cenere, le camerate”. Perec si rende

eventi descritti, quanto sulla capacità della memoria e della scrittura di

conto dell’impossibilità di cambiare la Storia e di trovare conforto, pace.

attaccare quel nucleo sottraentesi. Il secondo è evidente: la fiction è una sorta di correttivo-integrazione per attingere, attraverso l’immaginazione legittimata, a ciò che la memoria non può raggiungere. Non si può prescindere nell’analisi di W o il ricordo d’infanzia da almeno alcuni accenni al mondo di W, vero e proprio sistema

Colui che entrerà un giorno nella Fortezza dapprima si troverà di fronte a una successione di stanze vuote, lunghe, grigie. Il rumore dei suoi passi che risuonano sotto le alte volte di cemento gli farà paura, ma dovrà camminare a lungo prima di scoprire, nascoste nelle profondità del sottosuolo, le vestigia di un mondo che crederà di avere dimenticato:

concentrazionario. Si pensi al fiero motto che domina l’entrata dei

mucchi di denti d’oro, fedi nuziali, occhiali, migliaia e migliaia di vestiti

villaggi “FORTIUS ALTIUS CITIUS” così paurosamente somigliante

impilati, schedari polverosi, stock di sapone di cattiva qualità…3

ad “Arbeit macht frei”. L’ideale sportivo inoltre era davvero fondamentale nell’universo nazista. La deviazione dello spirito sportivo, o meglio

Questi oggetti stanno ancora per un’assenza presente, per qualcosa di

un’accentuazione disumana del suo carattere agonistico appaiono da

annientato ma che continua a mormorare corrispondenze con il

numerosi segnali, lentamente e implacabilmente introdotti dall’autore. Si

presente.

pensi alla gara delle Atlantiadi: su W non esistono matrimoni o famiglie.

La Shoah segna una rottura tra un prima e un dopo, diventando

Gli individui non hanno nome ma soprannomi che si riferiscono alle

pertanto germe di scrittura. Vi sono una storia personale e una storia

posizioni ottenute nelle gare sostenute. I bambini vivono fino ad una

collettiva che costituiscono un tessuto di cui la scrittura cerca di

certa età con il solo aiuto di novizi; le donne invece sono rinchiuse in un

ricostruire la trama senza nessi. La memoria degli “orfani della Shoah”

gineceo. Nella gara delle Atlantiadi un gruppo di donne viene portato su

non è in grado di relegare il passato nel passato, non supera il lutto e

47


Quaderni della Ginestra

non può rimuovere del tutto. La memoria non può dire la totalità, può

un io perduto che vuole dirigersi verso un io recuperato. Attraverso la

al più ripetere incessantemente la frantumazione di un’identità pur nella

finzione o la narrativa si apre uno spazio, ben più vivibile, in cui l’io

direzione di un'integrazione. Si tratta di un’identità nomade che la

perduto può finalmente muoversi ed esprimersi attraverso un io

scrittura non può fissare, ma può tuttavia seguire nel suo incessante

ritrovantesi; Perec diventa un altro (le sue costruzioni immaginarie, i

movimento di ricerca. La Shoah è una figura in absentia, a cui

suoi peripli narrativi) per ridivenire se stesso.

ricondurre la scissione dell’io; attraverso il linguaggio si dà avvio a un’opera di configurazione e riconfigurazione, in cui spesso è il lettore-

MICHAEL ARCHETTI

fruitore ad essere coinvolto, riconoscendo l’origine della preoccupazione identitaria degli autori. Il sé è stato offeso e minacciato dalla storia ma la determinazione

a

sopravvivere,

anche

solo

come

valore

di

1 Perec Georges, W il ricordo d’infanzia, Torino, Einaudi, 2005, pag. 8. 2 Ibidem, pagg. 48-49 3 Ibidem, pag. 185.

testimonianza, rappresenta un appiglio contro un sicuro naufragio. L’operazione-fiction può forse valicare i limiti di un realismo destinato a lasciare vuoti insostenibili. Da testimone assente, Perec diviene testimone scrittore. Nei campi di concentramento si assiste alla logica di una temporalità che sbriciola la successione di istanti: tutto è ricondotto a un unico istante atemporale: non è passato perché non si esaurisce nel ricordo, non è presente né futuro perché rinasce continuamente nel presente di una memoria che non può dimenticare. La vicenda di W non è collocata temporalmente e offre queste suggestioni; il percorso letterario e narrativo di Perec attinge comunque all’autobiografico, in un dialogo tra

48


Letteratura e filosofia

LA PROVA DEL FUOCO.

SOGNO, RIMOZIONE E COSCIENZA NE LE ROVINE CIRCOLARI DI J. L. BORGES

V

sfondo al racconto. Spesso nei sogni, ci dice l’inventore della psicoanalisi, l’ambientazione presenta connotati confusi, spesso decisamente indefiniti. È così in questo caso. L’ambientazione del racconto è tratteggiata solo lievemente, e sfuma poi pian piano verso il

i sono numerosi aspetti, contenuti all’interno del testo, che

nulla: vengono menzionati due templi, uno situato a nord e un altro a

suggeriscono l’interpretazione del racconto Le rovine circolari,

sud, entrambi in rovina, un fiume, alcune canne appena affioranti

apparso sulla rivista ‘Sur’ nel 1940 e poi definitivamente all’interno della

dall’acqua, una selva; nessun elemento è delineato con nitidezza, al

raccolta Ficciones del 1944, come un vero e proprio sogno, o sogno a

contrario ogni cosa pare come avvolta da una sottile coltre di foschia.

cornice. Il racconto potrebbe essere letto come un processo di

Nemmeno il protagonista è presentato nel dettaglio. Viene descritto

autoanalisi da parte del protagonista, il quale, partendo da un proposito

come un uomo taciturno proveniente da Sud, un uomo grigio, un

soprannaturale, giunge alla comprensione di sé. La narrazione presenta

forestiero, un mago. A mio parere, questa mancanza di definizione non

essa stessa numerosi piani, concentrandosi sull’esperienza onirica del

è soltanto in linea con l’atmosfera magica e misteriosa che pervade

protagonista, un mago capace di plasmare la materia dei sogni. Tuttavia,

l’intero racconto, ma è sintomatica di qualcosa di ancor più

credo, nemmeno la veglia può essere considerata tale, poiché l’uomo che

straordinario. Le due vite del mago, quella della veglia e quella onirica,

sogna è in realtà sognato a sua volta, ma senza saperlo; per questo più

sono entrambe un unico sogno, ed egli, entità di certo soprannaturale,

sopra ho parlato di «autoanalisi», un’autoanalisi tuttavia «incosciente».

ha confuso il sogno con la realtà, poiché ha rimosso un evento

Lungo il progredire della narrazione, il mago attraversa svariati livelli di

fondamentale della sua esistenza, ignoto a noi tutti: quello della

sogno, o meta-sogno,

creazione di sé.

addentrandosi sempre di più negli abissi del

proprio inconscio. Ad un occhio che ha familiarità con l’opera di Freud,

A questo stato prenatale egli cerca di ritornare costantemente, anche se

non sfuggiranno certamente alcuni evidenti caratteri fondamentali di

inconsapevolmente, tramite un proposito, cardine del racconto, attuabile

questo stato onirico: in primis, la descrizione del paesaggio che fa da

soltanto per mezzo del sonno:

49


Quaderni della Ginestra

chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per debolezza della carne, ma per determinazione della volontà1.

In questo caso, però, il rapporto con l’utero risulta particolare e dicotomico. Sembra infatti che il mago non desideri soltanto ritornare ad essere inquilino dell’utero, ma diventarne anche, e soprattutto, il proprieta-

e ancora, poco più avanti:

rio. Al primo aspetto fanno riferimento i primi sogni effettuati dal forestiero: egli sogna se medesimo in un anfiteatro, si sogna perciò in terza e

Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se certamente sovrannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa completezza e imporlo alla realtà2.

prima persona, come oggetto e soggetto del sogno, poiché appare contemporaneamente come immagine dall’esterno e come «attore» principale:

Il mago, perciò, dorme per volontà propria, non per necessità o stanchezza, con lo scopo di plasmare un essere vivente concreto dalla materia dei sogni. Tuttavia il suo proposito, nei presupposti e nelle conse-

Il forestiero si sognava al centro di un anfiteatro circolare che era in qualche modo il tempio incendiato [...] L’uomo impartiva lezioni di anatomia, di cosmografia, di magia4.

guenze, è colmo di richiami freudiani. Abbiamo già accennato al desiderio inconscio di un ritorno allo stato prenatale, il che significa in realtà

Il secondo aspetto, invece, riguarda i sogni avuti in seguito ad una sorta

ritornare all’utero materno. Freud fa di questa affermazione un caposal-

di cesura – o censura –, frappostasi tra l’intenzionalità del sognatore e

do della propria teoria del sogno, come si può riscontrare

l’incapacità da parte del sogno di creare qualcosa di conforme alle aspet-

nell’Introduzione alla psicoanalisi del 1917:

tative. Infatti, dopo aver preso coscienza del fallimento della prima serie di sogni, quelli aventi come oggetto il ragazzo/allievo «uscito» da quella

Ci ritiriamo perciò di tanto in tanto nello stato prenatale, ossia

sorta di accademia onirica, l’uomo smette di sognare. Semplicemente

nell’esistenza endouterina. O almeno, ci creiamo condizioni del tutto

non riesce più a creare le condizioni necessarie al compimento del pro-

simili a quelle di allora: calore, oscurità e assenza di stimoli3.

prio intento. Dopo un periodo di riposo il mago ricomincia a sognare, e

50


Letteratura e filosofia

sin dalla prima notte sogna un cuore fremente. Fa un sogno di cui non è

Ma la discesa negli abissi non termina di certo qui. Anzi, si può dire che

protagonista – non appare in prima persona – nel quale si comporta da

prenda avvio proprio a partire da questo punto. Infatti d’ora in poi il

spettatore:

mago si concentrerà sulla costruzione della propria creatura, un Dr. Frankenstein fuori dal tempo; ma la sua creatura, anche ad avvenuto

Quasi subito, sognò un cuore che palpitava. Lo sognò attivo, caldo,

completamento, rimane inerte, priva di soffio vitale, proprio come il suo

segreto, della grandezza di un pugno chiuso, di color granata nella pe-

alter-ego shelleyano. L’uomo supplica perciò un simulacro di pietra, il

nombra di un corpo umano ancora senza faccia e senza sesso; con amore minuzioso lo sognò, per quattordici lucide notti. Ogni notte lo per-

quale gli si rivela in sogno come il dio del Fuoco e infonde finalmente la

cepiva con maggiore evidenza. Non lo toccava; si limitava ad attestarlo,

vita all’essere creato dai sogni. Solamente il forestiero e il Fuoco stesso

forse a correggerlo con lo sguardo. Lo percepiva, lo viveva, da molte di-

sapranno della reale natura del figlio.

stanze e da molte angolature5.

Il mago si appresta quindi ad iniziare il proprio figlio ai segreti della magia e al culto del Fuoco, inviandolo infine presso le rovine di un altro

In questo secondo caso, il sognatore configura se stesso come «portato-

tempio, del tutto uguale al primo. Trascorsi diversi anni, gli giungono

re» dell’utero materno, trascende perciò il ruolo di mero ricercatore

all’orecchio voci riguardanti un uomo che in un tempio a nord può

dell’obliterazione endouterina e la sublima, elevandosi al livello di vera e

camminare tra le fiamme senza bruciarsi, e comincia a temere che que-

propria ‘madre’. Freudianamente l’anfiteatro circolare della prima serie

sta facoltà soprannaturale induca la sua creatura a riflettere sulla propria

onirica, essendo identificabile come contenitore, come stanza 6, potrebbe

natura, che, si ricordi, è di fantasma.

rappresentare appunto l’utero materno, al quale il mago ritorna da inqui-

Il processo di autoanalisi va così dispiegandosi verso la conclusione. Il

lino. Nella seconda serie, come appena detto, l’utero materno è rappre-

mago, temendo per il figlio, riflette in realtà sulla propria condizione:

sentato dal sognatore stesso, il quale vede dentro di sé il figlio, ancora senza volto e senza sesso. È un ritorno agli abissi ancora più profondo.

51

A volte lo inquietava l’impressione che tutto ciò fosse già accaduto7


Quaderni della Ginestra

Il narratore così aveva scritto poche righe più sopra, riferendosi al peri-

coscienza a ciò che è sgradito, e l’ha chiamato censura; ciò che sfugge

odo in cui l’uomo iniziava ancora il proprio figlio agli arcani della magia.

alla censura affiora alla coscienza, generando un’angoscia talmente in-

Qualcosa cominciava già a trapelare sempre più prepotentemente, fino

sopportabile – il campanello d’allarme – da svegliare il sognatore. Ora,

allo sconvolgente riconoscimento conclusivo.

la censura onirica è qui rappresentata dalla prima serie di sogni, e il campanello d’allarme (il sistema di sicurezza della censura) dal risveglio

In un’alba senza uccelli il mago vide abbattersi contro i muri

del mago e dalla successiva incapacità di sognare. Nella prima serie di

l’incendio concentrico. Per un istante, pensò di rifugiarsi nelle acque, ma

sogni, si ricordi, il mago non aveva pieno controllo delle proprie facoltà,

poi comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiaia e ad assol-

non riusciva ad istruire l’allievo scelto tra tanti, e soprattutto non l’aveva

verlo dalle sue fatiche. Camminò contro le lingue di fuoco. Esse non morsero la sua carne, esse lo accarezzarono e lo inondarono senza calo-

«creato»; tutto ciò aveva impedito il contatto con il dio del Fuoco, che

re e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore,

segna l’inizio del graduale cammino verso la coscienza. Evidentemente,

comprese che anche lui era un’apparenza, che un altro lo stava sognan-

però, qualcosa era scattato: il solo proposito di plasmare un uomo dai

do8.

sogni era sufficiente per suscitare tensione, una tensione tanto grande da suggerire alla censura il risveglio del sognatore. Tramite il risveglio e il

Improvvisamente il rimosso irrompe alla coscienza. Nascostosi nelle

sonno senza sogni, il rimosso viene ancora tenuto lontano.

pieghe infinite dell’inconscio per chissà quanti anni, affiora infine pro-

Il proposito, tuttavia, che in questo caso corrisponde al rimovente, con-

prio grazie all’operato del mago – «creazione» e educazione del figlio –,

danna il sognatore all’intima scoperta della verità, al riaffiorare del ri-

operato che potrebbe essere identificato come rimovente. Egli crede di

mosso. È possibile leggere il procedere dell’impresa come processo di

compiere un’azione dettata dalla propria volontà, in realtà non fa che

disvelamento, come un’autoanalisi incosciente. L’uomo, nonostante la

avvicinarsi inesorabilmente al rimosso. Ma i segni della pericolosità di

censura lo metta in guardia dal procedere, persegue il proprio scopo,

quest’intento sono disseminati lungo tutto il racconto. Freud ha teoriz-

supera le barriere dell’inconscio e riporta il rimosso alla coscienza.

zato una sorta di filtro, o sistema di allarme, che impedisce l’accesso alla

Nemmeno la sensazione che tutto ciò fosse già accaduto riesce a frenare

52


Letteratura e filosofia

il protagonista, deciso ormai – anche se inconsciamente – a scoprire la verità. Il rimosso riaffiora così per mezzo del rimovente. L’incendio del tempio circolare si afferma come stato ultimo del riconoscimento; il mago pensa in un primo tempo di cercare riparo nell’acqua, ma subito muta il suo pensiero, non comprendendo di essere giunto alla fine della sua vita, ma al termine della propria ricerca. Varca la soglia delle fiamme, sicuro di andare incontro alla morte, finendo invece per comprendere ciò che tanto tempo addietro aveva affidato all’oblio. La sua stessa esistenza è effimera, il suo sognare non è altro che un sogno nel sogno.

GIOVANNI CONSIGLI

1

Borges, Jorge Luis, Las ruinas circulares, Sur, Buenos Aires 1940 in Ficciones, Editorial Sur, Buenos Aires 1944; trad. it. di Franco Lucertini, Le rovine circolari, in Finzioni, Einaudi, Torino 1955, cit. p. 48. 2 Ivi, p. 49. 3 Freud, Sigmund, Vorlesungen zur Einführung in die Psychoanalyse, 1915-1917, trad. it. di Marilisa Tonin Dogana ed Ermanno Sagittario, Introduzione alla psicoanalisi, Einaudi, Torino 2012, cit. p. 88. 4 Borges, Le rovine circolari, cit. p. 49. 5 Ivi, p. 51. 6 Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit. p. 148. 7 Borges, Le rovine circolari, cit. p. 52. 8 Ivi, p. 54.

53

TROPPO UMANO, PARMA, 2012


Quaderni della Ginestra

EMENDABILE O INCURABILE? LA FIGURA DEL DELINQUENTE-SELVAGGIO NELLA COLONIA FELICE DI CARLO DOSSI

T

verificatasi entro un arco cronologico piuttosto limitato, e scarsamente influente – se non addirittura estranea – nella formazione della cultura e dell’identità dello stato-nazione postunitario. Al contrario, si può osservare come il processo di costruzione della figura del delinquente-

ra i periodi storici in cui è possibile osservare lo svilupparsi di un

pericoloso abbia coinvolto i più diversi settori del sistema culturale; e

rapporto stringente tra letteratura e psichiatria in Italia, i decenni

come esso abbia marcato con la sua presenza alcuni momenti esemplari

successivi all’unificazione occupano senz’altro una posizione di rilievo.

della storia d’Italia, come il dibattito attorno al Codice Penale unitario e

Sin dalla pubblicazione delle prime opere di Cesare Lombroso, il fitto

il primo colonialismo italiano nei territori del corno d’Africa. Si trattò,

dialogo tra scienze umanistiche e scienze medico-antropologiche (che di

inoltre, di un processo cui certamente Lombroso e i suoi allievi presero

lì a poco sottolineranno sempre più il loro carattere di scienze sociali)

parte, ma che non iniziò e non si esaurì con la loro ‘scuola’. Per

appare particolarmente evidente. Si tratta, com’è noto, di un dialogo

sostenere questa tesi si può ricorrere – inaspettatamente – anche

avvenuto non solo sul versante della creazione artistica – e cioè sui

all’analisi di un romanzo, che si rivela particolarmente utile in questo

rapporti che legherebbero il genio e la follia1 – ma anche (e in misura

senso, date le sue caratteristiche testuali, il percorso editoriale e

non certo minore) sullo studio della delinquenza. Basti pensare che

l’entusiasmo con cui è stato recepito, anche all’interno degli ambienti

Enrico Ferri, illustre allievo dell’antropologo veronese e personalità

politici e diplomatici.

influente del Partito Socialista, dedicò un’intera opera allo studio de I

Nel 1883 l’editore milanese Angelo Sommaruga, che in quegli anni

delinquenti nell’arte2; e che l’attenzione rivolta da Lombroso alla

andava consolidando la sua posizione all’interno del mercato editoriale

letteratura, nella costruzione delle sue teorie sulla delinquenza, continua

romano, diede alle stampe la quarta edizione de La Colonia felice dello

3

tutt’oggi ad essere oggetto di interessanti ricerche .

scapigliato milanese Carlo Dossi. Il romanzo, com’è noto, racconta di

Ciò nonostante, resta piuttosto diffusa l’opinione secondo la quale

come un gruppo di delinquenti, spediti su un’isola deserta, dopo

queste teorie sulla devianza siano state (loro stesse) un’anomalia,

un’iniziale fase di disordini e crudeltà, si rendano conto che la legge 54


Letteratura e filosofia

procede dall’utilità; che il rispetto del patto sociale è in ultima analisi

certo per semplice umore di bizzarria contraddittoria)»7. A precedere il

assai conveniente per l’individuo; che infine l’amore e la famiglia

testo è infatti, chiara e netta, una Diffida, che sconfessa l’immagine del

possano trasformare il delinquente in onesto lavoratore ed emendarlo

delinquente tracciata dalla narrazione romanzesca, dichiarandola ormai

così delle colpe commesse. «Con sei edizioni in un ventennio, La Colonia

insostenibile, stanti le ultime conquiste della scienza psichiatrica.

4

felice è certamente l’opera del Dossi di maggior successo editoriale» ; dopo una prima pubblicazione (di sole duecento copie stampate a spese dell’autore nel 1874), il romanzo apparve a puntate sul quotidiano

Con la Colonia felice io m’era dunque proposto […] di dimostrare graficamente le seguenti anticipazioni delle cattedre, cioè:

romano la «Riforma» nel 1879 e ottenne un successo non trascurabile,

1° che il male insegna il bene;

se è vero che «il rilancio romano dello scrittore prese avvio proprio da

2° che la giustizia procede dall’utilità

5

La colonia Felice» . Si trattò di un rilancio, allo stesso tempo, letterario e

3° che inùtile è la pena di morte, quindi ingiusta;

politico : «la Riforma» e lo «Stabilimento Tipografico Italiano» erano

4° che, come rinnòvasi la materiale compàgine dell’uomo, può pa-

infatti, rispettivamente, il quotidiano e la casa editrice del partito

rimenti rifarsi quella morale; né il filo della memoria basta a congiunge-

crispino; e proprio quando Francesco Crispi sedette alla presidenza del

re, in una sola, le varie individualità per cui una persona passa. Conse-

consiglio, il nostro romanziere si trovò a ricoprire rilevanti incarichi

guentemente, potrebbe qualunque colpèvole riprincipiare, in tutta la vir-

6

politici e diplomatici. L’edizione sommarughiana de La Colonia felice appare particolarmente

tù della parola, la sua esistenza; 5° infine, che amore ha forza assai più della Forza.

curata, esito di un lavoro di revisione condotto con grande precisione da

Come si scorge, io era in perfetta regola con la filantropia conven-

parte dell’autore. Il testo è infatti seguito da una Nota grammaticale in cui

zionale, non però con la scienza. La guancia de’ preventivi miei conti

il Dossi illustra i criteri ortografici adottati. «Sennonché, nel momento

non avrebbe potuto mostrarsi più rosata e piacente, ma avèa un piccolo neo, quello di non segnare che un attivo ideale. Ben altre erano infatti le

stesso in cui veniva licenziata al pubblico, così attentamente ‘ricorretta’ e

cifre reali raccolte dalla psichiatria, dalla chimica organica, dalla statistica

provveduta, l’autore si premurava di sconfessare la sua opera (e non

criminale. L’uomo malvagio non è correggibile8.

55


Quaderni della Ginestra

Nel frattempo altre ‘cattedre’, non esattamente votate all’insegnamento

cadere sulla prima ipotesi 11. Eppure la sincerità con la quale il Dossi

della filantropia, avevano iniziato a fornire le loro ‘anticipazioni’: in

accolse in questi anni le conclusioni della «nuova scuola positiva» non

particolare, da quella di medicina legale e igiene pubblica dell’Università

pare possa essere messa in discussione. La medicalizzazione del

di Torino, l’ormai noto psichiatra e antropologo Cesare Lombroso

delinquente; la fusione di delitto e follia, ottenuta dichiarandone la

teneva il suo insegnamento sin dal 1876; e in quello stesso anno era stata

comune origine epilettica; la definizione della tendenza criminosa come

pubblicata per la prima volta una delle sue opere più prestigiose, L’uomo

natura morbosa, ereditaria e incurabile, almeno nelle sue manifestazioni

delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle

più «atavistiche»; tutto ciò convinse più d’uno dei letterati italiani, e tra

discipline carcerarie9. Dossi ebbe modo di leggere questo studio sin da

essi appunto Carlo Dossi, tanto da indurlo a sconfessare un suo

questa prima edizione, e subito pensò di spedire all’antropologo

romanzo nel momento stesso in cui ne licenziava l’edizione più curata.

veronese una copia della sua Colonia felice. Da quel momento iniziò tra i

Su tale contraddizione vale davvero la pena di interrogarsi, anche perché

due una serie di corrispondenze epistolari che proprio attorno al 1883

le due tesi (apparentemente) opposte che la compongono – quella del

era andata infittendosi, in merito a un’altra pubblicazione che il Dossi

testo e quella della Diffida – corrispondono a quelle che avrebbero

stava portando a termine, I mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma

diviso i penalisti dell’epoca, secondo quel paradigma dello «scontro tra

a Vittorio Emanuele II. Il termine ‘mattoidi’ fu suggerito all’autore

le due opposte scuole penali» tramandato da buona parte della

milanese proprio da Lombroso: a lui rivolse il Dossi la dedica dell’opera;

storiografia del diritto. Sarebbere cioè esistite, compatte e ben

in cambio l’antropologo inserì parte del materiale raccolto all’interno del

riconoscibili, da una parte la «scuola classica» del diritto penale, che

suo Genio e Follia10.

individuava le sue fondamenta attorno ai concetti cardine di reato, libero

Sarebbe certo un grave errore ridurre la figura del Dossi letterato a

arbitrio, responsabilità; e dall’altra parte (ma su questo non c’è alcun

una sorta di traduttore romanzesco delle teorie lombrosiane: anzi,

dubbio) la «nuova scuola positiva», che affermava la necessità di studiare

dovendo scegliere se tra i due fu il romanziere a ‘usare’ lo scienziato o

il delinquente piuttosto che il delitto, e accusava la parte avversaria di

piuttosto lo scienziato a servirsi del romanziere, la scelta dovrebbe certo

rimanere legata ad una concezione astratta e metafisica del diritto, del 56


Letteratura e filosofia

tutto sganciata dalle reali dinamiche sociali12.

Al contrario,

Certamente tra alcuni penalisti si accese una polemica a tratti feroce, che animò il dibattito attorno alla stesura del nuovo Codice Penale

non c’era bisogno dei positivisti perché il legislatore penale pensasse

unitario e che si svolse tanto tra i banchi dell’accademia quanto tra quelli

a sanzioni che oggi assimileremmo alle misure di sicurezza, perché esse

del parlamento13. Tuttavia, l’adozione eccessivamente rigida di questo modello non è in grado di sciogliere una serie di contraddizioni, alcune

erano presenti da decenni nel sistema e da più di un secolo nella cultura della prevenzione e della pena; non è necessario evocare i positivisti ogni volta che appare, sia pure in trasparenza, la ‘pericolosità’ dei sogget-

delle quali risultano evidenti anche nello studio del romanzo in oggetto:

ti, perché questo era il senso comune, tra la gente e per gli scienziati, nel

l’approvazione del Codice Zanardelli (secondo questa prospettiva, il

secolo XIX: senso comune al punto di comparire, senza contraddizione

massimo prodotto della «scuola classica», che segnò la sconfitta dei

né scandalo, nelle sentenze dei giudici, in piena vigenza del codice del

positivisti) avvenne sotto il governo Crispi, proprio mentre l’organo di

1889 che avrebbe dovuto essere incompatibile con quella prospettiva15.

stampa («La Riforma») dello stesso presidente del consiglio tentava di smuovere l’opinione pubblica in senso, verrebbe da dire, lombrosiano,

Né tali sanzioni furono di fatto affievolite nel Testo Unico delle leggi

attraverso le sue firme più note già convertite alle nuove dottrine

di Pubblica Sicurezza, proposto dallo stesso Crispi e approvato nello

(compreso quel Carlo Alberto Pisani Dossi che del presidente del

stesso anno del «classico» Codice Zanardelli; nel corso del decennio

consiglio sarà strettissimo collaboratore e consigliere). C’è inoltre il

successivo diventeranno anzi sempre più stringenti ed esplicitamente

rischio di non cogliere quegli elementi lombrosiani che hanno

applicate anche alla repressione del dissenso politico, prima con le «leggi

continuato a caratterizzare la criminologia e la cultura italiana anche nel

crispine» del 1894, poi coi provvedimenti del Gabinetto Pelloux, a

corso del Novecento 14, oppure di ipotizzare una genesi improvvisa di

seguito dei disordini del 1898.

quegli stessi elementi: una sorta di irruzione aliena in un’Italia

Dal canto suo anche la letteratura, verrebbe da pensare, non dovette

caratterizzata da una cultura «classica», metafisica e «filantropica», fino a

attendere la «nuova» antropologia criminale tardottocentesca per

quel momento estranea ai principi e alle pratiche del controllo sociale.

costruire, tra i suoi personaggi, le figure dei delinquenti pericolosi, se ad

57


Quaderni della Ginestra

COMPARSE, SYDNEY, 2011 58


Letteratura e filosofia

esserne già abbondantemente provvisto era proprio quel «senso

occhi – due fili di luce – che apparivano e scomparivano a tratti,

comune» che essa per prima contribuiva a costruire, data la straordinaria

quasi tementi di essere scorti […] Il quale, facèndosi innanzi: gente!

fortuna di cui godette in questo secolo il genere romanzesco – e in particolare il romanzo d’appendice. Per vedere confermata tale ipotesi

che si sta qui a dire il rosario?... Date ascolto alla Nera! […] L’incanto era rotto. Da ogni parte, grida che volèvano èsser parole, parole che volèvano èssere idee: idèe e parole, che accumulàtesi da

basta aprire la prima pagina del romanzo-archetipo di questo genere

mesi e mesi in quelli angusti cervelli, irrompèvano ora alle labbra, vi

popolare, I misteri di Parigi di Eugène Sue, e osservare quanto a

si stipàvano per sprigionarsi, pugnando a chi primo, e a vicenda im-

quell’altezza (1842-43) fosse già cristallizzata la figura del delinquente

pedendosi. E parlàvano tutti a una volta. Parèa che il tempo stesse

selvaggio (metropolitano): con tanto di esplicito riferimento ai

lor per fallire. Erano laidità; erano orrende bestemmie. E intanto si sconficcàvan le casse della carne salata e del pane, e

sanguinari selvaggi di James Fenimor Cooper, che agitavano il sonno dei

due, ondeggiando, barellavano in mezzo un botticello pesante, sul

coloni (e la veglia dei lettori). Anche il testo de La Colonia felice, scritto

quale era scritto branda.

dal Dossi prima della ‘conversione’ alle scienze positive, costituisce un’ulteriore conferma in questo senso. La delinquenza dei suoi

[…] Due ore dopo, leggero il barile, greve la pancia. Dal cibo, la bestialità avèa riavuto il consueto dominio16.

personaggi non è ancora morbosa, epilettica, medicalizzata, ma è già evidentemente ‘selvaggia’:

Certo questo carattere selvaggio, se anche già fosse in qualche misura costitutivo, non è ancora a questa altezza una «natura» dell’individuo

Quand’ecco, si udì uno stampo di un piede, e una tìnnula voce di

delinquente; o per lo meno non presenta ancora il suo carattere

donna echeggiò: vili! – Una giòvane snella, dal profilo tagliente e dalla

«morboso» e incurabile (infatti l’isolamento, la famiglia e il lavoro

chioma nèrissima, svolazzante, s’era piantata spavalda su di una cassa, e lampeggiando fùlmini neri da’ suoi occhi aquilini, squillava: vili! uomini inutilmente maschi!... volete a marito noi donne?

59

possono ancora cambiarne il segno). Ma a ben vedere non è nemmeno così necessario che lo diventi: in primo luogo perché anche la figura del

- Brava – rispose una voce secca al pari di nàcchere e veniva da

‘selvaggio emendabile’ ha saputo ispirare o corroborare misure

un magro e lungo di uno, dal ghigno nudo di peli e giallastro, e dagli

preventive di controllo sociale. In secondo luogo perché di essa, al netto


Quaderni della Ginestra

delle contraddizioni apparenti, hanno potuto continuare a servirsi anche

degenerazione positiviste; e i sostenitori di quelle stesse teorie

coloro che quell’emenda non credevano più possibile. Nel 1884

scientifiche elogeranno quel romanzo (filantropico) come anticipatore

Alessandro Lioy, avvocato, «uno dei più strenui campioni ed apostoli

delle nuove teorie, dalle quali dovrebbe invece essere confutato. Eppure,

della nuova scuola penale»17,

se si guarda a tali contraddizioni, più che come punti di blocco dell’analisi, come pista di ricerca da seguire, si ha modo di verificarne la

esponendo a Napoli, presso la Società Africana d’Italia, la proposta

frequenza e la costanza anche attraverso i decenni. La storiografia del

di una Colonia penitenziaria ad Assab, presentava l’utopia lirica dossiana

diritto ha già mostrato la produttività di una ricerca in questa direzione:

come un’anticipazione dell’arte sulla scienza, sicchè «Gualdo – l’eroe del

nonostante lo «scontro tra le scuole», un tratto permanente ha attraversato

Dossi – l’assassino trasformato in onesto lavoratore mercè l’isolamento, la colonia, la famiglia, rappresenterebbe il prototipo della scienza peni-

la cultura penale dell’Italia unita, la cui continuità si è data (almeno in

tenziaria». Quattro anni dopo (8 novembre 1888), in una seduta del se-

parte, ma è certo una parte non trascurabile) sul terreno della difesa del

nato in cui si discuteva il progetto del nuovo codice penale, Tullio Mas-

corpo sociale, attraverso le politiche adottate in materia di pubblica

sarani, intervenendo a sostegno della deportazione («unica eventualità di

sicurezza19.

redenzione, unico spiraglio di vita nuova» per i grandi malfattori), trovò modo di citare ai suoi colleghi una pagina della Colonia felice e di elogiarne l’autore: «un giovane – un giovane di ieri (gli anni corrono così pre-

Verrebbe da chiedersi se anche la critica letteraria non debba tentare la stessa operazione, sforzandosi quindi di tenere assieme ciò che si

sto!) – un uomo, al quale lo strenuo ingegno conquistò un posto rag-

dimostra sempre più difficile da separare. Una separazione di questo

guardevole presso il Signor Presidente del Consiglio»18.

tipo è quella che storicamente ha caratterizzato l’atteggiamento della critica verso l’opera di Carlo Alberto Pisani Dossi e per cui si è spesso

Si mostrano così una serie di contraddizioni apparenti: un romanzo

sostenuto che il Carlo Dossi scrittore scapigliato e l’Alberto Pisani

di successo, nella sua edizione più curata e corretta, convive con la sua

Dossi diplomatico, «principale artefice della politica estera crispina» 20

Diffida, poiché giudicato dall’autore scientificamente inattendibile; la

(quindi del primo colonialismo italiano), siano state quasi due persone

filantropia (penitenziaria) convive con le teorie dell’atavismo e della

persone diverse, o addirittura inconciliabili. Anche in una prospettiva 60


Letteratura e filosofia

eminentemente letteraria, invece, leggere assieme lo scrittore e il politico

Si vede così quanto, pur entro continue ambiguità e contraddizioni, la

si mostra essere una linea di ricerca da praticare più a fondo, come

figura del delinquente e del selvaggio (interno o esterno che sia al

alcuni esperti hanno già avvertito in passato21 e come recenti ricerche

territorio nazionale) abbia caratterizzato con una certa costanza la storia

continuano a dimostrare 22. Tenere assieme questi due aspetti, indagare la

e la cultura dell’Italia Unita; e come le teorie di Lombroso e dei suoi

profondità e la solidità dell’intreccio cui diedero luogo, sembrerebbe

allievi abbiano piuttosto integrato che sconfessato questo tipo di

dunque un’iniziativa più che legittima. Una legittimità che, se possibile,

rappresentazione. L’immagine testimoniata dal romanzo dossiano e le

aumenta ancora di più se ci si concentra sulla sola Colonia felice. Leggerla

conquiste della psichiatria che avrebbero dovuto sconfessarlo seppero

assieme alle politiche penali e coloniali italiane non è un azzardo

insomma convivere a lungo, ben oltre l’approvazione del codice

ermeneutico, ma un fatto storico. Nella quarta edizione del romanzo

Zanardelli, mostrandosi in qualche caso particolarmente collaborative:

facevano il loro ingresso le nuove dottrine penal-positiviste; l’anno

trattando il tema della deportazione e del possibile impiego delle terre

successivo La Colonia felice (non ostante la Diffida) diveniva il progetto

coloniali italiane, il fondatore della «nuova scola penale» Enrico Ferri

(positivista) di una colonia penitenziaria eritrea; quattro anni più tardi, il

seppe riprendere – pur senza citarlo direttamente – la stessa

romanzo di Dossi faceva il suo ingresso nelle aule del Senato in cui si

rappresentazione del delinquente e le stesse misure correttive proposte

discuteva il progetto del nuovo codice penale («classico»). Si aggiunga

nel romanzo dossiano, saldando su di esse le nuove conquiste della

infine, dato a questo punto molto significativo, che se le terre delle

scienza positiva. Vale la pena, per concludere, di citare un ampio stralcio

colonie italiane nel corno d’Africa vennero chiamate «Eritrea», lo si deve

di questa Sociologia criminale, anche perché l’allievo del Lombroso non

proprio all’autore della Colonia felice : più di dieci anni dopo aver scritto

manca di citare alcuni padri della cultura umanistica occidentale a

quel romanzo «col quale vaticinava chiaramente all’Eritrea»23, fu infatti

sostegno delle sue tesi: non saranno, questa volta, i classici della

Carlo Dossi a coniare e suggerire a Francesco Crispi quel «nome

letteratura ad essere chiamati in causa, come già avvenuto in un altro

rubricante di una sperata porpora coloniale» 24, come alcune sue lettere

suo studio già citato, ma classici della filosofia come Platone, Aristotele

pubblicate di recente dimostrano ormai con certezza25.

e Plutarco. Come si vedrà, il loro utilizzo appare piuttosto estemporaneo

61


Quaderni della Ginestra

e frettoloso (come spesso già nel maestro Lombroso); ma rende (forse

Ma per noi italiani credo che si possa, purtroppo, fare una deporta-

proprio per questo) particolarmente evidente il portato politico

zione intema, mandando certe categorie di delinquenti a risanare i paesi

dell’operazione, che mirava ad incidere il più possibile nel processo di formazione della cultura nazionale – e che in qualche caso, come si è visto, non mancò di raggiungere il proprio obiettivo.

incolti per malaria. Se questa per essere domata esige un’ecatombe umana, molto meglio che sia di delinquenti anziché di onesti agricoltori. Un po’ meno di riguardi ai malfattori e un po’ più agli onesti contadini ed operai! E che i delinquenti divenuti pionieri di civiltà, si redimano colla morte di fronte all’umanità, ch’essi hanno così crudelmente offesa. La vera deportazione oltremarina, fino a pochi anni fa non era per

Deportazione, adunque, oppure reclusione perpetua indeterminata,

noi di pratica attuabilità […]. Ma dacchè l’Italia possiede la Colonia Eri-

come spiegherò or ora, per i più temibili delinquenti, incorreggibili, au-

trea, l’idea della deportazione ha preso vigore. Io stesso, nel maggio

tori di una qualche forma di criminalità atavica.

1890, proposi incidentalmente alla Camera dei deputati l’esperimento di

Sulla deportazione si è scritto molto, anche in Italia, massime alcuni

una colonia penale nei nostri possedimenti africani. […] Ad ogni modo,

anni fa, quando vi fu polemica vivace […]. Tuttavia nella deportazione

anche ammessa la deportazione dei delinquenti nati e incorreggibili, o

c’è un'anima di verità indiscutibile: che cioè quando essa sia perpetua e

all’interno od oltremare, rimane il problema della forma più adatta di lo-

quindi con minime probabilità di rimpatrio, è il mezzo migliore per

ro segregazione.

purgare la società da inquilini pericolosi e sollevarla dall' obbligo di

E si presenta allora, dapprima l’idea dello «stabilimento per incor-

mantenerli. Ma allora non può essere che la deportazione semplice, cio-

reggibili» […] perché si tratta di delinquenti pei quali non vi è speranza

è, come fece da principio l'Inghilterra, l'abbandono dei deportati in

di correzione. La natura congenita e la trasmissibilità ereditaria delle

un’isola o continente (con mezzi sufficienti per vivere lavorando) od

tendenze criminose in questi individui giustificano pienamente queste

anche il loro trasporto in paesi barbari, dove essi, che nei paesi civili so-

parole del Quetelet: «Le malattie morali sono come le malattie fisiche:

no semi-selvaggi, rappresenterebbero invece una mezza civiltà e per le

ve n’è di contagiose, ve n’è di epidemiche e ve n’è di ereditarie. Il vizio

stesse loro qualità organiche e psichiche mentre divengono grassatori

si trasmette in certe famiglie come la scrofola o la tisi». […] Così Aristo-

od assassini nei paesi civili, diverrebbero discreti capi tribù o militari nei

tele narra di un uomo, che accusato di aver battuto il padre, rispose:

paesi selvaggi, dove si trovano poi gente che non ricorre ai tribunali per

«Mio padre ha battuto mio avo; mio avo ha egualmente battuto mio bi-

rintuzzare le offese.

savo nel modo più crudele e voi vedete mio figlio: questo fanciullo non

62


Letteratura e filosofia

avrà ancora l’età di un uomo, che non mi risparmierà le sevizio e le percosse» (I). E Plutarco soggiunge: «I figli degli uomini viziosi e cattivi sono una derivazione della natura stessa dei loro padri» (II). Così ci spieghiamo la intuizione di Platone che, pure «ammettendo in principio che i figli niente dovessero soffrire pei delitti dei genitori, suppose però il caso in cui il padre, l’avo ed il bisavo fossero stati condannati a morte ed allora propose che i discendenti dovessero cacciarsi dallo stato, come appartenenti ad una razza incorreggibile» (III) 26.

ALESSIO BERRÈ

Cesare Lombroso, Genio e follia, Milano, Brigola, 1872; ora anche in Delia Frigessi, Ferruccio Giacannelli, Luisa Mangoni (a cura di), Cesare Lombroso, Delitto, genio, follia: scritti scelti, Torino, Bollati Boringhieri, 2000 2. 2 Enrico Ferri, I delinquenti nell’arte, Genova, Libreria editrice ligure, 1896. 3 Vedi Delia Frigessi, Cesare Lombroso, Torino, Einaudi 2003, pp. 327-352; Andrea Righini, Cose da pazzi: Cesare Lombroso e la letteratura, Pisa, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001; e ora Lucia Rodler, Introduzione, in Cesare Lombroso, L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie [1876], Bologna, Il Mulino, 2011. 4 Dante Isella, Note ai testi, in Carlo Dossi, Opere, Milano, Adelphi, 1995, p. 1458. 5 Ivi, p. 1459. 6 Vedi Francesco Lioce, Esperienza letteraria e ideologia politica: il caso Carlo Alberto Pisani Dossi (Da una lettera dell’inedita Vita di Carlo Dossi), in http://www.italianisti.it/FileServices/Lioce%20Francesco.pdf 7 Dante Isella, Note ai testi, cit., p. 1461. 8 Carlo Dossi, Opere, cit., p. 525. 9 Cesare Lombroso, L’uomo delinquente studiato in rapporto alla antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie, Milano, Hoepli, 1876. 1

63

Vedi Delia Frigessi, Un’amore corrisposto, in Id., Cesare Lombroso, Torino, Einaudi, 2003, pp. 327-352. 11 Ibidem. 12 Enrico Ferri, I nuovi orizzonti del diritto e della procedura penale, Bologna, Zanichelli, 1884. 13 Mario Da Passano, Echi parlamentari di una polemica scientifica (e accademica), «Materiali per una storia della cultura giuridica», XXXII, 1 (2002). 14 Vedi Mary Gibson, La criminologia prima e dopo Lombroso, in Silvano Montaldo e Paolo Tappero (a cura di), Cesare Lombroso cento anni dopo, Torino, Utet, 2009. 15 Mario Sbriccoli, Caratteri originari e tratti permanenti del sistema penale italiano, in Luciano Violante (a cura di), Storia d’Italia. 14. Legge Diritto e Giustizia, Torino, Einaudi, 1997, pp. 486-551. 16 Carlo Dossi, La Colonia felice, cit., p. 541. 17 Cesare Lombroso, Palimsesti dal carcere, Torino, Bocca, 1888, p.109. 18 Dante Isella, Note ai testi, cit., p. 1459. 19 Mario Sbriccoli, Caratteri originari e tratti permanenti, cit. 20 Francesco Lioce, Esperienza letteraria e ideologia politica: il caso Carlo Alberto Pisani Dossi (Da una lettera dell’inedita Vita di Carlo Dossi), cit. 21 Luisa Avellini, La critica e Dossi, Bologna, Cappelli, 1978. 22 Francesco Lioce, Esperienza letteraria e ideologia politica: il caso Carlo Alberto Pisani Dossi (Da una lettera dell’inedita Vita di Carlo Dossi), cit. 23 Gian Pietro Lucini, L’ora topica di Carlo Dossi, Varese, A. Nicola & C., 1911. 24 Ibidem. 25 Francesco Lioce, Flussi migratori e politica africana: alcune lettere di Pisani Dossi a Luigi Bodio, «Rassegna Storica del Risorgimento», a. XCV, Fasc. III, Luglio-Settembre 2008, pp. 379-406. 26 Enrico Ferri, Sociologia criminale, Torino, Bocca, 19004, pp. 886-889. (I) Aristotele, Etica, VII [NdA]. (II) Plutarco, Opere, cap. 19. E così Lucas, Traité physiologique et philosophique de l’éredité naturelle, Paris 1847, I, 480 e 499: […] Lombroso, L’uomo delinquent, II e III ediz [NdA]. (III) Carrara, Programma, § 647, nota [NdA]. 10


Didattica e filosofia

DALLA RELAZIONE TRA SOGGETTI ALL’INTERSOGGETTIVITÀ: UN PERCORSO DIDATTICO

G

non solo a Husserl, ma a tutta quella tradizione di pensiero che ha riflettuto su questo argomento, da Merleau-Ponty a Edith Stein, a Ricoeur, e che, pur declinandolo in termini molto diversi, ne

li argomenti didatticamente più efficaci sono quelli che

condividono l’assunto di base: la dimensione interelazionale della

sollecitano negli studenti l’interesse culturale e li stimolano allo

soggettività. Ne consegue che l’esperienza che noi facciamo degli altri

stesso tempo a riflettere sulla propria esperienza, contribuendo

non può essere intesa secondo il modello della conoscenza, che

in tal modo alla loro formazione. L’intersoggettività è certamente uno di

presuppone un soggetto isolato che si rapporta ad un altro soggetto

quelli che meglio risponde a questi obiettivi. Nondimeno risulta difficile

isolato; il secondo importante cambiamento di paradigma deriva infatti

trattarlo in modo incisivo, anche perché viene

tematizzato

dalla considerazione che gli altri non ci sono dati come oggetti che

espressamente solo a partire dal Novecento, e in particolare con

incontriamo cognitivamente. La possibilità di comprenderci dipende

Husserl, pensatore che solitamente si affronta verso la fine dell’ultimo

piuttosto dal fatto che viviamo in un mondo condiviso.

anno di studio della filosofia. Ma la difficoltà è soprattutto teoretica e

Il tema dell’intersoggettività ha una grande rilevanza nella

riguarda le grandi svolte del pensiero, di cui gli studenti devono

formazione degli studenti, perché li mette in grado di comprendere la

diventare

riferimento

cultura contemporanea e dunque di integrare i diversi saperi, in modo

particolarmente significativi: in primo luogo essi dovranno riflettere

specifico la filosofia con l’arte e la letteratura. Per favorirne una

sulla svolta più importante, vale a dire il passaggio dalla concezione di

comprensione efficace, è utile proporre un percorso che ricostruisca la

tipo “egologico” dell’ontologia moderna, per usare un’espressione di

riflessione filosofica sulla relazione tra i soggetti secondo le differenti

Levinas, che tende a ricondurre l’esperienza della realtà e dunque anche

modalità in cui è stata intesa dal pensiero antico e moderno fino al

degli altri soggetti alla coscienza dell’Io - esemplificata in modo

Novecento, con particolare riferimento alla Fenomenologia e alle più

emblematico dal Cogito cartesiano -, ad una concezione che riconosce

recenti ricerche delle neuroscienze. Ciò comporta naturalmente che il

il carattere originario e costitutivo della relazione con l’altro. Ci riferiamo

tema venga riferito a diversi contesti: da quello morale, che riguarda il

65

consapevoli

per

assumere

punti

di


Quaderni della Ginestra

nostro modo di comportarci con gli altri, a quello metafisico, che

quale subentrano poi forme di intersoggettività che si strutturano a

riguarda l’esistenza degli altri soggetti, a quello cognitivo, che concerne

livelli differenti, in particolare con la mediazione del linguaggio. E’

la nostra capacità di comprendere le loro emozioni e le loro azioni. In

significativo però il fatto che alla luce dell’empatia, parlare di un singolo

queste pagine intendiamo proporre una prima fase del percorso che

che si pone in rapporto agli altri è un’astrazione, non presentandosi mai

sviluppa le premesse e si conclude con il riconoscimento dell’altro nella

secondo Husserl alcun soggetto al di fuori del contesto relazionale.

filosofia hegeliana.

Il percorso su questo argomento non può naturalmente essere

Un percorso di questo genere richiede che si chiarisca prima di tutto che con l’espressione

si indica quell’aspetto

d’altro canto proprio l’approccio iniziale alla filosofia, e in particolare il

specifico della relazione tra i soggetti, che il filosofo Husserl ha posto in

suo statuto dialogico, può suggerire lo sviluppo del tema della relazione

evidenza nella sua indagine sull’Io trascendentale e sul suo rischio di

con l’altro in un percorso monografico che segue il programma, per così

caduta nel solipsismo. Nelle Idee per una fenomenologia pura e nelle

dire

Meditazioni

dalla

problematizzazione dell’intersoggettività può inoltre venire rinforzata

consapevolezza del nostro corpo come soggetto esperienziale. Il corpo

dal ricorso alla letteratura più recente; per esempio, uno dei libri più letti

vivo è il fondamento costitutivo di ogni percezione, inclusa quella

dai ragazzi in questo momento è Io e te di Niccolò Ammaniti (Einaudi

sociale: è il comune denominatore tra il nostro modo di intendere noi

2010), di cui è appena uscita la versione cinematografica di Bernardo

stessi nella relazione col mondo e quello di rapportarci agli altri. Il

Bertolucci: un adolescente chiuso e introverso, al punto da rinchiudersi

carattere incarnato della nostra soggettività è proprio anche delle altre

in una cantina pur di sottrarsi al confronto con gli altri - mostrandosi

soggettività. Sulla base di un processo analogico nasce dunque un

però agli occhi dei genitori simile a loro - , attraverso un’esperienza

sentire comune che diviene condivisione, a proposito del quale Husserl

drammatica si apre finalmente a una relazione che darà un impulso

parla di “enteropatia”, tradotto quasi sempre con empatia. Questa indica

decisivo al suo cambiamento. Anche l’impiego del linguaggio

senza dubbio uno stadio originario del fenomeno intersoggettivo, al

cinematografico può aiutare ad impostare il problema: in questo caso

cartesiane

“intersoggettività”

proposto in astratto, senza il riferimento ad una situazione problematica;

egli

fa

dipendere

l’intersoggettività

istituzionale,

dell’insegnamento

della

filosofia.

La

66


Didattica e filosofia

suggeriamo la visione di alcune sequenze di un film meno recente, Il gusto degli altri di Agnès Jaoui (Francia 2000), in cui una serie di personaggi intrecciano relazioni difficili di cui si intuisce in molti casi l’inautenticità. Nello sviluppo del film però capita inaspettatamente ad un personaggio di provare la motivazione a scoprire l’altro, a conoscerlo nella sua diversità. Così, nel contesto di relazioni che si adattano al “gusto degli altri”, si delinea un modo nuovo di rapportarsi, improntato allo scambio e all’interazione. Ciò offre l’occasione per introdurre l’opposizione di relazione autentica e relazione inautentica, di matrice heideggeriana, che può fornire agli studenti una chiave di lettura per fare ordine nella complessità del discorso. La relazione con gli altri può essere affrontata inizialmente come

LAVAPIÉS , MADRID, 2011 X

problema etico, certamente più vicino al patrimonio esistenziale degli

caratterizzare le relazioni: il carattere disinteressato, la reciprocità e la

studenti e di più facile approccio nello studio della filosofia antica.

condivisione, che permettono di cogliere nell’amicizia finalizzata al bene

Come primo momento del percorso proponiamo la trattazione

dell’altro un modello di rapporto con l’altro duraturo e fecondo.

aristotelica dell’amicizia. La classificazione delle diverse forme di

Un nodo problematico che gli studenti sanno far emergere

amicizia proposta da Aristotele nell’Etica Nicomachea prevede, come è

suggerisce un ulteriore sviluppo: non persuade infatti come una

noto, la distinzione tra l’amicizia finalizzata all’utile, quella finalizzata al

relazione per essere autentica debba essere assolutamente disinteressata,

piacere e infine l’amicizia finalizzata al bene dell’altro. Al di là

dato che pare lecito nutrire un interesse, un’aspettativa verso l’altro,

dell’intento sistematico, perseguito dal filosofo, riteniamo di particolare

quando lo si considera un amico. La lettura di alcuni frammenti di

interesse ai fini del nostro discorso l’indicazione di parametri per

Epicuro può essere utile a chiarire e completare il discorso: sebbene

67


Quaderni della Ginestra

l’amicizia non abbia nulla a che fare con la ricerca dell’utile, è comunque

tale è ai nostri occhi gratuito, senza motivo.

alimentata da un interesse, senza il quale non potrebbe sussistere alcuna

Non meno interessante risulta mettere in evidenza il silenzio del

relazione, e contempla naturalmente anche la fiducia in un aiuto nei

pensiero moderno riguardo la relazione con l’altro e guidare quindi gli

momenti di maggiore difficoltà.

studenti a indagarne la ragione. In questa prospettiva, l’attività didattica

Disinteresse e reciprocità ritornano come componenti essenziali della

sarà finalizzata principalmente a rilevare come, a partire da Cartesio e

benevolenza agostiniana, che è accompagnata da carità e fratellanza.

almeno fino a Kant, il soggetto costituisca l’asse centrale della filosofia,

Tutti elementi che concorrono a caratterizzare la relazione con l’altro

nonché l’orizzonte trascendentale nel quale si dà accesso alla verità

nei termini della misericordia, che l’uomo impara ad esercitare da Dio,

Nella filosofia di Kant il tema della relazione è affrontato in ambito

un sentimento di portata universale che vede nell’altro ‘il prossimo’ e

etico, nella Metafisica dei costumi, dove dall’indagine fondativa dell’agire

che si realizza a pieno solo nella condivisione della fede. La relazione

morale si passa a esaminare l’applicazione della legge morale ai

assume in primo luogo una direzione verticale - l’altro come Altro

comportamenti

rispetto all’uomo -, per poi consentire un modo nuovo di pensare la

fondamentali

relazione orizzontale con i propri simili, che si sostanzia di mutua caritas

complementari: il rispetto e l’amore. Il rispetto è la massima che ci

per cui ogni uomo, sia questi uno sconosciuto o addirittura un nemico,

impegna a riconoscere la dignità dell’umanità in noi stessi e negli altri.

diventa ‘prossimo’. Il mutamento di prospettiva non potrebbe essere più

Come tale lo dobbiamo universalmente a tutti a prescindere dai meriti.

radicale rispetto alla concezione greca per la quale non solo l’eros

Tanto il primo rientra nella sfera del dovere ed è universalmente

platonico ma, come abbiamo visto, anche l’amicizia aristotelica si

fondato, quanto il secondo non può essere comandato, né riguardare

rivolgono a chi è riconosciuto come meritevole, come capace di

tutti. L’amore naturalmente rifugge universalità e astrazione, sa parlare

incarnare un valore che condividiamo e apprezziamo. Al contrario,

solo il linguaggio della relazione tra singoli, ciascuno dei quali vede

l’agape cristiana è spontanea; non riguarda i buoni e i meritevoli, ma

nell’altro un’individualità insostituibile. La complementarietà tra amore e

tutti. E’ un sentimento che deriva dall’amore di Dio per l’uomo e come

rispetto delinea una relazione equilibrata tra attrazione e presa di

concreti. modalità

Qui di

il

filosofo

relazione

con

approfondisce l’altro,

parallele

due e

68


Didattica e filosofia

distanza che crea lo spazio intersoggettivo del dialogo e dello scambio.

questo si attivi, vi è infatti in ciascuna autocoscienza la pretesa di essere

Nella prospettiva kantiana tuttavia la modalità fondamentale di

unica. Rispetto alle modalità prese in considerazione finora dell’amicizia,

relazione con se stessi e con gli altri è il rispetto; esso esprime il

dell’amore o del rispetto, la dialettica servo-padrone insegna che

riconoscimento di un’autorità indipendente, rintracciata nella libertà di

incontrare un altro individuo con la pretesa di conoscere il mondo,

volere che consente a ciascuno di costituirsi come persona. La relazione

soprattutto con lo stesso potere di libertà, apre uno scenario per nulla

tra i soggetti viene intesa perciò sul modello del “regno dei fini” come

conciliante, anzi nettamente conflittuale. Il riconoscimento reciproco

comunità ideale di carattere regolativo che raccoglie tutti gli esseri capaci

perciò, per quanto sia un’esperienza vitale, risulta tutt’altro che

di agire moralmente in quanto depositari di una ragione universale, che

rassicurante. La lotta si risolve positivamente quando il riconoscimento

accomuna, conciliando le differenze. Sia in ambito etico che

si compie con l’inclusione dell’altro nella relazione e non con la sua

cosmopolitico, il filosofo di Königsberg

delinea il pluralismo dei

esclusione. Superata la conflittualità, che appartiene ancora allo stato di

soggetti sullo sfondo di un’idea normativa di umanità che risponde

natura, la dinamica del riconoscimento tra individui liberi è affidata da

all’esigenza di individuare un valore incondizionato, alla luce del quale i

Hegel al linguaggio e alla dimensione dialogica dell’intersoggettività.

progetti individuali, in termini kantiani “i fini di ciascuno”, trovano la

Il tema hegeliano del riconoscimento è un punto di riferimento con

loro condizione di validità nell’unico “fine in sé” che possiamo

cui le riflessioni sull’intersoggettività si sono costantemente confrontate.

universalmente accogliere.

In

particolare,

l’eredità

hegeliana

raccolta

sia

dai

pensatori

L’idea del riconoscimento dell’altro in quanto tale invece viene

immediatamente successivi sia da quelli del Novecento, riguarda la

tematizzata dal pensiero hegeliano, in particolare nella celebre dialettica

possibilità di pensare l’intersoggettività come un’esperienza originaria

servo-padrone della Fenomenologia dello Spirito, che rappresenta un

anche rispetto alla stessa soggettività.

momento di svolta decisivo del nostro percorso perché mette in discussione il carattere originario dell’autocoscienza, che presuppone come sua condizione proprio il riconoscimento dell’altro. Prima che 69

MARINA SAVI


Libri in discussione

REALMENTE LIBERI, REALMENTE RIVOLUZIONARI

D

qualitativamente determinabili, e dunque è la sua prospettiva – o interpretazione – finita a imporsi, non uno sguardo panoramico su

ella realtà, l’ultimo libro di Gianni Vattimo edito da Garzanti,

presunti fatti o su altre interpretazioni. Si tratterebbe, infatti, di una

riproduce le peculiari movenze speculative del ‘pensiero debole’

generalizzazione al di sopra dell’interpretante che Vattimo considera

attraverso due momenti accademici: i corsi di Lovanio (1998), tenuti

inaccettabile anche per il sapere scientifico. Il che, è evidente, finisce per

all’ombra dell’allora recente riconoscimento degli esiti nichilistici

mettere in crisi il paradigma corrispondentista della verità. L’adaequatio

dell’ermeneutica, e le prestigiose Gifford Lectures di Glasgow (2010),

rei et intellectus viene respinta perché, come si desume dalle premesse, «la

cornice di un confronto serrato con il ‘nuovo realismo’. La continuità

realtà ‘stessa’ non parla da sé, ha bisogno di portavoce – cioè, appunto,

tra le due sezioni dell’opera, integrate da una terza con finalità di

di interpreti motivati, che decidono come rappresentare su una mappa

approfondimento, deriva dal tema ricorrente del bisogno di realtà

un territorio a cui hanno avuto accesso attraverso mappe più antiche ».

contrapposto al nichilismo prospettivistico di Nietzsche, ovvero all’e-

Al contempo si incrina il mito dell’oggettività, di una datità estranea e

nunciazione della tesi che nega l’esistenza dei fatti a favore delle

indifferente che invece, secondo l’autore, soggiace costantemente a

interpretazioni e, al contempo, attribuisce a se stessa una natura

interpretazione ed è perciò differente a seconda della mappatura, per

interpretativa. Assumere che vi sia un’unica realtà, e che la dimensione

tornare all’immagine sopra evocata, del soggetto interessato. Una

fattuale sia ontologicamente consistente e implichi una precisa nozione

mappatura storica la cui limitatezza prospettica, è bene precisare, non va

di ordine, appare un’esigenza «nevrotica» e inconciliabile con

dissociata dall’idea heideggeriana, pienamente recuperata da Vattimo, del

l’umanesimo vattimiano che, dalla metafisica obiettivistica, sposta il

nascondimento dell’Essere, di quel suo costitutivo rifiuto a rendersi

fuoco sull’interpretante, sulla sua profondità storica, sul soggetto

completamente disponibile in forme oggettivate e definitive.

heideggerianamente ‘interessato’ al commercio con il mondo.

Rivelato nella sua infondatezza mediante gli argomenti appena

Sottratto a una neutralità desoggettivante, l’uomo è un «punto di

esposti, il bisogno di realtà viene in un secondo tempo contrapposto al

vista finito e parziale» sulle cose, intreccia con esse rapporti

bisogno di libertà, declinabile sul piano epistemologico, estetico e

71


Quaderni della Ginestra

cambiamento. Essere liberi, al contrario, « essere antirealisti » , come scrive Vattimo, « è oggi forse l’unico modo di essere, ancora, ‘rivoluzionari’» , e questo non perché, rinviando allo sfociare dell’ermeneutica nel nichilismo, si sia abdicato a qualunque criterio di verità, bensì perché tali criteri sono stati sottratti all’estraneità della metafisica e interiorizzati nella storicità del soggetto; sono stati resi dinamici e malleabili, retorici, frutto di una condivisione in divenire e a tratti conflittuale, non di un adeguamento chiuso e prestabilito. La filosofia radicalmente depurata della metafisica, in sintesi, è quella che « ha preso congedo da una concezione rigidamente oggettivistica della

verità, legandola invece sempre più esplicitamente al consenso di comunità che condividono paradigmi, tradizioni, anche pregiudizi, ma SALSEDINE, AUSTRALIA, 2011

che sono consapevoli della loro storicità» .

politico. Il realismo descrittivo e rispecchiante, al riguardo, si pone agli

Si tratta di una filosofia ‘cristianizzatasi’, ossia discesa per effetto di

antipodi di una filosofia interessata (secondo il significato di ‘tesa a’, non

kénosis nell’umano perdendo la connotazione di ricerca impersonale di

indifferente) e progettuale quale Vattimo intende proporre. Se da un

una verità somma; essa altresì è, quasi per vocazione, apertura caritativa,

lato, infatti, detto realismo accoglie e legittima un ordine prestabilito, e

cura verso l’altro. Se quindi la verità non precede ma segue l’accordo

cioè «l’universo della organizzazione totale» , dall’altro proprio per

intersoggettivo su di essa, senza eccezione per l’episteme della scienza,

questo è associabile alla condanna della metafisica come atto di

anche un absolutus tradizionale come il concetto di male è destinato a

violenza, di prevaricazione che cristallizza il pluralismo, spegne qualsiasi

cadere sotto i colpi della decostruzione della metafisica, in quanto

fermento rivoluzionario ed estingue la scintilla di ogni speranza di

quest’ultima, secondo Vattimo, è il male: « È male il dominio scatenato 72


Libri in discussione

della oggettività misurabile, l’ansia di non perdere questo dominio, in

prese di posizione siano entrambe pseudo-radicalizzazioni, e che la

tutti i molteplici sensi in cui ne facciamo esperienza, dalla pretesa di non

fiducia nella ragione debba evitare di trasformarsi in idolatria attraverso

perdere la prestanza fisica, che ci consente di sedurre, godere, prevalere

un equilibrio virtuoso tra fatti e interpretazioni: semplicemente,

sugli altri, alla volontà di potenza dei grandi soggetti storici, alle

risponderebbe Vattimo a una tale obiezione che chiude il volume del

molteplici forme in cui si dispiega il principio di prestazione a tutti i

dialogo con Girard, anche questa è un’interpretazione.

livelli della nostra esistenza» . Ed è precisamente questa la nota caratterizzante della filosofia di

GIACOMO MIRANDA

Vattimo quale emerge dal testo: un ricentramento dello sguardo sul soggetto e sull’Essere, un invito al recupero dell’autenticità dell’uomo quale essere interpretante chiamato, proprio in forza di questo statuto, ad un esercizio di responsabilità verso i suoi simili e verso il mondo in cui vive. Il percorso che in Della realtà giunge a siffatto esito è consapevolmente un’interpretazione, nella quale Nietzsche, l’Heidegger di Sein und Zeit e della controversa adesione al nazismo, Adorno, Dewey, Tarski, Feyerabend e Rorty mescolano le loro voci generando risonanze originali, non di rado meritevoli di essere discusse. Tuttavia l’alone interpretativo che si estende sul testo, certamente pregevole per gli scorci di dibattito che ancora può dischiudere, non può essere dissolto, per esempio, invocando alla maniera girardiana un compromesso che invalidi tanto un atteggiamento di mitizzazione del fatto quanto la struttura portante del ‘pensiero debole’. Ammettiamo pure che queste

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G. Vattimo, Della realtà, Garzanti, Milano 2012, pp. 231, € 18.


Quaderni della Ginestra

LA PESTE TRA COLPA E DESTINO

rapimento del sacerdote Criseide). Se la peste è cosa di natura, la sua virulenza straordinaria che rende impensabile il senso stesso del suo

C

he cos'è la peste? E qual è il senso della vita umana di fronte a

catastrofismo (come può esistere qualcosa di così orrorifico?), vuol dire

essa? Che senso ha, in altre parole vivere in un mondo in cui

che la natura, da sola, non basta a spiegarla. Essa è, in sensu stricto, il male

incombe la peste? Si interroga su queste (e su altre) domande Sergio

o, meglio, lo sfondo del Male in cui si staglia l'esistenza stessa dell'uomo.

Givone ne La metafisica della peste: colpa e destino. Partendo dalla questione

Che la peste non sia solo peste ma sia il Male è facile a capirsi: essa reca,

ontologica della peste (che cosa è la peste) l'autore cerca di andare al

ovunque

cuore della riflessione mettendo in luce quanto il terribile flagello viva e

immotivatamente. Uccide i giusti quanto gli ingiusti. La sua “condotta”

si rifletta all'interno di una profonda dualità e, di conseguenza,

non segue un senso, un disegno. La peste non ha senso. Certo, si dirà

ambiguità: essa, la peste, è, allo stesso tempo, immanente e trascendente.

che è solo un virus, un fatto di natura. Eppure la sua portata risulta

É immanente in quanto fatto di natura: è un'infezione del corpo, una

troppo grandiosa per risolversi in una chiave naturalistica, tanto da

malattia, sia pure la più virulenta, ma non altro. Ma ha anche un lato

domandarsi, in forma traslata, “Se Dio esiste, perché la peste?”.

scoppia,

dolore

morte

e

desolazione.

Si

abbatte

trascendente, perché nell'eccedenza della sua portata, nello sterminio

Si scopre allora che tutta la riflessione di Givone sulla peste non è

straordinario che compie, riaccende nell'uomo domande sul destino, il

altro che un pretesto per parlare dell'uomo e del senso della sua vita di

fato e la colpa.

fronte al male e a una morte incolpevole e incombente. Non già la

La peste reca in sé, qualcosa di fatale: è nella natura ma sembra

peste, il morbo-peste, la malattia dei ratti, ma il male che affligge l'uomo,

incombere esternamente (trascendenza) sul mondo come vendetta per

il male verso l'uomo e il male dell'uomo, il destino che si abbatte

una colpa da espiare per mezzo della morte. Come non vedere allora

immotivatamente nell'uomo e la colpa che ogni uomo porta in sé in

nella peste il senso di una colpa, una tanatodicea? La peste come vendetta

quanto peste, in quanto male di cui ognuno fa le veci. Responsabilità

divina causata da un'offesa da redimere, come le frecce avvelenate che il

verso il destino direbbero i drammaturghi greci, peccato originale i

dio Apollo lancia nel campo degli Achei per punire una profanazione (il

cristiani. Destino ed elezione direbbero i primi, caduta e salvezza i 74


Libri in discussione

secondi. Non dunque meditatio pestis, meditatio naturae,

vivi, è questa la nostra colpa» (Jaspers).

quanto meditatio mortis, meditatio mali, meditatio hominis. Perché la peste,

Colpa incolpevole dunque, colpa di destino, ciò non di meno colpa.

prima di essere un fatto di natura, ordinario o straordinario che sia, è un

Perché il destino e la colpa lungi dall'escludersi a vicenda in realtà

fatto umano, troppo umano. Basti leggere per capirlo Lucrezio, Boccaccio,

cadono insieme. E se questa colpa, e se questo destino, in quanto banali

Berni, Leopardi, Manzoni, ma anche gli stranieri Defoe, Blake, Poe,

risultano senza senso, non sarà allora una metafisica della peste a dirci

Dostoevskij, Camus, tutti autori che Givone prende in prestito per

che forse la stessa insensatezza è, in ultima analisi, il senso dell'essere?

parlare di quanto il senso, o i diversi sensi, della vita umana, ruotino intorno al fatto più spiacevole della vita stessa: il male, la morte. Perché

DANIELE FOTI

non c'è vita e non c'è significato che non parta partendo dal male. Curioso fatto: «non mortis, sed vitae meditatio», direbbe Spinoza. Ecco allora la peste parlare della caduta nella barbarie (Cormac Mc Carthy), ma anche della possibilità di resistere al male attraverso una nuova etica (Camus); parlare del male come entità psichica, spirituale, quasi una colpa essenziale alla vita (Artaud), ma anche come strumento di misericordia divina (Manzoni); come un fatto che riduce l'umanità allo stato di natura capace, allo stesso, tempo di aprire alla solidarietà umana (Leopardi); la peste che tutto appesta, persino il linguaggio preparando l'avvento di Hitler e del nazismo (Kemplerer). E se quest'ultimo male, banale o, meglio, banalissimo, si è abbattuto sull'Europa come un orribile destino, non di meno si è potuto parlare di una colpa di cui l'umanità intera si trova responsabile e che va affermando: «noi siamo

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Sergio Givone, Metafisica della peste: colpa e destino, Einaudi, Torino 2012, pp. 206, € 22


Quaderni della Ginestra

SENTIRE E CONOSCERE: L’UOMO, “ CREATURA EMOTIVA”

S

ebbene inizialmente concepito come traduzione inglese de Qu’est-ce qu’une emotion, breve saggio introduttivo sulla natura dell’emozione

apparso presso Vrin nel 2008, il testo di Deonna e Teroni in esame si presenta essenzialmente come un testo nuovo: ampliato e modificato rispetto all’originale, intende offrire un’introduzione alla filosofia delle

emozioni in una prosa estremamente chiara e scorrevole. Ma in che senso l’emozione può diventare oggetto di una riflessione filosofica? Per Deonna e Teroni si tratta innanzitutto di chiarire cosa si debba intendere per ‘emozione’, per poi proporre una teoria originale che renda giustizia al ruolo fondamentale delle emozioni nel nostro valutare quotidiano. I primi due capitoli del testo sono dedicati a rispondere alla domanda: cos’è un’emozione? Sono presentate e valutate le principali teorie sulla natura delle emozioni, di cui sono esposti pregi e difficoltà. È possibile individuare tre caratteristiche essenziali delle emozioni: hanno una certa fenomenologia, sono legate cioè a un ‘sentire’ corporeo; sono dirette verso un oggetto – godono di intenzionalità; sono soggette a standard di correttezza (le emozioni possono essere appropriate o inappropriate) e a standard epistemologici (le emozioni possono essere giustificate o non-giustificate). Nel primo capitolo, in particolare, l’emozione è distinta da altre tipologie di fenomeno affettivo, come desideri e stati d’animo [moods]. Desideri ed emozioni si differenziano per ‘direzione di adattamento’: mentre l’emozione ha una direzione mente-mondo, è cioè giustificata nel momento in cui un oggetto istanzia effettivamente la qualità presentata dall’emozione – per

LE PORTE DELL’EDEN, AUSTRALIA, 2011

esempio, la mia paura risulta legittima se l’oggetto nel mondo è di fatto

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Libri in discussione

‘pericoloso’ –, il desiderio ha invece una direzione mondo-mente, ossia

chiaramente estranei alla formulazione di giudizi? La sovrapposizione di

tende a modificare il mondo per renderlo conforme alle aspirazioni

emozione e giudizio elimina erroneamente il versante fenomenologico,

dell’individuo. Infine, diversamente dall’emozione, uno stato d’animo

del ‘provare’ fisicamente l’emozione, del ‘sentirla’ a prescindere dal

(come ‘scontroso’) non è affatto intenzionale, non riferendosi ad alcun

nostro padroneggiare concetti. D’altro canto, gli autori prendono

oggetto specifico. Una volta differenziata l’emozione da altri fenomeni

ugualmente le distanze da teorie che disconoscono la funzione

affettivi, gli autori difendono, nel secondo capitolo, l’unità della

informativa dell’emozione (il suo essere diretta verso un certo oggetto),

categoria di ‘emozione’, mettendo in luce la dipendenza di ogni

e che si concentrano esclusivamente sul coinvolgimento corporeo che

emozione, anche le più complesse (il senso di colpa, per esempio) da

l’emozione implica, o definiscono le emozioni in termini di percezione

stati cognitivi di base.

di proprietà valutative. Nel sesto capitolo, inoltre, si evidenzia la natura

Tra il terzo e il sesto capitolo vengono analizzate le principali

fuorviante

dell’analogia

tra

percezione

ed

emozione,

la

cui

posizioni contemporanee sulla natura delle emozioni. Nel terzo capitolo

interpretazione in senso letterale è evidentemente esclusa dall’assenza di

viene confutata la teoria secondo cui le emozioni sono combinazioni di

specifici ‘organi dell’emozione’ che svolgano una funzione analoga a

desideri e stati cognitivi, e si difende la connessione tra emozione e

quella svolta dagli organi di senso in campo percettivo. Gli autori

valutazione. Nel quarto e nel quinto capitolo viene invece

delineano quindi la propria proposta di una teoria ‘attitudinale’ delle

problematizzata la connessione tra provare un’emozione e attribuire una

emozioni, in cui trovano conciliazione la funzione informativa

certa proprietà valutativa a un oggetto, confrontando le opzioni realista-

dell’emozione, il suo dirigersi verso un oggetto, e il versante

oggettivista e disposizionalistico-soggettivista sul valore. Nel quinto

fenomenologico di un coinvolgimento corporeo. L’emozione è definita

capitolo, in particolare, si confuta la ‘teoria del giudizio valutativo’,

come «attitudine verso un oggetto, appropriata quando l’oggetto

secondo cui le emozioni vanno ridotte ai giudizi valutativi su cui si

esemplifica una certa proprietà valutativa», dove per ‘attitudine’ si

fondano. Ma se emozione e credenza/stato cognitivo coincidono, come

intende la reazione del nostro corpo di fronte a un determinato oggetto

spiegare che si possano attribuire emozioni anche a bambini e animali,

e alle sue proprietà.

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Quaderni della Ginestra

Negli ultimi tre capitoli, infine, si approfondisce la questione della giustificazione di un’emozione, indagando a quali condizioni essa possa essere dichiarata ‘giustificata’ e sottolineando l’importanza degli stati cognitivi di base. Si ritorna quindi sul rapporto tra emozioni, sentimenti, stati d’animo e desideri, evidenziando il ruolo fondamentale dell’emozione nel nostro quotidiano acquisire conoscenza del valore. Pur presentato come introduzione alla filosofia delle emozioni, il testo di Deonna e Teroni va al di là della semplice illustrazione del dibattito contemporaneo sulla nozione di emozione: gli autori prendono esplicitamente posizione contro o a favore delle teorie esposte, avanzando una teoria originale sulla natura dell’emozione. Altro importante pregio del testo è il suo non limitarsi all’analisi della sola nozione di emozione, dando conto della complessità della vita affettiva, costituita anche da stati d’animo, desideri e sentimenti. Particolarmente utile per ottenere una visione d’insieme dello stato attuale del dibattito sull’emozione, il testo in esame vi contribuisce in modo del tutto originale.

CRISTINA TRAVANINI J.A. Deonna, F. Teroni, The Emotions. A philosophical introduction, Routledge, London-New York 2012, pp. xiii+137, € 22

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