Schio Mese
Periodico di informazione dell’Alto Vicentino anno XV n. 142 - marzo 2026
Un “patto” contro l’emergenza casa - p.6 ◆ E io mi faccio l’orto sociale - p.10

“Non vedo l’ora
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Periodico di informazione dell’Alto Vicentino anno XV n. 142 - marzo 2026
Un “patto” contro l’emergenza casa - p.6 ◆ E io mi faccio l’orto sociale - p.10

“Non vedo l’ora
Cristina Marigo parla a ruota libera dopo gli ultimi mesi trascorsi sulla graticola, tra le polemiche per il recesso del Comune di Schio da Ava/ViAmbiente e quelle per lo “strappo” di Valter Orsi con il rischio che l’amministrazione cadesse per mancanza di numeri.

DStefano Tomasoni
opo la notizia, peraltro attesa, che la Sovrintendenza ha definitivamente bocciato l’ipotesi di trasferire la statua del Tessitore al centro della fontana di piazza Statuto, un lettore affezionato ci ha scritto avanzando un’idea che vuol essere più che altro un divertissement per “tagliare l’aria” in questo periodo gramo che ci vede tutti incupiti tra guerre, soprusi globali e dittatori impuniti a braccetto con dottori Stranamore col ciuffo.
Dice il lettore: perché non lanciare su SchioMese un sondaggio per saggiare quale monumento gli scledensi piazzerebbero in mezzo a questa benedetta fontana ancora incompleta? E propone pure delle possibili candidature, il lettore, pescando tra alcuni dei monumenti esistenti in città: dal monumento ai fratelli Pasini in piazzetta IV Novembre (ne abbiamo già parlato tempo fa) a quello di Rossi al quadrivio di Sant’Antonio, dalla “porta della luce” di piazza Falcone Borsellino al monumento ai carabinieri, per finire con l’installazione dedicata al dirigibile del conte a SS.Trinità. Nel ringraziare dello spunto, abbiamo risposto all’affezionato lettore che ci avrem-
SchioMese
Supplemento mensile di Lira&Lira
Direttore
Stefano Tomasoni
Redazione
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Camilla Mantella
Grafica e impaginazione
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Per inviare testi e foto: schiothienemese@gmail.com
Per le inserzioni pubblicitarie
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mo pensato, resi perplessi però dal fatto che quando già in passato avevamo timidamente provato una pratica del genere chiedendo un feedback su alcuni temi di attualità locale era seguito un deserto di risposte. Non per mancanza di lettori (almeno speriamo), ma perché ormai quasi nessuno si prende la briga di scrivere quattro righe a un giornale, soprattutto se esce dopo settimane: adesso si fa tutto subito sui social, una battuta e via che si passa ad altro. C’è un altro motivo di fondo, però, che rende poco utile un sondaggio del genere, ed è che quasi nessun monumento oggi presente in città otterrebbe il nulla osta al trasferimento da parte della rigorosa Sovrintendenza. Quello dei carabinieri magari sì, ma onestamente è meglio non portarlo in piazza, già mette ansia là dove si trova, che sembra rappresentare due soldati stremati durante la ritirata di Russia.Anche il monumento al dirigibile alla rotonda di via dei Boldù sarebbe trasferibile, certo, e infatti quella è la soluzione che noi abbiamo caldeggiato mesi fa, ritenendola la più adatta e la più “a costo zero” a voler pescare tra i monumenti già esistenti: non è vincolato, è dedicato a una delle pagine più gloriose della storia scledense, ha una sua plasticità, dov’è ora è sprecato e infine sembra poter essere inscrivibile nel rettangolo al centro della fontana (che forse soltanto adesso ci si sta rendendo conto di aver progettato troppo piccolo).
Per quanto ci riguarda, abbiamo già avuto modo di sostenere la soluzione di un’opera scultorea contemporanea per piazza Statuto, perché quello spazio rimasto alla funzione di parcheggio e con intorno edifici non propriamente indimenticabili ha

bisogno di un “colpo di vita”, di innovazione e di freschezza, non di un’opera statica e ieratica ottocentesca. Adesso la stessa Sovrintendenza, nel bocciare il trasferimento dell’Omo, si è espressa in questa direzione, suggerendo di scegliere per piazza Statuto un’opera realizzata ad hoc. Evviva. Fosse per chi scrive, dunque, a non voler spendere un euro sarebbe pronta all’uso l’installazione della rotonda di via dei Boldù, mentre a voler commissionare un monumento ad hoc la strada potrebbe essere quella di un’opera sulla scia della sfera di metallo ora posata al centro della rotatoria “centro del mondo” a Giavenale, davanti a “Beppino”. Oddio, quella palla sembra un inquietante ordigno atomico più che una rappresentazione del globo terrestre, però il senso c’è: un’installazione sferoidale darebbe al rigoroso rettangolone della piazza una diversa armonia di forme e di proporzioni e si inserirebbe bene anche nella circolarità dell’anello della fontana.
Quel che ci sentiamo di dire, in tutti i casi, è che una decisione andrebbe presa. È vero che non è una questione di vita o di morte e che ci sono altre priorità, ma qui si tratta di completare un intervento che avrebbe dovuto già essere chiuso da un po’. Adesso abbiamo una fontana con una serie di sbitti – tra l’altro chiusi per tutto l’inverno per evitare rotture da congelamento dei tubi – e un anello di marmo che ha già preso la funzione di panchina a tutte le ore del giorno. Servono una fontana che funzioni e un monumento decoroso. (A proposito, se qualcuno vuole cogliere il suggerimento del lettore e dire la sua, ben venga). ◆

Cristina Marigo parla a ruota libera dopo gli ultimi mesi trascorsi sulla graticola, tra le polemiche per il recesso del Comune di Schio da Ava/ ViAmbiente e quelle per lo “strappo” di Valter Orsi con il rischio che l’amministrazione cadesse per mancanza di numeri.
NStefano Tomasoni
on sono ancora passati due anni da quando Cristina Marigo veste la fascia tricolore, eppure sembra che ne siano passati almeno il doppio, visto tutto quel che è capitato negli ultimi mesi sulla scena politica scledense. Roba che la giunta è ancora in piedi quasi per miracolo. O meglio, per grazie ricevuta, visto che a un certo punto – nel pieno dell’impasse per l’elezione del nuovo presidente del consiglio comunale - il centrosinistra ha “salvato” l’amministrazione nel momento in cui l’opposizione avrebbe avuto la possibilità di far mancare i numeri alla maggioranza sulla surroga dei tre consiglieri che si erano da poco dimessi, Orsi, Carpi e Spinato.
In meno di due anni se ne sono viste a sufficienza anche per i prossimi tre, quindi vien da pensare che da qui alla fine del mandato la strada, per Marigo e la sua giunta, debba ormai essere in discesa. Se i problemi non fossero superati, l’interessa-
ta farebbe bene ad andare a Monte Berico, o da Madre Bakhita che è più vicina, a far benedire la fascia tricolore.
Una famosa battuta del film Frankenstein junior dice “potrebbe essere peggio, potrebbe piovere”. Qui cos’è che potrebbe andare peggio? (ride) “Potrebbero arrivare gli alieni, ci manca solo quello… È stato un anno molto impegnativo, sicuramente anche un periodo di passaggio, in qualche misura di rinnovamento. Ma non lo leggo male: è stato un periodo difficile, in cui siamo stati a rischio, questo sicuramente, però ora c’è la possibilità di rilanciare il lavoro fin qui fatto, con trasparenza e con chiarezza. I nuovi consiglieri comunali entrati al posto dei dimissionari sono persone in linea con il mio pensiero e con il nostro progetto, ci sono tutte le premesse per lavorare bene”.
Sì, però, mettiamo in linea i segnali di questo periodo: Orsi che un po’ alla volta si allontana e alla fine strappa e lascia il consiglio; Anna Nardi che esce dalla maggioranza e va al gruppo misto; l’assessore Munarini convinto che la
prossima amministrazione non potrà più essere civica perché è tempo di un ritorno all’orientamento politico; da ultimo i due consiglieri più giovani, Ziggiotti e Anesi, che si mostrano sui social spalla a spalla con il consigliere regionale di Forza Italia Maltauro e sembrano strizzare l’occhio a quel partito… Non è che questo vostro progetto sta perdendo un pezzo alla volta?
“No, casomai sta perdendo i pezzi di chi non crede nel progetto, questo sì, e va bene anche così: è bene che chi non si sente in linea con il mio progetto di civicità e con il mio modo di gestire l’attività amministrativa, ne esca. Ma il fatto che i due consiglieri giovani facciano i loro percorsi non esclude il fatto che siano comunque all’interno della nostra compagine in maniera assolutamente impegnata, entusiasti, lavorando sodo. Sono ragazzi molto attivi che hanno voglia di far parte di questo mondo, ma non c’è un tema di riposizionamento o di allontanamento del progetto che riguarda Schio”.
Ma da un punto di vista politico non teme, a un certo punto, di trovarsi con le fondamenta minate?
“No, assolutamente no. Anche perché quello che stiamo costruendo insieme è qualcosa che ci lega di più di qualsiasi altra cosa. Quando si lavora per la città il coinvolgimento è totale. Sono molto serena su questo”.
“Io non ho la smania del potere, non ho l’ambizione di essere il sindaco. È un onore e una responsabilità, ma nessuno di noi è indispensabile. Se si tratta di essere a servizio della città, lo sono più che volentieri, in tutti modi possibili. Non vedo l’ora di entrare in qualche associazione di volontariato. Non ho la smania di essere davanti a tutti”.
Eppure anche fra chi le è vicino c’è chi pensa che il civismo a Schio non abbia più un futuro lungo davanti a sé e che fra tre anni non ci sarà più spazio per questo progetto.
“Bisognerà vedere cosa ne pensano gli elettori. Io non credo che siano molto soddisfatti di questo avvicinarsi ai partiti politici a seconda del bisogno. I nostri cittadini non sono stupidi, non gli dai a bere qualsiasi cosa. Sono persone che valutano, leggono, si informano. Sono molto critici. Bisogna avere rispetto per il voto dei cittadini. Non è che, passato un po’ di tempo, si possa disegnare le cose a piacimento. Nel momento in cui i cittadini capiscono qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere in piena trasparenza, e quanto ci crediamo, penso che il problema non sia nostro. Dopodiché, ripeto, dovremo rimettere le decisioni agli elettori. Ma Schio rappresenta qualcosa di unico da questo punto di vista”. In definitiva cos’è che non ha funzionato con Orsi, in questo anno e mezzo? (sospira) “Io penso che qualsiasi momento di passaggio sia complesso, non a caso la mia candidatura a sindaco l’ho ponderata per un anno prima di decidere, perché sapevo che da un lato avrei dovuto rinunciare al mio lavoro, cosa che mi ha pesato tantissimo, e che dall’altro lato avrei preso il testimone da chi aveva portato avanti qualcosa di totalmente rivoluzionario per Schio, con un metodo suo, che ha funzionato benissimo. Dopo dieci anni di un certo tipo di gestione, il cambiamento non è semplice. Io sono sempre stata chiara con tutti nel gruppo: guardate che io non sono Orsi. Senza togliere niente a me e neanche a lui. Era un’evidenza: io ho un carattere diverso dal suo, veniamo da una storia to -
talmente diversa, lui ha fatto politica da quando aveva 14 anni, io no. Orsi ha avuto un approccio che è tutto suo e verrà sempre ricordato per questo, in senso positivo intendo”.
Però?
“Però non potevo scimmiottarlo, perché non sarei risultata sincera, avrei tenuto duro qualche mese, poi capisce che a 50 anni uno fa fatica a essere diverso da quello che è”.
Diciamola tutta: Orsi era scontento del ruolo che gli aveva riservato?
“Sicuramente potevo coinvolgerlo di più. Ma se determinate scelte devono essere fatte dalla giunta con tempistiche brevi diventa difficile trovare la mediazione. Immagino che questa cosa gli sia pesata”. In questo anno tribolato chi l’ha deluso e chi l’ha sorpreso in positivo?
“Mi piace di più dire chi mi ha sorpreso, e sono i consiglieri del nostro gruppo, che, insieme a me, hanno lottato per poter continuare a lavorare per la città. Questo mi ha veramente sorpreso. Hanno tirato fuori una grinta, una voglia di fare, un coraggio… Eravamo tutti convinti che di fronte agli aut-aut fosse giusto dire no, disposti piuttosto ad andare a casa”.
Si è pentita di aver dato quella famosa disponibilità a candidarsi? Mai pensato “accidenti, se avessi continuato con l’avvocatura”?
(sorride) No, non mi sono pentita. È un’esperienza e un’avventura entusiasmante. Il fatto è che ti rendi conto che avresti bisogno di molto più tempo, molta più energia, molte più risorse per fare quello che si vorrebbe fare. Ti rendi conto che i tempi dell’amministrazione sono eterni, che ogni cosa ha bisogno di un certificato o di un provvedimento, questo a volte diventa frustrante. Però non mi sono pentita assolutamente”.
Quindi, comunque vada, fra tre anni si ricandiderà?
“Bè, il desiderio ora c’è, soprattutto per riuscire a poter realizzare tutti i progetti, per i quali spesso servono tempi lunghi. Poi quello che sarà fra tre anni lo vedremo. Io comunque non ho la smania del potere. Non so se sia una questione legata al genere o al mio carattere, ma non ho l’ambizione di essere il sindaco. È un onore, è

una responsabilità, è un investimento per la mia crescita personale, ma nessuno di noi è indispensabile. Se si tratta di essere a servizio della città, lo sono più che volentieri, in tutti modi possibili. Non vedo l’ora di entrare in qualche associazione di volontariato, delle tante che ho conosciuto in questi anni. Anche solo per andare a fare crostoli ai salesiani, intendo dire. Non ho la smania di essere davanti a tutti”.
Veniamo alla questione Ava, adesso dovremmo dire ViAmbiente. Ai rifiuti, insomma. Ci sono stati i contrasti, c’è stata la rottura, cè stata la risposta della società che ha rigettato il vostro recesso, della serie “specchio riflesso”… E adesso?
“Per quanto riguarda i servizi abbiamo visto che stanno continuando senza problemi, perché c’è la proroga del contratto, e questo è quello che interessava ai cittadini. Poi ovvio che stiamo ragionando su un’ipotesi di mediazione con la società, però questo richiede del tempo”.
Quindi la porta della mediazione è ancora aperta? È una possibilità in campo?
“Certo. Ci stiamo lavorando, parlando con gli altri sindaci”.
Ma intanto dopo contrasti così forti – con Ava e anche per certi versi con i sindaci – non sarà che Schio si ritrova ora più isolata? Questa situazione rischia di lasciare strascichi anche nei rapporti intercomunali su altri temi caldi in cui si deve lavorare in sinergia, a partire da quello sulla sanità. O no?
“Questa situazione ha creato sicuramente dei malumori e alcune difficoltà di rapporti tra sindaci, però dobbiamo superarle, ci sono delle partite per le quali bisogna lavorare insieme, non è che abbiamo smesso di lavorare insieme perché c’è Ava di mezzo. Io penso sempre che dobbiamo lavorare per portare a casa risultati utili alle nostre comunità, che non hanno confini. C’è tutta la partita dell’Ats, cioè dell’Ambito territoriale sociale, da portare avanti. Su questo sto facendo quello che devo fare come presidente del comitato dei sindaci”.
Ultima cosa: la viabilità del centro, dunque la questione via Verdi-via Fogazzaro. Una si chiude, l’altra si apre. Si contenta qualcuno, si scontentano altri. Non era meglio lasciare tutto com’era? In fondo abitare in centro comporta vantaggi e svantaggi, bisogna prendere sia gli uni che gli altri.
“Che via Verdi abbia un senso di marcia o l’altro non dovrebbe cambiare niente, perché lì c’era un divieto di transito per i non residenti dell’area. Non veniva rispettato, certo, ma c’erano delle difficoltà a fare i controlli: la strada non si presta, e d’altra parte non mi pare corretto chiedere che siano distaccati frequentemente agenti di polizia locale sul posto per far rispettare un divieto, con tutto il lavoro più pressan-
te che il consorzio di polizia deve svolgere. Così abbiamo pensato di invertire il senso di marcia. Abbiamo considerato le varie proposte arrivate dai cittadini, ma anche istituire una ZTL in quella zona è una faccenda complessa: al di là del dover mettere dei varchi con telecamere, e quindi portare la fibra, c’è soprattutto il fatto che poi per accedere servirebbe un pass, il che significa che ogni volta che qualcuno – un figlio, un parente o chiunque altro - va a trovare un residente deve munirsi di un permesso specifico”.
Quindi si prova con via Fogazzaro… “Stiamo portando avanti una sperimentazione a fasi. Si tratta di trovare una soluzione per entrare in centro che non sia di transito”.
Ecco, il transito: c’è chi teme che la nuova apertura venga utilizzata come via di fuga per “saltare” il punto nero che si crea in certe ore al “cono di luce”.
“Chi deve andare in direzione Torre impiegherebbe più tempo prendendo via Fogazzaro che a fare il ‘cono di luce’. L’apertura di via Fogazzaro può servire a chi deve entrare in centro perché ci abita o perché deve fare acquisti o andare in qualche ufficio. Questa è la logica: aprire un’entrata in città che adesso oggettivamente manca. Tra un
tot di mesi ci si ritroverà per verificare se ha funzionato o no”.
Chiudiamo tornando dove siamo partiti. Adesso che sembra tornata la primavera anche per la sua amministrazione, si aspetta finalmente tre anni tranquilli?
(ride) Nooo… Mi aspetto tre anni tranquilli all’interno del mio gruppo, questo sì: chi ha un’idea diversa rispetto a quella che stiamo seguendo prende un’altra strada, i movimenti ci sono stati e li abbiamo visti. Adesso i consiglieri e i gruppi che mi sono accanto sposano totalmente il progetto che abbiamo scritto insieme. Quanto all’esterno, talvolta mi pare di vedere un accanimento da parte di certa minoranza, che va ben oltre il fare l’opposizione. Vedo una particolare attenzione contro la mia persona e la mia amministrazione. Che, per carità, ha evidenziato delle fragilità, ma credo sia corretto valutare se sono fragilità superabili o sono dovute a incompetenza o inesistenza del progetto. In questo il centrosinistra è stato corretto, l’ho apprezzato e l’ho detto”.
Tagliando fatto, e pure revisione anticipata, dunque?
“Ci sono sicuramente aspetti da migliorare, soprattutto nella comunicazione verso l’esterno, però dal punto di vista dell’im-

pegno, della serietà, della volontà di coinvolgere il gruppo c’è grande entusiasmo in tutti. Ora sono molto più serena”. ◆

Molti lavoratori, in particolare stranieri, abbandonano Schio e il suo distretto industriale perché non riescono a trovare un alloggio dignitoso a un prezzo accessibile.
ACamilla Mantella
Schio l’emergenza abitativa non riguarda più soltanto chi vive ai margini, ma coinvolge anche lavoratori, famiglie con redditi regolari e stranieri stabilmente inseriti nel tessuto produttivo. È la fotografia che arriva dalla Caritas vicariale, che da anni intercetta il disagio abitativo nei suoi centri di ascolto e che già nella primavera del 2024 aveva lanciato un appello ai candidati sindaci, denunciando una situazione “veramente insostenibile”. Nel documento, indirizzato alle forze politiche alla vigilia delle elezioni, si parlava di famiglie costrette a separarsi, genitori che dormono in auto, persone che rientrano nei paesi d’origine per mancanza di un alloggio pur avendo un contratto a tempo indeterminato. È proprio nei centri di ascolto parrocchiali – attivi a San Pietro, Santa Croce, SS. Trinità, Magrè, Monte Magrè, Cà Trenta, Giavenale e Pieve-Torrebelvicino – che si misura ogni giorno la gravità della questione abitativa. “Il lavoro non basta più per garantirsi una casa – spiega Amedeo Mazzon, che segue il tema per la Caritas vicariale –. Gli affitti sono inaccessibili e i proprietari chiedono sempre più garanzie per tutelarsi”.
Secondo la Caritas manca non solo l’offerta, ma anche un controllo effettivo sull’idoneità e sulla regolarità dei contratti. Nonostante la carenza abitativa, a Schio secondo alcune stime esistono oltre tremila case sfitte, spesso chiuse per timore di morosità, conflitti condominiali o semplicemente perché inagibili.
Senza casa, molti se ne vanno
“È un paradosso – osserva Mazzon -. Ci sono famiglie in condizioni abitative precarie e appartamenti che restano vuoti per anni. Servono strumenti che mettano in comunicazione questi due mondi, dando garanzie ad entrambe le parti”.
Il tema è stato al centro dell’assemblea vicariale del 28 febbraio, alla presenza dei referenti comunali, con un intervento dal titolo “Emergenza abitativa: interconnessioni tra casa, economia e coesione socia-

Tremila case sfitte e tanta gente che non ha un alloggio dove vivere. L’emergenza abitativa in città non riguarda più soltanto chi vive ai margini, ma coinvolge anche lavoratori, famiglie con redditi regolari e stranieri stabilmente inseriti nel tessuto produttivo. È la fotografia che arriva dalla Caritas vicariale.
le”. Da quell’incontro è emerso un quadro che intreccia disagio sociale e fragilità economica. La difficoltà di trovare casa mina la tenuta delle famiglie e persino la competitività del territorio.
“Oggi le imprese non faticano solo a trovare talenti – si è detto – ma anche a trattenerli”. Molti lavoratori, in particolare stranieri, abbandonano Schio e il suo distretto industriale perché non riescono a trovare un alloggio dignitoso a un prezzo accessibile. Le cause sono molteplici. Pesano la crisi di fiducia dei proprietari, accentuata dal blocco degli sfratti durante la pandemia; la percezione di una giustizia lenta nelle esecuzioni per morosità; la fuga verso gli affitti brevi e turistici, ritenuti più sicuri e redditizi; la concorrenza dei progetti prefettizi di accoglienza, che garantiscono canoni più alti di quelli sostenibili per le famiglie comuni che di questi progetti non fanno parte. L’offerta si riduce, la domanda cresce, e a pagarne il prezzo sono soprattutto i nuclei monoreddito e numerosi, spesso con figli piccoli.
Il Comune ha avviato un tavolo di confronto con associazioni di inquilini e proprietari, agenzie immobiliari e realtà del terzo settore, per ricostruire fiducia e porre le basi di un “Patto per l’Abitare”. Si tratta di un percorso ancora in costruzione, che punta a delineare soluzioni condivise. Tra le proposte allo studio ci sono un fondo di garanzia pubblico-privato contro morosità e danni, percorsi di formazione civica e
finanziaria per gli inquilini stranieri e la promozione di forme abitative innovative come co-housing e locazioni parziali. Parallelamente, l’amministrazione ha iniziato a coinvolgere le comunità straniere per comprendere meglio gli ostacoli linguistici e culturali che spesso si traducono in diffidenza reciproca. Dalle prime testimonianze emergono difficoltà concrete, che vanno dai contratti firmati senza piena comprensione alla gestione impropria degli impianti domestici, fino alle tensioni condominiali per abitudini di vita diverse rispetto agli altri residenti. Spesso, poi, chi vive in condizioni precarie teme di segnalare abusi o irregolarità per paura di perdere la residenza o di non trovare più casa. Accanto a questo percorso si intende attivare in via sperimentale un “Punto abitativo” gestito con le associazioni “Il Mondo nella Città” e “Jappo”: uno sportello di prossimità aperto anche la domenica, pensato per mediare conflitti di vicinato e offrire orientamento tra pratiche anagrafiche, residenze e idoneità abitative. Potrebbe essere un presidio discreto ma prezioso, che prova a intercettare i problemi prima che degenerino, ma resta un tassello di un progetto più ampio ancora da strutturare.
L’esempio virtuoso di Torino
Per la Caritas, il vero passo avanti dovrà arrivare da una politica strutturale e stabile di recupero del patrimonio esistente, sul modello di esperienze già consolidate altrove.
→ segue a pag. 8

← segue da pag. 6
L’esempio a cui si guarda è “Homes4All”, nato a Torino come impresa sociale per contrastare il disagio abitativo. Il progetto mette in rete enti pubblici, investitori privati e realtà del terzo settore, acquistando o prendendo in gestione alloggi sfitti o inagibili, che vengono ristrutturati e riaffittati a canone calmierato. I proprietari, che hanno per interlocutore direttamente la società che ha in gestione gli immobili, ricevono garanzie su pagamenti e manutenzione, mentre gli inquilini sono seguiti da operatori sociali che li aiutano nella gestione economica e nella convivenza condominiale. È un modello virtuoso e già sperimentato, che a Schio viene indicato come
possibile punto di riferimento, ma la sua eventuale attuazione richiederà una rete solida di soggetti pubblici e privati disposti a cooperare, risorse dedicate e un cambio di passo politico ancora tutto da costruire. “È un sistema virtuoso sostenibile a livello economico – spiega Mazzon –. Potrebbe funzionare bene anche a Schio, dove le case vuote non mancano, ma serve la volontà di costruire una regia comune, capace di mettere insieme pubblico, privato e volontariato. Come Caritas ci stiamo impegnando per fare da facilitatori nella costruzione della rete, che deve molto anche all’interessamento di figure come Franco Balzi, ex sindaco di Santorso, da tempo impegnato su questo fronte.”
Nel documento di sintesi presentato all’incontro dello scorso 28 febbraio, il Comune sottolinea come l’abitare debba essere considerato “un’infrastruttura sociale”, al pari della scuola e del lavoro. Senza una casa, le
EMariano Castello
così ha chiuso anche il bar “Cristallo” in via Btg. Val Leogra, dove, cosa questa non di secondaria importanza, venivano venduti anche i quotidiani. E non è che a Sabrina Ferracin, che era la titolare dell’esercizio (persona gentile e particolarmente adatta a questo ruolo), subentri qualche altro. Sono già stati venduti gli arredi e quindi il locale per il momento resterà vuoto. Oggi è abbastanza difficile trovare un negozio che venda solo giornali e riviste, come era qualche decennio fa, perché avrebbe difficoltà a sopravvivere. Per questo le rivendite di giornali sono spesse volte affiancate da altre attività: può essere la gestione di un bar (come era il “Cristallo”) o di una tabaccheria o di entrambe queste attività. La chiusura del “Cristallo” da parte della Ferracin non è però dovuta alla scarsa redditività dei giornali, dato che poteva contare su un bar molto ben avviato fin fin dai primi anni sessanta. “La chiusura” come ci tiene a precisare “ è dovuta a motivi personali, non economici”. Ciò non toglie comunque che il problema delle poche rivendite di giornali in centro storico si acuisca, anche se si parla di una nuova apertura nella zona delle ex Poste.
La titolare della ex rivendita “Cristallo”, ricorda che fino agli anni ottanta nella zona centrale di Schio operavano ben 6 edicole di giornali. Perché oggi la vendita di quotidiani si è così ridotta? Sicuramente per la crisi che da molto tempo affligge la carta stampata, per la presenza di numerosi altri strumenti di informazione che non c’erano ai tempi in cui le edicole prosperavano. La signora Sabrina dice che per ogni quotidiano venduto aveva un guadagno che andava da 17 a 20 centesimi. L’esiguità del compenso conferma quanto sopra detto, a meno che qualcuno non sia in grado di vendere molte centinaia di copie. Mi sembra chiaro quindi che oggi la vendita di giornali non può che essere collaterale a un’altra attività che di norma è la principale. A questo si aggiunga che per un venditore di quotidiani i giorni di ferie nell’anno sono pochissimi e che alla mattina della domenica deve essere comunque sul posto di lavoro. Scarso compenso e lavoro abbastanza disagiato non sono elementi che richiamino proseliti.
Ma la signora Ferracin, che aveva una precedente esperienza nella ristorazione, era piena di risorse: oltre alla rivendita di giornali si era inventata anche la pausa pranzo (con gnocchi fatti in casa garantiti ogni giorno).

persone non restano, le imprese non trovano manodopera e la comunità si indebolisce. Ed è proprio questo il punto su cui la Caritas insiste: senza una visione condivisa, l’emergenza rischia di degenerare.◆

Per dovere di verità dobbiamo anche aggiungere che in piazzetta Garibaldi continua ad operare da molti anni un venditore di giornali e di libri legati in qualche modo ai quotidiani, che sembra smentire quanto detto sopra, a dimostrazione del fatto che non conviene mai lasciarsi andare ad affermazioni troppo categoriche, perché l’eccezione può essere sempre in agguato per smentirci.
Al di là comunque della vendita di giornali, che sembra comunque garantita da altri operatori anche dopo la chiusura del “Cristallo”, probabilmente con qualche disagio in più per gli utenti, non è una bella notizia la chiusura di un bar, che è un luogo di incontro e di aggregazione e nel caso specifico un posto in cui si poteva mangiare un buon piatto di gnocchi e bere dell’ottimo prosecco. A un prezzo sempre contenuto. ◆

GMirella Dal Zotto
li orti sociali, una bella realtà a Schio da una quindicina d’anni, sono cresciuti nel tempo: dagli iniziali 5-6 sono diventati oggi 58. Un bilancio più che positivo: ecologicamente, socialmente, economicamente. Abbiamo incontrato agli orti di Poleo, in una bella giornata di sole primaverile, la presidente uscente, Silvana Dalle Molle, e il presidente in carica, Salvatore Verde.
“Siamo partiti nel 2008 con quattro soci fondatori e pochi appezzamenti (5 orti più uno didattico) – spiega Verde –. Nel 2009 è stata firmata una convenzione con l’amministrazione comunale, che ci assegnava un grande lotto a Magré, da cui abbiamo ricavato 26 orti. Ai fondatori, che hanno proposto l’iniziativa su esempio di altri comuni, va riconosciuta la lungimiranza di essersi subito costituiti in associazione senza fini di lucro, che è sempre stata ben considerata dalle varie amministrazioni che si sono succedute in città. Dodici anni fa siamo partiti anche a Poleo: prima con 16 lotti, poi con altri 16; ora arriviamo a 58 lotti totali di circa 80 metri quadrati l’uno. In questo momento, nessun richiedente è in lista di attesa, abbiamo soddisfatto appieno le esigenze”.
“Sarebbe bello che ogni quartiere potesse avere uno spazio per gli orti sociali - in-
Un babysitter che tocca i cuori
Astra gremito in ogni ordine di posti per “Il babysitter”, di e con Paolo Ruffini, sul palco con Leonardo, Tommaso e Ambra. “Scoppiospettacoli” ha portato a Schio questo lavoro, nato sull’onda di un podcast con cento milioni di visualizzazioni, che invita a riflettere con mente bambina su temi importanti. Coinvolgimento del pubblico e chiamate sul palco, divertimento, filosofia spicciola, piccoli momenti di poesia e altri di accettabile trivialità. Ottimo improvvisatore Ruffini, che solo a tratti ha tirato troppo la corda; ma se il suo scopo è quello di valorizzare la saggezza che c’è nei bambini, gli si può perdonare di farli esibire come dei piccoli adulti. Del resto, il sottotitolo dello spettacolo è “quando diventerai piccolo capirai”: se veramente riuscissimo a farlo, il mondo sarebbe di sicuro un posto migliore. [M.D.Z.]

Gli orti sociali sono una realtà cresciuta in questi anni a Schio in modo esponenziale: dagli iniziali sei lotti si è arrivati oggi a 58 totali, tra Poleo e Magrè, di circa 80 metri quadrati l’uno.
terviene Silvana Dalle Molle –. La passione per l’orticoltura sta contagiando sempre più le persone, che aderendo sanno comunque di doversi attenere ad alcune regole basilari: le coltivazioni devono essere biologiche, si deve contribuire al mantenimento decoroso delle aree comuni, il dieci per cento della produzione va dato a cittadini bisognosi. Adesso, noi consegniamo questa percentuale al Mondo nella Città, ma nel tempo abbiamo favorito, ad esempio, anche Casa Bakhita; i nostri ortaggi non saranno puliti e imbustati come quelli del supermercato, però sono assolutamente biologici e a questo tipo di coltura ora stanno attenti in molti, italiani e stranieri. Produciamo pomodori, zucchine, melanzane, peperoni, ma anche ortaggi tipici di altre etnie: chi li coltiva si sente ancora a contatto con la terra d’origine e magari li fa assaggiare a qualche italiano che ha l’orto vicino al suo”.
Già, perché ben il 30% dei richiedenti è straniero; è molto positivo lo scambio di esperienze e di prodotti da coltivare, si realizza nel concreto una commistione di colture e culture che arricchisce, si tessono rapporti e amicizie.
Per entrare a far parte degli orti sociali c’è un apposito modulo da richiedere e compilare ed è obbligatorio un versamento
annuale di 15 euro, che garantisce anche un’assicurazione. Nel corso degli anni si sono tenuti frequentatissimi corsi di orticoltura anche con esperti esterni ed il boom delle presenze si è verificato nel periodo post pandemia, quando il prendersi cura di ciò che ci circonda era una forte convinzione comune.
“Gli orticoltori hanno un’età media di cinquant’anni – informa Salvatore Verde -, ma abbiamo nonni di ottanta e anche un ragazzino di quindici, da sempre appassionato di orticoltura, che adesso studia agraria a Bassano. Generalmente chi aderisce al gruppo resta nel tempo: abbiamo soci presenti dall’inizio, ma ogni anno una decina di orti vanno riassegnati, perché c’è chi si trasferisce, per lavoro o perché prende casa altrove”.
“Lavorare la terra – conclude convinta Silvana – permette di scaricare la tensione, dà la soddisfazione di veder crescere qualcosa di vivo, fa tessere buoni rapporti con le persone, che magari si scambiano anche semi e ricette. Vicino agli orti abbiamo poi delle piccole aree boschive dove vivono uccelli e piccoli mammiferi; queste aree libere permettono di osservare la natura e ci teniamo pure a piantare qualche albero, laddove è possibile. L’orto sociale è un’esperienza consigliabile a tutti”. ◆

Da sinistra, i sindaci di Torrebelvicino e Valli, Bruno Brandellero, Ugo De Grandis, i sindaci di Schio e di Marano
“Durante la Resistenza scelse di consegnarsi spontaneamente alle forze nazifasciste salvando così la vita di 17 civili. Fu poi catturato e fucilato”, questa la motivazione con cui Bruno Brandellero, giovane comandante partigiano nato a Valli del Pasubio nel 1922, è entrato tra quelli dei “Giusti dell’Umanità”. Il riconoscimento è stato conferito nel corso della cerimonia che si è svolta di recente al Giardino dei Giusti a Milano, luogo simbolico dedicato a donne e uomini che, in ogni tempo e in ogni parte del mondo, hanno difeso la dignità umana e salvato vite durante guerre e persecuzioni. Il termine “Giusto” è tratto da un passo del Talmud che afferma «Chi salva una vita salva il mondo intero».
Il riconoscimento a Brandellero è stato attribuito dall’assemblea dell’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, composta dalla Fondazione Gariwo, dall’Unione delle comunità ebraiche italiane e dal Comune di Milano. La commissione, che cambia di anno in anno, seleziona figure provenienti da contesti diversi, con l’obiettivo di mantenere uno sguardo universale e non legato a schieramenti politici o geografici, premiando persone che hanno difeso la dignità umana in qualsiasi parte del mondo.
Brandellero fu ucciso dai nazifascisti il 26 giugno 1944 a Marano Vicentino, dopo essersi consegnato volontariamente ai rastrellatori nove giorni prima per salvare 17 civili di Contrà Vallortigara, che rischia-

Il riconoscimento è stato ufficialmente attribuito al comandante partigiano che, durante la Resistenza, scelse di consegnarsi spontaneamente alle forze nazifasciste salvando così la vita di 17 civili. Fu poi fucilato.
vano la fucilazione come rappresaglia per aver dato ospitalità ai partigiani. Per quel gesto di straordinario coraggio era già stato insignito della Medaglia d’Oro al valor militare e della Medaglia d’Oro della Provincia di Vicenza. Ora la sua figura è stata ulteriormente onorata con il titolo di “Giusto dell’Umanità”.
A ritirare il riconoscimento è stato il nipote omonimo di Bruno Brandellero, figlio del fratello Luigi, accompagnato da Ugo
Io e i miei occhi scuri siamo diventati furiosi insieme con l’anima smaniosa a chiedere un buon gusto che non c’è… Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il segno e dentro un senso di incredulità e fragile e scontento mi son detto così mai, così mai, così mai… Strada disfacendo, vedrai che non c’è più decoro e sentirai la strada farti peggiorar l’umore E una canzone neanche questa potrà mai cambiar l’andazzo ma che cos’è che mi fa andare avanti e non dire “ma che …zzo” cos’è che mi spezza il cuore a veder questo orrore e che mi fa imprecare e sbecare sempre più perché domani sia migliore e sta roba non si veda più Strada disfacendoooo… [S.T.]


De Grandis, studioso della Resistenza scledense. De Grandis ha curato il dossier di candidatura, dopo aver già promosso con successo quelli che hanno portato al riconoscimento come “Giusti dell’Umanità” dell’arciprete di Schio monsignor Girolamo Tagliaferro nel 2023 e di suor Luisa Arlotti nel 2024. Il risultato arriva al termine di un lungo lavoro di ricerca storica e divulgazione che ha permesso di ricostruire nel dettaglio la vicenda di Brandellero attraverso testimonianze dirette e documenti.
«Questo riconoscimento rappresenta un traguardo importante per la Resistenza vicentina e per i Comuni di Valli e di Marano, che lo hanno visto nascere e morire, per il Comune di Schio, culla della Brigata Martiri della Val Leogra, per tutte le persone che credono nei valori di libertà, giustizia sociale, solidarietà e democrazia per i quali i partigiani combatterono – commenta De Grandis -. La figura di Bruno Brandellero, con il suo gesto di coraggio e sacrificio, merita di essere affiancata a quelle più note della storia della Resistenza italiana. Il suo esempio rappresenta i valori di libertà, dignità e solidarietà su cui si fonda la nostra Repubblica. In fondo, un capitolo di quella Costituzione nata dal sacrificio dei partigiani è stato scritto anche in quella piccola contrada sulle pendici del Monte Novegno, la mattina del 17 giugno 1944».◆

I “bianchirossi” sono gli operai che si raccolgono attorno alle associazioni di stampo cattolico. “Lavoratori che lottano come i socialisti per migliorare il lavoro, ridurre l’orario, aumentare il salario - spiega Bortoloso - ma che praticano anche la contrattazione con i padroni”.
UElia Cucovaz
na storia che affonda le sue radici a Schio e nell’Alto Vicentino ai tempi di Alessandro Rossi (e ancora prima, fin dal 1500) e che ha influenzato lo sviluppo economico della nostra provincia fino ai giorni nostri. È quella che Livio Bortoloso racconta nel libro “I Bianchirossi. Voglia di migliorare associandosi”, che analizza la trasformazione socio-economica e culturale «da contadini a operai a cittadini» cominciata con la Rivoluzione industriale e ancora in corso nell’era digitale.
«Questo percorso - spiega l’autore, sindacalista Cisl dal 1977 e autore di numerosi saggi sulla storia delle relazioni sindacali nel nostro territorio - ha ridotto la fatica, sostituendola con le macchine, ma allo stesso tempo ha condizionato l’intervento umano, rendendolo dipendente dalla tecnologia. Ne sono derivate la figura sociale dell’operaio e, con essa, le prime organizzazioni di lavoratori e lavoratrici. In questo libro ho voluto ricostruire i passaggi attraverso esse hanno migliorato lavoro, comunità, economia».
Ma chi sono i “Bianchirossi” di cui si parla nel titolo? Sono gli operai che si raccolgono attorno alle associazioni di stampo cattolico. «Lavoratori che lottano come i socialisti per migliorare il lavoro, ridurre l’orario, aumentare il salario - spiega Bortoloso - ma che praticano anche la contrattazione con i padroni, non con in testa l’idea della rivoluzione, che nel nostro territorio non è mai stata maggioritaria, bensì guidati dalla richiesta di giustizia ed equità sociale come vengono concepite dalla dottrina sociale della Chiesa».
La ricostruzione di questo percorso parte addirittura dalla pre-industria della fascia pedemontana di Schio.
«Qui le prime organizzazioni di tessitori

Una storia che affonda le sue radici a Schio e nell’Alto Vicentino ai tempi di Alessandro Rossi (e ancora prima, fin dal 1500) e che ha influenzato lo sviluppo economico della nostra provincia fino ai giorni nostri. È quella che Livio Bortoloso racconta nel libro “I Bianchirossi”.
presentano già nel 1500 alla Serenissima la “supplica” di ottenere i suoi “privilegi”: tessere i panni alti e garzare i tessuti. Li otterranno nell’arco di un secolo aumentando i commerci».
Momento fondamentale del passaggio “da contadini a operai” avviene con la rivoluzione industriale avviata da Alessandro Rossi a Schio nel 1845. «Rossi, animato dall’idea cattolica di giustizia sociale, riprese il concetto di welfare che allora si stava sviluppando in altri paesi europei, dedicando il 5% degli utili aziendali alle opere sociali quali asili, scuole, ambulatori, magazzini alimentari e altre opere a beneficio delle famiglie - ricorda Bortoloso -. Diede inoltre l’avvio all’associazionismo operaio fondando le Società di Mutuo Soccorso». In quello stesso periodo dei lavoratori si interessa anche il Papa Leone XIII che, in risposta all’emergere del socialismo, emana l’enciclica “Rerum Novarum” nel 1891. «Quel documento, ancora oggi d’attualità, sottolinea l’importanza dell’associazionismo per diffondere solidarietà, giustizia, dignità, proprietà privata, evoluzione sociale ed economica, compartecipazione. La dottrina sociale cattolica prevede diritti e doveri per chi lavora, per chi dà il lavoro e per lo Stato».
Protagonista di questa fase storica nel Vicentino è don Giuseppe Arena, che dal 1911 diffuse i contenuti della Rerum Novarum assieme al suo manuale “Per la coltura del Popolo”.
«Negli ultimi cento anni la dottrina sociale cattolica è stata aggiornata da vari documenti papali e dal protagonismo dottrinale e operativo della diocesi vicentina, in particolare con il vescovo Arnoldo Onisto». Il libro prosegue mostrando le tappe con cui i Bianchirossi - in particolare dal secondo dopoguerra in avanti - hanno condizionato le ininterrotte trasformazioni produttive e sociali con vari tipi di azione (legalitaria, migliorativa, gestionale) per fare rispettare leggi e contratti, per migliorare normative, salari, orari, assenze, per ottenere rispetto per chi lavora, per aiutare aziende in crisi e per tutelare l’ambiente. «Il sindacalismo cattolico ha inoltre inventato con gli imprenditori gli enti bilaterali, e coinvolto le istituzioni con la concertazione, prospettando un futuro dignitoso, inclusivo, equo e rifiutando la violenzaconclude Bortoloso - sempre mettendo al centro l’organizzazione del lavoro e la dignità umana».
Idee che, al tempo dell’Intelligenza artificiale, sono ancora più attuali che mai. ◆
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Mirella Dal Zotto
a stagione teatrale della Fondazione Teatro Civico sta proseguendo, e avviandosi verso il finale, con una serie di conferme. Salieri visto dal Teatro dell’Elfo, la famiglia tradizionale dissacrata dalla penna acuta del compianto Mattia Torre, certi momenti di “trascurabile (in)felicità” quotidiana visti da Francesco Piccolo e da Pif: questi i tre più recenti spettacoli andati in scena in città.
Salieri visto dal Teatro dell’Elfo
“Amadeus”, con il Teatro dell’Elfo: di, con e per Ferdinando Bruni, si potrebbe scrivere… Al Civico l’attore ha dato una grande interpretazione del mediocre musicista Salieri il quale, pur di entrare nella leggenda, accettò di far credere a tutti di aver avvelenato Mozart. Al suo cospetto Daniele Fedeli, nei panni del compositore salisburghese, ci è parso a tratti eccessivo e caricaturale, con momenti di inutile volgarità. Splendidi, da tuffo nel Settecento più ricco e sontuoso, i costumi di Antonio Marras, che gli hanno giustamente valso il premio UBU lo scorso anno. Raffinate, nella loro elegante e pulita verticalità, le scene di Conti-Centola-Serra. Uno spettacolo rigoroso, in linea con la politica dell’Elfo, che da sempre sa fare ricerca sui grandi classici.
La famiglia vista da Mattia Torre
“4 5 6”, scritto e diretto da Mattia Torre, è stato rappresentato al Civico da Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri e Cristina Pellegrino, chiamati a dissacrare la fami-

Un Salieri raccontato dal Teatro dell’Elfo, la famiglia tradizionale dissacrata dalla penna di Mattia Torre, certi momenti di “trascurabile (in)felicità” con Francesco Piccolo e Pif sono stati gli spettacoli andati in scerna di recente in città.
glia tradizionale: ostile, diffidente, chiusa. Avremmo apprezzato maggiormente il lavoro se fosse stato più comprensibile, in quanto la lingua “inventata”, vicina al dialetto napoletano stretto, ci ha fatto perdere il senso della risata e della riflessione amara. La scena, buia e cupa, era sì l’habitat migliore per i protagonisti, ma risultava fin troppo statica. Onore al sugo della nonna, lì a bollire dal giorno della sua morte, quattro anni prima: alla fine è lui, illuminato a dovere, a troneggiare su padre-madre-figlio, morti ammazzati di solitudine e convenzioni.
L’(in)felicità vista da Piccolo (e Pif) “Momenti di trascurabile (in)felicità”, reading tetrale di e con Francesco Piccolo, affiancato da Pif. C’era viva attesa per questo
spettacolo, che ha anche avuto uno spostamento di data, e all’Astra c’è stato il pienone. Lo scrittore ha scelto brani dai suoi libri in cui il pubblico si poteva facilmente identificare: la forza del testo sta proprio nell’apparente debolezza degli argomenti e nella capacità di descrivere la quotidianità. Pur riconoscendo l’acutezza delle riflessioni, non ci è parso che il ritmo sia sempre stato mantenuto e a tratti abbiamo ascoltato brevi monologhi in successione. Piacevole, alla fine, il coinvolgimento del pubblico, con Pif che passava a consegnare il microfono a qualcuno desideroso di raccontare il “suo” momento di (in) felicità. Un invito a prendere la vita con leggerezza, insomma, immergendoci nei piccoli fatti di tutti i giorni, trovandone il lato umoristico. ◆
Per la rassegna “Schio Musica” è stato rappresentato al Civico “Polimero, un burattino di plastica”, fiaba musicale ecologista con Giobbe Covatta (voce recitante), Danilo Rossi e Stefano Nanni. Con loro, l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, sempre apprezzata dal pubblico scledense, e il Coro Giovanile Città di Schio, diretto da Stefania Lanaro, che ha partecipato simpaticamente sul palco del Civico.
Il Pinocchio collodiano è stato riscritto da Covatta per sensibilizzare sull’inquinamento dovuto alla plastica; il comico è stato efficacemente accompagnato da ottimi musicisti (si pensi alla viola di Rossi,
ma non solo). Non sapremmo dire se la favola viene prima della musica o la musica prima della favola, ma tant’è: l’importante è sensibilizzare grandi e piccini sulle condizioni del pianeta.
“Soirées Musicales”, dal canto suo, è stato il concerto inaugurale di Schio Musica-Civico da Camera in Sala Calendoli. Interamente dedicato a Giochino Rossini, ha avuto due protagonisti: Alessandra Borin, nota agli appassionati per il podcast “Vita da soprano”, e Giuseppe Zuccon Ghiotto, affermato e premiato pianista. Il pubblico presente, che ha occupato tutti i posti disponibili, ha apprezzato la teatralità, la voce duttile (più che potente) e l’energia della

Borin, i virtuosismi alla tastiera di Zuccon Ghiotto e il racconto della vita di Rossini, ricco di particolari poco noti. ◆ [M.D.Z.]


“FMirella Dal Zotto
ranciscus. Il folle che parlava agli uccelli” , scritto e interpretato da un eccezionale Simone Cristicchi, ha avuto all’Astra la standing ovation del pubblico, con dieci minuti di applausi finali e tanti altri a scena aperta. Uno spettacolo come se ne vedono pochi, curato nei minimi dettagli, ricco di poesia, memoria storica, splendide canzoni inedite firmate con Amara. Una grande pagina di teatro in grado di emozionare nel profondo, un alto momento culturale che la Fondazione ha proposto e il pubblico ha accolto con entusiasmo, riempiendo il teatro in ogni ordine di posti. Il giorno dopo lo spettacolo abbiamo parlato con Cristicchi, sempre disponibile ed empatico.
“Franciscus. Il folle che parlava agli uccelli”, scritto e interpretato da Simone Cristicchi, è stato una grande pagina di teatro in grado di emozionare nel profondo, che il pubblico ha accolto con entusiasmo.
Cosa l’ha spinta a misurarsi con la storia di San Francesco?
“Questo spettacolo rientra in una trilogia che ho dedicato al tema dell’Infinito. Precedentemente ho parlato di felicità e indagato il Paradiso dantesco; sono passato poi a San Francesco perché volevo misurarmi con lo studio della sua vita, complessa e attuale, che è in grado di parlarci ancora oggi. Ho anche avuto modo di fare esperienze personali ritirandomi in luoghi francescani, per cercare di capire a fondo e in prima persona la sua Regola. Ne sono uscito arricchito e l’ho voluto raccontare a modo mio”.
In “Franciscus” c’è tutto: poesia, fantasia, sensibilità, memoria storica, musica...cosa prevale?
“Sono tutte componenti importanti, ma penso che le canzoni, parte integrante dello spettacolo, riescano a far meglio addentrare lo spettatore nella storia di un Santo unico. In particolare, all’inizio canto una Genesi al contrario e nel finale invito tutti a essere responsabili dell’oggi, a non ritrarsi, a non girarsi dall’altra parte”.
La molla del cambiamento sarebbe…
“La gentilezza, l’abbandono del superfluo, l’attenzione al reale più che al virtuale: magari non lo cambieremo subito, questo mondo, ma bisogna cercare di farlo, cominciando a rimettersi in discussione”.
Cosa vuole trasmettere al pubblico raccontando un Santo già tanto raccontato, ma ancora provocatorio?
“Solo quando lavoro sono felice”, al Civico, è stato uno spettacolo che ha lasciato il segno per lucidità e coraggio tematico. Niccolò Fettarappa e Lorenzo Marangoni, autori e interpreti, hanno affrontato una delle contraddizioni più brucianti del nostro tempo: il burnout da lavoro e la pressione sociale alla produttività continua.
I due protagonisti si sono mossi in scena con la naturalezza disinvolta di chi cono -
sce i meccanismi della stand-up comedy, costruendo un dialogo serrato e pungente che ha tenuto il pubblico costantemente in gioco, trasformando persino l’imprevisto in risorsa scenica. Fettarappa e Marangoni hanno saputo comporre un quadro paradossale e tagliente del culto della performance, dove l’identità personale si dissolve nel ruolo lavorativo, fino a non saper più esistere al di fuori di esso.
Un lavoro coraggioso, necessario, che par-
“L’attenzione per una spiritualità autentica, che permetta di stare al mondo in modo diverso, non egoistico, camminando senza fermarsi in una strada d’amore”.
Lei che rapporto ha con la fede?
“Non ho certezze, sono alla ricerca del contatto col divino. Lo faccio studiando la mistica, informandomi sulle diverse religioni, interessandomi alla filosofia di Giordano Bruno, di Spinoza… concependo Dio come energia cosmica”.
È arduo raccontare la follia e la santità, ma forse proprio perché il confine è labile il teatro è il posto giusto per veicolarne messaggi e valori. “Concordo pienamente. Dai tempi dei Greci il teatro è un atto sociale ed educativo. Recitando, io sento una forte responsabilità e al contempo sono convinto di essere un privilegiato a potermi esprimere davanti a un pubblico che mi ascolta. Punto a trasmettere valori ed emozioni, certo, e mi ritengo fortunato ad avere una produzione, il Centro Teatrale Bresciano, che crede in ciò che faccio da un decennio”.
Questa è stata la sua quarta volta a Schio, il pubblico l’ha accolto entusiasticamente...
“Devo ringraziare gli scledensi, ormai abbiamo stabilito un bel legame. Avete un bel patrimonio di archeologia industriale e una splendida cornice montuosa. Ci sono anche interessanti storie da indagare: a me ha interessato a suo tempo quella dell’eccidio, che ho capito essere alquanto delicata e complessa”. ◆

la a tutte le generazioni con la forza di chi osserva la realtà e ne restituisce l’assurdità con intelligenza e umanità. ◆ [T.F.M.]

Una foto di... mega-gruppo che fa capire la forza del Baskin Schio oggi. Sotto, il gruppetto di giovani praticanti del baskin, quando tutto partì una quindicina di anni fa

Il baskin è un basket adattato che permette a maschi e femmine, con e senza disabilità, di giocare insieme senza limiti di età o capacità. A Schio è una realtà che negli ultimi 15 anni è cresciuta in maniera continua, arrivando oggi a 140 tesserati e a 4 squadre. Un vero e proprio boom.
ICamilla Mantella
l baskin è un basket adattato che permette a maschi e femmine, persone con e senza disabilità, di giocare insieme senza limiti di età o capacità. Dal giocatore esperto alla persona in carrozzina, tutti partecipano al gioco e contribuiscono al risultato della squadra. È uno sport nato con l’obiettivo di rendere il basket accessibile a tutti, modificando alcune regole e la struttura del campo per permettere a ogni atleta di esprimere le proprie capacità.
A Schio il baskin è stato inizialmente ospitato nella palestra del liceo delle Scienze umane (oggi ISS Tron Zanella Martini) al Castello. Grazie al GIEFS (Gruppo insegnanti di educazione fisica di Schio) sono stati coinvolti gli studenti degli istituti superiori della città, con l’idea di costruire un progetto capace di unire il mondo della scuola e quello dello sport. Il primo anno è stato il più complesso, tra le difficoltà organizzative e la necessità di

adattare spazi e regole a una disciplina ancora poco conosciuta. Nonostante questo, il numero di partecipanti è cresciuto rapidamente. L’amministrazione comunale ha concesso quindi al neonato Baskin Schio l’utilizzo della palestra “Lanzi”, permettendo di aprire le attività a tutta la città e di coinvolgere associazioni e cooperative che seguono ragazzi e ragazze con disabilità. «Nel tempo il progetto, sostenuto anche da una serie di sponsor privati, è passato nelle mani di una nuova generazione di allenatori e volontari guidati da Giacomo Eberle, affiancato dai fondatori e dagli allenatori “storici” Nadia, Francesca, Stefania, Matteo, Francesco e Vera - spiega Gabriele Terragin, tra i fondatori del progetto -. Oggi sono soprattutto i giovani a portare avanti il movimento con entusiasmo e senso di responsabilità». Attualmente il Baskin Schio conta quattro squadre. I Gialli allenati da Simone Bonato e Sofia Zattara, i Viola allenati da Alex Martini, Diego Bernardelle e Chiara Sberze, i Rosa allenati da Alessandro Dellai e Emanuele Sberze, e gli Azzurri allenati da Vera Balestro e Giacomo Eberle. A guidare le squadre è un gruppo di ragazzi con un’età media inferiore ai 23 anni.
«I tesserati sono 140 - precisa Giacomo Eberle -. Ogni squadra è composta da maschi e femmine, adulti e ragazzi, persone che arrivano dal basket e altre da esperienze sportive diverse. In campo giocano insieme atleti con e senza disabilità, crean-
do un equilibrio che rappresenta la vera essenza del baskin».
L’impatto sul territorio non è solo sportivo ma anche sociale. «Il baskin è molto più di un gioco: è casa - racconta Eberle -. Casa per chi non ha ancora trovato il proprio spazio nello sport e per chi, troppo spesso, quello spazio non l’ha mai avuto».
In campo il risultato passa in secondo piano: ciò che conta è il percorso di crescita personale e di squadra, fatto di fiducia, relazioni e consapevolezza. Allenamenti e partite diventano così occasioni per conoscersi, sostenersi e imparare a collaborare, valorizzando le caratteristiche di ciascuno. L’obiettivo è costruire una comunità in cui lo sport diventi uno strumento di integrazione e partecipazione. «Siamo abituati a usare la parola “diverso” con un significato negativo – continua Eberle – ma il baskin dimostra che le differenze possono unire e diventare una ricchezza».
Per diffondere questa realtà l’associazione collabora con scuole, università e realtà del territorio, promuovendo attività pratiche e momenti di racconto dell’esperienza. «Fare rete è fondamentale in un mondo ancora poco conosciuto come il nostro», sottolinea Eberle. Non a caso il motto del Baskin Schio è “insieme senza limiti”. Ed è proprio in campo che questo spirito diventa più evidente. «Una giocatrice piccola e minuta segna, esulta, poi corre verso un compagno altissimo in panchina che l’abbraccia. Dentro quell’abbraccio non c’è sindrome di Down, non c’è autismo, non c’è alcuna disabilità».
È questa, forse, l’immagine più semplice e potente di ciò che il baskin rappresenta: uno sport capace di dimostrare che l’inclusione, quella vera, è possibile. ◆

Per inviare lettere e contributi a SchioMese, scrivere a: schiothienemese@gmail.com Si prega di inviare i testi soltanto via posta elettronica e di contenere la lunghezza: testi troppo lunghi non potranno essere pubblicati a prescindere dai contenuti.
Camminando per la città in un grigio pomeriggio di fine
È un grigio pomeriggio di febbraio e scendo a Schio per commissioni varie. Parcheggio in via Pasubio e scendo lungo via “Sareo”. Superato Palazzo Toaldi Capra e la chiesa dell’Incoronata, passo davanti alla vergogna dell’ex-cinema Sociale e dei parecchi negozi chiusi da tempo, abbandonati a se stessi, ricettacoli di porcherie: volantini pubblicitari, strati di escrementi dei colombi, piume che si ammucchiano negli angoli, rifiuti abbandonati vetrine degradate da resti di manifesti strappati e scarabocchiati. Sì, è vero!, c’è il nuovo servizio cinese di estetica con una bellissima ghirlanda di rose che risolleva lo spirito.
Devo andare in biblioteca e percorro via Carducci, pieno centro storico. Poveri antichi palazzi scledensi e povere attività commerciali contornate da strati ormai solidificati degli inestinguibili volatili che popolano il loro piani alti!
Proseguo per via Fusinato verso la chiesa delle Canossiane, meta di turismo religioso, e le cose non cambiano. Povero Arnaldo, che visione poco risorgimentale attorno a casa tua! È Schio che dovrebbe
sventolare “bandiera bianca”. Torno per “piasa del Bao” che non chiamo piazza Almerigo da Schio perché non la merita. Nell’angolo di fronte al prelievo bancomat della banca, c’è un vero e proprio letamaio da superare a lunghi passi e nessuno si preoccupa a volte di tenere pulito. Sì, c’è la spazzatrice che pulisce la piazza ma non può certo spingersi là dove ci sono sempre auto parcheggiate. Non si potrebbe inviare ogni tanto un operatore ecologico con pala e ramazza a pulire? Faccio il giro dei portici e mi sembra di essere arrivata in un suk tunisino. Mi fermo e penso che questa è la Schio da offrire al turismo e ai suoi cittadini. Ma i proprietari dei negozi ancora aperti non si ribellano a queste situazioni degradanti e svilenti anche per la loro attività? Qualcuno dà un colpo di scopa, una secchiata d’acqua contro le colonne per pulire il passaggio dei cani ma non basta. Non hanno punti di riferimento a cui rivolgersi per fare presenti possibili soluzioni, idee per migliorare la situazione, iniziative personali per recuperare un po’ di immagine?
Con la morte di Valentino Bortoloso, il “Teppa”, se n’è andato l’ultimo protagonista diretto di una delle pagine più dolorose e divisive della storia di Schio. Sarebbe auspicabile che la morte di quest’uomo aiutasse finalmente a chiudere una stagione di polemiche, rancori e contrapposizioni che troppo spesso hanno alimentato più la propaganda che la ricerca della verità e, soprattutto, una sincera pacificazione degli animi. Una pacificazione necessaria per consentirci, pur da posizioni distinte e distanti, di lavorare per il bene della nazione e della nostra comunità.
Io stesso, vent’anni fa, sono stato tra coloro che si sono impegnati - insieme a chi, in quegli anni burrascosi della guerra, combatté dalla parte dei vinti - perché i morti nelle carceri di Schio potessero essere ricordati non solo dai familiari, ma
anche da chi aveva condiviso con loro quella stagione, avendo però avuto la sorte di uscirne vivo, seppur sconfitto. Oggi sono tutti morti, da una parte e dall’altra, ed è giusto riconoscere che, a distanza di vent’anni, un passo avanti concreto è stato compiuto solo lo scorso anno quando in occasione dell’80° anniversario, anche su nostro suggerimento, il Sindaco, insieme all’intero Consiglio comunale, alle associazioni partigiane e ai familiari delle vittime, ha deposto congiuntamente una corona alle ex carceri in memoria delle 54 vittime, cosa che non era mai accaduta prima. Resta tuttavia chi ritiene di poter stabilire chi abbia il diritto di ricordare e chi, invece, dovrebbe tacere, come se anche la semplice deposizione di un fiore fosse motivo di fastidio per i custodi della partigianeria nostrana.
Torno avvilita al parcheggio. Guardo l’antico Asilo Rossi, circondato da un bosco di erbacce e di rovi, altra meta del circuito turistico. Percorro via Maraschin, arrivo su via Rovereto e qui le cose cambiano: siamo in periferia! Siepi e alberi che trasbordano dalle ville, dai giardini, dalle recinzioni e costringono chi cammina sui marciapiedi a fare lo slalom per non rischiare di prendere “una strisonà nei oci”. Tombini intasati, caditoie piene di foglie….è vero, passa la spazzatrice ma le eterne macchine parcheggiate, costringe l’operatore a disegnare sulla strada strane realizzazioni artistiche. Non si potrebbe suggerire alla pattuglia dei vigili urbani di registrare i punti più critici ed evidenti durante i passaggi di controllo e sicurezza per tentare di fare osservare le norma e le regole in materia, che ci sono con tanto di regolamento comunale?
Supero il ponte Gogna e osservo il torrente che scende dal Novegno in situazione di abbandono demaniale. Arrivo a casa. Sono demoralizzata, forse è l’atmosfera grigia del giorno ma penso: potrei trasferirmi, forse anche a Malo che quando ci vado, mi sembra così bella!
Per questa ragione mi sento di rivolgere proprio un appello alla sinistra, soprattutto a quella più radicale e intransigente. Se vogliamo davvero uscire da una stagione di odio, bisogna avere il coraggio di compiere un passo avanti tutti. Non si costruisce la pacificazione legittimando la violenza, nemmeno a parole. Non si educano le nuove generazioni al senso delle istituzioni e della convivenza civile se si continua a giustificare l’eliminazione fisica dell’avversario politico. La storia può essere letta da prospettive diverse, ma la dignità umana e il rifiuto dell’omicidio come strumento politico dovrebbero rappresentare un punto fermo per chiunque. A un morto non si fanno processi. Resta però la memoria, che non è vendetta ma nemmeno oblio. La città di Schio non deve dimenticare le sue vittime, così come non deve dimenticare le proprie ombre.
Alex Cioni Consigliere comunale a Schio

