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MAGGIOGIUGNO 2014

L’ELABORAZIONE DEL LUTTO IN ETA’ EVOLUTIVA Intercultura: diversità è ricchezza Genitori non perfetti, ma efficaci Io o di fronte all’altro


INTERCULTURA DIVERSITÀ È RICCHEZZA L’INTERCULTURA INIZIA TRA I BANCHI DI SCUOLA L’intercultura è una sfida per i nostri tempi. È evidente per gli insegnanti che, giorno dopo giorno, vedono tra i banchi di scuola bambini di origini, culture ed etnie diverse sedere l’uno accanto all’altro, condividere giochi, libri, attività; è evidente anche per i genitori, che interagiscono con le altre famiglie, grazie all’amicizia che si viene a creare tra i loro bambini. Ma cosa vuol dire esattamente la parola “intercultura”? L’intercultura è conoscenza, contatto, incontro, scambio, interazione ed integrazione di genti che provengono da paesi più o meno lontani e che portano con sé le proprie tradizioni, le proprie lingue, le proprie culture, appunto. Intercultura implica l’essere consapevoli del fatto che viviamo in un mondo in cui la compresenza di persone, simboli e culture diverse sullo stesso territorio è un dato di fatto, per cui risulta indispensabile preparare le nuove generazioni ad affrontare tale realtà multiculturale con strumenti di analisi che favoriscano il rispetto ed il riconoscimento reciproco. La presenza di stranieri nel nostro Paese e dei loro figli nelle scuole italiane, infatti, rende urgente affrontare il tema

dell’educazione interculturale, con l’obiettivo di guardare all’intercultura non come ad un problema ma come ad una risorsa che dobbiamo ancora imparare a sfruttare per costruire un mondo diverso, nuovo, fatto di armonia e condivisione. Migliore. DALL’INTEGRAZIONE ALL’INCLUSIONE A partire dagli anni Novanta ci si è cominciati ad interrogare su una questione che solo in apparenza può risultare superficiale: il termine “integrazione”è corretto per indicare un fenomeno bidirezionale che consistesse sia nell’adattamento del soggetto straniero al contesto, ma anche nell’adattamento del contesto alla presenza della persona straniera? L’“integrazione”, infatti, potrebbe essere intesa come un mero adeguamento del soggetto (da integrare) al contesto, e di conseguenza lo scopo potrebbe essere quello di rendere il soggetto quanto più “normale” possibile, minimizzando le differenze del “diverso” affinché diventi “uguale”. L’integrazione coinciderebbe, secondo questa visione, con “integrazione nel sistema”, che ha di certo una valenza negativa in quanto presume una perdita di


autenticità e di libertà a carico del soggetto straniero. È per questo che si è via via affermato af il termine “inclusione”. Il processo di inclusione punta a sensibilizzare l'opinione pubblica perché si arrivi all'accettazione della diversità umana, mostrando quanto questa possa essere profondamente bella e ricca da un punto di vista socioculturale. Il passo successivo deve poi essere quello di un'accoglienza costruttiva: non on si pretende solo che il soggetto (da includere) aumenti le competenze, ma anche che il contesto dia delle risposte positive nei suoi confronti.

sia estraneo alla comunità e con essa entri in comunicazione». Un dato di fatto è che la diversità esiste, e con l’ospitalità non si sta cercando di ignorare uno scarto o sanare delle differenze, ma piuttosto di accettare accettar la vita, quella degli altri e quella nostra. Per questo la diversità è ricchezza, ed occorre andare alla ricerca delle diversità ma anche delle somiglianze, far emergere i punti di contatto e di vicinanza, andare alla ricerca di ciò che ci rende uguali e ciò che ci rende diversi, andare alla scoperta della multiculturalità, riconoscerne le opportunità e le occasioni che da essa derivano. Di conseguenza occorre educare all’incontro con la diversità e non solo accogliere chi arriva da lontano, perché l’incontro l’inco con lo straniero diventi un’occasione casione per imparare e crescere insieme. Zammitti Andrea

DIVERSITÀ È RICCHEZZA Come è possibile vivere senza sentirsi minacciati dalla diversità? E comunicare con chi vede il mondo in modo diverso dal nostro? La diversità spesso causa conflitti e violenza, come si può generare rispetto reciproco e progresso a partire da essa? Umberto Curi, filosofo italiano, afferma che per rafforzarsi unaa comunità deve aprirsi all’esterno, per sopravvivere ha bisogno di ciò che le è alieno: lo straniero. Il termine greco xénos indica “colui colui che viene da fuori” ed in quanto tale rappresenta un pericolo; ma rappresenta anche un’opportunità, per cui nei suoi confronti è necessario esercitare la xenìa,, l’”ospitalità”, l’ l’accoglienza dello straniero. Spiega Curi che «non è possibile dire la verità se non attraverso ill confronto con il discorso di chi

Bibliografia Martin M. C. (2010), La scuola un cantiere per l’intercultura,, IPOC, Vimodrone (MI) Curi U. (2010), Straniero,, Raffaello-Cortina Raffaello Editore, Milano


L’ELABORAZIONE DEL LUTTO IN ETA’ EVOLUTIVA Il lutto è un processo conoscitivo in cui ognuno prende coscienza della finitezza e mortalità dell’essere umano. E’ l’esperienza emotiva più dolorosa che una persona possa vivere e si impone all’adulto come al bambino. L’esperienza della morte, infatti, è un evento nuovo e sconvolgente che ogni bambino deve affrontare durante il suo iter di sviluppo. Egli si troverà di fronte alla morte di un uccellino per strada, vivrà vivr il decesso di un animale domestico, di una piantina, fino ad esperire la perdita di una persona cara. Comprendere il concetto di morte ed elaborare il lutto derivante dalla perdita è una fase di apprendimento importante, ma non esente da blocchi, ostacoli ostaco e percorsi patologici. Essa si completa quando parte della grossa sofferenza legata al vuoto lascia il posto al ricordo lieto della persona cara. È un momento in cui si arriva ad uno stato di accettazione della realtà dei fatti, in cui il soggetto continuerà nuerà a provare un dolore non più acuto, ma lieve, incostante e diluito nel tempo, riprendendo a vivere una quotidianità piena di speranza e progettualità.

IL PROCESSO DI ELABORAZIONE: REAZIONI EMOTIVE L’elaborazione del lutto in età evolutiva è un processo lungo, costituito da fasi diversificate e dall’alternanza di varie manifestazioni emotive. In particolare, nei giorni immediatamente successivi alla morte, si osserva nel bambino un’iniziale risposta di protesta, dove a momenti di intenso pianto si s frappongono altalenanti atteggiamenti di accettazione/rifiuto delle cure da parte degli adulti. Tale modalità comportamentale viene mantenuta nei giorni successivi, con minore intensità, manifestandosi prevalentemente nei momenti in cui vi è un cambio di abitudini quotidiane (quando si pranza, quando si va a letto, ecc). Contemporaneamente alla diminuzione della protesta, nel bambino si attiva una fase di ritiro emotivo con forti e persistenti momenti di tristezza, che si intervallano a momenti di spensieratezza eratezza e gioco (Short Sadness Span – Wolfenstein, 1966). Successive alla tristezza, risultano essere le emozioni legate alla paura e alla rabbia. Nel bambino si intensificano delle paure tipiche dell’età, quali l’ansia da separazione, la paura del buio, degli estranei, della solitudine.


Inoltre, si riscontra come reazione frequente nei bambini quella di assumere comportamenti aggressivi ad ampio raggio. È come se il bambino, arrabbiato con la persona defunta per averlo abbandonato, sfogasse questo complesso emotivo su qualsiasi persona con cui si relaziona. Oltre ad atteggiamenti etero-aggressivi, possono presentarsi anche comportamenti auto-aggressivi, in cui la rabbia è orientata verso se stesso. In questi casi, il bambino tende a mordersi, tirarsi i capelli, colpirsi la testa con oggetti oppure sbatterla contro il muro, ecc. I bambini che sono investiti dall’esperienza luttuosa, per di più, possono manifestare moti regressivi in cui possono comparire disturbi del sonno e perdita del controllo degli sfinteri (quando questo era già stato acquisito). Tali manifestazioni sono indice di un disagio psicologico intenso e gli adulti non devono né banalizzarle né assumere nei confronti dei bambini un atteggiamento rigido e punitivo. Bisogna, invece, incoraggiare i piccoli ad esprimere ciò che vivono internamente, anche attraverso il gioco o le fiabe, creare una vicinanza fisica reale e rassicurante e rispettare il loro dolore. PROTEZIONE UGUALE PRIVAZIONE Spesso,invece, gli adulti attuano quelli che loro credono essere dei moti protettivi nei confronti del bambino che subisce un lutto, attraverso comportamenti di esclusione ed isolamento, quali nascondere l’evento mortifero e/o escludere il piccolo dall’ultimo commiato all’interno della funzione funebre. Questi non sono comportamenti psicologicamente adeguati, perché non servono a salvaguardare il minore dalla sofferenza, bensì lo espongono ad una

realtà per lui incomprensibile e non condivisibile. L’adulto, in questo modo, blocca quell’importante processo elaborativo che consiste nella condivisione del dolore. Condividere significa dividere la sofferenza con qualcuno, che diventa sostegno. L’impedire al bambino di condividere l’esperienza nuova e sconvolgente della perdita, significa privarlo della sensazione di essere parte di un gruppo-famiglia che insieme affronta l’assenza di uno dei suoi membri. Ma condividere il dolore, non significa soltanto dare uno spazio di ascolto al bambino, privo però di un reale coinvolgimento empatico che possa garantire uno scambio emotivo profondo; bensì significa essere in grado di esprimere i personali vissuti adulti in concordanza con i sentimenti catastrofici di vuoto vissuti dal bambino. Il processo di verbalizzazione ed esternazione dei vissuti del bambino può, infatti, essere favorito o inibito dall’adulto. A tal proposito Bowlby cita il seguente esempio: un bambino che veniva rimproverato dalla mamma perché non aveva versato neppure una lacrima per la morte del padre ritorse la cosa contro di lei, dicendo: “come faccio a piangere se non ti ho mai vista in lacrime?” (Bowlby, 1995). È, dunque, importante comprendere che il modo migliore per aiutare il bambino a superare l’evento morte consiste nel garantirgli da parte dell’adulto una trasparenza emotivo-narrativa e nel condividere con lui parte dell’angoscia e della sofferenza per la perdita. Condividere, quindi, significa poter veicolare, con modalità adeguate, i propri vissuti emotivo-affettivi senza escludere il bambino. Il dolore dell’adulto anche se negato, infatti, verrebbe comunque


percepito dal soggetto in età evolutiva, ma non compreso. Potrebbero, in tal caso, nascere nella mente del piccolo sentimenti di colpevolezza e pensieri fantasiosi sui fatti reali di perdita. Inoltre, se vi è un’assenza di comunicazione verbale bale e non tra adulto e bambino, può accadere che per quest’ultimo la morte della persona cara risulti un tabù indicibile, fonte di profonda angoscia non elaborata. Non è, infatti, l’espressione delle emozioni collegate alla perdita a fare male, ma la loro soppressione o minimizzazione da parte degli adulti. È necessario, dunque, che un adulto di riferimento impieghi del tempo a spiegare, con un linguaggio adeguato alla fase evolutiva del bambino, il significato di ciò che è accaduto e veicoli, soprattutto attraverso modalità non verbali, quali abbracci e vicinanza fisica, messaggi rassicuranti e rasserenanti. L’adulto, quindi, deve fornire adeguato supporto ed onestà informativa, evitando nella spiegazione dell’accaduto frasi del tipo “è andato lontano…” oppure “dormirà per sempre…” perché il bambino (specialmente in età prescolare), utilizzando un pensiero concreto, non riuscirebbe a decifrare l’azione metaforica presente dietro alle frasi soprastanti e potrà sviluppare ansia nell’addormentarsi per paura di non risvegliarsi più, oppure riattivare una certa ansia di separazione credendo che chiunque “vada via” morirà e non potrà più tornare. Tali frasi, dunque, sono ambigue e possono

creare nella mente immatura del bambino una certa confusione. Affinchè, dunque, avvenga una normale e non patologica elaborazione del lutto i bambini hanno bisogno di: • un buon rapporto con la famiglia di appartenenza, basato sulla fiducia e sulla sicurezza. • una persona che si occupi affettuosamente di loro, che possa diventare tare figura di accudimento. Ricordiamo, però, che le figure di attaccamento non sono intercambiabili. Due rapporti di natura affettiva non sono costituti dalle medesime caratteristiche, non sono mai identici. Quindi, specialmente all’inizio, il bambino potrà pot avere delle reazioni oppositive e di rifiuto nei confronti dell’adulto/sostituto, dettata dalla difficoltà del piccolo ad accettare la perdita. • Informazioni pronte e chiare sulla morte che non travisino o nascondano quanto accaduto. • Incoraggiamento a unirsi al lutto familiare e possibilità di esprimere il proprio dolore. • Superamento dei sensi di colpa. L’EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI MORTE Le spiegazioni che l’adulto deve formulare per rendere chiaro al bambino l’evento morte devono necessariamente tener ten conto dello stadio evolutivo in cui il bambino si


trova. Questo perché il concetto di morte subisce, specialmente nelle prime fasi evolutive, delle radicali modifiche. Nella fascia di età che va da 0 a 2 anni il bambino non ha ancora sviluppato nessun concetto di morte, non né ha nessun tipo di comprensione. Dai 3 ai 5 anni, invece, la morte sembra essere paragonata al semplice dormire e, dunque, vista come uno stato reversibile e temporaneo. Prima dei cinque anni, il bambino riesce a concettualizzare la morte solo come assenza. Vita e morte non sono dissociabili dall’altra coppia di opposti presenza – assenza. Morto è colui che non c’è, ma può sempre riapparire. Il bambino, in questa fase evolutiva, usa il pensiero magico anche per analizzare la morte. Essa, infatti, può essere causata da un pensiero e, allo stesso modo, la persona amata può ritornare in vita attraverso un desiderio. Come conseguenza dell’uso del pensiero magico, capita, sovente, che nel bambino di sviluppino sentimenti di colpevolezza derivanti dalla convinzione che i propri pensieri o comportamenti abbiano causato la perdita della persona amata. Verso i 6 anni, il bambino è capace di distinguere la morte dal sonno, ma solamente all’età di 7 anni comprende l’irreversibilità del fenomeno mortifero causato dall’interruzione delle funzioni vitali. In questa fase evolutiva la morte è legata alla vecchiaia, quindi non viene compreso il suo carattere universale. Solo verso gli 8-9 anni il bambino comincia ad avere un’idea della morte più ampia e corrispondente alla visione adulta. Infatti, è capace di concettualizzare la morte come un evento universale, determinata non solo dalla vecchiaia, ma anche come conseguenza di malattia o incidente.

Intorno ai 10-12 anni la morte viene definitivamente compresa in tutti i suoi aspetti. CONCLUSIONI Nel difficile processo di elaborazione del lutto da parte del bambino, il ruolo dell’adulto risulta essere di fondamentale importanza. Riassumiamo quali sono i comportamenti adeguati da mettere in atto: - evitare di utilizzare espressioni ambigue per spiegare l’evento morte, bensì garantire un’onestà informativa, fatta di termini adeguati all’età di sviluppo del bambino; - fornire al piccolo informazioni che possano scardinare i pensieri di colpevolezza relativi al fatto che i propri comportamenti inadeguati abbiano determinato la morte della persona cara; - sostenere la voglia di vivere del bambino e la sua gioia presente nonostante il dolore della perdita; - offrire al bambino attenzione ed ascolto empatico nei confronti dei suoi pensieri e sentimenti, incoraggiando l’espressione emotiva profonda; - garantire la condivisione del dolore; - mantenere le regole e le abitudini quotidiane, perché l’assenza di confini può creare nel bambino maggiore disorientamento. Vecchio Alessia

BIBLIOGRAFIA Campione F., Lutto e desiderio. Teoria e clinica del lutto, Armando editore, Roma, 2012 Celli D., I bambini, le relazioni, i traumi. Costellazioni familiari e somaticexperiencing, Tecniche Nuove, Milano, 2010 Lieberman A. F., Compton N. C., Van Horn P., GhoshIppen C., Il lutto infantile. La perdita di un genitore nei primi anni di vita, Il mulino, Bologna, 2007


Oppenheim D., Dialoghi con i bambini sulla morte. Le fantasie, i vissuti, le parole sul lutto e sui distacchi, Centro Studi Erickson, Trento, 2005 Pellai A., Tamborini B., Perché non ci sei più?Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Centro Studi Erickson, Trento, 2011 Pozzi M. E., I disagi dei bambini da 0 a 5 anni. Relazioni difficili e terapia psicoanalitica della famiglia, Bruno Mondadori, Milano, 2004

Simonetta E. (a cura di), esperienze traumatiche di vita in età evolutiva. EMDR come terapia, Franco Angeli, Milano, 2010 Sunderland M., Aiutare i bambini... a superare lutti e perdite. Attività psicoeducative con il supporto di una favola, Centro Studi Erickson, Trento, 2006


GENITORI NON PERFETTI Il modo in cui i bambini vengono allevati influiscee enormemente sul loro sviluppo e sulla costruzione della personale identità adulta. Prima rima ancora che il bambino venga al mondo i suoi genitori costruiscono dentro la propria mente,, durante il corso della gestazione, delle aspettative nei suoi confronti che he moduleranno il modo in cui affronteranno il processo educativo. Ma la realtà, essendo ben diversa dalle ipotesi che possiamo costruire, potrebbe capovolgere tutto il progetto fatto di attese, speranze e timori delle figure genitoriali. Cruciali, dunque,, non sono solamente i passi che he la coppia compie successivamente alla nascita del bambino, ma molto viene strutturato, sovrasovra strutturato, ancor prima e ciò influenza il modo in cui i genitori accoglieranno e cresceranno il proprio figlio. Il bambino è fin dall’inizio un essere umano a pieno titolo, unico e diverso da ogni altro. Ha un proprio temperamento che influenza il loro modo di entrare in relazione con il mondo e, anche, con i genitori. Il temperamento del bambino, a sua volta, incide sul modo in cui i genitori agiranno nei suoi confronti. Così sì ci sarà una reciproca influenza tra genitori ori e figlio che creerà un rapporto unico.

MA EFFICACI E proprio perché ogni bambino è diverso dall’altro e la relazione che si instaura i tra genitore e figlio ha delle caratteristiche peculiari ari specifiche, non si può ritenere che vi sia un unico modo “giusto” per fare il genitore. Non esiste la ricetta magica del buon genitore. C’è una costante sperimentazione e conoscenza reciproca con il proprio figlio. È necessario, però, impegnarsi im fino in fondo ed assumere comportamenti che possano garantire al bambino una sana crescita. - I genitori dovrebbero evitare di porre richieste che il bambino non è in grado di soddisfare a causa delle sue caratteristiche personali, personali come, ad esempio, pretendere da un bambino che ha un temperamento molto attivo e dinamico di fare giochi tranquilli e sedentari per tutto il pomeriggio.. Ciò determina delle conseguenze onseguenze negative, in quanto: quanto o il bambino non riuscendo a rispettare questa norma viene etichettato come «disobbediente» identificando se stesso con tale appellativo,, oppure, nel caso riesca con grande fatica a frenarsi, soffrirà le conseguenze a lungo termine di queste imposizioni così rigide. - I genitori dovrebbero evitare di imporre o incoraggiare nei bambini modelli di


condotta che contrastano ampiamente con quelli del mondo esterno. Tale principio può assumere connotazioni molto diverse tra loro e dare esiti alquanto problematici, in relazione al processo di socializzazione del bambino. Ad esempio, se i genitori sono due persone che danno molta importanza alle formalità e risultano alquanto interessate al modo in cui gli altri li giudicano, assumeranno spesso atteggiamenti di rigidità e poca spontaneità anche nel processo educativo. Cresceranno, probabilmente, un bambino a loro immagine e somiglianza: educatissimo, dal forte autocontrollo, ma privo di quella istintività intrinseca dei bambini. Gli adulti con cui entrà in contatto lo loderanno per le buone maniere che manifesta, ma senza dubbio nel momento in cui il bambino entrerà a scuola, essendo un uomo in miniatura, verrà preso di mira dai compagni che lo prenderanno in giro perché troppo distante dal loro mondo. Una situazione opposta potrebbe essere quella di una coppia di genitori che, pur essendo delle persone gradevoli, piene di amici, non intervengono educativamente con il loro figlio, il quale essendo alquanto sveglio e precoce, esterna osservazioni pungenti sugli altri. Inizialmente, gli amici della coppia potranno ascoltarlo, divertiti, ma con il passare del tempo i suoi commenti incisivi, mai frenati dai genitori, cominceranno ad essere sempre più impertinenti ed imbarazzanti, e sempre meno divertenti, tanto da poter determinare un progressivo isolamento del bambino e dei genitori da parte dei loro amici. - I genitori dovrebbero evitare di imporre i propri pensieri, idee, credenze ai figli. Piuttosto credere che attraverso i loro pensieri ed il loro esempio i figli possano imparare a fare delle scelte consapevoli.

- il rapporto genitore-figlio non può essere caratterizzato da modalità relazionali paritarie e simmetriche Assumere un ruolo amicale, piuttosto che genitoriale determina all’interno del nucleo familiare una inevitabile confusione di ruoli che determina la messa in atto di dinamiche relazionali disfunzionali. Se l’adulto non è sicuro della personale funzione genitoriale, verrà senz’altro sovrastato dalla forza impositiva ed esplorativa del figlio, specialmente quando quest’ultimo attraverserà la fase adolescenziale. Nonostante i ragazzi manifestino insofferenza alle regole e alla presenza e controllo genitoriale hanno bisogno di regole e confini per poter mettere alla prova se stessi e i propri genitori. Il genitore, quindi, non deve essere emotivamente distante ed autoritario, bensì dovrebbe creare una relazione empatica in cui fa sentire al figlio di essere capito e supportato, ma che possa fornirgli anche delle regole e sistemi comportamentali solidi. A volte, invece, i genitori un po’ confusi da se stessi e dal mondo che lo circonda si sentono inadeguati nell’affrontare il ruolo genitoriale perché pensano di dover essere perfetti, sempre con una soluzione in tasca. Ma in realtà i figli non vogliono dei «tuttologi», delle enciclopedie da poter sfogliare, hanno bisogno di apprendere dei modelli di pensiero e comportamento capaci di incoraggiare la fiducia e la speranza che le situazioni, anche quelle che sembrano sovrastarci, possono essere trasformate. Bisogna insegnare ad avere un atteggiamento mentale orientato più alla soluzione dei problemi che alla constatazione delle presenti difficoltà. - Poche regole, chiare e ben esplicitate garantiscono la massima libertà.


Le regole vanno impartite dai genitori quando i figli sono piccoli e man mano ridefinite e condivise durante la loro crescita. L’importante non è la quantità di regole che diamo, ma la coerenza che viene dimostrata nel farle rispettare. Se, ad esempio, oggi proibiamo ad una ragazza di indossare scarpe con tacchi troppo alti e tra una settimana glielo permettiamo solo per evitare lo scontro, lei non saprà più quali sono i confini di tale regola. In sostanza, una volta detto “no”, non bisogna ritornare indietro, ma ciò non significa proibire qualsiasi cosa al proprio figlio, infatti, è necessario circoscrivere i divieti a poche e specifiche situazioni. - Il compito principale del genitore è quello di riconoscere il proprio figlio come persona autonoma, indipendente, con un proprio ruolo e personalità. Far passare il messaggio «tu vali, sei importante, ce la puoi fare»… questo è ciò che di più importante si possa fare per il proprio figlio, perché da questo nucleo si creerà l’autostima del bambino. Egli penserà «mio padre e mia madre credono in me. Io posso credere in me. Allora anche gli altri possono credere in me». - I genitori dovrebbero evitare di utilizzare modalità aggressive nella relazione con i figli, anche quando sono arrabbiati, in quanto il primo compito di un genitore e’ mantenere il controllo di se’ perché egli è per i figli il piu’ importante modello di autocontrollo. I bambini/ragazzi hanno bisogno che gli adulti di riferimento gli diano l’esempio di cio’ che devono imparare e che gli si richiede: l’autocontrollo emotivo. Questo non significa che l’adulto debba reprimere la propria rabbia scatenata dal comportamento del bambino. Bisogna,

però, trattenere la collera violenta e distruttiva, e comunicare (anche con voce irritata e tono severo) che la reazione a cui il bambino/ragazzo andrà incontro con il suo comportamento è la rabbia del genitore. - I genitori dovrebbero intervenire sul comportamento evitando di fornire giudizi sulla persona. Se il genitore usa spesso frasi del tipo «sei un bambino pestifero» «sei un cretino» «sei sempre disubbidiente» si rischia di creare nel bambino convinzioni negative su di sé. Penserà di essere davvero una peste o un cretino, di essere sbagliato. Cerchiamo, invece, piuttosto che elencare quello che non va fatto, di aiutarlo a capire cosa di migliore e diverso può fare. Attraverso la massa in campo di tali principi è importante assumere un’identità genitoriale caratterizzata da sicurezza e spontaneità. I genitori sicuri sono quei genitori che agiscono con tranquillità quando si occupano del bambino. Non si abbattono quando commettono degli errori, anzi cercano con creatività un metodo nuovo. E se non riescono a far fronte adeguatamente alle esigenze del figlio sono pronti a rivolgersi ad uno specialista, senza per questo pensare di essere dei genitori incompetenti. Credono che fare il genitore sia un’occasione quotidiana e una continua scoperta della bellezza della vita. Fortuna Giuseppina Vecchio Alessia BIBLIOGRAFIA Bettelheim B., Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli editore, Milano, 2013 Chess S., Thomas A., Conosci tuo figlio. Un’autorevole guida per i genitori di oggi, Giunti gruppo editoriale, Firenze, 2002 Rosci M., Genitori si diventa. Aiutare i figli a costruire la propria identità, Giunti editore, Firenze, 2007


DI FRONTE ALL’ALTRO

“Quando Quando guardo una persona negli occhi, allora scopro per dir così il suo essere un io”. io E. Stein, 1998

Mai come oggi l’umanità vive con modalità flessibili e dinamiche le relazioni interpersonali, attraverso l’emancipata espressività del personale calderone emotivo, più o meno altalenante, che governa pensieri e comportamenti. Nonostante questa sta tanto inseguita, ed ottenuta, autonomia comunicativo-ideativa comunicativo presente alla base delle interazioni con gli altri, gli uomini e le donne vivono, oggi più che mai, uno stato di insoddisfazione circa la qualità dei propri rapporti, sempre meno rassicurantii e sempre più conflittuali a vari livelli e nei diversi contesti sociali. Dietro ogni conflitto, possono celarsi bisogni insoddisfatti, quali quelli di stima, rispetto, autonomia e comprensione e/o la manifestazione di schemi rigidi di comportamento in cuii vi è un atteggiamento valutativo dove la persona assume la posizione di giudice privo di dubbi, che punta il dito contro l’altro con spietatezza. In tal modo, non si tiene conto dei diversi fattori che possono aver determinato la reazione dell’altro, qualili stanchezza,

fragilità, nervosismo, ecc., né vi è l’accoglienza dell’alterità altrui, nei pensieri e nelle azioni. Così si crea un clima di litigiosità ed assenza di empatia. L’empatia, ovvero la scoperta della realtà di ciò che vive un’altra persona, persona è il centro e il fondamento primario di Per mantenere positive e ogni longeve relazioni è relazione. necessario saper essere L’incapacità di flessibili, autonomi, grati rendersi conto e capaci di costanti ridell’esistenza adattamenti. distinta e peculiare dell’altro è limitante. LA RELAZIONE CON L’ALTRO COME STRUMENTO DI RIMODELLAMENTO DELL’IDENTITA’ PERSONALE La realtà vera e profonda di ogni essere umano sta nella consapevolezza che la sua identità si forma in-relazion relazione. Già all’interno del rapporto diadico madre-bambino, la


presenza di un Tu che sta di fronte ad un Io, ne delinea i contorni. Non possiamo, dunque, fuggire da tale realtà: l’Io è legato a filo doppio con il Tu, essi si determinano ed aggiornano vicendevolmente. La relazione, dunque, è alimento di vita quotidiana, è testimonianza della nostra esistenza ed incide notevolmente sulla personale percezione di soddisfazione/insoddisfazione relativamente al sé e, più in generale, alla propria dimensione sociale ed esistenziale. La rottura o la presenza di difficoltà all’interno di un rapporto, di solito provoca nella persona il susseguirsi, un po’ confuso, di sentimenti anche molto diversi tra loro: dalla rabbia iniziale per la diversità di opinioni o per il torto subito, si passa all’amarezza, alla frustrazione, fino a dei possibili sentimenti di colpevolezza. Dunque, la qualità delle nostre relazioni interpersonali influenza diversi aspetti della vita, anche la definizione della propria identità. Ciascuno di noi ha un’identità complessa e «composita, frutto dell’incontro delle nostre posizioni identitarie con quelle che gli altri ci riconoscono in un rapporto di mutua definizione in continuo divenire» (Talamo, Roma, 2007). Sparti parla, a tal proposito, di Io di fronte agli altri, per indicare il ruolo che assume il confronto con l'altro da sé, nel corso del processo di definizione identitaria. La tesi che Sparti propone e sostiene, pone in evidenza la forte correlazione che esiste tra l'immagine che ognuno di noi ha di sé ed i riconoscimenti che provengono dai nostri altri significativi. Come scrive lo stesso Sparti, cioè, l'Io si costruisce in rapporto al "tu", ossia a partire dal riconoscimento dell'altro, e non dalla sua negazione.

L’identità è vissuta, dunque, come una sorta di specchio nel quale è riflessa la percezione personale del soggetto (che si auto-valuta, auto-definisce, autopercepisce) e l’immagine che è proiettata dallo sguardo dell’altro significativo, la quale funge da confronto e determina un rimodellamento della propria opinione su di sé. L’Io di fronte a se stesso, dunque, e contemporaneamente di fronte all’altro per definirsi. Colui che pioneristicamente ha introdotto, nel lavoro “Human Nature and the social order”, il concetto di Sé Rispecchiato (Looking Glass Self) è stato Charles Horton Cooley. Per l’autore, gli altri significativi costituiscono uno specchio sociale nel quale l’individuo guarda con insistenza per scorgere le opinioni altrui nei propri confronti. In questo modo le «valutazioni riflesse diventano le proprie valutazioni» (Talamo, Roma, 2007). In altre parole, il concetto di Io si forma nell’individuo come proiezione del modo in cui gli altri lo percepiscono, reagendo come se si guardasse in uno specchio; cosicché «la personalità è quasi interamente formata dal perenne gioco di relazioni che l’individuo intrattiene con una serie di altri» (Argiolas, Spinedi, 2001). L’uomo come essere sociale plasma se stesso all’interno del mondo, in relazione e confronto costante con ciò e chi lo circonda. Quindi, l’identità, sebbene individuale, non può essere intesa come una dimensione puramente personale, bensì come «dimensione che reca sempre le tracce della contestualizzazione del soggetto che ne è portatore, essendo sempre espressione dell’articolazione fra gli aspetti psicologici e l’esperienza soggettiva con i contesti dell’esistenza» (Floriani, 2004).


COSA FARE PER VIVERE RELAZIONI GRATIFICANTI “Ogni vita effettiva è incontro, giacchè l’uomo si fa Io nel Tu” (Buber M., 1959)

Dialogo assertivo Ogni persona ha strutturato, nel corso del suo sviluppo, delle peculiari modalità di percezione e comprensione del mondo circostante. L’interazione, quindi, tra persone che hanno lenti diverse attraverso cui osservano la vita, può non essere sempre lineare ed esente da fraintendimenti e difficoltà. Succede sovente che noi dimentichiamo l’alterità, pretendendo che il nostro interlocutore comprenda immediatamente il messaggio, con le caratteristiche pensate nella nostra intenzionalità comunicativa. Nel momento in cui, però, sorgono delle problematiche comunicazionali scarichiamo tutta la responsabilità all’altro, la non comprensione, il non ascolto, la non presenza dell’hic et nunc della conversazione. Differentemente, sarebbe opportuno fermarsi e comprendere che la personale responsabilità all’interno di una comunicazione non si ferma alla mera verbalizzazione del contenuto del messaggio, ma va oltre fino all’accertamento della reale comprensione da parte dell’altro. Una persona che ama il contatto con gli altri, infatti, non può pensare solamente al contenuto da comunicare, ma deve prestare molta attenzione anche alle modalità attraverso cui veicola il proprio messaggio. È importante, in tal senso, sviluppare uno stile relazionale che possa avvicinarci

all’altro, mostrando rispetto ed assenza di prevaricazione. L’assertività e l’empatia sono due elementi importanti che permettono di interagire in maniera soddisfacente per entrambi i protagonisti della comunicazione. La persona assertiva ed empatica, infatti, è sicura e decisa, ma ammette quando sbaglia, accetta la critica e, a sua volta, sa criticare in modo costruttivo. Ha uno sguardo aperto, portato all’ascolto attivo e sa mettere a proprio agio l’interlocutore. Accoglie l’altro nel pieno rispetto dei diritti di entrambi. Accettazione di sé e dell’altro Può capitare che i sentimenti negativi provati verso il nostro interlocutore possano avere delle origini specifiche nella disistima verso se stessi. La paura che i propri bisogni primari di affiliazione, affetto e stima vengano respinti e negati dall’altro, potrebbe portare la persona ad attuare moti di chiusura verso l’esterno che vengono manifestati attraverso atteggiamenti scostanti, di rifiuto, di gelosia verso l’altro. È importante, quindi, riuscire a conoscere ed accogliere anche le parti di sé che non si amano o che si preferirebbe nascondere. Accettare se stessi ed i propri limiti, ci rende capaci di aprire le porte all’altro, osservando la sua diversità come ricchezza e metro con cui porsi a confronto. Reciprocità indiretta Il costrutto di reciprocità indiretta si rifà al sentimento di gratitudine che proviamo quando riceviamo un bene, materiale o non, da una persona. La gratitudine di per sé, determina in chi la prova, delle sensazioni positive: felicità, tranquillità, serenità interiore e genera il desiderio di sviluppare azioni prosociali. Il concetto di reciprocità indiretta, infatti, fa riferimento alla tendenza, in chi ha ricevuto qualcosa di positivo da un benefattore, non solo a


ricambiare direttamente quest’ultimo (rapporto diadico tu-io), ma anche al desiderio di aprirsi agli altri, spendendo le proprie energie per essere d’ausilio per altre persone (rapporto triadico tu-io-altro). Questo circolo virtuoso, in cui il bene ricevuto viene donato ad altri, determina uno stato di benessere psicologico che si espande da soggetto a soggetto, generando il passaggio da beneficiario a benefattore. Avere qualcuno che in un momento di difficoltà ci tende una mano, allenta i sentimenti di disperazione e solitudine. Allo stesso modo, sentirsi utili per gli altri fa nascere un’apertura emotiva e cognitiva verso l’altro. La gratitudine e la reciprocità indiretta sono, quindi, elementi importanti per la soddisfazione personale e sociale e per il mantenimento di rapporti positivi all’interno delle comunità. Fortuna Giuseppina BIBLIOGRAFIA Argiolas, C., Spinedi, M. G. (a cura di), Universalità e cultura nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubbettino Editore, Sovena Mannelli, 2001 Boella L., Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006 Buber M., Il principio dialogico, Edizioni Comunità, Milano, 1959 Cheli E., L’epoca delle relazioni in crisi, Franco Angeli, Milano, 2013 Cooley, C. H., Human Nature and the social order, Scribner's, New York, 1902 Del Core P., Fisichella M., Il noviziato tra vecchi e nuovi modelli di formazione. Contesti e percorsi formativi per una responsabilità condivisa, LAS, Roma, 2008 Floriani, S., Identità di frontiera, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (CZ), 2004 Psicologia Contemporanea n. 237 - maggio/giugno 2013 – Giunti editore Talamo, A., Roma, F. (a cura di), La pluralità inevitabile. Identità in gioco nella vita quotidiana, Apogeo editore, Milano, 2007 Sparti, D., Identità e coscienza, il Mulino, Bologna, 2000 Stevani M., Per una autonomia affettiva della donna consacrata, FMA, Roma, 1995


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Rivista psiCOspes Maggio-Giugno 2014