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LA RABBIA IN ETA’ EVOLUTIVA


LA RABBIA IN ETA’ EVOLUTIVA “La maggior parte delle persone cronicamente arrabbiate sono state a loro volta danneggiate dalla rabbia in età infantile” Spesso, nel gergo comune, i termini “rabbia” ed “aggressività” vengono utilizzati in modo intercambiabile, come sinonimi che convergono in un medesimo significato unitario. In realtà, seppur essi siano inevitabilmente collegati da numerose connessioni, risultano essere due costrutti differenti. La rabbia, a, infatti, è un’emozione primaria che conosciamo fin dalla nostra età neonatale. Essa ci permette di cogliere la presenza di un pericolo e reagirvi prontamente secondo un’ottica adattiva e di sopravvivenza, ma è anche modalità evolutiva per il bambino che,, attraverso la sua collera, esprime se stesso e raggiunge successive tappe di sviluppo. L’aggressività, invece, è l’azione, la manifestazione esteriore di quella collera intensa che trova espressione nel nostro corpo tramite i comportamenti o nei nostri pensieri ensieri tramite i messaggi comunicativi che inviamo all’interlocutore. Non sempre, però, la presenza della rabbia dà vita a manifestazioni aggressive. Si possono avere diverse modalità di risposta all’emozione di rabbia: alcune positive (quando riusciamo ad esprimere la rabbia

in modo sano, essa può portare ad un cambiamento ed ad una crescita psicologica), altre negative (quando la collera risulta distruttiva per sé e/o per l’altro, quando è fuori controllo e diventa uno status che governa e controlla i pensieri ensieri e le azioni della persona, quando diventa cronica o esplode attraverso modalità eccessive e di difficile gestione). EEM MO OZZIIO ONNEE PPRREECCO OCCE CE La rabbia è una di quelle emozioni che i bambini sperimentano spesso, e che manifestano attraverso comportamenti intensi, quali pugni, urla, pianto, calci, ecc. A volte, gli adulti possono venire colti di sorpresa da un morso del loro figlio e sono subito spaventati da questa manifestazione quasi arcaica e primitiva. In realtà, tali comportamenti in un’età precoce di sviluppo (tra gli 9 mesi e i 36 mesi) sono coerenti alla norma. È probabile, che le prime crisi di collera vengano causate dalla fame, dalla stanchezza, dalla noia o da una stimolazione eccessiva. Solo successivamente, le motivazioni alla base della rabbia diventano più ampie.


Un bambino può arrabbiarsi perché non viene soddisfatto un suo bisogno o desiderio, perché non riesce in un’impresa che si era prefissato, perché non arriva ad imporsi come vorrebbe su un suo coetaneo in un momento di gioco, perché riceve un rimprovero da un adulto, perché gli viene chiesto di fare qualcosa di diverso da quello che vorrebbe fare, perché fallendo in un compito affidatogli pensa di aver deluso le aspettative dell’adulto, perché ritiene di aver subito un’ingiustizia, perché sta attraversando un momento di stress o difficoltà (ad esempio a causa di liti o separazione tra i genitori oppure per la nascita di un fratellino/sorellina). Diverse, dunque, possono essere le cause che stimolano l’emozione della rabbia. Quando queste sono quotidiane, passeggere, legate all’hic et nunc della situazione, la rabbia assume un volto circoscritto e specifico e, dopo essersi manifestata, abbandona il soggetto. Ma quando, invece, i motivi alla base della collera sono più profondi, collegati a mancanze esperite nel contesto familiare in età precoce, allora la rabbia può assumere valenze differenti. Ciò che il bambino vive durante la sua infanzia, specialmente in relazione ai rapporti con le figure di attaccamento, condiziona profondamente il suo sviluppo. In particolar modo, secondo la teoria dell’attaccamento (Bowlby), è il rapporto con la figura materna ad essere centrale per far sì che il bambino acquisisca un buon livello di stima di sé e diverse competenze di autogestione emotiva e relazionale. Il ruolo materno, non è fondamentale solamente nella prima fase della relazione madre-bambino in cui essi vivono una

simbiosi affettiva, ma anche nel momento successivo in cui il figlio comincia a fare esperienza del contesto, separandosi per periodi medio-brevi di tempo dalla genitrice. In questo momento di transizione, la madre dovrà essere per il figlio “base sicura” cui far ritorno quando nasce nel bambino l’esigenza di rifornimento affettivo. I bambini che esperiscono la mancanza di una madre sufficientemente buona, vivono sentimenti di incertezza affettiva e personale. Ciò può generare uno stato di sofferenza emotiva che trova la sua manifestazione nella rabbia. La rabbia nei bambini molto piccoli, infatti, è frequentemente attivata dalla paura: la paura di essere abbandonati e, di conseguenza, rimanere soli. La primissima infanzia è un’era di dipendenza assoluta dai propri genitori, quindi, senza la loro presenza attenta, lo spettro dell’abbandono imperversa. Sviluppare la percezione di essere stato “lasciato” dall’adulto genera nel bambino uno stato di disperazione, che si trasforma prima in paura e poi, se la condizione si protrae nel tempo, il disagio interiore diventa rabbioso. Inoltre, non avendo delle figure di attaccamento sicure, il piccolo non esperisce ed osserva modelli di accudimento materno adeguati. Le relational skills, quali empatia, conforto, cura, protezione, non vengono sviluppate a pieno da questi soggetti perché non ne hanno avuto esperienza in prima persona durante l’infanzia. Non avere accanto una persona (madre o sostituto materno) che diventa modello da cui apprendere le competenze relazionali di base, rende “incapaci” di manifestazioni affettive adeguate.


Harlow e Mears (1979) hanno studiato il comportamento di scimmie separate dalla madre per lunghi periodi nelle fasi successive alla loro nascita. Osservando come queste si comportavano a loro volta con i propri figli, veniva sempre riscontrato un atteggiamento violento. Queste scimmie madri senza madri, le quali non avevano mai sperimentato nessun tipo di amore, erano prive di amore nei confronti dei loro cuccioli, la stessa assenza di emozioni che caratterizza purtroppo anche molti analoghi umani. La maggior parte delle scimmie madri senza madre ignorava i propri figli, altre addirittura ne abusavano schiacciando il loro muso contro il pavimento, staccandone a morsi i piedi e le dita.

La presenza sana delle figure primarie di vive in una condizione di perenne allerta, in attaccamento, dunque, risulta essere attesa del prossimo scoppio d’ira, fondamentale per l’iter evolutivo del trovandosi in un costante stato di stress. bambino e per le future modalità relazionali Ciò potrebbe portare il bambino ad attuare messe in campo dallo stesso. un comportamento di aggressione Ma cosa succede se il genitore è… preventivo, in cui prima di venire aggredito è lui che attacca per primo. INTERMITTENTE Un genitore che sia talvolta molto presente, VIOLENTO altre volte no, può suscitare rabbia. Il Un bambino che vive in una casa in cui bambino è costretto a vivere un osserva, sovente, degli episodi di violenza attaccamento ambivalente, in cui esperisce domestica è vittima di quello che viene una costante speranza di amore che definito abuso assistito. spesso viene delusa dal genitore. Tale tipo Un genitore (nella maggior parte dei casi il di relazione esperita durante l’infanzia – di padre o il compagno della madre) attua un amore, rifiuto, poi amore e rifiuto - genera comportamento ripetitivo di aggressività frustrazione e la frustrazione genera rabbia. fisica nei confronti dell’altro membro della RABBIOSO coppia. L’aggressività implica potere. Una persona cresciuta in un ambiente L’aggressore, dunque, controlla la relazione domestico in cui le forme attraverso la violenza e prevalenti di espressione diventa per i bambini erano rabbia e violenza, è modello di LLaa ccaappaacciittàà ddii eesssseerree aaffffeettttuuoossii probabile che attribuisca comportamento. Inoltre, l’atto di maltrattare valore e validità proprio e nnoonn ssggoorrggaa ddaall nnuulllaa,, ddeevvee soltanto a questo tipo di fisicamente e eesssseerree eessppeerriittaa iinn pprriim maa verbalmente il partner espressioni emotive ppeerrssoonnaa.. porta ad una sua (Orbach, 1994). Questi bambini sconoscono la delegittimazione come figura autorevole sul possibilità di agire piano educativo. In questo ambiente, i comportamenti positivi ed affettuosi di piccoli oltre ad essere involontari spettatori interazione sociale, perché non hanno di una relazione disfunzionale tra la coppia ricevuto delle interazioni umane genitoriale, che però diventa unico affettivamente rassicuranti e gratificanti. Il elemento di apprendimento si sentono bambino il cui genitore è sempre arrabbiato


dolorosamente impotenti per non riuscire a fermare la violenza. Questa situazione emotiva provoca nel bambino un forte senso di colpa per non essere stato in grado di contrastare la violenza o per essere privilegiato (perché non direttamente oggetto di violenza) o addirittura perché pensa di essere lui la causa dei litigi. Se il bambino non viene aiutato ad elaborare le emozioni che si scatenano dall’assistere a scene orribili, egli le scaricherà attraverso modalità disfunzionali. I sintomi ricorrenti nei bambini testimoni di violenza comprendono: - nell’area cognitiva (scarso rendimento scolastico, ritardi nello sviluppo, ecc.) - nell’area emotiva (ansia, rabbia, depressione, basso livello di autostima) - nell’area del comportamento (aggressività, crudeltà verso gli animali, comportamento antisociale, iperattività) - nell’area fisica (disturbi del sonno, inadeguato sviluppo psicomotorio, sintomi psicosomatici) quindi, l’esposizione costante alla violenza familiare costringe i bambini a doversi confrontare con i comportamenti violenti dei genitori, provocando un danneggiamento evolutivo che può coincidere con : - la normalizzazione dei comportamenti osservati - l’interiorizzazione di modelli relazionali ambigui e negativi - l’inibizione delle proprie sane valenze aggressive - la difficoltà o l’impossibilità di accedere a sentimenti di rabbia o risentimento, perché provocano eccessiva paura o senso di colpa - i meccanismi identificativi (l’identificazione con l’aggressore o con la vittima).

Accade frequentemente, infatti, che questi bambini si alleino con un genitore, rifiutando l’altro. Questa alleanza può avere due differenti direzioni: il bambino si allea con il genitore percepito come “vittima” divenendone il difensore oppure si coalizza con il genitore “aggressore”, riproponendo nel corso della crescita i medesimi comportamenti violenti. ABUSANTE Un discorso diverso è da farsi nel caso dell’abuso sessuale. Tra le vittime di abuso intrafamiliare, il 70% sono femmine e il restante 30% sono maschi. Il tipo più frequente di incesto è quello tra padre e figlia o tra patrigno e figliastra (70-80% sul totale). L’incesto parentale è senz’altro uno dei traumi più devastanti nella vita psichica di un figlio, anche perché quasi sempre si accompagna ad altre forme di abuso. e’ una violazione del corpo e dello spazio psichico della vittima. C’è un trauma allorchè il soggetto non è in grado di contenere, elaborare, integrare e vivere le proprie emozioni di fronte ad eventi interni ed esterni dell’esistenza. Ebbene, vista l’organizzazione psichica immatura, l’aggressione sessuale provoca nella piccola vittima un’eccitazione così intensa e insopportabile, data l’impossibilità di un adeguato scarico attraverso l’orgasmo, che rischia di sopraffarne le deboli forze e causarne la frammentazione della personalità (Carloni e Nobili, 1975). L’abuso sessuale interrompe drasticamente le credenze positive nei confronti del proprio genitore, per cui la figura parentale perde il suo ruolo protettivo ed educativo. Una simile violazione della fiducia che il bambino, in quanto dipendente, pone nel genitore, determina conseguenze psichiche estremamente negative e durature.


Inoltre, l’incesto parentale provoca una vera e propria confusione tra il linguaggio della tenerezza (del bambino) e il linguaggio della passione sessuale (dell’adulto), a cui segue inevitabilmente la confusione dei sentimenti. Il bambino, cioè mentre cerca l’affetto e la tenerezza, si trova ad avere a che fare con un comportamento sessuale adulto, per lui indecifrabile ed ingestibile. In questo modo la vittima vive una profonda rabbia e risentimento per l’abuso subito e un insopportabile senso di colpa e di vergogna. ASSENTE Nella società occidentale contemporanea continuano ad aumentare in modo esponenziale separazioni e divorzi. Ciò implica che vi sono sempre più figli senza padre. Tale condizione viene definita fatherless e potrebbe essere alla base di numerose problematiche psicologiche dei bambini e degli adolescenti, in quanto il padre è colui che aiuta il figlio a sviluppare la propria autonomia, a TIPOLOGIA PADRE stabilire rapporti paritetici con gli altri, è indispensabile per la Eterno fanciullo creazione della coscienza etico-sociale, Distante aiuta a comprendere il senso del limite e del controllo ed incoraggia a Normativo/rigido sostenere la Assente frustrazione. Un padre può essere Incestuoso assente per diversi motivi. È necessario scindere se il padre è assente perchè muore oppure se si è allontanato volontariamente. In quest’ultimo caso, si producono solitamente effetti più dannosi sui bambini rispetto alla morte, con problemi che si ripercuotono e si manifestano diversamente sui ragazzi e

sulle ragazze. I ragazzi sono generalmente colpiti più duramente. Essi tendono ad avere difficoltà a concentrarsi a scuola, difficoltà di apprendimento. La mancanza del padre, inoltre, aumenta significativamente la probabilità che un ragazzo diventi violento ed è molto comune che per le madri ci siano difficoltà di gestione in particolare di ragazzi adolescenti senza padre. Per quanto riguarda invece le ragazze si può invece riscontrare spesso un comportamento esageratamente seduttivo o si chiudono emotivamente con difficoltà nel formare rapporti sani e durevoli con gli uomini. RRUUO OLLII PPAATTEERRNNII DDIISSFFUUNNZZIIO ONNAALLII Non è solo l’assenza paterna a determinare conseguenze negative nello sviluppo dei bambini. L’assunzione di comportamenti e metodiche educative ambivalenti e/o eccessivamente rigide, possono determinare la creazione di rapporti padrefigli inadeguati. TIPOLOGIA FIGLIA

TIPOLOGIA RELAZIONE

Sottomessa, instabile

Aconflittuale

Compiacente, superattiva, ribelle

Aconflittuale

Sottomessa, ribelle

Conflittuale

Ribelle negativa

Distruttiva

Emotivamente instabile

Ambivalente

Padre eterno fanciullo è colui che evita i conflitti. Incapace di prendere impegni, evita la realtà vivendo nel regno delle possibilità. Difficilmente è una persona affidabile e di solito non porta nulla a termine. Non ha capacità di resistenza nelle situazioni difficili. Spesso non assumono in


pieno il proprio ruolo paterno, rimanendo figli passivi nei confronti delle mogli. La figlia di questo tipo di padre, può costruirsi inconsciamente un’immagine ideale dell’uomo e del padre e la sua vita si può trasformare in una ricerca di questo padre ideale, cioè l’uomo ideale che esiste solo nella sua immaginazione (Leonard S., 1985). Il suo rapporto con gli uomini, specialmente nella sfera della sessualità, può essere difficile perché la mancanza di impegno che ha sperimentato con il padre può generare una sfiducia generale verso gli uomini e nella sua sessualità femminile.

Cerca di risultare gradita al padre adeguandosi cercando di anticipare ogni suo desiderio. Si sente soddisfatta solo quando viene ammirata. 2. Figlia superattiva Cerca di impressionare il padre con le sue prestazioni, osserva quali sono gli ambiti di interesse per il padre e proprio in questi ambiti cerca di emergere. Facendo così ella ignora i propri sentimenti e le proprie ambizioni. 3. Figlia ribelle Oppone resistenza al padre, combatte contro le sue idee. È spesso ironica, acuta nelle osservazioni. Lotta per conquistare l’attenzione del padre.

Il padre distante è un uomo forte, silenzioso, solitario. Presente fisicamente, Il padre normativo/rigido è un uomo che dà adempie ai suoi obblighi coniugali e di estremo valore all’obbedienza, al dovere, genitore, ma non è psicologicamente alla razionalità e pretende che anche le disponibile nei confronti dei membri della famiglia essendo incurante del bisogno di figlie abbiano gli stessi valori, non tollerando nessun segno di diversità da lui amore, incoraggiamento e di affetto dei figli. Con un padre emotivamente distante, la da parte dei figli. Da importanza al controllo figlia non sperimenta un rapporto aperto e non è aperto all’inatteso, all’espressione con la realtà eterosessuale, ha solo una della creatività e dei sentimenti. Tende a vaga idea del padre. Quando si impegna in schiacciare nella figlia le qualità femminili e rapporti sentimentali può rispondere si aspetta dai figli un eccessivo successo all’ombra sociale. Avendo sfuggente dell’altro sperimentato solo e non all’uomo severità e durezza, le figlie saranno nella sua interezza. ““NNooii ppoorrttiiaam moo ddeennttrroo llee iinnfflluueennzzee ddeeii probabilmente dure con I padri distanti nnoossttrrii ggeenniittoorrii,, m maa nnoonn ssiiaam moo ddeessttiinnaattii se stesse o con gli altri. creano una aa rriim maanneerree sseem mpplliicceem meennttee iill rriissuullttaattoo profonda nostalgia Anche se si ribellano, ddeeii nnoossttrrii ggeenniittoorrii”” ricalcano l’inflessibilità per l’affetto paterno paterna interiorizzata, e lasciano un vuoto LLeeoonnaarrdd LL..,, 11998855 profondo nella vita non vivono mai la delle figlie, le quali propria vita, restano legate al controllo paterno. hanno una mancanza di fiducia in se stesse, non sono mai sicure e soddisfatte del proprio aspetto. Le figlie possono Il padre incestuoso è tendenzialmente reagire in tre modi: narcisista, incapace di provare empatia, 1. Figlia compiacente rigido, chiuso. Incapace di stabilire rapporti equilibrati con il mondo esterno, tende


all’isolamento ’isolamento e all’egocentrismo. È scontento di sé e di ciò che ha avuto dalla vita e , quindi, ha sviluppato una bassa autostima. La figlia che ha sperimentato questa tipologia di padre, si rifugia nella negazione. È incapace di sopportare due forti emozioni: ni: il disgusto e il piacere, il tradimento e l’amore. Per riuscire a sostenere la sua confusa doppia vita, a volte, la “piccolina di papà”, altre volte “l’amante di papà”, deve “sdoppiare” il padre nella sua mente: il padre cattivo e il padre buono. Nello stesso modo deve sdoppiare se stessa: la cattiva ragazza e la buona ragazza. Pian piano il buono e il cattivo possono confondersi, fino al punto di invertirsi. Talvolta, la figlia si addossa lei la colpa, in quanto pensa di essere stata lei ad incoraggiaree il padre, ad eccitarlo. LLAA RRAABBBBIIAA IINN AADDO OLLEESSCCEENNZZAA In età adolescenziale la rabbia è spesso finalizzata al processo di separazione. Per costruire un’immagine di sé autonoma, è necessario destituire i personaggi che nell’infanzia sono stati idealizzati, e la rabbia aiuta a prenderne le distanze. Per gli adolescenti la rabbia risulta assumere una connotazione prevalentemente relazionale, e in questo periodo della vita le relazioni interpersonali subiscono importanti modifiche. È nelle relazioni importanti (familiari, amicali, sentimentali) che si può esprimere maggiormente la rabbia. In adolescenza, la rabbia non è solamente etero-orientata, orientata, ma troviamo forme di aggressività di pensiero o di comportamento espresse verso se stessi. Ciò è determinato dal rimodellamento odellamento di sé e dall’auto ed etero-valutazione valutazione sul proprio aspetto e sulla propria personalità. Nei casi più gravi, è espressione di profondi disagi.

CCO OM MEE TTRRAATTTTAARREE UUNN BBAAM MBBIINNO O AARRRRAABBBBIIAATTO O Di solito i bambini e gli adolescenti con problemi legati alla rabbia abbia non possiedono in misura adeguata la flessibilità, che è quella capacità cognitiva che ci permette di capire che una situazione può essere interpretata in modi diversi. In questi casi non è fruttuoso intervenire sul piano esclusivamente razionale con spiegazioni e prediche, bensì è importante ricercare un diverso canale comunicativo. Invece,, ad esempio, di chiedere la narrazione di un’esperienza esperienza di rabbia, rabbia magari si potrebbe chiedere al bambino di disegnarla o di scriverla. Ci troveremo, probabilmente si fronte a rappresentazioni di terremoti, incendi, guerre che sono la trasposizione simbolica del tumulto che il soggetto vive dentro di sé.

Oppure si può ricorrere al metodo del racconto di fiabe, favole, storie-stimolo storie che permettono al soggetto, attraverso un’identificazione con il protagonista, di osservare la propria condizione attraverso una lente esterna. Si esperisce la possibilità di distaccarsi dalla confusione personale e, attraverso verso i suggerimenti che la storia offre, il bambino può vedere strade alternative e soluzioni sconosciute. Qualsiasi siano gli strumenti utilizzati, l’obiettivo da raggiungere e’ quello di aiutare il bambino/adolescente a


trasformare rasformare le emozioni in parole. paro La verbalizzazione della sua realtà emozionale gli permette un contatto con la dimensione cogntivo-riflessiva. Attraverso il pensiero, e il possibile contenimento che da esso deriva, il soggetto potrà apprendere la competenza autoregolativa. La rabbia,, non va inibita, come se fosse un tabù indimostrabile, né lasciata libera perché diventerebbe esplosione impulsiva ed istintuale di un’energia psichica, a cui il bambino non riuscirebbe ad attribuire alcun significato a lui comprensibile, sentendosi, così, da essa sopraffatto. L’adulto, allora, deve riuscire a contenere la rabbia del piccolo, per evitare che egli sia in balia di un’energia che non riesce a gestire e a canalizzare in modo costruttivo, subendone passivamente tutti gli effetti negativi e distruttivi. È inutile attivare reazioni esagerate da parte dell’adulto come risposta alla rabbia del bambino. Ill primo compito di un educatore e’ mantenere il controllo di sé perché è il più importante modello di autocontrollo. I bambini hanno bisogno che gli adulti diano loro l’esempio di ciò ci che devono imparare: l’autocontrollo emotivo.

(anche con voce irritata e tono severo) che la reazione a cui il bambino andrà incontro con il suo comportamento è la rabbia dell’adulto. “Allora vuol dire che non mi vuoi bene!”… bene!” Le armi che un bambino usa per farci cedere sono geniali: ricorre alle lacrime, al ricatto “e io non mangio!”, oppure alle moine, al sorriso, alle adulazioni. Si mostra infelice “tutti ce l’hanno con me…” oppure ripete litanie estenuanti “lo voglio, lo voglio, lo voglio…” per costringere costringe alla resa anche il più determinato degli adulti. Come ci si deve comportare in queste circostanze? Si devono scegliere comportamenti che possano veicolare al minore due messaggi apparentemente contraddittori: 1. Dimostrare al bambino che lo amiamo 2. Convincerlo rlo che, proprio per questo, gli diciamo di no. Questo non vuol dire imporre regole rigide o esigere un’obbedienza cieca, ma piuttosto dire no spiegando sempre le ragioni della nostra linea di condotta. È molto importante comportarsi in modo coerente, quindi, ndi, una volta detto di no, non bisogna più cedere. Cedere è diverso dall’acconsentire, dall’acconsentire in quanto sii cede quando si fa qualcosa di contrario a ciò che in realtà si vorrebbe fare, mentre sii acconsente quando si riconosce che la richiesta è ragionevole e siamo iamo in grado di accontentarla. È importante limitare i no a poche situazioni, perché viceversa la forza dei divieti sarà fragile e facilmente aggirabile. Vecchio Alessia (Psicologa) alessiavecchio.psi@gmail.com

Questo non significa che l’adulto debba reprimere la propria rabbia scatenata dal comportamento del minore,, ma che bisogna trattenere la collera violenta violent e distruttiva, ma comunicare e far presente

Fortuna Giuseppina (Psicologa) giusyfortuna@gmail.com


Bibliografia Abbruzzese S., Minori e violenze. Dalla denuncia al trattamento, Franco Angeli, Milano, 2011 Brazelton, Sparrow, Il tuo bambino e…l’aggressività. Una guida autorevole per affrontare rabbia e collera, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2007 Davis D. L., La rabbia nei bambini, Armando Editore, Roma, 2007 Fabbroni B., I bambini e la rabbia nel mondo delle emozioni, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2011 Ferraroli L., Adolescenti trasgressivi forse, cattivi no, Edizioni San Paolo, milano, 2012 Giusti E., Germano F., Terapia della rabbia. Capire e trattare emozioni violente di ira, collera e furore, Sovera multimedia, Roma, 2003 Laniado N., Bambini irrequieti e genitori disperati. Che cosa fare quando i nostri figli sono nervosi e agitati, Edizioni Red, Milano, 2006 Lo Sapio G., Se non è grande che babbo è, Armando editore, Roma, 2005 Montecchi F., Dal bambino minaccioso al bambino minacciato. Gli abusi e la violenza in famiglia: prevenzione, rilevamento e trattamento, Franco Angeli, Milano, 2011 Monteleone J. A., Gli indicatori dell’abuso infantile. Gli effetti devastanti della violenza fisica e psicologica, Centro scientifico editore, Torino, 1999 Sunderland M., Aiutare i bambini pieni di rabbia o odio, Edizioni Erickson, Trento, 2005


La rabbia in età evolutiva