Presenza 1-2 2022 Con cuore di donna

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Guerra e pace

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Il nostro comune impegno per scrivere insieme il futuro

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ANNO 53 - 1-2/2022

PRESENZA

Lezioni di storia dall’Ucraina per un’Europa che rinasce

Con cuore di donna È una storia tutta al femminile quella scritta da Armida Barelli La beatitudine di prendersi cura dei giovani da sorella maggiore


Presenza

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PRESENZA

In questo numero

Rivista bimestrale realizzata dal Servizio Stampa dell’Università Cattolica, in collaborazione con il Master in Giornalismo, con la partecipazione del Servizio Pubbliche relazioni dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori © 2019 – Università Cattolica del Sacro Cuore

Sommario

DIRETTORE Franco Anelli RESPONSABILE Nicola Cerbino CAPOREDATTORE Paolo Ferrari COMITATO REDAZIONALE Luca Aprea, Katia Biondi, Sabrina Cliti, Graziana Gabbianelli, Emanuela Gazzotti, Federica Mancinelli, Michele Nardi, Antonella Olivari, Agostino Picicco

HANNO SCRITTO Francesco Berlucchi, Giorgio Colombo, Selena Frasson, Simona Gavinelli, Agostino Giovagnoli, mons. Claudio Giuliodori, Valentina Giusti, Velania La Mendola, Andrea Miniutti, Antonella Sciarrone Alibrandi

REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE Università Cattolica del Sacro Cuore L.argo Gemelli, 1 – 20123 – MILANO tel. 0272342216 – fax 0272342700 e-mail: presenza@unicatt.it www.unicatt.it

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Armida Barelli, una storia al femminile plurale Diventa Beata la cofondatrice dell’Ateneo. La vicenda di una donna che ha cambiato un’epoca

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REDAZIONE ROMANA L.argo Francesco Vito – 00168 – ROMA tel. 0630154295 Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 94 del 5 marzo 1969

IMPAGINAZIONE Studio Editoriale EDUCatt

FOTO ARCHIVIO Università Cattolica, Archivio generale per la storia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Archivio storico Armida Barelli, Ism, via Necchi, 2 - Milano, Getty Image elaborazione studio Editoriale EDUCatt

STAMPA

Un’Unione Europea al servizio dei giovani L’appello di Ursula von der Leyen agli studenti nell’anno del centenario. Uno sguardo oltre le grandi crisi

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Tiber spa – Brescia

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È tempo di tornare a costruire ponti L’Europa si scopre a vivere la guerra. Le lezioni che ci insegna la storia secondo il prof. Agostino Giovagnoli

Questo periodico è associato all’USPI Unione stampa periodica italiana Il numero è stato chiuso in redazione il 6 aprile 2022

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Dopo la pandemia e la guerra l’Europa può scoprirsi più forte Tanto era inattesa l’invasione dell’Ucraina quanto è compatta l’Unione. Intervista ad Alberto Quadrio Curzio

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In questo numero

18 La Chiesa, una jam session diretta dallo Spirito Santo Per il direttore di “Civiltà Cattolica” padre Spadaro il futuro della comunità dei credenti è nella capacità di sinodalità

20 5x1000, l’impegno per scrivere insieme il futuro Formazione, ricerca e sviluppo I progetti di una Università di persone al servizio delle persone

22 Donne al comando per un mondo migliore Progetto di ricerca contro le discriminazioni Presentato nell’ambito dell’Expo di Dubai e pomosso da Sacru, propone un nuovo modello di sviluppo inclusivo e sostenibile

28 Cristina Chirichella, capitana nazionale volley La laurea, lo sport e le ombre della guerra La pallavolista azzurra, grazie alla Dual Career, ha fatto la sua migliore schiacciata sui libri. Intervista a tutto campo

34 Spiritualità. Con Armida sulle vie della pace Consacrazione al Sacro cuore, paralleli storici La Barelli sarà Beata anche per questo suo impegno La riflessione dell’assistente ecclesiastico generale

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Editoriale

Il cuore, la voce e il volto sono il tesoro delle donne di Antonella Sciarrone Alibrandi *

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in dalla sua fondazione, nella fisionomia dell’Università Cattolica sono costantemente percepibili il volto, la voce, il cuore delle donne. Ad accoglierci è, da sempre, il volto dell’Alma Mater Studiorum, la rappresentazione della Sapienza che sta al centro del logo della nostra Università. È un viso delicatamente femminile e velato da un sorriso d’impronta materna quello che si schiude al di sotto del Sacro Cuore ardente. Siede in cattedra con un gran libro spalancato davanti a sé, affiancata da due studenti (uno intento a leggere, l’altro a scrivere) e intanto tiene il capo inclinato, nell’atteggiamento di chi si mette a sua volta in ascolto. È un’immagine che invita a prestare attenzione: anzi, a perseguire – nella relazione educativa – quella specifica forma di attenzione senza la quale non può darsi autentica formazione ma solo apprendimento. Già a colpo d’occhio, insomma, la Cattolica è un’Università con volto di donna e che spesso parla con voce di donna. Lo fa attraverso le docenti e le studentesse, da sempre presenti nelle nostre aule e oggi più numerose che mai. Ma lo fa anche per il tramite di testimoni d’eccezione, come la presidente della Commissione Europea

Ursula von der Leyen, che nel discorso pronunciato il 19 dicembre dello scorso anno nell’Aula Magna della sede di Milano ha lanciato l’Anno europeo dei giovani, ovvero il programma di un’Europa «al servizio dei giovani» o, meglio ancora, «dei giovani e per i giovani». Anche questo è, fin dalle origini, un tratto distintivo dell’impresa sognata, voluta e realizzata da padre Gemelli e dagli altri fondatori, tra i quali spicca la figura femminile di Armida Barelli. Ed è su di lei, nell’imminenza della sua beatificazione, che il nostro Ateneo, sul crinale del centenario, è chiamato a concentrarsi, mettendo a fuoco l’originalità della sua vocazione laicale, fondata sulla mirabile capacità di coniugare affidamento totale e infaticabile progettualità. Si deve principalmente a lei, figlia della colta borghesia milanese, la dedicazione dell’Università Cattolica al Sacro Cuore di Gesù, in un intreccio formidabile tra profondità teologica e devozione popolare. L’ambizione di coniugare le qualità migliori del logos e le forze più vitali delle affezioni per le cose della vita è, del resto, la cifra ultima di un Ateneo capace di stare di fronte alla realtà «con cuore di donna», secondo la formula – di nuovo, tipicamente radica-

ta nell’esperienza di Armida Barelli – che quest’anno costituisce il filo conduttore della Giornata dell’Università Cattolica. La data è quella di domenica 1° maggio. Il giorno prima, sabato 30 aprile, si svolgerà nel Duomo di Milano la solenne cerimonia di beatificazione di questa madre spirituale dalla quale non solo il nostro Ateneo, ma tutta la Chiesa italiana e la società intera hanno ricevuto e continuano a ricevere moltissimo. Il cuore, la voce e il volto delle donne sono un tesoro prezioso che la comunità universitaria della Cattolica è chiamata a custodire e a promuovere. Tra un secolo che finisce e un altro che inizia, appunto. In questi primi mesi del 2022, ci troviamo ancora, per motivi diversi e in larga parte imprevedibili, in un territorio di confine: tra la fine della pandemia e il deflagrare della guerra in Ucraina. Il nuovo secolo di attività che si apre davanti a noi è carico di sfide inedite e appassionanti. E di fronte a tali impegnative istanze, anche sull’esempio della Barelli, siamo chiamati a essere una comunità universitaria in grado di generare una cultura davvero all’altezza di una ragione degna dell’uomo. * prorettrice vicaria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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Armida Barelli, fede e azione, vita e pensiero La santità nel quotidiano

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Armida Barelli Beata

di Agostino Picicco

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ede e azione, vita e pensiero: Armida Barelli non li ha mai disgiunti nella sua esistenza, nei vari campi di apostolato in cui rivelava la sua spiritualità e il suo multiforme impegno e ingegno, esercitando eroicamente quelle virtù per le quali ora la Chiesa la beatifica. Il riconoscimento giunge a conclusione di un procedimento lungo e articolato, che ha avuto inizio il 17 luglio 1970 quando la Curia arcivescovile di Milano ha introdotto il processo diocesano canonico, poi proseguito a Roma presso la Congregazione delle Cause dei Santi, teso a far emergere l’esemplarità di vita, la fecondità apostolica, la morte edificante. Il 1° giugno 2007 è stata dichiarata “venerabile” da papa Benedetto XVI che ha autorizzato il decreto di promulgazione delle sue virtù eroiche e il 20 febbraio 2021 papa Francesco ha aperto la strada alla beatificazione con il riconoscimento del miracolo avvenuto per la sua intercessione a Prato: una donna di 65 anni nel maggio 1989 aveva subito un incidente stradale riportando una forte commozione cerebrale con gravi conseguenze di tipo neurologico ed era guarita, in modo scientificamente inspiegabile, grazie alla preghiera della famiglia che si era rivolta ad Armida. La celebrazione della beatificazione di Armida Barelli, insieme a quella del sacerdote ambrosiano don Mario Ciceri, è in programma sabato 30 aprile alle 10 nel Duomo di Milano, preceduta da un momento di preghiera sui testi dei due futuri beati. Presiede il rito il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di papa Francesco. Il giorno prima, una veglia di

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preghiera in preparazione alla beatificazione nella basilica di S. Ambrogio, accanto alla “sua” Università Cattolica. E proprio in Università Cattolica domenica 1° maggio, Giornata dedicata dalla Chiesa all’Ateneo dei cattolici italiani, il vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale, presiederà la celebrazione di ringraziamento, in diretta su Rai1 a partire dalle ore 11. La memoria liturgica di Armida Barelli ricorrerà il 19 novembre, data che ricorda la notte di quello stesso giorno del 1919 in cui, nel coretto di Santa Chiara della chiesa di San Damiano ad Assisi, dodici donne si consacrarono a Dio in una forma del tutto nuova e allora sperimentale, che la Chiesa riconoscerà molto più tardi grazie anche ad Armida.

Vita, morte e miracoli rmida Barelli nasce a Milano il 1° dicembre 1882, completa gli studi tra il 1895 e il 1900 nell’Istituto delle suore della Santa Croce di Menzingen (Svizzera tedesca). Nel 1910 incontra padre Agostino Gemelli. Nel corso della Prima guerra mondiale è la segretaria del Comitato per la Consacrazione dei soldati al Sacro Cuore di Gesù, di cui lo stesso Gemelli è presidente. Dopo la guerra, con il francescano, dà vita a una forma di consacrazione nel mondo, secondo la spiritualità francescana che diverrà nel tempo l’Istituto delle Missionarie della Regalità di Cristo. Vicepresidente per l’azione sociale nel comitato milanese delle Donne cattoliche, su incarico del cardinale Andrea Carlo Ferrari avvia, nel 1918, la Gioventù Cattolica Femminile (Gf). Nello stesso anno è nominata da Benedetto XV vicepresidente dell’Unione donne cattoliche e riceve l’incarico di estendere l’associazione giovanile in ambito nazionale, dando inizio a quella che sarà la Gioventù femminile di Azione cattolica. La «sorella maggiore», come viene chiamata, collabora attivamente anche alla fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (1921) che lei vuole dedicata al Sacro Cuore. A favore dell’Ateneo svolge per lunghi anni il ruolo di «cassiera» (oggi diremmo fund raiser), dando vita anche all’Associazione degli Amici e animando la Giornata Universitaria. Nel 1929 promuove, con padre Gemelli, l’Opera della Regalità, per avvicinare i credenti alla vita liturgica. Nel 1946 lascia la presidenza della Gf e assume per un triennio, su indicazione di Pio XII, la vicepresidenza generale dell’Azione Cattolica, curando in maniera particolare la formazione sociale e civica e sensibilizzando le donne al voto nelle elezioni amministrative e per la Costituente. Si ammala gravemente nel 1949 e morirà a Marzio il 15 agosto 1952.

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Armida Barelli Beata

Intellettuale più che cassiera Nei suoi libri uno sguardo acuto declinato al femminile di Simona Gavinelli *

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ell’estate del 1919 Armida Barelli era troppo assorbita dal proprio dinamico orizzonte di apostolato cristiano per raggiungere la madre in vacanza a Villa San Francesco, nel suo recente acquisto presso la ridente località collinare del Varesotto affacciata sul lago Ceresio. Nelle fratture sociali post-belliche, acuite dalle contrapposizioni politiche e dall’anticlericalismo di tradizione tardo-risorgimentale, l’anno precedente le sue energie di convinta terziaria francescana erano, infatti, state dirottate dall’arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari (1850-1921) verso l’organizzazione diocesana del movimento della «Gioventù femminile di azione cattolica» (Gieffe), allora ampliato a dimensione nazionale

per disposizione pontificia, allo scopo di riformulare in chiave etica e sociale, ma agendo sulla spiritualità religiosa (a tal proposito era stato sintomatico il rinfocolamento della devozione al Sacro Cuore di Gesù cui, nel 1917, era stato consacrato l’esercito italiano al fronte), gli indirizzi dell’allora emergente associazionismo femminile cattolico. Si trattava di un pubblico storicamente marginalizzato cui, all’epoca, pur in maniera divisiva, si stava tuttavia rivolgendo un inedito dibattito sulle aspettative suffragiste o sulle tensioni divorziste, come dimostravano le decise prese di posizione di monsignor Francesco Olgiati, poi vicino a padre Agostino Gemelli e alla stessa Barelli nella fondazione dell’Università Cat-

tolica del Sacro Cuore (1921). Diventava quindi urgente creare un inquadramento per dirigere un canale di orientamento cattolico destinato alla formazione di matrice religiosa partendo dalla più tenera età (dalle beniamine alle aspiranti, fino alle universitarie e poi alle lavoratrici), guidandole con le assistenti e coinvolgendo le loro risorse umane nella coralità delle iniziative di aggiornamento e di lettura guidata, nelle gare di catechismo o di cultura religiosa, negli incontri cadenzati di preghiera, di educazione canora o sportiva, oppure nella ritualità della benedizione delle bandiere per le varie sezioni diocesane o nella distribuzione dei distintivi in grado di configurare una specifica appartenenza di schieramento confessionale. Ma occorreva anche mantenere vivo l’interesse di partecipazione e di generosità oblativa anche con un’efficace retorica di impronta quasi militare, e mediante pubblicazioni mirate su temi a respiro religioso intensificate da nuovi periodici, concepiti per rispondere alle esigenze di età, di stato sociale o di funzione, soprattutto educativa, e pertanto segnalati da denominazioni avvincenti, come Le nostre battaglie (1918-1967), Fiamma viva, o Squilli, nelle sue diverse varianti: Squilli di luce, di consolazione, melodiosi. Nell’autunno di quel 1919, il 19 novembre ad Assisi, sotto la costante egida francescana (e in anticipo sulla omologa componente maschile), insieme a padre Gemelli la Barelli avrebbe coronato il proprio orizzonte missionario attraverso la creazione dell’«Istituto Secolare

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delle Missionarie della Regalità di Cristo». Con finalità espressamente liturgiche, quindi per propagandare attraverso piccoli libretti economici la dottrina della Regalità, nel 1928 fu varata anche l’«Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo». Nella fase propulsiva di tutte queste iniziative Armida non immaginava di dover trascorrere quasi subito, per motivi di salute, un intero anno nella villa di Marzio, dove aveva dunque iniziato a raccogliere una biblioteca, incrementata progressivamente soprattutto con le opere della Gieffe stampate da Vita e Pensiero insieme a quelle dell’Università, privilegiando dunque padre Gemelli o monsignor Olgiati, ma insistendo pure sui temi di attualità e di morale giovanile, oppure sulle esemplarità agiografiche connesse con le patrone della Gieffe (santa Elisabetta, Santa Rosa da Viterbo e santa Giovanna d’Arco, appena canonizzata nel 1920), per esempio con gli scritti di Emilia Henrion o con le vibranti

Beata curiosità VOLUMI DI SANTITÀ

anonizzata il 16 maggio del 1920 da Benedetto XV, Giovanna d’Arco divenne protettrice della Gioventù Femminile di Azione Cattolica. La pulzella d’Orleans fu eretta così a modello di tutte le giovani “sorelline” che, appena uscite dal primo conflitto mondiale, dovevano mostrare lo stesso coraggio e forza per cristianizzare il paese. Nello stesso anno venne pubblicato un volume di Emilia Henrion, intitolato Giovanna d’Arco. La confidente degli angeli, pubblicato da Vita e Pensiero con la prefazione della Barelli. Tra quelle pagine c’è un passaggio curioso nel quale Armida scrive: «Vedranno i nostri pronipoti un giorno decretare gli onori degli altari a una santa uscita dalla Gfci? No, non osiamo chiedere tanto […] ma di anime intimamente sante, fiori profumati pei suoi altari, gliene vogliamo offrire a fasci». Il primo fiore sarà finalmente beato. [v.l.m.]

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testimonianze autobiografiche dell’aspirante ‘gieffina’ Delia Agostini, morta quindicenne mentre gravitava nel circuito di padre Enrico Mauri (18831967), il primo assistente religioso del movimento a Milano (Delia Agostini, L’ideale vale più della vita, a cura di Maria Sticco; con prefazione di Armida Barelli, Milano 1929). Dunque un insieme di libri acquisiti o donati, che la Barelli pensava di leggere negli annuali appuntamenti estivi senza immaginare che avrebbero costituito l’unica sua biblioteca superstite dopo che i bombardamenti del 1943 avrebbero distrutto la residenza di Milano e i libri lasciati in Università Cattolica. Dagli stessi volumi avrebbe tratto alimento spirituale e conforto nell’ultimo ritiro (1949-1952) quando la paralisi bulbare con la voce le aveva soffocato la prioritaria missione comunicativa, avvicinandola con la preghiera meditativa alla morte. La fine giunse nella festa della Madonna Assunta (15 agosto 1952). Padre Gemelli l’avrebbe raggiunta solo per le esequie, suggellando tuttavia una complementarità esistenziale stabilita fin dal loro primo incontro dell’11 febbraio 1910, ricorrenza della Madonna di Lourdes, quasi a prefigurare il senso del dolore e della malattia associati al futuro progetto del Policlinico Gemelli di Roma (1962). Solo così si può comprendere la fisionomia, apparentemente anodina, della biblioteca di una donna libera dalle gerarchie, che dunque preferiva essere percepita come sollecita «Sorella maggiore» piuttosto che presidentessa dei suoi movimenti. Sempre in armonia con una programmatica opzione editoriale (coerente con i criteri di povertà francescana) i suoi libri – ora trasferiti da Marzio alla sede milanese dell’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo, e distribuiti in tre armadi metallici con numerazione progressiva originale da 1 a 6024 – si presentano in semplice brossura, ben lontana dai gusti del collezionismo bibliofilo. Colpisce invece la loro selezione articolata e soprattutto funzionale al proprio impegno di propaganda attiva, sviluppato tuttavia nella concretezza evangelica e

puntando in modo specifico sulla cultura. Tra i repertori, segnato al numero 1335, si colloca infatti la Voce che diffonde il regno di Cristo. Manuale per le propagandiste della Gioventù Femminile d’Azione Cattolica (Seconda edizione, Milano 1935, p. 96) dove si insiste appunto sulla necessità di fiancheggiare lo studio delle allieve attraverso la biblioteca perché l’emancipazione sociale delle donne doveva assolutamente passare attraverso la conoscenza, essenziale anche per il perfezionamento morale. Sopravvive in effetti pure un raro nucleo di fascicoletti intitolati Fonte gaia (1948), accuratamente foderati a blocchi mensili, in cui erano predisposte le recensioni delle pubblicazioni dirette alle adolescenti dagli 11 ai 16 anni. Un ricco panorama bibliografico, aperto alle altre editrici cattoliche e non, da cui affiora la connotazione religiosa ma anche uno spiccato profilo sociale in dialogo con le problematiche in evoluzione offerte dall’attualità. Tale efficacia operativa appare riflessa nei raccoglitori cartacei, denominati «Biblioteca Sig.na Barelli = Marzio» e contenenti uno schedario tematico delle pubblicazioni riunite secondo 93 descrittori alfabetici consoni alla classificazione epistemologica delle sue esigenze culturali e organizzative (in genere vengono registrati solo autore e titolo, più raramente le note tipografiche o la sequenza delle riedizioni): i termini vanno dai più prevedibili (Agiografia, Apologetica, Sacro Cuore, Gioventù Femminile di Azione Cattolica e piani organici di formazione, Filosofia, Formazione religiosa, Missioni, Musica sacra, Santa Sindone), ai meno scontati (Ballo, Divorzio, Dolore, Galateo, Lourdes, Malati, Moda, Problemi femminili). Libri che rivelano uno sguardo acuto sul mondo, declinato al femminile. Un’ottica assunta come volontà di conversione esistenziale, modulata con il contributo della complessità femminile, ma subordinata all’integrazione specchiata nella circolarità dualistica di Cristo e della sua Chiesa. * docente di Paleografia latina, facoltà di Lettere e filosofia, Università Cattolica del Sacro Cuore

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Armida Barelli Beata

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Armida Barelli Beata

Parla la nipote novantasettenne della Barelli, alumna dell’Ateneo

«Ida, il Sacro Cuore non mi lascia in pace» Lombardo e il miracolo del milione di Velania La Mendola

 Savina Barelli Nesler ha goduto il privilegio dell’affetto di una zia speciale che ora sale agli onori degli altari. La laurea in Lettere nel 1947 con il professor Giuseppe Lazzati

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amma e nipotini avevano sempre un predominio nei suoi affetti» si legge nella biografia di Maria Sticco, Armida Barelli. Una donna tra due secoli (Vita e Pensiero). Savina Barelli Nesler (nella foto a colori) è una delle fortunate nipoti che ha goduto il privilegio dell’affetto di questa donna speciale: porta tra l’altro il nome della nonna paterna, Savina Candiani (nella foto della pagina accanto con Armida Barelli), allieva di Carducci, e madre della nostra fondatrice. Savina, che ha 97 anni portati con grazia, è la figlia del fratello di Armida, Pier Fausto, l’ingegnere che aiutò padre Gemelli a costruire il complesso dell’Università Cattolica dalla prima pietra. Ma non solo. «Padre Gemelli era molto amico di mio padre» racconta. «Veniva talvolta a casa da noi e ci comunicava i suoi impegni, le sue prospettive; gli chiedeva spesso di collaborare ai suoi progetti. Ha lavorato tanto anche per la ricostruzione dell’Università dopo i bombardamenti del 1943, e per i collegi Marianum e Augustinianum». Savina ricorda bene quelle bombe su Milano: «A casa nostra, all’ultimo piano di via Moscova, erano caduti degli spezzoni incendiari e si erano sentite numerose esplosioni nelle vicinanze. La mia famiglia quell’agosto era in città perché mio padre era stato richiamato nel genio aeronautico e noi non volevamo lasciarlo solo. Solo alla fine del mese, quando il Comando della Prima Regione Aerea si spostò a Varese e con lui mio padre, ci trasferimmo anche noi». Il suo legame con l’Ateneo non si ferma qui. Non c’è solo la famiglia che la lega ai chiostri, ma anche una scelta personale: «Mi sono laureata nel 1947 in Lettere classiche con il professor Giuseppe Lazzati, con una tesi sul De Animaa in Tertulliano. Iniziai a frequentare l’Ateneo quando eravamo già a Varese, facevo avanti e indietro, anni

di guerra; a volte saltavano le lezioni a causa degli allarmi aerei; pensi che una volta rientrando dall’Università, mentre ero in stazione, venni ferita al collo, di striscio per fortuna, da un colpo di un aereo che all’improvviso sbucò sulle nostre teste». Ma la passione per lo studio non si ferma e così Savina segue tutte le lezioni: «Di Lazzati ricordo la sua capacità di spiegare e coinvolgere, conquistava gli allievi». E poi monsignor Olgiati e tanti altri: «È stato un momento importante della mia vita, anche per l’approfondimento spirituale; bastava entrare in Cattolica e vedere la cappella del Sacro Cuore per sentirsi richiamati ai valori fondamentali della vita». Del resto per zia Armida, come ci dice lei stessa, l’università doveva essere «un’istituzione culturale come occasione dell’approfondimento della vita cristiana per il bene di tutta la società». Le chiedo qual è il primo

ricordo che conserva della zia Ida, come la chiamavano anche in famiglia. Ci pensa un po’ e mi risponde sicura: «Quando veniva a trovarci a Natale e ci portava in dono i libretti per bambini pubblicati da Vita e Pensiero». Non è un caso se pensiamo al fatto che Armida è stata la prima amministratrice della casa editrice e che ha sempre tenuto alla lettura e ai libri e soprattutto a far leggere. La casa editrice, aggiunge Savina, «per lei era molto importante, perché era un mezzo concreto per accompagnare dall’infanzia all’età adulta la conoscenza e il rapporto con nostro Signore». C’è anche un libro cui tiene particolarmente: «Sono affezionata, e lo conservo ancora, al volume Il Vangelo narrato ad un fanciullo dalla sua mammaa di Agnese Lulli con le bellissime illustrazioni di Marina Battigelli», sfoglia le pagine e aggiunge: «Mi è stato regalato dalla zia il 28 aprile 1932 in occasione della

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mia prima comunione». Una zia speciale che ai nipoti raccontava del suo lavoro costante con padre Gemelli; dall’impegno, durante il primo conflitto mondiale, per la consacrazione dei soldati al Sacro Cuore e la gestione della corrispondenza con i militari che si rivolgevano a lui, fino al famoso miracolo del milione per l’acquisto della prima sede: «Il conte Lombardo, sempre munifico, elargiva largamente ai poveri, ma non voleva destinare il suo patrimonio alla cultura. Tuttavia alla fine il cuore vinse la mente e mandò l’assegno da un milione mezz’ora prima del termine ultimo per siglare l’acquisto dell’edificio con un biglietto di accompagnamento che recitava: “Ida, il Sacro Cuore non mi lascia in pace”». Una vita intensa, fatta di molti incontri con l’Azione Cattolica, di amicizie importanti: «Ricordo bene la marchesina Teresa Pallavicino, che era la sua assistente più stretta nella guida della Gioventù Femminile. Veniva a casa nostra con la zia e ci raccontava anche lei del loro impegno, dei loro incontri per la diffusione del Regno di Cristo». Del resto l’amicizia per lei era «l’aiuto vicendevole a vivere seguendo il disegno di Dio». Per i tanti impegni a volte non la si vedeva per un po’, ma «si sentiva la sua presenza perché si interessava di tutti i problemi di famiglia e seguiva le varie situazioni di tutti i nipoti», cercando anche di coinvolgerli n occasione della beatificazione, Vita e Pensiero inaugura la collana “Armida Barelli. Fonti e scritti”. I primi due volumi sono: Vi scrivo dal treno. Diario e lettere di Armida Barelli, a cura di Maddalena Colli e Barbara

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Pandolfi, e Cara Sorella Maggiore... La nascita della Gioventù Femminile. Lettere ad Armida Barelli dalle diocesi italiane (1918-1921), a cura di Ernesto Preziosi.

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nelle sue attività. «Ci raccontava della nascita delle Oasi, piccoli centri per esercizi spirituali e attività culturali per l’approfondimento della proposta cristiana; come quella di Assisi, intitolata al Sacro Cuore e inaugurata nel 1933; o l’Oasi di San Francesco della Verna e quella di Santa Maria degli Angeli a Erba che mio padre aveva progettato. Ai tempi del liceo aveva invitato mia sorella Emma e me proprio ad Assisi, per visitare quella città così speciale e seguire un ritiro spirituale. Fin dall’inizio riuscì anche a coinvolgere nei suoi progetti la nonna Savina, che in principio aveva una fede religiosa piuttosto tiepida». All’estate del 1949 risale l’ultimo ricordo spensierato: «Ero al mare a Pegli con i miei primi due figli che avevano la pertosse e la zia Ida insistette perché i bambini cambiassero aria e ci invitò nella sua casa in montagna a Marzio. Era sempre occupata, ma con animo sereno. Fu l’ultima volta che la vidi in salute, perché in autunno iniziarono i primi sintomi della malattia che l’avrebbe portata alla morte nel 1952». Del funerale ricorda l’incredibile folla in Sant’Ambrogio e «la grande partecipazio-

ne commossa». In vista della beatificazione del 30 aprile in Duomo a Milano sente invece un sentimento di gioia: «Sono felice che venga riconosciuto il fatto che abbia donato la sua vita, completamente, per rispondere alla chiamata di Dio; spero che possa essere conosciuta ancor di più e invocata da chi ha bisogno di ricevere il suo aiuto dal cielo». ««Adveniat regnum tuum, adveniat per Mariam» era il suo motto, ci dice, e continua: «Io l’ammiravo e l’ammiro molto per la disciplina della sua vita nell’impegno di intensa preghiera e meditazione giornaliera. Sapeva testimoniare l’assoluta priorità a impegnarsi per l’avvento del Regno di Dio anche in mezzo alle difficoltà di ogni giorno». Una donna forte, zia Armida, che ha trasmesso alla nipote una saldezza d’animo non comune. C’è spazio per un’ultima sollecitazione, una dedica da ex studentessa verso i più giovani: «Studiare non basta. Al di là della vostra specializzazione realizzatevi in una vita impegnata per voi e per gli altri e per il valore della vita in sé, in rapporto con Colui che ci fa, continuamente». Mente e cuore saldamente uniti.

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«Noi donne in Italia siamo una forza», col cuore gettato oltre ogni ostacolo Messaggio della Conferenza episcopale italiana per la 98esima Giornata per l’Università Cattolica

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a 98esima Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore è strettamente correlata a un altro momento significativo per la Chiesa che è in Italia: la beatificazione di Armida Barelli, cofondatrice dell’Ateneo insieme a padre Agostino Gemelli. Alla luce di questa felice concomitanza, si è scelto di porre alla base della Giornata una riflessione sul tema: Con cuore di donna al servizio della cultura e della società. Armida Barelli è stata una delle figure femminili più rilevanti nel contesto culturale della prima metà del Novecento. Animata da grandi ideali, aveva una originale personalità come scrive padre Gemelli: «Era inconfondibile: la freschezza dello spirito, l’ingegno intuitivo e pronto, la capacità di

organizzare e attuare il programma lavorativo stabilito, l’essere sempre con il sorriso e il suo spirito accogliente per tutti, specie per i più umili». Unica donna nel gruppo dei “padri fondatori”, Armida ha svolto un ruolo fondamentale nella nascita dell’Università Cattolica, un progetto per quei tempi davvero sfidante e visionario. Con cuore di donna, cioè intuitivo, materno e generativo, Armida ha vissuto con grande coraggio, nel senso etimologico del termine, che non a caso richiama la virtù di un “cuore” gettato oltre ogni ostacolo. Uscendo dagli schemi sociali dell’epoca e mettendo a frutto il genio femminile, si è impegnata, oltre che per l’Università Cattolica, anche in ulteriori, molteplici opere. Fondatrice della Gioventù femminile di

Azione Cattolica e delle Missionarie della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, diede anche un contributo determinante per l’avvio e lo sviluppo dell’Istituto Benedetto XV in Cina, da cui nacque una Congregazione religiosa femminile, tutt’ora molto attiva. Nel 1923 scriveva alle donne: ««Avanti insieme per Gesù nella bella, grande famiglia cristiana», «tutte insieme, professoresse e analfabete, aristocratiche e contadine, studenti e operaie, maestre e impiegate, casalinghe e artigiane». E agendo anche sul piano sociale per la valorizzazione femminile, Armida fu promotrice di un cattolicesimo inclusivo, accogliente e universale. Nella stagione del ritorno alla democrazia nel nostro Paese dopo la devastazione della guerra, spronava le donne, per la prima volta chia-

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mate al voto, a «capire quali sono i principi sociali della Chiesa per esercitare il nostro dovere di cittadine» perché «siamo una forza, in Italia, noi donne». Con cuore di donna, la Barelli ha coltivato la formazione spirituale, l’impegno ecclesiale, la promozione culturale e l’azione sociale di tutti coloro che ha incontrato nelle diverse realtà, con una particolare attenzione alla figura femminile. Ha stretto con tutti relazioni profonde di amicizia, di cui è emblema il patto per la reciproca santificazione stabilito con padre Gemelli, dal cui sodalizio spirituale e culturale sono nate e hanno preso forma le diverse opere cui si è dedicata in modo instancabile consumandosi per esse fino agli ultimi giorni. Ha saputo realizzare a sostegno dell’Ateneo un’impressionante mobilitazione ecclesiale, con l’Associazione degli Amici: una rete capillare di persone, non sempre intellettuali e spesso neppure istruite, che si sono spese per l’Università Cattolica del Sacro Cuore seguendone, passo dopo passo, la fondazione e gli sviluppi. Dopo la grande mobilitazione del 1923, convincerà il Pontefice Pio XI, grande sostenitore dell’Ateneo come tutti i suoi successori, a istituire ufficialmente l’annuale Giornata Universitaria in tutte le parrocchie d’Italia.

È innanzitutto alla Barelli che dobbiamo questa iniziativa ininterrotta, attorno a cui si è sviluppata, di anno in anno, anche un’importante riflessione culturale. Con cuore di donna, Armida Barelli ha testimoniato soprattutto il valore e la fecondità della “fiducia incondizionata nel Sacro Cuore”, cifra della sua esistenza. Forte di questa fiducia, teologicamente fondata, solida e non banalmente sentimentale, la “Cassiera” dell’Ateneo e la “Sorella maggiore” della Gioventù femminile intuisce e porta avanti con determinazione la necessità di intestare proprio al “Sacro Cuore” il nascente Ateneo dei cattolici italiani. Questa dedicazione, apparentemente stravagante e inappropriata, in realtà chiarisce il rapporto tra devozione e riflessione, ordine degli affetti e ordine del logos, ultimamente tra fede e ragione. Viene così definita la vocazione propria dell’Ateneo, ovvero il suo essere un’istituzione educativa e culturale che, cogliendo fino in fondo la singolarità del cristianesimo, ambisce a coniugare le qualità migliori del logos nella ricerca della verità con le forze più vitali delle affezioni rivolte al bello e al buono della vita. In questa prospettiva, di fronte alla minaccia oggi più che mai presente di un’ir-

riducibile scissione fra fede e ragione, alla comunità universitaria, arricchita da un secolo di storia, è richiesta una capacità di pensiero abitata da gratitudine e passione, in grado di generare una cultura davvero all’altezza di una ragione degna dell’uomo. Come ha ricordato il Santo Padre Francesco nel videomessaggio inviato in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Ateneo, il 19 dicembre 2021, nel Centenario della fondazione, per portare avanti la grande impresa occorre coltivare ««fuoco, speranza e servizio»: il fuoco, cioè «la fiaccola che nella vostra Università è stata trasmessa di generazione in generazione» per continuare nell’opera educativa, via tra le più efficaci per umanizzare il mondo e la storia; la speranza per continuare a «scommettere sul futuro vincendo la naturale spinta che nasce dalle tante paure che rischiano di immobilizzarci, fissarci e chiuderci in un eterno e illusorio presente»; il servizio per continuare a «respirare questo spirito, apprendere questo stile, per viverlo nella complessa realtà del mondo contemporaneo». Che l’ormai prossima beata Armida Barelli ci sia d’esempio nel coniugare visioni coraggiose, slancio educativo e impegno culturale, in un appassionato servizio alla Chiesa e alla società.

Il messaggio di monsignor Mario Delpini e i progetti della GU GIORNATA UNIVERSITARIA

on c’è solo un servizio da rendere agli studenti. C’è una missione dell’Università Cattolica che riguarda questo tempo, questa terra e questa Europa». Monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto Toniolo, nel suo messaggio per la 98esima Giornata per l’Università Cattolica, indica la rotta per l’Ateneo, che ha da poco celebrato i suoi primi cento anni: «Testimoniare e configurare un umanesimo della speranza: la Cattolica non ama i toni aggressivi della ideologia, non ama le parole amare dello scoraggiamento, non ama gli entusiasmi ingenui di una tecnologia che esonera dalla responsabilità di pensare, di decidere, di percorsi alternativi». Anzi. Secondo monsignor Delpini, l’Università Cattolica «è nata cent’anni fa dall’audacia di uomini e donne convinti che i cristiani non sono tanto più cristiani quanto più sono ignoranti ed evitano domande, ma quanto più sono esperti di umanità». Tra loro,

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la figura di Armida Barelli e di tante altre persone che, «più che predicare princìpi e precetti, hanno praticato forme di vita buone, si sono sentiti benedetti da Dio, hanno sentito la responsabilità, in un contesto storico segnato dal dramma e dalle atrocità della guerra, di contribuire a edificare la società italiana ed europea, mettendo a frutto il patrimonio ereditato ed esplorando percorsi inediti». La concretezza di questa missione al servizio della società e della Chiesa italiana l’Università Cattolica la rivela anche nei progetti che sono sostenuti attraverso i fondi raccolti nel corso della Giornata universitaria in tutte le parrocchie italiane. In particolare nel 2021 sono state sostenute 400 borse di studio e contributi di solidarietà a studenti meritevoli, 287 borse di perfezionamento linguistico e corsi di alta formazione, 9 borse internazionali di formazione post-laurea. Inoltre, 380 insegnanti di tutta Italia hanno potuto partecipare a corsi di

formazione, 9mila ragazzi tra i 18 e i 29 anni sono coinvolti nel “Rapporto giovani”, l’indagine riconosciuta come la più autorevole in Italia con approfondimenti sull’impatto dell’emergenza sanitaria nella vita delle nuove generazioni, e 10mila persone hanno partecipato a 30 incontri online di presentazione del Rapporto giovani e su temi di attualità. Grazie alla risposta generosa di tanti amici e amiche dell’Università Cattolica, e in particolare all’importante donazione della professoressa Piera Mazzoleni insieme alla zia Pierina Tresso, sono state istituite 12 borse di studio intitolate ad altrettanti Fondatori del nostro Ateneo. Tra gli obiettivi del 2022, istituire borse di studio per studenti meritevoli, intervenire nel dibattito pubblico su temi strategici per il Paese (con Osservatorio giovani e Laboratorio futuro), fornire alle diocesi strumenti utili alla comprensione dei temi chiave della dottrina sociale della chiesa.

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L’Ateneo e l’impensabile alleanza tra le polifonie del logos e il cuore di Dio di Pierangelo Sequeri *

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della spiritualità cristiana. Si potrebbe dire che, più che una devozione che si è aperta la strada attraverso la teologia, essa appare come una devozione chee ha aperto una strada alla teologia. E quale strada ha aperto alla teologia, la sua tenacia? La strada, verosimilmente, sembra proprio quella che ora sembrano tutti impegnati a cercare. La strada dove il culto e la cultura mostrano di avere un loro punto geometrico di incontro: incomprensibilmente proiettato all’infinito del senso e caldamente irradiante sulla finitezza dei significati del mondo (Pavel Florenskij). La strada è quella di un Dio “sensibile” all’umano. Non solo umanamente sensibile, in ragione dell’incarnazione del Logos: bensì, “divinamente sensibile”, in virtù della partecipazione simbolica all’umano della generazione del Figlio (Karl Rahner). La prima Parola, il radicale significato del Logos, il senso dello

Spirito che vi corrisponde ab aeterno è indissolubile legame di riflessione e affezione. Nell’indissolubile legame dell’incarnazione di Dio in Gesù, questo legame che fa vivere Dio “nel cuore del mondo” (Hans Urs von Balthasar) appare come il principio di una destinazione della sensibilità che è fin dal principio destinata a far vivere l’uomo. Il Sacro Cuore è la realtà e il simbolo di questa sovrapposizione: e al tempo stesso, la conferma che essa non arretra, nella libera disposizione di Dio, di fronte a nessun limite della natura e a nessuna contraddizione della storia. Il Sacro Cuore è il luogo di polarizzazione della devozione riflessiva di Dio per la creatura chiamata alla vita e alla relazione con il pensiero infinito di ogni costellazione creativa dell’essere e di ogni felicità generativa del possibile, alla quale siamo destinati a partecipare. In nessuna cultura umana (nem-

Un secolo di futuro CENTENARIO

otevamo immaginare che la simbolica religiosa e devota del Sacro Cuore accettasse di essere coinvolta in un’impresa di missione intellettuale e laica come la fondazione di un’università? È forse facile, oggi stesso, immaginare un’impresa di questo genere nella forma di un impegno religioso che stabilisce nell’umana coltivazione del sapere un punto d’onore per la cristiana testimonianza della fede? Se consideriamo le proporzioni che oggi assume, anche nell’ambito ecclesiale, un diffuso anti-intellettualismo di marca squisitamente post-moderna, l’invocazione del Sacro Cuore a sostegno di un progetto culturale animato dalla convinzione dell’importanza del sapere e del pensare di alto profilo, il nesso ci appare ancora più paradossale. Quanti sono i credenti che, nella nostra stessa contemporaneità, pensano senza imbarazzo che la cura dell’intelligenza e la profondità della riflessione, a tutto campo, debbano rappresentare un “punto d’onore” per la testimonianza degli “affetti di Dio” nei confronti dell’umana creatura e della humana communitas? E quanti pensando al “cuore di Gesù”, immaginerebbero una devozione coerente con la qualità cristiana di questo progetto? Sono passati cento anni. Eppure, nonostante l’enormità degli effetti di questo legame, tutto lascia pensare che la profondità delle sue ragioni debba ancora riservare qualche felice sorpresa: per la cultura cosiddetta ecclesiastica, come per quella cosiddetta laica. Il progetto di una costruttiva alleanza della riflessione e della devozione, ossia del pensiero e degli affetti degni dell’umano, deciderà il destino dei popoli che dipendono dagli sviluppi della civiltà europea. La devozione al Sacro Cuore ha un suo percorso accidentato, eppure tenace all’interno

l Sacro Cuore di Gesù o degli affetti di Dio” è il titolo della lecture che lo scorso 13 dicembre monsignor Pierangelo Sequeri, teologo e musicologo di fama internazionale, ha tenuto nell’aula magna della sede milanese di largo Gemelli dell’Ateneo. Ne pubblichiamo alcuni passaggi. Il testo completo dell’intervento è raccolto nel numero 2-2022 della rivista “Vita e Pensiero”, il bimestrale culturale dell’Ateneo. La lezione di Sequeri si inserisce nel ciclo di Conferenze “Un secolo di futuro. L’università tra le generazioni”, l’iniziativa promossa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione delle celebrazioni del primo secolo di vita dell’Ateneo. La volontà di non confinare il centenario solo alla rievocazione di una storia gloriosa ma di aprirlo alla costruzione dei prossimi cento anni si esprime, in modo particolare, in questo percorso in cui studiosi di fama internazionale offrono chiavi di lettura per interpretare le grandi trasformazioni imposte dalla tecnologia e per affrontare le sfide future che attendono le nuove generazioni. Tra loro, Luciano Floridi, Jeffrey Sachs, Maryanne Wolf, f José Tolentino de Mendonça e, tra la fine dell’anno e il 2022, Pierangelo Sequeri, Antonio Spadaro, Michael Sandell e Gianfranco Ravasi. L’idea è promuovere una riflessione sul cambio d’epoca in corso, sollecitata da Papa Francesco, alla luce non soltanto delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche, ma anche delle contraddizioni e delle attese nel campo dell’eguaglianza, della giustizia, dell’ambiente e di un’economia a misura della persona.

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meno nella nostra) sono assenti le energie pensose e creative di questo riconoscimento e di questa passione, enigmaticamente alimentata dallo Spirito. La nostra condizione mortale porta tutti i segni dell’insuperabile vulnerabilità dell’essere che non è Dio: e della ripetuta frequentazione dei possibili che contraddicono le affezioni dello Spirito. In essa, tuttavia, si accende la nostra irrevocabile iniziazione alla riflessività e alla devozione di questo mistero: affinché l’eterna vitalità della generazione assoluta diventi nostra: non per via di costrizione, non per via di alienazione. Le opere dello spirito e dell’ingegno (comprese quelle della tecnica), come anche le tenerezze della dedizione e del riscatto che circolano fra noi (comprese quelle della legge) sono parte integrante del riconoscimento che onora la fede nella nostra origine e conferma la speranza della nostra destinazione. Dell’empatia e della simpatia di Dio per la dedizione generativa, per la cura compassionevole, per l’economia della casa, per gli abbandonati della comunità, non avevamo ancor sentito parlare, fino alle parabole di Gesù, come dei luoghi di germinazione della verità della signoria di Dio e della nostra corrispondenza alla sua giustizia. Il “pensiero alto” che si lascia incalzare dalla sensibilità di Dio per la creatura è il tema di una passione degna di Dio e della creatura. Il suo ministero e il suo carisma sono presidio – oggi insostituibile – nei confronti di ogni religione e di ogni civiltà che coltivano devozioni e pensieri “senza cuore”. L’impensabile alleanza tra le polifonie del logos e il cuore sensibile di Dio, che l’Università Cattolica testimonia con la sua stessa esistenza, onora la singolarità di una fede il cui tesoro è nascosto e rivelato nell’umanità di Dio. E ha intelligenza e cuore bastanti per depotenziare elegantemente il pregiudizio contrario dei pensatori e dei devoti. Il rilancio di un umanesimo appassionato e creativo del sapere – nell’odierna congiuntura depressiva delle routines ecclesiali e civili – ha bisogno di una devozione di alto profilo e di solide affezioni. La Cattolica è ora chiamata in causa dalla storia – e dalla sua storia – per il kairos di un nuovo futuro, all’altezza della sua invenzione. Una Università Cattolica, degna di questo nome, si addice al Sacro Cuore. * teologo e musicologo

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Ursula von der Leyen per un’Unione europea al servizio dei giovani di Paolo Ferrari e Katia Biondi

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n secolo di futuro. L’Università Cattolica celebra i suoi cent’anni di vita scommettendo sulle nuove generazioni e su «un’Europa al servizio dei giovani». La prolusione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – in Aula Magna per l’inaugurazione dell’anno accademico 2021-2022, lo scorso 19 dicembre – ha fatto da spartiacque tra due anni di crisi pandemica, cui l’Ue ha risposto con il Next Generation EU, e l’inizio della guerra di aggressione della Federazione russa all’Ucraina, che sta rilanciando, paradossalmente, il progetto europeo anche in chiave politica.

La presidente della Commissione europea affida a tre parole la missione della Ue al servizio dei giovani per i prossimi anni: pianeta, innovazione, democrazia. Per un futuro più sostenibile il Green Deal europeo intende dare una risposta concreta alle minacce climatiche e ambientali, favorendo allo stesso tempo una crescita economica, digitale e verde. Dalle nuove generazioni prende il nome il Next Generation EU che, con un pacchetto per gli investimenti di oltre 800 miliardi di euro, sosterrà la ripartenza. Con il Piano d’azione per la democrazia europea, la Commissione vuole attuare misure che rinsaldino una prospettiva democratica europea, promuovendo elezioni

libere e regolari, rafforzando la libertà dei media e combattendo la disinformazione. «L’Europa che voglio deve proteggere le persone dai contenuti illeciti online e dalla disinformazione, rendendo le piattaforme dei social media più responsabili dei contenuti che ospitano. L’Europa che voglio deve proteggere dall’incitamento all’odio e dai reati generati dall’odio, integrando l’elenco dei reati nei nostri trattati». Un’Unione a servizio dei giovani deve essere anche in grado di ascoltarli. Per questo motivo il 2022 è stato proclamato Anno europeo dei giovani. «La nostra democrazia ha bisogno del vostro impegno. Quindi dite la vostra, e l’Europa ascolterà». Ai giovani si rivolge anche il videomessaggio di Papa Francesco, che ha proposto una “mistica” dell’Università Cattolica intorno alle parole fuoco, speranza e servizio: «In questi tempi confusi, resi ancora più complessi dalla pandemia, vi ripeto: non lasciatevi rubare la speranza! E non lasciatevi contagiare dal virus dell’individualismo. È brutto e fa male. L’università è il luogo adatto per sviluppare gli anticorpi: apre la mente alla realtà e alla diversità; lì potete mettere in gioco i vostri talenti e metterli a disposizione di tutti». Il protagonismo delle nuove generazioni occupa un posto di rilievo nel programma del rettore Franco Anelli. Gli studenti «sono la nostra parte di Next generation. Rappresentano il rigenerarsi della motivazione iniziale. Rinnovano ogni anno l’atto fondativo, la prima pietra posta cento anni fa». A partire dai primi, «che non mi stanco di annoverare tra i fondatori di questo Ateneo», e poi «dai sempre più numerosi giovani che ci hanno dato fiducia e che hanno permesso all’Ateneo di con-

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tribuire allo sviluppo del Paese con i suoi oltre 300.000 laureati». Con loro «varchiamo una soglia: comincia il secondo secolo di vita di questo Ateneo». La presenza della presidente della Commissione ricongiunge i due elementi costitutivi dell’identità di questa università: la sua dimensione nazionale e quella europea. «In primo luogo, perché è un’università e le università sono in sé portatrici di una cultura intrinsecamente europea. L’Unione stessa non sarebbe stata concepibile senza quella comune matrice di pensiero che gli atenei hanno contribuito a creare e diffondere; così come le nostre università di oggi non sono pensabili se non all’interno del sistema europeo dell’alta formazione e della ricerca. In secondo luogo, questa università è ancor più profondamente europea proprio perché cattolica». Di Università Cattolica chiamata a «testimoniare e configurare un umanesimo della speranza» parla monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e presidente dell’Istituto Toniolo di Studi Superiori. Questo richiede, secondo il rettore Anelli, un’università che sappia proporsi di operare «come un’istituzione creativa. In una stagione di disorientamento, le università appaiono tra le poche realtà la cui funzione è rimasta pressoché intatta e pedagogicamente necessaria alla crescita delle generazioni». Pensando a loro, il rettore ha annunciato «un passo importante per la definizione del volto dell’Ateneo del prossimo secolo», con il verbale di consegna dell’ala Santa Valeria della Caserma Garibaldi di piazza Sant’Ambrogio e il perfezionamento della convenzione con il Comune di Milano e l’Agenzia del demanio che consentirà l’avvio dei lavori di ristrutturazione. «Finalmente, dopo anni di intensi sforzi, cominciamo a vedere concreta all’orizzonte la possibilità di realizzare un grande campus urbano nel fabbricato che fu prima convento francescano e poi caserma militare per infine ospitare la Polizia di Stato; verrà così restituito alla città un rinnovato luogo di studio e cultura», che diventerà, insieme a «questi storici e insostituibili chiostri, la nostra nuova casa». Un sogno quasi inafferrabile diventerà realtà. «Non credo si possa im-

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maginare un gesto più significativo per marcare il principio di un secolo». Alla presidente von der Leyen, “rivestita” di una felpa dell’Università Cattolica, il saluto di Irene Ferrami, laureata triennale di Scienze linguistiche e iscritta alla magistrale di Lingue, a nome di una nutrita rappresentanza di studenti. «La ringrazio a nome

di tutta la gioventù europea, perché in un dialogo ciò che conta di più è avere qualcuno che ascolta, e il suo grande impegno nell’aiutarci a prenderci cura del nostro pianeta e del nostro futuro e a non perdere la speranza è il più grande esempio di ciò che è l’Unione Europea. Grazie, dal profondo del cuore dell’Europa».

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Il Dies Academicus a Roma, Brescia e Piacenza a vicenda della pandemia ci ha rivelato che non basta “fare” scienza. Occorre farla comprendere». Nel discorso per l’inaugurazione della sede di Roma dell’Università Cattolica, lo scorso 24 gennaio, il rettore Franco Anelli è entrato in uno dei dibattiti alimentati dall’emergenza sanitaria: il rapporto tra scienza e società, che ha generato «manifestazioni di avversione e sospetto nei confronti delle posizioni delle istituzioni scientifiche». Secondo il commissionario europeo per l’Economia Paolo Gentiloni, proprio grazie alla pandemia, che ha messo in discussione il «superuomo cosmopolita», è tornata d’attualità «l’importanza di scienza e conoscenza», anche se si trovano a fare i conti con «una negazione molto rumorosa, seppur minoritaria». Per Gentiloni «ne usciremo migliori solo con il coraggio di chi ricostruisce e getta le fondamenta. È quello che fece padre Gemelli in un’Europa piegata dalla guerra e dall’influenza “spagnola”, investendo sulla ricerca e sui giovani e, più tardi, dando vita alla facoltà di Medicina e chirurgia e al Policlinico Gemelli». Due istituzioni, ricorda il preside Rocco Bellantone, che hanno saputo unire l’attività di formazione, di cura e di ricerca. Nel corso della cerimonia, dopo le prolusioni di Stanislao Rizzo, ordinario di Malattie dell’apparato visivo, e di Franco Locatelli, ordinario di Pediatria e presidente del Consiglio superiore di sanità, il professor Anelli ha annunciato la nomina, accanto al prorettore vicario Antonella Sciarrone Alibrandi, dei nuovi prorettori alla didattica, Giovanni Marseguerra, all’internazionalizzazione, Pier Sandro Cocconcelli, alla ricerca, Roberto Zoboli, e alla comunicazione, Fausto Colombo. Nel Dies Academicus dei campus di Brescia e di Piacenza la guerra in Ucraina è entrata prepotentemente a far parte della riflessione. «Le università devono essere luci di cultura, accoglienza e dialogo anche in momenti così bui» ha detto il rettore Anelli aprendo la cerimonia di Brescia il 22 marzo scorso. «Fare al meglio il nostro lavoro educativo e di diffusione della cultura e della conoscenza – il cui tradimento è all’origine di ogni conflitto – è il primo nostro dovere e il più efficace contributo». Nelle parole del rettore la simpatia

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dell’Ateneo per la scienza. «L’emergenza pandemica ha rivelato una polarizzazione preoccupante tra una concezione salvifica e uno scetticismo aprioristico e diffidente. Due posizioni che scontano allo stesso modo un difetto di consapevolezza sulla vera natura del metodo scientifico, che procede per tentativi ed errori». Un impegno di comprensione della complessità che il rettore ha affidato in modo particolare alla facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, che quest’anno celebra i cinquant’anni dalla fondazione, ricordati con la lectio dello storico della Matematica Umberto Bottazzini su Verità matematiche e divenire storico. Di università «istituzione di speranza e costruttrice di pace» ha parlato il rettore Anelli nel suo discorso inaugurale al Dies Academicus di Piacenza, lo scorso 30 marzo. «Si potrebbe essere indotti a pensare che, nel fragore della guerra, la voce delle università sia destinata a essere sovrastata. Che, al più, possano con tenacia continuare a operare, in silenzio, per costruire il dopo. Invece si può fare molto di più». Il compito di una università, infatti, è educare alla cultura. «E l’educazione è, sempre, un atto di amore. E, proprio perché tale, non può che unire, promuovere la solidarietà, la speranza e, soprattutto, la pace. Perché educare è, essenzialmente, educare alla pace». Un tema ripreso nella prolusione dall’ambasciatore Pietro Sebastiani e confermato dall’annuncio dell’avvio, nel prossimo anno accademico, del corso di laurea in Scienze della formazione primaria anche nel campus di Piacenza.

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Torniamo a costruire ponti Il dramma dell’Ucraina e le lezioni della storia di Agostino Giovagnoli *

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bbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni». Con le parole pronunciate il 25 marzo 2022, nell’atto di consacrazione di Russia e Ucraina al cuore immacolato di Maria, papa Francesco ha fotografato una situazione sempre più diff usa nel ventunesimo secolo. Il ricambio generazionale, la progressiva scomparsa degli ultimi testimoni della Seconda guerra mondiale, i molteplici cambiamenti culturali, sociali e politici degli ultimi settant’anni e molto altro hanno azzerato la memoria della guerra come vissuto collettivo trasmesso di generazione in generazione. Off uscando così una chiara consapevolezza che la guerra è, sempre, un evento «crudele e insensato». Ma, senza tale consapevolezza, nessun discorso sulla guerra ha senso, né riflette davvero la realtà e, soprattutto, aiuta ad affrontarla, con tutte le sue molteplici conseguenze. Ciò spiega perché abbia risuonato in modo debole la parola più importante di tutte in contesti di guerra: la parola pace. Spiega anche perché il forte messaggio di papa Francesco abbia incontrato a volte una tiepida accoglienza. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina – ma anche dopo tante guerre che abbiamo avuto il torto di guardare con indifferenza, dalla Siria allo Yemen, dal Sahara occidentale al Mali, dal Mozambico a tanti altri luoghi – è diventato perciò urgente recupe-

rare le tante lezioni di pace trasmesse dalle tragedie del ventesimo secolo.

Archiviato von Clausewitz La prima è che guerra non è (più) la continuazione della politica con altri mezzi, secondo la nota frase di von Clausewitz. Da tempo questa frase non è più vera (se mai lo è stata): nelle guerre moderne, infatti, i mezzi sono diventati più importanti dei fini, la potenza distruttrice del confl itto obbliga tutti a cambiare più volte obiettivi, i risultati – non solo per i vinti ma anche per i vincitori – sono radicalmente diversi dalle previsioni iniziali e spesso molto peggiori. È così quantomeno dalla Prima guerra mondiale, quando per la prima volta la guerra è diventata totale e di massa, abbattendo la tradizionale differenza tra militari e civili, coinvolgendo gli apparati economici e le società civile di interi Paesi. L’impossibilità per la politica di governare la guerra è diventata ancora più evidente dopo la comparsa delle armi atomiche, che – in caso di un loro utilizzo tra potenze nucleari – ha di fatto annullato la differenza tra vincitori e vinti aprendo la strada alla mutua distruzione assicurata (mad, un acronimo che in inglese significa “matto”).

Un’inutile strage La seconda grande lezione del ventesimo secolo è che la guerra moderna è così terribile che bisogna fare di tutto per evitarla. È questo il motivo per cui sono nate, prima, la Società delle Nazioni e,

dopo, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Scopo di tali organismi è prevenire i confl itti armati e affrontare le controversie internazionali con altri strumenti. Questa lezione è fondamentale anche oggi perché, alla fine della guerra in Ucraina, non segua un lungo periodo di instabilità e di confl ittualità internazionali. È necessario mettere mano a una robusta riorganizzazione dell’ordine internazionale – includendo Cina, India e altri Paesi importanti – e al rilancio delle istituzioni internazionali, in particolare per garantire la sicurezza in Europa dall’Atlantico agli Urali.

Sputeremo i moscerini Se la guerra non è (più) la continuazione della politica con altri mezzi, nel ventesimo secolo a volte è stata la politica a continuare la guerra con altri mezzi, preparando nuovi confl itti. L’ingresso italiano nella Prima guerra mondiale fu deciso sulla spinta degli interventisti che esaltavano la guerra come momento di “rigenerazione collettiva”. L’interventismo è poi diventato sempre più aggressivo, in particolare contro il “nemico interno” identificato non solo con disertori e sabotatori, ma anche con diplomatici che indicavano la via del negoziato, esponenti dell’opposizione, critici della pessima gestione della guerra da parte degli alti comandi e persino italiani che avevano sposato donne austriache o tedesche. Lo “sputeremo i moscerini” riservato da Putin a chi dubitava della sua strategia ricorda da vicino gli interventisti italiani della Prima guerra mondiale. Ma richiama la loro logica anche l’identificazione con posizioni filo-putiniane di qualsiasi Università Cattolica del Sacro Cuore


voce di pace durante la guerra in Ucraina. Dall’interventismo è poi nato il fascismo, che ha modellato la politica sulla logica della contrapposizione totale tra amico e nemico, sull’uso della violenza anche in campo civile, sull’intolleranza verso qualsiasi differenza e sulla soppressione di ogni libertà. Una simile politica non poteva non portare nuovamente alla guerra. Dimenticare che nazismo e fascismo siano state politiche plasmate dalla logica di guerra, ignorare che la democrazia si è fondata in Europa sulla memoria della Shoah e sull’antifascismo, indulgere in tempi recenti a memorie benevole di quei regimi ci ha impedito di riconoscere in Putin un erede di Hitler e di Mussolini e ha spinto tante forze politiche di destra, in Italia, in Europa e persino negli Usa, a simpatizzare per questo feroce dittatore russo. Ecco un’altra lezione del ventesimo secolo da non dimenticare.

La vittoria degli aggrediti La Seconda guerra mondiale scatenata dalla Germania nazista e dall’Italia fascista è stata vinta non dagli aggressori ma dagli

aggrediti. Anche questa è, a suo modo, una lezione di pace. Si è spesso affermato che le democrazie hanno vinto questa guerra, ma anche l’Urss ha avuto un ruolo fondamentale benché non fosse certo democratica, proprio perché aggredita come gli Alleati occidentali. La reazione dell’aggredito è qualitativamente diversa dalla guerra dell’aggressore e la resistenza armata è solo una parte di una più ampia mobilitazione di tutta la popolazione. Durante la Seconda guerra mondiale è stato fondamentale il ruolo di donne e sacerdoti a protezione di chi si trovava in pericolo o in difficoltà. Anche in Ucraina è stato un popolo intero a resistere, e non solo i combattenti, e noi abbiamo aiutato gli ucraini a resistere anche accogliendo i profughi e non solo dando le armi. La differenza tra guerra e resistenza emerge anche dagli esiti: in molti Paesi europei la Resistenza al nazismo e al fascismo ha aperto la strada a un impegno permanente di pace, come attestano diverse costituzioni post-belliche. Insomma, mettersi dalla parte degli aggrediti è sempre una scelta che favorisce la pace.

Sviluppo, nuovo nome della pace Infine – last but not least – il ventesimo secolo ci ha insegnato che per avere pace bisogna costruire la pace. È emerso con chiarezza nel corso della Seconda guerra mondiale, quando i futuri vincitori si sono interrogati sulle cause della guerra e sui modi per rimuoverle. Secondo la loro analisi, tra i motivi del confl itto c’erano state le spinte verso l’autarchia impresse da molti Stati alle rispettive economie nazionali. Nel dopoguerra, perciò, in particolare gli Stati Uniti si impegnarono a promuovere una globalizzazione che integrasse le diverse economie nazionali e sostenesse lo sviluppo di tutti i Paesi. La globalizzazione non garantisce la pace ma la favorisce: è una lezione da ricordare anche oggi, contrastando le spinte liberiste o protezioniste, sovraniste o populiste che spingono i popoli verso destini separati e lontani l’uno dall’altro. È tempo di tornare a costruire ponti.

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* docente di Storia contemporanea, facoltà di Lettere e filosofia, Università Cattolica del Sacro Cuore

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Intervista al professor Alberto Quadrio Curzio

Passata la pandemia e finita la guerra l’Europa potrà riscoprirsi più forte di Andrea Miniutti

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poco più di ottant’anni dal Manifesto di Ventotene, le sfide e le paure di quegli uomini sembrano tornare prepotentemente alle porte dell’Europa: la guerra, le dittature, la fragilità delle democrazie. La differenza sta in un progetto, allora in nuce, divenuto oggi realtà, seppure ancora da completare: l’Unione europea. «Quel Manifesto per un’Europa libera e unitaa portava il nome di Spinelli, Rossi e Colorni, ma aveva anche un cognome: quello di Luigi Einaudi, che fu uno dei grandi ispiratori di quel testo» ricorda Alberto Quadrio Curzio, professore emerito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente emerito dei Lincei. Secondo l’economista, che elaborò un progetto di Eurobond con Romano Prodi, «il concetto di Europa unita richiama una nuova democrazia, che a me piace chiamare “Eurodemocrazia”. È una sfida senza precedenti, un progetto inedito: unire 27 Stati, popoli, lingue e culture. L’Eurodemocrazia risponde ai trattati che codificano le regole della democrazia, una struttura politica complessa, che si fonda su tre pilastri – Parlamento, Consiglio e Commissione – e anche sulle regole dell’economia, un sistema economico di mercato con un’impronta solidaristica». Di fronte all’attacco di Putin all’Ucraina, l’Europa è sembrata ritrovare un’unità inattesa. Non è un po’ paradossale? L’Unione europea affronta questa situazione in modo unitario ma è stata posta di fronte a quesiti cruciali: siamo dotati di un’unità sufficiente per affrontare crisi di questa natura? Quali sono gli elementi per rafforzare questa unità? Per ora le risposte sono state solo parziali anche perché le scelte politiche connesse sono difficili. Nel ’41 Spinelli, Rossi e Colorni scrivevano dei danni provocati dalla sovranità assoluta e dei rischi del nazionalismo post-guerra.

Oggi facciamo i conti con sovranismo. La guerra riuscirà a smascherare i limiti di questa logica di chiusura? Nel contesto europeo mi pare che sia stata largamente superata. Però, seppur in forme attenuate, i singoli Stati esercitano ancora oggi un ruolo che spesso appare una diffidenza nazionale che può determinare dei veti e delle chiusure che denotano l’ incapacità di capire che gli interessi nazionali devono lasciare spazio a una visione comunitaria, che viene espressa da una maggioranza. I meccanismi istituzionali dell’Unione non aiutano, però. Il fatto che il Consiglio europeo debba quasi sempre operare all’unanimità – e che quindi basta un solo voto contrario per bloccare delle decisioni – non è un’espressione di sovranismo o sovranità, ma di chiusura nazionale, che non può funzionare bene. L’unanimità è un principio che limita il rafforzamento solidaristico dell’Unione europea e che quindi rende la Ue più lenta e più debole. L’euro è un simbolo dell’Unione. Quanto conta la moneta unica nello sviluppo comunitario? L’Unione europea ha avuto una sequenza di periodi più o meno costruttivi per arrivare a quella forma di Eurodemocrazia, unica nel suo genere: è una combinazione di federalismo, di confederalismo e di funzionalismo, che trovano la loro espressione nelle istituzioni comunitarie. Non possiamo qui ripercorrere questa storia e quindi limitiamoci agli ultimi 20 anni nei quali sono stati fatti dei progressi molto importanti a cominciare dalla realizzazione dell’euro. Un successo enorme perché aver unificato in una singola valuta le monete di 19 Stati non ha pari nella storia. Ha favorito la circolazione delle persone e delle merci, è stato un fattore importantissimo non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale e di costruzione di un’identità unitaria.

Possiamo dire che l’euro è stato anche la nostra ancora di salvezza? Tra il 2008 e il 2014 la crisi finanziaria ha fatto correre dei rischi finanziari molto pesanti all’Europa. Se abbiamo potuto dichiarare lo “scampato pericolo” è stato soprattutto per la capacità di Mario Draghi di gestire, in modo straordinariamente creativo, un vero e proprio potere unificato della Bce. La sua politica monetaria ha consentito di evitare che la crisi di debiti pubblici di alcuni Paesi membri (tra cui l’Italia) portasse a un tracollo. Dalla crisi la nostra moneta è invece uscita molto rafforzata, al punto che ora è la seconda valuta mondiale dopo il dollaro. Si potrebbe dire che l’euro, in quell’occasione, è stato fondato una seconda volta. Da una crisi, come dice papa Francesco, non se ne esce uguali: se ne esce o peggiori o migliori. Come ne è uscita l’Europa? L’Unione ha imparato la lezione trovando soluzioni innovative soprattutto in risposta alla pandemia. Il Next Generation EU – in Italia, il Pnrr – è un progetto di economia e di società solidale e sostenibile che guarda alle sfide del ventunesimo secolo. Tra l’altro esprime anche una prima forma, non definitiva, di Eurobond. Il percorso che sta davanti adesso è molto difficile a causa dell’invasione russa di Putin dell’Ucraina: non sappiamo dove porterà questa crisi umanitaria e questa sfida alla pace come bene supremo. Prima dell’aggressione il disegno di rilancio della costruzione europea ci poneva di fronte alla speranza di un decennio di sviluppo solidale. Oggi solleva molti interrogativi. Quale sarà l’effetto sul Next Generation EU sull’Europa? Da questa crisi l’Europa potrà uscire rafforzata solo di fronte ad altre urgenti innovazioni. Tra queste il rafforzamento e la velocizzazione di determinate procedure decisionali. Lo dico spesso: il voto all’unanimità del Consiglio deve essere rivisto perché le decisioni sono spesso compromissorie, oltre che lente. Per superare questi ostacoUniversità Cattolica del Sacro Cuore


li, una delle possibili soluzioni (ma non basterebbe) è potenziare enti funzionali per il conseguimento di specifici obiettivi, che abbiano una forte autonomia decisionale ed esecutiva, naturalmente vigilati dagli Stati membri. Quali devono essere le priorità? In primis, è necessario un ente funzionale per creare una politica energetica comune efficace, come ci insegna la crisi che stiamo vivendo. Inoltre, i sistemi industriali devono essere dimensionati per far fronte alla sfida economico-globale che ci sta innanzi. Se si pensa che quattro società americane capitalizzano in Borsa più di tutto il Pil della Germania! L’Europa ha enfatizzato in modo eccessivo le regole della concorrenza, rendendole troppo dogmatiche, mentre il mondo si stava muovendo nella direzione delle grandi dimensioni perché il mercato era diventato globale. Bisogna che la politica industriale europea, riducendo le istanze di chiusure nazionali, riesca a creare delle imprese con dimensioni adeguate alla geo-economia, perché molte di queste non sono in grado di competere con le altre su scala mondiale. C’è, però, anche una sfida tutta politica per l’Unione. Nella difesa comune e nella politica estera l’Europa deve trovare una voce unica. Si

spende molto in modo scoordinato. Anche gli aiuti umanitari europei all’Africa sono tra i più grandi al mondo, ma si tratta di erogazioni che non hanno gli effetti che potrebbero avere con un coordinamento. L’Ue deve fare un balzo in avanti per essere protagonista di pace e di sviluppo nel contesto mondiale, dove si muovono due giganti economici come gli Stati Uniti e la Cina. Il manifesto di Ventotene parlava già di “una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali”. Alla luce di quanto stiamo vedendo questo progetto è più vicino? È, più che altro, indispensabile. Non è tanto una questione di risorse finanziarie, ma di organizzazione. Gli Stati europei spendono circa 230 miliardi di euro all’anno per la difesa, a cui vanno aggiunti altri circa 150 miliardi di contributi alla Nato. Come somma, l’Unione Europea è il secondo soggetto al mondo per spesa militare. Tuttavia, questa spesa deve essere razionalizzata, ma questo deve fare i conti sulle molte resistenze nazionali. Sarebbe anche importante che nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu sedesse l’Ue, in modo da avere un ruolo pieno nella politica estera. Su questa richiesta bisogna insistere. Dalle macerie della guerra e della pandemia l’Unione Europea ha l’opportunità di rinascere più forte.

Il ventunesimo secolo si è aperto con la Carta dei diritti fondamentali della Ue proclamata nel Vertice di Nizza del 2000. La nostra Eurodemocrazia è solida e lo diventerà ancora di più se valorizzerà nella complementarità i tre modelli che la contraddistinguono: federalismo, confederalismo e funzionalismo. Deve scegliere la combinazione di questi tre elementi caso per caso. Non si può configurare l’Europa come un sistema federale replicativo di altri sistemi federali. E l’Ue non deve muoversi lungo un’unica direttrice tradizionale, ma può usare diverse leve. È ciò che farebbe del Vecchio continente un’entità politico istituzionale e socioeconomica completamente nuova. Dalla pandemia l’Unione Europea stava uscendo più forte e solidale. Adesso dovrà superare le crudeltà dell’aggressione all’Ucraina. Lo saprà fare se ricorderà che il nostro ventunesimo secolo europeo si è aperto con la Carta dei diritti fondamentali della Uee proclamata nel Vertice di Nizza del 2000, quando Romano Prodi era presidente della Commissione europea. Più volte gli ho sentito dire che il rispetto di quella “Carta” farebbe del Vecchio continente un’entità politico istituzionale e socioeconomica completamente nuovaa nella storia delle democrazie.

Romano Prodi, laureato in Giurisprudenza e laureato honoris causa in Scienze politiche all’Università Cattolica il 18 gennaio 2007, e Alberto Quadrio Curzio, professore emerito, preside della stessa facoltà dal 1989 al 2010 e presidente emerito dei Lincei. Sono stati tra i primi in Europa a proporre l’idea degli Eurobond, realizzati con il Next Generation EU

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La Chiesa? Una jam session in cui l’orchestra la dirige lo Spirito di Katia Biondi

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na Chiesa in ascolto, inquieta, «disinstallata». Che ha il suo vero motore nella speranza, territorio del possibile e della grazia, vera «password» per tenerla giovane e aperta al futuro in un tempo di crisi e grandi incertezze. Padre Antonio Spadaro, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, traccia le coordinate per impedire che, a fronte di un appiattimento su passato e presente, «il messaggio evangelico diventi merce da vendere». Certo, «un commercio alto: di valori e idee, ma pur sempre commercio». Ma il messaggio del Vangelo «è indisponibile, non è commerciabile. Sfugge

di mano, sfugge a qualunque organizzazione, a qualunque forma di propaganda manipolativa». Il tempo della Chiesa è l’avvenire. «L’apertura dello Spirito vive della pensabilità del futuro. Se non si è capaci di pensare un dopo, un domani, qualcosa che deve ancora accadere, è impossibile parlare di generazione del futuro». Ma, per generarlo – e dunque sperare – «occorre immaginare ciò che non vediamo con i nostri occhi né tocchiamo con le nostre mani». Un futuro basato sulla deduzione o affidato alla «statistica della probabilità» è sostanzialmente «un pensiero calcolante

capace di fare previsioni più o meno attendibili» che «non ha nulla a che vedere con ciò che i cristiani chiamano speranza». Serve un’apertura all’incertezza. Si può generare futuro solo se si vive nella «possibilità», quella del verso di Emily Dickinson “I dwell in possibility”, cioè «non legata ai limiti di ciò che è statisticamente probabile». La speranza, «territorio del possibile» e «della grazia», è «l’unica possibilità di «giovinezza della Chiesa. Implica l’incertezza, l’indeterminazione. Non l’ordine, la codificazione, il solido, ma l’informe, il diveniente, ciò che non è ancora solidificato e definito».

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Il senso della vertigine Per il direttore di Civiltà cattolica, «il motore della speranza è il timore di non ricevere ciò che si attende, dunque il dubbio, l’incertezza, la precarietà inquieta». È la stessa «sana inquietudine» di cui parla spesso Papa Francesco. Perché «se non c’è il senso della vertigine, se non si sperimenta il terremoto, se non c’è il dubbio metodico – non quello scettico –, la percezione della sorpresa scomoda, allora forse non c’è esperienza di Chiesa». È questa forma di inquietudine, della «indeterminatezza», della «tensione», dell’«ascolto» – e che Papa Francesco descrive anche con il verbo spagnolo “desinstalarse” – a generare il futuro. «La postura dell’anima è quella del “disinstallarsi” dalle coordinate “coloniali” dello spazio e del potere, che rendono il cristianesimo una cosa, una merce da vendere». Lo spazio della Chiesa, invece, è nel seme. «Quello che spinge l’interesse di Pietro, del Papa, per le realtà meno stabilite, le Chiese dello “zero virgola”. L’ascolto di queste realtà periferiche o marginali produce nella Chiesa un clima sonoro che – se vissuto nella comunione – è quello di una jam session, dove il direttore d’orchestra non può che essere lo Spirito Santo». Oggi, invece, è forte la tentazione di serrare le fila. Al caos percepito si risponde con «un cattolicesimo intransigente e identitario». Ma, secondo Spadaro, deve esser chiaro che una “civiltà cattolica” «non è una bolla chiusa in sé stessa, né alimenta rancori nei confronti di un mondo che ad alcuni sembra ormai perso e alla deriva, abbandonato da Dio. La civiltà cattolica non è quella costruita sull’intransigenza dei puri che uccide lo spirito. La tentazione identitaria è la necrosi del cristianesimo».

Una password per la Chiesa C’è un compito, una missione, per i cristiani: «Ricostruire l’immaginario della fede e della convivenza umana in una società mutante, dove i riferimenti simbolici e culturali non sono più quelli di una volta». Consapevoli che il futuro «non è mai astratto»: la sua «pensabilità» è legata al passato. «La giovinezza consiste nel non sigillare ciò che sta alle spalle, nel lasciarlo aperto alle interpretazioni. Perché la memoria dell’e-

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sperienza vissuta nel passato acquisisce nel presente un senso imprevisto ma attuale ed efficace nella direzione di una attesa di futuro. La religione è anche un re-legere, una rilettura, un ripensamento del vissuto». Infatti, spiega il gesuita, «gli eventi più contraddittori o negativi del passato hanno una loro comprensibilità in una parola chiave che è conosciuta solamente da Dio. Il credente sa che la sua vita è protetta da questa password. E sa anche che lo attende una “decifrazione” del suo destino». Suspense, inquietudine, ritmo delle diversità armoniche, ma anche riconciliazione piena con tutte le dinamiche dell’umano, incluse le tentazioni centrifughe: sono questi gli elementi in grado di garantire una giovinezza della Chiesa, non una «societas perfecta», ma «popolo di Dio in cammino», che predica un Vangelo capace di «convertire il passato» e di «rileggere il vissuto del mondo alla luce della Provvidenza e della Grazia, senza cadere nella tentazione della desolazione e della solitudine».

Lo stile sinodale In cammino. Questa è la postura della Chiesa. In vista del Sinodo sulla sinodalità il Relatore generale, il cardinale Jean-Claude Hollerich, nel suo saluto durante l’inaugurazione del percorso, ha confessato di non avere «ancora idea del tipo di strumento di lavoro che scriverò. Le pagine sono vuote, sta a voi riempirle». «“Non ho ancora idea”: quanto futuro c’è in queste parole» commenta padre Spadaro. «Non è indeterminatezza, ma attesa, tensione, ascolto, consapevolezza del futuro». Le Assemblee del Sinodo dei vescovi degli ultimi anni hanno fatto emergere la «sonora diversità» che plasma la vita della Chiesa cattolica. «Se un tempo una certa latinitas o romanitas costituiva e modellava la formazione dei vescovi – i quali, tra l’altro, capivano almeno un po’ di italiano –, oggi emerge con forza la diversità a ogni livello: mentalità, lingua, approccio alle questioni. E ciò, lungi dall’essere un problema, è una risorsa, perché la comunione ecclesiale si realizza attraverso la vita reale dei popoli e delle culture. In un mondo fratturato come il nostro, è una profezia». Per questo c’è bisogno di grande ascolto. «Ascolto di Dio, nella preghiera, nella liturgia, nell’esercizio spirituale; ascolto

Un secolo di futuro ntonio Spadaro (Messina, 1966), gesuita, teologo e saggista italiano, è direttore della rivista «La Civiltà Cattolica», Board of Directors della Georgetown University, consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e di quello delle Comunicazioni Sociali e membro della Pontificia Accademia dei Virtuosi. È stato ospite, lo scorso 21 febbraio, del ciclo di conferenze “Un secolo di futuro. L’università tra le generazioni”, promosso dall’Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione del Centenario, dove ha tenuto una lectio su “Dove si genera il futuro. Sulla vitalità della Chiesa in un tempo di crisi”. Dopo l’introduzione del rettore Franco Anelli, il gesuita ha concluso il suo intervento dialogando con la preside della facoltà di Economia e Giurisprudenza Annamaria Fellegara. «Viviamo la precarietà e il nostro essere Chiesa non ci rende certi che l’azione che svolgiamo abbia successo» ha affermato padre Spadaro. Ma «se la Chiesa si pone all’ascolto della realtà diventa capace di capire come il Signore si sta muovendo nel mondo. Il discernimento consiste proprio in questo: cercare Dio in tutte le cose. Una ricerca che, portando a instaurare un rapporto dinamico con la realtà, genera un linguaggio comprensibile, reale, non stantio. E forse la poesia può essere di grande aiuto». Non è mancato un affondo sul ruolo delle donne nella Chiesa. «Bisogna abbandonare l’idea, sbagliata, della complementarità» e «abbracciare quella della reciprocità. Nella Chiesa, dove sempre più donne stanno entrando con ruoli di responsabilità, ci stiamo muovendo in questa direzione». Ultima questione: in una società pluralista e laica come la nostra quale spazio occupano gli atenei cattolici? «La tensione di fondo è far sì che il Vangelo diventi lievito per chiunque altro e che non tenda a trasformare chiunque altro in lievito». Pertanto, «il compito di una università cattolica è evangelico», cioè «essere il sale della terra e della cultura contemporanea, accogliendo in sé, aprendo il proprio messaggio a chiunque».

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delle comunità ecclesiali nel confronto e nel dibattito sulle esperienze (perché è sulle esperienze che si può far discernimento e non sulle idee); ascolto del mondo, perché Dio vi è sempre presente ispirando, muovendo, agitando. È lo Spirito Santo che origina la jam session della Chiesa, il ritmo della sua giovinezza».

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Formazione, ricerca e sviluppo: persone al servizio delle persone Studenti con disabilità e con Dsa all’anno accademico 2015-2016 parte dei fondi del 5x1000 sono destinati alle attività dei Servizi per l’integrazione degli studenti con disabilità e con Dsa: grazie all’acquisto di strumentazioni hardware e software innovative, all’incremento delle consulenze pedagogiche, alla possibilità di costruire percorsi individualizzati di studio, un numero sempre più alto di studenti può contare su nuovi e decisivi mezzi per vivere in pienezza l’esperienza universitaria. Nel 1999 gli studenti seguiti erano 58 e tutti afferenti alla sola sede di Milano; nel 2010 se ne contavano 429 distribuiti sulle sedi di Milano, Brescia e Piacenza-Cremona. Nell’anno accademico in corso sono diventati oltre 2.000 su tutte le sedi dell’Ateneo (Milano, Brescia, Piacenza-Cremona e Roma). Oltre a dedicarsi alle attività di supporto che ne costituiscono il lavoro costante e quotidiano, durante l’anno accademico i Servizi per l’integrazione si occupano anche di organizzare eventi di sensibilizzazione come Mettiti nei miei panni, giornata aperta a tutta la popolazione accademica e dedicata alle tematiche della disabilità per promuovere e valorizzare il processo di inclusione, e i Dsa Days, cui sono invitate le matricole con l’obiettivo di approfondire e confrontarsi sul tema dei disturbi specifici dell’apprendimento e affrontare al meglio la nuova avventura universitaria. I ragazzi che si rivolgono al personale specializzato trovano assistenza nella scelta del percorso universitario più adatto alle inclinazioni di ognuno, supporto rispetto alla scelta del metodo di studio, alla pianificazione degli esami e all’individuazione delle misure necessarie per frequentare le lezioni e sostenere gli esami.

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e risposte ai grandi problemi del nostro tempo possono venire dallo studio, dalla condivisione della conoscenza e dall’azione responsabile dell’individuo. È il nostro impegno per scrivere insieme il futuro». Attorno a questa missione dell’Ateneo, il rettore Franco Anelli invita le famiglie degli studenti e l’intera comunità universitaria, docenti e personale tecnico amministrativo, a mettere la firma per destinare il 5x1000 ai progetti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Un semplice gesto che genera speranza. I fondi, infatti, consentono di erogare borse di studio, promuovere interventi per studenti con disabilità e con disturbi specifici dell’apprendimento e attivare scholarship per partecipare a progetti di solidarietà in Paesi in via di sviluppo. Inoltre, contribuiscono alla realizzazione di progetti di ricerca innovativi e con un impatto significativo sulla società. Basti pensare che in undici anni è stato possibile finanziare 2049 borse di studio, 403 scholarship, 7 progetti di supporto ai Servizi per l’integrazione degli studenti con disabilità e con Dsa, 2 progetti di Service learning, 31 progetti di sviluppo in Italia e all’estero e 176 scholarship per volontariato. Oltre a 27 progetti di ricerca, dagli studi sulla memoria della risposta immunologi-

ca al Sars-Cov-2 allo sviluppo di prodotti proteici contro la malnutrizione infantile, dai nuovi modelli di welfare sostenibile alle tecniche di manipolazione delle immagini, dalle strategie per la riduzione delle polveri sottili agli studi sull’applicazione dei sistemi agro-voltaici per la produzione di energia da fonti rinnovabili fino alla messa a punto di applicazioni per il controllo delle malattie infettive. Un impegno che non si è fermato neppure nel pieno della crisi pandemica, durate la quale l’Ateneo ha potuto «assicurare agli studenti la continuità nei percorsi di studio; portare avanti i progetti di ricerca; proseguire le iniziative culturali e solidali sul territorio». Tutto questo è stato possibile, afferma il rettore, «perché siamo rimasti fedeli a una visione: quella di essere persone al servizio di altre persone, convinte che solo insieme si possa costruire il futuro». Nelle pagine che seguono, sono presentati i progetti di ricerca, formazione e sviluppo che l’Ateneo potrà realizzare con le risorse del 5x1000. Per destinare alla Cattolica basta apporre la firma nel riquadro della dichiarazione dei redditi alla voce “Finanziamento agli enti della ricerca scientifica e dell’Università”, trascrivendo il codice fiscale: 02133120150. Tutti i dettagli sul sito www.unicatt.it/5permille.

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Brescia, bimbi al museo e scienza per tutti di Selena Frasson

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overtà assoluta e povertà educativa vanno quasi sempre di pari passo. Per spezzare questo circolo vizioso, il progetto “La valorizzazione dei musei nella lotta alla povertà educativa” – coordinato da Monica Amadini (nella foto a destra), docente di Pedagogia alla facoltà di Scienze della formazione e direttrice del Centro studi di Pedagogia della famiglia e dell’infanzia della sede di Brescia dell’Università Cattolica – offrirà percorsi laboratoriali destinati ai bambini nella fascia 0-6 anni e alle famiglie che vivono in condizioni di fragilità. «Un sogno nel cassetto che, grazie ai finanziamenti del 5xmille, diventa realtà» fa notare la pedagogista in vista della partenza delle prime attività ad aprile. «Ci rivolgiamo ai più piccoli e ai loro genitori perché vogliamo creare occasioni di contrasto alle diseguaglianze sociali». Con una duplice finalità: creare ambienti di condivisione e dialogo interattivo, che consentano di riscoprire il senso di comunità attraverso la cultura; rivitalizzare le realtà museali meno conosciute perché diventino luoghi stimolanti e inclusivi in grado di valorizzare anche i patrimoni locali, a partire dal museo Pasquale Agazzi (MuPa), dedicato alle sorelle Rosa e Caterina Agazzi, che nel 1895 fondarono un nuovo metodo educativo che lasciava spazio all’intuitività e alla libertà dei bambini. «Noi vogliamo dimostrare che anche le famiglie più vulnerabili possono partecipare alla cultura in tutte le sue forme ed espressioni». Negli spazi creativi del MuPa, con la consulenza artistica di Nicole Mazzucchetelli e pedagogica di Alessia Mutti e Paola Ronchi, si svolgeranno attività laboratoriali basate su un approccio attivo e partecipativo. Ci sarà spazio anche per le letture animate, gestite da Elena Ferrari, e, al Museo di Scienze naturali di Brescia, per la sfida di avvicinare i bambini, guidati da stupore e meraviglia, alle materie scientifiche. Incanto e curiosità sono, del resto, «elementi tipici dell’approccio

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conoscitivo infantile che si alimentano dove coesistono la motivazione e il piacere dell’apprendere». I musei, anche quelli più piccoli, diventano così «culle di un diritto alla cultura accessibile a tutti». Al metodo esperienziale si affida anche il progetto “Cittadinanza scientifica in azione”, coordinato da Stefania Pagliara (nella foto a sinistra), docente della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell’Università Cattolica. «È una ricerca fatta da giovani e rivolta ai giovani». Grazie alla collaborazione di Sonia Freddi e del professor Luigi Sangaletti, direttore del Dipartimento di Matematica e Fisica, sono stati predisposti sensori a base di nanostrutture di carbonio per il monitoraggio dell’inquinamento atmosferico e la rilevazione della presenza di gas inquinanti come ozono, monossido di carbonio, ammoniaca e benzene, spesso associati all’insorgenza o all’aggravamento di patologie polmonari, specie nella popolazione più anziana. Dopo i test di laboratorio, i dispositivi saranno installati nella centralina mobile che verrà trasferita nei Licei

scientifici del bresciano che hanno aderito all’iniziativa. «L’idea è di mettere a disposizione degli studenti e dei loro insegnanti la stazione che abbiamo costruito, in modo che possano raccogliere i dati relativi alle concentrazioni di gas inquinanti. In una seconda fase i ragazzi potranno procedere con l’analisi dei dati, utilizzando metodi statistici avanzati, per individuare eventuali correlazioni tra le grandezze misurate e i parametri metereologici, in modo da elaborare previsioni e riflessioni per un futuro più sostenibile». Nell’epoca dei Fridays for Future e dell’Agenda per il clima di Cop26, «i ragazzi si dimostrano, al pari dei loro insegnanti, molto attenti alle tematiche ambientali». Per questo, «cercheremo di dare spazio alle attitudini di ciascuno, per formare cittadini consapevoli, in grado di partecipare al dibattito pubblico con una buona base di alfabetizzazione scientifica». I lavori con le classi inizieranno a settembre, con l’avvio del nuovo anno scolastico, preceduti da un intenso periodo di progettazione e coordinamento.

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Piacenza, la parola chiave della ricerca da promuovere è sostenibilità di Giorgio Colombo

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a parola d’ordine dei progetti di ricerca finanziati nella sede di Piacenza-Cremona dell’Università Cattolica è sostenibilità. Lo è per lo “Studio di batteri lattici produttori di folati per la bio-fortificazione di prodotti caseari”, coordinato da Daniela Bassi, docente di Microbiologia degli alimenti, che mira a fornire ai consumatori prodotti alimentari funzionali per la salute. I folati sono vitamine di cui il nostro corpo ha bisogno; sono presenti nei vegetali, ma in alcuni casi il loro apporto con la dieta non è sufficiente. Bambini e donne in gravidanza devono assumerli attraverso integratori alimentari. I folati servono per la sintesi delle proteine, per la formazione del sangue, per il sistema immunitario e per il corretto sviluppo fetale. «Il nostro lavoro parte dal creare alimenti che siano alternativi agli integratori» spiega Daniela Bassi, che opera all’interno del Dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari per una filiera agro-alimentare sostenibile. «Il primo passo è analizzare i batteri lattici, normalmente utilizzati per la produzione di prodotti caseari, per la loro capacità di produrre acido folico. Questa potenzialità può essere sfruttata per ottenere alimenti, quali yogurt e formaggi, ricchi in folati». L’idea di una fortificazione biologica, senza organismi geneticamente modificati, nasce da una tesi magistrale della facoltà di Agraria e dalla collaborazione di una dottoranda. I fondi del 5x1000 dell’Università Cattolica potranno essere utilizzati anche per assumere un giovane collaboratore, che possa entrare a fare parte del team. Ci sarà spazio anche per un ulteriore approfondimento della ricerca: «Bisogna capire i quantitativi di folati che permangono all’interno del prodotto nel tempo, per definirne il loro effettivo apporto mediante il consumo di questi alimenti». Con le risorse del 5x1000 l’Università Cattolica sostiene un altro progetto della facoltà di Scienze agrarie, alimentari e

ambientali, finalizzato allo studio di sistemi di produzione agricola alternativi, in grado di far fronte alle nuove sfide che il cambiamento climatico in corso ha indicato come priorità per il sistema agricolo. L’iniziativa studia la funzionalità dell’agrosistema, spiega Andrea Fiorini, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee. Insieme al professor Vincenzo Tabaglio e a un nutrito gruppo di collaboratori, studia come «produrre cibo in maniera sostenibile, per adattare i sistemi agrari al cambiamento climatico in corso e al contempo mitigarlo». Sostenibilità dei sistemi agrari declinata dal punto di vista economico e ambientale. Avere modelli più efficienti dal punto di vista agro-ecologico vuol dire ridurre i costi e aumentare i profitti. Nello specifico, il progetto “Le prospettive agricole nel solco delle strategie Carbon Farmingg e Farm-to-Fork” ha l’obiettivo di rivoluzionare i sistemi agricoli tradizionali, trasformandoli in nuovi modelli. «Questi nuovi sistemi si basano su pratiche di agricoltura conservativa e su tecnologie di agricoltura di precisione» fa notare Andrea Fiorini. I principali obiettivi sono tre: aumentare la fertilità del terreno agrario (che significa anche aumentare il sequestro di carbonio dall’atmosfera); incrementare l’efficienza d’uso di acqua e fertilizzanti;

ridurre i costi, mantenendo o addirittura aumentando le produzioni. La necessità di introdurre sistemi agricoli più performanti è evidenziata anche dal programma Farm to Fork dell’Unione europea: il progetto della facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali è una risposta a questa linea di ricerca.

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Farmaci per curare i tumori pediatrici e cure dalle cellule della placenta di Giorgio Colombo

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tumori cerebrali pediatrici sono meno dell’un per cento del totale e sono molto diversi da quelli dell’adulto. Per questo le aziende farmaceutiche hanno scarso interesse a sviluppare farmaci specifici: la platea cui sarebbero rivolti è (fortunatamente) ristretta. La ricerca di Antonio Ruggiero, pediatra del Dipartimento di Scienze della vita e sanità pubblica della sede di Roma dell’Università Cattolica, è finalizzata a capire quali farmaci, in sviluppo o già in commercio per i tumori dell’adulto, possano essere utilizzati per contrastare questo tipo di patologia. Il progetto “Sviluppo di nuovi agenti antitumorali per il trattamento di tumori cerebrali pediatrici” punta a ridurre la percentuale di bambini che non riesce a sopravvivere al tumore, corrispondente a circa il 20% del totale. «Il 5x1000 dell’Università Cattolica contribuisce in maniera importante a questo studio e consente di accelerare sui modelli sperimentali, ampliando quelli preclinici, per avviare poi rapidamente la successiva fase clinica» spiega il professore. L’iniziativa, che ha durata triennale ed è partita pochi mesi fa, si sviluppa nell’ambito della facoltà di Medicina e chirurgia della sede di Roma, in collaborazione con l’Istituto di Farma-

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 Nel campus di Roma con i fondi del 5x1000 si sostengono due progetti di ricerca in ambito medico, per dare speranza ai pazienti più piccoli e a quelli più fragili cologia del professor Pierluigi Navarra, e coinvolge quattro biologi. Un aspetto interessante che farà parte di questa ricerca è il processo di riposizionamento. Per individuare nuovi agenti antitumorali lo studio si concentra su farmaci già in commercio per patologie non oncologiche, come per esempio gli antipsicotici. Nella fase preclinica si cerca di capire se questi possano essere utilizzati anche per contrastare i tumori infantili. Due sono i principali vantaggi di questo processo: taglio dei tempi e taglio dei costi. «I farmaci hanno già superato le verifiche di tossicità e questo abbrevia di molto i tempi di sviluppo del farmaco, che di solito si aggirano tra i dieci e i dodici anni», afferma il professor Ruggiero. Inoltre, utilizzare medicinali già sul mercato equivale a risparmiare il denaro che servirebbe a progettarne e sintetizzarne di nuovi. Un processo che in media richiede tra il miliardo e mezzo e i due miliardi di dollari. Il 5x1000 sostiene anche un altro progetto nella sede di Roma. È «un modo per far sì che tutte le persone si sentano parte della ricerca» spiega la professoressaa Ornella Parolini, docente di Biologia alla facoltà di

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Medicina e chirurgia. Insieme a tre ricercatori dell’Università Cattolica porta avanti il progetto “La placenta umana a termine: una fonte di molecole con potenziale terapeutico”. Tutto comincia vent’anni fa all’interno del centro di ricerca della Fondazione Poliambulanza di Brescia. «Abbiamo dimostrato che le cellule isolate dalla placenta sono in grado di secernere delle molecole che hanno un potenziale terapeutico». L’obiettivo è utilizzare queste molecole per facilitare la cura di patologie come la fi brosi polmonare, la fi brosi epatica, l’ischemia del miocardio e le patologie autoimmuni quali l’artrite reumatoide e malattie infiammatorie intestinali croniche Investire su questo progetto vuol dire consentire di comprendere a fondo in che modo alcune molecole della placenta a termine possano avere questo potenziale terapeutico. «Vogliamo capire due cose: quali solo le molecole che sono in grado di avere questi effetti e avere chiaro esattamente come agiscono». Due progetti innovativi, accomunati dalla convinzione che lo studio migliora la vita delle persone.

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5x1000

Studenti

Borse di studio per sostenere il merito di Selena Frasson e Giorgio Colombo

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na domanda sui marmi del Partenone che apre finestre di opportunità. Per Maria Ester Candido, 23 anni, laureanda magistrale in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo, l’occasione di approfondire i propri studi attraverso le esperienze formative e il patrimonio artistico offerto dalla città di Milano, si presenta così. Ogni anno, anche grazie ai fondi raccolti con il 5x1000, l’Università Cattolica sostiene il diritto allo studio degli studenti, assegnando borse agli aventi diritto per reddito e per merito. «Sono stata davvero contenta di ricevere questo riconoscimento. Ho visto che i miei sforzi sono stati ripagati», racconta Ester, che ha avuto anche la possibilità di vivere l’esperienza universitaria all’interno del collegio Marianum, una realtà dinamica e ricca di stimoli. «Nonostante l’emergenza pandemica abbia reso più difficile la vita universitaria,

 Le storie di Maria Ester Candido, 23 anni, laureanda magistrale in Economia, e di Gregorio Scrima, 23 anni, all’ultimo anno della laurea in Giurisprudenza sono soddisfatta delle opportunità che mi sono state date e molto lo devo anche alle esperienze che ho fatto in collegio. Qui sono organizzate diverse conferenze che ti permettono di uscire dal tuo ambito di studi per esplorare altri ambiti, dal diritto alle lingue fino alla filosofia» racconta la studentessa. Dopo la laurea Ester sogna di rimanere a Milano, per lavorare nel mondo del mercato dell’arte. «Magari frequenterò un master per specializzarmi ancora. Quello che so per certo è che continuerò a impegnarmi per raggiungere i miei obiettivi». A Milano vorrebbe restare anche Gregorio Scrima, ventitreenne di Messina, che frequenta l’ultimo anno di Giurisprudenza. «La città offre possibilità molto interessanti nell’ambito degli arbitrati internazionali, c’è molto lavoro da fare». Gregorio ha sempre avuto una passione per le materie di stampo internazionalistico, motivo per

cui dopo il liceo classico affacciato sullo Stretto ha deciso di iscriversi in Cattolica. «In questi cinque anni ho imparato tanto: ad arricchire la mia esperienza non sono stati solamente i chiostri della sede di largo Gemelli, ma anche l’aver vissuto nel collegio Augustinianum. Un modo per tessere relazioni con altri studenti e partecipare ai tanti incontri che il collegio organizza». Fiore all’occhiello del suo percorso sono stati l’Erasmus in Belgio nell’anno accademico 2020-2021 e poi il Vis Moot, una simulazione di arbitrato internazionale commerciale cui prendono parte studenti da tutto il mondo. Così Gregorio ha avuto la conferma della sua passione per questo ambito di studi. Ora sta scrivendo una tesi in Diritto dei mercati finanziari. Una carriera universitaria di cui può andare orgoglioso ed essere felice. E che il riconoscimento dalla borsa di studio per merito ha suggellato in modo inequivocabile.

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Giordania, curare le ferite dei profughi per ridare speranza e generare vita di Selena Frasson

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ettare ponti per rimettere in dialogo i popoli». Elena Zanfroni, docente di Pedagogia alla facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica, parla con la passione di chi, da tanto tempo, si occupa di tutelare i più fragili, in vari Paesi del mondo. Insieme agli insegnanti delle scuole del Patriarcato Latino di Gerusalemme ad Amman, con la collega Silvia Maggiolini, svolge un intenso lavoro di cooperazione e ricerca per «riflettere sul tema dei bisogni educativi speciali e adottare strategie didattiche innovative, che consentano di raggiungere i bambini in condizioni di fragilità». In Giordania, il progetto è promosso dall’Associazione Habibi che, dall’anno della sua fondazione, il 2013, si dedica alla promozione di iniziative culturali, artistiche e solidali finalizzate alla conoscenza della storia e delle tradizioni della Terra Santa. «Molte realtà cooperano a stretto contatto con questa associazione» afferma la professoressa Zanfroni. «Non solo l’Università Cattolica e il Patriarcato Latino, ma anche il Gemelli Medical Center. Sono tutti impegnati nell’ottica di una missione comune: promuovere l’in-

PROGETTI 2010-2022 2049 403 7

2 27 31 176

Borse di studio Scholarship Proge‫﬙‬i di supporto ai Servizi per l’integrazione degli studenti con disabilità e con DSA Proge‫﬙‬i di Service Learning Proge‫﬙‬i di ricerca Proge‫﬙‬i di sviluppo in Italia e all’estero Scholarship per volontariato

 Un progetto per riflettere sui bisogni educativi speciali e adottare strategie didattiche con gli insegnanti del posto per aiutare i bambini figli di rifugiati clusione di minori cristiani iracheni richiedenti asilo e delle loro famiglie». Il territorio interessato da queste attività rappresenta una delle principali mete di passaggio per coloro che sono scappati dalla Siria e dall’Iraq per sfuggire alle persecuzioni dell’Isis. Nella capitale Amman si tengono percorsi dedicati ai più vulnerabili per accompagnarli in questa fase di «transito e re-invenzione». La storia dell’accoglienza in Giordania ha reso il Paese tra quelli che più si distinguono a livello internazionale per aver dato sostegno e assistenza a quanti erano costretti ad abbandonare le proprie case per le violenze sistematiche subite nei loro Paesi. «All’inizio pensavamo che la barriera linguistica potesse rappresentare un ostacolo, ma il periodo trascorso insieme ai colleghi e ai volontari che hanno collaborato al nostro fianco ci ha dimostrato il contrario. Tra le persone incontrate abbiamo notato la forza e l’entusiasmo di partecipare e si sono create delle vere e proprie collaborazioni che hanno contribuito alla

Proge‫﬙‬i di 1917 385 6 1 13 18 1 1 Proge‫﬙‬i di 29 149 2 27

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5x1000

FORMAZIONE Conclusi

Borse di studio Scholarship Proge‫﬙‬i di supporto ai Servizi per l’integrazione degli studenti con disabilità e con DSA Proge‫﬙‬o di Service Learning

realizzazione del nostro sogno inclusivo». L’impegno vorrebbe focalizzarsi in modo particolare sui profughi cristiani iracheni perché nel territorio giordano rappresentano una minoranza priva del riconoscimento giuridico dello status di rifugiato. Una condizione che li pone in una posizione di fragilità e isolamento, non essendo loro garantito il diritto di accesso al servizio sanitario nazionale e alle strutture scolastiche. È per rimediare a questo problema che sono stati promossi percorsi di formazione rivolti agli insegnanti sui temi delle metodologie didattiche partecipative, che favoriscano un dialogo tra persone che vivono in aree e zone con gravi diseguaglianze sociali ed economiche. «Non è sempre facile operare in questi contesti complessi ma, fin dall’inizio, a motivarci è stata la consapevolezza che con il nostro lavoro avremmo potuto offrire alle persone la prospettiva di un futuro migliore». È un cammino in salita quello della solidarietà, «ripagato dal sorriso di chi ritrova la speranza anche grazie al tuo impegno».

Proge‫﬙‬i di 13

5

In corso Borse di studio Scholarship per studenti internazionali Proge‫﬙‬o di supporto ai Servizi per l’integrazione degli studenti con disabilità e con DSA Proge‫﬙‬o di Service Learning

SVILUPPO Conclusi

Iniziative di sviluppo Scholarship

In corso Iniziative di sviluppo Scholarship

2 1 2 2 1 1

RICERCA Conclusi

Proge‫﬙‬i in ambito medico-scientifico su oncologia, pediatria, cure palliative, mala‫﬙‬ie infe‫﬙‬ive, risposta immunitaria ai vaccini per il SARS-CoV-2 Proge‫﬙‬i nel campo dell’agricoltura sostenibile, dello sviluppo del sistema agrovoltaico e dell’impa‫﬙‬o del cambiamento climatico Proge‫﬙‬i di supporto alle famiglie vulnerabili e di studio su welfare e Covid-19 Proge‫﬙‬o di analisi di tecniche per il tra‫﬙‬amento dell’immagine

In corso Proge‫﬙‬i in ambito medico-scientifico su pediatria e medicina rigenerativa Proge‫﬙‬i nell’ambito dell’agro-ecologia e della nutrizione infantile Proge‫﬙‬o per il contrasto alla povertà educativa Proge‫﬙‬o per promuovere l’alfabetizzazione scientifica

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Leadership femminile e donne ai posti di comando per un mondo più umano di Katia Biondi

 Presentato a Dubai il progetto di ricerca multidisciplinare promosso dalla Fondazione Centesimus Annus e da Sacru: l’obiettivo finale dell’indagine sarà quello di suggerire azioni correttive che permettano il superamento delle disuguaglianze di genere

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appresentano una risorsa preziosa per lo sviluppo economico ma le donne del Terzo Millennio sono ancora soggette a discriminazioni, pregiudizi e stereotipi che ne impediscono lo sviluppo integrale relegandole a ruoli ancillari. Come se non bastasse per coloro che si affermano nel mondo della scienza, della tecnologia e dell’accademia resta alta la presenza di situazioni diseguali in termini di quantità, qualità e remunerazione. Serve un nuovo modello di sviluppo equo, solidale, inclusivo e sostenibile per eliminare le disuguaglianze che impediscono alle donne di raggiungere ruoli apicali. È quello che propone la ricerca “Più leadership femminile per un mondo migliore” (“More Women Leadership for a Better World”), promossa da Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e da Sacru, il network internazionale di atenei cattolici, di cui l’Università Cattolica del

Sacro Cuore è capofila. L’indagine, che coinvolge dieci atenei internazionali di otto Paesi (Italia, Giappone, Spagna, Portogallo, USA, Cile, Brasile, Australia) e undici accademici appartenenti a differenti settori scientifici, offre un contributo alla comprensione del fenomeno della disuguaglianza di genere attraverso un’analisi rigorosa della situazione, delle cause, degli ostacoli, degli effetti e l’identificazione di alcune azioni correttive. Fattore chiave della ricerca il termine “cura”, inteso come caratteristica comune a tutti e che, secondo l’insegnamento delle encicliche di Papa Francesco Laudato si’ e Fratelli tutti, rappresenta il giusto antidoto per risolvere le ingiustizie e le disuguaglianze. Lo studio prende in considerazione diversi aspetti per accelerare il processo della parità di genere. Tra questi, le cause, le evidenze della persistenza delle disuguaglianze e gli effetti positivi della presenza femminile in vari contesti; gli ostacoli

per le donne nel mondo della scienza, della tecnologia, del mondo accademico; l’impatto sulla sostenibilità fornito dalla presenza femminile nei Cda; la rilevanza della cura come caratteristica necessaria per affrontare le sfide e la complessità del contesto attuale e il legame con l’attività di cura che grava sulle donne. In particolare, la ricerca individua alcune azioni strategiche che, operando su diversi livelli – educativo, economico e lavorativo, politico, di comunicazione, fiscale, sociale e culturale –, hanno l’obiettivo di raggiungere il necessario empowerment delle donne in tutti i contesti e settori della società per valorizzarne competenze, abilità e talenti. L’educazione è il primo modo per fornire alle donne le competenze e le conoscenze necessarie per affrontare le nuove sfide del mondo del lavoro. Serve, perciò, un nuovo modello educativo che intervenga nei metodi di insegnamento, nei contenuti,

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nei programmi scolastici, faciliti il cambiamento della cultura patriarcale, ancora prevalente, e aiuti le giovani donne ad acquisire nuove competenze, soprattutto Stem e digitali (secondo dati europei, resta ancora bassa la quota di ragazze che all’università scelgono materie come informatica o ingegneria (20-25%)). Sugli altri fronti è necessario favorire l’introduzione della valutazione dell’impatto di genere di ogni iniziativa legislativa e prevedere la definizione di standard per l’adozione di una politica di genere nelle aziende pubbliche e private. Serve, inoltre, promuovere un protocollo linguistico e formativo

che favorisca il dialogo e il superamento di espressioni o manifestazioni sessiste. Il mondo dei media, compresi i social media, può fare davvero molto per trasmettere i valori di uguaglianza e rispetto, cambiando il modello di donna che viene rappresentato. Alcuni cambiamenti sono in corso, ma molto resta da fare: stabilire un “patto culturale-sociale” all’interno del mondo istituzionale, e tra il mondo istituzionale e la società civile per garantire un’azione collettiva a favore della parità di genere Non va trascurato, infine, l’aspetto fiscale. Nei Paesi scandinavi, l’introduzione di una tassazione separata del reddito

delle donne, oltre a servizi sociali ampiamente sovvenzionati, è stato un ottimo incentivo per la partecipazione femminile al mercato del lavoro, tanto che non c’è differenza nel tasso di partecipazione tra donne che hanno figli e donne che non ne hanno. E, soprattutto, le mamme possono avere più figli. Tra le strategie da attuare, non vanno dimenticate le “azioni interne”, vale a dire fare in modo che le donne superino le proprie paure e abbiano maggiore consapevolezza delle proprie capacità. Da questo punto di vista formazione e tutoraggio possono risultare strumenti necessari.

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Ricerca

L’Università Cattolica all’Expo di Dubai STUDI ED EVENTI

a ricerca “Più leadership femminile per un mondo migliore” (“More Women Leadership for a Better World”) è stata presentata lo scorso 6 marzo a Dubai, nel Padiglione Italia dell’Esposizione Universale durante il dibattito “More Women Leadership for a Better World”. Care as a Driver for Our Common Home”, cui hanno preso parte Isabel Capeloa Gil, rettrice dell’Universidade Catòlica Portuguesa, PierSandro Cocconcelli, prorettore e delegato per il coordinamento dei progetti di internazionalizzazione dell’Università Cattolica, Lisa Sowle Cahill, Professor of Ethics al Boston College, e Silvia Rigato, Managing Director di Accenture e alumna della Cattolica. Un dibattito introdotto dal rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli (nella foto con Paolo Glisenti Commissario Generale per la partecipazione dell’Italia a Expo 2020 Dubai) e moderato dalla giornalista emiratina Aida Al Busaidy, direttore della comunicazione per il Dubai Tourism. Secondo il professor Anelli questo lavoro di ricerca «dedica un’attenta analisi alle disuguaglianze di genere, contribuendo ad affrontare l’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 5: Parità di genere». Come fa notare Anna Maria Tarantola, presidente della Fondazione Centesimus Annus, promotrice della ricerca, «le donne sono la metà della popolazione mondiale. Hanno grandi talenti e potenzialità; se potessero godere della piena uguaglianza di opportunità, potrebbero contribuire sostanzialmente al necessario cambiamento verso un mondo di pace, inclusione, solidarietà e sostenibilità integrale». La situazione di disparità è acuita dalla carenza nei servizi sociali, nei sistemi di incentivazione alla condivisione del lavoro di cura, nei modelli organizzativi nelle aziende. «Alle donne manca il sostegno sociale necessario per realizzare pienamente non solo i loro ruoli familiari, ma ancor più quelli pubblici e professionali» e «sebbene l’istruzione delle donne sia un fattore chiave nel determinare la sopravvivenza dei bambini, le donne costituiscono i due terzi degli analfabeti del mondo», sostiene Lisa Sowle Cahill. Per infrangere il soffitto di cristallo è fondamentale, per tutti i relatori, favorire la diffusione di una cultura della «gender equality», creare nelle aziende un «empowering environment» ovvero un ambiente che incoraggi le abilità femminili, promuovere specifiche politiche in grado di mettere a frutto il valore aggiunto delle donne per lo sviluppo della società. Secondo Anna Maria Tarantola «il ruolo del mondo educativo è fondamentale per affrontare e risolvere i gravi problemi e le sfide del nostro tempo. Crediamo che partire dalle università, in particolare da quelle cattoliche, sia il modo più appropriato per analizzare le complesse questioni dell’era digitale, pandemica e climatica». Anche se, come fa notare il professor Cocconcelli, se il 60% di laureati è composto da donne, la loro presenza diminuisce notevolmente se si considera il numero di professori associati (40%), ordinari (30%) e rettori (15%). All’Expo di Dubai l’Ateneo ha organizzato altri due eventi: il 14 ottobre, con “E4Impact Foundation. A University Alliance for high impact entrepreneurs in Africa” ha presentato racconta l’attività di promozione di una nuova generazione di imprenditori a forte impatto sociale in Africa. Il 18 novembre, nel corso della Settimana tematica della tolleranza di Expo, la Cattolica ha promosso “The Sacru Alliance: an innovative model of university cooperation inspired by human brotherhood”, in cui ha presentato la Strategic Alliance of Catholic Research Universities, il network internazionale che riunisce otto università cattoliche, nato in risposta all’invito di Papa Francesco alla creazione di un patto educativo mondiale [k.b.].

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Emi, studente e partigiano Una vita spezzata per amore di Paolo Ferrari

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na figura di studente dell’Università Cattolica, poi laureato “perché caduto nella lotta di liberazione dell’Italia”, brilla come una fiaccola nella notte. Nella notte buia della Seconda guerra mondiale. Un esempio luminoso come la sua lezione di maestro “fin nel midollo”, che splende ancora tanti anni dopo quel 10 febbraio del 1945, in cui una raffica alle spalle freddò il giovane partigiano sui monti bresciani della Valsabbia. Pur essendo iscritto alla facoltà di Magistero, Emiliano Rinaldinii non riuscirà a frequentare i chiostri neppure un giorno. Eppure «si proclamava fiero di appartenere all’Università dei Cattolici italiani», come scrisse padre Agostino Gemelli nella prefazione a Il sigillo del sangue. Spiritualità della Resistenza, il volumetto pubblicato nel primo dopoguerra dall’Editrice La Scuola (ora in libreria con una nuova edizione Scholè-Morcelliana) che raccoglie il diario che “Emi” scrisse dal giugno 1942 all’aprile del 1944. Il 19 gennaio 2022 la sede bresciana, ha avviato le celebrazioni per i cento anni dalla nascita – sono ancora parole di Gemelli – di questo «singolare studente che amava la scuola come si ama un ideale a lungo coltivato e per il quale si soffre». I fascisti che lo trucidarono, scrive il francescano, «lo derisero perché appartenente all’Azione Cattolica e all’Università Cattolica», quello stesso Ateneo che, nel corso di quest’anno, organizzerà una serie di iniziative di formazione e di studio nel suo nome, rivolte sia agli studenti, invitati a camminare sulle orme di Emi nei sentieri della Resistenza, sia a specialisti, con un convegno di studio promosso dal Centro di documentazione e ricerca Raccolte storiche e dall’Archivio per la storia dell’educazione in Italia nel campus di Brescia. Come spiega la docente di Storia dell’e-

ducazione Daria Gabusi, da un decennio impegnata nello studio e nella valorizzazione del giovane maestro, «Rinaldini appartiene a quella generazione di giovani cattolici che, nell’incontro con ambienti alternativi ai percorsi imposti dal “totalitarismo educatore”, riuscì a maturare una coscienza antitotalitaria, fondata sui principi evangelici della giustizia, della liberazione, dell’amore verso il prossimo». Rilevante fu per lui l’incontro con don Peppino Tedeschi e con Vittorino Chizzolini, che lo coinvolsero sia nelle attività caritatevoli a favore dei poveri e degli emarginati, sia nelle iniziative dell’Azione

cattolica. Nel 1940 conseguì la maturità magistrale e si iscrisse all’Università Cattolica a Milano, aderendo alla Fuci. Interpretò il suo ruolo di giovane maestro come un apostolato educativo. Lasciato l’insegnamento, entrò nella redazione della rivista «Scuola italiana moderna», dove – dopo l’8 settembre 1943 – incontrò Astolfo Lunardi, che lo coinvolse nelle prime azioni clandestine del nascente movimento resistenziale bresciano. Con il nome di battaglia “Emi”, prese poi parte alla Resistenza antifascista sui monti della Valtrompia e della Valsabbia, diventando vicecomandante di un gruppo della Bri-

Emi Rinaldini sui monti della Valsabbia nella foto di copertina del libro “Il sigillo del sangue” (Scholé-Morcelliana)

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gata “Giacomo Perlasca” delle “Fiamme Verdi”, formazioni autonome di ispirazione cristiana, accettando consapevolmente i rischi di quella scelta: furono incarcerati i genitori, deportati la sorella Giacomina e il fratello Federico (ucciso in un lager). “Non vi sono liberatori, ma solo uomini che si liberano”: era il motto del foglio clandestino della Fiamme verdi, il “Ribelle”, fondato da Teresio Olivelli, Carlo Bianchi e Claudio Sartori, cui contribuirono, tra gli altri, la “madre” della Repubblica Laura Bianchini (bresciana, costituente e due volte laureata in Università Cattolica), don Giovanni Barbareschi, David Maria Turoldo. Un’intuizione che sta alla base di tutto il movimento resistenziale italiano, che si celebra il 25 aprile di ogni anno, e che avrebbe molto da dire nei giorni in cui qualcuno, anche in buona fede, ha messo in discussione il diritto del popolo ucraino di difendersi da una spregiudicata e disumana guerra di aggressione. Il cammino che condusse Emi, come altri amici, dalla scelta personale di ribellione al nazifascismo all’ingresso nel movimento collettivo di Resistenza è tracciato nel suo diario, uno scritto di profonda intensità spirituale, cui Daria Gabusi premette un’acuta introduzione. «Da quelle pagine – afferma – emergono l’esigenza dell’educazione del carattere e della volontà, l’impegno per il perfezionamento interiore alla luce del Vangelo: elementi che lo portarono ad agire nella speranza di far nascere, dalle macerie della guerra e dalle ceneri dei totalitarismi, una società più cristiana e più giusta». In una pagina che suona di una profondità inaudita, se si pensa che è scritta da un ragazzo poco più che ventenne, Emi scriveva: «Ho capito, questa sera, che il nemico non va odiato, che il brigante politico, sia fascista o nazista, anche se verrà giudicato secondo giustizia, avrà pur diritto da parte dei cristiani alla sua parte di misericordia. Sì, giustizia sarà fatta anche dagli uomini, ma sopra questa dovrà trionfare la misericordia, altrimenti, se ci lasceremo corrodere dall’odio e dalla vendetta, la catena non si spezzerà più». Per quel giovane “ribelle per amore” (così furono chiamati i partigiani delle Fiamme verdi), aggiunge la professoressa Gabusi, «la scelta di prendere le armi fu doloro-

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sa e sofferta ma vissuta come risposta a un imperativo morale, che imponeva alle coscienze di scegliere tra due opposte e inconciliabili concezioni del mondo, nella consapevolezza che si stesse combattendo una “guerra di civiltà”, per porre fine a un’epoca di barbarie». Nel febbraio del 1945, durante un rastrellamento dei militi fascisti della Guardia

nazionale repubblicana, Rinaldini fu catturato a Odeno e condotto a Idro, torturato e poi riportato in montagna per essere indotto – invano – alla delazione. Sulla via che da Belprato riconduceva a valle, oltre la chiesetta di San Bernardo, senza processo e senza condanna, fu freddato con una raffica di colpi alle spalle, solo, a piedi nudi nella neve: aveva da poco compiuto ventitré anni. Sul petto le pagine, da lui sottolineate, dell’Imitazione di Cristo, che portava sempre con sé, su cui si impresse il Sigillo del sangue. Il suo. «Se il Signore avrà destinato che io debba morire in questi tempi, io l’accetto di buon grado» aveva scritto nel diario. «La breve esistenza di Emi Rinaldini – conclude Daria Gabusi – rappresenta un richiamo all’assunzione di responsabilità di fronte ai fatti tragici della Storia, un invito a compiere ciascuno la propria parte, a conoscere il proprio tempo e ad agire per renderlo migliore, in nome degli ideali per i quali quel giovane accettò il rischio di morire: la libertà, la solidarietà e, soprattutto, la giustizia sociale, senza la quale nessuna pace è davvero possibile».

Una laurea conseguita all’università della Storia enza rimontare agli studenti che a Curtatone e a Montanara hanno dato la vita per la Patria, basta ricordare quello che essi hanno fatto nella lotta partigiana per liberare l’Italia da un duplice nemico». Sono parole che padre Agostino Gemelli pronuncia l’8 dicembre 1948, festa dell’Immacolata Concezione, nel discorso per la festa annuale dell’Ateneo, a 27 anni dalla fondazione, che il rettore dedica al tema della “Riforma universitaria”, riservando ampio spazio al valore degli studenti dell’Università Cattolica caduti durante la Guerra. «Ho scritto or è poco la prefazione – prosegue Gemelli – per la narrazione della vita di uno di questi nostri giovani studenti, barbaramente trucidato dai tedeschi, il Rinaldini di Brescia, mite ma ricco di ardore, al quale fu trovata in tasca la Imitazione di Cristo, volumetto che gli fu fedele compagno e prezioso viatico nelle notti trascorse all’addiaccio sui monti a vigilare i movimenti nemici. Quel volumetto porta le macchie di sangue di un giovane che in quelle mirabili pagine attinse forza per vivere una

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vita di sacrificio». Il francescano, dopo aver ricordato la propria prefazione al volume Il sigillo del sangue. Spiritualità della Resistenza, voluto dagli amici dell’Editrice La Scuola per raccogliere il diario di Emi Rinaldini, trucidato dai fascisti, annuncia un gesto che farà di lì a poco e che resterà a memoria perenne nei chiostri dell’ex monastero di Sant’Ambrogio in cui ha sede l’Università Cattolica. «Come lui furono moltissimi a offrire la vita per la liberazione d’Italia e la lapide che tra breve si inaugurerà ricorda una lunga serie di nomi» spiega Gemelli. Sulla pietra (nella foto sopra) sono incise queste parole: “Pro patria mortui non morituri manent. Nostri studenti e laureati caduti nella guerra 1940-1945”. In fondo, verso la fine dell’elenco dei caduti del 1945 il nome di Emiliano Rinaldini, “dottore H.C.”, laureato il 7 dicembre 1946, dopo la morte. Così, per uno studente che non poté neppure frequentare il suo Ateneo, giunse anche la laurea, conseguita all’università della vita e della Storia. [p.f ]

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Francesco Anfossi, di “Famiglia cristiana”, dottore in Lettere a 58 anni

Dalla redazione alla laurea “blended”

di Katia Biondi

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genitori devono stare dietro il laureando. Per favore dia la tesi a suo figlio e si tenga a distanza per le misure anti Covid». Momento di imbarazzo: «Guardi che il laureando sono io». Risposta: «Mi scusi dottore, vada pure avanti». È il divertente aneddoto che ci racconta Francesco Anfossi, 58 anni, giornalista di Famiglia cristiana, fresco di laurea all’Università Cattolica. Una storia, quella che lo lega all’Ateneo, cominciata 40 anni fa e segnata da incontri, amicizie, crescita culturale. «Mi sono iscritto in Cattolica nel 1983, un’era geologica fa, quando per scrivere si usava la Olivetti Lettera 22, si chiamavano gli amici e la fidanzata componendo il numero sul disco del telefono fisso e si riavvolgeva il nastro fuoriuscito dalle cassette per la registrazione con la penna Bic. Più che di un corso di laurea, nel mio caso si può parlare di formazione permanente», spiega con una certa dose di ironia Francesco, che l’11 febbraio 2022 ha conseguito il titolo in Lettere con il punteggio di 110 e lode. Questo anche grazie ad alcuni “maestri” che hanno segnato il suo percorso universitario. «Se molti docenti non mi avessero aiutato e incoraggiato nel proseguire gli studi non mi sarei mai laureato. Vorrei ricordare

la figura del mio relatore, il professor Agostino Giovagnoli, e del mio controrelatore, l’economista Luigi Campiglio, figura di docente pragmatico e moderno, all’americana, che stabilisce con gli studenti un rapporto autentico, dispensando consigli e incoraggiamenti». I ricordi degli anni trascorsi nei chiostri di largo Gemelli sono tanti. Anni non solo di studio e formazione ma anche di relazioni umane. «La Cattolica non è solo un ateneo, è una comunità. I docenti non hanno mai fatto caso alla mia età “venerabile”. E anche gli studenti, quando ormai avevano l’età di mio figlio, mi hanno sempre trattato come uno di loro, perfino condividendo le ansie prima dell’esame. Nei chiostri il tempo non esiste, esistono le persone. È l’esempio di come la trasmissione del sapere non sia legata all’età. Quando ero demotivato e avevo la tentazione di chiudere, mi ricordavo di una frase di Jean Guitton: “Sono le nostre lacune culturali a imprimerci la molla per colmarle, per continuare a studiare anche in tarda età”. Del resto, i corsi serali di Economia hanno forgiato autorevoli studiosi, come il professor Piero Giarda. Non è un caso». Come non è stata casuale la scelta di studiare in Cattolica. «L’ateneo corrispondeva maggiormente alla mia sensibilità culturale. Mio padre, che fece non pochi sacrifici per pagarmi la retta, laico inve-

terato, mi disse: “Scegli la Cattolica, sul piano della formazione la Chiesa non ha rivali”. In realtà io di chiesa, in senso stretto, ne trovai poca. Potrà sembrare un paradosso, ma questa è una scuola di laicità autentica, dove i valori religiosi sono proposti e assimilati attraverso l’uso dell’intelligenza, dell’empatia e del confronto. I tre esami di Introduzione alla Teologia, quelli che molti sostenevano per non partire per il militare, in realtà sono stati vere e proprie scuole di vita». Gli ultimi due anni di Francesco all’università hanno coinciso con quelli della pandemia che ha stravolto la vita degli studenti. «Quando lo scorso anno ho ripreso gli studi per laurearmi, se sono riuscito a sostenere otto esami in un anno, studiando di notte, è stato grazie alla “discussa” Dad, senza la quale probabilmente non sarei giunto a questo traguardo. Le lezioni registrate in remoto sono utilissime per gli studenti lavoratori, per coloro che si ammalano, per i fuorisede e, in fondo, per tutti coloro che hanno la possibilità di rivederle se c’è qualcosa che non hanno capito. È vero che l’università è innanzitutto un luogo dove incontrarsi e stabilire relazioni ma, con una sapiente valorizzazione delle nuove tecnologie, le grandi potenzialità della didattica a distanza non vanno trascurate». Università Cattolica del Sacro Cuore


Vengono da Asia e Africa gli studenti aiutati dal brand solidale Casa Fogliani di Valentina Giusti

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ccoglienza, solidarietà, supporto, ascolto: di anno in anno si confermano e si rafforzano le parole chiave di Casa Fogliani, il marchio nato all’interno di EDUCatt per sostenere, tramite il ricavato delle proprie iniziative, studenti in condizioni di estremo bisogno in tutto ciò che serve per garantire formazione, inclusione e promozione sociale. Anche in un periodo in cui la quotidianità è costellata di aggiornamenti inquieti e preoccupazioni per quanto sta accadendo a poco più di 2.000 chilometri dall’Italia, la mission di realtà come Casa Fogliani non viene meno, ma anzi si rivela ancora più pronta a fornire risposte e aiuti concreti ai disagi e alle necessità degli studenti che accoglie. Il sostegno di Casa Fogliani passa attraverso il reinvestimento delle marginalità della vendita di prodotti selezionati di alta qualità, in co-branding con partner che sposano il progetto solidale del marchio, e arriva al consolidamento della lingua inglese per gli esami di Omayma, alla copertura delle spese di viaggio per il progetto di stage overseas di Elmer, al vitto e alloggio nel collegio Sant’Isidoro di Denish. Negli anni chi si è avvicinato a Casa Fogliani ha imparato a conoscere la storia di questi ragazzi, intenzionati a impegnarsi con tutte le loro energie per i loro Paesi di origine e poter restituire quanto appreso e vissuto durante le loro esperienze di studio in Italia; ora Casa Fogliani accoglie tre nuovi studenti: tre nuove storie da conoscere e raccontare, tre carriere universitarie da sostenere e far crescere. Casa Fogliani sta sostenendo una studentessa proveniente dall’Oriente e due studenti, originari della Tanzaniaa e dell’Afghanistan, e li accompagnerà nel corso dello svolgimento del loro percorso universitario. In particolare i due studenti, entrambi iscritti al Double-degree tra l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università Isara di Lione (MS in Food Università Cattolica del Sacro Cuore

PRESENZA

EDUCatt

 Nuove carriere universitarie da promuovere: il marchio targato EDUCatt sostiene il consolidamento della lingua inglese per gli esami di Omayma, la copertura delle spese di viaggio per l’Overseas di Elmer, il vitto e l’alloggio nel collegio Sant’Isidoro di Denish Processing: Innovation and Tradition e MS in Suistainable Food System), sono i protagonisti della raccolta fondi organizzata dal Centro pastorale e inserita nel contesto del cammino quaresimale: la comunità universitaria è invitata a contribuire, accanto all’Ateneo e alla Diocesi di Cremona (che attualmente ospita i ragazzi presso il seminario vescovile), tramite piccoli gesti di accoglienza e solidarietà per contrastare le difficoltà determinate dall’emergenza da Covid-19 e le problematiche presenti nei loro territori di provenienza. Un invito all’aiuto solidale, che non trascura ovviamente la situazione attuale: oltre al sostegno verso i ragazzi di Casa Fogliani, parte dei proventi della Quaresima di Carità 2022 sarà destinata al sostegno della popolazione ucraina. Rispondere a quella che Martin Luther King Jr. ha definito come la «domanda

più persistente e urgente della vita», cioè «cosa stai facendo per gli altri?» può sembrare banale, ma non lo è affatto. Quello che ognuno può provare a fare, nel suo piccolo, è contribuire nel concreto a dare speranza, ad aiutare ragazzi e ragazze meritevoli di realizzare i loro sogni, a far conoscere le loro storie e accompagnarli per un tratto di strada verso un futuro pieno di soddisfazione e serenità. È possibile contribuire alla Quaresima di Carità 2022 presso i singoli Centri pastorali delle sedi padane oppure attraverso l’Associazione “Agostini semper”; i contributi possono essere versati da singoli, da enti e associazioni, dai Collegi e da tutti coloro che vogliano contribuire tramite bonifico o attraverso PayPal. Tutte le informazioni per le donazioni sono disponibili all’interno delle aree dedicate presso il sito www.agostinisemper.it e www.collegiunicattolica.it.

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La laurea, il volley, l’ombra della guerra Cristina Chirichella, capitana 110 e lode di Francesco Berlucchi

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l suo sorriso si accende prima dello schermo sul quale la piattaforma online sta caricando il collegamento. «C’è poco segnale di rete» dice Cristina Chirichella, ma basta per poterle chiedere come si sente dopo aver raggiunto il suo «obiettivo principale». Sembra strano, ma non stiamo parlando degli Europei di pallavolo che ha vinto da poco con la nazionale di volley. No, l’obiettivo di Cristina è la laurea in Scienze motorie e dello sport all’Università Cattolica, centrato con lode. «È stata una scommessa prima di tutto con me stessa. Quando mi metto in testa qualcosa, cerco di farla a tutti i costi nel modo migliore. E poi volevo uscire con conoscenze e competenze maggiori, ed è sicuramente quello che ho ottenuto. La pandemia in un certo senso mi ha aiutato, perché le lezioni a distanza hanno reso la vita un po’ più

 Con la nazionale femminile di pallavolo ha vinto praticamente tutto mentre studiava. E ora, grazie al percorso Dual Career, è diventata dottoressa in Scienze motorie

semplice a chi come me gioca in Serie A. Ma io ho sempre cercato proprio questo: non frequentare una università telematica, ma godersi al cento per cento la vita universitaria». Con Agil Volley Novara, la sua seconda casa, la squadra della quale è simbolo e capitano, Cristina ha vinto la Coppa Italia e la Cev Champions League, la massima competizione continentale per club. Con la Nazionale italiana si è laureata vicecampionessa del mondo e ha conquistato un bronzo ai Campionati europei, gli stessi che ha vinto due anni più tardi, a Belgrado, battendo in finale le padrone di casa. Tutti trofei, questi, ottenuti da studentessa-atleta della Cattolica. Già, perché Cristina è stata tra le prime a far parte del pro-

gramma Dual career promosso da Cattolicaper lo Sport, attraverso cui l’Ateneo vuole rendere l’impegno sportivo sempre più conciliabile con la carriera universitaria. «Sono contenta del percorso che ho fatto perché ho imparato tantissimo. Ho conosciuto docenti indimenticabili, come Paola Vago, che rimarrà nel mio cuore. Il suo è stato il mio primo esame, e durante il primo anno mi ha seguito molto. E poi Christel Galvani, con cui ho scritto la tesi (dal titolo: “Spalla dolorosa nell’atleta overhead: ruolo dell’esercizio nella gestione conservativa, ndr). Ha avuto tanta pazienza con me. Mi hanno aiutato a iniziare e a finire, ma in mezzo c’è stato molto altro. A lezione mi sono divertita un sacco. Per i miei compagni di corso non ero una giocatrice di Serie A, ma una studentessa come loro». Accanto a lei c’è Chichi, il suo inseparabile pitbull, tre anni a maggio. Lei dorme così tranquilla che a tratti russa. Cristina, al contrario, si rabbuia quando le chiediamo come sta vivendo l’esplosione del confl itto in Ucraina. «La situazione è precipitata proprio nel momento in cui il mondo stava facendo un respiro. Dopo due anni chiusi in casa, adesso le persone si devono chiudere nei bunker. Nel nostro campionato ci sono giocatrici russe e ucraine, e questa cosa crea difficoltà. Anche lo sport viene intaccato dalla realtà dei fatti che stiamo vivendo. È una crudeltà difficile da accettare, che non dipende dallo sport. Gli atleti russi sono succubi di quello che sta succedendo. Penso che il mondo intero si stia unendo nel condannare queste ostilità e spero che tutto ciò finisca nel migliore dei modi possibili, ma la situazione fa presagire il contrario. Pensavamo che il mondo Università Cattolica del Sacro Cuore


fosse cambiato a causa del Covid, ma i cambiamenti che ci aspettano saranno ancora più drastici e difficili da affrontare. C’è bisogno di grande senso di umanità, perché in passato questi errori sono già stati fatti. Ed è sempre finita male». La pandemia è l’altro spettro da affrontare, giorno per giorno. «È stato un periodo intenso e difficile quello appena trascorso. In squadra siamo 14 ragazze, e quando arrivi in palestra e posi il borsone ti demoralizza trovare ogni giorno qualcuno in meno, costretto a rimanere a casa con il Covid o in quarantena. Non riuscivamo più nemmeno ad allenarci, siamo rimaste in cinque. Ne siamo uscite con qualche acciacco, e proprio durante la settimana della laurea sono risultata positiva anche io. Discutere la tesi davanti ai professori e ai miei amici sarebbe stato ancora più bello. Ho dovuto farlo a distanza, ma l’importante è aver raggiunto l’obiettivo. Oggi ho una conoscenza

Dual Career in Cattolica ttraverso il progetto Università e Sport: la Dual career in Università Cattolica, l’Ateneo favorisce le condizioni necessarie per rendere l’impegno sportivo degli studenti-atleti sempre più conciliabile con la carriera universitaria. Il progetto, promosso da Cattolicaper lo Sport e realizzato in collaborazione con il Cus Milano, è aperto agli studenti-atleti di tutte le sedi e mette a loro disposizione borse di studio dedicate e un servizio individualizzato di accompagnamento, orientamento e monitoraggio del percorso di studi. Nei primi quattro anni del programma Dual career sono state selezionate 119 candidature: 25 al primo anno, 35 al secondo, 23 al terzo e 36 nel 2021-2022. Gli studenti selezionati rappresentano 11 facoltà, tutte le sedi e ben 49 diverse specialità sportive: calcio, basket, pallavolo, pallamano, mountain bike, karate, danza sportiva, pallanuoto, canottaggio, sci alpino, nuoto salvamento, ginnastica ritmica, wakeboard, pallavolo, judo, pattinaggio di figura sincronizzato, pattinaggio di velocità, nuoto, atletica leggera, hockey su ghiaccio, canoa, rugby, motocross. E molto altro.

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più approfondita di quello che faccio, a 360 gradi. Questo mi aiuta anche in campo. Capire come il corpo reagisce a determinate situazioni, da dove parte un dolore, come riuscire a recuperare dopo una partita importante o un allenamento intenso mi dà molta più consapevolezza e autonomia nella mia vita da atleta». L’altro obiettivo di Cristina va conquistato sotto rete, schiacciata dopo schiacciata. Facendo i conti con tamponi, assenze dell’ultimo minuto e piani B. «Oggi è tutto più complicato. Le squadre si trovano a giocare partite cruciali senza giocatori importanti. Ti vengono a mancare molte sicurezze. Gli equilibri vengono meno, anche se chi entra dalla panchina ci mette il cuore. Bisogna affrontare la stagione partita dopo partita. Noi siamo andate in Turchia in nove per giocare in Champions League. Non dico che non si poteva vincere, ma è molto diverso affrontare le partite in queste condizioni. L’esclusione dalla Champions è stata un duro colpo, però siamo concentrate sul campionato. L’obiettivo principale è arrivare prime in regular season, e vincere lo scudetto». Per riportare a Novara il tricolore, già vinto da Cristina e compagne nel 2017, vale oro la vittoria con Conegliano, campione d’Europa e d’Italia in carica. «Con l’Imoco Volley non è mai solo una partita. Tra Novara e Conegliano è sempre una grande battaglia. Batterle ha rappresentato una iniezione di consapevolezza e di autostima». In fondo, è sempre una questione di obiettivi, in campo così come tra i banchi dell’università. «La cosa più importante è la capacità di organizzazione e di programmazione: spesso ho studiato fino a tardi dopo un allenamento, alcune volte ho chiesto un permesso per poter fare un esame. Il secondo anno ne ho dati nove in una sessione, il terzo tutti gli esami più il tirocinio in un’estate olimpica. I miei genitori hanno sempre sperato che continuassi gli studi dopo il liceo. E forse è anche per questo che, quando mi hanno proclamato dottoressa, è scesa una lacrima perfino a mio papà. Che non avevo mai visto piangere».

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Di Vita e Pensiero

L’icona, finestra dell’Oltre di Velania La Mendola

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ella società dell’immagine, che spazio occupano le icone della devozione cattolica? Lo racconta Giuliano Zanchi (nella ( foto in basso), direttore della Rivista del Clero e docente di Teologia dell’Università Cattolica, nel volume Icone dell’esilio. Immagini vive nell’epoca dell’arte e della ragione (Vita e Pensiero). «La storia delle immagini sacre nella cultura europea cristiana, dall’umanesimo alle avanguardie (che hanno disintegrato i paradigmi estetici) passa dal rapporto tra potere e immagini, tra la loro funzione sociale e le rispettive epoche» afferma. «Le immagini si sono succedute con funzioni iconiche diverse: per mille anni l’immagine cristiana ha avuto una funzione vicina a quella del sacramento, non realtà ma manifestazione dell’altra realtà, del divino; nell’epoca moderna invece, epoca dell’arte della ragione, l’immagine ha cambiato funzione sociale: la pittura è diventata finestra sul mondo, non sull’Oltre. L’arte religiosa si è adeguata a questo modo di intendere l’immagine, tuttavia ho notato qualcosa

d’interessante: il tentativo della vecchia funzione dell’immagine di sopravvivere».

Jus. Rivista di scienze giuridiche

Dove ha notato questo bisogno di Oltre? Il culto del Sacro cuore, le immagini miracolose, il reincanto del volto sindonico della fotografia, con le dovute differenze, hanno un lato che le accomuna: sono esperienze che consentono di far sopravvivere l’antica funzione dell’icona, il mediare sensibilmente la presenza del divino. Sono espressione di un cristianesimo che si sente in esilio.

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Al Sacro Cuore lei dedica la prima parte del volume, da Margherita Maria Alacoque all’impegno militante del Novecento e oltre; un complesso percorso religioso, artistico e culturale che riguarda anche il nostro Ateneo. Quali sono i punti salienti che si riverberano nella contemporaneità? È l’idea del binomio cuore-ragione che per tanto tempo l’umanità ha separato in due tronconi: il sentimento, sentito come inaffidabile perché soggettivo e quindi non veritiero; la razionalità, che, culminata nell’Illuminismo che puntava alla ricerca della verità, si è ridotta nel post-moderno a una mera organizzazione tecnicistica della verità. E il nostro Ateneo? Come ha spiegato anche Pierangelo Sequeri nella sua lezione in occasione del centenario, l’Università Cattolica del Sacro Cuore unisce alla ricerca accademica l’idea che negli affetti umani, avvolti degli affetti divini, ci sia un’intelligenza della profondità che c’è nella realtà. Un elemento che è un supplemento di ragione, non una debolezza emotiva. L’eredità di questa storia tocca in profondità qualcosa che resta irrisolto nei nostri paradigmi culturali.

Segui i social Vita e Pensiero per consigli di lettura, news eventi, interviste agli autori www.vitaepensiero.it

l punto di partenza non può che essere costituito dall’importanza del promuovere giuridicamente l’esigenza che tutti rispettino tutti». Così si apre l’articolo di Luciano Eusebi dedicato al ddl Zan, il disegno di legge – non approvato dal Senato italiano – volto a inasprire la pena per i reati commessi a causa dell’orientamento sessuale o della disabilità della vittima, e pubblicato sull’ultimo numero di Jus (2/2021), la rivista trimestrale della facoltà di Giurisprudenza di Milano dell’Università Cattolica diretta da Aldo Travi. Nel saggio, intitolato Colant omnes quemque. Tornare all’essenziale dopo il ddl Zan, Eusebi valuta criticamente l’uso tradizionale della minaccia di sanzioni penali, che finisce per assumere finalità promozionali di determinate scelte di vita piuttosto che contribuire alla crescita di un clima sociale di rispetto verso tutti, e indica la strada della giustizia riparativa. Si segnalano inoltre l’articolo di Emanuele Rossi e Paolo Addis, La «certificazione verde Covid» tra obbligo di vaccinazione e onere imposto nelle attività quotidiane, quello di Matteo Corti, Tendenza e lavoro in Germania e Italia. Le sfide dell’ordinamento europeo, e quello di Andrea Michieli, Uno Stato «nuovo», finalistico e pluralistico. Giuseppe Dossetti e l’Università Cattolica tra fascismo e democrazia. Fascicolo e indice online su https://jus. vitaepensiero.it/.

Ebook gratuito

Libri del Seicento in Università Cattolica Con Libri del Seicento in Università Cattolica a cura di Paolo Senna, Roberta Ferro e Marco Corradini si inaugura la nuova collana digitale della Biblioteca d’Ateneo “Scritture”, dedicata alle ricerche d’archivio.

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Massimo Bordignon – Gilberto Turati Debito pubblico. Come ci siamo arrivati e come sopravvivergli

Libro EDUCatt

Vita e Pensiero, Milano 2022 – pp. 264, € 17,00 (Piccola biblioteca per un Paese normale)

La riforma della legislazione sul consiglio superiore della magistratura. Scritti per il quarantennale dell’Associazione

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opo due anni di pandemia, l’Italia si ritrova con un debito pubblico di oltre 2.700 miliardi di euro: nasciamo con 45.000 euro di debito a testa, bambini compresi. Come ci siamo arrivati? Quali conseguenze ha un debito così alto sul funzionamento dell’economia? E soprattutto, come possiamo uscirne? Dopo aver discusso criticamente le soluzioni facili e apparentemente indolori al problema, così popolari sui social – a cominciare dal ripudio del debito, la sua ristrutturazione, l’uscita dall’euro e le possibili patrimoniali, per finire con il sogno della monetizzazione perpetua –, nel saggio Debito pubblico Massimo Bordignon e Gilberto Turati suggeriscono una via d’uscita per il futuro. Ma va ritrovata la strada della crescita, sfruttando gli spazi offerti dalle nuove politiche europee e avviando la realizzazione delle molte riforme di cui il Paese necessita da tempo. Un’opportunità unica che sarebbe imperdonabile non cogliere.

Miguel Benasayag – Bastien Cany Ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune Vita e Pensiero, Milano 2022 – pp. 136, € 16,00 (Transizioni)

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roveniamo da un lungo periodo storico, quello della modernità, il cui imperativo era realizzare il sogno di un mondo disciplinato dalla ragione, finendo per considerare come fragili e perdenti l’esperienza del corpo, i legami affettivi, l’interazione con la natura. La pandemia ha smascherato l’illusione individualista della società odierna: l’incertezza e la fragilità sono tornate con prepotenza nel nostro quotidiano. Il confinamento richiesto dalla lotta al virus ci ha fatto riscoprire che siamo tutti legati gli uni agli altri, anzi la nostra essenza sta proprio in quel groviglio di legami. È una presa di coscienza chiamata dal dolore e dalla paura, ma da questa fragilità può emergere qualcosa di nuovo e positivo. Come dicono Benasayag e Cany, puntuali nel denunciare le tendenze ideologiche come nel proporre concrete contromosse per recuperare la complessità dell’umano, la crisi può diventare l’evento che ci consente di ‘tornare dall’esilio’ e ripensare il senso comune.

Renato Balduzzi

EDUCatt, Milano 2022 ISBN 978-88-9335-941-2 | 196 pp.

li scritti raccolti in questo volume, pubblicato in occasione dei quarant’anni dell’Associazione Vittorio Bachelet, hanno come elemento comune il momento difficilissimo che attraversa la magistratura italiana che richiede anzitutto una risposta forte di carattere etico-culturale. Tuttavia, i saggi raccolti non costituiscono soltanto un contributo alla discussione sui temi della riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura, ma testimoniano al contempo la sensibilità e l’attenzione che l’Associazione Vittorio Bachelet ha dedicato a tali tematiche, che costituiscono la sua ragion d’essere e che ne segnano la singolarità e peculiarità come associazione di privati cittadine e cittadini. [s.b.]

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Forum di partecipazione civile

Per una nuova consapevolezza politica. Nove lezioni per l’Europa EDUCatt, Milano 2021 | ISBN 9788893359306 | 98 pp. | ebook gratuito

all’omonimo Forum di partecipazione civile promosso dall’Istituto Luigi Sturzo e dal Centro di Ricerca e studi storici e sociali in collaborazione con la Fondazione Giorgio La Pira e l’Istituto Giuseppe Toniolo, svoltosi tra febbraio e marzo del 2019, nasce il volume Per una nuova consapevolezza politica. Nove lezioni per l’Europa. I contributi riportano in forma sintetica le riflessioni dei docenti universitari ed esperti che hanno partecipato al Forum – tra cui Romano Prodi, Carlo Cottarelli e Alessandro Rosina – con l’obiettivo di costruire una consapevolezza circa le criticità e le necessarie forme di sinergia necessarie per una maggiore coesione culturale, sociale e politica. [s.b.]

D Aldo Travi Pubblica amministrazione. Burocrazia o servizio al cittadino? Vita e Pensiero, Milano 2022 – pp. 272, € 18,00 (Piccola biblioteca per un Paese normale)

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el nostro Paese alla pubblica amministrazione si imputano le patologie tipiche della burocrazia: inefficienza, rigidità, chiusura alle innovazioni. Ciò è all’origine del difficile rapporto fra i cittadini e le istituzioni. Il saggio di Travi riconduce le difficoltà di questo rapporto ad alcuni problemi di fondo: la conflittualità fra i diversi livelli pubblici, la confusione fra politica e amministrazione, la debolezza degli apparati tecnici, la disattenzione per la cura del rapporto personale col cittadino. Travi entra nel merito della gestione pratica degli apparati: in questa prospettiva, ovviamente, qualsiasi rappresentazione dell’amministrazione come soggetto “al di sopra” dei cittadini risulta inaccettabile e incompatibile con i principi costituzionali. Inoltre in questo modo anche le sfide cruciali che il nostro Paese deve affrontare, come quella del Pnrr o dalla transazione ecologica, rischiano di andare perse.

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Nei NeiLibri libri

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omunicare Partita del cuore, spettacolo e concerto Una due giorni speciale promossa dai collegi romani

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I pazienti fragili curati a casa, più umano e conveniente Mappatura di Altems sui servizi domiciliari degli Homecare Provider

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Quarant’anni dopo la laurea a Madre Teresa di Calcutta Un momento di riflessione e preghiera ricordando un grande evento

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La rete degli Alumni si presenta nel campus di Roma Le testimonianze e le proposte di quattro giovani laureati

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I passaggi di fascia dei professori della sede

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L’elenco dei nuovi ordinari, associati e ricercatori

Spiritualità, con Armida Barelli sulle vie della pace Anche per questo suo impegno la fondatrice dell’Ateneo sarà beata

Comunicare – Anno 33. Nuova serie Numero 107-108 – gennaio – aprile 2022 Bimestrale di informazione interna della sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

HANNO COLLABORATO IN REDAZIONE

DIRETTORE Franco Anelli DIRETTORE RESPONSABILE Francesco Gemelli REDAZIONE Patrizia Del Principe (referente), Francesca Fusco

Sergio Bonincontro, Giuseppe Noia

SEGRETERIA E UFFICIO DI REDAZIONE Largo Francesco Vito, 1- 00168 Roma Tel. 0630155825-063015715 e-mail: redazione.comunicare@unicatt.it https://www.unicatt.it/giornalisti-e-media-comunicare

Nicola Cerbino, Federica Mancinelli

HANNO COLLABORATO AI TESTI FOTO Servizio Fotografico Università Cattolica - Roma Chiuso in redazione il 31 marzo 2022 Autorizzazione del Tribunale di Roma n.390 del 15/6/1990

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Il Coi in occasione del centenario

Partita del cuore e concerto I collegi riaccendono la sede a cura degli studenti dei Collegi

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n fantastico viaggio nella bellezza dello spirito comunitario. Un intero week end dedicato al Centenario dell’Università Cattolica organizzato dal Consiglio organizzativo intercollegiale (Coi) della sede di Roma dell’Ateneo, in collaborazione con la community Alumni Università Cattolica e con la Fondazione EDUCatt. Primo evento, una partita di calcio a 11 (sabato 26 marzo): le squadre formate da professori e alunni in campo fianco a fianco, per regalare al pubblico una mattinata di spensieratezza e divertimento all’insegna dello sport. Prima del calcio d’inizio l’assistente ecclesiastico generale, il vescovo monsignor Claudio Giuliodori, ha ricordato i momenti difficili affrontati a causa del Covid-19 e ha rivolto un pensiero a tutte le persone che soffrono e sono costrette a fuggire dal proprio Paese a causa della guerra in Ucraina. Dopo l’inizio della partita la squadra bianca e la squadra blu si sono contese il pallone accompagnate dagli incitamenti

 Un weekend ricco di iniziative quello del 26 e 27 marzo promosso dal Consiglio organizzativo intercollegiale della sede di Roma, in collaborazione con la community Alumni Università Cattolica e con EDUCatt per festeggiare il Centenario dell’Ateneo

dei tifosi e della telecronaca, divertente ma puntuale, delle azioni che si susseguivano in campo. Il primo tempo è terminato in pareggio 1-1. I cori intonati dagli spettatori per incitare i giovani in campo hanno risuonato per tutto il secondo tempo, fino a che la squadra bianca è passata

in vantaggio. A sollevare la coppa per la squadra vincitrice è stato proprio il capitano monsignor Giuliodori, dopo il discorso del direttore di sede Lorenzo Cecchi, che ha parlato di come non si debba mai dimenticare che l’Università Cattolica è sempre stata in prima linea come protagonista di eventi di condivisione e crescita. Nel pomeriggio del 26 marzo in Auditorium è stata la volta dello spettacolo “1921. Sull’orlo del futuro”, alla presenza dell’assistente ecclesiastico generale e del direttore di sede. I professori Paolo Colombo e Chiara Continisio, autori e attori, hanno raccontato, con ironia, leggerezza, rispetto e serietà, gli eventi storici che hanno caratterizzato il 1921, anno di fondazione dell’Università Cattolica. La narrazione partiva dalla ricerca di una risposta alla domanda: “1921, sull’orlo del futuro o del baratro?”. Da lì si è schiuso un percorso nella vita delle persone vissute in quegli anni, appena uscite dalla guerra e che di lì a poco avrebbero visto

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nascere una dittatura. Uno spettacolo capace di coinvolgere lo spettatore con video e musiche, raccontando non solo eventi storici presenti sui libri, ma anche curiosità riguardanti luoghi o eventi che hanno ricoperto solo un ruolo marginale nell’immenso quadro storico-culturale degli anni ’20. Si è arrivati a parlare del clima politico di quegli anni e della violenza che lo accompagnava, in netto contrasto con lo spirito con cui Agostino Gemelli, Armida Barelli, Ludovico Necchi, Francesco Olgiati ed Ernesto Lombardo riuscirono a inaugurare a Milano, dopo numerose difficoltà, la prima sede dell’Università Cattolica. Un lungo applauso di ringraziamento e fiori da parte del Coi ai “professori-attori” ha concluso l’entusiasmante spettacolo. Il weekend è proseguito domenica 27 marzo con la messa presieduta da monsignor Giuliodori nella Chiesa centrale per continuare in serata con il concerto di beneficienza. Scopo dell’iniziativa è stato quello di aiutare l’Organizzazione medici con l’Africa Cuamm a portare vaccini nei luoghi ancora indifesi davanti alla minaccia del Covid-19. Il concerto in Auditorium si è aperto con il collegamento da Milano del prorettore vicario Antonella Sciarrone Alibrandi. «Mi dispiace moltissimo non essere lì con voi come avrei voluto. Ho seguito in queste settimane tutta la cura che avete messo nella preparazione di questa serata ed è bellissimo che finalmente, dopo due anni, siate riusciti a essere in presenza nell’Auditorium. Molto bello che abbiate deciso di legare le iniziative al Cente-

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Il Coi in occasione del centenario

nario della nostra università mettendo insieme tante manifestazioni artistiche, canore, musicali. Sono stata presente in passato in più edizioni della Panendorata e ho avuto modo di apprezzare la vostra bravura e la vostra passione». La serata ha visto un susseguirsi di artisti che avevano in comune il talento e la voglia di far divertire, ma anche far riflettere su temi importanti il pubblico in sala. Le esibizioni hanno incluso diversi generi d’arte: dai canti corali dei collegi alle performance di solisti, duetti o gruppi, dall’esecuzione di brani al pianoforte e sassofono a una dimostrazione di taekwondo. Sono stati, inoltre, consegnati i premi dei contest fotografico e letterario promossi dal Coi e da Educatt, il primo con il tema della “Passione” e il secondo dedicato a “La cura della persona tra etica e morale”. Dopo numerose standing ovation e applausi, il concerto si è concluso con i ringraziamenti a tutti coloro che hanno reso possibile l’organizzazione degli even-

ti del Centenario e, infine, con un coinvolgente coro di tutti i membri Coi, con la partecipazione anche canora della platea. Il filo conduttore di tutto il fine settimana è stato la necessità di ricordare il passato, perché «senza memoria si perdono le radici, importanti per costruire il futuro», come ha ricordato il vescovo Giuliodori all’inizio del concerto. Cinque studenti rappresentanti del Coi e del progetto Alumni dal palco dell’Auditorium hanno ringraziato chi ha collaborato e reso possibile la realizzazione. «Il rettore Franco Anelli e il prorettore Antonella Sciarrone Alibrandi, con un ringraziamento speciale al rettorato nelle persone di Ilenia Pagani e Anna Simonati, che ci hanno fatto sentire la loro vicinanza e dato il loro aiuto. Un grazie particolare a monsignor Claudio Giuliodori per aver partecipato con entusiasmo alle attività che si sono svolte in questi giorni, oltre che per essere stato il presidente del contest letterario e per averci onorato della sua presenza sia nella partita dove ha trionfato, sia nella giornata odierna. Un applauso al direttore di sede Lorenzo Cecchi per aver sostenuto la realizzazione di questo evento e un ringraziamento a Francesco Gemelli per la sua disponibilità e per averci “supportato e sopportato” nel corso dell’organizzazione. Senza dimenticare la Fondazione EDUCatt e la direzione dei Collegi per essere stati una parte fondamentale del contest letterario. Un ringraziamento, infine, a don Antonio Bomenuto e a tutto il Centro pastorale».

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Scienza e cultura

I pazienti fragili aiutati a casa: un servizio più umano ma anche più conveniente di Matteo Bellati

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on ci sono dubbi e lo mette in evidenza anche il Pnrr: le cure domiciliari rappresentano una forma di assistenza sanitaria che rende la casa un luogo privilegiato in cui la persona continua a vivere tra i propri cari anche in fasi della vita dominate dalla malattia e dal declino funzionale, con un significativo miglioramento dello stile di vita dei pazienti stessi e dei caregiver coinvolti. Se ne è parlato in un workshop promosso lo scorso 15 febbraio nella sala Capranichetta in piazza Monte Citorio a Roma da Altems. Come ha illustrato il direttore Americo Cicchetti, i ricercatori hanno analizzato l’efficacia economica che può venire da un corretto coordinamento fra Sistema sanitario nazionale e operatori specializzati, gli Homecare Provider (HP), nell’erogazione di tecnologie e servizi per la presa in carico al domicilio. Oltre alle prestazioni mediche, infermieristiche e riabilitative – proprie dell’Assistenza domiciliare integrata (Adi) – gli HP sono infatti in grado di erogare prestazioni a elevata intensità assistenziale, con tecnologie life support imprescindibili per la permanenza a domicilio di pazienti clinicamente complessi, spesso in condizioni di fragilità o in cure palliative. Moderati dalla giornalista Rai Annalisa Manduca, sono intervenuti Roberto Bernabei (direttore Dipartimento Scienze dell’invecchiamento, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs), Paolo Gennaro Torrico (direttore Generale Estar, Regione Toscana), Vincenzo Falabella (presidente della Fish – Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e Claudio Petronio (presidente di Home&Digital Care, Confindustria Dispositivi Medici). Hanno poi partecipato a una ricca tavola rotonda anche Antonio Gaudioso (capo segreteria tecnica del Ministro

della Salute), Lorena Martini (Agenas), Paola Boldrini (Commissione Igiene e Sanità, Senato), Fabiola Bologna, Nicola Provenza e Giorgio Trizzino (Commissione Affari Sociali, Camera dei deputati). Tutti hanno concordato sull’interessante mappatura che Altems ha offerto rispetto al quadro regolatorio dei servizi domiciliari erogati dagli HP. L’analisi

ha consentito di raccogliere le evidenze riguardanti il costo associato alla gestione delle patologie che maggiormente beneficerebbero di un framework assistenziale integrato e di generare ulteriori evidenze sul possibile beneficio in termini di spesa sanitaria scaturente dal ricorso a tale framework, in grado di mettere al centro il paziente nell’erogazione dei servizi assistenziali.

Il Centro Studi Lorenzon ospita Siog 2021 “Advanced Course in Geriatric Oncology”

l Centro di Ricerca Lorenzon dell’Università Cattolica ha ripreso la sua attività di ricerca dopo una pausa a causa della pandemia con il Corso Avanzato Siog in Oncologia Geriatrica che si è svolto dal 15 al 18 dicembre scorso. Il corso, sviluppato in quattro giornate, è stato condotto da esperti nel campo della geriatria e dell’oncologia e progettato per fornire competenze specifiche nella valutazione, nei percorsi di cura e nelle scelte terapeutiche per i pazienti anziani affetti da cancro. L’obiettivo è stato quello di sviluppare i principi generali della medicina sia geriatrica che oncologica utili alla cura del malato oncologico anziano. Le sessioni oncologiche si sono focalizzate sui principi del tratta-

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mento del cancro nell’anziano, quelle geriatriche invece sulla valutazione del paziente anziano, con particolare attenzione alla sua fragilità e alle sue comorbidità. Il Centro Studi “Achille e Linda Lorenzon” è un Centro di Ricerca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che promuove, attraverso convegni scientifici, meeting e corsi di formazione, la ricerca prevalentemente in materie oncologiche, gerontologico-geriatriche e nel campo delle malattie infettive. Le attività sono programmate di anno in anno da un comitato scientifico che prende in considerazione le necessità e i bisogni formativi nazionali e le ricadute specifiche sul territorio ove è collocato. [f.f.]

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In preghiera quarant’anni dopo la laurea a Madre Teresa di Calcutta di Patrizia Del Principe

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RICERCA

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dicembre 1981. Fu il giorno in cui l’Università Cattolica conferì la laurea honoris causa in Medicina a Madre Teresa di Calcutta. L’allora rettore dell’Ateneo Giuseppe Lazzati le consegnò il titolo davanti a tutto il corpo accademico e a una platea straboccante nell’Auditorium della sede romana. A 40 anni da quel giorno, il 10 dicembre 2021, la comunità dell’Università Cattolica e della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Ircss ha voluto ricordare Madre Teresa attraverso le testimonianze di Alma Boninsegna Lucarelli, docente al Dipartimento di Medicina e Chirurgia Traslazionale, sezione di Patologia generale dell’Università Cattolica, Pietro Grasso – Responsabile Uoc “Gestione Progetti Speciali” della Fondazione A. Gemelli Irccs e Giuseppe Noia, direttore Hospice Perinatale-Centro per le Cure Palliative Prenatali “S. Madre Teresa di Calcutta” – Fondazione A. Gemelli Ircss. Il professor Noia ha ricordato come in quell’occasione l’apostolo dei poveri lanciò un appello ai medici del Gemelli. «A voi medici di questo Policlinico, dico: se c’è una donna che non vuole il suo bambino, datelo a me, me lo prendo io. Aiutate le mie ragazze madri della casa di Primavalle e le mie consorelle, le Missionarie della Carità. Inoltre, facciamo

un proposito: che in questa città nessun bambino possa non essere amato e riconosciuto come un figlio. Io pregherò per voi perché il Signore accresca la sapienza del vostro cuore e guidi il potere di guarire delle vostre mani. E voi pregate per noi affinché non guastiamo l’opera di Dio». Da allora, in 40 anni, i frutti delle parole di Madre Teresa sono sotto gli occhi di tutti. Cinquemila bambini nati da ragazze madri assistite al Policlinico Gemelli dopo essere state accolte dalle Missionarie della Carità. È nata la diagnosi prenatale, la terapia fetale invasiva e non invasiva, è nato l’approccio delle Cure palliative prenatali, l’Hospice Perinatale, è nata la Fondazione Il Cuore in una Goccia Ets, che supporta l’Hospice Perinatale-Centro per le Cure palliative prenatali. Le testimonianze di Alma Boninsegna e di Piero Grasso hanno evidenziato tutto il lavoro dei volontari che hanno affiancato l’opera delle Missionarie della Carità e tutti gli aspetti giuridico-amministrativi che si presentavano in un’epoca in cui molte di queste ragazze madri erano clandestine, tossico dipendenti e con disabilità mentali. A conclusione dell’incontro, l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica monsignor Claudio Giuliodori ha celebrato la messa di ringraziamento in presenza di medici, infermieri, ostetriche e volontari presso la Cappella Moscati al terzo piano del Policlinico Gemelli.

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Scienza e cultura

Horizon 2020, Stefania Boccia coordina il progetto europeo Prophet l team della Sezione di Igiene e sanità pubblica dell’Università Cattolica, guidato dalla professoressa Stefania Boccia, si è aggiudicato il ruolo di coordinamento del progetto europeo Prophet – a Personalized Prevention roadmap for the future Healthcare – nell’ambito del programma di Ricerca e Innovazione Horizon 2020. Sono solamente tre i coordinamenti italiani tra i progetti aggiudicatari nell’ambito del primissimo bando di Horizon “Staying healthy in a rapidly changing society-Horizon-Hlth-2021-Stayhlth-01”. Il gruppo di lavoro si compone di realtà provenienti da 12 Paesi europei, oltre che di un largo numero di enti ed organizzazioni esterne coinvolte a diversi livelli nell’implementazione del progetto stesso. Il finanziamento, del valore di tre milioni di euro, è volto a supportare l’implementazione di programmi efficaci, sostenibili e innovativi per le più comuni patologie a decorso cronico, con un focus specifico sulla prevenzione personalizzata. L’esigenza di approfondire questo filone di ricerca nasce dalla vasta disponibilità di strumenti sviluppatisi nell’ambito delle scienze omiche e delle risorse digitali, rendendo ad oggi possibile una stratificazione del rischio per queste patologie pressoché individuale che andrà progressivamente ad integrarsi con i programmi tradizionali di prevenzione primaria, secondaria e terziaria attualmente in atto. L’esigenza di un piano di transizione che porti all’inclusione di tali strumenti nell’offerta di salute dei servizi sanitari dei Paesi EU, tramite un coinvolgimento sempre maggiore dei pazienti e l’educazione dei professionisti sanitari, è al centro dell’Agenda di Prophet.

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La rete degli Alumni

Community Alumni UCSC: proposte per mantenere vivo il legame con l’Università di Francesco Belia*

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o scorso 8 marzo, presso il Centro Congressi si è tenuto l’incontro, promosso da Alumni Cattolica – Associazione Ludovico Necchi dal titolo “Perché far parte della community Alumni UCSC: esigenze, idee e proposte”. Protagonisti dell’incontro sono stati quattro giovani laureati della nostra Università, Andrea Silenzi (Medicina), Carmen Angioletti (Economia), Sara Marin (Logopedia) e Giuseppe Iurato (Infermieristica), tutti iscritti all’Associazione Alumni, che hanno incontrato un folto gruppo di collegiali senior, in rappresentanza degli studenti dei collegi della sede romana iscritti ai corsi di laurea delle facoltà di Medicina e chirurgia e di Economia: a unirli l’esperienza vissuta nei Collegi del Campus di Roma. Ha aperto l’incontro il professor Roberto Persiani, membro del Consiglio direttivo dell’Associazione Ludovico Necchi, che ha sottolineato l’importante compito di far conoscere e promuovere la comunità degli Alumni UCSC a opera di coloro che ne diverranno parte nel prossimo futuro: «Oggi chiediamo a voi, che siete in una posizione privilegiata, in quanto già sperimentate i vantaggi dell’appartenere a una comunità, di diventare protagonisti nella costruzione della Community degli Alumni dell’Università Cattolica». È seguito l’intervento di Andrea Silenzi, che ricordando le innumerevoli opportunità offerte dal nostro Ateneo in virtù delle diverse discipline insegnate nelle nostre facoltà, ha sottolineato come questa multidisciplinarità, unita alla naturale vocazione di apertura verso il mondo esterno, abbia segnato profondamente la sua formazione, sia durante gli anni di studio, che nel suc-

cessivo percorso lavorativo, che lo ha portato in giro per l’Italia. Per Carmen Angioletti, le occasioni di confronto e dialogo vissute nel collegio, hanno contribuito a creare rapporti di amicizia e fiducia duraturi, rivelatisi fondamentali anche dopo la laurea. In particolare, ha sottolineato come la rete di rapporti costruita in Cattolica l’abbia aiutata a orientarsi in alcuni momenti decisivi della propria carriera. Sara Marin ha ammesso le difficoltà che ha dovuto affrontare, una volta laureata, proprio per la mancanza di una rete di supporto come può essere quella di

una associazione come Alumni, della cui esistenza, ha confessato, non era a conoscenza. Infine, Giuseppe Iurato, infermiere attualmente in servizio presso il Policlinico Gemelli, ha invitato i presenti a non sottovalutare il valore delle relazioni sociali, che possono maturare tra studenti anche con percorsi formativi diversi nella disciplina, ma unidirezionali nello scopo. Al termine degli interventi sono stati creati quattro tavoli di lavoro con l’intento di stimolare riflessioni e proposte da parte degli studenti. Si sono così sviluppate discussioni sulle aspettative riguardanti la Community Alumni, che hanno toccato temi come il supporto pratico dell’associazione nel post-lauream, la capacità di creare reti per un networking davvero efficace, le modalità con cui mantenere vivo il legame con l’Università. A conclusione dei lavori la percezione di ciascuno è stata quella di aver contribuito a posare un ulteriore “mattone” per la costruzione della Community Alumni UCSC di domani. * Alumnus, specializzando in Chirurgia generale

In memoria di Eugenio Dal Buono n ragazzo pieno di entusiasmo, forza, umanità: questo era Eugenio Dal Buono, studente iscritto al corso di laurea in Medicina e chirurgia e mancato nel 2020 a pochi mesi dalla conclusione del suo percorso universitario. Eugenio è stato ricordato da familiari e amici il 12 marzo scorso, nella biblioteca del Policlinico “Agostino Gemelli”, quando per l’occasione sono state “svelate” in sua memoria un’immagine e una targa apposte proprio vicino al posto in cui lui era solito trascorrere le giornate di studio. Il semplice, intimo e insieme toccante momento, con la partecipazione del professor Antonio Lanzone in qualità di presidente del corso di laurea in Medicina e chirurgia, ha dato modo a tanti suoi compagni, ora per lo più laureati e specializzandi, di stringersi ancora una volta intorno ai genitori e alle sorelle di Eugenio, a testimoniare il sincero affetto provato per lui.

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Nasce il centro di ricerca W-Mined per la salute delle donne stata inaugurata il 15 marzo l’attività del Centro di Ricerca della facoltà di Medicina e chirurgia “Gemelli Woman Health Center for Digital Health and Personalized Medicine” (W-Mined), diretto dalla professoressa Stefania Boccia (nella foto), docente di Igiene generale e applicata, con un seminario dal titolo “Il tumore da HPV: sfide e prospettive della Sanità Pubblica nella lotta per l’eradicazione”. Mission del Centro è mappare e sviluppare strategie, modelli ed evidenze scientifiche sull’uso di approcci basati sui dati, nella salute della donna, e implementare strumenti digitali e infrastrutture che consentano un’assistenza sanitaria personalizzata. Al centro dell’incontro la possibilità dell’eradicazione delle diverse forme tumorali correlate al papillomavirus e le prospettive future nella lotta a questa infezione, attraverso un confronto multidisciplinare, dai punti di osservazione e azione della Sanità pubblica, dell’attività clinica, della riflessione etica, dando sempre risalto e centralità alla prospettiva e all’esperienza della paziente.

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Giuseppe Alviti nuovo direttore generale del Gemelli Medical Center l Consiglio di Amministrazione di Gemelli Medical Center ha nominato il 23 marzo direttore Generale della Società Gianluca Alviti, con decorrenza 1° aprile. Romano, classe 1975, Alviti è stato direttore delle Partecipazioni della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli Ircss, dove ha ricoperto numerosi incarichi come consigliere di amministrazione nelle strutture sanitarie partecipate dalla Fondazione. È stato anche Chief Financial Officer di Persidera Spa, società del Gruppo Tim, all’interno della quale aveva già ricoperto diversi incarichi manageriali.

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Cura, assistenza e ricerca per le persone anziane in tempo di Covid19 l 66° Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg), che si è svolto lo scorso dicembre al Polo Giovanni XXIII, ha focalizzato l’attenzione sul ruolo e sul lavoro della geriatria a sostegno della popolazione anziana alle prese con la pandemia. «Il congresso della Sigg – ha sottolineato Francesco Landi (nella foto), docente di Medicina interna al Dipartimento di Scienze geriatriche e ortopediche e direttore Uoc di Medicina interna geriatrica, Fondazione Agostino Gemelli Irccs e Presidente Sigg – ha rappresentato un vero e proprio momento di rinascita dal Covid, offendo agli specialisti, giunti da tutta Italia, la possibilità di parlare di tutti gli argomenti importanti per la cura, l’assistenza e la ricerca per le persone anziane».

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I professori Crea, Richeldi e Scambia nel nuovo Consiglio superiore di sanità l ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato il 1° marzo scorso il decreto del nuovo Consiglio superiore di sanità con cui sono stati nominati i trenta componenti non di diritto dell’organo di consulenza tecnico-scientifica del ministro per il triennio 2022-2025, individuati tra docenti universitari, dirigenti di struttura complessa del servizio sanitario nazionale. Conferme e novità per l’Università Cattolica e Fondazione Gemelli. Confermato Giovanni Scambia, docente di Ginecologia e Ostetricia e direttore scientifico Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs. New entry, Filippo Crea, docente di Cardiologia e direttore Uoc Cardiologia, e Luca Richeldi, docente di Malattie dell’apparato respiratorio e direttore Uoc Pneumologia. Confermato Franco Locatelli in qualità di presidente. Sono poi componenti di diritto altri 30 membri provenienti dal ministero della Salute, dagli ordini professionali e dai principali organismi sanitari del Paese. Il Consiglio superiore di sanità è il massimo organo di consulenza tecnico scientifico del ministero della Salute e viene rinnovato ogni tre anni.

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Sono tornati alla Casa del Padre egli ultimi mesi sono venuti a mancare i professori Vincenzo Di Giovanni, Angelo Fiori, Carlo Mario Miani, Antonio Venier e Arnaldo Capelli. Vincenzo Di Giovanni, dopo aver lavorato con il professor Puglionisi all’Istituto di Patologia chirurgica di Cagliari, nel dicembre del 1967 prendeva servizio nel medesimo Istituto della Università Cattolica di Roma. Nel 1986 veniva chiamato a ricoprire il ruolo di professore ordinario di Chirurgia Geriatrica e quindi nel 1991 quello di Semeiotica e Metodologia chirurgica nella facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica. Direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia vascolare dal 1988 al 2002. Angelo Fiori, uno dei grandi maestri della Medicina legale italiana è stato ordinario di Medicina legale all’Università Cattolica dal novembre 1966 fino al giorno del suo pensionamento, nel novembre 2001. Fondatore dell’Istituto di Medicina legale, ne è stato direttore fino all’ultimo. Può essere annoverato tra i docenti fondatori della facoltà. Carlo Mario Miani è stato direttore dell’Istituto di Clinica odontoiatrica e primo presidente del corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentale. Ha svolto un’intensa attività di diagnosi e terapia, oltre che di organizzazione del reparto, in qualità di primario della Clinica odontoiatrica e direttore dell’Istituto di Clinica odontoiatrica. I funerali si sono svolti lo scorso 11 febbraio presso la Chiesa centrale di largo Francesco Vito. Il professor Antonio Venier dal 2010 al 2013 è stato direttore dell’Istituto di Clinica dermatologica. I funerali si sono svolti il 15 febbraio nella Chiesa centrale di Roma. Arnaldo Capelli, già ordinario di Anatomia patologica e, per molti anni, direttore dello stesso Istituto, dal 1990 è stato presidente del Consiglio di corso di laurea in Medicina e Chirurgia. Professore emerito dal 2010, ha svolto costante e rilevatissima attività didattica nei corsi di laurea apportando fondamentale contributo scientifico alla facoltà. I funerali si sono svolti il 10 marzo nella Chiesa centrale della sede.

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Notiziario

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Dal Corpo docente

Passaggi di fascia dei professori della sede

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orna l’appuntamento con i passaggi di fascia del personale docente della sede di Roma.

Professori di prima fascia

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Dal 15 dicembre 2021 il professor Jacopo Gallii (nella foto qui a lato) è stato chiamato a ricoprire l’incarico di prima fascia al Dipartimento Testa, collo e organi di senso. Laureato all’Università Cattolica nel 1989, ha conseguito la specializzazione in Orl nel 1993, il titolo di ricercatore in Otorinolaringoiatria nel 1995 e professore associato nel 2001. Dal 1993 svolge attività assistenziale in tutti gli ambiti della sua specialità. Dall’anno accademico 2010 al 2021 è stato presidente del corso di laurea triennale in Logopedia all’Azienda Ospedaliera San Carlo (Potenza). Dal 2021 è direttore della Scuola di Specializzazione in Otorinolaringoiatria. Dal 2018 fa parte dell’International Editorial Board della rivista “Otolaryngology Head Neck Surgery”, organo ufficiale dell’American Accademy. È autore di 245 pubblicazioni scientifiche su temi a carattere sperimentale e clinico della Specialità edite su riviste nazionali e internazionali. Dal 15 dicembre 2021 il professor Cristiano Spada (nella foto al centro) è stato chiamato a ricoprire l’incarico di prima fascia di Gastroenterologia, nel Dipartimento di Medicina e chirurgia traslazionale. Si è laureato in Medicina e chirurgia all’Università Cattolica nel 1998 e ha conseguito la specializzazione in Gastroenterologia e il dottorato di ricerca in Endoscopia sperimentale nella

medesima facoltà. Partecipa attivamente all’attività didattica del corso di laurea in Medicina e chirurgia e al corso internazionale di Medicine and Surgery della stessa facoltà. Dal 2004 ha svolto attività assistenziale al Servizio di endoscopia digestiva del Policlinico Gemelli e dal 1° settembre 2017 è direttore dell’Unità operativa complessa di Endoscopia digestiva e chirurgia della Fondazione Poliambulanza a Brescia. È autore di oltre 180 pubblicazioni su riviste internazionali peer-reviewed con un H-index totale pari a 40 (Scopus). Dal 1° marzo il professor Graziano Onder (nella foto in basso) è stato chiamato a ricoprire l’incarico di prima fascia al Dipartimento di Scienze geriatriche e ortopediche. Nato nel 1972, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica nel 1997, dove ha conseguito il Dottorato di ricerca in Medicina preventiva in età geriatrica nel 2002 e la Specializzazione in Geriatria nel 2004. Ricercatore universitario (2006-2017) e professore associato (2017-2019) nello stesso Ateneo. Tra il 2017 ed il 2019 è stato inoltre primario Uoc di Continuità assistenziale del Policlinico Gemelli. Dal 2014 è coordinatore del corso di laurea in Terapia occupazionale alla Scuola superiore di sanità di Bolzano. Dal 2019 al 2021 è direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari, endocrinometaboliche e invecchiamento dell’Iss, dove ha svolto il ruolo di responsabile della sorveglianza decessi Covid-19 e coordinatore gruppo Rsa-Covid-19. Nel 2016 ha conseguito la Medaglia di bronzo “Al Merito della Sanità pubblica” assegnata dal ministero della

Salute. È autore di 452 pubblicazioni internazionali censite su PubMed e ha un h-index (Scopus) di 80.

Professori di seconda fascia Dal 1° dicembre ha assunto la qualifica di professore di seconda fascia Stefano Gentileschi, Dipartimento di Medicina e chirurgia traslazionale. Dal 1° gennaio 2022, Roberto Iezzi, Dipartimento di Scienze radiologiche ed ematologiche. Dal 1° febbraio Alessandro Moro, Dipartimento Testa-collo e organi di senso. Dal 1° marzo Gabriele Ciasca, Dipartimento di Neuroscienze, ed Emanuele Marzetti, Dipartimento di scienze geriatriche ed ortopediche.

Ricercatori universitari Dal 1° dicembre sono diventati ricercatori universitari Stefano Alivernini, Dipartimento di Scienze geriatriche ed ortopediche, e Serena Lattante, Dipartimento di Scienze della vita e sanità pubblica. Dal 1° gennaio, Maria Cristina Savastano, Dipartimento Testa-collo e organi di senso; Roberta Menghi, Francesco Pennestrì ed Emanuele Rinninella, Dipartimento di Medicina e chirurgia traslazionale; Camilla Nero, Andrea Papait e Paolo Emilio Santoro, Dipartimento di Scienze della vita e sanita pubblica; Margherita Cacaci e Domiziana Masci, Dipartimento di Scienze biotecnologiche di base, cliniche intensivologiche e perioperatorie; Marco Rinaudo, Dipartimento di Neuroscienze; Ivan De Martino, Dipartimento di scienze geriatriche ed ortopediche. Dal 1° febbraio, Salvatore Lisa, Dipartimento di Medicina e chirurgia traslazionale.

Cessazioni Dal 1° gennaio hanno concluso la loro attività nella sede di Roma dell’Università Cattolicaa Cynthia Barilaro, Gabriele Di Sante, Benedetto Falsini, Anna Rita Fetoni, Maurizio Martini, Vittorio Mignani, Francesco Negro, Roberto Pallini. Dal 1° febbraio Alessandro Armuzzi, Antonella Coli. Dal 1° marzo Alfredo Puca. Università Cattolica del Sacro Cuore


Con Armida Barelli sulla via della Pace di Claudio Giuliodori *

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na supplica per consacrare al Cuore Immacolato di Maria i popoli della Russia e dell’Ucraina. È un gesto forte e significativo quello che ha compiuto papa Francesco nel pieno di un confl itto che ha definito “vergognoso e sacrilego”, chiedendo di deporre le armi e di imboccare la via del dialogo e della pacificazione. Questo gesto del Pontefice richiama alla memoria e rende attuale l’iniziativa che padre Gemelli e Armida Barelli intrapresero nel corso della Prima guerra mondiale, che Benedetto XV definì “inutile strage”. Il primo venerdì del mese del gennaio 1917 si realizzò un fatto grandioso: tutti i membri dell’esercito italiano, oltre due milioni, si fermarono per la consacrazione al Cuore di Gesù, celebrando la confessione, ricevendo la comunione e recitando la preghiera di consacrazione. È il modo attraverso cui Armida Barelli e padre Gemelli combattevano per la pace e per dare un valore spirituale a quel frangente storico che imponeva immani sofferenze e grandi sacrifici ai soldati e a tutto il Paese. Una mobilitazione impressionante e senza precedenti, lungamente preparata e fortemente voluta, nonostante qualche resistenza e dubbio, anche nel mondo cattolico. Con l’avallo della mamma Savina, Armida fece della loro casa in corso Venezia 15, il quartier generale dell’Opera. Ida mobilitò venti aiutanti ben scelte (ricorda nella biografia Maria Sticco) e, lavorando con loro febbrilmente, riuscì a spedire fino a 1.200 pacchi al giorno. Fu un lavoro massacrante, se si pensa alla fabbricazione, cucitura, impacchettatura di due milioni e mezzo di bandierine col Sacro Cuore e relative immagini, nonché la spedizione ai cappellani militari. Con l’aiuto di un “Bollettino”, di una rivistina mensile e delle circolari ai cappellani lo scopo fu raggiunto. «Il primo venerdì del gennaio 1917 – scrive la Barelli – in tutti i reggimenti, in tutti gli ospedali, su tutte le navi, in molti presidî di città e disloca-

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menti, nei villaggi, in Italia, in Albania, in Macedonia, in Libia, ovunque si trovavano soldati italiani si fece la solenne consacrazione del nostro esercito al Sacro Cuore» (in La Sorella Maggiore racconta, cit., p. 6). Non paghi di questo risultato, si attivarono per consacrare anche gli eserciti degli altri Paesi coinvolti nel confl itto e, con l’assenso di Benedetto XV, incontrato per la prima volta in un apposito viaggio a Roma, il 15 giugno 1917 fu celebrata contemporaneamente la consacrazione al Sacro Cuore nella quasi totalità delle diocesi d’Italia, Belgio e Inghilterra. La Barelli lo ricorderà come uno dei giorni più belli della sua vita. Ma la guerra sarebbe tornata anche più avanti a segnare la vita della Barelli e dell’Università. Il 24 ottobre del 1942, vigilia della festa di Cristo Re, ci fu un tremendo bombardamento su Milano e quella volta l’Ateneo fu risparmiato. Non andò così a metà agosto del 1943 quando due giorni di tremendi bombardamenti distrussero una parte consistente dell’Università e produssero danni ovunque. Da Marzio, dove erano in vacanza, Gemelli e la Barelli si precipitarono a Milano e videro bruciare e crollare quella

parte nuova realizzata appena quindici anni prima: lì si trovavano il rettorato, la segreteria, l’amministrazione, l’ufficio di propaganda e degli Amici, i magazzini di Vita e Pensiero, della Gioventù Femminile e dell’Opera Regalità e la stessa abitazione della Barelli. Eppure Armida ebbe subito il coraggio di dire, guardando le rovine fumanti: «Lo rifaremo!». E così avvenne, ancora una volta, grazie all’incrollabile fiducia nel Sacro Cuore. Per il nostro Ateneo che si prepara a celebrare la beatificazione della cofondatrice nel Duomo di Milano, queste vicende assumono un valore profetico e ci fanno comprendere quanto sia importante non restare passivi di fronte alla guerra ma rispondere con le armi della preghiera e offrendo a tutti gli strumenti per la conversione del cuore e per diventare autentici operatori di pace. Tra gli aspetti che certamente hanno caratterizzato la vita e l’opera della Barelli dobbiamo annoverare il suo impegno per la pace. E anche per questa ragione sarà Beata. In lei risplende l’insegnamento del vangelo: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). * Vescovo – Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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Spiritualità

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