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anno XX • n. 207 • giugno 2013

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ESCLUSIVO L’appuntato Caputo intervista (in sogno) il Capo del DAP

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sommario

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anno XX • numero 207 giugno 2013 Per ulteriori approfondimenti visita il sito

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In copertina: L’appuntato Caputo intervista il Capo del DAP

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l’editoriale

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Don Luigi Melesi: «Il carcere è gestito da cani» di Donato Capece

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it

il pulpito

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Ma quando chiederemo conto e ragione dello sfascio del sistema penitenziario?

Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it

di Giovanni Battista de Blasis

esclusivo!

Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it

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di Appuntato Caputo

il commento

Redazione sportiva: Lady Oscar Progetto grafico e impaginazione: © Mario Caputi (art director) “l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2013 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

di Roberto Martinelli

Finito di stampare: giugno 2013

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L’emergenza nel carcere ed il sovraffollamento - 4ª parte di Giovanni Battista Durante

Le Segreterie Regionali del Sappe, sono sede delle Redazioni Regionali di: Polizia Penitenziaria-Società Giustizia & Sicurezza

Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma)

l’osservatorio

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e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18.7.1994

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Carcere, la “sensibilità” dei parlamentari liguri

www.mariocaputi.it

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 r.a. • fax 06.39733669

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L’appuntato Caputo intervista (in sogno) il Capo del DAP

Redazione cronaca: Umberto Vitale Redazione politica: Giovanni Battista Durante

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lo sport 26

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Susanna Cicali, oro europeo Under 23 di canoa di Lady Oscar

crimini e criminali

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Unabomber: l’attentatore introvabile di Pasquale Salemme

Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

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POLIZIA PENITENZIARIA - Società Giustizia & Sicurezza

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Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013


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Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

l’editoriale

Don Luigi Melesi: «Il carcere è gestito da cani». Il Sappe: «E’ vero, ma le colpe non sono della Polizia Penitenziaria» ra le tante e tante notizie che ci interessano e che ogni giorno passo in rassegna, una in particolare mi ha colpito per la forma e i contenuti che ci riguardano. Nello specifico mi riferisco ad una frase attribuita all’ex cappellano di Milano San Vittore in una intervista pubblicata dal settimanale Famiglia Cristiana. Non ho potuto evitare di replicare alle opinioni espresse dal prelato come potete leggere nella lettera che ho indirizzato al Direttore del periodico editato dalla Conferenza Episcopale Italiana.

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Nella foto Don Luigi Melesi

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

Spettabile redazione, si parla ciclicamente dell’emergenza carceri del nostro Paese. Lo ha fatto e lo fa, periodicamente e meritoriamente, anche Famiglia Cristiana, settimanale molto letto nei nostri penitenziari italiani, da ultimo con l’intervista a don Luigi Melesi, ex cappellano di Milano San Vittore (n. 25 del 23 giugno 2013). Mi ha colpito, in particolare, una delle risposte date a Fulvio Scaglione: “Il carcere potrebbe anche innescare il cambiamento, se fosse gestito nel modo giusto. Invece è gestito da cani. Ed è la vera università del delitto”. Ha ragione, don Luigi: l’istituzione carcere è gestita male. E le colpe, aggiungo, sono tante e diffuse. Da addetto ai lavori, con oltre 40 anni di onorato servizio nella Polizia Penitenziaria, e da Segretario Generale del primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri del Corpo, dico che quel che serve sono processi più rapidi (più del 37% dei circa 66mila detenuti oggi presenti nelle carceri italiane sono in attesa di un giudizio definitivo); l’espulsione degli oltre 23.200 detenuti stranieri presenti

oggi in Italia; la detenzione nelle Comunità terapeutiche dei detenuti tossicodipendenti, che sono oggi 1 su 4 dei presenti. Non solo: il fatto che i detenuti non siano impiegati in attività lavorative o comunque utili alla società (come i lavori di pubblica utilità) favorisce l’ozio in carcere e l’acuirsi delle tensioni. Ricordo a me stesso che, secondo le leggi ed il regolamento penitenziario, il lavoro è elemento cardine del trattamento penitenziario e «strumento privilegiato» diretto a rieducare il detenuto e a reinserirlo nella società. Ma in realtà, su questo e su molti altri temi penitenziari, c’è profonda ipocrisia. Tutti ad esempio, politici in testa, sostengono che i detenuti devono lavorare: ma poi, di fatto, a lavorare nelle carceri oggi è una percentuale davvero irrisoria di detenuti: meno del 20%, e peraltro prevalentemente in lavori interni alla struttura come addetti alle pulizie, cuochi, cucinieri e simili. Stare chiuso in cella 20 ore al giorno, senza far nulla, nell’ozio e nell’apatia, alimenta una tensione detentiva nelle sovraffollate celle italiane fatta di risse, aggressioni, suicidi e tentativi suicidi, rivolte ed evasioni che genera condizioni di lavoro dure, difficili e stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, sotto organico di ben 7mila unità. I poliziotti e le poliziotte penitenziari italiani hanno salvato negli ultimi vent’anni decine di migliaia di vite umane in carcere, intervenendo tempestivamente e salvando la vita a chi ha tentato di suicidarsi (impiccandosi alle sbarre della finestra, inalando gas da bombolette di butano che si continuano a far detenere nonostante la loro pericolosità, avvelenandosi con farmaci, droghe o detersivi, soffocandosi con un sacco infilato in testa) e impedendo che atti

di autolesionismo potessero degenerare ed ulteriori avere gravi conseguenze. Si pensi che nel solo 2012 ci sono stati in carcere 56 detenuti morti per suicidio (30 italiani e 26 stranieri) e 97 decessi per cause naturali (82 italiani e 17 stranieri). I suicidi sventati in tempo dalle donne e dagli uomini della Polizia Penitenziaria sono stati 1.308. L’anno prima, il 2011, ha registrato morti per suicidio 63 detenuti e morti per cause naturali 102 persone ristretto. I suicidi sventati dagli agenti di Polizia Penitenziaria erano stati 1.003. E’ allora importante per il Paese conoscere il lavoro svolto dai poliziotti penitenziari, è importante che la Società riconosca e sostenga l’attività risocializzante della Polizia Penitenziaria e ne comprenda i sacrifici sostenuti per svolgere tale attività, garantendo al contempo la sicurezza all’interno e all’esterno degli Istituti. Il nostro Corpo è costituito da persone che nonostante l’insostenibile, pericoloso e stressante sovraffollamento credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d’identità e d’orgoglio. Persone che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive italiane. Altro che la vigilanza dinamica e l’autogestione delle carceri come vorrebbero il Capo DAP Tamburino e il suo Vice Pagano, progetto pericoloso se mantiene il reato della “colpa del custode” e sopprimendo contestualmente i posti di servizio della Polizia Penitenziaria in carcere a tutto discapito della sicurezza! Ricordarlo, ogni tanto, è doveroso. Ai lettori di Famiglia Cristiana ma soprattutto a coloro che hanno il potere e l’autorità di assumere decisioni significative e concrete sui temi del carcere. H


il pulpito

Ma quando chiederemo conto e ragione dello sfascio del sistema penitenziario a coloro che l’hanno amministrato?

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essuno ha il coraggio di dirlo chiaramente anche se è sotto gli occhi di tutti. La disastrosa situazione delle carceri italiane è diretta conseguenza della disastrosa gestione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Sono quasi quindici anni che viviamo nell’emergenza. Quindici anni durante i quali decine e decine di magistrati, dirigenti e ufficiali si sono alternati nella gestione di cose e persone dell’amministrazione penitenziaria. Anzi, cosa ancor più grave, sono quindici anni durante i quali alcuni magistrati, dirigenti ed ufficiali sono rimasti senza soluzione di continuità a gestire cose e persone dell’amministrazione penitenziaria. Alcuni, dopo parecchi decenni al potere, si sono arresi soltanto all’incedere dell’età e all’inesorabile arrivo della meritata (?) pensione. Alcuni altri hanno addirittura combattuto giurisdizionalmente contro i limiti di età, pur di guadagnare qualche decina di settimane di potere. Ebbene, come è possibile che nessuno parli delle gravissime responsabilità che questa dirigenza ha nello sfacelo del sistema dell’esecuzione penale italiana ? Verso la fine degli anni novanta, Papa Giovanni Paolo II, con l’avvicinarsi del giubileo del duemila, cominciò per primo a parlare della necessità di adottare un provvedimento di clemenza per deflazionare le congestionate carceri italiane. Qualche anno più tardi (2003), lo stesso Wojtila ripetè l’appello davanti ai due rami del Parlamento riuniti in seduta plenaria davanti al Pontefice. Ma il Papa è stato soltanto l’esempio più alto ed autorevole di quanti, dal mondo della politica, della cultura,

dell’associazionismo, del volontariato, dello spettacolo, dello sport e della società civile, si sono avvicendati nel tempo a chiedere interventi straordinari sulle carceri italiane. L’unica risposta che la classe politica è stata in grado di dare a questi appelli, è l’indulto del 2006 che, fra l’altro, fu uno dei motivi per cui cadde quel Governo e che si rivelò poco più di un palliativo temporaneo al problema del sovraffollamento. The last but not the least, è arrivata la recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha condannato l’Italia per lo stato delle sue carceri e ha indotto l’Unione Europea ad avviare una procedura di infrazione contro di noi stabilendo il termine ultimo del 2014 per ripristinare le condizioni minime di detenzione. Ebbene, nonostante tutto ciò, nessuno ha mai pensato di chiedere conto e ragione alla dirigenza del Dap per lo sfacelo dell’amministrazione penitenziaria. Giorni fa, un mio carissimo amico con grande sagacia, mi ha fatto notare che nella situazione attuale, con un’amministrazione centrale del genere, lo Stato dovrebbe dare una medaglia d’oro per eroismo a ciascun direttore, comandante e poliziotto di ogni singolo istituto italiano solo perché riescono a portare avanti la gestione del carcere senza che succeda nulla di grave. Ad ogni buon conto, va preso atto di un piccolo passetto avanti fatto dal Governo con il recente decreto carceri. E non mi riferisco alle misure alternative, ne agli sconti di pena … mi riferisco all’ulteriore commissariamento dell’edilizia penitenziaria con l’espropriazione di tutte (o quasi) le potestà della

direzione generale beni e servizi, traslate al Commissario straordinario Prefetto Angelo Sinesio. (A seguito di questo provvedimento, sarebbe lecito aspettarsi l’abrogazione della direzione generale beni e servizi.) Ad ogni modo, come abbiamo già scritto e detto al Ministro Cancellieri, al Sottosegretario Ferri e ai Presidenti Palma e Ferranti, auspichiamo la nomina di un Prefetto a Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Se Magistrati e Dirigenti Penitenziari hanno fallito, ci sembra ragionevole provare ad affidare il Dap ad un Prefetto. Altrimenti, in alternativa, crediamo sia davvero arrivato il momento di chiedere conto e ragione del disastro della nostra amministrazione a coloro che hanno fatto il brutto ed il cattivo tempo penitenziario negli ultimi venti anni. Dirigere l’amministrazione penitenziaria non significa solamente prendere indennità principesche, ottenere benefit, abitare lussuosi appartamenti nel centro di Roma, avere segreterie personali e uscieri personali, centralini personali, autista e scorta e automobili di grossa cilindrata. Dulcis in fundo, se l’Unione Europea dovesse chiudere la procedura di infrazione condannandoci al pagamento di una penale di un milione di euro al mese o al giorno, sarà possibile valutare l’opportunità di una azione di rivalsa su coloro che hanno amministrato il dipartimento, almeno negli ultimi dieci anni ? Ovviamente a partire dal Capo del Dap, fino all’ultimo Direttore di Ufficio ... H

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Giovanni Battista de Blasis DirettoreEditoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

L’Imperatore Tamburino

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013


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esclusivo!

L’appuntato Caputo intervista (in sogno) il Capo del DAP Appuntato Caputo Eroe di tutti i giorni caputo@sappe.it

na delle tante volte in cui è crollato dal sonno dopo 9 o 10 ore di lavoro in sezione, l’appuntato Caputo ha sognato di intervistare il Capo del DAP Giovanni Tamburino. Al risveglio il buon Caputo, per non dimenticare il sogno della notte, ha annotato tutto quello che ricordava sul suo quadernetto nero. Dai suoi appunti, fortunosamente pervenuti in redazione, abbiamo tratto questa lunga intervista semiseria dalla quale emergono tutti i dubbi del collega Caputo e le conseguenti risposte che egli immagina gli darebbe il Capo della Polizia Penitenziaria. Ecco l’esclusiva intervista “sognata” dall’appuntato Caputo.

U

Inanzitutto Sig. Capo del DAP la vogliamo ringraziare per aver acconsentito a rilasciarci questa intervista in esclusiva. Non è da tutti sapersi confrontare apertamente anche con interlocutori che non hanno speso buone parole per lei in passato. Ma non dica così, sono sempre disponibile a confrontarmi con la rivista Polizia, Polizia... ...Penitenziaria, Polizia Penitenziaria. Ah si, Polizia Penitenziaria! Ho già sentito questo nome. Lei ne è il Capo... prende anche una discreta indennità per questo. Si, si, quello me lo ricordo. Ma veniamo a noi, mi avevate chiesto della Sorveglianza dinamica se non sbaglio...

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

No, veramente ancora non le avevamo fatto alcuna domanda. Volevamo chiederle invece dell’organico della Polizia Penitenziaria. Cosa ne pensa del

continuo depauperamento dell’organico della Polizia Penitenziaria? La ringrazio per questa domanda sulla sorveglianza dinamica. La sorveglianza dinamica è la soluzione al problema. E’ ovvio che attraverso una sorveglianza, dinamica appunto, possiamo ridurre i posti di servizio in carcere. Un po’ come avete già fatto con i direttori delle carceri? Esattamente! Direttori dinamici. Tempo fa i miei predecessori si sono chiesti: «perché sprecare un direttore per ogni singolo carcere?». Oggi beneficiamo di quella lungimirante intuizione e ci sono molte carceri senza un direttore. Che magnifica trovata!

E per il sovraffollamento? Poliziotti e direttori sono dinamici, ma i detenuti? Anche per i detenuti abbiamo allo studio un rivoluzionario concetto di detenzione: la detenzione dinamica! Mi spieghi meglio, la prego. Ecco, vede, l’Europa si ostina a chiederci di trovare delle soluzioni per arginare il sovraffollamento delle carceri e una delle possibili soluzioni che stiamo congegnando con il mio staff di menti illuminate, è quello di creare un circuito virtuale di detenzione: una detenzione dinamica appunto. Mi scusi, ma ancora non ho capito... Non si preoccupi, la capisco giovanotto. Come ogni grande idea, all’inizio è un po’ difficile da comprendere. Per farla breve: siccome abbiamo un surplus di circa ventimila detenuti, basterà ricorrere ad un

maggiore impiego delle traduzioni in modo tale da avere circa 40.000 detenuti fissi nelle carceri e, a rotazione, altri 20.000 detenuti in viaggio, spostandoli tra un carcere e l’altro. Detenzione dinamica! Ma siete sicuri? Avete fatto bene i conti con i costi dei mezzi, del carburante, avete pensato a quanti poliziotti servono per gestire un sistema del genere? Questi sono dettagli che affronteremo in seguito. Per ora non cada anche lei nell’errore di un atteggiamento disfattista. Ogni grande intuizione all’inizio ha bisogno di una dose di fiducia nel futuro e io ho molta fiducia nel futuro! Si, ma lei in futuro, al massimo fra qualche mese, se ne andrà. Noi poliziotti penitenziari qua stiamo e qua rimaniamo. Le capita mai di pensare a noi della Penitenziaria? Penitenziaria cosa? Polizia Penitenziaria, Signor Capo DAP... Ah si, Polizia Penitenziaria! Ne ho sentito parlare molto bene. Essi svolgono un insostituibile servizio al Paese. Accompagnano ogni giorno svariati Dirigenti da casa al proprio posto di servizio, contribuendo fattivamente a quell’idea di Direttori dinamici di cui le parlavo prima. Ma veramente facciamo anche... Si lo so giovanotto, mi faccia finire di rispondere. La Polizia... la Polizia... (voce fuori stanza: Penitenziaria!) Ecco, si, la Polizia Penitenziaria assolve quotidianamente anche a quel servizio insostituibile di accompagnatori durante le numerose cerimonie a cui partecipo. Senza di loro, le confesso, mi sentirei anche un po’ solo.


esclusivo! Ma Signor Capo DAP la Penitenziaria... Un attimo, un attimo, mi consenta... La Polizia Dinamica ...eeeemmmh volevo dire, la Polizia Penitenziaria contribuisce fattivamente a rendere concreto il dettato Costituzionale espresso in quell’articolo tanto famoso: “La detenzione, dinamica aggiungerei io, deve tendere alla piena soddisfazione del condannato in modo tale che il detenuto non faccia troppo ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo e non crei troppi casini al Capo del DAP”.

Ho capito, lasciamo perdere questo discorso... Passiamo ad altro. Si ritiene soddisfatto delle nuove piante organiche della Polizia Penitenziaria? Certo, potevamo fare di meglio, ma nemmeno io sono perfetto, lo sa? Immaginavo... E comunque, dati i tempi e la carenza di personale, quella percepita, che è diversa dalla carenza di personale reale...

… come? Cosa sarebbe ora la carenza di personale percepita? Vede buon uomo, la carenza di personale di Polizia Trattamentale ...eeeeemmmh Polizia Penitenziaria, deve essere distinta da quella espressa dai freddi numeri dei Decreti Legge. La carenza percepita invece è l’unica a cui uno Stato moderno deve riferirsi. Le faccio subito un esempio perché la vedo un po’ scettico e perplesso... Un po’, le confesso che lo sono, ma solo un po’ eeeh! Deve capire che un conto è quel vecchio modo di concepire le cose, quando ad un poliziotto veniva

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associata una presenza, un altro conto è il rivoluzionario metodo dell’organico dinamico! Ma ora la prego, facciamo una pausa. Devo scrivere un paio di passaggi che mi sono venuti in mente parlando con lei per il prossimo discorso per l’annuale della Polizia Postale eeeemmmhhh Polizia Penitenziaria. Ma come? L’annuale si è svolto solo qualche giorno fa e non è detto che al prossimo presenzi lei. Fa lo stesso. Ogni Capo DAP ha l’obbligo morale di scrivere il discorso, indipendentemente se parteciperà o meno. Io il mio lo preparo con cura, mi ci vuole circa un anno e non avete idea di quante energie mi assorba. Quasi non ho il tempo di occuparmi di altro. Ma se il discorso è quasi sempre lo stesso!?! E certo! Noi Capi del DAP ce lo tramandiamo di generazione in Il sogno generazione. di Caputo... Bisogna solo cambiare qualche virgola, ma il concetto è sempre lo stesso: “ringrazio la Politica Penitenziaria ...eeeeeemmmh Polizia Penitenziaria per lo spirito di sacrificio ed abnegazione con cui assolve al difficile compito che il Paese gli ha demandato: garantire la sicurezza all’interno delle carceri e al contempo trovare una parola di conforto per ogni povero detenuto nel momento del disagio. Un compito che solo la Pol... quella lì insomma, ha come compito istituzionale e di cui lo Stato e le Istituzioni devono rendere omaggio e di cui la Cosa... quella là insomma, deve andare fiera ed orgogliosa.” Ma ora proprio deve scusarmi perché i dieci minuti della giornata dedicati alla Polizia sono scaduti e vorrei occuparmi di altro. A meno che non abbia intenzione di parlare ancora di sorveglianza dinamica... Polizia Le interessa? Forse ha ragione lei. Per oggi basta così... H

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il commento

Carcere, la “sensibilità” dei parlamentari liguri Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Nella foto elettrice alle urne nei box i Senatori e i Deputati eletti in Liguria

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

C’

era una volta la dizione che ormai per i giovani è archeologia del politichese: la distinzione tra Paese legale, le istituzioni e il loro alone a partire dai vertici della politica, e il Paese reale, quello che si affanna quotidianamente specie nelle fasce più deboli, più a rischio. Spessissimo, Paese reale e Paese legale hanno viaggiato ed ancora oggi viaggiano su strade diametralmente opposte e anche questo (o soprattutto questo) spiegano la disaffezione degli Italiani alla politica, vista più come la famigerata ‘casta’ che non l’istituzione per eccellenza al servizio dei cittadini.

Non si deve generalizzare, certo, ma le lezioni di insensibilità e di ipocrisia che ancora oggi tantissimi parlamentari impartiscono sono fastidiosamente palesi. Due esempi, su tutti. I tanti gravissimi episodi di cronaca nera che hanno visto coinvolte donne, noti anche come femminicidio, hanno dato a molti politici e parlamentari il “là” per esprimere (giustamente e doverosamente) parole di cordoglio, di condanna e di impegno a varare leggi più severe per i casi di questo tipo. Queste le parole: i fatti ci dicono altro. A fine maggio, ad esempio, l’aula di Montecitorio era semivuota nonostante si discutesse la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. Ce l’hanno fatto vedere, impietosamente, gli scatti dei bravi fotografi della stampa parlamentare.

Sempre loro, il 12 giugno scorso, hanno immortalato un’aula della Camera dei Deputati praticamente vuota mentre il ministro della Difesa Mario Mauro riferiva in Parlamento dell’attentato in Afghanistan in cui era morto il capitano dei Bersaglieri Giuseppe La Rosa. Eppure, alla sua tragica morte, le dichiarazioni stampa di cordoglio e di dolore degli oltre 900 parlamentari italiani si erano sprecate… Ma questi esempi potremmo farli per tanti altri argomenti, a cominciare da quelli che più strettamente ci riguardano e cioè l’insostenibilità della situazione penitenziaria e la necessità di una organica riforma dell’esecuzione della pena. Se ne parla, se ne parla, se ne parla….. e la situazione è sempre la stessa. Per carità, i parlamentari ci vengono anche in carcere (talvolta a trovare alcuni loro colleghi…), spesso attesi fuori da giornalisti e telecamere per recepire le immancabili dichiarazioni di sdegno e di inaccettabilità della situazione: ma poi fanno poco o nulla per risolvere i problemi. Un esempio, concreto. Il 22 maggio scorso ho ritenuto di scrivere ai parlamentari eletti in Liguria per segnalare le criticità penitenziarie di quella Regione. Ho scritto ‘eletti in Liguria’ perché, come è noto, con l’attuale legge elettorale si è calpestato il principio della territoritalità ed il parlamentare non sempre è diretta espressione del territorio nel quale si candida e viene eletto ma spesso (per interessi elettorali) è ‘paracadutato’ da altre città e regioni. Il 22 maggio, dunque, ho scritto agli 8 senatori ed ai 16 onorevoli eletti in Liguria per chiedere un loro intervento sulla situazione penitenziaria regionale. Nella mia lettera sono partito dai numeri. 1.889 detenuti (nel frattempo arrivati a 1.950….), 72 donne e 1.817 uomini; 781 in attesa di un giudizio definitivo e 1.107 condannati. Sono le cifre del sovraffollamento penitenziario ligure al 31 aprile scorso,

che vedono le 7 Case circondariali liguri (Sanremo, Imperia, Savona, Genova Pontedecimo, Genova Marassi, Chiavari e La Spezia) abbondantemente affollate rispetto alle capienze regolamentari che si attestano attorno ai mille posti letto. Abbiamo più detenuti rispetto ad un anno fa (erano 1.874 il 30 aprile 2012) e questo dimostra l’inefficacia delle politiche nazionali in materia penitenziaria. Resta altissima la presenza di detenuti stranieri - tra il 55 ed il 65% dei presenti a seconda degli Istituti - dei tossicodipendenti ristretti oltre il 30% dei presenti rispetto ad una media nazionale che si aggira attorno al 20% - mentre sono solamente il 17% i detenuti che lavorano, peraltro in servizi di istituto. Endemica è la carenza di poliziotti penitenziari, che sono complessivamente sotto organico nelle sette carceri liguri di circa 400 unità. Il fatto che i detenuti non siano impiegati in attività lavorative o

Senato della Repubblica Regione Liguria ALBANO Donatella, PD CALEO Massimo, PD DE PIETRO Cristina, M5S GUERRIERI PALEOTTI Paolo, PD MINZOLINI Augusto, PdL PINOTTI Roberta, PD ROSSI Maurizio, SCpI VATTUONE Vito, PD comunque utili alla società (come i lavori di pubblica utilità) ed anzi restano chiusi in cella in media 20 ore al giorno favorisce l’ozio in carcere e l’acuirsi delle tensioni. In Liguria, dunque, lavora solamente 1 detenuto su 5, e per di più per poche ore al giorno. I detenuti invece dovrebbero lavorare, ma ci vuole una legge apposita e la volontà politica per farla, che nel nostro Paese sembra non esserci. Per fare un esempio, in Germania i detenuti lavorano con soddisfazione, perché stare fuori dalla cella dà senso di serenità ed è diverso che stare (come in Italia ed in Liguria) 20 ore rinchiusi senza fare nulla, alternandosi tra chi sta seduto e in piedi per mancanza di spazio. Questo acuisce la tensione. Ma sul tema del lavoro in carcere c’è anche molta ipocrisia. Tutti sostengono


il commento che i detenuti devono lavorare: ma poi, di fatto, a lavorare nelle carceri oggi è, come detto, una percentuale davvero irrisoria di detenuti. Eppure il condannato che espia la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68,4% contro il 19% di chi ha fruito misure alternative e addirittura l’1% di chi è inserito nel circuito produttivo. Stare invece 20 ore al giorno chiusi in cella favorisce una tensione detentiva fatta di risse, aggressioni, suicidi e tentativi suicidi, rivolte ed evasioni che genera condizioni di lavoro dure, difficili e stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria. Nell’anno 2012, nelle sovraffollate carceri liguri, i detenuti si sono resi protagonisti di 92 atti di autolesionismo (e cioè ingestione di corpi estranei come chiodi, pile, lamette, pile; tagli diffusi sul corpo e provocati da lamette) e 29 tentativi di suicidio. Hanno tentato il suicidio 9 persone a Marassi, 7 a Sanremo, 6 a La Spezia, 5 a Pontedecimo ed 1 a

Camera dei Deputati Regione Liguria BASSO Lorenzo     PD BATTELLI Sergio     M5S BIASOTTI Sandro     PdL CAROCCI Mara     PD GIACOBBE Anna     PD LAINATI Giorgio     PdL MANTERO Matteo     M5S MARIANI Raffaella     PD MELONI Marco     PD OLIARO Roberta     SCpI ORLANDO Andrea     PD PASTORINO Luca     PD QUARANTA Stefano   SEL TULLO Mario     PD VALENTE Simone     M5S VAZIO Franco     PD Chiavari e Imperia. Le morti per cause naturali in carcere sono state 5 (3 a Marassi, 1 a Sanremo ed Imperia) e, per fortuna, non si sono registrati casi di suicidio. Sono state, infine, 93 le colluttazioni (7 a Imperia, 19 a Pontedecimo, 9 a Chiavari, 2 a La Spezia, 53 a Sanremo e 3 a Marassi) e 19 i ferimenti (12 a Marassi, 5 a Savona e 2 a Imperia). E 5 sono state le evasioni in Liguria da parte di altrettanti detenuti che non sono rientrati in carcere dopo aver fruito di permessi premio e semilibertà. Nel

corso dell’anno, infine, sono stati complessivamente 6mila i detenuti della Liguria che hanno dato luogo e partecipato alle molte manifestazioni di protesta collettive sulla situazione di sovraffollamento delle carceri e sulle critiche condizioni intramurarie. Altro dato significativo regionale è quello che riferimento al ‘carcere invisibile’ delle misure alternative e di sicurezza e di altre misure sostitutive della detenzione, che coinvolge complessivamente in Liguria oltre mille persone. Oggi abbiamo in Liguria 448 persone affidate in prova ai servizi sociali: di queste, circa 150 sono tossicodipendenti. 28 fruiscono di semilibertà, 239 di detenzione domiciliare, 115 di libertà vigilata e 214 di altre misure, tra le quali quella del lavoro di pubblica utilità per i soggetti (209) sorpresi alla guida in stato di ebrezza, che consistente in una prestazione di lavoro non retribuita a favore della collettività da svolgere in via prioritaria nel campo della sicurezza e dell’educazione stradale. E’ del tutto evidente che scontare la pena fuori dal carcere, per coloro che hanno commesso reati di minore gravità, ha una fondamentale funzione anche sociale. Si deve avere il coraggio e l’onestà politica ed intellettuale di riconoscere i dati statistici e gli studi Universitari indipendenti su come il ricorso alle misure alternative e politiche di serio reinserimento delle persone detenute attraverso il lavoro siano l’unico strumento valido, efficace, sicuro ed economicamente vantaggioso per attuare il tanto citato quanto non applicato articolo 27 della nostra Costituzione. Per questo il SAPPE era favorevole al progetto di legge del ministro della Giustizia Paolo Severino sulla depenalizzazione dei reati minori e, soprattutto, sulla messa alla prova: istituto, quest’ultimo, che ha dato ottimi risultati nel settore minorile e che potrebbe essere altrettanto utili negli adulti, atteso che consentirebbe di espiare in affidamento al lavoro all’esterno le condanne fino a quattro anni di reclusione. Peccato che quel progetto sia arenato in Parlamento. Anche il progetto dei circuiti penitenziari recentemente prodotto dall’Amministrazione penitenziaria – che vedrebbe il carcere di Chiavari trasformato in Casa di reclusione al

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posto dell’attuale Casa Circondariale è in realtà un bluff. Il superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e la maggiore apertura per i detenuti deve associarsi alla necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il Personale di Polizia penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico, che vuol dire porre in capo ad un solo poliziotto quello che oggi lo fanno quattro o più Agenti, a tutto discapito della sicurezza. Se la politica volesse intervenire concretamente sull’emergenza carceri, potrebbe farlo subito con 3 provvedimenti. Processi più rapidi, espulsione dei detenuti extracomunitari per far scontare loro la pena nel paese di provenienza e, soprattutto, pena per i detenuti tossicodipendenti da scontare in una comunità di recupero. Per questo ho scritto ai 24 parlamentari eletti in Liguria. Per chiedere loro di farsi carico di questi problemi.

Ad oggi, 24 giugno 2013, sapete in quanti mi hanno risposto? Una, la senatrice Donatella Albano del Partito Democratico. Che peraltro mi ha scritto: “Effettivamente la situazione da Lei descritta è davvero drammatica, poichè non sono nella Commissione Giustizia, non posso fare molto di pratico per risolvere questa criticità. In questi mesi di presenza al Senato ho conosciuto la Senatrice Nadia Ginetti, vice commissario di Polizia Penitenziaria, sempre se a Lei è d’accordo, ne parlerei con la Senatrice Ginetti per vedere cosa e come possiamo fare.” Le ho scritto che ero d’accordo e che avrei atteso sue nuove comunicazioni: sto aspettando ancora ora... Come ancora ora sto aspettando le risposte degli altri parlamentari eletti in Liguria... H

Nella foto l’emiciclo parlamentare

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Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

l’osservatorio

L’emergenza nel carcere e il sofraffollamento - 4ª parte sperienze giuridiche di altri ordinamenti ci consegnano un quadro diverso dal nostro. In Germania, in Inghilterra, sono le autorità amministrative a decidere sull’ammissione ai benefici previsti dalla legge penitenziaria. Con il mutare delle condizioni sociali e dell’organizzazione istituzionale del nostro Paese, sarebbe utile e giustificabile una reinterpretazione di quei principi che impediscono, nel nostro ordinamento, un’organizzazione diversa, nell’ambito della quale siano le autorità amministrative, ma non politiche, ad occuparsi di tutta la fase dell’esecuzione penale, compreso l’accesso ai benefici penitenziari? Sempre nell’ottica di un maggior accesso a misure alternative alla detenzione sarebbe stato importante approvare il disegno di legge riguardante la sospensione del procedimento con messa alla prova e l’introduzione di pene detentive non carcerarie, nonché la depenalizzazione di alcuni reati minori. La sospensione del procedimento con messa alla prova è un istituto che già esiste e sembra funzionare abbastanza bene per i minori, quindi, poteva e potrebbe essere introdotto anche per gli adulti, consentendo l’espiazione della pena all’esterno, su richiesta dell’imputato, il quale potrebbe svolgere lavori socialmente utili; una modalità di esecuzione della pena, questa, che andrebbe potenziata: oggi sono solo circa 1700 coloro che svolgono lavori socialmente utili. La sospensione del procedimento potrebbe essere chiesta in procedimenti relativi a contravvenzioni o a delitti puniti con la pena pecuniaria o con la pena detentiva, sola o congiunta alla pena

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pecuniaria, non superiore a quattro anni. Di non minore importanza anche l’introduzione delle pene detentive non carcerarie: la previsione, cioè, che, per i delitti puniti con la reclusione non superiore nel massimo a quattro anni, la pena detentiva principale sia la reclusione presso l’abitazione o un altro luogo di privata dimora, ovvero l’arresto presso la propria abitazione o in altro luogo di privata dimora, per le contravvenzioni punite con la pena dell’arresto.

Il personale di Polizia Penitenziaria è stato ed è spesso lasciato da solo a gestire all’interno delle nostre carceri moltissime situazioni di disagio sociale e di tensioni, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, anche per le palesi ed evidenti incapacità di una Amministrazione Penitenziaria sempre più distante dalle reali problematiche delle sue donne e dei suoi uomini in divisa, un’Amministrazione che pensa di stemperare le tensioni in carcere solamente attraverso incerti patti di responsabilità con i detenuti e di risolvere il problema della carenza di organico con l’introduzione della vigilanza dinamica che non si è ancora capito che cosa sia, come se la vigilanza attuale fosse statica. Un’Amministrazione Penitenziaria che deve essere rifondata nelle sue radici,

istituendo la non più rinviabile, adeguata e funzionale organizzazione del Corpo di Polizia Penitenziaria e l’istituzione della Direzione generale del Corpo, in seno al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, indispensabile e necessaria per raggruppare tutte le attività ed i servizi demandati alla quarta Forza di Polizia del Paese. Un’Amministrazione penitenziaria che, molto probabilmente, avrebbe bisogno di un capo proveniente dal proprio interno, piuttosto che dalla magistratura, e non soggetto allo spoils system. Se per alcuni potrebbe apparire anomalo che all’interno del carcere operi una forza di polizia, diversamente da quanto avviene in tutti gli altri paesi dell’Europa e del Mondo, a giustificare la nostra differente organizzazione interviene la diversa composizione della popolazione detenuta, fatta anche di circa 10.000 appartenenti alla criminalità organizzata, persone verso le quali non può esistere alcuna forma di trattamento e recupero sociale, quindi nessuna offerta da parte dello Stato, se non quella della collaborazione a fini investigativi e processuali. Sappiamo bene che coloro che appartengono ad associazioni mafiose sono legati a vita alle organizzazioni alle quali appartengono, vincolo che può essere interrotto esclusivamente attraverso la collaborazione con la giustizia, dovuta più a calcolo ed interesse personale che a convinzione, ma, spesso, necessaria per ottenere informazioni utili alle indagini e condanne in sede processuale. L’esistenza nelle carceri di circa 10.000 appartenenti alla criminalità organizzata costituisce una fonte


l’osservatorio importantissima di raccolta e analisi di informazioni (basti pensare che nel solo carcere di Napoli Poggioreale, ogni anno, i detenuti ricevono e spendono circa 10 milioni di euro, un sistema, probabilmente, utilizzato anche dalla camorra per ripulire denaro sporco ed affiliare altre persone che vengono mantenute in carcere; non molto tempo fa, nel carcere di Palmi, un agente ha intercettato un messaggio che un boss della ‘ndrangheta stava tentando di mandare fuori, ne è scaturita un’indagine che ha portato all’arresto di un’intera cosca del reggino), motivo per cui è necessaria una sempre più stringente collaborazione tra la Polizia Penitenziaria e le altre forze di polizia, proprio per rendere sempre più efficace e totale la lotta alla criminalità organizzata. Dapprima l’istituzione del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria e, di recente, l’istituzionalizzazione della collaborazione, a livello centrale, con la DIA, attraverso l’accesso di appartenenti al nostro Corpo, stanno rendendo sempre più importante il contributo della Polizia Penitenziaria nella lotta alle mafie. Manca ancora l’ultimo tassello: l’ingresso della Polizia Penitenziaria nelle sezioni di polizia giudiziaria presso le Procure, almeno quelle distrettuali. Ci auguriamo di poter centrare anche quest’ultimo obiettivo nell’anno in corso, così come abbiamo finora fatto con tutti gli altri. Riteniamo che la Polizia Penitenziaria debba appropriarsi di tutti quei compiti che afferiscono all’esecuzione della pena, così come previsto dall’articolo 5 della legge 15 dicembre 1990: “Il Corpo di Polizia Penitenziaria attende ad assicurare l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale”. Ecco perché chiediamo e chiederemo ai ministri dell’Interno e della Giustizia di riprendere dai cassetti, in cui inspiegabilmente è stato riposto da mani maldestre, quello schema di decreto interministeriale finalizzato a disciplinare il progetto che prevede l’utilizzo della Polizia Penitenziaria

all’interno degli Uffici di esecuzione penale esterna (UEPE), nel contesto di un maggiore ricorso alle misure alternative alla detenzione e, quindi, dei necessari controlli. Per molti mesi abbiamo discusso con l’Amministrazione penitenziaria la bozza del decreto interministeriale Giustizia-Interno, ma inspiegabilmente quel decreto si è arenato in chissà quali meandri, pur potendo costituire un importante tassello nell’ottica di una riforma organica del sistema penitenziario e giudiziario italiano. Era stato previsto molto chiaramente come il ruolo della Polizia Penitenziaria negli Uffici per l’esecuzione penale esterna dovesse essere quello di svolgere, in via prioritaria, rispetto alle altre forze di Polizia, la verifica del rispetto degli obblighi di presenza che sono imposti alle persone ammesse alle misure alternative della detenzione domiciliare e dell’affidamento in prova. Il controllo sull’esecuzione delle pene all’esterno, oltre che qualificare il ruolo della Polizia Penitenziaria, potrebbe avere, quale conseguenza, il recupero di efficacia dei controlli sulle misure alternative alla detenzione, cui sarà opportuno ricorrere con maggiore frequenza, utilizzando, magari, quel braccialetto elettronico per cui sono stati spesi 110 milioni di euro in dieci anni, senza mai applicarlo, tranne pochi casi (meno di dieci). Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della della società su queste misure che, spesso, proprio dall’opinione pubblica, non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene. In realtà, di pene si tratta ma, soprattutto, sono pene che consentono un più efficace recupero del condannato, atteso che coloro che passano attraverso le misure alternative alla detenzione hanno una recidiva al di sotto del 20%, mentre coloro che dal carcere vanno direttamente all’esterno hanno una recidiva del 65/70%. E’ importante, quindi, anche un nuovo e più

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partecipativo ruolo della Polizia Penitenziaria in tutte le fasi dell’esecuzione penale, al fine di meglio realizzare l’obiettivo del recupero sociale del condannato. Un ruolo, quello della Polizia Penitenziaria, sul quale si è spesso equivocato molto: qual è e quale dev’essere il ruolo della Polizia Penitenziaria in tale ambito?

L’ordinamento del Corpo, emanato a seguito della legge 395/90, ha previsto la partecipazione della Polizia Penitenziaria all’opera di rieducazione, una partecipazione che, a nostro avviso, non può che concretizzarsi nell’obbligo di far rispettare le regole e nella osservazione costante, quotidiana, del comportamento dei detenuti. Per il resto c’è bisogno delle altre professionalità, previste dall’ordinamento, come gli educatori, gli assistenti sociali e volontari. Quindi, riepilogando, un serio programma di depenalizzazione dei reati minori, più misure alternative alla detenzione, lavoro e formazione all’interno ed all’esterno del carcere, un adeguato recupero dei detenuti tossicodipendenti, la possibilità per la maggior parte dei detenuti stranieri di scontare la pena nel loro paese e un minor ricorso alla custodia cautelare in carcere devono essere le innovazioni che la politica dovrà introdurre per deflazionare gli istituti penitenziari, portandoli a livelli di civiltà accettabili, consentendo un reale recupero dei condannati. A ciò si deve evidentemente aggiungere anche un miglioramento strutturale degli istituti esistenti, adeguandoli al regolamento penitenziario del 2001. H

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Lady Oscar Redazione Sportiva rivista@sappe.it

Nelle foto Susanna Cicali

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lo sport

Susanna Cicali oro europeo Under 23 di canoa

on solo bella ma anche tanto brava. Con la vittoria portoghese del titolo europeo under 23 di canoa, specialità maratona, Susanna Cicali ha messo il sigillo personale sulla massima competizione continentale. Il titolo arriva dopo l'oro ai mondiali juniores del 2008 e l'argento nell'edizione 2010. La vittoria, maturata nelle acque di Vila Verde il 7 giugno 2013, è stata fondamentale per riscattare in parte la delusione mondiale che la canoista delle Fiamme Azzurre aveva subito a Singapore solo due anni fa: in quell'occasione aveva conquistato l'oro nella gara under 23 e le era stato tolto a seguito della segnalazione di uno dei giudici con l'accusa che in una fase di sorpasso aveva ostacolato, e dunque danneggiato, la spagnola Eva Barrios. A nulla è valso il ricorso, proprio all'iberica è stato poi assegnato il titolo iridato. La portacolori della Polizia Penitenziaria in Portogallo si è messa al collo il metallo più prezioso chiudendo la gara in 01:44':44".24

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con un vantaggio di 4.82 secondi dall’argento della svedese Michaela Lindblad; il bronzo è della spagnola Raquel Carbajo (01:45:03.58).

Susanna è una figlia d’arte, nata e cresciuta in una famiglia in cui la canoa è di casa. La tradizione è stata avviata dal padre, atleta negli anni '70, tesserato per la Canottieri Comunali Firenze, società che accoglierà in successione prima il fratello Filippo, poi Stefania ed infine la sorellina Susanna. Anche Stefania è un'altra Fiamma Azzurra di successo con, tra gli altri innumerevoli risultati, quattro titoli mondiali ed una finale olimpica a Pechino 2008 a soli ventisei anni di età. Susanna invece, la più piccola di casa, oltre che ai risultati sportivi ha finora legato la sua fama anche soprattutto al successo ottenuto nel 2012 al concorso Miss Italia Sport. Un titolo che le ha spalancato le porte della TV senza che la popolarità conquistata lontano dalle gare le abbia ha impedito di continuare ed allenarsi con serietà e costanza, al punto da raggiungere questo obiettivo che rappresenta sicuramente una delle tappe importanti della sua carriera, ma non certamente un punto di arrivo. H


lo sport

Oro anche per Ilaria Bianchi nei 100 metri farfalla ella 50° edizione del Sette Colli oro per Ilaria Bianchi nei 100m farfalla Il 13 giugno, nella prima giornata del prestigioso e spettacolare Trofeo Sette Colli, uno degli ultimi test in vista dei prossimi mondiali di nuoto che si terranno a Bardal dal 27 luglio al 4 agosto, Ilaria Bianchi, facendo registrare un tempo di 58"49, ha portato a casa un ottimo oro nei 100m farfalla. La bravissima atleta romagnola, che quando c'è da vincere una gara che si rispetti non sbaglia mai, si è lasciata dietro tre ungheresi,Verraszto e Jakabosa pari merito e Szilagyi quarta, aggiungendo alla stagione d'oro in cui tra l'altro ha conquistato il titolo mondiale in vasca corta e la finale olimpica di Londra, l'ennesimo successo. H

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Biografia di Ilaria Bianchi

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laria ha iniziato a nuotare a cinque anni perchè la mamma desiderava fortemente che sapesse muoversi in acqua senza correre pericoli. Già da così piccolina mostrava però di essere fortemente portata per la disciplina e fu notata dal settore agonistico nel quale fu presto inserita. Dopo ben 16 titoli italiani giovanili nella specialità che ha poi lasciato, il delfino, Ilaria ha saputo conquistare la ribalta agonistica internazionale con risultati di tutto rispetto nei 100 e nei 50 farfalla, ormai da anni la sua specialità più congeniale. Nel 2006, al termine del campionato mondiale juniores ha portato a casa un oro ed un argento rispettivamente nei 100 e nei 50. Nello stesso anno è stato suo anche il bronzo agli europei juniores nei 100. Tra tutte le numerose rassegne internazionali in cui è stata convocata in azzurro, il sogno e l’emozione più grande che le si è realizzata è stata la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino 2008 in cui, sebbene esordiente nella manifestazione a cinque cerchi, è giunta settima nella semifinale. Più recentemente, nei campionati assoluti primaverili del 2009 ha conquistato il titolo nazionale nei 100. Dalla stagione 2010/2011 è entrata a far parte del gruppo sportivo Fiamme Azzurre. È tornata a vincere il titolo italiano dei 100m farfalla ai campionati primaverili del 2011. Ai Campionati Europei di Debrecen 2012 conquista la

medaglia d'argento nella staffetta 4x100 mista ed il 29 luglio 2012 stabilisce il nuovo record italiano, durante la finale dei 100 m farfalla ai Giochi Olimpici di Londra 2012 con il tempo di 57’’27, gara nella quale ottiene il quinto posto finale, miglior risultato di sempre di una farfallista italiana alle Olimpiadi. Il 16 dicembre 2012 si laurea campionessa del mondo per la prima volta in carriera, vincendo la medaglia d' oro nei 100 farfalla ai campionati mondiali di nuoto in vasca corta ad Instanbul, diventando la prima nuotatrice italiana a vincere un titolo mondiale individuale in vasca corta. Fuori dalla vasca Ilaria è una ragazza che si definisce pigra: grande lavoratrice quando nuota e si allena, più tranquilla e amante del relax al di fuori. E’ socievole ma selettiva con le amicizie: pochi amici ma veri sono quelli di cui ha il piacere di circondarsi. In cucina è una buongustaia, non ha un piatto preferito su altri, mangia di tutto. In prospettiva futura Ilaria vorrebbe far carriera in Polizia Penitenziaria. Per adesso però è ancora giovanissima, ha di fronte a sé ancora molte vasche da poter percorrere, e le auguriamo che ancora a lungo continui ad essere per la Polizia Penitenziaria solo una meravigliosa farfalla che vola sull’acqua verso i prossimi successi sportivi. La sua filosofia di vita espressa in una frase che ha voluto dedicare ai lettori della rivista: «C’è un solo un tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera.» H

Nelle foto Ilaria Bianchi

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013


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Giovanni Passaro passaro@sappe.it

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

diritto e diritti

La giornata di riposo spettante per la donazione di sangue iao Giovanni, scusa se ti disturbo, ho un piccolo dubbio da sciogliere riguardo alla donazione di sangue e l’apposita giornata di riposo spettante, ai sensi dell’art 8, della legge n. 219 del 21/10/2005. In particolare, vorrei sapere se nel caso la donazione viene fornita durante la giornata del riposo settimanale, si ha diritto al recupero del riposo o meno. Ringrazio anticipatamente. Mail firmata

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centro di produzione di emoderivati regolarmente autorizzati dal Ministero della Sanità. La giornata di riposo è computata in 24 ore a partire dal momento in cui il lavoratore si è assentato dal lavoro per l’operazione di prelievo del sangue, conservando la normale retribuzione per l’intera giornata lavorativa. Si ricorda che la retribuzione corrisposta per la giornata di riposo ha natura indennitaria e, pertanto, non è assoggettabile a contributo. Le

Caro collega, oltre alle forme di tutela riconosciute al lavoratore, ci sono ipotesi in cui, in base ai contratti collettivi e/o a diverse leggi, costui ha diritto a usufruire di permessi, anche se solo in alcuni casi sono retribuiti, come, ad esempio, per la donazione del sangue. Al lavoratore dipendente che cede il proprio sangue o altri emocomponenti gratuitamente, nella misura non inferiore a 250 grammi, per trasfusione diretta o indiretta o per l’elaborazione dei derivati del sangue ad uso terapeutico è concessa una giornata di riposo, ai sensi dell’art. 1, L. 584/1967. Il prelievo di sangue deve risultare effettuato presso un centro di raccolta fisso o mobile, oppure presso un centro trasfusionale, oppure presso un

retribuzioni corrisposte ai donatori di sangue devono essere assoggettate a contributo solo nell’ipotesi in cui il datore di lavoro non si avvalga della facoltà di chiederne il rimborso. Nel quadro sistematico legislativo è evidente il principio della copertura previdenziale delle giornate di riposo, ai sensi dell’articolo 8 della legge 23 aprile 1981, n. 155. Il lavoratore può non avere titolo ad alcuna retribuzione (es.: donazione effettuata di sabato in caso di settimana corta o durante il giorno di riposo settimanale) oppure può avere diritto ad una retribuzione inferiore a quella giornaliera (es.: lavoratore che si assenta per la donazione prima del termine dell’orario di lavoro). Il lavoratore non deve ne perdere retribuzione ne lucrare retribuzione

aggiuntiva per il fatto della donazione, pertanto, se tutto il riposo o una parte di esso cade durante un periodo per il quale non è prevista la retribuzione, nulla gli compete per tale periodo di tempo. La donazione di sangue è l’azione di un singolo individuo, totalmente gratuita dettata da puro spirito di solidarietà, agita volontariamente in maniera spontanea, finalizzata al privarsi di una determinata quantità del proprio sangue o di suoi componenti, affinché venga utilizzata per scopi medici. Pertanto, a mio parere, nel caso in cui il dipendente doni il sangue durante la giornata del riposo settimanale non ha diritto a recuperare la stessa perché la norma, adottata anche da altre nazioni europee per incentivare maggiormente i potenziali donatori, è comunque di carattere precauzionale per chi svolge lavori pesanti, pericolosi o che richiedano particolare attenzione: forze dell’ordine, conducenti di camion, aerei, treni, pompieri, quanti lavorano su impalcature, eccetera. Secondo una prassi consolidata, i prelievi avvengono in media quattro volte l’anno, i periodi intercorrenti tra uno e l’altro possono differire secondo la quantità e la tipologia del materiale organico prelevato. In caso di inidoneità alla donazione è garantita la retribuzione dei donatori lavoratori dipendenti, (e la concessione del relativo permesso) limitatamente al tempo necessario all’accertamento dell’idoneità e alle relative procedure. Il dipendente interessato alla


giustizia minorile donazione del sangue preavvisa gli uffici competenti e produce, al rientro in servizio, la certificazione comprovante l’avvenuta donazione rilasciata dalla struttura trasfusionale. La giornata di riposo non è computabile ai fini della durata massima di giorni di congedo straordinario, non è soggetta a valutazione dell’Amministrazione in quanto, come detto, si tratta di un diritto ed è retribuita in misura intera. Ai donatori di midollo osseo di cui alla L.6.3.2001, n.52, sono garantiti retribuzione e permessi per il tempo occorrente all’accertamento dell’idoneità alla donazione (ai sensi dell’art. 3 della L. 4 maggio 1990, n. 107), al prelievo finalizzato all’individuazione dei dati genetici, ai prelievi necessari all’approfondimento della compatibilità con i pazienti in attesa di trapianto. Al donatore è, altresì, riconosciuto il diritto a conservare la normale retribuzione per le giornate di degenza necessarie al prelievo midollare, eseguito in regime di ospedalizzazione, e per quelle successive alla donazione, per il completo ripristino del suo stato fisico, secondo quanto certificato dall’equipe medica che ha effettuato il prelievo di midollo osseo. I relativi contributi previdenziali sono accreditati, ai sensi dell’art.8 della Legge 23 aprile 1981, n. 155. A tal fine, al datore di lavoro sono certificati, a cura dei servizi che hanno reso le prestazioni sanitarie, l’accesso e le pratiche inerenti alla procedura di donazione cui è stato sottoposto il dipendente donatore di midollo osseo. Normativa di riferimento: art. 1, L. 584/1967 (Riconoscimento del diritto a una giornata di riposo dal lavoro al donatore di sangue dopo il salasso per trasfusione e alla corresponsione della retribuzione) modificata dall’art. 13 L. 107/1990; D.M.8/4/1968; art. 5, L. 52/2001; art. 8, L. 219/2005; Circolare INPS n° 144 del 19 giugno 1990. H

Il Ministro Cancellieri visita il carcere minorile di Casal del Marmo o scorso 5 giugno, in occasione della visita del Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri presso il Carcere Minorile di Casal del Marmo, il personale di Polizia Penitenziaria dell’Istituto Penale Minorile di Roma ha dato l’ennesima prova di professionalità e competenza, al pari delle altre Forze di Polizia. Alla visita, oltre all’attuale Ministro della Giustizia, era presente l’ex Ministro Paola Severino e numerose autorità invitate per l’occasione.

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incontrare i ragazzi detenuti e conoscere da vicino i numerosi laboratori e le attività formative che si svolgono quotidianamente all’interno del plesso detentivo. Parlando della struttura, il Ministro ha sottolineato che «abbiamo delle eccellenze che possono essere di riferimento per tutto il sistema penitenziario. Stiamo lavorando con tutti gli strumenti a disposizione per migliorare l’edilizia carceraria e aumentare la disponibilità di posti» Per l’occasione, si è svolta anche

Ovviamente, l’organizzazione dell’evento, l’ordine pubblico e la sicurezza sono stati perfettamente gestiti dalla Polizia Penitenziaria in servizio presso detto Istituto con l’ausilio di unità del Dipartimento Giustizia Minorile. Durante la visita il Ministro della Giustizia ha ricordato la difficile situazione delle carceri e l’importanza, soprattutto delle strutture minorili e del recupero dei soggetti detenuti. «Quella delle carceri è una situazione delicata per la quale dobbiamo dare delle risposte anche all’Europa.» Accompagnata dal Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile Caterina Chinnici e dal Direttore della struttura Liana Giambartolomei, il Guardasigilli ha visitato l’IPM romano (uno dei 19 attivi in Italia) per

una cerimonia durante la quale il Presidente della Rai Anna Maria Tarantola ha simbolicamente donato una piccola biblioteca di volumi ai giovani ospiti dell’istituto, sottolineando ancora una volta quanto la permanenza (soprattutto in un carcere minorile) non debba essere finalizzata alla mera punizione quanto al recupero del soggetto. Così, dal laboratorio di falegnameria a quello di pizzeria, dalla scuola, alla redazione di un vero e proprio giornale, i ragazzi possono condurre tutta una serie di attività alternative alla mera pena detentiva che, nella maggior parte dei casi, possono anche rivelarsi essenziali per la scoperta (o riscoperta) delle proprie attitudini. H

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a cura di Ciro Borrelli Referente Sappe per la Formazione e Scuole Giustizia Minorile borrelli@sappe.it

Nella foto la visita del Ministro all’IPM di Casal del Marmo

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Franco Denisi Segretario Provinciale del Sappe denisi@sappe.it

mafie e dintorni

La ’ndrangheta, la scelta dei picciotti e il rito di affiliazione - 3

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Nelle foto in alto San Michele Arcangelo a fianco il Santuario della Madonna di Polsi

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

er entrare a far parte della ‘ndrangata, per i non appartenenti ad una “famiglia” l’apprendistato può essere lungo o di breve termine . Il capo bastone che sceglie i neofiti è come un allenatore di una squadra di calcio, entra nei bar, vive la quotidianità nelle strade più affamate delle città e/o dei paesi, e individua ragazzi svegli, con una certa predisposizione a delinquere. Il capo bastone dopo aver accertato che le caratteristiche da lui ricercate appartengono al neofita procede con un controllo parentale per verificare che il giovine non sia figlio di appartenenti alla FF.OO., che la madre e le sorelle siano riconosciute come donne rispettose, e che lo stesso non rese mai testimonianza presso i tribunali contro un affiliato già appartenente all‘ndrangata. Il prescelto comincerà cosi ad essere avvicinato da gruppi di picciotti, e sarà portato a compiere piccoli reati come dimostrazione di fiducia. Per entrare a far parte della ‘ndrangata o per assumere la “dote” successiva si utilizza un rito d’iniziazione; una procedura del tutto singolare che nel caso del neo affiliato consiste nel pungersi il dito della mano destra con un ago o con un coltello, facendo cadere una goccia di sangue sull’immagine di San Michele Arcangelo e pronuncerà le seguenti parole “...di essere fedele ai compagni a tutti i saggi maestri, di non trasgredire le regole sociali e di essere sempre pronto ad ogni chiamata dell’onorata società”. Durante la pronunzia della suddetta frase l’immagine del Santo comincia a bruciare e il maestro di cerimonia conclude il rito con le seguenti parole “come il fuoco brucia questa sacra immagine, così brucerete voi se vi

macchierete d’infamità. Se prima vi conoscevo come contrasto onorato, ora vi riconosco come picciotto d’onore..” La ‘ndrangata non si affida solo a San Michele Arcangelo, e lo dimostrano i ritrovamenti durante le perquisizioni effettuate dalle forze dell’ordine nei vari covi –bunker usati dai latitanti, di immagini raffiguranti: Padre Pio, Crocifissi, Rosari ed in particolare immagini della Madonna di Polsi, meglio conosciuta in Calabria come la Madonna della Montagna custodita in un santuario posto al centro dell’Aspromonte precisamente tra i circondari di Reggio Calabria-GeracePalmi- infossato in una profonda gola con pareti verticali di foresta. Il santuario della Madonna di Polsi Una leggenda racconta che nel posto dove oggi sorge il santuario sia stata rinvenuta da un pastore una strana croce di ferro. La stessa era stata dissotterrata da un toro che all’improvviso si era messo a raspare il terreno con le proprie corna. Una leggenda simile a quella del santuario di San Michele Arcangelo sorto a Monte Sant’Angelo (Foggia) Della devozione alla Madonna di Polsi

si ebbero riscontri già dal 1901 anno che segnò la fine della latitanza di uno dei boss più noti della picciotteria, Giuseppe Musolino. Il suddetto, al momento del suo arresto portava attaccata al collo un’immagine della Madonna di Polsi ed una di San Giuseppe nonché un biglietto con la scritta “ caro fratello,vi rimetto venticinque lire per il voto che ho fatto alla Madonna di Polsi almeno che non dobbiamo disobbligarci con gli amici faremo il possibile con i nostri Santi...”. La devozione verso la Madonna di Polsi è frequente tra gli ‘ndranghetisti; si dice infatti che non ci sia nessun boss della Calabria che non abbia pregato la Madonna della Montagna. E’ proprio all’ombra di questo luogo sacro che avvengono le riunioni delle massime cariche della ‘ndrangheta. Una testimonianza in merito alle riunioni che si tenevano al Santuario è quella di un commerciante di Santo


Stefano D’Aspromonte, Rocco D’Agostino il quale nel 1894 citato come testimone in un processo di omicidio racconta ai giudici “.. il 3 settembre di codesto anno mentre mi trovavo a Polsi per la festa della Madonna della Montagna vidi una sessantina di persone che disposte a ferro di cavallo, bevevano e mangiavano…tra loro...” . In codeste riunioni tra una mangiata ed una ballata di tarantella veniva e viene deciso tutto. Infatti per gli ‘ndranghetisti i balli e le feste popolari rappresentano, occasioni

importanti in cui avvalorare il proprio prestigio. Si racconta, che un tempo a Polsi durante i festeggiamenti non tutti potevano avvicinarsi alla statua della Madonna e ballare la Villanella , ballo riservato solo agli uomini affiliati alla ‘ndrangata. La “Villanella” è un ballo del tutto singolare; passi e movenze si svolgano su vecchie trame di guapperia, si balla tra uomini, e tutti coloro i quali assistono “fanno rota”(si dispongono a cerchio). Il tema della “Villanella” è un tema di morte; infatti i due ballerini si

mafie e dintorni

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contendono la stessa donna a suon di musica e gesti di scherma. Manca il pugnale ma le mosse e le espressioni fino alla mossa finale dell’infilzamento sono identiche ad un duello rusticano. Gli avvicendamenti dei ballerini durante il ballo vengono decisi dal “Mastru i ballu” l’unico che può far uscire dalla “rota” un ballerino e sostituirlo con un altro. Se qualcuno si azzardava a ballare senza il consenso del “Mastru i ballu” sarebbe stato accusato di “trascuranza” che sarebbe costata molto cara. H continua...

Nelle foto a sinistra una immagine scattata dai Carabinieri durante una riunione di ’ndranghedisti sotto l’effige della Madonna di Polsi sopra la Madonna di Polsi durante la processione

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dalle segreterie Trapani Cerimonia di intitolazione di un’aula alla memoria di Dario, figlio del sovr. Mazzeo

rivista@sappe.it

Nella foto i partecipanti all’intitolazione dell’aula alla memoria di Dario Mazzeo

l 27 maggio scorso, su iniziativa dell’insegnate Giuseppina Buccellato e del Preside Vincenzo Di Stefano, dell’Istituto Provinciale per Ottici di Trapani, ha avuto luogo una cerimonia per l’intitolazione allo studente Dario Mazzeo, prematuramente scomparso, dell’aula “Laboratorio di Optometria e

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Avellino

Contattologia”. Dario Mazzeo, figlio del Sovrintendente della Polizia Penitenziaria di Trapani, Andrea Mazzeo, frequentava con profitto la scuola per ottici, il 5° anno mentre lottava con una terribile malattia che, alla fine, non gli ha lasciato scampo rubandolo prematuramente ai

Napoli Torneo di calcio interforze “Sicurezza e Libertà”

A Sopra Emilio Fattorello riceve il diploma di Cavaliere

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

Conferita al S.Comm. Emilio Fattorello l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana

l via l’edizione 2013 del torneo di calcio interforze "Sicurezza e Libertà" con la

genitori e a quanti, in questi pochi anni di vita, ne avevano saputo apprezzare le doti umane. Una delegazione della Polizia Penitenziaria dell’Istituto trapanese, formata dal Direttore dr. Renato Persico e dei Commissari Giuseppe Romano e Michele Buffa, ha partecipato commossa alla cerimonia che ha ricordato brevemente lo studente, accanto genitori e parenti. Ma il Preside, quel giorno ha voluto ricordare anche un’altra sfortunata studentessa dell’Istituto Trapanese, Melania La Mantia, caporale in servizio presso il 46° Reggimento Trasmissioni di Palermo deceduta dopo essersi lanciata, nei pressi di Rimini, con il paracadute mentre stavo svolgendo un corso privato per diventare parà, intitolando alla memoria l’aula Laboratorio Esercitazioni Lenti. Un grande gesto di sensibilità da parte degli insegnati che hanno partecipato alla cerimonia, unitamente ad un folto gruppo di studenti, ricordando i due sfortunati giovani, accomunati entrambi dalla frequenza di questo prestigioso Istituto. H Giuseppe Romano partecipazione delle squadre di Vigili del Fuoco, Polizia Penitenziaria, Capitaneria di Porto, Carabinieri e Polizia Stradale. La nostra squadra è composta da colleghi di Napoli Poggioreale, Napoli Secondigliano e Avellino (nella foto). Il Torneo si gioca sul campo comunale di Marano. Quest’anno, speriamo di festeggiare arrivando in finale... H


dalle segreterie Nisida Brillante operazione antidroga Agente Scelto Michele Salvatore Mauro in servizio presso l’Istituto Penale Minorile di Nisida è riuscito nel mese di maggio ad intercettare, all’interno del Reparto detentivo, della droga che era nel possesso di un giovane detenuto. A consegnare la droga, circa 30 grammi di marijuana, al

L’

Santa Maria C. V.

detenuto era stata la madre durante il colloquio settimanale. Il giovane con grande maestria era poi riuscito ad eludere tutti i controlli fino a giungere nella propria cella.

Insospettito da uno scambio di battute, l’Agente Scelto Mauro, ha iniziato a compiere vari controlli, che si sono sempre più intensificati fino alla scoperta della droga. Questa era stata accuratamente nascosta dalla famiglia del minore all’interno di una fascia cucita ad un pantalone, chiusa con una cucitura fatta ad arte per ingannare gli operatori. I nostri complimenti all’Agente Scelto Michele Salvatore Mauro meritevole sicuramente di un Elogio per la brillante operazione posta in essere, tra l’altro di sua iniziativa. H

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rivista@sappe.it

Imperia

Una Festa per Festeggiato nell’istituto campano la pensione di il 196° Annuale del Enzo Russo Corpo di Polizia l 23 maggio 2013 , il nostro ex segretario Penitenziaria

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ercoledì 12 giugno 2013 presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere si è celebrato il 196° Annuale del Corpo di Polizia Penitenziaria, con una messa officiata dal cappellano militare Don Claudio Ricchiuti alla presenza del Comandante del Reparto di Polizia Penitenziaria Commissario Michele Fioretti, il quale ha esposto numerosissime parole di forte senso di appartenenza al Corpo, sottolineando il duro e difficile compito che giorno dopo giorno gli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria svolgono all'interno degli istituti di pena sparsi su tutto il territorio nazionale e di quanto con poche risorse il personale si prodiga quotidianamente al difficile lavoro dell'agente di Polizia Penitenziaria. Si è data lettura del messaggio del Capo del DAP, Giovanni Tamburino. Presente, fiero ed orgoglioso, tutto il personale della casa circondariale ed anche il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria posto in quiescenza. H

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provinciale Enzo Russo, ha festeggiato a Dolceacqua (Im), l'avvenuta collocazione a riposo e quindi il raggiungimento dell' agognata pensione. Un festa sobria ed intima tra i più affezionati al carissimo Assistente Capo del Corpo; non sono mancati momenti emozionanti e altri di gioia condivisa per un ragazzo conosciuto sempre mite e pacato ma ricco di tanta bontà umana e sincerità assoluta. Per l'occasione la Segreteria Regionale Sappe, vuole inviare

ufficialmente, per i tanti anni condivisi di lavoro e di attività sindacale insieme, un sincero saluto fatto di stima e affetto, accompagnato dall'augurio sentito di una meravigliosa futura vita. Ciao Enzo a te il mio personalissimo in bocca al lupo e ogni tanto non mancheremo sicuramente di incontrarci, pertanto buona vita sempre!!! H Il Vice Segretario Regionale Liguria Cosimo Galluzzo

Nella foto Enzo Russo, al centro, con alcuni amici

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dalle segreterie Vigevano

rivista@sappe.it

Grande festa “Tutti in campo” i seguito pubblichiamo alcune foto relative alla manifestazione “Tutti in campo” svoltasi a Vigevano il 26 maggio 2013. H

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Pordenone Don Luigi Tesolin, per lungo tempo Cappellano della casa circondariale ci lascia all’età di 85 anni l 19 giugno 2013 è venuto a mancare all’età di 85 anni, nella Casa del clero di San Vito al Tagliamento, don Luigi Tesolin. Per 14 anni e sino al 2004 fu cappellano della casa circondariale di Pordenone. I funerali del religioso sono stati celebrati nella chiesa parrocchiale di San Quirino, dove don Tesolin fu parroco tra il 1976 e il 1991. Nato a Pravisdomini il 2 ottobre 1927, fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1953. Ricoprì l’incarico di vicario parrocchiale a Concordia e a Zoppola per poi diventare parroco di Pielungo dal 1959 al 1963. Dal 1963 al 1976 fu parroco di Orcenico Inferiore, quindi sino al 1976 a San Quirino. Dal 1991 al 2004 svolse poi l’incarico di Cappellano alla casa circondariale di Pordenone. In contemporanea, dal 1994 al 1997 fu anche economo del seminario diocesano. Il 14 novembre 2005, dopo l’esperienza all’interno del

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carcere, fu nominato cappellano del Policlinico San Giorgio a Pordenone, mentre il primo agosto 2004 divenne canonico onorario del capitolo della Cattedrale. In molti ricordano don Tesolin soprattutto per la sua particolare premura a fare visita alle famiglie dei carcerati, tanto che dette vita a una associazione che le rappresentava. Fu pure autore del libro “Voce amica. Oltre le sbarre”, nel quale raccolse i tasselli del suo certosino lavoro pastorale all’interno del carcere, con documentazioni sulla realtà, con le lettere aperte del Cappellano ai detenuti e, soprattutto, con un’infinità di piccole-grandi testimonianze scritte da queste «anime nuovamente e urgentemente possibili», come lui stesso le definiva. Tanto fu, in quegli anni, il suo impegno per la causa che riuscì a coinvolgere nelle attività interne al carcere anche la compagnia teatrale Arlecchino errante e altri volontari. H

Roma Ricevuti al Quirinale alcuni allievi del 166° Corso di Cairo Montenotte

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dalle segreterie Roma Consiglio Regionale Sappe del Lazio

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i è svolto lo scorso 15 maggio, nella splendida sala San Bernardino da Siena, presso l’Auditorium Antonianum di Roma, il XIV Consiglio Regionale del Lazio. All’incontro hanno partecipato, oltre al Segretario Nazionale e Segretario Regionale del Lazio Maurizio Somma, i Segretari Provinciali della Regione e i Segretari Locali dei 21 tra istituti penitenziari e servizi della Regione Lazio. Inoltre erano presenti i componenti della Segreteria Generale a partire dal Dott. Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli e Umberto Vitale. OspitI d’onore il candidato alle elezioni comunali On. Giordano Tredicine che ha espresso all’assemblea il saluto suo e della compagine politica che rappresenta e il Direttore Generale dell’Unipegaso, Dott. Elio Pariota, il quale ha esposto le linee della convenzione con il Sappe, oltre ai collaboratori commerciali e ai vari ospiti. Durante i lavori del Consiglio sono stati oggetto di discussione molteplici

temi tra i quali sono stati messi in risalto l’endemica carenza di personale, i carichi di lavoro, l’Accordo Quadro Nazionale, il rischio suicidi, il FESI, la doppia presenza, il ricorso relativo alle 36 ore, il d.lgs. 81/08, il benessere del personale, la sanità penitenziaria, in nuovo modello organizzativo delle traduzioni e molto altro; tutte argomentazioni che saranno portate all’attenzione dei vertici del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Provveditorato Regionale del Lazio. Si è anche analizzata l’azione politica intrapresa negli ultimi anni e le nuove proposte che saranno oggetto di riflessione per il prossimo futuro, oltre alla relazione programmatica presentata dal Segretario Regionale e all’andamento degli iscritti nella Regione Lazio. Un ringraziamento a tutti i colleghi che hanno partecipato e, in particolare, al Prof. Pascone, per la

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sua opera di fine verbalizzatore e collaboratore. Ringrazio, altresì, il collega Andrea Arzilli per l’ottima opera multimediale. H Maurizio Somma rivista@sappe.it

Ferrara 67°Anniversario della Repubblica in piazza esta del 2 giugno tenutasi a Ferrara con l'allestimento di una vetrina con capi di vestiario ed oggetti della Polizia Penitenziaria allestita dall'ispettore Antonio Fabio Renda che cura l'immagine del Corpo. Nelle foto la passeggiata per le vie di Ferrara del Comandante di Reparto Paolo Teducci insieme al Prefetto Provvidenza Raimondo e al nuovo Questore della città, Orazio D’Anna. H La Segr. Provinciale Sappe di Ferrara

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cinema dietro le sbarre

Uomini al passo a cura di Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it

ranklin Bean jr. (interpretato da Charlie Sheen) è un soldato americano di stanza in Germania Occidentale verso la metà degli anni sessanta. Al ritorno da un congedo negli Stati Uniti ottenuto per presenziare ai funerali del padre, Franklyn si ubriaca in un bar, viene coinvolto in una rissa e finisce in carcere a Camp Berenfeld. Nella prigione militare Bean si imbatte in uno sergente maggiore psicopatico , Otis V. McKinney (interpretato dal padre di Charlie, Martin Sheen), che farà di tutto per rendergli la vita impossibile. Il primo sopruso del sergente sarà quello di rinchiudere il soldato Bean in una baracca con tutti detenuti di colore. All’inizio per Bean sarà molto dura, ma, contrariamente alle speranze del sergente, non si verificherà nessun episodio di razzismo e la solidarietà tra emarginati finirà per prevalere.

la scheda del film Regia: Martin Sheen Titolo originale: Cadence Soggetto: Gordon Weaver tratto da "Count a Lonely Cadence" Sceneggiatura: Dennis Shryack Fotografia: Richard Leiterman Musiche: Georges Delerue Montaggio: Martin Hunter

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Produzione: The Movie Group Distribuzione: New Line Cinema

però un momento di grandissimo cinema nella sequenza che richiama il titolo: i carcerati che marciano al ritmo “Chain Gang” di Sam Cooke. H

Personaggi ed Interpreti: Soldato Franklin Fairchild Bean: Charlie Sheen Sergente maggiore Otis McKinney: Martin Sheen Roosevelt Stokes: Laurence Fishburne Bryce: Blu Mankuma Webb: Michael Beach Harry 'Sweetbread' Crane: Harry Stewart Lawrence: John Toles-Bey Caporale Harold Lamar: James Marshall Caporale Gerald Gessner: Ramon Estevez Bean (all'età di 8 anni): Robert Gazzola Mr. Vito: Jay Brazeau Mrs. Vito: Samantha Langevin Kramer: Ken Douglas DeLuc: Weston McMillan Sager: David Michael O'Neill Sheridan: Allan Lysell Haig: Don S. Davis Brooks: Roark Critchlow Genere: Drammatico Durata: 97 minuti Origine: USA, 1990

Nelle foto la locandina e alcune scene del film

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Il rapporto tra il soldato detenuto ed il sergente carceriere continua ad essere sempre più problematico, fino ad arrivare ad un passo dal vero e proprio scontro fisico. Soltanto alla fine, quando Franklyn viene spedito al fronte in Vietnam, tra i due sembra scattare qualcosa che assomiglia molto da lontano alla solidarietà. Il film, peraltro diretto dallo stesso Martin Sheen, non è molto riuscito e finisce per essere troppo retorico, ha


mondo penitenziario

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el discorso letto dal Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in occasione delle festa del Corpo tenutasi il 7 giugno 2013 presso la Scuola “G. FALCONE” di Roma, viene fatto, tra l’altro, riferimento alla “vigilanza dinamica”, quale profilo tecnico di attuazione della custodia particolarmente adatto agli Istituti a custodia attenuata, ma confacente anche altrove. Un modello di sicurezza, quello della vigilanza dinamica, chiamato, secondo il Capo del DAP, a potenziare e valorizzare la professionalità della Polizia Penitenziaria che deve proiettarsi nella direzione della intelligence, prosaicamente compendiabile in “meno chiavi alla cintola e più pattugliamento del territorio; meno posti fissi e maggiore capacità informativa”. Un modello di sicurezza, tuttavia, che ha dovuto affidarsi alla retorica, onde trovare il ricercato consenso degli astanti, allorquando è stato posto il testuale interrogativo: “alla domanda se occorra un poliziotto penitenziario per fare da “portiere” dietro ad ogni cancello di ogni carcere italiano, non soltanto rispondo no, ma rispondo che è una domanda offensiva”. Ad onor del vero, non risulta che la tradizionale vigilanza, definita statica, abbia mai postulato l’equazione di un poliziotto per ogni cancello di ogni carcere italiano, neanche in relazione a quei circuiti penitenziari in cui sono reclusi detenuti di un certo spessore criminale. Nondimeno, quella che qui interessa è l’affermazione, riportata in nota del discorso, che non esisterebbe nessuna correlazione tra la sorveglianza dinamica e l’argomento della colpa del custode prevista dall’articolo 387 del c.p., posto che le regole organizzative inerenti a tale metodo di sorveglianza saranno adottate dall’Amministrazione, come le è data facoltà di fare, ai termini del Regolamento del Corpo, talché per il poliziotto penitenziario che si atterrà a tali regole sarà esclusa la “culpa in custodendo” perlomeno sotto il profilo della violazione di norme regolamentari: ed anzi, a ben guardare, sarebbe la minuta e non di rado eccessiva regolamentazione della sorveglianza statica ciò che oggi espone maggiormente ai rischi di condanna per violazione di detta regolamentazione. Innanzitutto, occorre precisare che la locuzione vigilanza dinamica che si

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Vigilanza dinamica, vigilanza statica e reato colposo vorrebbe contrapporre alla locuzione di vigilanza statica è suggestiva ma non persuasiva, dal momento che la vigilanza, fatta eccezione per quella armata (tra l’altro non sempre) e la vigilanza a vista, non può che essere dinamica ossia in itinere, dinamicità che l’attuale ed esiziale carenza di organico ha accentuato notevolmente, visto che un’unità di Polizia Penitenziaria si vede costretta a dover sorvegliare contemporaneamente anche 100-150 detenuti dislocati in sezioni poste su più piani o su piani distanti gli uni dagli altri. Per quanto riguarda, poi, la mancata correlazione tra colpa del custode e l’adozione del modello della vigilanza dinamica occorre rilevare che la questione richiede una attenta riflessione, essendo noto che, quando si parla di “colpa”, si entra in un terreno assai complesso. Invero, negli ultimi decenni, sotto la spinta di istanze solidaristiche sempre più pressanti, la responsabilità penale per colpa da ipotesi residuale ed eccezionale, rimessa al prudente apprezzamento del legislatore ex articolo 42, comma 2, c.p., è divenuta ipotesi ordinaria, tant’è che si è assistito ad una produzione ipertrofica di fattispecie penali di pura creazione legislativa incentrate sul concetto di colpa normativa, avuto riguardo alle fattispecie colpose proprie. Parimenti, si è assistito, in sede giurisdizionale, alla tendenza ad una crescente applicazione del reato c.d. omissivo improprio ex articolo 40, comma 2, c.p. in forza del quale “non impedire l’evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”, anche per effetto di un ampliamento delle posizioni di garanzia gravanti su alcune predeterminate categorie di soggetti. In ordine alle fattispecie penali colpose proprie, ossia quelle in cui l’evento, non voluto dall’agente, anche se preveduto, si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline, va precisato che l’architettura del reato della colpa del custode lo rende

assoggettabile all’ambito di applicazione della clausola di equivalenza, dal momento che quand’anche l’appartenente al Corpo si attenga pedissequamente alle cautele prescritte, quando suggerite, potrebbe essere sottoposto ugualmente a rimprovero penale sia a livello oggettivo che soggettivo in termini di inesigibilità della condotta, allorché le valutazioni cautelari prescritte dagli organi superiori non coincidano con le valutazioni dell’organo inquirente/giudicante, tanto da poter residuare margini per imputazioni omissive improprie discendenti dalla istituzionale posizione di controllo, se è vero come è vero che alla colpa è consustanziale la componente omissiva. A ben guardare, come è la minuta e non di rado eccessiva regolamentazione della sorveglianza statica ad esporre oggi i poliziotti penitenziari maggiormente ai rischi di condanna per violazione di detta regolamentazione, analogamente abdicare alla logica dei posti fissi anche laddove siano necessari in quanto indefettibili presidi di sicurezza, altro non significa che aumentare significativamente l’esposizione alla responsabilità penale degli appartenenti al Corpo con qualifiche superiori, oltre ovviamente a quella del Direttore. In altri termini, un’autovettura può anche camminare con il sistema frenante parzialmente funzionante, può anche fare a meno delle luci di posizione, può anche non avere l’ABS, può anche non avere il clacson e via dicendo, ma non vi è dubbio che tali deficienze aumenteranno di gran lunga il rischio di incidenti e, quindi, le conseguenti responsabilità: senza considerare che negli Istituti penitenziari si è ormai da tempo rinunciato ordinariamente o si rinuncia in modo contingente di frequente a posti fissi in realtà ineludibili, mediante l’accorpamento e/o la soppressione degli stessi per una frazione di turno, per un turno o per più turni. Pertanto, affermare che i posti di servizio debbano essere individuati sulla base del personale effettivamente

Luca Pasqualoni Segretario Nazionale Anfu pasqualoni@sappe.it

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il punto sul corpo

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a disposizione, previa decurtazione di una data percentuale a compensazione delle assenze a vario titolo quotidianamente e fisiologicamente registrabili, significa dimenticarsi che la realtà carceraria è una organizzazione complessa e complicata che per funzionare perfettamente ha bisogno di un numero irrinunciabile di posti di servizio: una squadra di calcio deve avere necessariamente 11 uomini o poco meno in caso di infortunio, al disotto di tale soglia, per quanto i giocatori in campo possano dinamicamente ricoprire più ruoli, l’esito della partita sarà scontato o la partita non potrà essere giocata. La verità che esportare modelli di sicurezza accolti e sperimentati talvolta con successo extra moenia, quale può essere la pattuglia a presidio del territorio, anche se sarebbe stato più pertinente il richiamo alla polizia di prossimità, non appare davvero possibile per la Polizia Penitenziaria, dal momento che i compiti di sicurezza a cui sono destinati gli appartenenti alle altre Forze dell’Ordine e i compiti affidati alla Polizia Penitenziaria sono completamente diversi: i primi, infatti, sono chiamati a prevenire e reprimere i reati, mentre i secondi si trovano ad assumere posizioni di garanzia connesse alla privazione della libertà, nell’ambito della quale la prevenzione e repressione dei reati è aspetto rilevante ma non assorbente. Aldilà della colpa del custode, dunque, la vera questione penale in ambito penitenziario, una volta che entrerà a regime il nuovo modello organizzativo, si avrà proprio sul terreno dei reati omissivi impropri con particolare attenzione alla delega di funzioni intesa quale strumento in grado di traslare posizioni di garanzia nella complessa organizzazione penitenziaria: non a caso la circolare n. 0223707 del 12 giugno 2012 del Capo del Dipartimento, soffermandosi sull’abbandono della logica dei posti di servizio fissi non correlati agli obiettivi programmati, testualmente afferma: “l’identificazione dei posti di servizio, per gli evidenti profili di responsabilità correlati, è rimessa ad una Commissione composta dal Direttore dell’Istituto, dal responsabile dell’area sicurezza e dal responsabile dell’area trattamentale dell’Istituto, con ratifica finale ad opera del Provveditore”. H

Liberate la Polizia Penitenziaria - 2ª parte

P

er quanto riguarda l’organizzazione; Le ipotesi apprezzabili, in proposito, sembrerebbero due: Quella del decentramento totale, nel senso che il centro mantiene esclusivamente i poteri di indirizzo e di controllo; Quella del decentramento parziale, nel senso che il centro, nella delega, si riservi la facoltà di intervento diretto, discrezionalmente o quando obiettivamente indispensabile, in parallelo o in completa avocazione. Ponderate entrambe le ipotesi, la conclusione sembrerebbe inequivoca, cioè che l’Amministrazione, a causa della propria essenza, rimanga insuperabilmente ancorata al centralismo. Tenuto, infatti conto della conformazione complessiva della Istituzione e delle competenze che ad essa sono state storicamente riconosciute, secondo un catalogo assai meticoloso, l’operazione, sia sotto il profilo delle finalità che sotto quello eventualmente strategico, non risulta praticabile con successo. Una analisi di dettaglio sarebbe eloquente: Collocata nel giusto sito delle priorità l’esigenza irrinunciabile della omogeneità e della continuità della azione collettiva, il rischio di disorientamento organizzativo e di gestione potrebbero divenire di alta gradazione, in caso diverso. Polizia Penitenziaria – Gestione Centrale Nel 1999, il Decreto Legislativo 30 del Luglio n. 300, è stato il prodromo del D.P.R. 6 marzo 2001, n. 55, Regolamento di Organizzazione del Ministero della Giustizia. Quel Regolamento, ha previsto l’Istituzione del Dipartimento della Giustizia Minorile, la quale era una Direzione Generale del Ministero della Giustizia. Ora, aver previsto un Dipartimento, per

amministrare circa 2000 unità di personale civile, e circa 1000 Poliziotti Penitenziari, più un esiguo ed irrilevante numero di detenuti minori e/o giovani adulti, è ovvio che si è trattato di una esclusiva operazione mediatica, volta a creare un posto di comando, più che la ricerca di una soluzione gestionale volta ad una organizzazione ponderata e pianificata ed economicamente conveniente. E’ assurdo che esista un Dipartimento per gestire al massimo 5000 soggetti diversi, e non sia stata pensata neanche una Direzione Generale adeguata a gestire un Corpo di Polizia militarmente organizzato che conta più di 40.000 unità. Inoltre, ritengo contraddittorio parlare di trattamento e riabilitazione e poi impiegare personale con funzioni di polizia, per gestire strutture che devono ospitare minori… Sempre riguardo alla organizzazione la legge di riforma parla chiaro:

Art. 9 Doveri di subordinazione 1. Gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria hanno doveri di subordinazione gerarchica nei confronti: a. del Ministro di Grazia e Giustizia; b. dei Sottosegretari di Stato per la Grazia e la Giustizia quando esercitano, per delega del Ministro, attribuzioni in materia penitenziaria; c. del Direttore Generale dell’Amministrazione Penitenziaria; d. del Direttore dell’Ufficio del Personale del Corpo di Polizia Penitenziaria; e. del Provveditore Regionale; f. del Direttore dell’istituto; g. dei superiori gerarchici. Una integrale lettura dell’articolo, non dovrebbe far insorgere dubbio alcuno circa il contenuto alla lettera d) il dovere di subordinazione gerarchica nei confronti: • del Direttore dell’Ufficio del Personale del Corpo di Polizia Penitenziaria;


il punto sul corpo Ed è bene notare, che quel direttore di Ufficio, in ordine gerarchico, succede direttamente al Direttore Generale dell’epoca, ora Capo Dipartimento; quell’Ufficio, nello spirito della legge, non era altro che la trasformazione del Comando del Corpo, quindi dell’Ufficio Comando presente nell’Ordinamento Militare nell’Ufficio del nuovo Capo della Polizia Penitenziaria con status civile. Si fosse dato corso ad una corretta applicazione della legge, in fase di emanazione dei Decreti Delegati, (qui, avrei da dire molto, visto che ho avuto la fortuna di partecipare, in qualità di mero dattilografo alla estensione della prima bozza e nella stesura originaria l’Ufficio fu previsto), l’Ufficio in seguito sarebbe stato sicuramente elevato al rango di Direzione Generale. Per sanare la situazione dovrebbe essere prevista l’abolizione del Dipartimento della Giustizia Minorile, ed istituito un Dipartimento della Sicurezza Penitenziaria, con le varie Direzioni Generali competenti su tutte le materie, pertinenti, cioè, quelle strettamente tecnico-operative (con stralcio, quindi, delle cosiddette “materie amministrative”). Circa la scelta, non dovrebbero emergere tendenze preferenziali a valle di una disciplina chiara. Non dovrebbe essere prevista alcuna alternativa, e tuttavia, dovrebbe essere riconosciuta la prerogativa di intervento analitico, critico, di indirizzo e propositivo sugli aspetti definiti amministrativi anche con forza vincolante, laddove necessario alla stabilità se trattasi di questioni direttamente collegate alla sicurezza. Ovvio è che automaticamente andrebbe svuotato di competenze e contenuti anche il Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, il quale diverrebbe fine a se stesso, nella gestione della Polizia Penitenziaria, mentre una riorganizzazione dello stesso avrebbe un sicuro impulso positivo, finalmente alla realizzazione di politiche volte al recupero e al reinserimento, quale organo sovraordinato anche a quelle organizzazioni di volontariato, che operano in un campo delicato senza il benché minimo controllo da parte dello

Stato, fatto salvo quello di facciata. Un Dipartimento pensato con tali fini sarebbe dimostrazione, oltre che di civiltà, della vera volontà dello Stato di creare scelte diverse alla detenzione, la quale ora è azione fine a se stessa. Una sinergia tra un nuovo Dipartimento per la Sicurezza Penitenziaria e un Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria riorganizzato e integralmente proiettato alla realizzazione di politiche di reinserimento, tramite strutture che diano lavoro e prospettive, potrebbe essere la chiave di volta per l’eventuale futura soluzione al cronico sovraffollamento. In un tale contesto, avrebbe anche ragion d’essere la Direzione Generale per l’Esecuzione Penale Esterna, la quale ora non ha ragion d’essere. Polizia Penitenziaria – Gestione Regionale Potrebbe essere esaminata l’opportunità di sopprimere gli uffici periferici intermedi supponendo la situazione che verrebbe ad insorgere, se tale ipotesi trovasse concretezza, mediante una indagine con procedimento inverso al consueto. Per prassi, per abitudine, per inerzia o per qualsiasi altro similare credito causale è d’uso dare l’avvio formale ai nuovi organi e alle relative qualifiche, anche molto elevate, per poi motivarne in qualche modo il vigore attraverso spazi e competenze, abbastanza oscuri al momento iniziale. In altri termini, v’è la tendenza ad affermare la necessità di un ente rinviando successivamente al vaglio della esigenza e della sostanza. Una sorta di retaggio di una visione organizzativa conservatrice, mai posta in discussione. Assai significativo e probante della efficacia della supposizione è il contenuto dell’articolo 32 della legge n. 395 del 1990, in cui, praticamente, non è detto alcunché, se non sulla discrezionalità del Centro e, appunto, di certe elevate qualifiche. A fronte dunque, delle realtà locali, concretamente autarchiche in quanto a gestione e appena simili per indirizzo, l’una e l’altra contigue, tale è il microcosmo penitenziario -, l’opzione sulla soppressione di tali enti intermedi

non dovrebbe apparire né troppo aggressiva né troppo distante dall’utile. La visione è quella di un quadro sinottico, rimesso a figure centrali coordinanti e capaci di intervento, mobile e sollecito. Chiaro è che una soluzione del genere produrrebbe l’effetto di un non trascurabile recupero numerico atto al reimpiego altrove, senza alcun rischio di carriera, beninteso. Inevitabilmente sarebbe uno stravolgimento, ma se una sperimentazione ne provasse il vantaggio, la resistenza diverrebbe a malapena pretestuosa. Di contro, qualora il mantenimento non vacillasse, si dovrebbe, pur sempre, concordare sulla improcastinabilità della rivitalizzazione, previo ammodernamento, di vecchi modelli stanziali (i soppressi comandi o uffici regionali del Corpo disciolto) in armonia con il Dipartimento indicato. Polizia Penitenziaria – Istituti A livello locale dovrebbe essere considerata una struttura piramidale, di governo, tecnica, operativa e disciplinare (quest’ultimo aspetto assicurato da organi di garanzia) compatibilmente autonoma nei campi della organizzazione, della gestione e della esecuzione - salvi l’indirizzo e il controllo amministrativo e trattamentale propri del direttore dell’istituto - incentrati su poche figure di vertice e su un adeguato numero di figure di raccordo a turno, esse stesse operanti: vale a dire una o più figure autorizzate a decidere (acquisito ogni parere utile) e la rimanente compagine destinata all’impiego attivo, quand’anche differenziato. Anche in tale caso non v’è dubbio che verrebbe ad essere sconvolta la storica composizione gerarchica su molti livelli, ma la minima attenzione sulla praticabilità dell’assunto non dovrebbe essere economizzata. Nell’ambito della struttura locale dovrebbe, ovviamente, trovare sistemazione una sorta di organo consiliare composto, presieduto di diritto, dal vertice della Polizia Penitenziaria in sede e, di volta in volta, da figure locali indispensabili alla valutazione degli eventi. H

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Unabomber: l’attentatore introvabile Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

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uesto mese voglio concentrare l’attenzione dei lettori sulla storia di un attentatore seriale e delle sue gesta criminali che ad oggi hanno portato ad un «presunto colpevole», scagionato, e ad un poliziotto della scientifica condannato per aver falsificato delle prove. Un criminale il cui fine delle azioni non è quello di uccidere, ma solo quello di ferire le vittime e il cui volto, purtroppo, resta ancora senza un nome. Gli inquirenti, attribuiscono alla mano criminale di questo bombarolo seriale italiano, circa 16 attentati; anche se ritengono che siano molti di più e che hanno comportato il ferimento di uomini, donne e bambini innocenti, nel periodo che va tra il 1994 e il 2006 e le cui gesta si concentrano esclusivamente nel nord est dell’Italia, per la precisione nel triangolo Pordenone-PortogruaroLignano. La caratteristica saliente di questo personaggio è che le azioni criminali poste in essere sono prive di un movente e consistono nel collocare in luoghi pubblici o aperti al pubblico, ordigni esplosivi in grado di mutilare le vittime. Il primo attentato, attribuito a costui, ha luogo a Portovecchio (Portogruaro) l’8 dicembre del 1993: nel giorno dell’Immacolata esplode una cabina telefonica, non ci sono vittime; mentre il 21 agosto del 1994 a Sacile, in provincia di Pordenone, nel corso della Sagra degli Osei (uccelli), la signora Daniela Pasquali, mentre passeggia con il marito e i suoi tre figli, si accorge di un tubo di metallo vicino ad una cabina telefonica e incuriosita lo afferra. L'oggetto, lungo circa 30 cm, è imbottito di esplosivo e biglie di vetro e la deflagrazione cagiona alla donna e a due dei suoi figli alcuni punti di sutura. Le indagini inizialmente si concentrano su un movimento animalista che contesta la sagra; successivamente i mass media attribuiscono all’autore dell’attentato, l’appellativo di Unabomber mutuato da quello di un terrorista statunitense, Theodore Kaczynski, autore di molteplici attentati con l’uso di esplosivi che, prima della sua cattura, era stato identificato

dall'FBI con la sigla UNABOM (UNiversity and Airline BOMber), in seguito deformata dai media. Le analogie tra i due bombaroli tuttavia sono molto labili. L’Unabomber nostrano nel corso dello stesso anno colpisce ancora: il 17 dicembre a Pordenone, un altro tubo bomba simile all'ordigno di Sacile esplode, di sabato, davanti alla Standa di piazza del Popolo, sotto una siepe, verso l'ora di chiusura del magazzino e una ragazza resta lievemente ferita dai frammenti di una vetrina; il 18 dicembre ad Aviano, all'indomani della quarta domenica d'Avvento, un terzo tubo esplode in un cespuglio vicino al sagrato della parrocchiale di Santa Maria e Giuliana, proprio mentre i fedeli escono dalla messa senza però provocare alcun ferito. Nel corso del 1995 cinque sono gli attentati attribuiti al bombarolo ignoto: Azzano Decimo, 5 marzo 1995 è la domenica di carnevale, per le strade del paese si festeggia con carri e maschere, due boati - che si riveleranno poi essere la deflagrazione di due tubi di ferro di circa 40 centimetri riempiti di esplosivo - a dieci minuti di distanza, a poche centinaia di metri interrompono la festa, nessuno resta ferito; il 30 settembre 1995 il dinamitardo senza volto torna a farsi vivo: a farne le spese è Anna Pignat Giovannetti che, dopo aver raccolto un tubo-ordigno nei pressi di un'abitazione vicino a un cassonetto della spazzatura, perde la mano. Il secondo tubo viene recuperato poco lontano da un'altra donna che, non percependone il pericolo, lo porta con se a casa. L'indomani, venuta a conoscenza del primo episodio, sistema il tubo sulla bicicletta e lo consegna ai carabinieri. I militari fanno brillare la bomba perdendo l'occasione di mandarla ad analizzare. Intanto gli inquirenti brancolano nel buio: hanno in mano nulla, nemmeno un possibile movente che almeno circoscriva la sfera dei possibili colpevoli. Gli unici dettagli che paiono attendibili è che si tratti di un uomo tra i trenta e quaranta anni, esperto di esplosivi e ossessionato a far parlare di sé. L’11 dicembre è la volta

di Aquilea, dove esplode una cabina telefonica: è il primo attentato compiuto fuori dalla provincia di Pordenone; alla vigilia di Natale un episodio analogo si verifica a Latisana, come Aquileia in provincia di Udine e il successivo il 26, nel giorno di Santo Stefano, un attentato colpisce Bibione, nota località balneare della provincia di Venezia. Dopo alcuni attentanti, nel corso dell’anno successivo, a Lignano Sabbiadoro, il 4 agosto, un tubo metallico avvolto in un foglio del giornale Messaggero Veneto del 2 Agosto, cade per terra, un uomo si china per raccoglierlo ma mentre avvicina la mano il cilindro scoppia. Mano spappolata e arteria femorale tranciata. Un altro tubo metallico colmo di esplodenti chiuso alle estremità con tappi a vite. Il giorno seguente all'episodio di Lignano, giunge alla sede dell'ANSA di Roma una telefonata che attribuiva il gesto al Gruppo 17 Novembre, autore nello stesso periodo di due rivendicazioni per altrettanti attentati negli Stati Uniti. Di questa fantomatica organizzazione esisteva in Italia un unico esperto: l’insegnante e giornalista Andrea Agostinis il quale, nei giorni precedenti ai fatti di Lignano, aveva pubblicato sul Quotidiano del Friuli una dettagliata inchiesta sul Gruppo 17 Novembre; inoltre l'uomo, aveva dato notizia alla radio della rivendicazione all'ANSA prima di chiunque altro. Gli inquirenti lo ritennero autore della telefonata e disposero la perquisizione della sua casa di Lignano. Agostinis fu destinatario di un'informazione di garanzia ed entrò così nell'inchiesta per i delitti di Unabomber ma l'insufficienza del quadro indiziario fu presto evidente e il caso fu archiviato nel 1999. Anche le altre rivendicazioni del Gruppo 17 Novembre furono riconosciute come false. Nel frattempo gli attentati di Unabomber si interrompono e le ipotesi che si susseguono sono diverse: morte, invalidità, carcerazione, psicoterapia, trasferimento, ma è soprattutto quella militare la più accreditata. In quel periodo infatti c’è la guerra nei


crimini e criminali

Balcani: forse si tratta di un soldato americano di stanza ad Aviano, oppure di un ex militare italiano. Ma un esperto di ordigni, l'esplosivista Danilo Coppe, fa notare che la tipologia delle bombe di Unabomber denotano uno scarso senso pratico, cosa che invece solitamente caratterizza gli ordigni militari. È evidente inoltre che il dinamitardo prova «piacere» nella realizzazione di ordigni complessi. Dunque, anche l'ipotesi che si possa trattare di un militare italiano non porta a niente. D'altra parte, però, Unabomber sembra comunque una persona ben addestrata: non ha mai commesso errori, non ha mai lasciato nemmeno una traccia, non lascia messaggi, non scrive lettere, non esce allo scoperto. Non ha scopo di estorsione e non opera per ottenere qualcosa di definito, altrimenti i suoi attentati (perché di attentati si tratta) sarebbero molto più ravvicinati nel tempo e seguirebbero una progressiva incisività e, in qualche modo, sembra essere sempre un passo avanti agli investigatori. Ma il 6 marzo del 2000, a San Vito al Tagliamento, nel portogruarese, Unabomber riprende la sua attività criminale con due importanti novità: l'uso di ordigni camuffati da oggetti innocui e la presa di mira di un bersaglio sensibile come i bambini. L’ordigno inesploso viene trovato dentro una bomboletta per le stelle filanti il lunedì di Carnevale. Il 6 luglio 2000, Unabomber torna ancora farsi vivo e colpisce sulla spiaggia di Lignano dove rimane ferito un Carabiniere in pensione; e di nuovo due mesi dopo, in una vigna nelle campagne in provincia di Venezia. Si tratta degli ultimi tubi-bomba: Unabomber infatti ha capito che ormai la gente se li aspetta e sa riconoscerli, e quindi cambia tattica. Nel novembre del 2001 a Portogruaro, in provincia di Venezia esplode una confezione di uova comprata in un discount. Qualche giorno dopo in provincia di Treviso una donna viene colpita alla mano per l'esplosione di un tubetto di pomodoro. Il nuovo obiettivo di Unabomber

sembrano essere i bambini. A Motta di Livenza, in provincia di Treviso, il 2 novembre 2001 Anita Buosi, una signora di 64 anni vede su una tomba uno strano cero, si china e lo raccoglie con le mani. Chiodi, bulloni e pezzi di ferro la colpiscono duramente. Perde la mano sinistra e un dito della destra e, soprattutto perde la vista dall'occhio destro. Quasi un anno dopo, nel luglio 2002 una signora si accorge in tempo che il vasetto di Nutella che ha comprato contiene un ordigno esplosivo. Qualche mese dopo a Pordenone, il 2 settembre 2002, Claudio Cicalò un bambino di cinque anni apre una confezione di bolle di sapone che gli esplode in mano. Il 24 dicembre 2002, Unabomber colpisce in chiesa, durante la messa di mezzanotte, a Cordenòns, con un ordigno piazzato sopra un confessionale. Per puro caso, è una strage mancata. Il 24 marzo 2003 il Palazzo di giustizia di Pordenone viene scosso dal boato dell'esplosione di un ordigno posto nei bagni del secondo piano vicino alla stanza del procuratore Domenicoi Labozzetta. Un mese dopo, il 25 aprile, Unabomber nasconde il suo esplosivo in un pennarello a Fagarè in provincia di Treviso. La vittima è una bambina, che rimarrà ferita in modo gravissimo. Da questo momento nelle indagini avviene un radicale cambiamento: le procure escono di scena e viene costituita una squadra anti-Unabomber composta dai migliori investigatori che iniziano a fare controlli a tappeto sulla popolazione. Intanto l'incrocio dei nuovi dati porta il pool investigativo a chiudere il cerchio su un solo presunto colpevole: Elvo Zornitta. Il 26 maggio 2004, le forze dell'ordine fanno irruzione nella sua abitazione perquisendola. Il suo nome era stato suggerito da un'altra delle persone indagate. Gli elementi contro Zornitta parvero di numero enorme rispetto a quelli a carico degli altri sospetti. I principali indizi erano rappresentati dalle elevate competenze tecniche, dall'area dei suoi spostamenti lavorativi corrispondente al raggio d'azione di Unabomber e dal rinvenimento di piccoli oggetti compatibili con quelli usati dall'attentatore, compresi alcuni petardi privi della polvere pirica. Inoltre, Zornitta risultò avere una lieve menomazione, una caratteristica spesso presa in considerazione nel profilo

ipotetico di Unabomber. Eppure manca ancora una prova definitiva e inoltre il DNA trovato nell'uovo non coincide con quello di Zornitta che però diventa un sorvegliato speciale. Ma proprio nel periodo in cui viene “spiato”, Unabomber compie altri 5 attentati attraverso un ovetto Kinder, un cero elettrico in una chiesa, la sella di una bicicletta, una scatola di sgombri in una partita di aiuti alimentari per la Romania e una bottiglia esplosiva. Il 17 gennaio 2007, l'avvocato Maurizio Paniz, difensore dell’imputato Zornitta, sovvertì il risultato della perizia, ipotizzando che una piccola striscia del lamierino fosse stata tagliata con le stesse forbici dopo il sequestro. Quando nuove analisi confermarono questa supposizione, finì sotto inchiesta l’esperto balistico Ezio Zernar, della polizia scientifica. Ciò assestò un duro colpo alle indagini nei confronti dell'ingegner Zornitta, il cui fascicolo fu archiviato il 2 marzo 2009 su richiesta della procura. Zernar è stato condannato in primo grado e la Corte di appello di Venezia, all’inizio di questo mese, ha confermato la condanna a due anni per l’imputato per falso ideologico e frode processuale. Non potendo sapere quale sia lo scopo del suo operato risulta difficile inquadrare Unabomber in una specifica tipologia di criminale. Alla luce di quanto riportato, è plausibile ipotizzare che Unabomber si senta come se vivesse una sfida: una sfida con la sua abilità a fabbricare ordigni, una sfida con le sue abilità a restare sconosciuto, una sfida con le autorità a restare libero. In oltre 15 anni di attentati, sul bombarolo del nordest hanno indagato diverse procure, i RIS di Parma, l’FBI e una squadra speciale antiterrorismo. Di lui hanno parlato radio, televisioni e giornali. Ora, dopo l’uscita di scena degli ultimi sospettati, le indagini ruotano ancora attorno ai pochissimi indizi. È scomparso misteriosamente e senza perché, come misteriosamente e senza perché, tanti anni fa, era apparso. Di lui non si parla praticamente più. L’unica certezza rimane la stessa: oggi, Unabomber è ancora libero. Solo le sue vittime, segnate per sempre, non potranno mai dimenticarlo. Alla prossima... H

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Nelle foto in alto accanto al titolo uno degli ordigni preparati da Unabomber nella cartina i luoghi colpiti dalle esplosioni

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Aldo Di Giacomo Consigliere Nazionale del Sappe digiacomo@sappe.it

penitenziari storici

Modelli di carceri in Italia - 1ª parte er stabilire una epoca storica cui far risalire la nascita del carcere moderno, come luogo di detenzione, possiamo individuare la seconda metà del XVII secolo e l’inizio del XVIII, con la costruzione delle carceri di Roma, edificate tra il 1652 e il 1655 da lnnocenzo X.

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Nella foto le carceri di Via Giulia in una foto dell’800

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In effetti, si tratterebbe del primo carcere costruito per servire da prigione, mentre prima di allora si avevano contenitori indifferenziati per diverse categorie di emarginati, come le case di correzione inglesi elisabettiane o gli ospizi generali, come la Rasp House di Amsterdam. La realizzazione delle Carceri di via Giulia assegnano allo Stato Pontificio il primato di aver edificato il primo carcere a struttura cellulare. Primato confermato dalla edificazione del carcere di San Michele la quale è la prima realizzazione del principio di coincidenza tra forma edilizia e ipotesi trattamentale. Con la realizzazione di questi primi edifici carcerari si segna anche il distacco definitivo dell’architettura penitenziaria da quella giudiziaria. Evoluzione storica Al di là dell’epoca in cui la giustizia era amministrata al di fuori da ogni architettura propriamente detta, le prime esperienze di organizzazione dello spazio giudiziario risalgono al Medioevo. L’attività giudiziaria fu ospitata molto

spesso in edifici di cui non costituiva la principale destinazione: nei portici delle Chiese, al piano superiore delle porte di città e dei mercati coperti, nelle sale dei castelli, ma a partire dal XII e XIII secolo e fino agli ultimi secoli del Medioevo si iniziano a realizzare appositi edifici per la giustizia ecclesiastica, in prossimità delle cattedrali, e per piccole giurisdizioni signorili. Lo spazio carcerario, a quel tempo destinato solo alla detenzione di imputati in attesa di giudizio o dell’esecuzione della condanna, è angusto. Conta solo un certo numero di celle, è illuminato da poche e strette aperture e, ai suoi lati, fa posto a varie attività produttive o commerciali (allevamenti di piccoli animali, attività artigianali, piccole botteghe). Il piano superiore si apre all’esterno con larghe finestre, perché l’amministrazione della giustizia non è concepibile senza una gran luce. La comunicazione tra i luoghi della giustizia e quelli della vita ordinaria rimane fluida, grazie anche a una specie di transizione naturale operata dalla presenza di spazi adibiti al commercio e all’artigianato. È necessario, ormai, che il Palazzo di Giustizia sia funzionale, rispondente, cioè, alle necessità di un grande servizio pubblico. La distinzione tra un piano inferiore carcerario e un piano superiore giudiziario si conserva ancora a lungo, ma vengono interdetti i contatti tra prigione e traffici, per corrispondere alle esigenze di sicurezza e salubrità dei luoghi di detenzione, scarsamente soddisfatte dagli edifici medievali. Il piano inferiore diviene un mondo chiuso, destinato principalmente alle aree di detenzione, ai locali per interrogatori e, in via secondaria, all’amministrazione del palazzo.

Il piano superiore viene, invece, opportunamente organizzato in sale di udienza, atrii, cappelle, uffici, cancellerie, residenze dei magistrati e altro ancora. Con l’abbandono dell’edificio oblungo a favore di un impianto quadrilatero tendente al quadrato si moltiplicano, nella composizione estetica e nell’organizzazione degli spazi, gli assi di simmetria, perché la giustizia, uguale per tutti, deve mostrare su ogni lato lo stesso volto. All’architettura dell’edificio è assegnata quasi una funzione pedagogica: la “Sede della Giustizia” non è vista più come un luogo adibito unicamente alla risoluzione delle controversie ma come un luogo in cui si contribuisce a prevenirle, trasmettendo al popolo un’ immagine della giustizia quale istituzione al servizio dell’intangibilità di un ordine sociale il cui mantenimento è il suo scopo più importante. Si segna qui la svolta decisiva della separazione del Palazzo dalla prigione, anche se per lungo tempo i due edifici rimarranno l’uno in prossimità dell’altro. Da questo punto in poi si può parlare in modo più appropriato di una “storia dell’architettura penitenziaria”, il cui svolgimento, secondo le successive tappe dei modelli tipologici ideati ed adottati, consente in qualche modo di ricostruire e ripercorrere l’evoluzione stessa del concetto di detenzione punitiva che è acquisizione dell’età moderna. Prima di questo momento la condanna penale veniva intesa come una reazione vendicativa che stigmatizzava il condannato minorandolo civilmente e fisicamente, oppure eliminandolo con la morte o l’allontanamento o, altrimenti, sfruttandolo con la imposizione coatta di servizi manuali. Solo nei casi in cui il reato non urtava profondamente la suscettibilità sociale, la pena consisteva in una riparazione pecuniaria... Comune a tutte queste pene era l’intento di non sacrificare il pubblico denaro per il mantenimento dei


penitenziari storici condannati. Fu merito di un Pontefice aver dotato la città di Roma già nel 1655 di un edificio di bella, elegante e funzionale struttura, appositamente progettato come prigione e che sempre nello Stato Pontificio un altro papa, Clemente Xl, ordinò quella che è ritenuta la prima progettazione e costruzione di un istituto per minorenni delinquenti. La casa di correzione di San Michele fu progettata e realizzata in soli tre anni (daI 1701 al 1704), dall’architetto Carlo Fontana. Del San Michele appaiono rilevanti, in particolare, le dimensioni spaziali

impresse al “ridotto” e le soluzioni tecnologiche utilizzate dall’architetto per realizzare gli impianti idrici, fognari e di condizionamento di cui la struttura è dotata e che solo in un recente passato sono entrati a far parte dei requisiti della moderna edilizia penitenziaria. Le soluzioni strutturali e funzionali con le quali è stato ideato e realizzato l’edificio, consentono la luminosità degli interni, garantendo insieme alla piena visibilità necessaria per la sicurezza dei luoghi anche una migliore vivibilità degli stessi. Le 60 celle sono singole e ispezionabili direttamente da finestre poste sui ballatoi di collegamento. La finestra, la cella, la porta d’accesso, i ballatoi, sono di dimensioni proporzionate a quelle corporee dei minori, quasi a segnare, personalizzare, lo spazio destinato alla intimità in contrasto con la dirompente ampiezza che contraddistingue la sa la centrale che rievoca, anche per la luminosità, i luoghi urbani del transito, della sosta, del rito e del lavoro: la strada, la piazza, il cortile, l’opificio.

L’architettura penitenziaria: dalla seconda metà del XVIII secolo alla seconda metà del XIX A partire dal XVIII secolo ha inizio una revisione radicale dei presupposti e dei metodi punitivi, si profilano le prime teorie penitenziarie e si inizia a riflettere sui fini della detenzione e sui metodi più adeguati per raggiungerli. In questo contesto l’edilizia assume caratteri funzionali specifici e vengono ideate speciali tipologie. Esso presenta i seguenti caratteri essenziali: • l’edificio è a corpo unico senza articolazioni; • il muro perimetrale è circolare e privo di aperture verso l’esterno; • le celle si sviluppano in ordini sovrapposti appoggiati al muro perimetrale; • ciascun ordine di celle è collegato da un ballatoio; • la cella risulta chiusa in muratura su tre lati e comunica verso l’interno attraverso un cancello che affaccia sul ballatoio; • la fonte di aria e di luce è unica, dal tetto a cupola; • l’isolamento è continuo e le possibilità di movimento e di lavoro praticamente inesistenti. Le misure della cellula elementare, luogo fisso e unico di reclusione, erano previste di m. 1,20 x 4 x h 3 circa. L’esigenza di differenziazione in classi della popolazione detenuta e la necessità di renderla produttiva attraverso l’applicazione al lavoro forzato ha ispirato lo schema costruttivo detto “pensilvanico o filadelfiano”. I tre modelli sommariamente descritti sono quelli comunemente assunti a livello di veri e propri sistemi. Nella pratica, se si fa eccezione per lo schema benthamiano, rimasto allo stadio di puro modello progettuale, nelle strutture carcerarie si registra una compresenza di soluzioni architettonico-funzionali derivate da più sistemi, applicate e dosate nel progetto in modo corrispondente alle necessità sociali, economiche e culturali prevalenti nel dato momento storico e nel dato contesto nazionale.

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Pertanto, al di là delle schematizzazioni concettuali classiche, si rileva l’esistenza di tipologie miste, originate da sperimentazioni del tutto empiriche. Tale è, ad esempio, il sistema detto “irlandese” (seconda metà del XIX secolo) che consente il lavoro all’aperto di un maggior numero di condannati, l’organizzazione di istituti di diverso livello di sicurezza, la possibilità di applicare una spiccata differenziazione progressiva del regime disciplinare e di vita dei ristretti. In una tale visione di “gestione del

problema carcerario” la tipologia architettonica si scompone e i corpi edilizi si differenziano. Il patrimonio edilizio destinato alla detenzione è attualmente costituito da oltre duecento complessi demaniali edificati in epoche diverse e spesso per diverse destinazioni, e perciò stesso con differenti tecnologie e filosofie di progetto. Per realizzare le conclusioni necessarie a consentire lo svolgersi delle attività detentive che il mutare delle condizioni storiche, politiche e sociali del Paese richiedevano nel corso del tempo, alcuni di questi edifici sono stati sottoposti a continue modifiche, che in alcuni casi hanno probabilmente modificato lo stato dell’impianto originario. Alcuni altri sono stati realizzati sotto la spinta di specifiche emergenze, secondo scelte progettuali e tecnologiche delle quali conservano tuttora la rigidità originaria che rende problematico il loro adattamento in corrispondenza con i cambiamenti successivamente intervenuti in materia dì esecuzione penitenziaria continua... H

Nelle foto a sinistra il complesso del San Michele a Roma sopra una veduta del carcere di Santo Stefano costruito dai Borboni nel 1795 sul modello del Panopticon ideato dal filosofo e giurista Jeremy Bentham

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013


30 a cura di Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it

Sopra la copertina e a fianco la vignetta del numero di giugno 1998 accanto al titolo Nichi Vendola

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

come scrivevamo enti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria - Società Giustizia & Sicurezza la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opinione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Cosa Scrivevamo - che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato tanti anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

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L’incredibile scandalo del welfare state all’italiana

Lo Stato paga la pensione ai boss mafiosi di Roberto Martinelli

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icordate l'imponente manifestazione nazionale di protesta del 30 aprile 1997, quando più di 25.000 appartenenti alle Forze di Polizia (2.500 circa gli uomini e le donne del S.A.P.Pe.) sfilarono a Roma per contestare le scelte del Governo Prodi in materia di pensioni ? Ne parlarono i giornali, le televisioni, anche la stampa estera. Scendemmo in piazza per denunciare un Governo ipocrita che volle tagliare le pensioni di 2 milioni al mese e non ha il coraggio di mettere mano a quelle di 20 milioni al mese, che volle negare il diritto di ricevere una decorosa pensione dopo aver servito lo Stato, per una vita intera, con l'espletamento di un servizio che comporta la quotidiana esposizione al rischio e al pericolo per la stessa vita. Ribadimmo la convinzione degli appartenenti alle Forze di Polizia che la garanzia di una pensione giusta per chi lavora nel 'Comparto Sicurezza' è essa stessa garanzia di una migliore tutela degli interessi dell'intera collettività. Nei giorni scorsi abbiamo scoperto, grazie a un clamoroso dossier curato da Nichi Vendola, deputato di Rifondazione Comunista e vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ripreso dal settimanale economicofinanziario "Il Mondo", che anche i più noti boss mafiosi sono 'pantere grigie', ovvero affezionati clienti di un sistema pensionistico che ha un occhio di riguardo per tutti meno che per coloro i quali, quotidianamente, mettono a repentaglio la propria vita per la difesa e la salvaguardia delle istituzioni repubblicane e

dell'ordine costituito. «Quello che ho scoperto fa accapponare la pelle» ha detto a "Il Mondo" l'onorevole Vendola. «Mentre il Governo discute di come tagliare la spesa previdenziale, colpendo le pensioni d'anzianità, lo Stato paga i vitalizi ai suoi peggiori nemici. Gente che non esita a far sciogliere nell’acido dei bambini, o a far esplodere quintali di tritolo in una strada affollata». Vincenzo Virga, 62 anni, originario di Erice in provincia di Trapani, è considerato il riciclatore dei capitali dei Corleonesi. Il che significa che fra le sue mani sono passati fiumi di denaro, tanto è vero che gli sono stati confiscati beni per svariati miliardi. Ma questo non gli ha impedito di percepire, da quando aveva 39 anni, una pensione d'invalidità di 700mila lire al mese. Ovviamente, non si presentava a ritirarla personalmente allo sportello. Aveva delegato una persona di fiducia: Vincenzo Coppola. E sì, perchè, piccolo particolare, Virga è latitante.


come scrivevamo Salvatore Di Gangi, 56 anni, capo mafia dell'agrigentino che guida la famiglia di Sciacca, in passato ha lavorato in banca e per questo motivo, come tutti i bancari, ha potuto godere dei particolari privilegi della categoria, come il trattamento previdenziale anticipato. Infatti, Di Gangi è in pensione da quando aveva 45 anni e l'assegno gli è sempre stato consegnato con regolarità. Oltre due milioni di lire al mese. Francesco Messina Denaro, 70 anni, nato a castelvetrano, capo mafia del Trapanese. Nel dossier di Vendola si racconta che anche Francesco Messina Denaro è pensionato. La sua è una regolare pensione di vecchiaia che percepisce da dieci anni. Siccome non può andare lui a ritirarla (insieme a suo figlio Matteo è al secondo posto nella lista dei superlatitanti di Cosa Nostra dopo Bernardo Provenzano), ha delegato un parente: Salvatore. Prende un milione e 200 mila lire al mese. Vito Vitale, numero due di Cosa Nostra arrestato lo scorso 14 aprile, ha ricevuto dal 1991 e fino a pochi mesi fa una rendita vitalizia dall'INAIL di Palermo per un infortunio sul lavoro come bracciante agricolo. Dal 1995 Vitale era ricercato dalle Forze dell'ordine come uno dei killer più feroci della mafia siciliana. Emanuele Di Natale e Antonio Messana, componenti di un gruppo di fuoco particolarmente efficace ed addestrato, risulterebbero entrambi invalidi civili. Il primo percepisce la pensione d'invalidità da venti anni, 500 mila lire al mese. Ora che è associato alle patrie galere, gliela ritira un suo delegato. Messana percepisce invece una rendita vitalizia lnail, poco meno di 200 mila lire al mese. E una pensione di invalidità artigiana di 700 mila lire sempre al mese. Un altro invalido di rispetto è Giuseppe Farinella, 73 anni, detenuto, considerato il boss di San Mauro Castelverde. Percepisce la pensione di invalidità agricola da 16 anni: circa 700 mila lire al mese. Anche suo cognato, Antonio Manzone,

67 anni, che dopo l'arresto di Farinella ne avrebbe preso il posto, è pensionato, ma di vecchiaia. Percepisce l'assegno da meno di due anni. Manzone è stato arrestato a metà aprile, nell'ambito di un'operazione che ha portato in carcere 14 presunti mafiosi con l'accusa di estorsione. Con lui è finito in carcere, fra gli altri, Vincenzo Maranto, 62 anni. Anch'egli pensionato di invalidità: 500 mila lire al mese. «Un caso veramente incredibile» osserva Vendola. «Sì, perchè il povero invalido, che necessita del sostegno finanziario dello Stato, risulta proprietario di una decina di veicoli». Fra questi, com'è scritto nel dossier dell'Antimafia, ci sono due Rover, una Bmw, ma in passato Maranto ha posseduto anche una Ferrari 3000. Nella stessa retata è stato catturato anche Giuseppe Rancadore, classe 1925, considerato capo della famiglia mafiosa di Trabia, in provincia di Palermo.

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Francesco Paolo Bontate. In questo contesto, negandogli la pensione sociale, I'INPS ha messo Totò Riina davvero in una situazione imbarazzante. Sopra il sommario del numero di giugno 1998 nella foto a sinistra il boss di Cosa Nostra Vito Vitale

Da una decina d'anni prende la pensione sociale, quella che spetta agli indigenti: 400 mila lire al mese. Ma l'elenco dei boss mafiosi pensionati dello Stato è lunghissimo. Ci sono Teresa Vitale (moglie di Gaetano Badalamenti), Filippo Rimi e sua moglie Giovanna Antonino Duca, Vincenzo Savoca, Antonino Buccafusca (che risulta anche iscritto al sindacato pensionati Cisl), Rosario Mancino, Giacinto Mazzara e

E passi che la Procura di Palermo lo abbia incriminato per tentata truffa all'istituto di previdenza: per uno che finora ha già collezionato 12 ergastoli, rischiare qualche mese in più di carcere è un'inezia. No, il problema è un altro. Il rischio che Riina corre è perdere la faccia con i suoi. Può il capo della mafia vedersi rifiutare la pensione mentre i suoi "colleghi" della Cupola l'hanno già avuta da tempo? H

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le recensioni Cristina Scanu

MAMMA E’ IN PRIGIONE JACA BOOK Edizioni pagg. 222 - euro 15,00 a più di due anni tutte le forze politiche hanno approvato una legge per effetto della quale le mamme detenute non dovrebbero più stare chiuse in cella, a meno di particolari esigenze cautelari di ‘’eccezionale rilevanza’’ come può avvenire, ad esempio, per i delitti di mafia o per terrorismo. Una legge di civiltà, dunque, varata per alleviare la triste realtà dei bimbi in carcere. Ma la realtà è un’altra: alla data del 31 dicembre scorso c’erano nei penitenziari italiani 40 bimbi di età inferiore ai tre anni in cella con le mamme detenute e 5 donne in gravidanza; un numero peraltro contenuto, che nel recente passato ha visto persino 70 bimbi in carcere. Chi ha visto i bimbi in carcere sa quali sensazioni di profondo disagio lasciano nell’animo di ognuno di noi. La brava giornalista Cristina Scanu ha scritto, con passione, competenza e sensibilità, un libro sulla detenzione femminile che svela questo mondo di confine, nel quale il 90% delle detenute è madre di uno o più figli. Molte li hanno lasciati fuori dal carcere; altre hanno scelto di tenerli con sé, dal momento che la

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legge lo consente. Bambini che crescono accanto a madri frustrate che aggiungono alla sofferenza della pena il dolore di una maternità mutilata. Bimbi costretti a vivere in celle umide e buie, a essere svegliati dal rumore delle chiavi che aprono i cancelli dei blindati, a giocare in un cortile di cemento. Il carcere non è un posto per bambini, vittime di errori che non hanno commesso. Eppure, ogni giorno, molti di loro aprono gli occhi dentro una cella. L’Autrice, che scrive di tutti gli operatori del carcere, ha valorizzato e messo in luce anche l’encomiabile impegno delle donne con il Basco Azzurro del Corpo che, nei 14 asili nido delle carceri italiane, hanno espresso nel tempo ed esprimono quotidianamente una professionalità ed una umanità davvero particolari. Spesso mamme loro stesse, sanno conciliare perfettamente il binomio di tutori dell’ordine e della sicurezza e di operatrici del trattamento rieducativo con una particolare ed apprezzata sensibilità umana. Ed è davvero un peccato ed una ingiustificata grave dimenticanza che la nobiltà d’animo e la lodevole professionalità delle nostre colleghe in questo particolare aspetto della nostra difficile professione non siano state nel tempo adeguatamente valorizzate ed apprezzate, anche a livello sociale. Il libro di Cristina Scanu rende però loro giustizia e colma questa lacuna.

S. Ardita - L. Degl’Innocenti F. Faldi

DIRITTO PENITENZIARIO LAURUS ROBUFFO Edizioni pagg. 224 - euro 30,00

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li Autori, tre Magistrati di grande esperienza (Ardita, in particolare, è stato a lungo Direttore Generale dell’Ufficio Detenuti e Trattamento del DAP), hanno il pregio di avere dato vita ad un moderno manuale che coniuga la necessità di una trattazione agile completa ed aggiornata della materia col bisogno di conoscere dall’interno tutti gli aspetti che danno luogo a

situazioni giuridiche rilevanti nella vita penitenziaria. Le oltre 200 fitte pagine sono davvero molto interessanti e permettono a tutti (Personale di Polizia, operatori penitenziari, avvocati, magistrati) di avere sotto mano un testo che sa dare risposta a tutto ciò che concerne il diritto penitenziario. Utilissimo anche per coloro che intendono partecipare a concorsi pubblici, una Amministrazione che puntasse davvero e concretamente alla formazione ed all’aggiornamento del proprio Personale dipendente lo farebbe diventare libro di dotazione individuale. Eccellente.

Claudio Delle Fave

MANUALE DI POLIZIA GIUDIZIARIA MAGGIOLI Edizioni pagg. 551 - euro 49,00

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he differenza esiste tra domicilio eletto e dichiarato? Quale parte del verbale d’identificazione, elezione di domicilio e nomina del difensore non deve mai mancare a pena di nullità del verbale stesso? In casi di urgenza e di assenza di un Ufficiale di Polizia Giudiziaria, può un semplice agente ricevere e formalizzare la denuncia di un cittadino? Che avvisi vanno dati ai prossimi congiunti della persona sottoposta ad indagini, quando vengono sentiti come persone informate sui fatti? Può essere escusso, dalla Polizia Giudiziaria,un minore abusato sessualmente? Quale differenza esiste tra precedenti penali e di polizia? Quando la persona sottoposta ad indagini diventa imputata? Commette reato la persona informata sui fatti che, durante la verbalizzazione, si rifiuta di rispondere alla Polizia Giudiziaria? Può essere sentito, come persona informata sui fatti, un minore di 14 anni? Può essere eseguita la perquisizione, da parte della Polizia Giudiziaria, presso lo studio di un difensore? Che differenza esiste tra sequestro probatorio, preventivo e conservativo? Perché è importante la sospensione


le recensioni dei termini processuali nel periodo feriale? Che cos’è l’interrogatorio difensivo? Che differenza esiste tra colloquio non documentato, dichiarazione scritta e assunzioni di informazioni del difensore? Quali sono le principali novità introdotte dal nuovo codice antimafia? Ci aiuta a rispondere a queste domande Claudio Delle Fave, avvocato iscritto presso il Foro di Modena, entrato nei ruoli della Polizia di Stato nel 1985 e dal 1995 al 2011 responsabile della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Modena. Il suo libro analizza questi e tanti altri aspetti normativi e procedurali, in modo approfondito, facendo puntuale richiamo alla più recente giurisprudenza di riferimento, e indicando, di volta in volta, le tipologie di atti che l’operatore è chiamato a redigere, specificandone, infine, struttura, funzione e modalità per la corretta stesura.  Il manuale, inoltre, dedica specifici capitoli ad ambiti operativi dell’attività di polizia giudiziaria particolarmente delicati ed attuali, quali, ad esempio: il processo minorile e quello innanzi al Giudice di Pace, la disciplina dell’immigrazione, il reato di pedofilia, le investigazioni difensive e il nuovo codice antimafia. Questa terza edizione è stata ulteriormente ampliata, interamente riveduta e aggiornata, sia con la più recente giurisprudenza, sia con tutte le ultime novità normative in materia: dalla Legge 17 febbraio 2012, n.9 (Legge “svuota carceri”) al D.lgs. 15 novembre 2012, n.218 (modifiche al nuovo codice antimafia).

Per riscattare le loro vite dovranno diventare Le Vendicatrici. Ksenia è venuta da molto lontano per inseguire il sogno del principe azzurro ed è sprofondata nell’incubo della «tratta delle spose». Ha solo un modo per liberarsi da quell’inganno e tornare a vivere: sfidare i suoi persecutori. Un’impresa impossibile, se sei sola, ma non se ad aiutarti intervengono Luz la colombiana, Eva la profumiera e la misteriosa, feroce Sara. L’amicizia le rende piú forti. L’amore le rende spietate.

Roberto Saviano

ZERO ZERO ZERO FELTRINELLI Edizioni pagg. 450 - euro 18,00

L

a cocaina: la merce più usata, trafficata, desiderata del nostro tempo. Il sogno dell’eccesso senza limiti che corrode le nostre vite e la nostra società. Il petrolio bianco che accende i corpi ma distrugge le menti. Le infinite vie del narcotraffico. Dal Messico alle spiagge di Miami, dalla Colombia alla Russia, dall’Africa alle strade di Milano, New York, Parigi. Il viaggio di un grande scrittore nei gironi infernali del mondo contemporaneo. Dove la ferocia dilaga incontrastata ma i boss hanno imparato tutte le regole più sofisticate del business. Le radici profonde della crisi economica attuale, il dilagare del capitalismo criminale, l’assalto mafioso ai santuari della finanza da Wall Street alla City. Il bisogno di raccontare, la potenza delle storie. Uno straordinario romanzo-verità.

Massimo Carlotto Marco Videtta

Roberta Gallego

LE VENDICATRICI

QUOTA 33

EINAUDI Edizioni pagg. 328 - euro 15,00

TEA Edizioni pagg. 360 - euro 13,00

F

are arrabbiare una donna è pericoloso. Farne arrabbiare quattro è da pazzi. Sullo sfondo dell’Italia di oggi, corrotta e criminale, quattro donne molto diverse tra loro decidono di ribellarsi al destino imposto da uomini sbagliati.

E

ccellente giallo (tendente al noir) d’esordio per Roberta Gallego, 44enne, uno dei più noti giudici del tribunale di Belluno. di. L’autrice racconta la “storia di una procura imperfetta” (dietro le quinte compresi).

Oksana Leykova era bella, bella da morire. Sua nonna glielo diceva sempre: «La tua bellezza non ha prezzo, perciò la sconterai sempre e dovunque». Ma non avrebbe mai pensato di doverla pagare con la sua stessa vita, e proprio quando finalmente aveva incontrato l’amore, quello vero. Alvise Guarnieri, quarantenne e separato, è il sostituto procuratore di turno della cittadina di provincia di Ardese la sera in cui Oksana Leykova viene trovata morta. Il caso è suo. Ma appena inizia a indagare con l’aiuto del maresciallo Alfano, suo filosofico braccio destro, scopre dietro l’omicidio della ragazza un intreccio di rapporti economici e politici, tra poteri locali, mafie ed esponenti istituzionali. Le pressioni sul magistrato sono forti e contrastanti. Nonostante le interferenze arrivino anche a minacciare la sua vita privata, però, Guarnieri andrà avanti, fino a quando i meccanismi della Giustizia glielo consentiranno. Ma eccezionale coprotagonista del romanzo è proprio la Procura, con i suoi personaggi straordinari, ai quali ci si affeziona subito, tanto da voler seguire ciascuno di loro: il magistrato furbo che scarica sui colleghi, l’autista tuttofare, il vecchio pazzo che si costituisce almeno una volta alla settimana, gli amanti del bagno del quinto piano, gli spacciatori di mozzarelle fresche nei garage... Un ventaglio di tipologie umane a dir poco fuori del comune, che fa scoprire a chi legge un mondo che, lungi dall’appartenere soltanto alle pagine di un giallo, si intuisce quanto mai vivo e reale... H

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l’ultima pagina Lettera agli Agenti: Guardando voi un detenuto può cambiare www.ilsussidiario.net, 25 giugno 2013

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entile Agente, mi rivolgo a Lei a tre giorni dalla discussione del decreto che la Cancellieri presenterà, nella speranza di alleviare le sofferenze dei detenuti e di rendere un po’ migliori anche le Sue condizioni di lavoro. La immagino quando ogni mattina si alza dal letto per andare al lavoro: l’ansia di doversi nuovamente presentare in un luogo dove quasi niente è come dovrebbe essere, dove turni e condizioni di lavoro sono decisamente al di sotto di qualunque standard. La immagino come uno di quei lavoratori che inizia la propria professione con entusiasmo, con il desiderio di contribuire nel proprio piccolo a rendere il mondo migliore... e poi si trova a dover fare i conti con strutture e risorse praticamente inesistenti. È in queste condizioni che spesso ci si lascia prendere dallo sconforto, iniziando a guardare alla propria

inviate le vostre lettere a rivista@sappe.it

professione come ad una lotta contro i mulini a vento: i risultati stentano ad arrivare, tanti detenuti liberati ritornano, recidivi, ad affollare le stesse celle, tanti colleghi “tirano a campare” e la tentazione di fare come loro si insinua talvolta anche in Lei. Lei fa un lavoro di frontiera, è in trincea tutti giorni, e proprio per questo diviene il confine per ogni viso che La incontra dietro quelle sbarre, il primo nuovo confronto tra bene e male. Lei fa un lavoro pari a quello del chirurgo che entra in sala operatoria: può decidere di dare il massimo e far rinascere la speranza di una vita sana; può decidere di fare il minimo sindacale, cercando di non fare più danni di quelli già presenti; oppure può decidere di propria volontà se chi è sotto i ferri merita o no una seconda possibilità. Nessuno può scegliere al suo posto la prima opzione. Io Le auguro di cuore che le Sue condizioni di lavoro possano migliorare, ma Le auguro anche che fin da ora Lei possa entrare in carcere ogni giorno e ripresentarsi a casa a fine turno da chi Le vuole bene con lo stesso volto, con la stessa serenità e la stessa certezza che Le è affidato un compito grande dal quale potrà dipendere la rinascita o la definitiva perdita di numerose vite umane. Le auguro di cuore: buon lavoro! Giuditta Boscagli (insegnante)

il mondo dell’appuntato Caputo Non ti scordar di me... di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2013

CASPITA !!! ...E QUESTE SAREBBERO LE NUOVE UNIFORMI VOLUTE DAL PRESIDENTE TAMBURINO ?

Polizia Penitenziaria n.207 giugno 2013

SI CAPUTO... HA DETTO CHE COSI’ ALMENO NON SI DIMENTICA COME CI DEVE CHIAMARE QUANDO RILASCIA INTERVISTE...


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Polizia Penitenziaria - Giugno 2013 - n. 207  

Rivista ufficiale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

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