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PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

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anno XXIV • n.248 • marzo 2017

2421-2121

www.poliziapenitenziaria.it

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato


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06 Polizia Penitenziaria

Società Giustizia e Sicurezza

In copertina:

anno XXIV • n.248 • marzo 2017

Combinazione di numeri

04 EDITORIALE Le evasioni conseguenze dello smantellamento della sicurezza di Donato Capece

05 IL PULPITO Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato di Giovanni Battista de Blasis

06 IL COMMENTO Legalità e sicurezza: sfide da vincere di Roberto Martinelli

10 MONDO PENITENZIARIO Quando i numeri mentono...

11 WEB E DINTORNI Il Re è nudo! Ma forse anche cieco e sordo di Federico Olivo

14 L’OSSERVATORIO POLITICO La lenta e costante agonia dell’Amministrazione di Giovanni Battista Durante

16 CRIMINOLOGIA Note criminologiche sul concetto di devianza minorile di Roberto Thomas

19 MINORI Gemma Tuccillo è il nuovo Capo del DGM di Ciro Borrelli

20 DIRITTO & DIRITTI Il carcere dopo l’Unità d’Italia di Giovanni Passaro

22 LO SPORT Fiamme Azzurre, il nuovo Centro è una realtà di Lady Oscar

PoliziaPenitenziaria Società Giustizia e Sicurezza

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it Redazione cronaca: Umberto Vitale, Pasquale Salemme Redazione politica: Giovanni Battista Durante Comitato Scientifico: Prof. Vincenzo Mastronardi (Responsabile), Cons. Prof. Roberto Thomas, On. Avv. Antonio Di Pietro Donato Capece, Giovanni Battista de Blasis, Giovanni Battista Durante, Roberto Martinelli, Giovanni Passaro, Pasquale Salemme

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 • fax 06.39733669 e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it Progetto grafico e impaginazione:

© Mario Caputi www.mariocaputi.it “l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2016 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18 luglio 1994

23 DALLE SEGRETERIE Paola, Roma, Verona, Salerno

26 CRIMINI & CRIMINALI L’ultima esecuzione a morte in Italia di Pasquale Salemme

28 SICUREZZA SUL LAVORO Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di Luca Ripa

30 COME SCRIVEVAMO Alle origini della tortura di Assunta Borzacchiello

33 CINEMA DIETRO LE SBARRE Moonlight a cura di G. B. de Blasis

Per ulteriori approfondimenti visita il nostro sito e blog: www.poliziapenitenziaria.it Chi vuole ricevere la Rivista al proprio domicilio, può farlo versando un contributo per le spese di spedizione pari a 25,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 35,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il conto corrente postale numero 54789003 intestato a: POLIZIA PENITENZIARIA Società Giustizia e Sicurezza Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma, specificando l’indirizzo, completo, dove va spedita la rivista.

Cod. ISSN: 2421-1273 • web ISSN: 2421-2121 Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: marzo 2017 Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

Edizioni SG&S

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017 • 3


L’EDITORIALE

Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Le evasioni conseguenze dello smantellamento della sicurezza

I

Nella foto: una evasione (illustrazione tratta dalla Domenica del Corriere)

l mese di marzo è stato caratterizzato da due gravi quanto incredibili evasioni di detenuti dalle carceri del Paese. Prima la Casa di Reclusione di Alessandria, da dove è fuggito un detenuto italiano, poi la Casa Circondariale di Frosinone, dalla quale in due hanno tentato la fuga ma solamente uno c’è riuscito. Una criticità da tenere in evidenza, se si considera che nel solo 2016 furono 6 le evasioni da istituti penitenziari, 5 quelle da permessi di necessità, 34 da permesso premio, 23 da lavoro all’esterno, 14 da semilibertà e 37 mancati rientri da licenza di internati. Ad Alessandria l’evaso è un albanese con fine pena 2024, era addetto alle pulizie dei locali ed è stato sicuramente favorito dal fatto di avere un controllo più attenuato. Ma chi lo ha ritenuto affidabile e quindi idoneo al lavoro? Da Frosinone invece è evaso un detenuto ristretto ad Alta Sicurezza, quindi pericoloso, mentre l’altro che era con lui è caduto dal muro di cinta ed è grave in ospedale. L’evasione è avvenuta di notte, quando i due sono passati dalla cella, attraverso un buco, al tetto. Poi, con una corda fatta con le lenzuola, si sono calati all’esterno, dove probabilmente li attendavano dei complici. Uno dei due detenuti è riuscito a fuggire, un italiano: l’altro, albanese, è crollato dal muro di cinta ed è stato bloccato. Aveva indosso due telefoni cellulari e questo fa pensare che l’evasione fosse stata studiata nei minimi particolari. Quel che è successo è gravissimo anche perché da mesi denunciamo, inascoltati, la grave carenza organica di Polizia Penitenziaria – pensate che sul muro di cinta non ci sono le sentinelle – e le criticità generali dell’Istituto, a cominciare anche da una discutibile organizzazione generale dei servizi del personale. La realtà è che, nonostante le dichiarazioni tranquillizzanti di chi mette la testa sotto la sabbia, il sistema delle carceri non regge più, è farraginoso, e le evasioni – due in meno di 24 ore, ad Alessandria e Frosinone - ne sono la più evidente dimostrazione .

Sono state tolte, ovunque, le sentinelle della Polizia Penitenziaria sulle mura di cinta delle carceri, e questo è gravissimo. I vertici dell’Amministrazione Penitenziaria hanno smantellato le politiche di sicurezza delle carceri preferendo una vigilanza dinamica e il regime penitenziario aperto, con detenuti fuori dalle celle per almeno 8 ore al giorno con controlli sporadici e occasionali. Mancano Agenti di Polizia Penitenziaria e queste sono le conseguenze. E coloro che hanno la responsabilità di guidare l’Amministrazione Penitenziaria si dovrebbe dimettere dopo tutti questi fallimenti. Rifuggiamo il sospetto che possa esserci un "disegno" che porta alla destabilizzazione della sicurezza, forse finalizzato ad abolire 41 bis ed ergastolo ostativo... Noi non facciamo la politica dell'esecuzione penale ne vogliamo intrometterci ma non possiamo accettare di fare da capro espiatorio in questa disfatta dello Stato all'interno delle carceri. La Polizia Penitenziaria fa fino in fondo il proprio dovere: le responsabilità dunque vanno cercate altrove!. Ora bisogna catturare gli evasi, il boss della camorra lo abbiamo già ripreso, ma continuiamo a contare ogni giorno gravi eventi critici nelle carceri italiane, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati dalla Amministrazione Penitenziaria. Ogni 9 giorni un detenuto si uccide in cella mentre ogni 24 ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 suicidi in cella sventati dalle donne e dagli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria. Aggressioni risse, rivolte e incendi sono all’ordine del giorno e i dati sulle presenze in carcere ci dicono che il numero delle presenze di detenuti in carcere è in sensibile aumento. Ed il Corpo di Polizia Penitenziaria, che sta a contatto con i detenuti 24 ore al giorno – anche quando tutti gli altri che si interessano di carcere poche ore al giorno o a settimana dormono -, ha carenze di organico pari ad oltre 7.000

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Agenti. Solo nel 2016 abbiamo contato 6 evasioni da istituti penitenziari e 23 da detenuti ammessi a lavorare all’esterno. Le evasioni dalle carcere di Alessandria e Frosinone hanno responsabilità ben precise. Cercate i colletti bianchi. Da quando sono stati introdotti nelle carceri vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto sono decuplicati eventi gli eventi critici in carcere. Se è vero che il 95% dei detenuti sta fuori dalle celle tra le 8 e le 10 ore al giorno, è altrettanto vero che la maggior parte sono impegnati in attività lavorative e che anzi trascorrono il giorno a non far nulla. Ed è grave che sia aumentano il numero degli eventi critici nelle carceri da quando sono stati introdotti vigilanza dinamica e regime penitenziario aperto. Nell’anno 2016 ci sono infatti stati 39 suicidi di detenuti, 1.011 tentati suicidi, 8.586 atti di autolesionismo, 6.552 colluttazioni e 949 ferimenti. E quella di Frosinone, come ieri quella di Alessandria, è una evasione annunciata che si sarebbe potuta evitare se fossero state ascoltate e raccolte le denunce del SAPPE. Questi dati sono la miglior risposta a taluni commenti, come quello apparso sul quotidiano “Il Dubbio” il 20 marzo scorso: “Il legame della sorveglianza dinamica con le evasioni è privo di fondamento, dal momento che, dati alla mano, gli istituti penitenziari che applicano da tempo questo regime aperto, non hanno nessun primato per le evasioni. Ci sono esempi virtuosi come íl carcere milanese di Bollate dove le celle restano aperte già da anni e quello veronese di Montorio. Quest'ultimo, qualche giorno fa, è stato visitato dall'esponente radicale Rita Bernardini che ha potuto verificare una realtà ‘veramente interessante’”. A parte che le evasioni ci sono state anche a Bollate (8, da lavoro all’esterno) e a Verona Montorio (3 mancati rientri), verrebbe da dire alla coordinatrice della presidenza (!?) dei Radicali italiani che Bollate è una realtà talmente interessante che proprio qualche giorno fa un gruppo di detenuti ha fronteggiato il personale di Polizia Penitenziaria con sgabelli e bastoni di legno perché non volevano che si perquisissero le loro celle... Le chiacchiere stanno a zero. Vivete il carcere in prima linea, nelle sezioni detentive, tra i detenuti, 24 ore al giorno. Poi parlate... F


IL PULPITO

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato

M

a quanti detenuti ci sono dentro le carceri italiane? O, meglio, quanti detenuti ci sono nelle carceri italiane rispetto alla capienza degli istituti penitenziari? O, meglio ancora, quanti detenuti ci sono nelle carceri italiane rispetto ai posti disponibili negli istituti penitenziari? ...No non è un quiz televisivo. Né, tantomeno, si tratta di domande strumentali o pretestuose. Oggigiorno, siamo sommersi di numeri, travolti dai dati e in overdose di statistiche. Anche quando non ci rendiamo direttamente conto di quanto informazioni o commenti siano basati su dati numerici, gran parte di quello che sappiamo e impariamo, o che ci serve per capire, in un modo o nell’altro trae origine da una statistica, da un calcolo, da un numero in qualche modo elaborato o stimato. Sarebbe sbagliato credere, o affermare, che “tutti” i numeri sono bugiardi e ingannevoli. Come sarebbe altrettanto sbagliato credere che i numeri possano risolvere tutti i problemi. Se correttamente capiti e interpretati, i numeri, i dati o le statistiche, possono essere utili e interessanti. Ma la quantità di dati inaffidabili (per intenzionale deformazione o per involontario errore) è enormemente più grande di quello che può sembrare. E il problema è aggravato dalla percezione di “falsa certezza”, cioè quella che ci fa credere che qualsiasi stupidaggine può diventare più credibile solo perché è espressa in termini numerici. Imparare a leggere ed interpretare i numeri non è una “cosa da specialisti” ed è importante che tutti siano in grado di valutare la credibilità dei dati o, almeno, di sapere quanto incerte possano essere le valutazioni numeriche, su qualsiasi argomento o situazione. Gregg Easterbrook , giornalista e scrittore statunitense, ha detto che “Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa” Ciò equivale a dire che manipolando numeri e statistiche si può essere in grado di dimostrare qualsiasi cosa. Magari, più che dimostrare ...far credere... Nella sua lungimiranza Evan Esar, un vecchio umorista americano, ci avvertì sul fatto che “La statistica è l’unica scienza che permette a esperti diversi, usando gli stessi numeri, di trarre diverse conclusioni”. E Albert Einstein, in un cartello scritto a mano appeso alle sue spalle nello studio dell’Università di Princeton, scrisse che “Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”. La più proverbiale osservazione a proposito delle medie statistiche è quella per cui se qualcuno mangia un pollo

e qualcun altro no, in media hanno comunque mangiato mezzo pollo ciascuno (la considerazione è tratta dalla famosa poesia di Trilussa, La statistica). L’osservazione non è così ovvia e banale come può sembrare. La “media”, in realtà, è un dato poco significativo se non sappiamo a che cosa si riferisce, su quale base è calcolata e con quale criterio è definita. La media, comunque calcolata, è un concetto astratto. Una delle poche certezze assolute della statistica è che ciò che è “medio” non esiste. Ogni cosa, infatti, si colloca necessariamente sopra o sotto il dato “medio”. Esattamente l’opposto di quello che vale nei numeri, nei dati e nelle statistiche dell’amministrazione penitenziaria. Ma quanti detenuti ci sono dentro le carceri italiane? XYZ al 31 del mese, TOT % in più o in meno rispetto al mese precedente, per una presenza “media” annuale di ZWY. E quanti detenuti ci sono nelle carceri italiane rispetto alla capienza degli istituti penitenziari? Capienza? ...quale capienza? Quella calcolata secondo i criteri uomo/metro quadro adottata dagli standard dei posti letto ospedalieri o quella calcolata carta, penna e calamaio – mezzo telefonico – dallo staff dell’unità di crisi “Torreggiani”? E, infine, quanti detenuti ci sono nelle carceri italiane rispetto ai posti disponibili negli istituti penitenziari? Posti disponibili? ...proprio nel senso di utilizzabili? Qui la cosa comincia a farsi complicata... Troppe variabili. Troppe vincoli. La statistica penitenziaria è una scienza semplice, non può essere appesantita e complicata da sì tante condizioni. I posti sono XYZ, i detenuti sono WKJ e, pertanto, il sovraffollamento è XY%... entro i limiti della Sentenza Torreggiani. Tutto il resto è ornamento inutile, orpello, fronzolo, infiorettatura. Per l’Amministrazione Penitenziaria “l’uomo medio ha una mammella e un testicolo...” E le carceri sono normoaffollate. Un po’ come dire che per gli incidenti stradali la buona visibilità è più pericolosa della nebbia perché avvengono più incidenti nei giorni di sole. La spiegazione c’è ed è semplice... in un anno ci sono più giorni di sole che di nebbia. Il sovraffollamento c’è, ed è significativamente rilevante ...basta detrarre i posti non disponibili dalla capienza ufficiale degli istituti penitenziari e basta, soprattutto, disaggregare i dati: se l’istituto X è sovraffollato il 5% e l’istituto Y il 75% non possiamo liquidare la faccenda dicendo che il sovraffollamento medio è del 40% !!! Altrimenti continueremo tutti a mangiare mezzo pollo a testa, anche se siamo vegani ! F Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017 • 5

Giovanni Battista de Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Nella foto: una mezza porzione di pollo


IL COMMENTO

Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

Nella foto: Francesco e Roby Facchinetti

Legalità e sicurezza: sfide da vincere N elle scorse settimane sono accaduti diversi fatti di cronaca che hanno prepotentemente posto al centro delle cronache i temi della sicurezza sociale, anche per la notorietà delle persone coinvolte. Andiamo per ordine. La rabbia e la paura si sono infatti concentrati, in pochi giorni, tra casa Celentano e casa Facchinetti, tra la villa del Molleggiato a Galbiate (Lecco), e l’appartamento vicino allo stadio di Bergamo del Roby dei Pooh. Stessa dinamica, stesso spavento.

Il dj ha poi concluso: «Peggioriamo ogni giorno di più, bisogna reagire e se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno per noi. Sto andando a comprarmi un arsenale, se qualcuno entra in casa mia con i miei figli non esce vivo! SE LO STATO NON MI DIFENDE LO FARÒ DA SOLO. Mi prendo tutte le responsabilità di quello che ho detto». Reazione più pacata ma altrettanto risoluta quella dell’autore di 24mila baci intervenuto sul suo blog, Il Mondo di Adriano: «Mi vedo costretto a rendere noti dei fatti molto gravi

Ladri che penetrano in casa, magari non rubano granché o addirittura nulla, ma che lasciano addosso quell’inquietudine di una privacy e di un’incolumità definitivamente violate. Tocca prima al tastierista della storica band di Tanta voglia di lei. Lo sfogo, violentissimo, è del figlio Francesco su Twitter. «Basta mi sono rotto i coglioni. Ieri mattina alle 11.30, ripeto di mattina è entrato un mostro, una bestia, in casa di mio papà. Lì vivono anche i miei fratelli, il marito di mia sorella Giulia e il mio piccolo nipote Lorenzo. Questo animale di 2 metri ha cercato prima di rubare e poi, una volta scoperto da Yuri (il cognato cintura nera e insegnante di Krav Maga ndr), lo ha tramortito per poi scappare via».

che si stanno verificando nella mia abitazione di Galbiate e nei confronti miei e di Claudia: da giorni all’interno avvengono alcune intrusioni di sconosciuti, individuati in numero di 6, più la presenza di un altro individuo all’esterno che pare sorvegliare», ha scritto Celentano. «Questi sconosciuti sono stati ripresi dalle nostre telecamere mentre si aggiravano in maniera sospetta e organizzata. I materiali video sono stati consegnati ai carabinieri della stazione di Olginate, in provincia di Lecco, con relative denunce. La gravità di questi fatti è dovuta anche all’insistenza delle intrusioni e al numero delle persone coinvolte. In un’occasione gli sconosciuti sono

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stati sorpresi dalla nostra vigilanza diurna e notturna che li ha costretti alla fuga. Tutto è iniziato all’inizio della scorsa settimana con un apparente e strano tentativo di furto nell’auto di Claudia con rottura di vetro ma senza che venisse rubato nulla all’interno. Una serie di azioni particolarmente minacciose che ci fanno sospettare che questi malviventi stiano cercando di arrivare a me e a Claudia, sorvegliando i nostri movimenti». Claudia Mori, la più spaventata della coppia, che ha spiegato come non riesca più a dormire la notte da due settimane dopo le intrusioni in casa, ha poi raccontato in un’intervista al Corriere della Sera le motivazioni dell’intervento sul blog del marito: «Abbiamo voluto utilizzare la nostra notorietà per far emergere una grave situazione, il rischio di aggressioni e rapine, che ancora oggi non trova leggi che tutelino in maniera equilibrata le vittime. È un problema che troppi cittadini, oltre a noi, stanno vivendo e subendo». La gente non si sente affatto sicura, insomma. E se a non sentirsi sicuri sono i VIP, figuriamoci la gente normale, che non ha a propria disposizione alcuna “vigilanza diurna e notturna”, che tutti i giorni prende bus-metropolitana-treno con la paura di essere borseggiata, aggredita o rapinata, che (specie gli anziani) spesso subiscono la terribile truffa di falsi poliziotti, falsi vigili, falsi idraulici, falsi impiegati & C., truffe odiose che lasciano in loro frequentemente anche conseguenze di natura psicologica. E’ un dato oggetto che negli ultimi anni si è registrato un preoccupante incremento della criminalità predatoria: e questo ha determinato,


IL COMMENTO conseguentemente, una significativa perdita di percezione di sicurezza da parte dei cittadini. Quotidianamente leggiamo di abitazioni o esercizi commerciali violati e di persone costrette a difendersi nelle strette maglie del vigente regime giuridico della legittima difesa. La legittima difesa come causa di giustificazione, com’è noto, si inserisce nella categoria delle scriminanti, limiti in forza dei quali un fatto di reato perde la connotazione dell'antigiuridicità, in ragione di una valutazione del legislatore all'evidenza strettamente connessa alla contingenza storica, così come strettamente ad essa lo sono pure i divieti. Credo allora che dovrebbe essere un preciso obbligo del legislatore prendere atto del mutato contesto sociale in cui l'influenza della forte crisi economica ha certamente contribuito all’importante aumento di violenti reati di natura predatoria. Purtroppo l’attuale assetto normativo si è dimostrato inadeguato a tutelare il sacrosanto «diritto alla sicurezza» – per altro riconosciuto dall'articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo – inteso, da un lato, come diritto ad una esistenza protetta e, dall'altro, quale conditio sine qua non per esercitare altri diritti. Da queste due considerazioni ne discende che il diritto alla sicurezza è sia un diritto dell'individuo ad una esistenza protetta perché condizione necessaria per esercitare altri diritti, sia un interesse dello Stato che, detenendo l'uso esclusivo della forza, deve garantire che tutti gli individui godano dei loro diritti in maniera piena e autonoma. Ma su questo tema mi sembra che Governo e larga parte del Parlamento non siano affatto in sintonia con le aspettative della gente, che chiede più sicurezza e più ordine. Tra l’altro, paradossalmente, a dire di essere contrari sono quelli che viaggiano con macchine blindate e agenti di scorta, che neppure sanno cosa succede nelle nostre strade, sui nostri bus, nelle nostre metropolitane, sui treni.

Le leggi di contrasto alla criminalità dovrebbero essere tali da terrorizzare coloro che commettono reati, soprattutto a tutela di chi è vittima, ma così non è. Potrei fare decine e decine di esempi in questo senso. Mi limito ad un caso recentissimo di cronaca. A Roma, dopo giorni e giorni di ricerche, erano stati presi due dei tre scippatori che il 5 dicembre scorso derubarono a Roma una studentessa cinese alla fermata dell'autobus: eppure hanno patteggiato la pena, rispettivamente, di due anni e di un anno e mezzo. Uno di loro è già libero, mentre l'altro è ai domiciliari per effetto dei precedenti penali. Potrei fare, ripeto, decine e decine di questi esempi. E’ inutile nascondersi dietro un dito: queste sono decisioni che alimentano l’insicurezza sociale e minano il rapporto tra Istituzioni e cittadini, che si sentono presi in giro. Vogliamo fare un altro esempio? Premesso che quando si parla di certe cose bisogna sempre fare attenzione ai “moralisti” ed ai “benpensanti” in servizio permanente effettivo, pronti a scattare con l’accusa di razzismo e populismo, fautori della tolleranza e dell’accoglienza. Ma esistono nel nostro Paese persone che sono convinte di poter fare quel che voglio, sempre e comunque. L’ultimo esempio, cronologicamente, arriva da Genova: ventinove immobili, 52 terreni, 53 veicoli, 113 conti correnti e 8 società sono tra i beni sequestrati ad inizio marzo da carabinieri e guardia di Finanza del capoluogo ligure a 13 gruppi di nomadi sinti di nazionalità italiana che risiedono nei campi nomadi di Bolzaneto, nella periferia genovese, e Asti. Il valore totale dei beni sequestrati ammonta a circa 9 milioni di euro. Quella applicata ai nuclei familiari è una misura di prevenzione patrimoniale, solitamente applicata in indagini di mafia. A fare scattare l’indagine patrimoniale, le discrepanze tra quanto dichiarato al Fisco e le reali disponibilità economiche delle persone: «In alcuni

casi - ha spiegato il comandante provinciale della guardia di Finanza, Renzo Nisi - sono state le banche a segnalarci operazioni sospette sui conti». C’è altro da aggiungere, se non che questo imponente sequestro non fa che confermare quel che pensa la stragrande maggioranza delle persone, ossia che c’è chi ha fatto e fa del crimine una scelta di vita e lo fa sotto gli occhi di tutti, che molto spesso i campi nomadi sono al centro di traffici illeciti quali furti, ricettazione, etc. e che tanti degli occupanti hanno un tenore di vita sproporzionato con la dichiarata indigenza? Il paradosso è che, oggi, alcuni di questi neppure andranno in galera, o se vi andranno vi staranno poche settimane. E’ un caso che oltre 18mila degli attuali detenuti sono stranieri, per lo più nordafricani, rumeni, albanesi?

E sono in carcere perché commettono reati, non perché stranieri (ragionamento che vale anche i tossicodipendenti ristretti). Non si deve generalizzare, è ovvio. Ma questi sono fatti oggettivi. Chiarisco. Sono benvenuti coloro che arrivano in Italia dall’estero per lavorare onestamente, rispettandone le leggi. Ma nessuna agibilità e spazio può e deve avere di chi viene qui, nel nostro Paese, a far quel che vuole, violando ogni legge. Lo scandalo con a capo Buzzi e Carminati, poi, ha dimostrato come si trasforma in redditizio business l’accoglienza dei migranti. Vieni nel nostro Paese? Porte aperte, se vieni a lavorare onestamente, rispettando le nostre leggi, le nostre tradizioni, la

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Nella foto: il campo nomadi di Bolzaneto

Á


IL COMMENTO

Nella foto: una veduta delle vele di Scampia

nostra cultura. Di manovalanza criminale e delinquenti stranieri non abbiamo bisogno e ne facciamo a meno. Serve una maggiore sensibilità sui temi della sicurezza. Le sacche di illegalità devono essere eliminate. Questi campi, che aumentano sempre di più – spesso incontrollati - nelle città, devono essere sradicati come sradicate devono essere le zone di spaccio a cielo aperto tipo Torpignattara a Roma, Le Vele a Scampia, il centro storico di Prato o i caruggi di Genova.

alla povertà e all'esclusione sociale. Eppure, secondo l'ISTAT, in Italia le famiglie in condizione di povertà assoluta sono pari a 1,5 milioni e le persone in condizione di povertà assoluta sono stimate in 4.400.000. Se dividiamo un miliardo di euro per 4.400.000, la soluzione è che a ogni povero assoluto lo Stato riuscirà a erogare meno di 19 euro al mese, cioè circa 63 centesimi al giorno. Dunque, si pensa di risolvere un problema vero, grave e reale per circa 4 milioni di poveri italiani erogando a ciascuno di loro 63 centesimi di euro al giorno. In tutto il Paese non si

Date alle Forze di Polizia – tutte! - gli uomini, i mezzi e le leggi per debellare la cancrena dell’illegalità e della criminalità che attanaglia le nostre città. Troppo facile parlare di “accoglienza” e di “tolleranza” quando riguarda altri, quando si vive in quartieri esclusivi, blindati da vigilanza privata. Ma c’è, nel nostro Paese, questa sensibilità? Io credo che tra Paese reale, ossia quello dei cittadini, e Paese reale vi sia un divario ancora troppo marcato e distante. Un esempio, sconfortante. Sono stati recentemente quantificati dal Governo, e dalla maggioranza parlamentare che lo sostiene, in 600 milioni di euro più altri 200 milioni di euro i soldi da destinare al Fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale, cioè meno di un miliardo di euro. Per il 2017 abbiamo un miliardo di euro a valere sul Fondo per la lotta

riesce a bere neanche un caffè con 63 centesimi di euro! Al contrario, si è molto, ma molto generosi con l'accoglienza degli stranieri. Va detto, anche a costo di apparire antipatici, perché è la realtà. Questo Governo è riuscito a stanziare 35 euro al giorno per ogni singolo straniero. Ripeto, 35 euro al giorno per l'accoglienza di persone che sono qui magari anche senza titolo (si vedrà se sono rifugiati, clandestini o altro). Il valore sociale che questa maggioranza parlamentare, con grande calore e con grande spreco di energie, sta dando al cittadino italiano indigente è di 63 centesimi al giorno. E secondo altre stime, ad esempio della Conferenza unificata StatoRegioni, per garantire almeno i livelli essenziali di prestazione serviranno almeno 7 miliardi; altri servizi studi delle Regioni, forse molto più approfonditi, stabiliscono che 7 miliardi, in aggiunta al miliardo che

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c'è, non sono ancora sufficienti per affrontare la questione. Non è dato sapere se e dove saranno prese le risorse aggiuntive. Si può allora dire che questi temi centrali e vitali per uno Stato sono trattati con un po’ di superficialità e distrazione? E se questo avviene, è anche perché il tasso di etica ed educazione civica è molto basso. A veder certi ragazzi oggi, ad esempio, ci si rende sempre più conto di quale grave errore sia stato abolire la leva obbligatoria.... Intendiamoci: tutti o quasi abbiamo avuto la consapevolezza che fosse un anno perso ma va detto che la naja fu scuola di vita, fu palestra per uscire di casa per la prima volta comprendendo la parola dovere prima di diritto, fece conoscere e convivere schiere di giovani provenienti dalle zone più disparate d’Italia e dalle condizioni sociali più varie, aiutò generazioni di italiani a sentirsi popolo, garantisce ancora oggi che vi siano centinaia di migliaia di italiani perbene, di volontari nella Protezione Civile, nella conservazione della memoria, nei tanti servizi per il bene delle nostre comunità. Mi convinco sia stato un errore abolirlo quando vedo la maleducazione, la superficialità, la sguaiatezza di tanti ragazzi di oggi, che vivono nella dimensione virtuale di social network, internet e facebook ma spesso neppure scambiano de visu una parola una non solo con coetanei e pari età ma talvolta neppure con i genitori! Al bar chattano magari con un coetaneo che sta in Giappone ma neppure salutano quello che beve il caffè accanto a loro o che glielo serve... Ipertatuati e traforati da orecchini e piercing, dalla bocca di taluni/e di loro esce il peggio della trivialità. Sconoscono le regole elementari dell’educazione e del senso civico, e non perdono occasione per dimostrarlo: ad esempio, non lasciando il posto a sedere sui bus alle persone anziane o alle donne in gravidanza, gettando carte e rompendo bottiglie di vetro per strada, imbrattando monumenti e aule


LIBRI scolastiche o taluni di quei pochi spazi pubblici che ancora vi sono nelle nostre città. Una gioventù che mi sembra, almeno in parte, davvero bruciata. E allora mi torna in mente quel che lessi, uno dei primi giorni di permanenza alla Caserma degli Alpini Ignazio Vian di Cuneo, su un muro. Una frase datata nel tempo, vergata a mano con un pennarello da un anonimo Alpino di chissà quale contingente e di quale anno, probabilmente lasciata lì come – giusto - monito ai Bocia che si alternavano nei viali della caserma. “Chi naja non prova, libertà non apprezza”. Vanno rimodulate le priorità! Nessuno tocchi Caino? Io sto dalla parte di Abele. Quelli della sicurezza e dello stato sociale sono i temi che più direttamente coinvolgono i cittadini e che più direttamente li coinvolgono. Le persone perbene – che lavorano, non rubano, pagano le tasse, fanno sacrifici quotidiani - desiderano vivere in un Paese in cui lo Stato svolga in modo efficiente una delle funzioni per cui è nato, che è proprio quello di garantire la sicurezza dei propri cittadini, in particolar modo dei più indifesi. Occorre dunque inasprire le pene ma soprattutto renderle certe. Chi sbaglia deve pagare, non solo attraverso le sanzioni e la detenzione ma anche svolgendo lavori di utilità sociale verso la comunità che ha danneggiato con il proprio comportamento. Ma se i detenuti aumentano, e se è necessaria la costrizione fisica in un carcere, non servono leggi che le svuotano ma nuovi penitenziari e nuovi Agenti. C’è persino chi sostiene che, in nome della “suprema dignità della persona umana”, il colpevole di omicidi efferati dovrebbe uscire presto dalla galera e che il 41bis lede la medesima dignità umana. Ma cos’ha di umano di ha ucciso, provocando omicidi incidibili e stragi immonde, senza avere avuto alcun rispetto per gli altri? Perché si deve provare pena e

misericordia per questi soggetti? Servono più Agenti delle Forze di Polizia sul territorio, tra la gente, non solo per le attivit�� di prevenzione e repressione di illeciti, ma anche e soprattutto in progetti che contribuiscono con la prossimità e la visibilità a migliorare il senso di sicurezza dei cittadini. Bisognerebbe potenziare gli accordi bilaterali con i Paesi di provenienza affinché la pena possa essere scontata nei Paese d’origine per i cittadini stranieri che commettono reati in Italia. A coloro che commettono crimini va ritirato il permesso di soggiorno. Occorre un patto di cittadinanza e buona convivenza basato su un principio semplice: se rispetti le regole del nostro Paese non devi temere, se commetti un reato devi essere rimpatriato. Grazie alla tecnologia inoltre si possono ottenere risultati importanti per prevenire i reati, e su questa bisogna investire. Occorre avere mezzi all’altezza della sfida, la criminalità è sempre più mobile, veloce e utilizza mezzi moderni. Lo Stato deve stare al passo con questi cambiamenti. A partire dalla necessità di un sistema giudiziario efficiente e rapido. Anche questo si porta avanti con norme, riorganizzazioni e risorse adeguate. Abbiamo passato mesi e mesi a discutere del referendum costituzionale (poi vinto dal NO), ora ogni giorno si parla della ‘crisi’ e del futuro del PD. Machissenefrega... Basta! Le priorità sono altre. I politici, chi amministra la cosa pubblica, è pagato per risolvere i problemi concreti, che sono anche quelli minimali di strade devastate e pericolose, gallerie senza illuminazione, spazi di verde pubblico inesistenti o abbandonati al degradi e all’incuria. Quelle della legalità e della sicurezza, ad esempio, sono sfide che si possono, e si devono, vincere insieme. Per rispetto dei cittadini onesti. Ne va della credibilità stesse delle Istituzioni. F

Concorso Polizia di Stato 320 Ispettori Test Esercitazioni per la prova selettiva

pagg. 350 18,00 euro EdiSES

Concorso Polizia di Stato 320 Ispettori Teoria e Test Preparazione completa a tutte le fasi di selezione

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Manuale per la prova preselettiva e scritta pagg. 737 42,00 euro EdiSES

La Casa editrice EdiSES è specializzata in pubblicazioni universitarie e professionali e di preparazione per concorsi nelle Forze di Polizia e nelle Forze Armate. Questi tre libri, editi per concorsi nella Polizia di Stato, sono utili in realtà anche per la preparazione a quelli del Corpo della Polizia Penitenziaria. Come quello interno, in atto, per la nomina a 643 vice Ispettori. Al di là del diritto penitenziario, argomento per il quale è necessario un libro ad hoc, gli idonei alla imminente prova orale dovranno essere preparati su elementi di diritto penale, elementi di diritto processuale penale (con particolare riferimento alle norme concernenti le attività di polizia giudiziaria), nozioni di diritto costituzionale e di diritto civile, nelle parti concernenti le persone, la famiglia, i diritti reali, le obbligazioni e la tutela dei diritti. Ebbene, questi libri assolvono perfettamente al compito, con chiarezza espositiva e approfondita disamina delle materie.

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MONDO PENITENZIARIO

Quando i numeri mentono...

I

numeri spesso mentono, soprattutto quando fanno parte di report statistici. Le statistiche infatti possono essere anche interpretate e ricondotte ai propri pregiudizi, soprattutto quando si fa riferimento a numeri parziali, generici e poco correlati con altri numeri. Diversamente, tanto più le statistiche sono messe a confronto e se si scava in profondità, tanto più emergono verità che difficilmente si possono nascondere e tentare di smentire. Negli ultimi anni, il dibattito sulle carceri è stato monopolizzato da concetti come “sovraffollamento”, “condizioni inumane”, “tortura”, associandoli sempre ai numeri delle capienze e presenze di persone detenute nelle carceri italiane. Numeri generici, non correlati con altre dimensioni, quindi, se non propriamente dei dati falsi, certamente poco indicativi e che non hanno fatto piena luce sulle condizioni detentive e lavorative nelle carceri. L’auspicio del SAPPE, invece, è sempre stato quello che il sistema penitenziario diventi una “casa di vetro” che permetta all’opinione pubblica di comprendere appieno il lavoro della Polizia Penitenziaria. Per questo, abbiamo preso i dati diffusi dal DAP sulle presenze e capienze delle persone in carcere; abbiamo preso i dati diffusi dal DAP sulle presenze del personale di Polizia Penitenziaria in servizio negli istituti rispetto all’organico previsto... e abbiamo unito insieme tutte e quattro le voci! Non solo. Non ci siamo limitati a generici report statistici su base nazionale o regionale, ma siamo andati in profondità verificando i numeri di ciascun istituto penitenziario e abbiamo anche “ricostruito” gli ultimi anni per ogni voce presa in considerazione. Ne è venuta fuori una “fotografia”, di certo più nitida rispetto a quella che appare dalle tabelle piene zeppe di numeri diffuse dal DAP ogni mese. Prima di tutto possiamo chiarire meglio un concetto: il sovraffollamento delle carceri non è affatto superato, ma anzi è ben più grave di quanto lo stesso Ministro della Giustizia possa comprendere dalle tabelle che il DAP gli propina. Il 31 dicembre 2016, nelle carceri italiane c’erano 8.757 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare e non 4.425 come i dati del DAP fanno intendere. A parte il fatto che, comunque, 4.425 persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare, di fatto, comportano il permanere di una situazione di emergenza, il dato ancora più grave e

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nascosto che invece emerge prepotentemente dal nostro approfondimento sui numeri, è che attualmente (dato aggiornato al 31 dicembre 2016) più di 44.300 detenuti (più dell’80% dei detenuti in carcere) subiscono una condizione di sovraffollamento. Il termine “sovraffollamento” infatti, non può essere riferito solo alle persone detenute in più rispetto alla capienza regolamentare, ma deve essere associato alle condizioni di vita di ciascuna persona ristretta in quel determinato carcere. E’ evidente che se un carcere da100 posti regolamentari ospita 150 persone, il sovraffollamento non lo subiscono solo i 50 in più, ma l’intera popolazione di quel determinato istituto. Un concetto tanto semplice, quanto “disatteso” dai report statistici forniti dal DAP. Il secondo dato che emerge prepotentemente, è quello sulle diverse percentuali di sovraffollamento regione per regione e istituto per istituto le quali, oltretutto, associate alle diverse percentuali di unità di Polizia Penitenziaria in servizio, possono di gran lunga aggravare le condizioni di vita dei detenuti e il carico di lavoro dei poliziotti (e viceversa). Il record di carico di lavoro per la Polizia Penitenziaria, se così si può definire, va certamente al carcere di Como, il quale, non solo ha un tasso di sovraffollamento del 180% rispetto alla capienza regolamentare (398 detenuti presenti rispetto ai 221 previsti), ma con un organico di poliziotti presenti del 69% rispetto a quello previsto (194 in servizio rispetto ai 279 previsti), sembra essere un’esperimento del DAP per valutare il limite di stress da lavoro correlato che riesce a sopportare la Polizia Penitenziaria. I dati che abbiamo reso pubblici sul sito web www.poliziapenitenziaria.it alla voce “Statistiche”, sono il risultato di un lavoro di più di un anno che ha ricostruito in modo certosino la situazione, mese per mese, di un periodo che va dal gennaio 2014 al dicembre 2016. E continuerà. Il lavoro ci sarebbe stato sicuramente facilitato se il DAP avesse accolto le nostre numerose richieste di collaborazione, ma evidentemente, o il DAP non vuole contribuire a fare piena luce sulle carceri italiane oppure, più semplicemente, non è in grado di farlo. Noi invece questo lavoro lo abbiamo voluto mettere a disposizione di chiunque voglia comprendere meglio il sistema penitenziario italiano, senza preconcetti e con spirito collaborativo. Chiunque voglia rimanere aggiornato sui dati e sui prossimi sviluppi, può iscriversi alla newsletter che troverà nelle pagine web delle statistiche che ho appena indicato. F


WEB E DINTORNI

C

on la risoluzione 8 marzo 2016 il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa decideva di archiviare la procedura di esecuzione delle sentenza “Torreggiani” (8 gennaio 2013) della Corte Europea dei Diritti Umani pronunciata contro l’Italia in tema di sovraffollamento carcerario. Il Consiglio prese la sua decisione considerando molteplici fattori. Tra questi, una notevole importanza l’ha avuta il confronto tra i dati sulle presenze nelle carceri e le capienze detentive dichiarate del DAP. A gennaio 2013, il numero delle persone detenute nelle carceri italiane era di 65.905 presenze. A marzo 2016 erano ristrette 53.495 persone su 49.545 posti disponibili dichiarati. Un saldo netto delle presenze di -12.410 unità. Un successo innegabile. Fatto sta però, proprio dal gennaio 2016 (a dicembre erano scaduti i termini di applicabilità dei benefici della liberazione anticipata speciale), il numero delle presenze era tornato a crescere. Il punto più basso delle presenze era stato registrato infatti il 31 dicembre 2015 con 52.164 detenuti su 49.592 posti dichiarati. Da allora, l’ultima rilevazione del 28

Q

febbraio 2017, ha registrato 55.929 presenze su 50.177 posti dichiarati. A conti fatti, nel periodo dicembre 2015 - febbraio 2017, le presenze sono aumentate di 3.765 unità (pari ad un +7,2%) mentre i posti disponibili dichiarati sono aumentati di 585 unità (+1,2%). Questo significa che il numero delle persone detenute nel periodo preso in considerazione è cresciuto del 600% in più rispetto all’incremento dei posti disponibili dichiarati dal DAP e quindi, significa anche che le ottimistiche affermazioni del Ministro della Giustizia Andrea Orlando e del Sottosegretario Gennaro Migliore riguardo al superamento del problema sovraffollamento, sono quantomeno troppo ottimistiche; anche perché, se l’attuale trend di crescita della popolazione detenuta venisse confermato nei prossimi mesi (e i dati oltretutto dimostrano che il trend è in aumento), è facile prevedere che a fine 2017 ci ritroveremo con 62.000 presenze nelle carceri italiane a fronte di un modestissimo incremento dei posti disponibili dichiarati. C’è dell’altro. Da questa stessa rivista, nei mesi

uante persone possono contenere le carceri italiane? Secondo quali criteri vengono definiti i metri quadrati a disposizione per ciascun detenuto? E in sintesi, cosa indica la “capienza regolamentare” di ciascun istituto penitenziario? Sullo sfondo di tutti i provvedimenti riguardanti il sovraffollamento e di tutti i dati statistici sulle capienze delle carceri italiane, c’è il concetto di “spazio vitale” che deve essere garantito a ciascun detenuto. Tale spazio vitale però, viene utilizzato solamente per definire i metri quadrati a disposizione per ciascuna persona ristretta nelle “camere di pernottamento”. Questo è l’unico criterio utilizzato. Trattandosi di una misura in mq, si potrebbe essere indotti a pensare che il calcolo sia semplice ed univoco, ma non è affatto così.

In Italia l’articolo 6 della legge 354/1975 si limita a prevedere che “i locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente”, senza individuare specifici criteri quantitativi circa lo spazio detentivo da assicurare al singolo ristretto. Nel silenzio del Legislatore, l’Amministrazione penitenziaria sembrerebbe aver calcolato la capienza delle carceri secondo un parametro desunto da un decreto dell’allora Ministero della Sanità del 5 luglio 1975, relativo all’altezza minima e ai requisiti igienico-sanitari principali dei locali di abitazione, in base al quale “le stanze da letto debbono avere una superficie minima di mq 9, se per una persona, e di mq 14, se per due persone”. Circa gli spazi minimi da garantire a ciascuna persona ristretta, invece, il Comitato per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti disumani o degradanti - CPT Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017 • 11

Federico Olivo Coordinatore area informatica del Sappe olivo@sappe.it

la scheda

Il Re è nudo! Ma forse anche cieco e sordo...

scorsi, abbiamo dimostrato con i numeri che il termine “sovraffollamento” non significa nulla se lo si continua a considerare come un dato nazionale aggregato. Può iniziare ad avere senso se i dati vengono raggruppati su base regionale, ma è solo considerando i dati carcere per carcere che si può avere una visione chiara della situazione: presupposto indispensabile per cercare di risolvere il problema del sovraffollamento. Se nel carcere di Catania Bicocca ci sono 164 persone ristrette nei 138 posti disponibili dichiarati (sovraffollamento apparente del 119,8%), a quegli stessi detenuti non gli si può andare raccontare che a Fossano ci sono 56 posti detentivi liberi. Eppure, se il dato lo si aggrega su base nazionale, è proprio questo che avviene. Ma è una prassi menzognera, una postverità, come si usa chiamarla ora. Ma c’è ancora dell’altro. I 138 posti dichiarati a Catania Bicocca, sono "non veri". Attualmente nel carcere non sono disponibili 27 posti detentivi e quindi a Catania Bicocca le persone in più non sono solo 26, ma 53, portando il calcolo del sovraffollamento reale al 147,7% rispetto al 119,8% apparente. Inoltre,

Á


Nel box i dati su capienza e affollamento delle carceri in Italia

1.592 416 2.657 6.114 2.793 476 5.235 1.104 6.106 852 264 4.043 2.340 2.633 6.231 3.334 504 1.339 181 1.963

40 10 130 610 130 18 343 1 472 142 12 635 157 403 1.035 531 4 57 46 133

1.552 406 2.527 5.504 2.663 458 4.892 1.103 5.634 710 252 3.408 2.183 2.230 5.196 2.803 500 1.282 135 1.830

50.177

4.909

45.268

presenti su 566 posti dichiarati. Un’isola felice; “peccato” però che all’Ucciardone non siano disponibili (da anni) 290 posti detentivi, portando l’affollamento del carcere da un roseo 54,6% apparente ad un 112% reale. E’ arrivato il momento di fare chiarezza, con onestà e lungimiranza, perché i problemi delle carceri italiane (che sono tanti) non si risolvono nascondendo i dati o

(organismo istituito in seno al Consiglio d’Europa in virtù della Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, ratificata dall’Italia con la L. 2.1.1989 n. 7), nel secondo rapporto generale del 13.4.1991, ha indicato come superficie minima “desiderabile” almeno 7 mq per la cella singola e 4 mq pro capite per la cella multipla. Inoltre, la Corte di Strasburgo (CEDU) ha ritenuto che il parametro dei 3 mq debba essere ritenuto il minimo consentito al di sotto del quale si avrebbe violazione “flagrante” dell’art. 3 della Convenzione e dunque, per ciò solo, “trattamento disumano e degradante”, indipendentemente cioè dalle altre condizioni di vita comunque garantite nell’istituto penitenziario (ore d’aria disponibili, ore di socialità, l’apertura delle 12 • Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017

1.677 527 2.745 7.073 3.399 604 6.219 1.437 8.037 817 347 3.902 3.286 2.226 6.157 3.260 477 1.324 163 2.252

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Catania Bicocca non è un’eccezione. Incrociando i dati dichiarati dal DAP con quelli pubblicati sul sito web del Ministero della Giustizia, si arriva allo sconvolgente calcolo di 4.900 posti non disponibili rispetto ai 50.177 dichiarati dal DAP portando la capienza reale delle carceri a poco più di 45.200 posti detentivi. Il nostro calcolo è stato confermato anche dalla recentissima relazione annuale (la prima dal suo insediamento) del “Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale” che ha dichiarato al Parlamento che i posti realmente disponibili sono 45.509, decretando in tal modo che la distanza tra posti realmente disponibili e numero di presenze, supera le diecimila unità. Facendo i calcoli su questi dati reali quindi, il sovraffollamento delle carceri italiane (sia pure erroneamente aggregato su base nazionale) passa da un 111,5% apparente ad un 123,55% reale! Su base regionale, 18 delle 20 Regioni sono in sovraffollamento reale, ad eccezione della Sardegna e del Trentino Alto Adige. La Regione più affollata è la Puglia che passa da un 140% apparente al 150% reale, ma è la Sicilia (escludendo il caso specifico della Valle d’Aosta) che “vanta” il maggior scostamento, passando da un affollamento apparente del 98,8% ad un affollamento reale del 118,5%. Emblematico è il caso del carcere di Palermo Ucciardone: 309 detenuti

on e

WEB E DINTORNI

105.34% 126.68% 103.31% 115.69% 121.7% 126.89% 118.8% 130.16% 131.62% 95.89% 131.44% 96.51% 140.43% 84.54% 98.81% 97.78% 94.64% 98.88% 90.06% 114.72%

108.05% 129.8% 108.63% 128.51% 127.64% 131.88% 127.13% 130.28% 142.65% 115.07% 137.7% 114.5% 150.53% 99.82% 118.49% 116.3% 95.4% 103.28% 120.74% 123.06%

55.929 111.46%

123.55%

trincerandosi dietro ottimistiche dichiarazioni prive di contatto con la realtà. Ormai i dati parlano chiaro. Verrebbe da dire che il Re è nudo, ma forse è anche sordo alle nostre sollecitazioni ed è pure cieco di fronte al rapporto del Garante dei detenuti che ha iniziato a mettere al corrente il Parlamento, nero su bianco, sulla reale situazione dei numeri delle carceri italiane. F

porte della cella, la quantità di luce e aria dalle finestre, il regime trattamentale effettivamente praticato in istituto). Su quest’ultimo parametro dei tre metri quadri a disposizione per ciascun detenuto, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha giocato la maggior parte delle sue carte per dimostrare che nessun detenuto, a tutt’oggi, stia scontando la sua pena in condizioni “inumane e degradanti”. Tuttavia, nelle statistiche mensili pubblicate dal DAP ogni mese, per quanto riguarda le capienze di ogni istituto penitenziario, vengono riportati i numeri che sembrerebbero essere ancora ricavati dalle indicazioni del Ministero della Sanità del 1975. Per questo, ancora oggi assistiamo al paradosso secondo il quale, nonostante nessun detenuto (come dichiarato dal DAP) è ristretto in condizioni che violano le disposizioni della Corte EDU dei tre metri quadri, siamo ancora in presenza di un sovraffollamento molto diffuso nella maggior parte delle carceri italiane. F


IL BICENTENARIO DEL CORPO

di Roberto Martinelli martinelli@sappe.it

Duecento anni, e non sentirli...

I

l Corpo di Polizia Penitenziaria ha compiuto 200 anni. L'atto di nascita è riconosciuto nelle Regie Patenti promulgate il 18 marzo 1817 da Vittorio Emanuele I di Sardegna che approvarono il "Regolamento relativo alle Famiglie di Giustizia". Il Regno di Sardegna avviava, allora, la riforma delle carceri, specializzando i Soldati di Giustizia per le funzioni di sorveglianza e di sicurezza. Oggi il Corpo svolge compiti specialistici, all'interno degli istituti penitenziari e nei servizi esterni. Per celebrare il Bicentenario, giovedì 23 marzo scorso è stata organizzata una conferenza alla Scuola di Formazione dell'Amministrazione Penitenziaria, presenti tra gli altri il Capo del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo, e l'amministratore delegato del Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli. Per l'anniversario, infatti, è stato emesso un francobollo celebrativo ed è stata coniata una moneta in argento da 5 euro. Progettata e realizzata dall'artista incisore della Zecca dello Stato, Valerio De Seta, la moneta rende omaggio al Corpo: sul dritto porta inciso lo stemma della Polizia Penitenziaria con la scritta "Despondere spem munus nostrum" ("garantire la speranza è il nostro compito"); sul rovescio il busto di un Agente dei "Baschi Azzurri" in uniforme. La cifra "200" composta da nastri nei tre colori della bandiera nazionale è

invece il logo del Bicentenario della Polizia Penitenziaria che compare sul francobollo commemorativo: valore di 95 centesimi, tiratura di 600 mila esemplari. Duecento anni sono un arco di tempo straordinariamente lungo, durante i quali rappresentare le leggi dello Stato nel difficile contesto delle carceri è sempre stato un gravoso impegno. Le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria assolvono ad esso, ogni giorno, con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato per l'esasperante sovraffollamento. Negli ultimi venti anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di autolesionismo potessero avere peggiori conseguenze. Queste cose non devono essere omesse, ma anzi devono essere valorizzate, come i sequestri di droga, di coltelli e telefoni cellulari che periodicamente i nostri poliziotti penitenziari effettuano nelle patrie galere; le aggressioni, le colluttazioni ed i ferimenti che purtroppo continuano a verificarsi. Contiamo ogni giorno gravi eventi critici nelle carceri italiane, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati dall’Amministrazione Penitenziaria. Ogni 9 giorni un detenuto si uccide in cella mentre ogni 24 ore ci sono in media 23 atti di autolesionismo e 3 suicidi in cella sventati dalle donne e

dagli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria. Aggressioni, risse, rivolte e incendi sono all’ordine del giorno e i dati sulle presenze in carcere ci dicono che il numero delle presenze di detenuti in carcere è in sensibile aumento. E il Corpo di Polizia Penitenziaria, che sta a contatto con i detenuti 24 ore al giorno , ha carenze di organico pari ad oltre 7.000 Agenti... Per questo il SAPPE, nella ricorrenza del Bicentenario del Corpo di Polizia Penitenziaria, dice mille volte grazie ai poliziotti penitenziari in servizio negli Istituti e servizi penitenziari d’Italia, per adulti e minori, ai nostri poco conosciuti eroi del quotidiano, per quello che fanno ogni giorno nelle carceri del Paese, rappresentando lo Stato con fierezza, professionalità, abnegazione, umanità e garantendo ordine, sicurezza e rieducazione del condannato. F

Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017 • 13

Nelle foto: sopra il francobollo emesso in occasione del bicentenario a sinistra la moneta da 5 euro sotto la conferenza di presentazione avvenuta presso la Scuola di Formazione di Via di Brava a Roma (immagini Ufficio Stampa del Dap)


L’OSSERVATORIO POLITICO

Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe giovanni.durante@sappe.it

La lenta e costante agonia dell’Amministrazione Penitenziaria

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Nella foto: la porta di un carcere

Amministrazione penitenziaria sembra ormai avviata verso una lenta agonia, di cui, forse, i suoi vertici, amministrativi e politici non sono nemmeno tanto consapevoli. La nostra è un’amministrazione che, come diceva qualcuno, si regge su equilibri particolari; equilibri che potremmo definire precari. L’equilibrio principale è sempre stato quello del bilanciamento tra sicurezza e trattamento, sicurezza e recupero sociale.

trattamento. Il concetto di sicurezza è molto ampio e ci sono diverse sfumature, soprattutto in ambito penitenziario. Molti sostengono, senza sbagliare, che il recupero sociale genera sicurezza, laddove il soggetto recuperato non torni più a delinquere. Questo è un punto fermo sul quale non vale la pena soffermarsi, proprio per l’assoluta condivisione dello stesso. Il concetto di sicurezza sul quale vale la pena invece di soffermarsi è proprio

D’altra parte la funzione del carcere è proprio quella di garantire sicurezza da una parte e recupero sociale, attraverso il trattamento, dall’altra. La sicurezza dovrebbe avere un ruolo di primo piano, anche rispetto alle esigenze trattamentali; d’altra parte lo dice anche la legge, laddove afferma che la sicurezza è il presupposto del

quello a cui fa riferimento anche la legge, e cioè il rispetto delle regole all’interno degli istituti penitenziari, quelle regole che ormai la maggior parte dei detenuti non rispettano più. In molti di loro, soprattutto quelli stranieri, si è ingenerata la convinzione che possono ottenere tutto urlando, insultando,

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minacciando, aggredendo e autolesionandosi. Molti tentano il suicidio, spesso in maniera dimostrativa, quale forma estrema di protesta; il più delle volte vengono salvati (più di mille ogni anno), ma per qualcuno finisce male (dai 35 ai 60/65 ogni anno). Tutto questo è dimostrato dal continuo aumento degli eventi critici. Negli ultimi anni, dopo la sentenza Torreggiani, che ha condannato l’Italia per aver tenuto i detenuti in spazi troppo stretti, l’amministrazione penitenziaria, per evitare altre condanne, ha pensato di aprire le stanze, sfruttando anche gli spazi esterni, quali i corridoi, le sale ricreative ecc. I detenuti sono liberi di girare tutto il giorno all’interno delle sezioni detentive, ma per la maggior parte di loro il tempo continua a scorrere senza che possano realmente intraprendere un percorso di recupero, fatto soprattutto di lavoro, corsi di formazione ecc. Questa innovazione/involuzione è coincisa anche con il fatto che alla guida dell’amministrazione, a più livelli, ci siano state e ci siano dirigenti votati, per forma mentis e cultura, esclusivamente al recupero sociale del detenuto e per nulla alle esigenze di sicurezza. Tant’è che laddove la vigilanza dinamica, così è stato definito il nuovo modello di sorveglianza dei detenuti, è stata attuata, si è molto affievolito il regime disciplinare nei confronti dei reclusi. In alcune realtà sono state eliminate le sezioni chiuse, che dovrebbero essere destinate ai detenuti meno meritevoli, al punto che anche quelli più riottosi al rispetto delle regole continuano a rimanere nel regime aperto, a scapito della sicurezza degli altri detenuti e,


soprattutto, della Polizia Penitenziaria che continua a subire aggressioni tutti i giorni. Per questi dirigenti la sentenza Torreggiani è stata una vera manna dal cielo, perché hanno potuto finalmente tentare di realizzare quello che per anni avevano sognato e teorizzato: un carcere con sempre meno regole, dove la polizia penitenziaria è relegata a un ruolo marginale. Vorrebbero un carcere nel quale i detenuti si autogestiscano e siano liberi di muoversi e di interagire soprattutto con figure che non siano poliziotti. Ritengono che ciò possa stimolare un processo di auto responsabilizzazione che li porti verso il pieno recupero. È del tutto evidente che una simile teoria, perché di teoria si tratta, non trova alcuna pratica applicazione, perché la cosa fondamentale che coloro che sono in carcere devono acquisire ed interiorizzare è proprio il rispetto delle regole che sta alla base del vivere in comunità. A questi si aggiungono coloro che vorrebbero abolire l’articolo 4 bis della legge penitenziaria, sostenendo che l’ergastolo ostativo sia incostituzionale, ovvero depotenziare, fino a svuotarlo completamente, l’articolo 41 bis della stessa legge. Ci sono, in tal senso, e ne abbiamo già scritto in passato, iniziative parlamentari di esponenti politici che, trasversalmente, rappresentano sia la maggioranza, sia l’opposizione. Vorrebbero un carcere in cui non ci siano sistemi di sicurezza. Durante una trasmissione televisiva, quando ho spiegato che in un istituto mancavano i sistemi di sicurezza, il garante, nella replica, ha affermato che non serve il filo spinato, dimenticando, o ignorando, che oggi esistono impianti anti intrusione e anti scavalcamento. Immaginate quali e quanti danni possano fare queste persone quando vengono addirittura chiamate a dare indirizzi sulla politica gestionale delle carceri. A queste iniziative si sono aggiunte quelle di altri autorevoli rappresentanti delle istituzioni che avrebbero voluto sciogliere il Corpo di

L’OSSERVATORIO

IL LIBRO

Polizia Penitenziaria, per creare un Corpo che non si sarebbe più occupato della gestione dei detenuti, ovvero lo avrebbe fatto marginalmente. Tali iniziative potrebbero anche interessare molti colleghi i quali, con poca lungimiranza, non si rendono conto che una volta tolta la gestione dei detenuti alla Polizia Penitenziaria, la stessa avrebbe un ruolo anche marginale nell’ambito delle Forze di polizia e della giustizia in generale. Come abbiamo sempre sostenuto è proprio attraverso la gestione dei detenuti che possiamo avere un ruolo importante, sia dal punto di vista investigativo, in collaborazione con altre istituzioni a ciò deputate in via prioritaria e principale, sia dal punto di vista del controllo sociale. Aver trascurato completamente la sicurezza e la Polizia Penitenziaria negli ultimi anni ha completamento depotenziato le strutture penitenziarie, molte delle quali presentano problemi strutturali gravi, mancano i sistemi di controllo come gli impianti anti intrusione e anti scavalcamento, in alcuni mancano completamente le sale regia. Gli organici sono stati ridotti in maniera esponenziale ed a ciò si è aggiunta la gestione inadeguata delle risorse: basti pensare che in molti istituti del nord, soprattutto in quelli più grandi, mancano dall’organico presente, perché distaccati in altri istituti, dai 100 ai 150 appartenenti ai vari ruoli del Corpo. Il più delle volte si tratta di persone distaccate non per esigenze personali, ma dell’amministrazione. Da una recente indagine fatta in un istituto è risultato che ci sono 124 persone distaccate fuori sede, delle quali 78 per esigenze dell’Amministrazione. Se aggiungiamo a ciò che una parte del muro di cinta era crollato da tempo non ci si deve meravigliare più di tanto se i detenuti provano ad evadere, riuscendoci sempre più spesso, fermo restando, evidentemente, ogni utile e opportuno accertamento, sia amministrativo, sia giudiziario, per verificare eventuali responsabilità di singole persone. F

L’anima oscura del Paese

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Etica, trasparenza e prevenzione della corruzione Temi e problemi a cura di Renato Rolli pagg.485 Università della Calabria Centro Editoriale e Librario

E

dito dall’Università della Calabria un testo scientifico sul fenomeno della corruzione Il volume “L’anima oscura del Paese” è un libro di grande interesse ed attualissimo curato dal prof. Renato Rolli nell’ambito di un corso di Alta Formazione per dirigenti ammessi presso la Scuola di Scienze della Pubblica Amministrazione dell’Università della Calabria. Il testo introdotto dal prof. Renato Rolli accademico professore associato, tra i più apprezzati giuristi di diritto amministrativo affronta e approfondisce varie tematiche, partendo proprio dalla legge 190 del 2012 ”Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione” Il “male italiano” visto dal punto di vista non solo penalistico, ma politico passando per l’infiltrazione della ndrangheta negli appalti pubblici, la cd. zona grigia, il governo del territorio, la documentazione antimafia, gli appalti e le grandi opere, la sanità, il codice di comportamento dei pubblici dipendenti, la responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato, il nuovo istituto giuridico del wisteblowers, l’attività di lobbying ed infine la responsabilità della dirigenza. Il volume consta di 485 pagine e tra temi poi divenuti capitoli centrali del libro, spicca anche un lavoro di un commissario del ruolo speciale del Corpo di Polizia Penitenziaria – coautore del libro, che disserta sulla opportunità di una nuova cultura per gli apparati di polizia giudiziaria. Opera, validata anche come pubblicazione scientifica a cura dell’UniCalalabria. F


Roberto Thomas Docente del corso specialistico di formazione in criminologia minorile presso La Sapienza Università di Roma Già Magistrato minorile rivista@sappe.it

CRIMINOLOGIA

Note criminologiche sul concetto di devianza minorile

L

a nozione criminologica di devianza, applicabile sia ai minori che agli adulti, viene creata per la prima volta, in connessione con una teoria sociologica integrale della societ�� come si è già dato conto nel precedente articolo di questa rivista del mese di febbraio 2017 n.247, intitolato “Il concetto criminologico del minorenne normale”- dal sociologo americano, Robert K. Merton nel suo volume del 1949,

Nella foto: adolescente che fuma

“Teoria e struttura sociale”, che la mutua dal concetto statistico di devianza, consistente nello scostamento dal valore medio di una distribuzione statistica. Essa è stata poi studiata, come è già stato ricordato nel precitato articolo, nell'ambito della sociologia, in particolare, da un altro sociologo americano Talcott Parsons in collegamento con lo studio funzionalista del sistema sociale nel suo libro del 1951 “Il sistema sociale”. Essa, pertanto, ha originariamente costituito una branca autonoma, appunto la sociologia della devianza, e solo successivamente è stata inclusa nella disciplina della criminologia, equiparandola come oggetto di studio a fianco dei comportamenti criminali, tanto da portare ad un'unica analisi

delle cause scatenanti il delitto e la devianza. La nozione di devianza, oltre a quella precitata di natura statistica, assume diversi altri significati, sotto un profilo strutturale, a secondo che la si consideri in una prospettiva esclusivamente relativa al carattere del minore (e quindi di natura medica, oppure psicologica ovvero psichiatrica), ovvero alla sua condotta irregolare rispetto alla norma sociale prevalente (situazione quest'ultima che costituisce, a mio parere, la vera devianza di rilievo criminologico). Per quanto concerne il carattere assume importanza il concetto medico di devianza fisica, organicofunzionale, che è legato propriamente alla funzione dei cinque sensi umani. Qualora uno di essi sia gravemente affievolito o mancante, si parla propriamente di devianza fisica o meglio di disabilità fisica (ad esempio il “non vedente” o il sordomuto). Tale nozione è facilmente riconoscibile dal confronto con l'essere umano normale in quanto fisicamente dotato della comune funzionalità sensoriale e sovente induce ad una forma depressiva che incide gravemente sul carattere dell'individuo rispetto alla normalità. La devianza strettamente psicologica, invece, si rapporta ad un “carattere” e ad un temperamento individuale “disturbati”, forzandone le negatività proprie di una personalità “immatura” (o meglio “fluida” secondo la definizione da me preferita), in relazione alle circostanze ambientali che deve affrontare. Quella psichiatrica , invece, è relativa alla presenza nell'individuo di una malattia mentale che lo rende parzialmente o totalmente incapace

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d'intendere o di volere. Nei predetti tre casi di devianza (fisica, psicologica e psichiatrica) sarebbe più corretto parlare di disagio con potenziale rischio di devianza, in quanto non necessariamente il disabile fisico, l'immaturo psicologico o il malato mentale devono commettere azioni devianti. Solo qualora passino a condotte irregolari (cosiddetto acting out), secondo la norma sociale prevalente, l'etichetta deviante acquista un corretto significato pratico e rilevante per la criminologia. Oltre alle tre categorie sopra prospettate di devianza-disagio (fisica, psicologica, psichiatrica) sussiste un'altra- quella vera e rilevante per la criminologia - che può essere un loro derivato e cioè la devianza sociologica che, in prima approssimazione, racchiude qualunque comportamento del minore difforme da quello cosiddetto normale, cioè una “irregolarità della condotta” secondo la definizione contenuta nell'art. 25 della legge minorile. In un senso più ristretto essa si traduce, generalmente, nella violazione delle regole sociali che formano il substrato di un determinato contesto sociale in un preciso periodo storico. E’ pertanto un concetto fluido, in quanto assolutamente relativo allo spazio e al tempo di osservazione, che può essere messo in atto sia da un soggetto normale per carattere (che, dopo il compimento dell'azione deviante, rientra necessariamente nella categoria dei devianti sociologici), che da un soggetto potenzialmente deviante per carattere, appartenente alle tre precitate categorie dei disabili fisici, immaturi psicologici, e disabili psichiatrici. Il comportamento deviante


CRIMINOLOGIA sociologico è quello che interessa precipuamente la criminologia che lo ha sostanzialmente equiparato, come si è detto in precedenza, al comportamento criminale per studiarne identicamente le cause al fine della sua prevenzione e del recupero del suo autore. Spesso la devianza sociologica non è una qualità obbiettiva del comportamento, bensì costituisce una valutazione negativa proveniente dalla percezione soggettiva del prevalente gruppo sociale di riferimento, in un particolare momento storico : in pratica una specie di “etichetta” sociale! Ad esempio il fatto che un adolescente fumasse le sigarette di tabacco (normalmente di nascosto, in luoghi appartati) fino agli anni settanta del secolo scorso era ritenuto un grave segnale di devianza del comportamento minorile, (e tale era formalmente definito nella classificazione DSM III del 1980 - e cioè il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – redatta dalla Associazione Psichiatrica Americana APA ). Oggi, invece, a parte la potenziale dissuasione (rivolta a tutti, compresi i maggiorenni) contenuta obbligatoriamente per legge in un avviso stampato sul pacchetto delle sigarette dei gravissimi danni alla salute prodotti dal fumo e la proibizione dello stesso in luoghi pubblici chiusi, esso non costituisce più - considerato da solo - un indice di devianza comportamentale per i minori superiori ai quattordici anni (che fumano tranquillamente, anche in pubblico, senza destare, in genere, le reazioni negative della collettività presenti in passato, venendo dalla stessa considerato come un fenomeno neutro, cioè né negativo, né positivo, ma tollerabile), tanto da essere sparito dall'elencazione delle devianze del DSM 5 - APA pubblicato nel 2013, trad. italiana, Raffaele Cortina Editore, 2014 . La devianza sociologica abbraccia non solo la violazione di norme sociali non codificate, ma anche comportamenti che non rispettano le statuizioni contenute in norme

giuridiche scritte di carattere amministrativo, non penale, che normalmente corrispondono alla percezione sociale prevalente. Così, ad esempio, l'uso personale di droga, in Italia , non costituisce più reato, però sempre comporta una sanzione amministrativa irrogata dal prefetto, ai sensi del D.P. R. n. 309 del 1990, quale modificato dalla legge 16 maggio 2014 n. 79, e quindi continua a costituire un comportamento deviante. Entrambe le due definizioni date di devianza sociologica non confliggono fra di loro ma sottolineano semplicemente che le regole sociali violate possono essere codificate (in norme di contenuto amministrativo) o meno (ed è quella statisticamente prevalente). Esse, inoltre, esprimono un unitario concetto macrocriminologico di devianza che ha, come detto, un andamento fluido, per così dire orizzontale, relativamente alle singole tipologie di comportamenti considerati devianti. Le medesime si devono applicare anche in microcriminologia, cioè relativamente ad un concreto soggetto, con uno sviluppo pur esso fluido, ma in senso verticale, cioè con una possibile fluttuazione, in capo al medesimo , che può transitare da una condizione di “normalità” ( ovvero di già conclamato disagio fisico o psicologico o ancora psichiatrico, secondo la triplice distinzione sopra ricordata) a quella di devianza sociologica, a sua volta di varie gradazioni- da quella minima (che definisco “mite”) a quella grave (generalmente denominata “border line”) - e poi, ma non necessariamente, alla successiva e ancor più grave situazione di criminalità (che consiste nella commissione di un fatto reato previsto in una specifica norma di legge penale, sempre da parte di quello stesso individuo originariamente “normale”, ovvero disagiato fisicamente, psicologicamente o psichiatricamente, come approfondiremo tra breve) in una progressione verticale assolutamente negativa.

Certamente può succedere che la persona possa passare direttamente dal suo stato di “normalità” (ovvero di disagio fisico, psicologico o psichiatrico) a quello di criminalità, senza transitare dalla devianza, e ciò capita, soprattutto, per i criminali “occasionali”. La tipologia dei devianti minori strutturalmente considerati dal punto di vista sociologico - ha avuto una serie numerosa di definizioni, a cominciare da quella, sopra ricordata, contenuta nell'art. 25 della legge minorile di “irregolari per condotta”, fino ad arrivare a quelle di traviati, asociali, disturbati, problematici, disagiati, disadattati, “border line”. Più in generale mi sembra che anche le ulteriori precitate distinzioni - ad eccezione di quella contenuta nel precitato art. 25 - confondano il concetto sociologico - e più oggettivamente riconoscibile dell'analisi del comportamento concreto con quello psicologico del carattere e del temperamento individuale (che ho già definito in precedenza quale disagio con rischio potenziale di devianza nella sua triplice distinzione di disagio fisico, psicologico e psichiatrico) che, per quanto importante, potrebbe, come già detto, non interessare direttamente la criminologia. Si pensi al caso di un minore che a seguito di un grande dolore per la morte di un genitore, entri in una spirale depressiva che non necessariamente si esplica in comportamenti devianti, ma che, nella maggior parte dei casi, deve essere gestita unicamente con una psicoterapia che lo conduca ad una elaborazione del lutto.Quindi mi pare che la migliore definizione - anche per la grave difficoltà dell'inquadramento esclusivo del caso concreto in una delle classificazioni precitate rimanga, in generale, unicamente quella di devianza sociologica, che ingloba tutte le precedenti distinzioni. La devianza sociologica nasce, in genere, da un profondo disadattamento del minore, in prima battuta, nei confronti della famiglia , vissuta interiormente come ossessiva e castrante la sua libertà.

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Nella foto: depressione minorile

Á


CRIMINOLOGIA La reazione che ne scaturisce si manifesta nei modi più disparati di devianza sociologica. Si passa da quelli “tollerabili” (e cioè i casi di devianza “mite” ), consistenti in originali fogge di vestire , nell’uso di anelli e tatuaggi di ogni tipo, ovvero in brevi fughe da casa con rientro immediato e volontario, a quelle “intollerabili” (e cioè le ipotesi di “border line”) e pericolosissime dell’uso smodato di alcool e droghe che costituiscono un presunto nirvana nei conflitti familiari, portando il minore, purtroppo, all’isolamento affettivo e alla violenza immotivata.

Nella foto: tatuaggio

Inoltre la devianza sociologica sovente si sviluppa nell’ambito scolastico con le conseguenti insofferenze allo studio, dispersioni e fughe scolastiche. Si finisce, quindi, nel quadro più propriamente sociale quando la devianza sociologica si risolve in un assoluto disprezzo per le istituzioni pubbliche, in genere e per i suoi valori di riferimento, con conseguenti atti dimostrativi di puro esibizionismo e spavalderia, quali quelli di bullismo o di vandalismo (in quest'ultimo caso travalicando nella criminalità, essendo il vandalismo previsto e punito come danneggiamento dall'art. 635 del codice penale). Sicuramente quanto di allarmante descritto or ora non è da addebitarsi esclusivamente al carattere “ribelle” degli adolescenti presi individualmente. Infatti su di loro esercitano un forte influsso negativo quelle che vengono tradizionalmente denominate “cattive compagnie”, spesso incontrate casualmente in ambito scolastico o di vicinato, che

adottano modelli di condotta devianti con i quali il minore, purtroppo, si identifica. Ma, attualmente, la maggiore pericolosità dell'emulazione di modelli di comportamento negativi nasce dall'uso scriteriato e invasivo della rete informatica con l'accesso, via internet, a siti estremamente dannosi che propagandano la violenza in ogni forma, che dovrebbero essere “proibiti”, soprattutto ai minorenni, e che vengono giustamente oscurati dalle Autorità proposte al controllo per poi, purtroppo, rinascere immediatamente centuplicati , in un globale e tragico gioco “a rimpiattino” fra le forze scarse e impossibilitate tecnicamente dei controllori e la baldanzosa estrema libertà del WEB . Però appare utile sottolineare anche le responsabilità che abbiamo noi genitori con comportamenti talora poco comprensivi e forse troppo severi nei confronti dei figli – come ha evidenziato lo psicologo canadese Noel Mailloux con la sua teoria dell'etichettamento di “pecora nera” (contenuta nel libro “Jeunes sans dialogue”, Paris 1971 ) da parte dell'autorità genitoriale nei confronti dei figli minorenni insofferenti all'ubbidienza al “regime familiare” e all'impegno scolastico -, quasi dimenticando le pulsioni che abbiamo vissuto, in prima persona, noi stessi da giovanissimi. Ciò può indurre ragazzi “normali”, come reazione, in una spirale di isolamento affettivo che li rende facile preda di fenomeni di ribellione spesso attizzata , in un circolo reciproco e vizioso, da coetanei con i loro stessi problemi incontrati nella realtà o sovente anonimi, in quanto “ciattati” tramite internet. Insomma il controllo delle sensazioni forti sovente ricercate da figli giovanissimi esige non certamente “padri fratelli” o “madri sorelle” (che per di più per sembrare tali si atteggiano, a volte, a “fare gli adolescenti” nel modo di vestirsi e nei loro comportamenti, come sottolineato da Massimo Ammaniti nel suo libro “La famiglia adolescente”

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Laterza, 2015, che definisce siffatta situazione come “adultescenza” con un gioco di commistione dei termini adulto e adolescenza), ma di una autorevolezza responsabile nei rapporti con i figli, che è ben diversa dall'autoritarismo proprio della vecchia famiglia patriarcale dominata dalla patria potestà. Inoltre non può sottacersi anche la responsabilità che hanno le altre agenzie formative (quali la scuola e le istituzioni di controllo sociale) - come sottolineano Bandini e Gatti nel libro “Dinamica familiare e delinquenza giovanile”, Giuffrè 1987, con la loro teoria dell'etichettamento negativo sociale- nell'amplificazione delle “carriere” devianti o criminali. Invero esse, etichettando subito il minore, alla sua prima infrazione, come soggetto deviante, costituiscono il fondamento di una cattiva percezione da parte sua, che quasi lo “costringe” ad adattarsi al marchio d'infamia ormai ricevuto con la commissione di sempre nuove azioni devianti . I devianti sociologici, poi, devono distinguersi, proprio per rispettare le differenti diversità psico-sociologiche minorili, in due sottotipi già citati, cioè i devianti “miti” e quelli “border line”. I primi, come emerge dalla stessa mia terminologia usata, sono coloro che commettono atti devianti, non di particolare gravità ma ricorrenti nella fase puberale (quali la disubbidienza e la mancanza del rispetto dell'autorità familiare, la carenza del rendimento scolastico ecc.), atti che rimangono generalmente nell'ambito familiare o, comunque, vengono “contenuti” in qualche maniera dalla rete parentale, senza normalmente il bisogno dell'aiuto di soggetti esterni alla predetta (quali, ad esempio gli organi di assistenza sociale). Come ho già ricordato nel precedente articolo pubblicato su questa rivista, il concetto di devianza “mite” rientra sostanzialmente in quello di normalità, in quanto se ritorniamo indietro nel tempo con la nostra memoria storica dell'adolescenza, ricorderemo sicuramente di aver avuto tutti,


GIUSTIZIA MINORILE compreso chi vi scrive, l'insofferenza alle regole familiari e un senso di ribellione più generale rispetto a tutto ciò che potesse intaccare la libertà della nostra vita. Il deviante “border line”, invece, è colui che soffre di notevoli disagi e disadattamenti di natura psicologica, spesso di origine psichiatrica ( che nella classificazione già citata del DSM -APA 5 del 2013, classifica fra le malattia mentali il disturbo “border line” della personalità ), tali da indurlo a commettere gravi comportamenti antisociali, proiettati prevalentemente all'esterno della rete parentale e dalla stessa incontenibili, tanto da dover richiedere l'intervento dei servizi sociali e dei tribunali per i minorenni in funzione amministrativa. Siffatti atti sono sulla “linea di confine” con le azioni vere e proprie di reato, verso le quali c'è un notevole rischio di passaggio da parte del soggetto che non venga adeguatamente “trattato”. Sia per la devianza relativa esclusivamente al carattere ( e cioè quella medica, psicologica, psichiatrica che si è già definita come disagio con potenziale possibilità di devianza) che per quella sociologica (relativa alla concreta condotta irregolare rispetto alla norma sociale prevalente) che coinvolgono soggetti infradiciottenni, il tribunale per i minorenni ex art. 25 del R.D.L. n. 1404 del 1934, può disporre la misura amministrativa dell' “affidamento del minore al servizio sociale minorile”, ovvero, nei casi più gravi, l'inserimento in una “comunità di tipo familiare” terapeutica che , con l'art. 2, comma quarto, della legge 28 marzo 2001 n. 149, ha sostituito l'originario “collocamento in una casa di rieducazione od in un istituto medico-psico-pedagogico” . In questi casi sarà una valutazione medico-psichiatrica-psicologica a determinare la sussistenza e la gravità della devianza dalla normalità, “consigliando” il giudice minorile ad emettere uno dei due tipi di provvedimento amministrativo sopra ricordati. F

Gemma Tuccillo è il nuovo Capo Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità

D

al mese di marzo la dott.ssa Gemma Tuccillo è il nuovo Capo Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità (d.p.r. 16 febbraio 2017). La dottoressa Tuccillo va a sostituire il dott. Francesco Cascini (nominato nel settembre 2015) che rientra nei ruoli della magistratura. Nel corso della sua vita professionale la Tuccillo è stata Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia, Consigliere presso la Corte di Cassazione, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Potenza, Giudice presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli e dal 1985 al 1988 Magistrato di Sorveglianza presso l’Ufficio di Santa Maria Capua Vetere (CE). Nella sua carriera la dott.ssa Gemma Tuccillo è stata inoltre relatrice in numerosissimi convegni e corsi di formazione professionale per magistrati, organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura prima e dalla Scuola Superiore della Magistratura successivamente, su materie attinenti al diritto di famiglia e dei minori sia in ambito civile che penale. Oggi la dott.ssa Tuccillo, come si è detto, si trova a capo del Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità, un dipartimento rinnovato con il “Regolamento di organizzazione del Ministero della Giustizia e riduzione degli Uffici dirigenziali e delle dotazioni organiche” (pubblicato in G.U. n. 148 del 29 giugno 2015), le cui competenze sono state ampliate

Ciro Borrelli Dirigente Sappe Scuole e Formazione Minori borrelli@sappe.it

con l'assegnazione anche degli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna che fino allo scorso anno erano alle dipendenze del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. F

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Nelle foto: Gemma Tuccillo nuovo Capo Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità


DIRITTO E DIRITTI

Giovanni Passaro Vice Segretario Regionale Lazio passaro@sappe.it

IL carcere dopo l’Unità d’Italia

L’

istituzione penitenziaria si modifica e si rigenera inevitabilmente a seconda della realtà socio-economica del Paese. La storia italiana continuava a mutare ma non cambiò con sé la situazione all’interno delle prigioni; l’incremento della popolazione e della criminalità accentuava drammaticamente il problema del sovraffollamento delle carceri, che si mostra sempre più inadeguate per la fatiscenza delle strutture e per la mancanza delle condizioni igieniche minime.

Nella foto: Giuseppe Zanardelli

Per circa un ventennio dopo l’Unità qualunque tentativo di riforma venne bloccato sul nascere dalle stesse commissioni parlamentari che, indecise sul sistema penitenziario da adottare, impedirono lo sviluppo di un nuovo regolamento carcerario ad hoc, registrando quindi solo un lungo periodo di cronaca nera. Cronaca carceraria testimoniata dalla nascita nel 1871 della Rivista di discipline carcerarie che diventò la voce ufficiale della Direzione Generale delle Carceri nel Regno; Rivista che evidenzia le contraddizioni di fondo di quegli anni che vide, da un lato i continui episodi di violenza e di brutalità e delle disumane condizioni di vita negli stabilimenti penitenziari, dall’altro gli incessanti dibattiti

parlamentari e i riconoscimenti governativi sulla necessità e l’urgenza di migliorare e ribaltare lo stato delle prigioni. Questa totale inerzia governativa e il mancato sforzo di cogliere le cause del perché accadono tali episodi, non costituiscono i soli motivi dell’arretratezza degli stabilimenti carcerari, ma dobbiamo aggiungervi anche il forte rigore classista che dominava nell’ideologia del codice allora vigente. Fino al 1889 il codice penale esteso a tutta la penisola, ad eccezione della Toscana, sarà il codice Sardo, in cui i beni e gli interessi tutelati maggiormente saranno ancora quelli appartenenti ai piccoli e medi proprietari terrieri. Nell’arco di due anni dalla sua entrata in vigore si emanarono cinque nuovi regolamenti corrispondenti ai diversi stabilimenti carcerari, distinguibili in: bagni penali, carceri giudiziari, case di custodia, case di pena e case di relegazione. Ogni regolamento disciplinava il funzionamento dell’istituto, i criteri per il reclutamento del personale di custodia e il sistema adottato, che in questa fase fu quello dell’isolamento notturno e del lavoro obbligatorio in comune con l’obbligo del silenzio. Questa impostazione carceraria cambiò nel 1889 con la promulgazione di un nuovo codice penale, lo Zanardelli, entrato in vigore il 1° gennaio del 1890; stesso anno in cui venne emanata per la prima volta nella storia del carcere una legge relativa all’edilizia penitenziaria e agli stanziamenti di bilancio per farvi fronte. La riforma penitenziaria del 1889 costituì la base per quello che è stato definito da alcuni autori come il “mostruoso monumento normativo” del Regolamento generale degli

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stabilimenti carcerari e dei riformatori giudiziari del 1891. Sebbene definito come monumento (soprattutto perché si abolì ufficialmente la pena di morte e si sostituì con la pena all’ergastolo) la sua riforma rimase praticamente sulla carta; il presupposto per la sua attuazione era costituito dalla legge sull’edilizia carceraria, che rimase anch’essa inattuata. In Italia continuano a mancare gli spazi fisici per applicare le novità introdotte dal codice Zanardelli e dal Regolamento carcerario. Una delle poche parti ad aver ricevuto scrupolosa attuazione, su ben 891 articoli rimasti inattuati, fu quella sugli spazi dedicati al sistema delle punizioni e delle ricompense. Tra le prime ad esempio si passava dall’isolamento in cella a pane e acqua sino a sei mesi, o dalla camicia di forza ai ferri in cella oscura mentre, tra le seconde, si riconobbe: dal permesso di acquistare libri o di tenere il lume in cella per più tempo, al prolungamento delle ore di passeggio o riposo. Inoltre, il Regolamento prevedeva anche un complesso unitario di norme rivolte agli Agenti di Custodia e ai direttori degli stabilimenti: i primi erano addestrati e organizzati militarmente, i secondi subordinati gerarchicamente alla Direzione Generale, erano privi di qualsiasi autonoma iniziativa. Il fine sotteso dietro questa subordinazione era far sì che i detenuti fossero privati di qualsiasi autonomia nella vita privata e che anche per le esigenze più elementari dipendessero dai direttori, creando in tal modo un controllo indiretto da parte della Direzione Generale. La struttura carceraria appena descritta proseguì in questa direzione fino allo scontro con nuovi indirizzi politici liberali; il Regolamento del 1891 subì delle modifiche di grande importanza tese a mitigare le condizioni disumane delle carceri del periodo Giolittiano. Con il Regio Decreto 14 novembre 1903 n. 484 si abolì l’uso delle catene per i condannati ai lavori forzati e si modificarono le sanzioni disciplinari:


L’AGENTE SARA RISPONDE... si soppresse la punizione della camicia di forza, dei ferri e della cella oscurata (aboliti non tanto per un fine umanizzante quanto per la scarsa deterrenza che riscuotevano sui detenuti); il potere di infliggere le punizioni fu sottratto all’arbitrio dei direttori e affidato al parere di un sanitario, che decideva se infliggere materialmente la punizione solo dopo aver controllato lo stato di salute dei detenuti. Fu riconosciuto eccezionalmente il solo uso della cintura di sicurezza qualificato come mezzo preventivo e utilizzabile solo qualora i metodi morali fossero risultati inefficaci. Inoltre, la riforma del 1903 introdusse anche un sistema di garanzia, stabilendo l’obbligo di ascoltare il detenuto prima di infliggere il castigo. Sul piano legislativo la riforma Giolittiana non produsse niente di nuovo: il Regolamento nel suo fulcro fondamentale restò inattuato. Questo mostra come anche durante i primi anni del ‘900, il tema sull’ordinamento penitenziario si affrontò sempre con la stessa mentalità dalle istituzioni. Mentalità che si mantenne anche durante i primi anni dello scontro mondiale. Sarà solo con il dopoguerra che l’immobilismo caratterizzante il mondo penitenziario riprese il suo cammino. Si rinforzarono quei principi portanti secondo cui il detenuto non era più oggetto di repressione ma di cure, da rieducare e non da punire. Quel “monumentale” regolamento, per lungo tempo trascurato, fu riformato in molteplici ambiti. La riforma introdotta con il Regio Decreto del 19 febbraio 1922 n. 393 modificò la disciplina del lavoro in carcere, quella sui colloqui e la disciplina delle case di rigore. L’amministrazione carceraria passò dalla direzione sotto il Ministero degli Interni al Ministero di Giustizia. Piccole riforme con modesti contenuti che acquistano la loro rilevanza se guardiamo la storia nel suo susseguirsi, ma l’avvento del fascismo ribaltò tutte quelle piccole conquiste ottenute nel corso di due secoli. F

Ricorso avverso la classifica annuale

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gente Sara, buongiorno ti scrivo perché mi è stata notificata la classifica di fine anno, soltanto che quest'anno mi è diminuito il punteggio finale da 30 a 27. Nella motivazione si riporta che: "Si attribuisce il giudizio di 27 perché nel corso dell'anno si è riportata la sanzione disciplinare della censura." Volevo chiederti, posso fare ricorso oppure è automatico che con una sanzione disciplinare il giudizio finale debba essere abbassato? Grazie, ciao. Ass.te Gianna. Buongiorno Assistente Gianna, per rispondere alla tua domanda, ti richiamo subito la circolare dipartimentale GDAP 0393460 del 18.12.2007 , la quale, al 3§ pag. 4 recita le testuali parole: " [...] deve essere escluso ogni automatismo tra l'irrogazione di una sanzione disciplinare e una modificazione in pejus del giudizio complessivo, come dimostrato anche dal dettato legislativo(art. 44 cit., comma 3) che si limita esclusivamente a far derivare dall'irrogazione di una sanzione più grave della deplorazione, il divieto di attribuire un giudizio complessivo superiore a buono. Conseguentemente, la valutazione ai fini di una modificazione deteriore del giudizio complessivo di un comportamento eventualmente tenuto dal dipendente, che sia stato disciplinarmente sanzionato o che, pur non essendo stato ritenuto meritevole di sanzione disciplinare ovvero non essendo sussumibile in alcuna delle infrazioni tipizzate, appaia tuttavia non appropriato, non può prescindere dalla presenza di altri riscontri, i quali,

considerati unitariamente al precedente, rendano attendibile una modifica peggiorativa del giudizio finale.[....]". Come puoi notare, il paragrafo richiamato, risponde in pieno a quanto da te rappresentato quindi se pur vi è stata l'irrogazione della sanzione disciplinare di censura non è automatico dover diminuire anche il giudizio complessivo di fine anno, occorre infatti prendere in considerazione i vari elementi che concorrono alla formulazione del giudizio finale in un'ottica di coerenza logica a 360°. Hai quindi la possibilità di ricorrere alle commissioni per il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, di cui all'articolo 50, con facoltà di inoltrare il ricorso in piego chiuso entro 30 giorni dalla comunicazione (ex art. 45 comma 4 D.lgs 443/92). F Agente Sara

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LO SPORT

Lady Oscar rivista@sappe.it

Fiamme Azzurre, il nuovo Centro Sportivo è una realtà

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Nelle foto: il taglio del nastro da parte del Ministro Orlando (www.polizia-penitenziaria.it)

a destra la piscina ristrutturata sotto un particolare della stessa prima dei lavori

l nuovo Centro Sportivo Fiamme Azzurre è finalmente realtà. Lo scorso 15 marzo, alla presenza del Ministro della Giustizia Andrea Orlando e del Sottosegretario Cosimo Ferri, il Capo del Dipartimento Santi Consolo ha ufficialmente inaugurato il Centro presso la Scuola di Formazione ed Aggiornamento “Giovanni Falcone”.

l’incarico di elaborare un progetto finalizzato alla riapertura del Centro Sportivo. Incuria e conseguente progressivo degrado ne avevano determinato la chiusura nel 2011 e la totale inidoneità ad essere utilizzato secondo la destinazione originaria che lo aveva visto essere, dai primi anni 90’ e quasi per un ulteriore ventennio, il fiore

totalmente (impianti di riscaldamento, ricircolo, filtraggio dell’acqua, ecc.), fornendo un dettagliato capitolato dei lavori da eseguire. In attesa del ripristino della piscina è stato avviato il recupero della palestra e del campo di calcio. Con il pieno recupero del campo di calcio nel 2014 è stata ottenuta l’omologazione per le gare giovanili

Una struttura completamente ristrutturata e rimessa a nuovo piscina coperta, palestra attrezzata, campo di calcio con anello in materiale sintetico e campi da tennis – per volontà del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre e del suo Comandante, il Commissario Marcello Tolu, che da tempo è in prima linea per questo progetto. Le opere sono state portate avanti in massima parte con contributi ottenuti dal Coni e col lavoro del personale tecnico in organico. Il 2017, dunque, si è aperto con un’ottima notizia per le Fiamme Azzurre e per tutta la Polizia Penitenziaria. Basti pensare che correva l’anno 2013 quando l’allora Capo del Dipartimento Giovanni Tamburino, su proposta del Vice Comandante Vicario Simonetta Matone, affidò a Marcello Tolu

all’occhiello della Scuola di Formazione, una fondamentale realtà dopolavoristica e di condizionamento fisico per molti appartenenti al Corpo dei baschi azzurri, ed un buon complemento alle attività dei gruppi sportivi accanto all’omologa struttura sportiva di Casal del Marmo. Nel momento in cui l’incarico è stato conferito, si pensò ad un piano di recupero messo in opera senza gravare sui capitoli di bilancio dello Stato. E da recuperare c’era davvero molto. Nei locali della piscina, la consulenza tecnica fornita dalla Federazione Italiana Nuoto a seguito dei primi sopralluoghi mise in luce una realtà particolarmente difficile da ristabilire, determinata dai quasi due anni di inattività che avevano reso la vasca un ambiente paludoso ed il resto delle dotazioni tecniche da ripristinare

agonistiche fino alla categoria Allievi, fondamentale passaggio che ha consentito all’Astrea calcio di avere una propria “casa” per i settori giovanili inaugurati nel 2010, dopo ben sessantadue anni di storia del sodalizio sportivo. Relativamente alla gestione dell’impianto, le proposte delle Fiamme Azzurre sono andate verso la predisposizione di apposite partnership con varie federazioni sportive nazionali: tra di esse la Federazione Italiana Nuoto, la Federazione Italiana judo Lotta Karate Arti Marziali, la Federazione Italiana Pesistica. L’utilizzo della struttura nel suo complesso doveva essere coerente con quanto previsto dalla convenzione Coni-Fiamme Azzurre, rinnovata nel gennaio 2014 e valida per tutto l’anno 2017.

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SEGRETERIE L’intesa prevede il conseguimento dei rispettivi compiti istituzionali di Fiamme Azzurre e Coni nel campo dell’attività agonistica attraverso la predisposizione di specifici programmi finalizzati alla realizzazione di vari progetti legati al ciclo olimpico. Nella progettualità espressa dal vertice del Coni rientrava perfettamente l’impegno del Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre a porre in essere oltre che la pratica di alto profilo agonistico che gli è propria in quanto gruppo sportivo di matrice professionistica - anche quella legata alla diffusione dell’attività sportiva di marca amatoriale, promozionale e di avviamento allo sport che è ugualmente parte del core business

gruppo e dell’A.S. Astrea Calcio in via di dismissione per fine carriera. Occorre sottolineare che per il benessere del personale dipendente, nello specifico per gli appartenenti al NIC, già a partire dall’estate 2016, è stato attivato un programma mirato di wellness e condizionamento fisico curato grazie all’esperienza e le conoscenze di tecnici qualificati, atleti ed ex atleti azzurri delle Fiamme Azzurre afferenti ai settori del pentathlon e dalle arti marziali. Insomma, un sogno diventato realtà che amplia l’offerta delle Fiamme Azzurre dopo l’apertura delle Scuole sportive di Casal del Marmo. La giornata di inaugurazione del nuovo Centro Sportivo è stato un bel

delle Fiamme Azzurre. Alcuni esempi di questa vocazione legata all’avviamento e alla cultura sportiva sono stati l’idea di creare – in vista della riapertura delle attività settori giovanili di nuoto, scherma, calcio, pugilato e arti marziali per i figli dei dipendenti e per fruitori esterni tramite il pagamento di una retta notevolmente ridotta a favore dei primi. Lo sport per i dipendenti dell’Amministrazione Penitenziaria ed i loro familiari diviene così una risorsa accessibile, professionale e concreta. Naturalmente gli istruttori con le qualificazioni necessarie a far funzionare al meglio la macchina delle attività previste nel polo sportivo sono quelli messi a disposizione dalle Fiamme Azzurre. Anche per la gestione quotidiana è previsto l’impiego degli atleti del

momento di festa e partecipazione. Vari atleti della Polizia Penitenziaria si sono esibiti tra gli applausi dei presenti: il nuotatore Michele Santucci, i triatleti Elena Petrini e Delian Stateff, i pentatleti Tullio De Santis e Claudia Cesarini si sono tuffati nella nuova piscina al “via” del Ministro della Giustizia. Suggestivo anche il momento tenutosi in palestra, con un incontro di judo tra i campioni Antonio Esposito e Davide Faraldo arbitrato dal giudice federale delle Fiamme Azzurre Giuseppe Castelli e uno speaker d’eccezione: Francesco Bruyere, tecnico della nazionale e già campionissimo della Polizia Penitenziaria, che ha illustrato alle autorità le varie fasi dei combattimenti. F Nelle foto: l’incontro di judo in palestra, il Ministro Orlando insieme al Commissario Tolu e l’esibizione di nuoto (www.polizia-penitenziaria.it)

Paola Accordo tra Criminalt Napoli e Sappe Calabria

Corso Formativo di Criminologia Applicata e Criminal Profiling

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riminologia Applicata e Criminal Profiling, nasce a Paola (CS) nel gennaio u.s. l’accordo tra Sappe Calabria e Criminalt Napoli, professionisti del settore hanno attuato un percorso formativo rivolto agli uomini e donne della Polizia Penitenziaria, nonché a tutti quei professionisti che vivono il mondo penitenziario.

Il corso tecnico pratico, unico nel suo genere è stato organizzato dal Sappe grazie alla brillante collaborazione del Criminologo Dott. Sergio Caruso e del Presidente Criminalt Napoli dott.ssa Mariarosaria Alfieri. L’accordo Sappe-Criminalt, rappresentate rispettivamente dal vice segretario regionale per la Calabria dott. Salvatore Panaro e dal Referente Criminalt Napoli Criminologo dott. Sergio Caruso, ha permesso di creare una full immersion di 15 ore strutturata in due giornate formative, incentrata su tematiche di prevenzione e criminologia, che ha portato ad un confronto ed analisi di vari casi in ambito criminologico e dal punto di vista scientifico. Fra i relatori si sono alternati professionisti di alto profilo professionale come il Professor Giacomo Pantusa psichiatra forense e

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Nelle foto: immagini del Corso formativo tenutosi a Paola (CS)

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DALLE SEGRETERIE psicoterapeuta, la psichiatra Lucia Cava, la psicologa Lorella Galassi, l'avvocato Sabrina Rondinelli, il Comandante della Casa Circondariale di Paola Commissario Maria Molinaro, la Dott.ssa di ricerca Filomena Coscarella, il Criminologo e Direttore del corso Sergio Caruso ed il rappresentante del Sappe dott. Salvatore Panaro. Per i saluti istituzionali sono intervenuti il Presidente del Consiglio Comunale di Paola dott.ssa Emira

Nelle foto: sopra, il tavolo dei relatori sotto, la copertina del libro di poesie di Grimaldi

Nelle foto a destra: le condizioni in cui si trova la caserma agenti della Casa di Reclusione di Roma Rebibbia

Ciodaro e la Consigliera dott.ssa Maria Pia Serranò. Un plauso da parte del Sappe e della Criminalt va all’Istituto Scolastico Alberghiero di Paola (dirigente Prof.ssa Elena Cupello, Prof. Francesco Caruso, Prof. Giuseppe Esposito, Prof.ssa Marisa Bevilacqua) ed agli otto alunni che con la loro professionalità e didattica di sala hanno dato una marcia in più all’evento. Grande impegno è stato assunto anche dall’ANPPE Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria Sezione di Paola, che ha contribuito nella Formazione, in tale occasione; è stato altresì presentato il libro del Vice Presidente di Sezione Ispettore I.C. Vincenzo Grimaldi con il suo volume raccolta di poesie “Inseguire il sole”, distribuite gratuitamente a tutti i corsisti e partecipanti all’evento. Un grazie particolare agli uomini ed alle donne della Polizia Penitenziaria e a tutti i corsisti, per la massiccia partecipazione all’evento formativo fondato su etica, scienza e coscienza, nella convinzione che la formazione sia la base per affrontare il delicato compito del personale operante negli istituti di pena della Nazione. Segreteria Locale Paola

Roma L’Amministrazione deve garantire i lavori necessari per la manutenzione delle caserme dei poliziotti

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l SAPPE, come sempre dalla parte dei colleghi, ha avuto modo, in diverse occasioni, di visitare le caserme dove i poliziotti penitenziari alloggiano e che dire..., a volte si è rimasti davvero sbalorditi dinanzi a situazioni ove le stanze riservate al personale erano in condizioni davvero disagiate! E noi, che conosciamo la vita del collega che lavora in istituto, sappiamo bene quanto sia importante

usufruire di una stanza presso la caserma, ancor di più quando il collega sia pendolare e si ritrova a viaggiare, con cadenza regolare, tra la propria abitazione e l'istituto ove presta servizio: distanze, in cui diventa indispensabile ricorrere al pernotto. Una recente circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, n. GDAP-0309325 del 12 Settembre 2014, ha ribadito che non è richiesta nessuna corresponsione di oneri per le camere di pernottamento delle caserme agenti, anche se dotate di bagno, purché non siano assegnate in esclusività.

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Restano, invece, soggetti al pagamento di una quota forfettaria gli alloggi di servizio, di cui all’art.12, comma 3 del D.P.R. n. 314/2006, assegnati, a richiesta, per uso personale ed esclusivo. Ad ogni modo è indispensabile che l'Amministrazione Penitenziaria assuma l'impegno di garantire condizioni vivibili al personale di Polizia Penitenziaria che usufruisce di questo servizio in entrambe le modalità soprarichiamate. In moltissime occasioni durante le visite di diverse delegazioni SAPPE, si è invece avuto modo di riscontrare un vero e proprio senso di abbandono: muri con intonaco staccato, tubature piuttosto rovinate, riscaldamenti non sempre funzionanti, crepe nelle pareti eccetera, eccetera.... Soltanto per lasciarvi immaginare le condizioni precarie soprarichiamate, a titolo di esempio, riportiamo alcune foto della caserma della Casa di Reclusione di Roma Rebibbia. Che dire..., le foto parlano davvero da sole, eppure noi del SAPPE per i nostri


SEGRETERIE lavoratori della Polizia Penitenziaria vogliamo condizioni vivibili per il personale che ne usufruisce e, per questo, l'Amministrazione Penitenziaria deve prodigarsi per garantire non soltanto la manutenzione ordinaria ma anche l'eventuale manutenzione straordinaria, qualora questa sia necessaria! Si può ben comprendere come, se pur le risorse economiche siano sempre poche, questo non significa che a rimetterci sia sempre la Polizia Penitenziaria! Si parla tanto di benessere per il personale ed anche il buono stato delle caserme altro non è che "benessere del personale"! Non vorremmo vedere più pareti dall’intonaco cadente, infiltrazioni d’acqua non ben trattate, mobilio eccessivamente usurato, eccetera... che invece, purtroppo, sono una costante in un ambiente che dovrebbe essere un po’ più che semplicemente vivibile, proprio per un fine specifico quale, appunto, quello di soddisfare le primarie esigenze di chi usufruisce del posto letto in caserma, perché per motivi di servizio non può farne a meno. Il SAPPE come sempre, continuerà a gridare a gran voce quali sono i diritti del poliziotto penitenziario, perché conosce bene la sua realtà! Diritti che devono essere garantiti e mai trascurati! Spesso sono proprio i nostri rappresentanti che continuano a riportarci, ogni giorno, il disagio del collega che fruisce della stanza presso la caserma, in condizioni di vero e proprio disagio: basterebbe passarci anche solo una notte e ben si comprenderebbe come le nostre non sono soltanto parole!!!!! F

che è caduto al suolo incrociato da un micidiale gancio destro sul mento che non ha lasciato scampo al beniamino di casa decretando la vittoria ad Angelo per KO dopo circa un minuto della prima ripresa lasciando di stucco i circa mille spettatori sardi. Per Rubino, rientrato dopo uno stop di sette mesi per infortunio, arrivano ora sfide con i migliori d'Italia e d'Europa. Riuscendo a coincidere le dure sedute di allenamento con i turni di lavoro che ben conosciamo auguriamo ad Angelo tutta la buona fortuna. Inoltre Angelo ci tiene a ringraziare il comandante di reparto della C.C. di Verona per il sostegno e tutti i colleghi i è svolta al Pala Bunker di che lo sostengono e gli danno forza Sassari la quarta edizione del tutti i giorni. F Colosseum in The Cage, evento Il Segretario Provinciale professionistico di MMA dove ha Gerardo Notarfrancesco partecipato anche l'agente scelto Angelo Rubino, collega in forza alla Casa Circondariale di Verona. Angelo sotto la guida del coach Damiano Bertoli del team Warriors Verona era stato chiamato ad incrociare i guantini nella gabbia con l'imbattuto beniamino di casa, il nuorese Alessandro Porcu in forza al team Fight Nuoro Academy. Il match ha messo subito in evidenzia le doti da striker di Angelo che ha messo subito in difficoltà il lottatore nuorese

Verona

Angelo Rubino campione di MMA a Nuoro

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Salerno Internazionali Supermoto sul circuito del Sele

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l 4 e 5 marzo è iniziata la stagione degli Internazionali d’Italia Supermoto con la prima gara sul Circuito del Sele di Battipaglia (SA). Numerose le novità 2017: i round di campionato da sei passeranno a sette; inoltre è stata introdotta una gara

cittadina, quella a Sestiere, su cui l’organizzatore Offroad Pro Racing lavorerà con l’obiettivo di creare un evento “cult”. Per quanto attiene i circuiti c’è stata la new entry di Battipaglia, in provincia di Salerno, e Magione in provincia di Perugia, mentre sono confermati Ottobiano, Pomposa, Viterbo e Latina. A dirigere la manifestazione il Sovrintendente Ciro Borrelli in veste di Direttore di Gara della Federazione Motociclistica Italiana. F

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CRIMINI E CRIMINALI

Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

L’ultima esecuzione a morte avvenuta in Italia

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na data fondamentale della nostra storia repubblicana è senza dubbio il 2 giugno del 1946. Nel Paese, appena uscito dalla guerra, circa 25 milioni di cittadini italiani furono chiamati alle urne per esprimersi, con un referendum, sulla forma istituzionale da dare all’Italia: Monarchia o Repubblica. Nella stessa consultazione i cittadini furono anche chiamati ad eleggere l'Assemblea Costituente.

Nella foto: i responsabili dell’omicidio in catene

Uno dei primi atti dell’Assemblea fu la nomina di una Commissione, composta da 75 membri, con l'incarico di predisporre, senza una preventiva indicazione di criteri e principi direttivi, un progetto articolato di Costituzione da sottoporre al plenum dell'Assemblea. La Commissione presentò il testo definitivo del progetto di Costituzione all'Assemblea che lo votò e approvò il 22 dicembre 1947. Promulgato da parte dell’allora capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, 27 dicembre 1947 il testo venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, numero 298 (edizione straordinaria). Il 1° gennaio del 1948, l’attuale

Costituzione della Repubblica Italiana, entrò in vigore. Nella parte prima, "Diritti e Doveri dei cittadini", l’art. 27 è senza dubbio uno dei più importanti. Con tale articolo si aboliva la pena capitale per i reati comuni e per i reati militari commessi in tempo di pace: “non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”. La breve sintesi della nascita della Costituzione e, soprattutto, le date riportate, sono propedeutiche a introdurre la storia dell’ultima esecuzione a morte avvenuta nel nostro Paese. La sera del 20 novembre 1945, nella Cascina Simonetto di Villarbasse, in provincia di Torino, Massimo Gianoli, proprietario e avvocato di sessantacinque anni, stava cenando nella sua casa, con lui, nella cucina, era presente anche la domestica Teresa Delfino. Nella stesso casolare, in un’altra ala, c'era il suo fattore, Antonio Ferrero che festeggiava la nascita di una nipotina insieme alla moglie Anna Varetto, al genero Renato Morra, alle cameriere Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, al bimbo di due anni e al nuovo lavorante Marcello Gastaldi, presente per festeggiare, a sua volta, la sua assunzione alla Cascina. Mentre i commensali cenano, nel casolare fanno irruzione quattro malviventi a volto coperto i quali, una volta raggruppate tutte le persone presenti nella casa, intimano loro di consegnare tutti i soldi presenti nel casolare. Nel corso della rapina, a uno dei malviventi cade accidentalmente il fazzoletto con cui si copriva il volto. Immediatamente, viene riconosciuto da una delle donne presenti nella casa: era un ragazzo siciliano, Francesco

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Saporito, che per qualche tempo aveva lavorato alla Cascina. La scoperta del malfattore scatena le ire degli altri delinquenti, soprattuto del più grosso dei quattro, Giovanni Puleo. Per evitare di essere denunciati, decidono di ammazzare tutti i testimoni. Puleo scende nella cantina sottostante la casa e ordina ai complici di portargli uno alla volta tutti i commensali. Piazzatosi con un grande randello sull’orlo di un pozzo, man mano che arrivavano le persone, con le mani legati dietro la schiena da un filo di ferro, prima le percuoteva a bastonate e poi, ancora vivi, li buttava nella cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Emblematica la morte dell’avvocato Gianoli che essendo grosso fisicamente non passava attraverso il buco del pozzo ed era rimasto, per via della pancia, mezzo fuori e mezzo dentro, Pietro Lala (altro componente della banda) gli mise una mano sul collo e una sul cranio e premette con tutto il suo peso. Tutti i testimoni vengono così uccisi, compresi i mariti delle due domestiche, Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, accorsi a seguito del trambusto nella cascina. Solo il bambino, probabilmente per compassione, venne risparmiato. Eliminati i testimoni scomodi, i quattro abbandonano la villa con un magro bottino: duecentomila lire, tre salami, tre paia di calzini e dieci fazzoletti. I quattro responsabili della strage sono: Giovanni D’Ignoti, manovale di 31 anni, Francesco La Barbera, garzone di 26 anni, Giovanni Puleo, ciabattino di 32 anni e Pietro Lala, di 21 anni, l’unico con precedenti penali per rapina, e sono


CRIMINI E CRIMINALI tutti originari di Mezzojuso, un piccolo paesino della provincia di Palermo. E proprio nel loro paese di origine fanno ritorno i banditi, ad eccezione di D’Ignoti che torna a Torino, dove viveva e lavorava. La mattina presto del giorno successivo, un giardiniere si reca al lavoro nella Cascina e nota da subito che nessuno degli altri dipendenti era al lavoro. Insospettito, entra nella casa e sente il pianto di un bambino, inizia a seguire i lamenti sino a quando non trova il piccino che vagava impaurito da una stanza all’altra. L’uomo, poco dopo, con il bambino si reca nel paese e avverte i Carabinieri. Nei giorni successivi i militari dell’Arma perlustrano tutta la zona intorno alla Cascina, spingendosi fino

alle montagne: ipotizzano che possa essere un regolamento di conti tra diverse bande di partigiani ancora operative in quella zona. Le ricerche dei dieci occupanti il casale danno però esito negativo, seppure il ritrovamento di un cappello macchiato di sangue, in un prato nelle adiacenze della Cascina, e di una giacca di vigogna intrisa di sangue, ritrovata nella vigna, sul cui bavero è rimasto appuntato un biglietto con scritta la parola Caltanissetta, fanno presagire un tragico epilogo della vicenda. Il 28 novembre, il giovane mugnaio della cascina, Enrico Coletto, mentre osserva il pavimento dell’aia, nota qualcosa di strano: dal coperchio che chiude la cisterna, escono fili di

foraggio e di grano. L’uomo alza il coperchio della cisterna e vi immerge un randello, poco dopo lo ritrae e tra i denti dello stesso c’è un grembiule da donna. L’uomo intuisce che nella cisterna c’è qualcosa di strano e con una pertica si cala nel pozzo intravedendo sul fondo, diversi cadaveri. Poco dopo, i pompieri e i carabinieri, iniziano così a scandagliare la Cisterna, da cui emergono i corpi tumefatti degli occupanti della casa, uno dopo l’altro; sono stati uccisi a bastonate, alcuni sono stati gettati giù in stato di semiincoscienza, come testimonierà l’autopsia e sono morti annegati. Seguendo la pista della resa dei conti tra bande di partigiani e l’indizio che “portava” alla Sicilia (l’etichetta ritrovata sulla giacca insanguinata), i Carabinieri arrestano Carmelo Fiandacca, un siciliano soprannominato il boia, un ex partigiano cacciato dal suo comandante per la brutalità dimostrata nelle azioni di guerriglia. Appurato che l'uomo aveva un alibi di ferro, poco dopo venne rilasciato. Le indagini si concentrano così su un altro siciliano che aveva lavorato, seppur per un breve periodo alla Cascina, Francesco Saporito, che si era licenziato due giorni prima del 20 novembre. Viene trasmesso un identikit dell’uomo alle forze dell’ordine e ai giornali. Una segnalazione porta i carabinieri in via Rombò, a Rivoli. L’abitazione è affittata ad un siciliano di Mezzojuso, vicino Palermo. All’interno dell’abitazione c’è una giacca sporca di sangue, scarponi ancora sporchi di fango,una tessera dell’annona (carta strettamente personale, distribuita durante la guerra, contenente un certo numero di "bollini" prestampati. Ogni tessera era valida per un determinato gruppo di generi alimentari, ogni bollino aveva un determinato valore, che era fissato di volta in volta dall'Annona), intestata a Giovanni D’Ig. Il cognome non è completo, perché la tessera annonaria è stropicciata e tagliata proprio all’altezza della g.

l’Ufficiale dei Carabinieri, si reca nell’ufficio dell’Annona, e riesce ad identificare il proprietario della tessera: è Giovanni D’Ignoto, siciliano. (1) I Carabinieri fermano quindi il D’Ignoto e dopo un lungo interrogatorio, in cui all'uomo viene fatto credere di essere stato tradito dai suoi complici, il criminale confessa. D’Ignoti racconta tutto, inclusa la vera identità del fantomatico Francesco Saporito, che in realtà si chiama Pietro Lala, e fa il nome anche degli altri due complici, Francesco La Barbera e Giovanni Puleo. Intanto Pietro Lala (alias Francesco Saporito) era stato ucciso in Sicilia in un regolamento di conti della mafia. I tre vengono arrestati e processati davanti alla Corte d’Assise di Torino.

Il 5 luglio del 1946 vengono condannati alla pena di morte, allora ancora in vigore. La Corte di Cassazione, il 29 novembre dello stesso anno, confermò la sentenza. Nonostante l’abrogazione della pena di morte fosse stata già prevista dall’Assemblea Costituente, che proprio in quei mesi stava scrivendo la Costituzione, l’allora Presidente provvisorio dello Stato italiano, Enrico De Nicola, spinto dall’indignazione dell’opinione pubblica per quel delitto così sanguinario, rifiutò la richiesta di grazia dei tre condannati. La mattina del 4 marzo 1947, alle 7,45, presso il poligono militare delle Basse di Stura, periferia di Torino,

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Nelle foto: a sinistra la cisterna dove sono state ritrovate le vittime sopra la pagina del giornale La Nuova Stampa con la notizia dell’avvvenuta esecuzione

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CRIMINI Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti sono cavalcioni su tre sedie, legati, bendati, con la schiena rivolta al plotone d’esecuzione: 36 poliziotti armati di moschetto, 18 dei quali caricati a salve. “I soldati del plotone sono nervosi, a uno cade il fucile di mano: allora accorre l' ufficiale comandante con la sciarpa azzurra. Parte la scarica che, nel vuoto della campagna, è appena un crepitio, tanto che neanche i passeri si spaventano. Due dei condannati si afflosciano sulle sedie, Puleo non so come, torcendosi è riuscito a sollevarsi e a gridare qualcosa. Ma cosa? Un collega ha preso appunti. «Che cosa ha gridato?», «Viva la Sicilia indipendente e libera»”. (2) E’ l’ultima condanna a morte della Repubblica italiana, l’Assemblea

Nella foto: il momento dell’esecuzione sotto il libro di Renzo Rossotti

Costituente, che da li a poco terminerà il lavori della nuova Costituzione italiana, che abolirà la pena di morte, di fatto, sospenderà tutte le altre condanne previste nel 1947. A proposito, il testo dell’articolo 27 della Costituzione è stato modificato con legge costituzionale n. 1 del 2 ottobre 2007 e ora rispetta il protocollo n. 13 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (relativo all’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza) che l’Italia ha ratificato nel 2008. Alla prossima... F (1) Renzo Rossotti, Villarbasse cascina fatale, La Feltrinelli, 2002; (2) Giorgio Bocca, Pena di morte quell’ultima volta nell’Italia ’47, da la Repubblica del 4 marzo del 2007.

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roseguendo il nostro percorso nel mondo della sicurezza sui luoghi di lavoro, è indispensabile parlare di una delle figure cardine della normativa di riferimento: il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Questa figura è scelta ed eletta dai lavoratori, per i quali è il punto di riferimento per tutte quelle situazioni che, nell’ambito del luogo di lavoro, possano cagionare pericolo alla salute ed alla sicurezza dei lavoratori medesimi. E’ per questa ragione, che la figura del rappresentante assume un ruolo cardine all’interno di un’azienda, essendo, di fatto, il primo organo di controllo dell’applicazione della normativa e di eventuali decisioni prese rispetto al comportamento idoneo da tenere sul luogo di lavoro, affinché sia sempre garantita l’incolumità di tutti i dipendenti. Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) è definito all’art. 2 lettera “i” del D.Lgs. 81/2008 come la persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro. Tale figura è stata introdotta nel nostro ordinamento nel 1994, dal D.Lgs. 626/94, che ha recepito, seppure in ritardo, la direttiva europea n. 89/391. Invero, già nel 1970 con la Legge n. 300 (Statuto dei Lavoratori) il Legislatore aveva garantito alle rappresentanze dei lavoratori il diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. Il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro stabilisce, all’art. 47, che in tutte le aziende o unità produttive sia eletto o designato un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con il diritto di ricevere, con onere a carico del datore di lavoro, la formazione necessaria in materia di salute e sicurezza relativamente ai rischi specifici esistenti nell’ambito in cui esercita la propria rappresentanza, tale da assicurargli adeguate competenze sulle principali tecniche di controllo e prevenzione dei rischi stessi.

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Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza è istituito a livello territoriale o di comparto, aziendale e di sito produttivo. Nelle aziende o unità produttive fino a 15 lavoratori egli può essere eletto al loro interno oppure, ove i dipendenti non provvedano, può essere individuato per più aziende su base territoriale (RLST) ovvero di comparto produttivo. Nelle aziende o unità produttive con più di 15 lavoratori, il rappresentante per la sicurezza deve essere eletto o designato dai lavoratori nell’ambito delle rappresentanze sindacali aziendali (R.S.A. o R.S.U.). In assenza di tali rappresentanze, il rappresentante è eletto dai lavoratori della azienda al loro interno (art. 47 comma 4). L’elezione del rappresentante (o dei rappresentanti) per la sicurezza, salvo diversa previsione dei CCNL, si svolge in un’unica giornata su tutto il territorio nazionale, individuata, di norma, secondo la disposizione dell’art. 47, comma 6, del D.Lgs. 81/2008 nella giornata nazionale per la sicurezza e salute sul lavoro (28 Aprile). Il numero e le modalità di designazione o di elezione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, nonché i permessi retribuiti e gli strumenti per l’espletamento delle funzioni sono stabili in sede di contrattazione collettiva. In ogni caso la norma stabilisce un numero minimo di rappresentanti per la sicurezza, e più precisamente: a) un rappresentante nelle aziende o unità produttive sino a 200 dipendenti; b) tre rappresentanti nelle aziende o unità produttive da 201 a 1000 dipendenti; c) sei rappresentanti in tutte le altre aziende o unità produttive oltre i 1000 dipendenti, salvo aumentarne il numero in funzione di accordi interconfederali o della contrattazione collettiva. Le attribuzioni del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza sono prescritte all’art. 50 D.Lgs. 81/2008, il quale garantisce a questa importantissima figura: • l’accesso ai luoghi di lavoro dove si svolgono le lavorazioni; • la consultazione preventiva e tempestiva in ordine alla valutazione dei rischi, alla individuazione,


SICUREZZA SUL LAVORO

Decreto Legislativo n.81/2008: Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza programmazione, realizzazione e verifica della prevenzione nell’azienda o unità produttiva; • la consultazione sulla designazione degli addetti al servizio di prevenzione, all’attività di prevenzione incendi, al primo soccorso, alla evacuazione dei lavoratori; • la consultazione in merito alla organizzazione della formazione e sulla designazione del responsabile del servizio di prevenzione (RSPP) e del medico competente; • la ricezione delle informazioni e dei documenti aziendali inerenti la valutazione dei rischi e delle misure di prevenzione relative, nonché quelle inerenti le sostanze e i preparati pericolosi, le macchine, gli impianti, l’organizzazione e gli ambienti di lavoro, gli infortuni e le malattie professionali; • la ricezione delle informazioni provenienti dai servizi di vigilanza; • l’adeguata formazione che non può essere inferiore a quella prevista all’art. 37 D.Lgs. 81/2008; • la promozione, l’elaborazione, l’individuazione e l’attuazione delle misure di prevenzione idonee a tutelare la salute e l’integrità fisica dei lavoratori; • la formulazione di osservazioni in occasione di visite e verifiche effettuate dalle autorità competenti, dalle quale è di norma sentito; • la partecipazione alla riunione periodica (art. 35); • la facoltà di effettuare proposte in merito all’attività di prevenzione; • la funzione di avvertire il responsabile dell’azienda dei rischi individuati nel corso della sua attività; • la possibilità di fare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione dai rischi adottate dal datore di lavoro e i mezzi impiegati per attuarle non sono idonei a garantire la sicurezza e la salute

durante il lavoro. Abbiamo, dunque, appurato che il rappresentante deve avere accesso, per l’espletamento della sua funzione, alla documentazione aziendale inerente la valutazione dei rischi e le relative misure di prevenzione. A tal proposito il D.Lgs. 81/2008 dispone, infatti, che il datore di lavoro debba consegnare al RLS, su richiesta di questi, copia (può essere anche su supporto informatico) del documento di valutazione dei rischi (cd. DVR) previsto all’art. 28 e, ove il datore di lavoro sia anche committente, copia del documento unico di valutazione dei rischi (cd. DUVRI). Relativamente a questa facoltà occorre, però, sottolineare che il rappresentante può consultare tale documentazione solo ed esclusivamente all’interno della azienda. Al fine di adempiere al suo mandato, il rappresentante per la sicurezza deve disporre del tempo necessario allo svolgimento dell’incarico senza perdita di retribuzione, nonché dei mezzi necessari e degli spazi per l’esercizio delle funzioni e delle facoltà riconosciutegli, senza subire alcun pregiudizio a causa dello svolgimento della propria attività. E’ per questa ragione che nei suoi confronti si applicano le stesse tutele previste dalla legge per le rappresentanze sindacali. La natura consultiva o propositiva dei compiti assegnati ai rappresentanti dei lavoratori non comporta responsabilità nelle decisioni che verranno poi prese dal datore di lavoro, tant’è che a carico degli RLS non sono previste sanzioni amministrative o penali. Tuttavia, ciò non significa che questa figura nello svolgimento dei suoi compiti sia totalmente immune da conseguenze, anche penali: l’RLS è di fatti penalmente responsabile quando, nell’ambito delle sue funzioni, induca intenzionalmente in errore il datore di

lavoro, ad esempio, nell’ipotesi di valutazione dei rischi volutamente errata (dolo), ovvero colposamente cagioni un infortunio, purché vi sia, in tal caso, un nesso di casualità tra le lesioni subite ed il comportamento colposo dell’RLS. Un altro caso in cui, il rappresentante per la sicurezza può incorrere in sanzioni penali è quello relativo alla violazione del divieto contenuto all’art. 50, comma 6, D.Lgs. 81/2008, secondo cui gli RLS sono tenuti al rispetto del segreto industriale in ordine alle informazioni contenute nei documenti di valutazione dei rischi ed ai processi lavorativi di cui vengono a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni. Riassumendo, un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza deve: confrontarsi con il datore di lavoro sulla gestione di problematiche eventualmente riscontrate; essere una persona dotata di spiccate capacità organizzative, conoscitive e formative, oltre che conoscenze in materia di sicurezza sul lavoro che tocchino più ambiti; impegnarsi a che l’azienda rispetti gli obblighi imposti dalla legge e, nel contempo, far sì che anche i lavoratori si attengano scrupolosamente alle disposizioni in materia di sicurezza sul lavoro; monitorare costantemente che tutte le misure adottate per la sicurezza sul luogo di lavoro siano efficaci nel tempo ed, eventualmente, prevenire o proporre migliorie; essere preventivamente consultato qualora l’Azienda debba prendere decisioni in merito alla sicurezza sul luogo di lavoro. F

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Luca Ripa Dirigente Sappe Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza rivistai@sappe.it

Nella foto: un rappresentante dei lavoratori per la sicurezza


a cura di Giovanni Battista de Blasis

COME SCRIVEVAMO

Alle origini della tortura

Lo scenario del dolore come rappresentazione della giustizia di Assunta Borzacchiello Più di venti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria Società Giustizia & Sicurezza la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opinione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Come Scrivevamo che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato tanti anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

L

a tortura è un argomento che suscita immediate reazioni di sdegno, di repulsione, di raccapriccio. Il pensiero corre a tempi lontani e associa automaticamente la tortura all'Inquisizione, ripensa scenari del dolore che si accompagnano a drammatiche liturgie di morte. La tortura viene collocata dall'immaginario collettivo in un'epoca a torto definita, in maniera generica e priva di riscontri storici, barbara e crudele: il Medio Evo. Una siffatta definizione di tortura non aiuta a capire le motivazioni storiche e giuridiche che ne hanno segnato l'atto di nascita ufficiale né, tanto meno, aiuta a comprendere che la tortura giudiziaria, ad uso inquisitorio, non è un fenomeno limitato al c.d. Medio Evo, che per alcuni aspetti ha espresso alte vette di civiltà giuridica. Epoche successive vedono ben altre e più efferate pratiche punitive e inquisitorie, e anche ordinamenti giuridici a noi più vicini hanno espresso pratiche punitive che poco hanno da invidiare ai secoli bui della civiltà giuridica. Certo, la tortura intesa nel senso classico, con strappamento delle ossa, veglia spagnola, pioggia di zolfo, fustigazione, supplizi inferti con regolare e graduale somministrazione del dolore, allo scopo di vincere gradualmente la resistenza fisica dell'imputato, ha lasciato il posto, in tempi a noi più vicini, ad una pratica del dolore più ricercata, basata più che sullo scorrimento del sangue, su tecniche che non lasciano segni sul corpo, perché strappano l'anima, annientano la volontà, piegano la mente. Un invito a ripercorrere la storia delle attività punitive dalle origini ai nostri giorni, seguendo un itinerario cronologico che con l'ausilio d'immagini, reperti e testi, cerca di

mettere in evidenza aspetti non sempre ovvi quando si parla di argomenti di ambiti tanto vasti come la tortura giudiziaria, è offerto dal Museo Criminologico di Roma del Ministero di Grazia e Giustizia, ospitato in una vecchia prigione papalina del secolo scorso. Colui che si "avventura" nei corridoi del Museo Cirminologico potrà farsi un'idea dei molteplici aspetti che attengono l'argomento. Dalle "nebbie" del passato, dall'ordalia al duello, dalle civiltà mesopotamiche alla civiltà romana, dal Medio Evo al Rinascimento, dal

dolore per ottenere la "regina delle prove", la confessione, che pone fine ad ogni dubbio sulla colpevolezza già decisa dall'inquisitore. Una confessione ottenuta quando la resistenza fisica dell'imputato è stata vinta del tutto e la morte spesso sopraggiunge prima che la condanna possa essere eseguita. Una confessione estorta anche solo con la promessa di una morte veloce, senza ulteriori patimenti. Una sproporzione esistente tra l'entità del reato da punire e la gravità della punizione.

Seicento alle soglie dell'Illuminismo, emerge una realtà piuttosto uniforme: la tortura appartiene ad ogni epoca, anche a culture e civiltà illuminate, la barbarie è sempre in agguato. La sezione del Museo Criminologico che comprende il periodo che, genericamente, va dalle origini all'Illuminismo, non a caso è stata intitolata dai curatori del percorso espositivo “Delle pene e dei delitti”, invertendo quindi il titolo dell'opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”. L'inversione dei temini indica l'enorme sproporzione che ha segnato l'attività punitiva, e in generale il funzionamento della giustizia, nei secoli scorsi. Assenza di garanzie per l'imputato, segretezza dell'accusa, sommninistrazione graduale del

E' necessario fare un'ulteriore precisazione tra la tortura ad uso inquisitorio, per estorcere la confessione, e la tortura, ma è più esatto dire supplizio, inteso come pena crudele da irrogare, anche se nella realtà i due momenti finivano per confondersi in un unico scenario del dolore. Il processo penale di tipo inquisitorio s'afferma nel XIII secolo, rispetto alle pratiche precedenti, segna un passo in avanti nell’organizzazione dei nuovi sistemi politici e sociali che si configurano nel consolidamento dei Comuni. Il nuovo sistema processuale, infatti, si sostituisce alla prassi processuale precedente, definita accusatoria. Sono abbandonati comportamenti e pratiche affidate di volta in volta alla vendetta privata o al giudizio divino,

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COME SCRIVEVAMO

come l'ordalia, già rigettati dal IV Consiglio Lateranense nel 1215. Le antiche pratiche in parte s'affiancano e in parte vengono inglobate dal nuovo sistema. Il processo “per inquisitionem”, sottrae ai privati l’amministrazione della giustizia criminale per consegnarla al potere pubblico. Convenzionalmente l'atto di nascita della tortura ad uso giudiziario è stato fissato nel 1252, anno in cui Papa Innocenzo IV emana la Bolla Ad Exirpanda, contro gli Albigesi. Per più di cinque secoli la tortura è largamente utilizzata per presunti eretici, streghe, indemoniati, in sostanza per perseguitare tutti coloro che s'oppongono all'ordine costituito. Il "rigoroso esame", così con evidente eufemismo è indicata la tortura, è considerata medicina dello spirito, il mezzo con il quale i rei, confessando le presunte colpe, salvano l'anima. Colui che è sottoposto alla tortura ad uso inquisitorio, ha un solo dovere, confessare ciò che i giudici hanno già deciso sulla base d'indizi, dati, prove raccolte con un procedimento segreto.

La confessione è in fondo un atto simbolico che serve all'inquisitore per suggellare la vittoria definitiva della "Verità" . Il silenzio dell'imputato deve essere vinto ad ogni costo, prima con la persuasione, quindi vincendo la resistenza fisica del reo. La tortura non ammette il silenzio, l'inquisito che resiste al dolore della tortura e tace davanti al torturatore è considerato preda eli un sortilegio. L'esercizio della tortura segue un sua lenta e crudele liturgia, mette in atto una precisa rappresentazione che dà forza e potere all'inquisitore, spoglia l'accusato d'ogni possibile difesa, l'aggredisce nel corpo e nell'anima. L'interrogatorio per tormenti obbliga il reo a parlare a parlare "contra se" escludendo quindi la presunzione d’innocenza, perché la presunzione di colpevolezza appartiene a priori al giudice che conduce l'interrogatorio.

inizio l'esame vero e proprio, con la somministrazione graduale del dolore. Le parole estorte sono diligentemente annotate, ma anche i lamenti, le grida, i sospiri, sono accuratamente registrati dal notaio che assiste all'interrogatorio. La prima parte dell'interrogatorio ha così fine, una pausa di alcune ore serve per far "riflettere" l'imputato e la tortura ricomincia per concludersi con la "resa" del reo. Complice e protagonista dell'interrogatorio "per tormenta" sono i rappresentanti della classe chirurgica o medica, all'interrogatorio, infatti, assiste un chirurgo che non si limita ad assistere e a segnalare il livello della soglia di dolore sopportabile dal "paziente". Egli interviene attivamente, offre consigli al boia sulle parti del corpo da colpire, per rendere il dolore insopportabile ma non letale. I consigli medici sono codificati in

In sostanza la confessione, così estorta, non è un mezzo per verificare la colpevolezza, ma la conferma di una verità già decisa. L'inquisizione rappresenta il paradigma di un potere che non si limita al solo controllo del corpo, esso esercita un potere che aggredisce l'anima, la riduce a brandelli, in nome di una concezione trascendente della giustizia che giustifica qualsiasi orrore. Il rito dell'interrogatorio ha inizio con l'invito a confessare rivolto all'imputato. Il rifiuto del presunto reo segna l'inizio dell'interrogatorio per tortura. Il reo, spogliato e legato, viene condotto sul luogo dell'interrogatorio, dopo essere stato "paternamente ammonito". All'ennesimo rifiuto dell'imputato ha

apposite tavole, ad uso del carnefice, con tanto d'allegati, mappe, didascalie. Una di queste tavole, prima fra tutte per la precisione delle indicazioni, la troviamo inserita nella "Costitutio criminalis theresiana" austriaca del 1769. E come non ricordare la partecipazione attiva del medico che nel 1757 indica al boia di Parigi Sanson, indeciso di fronte al corpo già straziato di Damiens, l'attentatore eli Luigi XV, i fasci muscolari da recidere per portare a termine l'opera di squartamento, non riuscita dallo strappo dei quattro cavalli, cui il corpo del condannato era stato legato. Infine non si può certo tacere il ruolo svolto da alcuni medici e scienziati durante il nazismo, cinici esecutori di molte, che nei campi di concentramento, in nome

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Nelle foto: la copertina del numero di gennaio 1996 sotto la vignetta in basso il sommario nell’altra pagina una tecnica di tortura

Á


COME SCRIVEVAMO

Nella foto: l’ingresso del campo di sterminio nazista di Auschwitz

di un'aberrante pretesa scientifica, manipolavano, straziavano, sezionavano i corpi degli internati per verificare le reazioni fisiologiche di questi ai tormenti cui erano sottoposti. In quel caso la tortura non aveva neppure l'alibi d'essere inflitta per l'accertamento della verità. E' con gli Illuministi che nel XIX secolo s'apre il dibattito sull'abolizione della tortura e della pena di morte, non senza evidenti contraddizioni anche da parte di quei sovrani che sono stati definiti "illuminati", che negli ordinamenti giuridici emanati nei territori su cui regnavano ammettevano rigurgiti di pratiche giuridiche crudeli. La tortura è stata condannata in tempi recenti da atti internazionali che sanciscono il rifiuto totale di essa, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948, alla Convenzione adottata dall'Assemblea Generale dell'O.N.U. del 1984 che all'art. l definisce la tortura "ogni atto attraverso il quale un dolore o delle sofferenze acute, sia fisiche che mentali vengono deliberatamente inflitte a una persona da parte di pubblici ufficiali o sotto istigazione di questi, al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, punendola per atto che ha commesso o è sospettata di aver commesso, o facendo delle intimidazioni a questa o ad altra persona... ". La Convenzione impegna anche tutti gli Stati che hanno aderito a "prendere efficaci misure legislative, amministrative, giudiziarie, o altro, per prevenire atti di tortura nel territorio di propria giurisdizione", La tortura non è un fenomeno che appartiene al passato, ai secoli bui della Storia, sia che si faccia ricorso ad essa per uso giudiziario o per motivi ancor più abbietti. Le cronache degli ultimi tempi hanno ampiamente dimostrato ciò che è avvenuto nell'ex Jugoslavia, durante le campagne di pulizia etnica. Tortura è anche il trattamento disumano che in molti Paesi cosiddetti civili viene riservato a coloro che per diverse ragioni sono sottoposti alla privazione della libertà personale. Antonio Cassese, che per quattro anni (dal 1989 al 1993) ha presieduto un gruppo di ispettori incaricati da ventitrè governi del Consiglio d'Europa di visitare commissariati di polizia, carceri, caserme, ospedali psichiatrici e ogni altro luogo in cui vi siano persone private della loro libertà per ordine di un'autorità statale, alla fine del suo mandato ha scritto: "Chi tortura si è dovuto dunque adattare. Niente più ruote, corde nodose, cavalletti irti di aculei d'acciaio, apparecchiature complesse e macchinose. La tortura si è fatta, per così dire, casalinga e dimessa. Ma non meno dolorosa...". F 32 • Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017

I titoli di studio, dell’Università Telematica PEGASO, oltre ad accrescere la cultura personale, sono spendibili per la partecipazione a concorsi riservati a laureati (esempio Commissario penitenziario).

Costi e pagamenti in convenzione Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza: retta annuale 1.700 euro anziché 3.000 euro rateizzabile in 4 rate Percorso Class Form (Principi delle Scienze Giuridiche) riservato ai diplomati Durata annuale, carico didattico 1.350 ore corrispondenti a 54 CFU. Progetto finalizzato a fornire le basi ed una preparazione di livello elevato nel settore delle Scienze Giuridiche per l’avviamento al Corso di Laurea Magistrale. Contenuti e crediti formativi Tematica

SSD

CFU

1 Principi costituzionali

IUS/08

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2 Istituzioni di diritto romano

IUS/18

12

3 Istituzioni di diritto privato

IUS/01

18

4 Storia del diritto medievale e moderno

IUS/19

9

5 Teoria generale del diritto e dell’interpretazione

IUS/20

6

Totale

54

Costi e pagamenti in convenzione Class Form: Forze dell’ordine: 1.200 euro anziché 1.800 euro rateizzabili in 3 comode rate Sedi d’esame: Napoli, Torino, Roma, Palermo, Trani, Bologna, Milano, Assisi, Messina, Ariano Irpino, Acireale, Agrigento, Cagliari, Caltanissetta, Campobello di Mazara (TP), Catania, Cosenza, Firenze, Latina, Macerata, Reggio Calabria, Siracusa, Venezia, Vibo Valentia, Vittoria (RG).

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la scheda del film

Moonlight

Regia: Barry Jenkins basato sull'opera teatrale "In Moonlight Black Boys Look Blue" di Tarell Alvin McCraney Soggetto: Tarell Alvin McCraney Sceneggiatura: Barry Jenkins Fotografia: James Laxton Montaggio: Joi McMillon, Nat Sanders Musica: Nicholas Britell Scenografia: Hannah Beachler Costumi: Caroline Eselin Arredamento: Regina McLarney Crowley Produzione: A24, Plan B Entertainment Distribuzione: Lucky Red

I

l film premio oscar 2017, Moonlight, è diviso in tre capitoli, che portano per titolo i differenti nomi assunti nel tempo dal protagonista. Moonlight è un ritratto sociologico e introspettivo della vita di un ragazzino gay nel cuore della comunità nera della Florida. Primo Capitolo, Little. Chiron è un bambino afroamericano originario di Liberty City, che tutti chiamano “Little”. Sua madre, Paula, è completamente assente, persa tra lussuria e stupefacenti. I due vivono insieme in un quartiere malfamato di Miami. In questo contesto Chiron conosce lo spacciatore Juan, un uomo che si prenderà cura di lui e che gli insegnerà quello che sa della vita. Juan cercherà di aiutare Chiron ad affrontare la sua difficile situazione familiare e la sua difficile quotidianità accogliendolo a casa sua, trattandolo come un figlio e supportandolo insieme alla sua fidanzata Teresa. Secondo Capitolo, Chiron. Chiron è ormai un adolescente, ma vive gli stessi problemi che aveva da bambino, anzi forse li vive amplificati. La madre continua a drogarsi e a

Personaggi e interpreti: Chiron: Trevante Rhodes Kevin: André Holland Teresa: Janelle Monáe Chiron adolescente: Ashton Sanders Kevin adolescente: Jharrel Jerome Chiron bambino: Alex Hibbert: Kevin bambino: Jaden Piner Paula: Naomie Harris Juan: Mahershala Ali Terrel: Patrick Decile Antwon: Larry Anderson Samantha: Herveline Moncion Tip: Don Seward Williams: Tanisha Cidel Azu: Duan'Sandy' Sanderson Travis: Stephon Bron Sig. Pierce: Edson Jean Pizzo: Fransley Hyppolite Gee: Rudi Goblen

CINEMA Terzo Capitolo, Black. Dopo l’esperienza del carcere Chiron è ormai adulto ed è diventato un muscolosissimo spacciatore di Atlanta dove cerca di sbarcare il lunario armato di una fedele pistola. Una notte Chiron viene svegliato da una telefonata della madre Paula, che ora vive in un centro sociale per disintossicarsi dalla droga e per aiutare gli altri tossicodipendenti. Chiron va a trovare la madre Paula al centro sociale e si riappacifica con lei. Da lì Chiron si reca a trovare Kevin, nel ristorante in cui fa lo chef, con grandissima sorpresa di quest’ultimo che non si aspettava questo incontro sorprendente. F

a cura di Giovanni Battista de Blasis

Nelle foto: la locandina e alcune scene del film

Note • Tra i produttori esecutivi figurano anche Tarell Alvin McCraney e Brad Pitt. • Film d'apertura alla XI edizione della Festa del Cinema di Roma (2016). • Golden globe 2017 come miglior film drammatico. Le altre candidature erano: miglior regista, attore (Mahershala Ali) e attrice (Naomie Harris) non protagonisti, sceneggiatura e colonna sonora. • Oscar 2017 per: miglior film, attore non protagonista (Mahershala Ali) e sceneggiatura non originale. era candidato anche per: miglior regia, attrice non protagonista (Naomie Harris), fotografia, montaggio e colonna sonora.

Genere: Drammatico Durata: 111 minuti, Origine: USA 2016 comportarsi come una prostituta e per questo Chiron è costretto a rifugiarsi nuovamente a casa di Juan e Teresa. Purtroppo per lui, Juan muore e Chiron si ritrova a poter contare solo su Teresa. Il ragazzo vive un’esperienza omosessuale con un coetaneo, Kevin, e subisce un violento pestaggio prima di reagire altrettanto violentemente finendo in prigione. Polizia Penitenziaria n.248 • marzo 2017 • 33


di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2017 caputi@sappe.it

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