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Fotografie | Photos: Virginia Paradinas, Roberto Beretta, Giovanni Belvisi, Enrico Caravita, Roberta Virgilio Disegni | Drawings: Gianluca Costantini, Virginia Paradinas, Lara Cerlienco Testi | Texts : Alessandro Taddei, Enrico Caravita, Virginia Paradinas Ideazione Grafica | Graphic Design: Virginia Paradinas Traduzioni | Translation: Valentina Gaddia, Barbara Porkoddio, Roberta Virgilio, Ali Beidoun, Magali Abrard, Language Service Ravenna

Direttore Editoriale | Editor in chief: Marco Lobietti Direttore Artistico | Art director: Gianluca Costantini Redazione | Editorial staff: Elettra Stamboulis Ufficio stampa | Press Office: Paola Bartoli Trilogia Quasi Dantesca Copyright © 2013 Gruppo Ponte Radio Copyright per l’edizione italiana © 2013 GIUDA edizioni ISBN: 978-88-97980-17-9 GIUDA edizioni è un marchio di Associazione Mirada Via Mazzini n.83 48121 Ravenna Tel. 0544.217359 Info: info@giudaedizioni.it - www.giudaedizioni.it Stampa a cura di PixartPrinting - Mestre/Marghera (VE)


Trilogia Quasi Dantesca

A Ettore, Virginia, Giovanni Naser, Edna e Ares; al sottosuolo di Jenin, alle luci di Berlino, alle case di Alfonsine e al porto di Tiro. Alle città in rivolta e alla gente in attesa di partire; a las hermanas Empanadilla, a chi ci ha insegnato a giocare con i colori e a chi ha cercato di impedircelo dandoci ancora di più la forza per continuare a camminare. To Ettore, Virginia, Giovanni Naser, Edna and Ares; to the underground of Jenin, to the lights of Berlin, to the houses of Alfonsine and to the port of Tyre. To the cities in revolt and to the people who are waiting to leave; to las hermanas Empanadilla, to those who taught us to play with colours, and to those who attempted to prevent us from doing so, thus enhancing our strength to keep walking.


Ponte Radio è un progetto dell’Accademia Artha Network Ponte Radio è stato creato da Alessandro Taddei e Enrico Caravita Nel 2008 in Palestina nasce il cantiere Colori nel Mediterraneo. Pensato su tre anni in quattro città dello spazio Mediterraneo, questo ciclo di laboratori ha basato la propria ricerca intorno alla questione del linguaggio e della comunicazione. Dal Vicino Oriente all’Europa occidentale, dalle cittadine alle grandi metropoli, dagli spazi chiusi ai luoghi urbani di passaggio: Jenin nel 2008, Berlino ed Alfonsine nel 2009 e Tiro nel 2010/2011 hanno accolto il percorso artistico dello spettacolo Trilogia quasi dantesca e del suo progetto Ponte Radio. I laboratori del cantiere Colori nel Mediterraneo sono concepiti in forma sperimentale perché fondano un’esperienza di vita con i bambini alla propria personale percezione dei luoghi che si vanno a coinvolgere. La pittura, la scrittura, i giochi di luce, le registrazione sonore, la fotografia e tutte le loro possibili trasformazioni, sono stati strumenti per aprire il mondo creativo dei bambini e lavorare così sulle loro percezioni del mondo, imparando insieme come poterlo ridipingere. Questo cantiere ha dato vita a tre spettacoli, le tre parti del viaggio della Trilogia quasi dantesca: Nero inferno, Rosso purgatorio e Bianco paradiso. Una Produzione: Gruppo Ponte Radio Ponte Radio is a project of Artha Network Academy Ponte Radio has been created by Alessandro Taddie e Enrico Caravita In 2008 in Palestine was created the taller* Colours in the Mediterranean. Conceived on three years in four cities of the Mediterranean area, this series of workshops based its research around the issue of the language and the communication. From Near East to Western Europe, from towns to big cities, from enclosed spaces to urban areas of transit: Jenin in 2008, Alfonsine and Berlin in 2009 and Tyre in 2010/2011 have upheld the artistic development of the show Trilogy almost Dantesque and its project Ponte Radio. The laboratories of the taller Colours in the Mediterranean are conceived in an experimental way based on an experience of life with children to their own personal perception of the places going to get involved. The painting, the writing, the games of light, the sound recordings, the photography and all their possible transformations, were instruments to open the creative world of the children and to work on their perceptions of the world, learning together how to repaint it. This taller has given birth to three shows, three parts of the Trilogy almost Dantesque’s journey: Nero inferno, Rosso purgatorio & Bianco paradiso. *Taller: [ta ‘λer] Place where a group of partners work the arts. A Production by Gruppo Ponte Radio


La piccola cosmogonia dei tre colori Una volta che una storia ha avuto inizio, anche il narratore diventa impotente, non può più controllare i propri personaggi. Il tempo appartiene a loro, e il burattinaio non tiene più i fili. Lo stesso accade ai protagonisti di questo progetto, agli spazi attraversati dalla trilogia Nero, Rosso, Bianco. Non solo per il preciso fatto che chi è stato in scena (perché è di teatro che stiamo parlando) è semplicemente in quell’età in cui all’improvviso la forma del proprio viso cambia, crescono peli ovunque e anche il desiderio e la pazienza subiscono grossi mutamenti. Questo potrebbe valere per qualsiasi attore, anche maturo. Non ci si bagna mai nello stesso fiume, diceva un filosofo nato non molto lontano dai luoghi in cui alcuni scenari sono stati montati...scenari? Sì, non scenografie. Nello sfondo di questa vicenda, ed appare anche in alcune fotografie, come una voce nascosta che sussurra dietro l’immagine catturata, c’è uno scenario. Quello della molteplicità delle vie, delle possibili storie. C’è lo scenario di chi non vede le cartine imposte dalla cartografie militari, ma quelle che si formano grazie agli incontri tra gli uomini e le donne. Hanno forme più frastagliate e ti si possono incidere sulla pelle. Ma se aguzzi la vista, le puoi vedere: e in queste foto c’è una mappa del tesoro nascosta. Se unisci i punti, compare una diversa geografia, un disegno meno segmentato e più sinuoso, che può seguire anche l’andamento della schiena di un adolescente per farsi lettera dell’alfabeto. In queste fotografie c’è tutto il senso dell’impotenza e dello stupore di fronte al proprio limite. Carpire uno sguardo, un sandalo, la forma di uno scalino, un salto, sapendo che è caduco e che si è “segretari della morte”. Ma c’è anche l’ostinata resistenza nel credere in qualche verità dell’azione. Chi ha fotografato i ragazzi turco tedeschi, i libanesi (e non aggiungiamo aggettivi che la lista sarebbe lunga...), i palestinesi, gli italiani, i tecnici, i fotografi, i nonni, i genitori, gli artigiani, gli amici, i volontari, i passanti incauti, ha agito con testardaggine. Non con quella sedata collera di chi fotografa per ricordare, e mette il posa in mondo perché sia apparecchiato nel giorno del giudizio. Ha fotografato volendo cogliere quella debole farfalla che a volte batte le ali e crea tempeste altrove. Scenari, quindi, e non scenografie: bisogna guardare oltre il primo piano, oltre la figura che apparentemente occupa l’obiettivo, per scorgere questa fruttuosa semina di diversi confini, non quelli di solito presentati come giusti, veri, indissolubili, tradizionali, ma quelli invisibili e reali, quelli del tempo (siamo qui ora, che facciamo? Qualcuno ci guarderà, dobbiamo dare il massimo, tagliare, incollare, sforbiciare) che dice “domani non sarai più qui”. E giù di corsa a mangiare gelati napoletani, a far lavorare le mani, ad accendere lumi. Per vincere questa breve corsa di tutti. E quell’altro confine che c’è, ed è lo spazio. Il teatro, il magazzino, lo scavo archeologico di Tiro, la scuola e le scuole, che raccontano la storia di chi c’è e di chi c’è stato. Per noi, che al massimo se siamo stati fortunati, possiamo essere stati spettatori di questo biografia teatrale della possibilità, non rimane che osservare la costruzione di questa casa dell’incontro e del conflitto, dei corpi che si incrociano, degli sguardi che si aguzzano come vetri e poi si aprono in temporanei sorrisi di chi ha trovato una temporanea casa, che come già aveva intuito Eliade simbolicamente può essere intesa come la fondazione di un mondo: La presa di possesso di un territorio sconosciuto o straniero, l’installazione di un villaggio, la costruzione di un santuario o semplicemente di una casa, rappresentano altrettante ripetizioni simboliche della cosmogonia .1 Elettra Stamboulis 1

M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Jaca Book, Milano 1988, p. 67


The small cosmogony of colours Once a story has started even the storyteller becomes helpless, he simply can’t control the characters anymore. Time belongs to them and the puppet master has no more strings in his hands. Just the same has happened to the characters of this project, to the spaces crossed by the trilogy Nero, Rosso, Bianco. This happened not only for the fact that who has walked the stage (because theatre is what we are talking about) belongs to the age where your face suddenly looks different, hairs starts growing everywhere and desire and patience undergo big changes. This could always happen, even to mature actors. You never bathe in the same river, said a philosopher who was born not far from the places where some of the sceneries have been built... sceneries? Yes, sceneries and not set designs. On the background of this event there is the scenery, and you can see it in some photographs, just like a hiding voice whispering behind the captured image. The scenery of the multiple streets, of the possible stories. The scenery that ignores the military cartography but shows the maps realized by encounters of women and men. They have the most irregular shapes and they can mark your skin. But if you sharpen your sight you will be able to see them: and in these pictures there will always be a hidden treasure map. If you join the dots you will see a different geography, a harmonious picture, that can follow the path offered by the back of a youngster becoming suddenly a word. In these words you will perceive the whole sense of helplessness and astonishment in front of one’s own limit. Understanding a look, a sandal, the shape of a step, a jump, knowing that it is fugacious and that you represent “death’s secretary”. But also the tenacious resistance in believing somehow that the action is real. Who photographed the Turkish-German boys, the Lebanese ones (omitting other adjectives not to have a never ending list), the Palestinian, the Italians, the technicians, the photographers, the grandparents, the parents, the artisans, friends, volunteers, unconscious spectators, has been stubborn. He has worked not in name of a sedated rage of who takes a picture to remember, and puts the world on a pose in order to have everything set perfectly for the Judgment day. He has captured the moment to fix that weak butterfly that sometimes flaps its wings creating storms somewhere else. Sceneries and not set designs: you must watch beyond the first level, beyond the figure that occupies the lens, to see this fertile seeding of different borders, not the ones usually presented as the right ones, true ones, undeletable ones, traditional ones, but the invisible and real ones, the ones time defines by saying “tomorrow you will not be here anymore” (we are here now, what shall we do? Someone will watch us we must give our best, cut, glue, scissor around). And there they go around running to eat a Neapolitan ice-cream, working their hands out, lighting lights around. To win this small race and the other existing border, space. The Mercadante theatre, the stockage, the archeological site of Tyre, the schools and the school, that tell us the stories of who is there and of who has passed. In the best option we may have been audience of this theatrical biography of possibility and we can only observe the construction of this house of encounters and conflicts, of bodies that cross, of sights that seize as glass and open up as temporary smiles of who has found its temporary home, that as Eliade had already perceived can be symbolically intended as the foundation of a world: The possession of an unknown or stranger territory, the installation of a village, the building of a sanctuary or simply of a house, represent symbolic repetitions of cosmogony.1 Elettra Stamboulis 1

M. Eliade, Spezzare il tetto della casa, Jaca Book, Milano 1988, p. 67


Tutto comincia con realmente. Jenin sembra un paese del profondo sud di tutti i sud, dove il sole acceca, il bianco è polvere per le strade e i bambini corrono sparpagliati per le strade strette. A nord della Palestina. Siamo stati dal rigattiere perché abbiamo preso in affitto la casa e stiamo cercando di arredarla per renderla il più confortevole possibile. Per ora ho comprato solo la rete porta mutande e calzettini ma per la settimana prossima abbiamo trovato due divani in disuso ed altre cose. Sabato cominciamo a lavorare, facciamo le prime prove sul tetto con i bambini, è un caldo mediorientale e presto sprofonderemo tra le onde di questo sud e del mar morto.

Everything begins with reality. Jenin looks like a village in the deep south of all souths, where the sun is blinding, white is the dust on the streets and kids run free in narrow roads. North of Palestine. We’ve been at the flea market because we rented a flat and we are trying to furnish it to make it as comfortable as possible. For now I just got a net for keeping my socks and underpants but by next week I’ll get two old sofas and a few more things. On Saturday we’ll start working, I’m doing my first rehearsals on the roof with the kids, there is a Middle Eastern heat, soon we’ll dive into the waves of this south and of the Dead Sea.


L’assurdo è che Israele siamo noi, noi l’occidente fatto di plastica. Un’Israeuropa contemporanea senza illuminismo o illuminati con sbarre e filo d’acciaio, soldati e checkpoint. I parcheggi sono perfetti e le case pure, così per ingannare il tempo ci sono anche le periferie che sono terribilmente guaste, lì come in Europa, guaste e ritoccate bene. Poi passi nei territori palestinesi, piccoli come un granello di sale. Sassi per terra e case vecchie, anziani che passano per la strada e giovani donne con il velo e gli occhi socchiusi dal sole caldo. Qui non è plastica ma una bottiglia di vetro che ti chiude dentro. Il vetro almeno è vita, vita che pulsa dentro.

The absurd thing is that Israel is us, the western world made of plastic. A contemporary Israeurope without Enlightenment or Enlightened, with steel bars and barbed wire, soldiers and check points. Parking areas are perfect and so are the houses, and to kill the time there are also the suburbs, which are terribly nasty, just like in Europe, nasty but properly readjusted. Then you go through the Palestinian territories, as small as grains of salt. Pebbles on the ground and old houses, elderly people walking in the streets, young women wearing the veil, their eyes narrowed by the hot sun. Here it is not plastic but a glass bottle that encircles you inside. At least glass is life, life that throbs inside.


Akko è sul mare. I muri delle case vecchie sono dipinti a mano e le porte aperte, muri bianchissimi e finestre azzurre come in Grecia. Ad ogni passo restiamo a bocca aperta, la faccia sbatte contro i panni stesi fuori e il naso sui profumi del bucato. Fuori dalla città vecchia posano due grandi pietre che sembrano le gambe di una donna in attesa di partorire, ci siamo sdraiati dentro. Proprio quando tutto sembrava per finire, questo paese ci ha fatti ricadere al suo interno, nel suo angolo più dolce e caldo, dove le strade sanno di mare e i viottoli odorano di pesce e reti appena tirate, dove gli abitanti sembrano brasiliani e hanno la faccia di chi ti guarda con sospetto perché nel porto esiste il mare ma esiste anche il sospetto. Akko se la sono goduta i fenici e dopo i turchi e poi i templari. Tutto odora di magia bianca e pergamene, l’energia che i muri rilasciano è surreale e fuori da ogni dove. Siamo saliti su una piccionaia in costruzione e abbiamo suonato insieme con bidoni di plastica, portacandelabri e una darbuka in rame ricamata a mano. Siamo andati a dormire in un vecchio monastero e nel cortile interno abbiamo parlato a lungo anche del fatto che Ponte Radio non dovrebbe più annoverare dei fondatori ma degli avventori “occasionali”, che si sono imbattuti per “caso” in questo strano labirinto. Chi è restato ha potuto per un fatto di persistenza e chi è andato alla fine, ne è rimasto segnato. Kher ha dipinto i nostri nomi in arabo su un foglio di carta lucida con un pennello. E poi un altro foglio, sempre in arabo, con scritto pace.


Akko is on the sea. The walls of old houses are hand-painted and the doors are open, very white walls and blue windows like in Greece. At every step we remained open-mouthed and our faces touched the clothes hanging outside and our noses inhaled the scent of the washing. Outside the old town there are two large stones, which look like the legs of a woman waiting to give birth. We lay down there. Just as everything seemed about to be over, this country made us fall back inside it, in its sweetest and warmest place, where the roads smell of the sea and the alleys smell of fish and fishermen’s nets just pulled up, where the inhabitants look like Brazilians and have the faces of those who look at you with suspicion because there is the sea in the harbour but there is suspicion too. Phoenicians enjoyed Akko and after them the Turks and then the Knights Templars. In fact everything smells of white magic and scrolls, and the energy released by the walls is surreal, quite unlike any other place. We went up to a garret under construction and played music all together with plastic bins, candlesticks and a copper hand-embroidered darbuka. We went to sleep in an old monastery, and in its inner courtyard we discussed the fact that Ponte Radio should no longer have founders but ‘occasional’ clients, who ventured into this strange labyrinth by ‘chance.’ Those who remained did so because they were persistent. And those who went away also were marked by it for ever. Kher painted our names in Arabic on a piece of glossy paper using a paintbrush. And then another piece of paper, still written in Arabic, with the word peace.


La luna è piena, la dabke music rimbalza tra i palazzi e possiamo vedere dall’alto tutto, gatti e bidoni dell’immondizia aperti. Anche stanotte Gatto Silvestro (abbiamo chiamato così il blindo militare israeliota che sembra un gatto, con le orecchie abbassate, intento a sfuggire alla bastonata) passa di ronda. Così lo guardiamo dal tetto, lo prendiamo un po’ per il culo mentre tutto intorno i rombi dei motori di altri blindo scricchiolano. Penso a Gatto Silvestro che sbatte contro il muro e fa boing e tutti i palestinesi giù a ridere.

The moon is full, dabke music bounces between the buildings and we can see everything from above, cats and open garbage bins. Sylvester the Cat (as we call the idiot Israeli armoured vehicle that looks like a cat keeping its ears down for fear of being beaten) is on patrol also tonight. From the roof we watch it pass by, we take the piss out of it a bit, while the roars of the engines of other armoured vehicles screech all around. I think of Sylvester the Cat banging against a wall and all the Palestinians laughing at him.


NERO - Inferno


Tre settimane e torniamo a casa. Difficile raccontare dello spettacolo dei bambini quando lo “spettacolo” prima di tutto l’ho abbracciato su di me e sulla mia vita. I bambini hanno resistito a un voler fare teatro obbligatorio e mi hanno insegnato a cedere e a ricredermi. Ho intrecciato tanti giorni ad altri giorni e spesso ho dimenticato tutto quello che avevo intorno. Alle volte l’ho amato follemente senza dirlo, ho sbattuto contro il muro reale dell’occupazione e qualche volta ho provato a vedere dall’alto che succede. Ho giocato animatamente con palestinesi e ho discusso con le donne sulla donna. Ho riso, suonato, fatto workshop nei campi profughi, mi sono ricostruito una famiglia con amici italiani e stranieri che abitano qui e ora li lascio impressi qui, come una presenza che fa eco; tutte persone sospese in questo spazio “immaginario” che è la Palestina. Ieri un’amica spagnola mi ha chiesto se stavo bene, io le ho detto “confuso” come quando fai il girotondo e fermandoti tutto ti gira intorno e non sai bene se cadere o restare in piedi a goderti la meraviglia dello spazio che ti gira attorno. Questo posto ti afferra per mano e t’invischia lentamente e dolcemente per poi lasciarti andare. Sono contento di tornare a casa. We will be back home in 3 weeks. It is difficult to talk about the show for the children when the ‘show’ was above all on myself and my life. The children were reticent to participate in a pre-arranged theatrical performance and they taught me to give in and think it over again. I wove many days into other days, often forgetting everything surrounding me and at times I loved it dearly without saying so, I banged against the actual wall of occupation and at times I tried to see what happened from above. I played animatedly with Palestinians and discussed with women about women, I laughed, played instruments, staged workshops in refugee camps, I found a family in the Italian and foreign friends who live here, and now I’m leaving them here as if they were a presence that echoes... all these people suspended in an imaginary space, Palestine. Yesterday a Spanish friend asked me whether I felt all right, and I told her I felt ‘confused’ as when you play ringa-ring-a-roses and everything spins around you when you stop, and you don’t know if you’d better fall down or stand up to enjoy the wonder of space spinning around you. This place takes you by the hand and gets you involved slowly and sweetly, and then it lets you go. I’m happy to go back home.


NERO - On tour


Venezia Berlino solo andata A scuola si sono incontrati i genitori e i bambini turchi, i palestinesi di Jenin e quelli che vivono ormai da anni a Berlino. Poi sono arrivati gli italiani con i loro figli, hanno giocato e ascoltato il progetto della trilogia che li coinvolge. Arabo, tedesco e italiano, lingue mescolate. Ieri sera abbiamo fatto il giro delle famiglie dove erano alloggiati i ragazzini palestinesi per vedere se tutto era ok, molti dormivano dopo il viaggio, altri erano già in camera a giocare con i loro coetanei “sconosciuti”, qualcuno voleva cambiare famiglia, così l´abbiamo fatto salire sul furgone e l´abbiamo accompagnato in un´altra casa. Ai palestinesi è stato proibito il mare, i turchi di Berlino hanno dovuto dimenticarlo per resistere ai ritmi di ovest e “integrarsi” in Germania. Qua la distanza e i checkpoint hanno la forma di radici spezzate che non sanno più sotto quale piede stare. Ma stasera quando alcuni pezzi del Mediterraneo si sono incontrati è stato come vedere bambini fare castelli di sabbia in riva al mare. Gli adulti un po´ più distanti felici. E forse domani sera sarà lo spettacolo a chiarire meglio le nostre parole dette a scuola.

Venice-Berlin, one way At the school Turkish parents and children met the Palestinians from Jenin and the Palestinians who’ve been living in Berlin for years. Then the Italians came with their kids. They all played together and listened to our description of the Trilogy project they will be involved in. Arabic, German and Italian, all three languages will be mixed together. Last night we visited the families where the Palestinian kids were staying to check if everything was all right. Many were sleeping after the long journey, some were playing with their ‘unknown’ peers, and others wanted to change family, so we got them into the van and took them to another home. The sea has been forbidden to the Palestinians, the Turkish from Berlin had to forget it in order to keep up with the pace of the western world and to facilitate “integration” in Germany. Here distances and checkpoints take the shape of broken roots, which no longer know underneath which feet they have to stay. But when some ‘pieces’ of the Mediterranean met this evening, it was like watching kids build sand castles by the sea. The adults standing further away were happy. And hopefully tomorrow night the show will make the words we said at school clearer.


Siamo vivi. Dopo 15 giorni di sciopero, torna a parlare dalle cantine di Berlino Ponte Radio. Lo sciopero si è protratto in solidarietà a tutti coloro che anche in Italia , scioperano. Cari tutte e tutti siamo qui con voce nuova a ricordarvi che da oggi si riparte! Rosso. Debutto previsto 11 giugno 2009. Tutti quanti, Caravita, Taddei, Casadio, Paradinas, Belvisi, Gabai, sono tornati al lavoro. Nel frattempo qua a Berlino c’è il sole da 20 giorni. Dicono i migliori astronomi & astrologi terdeschi che mai si ricorda a memoria, da dopo la caduta del MURO, una serie così lunga di giornate di sole. La pioggia, nemico primo del gruppo Ponte Radio, è stata per ora sconfitta!!! La scuola. La scuola? A scuola abbiamo preso i giovanotti e li abbiamo portati, prima a mirare la città, a guardare nel particolare, poi abbiamo trovato una sala teatrale vecchia e bellissima. Le prove con i giovanotti si sono trasferite in questo luogo fantastico, in mezzo al parco lungo la Sprea, dove oltre alle luci che il prode Belvisi può manovrare c’è anche un pianoforte a muro scordato ma bello da suonare. Dotato di ruote per poterlo spostare!! La grande metropoli non spaventa il Gruppo

Ponte Radio, sebbene nonostante i “pericoli” corsi in Palestina, Bosnia, Serbia, Kurdistan, Ravenna, Alfonsine, il gruppo è stato per vari giorni un po’ intimidito da codesto posto. Luogo pieno di trappole proprio come il piccolo Pierino poteva pensare del bosco! Così il Gruppo Ponte Radio ha mosso i suoi passi, partendo dal quartiere turco dove vive verso tutto ovest? O Est?, senza mai capire dove fosse est o ovest. Oh siamo a Ovest qua, no? No siamo a Est, hai visto le case?Ah!! Tanti musei, tante case okkupate che però sono regolari, tanti kebab, tanta gente buffa, tanto di troppo. Tantissimo spazio pieno, troppo per una città con così pochi abitanti. Pezzi di muro sparsi per la città. E sulla metropolitana. Senza girelli. Così chi vuole passa. E la gente che alla notte mangia noodles sui sedili del metrò o legge un libro. Ci sono palazzi bellissimi e finestre enormi con tende bianche e ombrelloni aperti, verdi e gialli. C’è la Sprea che divide e ci sono le luci della città, rosse come allarmi. E poi ci sono gli architetti e le grandi opere urbane. Che sono un po’ distanti da noi. Fuori sono piene di luci e specchi ma non sono vivibili all’interno. Di notte ti sembra di essere su un’astronave ma

poi si gira l’angolo e ti trovi a casa, in mezzo alle volpi e ai boschi. Per gli amanti delle serate notturne, la Berlino della notte propone un’infinità di scelte, dal Dj Garrincia a Monsieur Moses, a Sarah la trosformista dalle mille facce. Il costo della vita è accessibile ai più e tutto sembra filare molto, molto bene. Il traffico è regolare dalla mattina alla sera e parcheggio ce n’è in abbondanza E così via passando per strade e quartieri e U-bahn e S-bahn piano piano ci siamo addentrati in città. Siamo pronti a scrivere di nuovo. Sarà che oggi al termine dello sciopero, si andava a recuperare i dati dei partecipanti a tale sciopero dalla questura (n. degli scioperanti sei – dati della questura) e nel mentre incappavano in tre ragazzi modello palestina-campi profughi che sputavano dalla cerbottana in mezzo alla strada. Qua a Berlino, per sentire un clacson suonare devi pregare la madonna e allora meno male che ci sono i ragazzini di strada con le cerbottane. Da qui si incomincia da capo. inizio di Rosso purgatorio


We are alive. After a 15-day strike, Ponte Radio has found its voice once again from cellars in Berlin. The strike has been extended in sympathy with all those who strike in Italy too. Dear everybody, this is a new voice to remind you that we are on air once again from today! Red. The debut is scheduled to take place here on 11 June 2009. Everybody, Caravita, Taddei, Casadio, Paradinas, Belvisi, Gabai, has gone back to work. Meanwhile, Berlin has been bathed in sunshine for the past 20 days. Leading German astronomers & astrologers say that there has never been such a long spell of sunny weather since the WALL was demolished. The rain, the main enemy of the Ponte Radio Group, has been defeated for now!!! School. What about school? We took the students to gaze at the city, first, to observe details, then we found an old and beautiful theatre hall. Rehearsals with the students are now held in this fantastic place, in the heart of the park along the Spree, where besides the lighting adjusted by the enterprising Belvisi, there is also an upright piano that is out of tune but delightful to play. It has castors and we can move it around!! The large metropolis does not intimidate the Ponte Radio Group, though the “danger”

experienced in Palestine, Bosnia, Serbia, Kurdistan, Ravenna and Alfonsine caused the group to fear this place for several days. The city is dotted with traps, just as little Peter might have imagined in the woods! Hence, the Ponte Radio Group took its first steps starting from the Turkish district where it resides and moving westwards? Or eastwards?, without ever understanding where east and west are located. Oh, aren’t we in the West here? No, we are in the East, did you notice the houses? Ah!! So many museums, so many houses occupied but regular, so many kebab corners, so many funny people, so much of too much. Plenty of full space, too much for a city with so few inhabitants. Pieces of the wall strewn around the city. And on the underground. Which has no swivel access gates. Hence, anybody can go in. And, at night, people read a book or eat noodles slouched on the seats of the underground. There are beautiful buildings and large windows with white curtains and open green and yellow sunshades. The Spree acts as a dividing line, and there are the city lights, red like alarms. And then we find architects and great urban works. They are quite far away from our location. They are covered with lights and mirrors on the outside, but they are unliveable on the inside. At night you get the impression

of being onboard a space ship but then you turn the corner and you are at home, amidst the foxes and the woods. For those who love entertaining evenings, nightlife in Berlin offers an endless choice of options, ranging from deejay Garrincia to Monsieur Moses, and to Sarah the quickchange artist with a thousand faces. The cost of life is affordable for almost everybody and everything seems to run extremely smoothly. Traffic is regular from morning till evening, and there is plenty of parking space. So, moving through streets and districts, and U-Bahn and S-Bahn, we gradually penetrated into the heart of the city. We are ready to start writing once again. Today, when the strike drew to a close, we went to collect the details of participants in the strike from the administrative offices of the Police (no. of strikers 06 – data provided by the Police), andwe came across three refugees, Palestine camp style youth, who were spitting in the middle of the street with pea shooters. Here in Berlin you have to pray the Blessed Virgin to hear the sound of a car horn, so thank God for the youth with pea shooters on the street. We start again from here. Start of Purgatory Red.


Liz mi racconta che nel mezzo della cortina di ferro, il campo era solo un tappeto di mine. In questa striscia della morte che nessuno poteva calpestare, l’erba è cresciuta indisturbata e leggeri esseri viventi si sono riprodotti come in un grembo materno. Quando è caduto il muro, da questa striscia della morte sono scappati fuori centinaia di conigli, invadendo le strade di Berlino.

Liz tells me how the ground was just a minefield in the middle of the iron curtain. Along this line of death where nobody was allowed to step, the grass could grow undisturbed and tiny light living beings could reproduce themselves as if they were in a womb. When the wall fell down hundreds of rabbits jumped out of these strips of death and invaded the streets of Berlin.


Berlino innamorata. Divisa a metà nel c´era una volta della guerra fredda e ora rimessa insieme. Berlino diventa il rosso di una storia d´amore. Est e Ovest sono immagini di due innomorati che vanno mano nella mano per un viale largo. C´è vento e le foglie passano tra i loro piedi, c’è un fiume che passa accanto, capannoni industriali, murales e ponti d’acciaio per la metropolitana. C’è Est che avvolge Ovest o almeno lo avvolgeva tutto intorno in quel “c’era una volta”, come una donna che cinge il proprio uomo prendendolo per i fianchi. Ovest che una volta era una bolla in mezzo ad Est. Ora esploso ed espanso.

Berlin in love. Divided into half in the ‘once upon a time’ of the Cold War and now brought back together. Berlin becomes the red of a love story. The East and the West are images of two lovers walking hand in hand along a wide avenue. The wind is blowing and the leaves slip between their feet, there is a river running nearby, industrial depots, murals and the steel bridges of the underground. The East encloses the West, or at least it used to enclose it all around in that ‘once upon a time’ like a woman hugging her man and taking him by the hips. Once the West was a bubble in the middle of the East. Now it has exploded and expanded.


Giorno dopo giorno i nostri occhi e le nostre orecchie ascoltano, vedono e conoscono, con dolcezza, così scopriamo i bambini con cui stiamo preparando Rosso e loro scoprono noi.

Day by day our eyes and ears listen, see and learn with sweetness, that’s how we are getting to know the children with whom we are preparing the show ‘Red ‘ and that’s how the children are getting to know us under a new light.


Con noi c’è Samir che dalla Palestina è venuto prima in Italia per salutarci e poi ha deciso di salire con noi in furgone verso Berlino. Come avere con sè Alice nel Paese delle meraviglie, è una spugna che assorbe le luci della grande città così come le storie che gli si racconta. Prende il notepad e scrive o disegna fumetti. Mette insieme i punti dalla sua terra fino a qui, con un riflesso in più, rivolto sempre al suo mondo. Dice che vede con altri occhi, sicuramente più aperti, perchè questo è l’effetto che regala la diversità. Una maggiore attenzione verso sè.

Samir is with us, he first came to Italy from Palestine to say hello and then decided to come to Berlin with us by van. It’s like travelling with Alice in Wonderland, he’s like a sponge that absorbs the lights of the big city and the words that are spoken to him. He grabs his notepad and writes or draws comic strips. He connects all the dots from his land to here with an extra thought addressed to his world. He says he is seeing things with different eyes, assuredly more open because, after all, this is what diversity gives you. A deeper attention for yourself.


Dopo i particolari svelati in Nero inferno, la Trilogia Quasi Dantesca continua il suo viaggio in direzione del mare attraverso lo sguardo dei bambini in occidente. Rosso purgatorio rende parzialmente visibili i corpi dei bambini attraverso l’utilizzo di una scenografia strutturata: due città, una grande e una piccola nessuna delle due ideali. Una con le sue luci ammalianti, l’altra con le sue paure e la sua solitudine. A metà della strada che porta al mare, i bambini e la proiezione del loro corpo in ombra sono persi nel vortice della luce e dei suoi colori prima di incontrarsi grazie ad una comunicazione virtuale. Ombra, Città, Strada sono le altre tre parole chiave che nascono in questa seconda parte della Trilogia Quasi Dantesca per disegnare i contorni dell’Occidente in generale. Due gruppi di bambini, una parte nata a Berlino da famiglie turche e tedesche, un’altra nata ad Alfonsine, una piccola città di provincia italiana: due esperienze assolutamente differenti che si incontrano per ricreare la dimensione umana nel contesto urbano occidentale. After revealing the details in Nero inferno, the Trilogia Quasi Dantesca continues its journey heading the sea through the look of the children in the West. Rosso purgatorio makes the children’s bodies partially visible using a more structured set: two cities, one big and one small, none of the two ideal. One with its alluring lights, the other with its fears and its loneliness. Halfway down to the sea the children and the projection of their bodies in shadow are lost in the vortex of light and its colours before meeting thanks to a virtual communication. Shadow, City, Road are three more keywords that are born in this second part of the Trilogia quasi dantesca to draw the outlines of West in general. Two groups of children, one born in Berlin in Turkish and German families, the other born in Alfonsine, a small provincial town in Italy: two deeply different experiences that meet to re-create the human dimension in the western urban context.


ROSSO - Purgatorio


Questa notte piove, mi piace camminare per strada, per la strada incontro Alice. E’ una bambina punk vestita di nero con le guancia dipinte I maghi hanno zucchero filato in mano e macchine per il suono piove e i bambini gridano per le strade. A tra poco Libano!

It’s raining tonight, I like walking in the street. On the street I meet Alice. Alice is a punk girl dressed in black with painted cheeks wizards have candy floss in their hands and sound machines it’s raining and the children yell in the streets See you soon Lebanon!


Ieri a casa di un vecchio c’era il mondo appiccicato ad una parete della stanza, scolpito in legno, tutto bianco, senza colori e senza nomi, senza frontiere, senza niente…così com’è. Nudo nato ed era bellissimo. Bianco.

Yesterday at an old man’s house the world was stuck to a wall of the room, carved in wood, all white, no colours, no names, no borders, nothing... just as it is. It was born naked and it was very beautiful. White.


Nel sud del Libano, tutto sembra sospeso tra la morbidezza del mare e le rughe dei vecchi in fondo al porto. Tiro non è un posto normale, è una centrale di frontiera e forse come in tutte le frontiere del mondo non sai cosa aspettarti. La polizia, i servizi segreti, la pattumiera di una parte di Occidente e Medio Oriente riversato quaggiù. Mentre cammini ogni tanto sei avvolto da pezzi di braci per shisha che volano via dai bracieri portati dai giovani in motorino. Da un lato della cornice marittima ci sono i locali ricchi e pieni di luce con gente ubriaca che urla per strada mentre dall’altro lato le case sono di pietra e i vecchi fumano shisha fuori dalla porta. I più giovani aspettano e guardano passare davanti ai loro occhi Suv nuovi, potenti, lussuosi, musica a palla mentre sgranocchiano brustolini e sputano le bucce. Filippine a cottimo lavorano per i cristiani, malaysiane a cottimo lavorano per i musulmani. Puliscono le case, portano i figli degli altri a scuola oppure semplicemente accompagnano la famiglia per cui lavorano al supermercato di tre piani gestito da Hezbollah. Anche questo come le scuole gestite da loro, sono economiche e abbordabili a molti. Questione di propaganda e caste sociali. La casbah musulmana, dove alle volte le donne sono più coperte che a Jenin, è una piccola scatola dentro Tiro, si snoda e si richiude, all’alba si schiude come i petali di un fiore, prende il sole ma non si riflette mai. Il piccolo antro dei cristiani si butta sul porto, donne dai capelli voluminosi, appariscenti e rifatte nei seni oppure semplicemente disinibite camminano su e giù. Due mondi, da un lato all’altro della strada, in mezzo si respira molta solitudine. La voracità degli scontri con Israele ha alzato il livello del business e la sofferenza delle persone, le case costano molto e molti fanno affari, l’UN paga e inonda le strade di mezzi e autocarri, mentre i soldatini libanesi dipinti di grigio verde sono solo sudditi di una doppia guerra, una visibile e una sotterranea. Che scegliere? Niente di tutto questo e allora preferisco andare in silenzio, essere invisibile tra tutti e camminare in equilibrio, per imparare a conoscere questo paese. Ciò che trovo nelle parole di diversi arabi che vivono qua è una dignità e un passato che spesso si può far fatica a comprendere perché semplicemente è nascosto nella loro intimità, perché solo così oggi le differenze e le minoranze possono sopravvivere: proteggendosi. Con delicatezza scopri che dentro queste vite si nascondono passioni incredibili, che a un certo punto della vita si interrompono per dovere o per necessità o per mancanza di coraggio. Le passioni interrotte sono come lampadine che hanno solo bisogno di essere riaccese. Come direbbe il proprietario del ristorante Le Petit Phenicienne, c’est la vie. In mezzo alle rovine del vecchio ippodromo romano di Tiro, ci sono le colonne mozzate e ci sono le pietre bianche che ti abbagliano. Rovine del vecchio impero sulle rovine del nuovo. Più in fondo, nel cuore del sito archeologico, dove la natura cresce libera non senti più niente, nessun rumore di macchine e motori, solo lucertole nei buchi che strisciano in mezzo alle tombe.


In southern Lebanon everything seems to be suspended between the softness of the sea and the wrinkles of the elderly in the far end of the port. Tyre is not a normal city, it is a border station. Probably, like all borders in the world, one never knows what to expect, the police, secret services, the dump of part of the West and Middle East that has poured in here. While taking a stroll you are occasionally enveloped by pieces of hookah embers rising from braziers carried by youth on scooters. One side of the maritime scene has rich places glittering with light and drunkards shouting on the streets, while on the other side houses are made of stone and the elderly smoke the hookah at the door. Youth stand by waiting and watching new, powerful and luxurious SUVs passing by with music blasting noisily and continuously, while they munch salted roasted pumpkin seeds and spit out the skin. Filipinos perform piecework for Christians, Malaysians provide piecework for Muslims. They clean houses, accompany the children of others to school or merely accompany the family they work for to the threestorey supermarket run by Hezbollah. Like the schools run by them, the supermarket too is cheap and affordable to many. It is a matter of propaganda and social casts. The Muslim Kasbah where women are, at times, more covered than in Jenin, is a small box situated inside Tyre. It unfolds and clams up once again, it blooms like the petals of a flower at dawn, basking in the sun without ever reflecting light. The small Christian slum area gives onto the port, flashy women with thick heads of hair and breasts reshaped by cosmetic surgery or merely without inhibitions stroll up and down. Two worlds, on either side of the street, with a feeling of extreme solitude in the middle. The greedy violence of clashes with Israel has increased the level of business and the distress of people. Houses are very expensive and many have trading enterprises. The UN pays and crowds the streets with vehicles and trucks, while the grey-green painted little Lebanese soldiers are merely the servants of a dual war, a visible one and an underground one. What should the choice be? None of all this; hence, I prefer to stroll in silence, be invisible in the crowd and walk on a tightrope to get to know this country. In the words of many Arabs who live here I find a dignity and a past that are often hard to understand because they are hidden in their intimacy, which is the only way differences and minorities can survive today: by protecting themselves. You gently discover that these lives conceal amazing passions, which were crushed either by duty or by need or by lack of courage at a certain point in life. But interrupted passions are like light bulbs that only need to be switched on once again. As the owner of the restaurant Le Petit Phenicienne would say, c’est la vie. In the middle of the ruins of the old Roman racecourse in Tyre, there are broken pillars and blinding white stones. Ruins of the old empire on the ruins of the new one. Deep in the heart of the archaeological site, where nature grows freely, you hear no sound, not even the noise of cars and engines, only lizards in holes to make their way amidst the tombs.


Alla fine siamo arrivati a Tiro, dove il mare circonda la città e i barracuda si mangiano fritti. Il mare è forte e l’odore del pesce si mischia all’umore dell’intonaco e delle mura salate. C’è un uomo che costruisce barche, ha legni, corde appese fuori di casa e mezzimarinai. Strano miscuglio di shisha e uncini. I pescatori, seduti da Abu Robert, portano berrette di lana mentre le reti si mischiano alle reti invisibili che si creano tra le persone che camminano sul lungomare. Finally we got to Tyre, where the sea surrounds the city and barracudas are eaten fried. The smell of the water and of the sea is strong and the smell of fish gets mixed with the scent of the salty plaster of the walls. There is a man who builds boats, he has wooden boards and ropes hanging outside his house along with maritime tools. A strange mix of hookahs and hooks. The fishermen sitting at Abu Robert’s wear woollen hats while their fishing nets get mixed with the invisible nets that are formed between the people walking along the promenade.


Equilibrio e venti bambini libanesi, bellissimi e pieni di energia. Hanno cominciato a ridisegnare il mondo con i propri sogni e i propri segni. Tutto il mondo, dalla Cina alla Russia sino all’Africa. Ci siamo letteralmente persi in loro, da subito, nella loro dolcezza e nella loro voglia di fare, ricercare e scoprire, siamo proprio curiosi di capire cosa ne verrà fuori questa volta. In ogni caso e per tutta la vita ne è valsa la pensa fare tutta questa fatica per arrivare fino a qui, non tanto per il Libano, non tanto per dire ce l’abbiamo fatta a fare una trilogia, ma per scoprire con i nostri occhi che ci sarà sempre qualcuno pronto a ricevere e trasmettere immediatamente i propri sogni. Questi bambini con un semplice tratto stanno facendo saltare i confini come cuciture avariate. Balance and twenty Lebanese kids, beautiful and full of energy. They started redrawing the world with their dreams and signs. The entire world from China to Russia, all the way to Africa. We literally got lost within them, right from the beginning, in their sweetness and their desire to do things, to search and discover. We are really curious to see what will come out this time. In any case and for all my life it was worth making all these efforts to arrive here, not so much for Lebanon, not so much to be able to say ‘we made a trilogy’ as for having seen with our own eyes that there is always someone ready to immediately receive and transmit their own dreams. With a simple stroke, these kids are blowing up all borders as if they were faulty seams.


BIANCO - Paradiso


HAIKU dei tre colori


Calor. Za’atar, polvo, perfume y café. Risas, claxons y cantos; Luz ámbar que corta la penumbra de un parking subterráneo. Velos extendidos que bailando con el viento se secan al sol. Miradas directas a los ojos; sonrisas directas desde el alma. 2008 Jenin

Heat. Za’atar, dust, perfume and coffee. Laughs, horns and chants; Amber light that cuts the gloom of an underground car park. Hunging veils dancing with the wind are sun dried. Direct looks into the eyes; direct smiles from the soul. 2008 Jenin

Calore. Za’atar, polvere, profumi e caffè. Risate, clacson e canti. Luce ambrata che taglia il buio di un parcheggio sotterraneo. Veli estesi a ballare con il vento ad asciugare al sole. Sguardi diretti negli occhi, sorrisi diretti dall’anima. 2008 Jenin

Frío. Tierra mojada, asfalto bajo la lluvia y noodles. Paradas de metro con nombres que no sé recordar. Silencio en la masa. Orden. Explosión de verde. Trenes que van por el aire y gente que corre sobre el agua helada del canal. Miradas traslúcidas; sonrisas susurradas. 2009 Berlín

Cold. Wet soil, asphalt in the rain and noodles. Subway stops with names that I can ́t remember. Silence in the dough. Order. Blast of green. Trains ranging through the air and people running on the icy water of the canal. Translucent looks; whispered smiles. 2009 Berlin

Freddo. Terra bagnata, asfalto sotto la pioggia e noodles. Fermate della metropolitana con nomi che non posso pronunciare. Silenzio nella massa. Ordine. Esplosione di verde. I treni che vanno in aria e persone in corsa sull’acqua ghiacciata del canale. Sguardi trasparenti; sorrisi sussurrati. 2009 Berlino

T emplado. Pescado, pan y hummus al amanecer en el mercado. Campanadas y moecines. Sal en el aire. Piedras llenas de Historia. Columnatas bajo el mar. Azules allá donde miras. Tiempo estático. Inquieta quietud. Miradas sonrientes que te ofrecen café. 2010 Tiro.

Mild. Fish, pita bread and hummus at dawn on the market. Chimes and moezzins. Salt in the air. Stones full of history. Colonnades under the sea. Blue wherever you look. Static time. Restless calm. Smiling looks offering you coffee. 2010 Tyre.

Temperato. Pesce, pane e hummus all’alba sul mercato. Campane e mohazines. Sale nell’aria. Pietre piene di storia. Colonnati sotto il mare. Blu ovunque si guarda. Tempo statico, quiete, disagio. Sguardi sorridenti vi offrono il caffè. 2010 Tiro.

Todas y cada una de estas sensaciones se encontraron y mezclaron en Ravenna con el Haiku dei Colori dando vida al sueño de la Trilogia Quasi Dantesca. 2010 Ravenna

Each and every one of these feelings met and mixed in Ravenna by “Haiku dei colori” giving life to the dream of “Trilogia Quasi Dantesca”. 2010 Ravenna

Tutte e ciascuna di queste sensazioni sono state ritrovate e mescolate a Ravenna dando vita al sogno della Trilogia Quasi Dantesca. 2010 Ravenna


NERO: bis in Palestine


TRILOGIA QUASI DANTESCA Opera sui colori composta da tre haiku teatrali nero inferno rosso purgatorio bianco paradiso di Alessandro Taddei La Trilogia quasi dantesca è una favola dove una parola e il suo disegno decidono un giorno di mettersi in cammino e compiere un viaggio dal sottosuolo, dove si creano le immagini e le lingue, sino al mare. Le parole e i disegni nascono dalle profondità del Nero. Come tutto ciò che deve prendere forma, il colore nero, le parole e i disegni si mescolano, si cercano, cadono per terra e si ritrovano, alla fine sarà la parola araba acqua a trovare il suo disegno, a mettersi insieme e cominciare finalmente il viaggio in direzione del mare. Aria che porta al mare! Portata dal vento l’immagine esce dal nero ed entra in Rosso, un universo composto da tutti i colori, separati tra loro. Dentro al rosso troverà i colori della luce che illuminano due città, una grande e una piccola e la magia delle ombre che porta le persone a perdersi dentro questo mondo. Saranno i bambini a costruire la strada che porta al mare verso l’immaginazione che permetterà alla parola e al disegno di uscire dal purgatorio. In Bianco l’immaginazione avvolge completamente la realtà senza perderla. Qui il disegno e la parola troveranno spazio per potersi fermare; una facciata di un palazzo immaginario di una qualunque città del mondo per ricordare a chi passa e a chi vede che in ogni luogo esiste una dimensione urbana e un volto umano delle cose. Il mare diventa metafora dell’approdo e della partenza verso nuove rotte e Dante è solo un’ immagine rubata alla letteratura per ricordare che lo spirito del viaggio nel passato nel presente e nel futuro può portarci a conoscere luoghi che non riusciamo a vedere anche se intorno a noi. Nella favola dei colori è solo un bambino che perso tra le strade d’ oriente e occidente, va in giro senza cercare la strada di casa. TRILOGIA QUASI DANTESCA Work on colours composed of three theatre haiku nero inferno rosso purgatorio bianco paradiso by Alessandro Taddei The Trilogia quasi dantesca is a tale where a word and its drawing decide one day to set off on a journey from the underground world, where images and languages are created, to the sea. Words and drawings are originated from the depths of Nero. As everything that has to shape up, black, the words and the drawings mix, look for each other, fall on the floor and find themselves, in the end it will be the Arabic word water to find its drawing join and finally begin the journey towards the sea. Air leading to the sea! Taken by the wind the image leaves Nero and enters Rosso, a universe made of all the separated colours. Inside the red, it will find the colours of the light that lighten two cities, one big and one small and the magic of the shadows that lead people to get lost inside this world. The children will be the ones to build the road leading to the sea, towards the white that will allow word and drawing to leave this purgatory. In Bianco the imagination wraps completely the reality without loosing it. Here the drawing and the word will find space to stop; the facade of an imaginary building of any city of the world to remind who passes by and who sees that in any place a urban dimension and a human face of things exist. The sea becomes metaphor of the landing and the taking off towards new routes and Dante is just an image stolen to literature to play a bit with the past. In the tale of colours he is a child that, lost among the streets of the near East and of the West, doesn’t look for the way home but wanders around looking for and playing with the inhabitants of the places he crosses on his path.


… una bimba a mezz’aria col naso all’insù, una col profilo appiccicato a un riflesso, un quadro senza tela… Queste locandine, come specchi rotti, riflettono ognuna un poco, senza coerenza, di un tutto difficile da specchiare per intero. Valentina del Bianco

… a girl child suspended in the air with head tilted backwards, another with the profile glued to a reflection, a frame without the canvas… Each of these posters, like broken mirrors, inconsistently reflects a minor part of a whole that can hardly be fully mirrored. Valentina Del Bianco

Nero è fragile e sottile. È l’assurdo prima della speranza.

Black is frail and thin. It is the absurd before hope


Rosso è invadente e immobile. È l’incontro stereotipato nel gesto semplice del riflesso. È un contatto prima ancora di un incontro. … prima di capirsi ci si guarda… forse si aspetta… anche nel purgatorio si aspetta.

Red is bold and motionless. It is the stereotype meeting in the simple gesture of reflection. It is contact even before a meeting. … before understanding each other, we look at each other… perhaps we wait… even in purgatory we wait.


Bianco è dell’innocenza, della purezza e della pace. Anche qui lo spazio ha un limite, quello di un quadro senza tela e un non-limite, quello dei sogni.

White is innocence, purity and peace. Once again space is limited, that of a frame without a canvas, of the lack of a limit, that of dreams.


Nero inferno Jenin, Palestina

Nero inferno (Black Hell) Jenin, Palestine

Nero è inizio di una trilogia. Nero è la scoperta di quell’invisibile che vive nascosto negli angoli della Palestina. Nero è lo spazio statico che muta e si trasforma davanti agli occhi. Nero è un disegno che diventa parola e viceversa, acqua che diventa forma di donna, mare che diventa onda. Un’onda che ci ha spinto a fondo e ci ha portato a respirare sott’acqua, in immersione, attraverso una forma espressiva sotterranea che nel nero trova vita e cerca luce per scoprirsi. Il mondo dei bambini non raccontato ma svelato attraverso parole e disegni. Nero è momento di vita duale, un teatro vissuto prima di tutto sopra se stessi, in un’atmosfera surreale, al di sopra del reale, poi a contatto con i bambini di Jenin, dove il territorio si mostra in tutta la sua forza.

Nero is the beginning of the trilogy. Nero is the discovery of the invisible that lives hidden in the corners of Palestine. Nero is the static space that changes and transforms in front of our eyes. Nero is a drawing that becomes word and viceversa, water that becomes shape of a woman, sea that becomes wave. A wave that pushed us to the depths and made us breath in water, diving, through an underground language that finds life in black and seeks for light to re-discover itself. Children’s world untold but revealed through words and drawings. Nero is a moment of dual life, a theatre first of all experienced upon one’s self, in a surreal atmosphere, above reality, and then in contact with the children of Jenin, a place where territory shows itself in all its strength.

Nero inferno ha debuttato in anteprima al sotterraneo del Nimer Mall di Jenin (Palestina) il 13 giugno 2008 e in prima europea alla Biennale di Venezia Teatro il 1°marzo 2009, a Berlino presso l’Haus der Kulturen der Welt il 5 marzo 2009, a Ravenna in Piazza S.Francesco il 4 luglio 2010 e a Napoli presso l’albergo dei poveri in occasione del Napoli Teatro Festival il 9 settembre 2011. Nelle rovine romane di Sebastiya, all’Hirbawi Factory of Kufia di al-Khalil (Hebron), all’Hammam Al Ayn, Center for Jerusalem Studies, Old City di Al Quds (Jerusalem) e al Freedom Theater (Jenin) tra settembre e ottobre 2012

Nero inferno has been played as premiere at the Nimer Mall Underground in Jenin (Palestine) on 13th June 2008, in premiere European in the Biennale of Venice on 1thMarch 2009, in Berlin at the Haus der Kulturen der Welt on 5thMarch 2009, in Ravenna at S. Francesco square on 4th of July 2010, in Napoli Theatre Festival on 9th September 2011. At the Old Roman’s Ruin of Sebastiya, in al-Khalil (Hebron) at Hirbawi Factory of kufia, in Old City of Al Quds (Jerusalem) at Hammam Al Ayn, Center for Jerusalem Studies and in Freedom Theater (Jenin) between september and october 2012.

Con/With Ahmad Maher Jammal,Ali Omar Freehat, Motasem Abukhalil, Feker Taher Ateeq, Haya Ghazee Abua Farha, Khaleel Ghassan Hab Alreeh, Leyth Abd alkareem Shalameesh, Mohammed Raa’d Abu Khaleel, Nasser Raa’d Abu Khaleel, Omar Ahmad Shalameesh, Qusey Roshdee Sha’ban, Remah Mosa Ararawi Luci/ Light:: Valentina Venturi, Alessandro Taddei Musiche/ Music Alessandro Taddei Fotografie/ Photography:Virginia Paradinas, Roberto Beretta Traduzioni /Translation Roberta Pasini Grafiche /Graphic: Valentina Del Bianco Diretto /Directed by da Alessandro Taddei & Enrico Caravita Organizzazione/ Organization: Gruppo Ponte Radio


Rosso purgatorio

Rosso purgatorio (Red purgatory)

…Berlin – Alfonsine...

…Berlin – Alfonsine...

Si entra nel rosso, in mezzo ai vortici del colore. Una città nella città, nessuna delle due ideale. Una mappa e tre tracce ombra---città---strada disegnano i contorni dell’occidente in generale.

We enter in red, through whirlwinds of colour. A city in the city, none of two being ideal. A map and three tracks shadow---city---road drawing up the outlines of three stories about the west in general.

Rosso purgatorio ha debuttato in anteprima alla Stadthaus im Boeklerpark Kreuzberg Berlin l’11 giugno 2009, in prima europea al Festival dei diritti umani a Ferrara nel 2010, in Piazza S. Francesco a Ravenna il 4 luglio 2010 e a Napoli presso il Nuovo Teatro Nuovo in occasione del Napoli Teatro Festival 2011.

Rosso purgatorio (Red purgatory) has been played as premiere at the Stadthaus im Boeklerpark Kreuzberg (Berlin) on 11th June 2009, in premiere European in Ferrara at the Festival of human rights on March 2010, in Ravenna at S. Francesco square on 4th of July 2010 and in Napoli Theatre Festival at Nuovo Teatro Nuovo on September 2011.

Abitanti di Rosso / Inhabitants of Rosso: Achraf Farhat, Marco Pattuelli, Berna Alpbek, Julie Matthées, Can Kerim Aslan, Lorenzo Cavallini, Leonardo Ricciardi, Cihad Çevik, Giulia Marzocchi, Arsel Cem Ilhan, Lorenzo Beretta, Francesca Costa, Maren Marie Seidler, Helen Yılmaz Diego Cavallini, Tommaso Costa, Alp Kaan Kılıç, Margherita Ricciardi Architettura di Rosso/ Architecture of Rosso: Montse Pardo Amoros lluminazione di Rosso/ Lights of Rosso: Giovanni Belvisi. Alessandro Taddei Strutture in ferro/ Iron scenography: Claudio Caravita Cornici/ Frames: Monica Ceroni Costruzioni in legno/ Wood scenography: Fabio Cavallini, Alberto Cortesi Insegnanti/ Teachers: Laura Mariani, Manuela Jaworski-Öztürk, Luciano Bertazzoni Sguardi sull’occidente/ Looks on the west: Samir Harb Batteria luminosa/ Light Rythmics: Clemént Delage Musiche dirette da/ Musical directed by: Luciano Titi Diretto da/ Directed by: Alessandro Taddei Fotografia/ Photos: Roberto Beretta, Virginia Paradinas, Giovanni Belvisi, Grafiche/ Graphics: Valentina del Bianco Traduzioni/ Translations: Denise Balazs, Steve Copper Comunicazione / Communication: Anna Gabai, Francesca Serena Casadio, Arun Frontino, Berivan Inci, Giulia Caporusso Amministrazione/ Administration: Giancarla Ravaioli Organizzazione/ Organization: Gruppo Ponte Radio


Bianco paradiso ...Tiro (Libano)

Bianco paradiso (White paradise) ...Tyr (Liban)

Cosa succede se da un semplice gioco di bambini, improvvisamente l’immaginazione esce dal suo confine e avvolge le città di mezzo mondo? Le città si rivoltano. Cambiano posto l’una con l’altra, si mischiano tra loro alla velocità della luce, sovvertono le immagini e le parole. Quando la gente si sveglia è il caos, nessuno trova più il proprio mondo. Bianco sta nell’immaginazione che prende forza sulla realtá portandola ad uno stato di trasformazione. Il paradiso è un ambiente in cui l’immaginazione e la realtá si mischiano completamente affinchè gli stati d’animo possano compiere il loro percorso profondo per raggiungere l’equilibrio necessario a vivere in armonia

What happens if in a simple game between children, suddenly the imagination runs away from its limits and wraps the cities of half of the globe? The cities are in revolt! They exchange places, one with the other, mix themselves at the speed of light, overthrowing images and words. When people wake up chaos is everywhere, no one can find his own world. Bianco is the imagination that takes strenght on reality, taking it to a state of transformation and the frames of mind are the key of this evolution. The paradise is a place where imagination and reality mould completely so that the frames of mind can move on their deep path towards the achievement of equilibrium, necessary to live in harmony.

Bianco paradiso ha debuttato in anteprima sotto l’Arco Trionfale, Parco Archeologico di Tiro l’11 giugno 2010, al Teatro Tournesol di Beirut a giugno 2010, alla scuola latina Basel Al Assad di Tiro a febbraio 2011 e al Real Albergo dei poveri all’interno del Napoli Teatro Festival a settembre 2011.

Bianco paradiso has been played as premiere at the Triumphal Arch, Archaeological Park of Tyr (Lebanon) on 11th June 2010, at the Theater Sunflower of Beirut on June 2010, in Ravenna at the S. Francesco square on 4th of July 2010, at the latin school Basel Al Assad of Tyr on February 2011 and in Napoli Theatre Festival at the Real Albergo dei poveri on September 2011.

Con/With Hussein Salman, Rayan Istanbouly, Mohamad Sekmani, Ibrahim Omais, Mohamad Kassir, Mohamad Dheini, Jad Suleiman, Rawan Aoun, Ali Zaidan, Doaa Awala, Ghiwa Aoun, Diana Al Roz,Tarek Saffiedinne, Haidar Hassan, Abd Al-Aziz, Hadi Al-Mawla, Ahmad Sarries, Mohammed Sarries, Hassan Baydoun, Issa Ghabri, Ahmad Delbani Urban imaginarium: Virginia Paradinas, Gianluca Costantini, Lara Cerlienco Video: Ali Beidoun Urban Sound: Alessandro Taddei-Luciano Titi Luci/Lights: Riccardo Clementi Fotografie/Photos Virginia Paradinas, Roberta Virgilio Grafiche/ Graphics: Valentina Del Bianco Traduzioni/translation: Roberta Virgilio, Clément Delage Insegnanti/teachers: Fatme Hezzedine, Houda Jaffal, Suz Sarries Organizzazione/Organization: Clément Delage – Gruppo Ponte Radio Diretto da/ Directed by: Alessandro Taddei


VERSO BABEL Un gruppo di ragazze e ragazzi. Di varie etnie (scriviamo così ma stiamo pensando “razza”?), di culture differenti. Lavoreremo insieme. All’inizio ci si presenta: la faccenda più semplice del mondo. Per esempio passo in mezzo a loro dò la mano, dico «Alessandro» (o Daniele) e sento cosa rispondono. Forse no. Forse non basta. Perchè questo è il mio modo di presentarmi, della mia etnia (se scrivo così ma sto pensando “razza” me ne accorgerò?). Ci sono altri modi di presentarsi? Ne troviamo 10, 15, 50.... per quante e quanti siamo? Si può fare. Facciamolo. Oppure. Passo in mezzo a loro. Do la mano a tutte e a tutti ma d’improvviso, senza apparente motivo, a lei no e a lui no e neppure a lui e a lui. Perchè? Guardatevi fra di voi. Guardiamoci. Differenze, somiglianze. Il titolo di una grande mostra anni fa era: «Tutti uguali, tutti diversi». Cosa ho trovato che può discriminare? La forma del naso o delle orecchie? Un vestito? Un modo di tenere i capelli? Cerchiamolo insieme. Ci ridiamo sopra. Che scemata vero? Come dire che gli ebrei... o i musulmani... o quelli che vanno in bicicletta... Perchè i ciclisti? E perchè gli ebrei o i musulmani? I ciclisti sì: un famoso scienziato italiano spiegò che chi va in bicicletta è più propenso a delinquere. Fa ridere vero? Un secolo fa lo prendevano sul serio. E tutti a misurare i crani perchè, come aveva detto lui, dalla forma della testa si capisce chi è portato al crimine. O a misurare i piedi. Perchè, secondo Cesare Lombroso, è facilissimo distinguere le donne oneste dalle prostitute. Se le prime dita del piede di una donna sono attaccate...non è onesta. Fa ridere? Gli albini portano fortuna o disgrazia? Chissà. Nel dubbio in alcuni Paesi vengono uccisi alla nascita. Non fa ridere. Però accade. Oggi, XXI secolo come si conta in questa parte del mondo (a proposito: altrove si conteggia il tempo diversamente; e la settimana è di 8 giorni) accade. La nascita di due gemelli in alcune zone del Kenia “preannuncia” che il padre morirà e dunque i bimbi vengono uccisi. Non fa ridere. Se il nostro lavoro è tentare di riscrivere con ragazze/i di 5 Paesi (Italia, Germania, Bosnia, Libano, West Bank-Gaza/Israele) un linguaggio e un immaginario conviene partire da qui. Dalle presentazioni, da come si conta. Dalle realtà minime e dai sogni.


C’è un tizio, si chiama Paul Watzlawick, che ci ha messo in guardia: «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà». Lo ripeto con enfasi. «Paul Watzlawick, difficile a scrivere e a pronunciare, ha scritto che fra tutte le illusioni la più pericolosa è credere che esista una sola realtà». Chi è d’accordo - o anche chi ci vuol pensare su - lo ripete, ognuno nella sua lingua. «Fra tutte le illusioni, la più pericolosa è credere che esista una sola realtà». Andiamo avanti? Vi racconto una storia. Poi, se vi va, discutiamo: vera? falsa? possibile? del mio Paese? di ogni Paese? oppure … solo mia? Tocca a voi, se volete. Una o uno di voi mi racconta una storia. Avanti così. E’ solo l’inizio. Daniele Barbieri


A group of boys and girls Of different ethnic groups (we choose this word but are we thinking “race”?), of different cultures. We’ll work together. At the beginning we introduce ourselves: the most simple thing in the world. For example, I walk among them, shake their hands, I say «Alessandro» or «Daniele» and I listen to what they answer. Maybe not. Maybe it is not enough. Because this is my way of introducing myself, the one of my ethnic group (if I choose this word thinking of “race” will I realize it?). Are there other ways of introducing oneself? Can we find 10, 15, 50 ways... as many as we are? We can do it. Let’s do it. Otherwise. I walk among them. I shake hands with all of them but suddenly, apparently with no reason, not to her nor to him neither to him and him and him. Why? Look at each other. Let’s look at each other. Differences, similarities. Some years ago there has been an exhibition whose title was «All the same, all different». What have I found that can be a reason to discriminate? The shape of the nose or of the ears? A dress? A way of holding one’s hair? Let’s look for it together. We laugh about it. It’s nonsense, isn’t it? As if we said the Jews... or Muslims... or the ones that ride a bicycle.. Why the cyclists? And why Jews or Muslims? The cyclists yes: a famous Italian scientist explained that who rides a bicycle is more inclined to commit crimes. It’s ridiculous, isn’t it? One century ago they took him seriously. And everyone went measuring skulls because, as he said, from the shape of the skull you can detect who is prone to crime. Or measuring feet. Because, in Cesare Lombroso’s opinion, it is very easy to tell honest women from prostitutes. If the first toes of a woman are wedded... she’s not honest. Does it make you laugh? Albinos bring luck or disgrace? Who knows. In doubt in some countries they are killed at birth. There’s nothing to laugh about it. But it happens. Nowadays, in the XXI century as we count in this side of the world (by the way: somewhere else time is counted in a different way; and the week bears 8 days) it happens. The birth of twins in some areas of Kenya “foreshadows” their father’s death, and so they are killed. There is nothing to laugh about it. If our work is to try to re-write a language and an imaginarium together with youngsters of five countries (Palestine/Israel, Italy, Germany, Lebanon,


Bosnia Herzegovina), it is better to start from here. From the introduction, from how we count. From the minimal realities and from dreams. There’s a guy called Paul Watzlawick that warned us: «Among all illusions, the most dangerous one is to believe i the existence of one unique reality». I repeat it with emphasis. «Paul Watzlawick, hard to write and to pronounce, has written that among all illusions, the most dangerous one is to believe in the existence of one unique reality». Who agrees - or even who wants to think about it - can repeat it, each in his own language. «Among all illusions, the most dangerous one is to believe in the existence of one unique reality». Shall we go on? I will tell you a story. And, if you want, we can discuss about it: is it true? false? possible? of my country? of any country? or maybe... only mine? It’s your turn, if you want. One of you shall tell me a story. And so on. It is only the beginning. Daniele Barbieri


Alessandra Cardone. Giornalista e videoreporter, una passione per i viaggi e per le storie che parlano di uno scambio... di cultura, di esperienze o soltanto di sogni. Storie che non trovano facilmente spazio per essere raccontate. Trilogia Quasi Dantesca è una di quelle. Una “piccola avventura” che meritava di essere narrata. Alessandra Cardone. Journalist and video reporter, a passion for travelling and for stories that tell about exchanging... culture, experiences or simply dreams. Stories that hardly find space to be told. Trilogia Quasi Dantesca is one of them. A ‘small adventure’ worth recounting. Virginia Paradinas. Spagnola, studia disegno grafico a Barcellona e comincia a interessarsi alla fotografía durante diversi viaggi in Europa, Asia e Vicino Oriente. In Palestina e in Israele dal 2006 comincia a collaborare con il Comitato Israeliano contra la demolizione di case (ICAHD) dove lavora come fotografa freelance e disegnatrice grafica. Sempre in Palestina conosce il Gruppo Ponte Radio e comincia a collaborare con loro per la realizzazione della Trilogia Quasi Dantesca e i successivi lavori. Virginia Paradinas. Spanish, she studied Graphic Design in Barcelona and approached photography during several trips throughout Europe, Asia and the Middle East. She has worked for the Israeli Committee Against House Demolition (ICAHD) in Palestine and Israel as freelance photographer and graphic designer since 2006. There she met the Ponte Radio Group and cooperated with them in creating Trilogia Quasi Dantesca and subsequent works. Roberto Beretta. (Milano 1960) Fotografo le persone, le cose, i luoghi nella loro forma, nel loro spazio, nel loro tempo, rubando così un momento magico forse irripetibile, mi lascio conquistare da tutto ciò che mi incuriosisce...penso alla fotografia come grande comunicazione di momenti, priva di parole, fatta solo di pure emozioni …il resto è negli occhi di chi guarda. Roberto Beretta. (Milan, 1960) Photographer of people, things and places in their form, space, and time, stealing a magical moment that might never be repeated. I allow myself to be fascinated by all that awakens my curiosity... I consider photography as an effective way to communicate moments, devoid of words, only charged with pure feelings… the rest is in the eyes of the onlooker. Daniele Barbieri. Scrittore e giocoliere di parole, umano socializzatore e (ex)giornalista, ex da quando i giornali non parlano piu, in verita´. Daniele Barbieri. Author and juggler of words, perceptive socialiser and (former) journalist. Actually, ‘former’ since when newspapers stopped speaking. Alessandro Taddei. Musicista e vaga-mondo. Fa teatro in luoghi molto difficili o poco facili. Adora le favole, i giochi di parole, preparare i futuri e su questi tre incroci mettere gli spett-at(t)ori nella scatola magica.


Alessandro Taddei. Musician and vaga-world. He performs drama in very difficult or not very easy places. He adores fables, puns and preparing futures, and in these three crossroads he places specta(c)tors inside the magical box. Gianluca Costantini. Lotta con il disegno, il suo è un attivismo grafico. Con i suoi Political Comics non produce facile valore di mercato ma bellezza e rari valori d’uso politici e culturali. I suoi ultimi libri sono “Cena con Gramsci” e “Julian Assange dall’etica hacker a Wikileaks”. Collabora con Internazionale, laLettura, World War 3 Illustrated, Le Monde Diplomatique. E’ stato l’ideatore della rivista inguineMAH!gazine ed è direttore artistico di GIUDA Edizioni. Cura Komikazen Festival del fumetto di realtà. Ha esposto alla Lazarides Gallery di Londra, al Salon du dessin contemporain al Louvre e in tanti altri posti. Ha tenuto una conferenza sul fumetto politico all’Ars Electronica Center di Linz e una performance con lo scrittore Hanif Kureishi. Gianluca Costantini. He battles with design with his graphic activism. His Political Comics do not produce easy market value but beauty and rare political and cultural values. His latest books include Cena con Gramsci (Dinner with Gramsci) and Julian Assange dall’etica hacker a Wikileaks (From the Ethics of a Hacker to Wikileaks). He collaborates with Internazionale, laLettura, World War 3 Illustrated and Le Monde Diplomatique. He created the magazine inguineMAH!gazine, and is the Artistic Director of GIUDA Edizioni. He is the curator of Komikazen Reality Comics Festival. He has held exhibitions at Lazarides Gallery, London, Salon du dessin contemporain at the Louvre, and in several other venues. He held a conference on political cartoons at the Ars Electronica Centre in Linz, and a performance with the author Hanif Kureishi. Elettra Stamboulis. (Bologna, 1969) Vive e lavora a Ravenna. Socia fondatrice di associazione Mirada, si occupa di progettazione culturale, cura e organizzazione di eventi espositivi. In particolare come curatrice ha curato le mostre di Marjane Satrapi, Joe Sacco, Danijel Zezelj, e altri importanti autori del fumetto internazionale e nazionale in Italia e all’estero. Cura il Festival Internazionale del fumetto di realtà “Komikazen”, che si tiene ogni anno a Ravenna. Come sceneggiatrice per il fumetto ha collaborato con numerosi autori ed ha scritto il testo per le graphic novel L’ammaestratore di Istanbul (Bologna, 2008), Officina del macello (Venezia, 2009), Cena con Gramsci (Padova, 2012) Suoi articoli sono comparsi in numerose riviste di settore e cataloghi. Ha pubblicato due raccolte di poesie in edizione limitata. Elettra Stamboulis. (Bologna, 1969) Lives and works in Ravenna. Founding member of the Mirada Association, she is in charge of cultural projects, planning and organising exhibitions. Specifically, as curator she has organised exhibitions for Marjane Satrapi, Joe Sacco, Danijel Zezelj, and other leading international and Italian cartoonists both in Italy and abroad. She is curator of Komikazen Reality Comics Festival that is held in Ravenna every year. As cartoon script writer, she has cooperated with several authors, and wrote the text of the graphic novels L’ammaestratore di Istanbul (The animal trainer of Istanbul) (Bologna, 2008), Officina del macello (Slaughter Workshop) (Venice, 2009), Cena con Gramsci (Dinner with Gramsci) (Padua, 2012). Her papers have been published in several specialised magazines and catalogues. She has published two collections of poems in a limited edition. Ali Beidoun. Nato a Beirut nel 1984, regista e attore, ha all’attivo numerosi corto e medio metraggi. Laureato in belle arti all’università di Beirut (IBA), ha seguito corsi di specializzazione al DAMS di Bologna, in seguito si è trasferito a Roma per seguire corsi di teoria e pratica cinematografica


all’università di Roma 3. La sua attività registica si concentra prevalentemente tra il Libano e l’Italia. Ha partecipato a numerosi festival internazionali tra cui l’11eme Festival du Cinema Europeen a Beirut, Outbox International Short Film Festival di Beirut, Ecovision Festival di Palermo, Biennale Giovani di Monza 2013. All’attività registica affianca la produzione di video art sperimentali per spettacoli teatrali. In questo periodo è impegnato nella realizzazione del suo primo lungometraggio dal titolo Dust. Ali Beidoun. Born in Beirut in 1984, film-maker/actor. He has produced several short and medium length films. He graduated in Fine Arts in Beirut (IBA). He has attended several photography courses at the School of Drama, Art and Music Studies (DAMS) in Bologna. On moving to Rome, he attended courses on the theory and practise of cinema at the Roma 3 University. He works mostly in Lebanon and Italy. He has participated in several international festivals: 11éme Festival du Cinema Europeen in Beirut, Outbox Int. ShortFilm Festival in Beirut, Ecovision Festival in Palermo, Biennale Giovani 2013 in Monza. Beside his film-making activities, he is involved in the production of experimental video art for theatrical plays. Actually, he is now producing his first long feature film titled Dust. Enrico Caravita. Attore e autore teatrale, nasce a Faenza nel 1973. Dal 2001 al 2007 come attore teatrale partecipa a festival nazionali ed internazionali tra cui S. Arcangelo dei teatri, Fabrica Europa, Fringe Festival d Dublino, Festival della Citè di Losanna, Teatro Mercat de la Flor di Barcellona ecc… . Nel 2005 idea con A. Taddei il progetto internazionale Ponte Radio, spettacoli scritti con i bambini ed interpretati dai bambini, partecipando a Festival nazionali ed internazionali. Nel 2009 il progetto riceve la menzione come migliore spettacolo italiano al Festival La Biennale Teatro di Venezia del 2009. Dal 2010 lavora come operaio. E’ l’inizio di una nuova carriera o di una nuova ricerca? Enrico Caravita. Actor and playwright, was born in Faenza in 1973. From 2001 to 2007, as theatrical actor, he took part in national and international Festivals, such as Santarcangelo dei teatri, Fabbrica Europa, Dublin Fringe Festival, Festival de la Cité Lausanne, Mercat de les Flors Theatre in Barcelona. In 2005 he partnered A. Taddei in planning the international project Ponte Radio, a series of performances written and played by children. The play participated in leading national and international festivals. In 2009 the project was acknowledged as the best Italian performance at the La Biennale Teatro Festival in Venice. Since 2010 he has been working as labourer. Is it the beginning of a new career or the first step of a new quest? Giovanni Belvisi. Amico del tungsteno, girovago della luce, ama il fumo, le rivolte e accendere lampadine nel buio. Giovanni Belvisi. A tungsten enthusiast and vagabond of light, he loves smoke, rebellion and turning on the lights in the dark. Valentina Del Bianco. Nasce a Rimini il 29 luglio 1981. Si forma presso il Liceo Artistico “P.L.Nervi” a Ravenna. Nel 2005 si laurea col massimo dei voti alla facoltà di Disegno Industriale (I.S.I.A.) di Faenza.


Dopo un breve periodo di studi all’estero presso “The University of Plymouth” (Devon, UK) comincia a lavorare come free-lance nel campo della comunicazione e del design di prodotto per le imprese. È esperta in Comunicazione e Ricerca-Sviluppo Prodotto. Attualmente collabora con diverse realtà aziendali come consulente tecnico-creativo nei settori del packaging, della pubblicità e del fashion. Fa parte di un gruppo di giovani designer che opera nel campo della progettazione grafica legata all’ambiente e al consumo. Si dedica a un percorso di ricerca personale sulla Forma delle Cose attraverso l’autoproduzione di mini-serie di complementi d’arredo in ceramica e lamiera metallica. Valentina Del Bianco. Was born in Rimini on 29 July 1981. She studied at the “P. L. Nervi” Arts High School in Ravenna. In 2005 she graduated with top marks from the School of Industrial Design (I.S.I.A. - Higher Institute for Industrial Arts), Faenza. After a brief study period abroad at “The University of Plymouth” (Devon, UK), she set off as a freelance professional in the field of communication and product design for companies. She specialises in Communication and Product Research and Development. She currently partners several companies as technical-creative consultant in the packaging, advertising and fashion-related sectors. She belongs to a group of young designers that operates in the field of graphic design applied to projects centred on the environment and consumption. She is also developing a personal research track on the Form of Things by self-producing a mini-series of furnishing accessories in ceramic and sheet metal.


Grazie a / thanks to Gianni Agnesa, Giulia Franchi, Luca Tommasini, Martina Iannizzotto, Federica Battistelli, Cristina Graziani, Irene Lodone, Roberta Pasini, Atallah Tarazi, Anna Gabai, Andrea Bonadio, Associazione Oltre Confine, Carla Gobetti, Francesca Venier, Chantal Meloni, Barbara Di Gregorio, Maria Albertina & Gonzalo (Eis 36 Berlin), Chiara Picotto, Arun Frontino, Roberta Virgilio, Andrea Baldi, Bob Bashoun, Sarah Sukie, Maria Cristina Turchi, Silvia Fabbri, Fabiola Cirulli, Selene Capasso, Tahar Lamri, Daniele Barbieri, Tiziana Dal Prà, Jan Dal Prà Barbieri, Elettra Stamboulis, Gianluca Costantini (Associazione Mirada), Telemaco, Moreno Pagliari, Fabio Cavallini, Alberto Cortesi, Barbara Rapezzi, Eleonora Rapezzi, Andrea & Anna, Luisa Garofani & Pietro Ortolani, Fabio Mangolini, Hassan Ezzedine, Loriano Della Rocca, Paola Capra, Luna, Africa, Charo, Patrick, Alvaro, Naintinain (99), Jaime, Susi, Ñoki Lindo, Leopoldo, Benito, Anselmi, el clan Fernandez, al clan Boj, la Sandrijuela, Luciano Titi, Rita Mecocci, Francesco Titi, Ezio Taddei, Serena Ultimi, Giorgia Casadei, Alice Casadei, Claudio Caravita, Giancarla Ravaioli, Lidia Cangiano, Almut Kirschbaum, Silvia Maggi, Caterina Basile, S. Giovanni in Fiore (CS), Giuseppina, Viola Caccia, Piero Lato, Valentina Gaddia, Clement Delage, Adriano Smaldone, Jules Ribes, Magali Abrard, Clio Agrapidis, Nikita Agrapidis, Aldo Conforti, Marianna Sepe, Omar Suleiman, Majed, Isham, Armando Cammarota, Nennella, Crew Quartieri Spagnoli Napoli, Roberto Monitor Napoli, Mascia Pavon, Pasquale, Giovanna, Igina, Angelo, Marilisa, Mario, Annaluisa Salvia, Raffaella Sutter, Rosanna Pisilli, Matteo Papi, Rina Giorgetti, Alberto Ronchi, Massimo Mezzetti, Liceo linguistico Vico Napoli, Engim Ravenna, Eugenio Sideri (Lady Godiva Teatro), Angelo Antonellini, Donatella Antonellini, Giulia Ancarani, Chiara Ancarani, Beatrice Buti, Cristina Zuccariello, Marianna, Pietro, Mustafa Naser, Amjad Yaqba, Alessia Tibollo, Elias Nehme, Angela Nevoso, Matilde, Ruben, Laura Mariani, Luciano Bertazzoni, Claudia & Poldo, Stefano & Lisa, Linda Chiaramonte, Mez & Morigi 8 (Milano), Silvia Superbi, Bartleby Bologna, CSOA Spartaco Ravenna, Ciccio & Monica, Giacomo Gaudenzi & Fauves Quartet, Luca Gambi, Giulia Caporusso, Giulia Toscani, Romina Maratea, Francesca Serena Casadio, Francesca Commissari, Leo Soto, Samir Harb Crew, Andrea Porcheddu, Asilo Filangieri Napoli, Pier Paolo, Ascanio, Matilde & Rebecca Morelli, Laura & Wilma Novelli, Claudia Benini, Della & Laurina, Mascia Lucci & Crew, Bar Gulliver, Punti, Andrea Passanti Paola Ravaglia, Marino Mazzini, Benedetta, Carletto & Monica, Bar S. Rocco, Goscia, Lele, Luca, Miami, Valentina Pull Out Ravenna, Susi Baldassironi, Udo Verda, Morena Campani, Andrea Tondini, Moses Berlin, Berivan Inci, Ouidad Bakkali, Marzia Plazzi, Valentina Morigi, Via del Pratello Bologna, Riccardo Melandri, Delia Francavilla, Anna Serlenga, Montse Pardo (Ginger), Barbara Echevarrìa, Carolina Tucci Crew, Patrizia Fortè, Mostafa Abukhalil, Salvo Gustafierro, Melania Cermola, Gaetano Piscopo, Renato, Lello (Albergo dei poveri Crew), Camilla Toso, Carmela Salernitano, Benedetto Mencaroni, Luca Varetto, ex Mulino Lovatelli, Federica Morelli, Fatme Hezzedine Crew, Suz Sarries, Houda Jaffal Claudia Cancellotti, Bruna Bacardi, Elena Nencini, Edis Livnjak, Marilena Plazzi, Lorenzo Servidio, Joggi Festival, Raffaele Spiga, Moustafa Sukker, Freedom Theater Jenin, Hammam El Ayn Al Quds, Hirbawi Factory of Kufia, Serena Schinaia, Nevio Spadoni, Meir Margalit & Zully Flomenbaum, Silvia Versari, Silvia Linari, Q Ravenna, Lucia Bezzi, Alessandra Cardone, Virginia Paradinas, Roberto Beretta, Valentina del Bianco, Lara Cerlienco, Valentina Venturi, Riccardo Armando Clementi, Ali Beidoun, Roberto Soi, Giovanni Belvisi, Enrico Caravita Un grazie particolare a / A special thanks to: Viazza 48, alla famiglia siriana di Palmira/ the Syrian family of Palmira/ e a tutte le famiglie, ai ragazzi e alle ragazze dei Paesi coinvolti senza i quali tutto questo sarebbe stato impossibile!/ and all other families, to the guys of the involved country, without them all that would have been impossible! Niente è impossibile! Nothing is impossible! Gruppo Ponte Radio



Trilogia quasi dantesca