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FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE _______________________________________________

Tesi di Laurea in GEOGRAFIA POLITICA

Fabio Gava IL SOGNO AMERICANO: DA ELLIS ISLAND AL 9/11

Relatrice: Chiar.ma Prof.ssa MARIA PAOLA PAGNINI

Anno accademico 2003/2004


Autore: Fabio Gava Finita di stampare: marzo 2005 Tesi disponibile nella versione web all’indirizzo:

www.fabiogava.com/tesi/fabiogava.htm


Ai miei genitori, con riconoscenza


Fabio Gava

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

IL SOGNO AMERICANO: DA ELLIS ISLAND AL 9/11

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Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Introduzione

Indice

VIII

CAPITOLO 1 LE ORIGINI DEGLI STATI UNITI D’AMERICA 1.1

1.2

I primi insediamenti nel Nord America

12

1.1.1. Le differenze tra gli insediamenti coloniali

13

1.1.2. Lavoratori, schiavi e perseguitati

16

La rivoluzione americana e l’inizio di un sogno

20

1.2.1. La situazione nelle colonie fino a metà ‘700

20

1.2.2. Gli avvenimenti che portarono alla nascita ufficiale degli Stati Uniti d’America

1.3

Lo sviluppo di una Nazione: “E pluribus unum”

23

27

CAPITOLO 2 TRA IL XIX E XX SECOLO: LA GRANDE IMMIGRAZIONE 2.1

2.2

L’immigrazione di massa

32

2.1.1. Vita da emigrato

39

2.1.2. Il mito dell’America

43

Ellis Island: l’inizio di un sogno?

46

2.2.1. Il processo d’ispezione

49

2.2.2. Gli italiani che il sogno lo hanno realizzato

51


Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Indice

CAPITOLO 3 EMIGRARE NEGLI USA OGGI: UN SOGNO POSSIBILE? 3.1

L’ascesa a potenza mondiale: l’espandersi dell’ “american way of life”

55

3.2

L’immigrazione in America oggi

61

3.3

I visti di ingresso ottenibili

70

3.3.1. I visti della categoria non immigrante

70

3.3.2. I visti della categoria immigrante

89

3.4

La “green card”: ora il sogno nasce dal web

93

3.5

9/11: l’emergenza rende più arduo il sogno?

102

3.5.1. I cambiamenti per i turisti

102

3.5.2. La legislazione anti-terrorismo: il “Patriot Act”

103

3.5.3. La creazione di un nuovo Ministero: il “Department of Homeland Security” 3.5.4. Considerazioni generali

105 108

Conclusione

112

Bibliografia

114


Fabio Gava

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

IL SOGNO AMERICANO: DA ELLIS ISLAND AL 9/11

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Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Introduzione

Gli Stati Uniti vantano la storia più fortunata del mondo moderno: sono una Nazione formata da un alto numero di gruppi umani incredibilmente diversi fra loro, che poco hanno in comune se non il desiderio di conquistarsi ricchezza, sposando i nobili ideali della Costituzione e della dichiarazione d’Indipendenza, e che hanno creato così la Nazione più ricca, più potente e più creativa del mondo.

Il famoso “american dream”, ovvero il sogno americano, trae origine proprio dal periodo storico che ha visto sorgere la Costituzione Americana e la dichiarazione d’Indipendenza. É dunque inevitabile non partire da questi avvenimenti per capire bene com’è nato questo sogno, come si è evoluto nella storia e come viene visto ed interpretato ai giorni nostri.

É perfettamente legittimo pensare che il periodo storico che mi accingo ad analizzare sia molto ampio, ma credo fermamente che non facendolo il prodotto finale risulterebbe sfilacciato e ricco di punti interrogativi. Credo dunque sia inevitabile per una buona riuscita del lavoro prendere in considerazione tutti i maggiori avvenimenti della storia degli Stati Uniti d’America, cercando ovviamente di focalizzare l’attenzione su quelli che, a mio modo di vedere, sono stati più importanti di altri anche, e soprattutto, in relazione alla realtà odierna.

VIII


Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Introduzione

Solo giuridicamente la repubblica americana venne creata nel 1776; in senso più profondo e più generale, essa fu il prodotto del secolo e mezzo di sviluppo che precedette l’indipendenza. Ecco dunque che possiamo far risalire le origini degli Stati Uniti d’America ai rischiosissimi traffici oltremare di mercanti del sedicesimo e diciassettesimo secolo; al coraggio e all’ostinazione di profughi religiosi determinati a costruirsi una nuova esistenza nei grandi spazi selvaggi piuttosto che compromettere le proprie convinzioni di fede; nel massacrante lavoro di milioni di schiavi africani portati a forza ad attraversare l’Oceano Atlantico; ma soprattutto, nelle battaglie quotidiane di generazioni e generazioni di emigrati europei, i quali intuirono che rispetto a qualsiasi altra terra fino allora conosciuta, quella rappresentava un mondo nuovo e più libero, più garante della dignità umana e più ricco, almeno per coloro i cui rischi venivano coronati da successo.

Tra tutti gli immigrati europei che arrivarono in Nord America durante il periodo della “Grande immigrazione” (1890-1924), credo sia doveroso sottolineare la storia dei nostri connazionali italiani, partiti dalle nostre coste solo con una valigia, piena di coraggio e di speranza. In questo periodo di tempo le stime fatte affermano che furono ben quattro milioni gli italiani giunti negli Stati Uniti, dei quali almeno una parte preventivamente e obbligatoriamente filtrati attraverso Ellis Island, una piccola isola adiacente alla Statua della Libertà, nella baia di New York.

Il sogno di libertà, il sogno di una vita migliore e il sogno di maggiore ricchezza sono stati quindi, in oltre tre secoli di storia, gli elementi che hanno maggiormente accomunato tutti quelli che nella terra americana hanno intravisto qualcosa per cui valesse la pena almeno provare: dai padri pellegrini del Mayflower nel seicento ai coloni inglesi del settecento, dagli immigrati europei di fine ottocento ai rifugiati ebrei di metà novecento.

É però doveroso sottolineare, pena una tesi non veritiera come questa vuole invece essere, che il sogno di alcuni ha rappresentato il rovescio della medaglia per

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Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Introduzione

altri: andando in ordine cronologico vengono in mente la schiavitù, lo sterminio dei nativi, le alleanze strategiche con ignobili dittatori che hanno significato la soppressione di alcune libertà e diritti civili, una cultura massificatrice che discrimina idee e posizioni non omologate, un capitalismo svuotato di valori morali, un individualismo esasperato e un sistema politico legato a doppio filo alle élites economiche.

L’undici settembre 2001 è stato il giorno che purtroppo ha dato una svolta al sogno americano del nuovo millennio. Da quel giorno è infatti letteralmente scattata l’emergenza sul suolo americano, e non a caso nel titolo della tesi il mese e il giorno di quella triste data appaiono invertiti rispetto al modo di lettura europeo: negli Stati Uniti, infatti, il numero 911 è quello composto sul telefono per segnalare un’emergenza. Da quel giorno le cose non sono più le stesse, sia dal punto di vista delle libertà civili del paese, sia dal lato delle persone che ancor oggi intravedono nelle stelle e strisce un sogno realizzabile. Da quel giorno le difficoltà, già abbondantemente presenti in passato sull’emissione di un qualsiasi visto per la permanenza in America, sono diventate forse irrimediabilmente più complicate.

Aver vissuto per un buon periodo di tempo negli USA è stata un’esperienza che certamente mi ha avvantaggiato e stimolato nella stesura di questa tesi. Far visita ad Ellis Island è un’esperienza che non può non lasciare il segno, non può insomma non far gettare un occhio al passato, soprattutto se come nel nostro caso vissuto da connazionali, ed un occhio al confronto col presente. Aver avuto inoltre a disposizione le innumerevoli fonti della Biblioteca del Congresso di Washington, DC, forse col senno di poi non sfruttate in pieno (visto e considerato che all’epoca non pensavo che quei libri sfogliati sul posto potessero essermi tornati utili per questo scopo), hanno sicuramente giovato alla buona riuscita del lavoro da me svolto.

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Fabio Gava

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

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LE ORIGINI DEGLI STATI UNITI D’AMERICA


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”1 Dichiarazione d’indipendenza delle tredici colonie americane, 4 luglio 17762

1.1. I primi insediamenti nel Nord America

Per capire le origini del sogno americano è obbligatorio partire da distante, ovvero dalle origini degli Stati Uniti d’America, la “Grande Repubblica”, come la chiamò Winston Churcill.

Se non si considera la presenza originaria degli indiani, che svolge solo un ruolo effimero nella vita americana del giorno d’oggi, la storia americana vera e propria inizia nel 1607, quando gli insediamenti britannici cominciarono ad avere carattere permanente; la prima città inglese oltre l’Oceano Atlantico fu Jame1

“Noi riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili quali la vita, la libertà e la ricerca della felicità”; la traduzione completa della Dichiarazione di Indipendenza americana in italiano è disponibile al sito web di questa tesi: www.fabiogava.com/tesi/fabiogava.htm

2

Parte del documento originale è ancora gelosamente custodita allo “U.S. National Archives and Records Administration” di Washington, Dc. Esiste la possibilità di un tour virtuale all’indirizzo web ufficiale www.archives.gov Il testo integrale della Dichiarazione di Indipendenza Americana del 1776 è presente in numerosi siti web; tra questi http://www.law.indiana.edu/uslawdocs/declaration.html

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Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

stown3, nell’attuale Virginia. In realtà un secolo prima, uno stato all’epoca più potente, quale era la Spagna, aveva già fondato nell’emisfero occidentale quello che è riconosciuto il primo degli insediamenti coloniali europei nel continente nordamericano, ovvero la colonia di St. Augustine4, nell’attuale stato federale della Florida5.

Ciò nonostante, le radici storiche degli attuali Stati Uniti si trovano interamente nelle colonie fondate nel diciassettesimo e diciottesimo secolo. A questo punto, risulta lecito chiedersi come mai le colonie spagnole non abbiano influito sulla cultura ed il modo di pensare del futuro popolo americano, come hanno invece contrariamente fatto quelle di matrice britannica.

1.1.1. Le differenze tra gli insediamenti coloniali Le differenze evidenziate tra le formazioni coloniali nordamericane britanniche e spagnole sono principalmente tre6:

1. Gli insediamenti inglesi erano di mero insediamento, nel senso che il re o il governo non inviarono alcun soldato per conquistare il territorio e sottomettere la popolazione indigena. Gli inglesi agirono principalmente per il tra3

Jamestown fondata il 14 maggio 1607. Fu il primo insediamento permanente inglese in America: vi fu instaurato il primo governo rappresentativo (1619) e costruita la prima chiesa anglicana; vi giunsero anche i primi schiavi negri. Decadde rapidamente dopo il trasferimento della capitale della Virginia a Williamsburg (1699). Per maggiori informazioni su Jamestown, consultare i siti web in lingua inglese: www.u-s-history.com/pages/ h519.html e www.apva.org/history/ 4

A St. Augustine è dedicato un apposito sito web, chiamato www.oldcity.com, ad indicare appunto che questa antica colonia è stata la prima città degli Stati Uniti. 5

Fonte: Bernard Bailyn – Gordon S. Wood, Le origini degli Stati Uniti, Il mulino, 1987. Capitolo 1, paragrafo 1: pagine 19-42. 6

Fonti: Jones Maldwyn A., Storia degli Stati Uniti d’America. Dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri, Rcs Libri, 2004. Horst Dippel, Storia degli Stati Uniti, Carocci editore, 2002. Pagine 10-19.

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Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

mite di società mercantili private, anche se comunque titolari di un mandato regale (la prima di esse fu la Virginia Company): esse avevano portato in America sudditi inglesi desiderosi di immigrare, mossi da interessi di tipo commerciale e disposti a stabilirsi là dove trovavano le condizioni per una futura attività mercantile legata allo scambio di merci con la madrepatria. Le colonie nordamericane della Spagna, al contrario di quelle inglesi, non erano dunque colonie di insediamento, bensì di dominazione o di conquista.

2. Il secondo motivo di differenziazione tra le colonie britanniche e spagnole dell’America del Nord è dato dallo sviluppo, concesso nel primo caso e negato nel secondo, di spazi liberi dalla giurisdizione statale. La corona spagnola aveva, infatti, fin da subito imposto la propria autorità sovrana sui territori del nuovo mondo. Addirittura prima della scoperta di Colombo, la monarchia spagnola aveva proclamato la propria sovranità sui territori che erano stati conquistati in suo nome, manifestando con ciò l’intento di controllare non solo il commercio della zona, ma anche e soprattutto imporre la propria autorità governativa su tutte le terre di nuova acquisizione. Questo mancato sviluppo di un sistema politico alternativo al potere statale nell’America coloniale spagnola può essere compreso solo analizzando le sue caratteristiche etniche: la ristretta élite di alti funzionari statali era infatti legata sotto ogni profilo alla Spagna. Questo strato privilegiato della popolazione era rappresentato dai creoli, ovvero nati in America ma di sangue e discendenza spagnoli; i loro privilegi ed il loro benessere derivavano non tanto dalla nascita americana, bensì dal loro sangue europeo che li distingueva razzialmente dal resto della popolazione. I creoli occuparono le cariche superiori delle comunità americane: erano una classe dirigente in numero nettamente inferiore rispetto al vasto numero di indiani, neri e me-

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Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

ticci, e il loro benessere dipendeva dall’identificazione costante con la Spagna, vera fonte del loro status, della ricchezza e del potere di cui godevano7. Da parte britannica invece le cose andarono in modo diverso, nel senso che le società mercantili, anche se ovviamente provviste di concessioni regali, agivano comunque come imprese private. Ciò avvantaggiò, non poco e almeno per i primi decenni, le stesse società, libere da interessi particolari della madrepatria, che era anche priva di una predeterminata politica mirata ai territori oltre l’Atlantico8. Tutti questi aspetti sarebbero stati riconosciuti con il termine “benevole noncuranza”, ad indicare appunto lo sviluppo di spazi liberi dalla giurisdizione statale. Insomma, mentre per la Spagna l’espansione nel continente nordamericano fu veloce e con obiettivi stabiliti, per gli inglesi fu invece lenta, senza alcun intento chiaro e preciso.

3. La terza specificità delle colonie inglesi rispetto a quelle spagnole deriva dal carattere di colonie di insediamento delle prime. Diversamente dai successivi Stati Uniti, le colonie nordamericane inglesi non hanno mai vissuto il fenomeno di una società meticcia come fenomeno sociale; l’insediamento dei coloni inglesi era perciò basato sulla segregazione e, talvolta, sullo sterminio di una popolazione indigena preesistente9. A conferma di ciò è il

7

Fonte: Enciclopedia Msn Encarta Professional 2005.

8

Tre le principali compagnie di navigazione vi fu la già ricordata, più ambiziosa e meglio finanziata Virginia Company (1606-1624), fondatrice della città di Jamestown. 9

A tal proposito è interessante la lettura di “La creazione dell’America” di Jennings F., Einaudi, 2003. La ricostruzione storica di Jennings è circoscritta alle tredici colonie peninsulari che si separeranno dalla Gran Bretagna nel 1776, non prima però d'aver sottoposto a critica il termine stesso di «colonia»: le «colonie inglesi, pur nascendo come germogli piantati sulle coste transatlantiche, si insinuarono fra gli insediamenti preesistenti. I coloni furono, in realtà, invasori degli amerindi». Al di là della propaganda della «conquista delle terre vergini», come se in quei territori non avessero vissuto popolazioni locali, gli artefici del progetto colonialista erano talmente consapevoli della propria politica di dominio da avviare la costruzione di fortini per mantenere «il rozzo popolo del paese in obbedienza e in buon ordine». Fin dall'inizio le colonie furono «strumenti di conquista». Lo

15


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

fatto che solo nel 1924 tutti gli indiani nati negli Stati Uniti ottennero la piena cittadinanza americana10; inoltre, fino a quella data, le tribù indiane vennero

trattate

come

una

“nazione”

subordinata

nel

territorio

11

statunitense . Tutto ciò rappresenta inevitabilmente un peso ereditario che continua a farsi sentire almeno nel subconscio di una società che oggi si è soliti rappresentare come multietnica.

1.1.2. Lavoratori, schiavi e perseguitati Dodici anni dopo il primo insediamento permanente britannico in terra nordamericana ebbe inizio quella grande piaga che prende il nome di schiavitù12. Bastarono infatti solamente dodici anni di mancanza di manodopera per far intuire agli inglesi che la schiavitù poteva essere un sistema economicamente vantaggioso. I coloni inglesi rivendicavano più terra, intendendo con questo termine terra disboscata, e di questa ce n’era ben poca; vista la scarsa presenza di manodopera presente nelle colonie si cercò di richiamare dall’Inghilterra operai “a contratto”, vale a dire emigranti che vincolati da contratto dovevano svolgere un certo numero di anni di lavoro forzato per ripagare il costo dell’attraversata dell’oceano; il numero status di colono era infatti attribuito esclusivamente ai sudditi del re, e non agli africani importati come schiavi nelle piantagioni, invece considerati «bestie da soma, proprietà». 10

In realtà gli indiani d’America, dopo la legge del 1924 (vedere il sito web dell’associazione “Nebraska Studies” www.nebraskastudies.org/0700/stories/0701_0146.html), non ebbero il diritto di voto per altri vent’anni. A tale proposito può risultare interessante leggere l’articolo di Vittorio Zucconi, intitolato “Indiani: gli invisibili d’America”, apparso sul quotidiano “La Repubblica” il 18 settembre 2004. L’articolo è anche leggibile online all’indirizzo www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=3730

11

Così secondo una sentenza degli anni trenta dell’800 della Corte Federale americana.

12

Le fonte più completa in riguardo alla schiavitù negli Stati Uniti d’America è il testo di Alfred Blumrosen, “Slave Nation: how slavery united the colonies and sparked the American Revolution”, edito da Sourcebooks, 2005. Una ricca cronologia degli eventi riguardanti la schiavitù negli USA, comprendente anche una serie di links di approfondimento, è presente all’indirizzo www.innercity.org/holt/slavechron.html

16


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

degli anni era normalmente di quattro per gli adulti, e tra i cinque ed i sette per i minori13. Il periodo durante il quale i servi a contratto dovevano prestare lavoro era dunque relativamente breve, ed anche se per buona parte del diciassettesimo secolo, secondo le stime fatte, arrivarono nella regione del Chesapeake in media 1.500 servi l’anno14; ciò non fu in ogni caso sufficiente per incrementare le ambizioni dei leader virginiani15.

La prima introduzione di schiavi neri sul territorio coloniale inglese avvenne nel 1619, allorché una nave di pirati olandesi condusse a Jamestown venti schiavi africani per poterli scambiare con generi alimentari16. Era dunque cominciata la storia dei neri d’America e il fenomeno di coloro i quali nel nuovo mondo, contrariamente a ciò che si pensa, arrivarono non solo per decisione propria. In quest’ultimo caso, oltre alle navi schiaviste stracolme di neri, si devono aggiungere anche i numerosi condannati inglesi, fatti deportare dal governo di Londra nelle colonie americane. É da far notare però come la forza lavoro composta da neri si affermò solo gradualmente, visto che gli inglesi furono inizialmente scettici su questo tipo di lavoratori: non tanto per le loro capacità lavorative, quanto per le loro sembianze, il loro comportamento e la loro lingua. Il punto di svolta si ebbe nel 1685, quando gli schiavi neri per la prima volta superarono il numero di servi a contratto bianchi delle piantagioni del sud17. In seguito, la chiara importanza che assunsero gli schiavi 13

Dati tratti dal libro di Accardo A., La schiavitù negli Stati Uniti d’America, Bulzoni 1996.

14

Tutti i dati statistici sulla schiavitù negli Stati Uniti d’America possono essere trovati sul sito web della Geostat Center, in collaborazione con la biblioteca dell’Università della Virginia: http://fisher. lib.virginia.edu/collections/stats/histcensus/

15

Fonte: Kolchin Peter, American Slavery: 1619 - 1877, New York 1993.

16

Slavery, Race and Ideology in the United States of America, NLR (New Left Review) 1/181. MayJune 1990; oltre alla copia cartacea, consultare anche www.newleftreview.net

17

Dati tratti da www.slaveryinamerica.org/history/overview.htm. E’ inoltre interessante spulciare anche qualche altro dato da questo sito: nel 1640 i neri censiti in Virginia furono 158. Nel 1650 il numero salì a 300, per poi aumentare notevolmente nel 1680 (3.000 schiavi). Nel 1700, quando la popolazione bianca raggiunse le 75.600 unità erano presenti ben 10.000 neri.

17


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

di colore per lo sviluppo economico delle colonie nordamericane, fu essenziale per far nascere quel vincolo che identificava lo schiavo come uno dei tanti “beni mobili” del proprietario: questo tipo di legame prese il nome di “chattel slavery”. Essa diventò lo status applicabile unicamente ai neri ed a tutte le loro successive generazioni, che divennero in pratica una nuova forma di proprietà del padrone; furono vietati inoltre i matrimoni misti. Queste ultime disposizioni erano le più importanti di tutte quelle che componevano i vari “slavery code” di ogni colonia, istituiti a partire dalla seconda metà del diciassettesimo secolo18.

Chi invece nel nuovo mondo arrivò solo per propria scelta, furono gli oltre 70.000 inglesi emigrati in America fino all’inizio della guerra civile inglese del 1641. I motivi di questo massiccio abbandono della madrepatria furono politici e, soprattutto, religiosi.

In Gran Bretagna, infatti, alla morte di Giacomo I salì al trono d’Inghilterra il figlio Carlo I, sotto il quale i contrasti politici e religiosi si acuirono sempre più, fino a scoppiare in aperta rivoluzione. Nel campo politico, Carlo I riprese in modo ancor più radicale l’opposizione al Parlamento, il quale votò allora, a garanzia delle proprie prerogative, la famosa Bill of Rights del 1628, che riconfermava l’illegalità delle tasse non approvate dal Parlamento. Nel campo religioso, Carlo I fu uno strenuo difensore della chiesa anglicana, che egli riteneva il più sicuro presidio del potere assoluto della Corona. Fu per questi motivi che durante il suo regno molti puritani, per sottrarsi alle persecuzioni, emigrarono in America settentrionale19.

I più noti ed importanti emigrati per motivi religiosi furono certamente i “Padri Pellegrini”20 del Mayflower, da ricordare anche per il ruolo avuto nel carat18

Si veda il sito internet www.loc.gov/exhibits/treasures/trm009.html

19

Fioravanti M., Lo Stato moderno in Europa. Istituzioni e diritto, Laterza 2002.

20

I Padri Pellegrini non erano un gruppo di sacerdoti o di religiosi consacrati (come molti erroneamente ancora credono), bensì si trattava di normalissimi cittadini di religione puritana.

18


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

terizzare il pensiero democratico americano per mezzo del Mayflower Compact21, il patto politico-religioso sottoscritto al momento dello sbarco. Membri di una congregazione di calvinisti inglesi e perseguitati dalla Chiesa anglicana, i Padri Pellegrini emigrarono dapprima in Olanda, dove altre sette puritane inglesi avevano trovato libertà di culto e impiantato redditizie attività, specie nell’industria tessile. Si trasferirono nel nuovo mondo con la speranza di realizzare il loro ideale comunitario e dar vita ad una remunerativa attività di commercio; a questo proposito ottennero nel 1619 una concessione dalla Compagnia della Virginia, anche grazie ai buoni uffici di T. Weston, un mercante puritano di Londra interessato a finanziare il progetto. Salpati da Plymouth a bordo della Mayflower, i centodue Padri Pellegrini fecero il loro ingresso nel porto di Provincetown l'undici novembre 1620. Rinunciando alla concessione ottenuta, sbarcarono l'11 dicembre sulla costa del Massachusetts, dove fondarono la loro colonia, riconosciuta ufficialmente il 1° giugno 1621. In novembre celebrarono la prima festa del ringraziamento (Thanksgiving Day) per celebrare il loro primo raccolto agricolo nel Nuovo Mondo22.

21

Questo è l’articolo 1 del Mayflower compact del 1620: “Noi sottoscritti, che per la gloria di Dio, per l’incremento della fede cristiana, per l’onore della nostra patria, abbiamo stabilito la prima colonia su queste rive lontane, conveniamo col presente atto, per consentimento mutuo e solenne, davanti a Dio, di costituirci in società politica, allo scopo di governarci e di lavorare al commento dei nostri disegni; e in virtù di questo contratto conveniamo di promulgare leggi, atti, ordinanze, e di istituire, secondo i bisogni delle magistrature, alle quali promettiamo sottomissione ed obbedienza”. Tradotto e trascritto dal sito web www.nationalcenter.org/MayflowerCompact.html 22

In memoria di questo avvenimento, il giorno del Ringraziamento venne istituito come festa nazionale da Abraham Lincoln nel 1863. Da allora si festeggia ogni anno, il quarto giovedì del mese di novembre. Per tutte le altre informazioni sul Mayflower: www.mayflowerhistory.com

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Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

1.2. La rivoluzione americana e l’inizio di un sogno

1.2.1. La situazione nelle colonie fino a metà ‘700 I motivi che spinsero le nuove formazioni coloniali che iniziarono in questo decennio e in quelli successivi furono principalmente due23: interessi economici (dopo la Virginia, lo testimoniano la formazione della Carolina del Nord e del Sud nel 1663, più la colonia del New Jersey nel 1664) e motivazioni religiose (il Massachusetts dei Padri Pellegrini ne è il caso eclatante. Ma si deve ricordare anche la formazione, avvenuta per i successivi distacchi del Massachusetts, delle colonie del Connecticut, Rhode Island e New Hampshire, avvenute tra il 1631 e il 1638).

Nel corso del 1600 nella fascia atlantica del continente nordamericano si erano formate dodici colonie che nel 1732, con l’unione della Georgia, salirono a tredici. Queste però non rappresentavano un meccanismo unitario: come visto, erano sorte in tempi e in modi diversi l’una dall’altra. In più le dispute tra di loro, specialmente per questioni riguardanti i confini, erano sempre presenti.

Le 13 colonie originarie 23

Middleton R., Colonial America: a History, 1607-1776, Cambridge University Press, Cambridge 1996.

20


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

Queste 13 colonie (Connecticut, Delaware, Georgia, Maryland, Massachusetts, New Hampshire, New Jersey, New York, North Carolina, Pennsylvania, Rhode Island, South Carolina, Virginia) erano quindi molto diverse tra loro, tanto che comunemente vengono suddivise in: colonie del nord (a maggioranza di popolazione inglese, a formare la regione del “New England”), colonie del centro (in cui erano presenti importanti porti e città, abitate da gente di origine diversa tra cui inglesi, olandesi, tedeschi, irlandesi, svedesi e scozzesi) e colonie del sud (che fondavano la loro economia sulle grandi piantagioni)24.

In ogni colonia, per quanto concerne l’organizzazione politica, era presente un governatore nominato dalla Corona britannica, controbilanciato dalle Assemblee rappresentative, elette dagli stessi coloni. L’eguaglianza rappresentava il valore più ambito dagli abitanti delle colonie: i gruppi umani più disparati si abituarono a vivere insieme, lasciandosi alle spalle le precedenti cacciate degli eretici e le dure legislazioni in materia di esclusione al voto per coloro che non appartenevano alle fede religiosa dominante. La fede quasi fanatica di un tempo si era ora notevolmente temperata e la lotta quotidiana per domare il nuovo continente e per raggiungere una condizione di vita accettabile legava fortemente gli uomini agli interessi materiali, suscitando quella tenace ricerca del benessere, che resterà come una delle caratteristiche silenti del popolo americano25.

Verso la fine del XVII secolo le colonie cominciarono infatti a ricevere un notevole numero di immigrati non inglesi, costretti a raggiungere le coste nordamericane spinti perlopiù da motivazioni economiche e religiose: dapprima ugonotti francesi, poi tedeschi ed infine, in numero più numeroso, irlandesi.

24

Fonte: Horst Dippel, Storia degli Stati Uniti, Carocci editore, 2002.

25

Jeremy Rifkin, Il sogno europeo. Come l'Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, Mondadori, 2004

21


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

L’immagine dei coloni americani, che essi avevano di se stessi e che gli europei avevano di loro, erano incentrate sulle meraviglie di una società benevola, semplice, poco istituzionalizzata, dove la terra era libera e la religione veniva praticata in assoluta libertà. Ogni colonia aveva con la madrepatria un rapporto duale di vantaggio – svantaggio: per quanto riguarda i vantaggi, essi derivavano in parte dal fatto che gli americani non avevano un esercito ben organizzato e tanto meno una flotta da guerra, ed erano quindi protetti dall’armata inglese nel caso di attacchi massicci da parte dell’esercito francese o di assalti francesi ed olandesi ai convogli diretti in Inghilterra; per il resto ogni contadino doveva difendere da sé, con le sue armi, i propri campi dai pellirosse e dai bisonti. Inoltre, dal punto di vista delle imposte, in quegli anni un inglese pagava mediamente ventisei scellini d’imposte dirette (cioè di tasse direttamente versate allo stato), mentre i coloni americani versavano solo uno scellino26.

Di contro, anche le colonie americane, come tutte le colonie dell’Impero commerciale inglese, dovevano contribuire alla ricchezza e allo sviluppo della Madre Patria: erano obbligate dunque a produrre per l’Inghilterra vino (che altrimenti sarebbe dovuto essere stato importato dalla Francia), legname, spezie, oltre che tabacco, rum, cotone, canapa ed altro ancora. Le spedizioni dovevano avvenire solo con navi inglesi, i cui proprietari fissavano i prezzi per loro più conveniente, senza preoccuparsi dello sviluppo colonico. Di certo questo rappresentava un potente freno per lo sviluppo commerciale ed industriale americano, visto l’obbligo imposto alle colonie di commerciare solo con la Madre Patria e importare da questa tutti i prodotti ed i manufatti necessari nelle colonie. Per queste ultime era altresì proibito organizzare le comuni attività manifatturiere presenti anche in Inghilterra, come la produzione di tessuti di lana e cotone e la costruzione di imbarcazioni.

26

Maldwyn A. Jones, Storia degli Stati Uniti d’America – Dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri, Rcs Libri, 2004.

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Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

Tutti gli obblighi imposti in quegli anni alle colonie nordamericane tendevano chiaramente a salvaguardare gli interessi dell’Inghilterra e limitavano fortemente la libera iniziativa economica dei futuri cittadini statunitensi. Tutto ciò, unito ai provvedimenti successivi presi dalla Gran Bretagna, non fece che aumentare le tensioni accumulate nei lunghi anni di sviluppo e assestamento delle tredici colonie americane27.

1.2.2. Gli avvenimenti che portarono alla nascita ufficiale degli U.S.A. Dopo la vittoria nella guerra dei sette anni contro la Francia (1756-1763), che inglesi e coloni avevano combattuto fianco a fianco, le attese delle due parti erano diverse: i coloni infatti, che erano quasi due milioni, aspettavano da Londra il permesso di occupare, come compenso del loro aiuto, i territori indiani dell’interno, essendo i francesi sconfitti ritornati in patria. Gli inglesi però, capeggiati da Re Giorgio III, ritenevano doveroso che i coloni pagassero le spese occorse per difenderli: la guerra che si era estesa dall’America all’India aveva infatti prosciugato le casse inglesi, nonostante l’Inghilterra ne fosse uscita vittoriosa. Pertanto nel 1764 il Parlamento inglese impedì ai coloni di stabilirsi nei nuovi territori, per favorire gli interessi della società commerciale di Londra, che intendeva appropriarsene. Inoltre fu approvata una legge che modificava i dazi d’alcuni prodotti importati nelle colonie: caffé, zucchero, vino e seta divennero più cari per i mercanti americani. Nel 1765 la “legge del bollo” (Stamp Act) impose una tassa su tutti gli articoli di carta: libri, giornali, almanacchi e soprattutto documenti legali, tra cui tutti gli atti commerciali e giudiziari stipulati nelle colonie americane.

27

Enciclopedia libera Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_degli_Stati_Uniti_d’America

23


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

Le colonie, che aspiravano ad una sempre più larga autonomia di governo, non vollero accettare una tassa imposta senza il consenso dei propri rappresentanti, e riuscirono ad ottenere il ritiro della legge. Il successo ottenuto con quest’azione comune creò tra le colonie profondi legami: “Le colonie erano state sempre in conflitto e follemente gelose le une delle altre ma ora… sono unite… e non dimenticheranno facilmente la forza che deriva da questa stretta unione d’intenti” scrisse Joseph Warren28 del Massachusetts.

Gli Americani, oltre ad aver maturato una diversa idea di rappresentanza, avevano il timore che se il parlamento di Londra avesse riconosciuto il proprio diritto a tassare le colonie, per gli abitanti di queste ultime le entità delle tasse non sarebbero mai più potute essere limitate: i coloni avrebbero lavorato e prodotto solo a vantaggio della madrepatria29.

Iniziò così la protesta sulla base del principio “No taxation without rapresentation”30: nelle città americane furono organizzate diverse manifestazioni di piazza (mass meeting) guidate da associazioni spontanee chiamate “Liberty Sons” (letteralmente “figli della libertà”), capeggiati da leader appartenenti alla classe media come Samuel Adams, Thomas Jefferson e Thomas Paine. Le nuove idee di rivolta si diffusero facilmente nelle diverse colonie anche per mezzo dei comitati di corrispondenza che tenevano informati i cittadini con lettere, volantini e opuscoli; i giornalisti assunsero il ruolo di guida della protesta e fecero della stampa un potente veicolo di propaganda contro le pretese del parlamento di Londra.

28

http://theamericanrevolution.org/ipeople/jwarren.asp

29

Secondo Samuel Adams, il vantaggio che sarebbe occorso all’Inghilterra sarebbe andato “…contro la chiara ed evidente regola per cui l’uomo laborioso ha diritto alla proprietà dei frutti del suo lavoro”; inoltre, a proposito dell’impossibilità del libero commercio per le colonie americane, lo stesso Adams, parlando degli inglesi, disse: “…Essi ci profilano un quadro di miseria, ma la virtù dei nostri avi è la nostra guida: essi si contentavano di lumache e di molluschi”; http://www.lucidcafe.com/library/95sep/adams.html

30

“No alle tasse senza rappresentanza”. Vedere anche www.u-s-history.com/pages/h640.html

24


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

Fu l’avvio di un prolungato braccio di ferro, costellato da episodi violenti da entrambe le parti (il più famoso fu certamente il “Boston Tea Party” del 177331). Gli americani sostenevano che, se pagavano le tasse, volevano almeno mandare in parlamento dei propri deputati e votare leggi commerciali favorevoli alle colonie stesse.

Nel 1774 ebbe luogo il primo Congresso di Philadelphia, in cui i rappresentanti delle dodici colonie (tutte ad eccezione della Georgia) riconobbero le nuove autorità locali della vita politica americana che si erano mano a mano formate sotto le sembianze di comitati cittadini, di contea e di congressi provinciali e, per finire, dello stesso Congresso generale delle colonie. Quest’ultimo diede il proprio assenso alla creazione dell’Associazione continentale, un’apposita organizzazione utile per mettere in atto il divieto di importazione, esportazione e consumo di merci inglesi decretato dal Congresso stesso32.

In tutte le colonie, la crescita della partecipazione politica popolare e del nuovo clima politico33 scaturirono nell’episodio più importante per la storia della nuova nazione americana: il 4 luglio 1776 si radunò solennemente il secondo Congresso di Philadelphia, nel quale i rappresentanti delle colonie votarono la famosa Dichiarazione di Indipendenza34, proclamando con decisione l’uguaglianza di tutti gli uomini e il diritto dei cittadini a rovesciare qualsiasi forma di governo che non 31

Per maggiori informazioni sull’avvenimento visitare il sito web ufficiale (in inglese) del Museo appositamente istituito: http://www.bostonteapartyship.com/index.asp

32

L’Associazione continentale, secondo le testuali parole del testo che la creò, aveva lo scopo di “…incoraggiare la frugalità, l’economia, la laboriosità, promuovere l’agricoltura, le arti e l’industria, soprattutto quelle della lana…"; http://www.kidport.com/RefLib/UsaHistory/AmericanRevolution/FirstCongress.htm

33

Crescita di partecipazione politica e nuovo clima politico furono senza dubbio favorite dallo scritto di Thomas Paine del gennaio 1776, intitolato “Common Sense”, nel quale l’autore, un immigrato inglese giunto in America circa due anni prima, criticava aspramente il sistema politico inglese ed incitava all’indipendenza le 13 colonie. 34

Il testo integrale della Dichiarazione di Indipendenza, tradotto in italiano, è disponibile su internet al sito web di questa tesi: www.fabiogava.com/tesi/fabiogava.htm

25


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

rispettasse le fondamentali libertà politiche e civili. In tale occasione gli stessi rappresentanti adottarono per la loro patria il nome di Stati Uniti d’America.

Una volta terminate le ostilità, proseguite per sei anni dal 1775 fino alla storica battaglia di Yorktown del 178135, anche l’Inghilterra, con la stipulazione della Pace di Versailles del 1783, riconobbe ufficialmente l’indipendenza dei neonati Stati Uniti d’America.

35

Per informazioni specifiche in riguardo alla leggendaria battaglia di Yorktown, consultare il sito http://battleofyorktown.com/

26


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

1.3. Lo sviluppo di una Nazione: “E pluribus unum”36 Ottenuta la sofferta indipendenza, i tredici stati sovrani entrarono in crisi: l’assenza di un governo centrale si fece subito sentire e provocò alcune ondate di agitazioni sociali. Per dare al paese un nuovo assetto istituzionale e per rivedere alcuni articoli della prima Confederazione del 1977, fu convocata a Philadelphia nel maggio del 1787 una Convenzione Nazionale con l’obiettivo di dare al paese un ordinamento costituzionale. La struttura del nuovo organismo politico trasformò la Confederazione in uno Stato federale, il primo della storia, in cui il potere sovrano venne diviso fra governo centrale e stati membri. Dodici dei tredici stati approvarono il documento fra il dicembre 1787 e il novembre del 1788, mentre il tredicesimo (il Rhode Island) aderì solo due anni più tardi37.

Al governo centrale fu attribuita piena sovranità su politica estera ed economica, difesa e controversie tra gli Stati dell’Unione; ai singoli Stati furono riconosciuti ampi poteri di autogoverno in materia di scuole, tribunali, polizia, lavori pubblici, sistema elettorale, eccetera. Si affermò il principio della separazione dei poteri e il diritto di voto, prima legato alla proprietà, fu esteso a tutti i cittadini maschi che pagavano regolarmente le tasse38.

Il potere esecutivo fu affidato ad un Presidente (il primo fu George Washington, che era stato comandante in capo delle forze armate degli Stati nord americani durante la guerra d’indipendenza) eletto ogni quattro anni da un’assemblea di 36

“E pluribus unum”, da molti uno, è diventato il motto degli Stati Uniti. Queste parole latine possono essere lette su qualsiasi banconota di dollaro americano.

37

Per una dettagliata spiegazione dei fatti consultare il libro di Bailyn e Wood, Le origini degli Stati Uniti, Il Mulino, 1987.

38

Fonti: Mauro Volpi, Libertà e autorità. La classificazione delle forme di Stato e delle forme di governo, G. Giappichelli Editore, 2000 (pagine 127-134). Antonio Reposo, Profili dello Stato autonomico. Federalismo e regionalismo, Giappichelli Editore, 2000 (pagine 13-18). Inoltre, sul federalismo statunitense, consultare il sito www.usconstitution.net/consttop_fedr.html

27


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

“Grandi elettori” designati dagli stati. Il Presidente era ed è insieme Capo dello Stato e del Governo, detiene il comando delle forze armate, nomina i giudici della Corte Suprema ed i titolari di molti importanti uffici federali; egli può inoltre bloccare col suo veto le leggi approvate dal Congresso.

Il potere legislativo è affidato ad un Congresso composto di due Camere: quella dei deputati (eletti in proporzione al numero degli abitanti dei singoli stati), competenti soprattutto per le questioni finanziarie, e dei senatori (due per ciascuno stato, indipendentemente dal numero degli abitanti), preposti soprattutto al controllo della politica estera. Il Congresso può mettere in stato d’accusa il Presidente e destituirlo.

Il potere giudiziario è affidato alla Corte Suprema federale, composta da giudici vitalizi nominati dal Presidente degli Stati Uniti con l’assenso del Senato.

Gli antifederalisti (ceti medio-bassi e piccoli coltivatori che vedevano nel governo centrale un possibile strumento in mano alle oligarchie finanziarie) ottennero una parziale soddisfazione delle loro richieste con l’approvazione congressuale di articoli aggiuntivi, ovvero gli emendamenti alla Costituzione39.

La Costituzione americana, che entrò in vigore il 4 marzo 1789, è così strutturata: un famoso preambolo iniziale, sette articoli e ventisei emendamenti. Di questi ultimi, i primi dieci furono ratificati il 15 dicembre 1791 e formarono lo storico “Bill of Right” (legge sui diritti del cittadino), perlopiù elaborati da James Madison; i restanti emendamenti furono ratificati nel corso del tempo a partire dal febbraio 1795.

39

Un elenco completo di tutti i ventisette emendamenti alla Costituzione americana, compresi quindi anche i dieci del Bill of Rights, sono presenti al sito http://www.usconstitution.net/const.html

28


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

La Costituzione statunitense realizzò come suo scopo fondamentale la libertà individuale dei cittadini americani; gli Stati Uniti, attraverso di essa, tutelarono la libertà politica e religiosa, la vita e la proprietà di ogni abitante; secondo i principi fondamentali stabiliti da essa, il solo popolo americano risulta sovrano e solamente esso può cambiare la Costituzione. Inoltre, il Congresso ha in materia soltanto un diritto di iniziativa, che può esercitare secondo una procedura volutamente lenta e complicata, che passa attraverso l’approvazione dell’una e dell’altra Camera e quelle dei parlamenti di tre quarti degli stati federati.

Come hanno scritto Fabrizio Maronta e David Polansky, La nascita degli Stati Uniti avvenne in assenza di una preesistente tradizione culturale, ovvero di un’identità nazionale definita e strutturata[…] La neonata nazione americana, pur possedendo una società civile pienamente sviluppata, mancava di una siffatta tradizione storica alla quale fare riferimento per definire la propria identità e le proprie priorità geopolitiche. L’essenza della nazione statunitense, molto più che nella sua storia, risiede pertanto nei principi ideali enunciati dai padri fondatori, la cui completa negazione minerebbe alla base la legittimità della nazione stessa. 40

Di fronte al gran parlare di libertà e uguaglianza, l’incoerenza più lampante ed ipocrita fu senza dubbio la permanenza dello status di schiavo per circa mezzo milione di neri, almeno nel periodo immediatamente successivo all’indipendenza. Se nel nord lo schiavismo, non profondamente radicato nella società e nell’economia, cominciò lentamente a scomparire nel corso dell’ottocento, nel sud del paese, invece, questo era profondamente presente per poter essere abolito con una semplice iniziativa legislativa o giuridica.

Gli avvenimenti che portarono alla nascita degli Stati Uniti d’America furono, nella minuziosa realtà dei fatti, molto più complessi e complicati rispetto a co-

40

Tratto dalla rivista italiana di geopolitica Limes, n. 2/2004: “L’impero senza impero”, pagine 3551.

29


Capitolo 1

Le origini degli Stati Uniti d’America

me qui brevemente descritti, ed arricchiti ulteriormente anche da duri dibattiti interni. Tutti gli avvenimenti storici successivi all’entrata in vigore della Costituzione, quali l’ennesima guerra del 1812 contro la Gran Bretagna, la conquista degli immensi territori dell’ovest americano41, la guerra civile e relativa ricostruzione (solo per citare i fatti più eclatanti), hanno di certo contribuito a plasmare l’essenza del popolo americano, che credeva ciecamente, un tempo come ancora, nel raggiungimento del benessere materiale proprio e della propria famiglia, in cambio del sacrificio, dell’impegno, del duro lavoro e della disponibilità ad azzardare, a rischiare qualcosa. Popolazione e superficie degli Stati Uniti 1790-1980

Censimento 1790 1800 1810 1820 1830 1840 1850 1860 1870 1880 1890 1900 1910 1920 1930 1940 1950 1960 1970 1980

Popolazione 3.929.214 5.308.483 7.239.881 9.638.453 12.866.020 17.069.453 23.191.876 31.443.321 39.818.449 50.155.783 62.947.714 75.994.575 91.972.266 105.710.620 122.775.046 131.669.275 150.697.361 178.464.236 204.765.770 226.504.825

% d'incremento rispetto al precedente censimento 35,1 36,4 33,1 33,5 32,7 35,9 35,6 26,6 26,0 25,5 20,7 21,0 14,9 16,1 7,2 14,5 18,4 14,7 10,6

Superficie in miglia quadrate 867.980 867.980 1.685.865 1.753.588 1.753.588 1.753.588 2.944.337 2.973.965 2.973.965 2.973.965 2.973.965 2.974.159 2.973.890 2.973.776 2.977.128 2.977.128 2.974.726 2.974.726 2.974.726 2.974.726

Popolazione per miglia quadrate 4,5 6,1 4,3 5,5 7,3 9,7 7,9 10,6 13,4 16,9 21,2 25,6 30,9 35,5 41,2 44,2 50,7 59,9 68,8 76,1

Fonte: United States Bureau of Census: www.census.gov 41

Vedere la tabella qui sopra riportata. Inoltre consultare il testo di Linklater A., Misurare l’America. Come gli Stati Uniti d’America sono stati misurati, venduti, colonizzati. Garzanti Libri, 2004.

30


Fabio Gava

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

_____________________________

TRA IL XIX E XX SECOLO: LA GRANDE IMMIGRAZIONE


Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

“Give me your tired, your poor, Your huddled masses yearning to breathe free, The wretched refuse of your teeming shore, Send these, the homeless, tempest-tost to me, I lift my lamp beside the golden door!”42

Emma Lazarus

2.1. L’immigrazione di massa Il Nuovo Mondo, l'America, è alla fine del XIX secolo la meta di milioni di donne e uomini che fuggono la miseria dei rispettivi paesi d'origine. Da tutta l'Europa, ma anche dall'Asia, arrivarono circa venti milioni di emigranti43, nella speranza di una vita migliore. A conferma di ciò ecco riportato un breve passaggio di un testo scritto da un nostro connazionale in procinto di partire per gli Stati Uniti d’America:

“Sento sempre parlare della grandiosa città di New York. Dicono che è qualcosa di sorprendente per chiunque. Apprendo che New York è due, tre, quattro, dieci volte più grande di una città italiana. Forse è migliore di Milano. Forse è migliore di Napoli. «La 42

Queste parole sono state scritte nel 1883 da una giovane poetessa americana, Emma Lazarus, ed incise sulla targa di bronzo posta dal 1903 alla base della Statua della Libertà, affinché ogni immigrato potesse leggerle. Attualmente la targa è collocata all’interno del museo di Liberty Island. Questa la traduzione in italiano: “Datemi le vostre stanche, povere masse affollate, bramose di vivere libere, i miserabili rifiuti della vostra brulicante costa. Mandatemi questi, i senza casa, tempesta scagliata contro di me, io innalzo la mia fiaccola accanto alla porta d'oro!”.

43

Fonte: Center for Immigration Studies. www.cis.org

32


Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

terra dell’uomo libero e la patria dei coraggiosi»: sono giovane e penso che sia una bella terra. Ascolto parole come «libertà», «democrazia», «uguaglianza», fraternità», e questi nobili principi mi piacciono. Dicono che questo è il paese dove sei il padrone di te stesso, dove puoi ottenere denaro sulla parola, dove regnano fiducia e speranza, cosicché l’America sembra un paese benedetto, e penso che sto andando in una grande città, in un magnifico paese, in un mondo migliore, e il mio cuore manifesta molta ammirazione e un forte, nobile sentimento per l’America e l’americano. Arrivo a New York. Pensi che trove44

rò qui il mio scopo?...”

Secondo William I. Thomas45, i documenti di studio sull’immigrazione in America di quel periodo andrebbero studiati il più possibile attraverso “case studies”, fornendo in pratica più esempi concreti che descrizioni generali, citando sempre le fonti letterarie piuttosto che parafrasarle ed assicurandosi di prendere in considerazione, se possibile, più racconti scritti che interviste. In questo capitolo, pur non riuscendo a non generalizzare sull’argomento in questione, cercherò quindi, per mezzo di documenti, racconti o lettere, di seguire il consiglio di William Thomas.

Il movimento emigratorio dall'Italia assunse consistenza di fenomeno di massa soltanto intorno al 1870: la sua rilevazione ufficiale ebbe inizio nel 1876 sotto la direzione di Luigi Bodio46. Già dal 1869 al 1875, la media delle emigrazioni si aggirava intorno alla cifra, record per quel tempo, di 123.000 unità. In questo periodo però, l'emigrazione italiana apparve ancora disorganizzata e sporadica, e 44

Tratto dal libro di William I. Thomas, Gli immigrati e l’America. Tra il vecchio mondo e il nuovo. Universale Donzelli, 1997, pagine 74-75.

45

William I. Thomas (1862-1947), studioso di psicologia sociale e degli assetti delle società “selvagge”, dal 1927 è stato presidente dell’American Sociological Society. Tra le sue opere: The Source Book for Social Origin (1909), Il contadino polacco, scritto con Znaniecki (1918-20), Old World Traits Transplanted (1921), The Child in America (1928). www2.pfeiffer.edu/~lridener/dss/thomas/thomasp1.html

46

Luigi Bodio fu presidente del Commissariato Generale dell’emigrazione a partire dal 1901, anno della sua creazione. Negli anni precedenti Bodio fu dirigente dei servizi di statistica dello Stato Italiano.

33


Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

mantenne questo carattere, con una media di 135.000 emigrati diretti in prevalenza verso Paesi europei e mediterranei, fino alla prima metà degli anni ’80 dell’ottocento; dal 1887, a causa del notevole incremento dell'offerta di lavoro del mercato americano, si sviluppò rapidamente l'emigrazione transoceanica e si determinò così un raddoppio della media annua complessiva, che passò a 269.000 unità (nel periodo 1887-1900)47.

Per quanto riguarda le destinazioni privilegiate dall'emigrazione continentale, la Francia, seguita dall'Austria, dalla Germania e dalla Svizzera, mantenne sempre il primo posto tra i paesi europei. Oltre oceano invece, Argentina e Brasile, che assorbivano la maggior parte dell'emigrazione transoceanica, videro rapidamente svanire il loro primato, a causa del repentino incremento dell'immigrazione negli Stati Uniti, avvenuto verso la fine del diciannovesimo secolo. Immigrazione decennale negli Stati Uniti (1880-1919) 1880-1889 % 1890-1899 Totali

5,248,568

%

3,694,295

1900-1909

%

8,202-388

1910-1919

%

6,347,380

NORD EUROPA United Kingdom

810,900

15.5

328,579

8.9

469,578

5.7

371,878

5.8

Ireland

764,061

12.7

405,710

11

344,940

4.2

166,445

2.6

Scandinavia

761,783

12.7

390,729

10.5

488,208

5.9

238,275

3.8

48,193

0.9

France German Empire Other

36,616

1.0

67,735

0.4

60,335

1.0

579,072

15.7

328,722

4.0

174,227

2.7

2.9

86,011

3.3

112,433

1.4

101,478

1.6

1,445,181 27.5 152,604

CENTRO EUROPA Poland

42,910

p.8

107,793

2.9

(na)

314,787

6.0

534,059

14.5

2,001,376

24.4

1,154,727

1.6

-

-

52

.1

34,651

.4

27,180

.4

182,698

3.5

450,101

12.7

1,501,301

18.3

1,106,998

17.4

Romania

5,842

.1

6,808

.2

57,322

.7

13,566

.2

Turkey

1,380

.1

3,547

.1

61,856

.8

71,149

1.1

Greece

1,807

.1

12,732

.3

145,402

1.8

198,108

3.1

Spain

3,995

.1

6,189

.2

24,818

.3

53,262

.8

.7

65,154

.8

82,489

1.3

Austria-Hungary Other(Serbia, Bulgaria)

(na)

EST EUROPA Russia

SUD EUROPA

Portugal Italy Altro EUROPA

47

15,186

.5

6,874

276,660

5.1

603,761

1,070

-

145

16.3 1,930,475 23.5 1,229,916 19.4 -

454

Tutti i dati numerici riportati sono stati tratti dal sito www.emigranti.rai.it

34

-

6,527

.1


Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

ASIA Turkey in Asia

1,098

-

23,963

.6

66,143

.8

89,568

1.4

68,763

1.3

33,775

.9

171,873

2.1

109,019

1.7

492,865

9.4

3,098

.1

123,650

1.5

708,715

11.2

2,405

-

734

-

31,188

.4

185,334

2.9

27,323

.5

31,480

.9

100,960

1.2

120,860

1.9

Central/South America

2,233

-

2,038

.1

22,011

.3

55,630

.9

AUSTRALIA

7,271

.1

16,023

.4

40,943

.5

10,414

.2

Other AMERICA British North America Mexico West Indies

Fonte: USBureau of the Monograph, n.7,1927,pp.324-25 (www.emigranti.rai.it)

Furono soprattutto le mutate condizioni del mercato del lavoro nei paesi americani che influirono sull’incremento dell’emigrazione transoceanica a favore di quella continentale: fino al 1876, sull’emigrazione complessiva, solo il 18,25% attraversò l’Oceano Atlantico; nel 1900 la percentuale aumentò fino a giungere al 47,20%48.

Nei primi anni del Regno d’Italia, maggiormente colpiti dal fenomeno dell'emigrazione furono gli abitanti delle regioni settentrionali, socialmente più progredite e con popolazione più numerosa; nelle regioni meridionali, meno densamente popolate, il fenomeno fu per lungo tempo irrilevante, a causa del loro isolamento, della scarsezza dei mezzi di trasporto, delle limitate vie di comunicazione, dell'ignoranza, ma anche del tradizionale attaccamento alla casa e alla terra. Nei decenni che seguirono però, lo sviluppo industriale dell'Italia settentrionale, il graduale venir meno degli ostacoli all'espatrio esistenti nel Sud e le poco floride condizioni economiche che non permettevano di assorbire l’eccesso di manodopera, fecero aumentare la percentuale dell'emigrazione meridionale sul totale (dal 6,6% nel 1876 al 40,1% nel 1900)49.

48

Fonte: archivio Raitrade per l’emigrazione. www.emigranti.rai.it

49

Sull’esodo dal Sud Italia consultare il sito web www.fausernet.novara.it/~iccarpi/emigrazione/eso do.html – All’interno anche una significativa citazione di Leonardo Sciascia, tratta dal libro “Le parrocchie di Regalpetra”, edito da La Terza.

35


Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

In questo primo periodo il fenomeno ebbe una scarsa considerazione da parte del governo; l’unica legge varata dal Parlamento fu la n. 5877 del 30 dicembre 1888, che peraltro si limitava a sancire quasi esclusivamente norme di polizia in vista dei molteplici abusi dagli incettatori di manodopera. La situazione migliorò e i soprusi degli speculatori cessarono solamente quando, nel 1901, fu approvata una legge organica dell’emigrazione e fu creato un apposito Commissariato Generale50, ovvero un organo tecnico, specifico per l’applicazione della legge stessa: furono abolite le agenzie e sub-agenzie, il trasporto fu consentito solo sotto l’osservanza di determinate cautele, si crearono organi pubblici per fornire le necessarie informazioni agli emigranti, si stabilirono norme per l’assistenza sanitaria e igienica, per la protezione nei porti e durante i viaggi e, successivamente, anche per la tutela giuridica dell’emigrazione e la disciplina degli arruolamenti per l’estero.

Assistita, organizzata e diretta laddove maggiori fossero le possibilità di occupazione, l’emigrazione italiana, per quanto con andamento irregolare dovuto alle crisi attraversate dai paesi di destinazione, aumentò nei primi anni del XX secolo; la media annua nel 1901-13 salì a 626.000 emigranti e il rapporto con la popolazione del regno, nel 1913 toccò i 2.500 emigranti per ogni 100.000 abitanti, pari a un quarantesimo circa dell’intera popolazione. Fu soprattutto l’emigrazione dall’Italia meridionale ed insulare che si sviluppò, giungendo a sorpassare quella dell’Italia settentrionale: nel periodo 1901-1913 infatti, su un totale di più di otto milioni di emigrati, il 46% di essi partì dal sud Italia, contro un 41 proveniente dal nord e un 13% dal centro Italia51.

50

I legislatori del 1901 cercarono di riunire nel Commissariato Generale all’emigrazione funzioni e poteri fino a quel momento frammentati, costituendo un organismo polivalente e a se stante. La suddivisione dei compiti del Commissariato Generale riguardava il controllo e la direzione dell’emigrazione sino al momento della partenza o dell'imbarco. Esso avrebbe dovuto controllare ed agevolare la vita degli emigranti nel paese di destinazione: questa fase delicatissima di tutela si scontrava spesso con le decisioni di politica estera del ministro competente, alle cui dipendenze, in definitiva, doveva operare il Commissariato Generale.

51

Consultare la tabella a pagina 52.

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Il dato soprastante spiega anche l’assoluto prevalere dell’emigrazione transoceanica su quella continentale: gli emigrati dall’Italia meridionale, prevalentemente braccianti o addetti all’agricoltura e costretti all’espatrio dalla povertà dei loro paesi, erano disposti ad accettare qualsiasi lavoro ed anche a stabilirsi definitivamente all’estero, nelle terre d'oltremare; al contrario, l'emigrazione dall’Italia settentrionale, più altamente qualificata e in genere temporanea, era per lo più assorbita da paesi europei.

Tra i paesi di destinazione dell’emigrazione continentale, all’inizio del novecento la Svizzera passò al primo posto, superando la Germania, l’Austria e la stessa Francia; nell’emigrazione verso i paesi d’oltremare si accentuò invece il primato degli Stati Uniti, dove si diressero, dal 1901 al 1913, oltre 3 milioni di italiani, contro i 951.000 dell’Argentina e i 393.000 del Brasile. Gli alti salari offerti dal mercato nordamericano, la diminuzione delle terre libere nei paesi dell’America Meridionale e la maggiore facilità e rapidità di guadagni, consentiti dalla grande industria degli Stati Uniti, concorsero a dirottare il flusso dell'emigrazione dall'Italia. Stati U.S.A. con più del 15% della popolazione o più di un milione di Italoamericani (Censimento del 1990) Stato California Connecticus Massachusetts

Num. di Italo-americani

% della Popolazione

1,5 milioni

5%

630,000

20%

845,000

15%

New Jersey

1,5 milioni

20%

New York

2,9 milioni

16%

Pennsylvania

1,4 milioni

12%

Rhode Island

200,000

20%

Stati U.S.A. con una significativa presenza di Italo-americani (Censimento del 1990) Arizona

160,000

5%

Colorado

157,000

5%

Florida

800,000

6%

Georgia

112,000

2%

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Illinois

730,000

6%

Indiana

125,000

2%

Lousiana

198,000

5%

Maryland

253,000

5%

Michigan

412,000

5%

Missouri

162,000

3%

Ohio

640,000

6%

La presenza italo-americana negli Stati Uniti (fonte U.S. Census Bureau).

Il carattere della temporaneità, che già era dominante nell’emigrazione continentale e che in parte cominciava anche nell’emigrazione transoceanica, si ripercosse beneficamente sull’economia italiana, sia perché gli emigrati tornavano in Italia con accresciute capacità di lavoro e d’iniziativa e muniti di notevole esperienza accumulata all’estero, sia perché, contando di rientrare in patria, molti emigranti vi lasciavano le loro famiglie e ad esse provvedevano durante l’espatrio con l’invio delle famose “rimesse”, che contribuirono attivamente al saldo della bilancia dei pagamenti dell’Italia con l’estero52.

L'emigrazione italiana negli ultimi anni dell'anteguerra era ben diversa da quella degli ultimi vent'anni del XIX secolo: non si trattava più di masse prive di appoggio o di emigranti alla ventura in cerca di lavoro, ma di masse guidate ed assistite, capaci a loro volta di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche e sociali della patria. L'emigrazione, ritenuta inscindibilmente connessa alla struttura economica del paese e al ritmo di crescita della sua popolazione, fu largamente incoraggiata e protetta.

52

Ilaria Serra, Immagini di un immaginario. L’emigrazione italiana negli USA fra i due secoli (1890 -1924), Cierre Edizioni, 1997, pagine 45-50.

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2.1.1. Vita da emigrato La figura dell'emigrante, di colui cioè che con un impeto di coraggio abbandona tutto ciò che gli è noto e caro per tentare la fortuna in paesi lontani, di cui il più delle volte non conosce nulla, era un tempo considerata, da chi rimaneva, piena di fascino. Non era raro trovare nelle case, custoditi con cura da madri, mogli e sorelle rimaste a casa in attesa di notizie, i ritratti di coloro che avevano lasciato il suolo natio per trovare soldi ed emancipazione altrove53.

Pochi ammettevano, anche con loro stessi, che la permanenza all'estero sarebbe stata definitiva: i più speravano che la lontananza dall'Italia sarebbe stata transitoria. Il sogno di diventare ricchi e importanti, per poi tornare al paese natio e potersi riscattare da anni di privazioni e umiliazioni, era inseguito dalla maggior parte di coloro che emigravano54.

Gran parte dei sentimenti, delle emozioni e delle aspirazioni di questi uomini sono contenuti nelle lettere indirizzate alle persone care rimaste in Italia. Molte di queste lettere, raccolte e pubblicate da vari autori55, rappresentano un lucido spaccato della vita degli italiani all'estero e testimoniano le passioni, i pregi e i difetti della loro vita quotidiana, assieme ai drammi incontrati e vissuti così lontani da casa.

I dispiaceri più frequenti che dovevano affrontare gli emigrati erano la limitata possibilità di comunicazione con i propri cari rimasti nel paese di origine: ciò portava

53

www.mobydick.it

54

Ciò emerge da molti dei testi, documenti, lettere e storie di vita scritte dai nostri emigranti negli Stati Uniti. Molte di queste testimonianze storiche sono oggi raccolte presso l’Archivio diaristico nazionale di Pieve S. Stefano (www.archiviodiari.it).

55

Per esempio: G. A. Stella, Odissee. Gli italiani sulle rotte dei sogni e del dolore, Rizzoli, 2004 (www.odissee.it).

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inevitabilmente ad un sentimento di nostalgia e malinconia dell’emigrato, ben immaginabile anche solo immedesimandosi nella situazione.

Per molti emigranti era il pensiero del ritorno a casa, della propria terra natia, delle proprie origini, che alleggerivano le pene della lontananza e che permetteva loro di trovare un po’ di serenità.

Se da un lato quindi l'emigrazione comportava un miglioramento delle condizioni economiche e professionali degli emigranti, dall'altro essa produceva un regresso dal punto di vista sociale, determinato dal conflitto culturale con cui l'emigrato si trovava a convivere nel paese in cui era giunto56.

Dall'analisi generale delle motivazioni e delle difficoltà incontrate dagli emigranti, effettuate da una scrupolosa ricerca di Rai Trade57, emergono diversi dati; tra questi, vengono anche schematizzati i motivi che spinsero milioni di italiani ad andarsene dal proprio paese: la prima motivazione, e senza dubbio la più importante, fu la mancanza di lavoro riscontrata in Italia, seguita dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche e di vita in generale, e dalla possibilità di offrire un futuro migliore ai propri figli.

Non sono però da sottovalutare e da lasciar perdere le varie difficoltà a cui gli emigranti, italiani e non, erano obbligati ad andare incontro. Tra le più importati, maggiormente riscontrate e testimoniate, si rilevarono difficoltà linguistiche e di integrazione sociale: 56

William Thomas, Gli immigrati e l’America. Tra il vecchio mondo e il nuovo, Universale Donzelli, 1997, pagine 47-72. Inoltre, per una reale testimonianza di ciò: Pietro Riccobaldi, Straniero indesiderabile. Una vita tra le cinque terre e New York (1912-1973), Edizioni Archinto, 1987.

57

Rai Trade è una società che promuove le proprietà intellettuali del gruppo Rai e ne commercializza i diritti. Essa contribuisce principalmente alla diffusione del Made in Italy in tutti i settori dell’audiovisivo. Inoltre Rai Trade, come specificato nel sito web www.raitrade.it, offre una generale promozione dello stile italiano nel mondo, diffondendo un patrimonio di immagini, suoni e idee.

40


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“Benché siano passati quasi cinque anni da quando sono partito per l’America, solo ora riesco a farmene un’idea. Infatti, nonostante fossi in America, ho vissuto praticamente nello stesso ambiente che ci siamo portati dietro dal nostro paese. Com’è ovvio, c’era una differenza nei nostri momenti di gioia e di dolore, nelle nostre sofferenze, perché, in fin dei conti, questo era un altro paese; ma, tutto sommato, era come se fossimo 58

ancora nel nostro villaggio russo…”

Il passare degli anni determinò però alcuni cambiamenti: l'emigrante cominciò ad adattarsi al nuovo ambiente sociale, imparando a convivere con le diversità degli usi e dei costumi e assimilando la lingua e le abitudini di vita locali, non vivendo più la sua condizione di emigrante in modo negativo. Sebbene continuasse a coltivare la speranza del ritorno in patria, l’emigrante cercava comunque di impegnarsi per consolidare la sua integrazione, in modo da migliorare la sua iniziale condizione di straniero:

“Un bambino che è venuto qui e ha cominciato a frequentare la scuola ha mosso i suoi primi passi nel Nuovo mondo. Ma il bambino che è andato a lavorare in un negozio è rimasto nel vecchio ambiente con persone vecchie, tenuto a freno da vecchie tradizioni, ostacolato dall’analfabetismo. Spesso passavano anni prima che riuscisse a spostarsi da lì; a volte ci voleva tutta la vita. Talora accadeva anche, come nelle favole, che qualcuno vi tendesse una mano e vi aiutasse a uscirne. Nel mio caso è stato a causa di una malattia, apparentemente una disgrazia, che sono venuto fuori da Cherry Street…”

59

All'emigrato non mancava una rete sociale, che anzi era molto solida, ma le persone che frequentava erano perlopiù italiane, e provenivano in una buona percentuale dal suo stesso paese. Si formarono così delle comunità che univano le persone secondo la propria origine; spesso queste comunità cercavano di vivere nello stesso quartiere, dove si sforzavano di ricostruire un ambiente e un'atmosfera simile

58

R. Cohen, Out of Shadow, George H. Doran Company, New York, 1918, p. 248. Presente nel libro di William Thomas “Gli immigrati e l’America”, Universale Donzelli, 1997, pagine 74-75. 59

Idem.

41


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a quella della patria che avevano lasciato: famoso, ad esempio, è il quartiere italiano di Manhattan, a New York, chiamato appunto Little Italy, cioè “Piccola Italia”. Se questo stato di cose aiutava a sconfiggere la nostalgia di casa, dall'altro determinava una chiusura verso il paese ospitante.

“La comunità è cementata dalla forza delle usanze. La gente fa esattamente quello che faceva a Cinisi60. Se qualcuno cambia, viene criticato. Se molti cambiano, allora quella diventa l’usanza. Fanno progressi attraverso il gruppo, collettivamente. Non amano che i membri di una comunità migliorino o peggiorino la propria condizione economica rispetto a quella che avevano al paese d’origine…”

61

Molto spesso quindi l'emigrante soffriva di una perdita d’identità, poiché si trovava davanti ad un chiaro dilemma: conservare e osservare in modo scrupoloso le abitudini del proprio paese, oppure abituarsi ai nuovi usi e costumi, sacrificando sull'altare dell'integrazione la propria identità culturale.

Concludendo, una parte degli emigranti riuscì a trovare un lavoro che permise loro di sistemarsi e di migliorare sensibilmente le proprie condizioni di vita; alcuni addirittura “trovarono l'America”, cioè fecero fortuna. Tuttavia, per molti altri emigranti, la terra del sogno americano significò solo una vita fatta di lavori faticosi e mal pagati, di sacrifici, di emarginazione sociale e di difficile inserimento.

60

Cinisi è un piccolo comune siciliano, in provincia di Palermo. Il paese vide trasferirsi, agli inizi del novecento, una vera e propria colonia a New York City: nei pressi della Sessantanovesima Street (east) e della Avenue A, si contarono oltre duecento famiglie provenienti dal piccolo comune siciliano. Tratto dal sito web: www.comune.cinisi.pa.it/cinisi_nel_mondo.htm 61

Casumano, Study of the Cinisi Colony in New York, cit. Tratto dal libro di William Thomas “Gli immigrati e l’America”, Universale Donzelli, 1997, pagine 134-136.

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2.1.2. Il mito dell’America Molti studiosi hanno osservato come l'idea dell'emigrazione negli Stati Uniti si sia diffusa in Italia, e nel sud in particolare, in maniera capillare e repentina al tempo stesso, coinvolgendo, pur con importanti sfasature regionali (dapprima le zone agricole del nord, il sud solo negli anni '80-'90, la Sicilia per ultima62), intere zone e vastissimi strati sociali63.

La “cultura dell'emigrazione” è in primo luogo, e preliminarmente, il presentarsi alla mente di milioni di persone che hanno la possibilità, con l'emigrazione negli Stati Uniti, di risolvere i propri problemi, economici innanzi tutto, per mantenere la speranza di un futuro altrimenti chiuso.

Il mito dell’America si diffuse, prima di tutto, per vie interne alle comunità contadine: probabilmente nessuna azione dall’alto avrebbe potuto raggiungere il livello di capillarità e di forza trascinante rappresentato dalla semplice comunicazione diretta di coloro che in America avevano già vissuto, oppure stavano vivendo, questa esperienza. Furono principalmente le lettere inviate dai propri parenti e conoscenti già emigrati negli Stati Uniti, a far conoscere a coloro che erano rimasti in Italia, tutte le difficoltà, ma anche le innumerevoli nuove possibilità, offerte dal mercato del lavoro americano: la disponibilità di posti di lavoro ed i livelli, spesso incredibilmente più alti, dei salari, attirava e non poco la curiosità e la voglia di far fortuna oltre Atlantico. Furono anche i racconti diretti degli emigranti di ritorno dagli Stati Uniti, come provano tante testimonianze64, che agirono spesso da tramite diretto per l'emigrazione dei propri compaesani.

62

Vedere tabella a pagina 52.

63

Consultare anche l’intervento di Emilio Franzina al Convegno sui confini tenutosi a Bolzano dal 23 al 25 settembre 2004. La relazione, intitolata “Varcare i confini: viaggi e passaggi degli emigranti: il caso italiano e le teorie transnazionali”, è disponibile su internet: www.sissco.it/ariadne/loader.php/it/www/sissco/attivita/convegni/sem-set-04/franzina/

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Molte volte erano gli stessi imprenditori americani che, per poter allargare la disponibilità di forza lavoro, chiedevano ai loro dipendenti italiani di scrivere a parenti ed amici, consigliando loro di raggiungerli. Gli stessi imprenditori nordamericani, sempre per il medesimo scopo, si rivolgevano alle compagnie di navigazione ed ai mediatori di manodopera, che a loro volta si servivano di emigrati di ritorno dagli U.S.A. come loro agenti diretti.

L’interesse che le compagnie di navigazione avevano a diffondere il mito dell’America era enorme, considerando che i milioni di europei che in pochi decenni attraversarono l’oceano rappresentarono per le stesse compagni di navigazione un’ingente possibilità di guadagno in tempi brevi.

Nel 1900 gli investimenti delle compagnie di navigazione europee raggiunsero già una cifra molto elevata, pari a 118 milioni di dollari. Si trattava di investimenti che rendevano bene, visto che il costo del biglietto si aggirava all’incirca dalle 150 alle 190 lire (in base alla qualità delle navi), una cifra che nel 1904 corrispondeva a cento giornate lavorative di un bracciante agricolo. I motivi che poterono spiegare il crescente numero di emigranti che si recarono negli Stati Uniti in quegli anni, assieme al conseguente sovraffollamento delle navi, furono da un lato la riduzione del costo del biglietto via mare e, dall’altro lato, la considerazione che all’epoca per un viaggio diretto in America si spendeva notevolmente meno che per un viaggio all’interno dell’Europa.

Le condizioni delle navi che dovevano trasportare coloro che acquistarono il “mito dell’America”, erano il più delle volte pessime: soprannomi quali “Tonnellata umana” o “Navi di Lazzaro”, dati di volta in volta da coloro che usufruivano del biglietto di terza classe di questi bastimenti, credo possano rendere bene l’idea. Dai racconti degli emigranti emergono poi testimonianze incredibili:

64

Consultare il libro di Ilaria Serra, Immagini di un immaginario. L’emigrazione italiana negli USA fra i due secoli (1890-1924), Cierre Edizioni, 1997.

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“Nella stiva delle navi più capaci prendono posto spesso più di 2000 persone,quando la capacità reale sarebbe di 600-1000. Non vi sono limiti alla capacità e non esistono controlli: tutto viene lasciato alla discrezione degli armatori e dei comandanti delle navi…”

65

A testimonianza di ciò, può essere portata a conoscenza l’osservazione fatta nel 1898 dall’allora ispettore del porto di Genova, Nicola Malnate, il qualche testimoniò che il trasporto degli emigranti avveniva sulle stesse navi che servirono alla tratta degli schiavi, con velocità quindi molto ridotte e con meno di due metri cubi d'aria per ogni passeggero di terza classe, contro i due e mezzo prescritti66. Non furono rari i casi in cui molti passeggeri giunsero sulle coste atlantiche ormai cadaveri, vista anche la mancanza di cibo sufficiente per un viaggio che non poteva durare, nel migliore dei casi, meno di trenta giorni.

Ad una diffusione, per così dire spontanea, del mito, si accompagnò quindi un'azione accurata di propaganda che passò anche per la diffusione di volantini, manifesti67 ed annunci liberi, che inculcò a ciascuno la possibilità di spostarsi e di cercarsi la propria strada.

Inoltre, il linguaggio ancor più diretto delle “rimesse”, vale a dire dei soldi inviati a casa dagli emigrati, rappresentò forse l’input determinante per tutti gli indecisi che si trovavano ancora in terra italiana. Le “rimesse” rappresentavano la prova concreta che l’America, oltre a poter offrire un livello di vita qualitativamente superiore, dava anche la possibilità di risparmiare somme considerevoli.

65

Consultare il sito web www.odissee.it

66

Fonte: http://www.lasprugola.com/spezzininelmondo/biglietto.htm

67

Alcuni di questi manifesti sono visibili consultando la versione web di questa tesina: www.fabio gava.com/tesi/fabiogava.htm; tra questi, forse il più famoso risulta essere quello che raffigura un emigrante che esce dalla fabbrica, con la borsa piena di dollari, per entrare in banca.

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2.2. Ellis Island: l’inizio di un sogno? Porto d’ingresso più grande per ogni imbarcazione carica di immigrati, Ellis Island accolse e smistò, dal 1892 al 1943, ben venti milioni di persone arrivate negli Stati Uniti da tutto il mondo, specialmente dall’Europa.

Paese d'arrivo

Numero

Italia 2.502.310 Russia 1.893.542 Ungheria (1905-1931) 859.557 Austria (1905-1931) 768.132 Austria - Ungheria (1892-1904) 648.163 Germania 633.148 Inghilterra 551.969 Irlanda 520.904 Svezia 348.036 Grecia 245.058 Norvegia 226.278 Impero Ottomano 212.825 Scozia 191.023 West Indies 171.774 Polonia (1892-1897 e 1920-1931) 153.444 Portogallo 120.725 Francia 109.687 Danimarca 99.414 Romania (1894-1931) 79.092 Paesi Bassi 78.602 Spagna 72.636 Belgio 63.141 Cecoslovacchia (1920-1931) 48.140 Bulgaria 42.085 Galles 27.113 Yugoslavia (1920-1931) 25.017 Finlandia (1920-1931) 7.833 Svizzera 1.103 Numero di immigrati che salparono ad Ellis Island dal gennaio 1892 al giugno 1897 e dal 1901 al 1931;

L’isola di Ellis Island sorge a poca distanza da un’altra isola, Liberty Island, famosa per ospitare la statua della libertà da cui ha anche preso il nome; i due terri-

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tori fanno parte dal 1976 dello “Statue of Liberty National Monument”, che dal 1990 ha anche visto sorgere, proprio sull’isola di Ellis Island, un museo dell’immigrazione, che come nessun altro riesce ad illustrare, per mezzo di fotografie, testi esplicativi, oggetti utilizzati per il lungo viaggio (valigie, ceste, sacchi, fagotti...) e le stesse voci registrate dei protagonisti, il crogiolo di razze che attraccò proprio su quello stesso territorio molti decenni prima68.

Per ogni immigrato che arrivava negli

Stati

Uniti,

di

certo

l’imponente Statua della Libertà rappresentava un augurio di buona riuscita, vista la ricca simbologia intrinseca che “Lady Liberty” rappresenta.

Essa è scolpita come una dea greco-romana: indossa una tunica drappeggiata e ha il capo coronato da un diadema raggiato. Nella Una nave carica di emigrati nella Baia di New York. mano destra alzata impugna una Sullo sfondo, tra la nebbia, la Statua della Libertà.

torcia accesa, segno della luce della libertà che dagli Stati Uniti si irradia a tutti i popoli; il braccio che innalza la fiaccola è una evidente citazione del celebre Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo. Nella sinistra tiene invece una tavoletta su cui è incisa, in numeri romani, la data del 4 luglio 1776, giorno in cui gli Stati Uniti dichiararono la loro indipendenza dall'Inghilterra. Ai piedi della statua sono presenti delle catene spezzate, a significare il raggiungimento della libertà dopo la schiavitù e l'oppressione. 68

È possibile compiere su internet un tour virtuale dell’esposizione permanente “Through America’s gate” allestita presso il museo dell’immigrazione di Ellis Island attraverso il sito web dello Statue of Liberty National Monument: http://www.nps.gov/ellis

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Secondo la “Statue of Liberty and Ellis Island Foundation69”, nel progetto originario le catene spezzate dovevano essere nella mano sinistra; poi però si preferì sistemarle in basso, inserendo al loro posto la tavola che richiama le bibliche tavole della legge, quasi a simboleggiare la fondamentale importanza delle leggi nel tenere insieme una nazione. Sul basamento dell'opera, su una placca in bronzo, ogni immigrato poteva leggere il sonetto di Emma Lazarus, riportato in apertura di capitolo, rivolto a tutti coloro che sbarcarono ad Ellis Island, e per i quali la Statua della Libertà rappresentava il simbolo e la speranza di una vita migliore.

Secondo recenti stime, circa il 40% degli americani può far risalire le proprie radici attraverso Ellis Island. Per avere la certezza di ciò, ognuno di loro si può recare di persona sul posto e cercare di individuare il nome dei propri avi transitati sull’isola. Francobollo commemorativo di Ellis Island, emesso nel 1978 dal Servizio Postale Americano (U.S. Per questo scopo ad Ellis Island è stato eretto il coPostal Service)

siddetto “Muro degli Onori”, sulle pareti del quale sono incisi più di 500 mila nomi. Da pochi anni, la ricerca può anche essere effettuata sul web70 per mezzo di un enorme database, istituito dalla “Statue of Liberty and Ellis Island Foundation71”.

69

http://www.statueofliberty.org

70

A tal proposito, può risultare curioso visitare il sito internet http://xoomer.virgilio.it/palladinonet/ emigrati.htm; in questo sito, un membro della famiglia Paladino, spiega come ha potuto rintracciare i suoi avi emigrati in America il secolo scorso.

71

http://www.ellisislandrecords.com

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2.2.1. Il processo d’ispezione72 Ellis Island assunse la famosa funzione di selezione e smistamento degli immigrati a partire dal 1892, ovvero dopo che il governo federale americano assunse il controllo del massiccio flusso migratorio73.

Quando le navi a vapore entravano nel porto di New York, i più ricchi passeggeri di prima e seconda classe erano ispezionati a loro comodo nelle loro cabine e scortati a terra da ufficiali dell’immigrazione. I passeggeri di terza classe venivano invece portati ad Ellis Island per l’ispezione, che era ovviamente più dura. Un traghetto storico, denominato appunto “Ellis Island”, veniva usato dal Servizio Immigrazione per trasportare gli immigrati che arrivavano quotidianamente sull’isola dal porto di New York.

Ogni immigrante in arrivo portava con sé un documento con le informazioni riguardanti la nave che l’aveva portato a New York. I medici esaminavano brevemente ciascun immigrante e lo marcavano sulla schiena con del gesso nel caso in cui a quest’ultimo dovessero essere effettuati ulteriori esami per accertarne le condizioni di salute; qualora fossero state riscontrate particolari condizioni di infermità, questi immigrati sarebbero stati trattenuti all’ospedale di Ellis Island.

Dopo questa prima ispezione, gli immigrati procedevano verso la parte centrale della “sala di registrazione” dove gli ispettori interrogavano gli “ospiti” ad

72

L’intero sottoparagrafo è tratto dal materiale informativo gratuito, distribuito ad ogni visitatore, del museo dell’immigrazione di Ellis Island.

73

La sentenza della Corte Suprema americana, che dichiara l’immigrazione una responsabilità del governo federale, è datata 1875. Vedere il sito web: http://www.rapidimmigration.com/usa/1_eng_immigration_history.html

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uno ad uno74. Per ogni immigrante occorreva almeno un’intera giornata per terminare tutto il processo di ispezione a Ellis Island. Ad ogni immigrato veniva assegnata una “Inspection Card”75 con un numero di riconoscimento stampato sopra; per ognuno di loro c’era da aspettare anche tutto un giorno, mentre i funzionari di Ellis Island lavoravano per esaminarli. Dopo l’ispezione, gli immigranti scendevano dalla Sala di Registrazione per mezzo delle “Scale della Separazione”, che segnavano il punto di divisione per molte famiglie e amici verso diverse destinazioni. Il centro era stato progettato per accogliere 500.000 immigrati all’anno, ma nella prima parte del secolo ne arrivarono quasi il doppio. Tra di loro vi erano anche numerosi truffatori che, dopo aver rubato il bagaglio degli immigrati durante i controlli, offrivano tassi di cambio da rapina per il denaro che questi erano riusciti a portare con sé. Le famiglie venivano divise: uomini da una parte, donne e bambini dall’altra; venivano anche eseguiti degli specifici controlli per eliminare gli indesiderabili ed i malati. Questi ultimi venivano portati al secondo piano, dove i dottori dell’Immigration controllavano l’effettiva presenza di gravi malattie contagiose o di disturbi mentali. Coloro che non superavano gli esami medici venivano contrassegnati, come già accennato, con una croce bianca sulla schiena e confinati sull’isola fino a diversa decisione; molti di loro vennero reimbarcati. I capitani delle navi avevano l’obbligo di riportare gli immigrati non accettati al loro porto di origine. Secondo le registrazioni ufficiali, tuttavia, solo il due per cento di coloro che transitarono per Ellis Island venne rifiutato: molti di questi immigrati, piuttosto che affrontare il ritorno a casa, si toglievano la vita o tentavano il tutto per tutto tuffandosi in mare con l’intento di raggiungere Manhattan a nuoto.

74

Nel film “Hitch”, uscito di recente in molte sale cinematogra, è possibile vedere molto bene questa parte di quello che ora è diventato il “Museo dell’immigrazione”.

75

È possibile visualizzare un esempio di “Inspection card” all’indirizzo web www.ellisisland.org

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Sugli immigrati veniva anche effettuato un esame legale, per controllare la loro nazionalità e l’eventuale affiliazione politica. Il loro afflusso era sempre altissimo, ed imponente era anche il lavoro dei funzionari che sottoponevano a ispezione e interrogatorio tutti quanti: nel giro di alcune ore veniva deciso il destino di intere famiglie, un fatto che fece attribuire a Ellis Island l’appellativo di “Isola delle lacrime”. La maggior parte degli immigrati veniva esaminata e in seguito convogliata verso il New Jersey: una volta arrivati a destinazione, gli immigrati solitamente si stabilivano in uno dei numerosi distretti etnici in rapida espansione.

Dopo il 1917, l’isola divenne principalmente campo di raccolta e di smistamento per deportati e perseguitati politici. L’immigrazione diminuì sensibilmente all’inizio della prima guerra mondiale e i decreti di Washington sull’immigrazione del 1921 e del 1924 di fatto posero fine alla politica di “porte aperte” applicata fino allora dagli Stati Uniti. Cittadini giapponesi, italiani e tedeschi furono detenuti ad Ellis Island durante la seconda guerra mondiale e il centro venne utilizzato principalmente a scopo detentivo fino alla sua chiusura, avvenuta il 12 novembre 1954.

2.2.2. Gli italiani che il sogno lo hanno realizzato Tra tutti gli italiani emigrati negli Stati Uniti, molti furono coloro che il proprio sogno lo realizzarono realmente. Certamente bisogna riconoscere che per molti altri, quegli stessi sogni s’infransero o, nel peggiore dei casi, divennero veri e propri incubi76. 76

La fatica e il lavoro, più che non la vergogna, campeggiano al centro delle memorie popolari scritte di pugno dai nostri emigranti come insegna, fra mille, un brano di rara efficacia di Tommaso Bordonaro, nato in Sicilia nel 1909 ed espatriato in Usa nel 1946: “…in quel periodo ero ancora giovane; e pur lavorando come un cavallo poi da un lavoro all’altro: sabato e domenica allavorare

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Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

Non è provato da statistiche ufficiali, ma di certo, fra quel 2% di immigrati che transitarono per Ellis Island e il cui visto d’accesso agli Stati Uniti fu negato77, vi fu anche qualche nostro connazionale. Qualcuno dovette quindi tornarsene mestamente al paese d’origine, dopo aver solamente accarezzato il desiderio di varcare il confine americano per poter vedere realizzati i propri sogni.

Migrazione italiana verso i paesi transoceanici per area di provenienza (1876-1913) Regione di provenienza Piemonte Liguria Lombardia Veneto Emilia Toscana Marche Umbria Lazio Abruzzo e Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna

1976-80 1881-90 1891-00 1901-1910 1911-12 2.491 2.918 4.405 5.378 286 1.066 87 3 10 1.015 3.967 54 2.734 1.855 325 2

21.406 9.688 23.690 33.271 5.412 6.867 3.490 139 18 14.639 27.970 1.712 15.762 17.597 7.708 22

13.321 7.286 23.345 42.345 12.336 15.705 8.426 872 2.017 26.137 59.896 5.180 16.574 30.370 32.019 1.089

46.197 10.688 25.603 21.012 15.530 20.809 28.398 6.236 21.179 83.555 129.009 36.017 27.828 84.026 143.087 3.789

1913

21.623 35.099 5.275 6.614 14.387 22.749 13.966 25.398 7.682 10.788 12.355 19.329 13.159 21.293 2.977 5.382 11.328 24.301 34.015 56.417 55.721 74.079 20.891 38.180 12.198 15.724 37.748 55.130 66.929 141.880 2.789 7.203

Tratto dal sito web www.voli.bs.it/ccst/scmedia_paspardo/storia/emigrazione/italia/italia1.htm

Nell’archivio storico sull’emigrazione italiana di Rai Trade78 sono presenti molti esempi di nostri connazionali che, principalmente negli Stati Uniti d’America, sono riusciti indiscutibilmente ad emergere, ottenendo un successo che

con la Città afare scave di fognatura per l’acquidotte e per l’acqua da bere, in corso della settimana al cemetero, la sera delle volte tre opure quattro ore alla fabbrica dei maccarone La Perla, e non potevo mai fare sufciente per mantenere la famiglia un po’ discreta”. Il brano, appositamente riportato nella sua forma originale con tutti gli errori del caso, è stato riportato dall’articolo “Io, lavorando come un cavallo alla fabbrica dei maccarone” di Emilio Franzina, pubblicato dal Corriere della Sera il 23 marzo 2004. 77

Secondo fonti del Museo dell’Immigrazione di Ellis Island: http://www.ellisisland.com/

78

www.emigranti.rai.it

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Capitolo 2

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

forse neanche loro stessi avrebbero mai nemmeno sognato. Tra questi nostri emigranti79, la vita di uno di loro, da me sconosciuto fino al momento della lettura della sua storia, mi ha particolarmente colpito. La storia è quella di Angelo Siciliano80, nato ad Acri, in provincia di Cosenza, il 30 ottobre 1893 e che all’età di dieci anni approdò ad Ellis Island, New York. Angelo era un bambino gracile e per questo facile bersaglio di sberleffi, quando non di botte vere e proprie, dai bulli di strada. Angelo si guardò in giro, non cercando protezione, bensì il modo di "crescere" per mettere fine a quei soprusi puramente fisici. Trovò nei muscoli del leone che, si narra, vide allo zoo, l'intuizione per creare la ginnastica isometrica, che sviluppò i suoi muscoli e che lo resero famoso in tutta America con il nome di Charles Atlas. Nel 1920 Angelo Siciliano è un uomo alto 1 metro e 78 centimetri per 82 chilogrammi di peso e 120 centimetri di circonferenza toracica, diventando in tal modo il modello preferito per numerosi scultori. Tutt’oggi si contano più di 75 statue nel mondo raffiguranti il fisico di Angelo Siciliano. Nel 1922 vinse il primo concorso di body-building che si tenne al Madison Square Garden di New York con il titolo di "World's Most Perfectly Developed Man". Il premio consisteva nella possibilità di scegliere se sostenere un provino per la parte di Tarzan in un film, oppure vincere direttamente mille dollari. Charles optò per la seconda opzione e con quei soldi iniziò a diffondere il suo programma di allenamento. Fu con l'assunzione di Charles Roman, un giovane pubblicitario, che nel 1929 la vendite decollarono. Il "metodo" veniva venduto a fascicoli e inviato per posta. Negli anni cinquanta gli allievi di Charles Atlas si contano in quasi un milione di persone in tutto il mondo, tra cui anche nomi famosi dello sport professionistico. Charles cedette le quote della sua società, attiva ancora oggi, solo nel 1970, due anni prima della sua morte avvenuta il 24 dicembre del 1972. 79

Tra loro sono da ricordare anche, tra i più importanti, Fiorello La Guardia (sindaco di New York City degli anni ’30 del ‘900), Pompeo Coppini (divenuto un celebre scultore nel Texas: www.coppiniacademy.com), Fileno di Gregorio (divenuto, con la sua impresa, leader mondiale per la produzione di lenti da vista).

80

La storia di Angelo Siciliano è tratta interamente dal suo sito personale www.charlesatlas.com e da quello di Raitrade per gli emigranti italiani: www.emigranti.rai.it

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Fabio Gava

Il sogno americano: da Ellis Island al 9/11

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EMIGRARE NEGLI U.S.A. OGGI:

UN SOGNO POSSIBILE?


Capitolo 3

Emigrare negli U.S.A. oggi: un sogno possibile?

“Twenty years from now you will be more disappointed by the things you didn’t do than by the ones you did. So throw off the bowlines, sail away from the safe harbor. Catch the trade winds in your sails. Explore. Dream. Discover.”78 Mark Twain79

3.1. L’ascesa a potenza mondiale: l’espandersi dell’ “american way of life”

La riduzione dei flussi migratori verso gli Stati Uniti subirono una notevole diminuzione con il coincidere dell’inizio del primo conflitto mondiale: fino ad allora, per il periodo che va dal 1865 al 1914, erano arrivati negli U.S.A. dall’Europa già più di ventinove milioni di individui80. Questi dati risultano comunque sottodimensionati, tenendo conto dell’ampia fascia clandestina sempre presente nei flussi migratori (anche in quelli odierni, come si vedrà in seguito). 78

“Tra vent'anni non sarete delusi delle cose che avrete fatto, ma da quelle che non avrete fatto. Allora levate l'ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite”. 79

Mark Twain è lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens, scrittore statunitense (1835 - 1910): è stato litografo, pilota fluviale sul Mississippi, giornalista fra i cercatori d'oro nonché scrittore. La sua fama è legata a romanzi quali Le avventure di Tom Sawyer (1876), Vita sul Mississippi (1883) e Le avventure di Hucleyberry Finn (1884).

80

Fonte: United States Bureau of Census, 1965.

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Emigrare negli U.S.A. oggi: un sogno possibile?

Negli anni della prima guerra mondiale ci fu comunque, da parte degli Stati Uniti, una campagna di preservazione etnica: quest’ultima si espresse in una legge, approvata nel 1917 dal Congresso, che fissava la quota annuale di immigrazione da paesi europei al 2% degli individui di ciascuna nazionalità residente negli Stati Uniti secondo il censimento del 1890, e richiedeva inoltre un livello dimostrato di alfabetizzazione. Il testo superò anche il volere dell’allora Presidente Taft: egli pensava che la legge giocasse a sfavore degli imprenditori americani, a suo modo di vedere ancora bisognosi di manodopera a buon mercato. La minaccia, secondo i fautori della legislazione per ridurre gli immigrati, riguardava non solo l’eventuale disgregazione dei tratti indigeni della radice statunitense, ma anche e soprattutto la preoccupazione che le speranze di trasformazione della condizione individuale e collettiva da parte degli immigrati potessero portare a nuovi percorsi di radicalismo politico, anzitutto all’interno della realtà industriale. I provvedimenti del 1917 furono ulteriormente rafforzati sette anni più tardi: nel 1924 infatti, con il “Johnson-Reed Act”, venne assunto a base del computo delle quote nazionali annue il censimento del 1920. Furono così ridotti ad un numero pari a 150 mila il totale degli ammessi negli Stati Uniti; venne inoltre limitato l’arrivo dei popoli provenienti dal sud e dall’est dell’Europa e proibito l’ingresso agli asiatici. Anche ai giorni nostri l’immigrazione legale negli Stati Uniti d’America è sempre monitorata in base al paese di provenienza: per esempio, alla lotteria per ottenere la “green card”81, possono partecipare solamente cittadini di stati appartenenti a paesi con un basso tasso di immigrazione verso gli Stati Uniti (meno di cinquanta mila emigrati negli U.S.A. negli ultimi cinque anni). Gli Stati Uniti d’America degli anni ‘20, così bisognosi di manodopera straniera, avevano quindi un’industria che era in rapida espansione, ed avevano ap-

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Vedere a pagina 93.

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Capitolo 3

Emigrare negli U.S.A. oggi: un sogno possibile?

pena dimostrato di avere le capacità per sostenere il peso di una guerra mondiale. Nonostante ciò, per tutto il mezzo secolo che precedette il primo conflitto globale, gli U.S.A. rimasero in disparte rispetto a ciò che Jefferson definiva “le baruffe europee”: le energie americane erano invece concentrate nella sistemazione delle questioni interne e nello sfruttamento delle risorse nazionali del continente. D’altra parte, oltre alle ovvie distanze fisiche che separano gli Stati Uniti dagli altri continenti, c’è da rilevare che i mercati esterni non erano ancora essenziali, visto che il prodotto industriale veniva totalmente assorbito dalla richiesta interna. A testimonianza del tanto pronunciato isolazionismo americano, un dato da riportare sembra significativo: dal 1880 al 1890 gli Stati Uniti furono rappresentati all’estero da non più di venticinque incaricati d’affari (e nessun ambasciatore), mentre il personale del ministero degli Esteri era composto solo da sessanta persone. Fu alla conclusione della prima guerra mondiale che gli Stati Uniti si resero conto del loro ruolo di nuova potenza mondiale. E da quel momento ad ora non hanno abbandonato quella posizione; in particolare, tra il 1924 e il 1929, gli U.S.A. elargirono ben 6400 miliardi di dollari all’economia mondiale. In pratica l’America si ritrovò ad essere il leader mondiale in sostituzione della Gran Bretagna che non era più in condizione per esercitare questo ruolo. Gli inglesi avevano creato la loro prosperità prima della guerra basandosi su grandi volumi di importazioni ed esportazioni, creando in tal modo anche benefici per l’economia internazionale. Da parte statunitense invece, la conquista dell’ovest e la rivoluzione dei trasporti, gli sviluppi tecnologici e le innumerevoli invenzioni fecero sì che la ricchezza americana traesse origine in gran parte da se stessa, con riflessi positivi molto più ridotti sull’economia mondiale. Gli anni ’20 del 1900 furono quindi certamente segnati da crescita economica, anche se discontinua e incline a brevi periodi di crisi; i profitti potevano essere ottenuti abbastanza facilmente con le auto, la radio ed il cinema, mentre i settori industriali tradizionali quali carbone, acciaio e tessuti, che molto avevano fruttato durante la grossa accelerata data dal periodo bellico, crescevano con il freno a ma-

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no tirato. Anche negli Stati Uniti, certo non in maniera così vistosa come in Europa, il contrasto era evidente tra le vecchie città siderurgiche dell’est e le nuove fabbriche d’automobili a Detroit. In primis quindi, furono proprio l’industria automobilistica, la radio ed il cinema a far diffondere lo stile di vita americano in tutto il mondo. Dopo aver superato, nel 1929, la più grave crisi finanziaria della storia e dopo aver vinto un secondo conflitto mondiale e la susseguente guerra ideologica con l’allora Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno esportato ovunque il proprio, apprezzato o meno, modello di vita. Spiegare cosa si intende per “american way of life” credo sia un’impresa alquanto ardua. Certo è che questo modo di vivere si è potuto sviluppare grazie alla democrazia liberale di fondo di questo paese, una nazione che non ha mai abbandonato questo quadro istituzionale e non ha mai ceduto ad alcuna deriva autoritaria.

L’attentato terroristico dell’11 settembre ha comunque rivelato un forte rancore e ostilità nei confronti degli Stati Uniti, paese percepito come spietatamente capitalista e come forza egemonica da considerare come una minaccia. L’america non è solo grattacieli, Hollywood e fast food com’è nell’immaginario collettivo di molti; si potrebbe già pensare di sapere cose di questa nazione che non si sono mai vissute in prima persona, tanti sono i film, i libri, le fotografie e le canzoni che ne parlano. In realtà questa non rappresenta che la superficie di una realtà molto più complessa e affascinante, difficile da mettere nero su bianco.

L’ascesa degli Stati Uniti d’America a potenza mondiale può forse essere accostata, secondo il personale modo di vedere di chi scrive, a quello che è uno dei

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Capitolo 3

Emigrare negli U.S.A. oggi: un sogno possibile?

miti americani, ovvero la “Route 66”, la “Strada Madre”, come la definì John Steimbeck82, che collega Chicago a Los Angeles. Come questa strada aprì alla scoperta dell’ovest americano e alla ricchezza che da esso ne derivò, rappresentando un vero e proprio miraggio anche per molti americani stessi, così anche gli Stati Uniti d’America nel loro complesso arrivarono ad essere meta per l’arrivo di molte altre persone, attirate perlopiù dalla possibilità di ottenere un lavoro certo. La “Route 66” rappresentò la risposta alle esigenze di cambiamento dell’America appena uscita dal primo conflitto mondiale: la prima legislazione per le strade pubbliche comparve nel 1916 (Aid Road Act del Presidente Wilson), ma di fatto non fu possibile applicarla prima del 1925, anno in cui il Congresso promulgò una versione più completa dell’atto. Il suo itinerario non seguì il tradizionale corso lineare, ma collegò diagonalmente Chicago con centinaia di comunità, in predominanza rurali, nell’Illinois, nel Missouri e nel Kansas. L’indicazione ufficiale numerica “66” segnò il riconoscimento della Route come una delle arterie est-ovest principali della nazione, permettendo a centinaia di cittadine di provincia del West di uscire dal loro isolamento. Dopo il 1929 (prima asfaltatura dall’Illinois al Kansas), questa strada divenne presto il simbolo della libertà di movimento e dell’espansione economica che rilanciò l’America dopo il periodo della “grande depressione”. La “Route 66” acquisì il suo status leggendario nei primi anni ’30, quando la siccità e le famose tempeste di sabbia che colpirono la zona centrooccidentale del paese costrinse migliaia di contadini ad abbandonare le loro case per raggiungere la California. Negli anni ’40 circa 210 mila persone migrarono in California percorrendo la mitica strada che divenne simbolo di nuove opportunità. Il programma di rilancio dell’economia del Presidente Roosvelt favorì senza dubbio tutto questo, agevolan-

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John Steinbeck definì la “Route 66” la “Mother Route” nel suo saggio “The Grapes of Wrath”. Lo scrittore Americano fu, nel 1962, premio nobel per la letteratura. www.steinbeck.org

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Capitolo 3

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do lungo quella strada il sorgere una nuova cultura, sconosciuta fino a quel momento: quella dei motel, delle stazioni di servizio e delle insegne al neon. Con l’adozione delle ferie retribuite e dell’ingresso dell’automobile tra i beni comuni, il traffico divenne sempre più intenso, tanto che la vecchia “Route 66” fu soppiantata dal nuovo concetto di “Highway” che il Generale Eisenhower, di ritorno dalla Germania, propose dopo essere rimasto positivamente impressionato dal sistema viario tedesco. Di fatto, nel 1970 tutti i segmenti dell’originale Route erano già stati sostituiti da una strada principale moderna a quattro corsie; nel 1984 la “Route 66” venne ufficialmente cancellata dalle mappe stradali, ma non certo dall’immaginario collettivo e dal cuore degli americani. La storia di questa mitica strada, sentiero che poteva portare al sogno di una vita migliore, non è quindi molto dissimile da quella che è stata la storia di questa nazione. Dai pellegrini del Mayflower agli immigrati di fine ottocento ed a quelli più attuali, tutti sognavano, e sognano ancora, di raggiungere in questa terra una vita più dignitosa. Certo ci sono stati i momenti in cui sembrava che anche questo traguardo potesse svanire, ma si è sempre riusciti a trovare un’altra via, sempre più innovativa della precedente. Come le Highway soppiantarono le strade di più antica concezione, anche gli Stati Uniti sono sempre stati capaci di spingersi sempre coraggiosamente avanti, lasciandosi alle spalle, senza rimpiangerlo, il passato. Tale carattere ha sempre fatto sì che questa politica sfuggisse ai tentativi europei di spiegarla, dal momento che essa non corrisponde a un progetto articolato, né a una coerente ideologia partitica, ma è sostenuta dal proposito di sperimentare, tra tutte quante le vie possibili, quella che promette maggiore efficacia.

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Capitolo 3

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3.2. L’immigrazione in America oggi

Lasciare il proprio paese per cercare fortuna altrove, rappresenta oggi l’ultima risorsa che ognuno di noi ha per realizzare il proprio sogno: una speranza di una vita fatta di lavoro, di libertà personali, di autosufficienza economica e di felicità. Oggi, e fortunatamente, l’Italia non rappresenta più quel paese che, durante i primi anni della sua unità, vide le proprie coste affollarsi di persone desiderose di andarsene per cercare di trovare in America una vita migliore, e dunque non intenzionate a tornare a vivere nella propria terra d’origine. Se tra ottocento e novecento gli italiani più poveri, soprattutto meridionali, si trovarono a sperimentare con l’emigrazione l’American Dream, un secolo più tardi sono le classi più agiate a stabilire una simbiosi con gli Stati Uniti, per esempio mandando i loro figli a studiare nelle più prestigiose università quali Harvard o Berkeley. Il nostro paese rappresenta ai giorni nostri, al contrario di un tempo, terra dove altre persone ambiscono ad arrivare per cercare una vita più dignitosa. Questa possibilità che abbiamo di essere rappresentanti di un paese libero e meta di emigrazione da parte di popoli con cultura diversa dalla nostra, deriva obiettivamente dalla libertà che ci fu restituita nel 1943-45 dai soldati americani e dal conseguente solido ancoraggio politico, militare ed economico, che con gli Stati Uniti la nostra Repubblica tese ad instaurare. La modernizzazione che ha visto crescere l’Italia per tutta la seconda metà del secolo scorso è andata di pari passo con una crescente americanizzazione della società, dei suoi consumi di massa, della sua cultura e della sua industria. È forse per questo che oggi giorno molti dei nostri connazionali che emigrano all’estero

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scelgono come destinazione principale gli Stati Uniti83. Ed è anche per questo che all’indomani dell’attentato terroristico di New York e Washington dicevamo di sentirci tutti americani: “l’America è dappertutto… Basta saperla vedere.” disse nel 1934 Ignazio Silone84. Di certo c’è che il modo di emigrare è cambiato: la globalizzazione ha infatti accorciato notevolmente le distanze, riducendo il mondo ad una sorta di rete a formare il cosiddetto “villaggio globale” moderno. La comunicazione di massa e, negli ultimi anni, l’incredibile sviluppo delle potenzialità di internet, stanno rendendo sempre più vicini tutti gli angoli del nostro pianeta. Cent’anni fa il posto di lavoro si trovava sul luogo, oggi è invece preferibile partire avendo già trovato qualche datore di lavoro via web disponibile ad assumerci85.

Dai capitoli precedenti si è visto che gli ultimi due secoli appena trascorsi sono stati testimoni di massicci esodi da parte di italiani negli Stati Uniti d’America. Le ragioni che spingevano uomini e donne a lasciare, il più delle volte per sempre, la propria terra, erano strettamente legate a necessità economiche; in più esisteva quella voglia di ricominciare in un luogo che, si diceva, offrisse a chiunque un’opportunità. In tempi più recenti le cause principali delle grosse ondate di emigrazione degli italiani, cioè la povertà e la disoccupazione, hanno cessato di esistere. Tuttavia, l’opportunità di studiare e lavorare in prestigiosi centri universitari e nelle aziende ad alta tecnologia, una maggiore mobilità economica o semplicemente 83

Nell’anno 2003 il Comune di Vittorio Veneto (dove risiedo), secondo il suo ufficio anagrafe, ha visto l’iscrizione all’AIRE (Anagrafe dei cittadini all’estero, istituita con la legge n. 470 del 27 ottobre 1988), di 124 persone. Di queste, più della metà hanno ora residenza negli Stati Uniti d’America.

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Tratto dal sito internet dello scrittore: www.silone.it

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Per questo scopo, il sito web più famoso risulta essere certamente www.monster.com

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l’attrazione di un altro stile di vita, continuano ad esercitare un affascinante richiamo, soprattutto per i giovani. Infatti, mentre i primi emigrati erano principalmente uomini che lasciavano mogli e figli in Italia, una recente indagine ha evidenziato che tra gli attuali immigrati italiani, una fortissima percentuale è costituita da giovani indipendenti, dotati il più delle volte di un buon bagaglio culturale.

Gli Stati Uniti sono dotati di un organismo apposito dedicato a tutto ciò che concerne l’immigrazione ed il processo di naturalizzazione. Fino al 1° marzo del 2004 esso era denominato INS (Immigration and Nationalization Service), ma da quella data in poi è conosciuto con l’acronimo USCIS (United States Citizenship and Immigration Services), vista la sua transizione alle dipendenze del neonato Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security)86. L’ USCIS ha derivato in sé tutte le precedenti funzioni svolte dall’INS, ed è quindi responsabile per l’amministrazione, le politiche ed i servizi di immigrazione e naturalizzazione richiesti da cittadini stranieri. Queste funzioni includono anche la lavorazione delle richieste di asilo politico e dello status di rifugiato, oltre che al rilascio di visti per immigranti e all’accoglimento delle domande di naturalizzazione. Ad oggi, lavorano alle dipendenze di questo specifico organismo circa 18 mila impiegati, divisi in 250 sedi sparse in tutto il mondo. Tutte le altre tipologie di visti per non immigrati vengono invece prese in considerazione dai vari consolati americani presenti nel mondo. Per alcuni di questi visti è certamente consigliata la consulenza e l’assistenza da parte di un avvocato specializzato in immigrazione, viste le complicate fasi per ottenere un permesso d’ingresso per gli Stati Uniti, come ad esempio nel caso di un visto per lavoratori temporanei.

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www.dhs.gov/dhspublic

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Di fatto tutti gli ingressi negli U.S.A. sono sottoposti a due autorità: i consolati e l’Immigration, che dipendono da due Ministeri diversi. Questo crea una serie di problemi perché spesso le valutazioni possono essere divergenti. Così se la carta verde è esclusiva competenza dell’USCIS e i visti “B” o quelli diplomatici lo sono del consolato, molti altri visti, come quelli di lavoro, sono di fatto materia comune. Chi però stabilisce, ogni volta che si attraversa la frontiera americana, il periodo che a chiunque sarà di volta in volta concesso, è l’ufficiale dell’Immigration che ritirerà e controllerà un apposito modulo che ogni extracomunitario dovrà compilare durante il viaggio. Poco prima di atterrare negli Stati Uniti infatti, le hostess distribuiranno un modulo, chiedendo ai passeggeri se sono o meno provvisti di visto, se sono cittadini americani o possessori di carta verde. I cittadini americani e quelli italiani con carta verde dovranno infatti compilare solo il modulo per la dogana, mentre gli altri dovranno compilare un modulo verde, se sprovvisti di visto, o bianco, per chi ce l’ha. Il primo di questi, ovvero il modulo I-94W, rappresenta una sorta di esonero dalla richiesta del visto; valevole 90 giorni, esso dovrà essere consegnato all’arrivo negli U.S.A. alle autorità dell’ufficio immigrazione. Parte

del

modulo

verrà

poi

stampigliata

sul

passaporto

dall’ufficiale

dell’immigrazione e non dovrà mai essere staccata fino a quando non si lasceranno definitivamente gli Stati Uniti (in ogni caso sarà sempre l’addetto ai check-in della compagnia aerea che provvederà a toglierla). I moduli, sia per gli uni che per gli altri, contengono una serie di domande che vertono soprattutto sul fatto che il viaggio negli U.S.A. non sia per scopi illegali. Tra gli altri quesiti viene chiesto se si stanno trasportando sostanze pericolose, esplosivi, armi, droga e persino se ci si è recati recentemente in una fattoria o azienda agricola. Il perché di quest’ultima domanda è legata al fatto che il Dipartimento dell’agricoltura statunitense è terrorizzato all’idea che possano essere introdotte malattie che colpiscano gli animali e le piante. Per cui, se un coltivatore diretto che si rechi negli Stati Uniti lo dichiarerà sul modulo, egli potrà essere certo che

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gli saranno rivolte moltissime domande da parte del funzionario dell’USCIS che lo attenderà, e che il suo ingresso in America sarà molto complesso. In ogni caso, rispondere “sì” ad una qualsiasi delle domande significa andare in contro a guai certi.

Bisogna altresì fare attenzione alla domanda che riguarda il trasporto di denaro o di altri valori che non devono superare i 10 mila dollari a persona (cumulativamente in valuta americana, straniera, travel check, eccetera); la disposizione è contro il riciclaggio del denaro: venendo scoperti con una cifra superiore, essa verrà confiscata. Se si dichiara una somma maggiore rispetto a quella consentita si dovrà fornire una spiegazione del perché si stia trasportando tanto denaro contante, vista la possibilità di poter utilizzare carte di credito o altri sistemi di trasferimento di denaro tracciabili. Il modulo I-94 (per coloro che hanno il visto) e il modulo I-94W (per coloro che non lo hanno) va comunque compilato senza prenderlo alla leggera, anche se alcune domande possono far sorridere. A titolo di esempio, sembra che Einstein quando fuggì negli Stati Uniti, alla richiesta di quale razza fosse, abbia risposto “umana” e che per questo i funzionari dell’Immigration lo abbiano messo sotto torchio, fino all’intervento decisivo delle autorità scientifiche americane che stavano aspettando con ansia il famoso scienziato87. Non solo nel modulo da compilare per l’ingresso negli Stati Uniti, ma anche in molti altri, verrà molto spesso richiesto di indicare la razza di appartenenza. I bianchi comunque non sono indicati, come si potrebbe pensare, con “white” ma bensì con “caucasian”; le persone di colore invece non sono indicate con il termine “black”, ma con “african-american”.

87

Curiosità tratta da un’intervista ad E. Biagi a cura di Alessandro Capato e disponibile al sito web www.humanitasalute.it/news.html?id_p=624

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La domanda più semplice, ma anche la più importante del modulo, è l’indicazione della durata prevista per il soggiorno negli Stati Uniti. Risposte che usano anni come termini di riferimento rischiano di compromettere l’entrata negli U.S.A. per molto tempo, precisamente dai tre ai dieci anni. Per i turisti il tempo massimo concesso è di tre mesi (a meno che non abbiano ricevuto un visto B-2, che allunga il termine a sei mesi, ma sempre a discrezione del funzionario dell’Immigrazione). Se i turisti sono senza visto, grazie all’apposita convenzione tra Stati Uniti ed Italia88, bisogna ricordare che nel firmare il modulo verde sull’aereo essi accettano l’inappellabile decisione del funzionario dell’Immigration; ciò significa che se quest’ultimo non concederà al turista il permesso di entrare, quest’ultimo non avrà alcun mezzo legale per protestare o a cui appellarsi. A meno che il visitatore non sia in possesso di un visto per affari, è assolutamente sconsigliabile dichiarare sul modulo che la visita negli U.S.A. è per questione d’affari: anche se solo per andare a salutare un cliente della propria ditta che abita negli States, meglio scrivere turismo ed evitare discussioni inutili.

Nonostante la dettagliata regolamentazione in riguardo agli ingressi di persone negli Stati Uniti d’America, nel paese è tuttavia forte la presenza di immigrati non autorizzati. Secondo una stima effettuata nell’anno 2000, sarebbero circa sette milioni gli immigrati irregolari presenti sul territorio nordamericano. Il termine “unauthorized immigrants” si riferisce a persone che non sono nate negli U.S.A. e che vi sono entrate senza ispezione, oppure a persone che hanno violato i termini di permanenza temporanea e che non hanno acquisito lo status di “residente permanente” (lawful permanent resident). In generale, la definizione 88

Per tutti i dettagli sul programma di viaggio senza visto, denominato Visa Waiver Program, vedere pagina 71.

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Capitolo 3

Emigrare negli U.S.A. oggi: un sogno possibile?

di “popolazione residente non autorizzata” si ricava da quella data dallo U.S. Census89 a proposito di residenza abituale (il luogo dove una persona passa più notti all’anno rispetto a qualunque altro posto), e dalla definizione di immigrato data dalle Nazioni Unite90 (residente in uno stato per più di un anno). Il totale della popolazione residente non autorizzata negli Stati Uniti è stata stimata, come scritto in precedenza, in sette milioni di unità nell’anno 2000, il doppio rispetto a quanto risultato dal censimento di dieci anni prima. Sul totale della popolazione americana all’anno 2000, quei sette milioni di immigrati irregolari che vivono negli U.S.A. ne costituiscono dunque il 2,5%. Popolazione

Popolazione

Paese di origine

2000

1990

Stato di residenza

2000

1990

Tutti i paesi

7.000

3.500

Tutti gli stati

7.000

3.500

Messico El Salvador Guatemala Colombia Honduras Cina Ecuador Rep. Dominicana Filippine Brasile Haiti India Perù Korea Canada Altri

4.808 189 144 141 138 115 108 91 85 77 76 70 61 55 47 795

2.040 298 118 51 42 70 37 46 70 20 67 28 27 24 25 537

California Texas New York Illinois Florida Arizona Georgia New Jersey North Carolina Colorado Washington Virginia Nevada Oregon Massachusetts Altri

2.209 1.041 489 432 337 283 228 221 206 144 136 103 101 90 87 892

1.476 438 357 194 239 88 34 95 26 31 39 48 27 26 53 328

I numeri della tabella sono espressi in migliaia. La ricerca completa, “Estimates of the Unauthorized Immigrant Population Residing in the United States: 1990 to 2000”, è disponibile sul sito web del neonato Dipartimento per la Sicurezza Interna (www.dhs.gov), dove si possono trovare anche tutti i dettagli su come sono state effettuate le stime.

89

www.census.gov – Sezione “people”.

90

www.un.org – http://unstats.un.org/unsd/demographic/sconcerns/migration/migrmethods.htm

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Capitolo 3

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I dati presentati dalla tabella precedente mostrano come più della metà degli immigrati clandestini provengano dal Messico. Il confine tra quest’ultimo e gli Stati Uniti d’America, lungo 3 mila chilometri circa dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico, non per nulla è noto come la “frontiera di cristallo”; da anni però, la zona più soggetta al passaggio di clandestini, ovvero il tratto che va da Tijuana in Messico a San Yisidro in California, è sotto controllo elettronico: telecamere a raggi infrarossi, sismografi che rilevano il movimento dei corpi umani, torri di osservazione piene di poliziotti, potentissimi riflettori e filo spinato lungo tutto il perimetro di questa vera e propria barriera alta circa tre metri e lunga ventidue chilometri circa. Il risultato di questo irrigidimento del confine Messico – California è stato quello di spostare l’immigrazione clandestina verso zone meno visibili, ma molto più pericolose, in particolar modo il deserto dell’Arizona. Anche per questo, nei mesi scorsi il Ministero per gli Affari Esteri del Messico ha distribuito la cosiddetta “Guida del migrante messicano”91: si tratta di un manuale che aiuta i cittadini messicani che si vogliono trasferire negli Stati Uniti, il più delle volte per cercare fortuna; il piccolo manuale, dotato di una trentina di pagine e distribuito in un milione e mezzo di copie, fornisce nozioni di base che possono anche, in alcuni casi, salvare la vita dei cittadini emigranti. All’indomani dell’uscita di questa guida per emigranti, gli scontri politici tra i due paesi sono stati notevoli: secondo il governo messicano la guida offre al cittadino solo alcuni consigli pratici di viaggio, ad esempio informazioni sulla sicurezza, sui diritti fondamentali in caso di fermo della polizia e anche diverse informazioni sanitarie. Di diverso avviso il governo americano, che vede in questa guida un esempio lampante di incitamento all’immigrazione clandestina. Tuttavia, senza il lavoro degli immigrati (anche irregolari), l’economia di Stati quali California e Texas andrebbe inevitabilmente in crisi di manodopera. Per questo motivo gli Stati Uniti, per bocca del suo presidente Bush, stanno mettendo a punto un programma che dovrebbe permettere ai circa sette milioni di stranieri ir91

Presente integralmente anche su www.sre.gob.mx/tramites/consulares/guiamigrante/page1.htm

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Capitolo 3

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regolari che vivono in America, di trovare regolarmente lavoro e di diventare residenti temporanei legali. Con questa riforma (FSIR: Fair and Secure Immigration Reform) Bush vorrebbe raggiungere l’obiettivo di abbinare lavoratori stranieri a datori di lavoro statunitensi, quando nessun americano vuole accettare quei posti di lavoro. Secondo l’attuale amministrazione statunitense, questa riforma rappresenterebbe un ottimo deterrente contro l’immigrazione illegale.

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3.3. I visti d’ingresso ottenibili Generalmente un cittadino di un paese straniero che desidera entrare negli Stati Uniti deve ottenere un visto. Questo può essere del tipo non-immigrante per una permanenza temporanea e del tipo immigrante per una residenza permanente92.

3.3.1. I visti della categoria non-immigrante Coloro che si recano negli Stati Uniti per uno scopo diverso da quello puramente turistico o per affari, ad esempio per studio o per lavoro a tempo determinato, devono richiedere un visto della categoria appropriata; di seguito sono elencati tutti i possibili visti per la permanenza temporanea in territorio statunitense: •

Visitatori e Viaggi d'affari (B-1/B-2)

Attività commerciali e Investimenti (E-1/E-2)

Studenti (F-1, M-1)

Programmi di scambio culturale (J-1, Q-1)

Lavoratori temporanei (H, L, O, P)

Visto per il futuro coniuge (K-1)

Visti per addetti ai media (I)

Membri di comunità religiose (R)

Visti per transito e per membri di un equipaggio (C-1, D)

Visti per membri di governi e organizzazioni internazionali (A, G, NATO)

Status secondo le disposizioni del NAFTA93 (TN), per i cittadini di Canada e Messico

92

Tutte le informazioni riportate sono state tratte dal sito web statunitense sulla legislazione in materia di visti d’ingresso: www.unitedstatesvisas.gov

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Capitolo 3

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B-1/B-2: VISTO PER VISITATORI TEMPORANEI

I visti del tipo "B" (Visitatore) sono visti di non immigrazione per coloro che desiderano recarsi negli Stati Uniti temporaneamente. Più precisamente il B-1 è per chi viaggia per affari, il B-2 per chi viaggia per turismo.

A seguito dell'approvazione del programma per l'eliminazione del visto (VWP: Visa Waiver Program), ai cittadini italiani non è più richiesto il visto d'ingresso negli Stati Uniti se il motivo del viaggio è per turismo, affari o transito, per un soggiorno non superiore ai 90 giorni e si è in possesso di certi requisiti. La suddetta possibilità di entrare senza visto è estesa anche a chi arriva in U.S.A. via terra dal Canada o dal Messico, purché sia cittadino di una delle nazioni incluse nel programma, non appartenga ad una delle categorie considerate inaccettabili, possa dimostrare di avere sufficienti mezzi economici e di essere residente fuori dagli Stati Uniti. Il viaggiatore deve comunque essere in possesso di un biglietto di andata e ritorno o di prosecuzione del viaggio, valido almeno un anno e rilasciato da una compagnia aerea o marittima aderente al programma. Le categorie considerate inaccettabili ad usufruire del programma di viaggio senza visto sono, fra le altre94, persone con precedenti penali, persone affette da gravi malattie contagiose o mentali, persone che abbiano trafficato o fatto uso di droga, persone a cui sia già stato rifiutato un visto d’ingresso per gli Stati Uniti. Le principali norme relative al Visa Waiver Program sono applicate, oltre che ai cittadini italiani, anche a quelli di: Andorra, Australia, Austria, Belgio, Brunei, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Irlanda, Islanda,

93

NAFTA: North American Free Trade Agreement: accordo di libero scambio stipulato tra Stati Uniti d’America, Messico e Canada entrato in vigore il 1° gennaio 1994; l'accordo NAFTA è stato concepito per promuovere l'incremento dei rapporti commerciali e gli investimenti fra i tre paesi partecipanti. Tutte le informazioni al sito web: http://www.citizen.org/trade/nafta

94

Tutte le cause di ineleggibilità sono disponibili al sito web ufficiale del governo U.S.A. in materia di viaggi senza visto: http://travel.state.gov/visa/frvi/ineligibilities/ineligibilities_1364.html

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Liechtenstein, Lussemburgo, Monaco, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Portogallo, San Marino, Singapore, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Uruguay. Coloro che non rientrano nel VWP, e che quindi richiedono un visto come visitatori, devono dimostrare di avere i requisiti richiesti dalla legge d’immigrazione e nazionalità95. Il presupposto della legge è che, chiunque faccia domanda di visto, è considerato come un potenziale immigrante. Per questo motivo, coloro che chiedono un visto come visitatori devono superare questo presupposto dimostrando che: •

Lo scopo del viaggio è entrare negli Stati Uniti per affari o per turismo;

Il loro intendimento è quello di permanervi per un periodo di tempo specifico e limitato;

La loro residenza è al di fuori degli Stati Uniti ed obblighi e legami garantiscono il ritorno all'estero al termine della loro visita.

I richiedenti devono dimostrare di poter effettivamente essere considerati visitatori secondo quanto previsto dalla legge. A tale scopo deve essere presentata una soddisfacente documentazione comprovante lo scopo del viaggio, l'intenzione di lasciare gli Stati Uniti dopo il soggiorno temporaneo e l'evidenza della disponibilità a pagare il costo del viaggio; è impossibile specificare l'esatta documentazione richiesta in quanto i casi variano enormemente di volta in volta. Per chi si reca per affari, una lettera della ditta che indichi i motivi e la durata del viaggio e l'intenzione del datore di lavoro di sostenere i costi è un esempio di tale documentazione. Le persone che non hanno disponibilità finanziaria sufficiente a garantire il proprio sostentamento negli Stati Uniti, devono presentare prove convincenti che vi è qualcuno propenso a farsene carico. Ai visitatori non è consentito di accettare un lavoro durante la loro permanenza negli Stati Uniti. A seconda delle circostanze personali, il richiedente può addurre valide prove sullo scopo del suo viaggio e specificare la

95

Lo “United States Immigration and Nationality Act” è presente nello “U.S. Code” al titolo 8, ed è interamente visualizzabile all’indirizzo internet www.fourmilab.ch/uscode/8usc/8usc.html

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natura dei suoi legami quali per esempio la famiglia o l'impiego, che lo obbligheranno a lasciare gli Stati Uniti dopo la permanenza. A meno che non sia stato precedentemente annullato, il visto è valido fino alla data di scadenza. Perciò se il viaggiatore ha un visto come visitatore valido ma il passaporto è scaduto, basterà ottenere un nuovo passaporto ed esibirlo insieme al vecchio sul quale vi è il visto valido per viaggiare ed essere ammessi negli Stati Uniti. Il tentativo di ottenere un visto con la frode o fornendo volontariamente false informazioni su fatti reali, potrebbe causare il rifiuto permanente di un visto o il divieto di entrare negli Stati Uniti. Se il funzionario consolare ritenesse di dover negare un visto come visitatore, il richiedente può nuovamente farne domanda presentando ulteriori prove atte ad annullare i motivi del precedente rifiuto. In assenza di nuove valide prove, il funzionario consolare non è obbligato a riesaminare il caso. I visitatori devono essere consapevoli che un visto non garantisce l'entrata negli Stati Uniti. Il servizio di cittadinanza e immigrazione degli Stati Uniti (USCIS), recentemente riformato e rinominato, ha l'autorità di rifiutare l'ammissione; anche la durata della permanenza negli U.S.A. per chi possiede un visto come visitatore viene stabilita dall'USCIS e non dal funzionario consolare. Al porto d’entrata, un funzionario dell'Immigration autorizza l'ammissione nel paese. In questa occasione viene convalidato il modulo dell'USCIS, I-94 "Record of Arrival-Departure", dove viene annotato il periodo di permanenza concesso. Quei visitatori che desiderassero rimanere oltre la data indicata sul loro modello I-94, devono contattare l'USCIS e richiedere il modello I-539 "Extension of Stay". La decisione di concedere o negare la richiesta di prolungare la permanenza è presa unicamente dall'USCIS. Per richiedere un visto come visitatore (B-1/B-2) è necessario presentare un certo numero di documenti, tra i quali: il passaporto valido (la cui scadenza sia superiore a sei mesi), il modulo di richiesta visto DS-156 o DS-157, lettera del datore di lavo-

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ro (per viaggi d’affari), lettera della banca che dimostri la disponibilità finanziaria a garantire il proprio sostentamento negli Stati Uniti (per il visto B-2).

E-1/E-2: VISTO PER COMMERCIO ED INVESTIMENTO

La Sezione 101(a)(15)(E) della legge sull’immigrazione e nazionalità degli Stati Uniti prevede che questo tipo di visto possa essere rilasciato a commercianti (E-1) ed investitori (E-2), che si dovessero recare negli Stati Uniti per esercitare un'attività commerciale, a patto che lo Stato in cui risiedono abbia stipulato con gli Stati Uniti un trattato di commercio e navigazione che contempli l'assegnazione di tale visto. Tra i requisiti per il visto non-immigrante "Treaty Trader" (E-1) ci sono delle particolari condizioni da sottolineare; in particolare: il volume internazionale d'affari deve essere "consistente", nel senso che deve esistere una considerevole e continua attività commerciale; il volume d'affari deve essere principalmente tra gli Stati Uniti e la nazione partecipante al trattato. Questo significa che più del 50% del volume internazionale d'affari deve svolgersi tra gli Stati Uniti e il paese di nazionalità del richiedente. È altresì importante far presente che "Trade" significa lo scambio internazionale di merci, servizi e tecnologia e che i diritti sull'oggetto di scambio devono passare da una parte all'altra. Inoltre, il richiedente del visto deve ricoprire, in seno alla ditta, la carica di supervisore o di dirigente oppure deve possedere qualifiche professionali tali che lo rendano indispensabile al buon funzionamento della stessa; personale di rango inferiore, qualificato e non, non ha diritto ad essere classificato come "Treaty Trader". Per quanto riguarda il visto non-immigrante "Treaty Investor" (E-2), oltre al fatto che la persona che effettua l'investimento, sia che si tratti di una persona fisica oppure di una società, deve avere la nazionalità di un paese che abbia stipulato un trattato di Commercio e Navigazione con gli Stati Uniti, l’investimento deve pro-

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muovere una reale attività operativa. In particolare, investimenti speculativi o scarsamente produttivi non sono considerati tali, così come fondi bancari o simili non vincolati. L'investimento non dovrà inoltre essere marginale, ma dovrà generare un reddito superiore a quello richiesto per il sostentamento dell'investitore e della sua famiglia, nonché essere di rilevanza economica per gli Stati Uniti.

Per fare domanda di visto "Treaty Trader" (E-1) o "Treaty Investor" (E-2), il richiedente dovrà prima stabilire se l'impresa commerciale o l'investimento rientrino effettivamente nei requisiti richiesti dalla legge. I titolari del visto "E" potranno risiedere negli Stati Uniti per tutto il tempo in cui manterranno lo status di imprenditori; mogli e figli potranno ottenere lo stesso status come accompagnatori del titolare, ma non saranno autorizzati a lavorare negli Stati Uniti d’America.

F-1 e M-1: VISTO PER STUDENTI

La legge statunitense sull'immigrazione e la nazionalità prevede due categorie di visti di non-immigrazione per persone che desiderano studiare negli Stati Uniti: il visto F-1 per studi accademici ed il visto "M" per studi non accademici o professionali.

Un esempio di visto F-1, in questo caso valevole per 5 anni.

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Per richiedere un visto come studente per corsi accademici o di lingua lo straniero deve essere stato accettato a frequentare un corso di studio approvato dal procuratore generale in U.S.A. Lo studente deve presentare al funzionario consolare il modulo: "Form I-20 A-B, Certificate of Eligibility for Non-immigrant (F-1) Student Status for Academic and Language Students", debitamente compilato e firmato dallo stesso e dal direttore della scuola in U.S.A. Per il visto M per studi non accademici la procedura da seguire è la medesima con qualche differenza in riguardo ai moduli da compilare. Al fine di ottenere il visto F-1, lo studente dovrà anche presentare una documentazione finanziaria comprovante la disponibilità economica a sostenere le spese di studio e soggiorno durante l'intero periodo dei suoi studi in U.S.A. In particolare, lo studente dovrà presentare una documentazione che attesti, in maniera plausibile, l'esistenza di fondi necessari almeno per tutto il primo anno del suo soggiorno e la possibilità di avere a disposizione, salvo imprevisti, i rimanenti fondi necessari per i successivi anni di studio96. Lo studente che invece vuole ottenere il visto M-1 dovrà dimostrare di avere a disposizione i fondi necessari per l'intero periodo di permanenza negli U.S.A. Per poter ottenere il visto lo studente deve aver completato con successo un corso di studi ad un livello necessario per poter accedere al corso desiderato. Lo stesso, a meno che non desideri frequentare sul posto un corso di lingua inglese deve, o avere una conoscenza tale dell'inglese che gli permetta di frequentare il corso desiderato, o essersi precedentemente accordato con la scuola al fine di poter frequentare speciali corsi di lingua inglese, o accedere ad un corso tenuto nella sua stessa lingua d'origine.

96

Queste informazioni sono state tratte, oltre che da un’esperienza personale di richiesta di visto F-1, anche dai seguenti indirizzi internet: www.ef.com, www.fulbright.it, www.miur.it; www.flagtours.it

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Lo studente che richiede il visto deve dimostrare al funzionario consolare di essere residente nel paese in cui vive e di avere intenzione di ritornarci, dimostrando di voler lasciare gli Stati Uniti al termine del suo corso di studi. È importante rilevare che il possessore del visto F-1 non può accettare alcun lavoro al di fuori dell'istituzione scolastica durante tutto il primo anno dei suoi studi. In alcuni casi, il servizio d’immigrazione, può permettere ad uno studente di lavorare al di fuori della struttura universitaria dopo un anno di permanenza negli Stati Uniti. Lo stesso può accettare un lavoro all'interno della struttura universitaria anche senza il permesso dell'ufficio di immigrazione, anche durante il primo anno. Il possessore del visto M-1 invece non può accettare alcun tipo di lavoro, ad eccezione di un impiego temporaneo per un tirocinio pratico.

J-1 e Q-1: PROGRAMMI DI SCAMBIO CULTURALE

Anche in questo caso, l’Immigration and Nationality Act prevede due categorie di visti di non immigrazione per chi desidera partecipare a programmi di scambio-visita negli Stati Uniti: Il visto "J" è previsto per programmi di scambi culturali promossi dal Direttore dell'Agenzia d'Informazione degli Stati Uniti (USIA) ed il visto "Q" per programmi di scambi culturali internazionali promossi dall' "Attorney General" (ovvero il Ministro della Giustizia). Il programma di scambio-visita "J" è finalizzato allo sviluppo di interscambi fra persone con conoscenze e particolari capacità nel campo dell'istruzione, delle arti e delle scienze. In questo programma sono inclusi gli studenti di tutti i livelli d'istruzione; tirocinanti assunti da ditte, istituzioni o agenzie, che vengono finanziati per corsi di addestramento; insegnanti di scuola primaria, secondaria e di specializzazione; professori che desiderano insegnare o frequentare corsi superiori di specializzazione e studiosi nel campo della ricerca; coloro che desiderano seguire corsi professionali nel campo medico e paramedico; visitatori internazionali che viaggia-

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no con l'intento di osservare, consultare, ricercare, imparare, partecipare o dare dimostrazioni di conoscenze e di abilità specialistiche o di seguire programmi organizzati per scambi individuali. I visti J-1 vengono concessi sotto convenzioni stipulate tra i numerosi paesi partecipanti ed una speciale agenzia governativa statunitense, l’USIA (United States Information Agency). Di fatto l’USIA concede l’autorizzazione a varie organizzazioni97 preposte a rilasciare un documento, l’IAP66 con il quale si può poi andare al Consolato americano nel proprio paese e farsi rilasciare il visto. Condizione necessaria è che una società americana sia disposta a pagare al richiedente del visto J-1 uno stipendio per il periodo di training che verrà svolto; solitamente il visto J-1 non può eccedere i diciotto mesi, ma esso può prevedere anche termini più brevi, a seconda dello specifico programma a cui il richiedente aderisce (High School Exchange, Summer Jobs98, Internship USA, Young Professional Training Program, eccetera).

Esempio di visto J-1 97

Esistono tre grandi organizzazioni autorizzate a rilasciare il modello IAP66: InterExchange (www.interxchange.org), Association for International Pratical Training (www.aipt.org), Council of International Education Exchange (www.councilexchange.org). Tutte le informazioni per le tipologie di visto “J” e “Q” che ho riportato sono state tratte, oltre che dagli indirizzi web sopra riportati, anche dall’apposito sito web del governo americano: http://exchanges.state.gov 98

Nel caso specifico, ottenni in prima persona un visto J-1 per gli U.S.A. nel giugno 2003. Come si può notare nell’immagine che lo raffigura, il mio visto sarebbe scaduto nell’ottobre dello stesso anno; questo perché il programma Summer Jobs a cui partecipai, permette ad uno studente universitario straniero di lavorare legalmente negli Stati Uniti per un periodo non inferiore ai tre mesi, ma anche di permanervi per un periodo totale non superiore ai quattro mesi.

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Il programma di scambi culturali internazionali "Q" ha lo scopo di offrire un corso d’insegnamento pratico, un impiego ed uno scambio culturale e di tradizioni tra il paese d’origine del partecipante e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la documentazione da presentare, i partecipanti al programma "J" devono presentare il modulo DS-2019 compilato dall'organizzazione che sponsorizza il programma. I partecipanti al programma "Q" devono invece essere i beneficiari del Modulo I-129 - Petizione per Lavoratori non-immigranti - approvato dal servizio d’immigrazione e naturalizzazione americano. I beneficiari del visto "J" devono avere disponibilità finanziarie sufficienti a far fronte a tutte le spese necessarie, oppure l'organizzazione "sponsor" deve garantire i fondi necessari sotto forma di borsa di studio o di stipendio. I beneficiari del visto "Q" saranno retribuiti dal loro "sponsor" nella stessa misura in cui vengono retribuiti i lavoratori di pari livello assunti nel loro paese di origine. In riguardo alla preparazione scolastica necessaria, i beneficiari del visto "J" devono avere un livello d'istruzione idoneo a frequentare il programma prescelto, inclusa la conoscenza della lingua inglese; in caso contrario, il programma di scambio deve specificare il grado di lingua inglese richiesto. I beneficiari del visto "Q" devono aver compiuto i 18 anni ed avere la capacità di intrattenere efficacemente un uditorio su argomenti culturali riguardanti il proprio paese. Come visto nel caso dei visti F-1 e M-1, entrambi i richiedenti del visto "J" e "Q" devono dimostrare al funzionario consolare di essere residenti in un paese straniero, di non avere alcuna intenzione di cambiare residenza, e che la loro permanenza negli Stati Uniti sarà temporanea. Il coniuge e i figli minori dei beneficiari del visto "J" possono fare domanda di visto derivato J-2 per accompagnare o raggiungere il principale beneficiario, presentando una copia del modello DS-2019 a questi intestato. Essi devono comunque dimostrare di avere sufficiente disponibilità finanziarie per far fronte a tut-

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te le spese necessarie alla loro permanenza negli Stati Uniti. Possono, in alcuni casi, inoltrare domanda al servizio di immigrazione e naturalizzazione per ottenere il permesso di accettare un impiego negli Stati Uniti. Il programma-scambio "Q" non prevede l'ammissione derivata dal beneficiario per il coniuge o i figli. Le tipologie di visto “J” e “Q” prevedono dei particolari casi che comportano delle clausole altrettanto particolari: per esempio, la sezione 212(e) della legge sull'immigrazione e nazionalità prevede che coloro che partecipano ai programmi "J" finanziati totalmente o in parte, direttamente o indirettamente, da un'agenzia del governo degli Stati Uniti o dal governo del beneficiario devono, dopo aver completato il loro programma negli Stati Uniti, ritornare nel paese di cui hanno la nazionalità o in cui hanno ultimamente risieduto, e rimanervi fisicamente presenti per un periodo di due anni prima di poter aspirare ad un visto di immigrazione o a qualsiasi altra categoria di visto non-immigrante per lavoratori temporanei. Per i beneficiari del visto “Q” il limite per poter usufruire di un nuovo programma “Q” è di un anno.

H, L, O, P: VISTI PER LAVORATORI TEMPORANEI

La legge sull'immigrazione e nazionalità prevede alcune categorie di visti di non immigrazione per coloro che desiderano lavorare temporaneamente negli Stati Uniti e che risiedano in una nazione straniera che non intendono abbandonare. I visti appartenenti alla categoria “H” sono molto vari: vengono concessi di norma a persone in possesso di laurea o di diploma, ma con esperienza lavorativa, le cui qualità siano utili all’economia statunitense. Si tratta di persone specializzate nel loro lavoro che vengono sponsorizzate da un’azienda americana. Casi speciali sono il personale infermieristico (H1A), le persone addette all’addestramento industriale o anche per corsi pratici per la rieducazione di bambini handicappati (H3), i lavoratori agricoli di natura temporanea o stagionale (H2A). Nella categoria H2B

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rientrano invece i lavoratori non agricoli con contratto temporaneo o stagionale: in questo caso viene richiesto un certificato di lavoro temporaneo approvato dal Ministero del Lavoro statunitense. Di fatto il visto H1B, che è uno dei più diffusi tra i nostri connazionali99, richiede un’azienda con sede negli U.S.A. che offre la sponsorizzazione e una persona che la riceve che deve dimostrare di aver compiuto studi (di solito una laurea o esperienza equivalente) nel settore in cui verrà occupato. Ma, cosa più difficile, deve dimostrare che non ruberà il posto a nessun americano e cioè che per l’azienda non è possibile trovare negli Stati Uniti qualcuno come lui. É necessario dunque ottenere un certificato di lavoro (Labor Attestation), approvato dal Ministero del Lavoro in U.S.A (Secretary of Labor). I visti concessi annualmente sono limitati a 65 mila; ognuno di essi dura solitamente tre anni, ed è rinnovabile per altri tre anni se la ditta continua a sponsorizzare il detentore del visto. In questa categoria rientrano, inoltre, progetti di ricerca e di sviluppo governativi o progetti di cooperazione amministrati dal Dipartimento di Difesa U.S.A. Nella pratica, se si cerca di ottenere un visto H1B, si deve sapere che le aziende americane disponibili a farlo sono spesso solo quelle molto grandi nei settori avanzati, dove veramente manca il personale specializzato. Negli altri casi le aziende sono restie a fare pratiche relative per la quantità di informazioni sull’azienda che bisogna fornire all’Immigration e per le garanzie che bisogna dare alla persona assunta, tra cui l’impegno a pagare le spese di rientro in caso di licenziamento. Ecco allora che spesso le uniche aziende disponibili sono quelle “italiane”, cioè quelle di proprietà o con manager italiani. Per i visti di lavoro temporaneo di categoria “L” ci si riferisce a personale trasferito nell'ambito della stessa compagnia in U.S.A. che, durante i tre anni precedenti la richiesta di visto, ha lavorato continuativamente per almeno un anno per la compagnia all'estero e che è in procinto di essere assegnato ad una succursale, 99

Secondo i dati forniti dal sito web dell’Ambasciata Italiana a Washington, Dc: www.italyemb.org

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affiliata o consociata negli Stati Uniti, con mansioni manageriali, direttive o altamente specializzate. Per i manager e i dirigenti il visto dura sette anni, cinque per il personale specializzato; questa tipologia di visto è molto usata delle grandi aziende. Esso rappresenta spesso l’anticamera della “carta verde”, in quanto chi lo ottiene viene certificato come persona indispensabile all’azienda. Vedremo in seguito che cos’è la carta verde ed i modi per ottenerla100. La categoria dei visti O-1 si riferisce a coloro che abbiano una straordinaria abilità nelle scienze, nelle arti, nell'istruzione, negli affari, in campo atletico o in campo televisivo e cinematografico. L’Immigration deve pensare che gli Stati Uniti riceveranno in futuro un beneficio sostanziale dalla presenza della persona in oggetto; il succo è che deve trattarsi di una persona talmente brava da essere riconosciuta internazionalmente come al top nel suo campo. Tra le prove richieste, sono da fornire: articoli di giornale di vari paesi che parlino della persona che richiede il visto, libri, premi internazionali ricevuti, lettere di raccomandazioni, eccetera. Il visto “O” è molto importante, in quanto l’averlo ottenuto costituisce una prova delle eccezionali capacità del detentore e lo mette in grado di fare domanda per la carta verde e di fatto ottenerla, perché le prove richieste da fornire sono di fatto le stesse. I visti “O” sono concessi finché la necessità esiste, in pratica sono emessi per 3 anni, ma rinnovabili all’infinito. Fanno parte della categoria O-2 coloro che accompagnano negli Stati Uniti un visitatore in possesso del visto O-1, per assisterlo durante eventi particolari quali rappresentazioni artistiche o atletiche. Bisogna però dimostrare di aver lavorato a lungo con la persona che detiene il visto O-1 e di possedere capacità particolari che sarebbe difficile trovare in America. La categoria “P” dei visti d’ingresso per gli Stati Uniti si divide a sua volta in tre sottocategorie: il visto P-1 consente ad atleti, a squadre sportive o a membri di gruppi di intrattenimento riconosciuti in campo internazionale di entrare negli U.S.A. per gare o spettacoli; P-2 è la categoria che si riferisce ad artisti o ad intrattenitori che si esibiranno in un programma di scambio culturale, mentre con il visto 100

L’argomento green card è trattato da pagina 73.

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P-3 hanno accesso al territorio americano artisti o intrattenitori che si esibiranno in un programma culturale unico. In pratica esistono delle notevoli disparità: a titolo di esempio, un normale gruppo musicale italiano per ottenere il visto “P” deve poter dimostrare una fama internazionale e, nel caso di un complesso, di essere stati insieme per almeno un anno; questi requisiti possono essere invece accantonati nel caso di un artista che si occupa di musica o di altre forme d’arte etnica101. Questi visti hanno di solito la durata di un anno, rinnovabile. Gli atleti di fama internazionale ottengono il P-1 che vale normalmente cinque anni, con altri cinque anni di rinnovo possibile. Per essere presa in considerazione la domanda di visto in una qualsiasi delle categorie spiegate sopra, il funzionario consolare deve aver ricevuto la conferma dell’approvazione da parte dell'ufficio di immigrazione e naturalizzazione in U.S.A., attraverso il modulo I-129 (Petition for Non-immigrant worker). Questa richiesta (petition) deve essere presentata dal futuro datore di lavoro o agente del richiedente al locale ufficio emigrazione in U.S.A. É importante notare tuttavia che l'approvazione della petizione in sé non garantisce il rilascio del visto se si è comunque inidonei in base alla legge di immigrazione e nazionalità. Ad eccezione del visto "Q-1 Cultural Exchange Visitors", il coniuge ed i figli di coloro che richiedono uno qualsiasi dei visti sopra elencati possono ottenere il permesso come non-immigranti per poter accompagnare o raggiungere negli Stati Uniti il richiedente. Un importante vincolo per coloro i quali hanno ricevuto un visto per questi ultimi motivi, è quello di non poter accettare un lavoro negli U.S.A. Per tale motivo il richiedente titolare deve essere in grado di dimostrare di poter mantenere sé stesso e tutta la sua famiglia una volta trasferitisi al di là dell’Oceano Atlantico.

101

L’esempio pratico in questione è tratto dal libro di Stefano Spadoni, Vado a vivere a New York, Biblioteca Universale Rizzoli, 2001.

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Tutte le suddette categorie di visti fissano un limite di tempo entro il quale il richiedente può esercitare la propria attività lavorativa negli Stati Uniti. In alcuni casi si può richiedere una breve estensione all'ufficio di immigrazione e naturalizzazione, magari allo scopo di poter terminare il lavoro. Si dovrà comunque rimanere fuori degli Stati Uniti per un certo periodo di tempo prima di poter essere riammessi come lavoratori temporanei. Sarà la stessa Immigration a notificare al richiedente, tramite il modello I-797, l'approvazione della richiesta, l'estensione della stessa o il prolungamento del periodo di permanenza. Il beneficiario può usare una copia del modello I-797 per ottenere un nuovo visto o per il rinnovo del medesimo durante il periodo di validità della petition e deve tenere con sé una copia del modello I-797 da presentare ogni qualvolta rientrerà negli Stati Uniti, sempre durante il periodo di validità della petition.

K-1: VISTO PER IL FUTURO CONIUGE

Il tipo di visto in questione permette al futuro coniuge di un cittadino statunitense di ottenere questo particolare permesso di permanenza negli U.S.A., a patto però che il matrimonio venga celebrato entro novanta giorni. Nel caso in cui questa ultima condizione non venga soddisfatta entro il tempo stabilito, si sarà costretti ad abbandonare gli Stati Uniti. Per ottenere questo visto ci sono però altre condizioni da dover rispettare: in particolare, la richiesta deve essere fatta anche dalla parte statunitense della coppia, averla vista almeno una volta nei due anni precedenti, e inoltre sottoporsi a tutte le indagini del caso, comprese anche quelle mediche, proprio come chi intende emigrare negli Stati Uniti. Infatti, come conseguenza delle legge per cui, se si sposa un americano/a si diventa automaticamente residenti con carta verde, il visto K è una sorta di preambolo all’Immigration.

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Questo è forse il modo più facile per ottenere un regolare permesso di risiedere in America; tuttavia oggi le procedure per richiedere questo tipo di visto si sono notevolmente irrigidite rispetto al passato, vista l’ampia quantità di prove da fornire circa la reale esistenza dell’amore (comprese lettere, album di fotografie, prove di convivenza, eccetera…), prove che bisogna far valere di fronte all’Ufficio Consolare competente per l’emissione del visto K. Negli ultimi anni sono stati scoperti molti “matrimoni di convenienza”, soprattutto da parte di persone che, sfruttando il programma di viaggio senza visto, in tre mesi riuscivano repentinamente a scovare la propria “anima gemella”. Per dirla con le parole di Beppe Severgnini, in America l’amore a prima vista non è contemplato, ed anzi può essere visto con sospetto.

I: VISTO PER ADDETTI AI MEDIA

I visti appartenenti alla categoria “I” sono emessi appositamente per persone che desiderano entrare negli Stati Uniti in qualità di addetto stampa, o addetto ad altri mezzi di comunicazione di massa, quale radio e cinematografia. Questa categoria di visto include anche coloro che svolgono mansioni fondamentali, pertinenti all’informazione dei media stranieri. Ogni richiedente di visto “I” deve poter dimostrare di essere effettivamente in possesso della qualifica richiesta da codesto visto e che la permanenza negli U.S.A. è strettamente in merito ad affari correlati ai media.

R: VISTO PER MEMBRI DI COMUNITA’ RELIGIOSE

Il visto “R” è un particolare tipo di permesso di lavoro temporaneo per i cosiddetti “lavoratori religiosi”, ad indicare persone appartenenti al ministero sacerdotale, i quali sono autorizzati da un’organizzazione riconosciuta, ad espletare mansioni religiose ed altre attività professionali, in linea con le attività tradizionali

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del clero. La seguente definizione non include i predicatori laici o le persone che facciano parte di un’organizzazione religiosa con una sede in U.S.A. da meno di due anni. Tuttavia anche un laico può ottenere un visto “R”, valevole per cinque anni, a condizione che l’attività per la quale ne fa richiesta faccia riferimento ai principi della religione ed abbia significato religioso, riguardando soprattutto questioni dello spirito. I lavoratori religiosi, a differenza degli altri lavoratori che richiedono un qualsiasi altro visto da non immigrante, non devono dimostrare di avere una residenza fuori dagli U.S.A. che non intendono abbandonare, ma devono solamente limitarsi a lasciare gli Stati Uniti alla fine del loro mandato.

C-1 e D: VISTI PER TRANSITO E PER MEMBRI DI UN EQUIPAGGIO

La categoria di visto C-1 è prevista per tutte le persone che intendono esclusivamente transitare attraverso gli Stati Uniti, mentre raggiungono un altro paese come destinazione finale. Il visto C-1/D nasce invece dalla combinazione di due differenti visti: il primo, come spiegato sopra, è destinato a solo scopo di transito, l’altro invece a membri di un equipaggio. Prima di emettere il visto l’ufficiale consolare dovrà valutare le responsabilità e le attività che il richiedente svolge effettivamente come lavoratore di bordo, per poter in questo modo determinare se le funzioni di una persona sono richieste a bordo dell’aereo o della nave per normale operatività e servizio.

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A, G, NATO: VISTI PER MEMBRI DI GOVERNI E ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI

I visti di categoria A-1, A-2, G-1/5, NATO-1/6 vengono rilasciati al fine di accreditare persone che ricoprono cariche ufficiali (purché non si tratti di cariche “ad honorem”) presso organizzazioni governative o internazionali, e che sono in possesso di un documento di viaggio o di altri documenti attestanti la necessità di dover entrare o transitare negli Stati Uniti per eseguire transazioni di natura ufficiale per conto dell’organizzazione governativa o internazionale di appartenenza. I titolari di visto A-1 e A-2 sono coloro che si recano negli Stati Uniti per assumere incarichi diplomatico-ufficiali di natura governativa. L’assegnazione del visto viene determinata non in base alla qualifica ufficiale, al rango, o al tipo di passaporto di cui si è titolari, ma in base alla motivazione d’ingresso e agli impegni ufficiali da assolvere. Gli individui che hanno i requisiti per beneficiare di questo tipo di visto (ma anche del tipo “G”), dovranno richiederlo prima di intraprendere il proprio viaggio, anche se la durata prevista del medesimo non dovesse superare il limite massimo di novanta giorni, consentito per i cittadini di quei paesi che possono viaggiare ai sensi del programma di viaggio senza visto102. La categoria di visti “G” si suddivide a sua volta in altre cinque sottocategorie: tra le più importanti vale la pena di citare quella dei visti G-1, che vengono rilasciati a membri di una missione permanente, ai membri di un governo ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti o di un’organizzazione internazionale. Nella categoria G-2 rientrano invece i visti d’ingresso rilasciati ai rappresentanti di governi ufficialmente riconosciuti dagli Stati Uniti che si recano negli U.S.A. temporaneamente per partecipare a riunioni presso un’organizzazione internazionale. L’esempio pratico che può essere portato per questo tipo di visto è quello di un

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Per l’elenco di tutti i paesi che beneficiano del programma di viaggio senza visto – Visa Waiver Program - vedere pagina 71.

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rappresentante del proprio governo che partecipa all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di New York. Anche i visti NATO hanno una sottodivisione interna composta da altre sette categorie: un individuo viene classificato come appartenente alle categorie NATO-1/5 se dimostra al funzionario consolare di doversi recare negli Stati Uniti nel rispetto degli accordi previsti nell’ambito dello stato giuridico dei rappresentanti nazionali e del personale internazionale NATO. Membri di organizzazioni civili e propri familiari hanno diritto a ricevere un visto NATO-6 qualora accompagnino una forza militare negli Stati Uniti in conformità con quanto stabilito dagli accordi NATO in merito alle forze militari. Impiegati e personale al servizio di un individuo in possesso di un visto NATO (da 1 a 6), e diretti familiari di tale personale, hanno diritto a ricevere un visto di tipo NATO-7. Per tutte le tre categorie di visti d’ingresso sopra elencate (A, G, NATO), esiste la possibilità per il coniuge ed i figli di chi richiede uno dei visti in questione e di acquisire il medesimo stato giuridico, avendo diritto al rilascio dello stesso tipo di permesso d’ingresso. Ci si riferisce ai familiari diretti del richiedente un visto, intendendo il coniuge ed i figli legittimi, di stato libero, di ogni età e che non risultino appartenenti ad altro nucleo familiare.

TN: STATUS SECONDO LE DISPOSIZIONI DEL NAFTA

L’accordo per il libero scambio nordamericano (tra Stati Uniti, Canada e Messico) semplifica le procedure per i viaggi d'affari dei cittadini dei tre paesi membri: uomini d'affari di oltre 60 categorie potranno così ottenere un permesso d’ingresso temporaneo senza autorizzazioni preventive. Per essere ammessi, i richiedenti devono dimostrare di essere cittadini canadesi, statunitensi o messicani e 88


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di appartenere ad una delle quattro categorie stabilite: uomini d'affari, operatori commerciali o investitori, personale in trasferta o professionisti.

3.3.2. I visti della categoria immigrante

Per chi volesse emigrare negli Stati Uniti d’America la procedura non è così semplice come nel caso di un visto per non-immigrante: non basta infatti recarsi al Consolato Americano più vicino e farne richiesta ufficiale. Occorre invece ben altro. I visti per immigranti si dividono in cinque categorie più due. La divisione viene fatta tra i vari tipi di visto “EB”, numerati dall’uno al cinque, e gli status per i rifugiati politici e per i vincitori della green card (visti “DV”). Tutti questi tipi di visto danno diritto al proprio possessore di ottenere la residenza permanente negli Stati Uniti. Inoltre, la permanent resident card americana è ottenibile anche per matrimonio con un cittadino statunitense e per “raccomandazione”, nel senso che pochissimi riescono ad immigrare negli U.S.A. grazie ad un’apposita delibera congiunta della Camera e del Senato di Washington, con la quale riconoscono al beneficiario una particolare utilità per il Paese.

EB: VISTI PER IMMIGRANTI

Chi appartiene a questa categoria può presentare richiesta di residenza permanente, in alcuni casi evitando anche la lunghissima procedura necessaria al rilascio del certificato di lavoro (nel caso di visto EB-1, EB-4, EB-5).

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Il visto EB-1 prevede tre categorie di persone (immigrati di prima preferenza) che possono ottenerlo: •

Persone di straordinaria abilità: questa categoria si riferisce a persone che abbiano una straordinaria abilità nel campo delle scienze, delle arti, dell'istruzione, degli affari e nel campo atletico. Pur non essendo necessario avere un'offerta di lavoro, l'applicante è tenuto a dimostrare che intende perseguire un corso di lavoro negli Stati Uniti nell'area di competenza;

Professori e ricercatori straordinari: essi devono essere riconosciuti a livello internazionale ed avere almeno tre anni di esperienza nell'istruzione o nella ricerca nel settore di competenza. È necessario, in questo caso, avere un'offerta di lavoro negli Stati Uniti;

Multinational Executives and Managers: È necessario che l'applicante abbia lavorato per il "petitioner" (il richiedente) per almeno un anno nei tre anni precedenti, in una posizione con mansioni manageriali o direttive e che abbia intenzione di lavorare negli Stati Uniti in una simile posizione.

Chi può ottenere il visto EB-2 (immigrati di seconda preferenza) sono invece membri di professioni che richiedono il completamento di un corso ad alto livello di istruzione o persone che abbiano abilità eccezionali nella scienza, nelle arti o negli affari. È necessario però avere un'offerta di lavoro ed un certificato di lavoro permanente (labor certification). È possibile comunque ottenere una deroga se si dimostra che questa possa essere concessa nell'interesse nazionale. La categoria EB-3 si riferisce agli immigrati di terza preferenza, ovvero a lavoratori specializzati, professionisti ed "altri lavoratori." È necessario, come per il visto EB2, avere un'offerta di lavoro ed un certificato di lavoro permanente; la categoria "altri lavoratori" include impiegati con meno di due anni di tirocinio o esperienza. Il numero di questi visti è però limitato annualmente dal Dipartimento di Stato americano a 10.000 unità.

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Alcuni lavoratori nel settore della religione possono ottenere un visto EB-4 se abbiano fatto parte di una determinata religione per almeno due anni prima di fare domanda di visto. L’ultima categoria prevista per il visto “EB”, ovvero la EB-5, permette a grossi investitori di risiedere permanentemente negli Stati Uniti. La condizione per ottenere questo visto è di dover costituire negli oltre Atlantico una società che impieghi almeno una decina di cittadini americani o residenti (non legati all’investitore da legami di parentela), che investa materialmente il denaro sul luogo. Anche la somma con la quale di deve creare il “business” è definita: si parte da un minimo di 500.000 dollari per le zone rurali e ad alto tasso di disoccupazione, fino ad arrivare a 1 milione di dollari o più per le zone a basso tasso di disoccupazione.

STATUS DI RIFUGIATO O RICHIESTA D’ASILO

La legge sull’immigrazione e sulla nazionalità americana stabilisce che chi avesse valide motivazioni per temere persecuzioni derivanti da pregiudizi legati alla razza, alla religione, alla nazionalità o all'appartenenza ad un determinato gruppo sociale o politico, può far richiesta di asilo oppure ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato negli Stati Uniti. Fa un certo effetto pensare che anche il palestinese Ahmed Ajajm, uno dei presunti attentatori dell’11 settembre, solamente due anni prima avesse ottenuto asilo politico negli U.S.A. come perseguitato politico di Israele.

DV: VINCERE ALLA LOTTERIA

Leggendo il titolo dato a questo paragrafo potreste pensare che le lettere indicate dai tasti del mio notebook abbiano improvvisamente deciso di cambiare po-

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sizione tra loro, e che di conseguenza ciò abbia comportato ad un mio errore di battitura. La tastiera invece funziona ancora, visto che nessuna lettera ha deciso di invertire la propria posizione con quella di un’altra. La stranezza non è quindi dovuta a me, ma è invece tutta americana: ogni anno infatti un certo numero di visti “DV” (Diversity Visa Program) vengono estratti a sorte da un computer. L’iscrizione a questa particolare lotteria non prevede alcuna quota d’iscrizione, ma necessita di alcuni requisiti per potervi accedere. Il prossimo paragrafo sarà interamente dedicato a spiegare le regole di questo curioso modo di ottenere un visto per la residenza permanente negli Stati Uniti d’America.

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3.4. La “green card”: ora il sogno nasce dal web Come visto in precedenza, la residenza permanente per gli Stati Uniti può essere ottenuta per legami di parentela, per capacità eccezionali, per motivi di lavoro e, ma solo in rarissimi casi, per raccomandazione. La carta verde (green card o Permanent Resident Card)103 è un permesso di residenza negli U.S.A. a tempo indeterminato. Questo documento, che fu reso celebre dall’omonimo film di Gérard Depardieu, è oggi nient’altro che un pezzetto di plastica con fotografia ed impronte digitali del possessore. Il beneficiario di carta verde, dal momento dell’ottenimento, è equiparato quasi in tutto ad un cittadino americano: ciò che non può fare è votare. Quest’ultimo limite viene però superato dal momento in cui il detentore di green card diventa un cittadino americano vero e proprio, tramite naturalizzazione104. Ciò può essere fatto su richiesta scritta da parte del Lawful Permanent Residence (lo status che il possessore di carta verde acquista con essa), soltanto una volta trascorsi cinque anni dall’ottenimento della green card.

Il passaggio da straniero con green card a cittadino americano non avviene però solo su richiesta dell’interessato e con semplice decorrenza del termine sopra citato; esistono infatti dei requisiti da rispettare affinché la propria bandiera possa diventare a stelle e strisce:

103

Cinque anni di residenza continuata e presenza fisica negli U.S.A.;

La capacità di scrivere, leggere e parlare in inglese;

http://uscis.gov/graphics/services/residency/index.htm

104

Da quando fu stabilito il procedimento di naturalizzazione, unico per tutte le colonie dal 26 marzo 1790 (in base all’art. 1, sezione 8 della Costituzione) ad oggi, il procedimento si è evoluto. Per tutte le informazioni sul procedimento di naturalizzazione: http://uscis.gov/graphics/services/natz L’uguaglianza tra cittadino americano locale e naturalizzato fu sancita dall’emendamento numero 14 della Costituzione americana.

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La conoscenza e la capacità di comprendere la storia americana e la forma di governo, tramite un apposito esame scritto105;

Capacità di intendere e di volere;

Attaccamento ai principi della Costituzione americana;

Disposizione favorevole nei confronti degli Stati Uniti d’America.

Se il test e il relativo colloquio con un responsabile del servizio immigrazione andranno a buon fine, dopo circa un mese si verrà chiamati nel più vicino tribunale federale per giurare fedeltà alla Costituzione statunitense. Spulciando come al solito le informazioni dai siti web ufficiali del governo americano, si viene a conoscenza del numero di naturalizzazioni richieste, concesse ed in lavorazione; in questo caso però i dati risultano essere aggiornati al solo anno fiscale 1999 e viene presentata una comparazione rispetto all’anno precedente. È davvero un peccato non essere in grado di fornire i dati relativi a periodi più recenti: sarebbe stato molto interessante aver osservato il numero di domande concesse e negate dopo l’undici settembre 2001 ed averne analizzato i relativi numeri. In ogni caso credo sia utile riportare i dati della tabella seguente per avere un’idea del numero di richieste annue di naturalizzazione.

Fiscal Year FY 99 to Date

FY 98 to Date

% Change

Receipts

765,346

932,957

-18

Approvals/Oaths

872,427

473,152

84

Denied

379,993

137,395

177

Pending 1,355,524 1,802,902 -25 Fonte: United States Citizenship and Immigration Service (www.uscis.gov)

105

Il test è composto da dieci domande a risposta multipla a cui rispondere105 e da un colloquio con un responsabile dell’immigrazione. Sul sito web dell’USCIS (United States Citizenship and Immigration Service) è anche presente un generatore casuale di domande: in tal modo è così possibile esercitarsi per prepararsi al meglio. L’indirizzo internet è il seguente: http://uscis.gov/graphics/exec/natz/natztest.asp

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Nel caso pratico, un cittadino italiano che, tramite naturalizzazione, acquisisse la cittadinanza americana, dal 15 agosto 1992 non è più costretto a rinunciare ad una delle due, dato che dall’approvazione della legge numero 91 del 5 febbraio 1992 l’Italia accetta la doppia cittadinanza. Il processo di naturalizzazione prevede, come scritto in precedenza, il previo possesso di carta verde. Se però non abbiamo parenti americani e non abbiamo nemmeno l’intenzione di sposare un cittadino statunitense, non abbiamo a disposizione un minimo di cinquecento mila dollari, non siamo ritenuti in possesso di capacità eccezionali e tanto meno il nostro lavoro è richiesto da un datore di lavoro oltreoceano, allora la nostra sola possibilità di ottenere la carta verde rimane quella di tentare la fortuna alla lotteria. Ogni anno infatti il Dipartimento di Stato americano, tramite l’ufficio competente in riguardo ai visti d’ingresso (Bureau of Consular Affair Visa Services), mette in palio 55 mila green card con un’apposita lotteria. Questa è prevista per legge, in base a quanto stabilito dalla sezione 203(c) dell’Immigration and Nationality Act (INA). In particolare, la sezione 131 della legge sull’immigrazione del 1990 ha emendato la precedente sezione 203(c), prevedendo una nuova classe di immigrati, ovvero i fortunati estratti, conosciuti come “diversity immigrants”106. I cinquanta mila visti attribuiti in base all’estrazione devono obbligatoriamente andare a persone appartenenti a paesi con un basso tasso di immigrazione verso gli Stati Uniti. La legge stabilisce che è tale un paese che non ha avuto più di cinquanta mila emigranti sbarcati in terra nordamericana negli ultimi cinque anni. Per l’estrazione dell’anno 2005, denominata però “Dv lottery 2006”, visto che i vincitori entreranno negli U.S.A. solo nel 2006 dopo un lungo processo di verifica, i paesi esclusi sono stati: Canada, Cina, Colombia, Corea del Sud, El Salvador, Filippine,

106

Oltre che sul sito web del Dipartimento di Stato U.S.A. (sezione visti), i risultati della “Dv lottery” per il 2005 sono consultabili all’indirizzo www.immigration.com/frame/dv2005resultfr.html

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Haiti, India, Jamaica, Messico, Pakistan, Russia, Regno Unito (escludendo Irlanda del Nord e territori dipendenti), Repubblica Domenicana, Vietnam. La partecipazione alla lotteria è sempre stata gratuita e, a partire dall’anno 2004, l’iscrizione può essere fatta solo ed esclusivamente on-line107, evitando dunque di spedire documenti e foto tramite posta ordinaria, come avvenuto dal 1990 in poi. Uno dei principali motivi del cambiamento è quello della sicurezza, visto che tutte le domande ora vengono esaminate preventivamente per controllare se ci sono persone che abbiano collegamenti a organizzazioni terroristiche. Un altro motivo è che prima del 2004 il Dipartimento di Stato riceveva migliaia di applicazioni doppie o triple da parte di individui che cercavano di fare i furbi, visto che le iscrizioni sono limitate ad un massimo di una per persona: questo sistema permette oggi, molto più velocemente ed economicamente, di eliminare in partenza le persone che risultano iscritte più volte. Non è comunque possibile accedere al sito internet delle iscrizioni tutto l’anno: la possibilità di entrare in gioco è infatti limitata ad un paio di mesi all’anno. A titolo di esempio, per la Dv lottery 2006 il periodo di apertura delle iscrizioni era dal 5 novembre 2004 al 7 gennaio 2005. Oltre che essere cittadini di uno stato considerato come a basso tasso di emigrazione108, per accedere alla lotteria per la carta verde è necessario possedere i seguenti requisiti: •

Avere almeno 18 anni;

Aver concluso la scuola superiore o equivalente ed essere in possesso del relativo diploma, oppure aver lavorato per almeno due anni in maniera continuata e certificabile109.

107

Il sito web è: www.dvlottery.state.gov

108

Esistono 2 casi particolari che rendono potenziale vincitore anche una persona nata in un paese ad alto tasso di emigrazione verso gli U.S.A.: a) Persona sposata con un cittadino di una nazione ammessa alla lotteria; b) Persona nata in un paese ad alto tasso di emigrazione ma i cui genitori non siano nati o non abbiano avuto la residenza in quel paese.

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Una persona che, pur non in possesso di tale requisiti, si iscriva e venga successivamente estratta, sarà ovviamente squalificata. Per questo motivo i vincitori della lotteria, a cui arriverà una notifica cartacea della loro estrazione, sono in numero doppio rispetto al limite massimo di visti diversity che saranno effettivamente emessi. La fase successiva alla notifica di vittoria prevede una lunga trafila fatta di documenti da compilare, firmare ed inviare al Kentucky Consular Center, l’apposito organismo creato per gestire la lotteria della carta verde. Il KCC, dopo le ulteriori verifiche sull’identità di ogni vincitore, inoltrerà tutto il materiale precedentemente inviato da quest’ultimo al Consolato Generale americano più vicino. Non tutti i Consolati americani sono però abilitati ad emettere dei visti per immigranti: nel caso italiano, per esempio, la sola sede che può emettere questo genere di visti è quella di Napoli. Inoltre, il suddetto Consolato, è quello presso il quale anche i cittadini di Malta ed Iran dovranno recarsi in caso di vincita della diversity lottery o in caso debbano richiedere un visto per immigrare negli Stati Uniti.

Fino a questo punto della procedura per l’ottenimento della carta verde tramite lotteria, le informazioni da riportare sono state, con un po’ di impegno e buona volontà, tutto sommato reperibili. Il problema principale è stato capire come il procedimento sarebbe continuato dal momento in cui si fossero inviati i primi documenti richiesti dopo la notifica della vittoria. Sfogliando il “Corriere della Sera” trovai un interessante articolo a proposito di un italiano che, grazie all’aiuto di un legale del Tennessee, realizzò il suo sogno, ovvero quello di vincere la green card alla lotteria, riuscendo così a trasferirsi legalmente negli Stati Uniti con tutta la sua famiglia. 109

A tal proposito il Ministero del Lavoro americano mette a disposizione sul proprio sito web una lista delle esperienze di lavoro che possono essere considerate accettabili per poter accedere alla lotteria per la green card: http://www.doleta.gov/programs/onet

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Articolo tratto dal “Corriere della Sera” dell’ottobre 1999

Riuscii, dopo molto tempo passato a ricercare qualcosa in merito, a mettermi in contatto con Luca Barbera110, la persona di cui il Corriere della Sera parlò nell’articolo sopra riportato. Il Signor Barbera è una persona gentilissima e molto disponibile: dopo avergli motivato il mio particolare interesse per la sua storia, egli si è rivelato una preziosissima fonte di informazioni in merito a tutte quelle che furono le mie domande e curiosità in riguardo all’argomento “DV lottery”. Dopo aver ricevuto la prima lettera, che notifica la vittoria ed aver spedito al Kentucky Consular Center tutti i documenti firmati e le foto richieste, si deve aspettare solo la chiamata da parte del Consolato americano. Questa verrà comunicata per mezzo di una seconda lettera che il Dipartimento di Stato invierà al domicilio 110

Stabilire il contatto con il Signor Barbera non fu affatto semplice e fu frutto di una fortunata intuizione, che mi portò a venire al corrente del suo indirizzo di posta elettronica. Una volta contattato, egli fu quasi entusiasta di raccontarmi per filo e per segno tutta la trafila necessaria dopo aver ricevuto la prima comunicazione di vittoria della carta verde.

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del fortunato vincitore; solitamente essa viene recapitata con un mese di anticipo rispetto all’intervista, tanto da permettere all’interessato di preparare tutti gli ulteriori documenti necessari per ottenere la green card. In particolare, sarà necessario portare con sé al Consolato: •

Il proprio passaporto originale più le fotocopie di tutte le pagine;

La lettera per l’appuntamento (che si riceve con la seconda lettera);

Il proprio certificato di nascita;

Il proprio titolo di studio;

Il certificato penale del casellario giudiziale;

Il congedo militare;

La dichiarazione scritta del Direttore della propria banca che mostri il saldo, la data di apertura e il numero del proprio conto corrente, più l’ammontare dei depositi e prelievi durante l’ultimo anno;

La dimostrazione di eventuali titoli azionari o altre proprietà che si possiedono;

Il libretto delle vaccinazioni effettuate nel corso della vita.

È importante far presente che questi documenti vanno presentati per ogni membro della famiglia, intesa come moglie e figli sotto i 21 anni. Inoltre, per quanto riguarda il caso italiano e il Consolato di Napoli, è utile sapere che tutti questi documenti citati non necessitano della traduzione in inglese, visto che all’interno della struttura statunitense presente nel capoluogo campano tutti gli impiegati parlano perfettamente anche l’italiano. La convocazione al Consolato americano prevede due giorni per esplicare tutte le pratiche necessarie all’ottenimento della green card: il primo giorno si è sottoposti ad una completa visita medica (esami del sangue, schermografia, …); ecco dunque spiegato il motivo per cui è necessario portare con sé il libretto delle vaccinazioni. Infatti, nel caso in cui non si sia già stati sottoposti a qualche vaccino ne-

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cessario per gli U.S.A., esso viene effettuato al momento da parte del medico che presta servizio presso il Consolato. Il secondo giorno prevede, presso gli uffici amministrativi del Consolato, la presentazione di tutta la documentazione precedentemente elencata e, ultima ma non meno importante, l’intervista con il Console americano o con un suo rappresentante. Come dice Beppe Severgnini nel suo simpaticissimo libro “Un italiano in America”, un nostro connazionale alla prese con la burocrazia estera è come un torero che, nell’arena, si trova dinanzi una mucca: difficile che si spaventi. L’intervista vera e propria, come raccontatomi dal Dottor Barbera, non è nulla di drammatico: “A me è durata dieci minuti con domande del tipo: cosa ci faceva a Singapore (dove ho soggiornato per un anno per motivi di lavoro), cosa intende fare negli Stati Uniti, cosa intende fare per cercare lavoro. Nulla di drammatico insomma. Il tono non è quello tipico della burocrazia italiana, che assume che come minimo l’interlocutore abbia un sacco da nascondere, sia un poco di buono e comunque gli stia facendo perdere tempo prezioso. Dopo queste domande, intercalate dal mio dolce pargolo che decise di infilare un serpente di gomma nella tasca del vice Console, giusto per fare capire che non rappresentavamo un problema (si è messo a ridere), ci ha sorriso e mi ha detto: vada pure a pagare la tassa per l'emissione del visto. Per un attimo mi si sono piegate le ginocchia, perché quello voleva dire che ce l'avevo fatta”. Il costo di tutto il processo per ottenere la residenza permanente è di 160 Euro per la visita medica, più 435 dollari per l’ottenimento della green card vera e propria111. Curioso è il fatto che, almeno per quanto riguarda il Consolato americano di Napoli, il pagamento vada effettuato rigorosamente in contanti e mantenendo distinte le due valute.

111

Il prezzo è aggiornato al febbraio 2005. Fonte: Ambasciata degli Stati Uniti d’America a Roma. Negli ultimi tempi si è proposto di incrementare notevolmente la tassa per l’ottenimento della carta verde, dai 435 dollari attuali a 735 dollari. Le nuove tariffe entrerebbero in vigore dall’8 marzo 2005, ma nulla è ancora stato deciso definitivamente. www.protaxconsulting.com

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La somma da pagare per il Permanent Visa è indubbiamente impegnativa, soprattutto nel caso in cui ci siano moglie e figli al seguito. In ogni caso il visto è valevole per tutta la vita ed il suo costo, se confrontato con quelli di altri visti da non immigrante, è addirittura inferiore. Dopo aver pagato il prezzo dovuto quindi, il Console o chi per lui consegnerà all’interessato una grande busta sigillata, che dovrà essere portata entro sei mesi in uno qualsiasi dei porti o aeroporti d’entrata degli Stati Uniti. Qui la fila per entrare in territorio statunitense dovrà essere fatta dalla parte che indica l’accesso ai cittadini americani e ai detentori di green card; si dovrà dunque consegnare la busta al funzionario dell’USCIS, che in pochi minuti rilascerà una “green card” provvisoria, in attesa che la vera e propria carta verde arrivi all’indirizzo indicato al Consolato americano al momento dell’intervista. Da questo momento in poi, il sogno iniziato in modo virtuale dal web diventa concreto.

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3.5. 9/11: l’emergenza rende più arduo il sogno? 9/11: una data che, nella forma americana, significa emergenza: le tre cifre sono infatti comuni al numero telefonico da digitare in caso di necessità. Da un recente sondaggio112 è emerso come la quasi totalità della popolazione americana ed europea ricordi precisamente dov’era e che cosa stava facendo nell’istante in cui, l’11 settembre del 2001, due aerei di linea si schiantarono contro il Word Trade Center di New York ed uno contro il Pentagono a Washington. Ciò dimostra indiscutibilmente come quell’avvenimento abbia tragicamente segnato anche le nostre vite, non solo i vari assetti strategici mondiali. L’11 settembre del 2001 ha avuto anche come conseguenza la più grande ristrutturazione del governo federale statunitense dal 1947, quando sotto l’amministrazione di Harry Truman vennero fusi il Dipartimento della Guerra e della Marina in quello della Difesa.

3.5.1. I cambiamenti per i turisti Non sono però mancate variazioni anche per quei 13 milioni di viaggiatori che ogni anno visitano gli U.S.A.: con l’adozione delle nuove misure di sicurezza infatti, dal 30 settembre dello scorso anno, ha preso ufficialmente il via il cosiddetto US-Visit (United States Visitor and Immigrant Status Indicator Technology). Esso consiste, secondo quanto voluto dal Dipartimento per la Sicurezza Interna, in un programma volto ad archiviare con foto ed impronte digitali tutti gli stranieri che entrano negli Stati Uniti, indipendentemente dal fatto che siano o meno in possesso di un visto d’ingresso.

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Apparso sul quotidiano “La Repubblica” nel novembre 2004.

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La decisione americana di prendere le impronte digitali delle persone che entrano sul loro territorio scaturisce dalle difficoltà tecniche riscontrate da diversi paesi, tra cui gli stessi U.S.A., in merito all’introduzione dei nuovi passaporti “biometrici”. Inizialmente prevista per il 26 ottobre del 2004, l’introduzione dell’obbligo di presentare dei passaporti con un microchip sul quale siano registrati dei dati biometrici, come le misure dei tratti del volto o le impronte digitali, è stata fatta slittare di due anni dal Congresso americano. Misure simili sono comunque in fase di studio anche da parte dell’Unione Europea, visto che anch’essa si sta muovendo nella direzione di poter emettere, entro due anni, passaporti biometrici per tutti i cittadini membri dei paesi dell’Unione. A detta delle autorità americane, il nuovo programma US-Visit avrebbe come scopo principale quello di rafforzare ed incrementare il grado di sicurezza dei cittadini statunitensi e, allo stesso tempo, dei turisti. Inoltre le nuove procedure sarebbero in grado di sveltire le formalità d’ingresso per motivi turistici e d’affari ed assicurare l’integrità del sistema d’immigrazione legale, salvaguardando contemporaneamente la privacy dei turisti.

3.5.2. La legislazione anti-terrorismo: il “Patriot Act” Proprio la privacy è stata al centro di aspri dibattiti interni agli Stati Uniti in riguardo all’approvazione, poco meno di due mesi dopo la stage dell’11 settembre, del “Patriot Act”, la legislazione antiterrorismo voluta dall’amministrazione Bush. Nonostante ciò, al momento dell’approvazione della legge, essa passò alla Camera con 357 voti a favore e 66 contro, mentre al Senato i voti favorevoli furono 98 e solo uno contrario. Perfino l’ex candidato alla Casa Bianca John Kerry e il suo eventuale vice John Edwards, nonché la senatrice repubblicana Hillary Clinton, votarono a favore.

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L’esatta definizione della legge è “USA PATRIOT Act”, iniziali di “Uniting and Strenghthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism”. La nuova legislazione anti-terrorismo, complessa e di grande portata, è suddivisa in dieci sezioni: con la firma del presidente Bush essa ha cambiato molte cose, soprattutto dal punto di vista dello scambio di informazioni tra le diverse agenzie investigative e del più facile controllo di internet. In particolare i provider, ovvero le numerose società che offrono servizi internet, dovranno installare “Carnivore”, un sistema di monitoraggio che permette alle autorità americane di rilevare le comunicazioni elettroniche, e-mail e log degli accessi o altro materiale digitale, effettuate da uno o più utenti del web. I provider che non installeranno “Carnivore”, dovranno comunque dotarsi di applicativi capaci di rilevare e monitorare in ogni suo aspetto le comunicazioni degli utenti indicati dalle forze dell'ordine e fornire loro in tempo reale ogni dato. In generale, la legge richiede ai provider di rendersi più "disponibili" alle esigenze delle forze dell'ordine. La maggioranza degli articoli del Patriot act riguarda il coordinamento tra le varie agenzie investigative: se prima era impossibile condividere le informazioni raccolte, ora si può. In particolare, tutti gli arresti, le intercettazioni e tutte le ricerche possono ora essere autorizzate e confermate dal solo giudice, anche senza la dimostrazione della probabilità di colpevolezza del sospetto (articolo 215). Nel mese di marzo del 2002, secondo fonti ufficiali del Dipartimento della Giustizia, le autorità avevano già ammesso la detenzione di 1100 immigrati, nessuno dei quali accusato di atti terroristici. Addirittura molti di essi sembrano essere stati trattenuti per periodi più prolungati rispetto ai sette giorni massimi consentiti dal Patriot Act, in base all’articolo 412. L’articolo 802 crea invece il reato federale di “terrorismo interno”, che si estende ad “atti che mettono in pericolo la vita umana in violazione del diritto penale, se essi paiono tesi ad influenzare la politica di un governo con l’intimidazione o con

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la coercizione”, e se essi “avvengono in primo luogo in territorio sotto la giurisdizione degli Stati Uniti d’America”. Al momento della firma del Patriot Act il Presidente Bush ha affermato che la legge avrebbe fatto compiere un passo essenziale nella lotta al terrorismo, proteggendo contestualmente i diritti costituzionali di tutti gli americani. Dello stesso parere però non sono le numerose associazioni per i diritti civili, prima fra tutte la American Civil Liberties Union, secondo la quale soprattutto gli straordinari poteri di detenzione, basati su una definizione molto ampia di terrorismo, rappresentano una forte preoccupazione al pieno rispetto del “Bill of Rights” e dei fondamentali valori ivi incarnati. Inoltre, il nuovo reato di “terrorismo interno”, enunciato secondo l’associazione in termini troppo vaghi ed ampi, rischia di essere letto dalle polizie federali come un’autorizzazione alla raccolta di informazioni e al controllo di attivisti politici e organizzazioni sulla base della loro opposizione alle politiche governative, e di essere letto dall’accusa come un via libera alla criminalizzazione del legittimo dissenso politico113.

3.5.3. La creazione di un nuovo Ministero: il “Department of Homeland Security” Dal punto di vista dell’organizzazione del governo federale degli Stati Uniti, nel 2002 è stato costituito il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security), subito ribattezzato come Ministero per l’Antiterrorismo, con compiti assimilabili a quelli del nostro Ministero dell’Interno italiano. Le ragioni che hanno spinto l’amministrazione repubblicana americana alla creazione di questo Ministero sono state molteplici: dall’esperienza fallimentare 113

Le posizioni dell’ American Civil Liberties Union sull’argomento sono state esposte nel discorso alla Commissione Giustizia del Senato americano dal titolo “L’America dopo il 9/11: libertà preservata o libertà persa?”. www.aclu.org/SafeandFree/SafeandFree.cfm?ID=14407&c=206

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dell’Ufficio per la Sicurezza Interna all’incapacità di coordinamento di quest’ultimo, dalla mancanza di una chiara linea di comando per poter creare e sviluppare una politica adeguata alla minaccia terroristica all’assenza di una struttura di assistenza e risposta ad un eventuale attacco. Ma ciò che è balzato più agli occhi all’indomani della strage di New York e Washington è stata la mancanza di circolazione delle informazioni di intelligence all’interno del Governo Federale: sul banco degli imputati sono stati portati CIA (Central Intelligence Agency), FBI (Federal Bureau of Investigation) e i vertici politici a cui rispondono. La CIA per legge fa rapporto al Presidente degli Stati Uniti per il tramite del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, l’FBI risponde al Segretario alla Giustizia che, è bene sottolineare, non fa parte del National Security Council al quale viene solo invitato ad alcune riunioni. Si ha quindi la CIA che gestisce le operazioni di controspionaggio e controterrorismo all’estero, mentre l’FBI quelle stesse operazioni all’interno del territorio statunitense, con un coordinamento che dovrebbe essere assicurato da accordi tra il Direttore della CIA e il Segretario alla Giustizia. È ovvio che diversi indirizzi politici corrispondono a differenti modalità operative, con una conseguente difficoltà intrinseca nel coordinare le operazioni congiunte e la circolazione delle informazioni classificate. L’FBI deve assicurare alla giustizia i criminali fornendo prove ai tribunali; la CIA invece è interessata a raccogliere informazioni di carattere economico, politico e diplomatico per il vertice decisionale, ovvero gli organi politici. L’assurdo è che il Presidente americano, fino alla riforma dell’Homeland Security, riceveva quotidianamente rapporti sullo spionaggio estero da parte di varie agenzie governative competenti (NID – National Intelligence Daily; DIA – Defence Intelligence Agency), ma nessuna relazione da parte dell’FBI sulla situazione interna, sulle ope-

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razioni di controterrorismo e di controspionaggio effettuate negli U.S.A., o un’indicazione delle minacce alla Sicurezza Interna114.

Con il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è voluto quindi ovviare a tutto questo, con la creazione di un centro di raccolta delle informazioni e di analisi delle minacce (Intelligence and Threat Analysis), nato per fondere le capacità operative e di intelligence delle varie agenzie americane. Alcune associazioni americane per la tutela dei diritti civili hanno posto in risalto il come la piena comunicazione del materiale investigativo fra le agenzie rende possibile il controllo capillare su qualsiasi cittadino, immigrato e non, che viva negli Stati Uniti. Il responsabile dell’Homeland Security avrà in possesso dunque un’analisi differente sullo stesso argomento a seconda delle diverse fonti e dei diversi metodi utilizzati per la raccolta delle informazioni. Gli obiettivi del neonato dipartimento, stando al suo atto costitutivo, sono115: •

Prevenire attacchi terroristici entro i confini degli Stati Uniti;

Ridurre la vulnerabilità al terrorismo degli U.S.A.;

Minimizzare i danni ed assistere coloro i quali sono stati colpiti da un attentato terroristico avvenuto in territorio americano.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha assorbito tutte le agenzie e gli uffici con compiti riguardanti l’Homeland Defense, quali: o Guardia Costiera (Coast Guard)

114

Purtroppo una prova di questa mancanza di coordinazione si può avere leggendo la relazione definitiva della commissione di investigazione su quanto accaduto l’11 settembre 2001. Disponibile on-line all’indirizzo www.9-11commission.gov 115

Secondo il titolo 1 dell’Homeland Security Act del 2002, Sezione 101 – Executive Departement; Mission

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o Ufficio per la sicurezza dei trasporti (Transportation Security Administration) o Ufficio di controllo doganale (Customs Service) o Ufficio immigrazione e naturalizzazione (Immigration and Naturalization Service)116 o Servizio per la salute degli animali e delle piante (Animal and Plant Health Inspection Service) o Servizi segreti (Secret Service) Unificando dunque tutte le responsabilità di queste agenzie “minori” sotto le dipendenze di un unico Ministero, gli Stati Uniti riusciranno forse a salvaguardare maggiormente l’integrità territoriale, che è vista come la massima priorità per poter prevenire future minacce terroristiche. A questo proposito va sottolineata una grave lacuna organizzativa del Dipartimento per l’Homeland Security, che non comprende l’ufficio del Dipartimento di Stato per gli Affari Consolari; è ancora quest’ultimo infatti, come visto in precedenza, a conservare la responsabilità di gestire gli ingressi all’interno del territorio statunitense, fornendo materialmente quasi tutti i vari tipi di visto. Questo particolare può risultare grave se si pensa che i dirottatori degli aerei dell’11 settembre erano in possesso di un visto per “motivi di studio”.

3.5.4. Considerazioni generali Nel nuovo millennio appena iniziato, emigrare negli Stati Uniti, soprattutto all’indomani dell’11 settembre del 2001, risulta essere quindi notevolmente più difficile. Ottenere oggi un qualsiasi visto d’ingresso per gli U.S.A. non è infatti una 116

Con l’assorbimento da parte del Dipartimento di Sicurezza Interna, l’ufficio per l’immigrazione e naturalizzazione ha anche mutato il proprio nome: da INS a USCIS (United States Citizenship and Immigration Services); vedere pagina 63.

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banalità: lo dimostra il fatto che le stesse autorità per l’immigrazione americana consigliano, per lo scopo, di farsi assistere da un avvocato. Dai primi mesi del 2002 è inoltre obbligatorio, per tutti i tipi di visto, sostenere un’apposita intervista con il Console americano o con chi ne fa le veci (tranne per le categorie di visto A, G, NATO). Sicuramente aver subito un attacco terroristico sul proprio territorio ha reso più dura la legislazione relativa all’immigrazione. Per esempio, l’articolo 411 del Patriot Act analizzato in precedenza, amplia in maniera consistente la categoria di immigrati che possono essere espulsi per terrorismo. Esso infatti allarga il significato di “attività terroristica” fino a comprendere qualsiasi reato che prevede l’uso di un’arma o di un dispositivo pericoloso, a meno che non sia per il semplice guadagno personale. Ciò significa che se un immigrato compie un delitto passionale, quest’ultimo può essere soggetto a espulsione dagli U.S.A. come “terrorista”.

All’indomani dell’11 settembre 2001 il sogno americano è dunque ridimensionato nell’oggetto, essendo cambiato anche il soggetto che cerca di intraprenderlo. Nel caso italiano, lo scorso secolo i nostri connazionali erano cittadini di un regno costituito da poco, dove la lingua nazionale era parlata da circa il 2,5% della popolazione totale117. La maggior parte dell’emisfero settentrionale americano era ormai da anni prevalentemente anglosassone, mentre “noi” eravamo anzitutto siciliani, calabresi, campani, veneti, incapaci dunque di costituire un influente gruppo nazionale e spesso di intenderci tra noi. Insieme al pregiudizio anticattolico di una parte della società americana, fu questa la ragione della nostra marginalità. Nacquero i clichè volgare contro gli italiani, alimentati anche da Al Capone e dalla sua organizzazione; le cose però andarono migliorando con l’apparizione in politica di 117

Secondo Tullio De Mauro, uno dei maggiori studiosi di linguistica italiana. Alcuni suoi studi/testi sono disponibili online all’indirizzo: http://culturitalia.uibk.ac.at/SLInew/DeMauro/DeM_re te.htm

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qualche italo-americano come Fiorello La Guardia, che divenne sindaco di New York nel 1933. La figura di La Guardia fu talmente apprezzata che oggi egli da il nome ad uno dei tre aeroporti della città americana. Dalla fine della seconda guerra mondiale tutto cambiò, tanto che i nostri vecchi emigranti conquistarono posizioni di tutto rispetto. Gli emigranti di oggi sono invece scienziati, ricercatori, professori, uomini d’affari o giovani con un buon bagaglio culturale. I clichè ingiusti contro gli italiani si sono dissolti. Ma, stando alle parole di Sergio Romano (affermazioni di cui ho potuto constatare la veridicità sul campo, conoscendo qualche nostro emigrante di vecchia data), “nella maggioranza degli italo-americani la componente italiana della loro identità si è dissolta. Oramai essi sono cittadini americani a tutti gli effetti, cittadini americani a cui non spiace conservare qualche abitudine gastronomica, fare ogni tanto un viaggio «al paese» e parlare sentimentalmente dei loro nonni. Tutto qui”.

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Conclusione

Dopo aver brevemente analizzato, per mezzo del capitolo primo, le origini del sogno americano, ho potuto confermare quello che probabilmente già apparteneva all’immaginario collettivo di molti, e cioè che la maggioranza di coloro che raggiunsero le coste statunitensi nel periodo a cavallo del diciannovesimo secolo, erano persone che cercavano di aggrapparsi alla loro ultima possibilità per ambire ad una vita migliore. Le testimonianze riportate hanno potuto confermare ciò, chiarendo meglio la situazione degli emigranti del secolo scorso.

Avendo approfondito, nell’ultima parte della tesina, le varie possibilità che gli Stati Uniti d’America attualmente offrono per qualsiasi straniero desideroso di trasferirsi, può quindi essere dedotto che, nel corso degli ultimi due secoli, il sogno americano ha probabilmente cambiato soggetto. Non più infatti masse prive di alcunché che affollano le navi per giungere sulle coste americane, bensì persone che devono preventivamente dimostrare all’Immigration americana di avere delle solide risorse finanziarie per provare che la propria presenza negli Stati Uniti non sarà un peso per il paese.

I tragici fatti dell’undici settembre non hanno sostanzialmente cambiato nulla per quanto riguarda la possibilità di vivere il sogno americano: come si è visto nel capitolo tre infatti, la procedura per diventare un residente permanente prima e, di conseguenza, un vero e proprio cittadino americano poi, è rimasta pressoché inalterata.

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Per la parte riguardante i visti: o Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia: www.usembassy.it o USCIS (United States Citizenship and Immigration Service): www.uscis.gov o Dipartimento di Stato Americano (Department of State): www.state.gov

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