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Gennaio Febbraio 2018

anno VII n.01

FOTO

IMAGING

VIDEO

FINE ART

STORIE DI FOTOGRAFI E DI FOTOGRAFIA

IMAGE MAG GENNAIO n FEBBRAIO 2018

Joseph

Cardo

ESTRATTO


Le piccole cose Ne abbiamo i “sacchetti pieni”. Il 2018 inizia con una polemica da supermercato, quella sui bioshopper. Social, web, opinionisti, telegiornali (e anche politici), si sono affannati per dipanare una dialettica circa quell’accessorio nel quale collochiamo frutta e verdura. Avrà un costo? Certo. Un altro balzello per i consumatori? Sì, piccolo; eppure tangibile. A pensarci bene, stiamo parlando solo di un accessorio; uno di quelli che può aiutarci a fare le cose per bene. Vuotiamo i sacchetti e togliamoci i guanti di plastica. Parlando di accessori, proprio a inizio anno abbiamo partecipato alla giuria di un concorso fotografico dal titolo “In punta di Treppiede”. Le fotografie andavano scattate di notte, dal tramonto

all’alba, possibilmente con l’uso dello strumento a “tre zampe”. Osservare gli scatti ha rappresentato un piacere: tutti possedevano un contenuto formale ragguardevole, con anche il rispetto delle più comuni regole della composizione. Quell’accessorio, il treppiede appunto, aveva regalato stabilità, e pure consapevolezza, idea, riflessione, lentezza: ciò che serve per fare bene le cose. Inseguiamo pixel e ISO? Certo, perché no; ma prendiamoci cura anche del contorno. Strumenti minimali possono restituire grandi soddisfazioni. Buon anno a tutti i lettori

COVER STORY

EDITORIALE

Mosè Franchi

1. LE PICCOLE COSE

Strumenti minimali per grandi soddisfazioni.

EVENTI&MOSTRE

70. DA VEDERE & PER PARTECIPARE

Mostre, eventi, manifestazioni, fiere, workshop e seminari.

CAFÉ FOTOGRAFICO UNO DI NOI 14. PERSONE, FATTI, CURIOSITÀ

72. CHI SONO IO?

HI-END

PORTFOLIO

Terza generazione.

IL PATTO DI CHI VIAGGIA

Notizie da non perdere.

Joseph Cardo

60. SONY ALPHA 7R III

4. LO SPAZIO AL TEMPO

L’ALTRA COVER STORY

COMUNITÀ FOTOGRAFICA 64. DE STEFANIS

Stampa Fotografica Professionale.

66. IN PUNTA DI TREPPIEDE

Uno scatto per riflettere, con lentezza.

QUESTIONE DI LIBRI

Marco Longari

68. LA BIBLIOTECA CHE VORREI I testi che non dovrebbero mai mancare nei nostri scaffali.

16. TRIPOLITANA

Progetto grafico Visiva S.r.l. - www.visiva-adv.it

­­www.imagemag.it Direttore responsabile Mosè Franchi Comitato editoriale Mosè Franchi, Roberto Mazzonzelli, Francesco Cito, Stefano Messina, Massimo Reggia, Lido Andreella

Realizzazione grafica Gino Durso Davide Lanzino, Ilaria Nigro Stampa Cortona Moduli Cherubini S.r.l. Image Mag è una pubblicazione Consorzio Gruppo Immagine

Redazione Consorzio Gruppo Immagine Viale Andrea Doria, 35 - 20124 Milano Tel. 02/23167863 - e-mail: info@imagemag.it Distributore esclusivo per l’Italia Consorzio Gruppo Immagine Periodicità Bimestrale Prezzo copia 12,00 euro. Arretrati 20,00 euro.

Storie al femminile dietro agli autoritratti.

24. MELISSA PERITORE 30. MONICA MONTEFUSCO IL VOLO DEL PAS DE DEUX

36. FLAVIA FIENGO MINIMALISMI

42. MARCO ESPERTINI FIRENZE 17: ARTE PER CONTEMPORANEI

48. ALESSANDRA CANEPA OGNI CENTO METRI IL MONDO CAMBIA

54. ILARIA TORTORIELLO AUGUST

Abbonamento a 6 numeri: ritiro in negozio Photop 42,00 euro / spedizione postale 62,00 euro Image Mag è una testata registrata presso il Tribunale di Milano con autorizzazione n. 237 del 1 Giugno 2012 È proibita la riproduzione di tutto o parte del contenuto sen­za l’autorizzazione scritta dell’Editore. L’Editore è a disposizione per regolare i diritti delle immagini i cui titolari non siano stati reperiti.

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Image Mag è la prestigiosa rivista bimestrale interamente dedicata alla fotografia e ai suoi interpreti. È l’espressione del desiderio di parlare ad appassionati di fotografia usando la lingua degli appassionati di fotografia. Una rivista che presenta immagini stupefacenti realizzate da celebri professionisti e lavori di appassionati che compongono gli epici portfolio, cuore e anima di questo straordinario magazine.

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LO SPAZIO AL TEMPO

pagina quattro

CARDO


Š foto di Joseph Cardo

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COVER STORY I GRANDI PROTAGONISTI DEL PALCOSCENICO FOTOGRAFICO

C

onosciamo Joseph Cardo da molto tempo. La prima volta parlammo al telefono, quasi per caso; poi l’abbiamo incontrato più volte: a Milano (al Super Studio) e nella sua Puglia, più spesso durante il lavoro. Tante volte abbiamo scritto di lui, cercando di identificarne uno stile. Parlammo di “moda con garbo”, di colori poco saturi, di uno “sviluppo visivo” che finisce nei nostri occhi, di scatti che continuano a vivere almeno nell’idea di chi guarda. Tutto questo lo imputavamo a un atteggiamento pacato nei confronti della fotografia. Secondo noi, lui aveva bussato alla professione con educazione: la stessa che trasferiva ai singoli scatti, liberi di muoversi nei pensieri e negli sguardi. “È bravo Joseph”, dicevamo. “Rende tutti liberi: i soggetti, e i guardanti”. “Ha fatto crollare i protocolli di riferimento, persino le idee abusate e convenienti”. Per una volta, questa, siamo costretti a domandarci dove nascano educazione, pacatezza e anche libertà; ma soprattutto da cosa tragga spunto il suo sviluppo visivo, specialmente quando vuole che i nostri occhi ne rappresentino il fissaggio. “Ciao Joseph, come stai?” “Bene, e tu?” “Ti disturbo?” “No, perché?”. “Dimmi pure”. Così sono nate le interviste che lui ci ha dedicato, sempre. Il tempo non mancava mai, così come la disponibilità. Certo, Joseph è gentile, premuroso, generoso anche; ma crediamo che molto poggi pure sul suo atteggiamento nei confronti della vita. Il tempo, per lui, non è lineare, e occupa uno spazio fisico sul quale poggiarsi. Joseph riesce a creare spazi di tempo: per sé, per gli altri, per chi ne ha bisogno, per la sua fotografia. Dicono che c'è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare io dico che c'era un tempo sognato che bisognava sognare. [Ivano Fossati] E allora forse tutto nasce da quel sogno coltivato da ragazzo. Joseph è stato capace di offrirgli la dimensione, laddove ne aveva bisogno: per apprendere, applicare, comprendere, riprovare. Dopo l’ha fatto per altre cose, e alla fine anche per noi che siamo qui a guardare le sue fotografie in tranquillità: in un tempo che diventa spazio. Joseph, perché hai iniziato a fotografare? Forse perché l’ho sempre voluto. Fin da bambino collezionavo le riviste di moda, particolarmente le copertine. Adoravo le top model degli anni 90' e le fotografie dei grandi maestri. A diciotto anni sono andato a Milano, spinto dall'attrazione per una grande città. Il quel periodo la moda viveva un momento magico. Le prime esperienze non sono state fantastiche, soprattutto per un ragazzo spaesato che veniva dal sud. Inoltre il settore si presentava

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FOTO

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STORIE DI FOTOGRAFI E DI FOTOGRAFIA

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L’ALTRA COVER STORY NUOVE TENDENZE ALLA RIBALTA DELLA FOTOGRAFIA

TRIPOLITANA

Lo riconosciamo dalla fotografia che ci ha mandato. È proprio Marco, con il mondo alle spalle. Lui ci guarda con rispetto, forse perché lo vuole da noi, per quanti sono di là: dove la vita è un “sentito dire” e nascono i pregiudizi. “L’importante è esserci”, ripete spesso; perché non si può raccontare senza percepire. Già, la narrazione. Per Marco non è solo una questione fotografica. Di mezzo ci sono le voci, il sentire comune, il vento, le grida, il pianto e il riso, il fumo di quanto è stato, ma anche il pensiero dell’autore, con tutto quanto si è portato dietro. La fotografia contribuisce a offrire luce agli accadimenti, restituendo suoni e clamori, forse anche odori, di certo meraviglia. Abbiamo chiesto a Marco se avesse avuto degli elementi ispiratori. Lui ci ha risposto che gli viene in aiuto la letteratura e anche quel libro che porta sempre con sé. Forse serve a ricordargli chi è, ma anche (e soprattutto) con quale filtro guarderà le cose e ascolterà gli umori. “Tripolitana” è il lavoro che ci propone. Siamo nel 2011, in ottobre. La capitale Libica viene liberata agli sguardi. Marco è lì: guarda, documenta, analizza, ascolta e racconta. È l’esperienza a guidarlo, ma anche il desiderio di un passo più in là, di quel vortice allargato a illuminare scenari mai visti, e neppure immaginati. Tripoli è lì, vicina, per la prima volta. Meglio guardarla dal basso, per porsi domande e vedere meglio. Una città invisibile si aggiunge a quelle che conosce già, lette e rilette nel libro che porta sempre con sé. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. (Le città invisibili, Italo Calvino)

pagina sedici


Š foto di Marco Longari

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pagina ventiquattro


PORTFOLIO Melissa Peritore

Melissa Peritore ama viaggiare. Ce lo dice ripetutamente al telefono, quando parliamo del suo lavoro. Crediamo però che in lei non viva l’anima della turista e nemmeno quella della viaggiatrice, almeno intesa in senso classico. Ciò che cerca nel mondo è la diversità assoluta e impenetrabile, l’elemento straordinario, il comportamento che diventa meraviglia, lo sguardo che può sfuggire, la vita parallela. Lì, in quelle condizioni, Melissa si dona, interpreta con garbo, capisce, comprende, guarda e fotografa. Lo fa però stringendo un patto solido: con noi, e con tutti i guardanti. Non si tratta di un’impresa semplice, perché da subito deve rispondere alle domande più classiche, soprattutto quando i “perché” diventano frequenti e assidui. “Li ho trovati lì”, potrebbe rispondere, “Ho mangiato con loro”. Già, Melissa riesce a vivere oltre le barriere, penetrandole in punta di piedi. Frequentare le genti per lei è importante, forse anche prima di scattare. Si muove tra le lingue sconosciute con una grande responsabilità: quella di tradurre in immagini elementi di apprendimento e conoscenza. Il peso del patto stretto con noi (narrativo, per giunta) se lo porta dietro da quando è partita. Ed è quello di chi vuole guardare, di chi viaggia appunto.

© foto di Melissa Peritore

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PORTFOLIO Monica Montefusco

Il volo del

Pas Deux de

C’è un “passo a due” (pas de deux) nel lavoro che vediamo. È Monica a suggerircelo nelle righe che accompagnano le fotografie. No, non siamo nel “Lago dei Cigni”, tantomeno di fronte allo “Schiaccianoci”. Come dire, la musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij non accompagna i nostri pensieri. Del resto, anche la coreografia è assente, come pure la seconda figura danzante. La ballerina qui è sola, nuda, essenziale; e sceglie per sé, come sempre avrebbe voluto fare. Cerca un tegumento, un abbraccio, forse una presa più salda. Inizia a ballare avvolgendosi, scorrendo quel tessuto dentro se stessa, sfiorando un’intimità impossibile: accarezzandola, inventandola. Ecco che il “passo a due” diventa volo, estasi che s’innalza. Eleganza e sinuosità si fondono, così come forza e delicatezza. Anche il drappo sembra animarsi; complice e consapevole, restituisce il desiderio: ora distrattamente, altre volte con la potenza che serve. Traspare volgarità? Mai, anche se il senso è quello di un “peccato originale”, da scontare dopo. Terminato il volo, anche la ballerina guarderà lassù, oltre quel drappo che si muove appena. E penserà alla vertigine, al tessuto che scorre, alla tensione, al proprio capo reclinato, alla spinta che si rinnova, ai muscoli tesi. Sarà ancora volo, più avanti; una volta di più: quello della danza, beninteso. Il passo a due. La ballerina-performer è Desideria Chinzari Sacchettini.

pagina trenta


Š foto di Monica Montefusco

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PORTFOLIO Flavia Fiengo

MINIMALISMI “Minimalismi” è il titolo del lavoro proposto da Flavia Fiengo. Da un lato c’è un riferimento netto alla Minimal Art degli anni ’60, ma nel contempo viene suggerito un modo per guardare, qui essenziale e oggettivo. L’osservazione di Flavia si concentra, e così deve fare anche la nostra, focalizzata sul “perché” e non solo sul “cosa”. Spesso la visione soggettiva ci distrae, sempre indirizzata oltre, al di più. Qui, su questa nudità parziale, viene suggerito un punto

pagina trentasei

d’inizio, una partenza: quasi a spiegare perché si debba continuare a guardare, e come addirittura. Il “minimale” di Flavia serve per aggiungere, non unicamente per togliere. Viene giustapposta l’idea, quella che forma il pensiero di esserci ed esistere. Ne deriva un minimalismo “cartesiano”, indirizzato all’individuo, alla sua intimità. Il fatto, poi, che il sostantivo (minimalismo) venga coniugato al plurale indica ulteriori opportunità, rinnovate vie d’accesso a ciò che è essenziale per

riconoscere e immaginare. “Una cosa alla volta”, è l’imperativo chiuso nelle immagini che vediamo; e noi dobbiamo obbedire una volta di più, magari continuando a farlo nella vita vissuta. Le distrazioni, troppo spesso, ci impediscono di vivere appieno, facendoci dimenticare come a monte di ogni nostra azione vi sia sempre un perché: quello delle nostre idee diventate pensiero; minimale anch’esso, se pure al singolare per una volta.


Š foto di Flavia Fiengo

paginatrentasette


PORTFOLIO Marco Espertini

FIRENZE 17 Bello il lavoro di Marco Espertini, originale. Lui ci propone anche il titolo: grazie. In molte immagini si riconoscono l’arte, da un lato, e il popolo contemporaneo dall’altro. Si tratta di due mondi che vivono paralleli: distanti, ma emblematici a se stessi. Un esempio lo si riscontra nella fotografia che riporta il Ratto delle Sabine (Giambologna). Siamo nella Loggia dei Lanzi, ma sotto troviamo: pantaloni corti, un ombrello e tanta gente che “assaggia” il Rinascimento fiorentino. Per il resto, siamo costretti a osservare tante persone, tutte in un atteggiamento vacanziero. Spesso sono sedute ai piedi dei monumenti, altre volte scattano dei selfie. Già, perché il “popolo contemporaneo” non cerca nell’autoscatto la propria identità, bensì il raggiungimento di un’elevata reputazione: “Io c’ero e mi aspetto dei like”. Scorrendo le immagini una volta di più (consigliamo di farlo) si arriva a percepire il tempo: quello lento della contemplazione astratta, della noia artistica, del “sono qui e me la godo”. Il “popolo contemporaneo”, sempre lui, è avaro di suggestioni, anche di fronte alla Pietà di Michelangelo. Solo quella meriterebbe una visita presso il capoluogo toscano, ma un ombrellino si alza e il gruppo si muove. Rimangono le ombre: di loro, di tutti. Anche l’atteggiamento è contemporaneo: distratto e assente. È stato importante esserci, il resto non conta.

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Š foto di Marco Espertini

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PORTFOLIO Alessandra Canepa

OGNI CENTO METRI il MONDO CAMBIA

“Ogni cento metri il mondo cambia” è un progetto personale sul quale Alessandra Canepa ha lavorato per più di un anno. Il tema le è stato suggerito dal fatto di essere una pendolare sulla tratta ferroviaria Genova-Milano. Il viaggio quotidiano non si risolve solo nel raggiungere un luogo, ma è anche un immergersi in un mondo non fatto di eventi straordinari, perché confusi in una quotidianità che si ripete. Alessandra se n’è resa conto tutti i giorni. Vite diverse, scopi diversi, interazioni diverse che s’incrociano su un vagone di un treno per un’ora; e poi ognuno di loro, di noi, per altre vie. Alessandra avrebbe voluto catturare attimi di vita comune, forse di sogni o di speranze, proprio con la fotografia: uno strumento eccellente per questo. Ha scelto il titolo del progetto ispirandosi allo scrittore cileno Roberto Bolano Avalos, colui che fondò il movimento d’avanguardia infrarealista; e ha adottato il bianco e nero perché rappresenta meglio, a suo dire, il quotidiano, permettendo di far concentrare l’attenzione sui soggetti raffigurati con maggiore facilità. Alessandra ci ha presentato un lavoro che è anche di metodo, oltre che d’ispirazione. Con coraggio ha affrontato la propria prossimità, indagandola. È più facile lavorare oltre le barriere, nei luoghi dove non si vive, perché nascono facilmente pensieri e fantasie. Il quotidiano è un tema difficile, che necessita di assiduità e impegno, oltre a quel rispetto che amiamo dedicare ai vicini di casa.

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Š foto di Alessandra Canepa

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PORTFOLIO Ilaria Tortoriello

AUGUST Un Uomo affronta le proprie solitudini estraneo di se stesso e della vita che ha vissuto fino a quel momento. Si esclude da ogni forma di vita, quasi come un astronauta sulla luna. Si abbandona completamente alla terra, privandosi di tutto ciò di cui è vestito. Quello che ne rimane è luce.

pagina cinquantaquattro


Š foto di Ilaria Tortoriello

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COMUNITÀ FOTOGRAFICA L’IMMAGINE DIVENTA PROGETTO

DE STEFANIS STAMPA FOTOGRAFICA PROFESSIONALE L’ANTRO DI MERLINO Il passo carraio è stretto, ma si apre in un cortile da “vecchia Milano”. Sulla sinistra riconosciamo l’insegna. Entriamo. È l’odore a guidarci: quello della fotografia chimica, o anche della radiologia di un tempo. Probabilmente è “l’aroma” del fissaggio che vaga nell’aria, l’iposolfito di sodio di vecchia memoria. Ci accoglie Massimo (Mangione). L’ambiente è quello che ci aspettavamo, già nell’area accoglienza: un bancone spazioso e tante fotografie sui muri, che riconosciamo con piacere. Di fronte a noi vediamo un dittico di Gabriele Basilico (Contact 1984), nella parete di destra un’autentica galleria di autori noti: Gianni Berengo Gardin (e il suo vaporetto), Ugo Mulas, Armin Linke, Toni Thorimbert e altri ancora. In fondo notiamo un corridoio stretto, immerso nel buio. Intuiamo come là vi sia l’Antro di Merlino, la Camera Oscura. Già, perché siamo da De Stefanis, un’eccellenza nel suo genere: un laboratorio con più di trent’anni di attività nel mondo dello sviluppo e della stampa bianco e nero in analogico. “In fin dei conti questa è la fotografia”, ci suggerisce Massimo di fronte alla parete con gli autori. Non ha aggiunto “vera”, come altri avrebbero fatto al suo posto; ne riconosciamo comunque il fascino o, se vogliamo, anche la verità. A monte di ogni opera, c’è un negativo: un frammento di tempo scelto con cura, affidato alla

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passione del laboratorio e trattato con l’amore che merita. STORIA & CURIOSITÀ Il laboratorio è stato fondato nel 1986 da Mario De Stefanis (mancato nel 2010) e Massimo Mangione. A loro si è presto affiancato Tony D’Ambrosio. Il laboratorio è subito diventato uno dei punti di riferimento europei delle immagini fotografiche Fine Art. Ne abbiamo parlato con Toni Thorimbert, il quale ci ha rivelato come lui e “il” D’Ambrosio fossero stati compagni di classe presso l’Umanitaria, quella della Giovanna Calvenzi per intenderci. Tra l’altro, Toni era soprannominato “Il Dottore”, nomignolo creato da Gabriele Basilico presso il quale avrebbe lavorato per lungo tempo. VOGLIA DI QUALITÀ “Il lavoro sull’analogico è svolto in prevalenza a mano”, ci viene detto. “Ci serviamo della macchina solo per le fasi di sviluppo, con una sviluppatrice per negativi a telaio”. “L’automazione, però, permette una maggior precisione nell’esecuzione del lavoro, vedasi agitazioni”. C’è voglia di fotografia, nelle parole che sentiamo. “Quando un grande interprete ci affida un lavoro, ne percepiamo l’importanza”, dice Massimo. “La potenza della fotografia viene fuori già in camera oscura, tra le bacinelle”.

La qualità ha sempre avuto un’importanza da De Stefanis, che si accentua di fronte a dei lavori a carattere museale. Generalmente in quei casi si stampano due copie per opera: non si sa mai. Il lavaggio viene svolto con cura. Si passa poi la stampa in un eliminatore d’iposolfito, per togliere tutti i residui di fissaggio. Il bagno successivo è quello al Selenio, sempre fresco e diluito per non alterare il tono della fotografia. IL DIGITALE Presso De Stefanis si tratta anche la stampa digitale. Possiedono un plotter banda 160, con il quale eseguono lavori da file. Ovviamente, nella novità tecnologica hanno trasferito tutta l’esperienza maturata in anni di lavoro. Pur mantenendo l’analogico come core business, è stato deciso di aprirsi ai mercati emergenti. Ci hanno detto: “Oggi le cose sono cambiate, come anche le modalità con le quali viene affrontata la fotografia”. “Abbiamo Clienti, alcuni dall’estero, che si rivolgono a noi solo per lo sviluppo del negativo, poi riversano tutto in digitale”. Di certo il digitale ha rappresentato una rivoluzione, particolarmente nel mondo della moda. “Il digitale ha ucciso il lavoro di quel settore”. “Oggi gli scatti li invii direttamente; prima si doveva stampare per forza”. “Quando si tenevano le sfilate, noi ci occupavamo delle cartelle stampa e arrivavamo a realizzare anche


COMUNITÀ FOTOGRAFICA L’IMMAGINE DIVENTA PROGETTO

ventimila stampe a ciclo continuo, lavorando giorno e notte”. “Non ci siamo specializzati solo in questo settore, e ciò ha rappresentato una fortuna”. “È venuto a mancare uno zoccolo duro, un fatturato atteso”. Ecco, sì: le nuove tecnologie hanno ridotto di molto i volumi, ma l’interesse per la pellicola è rimasto vivo, magari su numeriche differenti. Anzi, ci viene confermato come la passione per la stampa tradizionale stia incrementando, particolarmente tra le nuove generazioni. Mentre parliamo, entrano i Clienti: consegnano i rullini (ancora nei loro barattolini) e ritirano i provini. Due ragazze giovani spiegano come sia stato il loro insegnante di fotografia a suggerire il percorso analogico, e il laboratorio De Stefanis evidentemente. I SERVIZI DI DE STEFANIS Oltre al digitale, De Stefanis offre un’ampia gamma di servizi relativi al mondo analogico: stampa manuale su carta politenata ai sali d’argento, con ingranditore multigrade, sia a condensatore che a luce diffusa a seconda del tipo di negativo (da negativi dal 24x36 mm fino al 20x25 cm, nei formati: 18x24, 24x30, 30x40, 40x59, 50x60 cm); stampa manuale su carta baritata con ingranditore multigrade, sia a condensatore che a luce diffusa a seconda del tipo di negativo (da negativi dal 24x36 mm al 20x25 cm, nei formati: 18x24, 24x30, 30x40, 40x59, 50x60, 50x70, 70x100, 100x100, fino 100x120 cm); stampa di provini a contatto su carta politenata lucida o perla da negativi 35 mm (24x36mm) fino a 20x25 cm. Montaggio e finitura su supporti diversi. SIAMO CLIENTI Dobbiamo ritirare una stampa di Francesco Cito. Si tratta di uno scatto effettuato in Sardegna, ovviamente in Bianco & Nero. C’è una traccia di grana, particolarmente sul cielo; ma è quella che serve, alla quale non vorremmo rinunciare. L’atmosfera, poi, è analogica: profonda, rotonda, suadente. Vera. “Le preparo una cartellina”, dice Massimo. Misura la busta con la fotografia, poi prende un cartone, che taglia con un cutter. Ottiene due grandi riquadri, che chiude con del nastro adesivo. “Questo non contiene sostanze acide”, ci spiega. Poi domanda: “Incornicerà l’immagine?”. Noi rispondiamo: “Sì”, così riceviamo tante raccomandazioni. La fotografia non dovrà toccare il vetro e tutti i materiali di finissaggio andranno scelti con cura, perché non rilascino agenti dannosi per la stampa. Percepiamo tanta responsabilità, che diventa cura quando, con gesti misurati, ci viene consegnata la cartella appena costruita. C’è stato ripetuto più volte: “Restiamo aperti anche per passione, col desiderio di portare avanti questo lavoro”. Usciamo soddisfatti. Per le scale, crediamo di percepire ancora l’odore del fissaggio. Forse è solo un desiderio. Siamo convinti, però, di avere sottobraccio un’opera creata da mani antiche ed esperte. Il passo carraio è stretto. Fuori c’è la nuova

© foto di Francesco Cito

Milano. I passanti non si guardano e consultano avidamente il telefono tra le mani. La questione tra analogico e digitale non esiste più, se non per noi che vogliamo tenerla aperta. Al di là della tecnologia (che non demonizziamo), è il comportamento ad essere cambiato: il fruire stesso delle immagini. Va bene così, per carità; ma sappiamo che c’è attenzione per le mostre e anche un forte interesse per la fotografia d’autore. L’immagine “argentica” vive ancora

per il valore che conserva e le competenze che mette in atto, dallo scatto alla stampa. Francesco Cito possiede il negativo della nostra stampa. Se ci pensiamo bene, non è poco.

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