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Appunti di storia dell'urbanistica salernitana degli anni '70 L'evoluzione negata Giuseppe Carpentieri 19/01/2015

Appunti di un periodo urbanistico completamente sconosciuto, mai raccontato ai propri cittadini. Periodo emerso dalla lettura degli atti amministrativi degli anni '70, comportamenti, scelte e fatti indiscutibili che mostrano come e perché una determinata forma della città sia giunta alle soglie del nuovo millennio. L'attuale forma della città, come raccontano gli appunti che seguono, nacque all'inizio del Novecento; ciò che i salernitani non sanno che durante gli anni '70 nacque l'opportunità concreta di porre rimedio agli errori del passato, ma i partiti negarono questa opportunità.


Sommario Salerno, breve storia urbana ..............................................................................................................................3 Salerno, il conflitto culturale e politico ..............................................................................................................6 Salerno, l’evoluzione negata ..............................................................................................................................9

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Salerno, breve storia urbana 26 novembre 2014 Conoscendo la storia urbana della propria città è possibile comprendere i cambiamenti sociali ed economici dei nostri luoghi. Le città sono gli ambienti che determinano l’esistenza dei cittadini sotto tutti i punti di vista, ambientale, culturale, sociale, economico etc. La storia di Salerno è di grande interesse poiché svela retroscena poco raccontati ai cittadini, a volte nascosti affinché non si comprendano le origini dei disagi, e quindi non si riesca a capire la soluzione per migliorare la vita degli abitanti. Osservando la città attuale figlia dell’insieme di errori urbanistici succedutesi nel corso dei decenni, oggi ci rendiamo conto che per migliorare l’attuale società è necessario ridistribuire le risorse “sequestrate” da un gruppo di famiglie, che hanno vissuto, e vivono, per decenni attraverso le rendite senza contribuire minimamente allo sviluppo umano della comunità. Ciò che è accaduto a Salerno, è successo nella stragrande maggioranza delle città italiane. Cominciamo col ricordare che nell’Ottocento nacquero le idee utopiste che offrirono soluzioni e stimoli per progettare città migliori, sia per risolvere i problemi generati dall’industria, e sia per porre le basi della nascita del sistema sociale. In quei secoli molti avevano compreso che il problema è insito nel capitalismo e che la proprietà privata era, ed è, un’usurpazione contro il diritto delle comunità di migliorare le proprie condizioni di vita. Possiamo credere che ancora oggi, nel nuovo millennio, l’origine dei mali delle città risieda proprio nella divisione e nella mercificazione dei suoli sorta dopo la rivoluzione francese, e lo sviluppo della rendita fondiaria e immobiliare viene interpretata ed usata contro i ceti meno abbienti.

Piano Donzelli-Cavaccini, 1915 (modello Garden city)

Nel 1910 a Salerno, Enrico Moscati propose la soluzione del problema attraverso l’esproprio generalizzato dei suoli e l’uso del diritto di superficie. In questo modo l’Amministrazione poteva usare i suoli e la rendita fondiaria per progettare una città a misura d’uomo, così come immaginarono Donzelli-Cavaccini prima (Piano di espansione 1915) e Camillo Guerra dopo (Piano di espansione 1934); entrambi i piani non furono rispettati/realizzati ma si preferirono i piani di Calza Bini (1936), Scalpelli (1945) e Marconi (1958). I piani Donzelli-Cavaccini e Guerra sono figli delle idee utopiste e della scienza dell’urbanistica che privilegia la qualità urbana, la soluzione di problemi pratici, un corretto rapporto fra lo spazio pubblico e privato; mentre Calza Bini, Scalpelli e Marconi erano urbanisti che rientravano nelle grazie del partito fascista e proposero piani per Salerno che rispondevano ai bisogni del capitalismo (rendita) piuttosto che alle regole compositive della corretta pianificazione urbanistica.

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Piano Camillo Guerra, 1934

L’attuale città di Salerno, come la stragrande maggioranza delle città italiane, è figlia di questa malsana ideologia: l’avidità prodotta dalla rendita fondiaria e immobiliare che ha consentito durante gli anni della ricostruzione post bellica di generare un danno ambientale e sociale quasi inestimabile. I limiti delle città moderne producono ancora oggi danni sociali ed ambientali che sembrano quasi invalicabili, a meno che non si esca dal paradigma culturale che le ha costruite, ad esempio attraverso l’esproprio generalizzato e la definizione di beni e merci secondo i principi di bioeconomia, in questo modo la soluzione è vicina. La legge urbanistica nazionale 1150/42, la legge ponte 765/67 ed il decreto ministeriale 1444/68 rappresentano gli strumenti giuridici più rilevanti per la pianificazione urbanistica italiana; sintetizzando al massimo le leggi stabilirono un principio, un diritto, e cioè che per ogni abitante le città dovevano dotarsi di uno standard minimo necessario a creare condizioni di vita accettabili. Dal 1968 in poi le città dovevano costruire questi diritti minimi obbligatori, ma in buona parte dei comuni coinvolti dalle norme si presentavano complicazioni tecniche e pertanto non furono mai costruiti o costruiti in piccola parte; anzi le Amministrazioni locali interpretarono le norme, e lo fanno ancora oggi, secondo i capricci delle cosiddette rendite di posizione, e negli anni recenti secondo i capricci dei Sindaci, violando palesemente sia legge urbanistica nazionale e sia la Costituzione che indirizza i piani verso la tutela, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e ambientale. Nel 1972 Salerno, come molti altri comuni, cercò di progettare i diritti minimi e diede incarico ai progettisti salernitani (Cannella, Capobianco, Carpentieri, Centola, De Vero, Dell’Acqua, Fabiano, Francese, Giannattasio, Ilardi) di recuperare gli standard e individuare le zone omogenee (Del. n. 4406/bis del 31/07/1972). Nel 1974 lo studio preliminare evidenziò la carenza di servizi minimi e la relazione dell’elaborato intermedio del 1979 rappresentò con precisione che lo standard esistente era di 1,37 mq/ab (la vecchia legge regionale del 1977 prescriveva 30 mq/ab) e una densità di 987 ab/ha in zone del centro (la manualistica prescrive 300 ab/ha), e suggerì il riequilibrio dei servizi sia per l’area occidentale (centro) che per quella orientale (città moderna e periferia). Un altro aspetto interessante emerse con evidenza pubblica, e cioè il danno delle famigerate rendite di posizione poiché la pubblica amministrazione, pur di avere i servizi minimi, pagava, e tutt’oggi lo fa ancora, un affitto ai privati per possedere uffici presso sedi improprie, cioè edifici costruiti per civili abitazioni. Il Consiglio comunale con delibera n. 139 del 1/08/1978 ritenne di “estremo interesse” l’acquisizione di tutti gli elementi di valutazione relativi alla problematica sollevata. Nonostante la lentezza nel decidere la soluzione dei problemi cittadini, in un documento deliberativo di Giunta comunale del 17 marzo 1983 si discusse circa l’opportunità di superare il Piano Marconi ritenuto obsoleto e dannoso, e di pensare ad un nuovo “piano complessivo di ampia scala” necessario per “il rilancio della vita sociale e produttiva della città” poiché “non possono più essere consentiti interventi disorganici”, in quanto già nel passato “la città è stata consegnata nelle mani della speculazione che ne ha definito la crescita caotica sull’esclusivo interesse del singolo con la conseguenza di una vita sociale povera e densa di squilibri”. Da questi virgolettati i cittadini comprendono che gli amministratori conoscevano tutti i limiti del passato, e le opportunità per correggere gli errori del passato. Furono i progettisti salernitani a suggerire le soluzioni più idonee, ma il nuovo piano non fu mai realizzato, Giuseppe Carpentieri, Appunti di storia dell'urbanistica salernitana degli anni '70

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anzi le idee progettuali furono abbandonate. Salerno aveva l’opportunità di progettare una città migliore di quella esistente, ma l’Amministrazione quando capì che doveva deliberare una decisione opposta ai capricci del capitalismo e delle rendite generate da costruttori e dalle famiglie “influenti”, cambiò idea perseguendo proprio l’avidità di pochi. Questo accadde a Salerno a cavallo degli anni ’70 ed ’80, ed è ciò che avvenne in molti altri comuni più grandi; cioè buona parte dei piani che miravano ad un riequilibrio degli standard secondo regole compositive della corretta urbanistica furono boicottati e/o edulcorati dai partiti, solo qualche città riuscì a sfuggire all’avidità di pochi, tant’è che in tali centri gli abitanti possono godere di scelte lungimiranti e si ritrovano in ambienti urbani con aree verdi adeguate e servizi raggiungibili a piedi. Un’altra occasione persa fu il Master Plan del 1987. Nonostante l’abbandono dell’idea di realizzare una città con una morfologia urbana più razionale, i progettisti salernitani produssero un altro piano ispirandosi ai principi di Kevin Lynch e consegnarono l’idea progettuale di recupero dell’intera fascia cittadina lunga circa nove chilometri.

Master Plan recupero fascia costiera, Carpentieri, Buffo, Manzoni, Petti, Plachesi, Villani, Sessa, Carrozza, Talve, Di Giuda, Fortunato, 1987

Questo breve resoconto mostra sia la capacità e la creatività degli urbanisti nel disegnare città ideali, e sia la cialtroneria di politici irresponsabili che nel corso della storia hanno servito gli interessi particolari degli speculatori piuttosto che applicare la legge, la Costituzione, e pianificare la tutela del bene comune. Svelare la storia è un importante esercizio per conoscere il passato ed evitare errori nel presente e nel futuro; innanzitutto si apprende un aspetto importante: le capacità progettuali degli artigiani locali nel risolvere problemi e progettare un futuro sostenibile; ed in fine l’opportunità di creare nuove visioni progettuali lungimiranti ispirandosi alle esperienze virtuose. Una soluzione pratica sta nel fatto che i cittadini devono proporsi come committenti di piani rigenerativi attraverso cooperative, poiché in questo modo condizionano positivamente la pianificazione territoriale, ed in fine è necessario che il legislatore pensi a forme fiscali di detrazione sugli interventi di demolizione e ricostruzione che costituiscono l’incentivo a trasformare gli attuali piani urbanistici espansivi in piani di rigenerazione urbana.

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Salerno, il conflitto culturale e politico 27 novembre 2014 Come ho accennato nel racconto precedente la storia urbana della città consente di cogliere aspetti determinanti della vita di una comunità, nel bene e nel male. Gli anni recenti sono caratterizzati dall’assenza dell’urbanistica e la presenza ingombrante e intollerabile della più becera propaganda che si possa immaginare, gli ultimi vent’anni rappresentano il nichilismo istituzionale, il nulla sotto tutti i punti di vista: valoriale e culturale, e sono anni perfettamente compatibili con lo spirito del tempo: l’avidità del capitalismo. Com’è noto la scienza dell’urbanistica nasce con la pubblicazione di Teoria dell’urbanizzazione del 1854 di Ildefonso Cerdà, già in quegli anni gli utopisti (Charles Fourier,1829; Robert Owen) progettavano città ideali, e prima ancora persino Ferdinando IV sperimentava con San Leucio (1775) i primi insediamenti produttivi auto sufficienti e addirittura auto gestiti. Nel 1898 Ebenezer Howard pubblica Tomorrow, a peaceful path to real reform, poi ripubblicato col titolo Garden cities of tomorrow. E’ in questo il secolo che si gettano le basi culturali per le città sostenibili ispirandosi anche al Rinascimento italiano ed al modello della città compatta europea figlia degli impianti urbani greco-romani e medioevali. Ciò che accadrà in Italia sotto il profilo culturale è ben raccontato nella letteratura storica delle città, ha prevalso l’ideologia dello spreco e della speculazione insita nel capitalismo; prima il fascismo e poi il secondo dopo guerra hanno consentito la distruzione e la ricostruzione di luoghi urbani secondo l’ideologia del consumismo per assecondare i desideri del mantra: vendere, vendere, vendere. Le città moderne in cui viviamo non sono solo il frutto di un aggregato disordinato, irrazionale di edifici orrendi costruiti per rubare ricchezza ai ceti meno abbienti, ma sono l’espressione di uno spirito del tempo avverso agli esseri umani, ma congeniale alla religione della crescita infinita; tutto ciò secondo l’idea malsana che ogni attività imprenditoriale debba essere inserita nella macchina nichilista del capitalismo che ruba le risorse limitate del pianeta violando le leggi della natura ed i diritti universali dell’umanità ignorando il fatto che la vita di questo Pianeta è generata dal Sole e dalla fotosintesi clorofilliana. Quindi le città moderne non sono disegnate dall’urbanistica ma dal nichilismo del capitalismo, ovviamente troviamo anche città costruite dall’urbanistica ma sono, ahimé, una ristretta minoranza. Il racconto della storia urbana di Salerno ha evidenziato il fatto che nonostante sin dall’inizio del Novecento la città ebbe l’opportunità di essere costruita secondo le idee utopiste, il pensiero dominante riuscì a far realizzare una crescita irrazionale per generare vantaggi personali per gli speculatori, e questo conflitto culturale fra proposte di piani urbanistici e piani speculativi durò molti decenni sino alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, vero passaggio di svolta ove il modello amministrativo istituzionale dei Comuni mutò radicalmente attraverso una profonda riforma passando da un modello democratico rappresentativo di tipo proporzionale a un modello feudale, violando persino il principio di separazione dei poteri fra organo “legislativo” ed “esecutivo”. Oggi i Sindaci hanno una concentrazione di poteri tale da essere confrontabili al modello feudale medioevale. L’approvazione dei piani regolatori generali rimane al Consiglio comunale, ma spesso il comportamento dei consiglieri è il mero asservimento ai capricci del feudatario spogliandosi totalmente del loro ruolo istituzionale sia di controllori che di indirizzo politico dell’Amministrazione tradendo la Costituzione italiana e la legge urbanistica nazionale. Dagli anni ’90 in poi non esiste più il conflitto culturale, si spegne la creatività e la visione alternativa di società ed il nichilismo domina sul deserto e sulla città della speculazione, nasce il nichilismo istituzionale e cresce il potere dei mass medium che propagandano l’immagine della globalizzazione affidata alle multinazionali delle cosiddette archistar pronte a prendere i soldi della pubblica amministrazione e scappare. Il nichilismo diventa il dominus della globalizzazione finanziaria, il capitalismo diventa la rapina Giuseppe Carpentieri, Appunti di storia dell'urbanistica salernitana degli anni '70

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programmata attraverso il sistema delle società off-shore, dei paradisi fiscali e l’urbanistica totalmente edulcorata è la tecnica dei politici per programmare le rapine locali o più banalmente, come accadeva e accade, è lo strumento dell’impero per rappresentare l’immagine dello spirito del tempo. Se ai tempi del fascismo bisognava mostrare l’immagine del duce, ai tempi della globalizzazione bisogna propagandare l’immagine delle multinazionali, i loro loghi (il brand), e pertanto l’architettura anch’essa viene distrutta e sostituita dalle insegne colorate, mentre ai tempi di internet addirittura essa diventa virtuale, si smaterializza in google e nei video di youtube. C’è un “piccolo” dettaglio dimenticato da questo sistema di robot senza coscienza e senza cultura, e cioè che le città sono il disegno dell’umanità fatta di persone con sensazioni, emozioni, colori, passioni, socialità, speranze, sogni, mestieri, odori. Qual è il significato profondo della città moderna? Ci sono diverse interpretazioni, secondo Benevolo è la relazione che c’è fra l’architettura moderna e la civiltà industriale, e quindi l’architettura moderna si attua rispondendo ai desideri di tale cultura. Invece, per Tafuri e Dal Cò il significato profondo si trova nello smascherare i reali conflitti di classe, i rapporti di produzione che «si celano dietro le categorie unificanti dei termini arte, architettura, città»; e quindi capire «come il capitalismo abbia svuotato di senso il ruolo dell’architetto e la sua capacità di mediare in forme rassicuranti la dimensione alienante del lavoro della società industriale» (Pigafetta, 2003). La rappresentazione cronologica dei piani urbanistici della città di Salerno e le scelte politiche dell’Amministrazione confermano e svelano i rapporti fra capitalismo e architettura. Il capitalismo ha sempre preferito realizzare disegni di città che consentissero la massimizzazione dei profitti immediati a favore dei soggetti privati ignorando il valore dell’ambiente e della qualità della vita, ed è una storia che ancora oggi non ha trovato la sua fine, a meno che si conferma l’implosione teorizzata da Minsky a causa dell’insostenibilità del sistema capitalistico sostenuto dell’economia del debito (Minsky, 2009), e che questo ci consenta di uscire dal capitalismo stesso per approdare ad un sistema di pura economia reale partendo dalla bioeconomia (Georgescu-Roegen, 2003). Il quadro che viene fuori dall’analisi è sicuramente condizionato dalla forza del capitale, ma è un quadro che negli ultimi vent’anni ha costruito un’immagine contrastante, contraddittoria, fatta di eccessi, sprechi, illusioni e dove le istanze dal basso dei cittadini trasformate dagli architetti artigiani in soluzioni concrete utili alla città sono schiacciate dall’architettura mass mediatica generatrice di rendita speculativa. Ecco cosa è accaduto a Salerno fra gli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, semplicemente che urbanistica ed architettura espressione di una visione della società sono scomparse poiché i protagonisti degli anni ’70 ed ’80 sono stati sostituiti dal nichilismo delle multinazionali del progetto che nulla hanno a che fare col territorio e con i problemi reali e concreti dei cittadini, i quali in buona parte apatici e perfettamente inseriti nel nichilismo imperante hanno consento il congelamento della creatività consegnando le chiavi della città al nulla. Ovviamente il nulla ha generato la fuga degli abitanti dalla città realizzando un danno molto maggiore di quello causato da un abuso edilizio, e cioè la fuga dei giovani e l’emigrazione, che sono il preludio alla morte di una comunità, poiché senza un rinnovo generazionale le comunità si spengono lentamente nel silenzio, anzi nel nulla. Dal 1981 al 2011 Salerno perde il 18,4% dei residenti. Il fenomeno delle città in contrazione riguarda ben 26 città italiane ed è la degenerazione del capitalismo e della speculazione sostenuta dalla rendita fondiaria ed immobiliare col contributo dell’inerzia di politici incapaci. Il fenomeno viene ignorato dalle amministrazioni locali che non adottano politiche di contrasto alla dispersione urbana e non sostengono i ceti meno abbienti, costretti a lasciare le proprie città poiché l’avidità delle rendite di posizione esige prezzi sempre più alti non compatibili col potere d’acquisto degli stipendi salariati. Il fenomeno della contrazione si prefigura in Italia a partire dagli anni ’70 (fine della città industriale e deurbanizzazione), e l’aspetto drammatico è che addirittura a Salerno la dispersione urbana (sprawl) viene persino suggerita dalla Giunta comunale in una delibera del 1983 concludendo che sarebbe stato meglio diramare “all’esterno verso le altre aree territoriali” servizi come l’Università, il centro annonario, il centro direzionale, l’interporto, il centro commerciale etc. Tutto ciò nonostante l’Amministrazione sapesse che il problema era determinato proprio da una cattiva costruzione della città, e che la soluzione era proprio Giuseppe Carpentieri, Appunti di storia dell'urbanistica salernitana degli anni '70

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riprogettare la città moderna dall’interno, riequilibrando le densità e introducendo i servizi che mancavano, ma nella sostanza l’Amministrazione stava pensando di urbanizzare l’intero territorio. Nel frattempo si arriva alla fine degli anni ’80 e la prima Giunta di Sinistra sconfigge la DC e riesce a realizzare un’interessante rivitalizzazione del centro cittadino con la pedonalizzazione del Corso Vittorio Emanuele e la riqualificazione del lungomare con nuovi arredi urbani, negli anni ’90 il Comune riesce a partecipare ai PIC Urban (1994) per riqualificare alcune parti del centro storico, ma ormai siamo alla fine degli interventi pubblici poiché il legislatore abdica il potere di controllare la moneta, e pertanto i piani rispecchiano soprattutto gli interessi dei privati e non più il bene comune. La cosiddetta perequazione che caratterizza i piani di terza generazione non risolverà le complicazioni del capitalismo, anzi a Salerno la perequazione non progetterà la carenza di servizi registrata nella “relazione intermedia” del 1979, ma grazie all’apatia generale i piani non riguarderanno più un’idea di città nella sua interezza, ma saranno l’insieme di singoli interventi puntuali totalmente slegati dal difficile contesto urbano, e ignari della contrazione della città in corso d’opera, addirittura il PUC proporrà sia uno sviluppo previsionale del fabbisogno abitativo su dati sbagliati e fuorvianti, e poi assegnerà in maniera impropria aree a standard verde pubblico esistente diverse piazze e strade a traffico limitato, così di fatto approvando un documento completamente edulcorato e manipolato, ed alimentando interventi di palese speculazione edilizia e privando i cittadini dei diritti minimi (DM 1444/68), e consentendo di liberare aree che potevano essere destinate proprio a verde pubblico. «Risolvendo il mondo nel mondo del denaro, l’economia spoglia la nozione di società e la nozione di individuo di ogni valenza qualitativa e, visualizzando l’una e l’altro da un punto di vista puramente quantitativo, riduce la società a mercato, e l’individuo a sintesi dei suoi interessi materiali. Nel mercato sono gli interessi a porre in relazione gli individui, i quali interagiscono non in quanto individui con le loro specifica e peculiarità, ma in quanto titolari di interessi, in quanto personificazioni» (Galimberti, 2009). Da qui la nota contraddizione del capitalismo liberale che fa sparire la libertà degli individui per far emergere gli interessi del capitale. Nelle città questo interesse è ampiamente presente con le architetture simbolo del “nuovo” potere, architetture auto referenziali, con forme e simboli della globalizzazione che hanno omologato tutto e tutti. Sono i simboli dell’ideologia che toglie opportunità e creatività alla comunità locale; Winckelmann direbbe che certe opere non essendo espressione dell’anima non potrebbero mai essere belle, ed una in particolare, il Crescent, potrebbe essere giustamente etichettata come opera kitsch, cioè di cattivo gusto. Jürgen Joedicke direbbe del Crescent che «presuntuosamente rievoca le forme architettoniche di epoche passate dissimulando la propria incertezza». Un’inversione di tendenza è possibile solo uscendo dal nichilismo. Ci troviamo in un passaggio d’epoca (la fine dell’epoca industriale) che ci consente di studiare i fatti, la storia e riflettere sugli errori del passato. Uscendo dai paradigmi culturali obsoleti possiamo progettare la comunità ed affrontare e risolvere i problemi della città. Basti pensare alle esperienze positive recenti (spazi pubblici del Corso Vittorio Emanuele, il lungomare, Piazza Portanova, il PIC Urban, e gli arredi di via Achille Napoli [Quartieri Italia ed Europa]) ed ai modelli gestionali e partecipativi di molte altre realtà sparse in Europa e nel mondo. Bisogna uscire dalla logica secondo piani e progetti devono essere realizzati secondo l’utile netto generato dalle quantità vendute di superfici lorde poiché spesso si tratta di un’offerta di merce che il mercato non desidera, e pertanto è necessario consentire la detrazione fiscale di demolizioni e ricostruzioni che consentono di creare nuovi spazi pubblici e nuovi servizi minimi obbligatori previsti delle leggi e richiesti dai cittadini. Questo andava fatto a Salerno fra gli ’70 ed ’80 quando si scopri dalla relazione del 1979 che la pubblica amministrazione stava sprecando risorse pubbliche, ed oggi lo fa ancora, poiché preferiva indirizzarle alle remunerazione delle rendite di posizione.

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Salerno, l’evoluzione negata 29 novembre 2014 Leggere i documenti culturali e tecnici dell’urbanistica salernitana degli anni ’70 insegna molte verità “nascoste”. Innanzitutto trasmette un valore culturale di cui non c’è più traccia nei dibattiti pubblici: immaginare, progettare, proporre e discutere; è sufficiente trascrivere alcuni passi della relazione preliminare del 1974 per cogliere l’opportunità del cambiamento sociale negato ai cittadini ed alla mia generazione che poteva goderne gli effetti virtuosi, «la gestione del territorio va attuata attraverso l’adozione di metodologie aperte, volte alla formulazione di piani processo o piani programma in cui, individuato l’obiettivo fondamentale della realizzazione di un ambiente a misura d’uomo, si definiscono gli obiettivi politico sociali a breve e medio termine in funzione delle concrete risorse economiche utilizzabili. L’adozione di piani processo di per sé non nega l’uso degli strumenti urbanistici vigenti, ma li indirizza, li coordina, li modifica contemporaneamente, adeguandoli volta per volta alla variabilità della realtà sociale. La definizione delle finalità della pianificazione aperta si persegue attraverso il dibattito tra i politici ed i cittadini, attraverso la creazione di istanze democratiche di espressione delle esigenze della collettività (decentramento amministrativo)». Questi passaggi chiariscono la strategia ed il percorso innovativo scritto dai progettisti salernitani e proposto all’Amministrazione locale, e si comprende bene, col senno di poi, perché i partiti abbiano negato questa strada, che di fatto era la richiesta di avviare la pianificazione partecipata a Salerno progettando secondo i bisogni della cittadinanza. Il contributo dei tecnici salernitani fu quello di consegnare elaborati che fotografavano una realtà cittadina complicata, ma con le soluzioni che avrebbero realizzato una «città a misura d’uomo» pronta da essere realizzata. Come premessa si suggerì «prima di iniziare nuove costose opere che impegnano direttamente l’avvenire di Salerno, una pausa di ripensamento e di approfondire studi a tutti i livelli (anche a mezzo di tavole rotonde e conferenze sul traffico) per cercare di risolvere il problema viario della città in maniera globale e con prospettive di ampio respiro in modo da trovare soluzioni definitive ottimali e non solo contingenti e artificiose. L’ipotesi di riequilibrio al livello urbano si specifica con la realizzazione di un corretto rapporto tra la città di Salerno ed il suo retroterra». Lo studio suggeriva di riflettere se fosse corretto espandere o meno la città, ma prima di tutto decongestionare la città stessa ed «abbassare gli indici di fabbricabilità delle zone non ancora edificate» per avere un rapporto migliore fra abitanti insediati e attrezzature di servizio. I dettagli estratti dai documenti di quegli anni fotografano il periodo creativo più vicino alla nostra società determinata dagli eventi della seconda guerra mondiale. Già ad inizio secolo vi erano state altre opportunità gettate al vento, ma sono collocate troppo indietro nel tempo per valutarne tecnicamente l’efficacia, certo il Piano Donzelli-Cavaccini del 1915 ha un fascino particolare poiché progetta una lungo Irno bellissima, simile ad un lungo Senna, mentre il piano Guerra del 1934 ci avrebbe lasciato una zona orientale simile al centro berlinese o di Amesterdam, tornando al nostro presente leggendo gli atti degli anni ’70 ed ’80 chiariscono le motivazioni conflittuali e le posizioni contrastanti. E’ il 30 luglio 1971 il Comune di Salerno stabilisce di individuare degli incarichi per i piani particolareggiati di esecuzione, poi con la delibera n. 203 del 29/09/1972 (Sindaco Russo) c’è l’affidamento ai progettisti salernitani i quali producono studi, indagini e individuano la strategia per il recupero degli standard e l’individuazione delle zone omogenee. E’ l’anno 1978 (Sindaco Ravera) con delibere n.139 e n.140, lette le analisi consegnate, che si decide di adeguare il vecchio PRG Marconi (Sindaco Menna) ritenuto dannoso ed obsoleto; poi si arriva al 1980 (Sindaco D’Aniello) per deliberare la nascita dell’ufficio di Piano, ed in fine nel 1983 (Sindaco Clarizia) ove il Comune cambia rotta. In questi passaggi emerge tutta l’incapacità e la cattiva fede dei politici che volutamente non decidevano e prendevano tempo per consentire alle lobbies delle costruzioni, i proprietari di terreni di edificare nel peggiore dei modi e produrre altre rendite, mentre i tecnici Giuseppe Carpentieri, Appunti di storia dell'urbanistica salernitana degli anni '70

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nei loro rapporti avevano segnalato che l’inerzia politica consentiva l’edificazione prevista da un piano regolatore inadeguato e dannoso, e che il procrastinare nel tempo della corretta decisione aumentava il danno ambientale e sociale della città; mentre i tecnici progettavano soluzioni è accaduto che i politici consapevoli di ciò consentivano al capitalismo liberale di distruggere il bene comune recando danno alle future generazioni, cioè la nostra. L’impianto culturale di quei progetti e di quegli studi furono le fondazioni per la prima Giunta di Sinistra a Salerno, demolita dai poteri forti prima, e dal nichilismo dopo.

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