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E - IL MENSILE. GIÀ PEACEREPORTER • ANNO V - N°5 - MAGGIO 2011 • EURO 4,00 • PUBBLICAZIONE MENSILE • POSTE ITALIANE S.P.A.- SPEDIZIONE IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N°46) ART. 1, COMMA 1, LO/MI

hanno scritto:Alessandro Alviani•Gabriele Battaglia Carlo Boccadoro.Luca Carra.Raethia Corsini.Erri De Luca Bruno Giorgini.Jenner Meletti.Angelo Miotto.Marina Morpurgo Simone Pieranni.Massimo Rebotti.Stefano Squarcina.Gino Strada hanno fotografato e illustrato: Francesco Acerbis Paolo Castaldi.Francesco Cito.Massimo Di Nonno.Elfo Maurizio Galimberti.Guido Guarnieri.Nicolas Henry.Justin Jin Samuele Pellecchia.Boris Sajtinac.Shout.Michael Sowa

E-IL MENSILE MAGGIO 2011 • EURO 4,00

dossier

NUCLEARE Cina•Memoria•Mediterraneo PacoIgnacioTaiboII un racconto inedito di AndreaCamilleri

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restiamo umani Che cosa leggerete in questo numero? Chissà perché su quasi tutti i giornali l’editoriale è una specie di indice, spesso senza nemmeno i numeri di pagina. Scrivo invece perché leggerete queste cose in questo numero. Perché un reportage sul lavoro in Cina? Perché la Cina è vicina. Vabbè, direbbe Mura, inteso come il direttore. Perché la Cina è un diverso modello nel medesimo filone di “sviluppo”. Produzione e consumo e danaro anche lì, nella Repubblica popolare, sono i totem. Ma il Celeste Impero si distingue dall’impero occidentale perché non usa la guerra nelle sue conquiste di nuovi territori. Usa il danaro, usa la fornitura di infrastrutture. E così facendo peraltro apre dei mercati che invece l’economia occidentale uccide a suon di bombe e di interventi militari diretti e indiretti. Ma questa scelta ha comunque un costo in termine di vite umane. Vedi Tiananmen, vedi le rivolte duramente represse. E ha un costo enorme in termini di diritti dei lavoratori, Nonna Fifì, 97 anni, di Acerra dei cittadini. Un altro tassello alla nostra convinzione che proprio questo modo di consumare e produrre e di venerare il danaro faccia parte dei mali del mondo contemporaneo. Leggerete un intervento di Giulio Giorello che probabilmente vi stupirà perché è tutt’altro che pacifista. Ma proprio perché vorremmo prima o poi trovare una via diversa a quella dello scontro (armato e non) pensiamo che non si possa evitare il confronto e il dialogo, se proposto da chi – a differenza di quelli che in guerra ci trascinano – ha una testa per pensare e non per posarci il cappello. Abbiamo un dossier sul nucleare. Poiché le argomentazioni dei nuclearisti (sempre quelli con testa e non cappelliera) sono serie, noi ne proponiamo di altrettanto serie per abbandonare, per sempre e non per tattica politica, il nucleare. Pubblichiamo un meraviglioso portfolio sull’eredità e sulla memoria. Il cui testo è – ed era difficile – decisamente all’altezza delle fotografie. Il testo è di Erri De Luca e quindi non poteva che andare così. Mancano poche righe e non possiamo fare a meno di dire a tanti un grazie per nulla retorico. Grazie, dunque, a chi ci ha creduto. E grazie di più a chi non ci ha creduto, ma poi invece si è ricreduto. Grazie a tutti quelli che ci hanno dato una mano a pensare questa avventura, che all’inizio era utopia. E poi a quelli che ci hanno dato una mano a vederla disegnata su dei fogli bianchi. A vedere che quei fogli si riempivano di parole e di fotografie. A quelli che ci hanno aiutato a promuovere il primo numero. Un grazie va a Gino, che ha fatto le vacanze percorrendo con me e con Gianni circa diecimila chilometri per fare incontrare E a decine di migliaia di persone. E grazie ai tanti che hanno scritto, disegnato, fotografato per noi. E un grazie a voi che leggete. E che, finora, ci avete fatto molti complimenti. Cercheremo di fare ancora meglio, comunque.

Maso Notarianni

Luciana Passaro

La notizia del sequestro e dell’uccisione di Vittorio Arrigoni è arrivata nelle ore di chiusura di questo numero. Su PeaceReporter Vittorio raccontava Gaza. Nelle pagine del Cessate il fuoco pubblichiamo un suo scritto. Lo salutiamo così come usava chiudere le sue corrispondenze: restiamo umani.


in questo numero 5 le storie

Per fortuna ci sono gli zingari di Stella Spinelli

Arrampicatori sociali di Marina Morpurgo foto di Luca Biagini

Amarsi nella taiga di Gabriele Battaglia

Il maestro di pugilato di Christian Elia

La scelta di Sam di Tommaso Cinquemani

12 il reportage

I ribelli dell’Impero di mezzo Hanno studiato, sono andati a lavorare nelle Zone economiche speciali cinesi. E oggi, talvolta con esiti violenti, protestano in fabbrica e sui blog, perché vogliono una vita e un lavoro migliori

51 il dossier

Nucleare, non fidatevi Dopo Fukushima, il governo ha deciso di annullare il programma nucleare italiano. Qui si racconta perché non bisogna fidarsi di questa scelta, cosa accade in Giappone e come la Germania abbia puntato invece sulle energie rinnovabili. Con un viaggio – sorprendente – nella memoria recente delle centrali italiane tra Caorso e Trino Vercellese e le voci del fisico Mario Agostinelli e dello scrittore antinuclearista giapponese Takashi Hirose Un’energia troppo perfetta di Luca Carra

Da Caorso a Trino senza ritorno di Jenner Meletti

Il trucco di Massimo Rebotti

Un errore atomico

di Simone Pieranni foto di Justin Jin

di Gabriele Battaglia

28 l’incontro

Forzo il ritmo della vita Un incontro con Paco Ignacio Taibo II, una vita e una scrittura “resistente”. L’infanzia, il suo ultimo libro, i progetti aperti e la politica

di Alessandro Alviani foto di Francesco Acerbis, Philippe Lopparelli, Francesco Cito Ermes Beltrami, Kim Kyung Hoon, Massimo Di Nonno, Ho New, Alessandro Alviani e Paul Langrock

di Angelo Miotto foto di Maurizio Galimberti

72 il portfolio

34 in viaggio

Tutti a piedi Eppur si può fare. Ovvero passeggiare in una città come Los Angeles che sembra fatta solo per le automobili. E finire in spiaggia a far scorrere la sabbia fra le dita di Raethia Corsini foto di Guillaume Zuili

40 il fumetto

Etenesh Lei ha fatto il viaggio. Partenza da Addis Abeba, arrivo a Lampedusa, come i tanti dell’ondata migratoria di questi mesi. In mezzo due anni di vita, il deserto, il carcere in Libia scritto e disegnato da Paolo Castaldi

Germania felix

Tutto questo sarà tuo Un fotografo chiede ai nonni di molti Paesi cosa vorranno lasciare ai propri nipoti e con i loro oggetti crea delle capanne, delle piccole case della memoria. Uno scrittore racconta l’eredità che è toccata a tanti nati nel “secolo breve”: raccogliere da terra una bandiera, stare dentro una rivolta di Erri De Luca foto di Nicolas Henry

92 il reportage

A reti vuote Il mare e la città: equipaggi italotunisini dividono le fatiche e le ansie dell’imbarco, della crisi della pesca e del salvataggio dei migranti ma, una volta sbarcati, conducono vite parallele dentro e fuori la casbah di Mazara del Vallo di Claudio Jampaglia foto di Samuele Pellecchia

110 il racconto

I fantasmi - seconda puntata Dove si narra dell’arrivo di tre giornalisti “forestieri”, dello spaventoso incontro di uno di loro con lo spettro sbagliato e della crisi politica che agita Vigata un inedito di Andrea Camilleri illustrato da Shout

118 domani

Rete di Arturo Di Corinto Teatro di Simona Spaventa Cinema di Barbara Sorrentini Documentario di Matteo Scanni Design di Claudia Barana Arte di Vito Calabretta Libri di Alessandra Bonetti Architettura di Raul Pantaleo Musica di Carlo Boccadoro La giusta causa di Massimo Rebotti

125 le pagine

di Emergency

le rubriche 26 Spiriti liberi di Giulio Giorello 38 Lessi di Neri Marcorè 48 Televasioni di Flavio Soriga 70 Mad in Italy di Gianni Mura 90 Pìpol di Gino&Michele 91 Decoder di Violetta Bellocchio 106 Polis di Enrico Bertolino 108 Un fisico bestiale di Bruno Giorgini

116 116 117

.eu di Stefano Squarcina Buen vivir di Alfredo Somoza Parola mia di PatriziaValduga

124 La posta del cuore di Claudio Bisio

128 Per inciso di Gino Strada

il nostro osservatorio 46 68

Buone nuove L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro 88 Casa dolce casa 104 Cessate il fuoco

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in copertina foto di Justin Jin


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con noi E - IL MENSILE

Erri De Luca

MAGGIO 2011

www.e-ilmensile.it Direttore responsabile Gianni Mura Condirettore Maso Notarianni Art director Federico Mininni Caporedattori Angelo Miotto ◆ Assunta Sarlo Redattori Gabriele Battaglia ◆ Christian Elia ◆ Luca Galassi

Alessandro Grandi ◆ Antonio Marafioti ◆ Enrico Piovesana Massimo Rebotti ◆ Valentina Redaelli ◆ Nicola Sessa Stella Spinelli ◆ Alberto Tundo Photoeditor Marta Posani ◆ Germana Lavagna Segreteria di redazione Silvina Grippaldi ◆ Elena Recalcati Amministrazione Annalisa Braga

Violetta Bellocchio È l’autrice di Sono io che me ne vado (Mondadori Strade Blu, 2009). Ha scritto diversi racconti, gli ultimi usciti su Rolling Stone e Alice Baum. Collabora a Link e Studio. Per noi cura la rubrica Decoder.

Scrittore, nato a Napoli nel 1950. Diciottenne, vive la stagione del ‘68. Poi sceglie di esercitare diversi mestieri manuali: camionista, operaio, muratore. Studia da autodidatta l’ebraico e traduce alcuni libri della Bibbia. Ha scritto per noi La nostra eredità.

Angelo Miotto

Classe 1969. Quindici anni di Radio Popolare, prima di approdare come caporedattore a PeaceReporter. Premio Baldoni, Bizzarri e Anello debole con documentari sulla questione basca e sugli effetti dell’uranio impoverito. Fondatore dell’ensemble di musica contemporanea Sentieri selvaggi. Autore del libretto d’opera Non guardare al domani su Aldo Moro. Ha intervistato Paco Ignacio Taibo II.

Hanno collaborato

Francesco Acerbis ◆ Alessandro Alviani ◆ Gianni Attalmi ◆ Claudia Barana ◆ Violetta Bellocchio ◆ Ermes Beltrami ◆ Enrico Bertolino ◆ Luca Biagini ◆ Claudio Bisio ◆ Carlo Boccadoro ◆ Alessandra Bonetti Silvia Boschiero ◆ Vito Calabretta ◆ Andrea Camilleri ◆ Luca Carra Casa delle donne per non subire violenza Bologna ◆ Paolo Castaldi Tommaso Cinquemani ◆ Francesco Cito ◆ Raethia Corsini Erri De Luca ◆ Matteo De Mayda ◆ Arturo Di Corinto Massimo Di Nonno ◆ Elfo ◆ Giorgio Fratini ◆ Maurizio Galimberti Gino&Michele ◆ Bruno Giorgini ◆ Giulio Giorello ◆ Rodrigo Gomez Rovira ◆ Guido Guarnieri ◆ Nicolas Henry ◆ Claudio Jampaglia Justin Jin ◆ Kim Kyung Hoon ◆ Paul Langrock ◆ Philippe Lopparelli Giuseppe Mancino ◆ Neri Marcorè ◆ Jenner Meletti ◆ Francesco Mezzapelle Antonio Molinari ◆ Marina Morpurgo ◆ Ho New ◆ Raul Pantaleo Samuele Pellecchia ◆ Simone Pieranni ◆ Emmanuel Pierrot rassegna.it ◆ Marc Riboud ◆ Ivo Saglietti ◆ Borislav Sajtinac Matteo Scanni ◆ Atsushi Shizumi ◆ Shout ◆ Alfredo Somoza Flavio Soriga ◆ Michael Sowa ◆ Barbara Sorrentini ◆ Simona Spaventa Stefano Squarcina ◆ Cecilia Strada ◆ Gino Strada Gerda Taro ◆ Marina Taibo ◆ Naoki Tomasini ◆ Luca Tronci Patrizia Valduga ◆ Guillaume Zuili Agenzie fotografiche e editori

Agence Vu ◆ Archivi Alinari ◆ BeccoGiallo ◆ Blob Creative Group BuenaVista ◆ Contrasto ◆ Emblema ◆ Gallery Stock ◆ Getty Images Laif ◆ Luz Photo ◆ Magnum Photos ◆ Panos Pictures ◆ Prospekt Reuters ◆ Tendence Flou ◆Zeitenspiegel

Claudio Bisio

Justin Jin

Lavora da oltre dieci anni per le più importanti testate internazionali come fotogiornalista. Negli ultimi anni ha fatto base a Mosca, realizzando reportage in diversi Paesi. Ha esposto i suoi lavori in gallerie d’arte e musei; una parte è nella collezione del Rijksmuseum di Amsterdam. È nato a Hong Kong nel 1974. In questo numero ha ritratto operai cinesi al lavoro.

Questo giornale è stampato su carta certificata PEFC

www.peacereporter.net

www.emergency.it

Jenner Meletti

È nato a Fossoli di Carpi nel 1948. Nel 1973 è entrato nella redazione dell’Unità. Inviato dal 1983. Dal 1999 è a Repubblica. Gli piace raccontare le “piccole” storie perché non ci sono storie piccole. Per noi ha viaggiato e scritto Da Caorso a Trino senza ritorno.

E - IL MENSILE già PeaceReporter Redazione e amministrazione via Vida, 11 - 20127 Milano - Tel 02 801534 - Fax 02 26809458 segreteria@e-ilmensile.it Edito da Dieci dicembre Scarl via Vida, 11 - 20127 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Concessionaria pubblicità Poster pubblicità & p.r. Srl Sede legale e Direzione commerciale: via A. Bargoni, 8 - 00153 Roma Sede commerciale: viale Gran Sasso, 2 - 20131 Milano Tel 06 68896911 - Fax 06 58179764 - poster@poster-pr.it Stampa Nuovo Istituto Italiano Arti Grafiche Spa via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Distribuzione M-dis Distribuzione Media Spa via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano - Tel 02 25821 - Fax 02 25825306 Servizio abbonamenti e arretrati Picomax Srl viale Sondrio, 7 - 20124 Milano Tel 02 77428040 - Fax 02 76340836

È attore di teatro e cinema, ha 54 anni. In televisione ha partecipato a Mai dire gol e Le Iene; dal 2000 è l’anima di Zelig. Per noi risponde alla Posta del cuore.

Nicolas Henry

Fotografo, ha 33 anni. Si è diplomato alle Belle arti di Parigi e all’Ecole nationale supérieure d’art di Cergy. Ha studiato Cinematografia all’Emily Carr Institute of Art and Design di Vancouver. Vive tra Parigi e Marsiglia, ma il suo lavoro lo ha portato in una trentina di Paesi, dove ha ritratto i nonni circondati da ciò che vogliono lasciare ai nipoti.

Maurizio Galimberti Nasce a Como nel 1956. Nel 1983 comincia la sua passione-ossessione per la Polaroid. È visiting professor alla Domus Academy e all’Istituto italiano di fotografia di Milano. Le sue opere fanno parte delle più importanti collezioni. Ha firmato il ritratto di Paco Ignacio Taibo II.

Simone Pieranni

Raethia Corsini

Nata a Milano nel 1961, vive a Roma. Freelance da 25 anni, si occupa di viaggi e realizza soggetti e sceneggiature per video documentari. È in libreria il suo secondo libro: Spiriti Bollenti, ritratti semiseri di 21 chef stellari (Guido Tommasi Editore). Per questo numero ha scritto Tutti a piedi.

Genovese, 37 anni, vive in Cina dal 2007. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Wired e Micromega. È fondatore di China-Files (www.china-files.com), agenzia editoriale che realizza reportage e news sulla Cina in italiano, spagnolo e francese. Nel tempo libero allena bambini cinesi (e giapponesi) in una scuola calcio di Pechino. Ha scritto I ribelli dell’impero di mezzo.


storia 6 - Teresa Costantino

Per fortuna ci sono gli zingari storia raccolta da

Stella Spinelli foto

Gianni Attalmi

Teresa Costantino ha 50 anni, compiuti il 6 marzo scorso. Unica figlia femmina, è l’ultima di sei fratelli. Nata a Bocchigliero, Cosenza, è arrivata a Prato a 13 anni. A 21 è diventata madre. Nel 2001 si è trasferita a Pistoia ma, dopo anni molto difficili e diversi lutti familiari, ha perso casa e lavoro. Per lo Stato italiano è una “senza fissa dimora”.

Avevo deciso di farla finita in gennaio. Non ce la facevo più. Troppe disgrazie per una persona sola. Peggio: rimasta sola. Mio padre è morto cinque anni fa in un incidente sull’autostrada. Il fratello che adoravo è stato ucciso da un ubriaco nel dicembre 2009. Sempre nel 2009 una malattia ha stroncato il mio compagno. Mio figlio, 29 anni, ha sposato una ragazza siciliana e vive in Sicilia. Dei miei guai recenti non sa nulla, glieli ho tenuti nascosti. Ho dovuto lasciare la casa in affitto, a Pistoia. Ho fatto lavori in nero e sottopagati: baby-sitter, donna delle pulizie, badante. Tre amiche, a turno, mi hanno ospitata. Poi ho fatto le valigie, diretta verso quello che sembrava un lavoro duraturo. Badante per un anziano di 82 anni. È durato poche settimane. Lui pretendeva servizi extra, immaginate quali. Così ho rifatto le valigie, ma senza rete di protezione. Mi sono ritrovata nella mia città, Prato, con 50 euro in tasca. «Stanotte dormo in albergo e domani è un altro giorno», ho pensato. Non ero ancora crollata. Sono crollata dopo una notte passata sul pavimento, alla stazione. E ho deciso di farla finita. Ho preso un fiore dalla tomba di mio padre. Una sua foto e una di mio fratello. Ho scritto una lettera a Marcella, la mia migliore amica chiedendole di stare vicina a mio figlio. E ho messo tutto nel reggiseno, sicura che lì l���avrebbero trovato. Poi ho salito la collinetta, facile scavalcare il guard rail e ritrovarsi in autostrada. Mi sono seduta a fumare. Dicono che in momenti così si riviva tutta una vita. È vero. Mi sono rivista tredicenne, ultima di

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sei fratelli, passare dalla provincia di Cosenza a Prato. Mi sono rivista felice. E parte di me pensava: «Meglio buttarsi sotto un camion o sotto una macchina?». «Cosa ci fai qui?», mi ha chiesto una voce femminile. Mi sono voltata: era Lilli, una donna rom di mezza età, robusta. Due giorni prima mi aveva offerto un caffè e mi aveva chiesto che cos’avessi. Avevo risposto in modo evasivo ma senza riuscire a ingannare il suo sesto senso. Era in auto col marito, erano usciti a Prato ovest e anche lei aveva salito la collinetta. «Non fare sciocchezze». Pochi minuti dopo ero avvolta nelle coperte, nella roulotte di Lilli. E ci sono rimasta, tra quella gente che non giudica e non chiede spiegazioni. Ho ritrovato la voglia di vivere, tra una doccia fredda e abiti lavati a mano in fonti di fortuna. Prima tappa, l’ufficio anagrafe. Io sono una “senza fissa dimora” e per lo Stato italiano non esisto. Da quando mi hanno sfrattato non ho una residenza e dunque non ho diritti civili. Non posso votare, né ricevere assistenza sociale. Quella sanitaria è addirittura un miraggio. Sono una Signora Nessuno. Con una residenza, tornerei Qualcuno. Ma come faccio, se non ho lavoro? E senza documenti, chi me lo dà un lavoro? Solo l’amministrazione cittadina potrebbe spezzare questa spirale e concedermi una residenza fittizia in via della Casa comunale, 1. È uno stratagemma pensato proprio per salvare chi vive nell’oblio sociale. Ma pare che la lista d’attesa sia molto lunga e così continuo a vivere nel campo rom. Il loro è un tirare a campare, tra espedienti e solidarietà. Chi è nella comunità sa che tutto è di tutti ma ognuno deve fare la sua parte. Meno male che ci sono gli zingari: io posso dirlo. Sarò sempre grata a questa gente ma presto me ne andrò perché rivoglio la mia vita. Non smetterò di bussare al vetro dell’impiegata dell’anagrafe, alla porta dell’assistente sociale e al portone dell’assessore comunale. Vorrei solo guardarmi nello specchio del bagno, in casa mia, e sorridere dicendo: «Mi chiamo Teresa Costantino, ho 50 anni e non sono più un fantasma».

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storia 7 - Luca Biagini

storia raccolta da

Marina Morpurgo foto

Arrampicatori sociali

Luca Biagini

Sono cresciuto in periferia a Milano, alla Comasina. Un quartiere molto difficile dove, alla fine degli anni Settanta, c’erano molti giri di malavita. Dei miei compagni di classe di allora, la metà circa ha fatto una brutta fine: chi è morto di overdose, chi di Aids, alcuni ancora oggi entrano ed escono dalla galera. Per questo quando ho letto il sito di Marc Batard sono rimasto folgorato. Non so se avete presente la sensazione: avete un pensiero dentro di voi, una cosa che sapete benissimo, ma che sta nascosta in un angolo finché non leggete una poesia, un romanzo e vi vien voglia di gridare: «Ma sì, certo! Ecco! Lo sapevo!». Marc Batard è francese ed è stato un alpinista fortissimo. Ha aperto un sacco di nuove vie e ha stabilito un record di velocità sull’Everest prima di decidere che quelle prestazioni di alto livello lo stavano rendendo schiavo e che, pertanto, era giunto il momento di ritirarsi dall’alpinismo per dedicarsi alla pittura. È un tipo con una personalità eccezionale, tanto che in un ambiente un po’ macho come quello del grande alpinismo ha avuto il coraggio di fare coming out, dichiarando la sua omosessualità. Marc Batard ha avuto un’infanzia terribile, e per lui la montagna è stata il mondo magico che lo ha salvato. Per questo nel 1995 ha fondato l’associazione “En passant par la Montagne”. Sul suo sito c’è scritto: “L’associazione ha come obiettivo quello di permettere alla gente, in particolare ai giovani che vivono una situazione difficile, di esclusione sociale, di insuccesso scolastico, di malattia o di handicap, di trovare, grazie alla montagna, una motivazione per superare le loro difficoltà”. Mi sono entusiasmato, ho cominciato a tradurre per conto mio, dal francese, il sito di Batard. Anche per me la montagna era stata importantissima, quando ero ragazzino e ci andavo con l’oratorio. Perché certo, l’idea della montagna come strumento educativo (per il controllo emotivo, per l’autostima, per il superamento delle paure) non era nuova, la usavano i preti, la usavano gli scout, ma Batard l’aveva trasformata in un progetto non più sporadico e casuale, ma professionale e strutturato. La sua associazione, che ha sede a Chamonix, oggi è gigantesca: ogni anno ai corsi partecipano migliaia di giovani, da tutta la Francia. A un certo punto ne ho parlato con mia moglie Valentina, pensando però che non si sarebbe appassionata come me, visto che la sua adolescenza era stata diversa dalla mia. Invece, nel 2004 abbiamo fondato “attraverso la Montagna onlus”, che ricalcava in piccolo l’esperienza francese.

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Nell’estate 2005 abbiamo fatto la prima uscita con la comunità Oklahoma di Rozzano. Non me la dimenticherò mai! Ci siamo presentati al Sasso Remenno, che è un roccione in Valmasino, una palestra di arrampicata frequentatissima. I nostri ragazzini erano marocchini, albanesi, singalesi e dire che erano esuberanti è un eufemismo. Dopo cinque minuti è scoppiata una rissa tremenda: si lanciavano le pietre e tutti gli altri climber sono fuggiti terrorizzati. Per fortuna il loro educatore era molto in gamba e dopo mezz’ora, miracolo! Quelli che prima stavano cercando di ammazzarsi reciprocamente si facevano sicurezza a vicenda, con grande attenzione. In generale abbiamo notato che lavorare con i ragazzi stranieri, che pure hanno alle spalle storie spaventose (abbiamo conosciuto ragazzine che i familiari costringevano a prostituirsi, abbiamo avuto degli albanesi che per arrivare in Italia avevano camminato per tre mesi, attraversando i Balcani a piedi) è molto più semplice. Sono più entusiasti e ricettivi. Alcune volte con gli italiani ho l’impressione che più che essere in difficoltà, siano un po’ viziati. A differenza dei francesi, che usano lo strumento-montagna in modo molto ampio, noi per ora abbiamo puntato sull’arrampicata su roccia, che rispetto all’alpinismo è meno complicata dal punto di vista logistico e che ha una componente di fatica più facile da gestire e dosare a seconda delle necessità. Comunque il nostro progetto dopo un po’ ha coinvolto altre guide alpine, abbiamo avuto dei finanziamenti da parte di una fondazione (ora purtroppo cessati, perché tutti stanno tagliando). Naturalmente anche lì la partenza non è stata semplice, perché è chiaro che la guida alpina non è chiamata a fare il suo solito lavoro – porti il cliente in cima, scendi e ciao – ma deve capire, con l’aiuto degli educatori, che sono sempre presenti, i problemi e le dinamiche del gruppo dei ragazzi. In questo Valentina è bravissima, ha una sensibilità spe-

ciale. Una volta siamo stati a fare la ferrata del monte Paterno, e io avevo in cordata con me due elementi difficilissimi, i classici due che vengono dileggiati da tutti: nessuno pensava che ce l’avremmo fatta. Quel giorno è stato il mio Everest. E Valentina ha costretto gli altri ad aspettarci per ore al rifugio Locatelli, perché aveva capito che era importante che tutti assistessero al nostro rientro trionfale. Insomma, anche i nostri colleghi si sono appassionati, hanno vissuto l’impegno in modo diverso da un lavoro, tanto che alcuni vorrebbero andare avanti anche adesso che i soldi sono finiti e i progetti sono fermi.

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Luca Biagini è nato a Milano nel 1969. Laureato in Geologia, diventa guida alpina professionista nel 1999. Con la moglie, Valentina Casellato, laureata in Fisica e anche lei guida alpina, fonda il 6 aprile 2004 “attraverso la Montagna onlus”. Vivono a Milano. www.alm-onlus.org www.montagne.org


storia 8 - Zaya

Amarsi nella taiga storia raccolta e fotografata da

Gabriele Battaglia

Zaya è khalkha, appartiene cioè all’etnia maggioritaria della Mongolia. È una ragazza di città. Per amore di Ultsan, ha scelto di trasferirsi nella regione più settentrionale del Paese, a duemila metri d’altezza. Lui è tsaatan, appartiene cioè a un popolo di duecento persone, originario della Siberia, la cui vita, sia dal punto di vista economico sia da quello simbolico, ruota attorno alle renne.

Sono scappata il 31 dicembre 2009. Sul pullman che lasciava la capitale Ulan Bator sentivo i fuochi d’artificio dietro di me. Eravamo solo quattro passeggeri, a un certo punto l’autista si è voltato e ha detto: «Dobbiamo essere pazzi, noi cinque». Mi chiamo Zaya, ho 23 anni, e quella notte sono fuggita per tornare nella taiga da Ultsan, il mio uomo. Quando avevo tre anni la mia famiglia è emigrata negli Stati Uniti, in Nevada. Mio padre faceva il muratore. Ne avevo 18 quando siamo tornati in Mongolia. All’inizio faticavo perfino a parlare la mia lingua. Poi ho fatto un colloquio con una Ong statunitense che cercava un interprete e mi hanno mandata nell’Hôvsgôl Aimag, dove abitano gli tsaatan, il popolo delle renne. Lì ho conosciuto lui, Purejav. Qui, tutti hanno un nome ufficiale e un nome della taiga. Il suo è Ultsan, “piccoli occhi”. Abbiamo cominciato a uscire insieme nel settembre del 2008. Vivevo tra Ulan Bator e la comunità degli tsaatan. L’ultima volta sono rimasta nella taiga più tempo, raccontando una bugia ai miei. Quando sono tornata a casa, mio padre mi ha picchiata. Mi ha colpito in testa con un trofeo che avevo vinto in America. Era un’aquila placcata d’oro, me l’avevano data a scuola in quanto “buona cittadina statunitense”. L’aquila si è pure spezzata un’ala. Pensavo mio padre fosse pazzo, l’ho visto dai suoi occhi. È diabetico. Dicono che i diabetici possono avere dei momenti in cui perdono il controllo. Credo di essere svenuta, lui mi ha preso a calci in pancia, in faccia, poi mi ha lasciata lì, in camera mia. Mia madre non ha fatto nulla. Quando mi sono ripresa, loro se ne erano già andati e io ero una maschera di sangue. Ho chiamato mia nonna per chiederle aiuto. Mi ha portata al pronto soccorso. Hanno detto che se l’ala dell’aquila fosse stata più appuntita, probabilmente mi avrebbe trapassato il cranio. La nonna mi ha riaccompagnata a casa e ha minacciato i miei: «Se rifate una cosa simile, adotto mia nipote e viviamo in

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due con la mia pensione». Allora mio padre ha chiesto scusa. Io però non gli ho più rivolto la parola per tre mesi. Stavo chiusa in camera mia. Leggevo e intanto preparavo la fuga. Quella notte ho detto che sarei andata a una festa di capodanno. Invece ho preso il pullman per Mörön. Dopo 18 ore di viaggio, mia mamma ha telefonato: «Perché non sei tornata a casa stanotte? Sei rimasta a dormire da un’amica?». «Sì», ho risposto. È stata l’ultima volta che li ho sentiti. Sono scomparsa per quattro mesi. Era aprile, stavamo ancora al campo invernale. Ho visto arrivare un visitatore da lontano. Era un uomo grosso, aveva qualcosa di familiare. Quando si è tolto gli occhiali sono quasi caduta per terra dallo spavento. Era mio padre. Si è guardato un po’ attorno e con espressione schifata mi ha detto: «Ah, è qui che abiti, in mezzo a questa gente non civilizzata, piena di malattie, che mangia carne di renna? Prendi la tua roba, alle sette si riparte». «Mi spiace papà ma sono una donna e ho deciso di stare qui, per me non c’è futuro in città, verrò a trovarvi a maggio». «Quest’uomo ti ha fatto qualche incantesimo con i loro sciamani», urlava papà indicando Ultsan. «Tua madre piange ogni notte». Sono scoppiata in un pianto dirotto, Ultsan mi ha consolata dicendomi che ci saremmo rivisti. Abbiamo seguito mio padre a Tsagaannuur e quella notte non ho chiuso occhio. La mattina seguente lui era ancora più furioso, perché non riusciva a trovarmi e pensava fossi scappata. Quando ha cominciato anche a spintonare Ultsan, sono esplosa: non so cosa abbia detto. So solo che alla fine ha borbottato: «Va bene, resta, ma a maggio vieni a trovarci». In realtà aveva chiesto in giro notizie di Ultsan e tutti gli avevano detto che era una persona in gamba. Aveva capito che il mio ragazzo è simile a ciò che lui pensa di se stesso: un vero uomo, molto responsabile verso la famiglia. Quando a maggio siamo andati a trovarli, ho visto la statuetta. Le avevano riattaccato l’ala.

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storia 9 - Luciano Navarra

Il maestro di pugilato L’odore. Solo quello non è mai cambiato. Ogni volta che entro in palestra, ogni volta che vado verso lo spogliatoio. Sono passati tanti anni, ma la prima volta che mio padre mi ha portato in palestra c’era quell’odore. C’è ancora. E pensare che all’inizio non mi era neanche piaciuto. Avevo 13 anni. Accademia pugilistica Portoghese, un’istituzione a Bari. «Solo Ciccio ti può aggiustare», diceva mio padre. Ciccio Portoghese, un mito. Durante la guerra aveva lavorato anche con il grande pugile statunitense Joe Louis, allora militare a zonzo nel porto di Bari. Dicono che Joe volesse Portoghese come coach in America. Restò a Bari, invece. Nel suo ufficio c’erano due paia di guantoni: uno di Louis e uno di Primo Carnera. Te li faceva guardare – non toccare – e ti chiedeva rispetto. Anche i guantoni avevano quell’odore. Di sudore, sangue e fatica. Allora mi pareva pazzo, ma oggi mi manca tanto. Ho capito di essere un pugile vero quando ho avuto paura la prima volta. Ti alleni, “mangi il quadrato”, “fai il peso”. Tutto con rabbia, con sicurezza. Poi arriva il primo ring e le gambe tremano. È accaduto al mio primo incontro, nel 1976 a Milano, contro un certo Angelo Zanetti. Adesso, che ho 58 anni, me lo ricordo ancora. Bari era così lontana che mi pareva di essere arrivato in Russia. Quella volta è andata bene. Alla fine sono stati cinquanta incontri. Ventiquattro vinti, ventitré persi, tre pari. Di tanti di noi alla fine resta solo questo. Tre cifre in fila. Grazie al maestro Ciccio sono diventato campione italiano, nel 1980 a Torino, contro un certo Francesco Marcello. Uno che aveva la mia stessa fame. A me è andata male altre volte, a lui quella. Così è arrivata la mia occasione. Un giorno è venuto in palestra un manager con i contatti giusti. Mi offriva di combattere in Australia. Il maestro Ciccio mi aveva avvertito: «È tutto vero, fino a quando arrivano i manager». Non era d’accordo che andassi. Mi feci convincere dall’idea di guadagnare, ma non ero pronto. Il maestro lo sapeva e io non l’ho ascoltato, perso dietro il sogno di trasformare in ricchezza le botte.

Quattro match, tra Brisbane e Melbourne. Spiegare l’Australia a mia madre al telefono… Quando ho sentito il suo orgoglio mi è sembrato di aver fatto tutto per arrivare a quella telefonata. Al primo incontro sono andato giù subito. Si chiamava Frank Ropis. Un pugno, secco, al mento. Non ero pronto e ho perso anche gli altri. Ho deciso di fare l’allenatore mentre ancora stavo facendo il pugile. Non ero Alì, a un certo punto ti appare chiaro. Non significa però che quell’odore te lo togli di torno. Il maestro in una palestra non ha potere, ha rispetto e, se riesce, può far bene a qualcuno. Non credo a quelli che si riempiono la bocca: scuola di vita e arte nobile. La boxe è sangue e dolore. Odore. Una strada come un’altra per guadagnarsi la vita. Ognuno cerca la sua. Anche Goran. L’ho incontrato la prima volta in una stanza del carcere di Bari. Me l’hanno segnalato, sanno che mi occupo dei ragazzi del Fornelli, il carcere minorile. Un gigante del Montenegro. Diciotto vittorie, due pareggi, tre sconfitte. Tre numeri, come per tutti noi. Poi una storia di droga l’ha portato a Bari, in carcere. Gli ho chiesto solo rispetto e non ha mai mancato al suo impegno. Ora spero di portarlo sul ring. A Bari mi conoscono tutti. L’Accademia pugilistica Navarra è parte della città, anche se si è modificato tutto. Da ragazzi con la voglia di cambiare vita a figli di papà che ti chiedono se hai visto Fight Club. Anche tante ragazze, perché dicono che la boxe va di moda. Vado avanti, ma non per loro. Questi allievi mi servono solo per pagare le bollette. Così posso andare al Fornelli, o da Goran. L’odore, anche nella palestra del carcere, è lo stesso.

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storia raccolta da

Christian Elia foto

Giuseppe Mancino

Luciano Navarra, 1953, maestro di boxe. Ha fondato e dirige l’Accademia pugilistica Navarra a Bari, la sua città. Pugile professionista, è stato campione italiano dei pesi welter leggeri nel 1980. Da anni collabora con il carcere minorile Fornelli di Bari.


storia 10 - Sam Opio

La scelta di Sam storia raccolta e fotografata da

Tommaso Cinquemani

Sam Opio nasce a Toroma, Est Uganda, nel 1979. Suo padre ha tre mogli e molti figli. Frequenta le scuole locali e in collegio nasce la sua voglia di diventare avvocato. A Kampala studia alla Makerere University. Inizia a frequentare locali per gay e tocca con mano il clima di odio e discriminazione. Dopo essere stato diseredato dal padre si trasferisce dal compagno, un diplomatico tedesco. Conosce David Kato, leader del movimento degli omosessuali ugandesi, ucciso il 26 gennaio 2011. David lo convince a entrare nel movimento per la tutela dei diritti degli omosessuali. Oggi Sam è presidente della Queer Youth Uganda.

Quando mio padre, Joseph Opio, ha scoperto che ero gay mi ha messo davanti a una scelta. «Sam, o diventi normale oppure te ne vai di casa e smetto di pagarti l’università. Stai infangando il buon nome della famiglia». Ho capito di essere diverso dagli altri a sette anni. Nel mio villaggio di Toroma, nell’Est dell’Uganda, non mi comportavo come i bambini della mia età. Non giocavo a calcio e non facevo la lotta. Passavo tutto il tempo libero insieme alle mie amiche. Andavamo a prendere l’acqua al fiume e portavo le taniche sulla testa, come facevano loro. Raccoglievo la legna e cucinavo per la famiglia. Il mio letto era sempre in ordine, tutte le cose al loro posto. Mio padre aveva tre mogli e sette figli. Non assomigliavo a nessuno di loro. Non sapevo di essere gay, non sapevo neppure che cosa fosse un gay. Mi comportavo come mi sentivo di fare. «Boy-girl, boy-girl», tutti a Toroma mi chiamavano così. Ero strano, mi sentivo diverso, attratto dai miei compagni, ma non sapevo in che modo. L’occasione per toccare un altro uomo è arrivata a dodici anni, in collegio. Anche lì me ne stavo sempre con le mie amiche. Ero timido, i miei compagni quasi non li guardavo. Poi un giorno uno di loro si è avvicinato e ha iniziato a parlarmi. Charles è stato il mio primo fidanzato. Un fidanzato segreto, nascosto. Nessuno poteva sapere quello che eravamo. Alcuni ci consideravano semplicemente amici, altri pensavano che fossimo strani, se avessero saputo che stavamo insieme probabilmente ci avrebbero linciati. Della mia famiglia nessuno sapeva niente, mi consideravano un ragazzo particolare, nulla di più. A 16 anni i miei genitori mi hanno mandato a Kampala. Volevo fare l’avvocato. La capitale era più pericolosa di Toroma, ma era anche piena di vita. Alla Makerere

University ho subito conosciuto altri ragazzi come me. Eravamo tutti molto timidi e spaventati. Non sapevamo di chi fidarci. Poi un giorno un amico mi ha parlato di un bar: il Mamma mia. Quando ho varcato la soglia di quel posto ho capito subito che gli appartenevo. Era un bar per gay, non avevo più dubbi su chi fossi. La mia nuova consapevolezza si è presto scontrata con la cultura omofoba ugandese. Me ne sono reso conto la prima volta che sono finito in galera. Ero uscito da un bar per gay, lo Speke Hotel, e sono saltato su un bodaboda, un mototaxi. Il guidatore ha attaccato discorso. Mi ha chiesto se fossi gay, io non mi sono nascosto. Mi ha chiesto se ci saremmo potuti incontrare per parlare. Per me non c’erano problemi, gli ho dato il mio numero e nei giorni successivi ci siamo sentiti diverse volte. Dopo una settimana abbiamo organizzato un incontro. Credevo che lui fosse incerto sul suo orientamento sessuale e cercasse di chiarirsi le idee. Invece quando l’ho incontrato, insieme a lui, c’erano tre poliziotti in borghese. Mi hanno arrestato con l’accusa di adescamento. Mi hanno chiesto un milione e mezzo di scellini per essere rilasciato, circa 500 euro. Per fortuna David Kato, uno dei padri del movimento Lgbt in Uganda, è venuto in mio soccorso. Mi ha tirato fuori di prigione e mi ha spiegato quali erano i miei diritti. Quando a febbraio ho scoperto che l’avevano ucciso è stato un brutto colpo, per me era come un padre qui a Kampala. Due giorni dopo il mio rilascio ho comprato il giornale. Ero in prima pagina. Quella sera mio padre, Joseph Opio, è venuto a parlarmi. «O diventi normale o non sei più mio figlio», era il suo ultimatum. Io ho preferito essere me stesso.

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I ribelli dell’ I di

Simone Pieranni

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Justin Jin [panos/luz]

Sono la nuova generazione di operai della “fabbrica del mondo”. Trentenni, laureati, senza alternative hanno lasciato in massa le campagne cinesi per finire sfruttati nelle Zone economiche speciali. Chiedono condizioni più umane, stipendi più alti, scioperano, a volte ricorrono alla violenza e si raccontano nei blog. Anche la televisione di Stato si è accorta di loro


’ Impero di mezzo


Wuhan è un miscuglio nazionale, la città dove passa lo Yangtze, il fiume Azzurro che separa l’anima cinese tra Nord e Sud. Qualche tempo fa alcuni ragazzi del posto avevano preso un casolare, lo avevano ristrutturato e gli avevano dato il nome di Centro sociale. Accanto al fiume, immersi in una periferia squallida, rurale e povera, raccontavano con incontri, concerti e fanzine la Wuhan dov’è nato il movimento punk, la città dell’Lsd, come viene chiamata in gergo, quella che ha visto spuntare sulla scena cinese i primi “sballati”, insieme a studi anarchici e lotte ambientaliste. Wuhan è una città che ha saputo unire germi di cultura underground con i movimenti dei lavoratori locali, partecipando attivamente anche alle proteste più famose in Cina, quelle del 1989. I ragazzi del centro sociale l’anno scorso sono stati sfrattati, ma hanno continuato via web a fomentare un ambiente vitale, all’interno del quale ultimamente si sono fatti sentire anche gli operai delle fabbriche cittadine.

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Queste foto Nel mondo ogni anno si fabbricano cinque miliardi di paia di jeans. Due su tre sono prodotti in Cina. Nello stabilimento del signor Huan, a Zhongshan, una città-fabbrica nella provincia del Guandong, viene “invecchiato” il tessuto dei pantaloni per rispondere alle esigenze del mercato occidentale. Molte tecniche per ottenere l’effetto vintage sono dannose per la salute, gli impianti inadeguati, le misure di sicurezza inesistenti. Gli operai sono tutti immigrati dalle campagne e vivono in fabbrica. Mangiano, fumano, dormono nello stesso stanzino. Lavorano per 15 ore di fila, anche di notte, sette giorni su sette.


All’inizio di quest’anno mille dipendenti della Garment General Factory – abbigliamento militare – hanno costretto il responsabile aziendale ad asserragliarsi nel suo ufficio. Hanno creato un blocco all’esterno per impedire alla polizia di intervenire: chiedevano i salari in arretrato, dal 2007. Alla fine gli agenti sono riusciti a intervenire salvando il dirigente, ma solo dopo essersi fatti largo in tenuta antisommossa tra la folla. Quello di Wuhan è uno degli ultimi conflitti che stanno agitando il mondo del lavoro cinese. Rispetto al passato, però, questi episodi vengono raccontati nei microblog creati dagli stessi protagonisti e, quando sfuggono alla censura, fanno notizia.

Dalla prolet Wuhan alla chic Shanghai, la musica non cambia: neanche un mese prima nella capitale economica cinese è stato assalito un gruppo di lavoratori che stava protestando – anche in questo caso per ottenere pagamenti mai arrivati. Non da uomini in divisa, ma da sgherri armati, un altro classico: squadroni di picchiatori mandati dai capi delle aziende per intimidire e sedare le proteste sul nascere. Di fronte agli uffici della fabbrica dove si producono vestiti di cashmere, gli operai hanno visto arrivare un furgone dal quale è sceso un plotone di una trentina di energumeni diretto contro di loro. Negli stessi giorni, in diverse città, hanno sciopera-

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to taxisti e autisti di autobus; gruppi di insegnanti sono stati caricati e picchiati dalla polizia, palazzi di funzionari corrotti presi d’assalto dai lavoratori. Ci sono stati scioperi nelle grandi fabbriche e suicidi alla Foxconn, l’azienda taiwanese dove si assemblea anche l’iPhone. In Cina questi episodi accadono migliaia di volte all’anno. Nel 2009 – ultimo dato disponibile – gli eventi di questo genere sono stati circa 90mila. Il ministero della Propaganda, conosciuto anche come ministero della Verità, considera questi fatti come “incidenti di massa”. Per fare un esempio, la repressione della folla di studenti in piazza Tiananmen nel 1989 venne catalogata allo stesso modo: shijian in cinese. Dal 2005 i dati ufficiali su questo genere di avvenimenti non vengono più pubblicati dal governo: «Ai conflitti sociali, definiti come “contraddizioni interne alla popolazione”, il governo ha risposto con misure e interventi caratteristici del suo approccio, volto a “controllare, governare e organizzare” qualsiasi tipo di conflitto. Spesso però questo ha contribuito ad aggravare i problemi». Me lo spiegano gli attivisti del China Labour Bulletin, una Ong che si occupa di lavoro in Cina, con sede a Hong Kong, fondata da Han Dongfang, avvocato del lavoro esiliato a Hong Kong nel post 1989, cui si deve anche la nascita della Federazione autonoma dei lavoratori di Pechino, il primo sindacato indipendente nella storia della Repubblica popolare.

La lotta in tv

La sorpresa nel maggio del 2010 è arrivata dalla Cctv, la sobria e allineata televisione di Stato: le storie dei lavoratori presentate nella loro più intima versione in prima serata. Interviste, citazioni dai diari degli operai che si erano suicidati, una trepidazione per ogni notizia proveniente dal fronte degli scioperi nelle fabbriche. Forse anche per questo molti media occidentali hanno gridato alla rivoluzione quando nella primavera di un anno fa, una dietro l’altra, le fabbriche più importanti del Guandong, la regione del Sudest cinese che ha costituito il polmone della locomotiva Cina, hanno dato vita a numerosi scioperi e proteste guadagnandosi ampio spazio sui media locali e non solo. Eppure i lavoratori cinesi da anni sono protagonisti di lotte per l’aumento dei salari: battaglie con numeri mastodontici e dall’irruenza spesso letale. Se a Wuhan il dirigente della Garment è riuscito a scappare, al manager della Tonghua Steel Group, nel luglio del 2009, è andata molto peggio. È stato ucciso a bastonate dai lavoratori. L’azienda aveva annunciato di essere stata acquisita da un’altra società del settore siderurgico: si prevedevano tagli e riduzioni di stipendio. Chen Guojun, il manager, è stato preso e ammazzato di botte, mentre fuori dalla fabbrica circa diecimila lavoratori secondo

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le autorità, trentamila secondo un’organizzazione umanitaria di Hong Kong, difendevano l’occupazione della fabbrica. Chen, oltre a essere il boss, guadagnava anche 300mila euro all’anno, troppo rispetto ai duemila euro che i suoi operai riescono a raccimolare negli stessi 12 mesi.

Diversi dai padri

È la generazione che viene definita balinhou, “degli anni Ottanta”. Giovani ipertecnologizzati, abituati a organizzarsi via sms o microblog, che non hanno alcuna intenzione di fare la fine dei padri, cioè di mettersi sulle spalle il Paese e portarlo al miracolo economico. Sono questi i lavoratori cinesi che negli ultimi anni hanno giocato con il fuoco: sono tutti sotto i 30 anni, gente che si è laureata, che ha vissuto il boom economico, che ha rivendicato il proprio spazio e ha finito per ritrovarsi nella catena di montaggio. Cinesi poco felici, “cinesi incazzati”, come si definiscono online, le cui aspettative di vita erano altre: giovani cresciuti a sogni di automobili e internet, più che a ritornelli del Partito, gente che non ha rispetto per i “figli del cielo”, cioè per i governanti. Gente che vuole i soldi. «Per lo più le aziende assumono donne sotto ai 30 anni perché pensano che siano più facilmente controllabili», mi spiega nel suo ufficio uno degli attivisti del China Labour Bulletin. «Il problema per il governo, però, è che questi ragazzi e ragazze hanno chiesto subito aumenti salariali consistenti, hanno puntato alto chiedendo magari il 50 per cento di aumento, proprio perché sanno di essere in una nuova fase della vita politica ed economica del Paese e quindi provano a rivendicare condizioni di vita migliori». Riecco la Cina Paese in via di sviluppo: non ci sono più le danwei, le unità di fabbrica che tutto vedevano e a tutto provvedevano, ma ci sono le città-fabbrica: mense, parchi giochi per i bambini, qualche svago. Una vita dura, per uno stipendio da fame. Chi rimane in città fa una vita da formica. «Lavoratori determinati e intelligenti, come una tribù di formiche»: così si è espresso Lian Si, professore dell’Università di Pechino, per definire un gruppo di giovani tra i 25 e i 30 anni, figli della nuova classe media della provincia cinese, che dopo la laurea si sono spostati in grandi città come Pechino e Shanghai. Formiche perché sono diligenti e perché vivono in condizioni modeste, rinchiusi in piccole case, in palazzi sporchi e decadenti, in quartieri che addirittura a volte sono chiusi da inferriate e presidiati da vigilantes, per l’alto tasso di criminalità. Costeggiando i palazzi dormitorio in motorino, non sono pochi i segni inequivocabili fatti dai poliziotti presenti a ogni angolo della strada: sparire in fretta, è il messaggio, specie se sei un laowai, uno straniero. Y. L., un laureato di 26 anni presso l’Università di Guilin, è alla fermata del bus: «Quando mi sono laureato, ho lavorato in un hotel a Canton per 1.700 yuan al mese (circa 180 euro), ma oltre a essere malpagato, era un lavoro che poteva fare chiunque e quindi l’ho mollato e sono venuto a Pechino».

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Fashion victim Se entrate in un negozio e siete tentati da un paio di jeans sdruciti, chiedetevi qual è il prezzo. Non quello di listino, ma il prezzo pagato dagli operai nei laboratori di sabbiatura, una delle tecniche usate per scolorire il denim con getti di aria compressa e sabbia. L’inalazione di particelle di biossido di silice può provocare la silicosi, una malattia polmonare mortale. Nei Paesi produttori di jeans – Cina, Bangladesh, Cambogia, Pakistan, Egitto, Siria, Giordania, Brasile, Messico – non esistono norme adeguate, né controlli. Solo la Turchia ha vietato la sabbiatura nel 2009, in seguito alle denunce di sindacati e associazioni: la metà dei lavoratori del settore è affetta da silicosi e 50 ne sono morti. Da alcuni mesi la Clean Clothes Campaign ha lanciato un appello internazionale per chiedere l’abolizione del sandblasting. Secondo i promotori, diverse aziende hanno già rinunciato alla produzione o alla distribuzione di jeans sabbiati. Tra questi, Levi-Strauss, H&M, Zara, Gucci, Carrera, Lee, Pepe Jeans. Armani e Roberto Cavalli, invece, hanno rifiutato un confronto sull’iniziativa. Altri marchi non hanno voluto impegnarsi pubblicamente: si tratta di Benetton, Diesel, Dolce&Gabbana, Replay e Versace. Per informazioni sulla campagna: www.abitipuliti.org www.fairtradecenter.se

Con i salari sempre più bassi e un costo della vita che aumenta ogni giorno – specie nella capitale, su standard ormai vicini all’Europa – trovare le forze per farcela è difficile: L. vive in un appartamento malandato, senza bagno né riscaldamento, ma che costa mille yuan. Le formiche vivono di quotidianità, speranza e oblio. X. T., 27 anni, laureato presso l’Università di Wuhan, è seduto in un bar poco distante da quella che un tempo era considerata la Silicon Valley di Pechino: «I ragazzi non hanno interessi reali, pensano che i loro studi li aiuteranno a trovare un lavoro migliore e non pensano ad altro, non fanno niente se non cercare questo maledetto lavoro. Quando lo trovano, sottopagati, si mettono a cercarne un altro. Così anch’io non ho il tempo per fare niente». L’altra faccia della Pechino by night.

Ogni giorno eguale

Dal 1997 a oggi, il salario delle decine di milioni di operai immigrati dalle campagne nelle grandi città, è rimasto lo stesso, se non addirittura diminuito. I volti e i gesti dei lavoratori migranti cinesi, i mingong, si trovano per le strade di Pechino o Shanghai quando staccano. Seduti sul marciapiede, ogni giorno all’ora di pranzo o di cena sono lì a mangiare, fumarsi una sigaretta dietro l’altra, guardarsi intorno, ridere in faccia agli stranieri: per molti di loro è una novità. Guardano spesso in basso, tanto il panorama che li circonda è sempre lo stesso: scheletri di palazzi, ammassi di detriti e quasi sempre di fronte, di lato, sgargianti complessi commerciali, cose da ricchi, costruite da altri come loro. Anche quando si prova ad avvicinarsi e a offrire una sigaretta, difficilmente parlano: sono più propensi ad approfittare del momento di riposo senza pensare alla vita che fanno. Sono tanti. Nel 2006 erano oltre 130 milioni, oggi pare siano già arrivati a 200 milioni. Lavorano dalle dieci alle dodici ore al giorno, pagati da fame, senza alcuna norma di sicurezza. Sono il sangue

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della crescita cinese. Non hanno alcuna copertura sociale, sanitaria, educativa, il welfare non sanno neanche cosa sia. A uno di loro chiedo se ha figli. «Sì, uno – mi risponde – ma vive nel paese d’origine, perché qui a Pechino non potrebbe neanche andare a scuola». Poi, silenzio. Lavorano nei cantieri, nelle miniere, di sera nei karaoke bar buttano via quei due yuan che hanno guadagnato di giorno ubriacandosi e cantando canzoni nazionaliste, mentre sugli schermi, davanti a divanetti lerci, pieni di cibo e birra, passano immagini di costruzioni, immensi impianti energetici. Propaganda. Nel 2005 il loro reddito medio mensile era di circa 780 yuan, poco più di 80 euro. La maggior parte di loro non vede un centesimo di straordinario e raramente è in regola. Sono i figli dell’esperimento cinese, un’economia capitalista governata da un solo partito, e sono l’esempio lampante di un paradosso tutto “celeste”: nel 1958 in epoca maoista venne istituito l’hukou, ovvero il certificato di residenza.

Lo scopo era quello di fermare un’urbanizzazione crescente e di aumentare i controlli per la sicurezza interna. L’hukou finì per creare cittadini di serie diverse: un cinese che nasceva in un villaggio, entrava in possesso dell’hukou, che significava avere coperture assistenziali solo ed esclusivamente nel luogo di provenienza. Dopo la morte di Mao, la Cina aprì ai capitali stranieri: il Paese diventò la fabbrica del mondo e l’esigenza di lavoro era continua. Ed ecco nascere la figura del lavoratore migrante, richiesto dalle grandi città, che però – a causa dell’hukou – si vedeva negato ogni diritto. Nei primi tempi molti di loro venivano addirittura arrestati, per il fatto di essere pronti a farsi sfruttare come animali. Contraddizioni, maodun, una parola che letteralmente significa “lancia e scudo”: il simbolo dello scontro, un tatuaggio indelebile nell’anima dei lavoratori cinesi.

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spiriti liberi di

Giulio Giorello

foto Gerda Taro [magnum photos/contrasto]

la Libia, secondo me “È legittimo per chiunque ne abbia il potere chiamare un tiranno a rendere conto dei propri atti e dopo debita condanna deporlo e metterlo a morte”. Così scriveva (1649) il poeta John Milton, quando parlamento ed esercito avevano messo sotto accusa il re Carlo I, riconoscendolo colpevole, condannandolo a morte e dando così inizio al primo (e finora unico) esperimento repubblicano in Inghilterra. Nel testo in questione (pubblicato in una nuova versione italiana con il titolo Uccidere il tiranno, Raffaello Cortina, Milano), Milton ritiene auspicabile che, se le circostanze lo richiedono, gli altri Paesi diano il loro appoggio o addirittura partecipino insieme ai sudditi in rivolta all’opera di giustizia. Né Milton né noi ci illudiamo che la guerra in sé possa essere giusta; ma in alcune circostanze ci appare un’ingiustizia minore dell’acquiescenza ai despoti, che non possono essere salvati dal pacifismo “senza se e senza ma”. Queste mie osservazioni dispiaceranno ad altri collaboratori di questa rivista; ma è sempre meglio il netto dissenso che il conformismo mascherato da linea politica. Sulle pagine di Repubblica (24 marzo) Carlo Petrini ha ricordato che “chi combatte viene sempre sconfitto”: sarebbe stato interessante dire qualcosa del genere ai difensori della Repubblica spagnola del 1936-1939 o ai nostri partigiani durante la Resistenza! Anch’io detesto ovunque lo spettacolo della morte (per semplificare: a Tripoli sotto Gheddafi o nella Bengasi liberata) e non mi faccio illusioni sui motivi più o meno “umanitari” delle potenze che sono intervenute contro il Colonnello. Ma ritengo che la differenza tra il pacifista e il libertario sia nel fatto che, per quest’ultimo, la libertà conta più della vita: l’indifferenza nei confronti dei popoli vessati (ieri la Repubblica spagnola, oggi la Cirenaica e la Tripolitania) “è un crimine”, come ha scritto Barbara Spinelli su Repubblica (23 marzo). E la questione della Libia, come di altri Paesi della “primavera araba”, è una legittima resistenza contro “un potere devastatore” che utilizza gli strumenti tecnologici in modo spietato e irresponsabile, come ha osservato André Glucksmann sul Corriere della Sera (30 marzo). Al momento in cui butto giù queste righe, nessuno ha un’idea precisa di come le cose evolveranno. Vorrei – anche se non ci spero molto – un’azione più risoluta da parte delle forze internazionali, e comunque non mi pare una gran obiezione quella di chi dice che l’intervento militare decapiterà una dittatura lasciandone altre (sempre troppe!) sul nostro pianeta. Un mondo con un dittatore in meno mi pare comunque meglio. Quanto al neopacifismo di destra, che continua a proiettare sul mondo arabo i propri fantasmi e che ripete fino alla noia che quei popoli non sarebbero pronti per la democrazia o la libertà, mi chiedo a che concezione della politica siamo ormai ridotti, se pensiamo che democrazia e libertà siano qualcosa come malattie nei confronti delle quali occorra essere… vaccinati.

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Conversazione con Paco

Forzo il ritmo della vita

di

Angelo Miotto

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Maurizio Galimberti

«Avevo dieci anni. Mio padre mi chiese cosa volessi fare nella vita. “Pompiere, trapezista e scrittore”. E mio padre: “In che ordine?”. Quarant’anni dopo me lo chiese ancora. “Padre, ma che domande fai? Ho cinquant’anni e trenta libri alle spalle. Comunque, voglio fare il pompiere, il trapezista, lo scrittore, il karateka e il sassofonista”. Era visibilmente soddisfatto, aveva capito che conoscevo la verità. Perché ormai sapevo che facendo lo scrittore potevo anche essere pompiere, trapezista e sassofonista». I Taibo sono una tribù. Partiti a ondate dalla Spagna di Francisco Franco per raggiungere il Messico. Il nonno di Paco Ignacio Taibo II era un rosso, combattente, morto nella Guerra civil. Nel 1958 non era aria di restare a Gijón, dove il padre – Taibo I – era sì direttore di un giornale, ma solo di firma, perché ritenuto un sovversivo. Libri e bagagli, i Taibo partono per l’avventura. I discorsi di casa, il fascino di una grande e pesante Olivetti che “suona” nel cuore della notte, le decine di libri divorati da un bambino di nove anni sono il detonatore per la passione di Paco Ignacio Taibo II. Il viaggio, da Gijón via Azzorre fino a New York,

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Ignacio Taibo II


Bibliografia Eroi convocati, Agalev, 1989 Ombre nell’ombra, Interno giallo, 1990 Qualche nuvola, Metrolibri, 1992 Come la vita, Donzelli, 1994 L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte – Il diario di Ernesto «Che» Guevara in Africa, Ponte alle Grazie, 1994 (scritto con Froilán Escobar e Félix Guerra) La bicicletta di Leonardo, Corbaccio, 1994 Stessa città, stessa pioggia, Granata Press, 1994 A quattro mani, Corbaccio, 1995 La lontananza del tesoro, Donzelli, 1995 Rivoluzionario di passaggio, Marco Tropea Editore, 1996 Sentendo che il campo di battaglia, Marco Tropea Editore, 1996 Ma tu lo sai che è impossibile, Marco Tropea Editore, 1997 Senza perdere la tenerezza – Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 1997 Arcangeli, Il Saggiatore, 1998 Giorni di battaglia, Marco Tropea Editore, 1998 Il fantasma di Zapata, Marco Tropea Editore, 1998 Te li do io i Tropici, Marco Tropea Editore, 2000 Niente lieto fine, Marco Tropea Editore, 2001 Ritornano le ombre, Marco Tropea Editore, 2002 Fantasmi d’amore, Marco Tropea Editore, 2004 Morti scomodi (scritto con il Subcomandante Marcos), Marco Tropea Editore, 2004 Sogni di frontiera, Marco Tropea Editore, 2004 E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle, Marco Tropea Editore, 2005 Lo scrittore è un sovversivo. Scritti e interviste, Datanews, 2006 Un rivoluzionario chiamato Pancho – Pancho Villa. Una biografia narrativa, Marco Tropea Editore, 2007 Svaniti nel nulla, Net, 2007 Le avventure di Héctor Belascoarán, Il Saggiatore, 2009 L’ultima avventura di Héctor Belascoarán, Il Saggiatore Tascabili, 2010 Un hombre guapo. Vita e morte di Tony Guiteras, padre della rivoluzione cubana del 1933, Marco Tropea Editore, 2010 Ritornano le tigri della Malesia (più antimperiali che mai), Marco Tropea Editore, 2011

“Scrivo tutti i giorni, ma quello che voglio e non quello che devo. Le scadenze imposte, per me, sono impensabili”

l’Havana e finalmente Veracruz, ha fatto il resto. Una sigaretta Ducado, tabacco negro, in bocca, l’altra si sta ancora consumando, abbandonata sul bordo del posacenere. La voce arrochita dal fumo, respiro affannoso, gli occhi a fessura si stringono cercando parole. «La decisione di abbandonare la Spagna fu presa senza chiedere il mio parere. Avevo nove anni. Mi dissero che saremmo andati fino alla fine del mondo. Viaggiare nel 1958 non era prendere un aereo. Era stare su una nave per 28 giorni: c’era un prima e un dopo, non avevo la percezione che un giorno sarei potuto ritornare in Spagna. Ero un bambino profondamente salgariano. È il primo ricordo forte che ho: i miei genitori che si disfacevano delle cose di casa. Prendevano i piatti vecchi o sbeccati e se li lanciavano. Chi lo prendeva lo lasciava cadere, come per sbaglio. Poi ridevano. Io ero terrorizzato». Il bagaglio? «Avevo metà baule. Mia madre metteva dentro cose che per me erano inutili, quindi io le toglievo e ci mettevo tutti i miei libri. Erano già tanti, duecento. Poi l’immensa collezione di soldatini, e un gioco per costruire un castello. Il baule era all’ingresso della casa. Io vigilavo che nessuno andasse a togliere le mie cose». Cosa ricorda di quel viaggio? «Ogni giorno una scoperta. Da Gijón, nord della Spagna, a Vigo, in Galizia. Scendemmo a Cadice in Andalusia, dove la gente parlava uno spagnolo quasi incomprensibile per me. Le Azzorre, New York, le prime mele caramellate e una sparatoria con la polizia in mezzo alla strada. Poi l’Havana». In piena rivoluzione castrista. «Ho un ricordo che forse è falso, ma te lo racconto. Mio padre era amico del capitano della nave. Una sera lo chiamò in cabina dove una radio trasmetteva la voce di un guerrigliero. Il capitano commentò, o credo che disse, oppure me lo invento, che era strano sentire un uomo con accento argentino a Cuba. Le date coincidono con la battaglia di Santa Clara. Forse è stato il mio primo incontro con il Che. All’Havana vidi cadaveri e camion saltare in aria, carichi di dinamite. Lì ho scoperto las toronjas, grandi arance profumate e i manghi. Poi arrivammo a Veracruz. Decine di lance uscirono in mare per salutarci. Eravamo a bordo della Guadalupe. Sulla nave c’era anche il cinema – ho visto Bengasi per tre volte – e lì ho conosciuto la Coca-Cola». Chi vi aspettava in Messico? «Parenti, la parte della tribù che era partita prima di noi. All’inizio eravamo tutti a casa del nonno, in quattordici. Vivevo in un mondo infantile meraviglioso e anche terribile, perché la discriminazione fra bambini era tremenda. Mi prendevano in giro per la pronuncia

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e mi chiamavano con i nomignoli più orribili. Frequentavo la scuola pubblica e volevo fare lo scrittore. Già allora. Divoravo libri». Genere, autori? «In Messico inizio ad alternare i libri di avventura e i polizieschi con la letteratura antibellica, grazie a mio zio; Ernest Hemingway, Erich Maria Remarque e Ray Bradbury con le sue Cronache marziane. Mio padre dirigeva a distanza la mia lettura. Non diceva mai: “Leggi questo”, oppure “Come ti è sembrato?”. Come per magia i libri apparivano sul mio comodino. E così leggevo Remarque e due settimane dopo facevo un commento a mio zio: “Interessante, no?”. E lui: “Solo interessante?”, e abbandonava la conversazione. Allora pensavo: “Mierda, non l’ho letto bene”. E tornavo a leggerlo». Giochiamo. Associazioni di idee, le va? «Come no». Allora io dico: viaggio. «Permanente». Nave. «Mia e di Yanez». Mare. «Grande». Francisco Franco. «Dittatura, abuso, assassinio collettivo». Sogni. «Cose che non farei mai interpretare a Freud». L’ultima volta che ci siamo visti mi aveva raccontato di un suono particolare della sua infanzia, quello del ticchettìo di una pesante Olivetti. «Mio padre lavorava in un giornale che chiudeva alle due della mattina. Quando alle tre arrivava a casa si metteva a scrivere. Posava dei giornali sul tavolo della cucina, poi una tovaglia e sopra la sua Olivetti, una 64 mi pare. Io mi svegliavo e, di soppiatto, raggiungevo la cucina perché pensavo che stesse facendo qualche cosa di importante. Spesso mi addormentavo con quel suono. Tac, tac, tac, vrrrr, ding! Il bambino sul pavimento della cucina cullato dal rumore della tastiera dell’Olivetti. Mio padre scriveva molto veloce». E lei con che macchina ha cominciato? «Anche io con una Olivetti, più piccola». E adesso? «Al computer. Mi getto sulla tastiera e la disfo, come Chopin». Quando e come scrive? «Scrivo tutti i giorni, ma quello che voglio e non quello che devo. Le scadenze imposte, per me, sono impensabili: non firmo contratti in anticipo, i miei editori sanno che quando arrivo con un libro sotto il braccio è il momento in cui l’ho terminato


e mi chiedono che cosa sia. Ho moltissimi progetti aperti nello stesso tempo, in questo momento sono quattordici e otto sottoprogetti. Tutti avanzano poco a poco, fino a quando uno di loro dice: “Sono io!”. Una volta scrivevo di notte fino a quando i passerotti venivano a cantare alla finestra. Adesso inizio la mattina. Scrivo con musica ad alto volume, sempre la stessa».

rivolta studentesca. Sono stato in gruppi dogmatici, anche se in quegli anni cresceva in noi una specie di rivolta all’ortodossia. Ricordo che sostenevamo l’importanza della letteratura marginale, della fantascienza e dei polizieschi. Ricordo il dibattito sul potere autoritario messicano e la grande onda che ci lanciò sulla strada con 123 giorni di sciopero di cinquecentomila studenti. Gli spari, la repressione».

Quale? «Da Wagner a Santana, a Tito Puente. Musica che mi aiuta a entrare non nel ritmo del testo che sto scrivendo, ma in quello del tecleo, della battitura sulla tastiera. Magari sto scrivendo un momento sereno o amoroso, ma il ritmo delle mie dita è quello di Tito Puente: “Oye-como-va-tà-tà-tà/Que-ritmo!”. Mi sono moderato, perché mia moglie mi uccide se metto musica a tutto volume nel cuore della notte. Con me c’è una cagna di razza sconosciuta, mezza sorda. Dormo poco e dalle undici di mattina tutti sanno che sono alzato e inizia a squillare il telefono, senza sosta. Se c’è uno sciopero di cinque operai mi chiamano: “Paco, vieni da noi. Ah, non puoi? Cabrón sei passato con il nemico”. Mi invitano in molti perché sanno come la penso e che non voglio soldi per le mie conferenze, tranne che da università straniere private».

E cosa pensava della lotta armata? «Per ragioni culturali sono sempre stato prevenuto. Vengo dalla guerra di Spagna. Noi ci abbiamo messo i morti, belli ed eroici. Meravigliosi. Ma fra loro c’era mio nonno. Quindi non ho mai pensato alla lotta armata come prima strada. Si discuteva molto in quegli anni: l’esempio cubano, i Tupamaros, la resistenza argentina. Dopo la sconfitta del movimento, in Messico, migliaia di attivisti sapevano comunque che si doveva cambiare il Paese. Io ero d’accordo sul fatto che dovevamo essere molti ad avanzare e non pochi e da soli».

L’impegno politico. Nasce con le rivolte studentesche in Messico? «Ero un adolescente che viveva in un mondo in cui si parlava di politica, di ricchi e poveri, di giustizia e ingiustizia sociale. Erano gli anni della

Nel suo ultimo libro ci ha fornito due esempi di resistenza antimperialista: Sandokan e Yanez. «La sinistra, la gente che pensa che il cambiamento sia sano e obbligatorio, sa che non si può vivere in un mondo del Fondo monetario internazionale

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Paco Nasce a Gijón, in Spagna, l’11 gennaio 1949. Nel 1958 si rifugia con la sua famiglia in Messico per scampare alla dittatura franchista. Il nonno era un dirigente del Partito socialista e procurava armi di contrabbando agli anarco-sindacalisti durante l’insurrezione del 1934 e la Guerra civile del 1936. Il padre, Paco Taibo I, giornalista, dovette aggiungere un “I” al proprio cognome quando il figlio Ignacio iniziò a pubblicare libri. Nel 1968, anno delle sanguinose repressioni governative a Città del Messico nei confronti degli studenti, il giovane Ignacio inizia a sposare la causa dei manifestanti e a impegnarsi politicamente nel Movimento studentesco. Nel 1971, tramite il suo coinquilino, conosce Paloma Sáiz che diventa sua moglie in quello stesso anno. Insieme vivono a Città del Messico.


Marina Taibo

Le Tigri son tornate Nella scia di Salgari: il romanzo di Taibo restituisce le sensazioni infantili di fronte alle scorribande del principe malese e dei suoi tigrotti. Una trama che si tinge di giallo, esotica, d’avventura: Ritornano le Tigri della Malesia riprende con successo il periodare e i dialoghi di Sandokan e Yanez, simbolo dell’anti-imperialismo. Senza svelare la trama: una setta segreta specula su interessi economici in nome del denaro e cerca di incolpare dei più orribili misfatti i nostri beniamini, ormai vecchi e acciaccati, affiancati dai personaggi che abbiamo conosciuto ne I misteri della Jungla nera. Lo stile salgariano ha obbligato Taibo a chinarsi per ore su enciclopedie e libri nella ricerca minuziosa dei particolari, per raccontare ambienti e territori mai visti. Si legge d’un fiato grazie anche alla naturale maestria nel creare situazioni al limite del paradosso e dell’ironia.

o della Banca mondiale, gangster dai colletti bianchi. Ma che cosa è rimasto se non una serie di progetti disalberati, un socialismo che non ha funzionato, che ha costruito mostri autoritari, con virtù cancellate dallo Stato centralista e repressivo, che ha eliminato la dissidenza? Ci resta la capacità di resistenza, che si basa su una percezione morale del mondo: io non collaboro con il sistema, io non sorrido al sistema. E abbiamo un referente molto strano, più culturale che politico: Ho Chi Minh scriveva poesie, Che Guevara diceva che le idee si combattono con le idee, la cultura. Io lavoro tutti i giorni con i vari Eugène Delacroix, Diego Rivera, Tito Puente, Sandokan e Yanez e i tre moschettieri che mi difendono, insieme a Peter Pan, dal progetto neoliberista». Come spiega ai giovani il mondo dopo la crisi delle ideologie? «Non devi spiegare, devi combattere per la costruzione di una sensibilità e soprattutto tornare a una tradizione persa dalla sinistra. La politica morale: la politica è collocarti di fronte ai fatti e dire da che parte stai. Questo devi fare con i giovani. È un problema etico ed estetico. Uno

è di sinistra perché balla meglio, senza alcun dubbio. Uno ha empatia con il popolo perché il popolo è mille volte meglio dell’oligarchia. Quelle sono mummie coperte di bende con un orologio d’oro al polso. Il popolo è fonte di saggezza, di dolcezza, l’oligarchia è un mucchio di gangster che avvelenano le proprie madri e che se possono rubare il cioccolato alle proprie nonne glielo rubano. Scusa, ho bisogno di una Coca-Cola». Giochiamo: Banca mondiale. «Prendono il denaro di altri e se lo spendono loro». Fondo monetario internazionale. «Intascano soldi, sono senza fondo». Obama. «Prigioniero della sua retorica, non può decidere perché decidono le lobby». Pechino. «Dove ci sono molti cinesi, resta una incognita». Bruxelles. «Ahhh, è in Europa, è lontana!»


No global. «Il global è una maniera fraudolenta di dire universale». Parliamo di amore. È monogamo? «In maniera militante». Come ha incontrato l’amore della sua vita? «Trattando con quello che divideva l’affitto con me in quegli anni. Gli ho detto: se mi trovi una biondina tutto pepe non devi pagare la tua quota per i prossimi due mesi. E il mio amico Bellarmin mi ha presentato Paloma. Viviamo insieme dal 1971». (Fa una pausa e poi sbotta). «Quarant’anni. Wow! È un’esperienza meravigliosa la costruzione dell’amore quotidiano. Essere sposato con una donna è una cosa che produce amore».

Allora. Io dico Che Guevara. «Uffffff». (Ci pensa e stringe gli occhi, poi uno sbuffo di fumo). «Un tipo che diceva quello che faceva e faceva quel che diceva». Marcos. «L’immaginazione in un’epoca rimasta senza».

Il detto recita: matrimonio tomba dell’amore. «Il mio primo matrimonio, avevo vent’anni, non fu la tomba dell’amore, ma la mia. Ne uscii distrutto. Il matrimonio è un lavoro: la routine rovina e la fantasia costruisce».

Salgari. «La bicicletta, mi perseguita questa immagine».

Per Paloma è difficile vivere con lei? «Sì. Io sono un forzatore del ritmo. Forzo il ritmo della vita. E impongo senza volere, e volendolo, il ritmo. Lei mi dice: guarda che anche io abito in questa casa. Per il resto son sempre di buonumore e l’unica volta che ero arrabbiato sarà durata tre minuti. Mi passa subito».

Imperialismo. «La presenza senza volto di un progetto maligno».

Per curiosità, per che cos’era? «Uhm, non mi ricordo. Dimentico presto, vedi?».

“La politica è collocarti di fronte ai fatti e dire da che parte stai. Questo devi fare con i giovani. È un problema etico ed estetico”

Con il subcomandante hai scritto un libro a due mani. Perché tace da così tanto tempo? «Abbiamo scambiato lettere, conversazioni, attraverso messaggeri che arrivavano la notte, come spie cinesi. Scriveva a macchina e firmava a mano, per evitare mistificazioni. L’ultimo messaggio fu via fax per chiedermi di trovargli un libro. Non so il perché del silenzio. Di fatto non lo sa nessuno».

Fra i tanti personaggi dei suoi libri scegliamo tre compagni di viaggio: Che Guevara, Marcos, Emilio Salgari. Quando finisce il libro, il loro fantasma resta a farle compagnia? «Certo, per questo scrivo questi libri. Io sogno il Che, in maniera ricorrente: stiamo costruendo una scuola e io sono incapace di mettere i mattoni. Il Che mi guarda severo e mi dice: “Ma non si fa così, Paco”. E io borbotto: “Anda, vaffanculo, io sono uno scrittore, non un muratore”. Ma il Che continua a criticarmi. Questo sogno mi ha perseguitato così tanto che quando stavo scrivendo il libro su di lui lavoravo dieci, dodici ore al giorno e quando dormivo sognavo di costruire quella fottuta scuola. Ero stanco morto! Provo un senso di colpa, ogni volta che mi intrometto nella vita di un personaggio. Penso: con che diritto, a chi ho chiesto il permesso?». E con Salgari va meglio? «La relazione è più giocosa. È un vecchio amico, lo incontro in bicicletta per le strade di Torino, con i suoi lunghi baffi e gli dico: “Ehi come stai?”. E Salgari si ferma e inizia a inventare: “Vengo dall’India, sono salito su un elefante”. E tu pensi che è una bugia, ma stai al gioco. “Era grande o piccolo?”».

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Rivoluzione. «Vieni, venite, su, è urgente!».

Ispirazione, fantasia e forma. E la tecnica? «Una novella si misura in horas nalgas, ore-natica, cioè in quante ore si deve rimanere con il culo attaccato alla sedia prima di terminare un libro. Il libro su Salgari vale mille e trecento horas nalgas. La letteratura implica il fatto di costruire. Le parole non arrivano da sole e quando arrivano da sole sono sospette. E la tecnica è fondamentale». Sua figlia, Marina, è fotografa. Come l’ha educata alla lettura? «Ho fallito, molte volte. Una volta abbiamo trovato un metodo: le proibivo un libro. Lei scalava la libreria e a volte cadeva: che bernoccoli! Arrivava fino al libro là in alto, ma così ha letto I tre moschettieri, ma anche il Kamasutra. Poi ha trovato la sua maniera di leggere». Le piace scrivere. Ma anche la parola detta. «Sì, ma parlare ruba il tempo alla mia scrittura. Ogni volta devo parlare di più del libro, che scriverlo. Per la promozione in tanti Paesi. È un problema». E come si risolve? «Non si risolve». Un vizio particolare? «Fumo come un demente, ho dovuto limitare le Pepsi e le Coca-Cola dopo essere arrivato a quattordici bottigliette al giorno, sono astemio, monogamo. Forse vivo in maniera viziosa la relazione fra l’individuale e il collettivo. Cercando una connessione fra le due cose, come forma di salute mentale».

E


Los Angeles

Tutti a piedi di

Raethia Corsini

foto

Guillaume Zuili [vu/blobcg]

Un po’ di tempo fa alle fermate dei mezzi pubblici di Los Angeles c’erano carpentieri africani e colf sudamericane, passeggiare lungo le arterie dello shopping era un’avventura: si scarpinava solitari, tra gli sguardi sdegnati di chi ti sorpassava in Suv e, sulla Red Line, si era più soli che in uno stadio vuoto.

Oggi nella città più grande della California, dalle distanze proverbiali e un piano urbanistico a misura d’automobile, le cose sono diverse. Un veicolo su tre è di piccola cilindrata o si alimenta a batteria e fare la fila per il bus sta diventando una moda: la variegata classe media cittadina è infatti invitata a spostarsi a piedi o a scegliere tra i mezzi pubblici e la bicicletta. Se non è una rivoluzione dei costumi, è di certo un cambio di ritmo, un’occasione per vedere questa metropoli unica, non dal finestrino di una Mustang, ma da quello di un bus e dai marciapiedi. A passo d’uomo.

Un distretto, tanti mondi

L’impatto meno traumatico per un pedone europeo a Los Angeles è a Downtown, cuore che batte a nord ovest e zona che più somiglia a una città come la intendiamo noi. A El Pueblo, dove tutto ha avuto origine nel 1781 grazie un pugno di coloni messicani (che chiamarono la nuova patria El Pueblo de Nuestra Señora la

Reina de los Ángeles sobre el Río Porciuncula) sopravvive, a eterna memoria, un quartiere in bilico tra Ottocento e Novecento racchiuso in Olivera Street: negozi di artigianato e ristoranti in stile messicano, cortili con fiori tropicali, il museo sulle origini della metropoli e, un po’ più lontana, la Union Station, vera ragione per venire qui. Oggi, oltre ai treni, ospita anche la fermata della metro Red Line. Del 1939, anno in cui è stata costruita, la stazione mantiene intatte sala d’attesa, biglietterie, panche di legno tirate a lucido, grandi vetrate e un cortile-giardino. Cimeli che, tra il via vai della folla, hanno il potere di evocare ologrammi del passato: migranti, valigie con lo spago, ma anche William Holden e Nancy Olson, interpreti di Union Station, noir anni Cinquanta girato in buona parte nella stazione. La faccia contemporanea di Downtown, invece, s’incontra a una fermata di metro da qui. Scendendo a Civic Center, la South Grand Avenue si apre su un altro emisfero. È una


strada amplissima, e farla a piedi è il modo ideale per sentirne la dimensione sconfinata, delimitata solo da rigorosi palazzi di vetro che riflettono il sole, o da quelli sinuosi, come il Disney Concert Hall, firmato dall’architetto Frank Gehry e sede della Filarmonica aperta nel 2004 grazie a una lauta donazione dell’ultima moglie di Walt Disney, Lillian. È una struttura che dentro colpisce per l’acustica fenomenale e, fuori, per la materia con cui è costruita – il titanio –, per il giardino pensile delizioso e il ristorante a fianco, Patina. È costoso, ma onora la fama di Los Angeles capitale culinaria della West Coast. Lungo la North Grand Avenue, guardando verso le terrazze con piscina, le palme e i ficus, ci si sente in vacanza, ma se si abbassa lo sguardo ci si accorge che Downtown è il centro del lavoro, habitat di broker finanziari, avvocati, funzionari e impiegati. Vestiti come in un episodio di L.A. Law o Hill Street giorno e notte, li trovi seduti a Watercourt, in California Plaza, con

Giù da Watercourt i manager scompaiono e s’inciampa in artisti, designer, scenografi, scrittori in T-shirt e abiti minimal ma confezionati con tessuti avveniristici

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il sacchetto del pranzo davanti a fontane zampillanti e anatre che questuano cibo. Sono l’immagine-icona dei telefilm. La Downtown del nuovo millennio, però, non è più solo questo. Giù da Watercourt i manager scompaiono e s’inciampa in artisti, designer, scenografi, scrittori in T-shirt e abiti minimal ma confezionati con tessuti avveniristici. Sono loro che hanno mutato la morfologia del quartiere convertendo loft ex industriali a basso costo in appartamenti, laboratori e gallerie. Ci si perde volentieri una giornata a scoprire le nuove avanguardie: anche l’Art Walk, passeggiata guidata e gratuita che include musei istituzionali come il Moca. Il nuovo popolo di Downtown s’incontra alle mostre, negli studi di design e, il sabato mattina, nei caffè che offrono ottimi lunch in tempi no stress. Lo stesso ritmo lento che, superata la scalinata Bunker Hill, si ritrova alla Central Public Library. Biblioteca su tre piani, servizio internet, videoteca, poltrone comode, mostre temporanee e un affascinante crogiuolo di differenze


concentrate le une vicino alle altre. Mescolanze che predominano anche al Grand Central Market, sulla South Broadway: nei mini ristoranti e nei bar si affollano, gomito a gomito, operai e scrittori per una birra fredda, perché questo non è solo un mercato aperto tutti i giorni, ma un vero punto di ritrovo. È la linea di demarcazione tra la linda Downtown e la polverosa Broadway, che si dipana giusto dall’altra parte delle bancarelle. Il quartiere old movie è un’esperienza che un cinefilo non può mancare. Intanto perché c’è il Bradbury Building, esterno di epoca vittoriana, interno magicamente senza tempo dentro. L’architetto George Wyman lo realizzò ispirandosi a un racconto di fantasia (Looking Backward: 2000-1887 di Edward Bellamy) e Ridley Scott ci ha girato la scena finale di Blade Runner. Tra la folla che riempie le vie tra la Terza e la Nona, sparpagliata tra negozi di erbe e radici magiche, mazzi di fiori in saldo e gioielli preziosi, c’è poi la più alta concentrazione di cine-teatri anni Venti-Trenta (chiusi ma visitabili), ribalta di memorabili pellicole del muto.

Dove si sfiorano le “stelle”

Lontano da Downtown, ma a portata di Blue Line, alla fermata 103rd Street si apre uno scenario profondamente diverso tra case popolari e le Watts Towers, simbolo dei lavoratori emigrati e del black power. Si trovano al centro di Watts, il quartiere delle rivolte degli afroamericani degli anni Sessanta e degli scontri tra gang e polizia negli anni Duemila. Le architetture, alte 30 metri, sono di ferro decorato con cemento, vetri, conchiglie, sassi: un insieme di strutture urbane dal gusto surreale firmate da Sam Rodia, immigrato italiano che ha impiegato 33 anni, dal 1921 al 1954, a costruirle. La storia è di quelle da ascoltare a bocca aperta specie

Le Watts Towers, simbolo del black power e degli scontri tra gang e polizia degli anni Duemila sono state costruite da Sam Rodia, immigrato italiano

se la racconta un altro Sam, una delle guide delle Watts Towers, pelle scura segnata dal tempo e sguardo di chi c’era. È lui che incanta i pochi turisti che si avventurano da queste parti. I più, infatti, ignorano il quartiere perché è malfamato. Invece lungo le strade, piacevoli da attraversare di giorno tra casette basse, variopinte, con minuscoli giardini pieni di biancheria e giochi per bambini, s’incontra una realtà che è la chiave per comprendere il cuore sociale di Los Angeles. Importante tanto quanto farsi un’idea del tessuto urbanistico della metropoli, che appare nella sua complessità solo se si guarda dall’alto. Per esempio dai 600 metri del Griffith Park, uno dei più grandi parchi cittadini degli Stati Uniti con i suoi 85 chilometri di sentieri rimasti ancora danneggiati dal grosso incendio del maggio 2007. Alla fermata Vermont/Sunset della Red Line, parte l’Obser-


È il mercato, bellezza

vatory Shuttle che porta lassù dove i cittadini vanno a fare il picnic e gli stranieri a vedere tramonti spettacolari avvicinandosi alle stelle (quelle del cielo) da uno dei più importanti osservatori del Paese. Griffith Park è questo, ma anche natura in stato di grazia. Passeggiando lungo le vie del parco circondate da querce, manzanite e salvia, ci si dimentica dei rumori e capita che spuntino cervi, coyote, volpi, quaglie selvatiche e serpenti a sonagli. Tutti liberi e più fortunati dei loro simili rinchiusi nello zoo che si trova proprio dentro il parco. Con una mappa, distribuita all’info point, si sceglie tra i diversi sentieri a partire dal più popolare: il Mount Hollywood Trail (lungo 7 chilometri) con la celebre scritta “Hollywood”. Da qualunque punto, comunque, lassù la vista di Los Angeles riempie l’occhio e invita a scendere giù dai colli per tuffarsi nel mito: via bus, da Vermont Avenue verso Sunset Boulevard. Immortalato in tv, film e canzoni, dagli anni Venti è la vera vita notturna di Los Angeles, anche se oggi i suoi 40 chilometri sono, in effetti, un viale del tramonto. Qui la movida sopravvive solo grazie al vecchio fascino: dal Bar Marmont sotto l’omonimo hotel Chateau Marmont, dove morì John Belushi, alla House of Blues; dal Roxy Theatre al Viper Room, ex club di Johnny Depp, tutto parla della leggenda che fu.

Bici, rollerblade e surf

Una passeggiata a Los Angeles non è perfetta senza una camminata in riva all’oceano: «Devi sentire l’onda, assecondare la sua energia, sintonizzarti e poi lasciarti andare», diceva Bodhi, alias Patrick Swayze, in Point Break, diretto da Kathryn Bigelow e girato a Redondo Beach. Vale anche per chi i surfisti li guarda soltanto. E da queste parti ce ne sono sempre. Qualcuno si vede

anche al classico Santa Monica Pier Walk, girandola di bar, bistrot di pesce e luna park con ruota panoramica e la giostra-carrillon de La Stangata. Di surfisti che saltano sull’onda ce ne sono di più, però, lungo i 35 chilometri del South Bay Bicycle Trail, il sentiero asfaltato pianeggiante che unisce Santa Monica a Torrance Beach, passando proprio per Redondo. Si fa in bici e con i pattini, mezzi utili per girare anche a Venice Beach: canali, musica e architettura mista, un tempo quartiere freak, oggi Venice è un posto per ricchi, quieto di giorno, mondano la sera. Anche se i veri vip vanno al mare a Malibu, enclave di celebrità che ospita, tra le altre, le ville di Tom Hanks e Barbra Streisand. È costosa e il suo centro spagnoleggiante, il Country Mart, sembra il set di una fiction. Il mare e lo scenario, però, sono tra i più belli. Non per niente Malibu è la location-movie più ambita (Baywatch docet), tanto che cinque anni fa, per ragioni di quiete pubblica, hanno dovuto regolarne l’utilizzo, vietando le riprese all’alba e al tramonto. Per arrivarci serve un’ora e mezzo di bus da Fairfax/Washington, capolinea del 534, e una breve passeggiata a piedi. A quel punto ci si trova, di nuovo, in un’altra dimensione: intorno solo silenzio, oceano e montagne. Distesi sulla spiaggia, viene voglia di cercare la Statua della Libertà sepolta sotto la sabbia del Pianeta delle scimmie girato proprio qui. Sapendo già di non trovarla.

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I Farmers market sono i mercati del contadino. Più o meno grandi, offrono prodotti della terra e dell’artigianato, ma non solo. Si tengono in giorni differenti, meglio verificare in loco. Questi i più significativi: Downtown Vicino alla Public Library, al 650 di West 5th Street: prodotti ortofrutticoli e caseari. Anche spuntini. www.ccfm.com West Hollywood È l’originale, il primo nato a Los Angeles in questo bel quartiere al 6333 di West 3rd Street. www.farmersmarketla.com Hollywood Farmernet raggruppa una rete di produttori, inclusi i coltivatori di fiori. Bello da vedere. 6605 Hollywood Boulevard. www.farmernet.com Santa Monica Chi vuole vedere animali da cortile dal vivo, non deve mancare questo mercato sulla 2nd Street all'incrocio con Arizona Avenue. www.smgov.net/farmers_market Pasadena Il Flea market di Rose Bowl è, forse, uno dei mercati delle pulci più famoso degli Stati Uniti, si tiene la seconda domenica del mese dalle 7 alle 16: anche se non si fanno più gli “affari” di un tempo, vale una passeggiata. www.rgcshows.com Bus e metro Il biglietto base costa 1,25 dollari, il giornaliero 3 dollari. Su www.metro.net: percorsi bus e tempo. L’azienda Ladot con bus express serve alcune aree. www.ladottransit.com


lessi di

Neri Marcorè

Musica e parole. Le parole le vedi, la musica non c’è, eppure la senti. Questo succede a leggere i sudamericani, almeno i migliori, Márquez, Scorza, Amado. Però capita anche con Fabio Stassi, italianissimo, sebbene nelle sue vene scorra sangue di antenati provenienti da almeno quattro continenti. I primi tango li ho ballati sulle pagine de La rivincita di Capablanca, ma qui voglio parlare di un altro suo romanzo, È finito il nostro carnevale (minimum fax), perché mi interessa il tema dell’ossessione. Un uomo che per tutta la sua esistenza insegue un sogno, nel caso una coppa, La Coppa, chiamata “Diosa” o “Rimet”, a seconda della latitudine. È plausibile una tale pervicacia nella vita reale? O succede solo nei film, nei romanzi come questo? Un oggetto di per sé, per quanto prezioso, difficilmente può rappresentare tutto, ma se quell’oggetto diventa un simbolo vitale, allora le cose cambiano. “D’amore non si muore”, premetteva Massimo Ranieri in Rose rosse prima di arrivare alla paradossale sintesi. Può essere, ma per amore si è disposti a perdere il sonno e la ragione. E la vita, se la contropartita è viverla con il cuore pieno ma leggero come un colibrì. Parigi, anni Venti. Rigoberto incontra gli occhi di Consuelo da Siviglia ed è perduto, si ammala di una febbre incurabile che può essere lenita solo invecchiando tra quelle braccia, non c’è rimedio. Ma Rigoberto, nei suoi desideri, non è diverso dal resto degli uomini che si scannerebbero per un bacio della dea andalusa; è diverso nello spirito, profondamente romantico, perché a differenza degli altri che sarebbero sazi di una notte d’amore con cui riempirsi la bocca al bar e gli anni fino alla vecchiaia, per lui conta solo capire se l’amore ricambiato di lei non sia solo un’illusione nella sua testa, ed è questo che lo condanna per l’eternità. “Yo soy la esperanza perdida”, gli dice una sera mentre la riaccompagna a casa, ma non starò qui a scrivere come la Victoria alada possa finire per sostituirsi a una donna bellissima, sarebbe una vigliaccata, come rivelare il nome dell’assassino in un giallo o raccontarvi il finale di questo romanzo. Con il “pretesto” di perseguire la sua missione, Rigoberto ci accompagna in un meraviglioso viaggio che si snoda nel Novecento, con i suoi appuntamenti più drammatici a incombere sullo sfondo, lungo un ritmo incessante scandito dai campionati mondiali, da Uruguay ’30 a Messico ’70. Sfide leggendarie, figure epiche come Obdulio Varela, el negro jefe, il capitano della Celeste che sconfisse un Brasile incredulo nella finale del ’50, Garrincha, Pelé, Schiaffino, Pozzo, Liedholm, Zamora, ma anche compagni di viaggio e bevute come Hemingway o Django Reinhardt, o il bastardino Pickles che ritrovò la coppa rubata fiutando tra la spazzatura nel 1966. Il calcio è come l’amore. Se lo hai provato per davvero, dopo nessuno potrà spacciarti per lui una riproduzione scialba e vicaria che i giovani si ostinano a chiamare allo stesso modo. Sarà per questo che, finito il libro, è impossibile non avvertire, insieme all’ammirazione per la prosa di questo scrittore, anche una strisciante nostalgia per la poesia e l’umanità di un passato che non tornerà più, o per l’amore di una donna lontana che si è fatto ricordo.

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[getty images]

coppa mia


testo e illustrazioni di

Paolo Castaldi

Etenesh

Etenesh sbarca sulla costa di Lampedusa quasi due anni dopo essere partita da Addis Abeba, in Etiopia. Porta addosso il ricordo di un viaggio infernale. Ha percorso il Sudan, il deserto del Sahara, è finita nelle mani di trafficanti di uomini e in un carcere in Libia, ha attraversato il mar Mediterraneo in gommone pensando, a ogni metro, che tutto sarebbe stato vano.

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Buone nuove a cura di Gabriele illustrazioni Elfo

Battaglia

9 marzo, Europa

Il Parlamento europeo approva quasi all’unanimità una risoluzione per favorire l’integrazione dei rom. Il documento impone a tutti gli Stati membri standard minimi per favorire l’integrazione – sociale, economica e culturale – della minoranza etnica più numerosa d’Europa (dieci milioni di persone).

21 marzo, Ruanda

Quasi debellata: tra il 2001 e il 2010 i casi di malaria in Ruanda sono calati del 70 per cento e le morti si sono ridotte del 61 per cento. Tra le ragioni del successo, la distribuzione capillare di zanzariere, più di sei milioni dal 2009, e la maggiore rapidità dei tempi di cura. Negli ultimi due anni, le persone sottoposte a trattamento nelle prime 24 ore dal manifestarsi della malattia sono passate infatti dal 60 all’89 per cento.

24 marzo, Nuova Zelanda

Un accordo legale salva la haka, la danza rituale che apre tutte la partite di rugby degli All Blacks neozelandesi. I diritti di proprietà intellettuale della haka appartengono infatti alla tribù maori Ngati Toa, dopo che, nel 2009, un tribunale aveva riconosciuto che la versione originale era stata inventata da un capo di quella comunità. C’era il rischio che la nazionale di rugby non potesse più eseguirla. I dettagli dell’accordo restano confidenziali.

25 marzo, Guatemala

È stato arrestato il settimo responsabile dell’eccidio di Dos Erres, del 1982, nel quale vennero uccisi 252 indigeni Maya. Si chiama Daniel Martínez Méndez ed era un vice-istruttore dei Kaibiles, un’unità dell’esercito specializzata nella contro-insurrezione. È tuttora attiva, nonostante numerose denunce e richieste di scioglimento. Restano a piede libero nove degli assassini ma, seppure lentamente, la giustizia sembra fare il suo corso.

28 marzo, Italia

Secondo il rapporto “Ragazzi dentro”, realizzato dall’Associazione Antigone, la carcerizzazione dei minori ha subìto una battuta d’arresto negli ultimi anni. Attualmente ci sono 19 ragazzi nei centri di prima accoglienza, 44 nelle comunità ministeriali, 778 in quelle private e 426 presso gli Istituti penali per minorenni (Ipm). Gli stranieri superano del 40 per cento gli italiani. Se le presenze nelle carceri rimangono stabili, sono in calo invece gli ingressi nei Centri di prima accoglienza, passati da 4.222 nel 1998 a 2.344 del 2010: quasi il 50 per cento in meno. Per evitare il ricorso al carcere, si utilizzano sempre più gli arresti domiciliari.

28 marzo, Mondo

Secondo il rapporto “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2010” di Amnesty International, sempre meno nazioni – e sempre più isolate nel mondo – applicano la condanna a morte. Negli ultimi dieci anni, 31 Paesi hanno abolito la pena di morte nella legge o nella prassi. Significativo è il fenomeno della moratoria “di fatto”: dal 2003 meno della metà dei Paesi che la prevedono


ha eseguito condanne a morte. A livello regionale, attualmente, la maggior parte delle pene capitali viene comminata in Asia e Medio Oriente.

28 marzo, India

La popolazione delle tigri allo stato selvaggio è aumentata del 20 per cento negli ultimi tre anni. Nel 2007, data dell’ultimo censimento, c’erano in India 1.411 esemplari, ora sono 1.707. In tutto il mondo, ce ne sono meno di 3.500. Permangono preoccupazioni per la riduzione dell’habitat naturale del felino: le foreste. Le tigri vivono in speciali “corridoi naturali” preservati dalla presenza umana.

29 marzo, Kenya

8 aprile, Filippine

I guerriglieri comunisti del New People’s Army (Npa) e quelli islamici del Moro Islamic Liberation Front (Milf) accettano di partecipare a un progetto delle Nazioni unite per porre fine all’impiego di bambini-soldato. Secondo fonti dell’esercito filippino, dal 1999 sono stati uccisi 12 giovani combattenti arruolati nelle fila della guerriglia maoista, 121 sono stati catturati e 215 si sono arresi, per un totale di 348. Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale dell’Onu per i bambini coinvolti nei conflitti armati, dice che il Milf ha identificato nei propri ranghi circa seicento bambini-soldato.

Energia sostenibile dallo slum di Kibera, a Nairobi. L’associazione Umande Trust lancia Tosha, Total Sanitation and Hygiene Access, un progetto per estrarre biogas dai liquami dei sanitari locali. Il sistema si basa sulla raccolta delle acque reflue in un serbatorio detto “digestore”, dentro il quale ci sono i batteri che producono metano. Dei tubi porteranno poi il gas alle cucine domestiche. Il progetto ha due scopi: riqualificare le toilette di Kibera e abbattere il costo energetico che grava sulle famiglie.

31 marzo, Afghanistan

Il Mullah Omar, leader dei talebani afgani, promulga un decreto che vieta ai suoi seguaci di attaccare scuole e di intimidirne gli alunni. Secondo il ministero dell’Educazione afgano, la svolta della resistenza jihadista sembrerebbe riguardare anche l’educazione femminile, dato che sono ormai oltre due milioni le ragazze che frequentano le 13mila scuole sparse per il Paese. Nel 2010, più di trecento scuole sono state riaperte dopo accordi tra i consigli tribali e i talebani.

5 aprile, Mondo

Secondo uno studio pubblicato dal Journal of Neuroscience, la migliore cura contro il dolore è la meditazione. La capacità di concentrarsi e “svuotare la mente” abbatterebbe l’intensità dello stimolo doloroso anche del 40 per cento, mentre farmaci come la morfina lo riducono solo del 25. L’effetto analgesico dipende dal fatto che la meditazione consente di accendere e spegnere specifiche aree del cervello, creando un’azione combinata di aumento della resistenza e di riduzione della percezione dolorosa.

7 aprile, Italia

A Milano, parte il progetto per sperimentare le cellule staminali nella cura del Parkinson, prima tappa per utilizzarle nella cura di altre malattie neurovegetative. Secondo gli esperti, le staminali hanno il pregio di raggiungere le aree del cervello colpite dalla malattia, riducendo la morte cellulare. Così facendo, possono rallentare la progressione del Parkinson. L’utilizzo di staminali in Italia può mettere fine ai “viaggi della speranza” all’estero.

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Philippe Lopparelli [tendance flou/luz]

il dossier

Nucleare non fidatevi


Un’energia troppo perfetta

Francesco Acerbis [buenavista]

di Luca Carra www.scienzainrete.it

L’energia nucleare sarebbe perfetta. Produce poca anidride carbonica e un sacco di energia. Ma quel “sarebbe” pesa come un macigno. L’idea di costruire centrali alimentate a combustibile nucleare è nata per gli stessi motivi che hanno indotto prima gli Stati Uniti e – via via – altri Paesi a creare la bomba atomica. Basta infatti pochissimo materiale fissile per sviluppare quantità enormi di energia. Senza freni, una massa critica di uranio produce un’esplosione devastante. Se invece viene “moderata” con acqua, grafite o altri mezzi, la reazione a catena produce una manna energetica. Un solo chilogrammo di Uranio 235 o di Plutonio 239 sviluppa l’energia di duemila tonnellate di petrolio. Peccato che questa straordinaria potenza energetica sia anche alla base di alcuni problemi. Se qualcosa va storto, infatti, quella stessa potenza si riversa nell’ambiente sotto forma di radiazioni. Come ci si sta accorgendo con la centrale giapponese di Fukushima Daiichi, tenere a bada i noccioli nucleari e lo stesso combustibile esausto non è affatto semplice. Lo ha ricordato sul Bulletin of Atomic Scientist il fisico della Princeton University, Robert Socolow: «Dobbiamo far capire il concetto di after heat, vale a dire la generazione di calore da frammenti di fissione che durerà per settimane e mesi, e che deve continuamente essere rimosso. Non è facile comunicare questo concetto alla gente, per la quale qualsiasi incendio può essere domato in poco tempo. Per il nucleare purtroppo non è così». Quando il vaso di Pandora si apre è difficile richiuderlo. Il nucleare è questo “vaso”. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha sempre assicurato che il vaso non si apre quasi mai. Anzi, se tutto viene messo in opera, mantenuto e gestito in modo ottimale, il rischio è prossimo allo zero. Purtroppo la perfezione tecnica e quella degli operatori umani non è di questa terra. Nemmeno in Giappone, dove la fantasia degli ingegneri non si è spinta a prendere in considerazione uno tsunami capace di

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spazzar via i generatori ausiliari, posti a livello del mare. Figuriamoci in Italia. La storia del nucleare civile insegna che ogni dieci-venti anni il vaso si riapre. Prima Three Mile Island (1979), poi Chernobyl (1986), ora Fukushima. E domani? L’Italia non ha centrali, ma confina con tredici impianti in Francia, Svizzera, Germania e Slovenia a meno di 200 chilometri dai confini. Sicuramente l’incidente giapponese porterà a un giro di vite su controlli e sistemi di sicurezza, facendo peraltro ulteriormente salire i costi già elevatissimi del nucleare. Per tacere del guazzabuglio delle scorie, attive per migliaia di anni e che nessuno sa dove mettere. Il nucleare converrà ancora? La Germania, e ora anche la Francia, cominciano a dubitarne. Sigillare per benino il vaso è una cosa così complicata da limitare anche i futuri sviluppi di questa fonte, tanto che difficilmente potrà spingersi sopra il 15 per cento del totale dell’elettricità prodotta nel mondo. Se dagli incidenti maggiori passiamo a considerare i guasti minori, scopriamo che le centrali anche nei Paesi tecnologicamente più avanzati necessitano di continui e costosi controlli e di una organizzazione del territorio di tipo paramilitare. Ma non basta mai. Pensiamo alla Francia, dove solo nel luglio del 2008 si sono verificati quattro incidenti a impianti nucleari (tre al sito del Tricastin, uno a Romans-sur-Isère) che hanno comportato rilascio di sostanze radioattive nell’ambiente o contaminazioni per malfunzionamenti e negligenze umane. E per il futuro? Così conclude un autorevole rapporto del Mit di Boston: “Non abbiamo trovato e, sulla base delle nostre conoscenze attuali, non crediamo sia realistico aspettarci che vi siano nuovi reattori e nuove tecnologie sul ciclo del combustibile in grado di risolvere contemporaneamente i problemi dei costi, della sicurezza, dei rifiuti e della proliferazione di armamenti”. Ne vale la pena? _

Meletti

Francesco Acerbis [buenavista]

di Jenner

il dossier

Da Caorso a Trino senza ritorno

Non ci sono più alunni nella scuola elementare di Zerbio, frazione di Caorso, a un tiro di schioppo dal cupolone della centrale nucleare. Adesso l’ex scuola ospita il comitato Zerbio c’è, che organizza cene con tagliatelle alla lepre, lepre con polenta, dolce, vino e caffè a dieci euro. Zerbio c’è ancora, ma è un fantasma. Finestre chiuse, case in vendita. Simona Ghioni, capelli rossi e un grande sorriso, offre pisarei e fasò, trippa e naturalmente lepre nell’unica trattoria ancora aperta. «Quando funzionava Arturo

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Francesco Cito

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Ermes Beltrami [emblema]

Francesco Acerbis [buenavista]

il dossier

Il trucco

di Massimo

Rebotti

Quando il governo Berlusconi tornò in carica, tre anni fa, un consigliere regionale della Lombardia, Mario Agostinelli, disse che il centrodestra avrebbe tentato di riportare il nucleare in Italia. Sostenne che i dossier erano pronti, le aziende pure, che erano stati individuati anche i siti delle future centrali, ma che venivano tenuti segreti per non allarmare le popolazioni interessate. Mario Agostinelli è un chimico-fisico, ha lavorato per l’Enea nel centro di Ispra, ha fatto il sindacalista per la Cgil e il politico nella sinistra, continuando a occuparsi soprattutto di energia. In quell’occasione aggiunse che sarebbe stata allestita una comunicazione piuttosto sofisticata per creare, attorno all’atomo, il consenso necessario. La previsione si è rivelata esatta. Qualche tempo dopo il governo scoprì le carte e il programma nucleare italiano riprese, alla luce del sole. Solo sui luoghi dove collocare le centrali è stato mantenuto il segreto e il motivo è chiaro. Poi venne, 25 anni dopo Chernobyl, la raccolta firme per un nuovo referendum e – infine – il disastro di Fukushima. Il governo italiano ha quindi deciso lo stop del programma nucleare. Intanto per levarsi di torno il referendum e poi si vedrà. Mario Agostinelli non è per niente soddisfatto: «È una carognata, una scelta di grande cinismo». Eppure l’intenzione governativa di soprassedere sul ritorno delle centrali è sicuramente qualcosa di più rispetto alla cosiddetta «pausa di

(la centrale qui è sempre stata chiamata così, ndr) c’erano un altro bar, il forno con i generi alimentari, i tabacchi, la scuola. Si lavorava tutti e bene. Almeno duemila operai e tecnici, negli anni della costruzione. Adesso è un mortorio. Si era sentito parlare di una riapertura ma attualmente, con quel che è successo in Giappone, chi vuole che abbia il coraggio di parlare di nucleare?». Cento metri dopo la trattoria Ghioni, ecco i cartelli che annunciano la centrale. “Sogin spa. Sito di Caorso. Attenzione: sorveglianza armata”. C’è il disegno poco rassicurante di un soldato che ti punta contro un fucile. Il cupolone è dietro ai pioppi. Ti fermi nell’enorme piazzale vuoto a dare un’occhiata e arriva subito un vigilante dell’Ivri, armato. «Questo è un sito nucleare e lei non può stare qui. Non ha visto il cartello “proprietà privata”?». Il paese di Caorso è a tre chilometri.

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Francesco Cito

riflessione», la formula, penosa, dietro a cui il governo si era trincerato per settimane dopo la catastrofe giapponese. «Finora hanno detto solo che il referendum non si farà e che il programma è sospeso; ma chi vuole realmente uscire dal nucleare si comporta in modo diverso: definisce un iter, si dà una strategia alternativa, come è successo in Germania». In Italia una strategia alternativa non c’è. E nessuno dà l’impressione di volerla cercare. Gli incentivi alle fonti rinnovabili hanno da poco subito un taglio drastico e la vera caratteristica del programma nucleare italiano, finito ora precipitosamente nel cassetto, era appunto quella di non avere alternative “pulite”. «Il punto – risponde Agostinelli – è che questo sistema ha sempre avuto un bisogno strutturale dell’idea del nucleare: c’è una politica industriale, e anche relazioni internazionali, che hanno come corollario il mantenimento di un sistema energetico fondato sulle grandi centrali». E poi c’è un complesso produttivo – il settore termoelettrico meccanico – che è frutto di questa impostazione «obsoleta, centralizzata e rigida». A sostenere il progetto di ritorno all’atomo è stato in questi anni anche un pensiero geopolitico: «In Europa il governo Berlusconi ha puntato ad essere un punto di riferimento per i paesi dell’Est, i più arretrati dal punto di vista ambientale, quelli che ancora mitizzano l’atomo. La nostra è una leadership stracciona». La ripresa del programma nucleare era attesa, oltre che da Enel ed Eni, da un intero comparto industriale in crisi nera da anni: «Basti pensare alla propaganda che ci sarebbe stata sulle centrali “sicure” e quanti affari avrebbe generato per le aziende del bresciano, per esempio, immaginate le tonnellate di tondino da infilare nei muri di cemento armato». Prima del disastro di Fukushima, la comunicazione pro-nucleare in Italia si era mossa in modo particolarmente sinuoso, avvolgente: «So per certo che Mediaset ora ha dovuto, a malincuore, cancellare budget pubblicitari elevatissimi già a contratto per Enel e il Forum nucleare. Per la comunicazione Enel aveva stanziato 5 milioni di euro, il Forum oltre sei». La stessa scelta del professor Umberto Veronesi come presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare è stata un frutto della stessa logica: «È un uomo con una forza mediatica formidabile, ma pos-

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il dossier

Il posto pubblico più vicino alla centrale, da questa parte, è il bar trattoria Al Furnason. «Io ho lavorato per due anni alla costruzione di Arturo», dice Costantino Poggi, 70 anni. «E io per cinque anni, quando era in funzione», racconta Ugo Tavani, anni 60. Dicono che, in fondo, quelli sono stati anni belli. «C’era da lavorare per tutti, arrivava tanta gente anche da lontano. Anche quelli che non lavoravano in centrale facevano i soldi. Sistemavano un letto in cantina e affittavano il loro appartamento agli operai che arrivavano dal Sud, da Bergamo, da Brescia. Li mettevano tre per stanza, a fine mese erano quattrini.

Ermes Beltrami [emblema]

sibile che nessuno si domandi che cosa ci fa lì un medico, senza alcuna nozione sul funzionamento dei reattori? Della sicurezza si dovrebbero occupare gli ingegneri».Tutto questo mondo, che ci contava moltissimo, ora accetterà il tramonto del “sogno”? «Gli interessi sono molto forti, questo ambiente ha l’atomo come modello di riferimento; cercheranno una via d’uscita, ma nessuno pensa di abbandonare definitivamente la prospettiva, altrimenti lo direbbero chiaramente». La scappatoia potrebbe essere quella di trasferire la questione su scala europea: «Già adesso Enel si muove in quella dimensione, il business nucleare lo puoi governare in molti modi e non solo realizzando le centrali in Italia: c’è la Slovacchia, tutto l’Est, il Kosovo». Mario Agostinelli teme che la storia non sia affatto finita: «Il nucleare è come l’hardware, è difficile da smontare, difficile da riconvertire». A meno che non ci sia una forte volontà politica: «La svolta in Germania non c’è stata per caso, ma perchè i Verdi sono ormai un grande partito». Questione, quindi, di rapporti di forza. L’opposto di quello che succede in Italia, con un governo avviluppato in un infinito crepuscolo che ha avuto, come unico obiettivo, quello di evitare la prova del referendum: «Una vittoria della democrazia diretta avrebbe chiuso per sempre il discorso». Così invece «rischia di riaprirsi tra un po’, a livello dei governi europei». E al riparo dagli occhi dei cittadini. _

Paura delle radiazioni o di incidenti? E che ne sapevamo noi, allora? Certo, in questi ultimi anni abbiamo cominciato a fare dei conti. Tanti della nostra generazione non ci sono più, portati via dai tumori. Ma vai a sapere se è stato Arturo o se è stato il destino». Anche il Poggi e il Tavani, il 20 giugno dell’anno scorso, hanno visto lo strano corteo che portava via dalla centrale le ultime barre radioattive, per portarle in Normandia. «Polizia davanti e dietro, camion dei vigili del

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Un errore atomico

di Gabriele

Battaglia

Kim Kyung Hoon [reuters/contrasto]

ha collaborato Atsushi

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Shizumi

«Cari italiani, come sapete il Giappone dopo Fukushima è sull’orlo della rovina. Anche l’Italia è un Paese sismico. Perché non dite per sempre no alle centrali nucleari?». Takashi Hirose è nato a Tokyo nel 1943. Scrittore con un passato da chimico, ha una vasta produzione saggistica che spazia dalla letteratura medica alla traduzione di testi stranieri, passando per l’economia. Negli anni Ottanta, lancia una provocazione: «Se l’energia atomica è così sicura, tanto vale costruire una centrale nel centro di Tokyo». Da allora si getta a capofitto nel dibattito sul nucleare giapponese e oggi ci tiene a mandare agli italiani un messaggio sul futuro energetico. Hirose addita anche la mancanza di trasparenza con cui il governo del suo Paese e la Tokyo Electric Power Company (Tepco) hanno gestito la crisi nucle-


are: «I giapponesi stanno andando verso l’inferno senza essere informati sulla verità». La sua è una critica radicale che si estende a tutto il sistema nipponico dei media. «Fin dai giorni immediatamente successivi allo tsunami, governo e Tepco hanno continuato a nascondere la verità, cioè la reazione nucleare derivante dalla caduta del combustibile fuso, con la fusione del nocciolo e la contaminazione nella vasca di contenimento. Ma a distanza di tempo io trovo soprattutto anomalo il fatto che il popolo giapponese se ne stia tranquillo senza sapere come potrebbe andare a finire. Quanto all’estensione della contaminazione a livello mondiale, che potrebbe verificarsi attraverso l’acqua di mare, quello che sta succedendo in Giappone ricorda l’incidente al complesso nucleare di Windscale, la centrale britannica in cui, nel 1957, un incendio provocò la fuoriuscita di una nube radioattiva che si estese in tutta Europa. Ancora oggi si considerano sottostimati i dati sulle morti per cancro provocate da quell’incidente». Anche l’ex governatore di Fukushima, Eisaku Sato, si è scagliato contro la mancanza di trasparenza da parte del governo e della Tepco. Il problema è solo questo oppure è tutta la politica nucleare che deve essere messa in discussione? «Sì, bisogna riconsiderare tutta la politica nucleare. Tuttavia, il problema principale resta l’informazione: dalle televisioni giapponesi sono stati completamente esclusi tutti gli ingegneri e scienziati indipendenti. Hanno avuto parola solo gli studiosi al servizio dell’industria nucleare. I giapponesi stanno andando verso l’inferno senza essere informati sulla verità. Inoltre, i mass media giapponesi non riescono quasi mai a chiarire le responsabilità del governo e della Tepco proprio perché sono privi di qualsiasi conoscenza sul nucleare». Secondo lei un incidente nucleare crea sempre una reazione a catena, che provoca danni al di là dell’evento stesso. Per esempio, ha denunciato che a Fukushima l’utilizzo di acqua di mare per raffreddare i reattori abbia peggiorato la situazione: l’acqua è evaporata per il calore e il sale ha danneggiato i congegni di funzionamento delle apparecchiature. «Finora si è ripetutamente detto che la centrale nucleare è sicura, ma questa idea è basata sul concetto di fail-safe, cioè sul fatto che al momento di un guasto entrano in funzione dispositivi che riducono il danno al minimo. Ma l’impianto

il dossier Massimo Di Nonno

o

fuoco, carabinieri sui cavalcavia. C’era tutto il paese a guardare. C’era anche una punta di tristezza perché finiva un’epoca. Ma tanto le barre, speriamo davvero decontaminate, torneranno da noi. Infatti non è ancora stato deciso dove costruire il deposito nazionale delle scorie radioattive». Denj Ferranti, 64 anni, ha un’edicola in via Roma, il corso del paese. «Quella mattina la ricordo bene. Quelli della centrale avevano paura delle contestazioni e avevano organizzato il viaggio in gran segreto. Ma a protestare era solo qualcuno e non contro il nucleare: era arrabbiato perché era rimasto bloccato dal lento passaggio del convoglio. E già c’era chi non sapeva nemmeno cosa fosse la centrale, chiedeva cosa trasportassero quei camion blindati». Anche la signora Ferranti aveva operai

in casa. «Siamo rimasti amici. Dopo Caorso sono andati a costruire la centrale di Montalto di Castro. Il paese era pieno di vita, in quegli anni. C’erano tre negozi di scarpe, ora nemmeno uno. C’era pure un albergo e i bar lavoravano moltissimo. Gli affitti di case e negozi erano saliti tanto, ma si guadagnava comunque.

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Ho New [reuters/contrasto]

nucleare è così complicato che un piccolo errore può creare irreparabili problemi a catena. Si tratta di un rischio di cui si rende conto facilmente qualsiasi ingegnere. Non si può semplicemente versare acqua di mare da un elicottero. E siccome una centrale ha bisogno di controlli e manutenzione continua, se si deve evacuare il personale come a Fukushima, la situazione degenera per forza. Per questo motivo la sicurezza di un impianto nucleare è un’illusione che nasce da un’omissione». Nonostante l’informazione poco trasparente del governo e della Tepco, non sono arrivati segnali di grandi proteste da parte dei giapponesi. «Naturalmente anche in Giappone sta crescendo il movimento antinucleare, ma attualmente solo nei luoghi dove ci sono le centrali. All’inizio aprile, sono stato a Osaka per tenere una conferenza. C’era tantissima gente e abbiamo dovuto ripetere l’incontro per due volte. Tornato a Tokyo, un amico mi ha raccontato della manifestazione a Koenji (una zona della capitale, ndr). Mi ha detto che i partecipanti erano cinquemila ma l’organizzazione

ha stimato quindicimila e i giornali stranieri addirittura ventimila. Il punto è che i nostri mass media non diffondono la verità e la maggior parte della gente non è cosciente del pericolo. Europei e americani conoscono la grave situazione della centrale di Fukushima meglio dei giapponesi. Il problema è dovuto alla differenza di professionalità tra i media giapponesi e quelli occidentali. In Giappone, oggi, non c’è vero giornalismo. Esistono solo informazioni prodotte dai governi. Questa situazione assomiglia molto a quella della Seconda guerra mondiale. È deplorevole ma questa è la verità. Penso che tutto questo riveli anche come i giapponesi siano incapaci di andare spontaneamente a cercare la verità. Adesso però ha cominciato a muoversi la generazione più giovane, cosi come è successo per me dopo l’incidente di Three Mile Island (Pennsylvania, Usa, 1979, ndr). Continuo a non credere molto nell’acume dei giapponesi e non intendo gioire finché non verranno chiuse tutte le centrali, il che è paradossale visto che ho poche speranze. Vorrei suscitare la rabbia della gente verso chi ha commesso questi

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Si fa fatica a comprendere come mai i suoi connazionali abbiano accettato il nucleare – anche se civile – dopo avere vissuto due bombardamenti atomici. «In Giappone negli anni Cinquanta c’erano gli scienziati atomici migliori del mondo. Sono stati loro a insegnarci la pericolosità del nucleare ma, dopo che si è iniziato a costruire le prime centrali, sono stati sistematicamente tagliati fuori dal dibattito pubblico. In quel momento, gli anni Sessanta, il Giappone viveva un boom economico e il popolo era totalmente concentrato sulla crescita del Paese. È così che ci hanno ridotti, ci hanno resi ignoranti. I giapponesi hanno continuato a essere ingannati, non sapevano neanche di “avere accettato il nucleare”. Ma non possiamo dare la colpa a qualcun altro, dobbiamo rimproverare noi stessi e assumercene la responsabilità». In Giappone ci sono relazioni tra il nucleare civile e quello militare? E se sì, quali? «In qualche caso c’è uno stretto collegamento. Per esempio la centrale nucleare di Monju, situata nella Prefettura di Fukui, ha un reattore autofertilizzante veloce (studiato cioè per produrre più materiale fissile di quanto ne consumi, ndr) che è destinato a produrre il plutonio per bombe atomiche. Quanto all’industria, la Mitsubishi Heavy Industries ha ormai il monopolio degli impianti di riprocessamento (trattamento del combustibile nucleare usato, ndr) e dei reattori autofertilizzanti veloci. È anche la maggiore industria giapponese nel settore bellico, già dall’ultima guerra mondiale. Lo è ancora oggi. E infine ci sono molti politici che vogliono far crescere le potenzialità delle armi nucleari giapponesi». _

Il futuro delle scorie Into Eternity, del regista danese Michael Madsen, è un lungometraggio sul primo deposito permanente di scorie nucleari scavato all’interno delle montagne di Onkalo, cittadina finlandese, 300 chilometri a nord-ovest di Helsinki. Il film porta lo spettatore fin dentro l’enorme sistema di gallerie sotterranee della cava finlandese dove, una volta raggiunto il limite di stoccaggio, i rifiuti delle centrali verranno sigillati per sempre. L’inchiesta cinematografica si chiede se sarà davvero così o se invece le future generazioni potrebbero scoperchiare il vaso di Pandora e subire i danni causati dalle radiazioni che, come si ricorda nel film, non scompariranno prima di centomila anni. Into Eternity verrà proiettato nel corso della quattordicesima edizione del Festival Cineambiente, presieduta dal regista premio Oscar Michael Cimino, che si terrà a Torino da martedì 31 maggio a domenica 5 giugno. www.cinemambiente.it

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Massimo Di Nonno

delitti. E non lo farei se non ci fosse la possibilità che qualcuno smentisca il mio pessimismo, trovando la forza di cambiare».

il dossier

Purtroppo, da quando Arturo è stato bloccato, non sono più arrivati soldi da fuori ma i prezzi degli affitti non sono tornati indietro. E così i negozi continuano a chiudere». Potrà tornare a vivere Arturo, visto che le ex centrali sono state definite «siti privilegiati» per la collocazione dei nuovi impianti? La nebbia è fitta come quella che d’inverno sale dal Po. C’è una fila di bacheche, in corso Roma, con manifesti e ritagli di giornale. Nette le posizioni di Rifondazione comunista e Udc: «No al nucleare perché è pericoloso e costoso». Nella bacheca del Pd si scrive che l’Ansaldo vorrebbe Caorso per impiantarvi un reattore da 1.000-1.500 megawatt e si chiama alla protesta. Il Pdl risponde con un ritaglio del giornale Libertà


Germania felix di Alessandro

Alviani

Paul Langrock [laif/contrasto]

Vista dall’unica, tortuosa strada che la taglia a metà, si fa fatica a credere che questa placida campagna nel nord della Germania potrà trasformarsi un giorno nel cestino delle scorie nucleari tedesche. Sui campi, immensi, le patate hanno da tempo lasciato spazio al mais coltivato per il biogas; a meno di 50 metri dalla carreggiata ruota un gruppo di pale eoliche e tutt’intorno, sui tetti spioventi di cascine che sembrano abbandonate, spuntano decine di pannelli solari. A Lüchow-Dannenberg, un distretto che corre lungo quello che fino al 1990 era il confine tra le due Germanie, non si sono limitati a protestare contro il nucleare: hanno deciso di mostrare a tutti un’alternativa concreta all’atomo. «L’obiettivo è coprire tutto

il nostro fabbisogno energetico con le rinnovabili», racconta Kerstin Rudek, presidente della Bürgerinitiative Umweltschutz Lüchow-Dannenberg e.V., un’associazione civica che si batte contro il nucleare. E pensare che proprio qui, nella miniera di sale di Gorleben, la Repubblica federale sta cercando di realizzare dal 1977 il suo primo deposito definitivo di scorie radioattive. Da allora Gorleben è diventato il simbolo del movimento tedesco contro l’atomo. A ritmo quasi annuale decine di migliaia di ambientalisti tentano di bloccare i treni che trasportano qui i contenitori Castor pieni di scorie. «Stiamo già preparando le prossime proteste, a novembre: saranno ancora più grandi del

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il dossier Francesco Acerbis [buenavista] in cui 72 personalità della sinistra, alcune impegnate nel Pd, chiedono a Bersani di tornare all’energia nucleare. Come dire: siete voi a volere Arturo 2. Il sindaco, Fabio Callori del Pdl, dice che «sul nucleare abbiamo dato». «L’acqua del fiume Po – spiega – da decenni è in calo e le previsioni per il futuro non sono buone. Le nuove centrali hanno bisogno di molta acqua per il raffreddamento, dunque il sito di Caorso non è più adeguato». Per vent’anni – racconta – vale a dire dal 1987, anno della chiusura, al 1997 Arturo è stato come dimenticato. «Poi io mi sono impegnato per l’allontanamento delle barre nucleari. Certo, con la chiusura della centrale, Caorso ha pagato un prezzo alto. Ma ormai puntiamo su altre cose. Arturo ci ha lasciato una sola cosa buona: il nostro paese oggi è conosciuto in tutta Italia. E allora cerchiamo di sfruttare questo bonus: siamo una città d’arte, con la Rocca piena di affreschi e abbiamo un bel territorio: il fiume Chiavenna, navigabile; le golene e le spiagge del Po. Sfruttiamo queste risorse». Dalle acque del Po a quelle delle risaie di Trino, nel vercellese. Ancora prima di arrivare alla centrale Enrico Fermi – la prima in Italia, attivata nel 1964 poi come le altre

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Paul Langrock [laif/contrasto]

solito», promette la Rudek mentre guida un multivan bianco che sembra uscito da una foto d’archivio del movimento ambientalista tedesco. Fuori dal finestrino scorre una distesa di X gialle costruite a mano incrociando due pezzi di legno. Sono il simbolo del no all’energia atomica. E sono ovunque: appese agli alberi, poggiate alle facciate delle case, piantate sul ciglio della strada. «All’inizio – ricorda la Rudek, che si oppone all’atomo da ventisei anni – ci bollavano come folli, ci prendevano in giro per la nostra richiesta di spegnere subito tutte le centrali nucleari. Ora quella stessa richiesta è diventata socialmente presentabile». È una strana primavera quella che sta vivendo la Germania. Il governo federale è assalito dai dubbi sulla sicurezza delle sette centrali nucleari che – appena pochi mesi prima – aveva deciso di tenere accese otto anni in più del previsto. Bravo, il Cioè tedesco, ha rotto una tradizione durata 55 anni

e regalato per la prima volta alle sue giovanissime lettrici un poster con un messaggio politico (“Nucleare? No grazie!”). I tedeschi sono colti da un principio di Angst, ansia, e corrono a far scorta di contatori Geiger e pasticche di iodio. E a Gorleben vorrebbero tanto convincersi che questa sia davvero “la fine dell’era nucleare”, come ha titolato Der Spiegel dopo la catastrofe di Fukushima, ma non ci riescono. «Crederò a una svolta in Germania solo quando le centrali nucleari saranno spente», confessa Frau Rudek. La sua attesa durerà ancora qualche anno. Persino i Verdi sono infatti convinti che non sia possibile abbandonare subito il nucleare. «Penso che potremo spegnere tutti i reattori verso la fine della prossima legislatura, tra il 2015 e il 2017, senza che si verifichi un blackout e senza dover importare energia atomica dalla Francia», nota Hans-Josef Fell, deputato dei

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il dossier Francesco Acerbis [buenavista]

Massimo Di Nonno

Verdi e “padre” della Eeg, la legge che nel 2000 pose le basi per il boom delle rinnovabili in Germania. La sua previsione combacia con quella dell’Umweltbundesamt, l’Agenzia federale per l’ambiente, secondo la quale Berlino potrà rinunciare all’atomo entro il 2017. La Repubblica federale lavora però da subito alla svolta. Già prima di Fukushima il nucleare era condannato a sparire dal futuro mix energetico tedesco: gli stessi partiti più vicini all’atomo, come la Cdu di Frau Merkel, non lo definiscono più una “tecnologia del futuro”, bensì “una tecnologia-ponte”. Dopo Fukushima il dibattito si è trasformato. È cambiata la percezione dei rischi: «Sono proprio quei politici con una solida formazione scientifica o tecnica – la cancelliera per esempio ha un dottorato in Fisica – a essere rimasti più scioccati: sapevano che diversi studi dimostrano che gli incidenti si possono sempre verificare, ma non credevano che una cosa simile potesse davvero avvenire», rivela Michael Sailer, che dirige l’Öko-Institut ed è il più noto esperto tedesco in materia di sicurezza dei reattori. È poi cambiata la percezione dei costi autentici del nucleare, presentato finora dalle società energetiche come una forma di energia a basso prezzo. Handelsblatt, il più diffuso quotidiano economico del Paese, ha dato grande risalto a uno studio secondo cui una fusione del nocciolo in Germania provocherebbe danni per cinquemila miliardi di euro (il doppio del Pil tedesco): se le società di gestione poi fossero costrette a stipulare un’assicurazione che le obbligasse a coprire per intero i costi di una catastrofe nucleare l’energia

chiusa nel 1987 – si capisce che questa non è la sola cattedrale abbandonata nel deserto. Senza fumi, e senza operai, ci sono infatti una grande acciaieria, due cementifici, un’azienda che produceva plastica. Trino viveva della coltivazione di riso (“Una zattera galleggiante sulle risaie”, annuncia il cartello sotto il nome della cittadina) prima della centrale e solo di arborio e vialone continua a vivere oggi. A proteggere l’ingresso – anche qui c’è la sorveglianza armata – ci sono puntoni di acciaio che vengono abbassati, con il telecomando, dai vigilanti della portineria. Dentro ci sono ancora «15 tonnellate di combustile irraggiato», c’è paura di attacchi terroristici. Poco distante, a Saluggia, dove l’Enea aveva il centro di riprocessamento combustibile irraggiato, ora ci sono rifiuti nucleari solidi e anche liquidi gestiti sempre dalla Sogin spa, società di decommissioning. «Abbiamo avuto qualche problema – dice la Sogin –

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Alessandro Alviani

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il dossier

atomica non sarebbe più così concorrenziale come viene dipinta. «Qui è ormai chiaro da anni che la costruzione di nuove centrali atomiche non rende, visto che i nuovi reattori sono molto più costosi dei vecchi, come dimostra il caso della Finlandia», aggiunge Sailer. Ed è infine cambiata la percezione del reale peso del nucleare per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici: lo spegnimento delle sette centrali più vecchie, che insieme forniscono sette gigawatt, non ha provocato il temuto blackout. In fondo la Germania produce undici gigawatt di corrente in più di quella che consuma e da anni esporta l’energia in eccesso. Il Paese punta ora ad accelerare sulla strada delle energie rinnovabili, come chiede ormai la stessa Angela Merkel. Ma a che ritmo? Oggi il nucleare fornisce circa il 23 per cento dell’energia elettrica in Germania, il carbone poco più del 40 per cento. Le rinnovabili sono quasi al 17 per cento: la parte del leone la fa l’eolico, con il 6,2 per cento, seguito dalle biomasse (5,5 per cento), dall’idroelettrico (3,2 per cento) e dal solare (2 per cento). Il settore dà lavoro a 370mila persone, il doppio di sette anni fa. L’Umweltbundesamt è convinto che entro il 2050 sia possibile coprire con le rinnovabili l’intero fabbisogno di corrente in Germania, potenziando le energie verdi e sfruttando in via transitoria le centrali a gas e carbone esistenti o già in costruzione. Le maggiori speranze si concentrano sull’eolico: nel suo ultimo piano energetico il governo prevede che entro il 2030 i parchi eolici offshore, che oggi forniscono 180,3 megawatt, avranno una capacità di 25 gigawatt, l’equivalente della produzione annua di circa venti centrali nucleari. Il passaggio all’era delle rinnovabili, però, potrebbe rivelarsi più complesso del previsto. La Germania deve potenziare la sua rete elettrica e ha bisogno, secondo l’Agenzia per l’energia (Dena), di 3.600 chilometri di linee elettriche supplementari se vuole trasportare l’elettricità generata dagli impianti offshore del Mare del Nord verso il Sud e l’Ovest industriale. Le iniziative civiche che protestano contro i nuovi elettrodotti, però, non si contano. «Certo che abbiamo bisogno di nuove linee elettriche, ma molto meno di 3.600 chilometri e per di più possiamo interrarle», è convinto Fell. «I sovraccosti delle rinnovabili verrebbero più che compensati dai risparmi che possiamo ottenere importando meno materie prime come petrolio e gas, i cui prezzi sono destinati a crescere». Nella più grande economia di Eurolandia l’effetto dell’uscita dal nucleare sui prezzi dell’energia è uno dei temi più dibattuti. «In base ai nostri calcoli il costo dell’energia elettrica potrebbe salire di 0,5 centesimi per kilowattora, un prezzo giustificato se lo confrontiamo con i rischi che si evitano», spiega Sailer. Aspettando lo spegnimento dell’ultimo reattore i tedeschi hanno già iniziato la loro personale uscita dal nucleare. Dopo Fukushima a migliaia hanno firmato un contratto di fornitura con un operatore che offre solo corrente ottenuta dalle rinnovabili. Lichtblick, la più grande società energetica “verde”, è arrivata a contare ottocento nuovi clienti al giorno. Prima di Fukushima non erano neanche trecento. _

e ora stiamo trasformando i liquidi, impastandoli con un cemento speciale e facendoli diventare solidi, senza più possibilità di dispersione». Il bar trattoria Trapulin è proprio accanto alla centrale di Trino. La signora Lucia Saddemi prepara agnolotti e panissa e racconta che la centrale è sicura perché «anche quando sono arrivate due alluvioni, con le pannocchie del granoturco portate dall’acqua al primo piano della trattoria, la centrale non ha avuto problemi». «C’era lavoro per tutti, allora, non le facce tristi di chi arriva qui per un caffè e mi dice che non sa come mantenere la famiglia». Si apre il dibattito, fra un bianco secco e un Campari. «Il lavoro lo cerco, ma uno buono». «C’erano dieci pescatori che andavano con la lenza sul Po, proprio sotto la centrale, e sono morti tutti». «Ma va là, sono morti per diabete, polveri sottili, amianto…». «Qui in trattoria, ai bei tempi, veniva a mangiare il triplo delle persone che arriva oggi. Ed erano tutti felici, con il posto sicuro». Insomma, se non ci fosse stato il Giappone…

J

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televasioni di

Flavio Soriga

illustrazione

Borislav Sajtinac

nel frigo di Geppi Geppi Cucciari è una comica televisiva e fino a qualche settimana fa non aveva mai condotto un programma in diretta, e quindi è assurdo che le abbiano fatto condurre un programma quotidiano, in diretta, su La7. Perché la televisione, lo sanno tutti, bisogna saperla fare. È difficile la televisione, per cui è bene che a condurre i programmi siano i conduttori che sanno condurre. Sempre gli stessi, in sostanza, perché la televisione è una cosa seria, è una cosa per professionisti, e non c’è posto per chi non l’ha mai fatta. Certo, ogni tanto servirebbero dei volti nuovi, ma il punto è che se non la sai fare, la televisione, non la puoi fare. Eppoi, Geppi Cucciari non ha la dizione. Sembra sarda. Cioè, è sarda con accento vagamento cagliaritano, e non fa finta di non esserlo. Eppoi, diciamoci la verità, è un tipo, ma non è certo la Belén. Non è certo la Canalis, per citare un’altra sarda. Geppi Cucciari, un programma tutti i giorni, dai. Sarebbe come mandare in onda in diretta in prima serata Roberto Saviano, uno che non ha mai fatto tv se non come ospite. Che ascolti vuoi che faccia uno che non ha nessuna esperienza? Il programma di Geppi Cucciari (“G-day”, dal lunedi al venerdì alle 19.30) i primi giorni che è andato in onda ti metteva un po’ in ansia, perché sembrava stesse un po’ soffrendo la conduttrice, come chi sta facendo un lavoro che non sa fare. E infatti era così. Soltanto: i lavori si possono imparare. Tutti quelli che li hanno fatti per trent’anni, all’inizio erano infinitamente meno spigliati di oggi. E Geppi Cucciari, a dire il vero, ha avuto bisogno di due settimane, al massimo, per rodare. E poi via, spedita come un treno. C’era il principe Emanuele Filiberto, un giorno, suo ospite dentro il frigo per gli ospiti, e balbettava paroline, il suo romanzo stretto in mano, balbettava frasette timide, e Geppi lo guardava così, come si può guardare un pretendente un po’ comico. C’era un tipo di Elmas (Cagliari), una sera in collegamento da casa sua, e ha detto che di lavoro lui fa il sosia di Elvis Presley. E la faccia di Geppi. E c’era Iva Zanicchi, un giorno, dentro il frigo per gli ospiti, ma di Iva Zanicchi è bene non dire niente. Ma il modo in cui la guardava Geppi, Iva Zanicchi, mentre quella implorava serenità di giudizio sulla mirabolante ricostruzione dell’Aquila, mentre quella difendeva il povero Bertolaso, mentre quella ripeteva la gratitudine che dovrebbe essere di noi tutti per la meravigliosa ricostruzione dell’Aquila, il modo in cui Geppi guardava l’incontenibile signora Zanicchi, meno male che c’è YouTube e si può rivedere tutto.

[siae]

A

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L’Italia è una Repubblica a cura di

11 marzo, Calcinere (Cn)

Un uomo di 47 anni, Daniele Re, è rimasto folgorato da una scarica elettrica di 70mila volt.

11 marzo, Gifflenga (Bi)

Roberto Rossetti, un operaio di 27 anni, è morto a causa di una scossa elettrica, partita da un cavo di media tensione.

17 marzo, Arsiè (Bl)

Ennio Vescovi era impiegato in un’azienda di lavori boschivi. Aveva 38 anni. Durante un’opera di manutenzione, è rimasto schiacciato da un tronco.

17 marzo, Catania

Giovanni Incardona, 62 anni, è caduto dall’impalcatura di un cantiere. Si sospetta anche un caso di malasanità: la famiglia ha presentato un esposto contro l’ospedale Cannizzaro, che aveva il macchinario della tac fuori uso.

18 marzo, Tavernerio (Co) L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro è il nostro osservatorio sulle morti bianche. Si tratta di un elenco parziale e incompleto, ricavato da fonti secondarie, degli infortuni mortali avvenuti tra l’11 marzo e il 10 aprile. A cura di rassegna.it, sito d’informazione su lavoro, politica ed economia sociale, che dal settembre 2010 porta avanti un monitoraggio quotidiano delle vittime.

Stava lavorando in un cantiere edile, quando è caduto in seguito al crollo di un balcone. La vittima si chiamava Raffaele Russo e aveva 67 anni.

18 marzo, Pofi (Fr)

Antonio Gagliardi, 47 anni, era un commerciante ambulante ed era diretto verso un mercato rionale. Una frana di alberi e fango è precipitata sull’A1 e gli ha fatto perdere il controllo del mezzo.

20 marzo, Rocca Canavese (To)

Daniele Bonino, operaio forestale di 47 anni, stava caricando tronchi su un camion, quando è stato travolto da un albero che si è staccato dal verricello.

21 marzo, Cuneo

È morto schiacciato dalle ruote di una betoniera sul posto di lavoro. Ivan Lilliu aveva 35 anni. L’autista che manovrava il mezzo non l’ha visto e l’ha investito.

22 marzo, Borghi (Fc)

Raffaele Bianchi, 32 anni, era un imprenditore edile. È caduto da un’impalcatura di circa 9 metri, dove si trovavano dei pannelli da trasferire in un altro cantiere.

22 marzo, Fermo

Un operaio impegnato in lavori di scavo, si era calato in una buca di circa 5 metri. Il cedimento improvviso di un terrapieno lo ha travolto e sepolto. Si chiamava Dante Clemente e aveva 62 anni.

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22 marzo, Palo del Colle (Ba)

Gennaro Franchini, 62 anni, stava montando una tenda su un balcone al secondo piano. Era senza protezione, ha perso l’equilibrio ed è precipitato in strada.

22 marzo, Cerreto Guidi (Fi)

Un imprenditore di 60 anni è morto per il cedimento di un lucernario, mentre stava lavorando nel suo maglificio.

23 marzo, Varallo Pombia (No)

Pietro Mazzotti, 62 anni, è caduto da una gru alta 6 metri nel cantiere edile in cui stava lavorando.

23 marzo, Torino

Antonio Di Napoli, muratore di 55 anni, è morto nel cantiere del grattacielo Intesa-Sanpaolo. È stato colto da malore su una piattaforma a circa 60 metri dal suolo.

24 marzo, Monza

William Locatelli stava guidando una betoniera troppo carica, per conto della sua azienda, la Edilfor. L’operaio bergamasco di 36 anni è rimasto schiacciato dal mezzo.

27 marzo, Campodolcino (So)

Mario Conti, sessantenne di Sondrio e guida alpina, è morto nel corso di un’escursione, precipitando da un dirupo a 2.900 metri d’altezza.

28 marzo, Moso in Passiria (Bz)

Un giovane operaio è caduto da un’impalcatura mentre ristrutturava una parete in provincia di Bolzano. Si chiamava Sebastian Olzer e aveva 21 anni.

29 marzo, Scerni (Ch)

Gianni Giacomucci, 36 anni, ha perso la vita, maciullato da una macchina fresatrice.

29 marzo, Alba Adriatica (Te)

Un muratore di 74 anni, Renato Di Luca, è caduto dall’impalcatura mentre stava riparando gli intonaci della sua abitazione.

29 marzo, Scarnafigi (Cn)

Giacomo Battisti, 73 anni, è rimasto travolto dal suo trattore mentre puliva un fossato.

30 marzo, Albenga (Sv)

Un agricoltore di 78 anni, Nello Losno, è rimasto schiacciato dal proprio trattore. L’incidente è accaduto a Ortovero, nell’entroterra savonese.

30 marzo, Castenaso (Bo)

Un pensionato bolognese di 74 anni, Libero Lipparini, stava trasportando in trattore degli archi per l’allestimento di una serra. I montanti si sono però svincolati dal fermo e hanno travolto l’uomo.


fondata sul lavoro 31 marzo, Brione (Bs)

4 aprile, Bellinzago Novarese (No)

31 marzo, Montemurlo (Po)

5 aprile, Schio (Vi)

Giacomo Gerardini è rimasto ferito il 5 marzo, mentre raccoglieva legna per l’azienda in cui lavorava, la Olii Scavi. È morto dopo 25 giorni di ricovero in ospedale.

Un artigiano di 45 anni, Francesco Apostolico, è caduto dal tetto di un’abitazione, a 5 metri di altezza, a causa del cedimento della copertura.

1 aprile, Sarzana (Sp)

Un operaio di 31 anni originario di Fosdinovo (Massa) è scivolato da una passerella a 7 metri di altezza. Si chiamava Federico Severino.

1 aprile, Badia Polesine (Ro)

Davide Nalin, 33 anni, faceva il camionista. Mentre scaricava farina nei pressi di un panificio, il suo camion ha urtato i fili dell’alta tensione ed è rimasto folgorato.

1 aprile, Agliano Terme (At)

L’agricoltore Marcello Torresan, 72 anni, era alla guida del suo trattore su una stradina di campagna. Forse a causa di un malore, ha perso il controllo del mezzo che si è ribaltato in una scarpata.

1 aprile, Prato

Li Huafeng, operaia cinese di 29 anni, è stata rinvenuta priva di vita sul marciapiede fuori dal laboratorio in cui prestava servizio. Gli inquirenti sospettano che avesse fatto uso di sostanze dopanti per sopportare il carico di lavoro.

1 aprile, Udine

Un operaio serbo di 49 anni, Dragan Jelinic, è scivolato ed è stato travolto da una lastra mentre era impegnato nei lavori di costruzione di una casa.

1 aprile, Albano S. Alessandro (Bg) Un uomo di 56 anni, Francesco Mangili, è rimasto schiacciato dal proprio trattore. È morto sul colpo.

2 aprile, Prato

Un ragazzo cinese di 29 anni è morto in un’azienda di confezioni abusiva, gestita da suoi connazionali. Il suo corpo è stato trasportato all’esterno e abbandonato su un piazzale. È quanto ha ricostruito la Procura di Prato dopo il ritrovamento del cadavere di Shi Son Bin.

Il sergente dell’aeronautica Luigi Ronzulli, 30 anni, si stava recando al lavoro quando è rimasto vittima di un incidente stradale.

Un operaio di 26 anni, Raffaele Sorgato, dipendente di una società di raccolta rifiuti, stava scendendo dal predellino posteriore del camion guidato da un suo collega ed è rimasto schiacciato durante la retromarcia.

5 aprile, Casapinta (Bi)

Serafino Angelini, 61 anni, titolare di un’officina meccanica, è stato schiacciato da un’auto caduta dal ponte usato per le riparazioni.

5 aprile, Canicattì (Ag)

Stava effettuando misurazioni su un ponteggio, quando è precipitato. Giuseppe Bordonaro, ragioniere di 52 anni, è morto dopo 15 giorni di ricovero ospedaliero.

5 aprile, Brescia

Gabriele Masneri, 56 anni, faceva l’autista e si stava recando al lavoro in moto. È rimasto vittima di un incidente stradale, urtando la fiancata di un’auto.

7 aprile, Narbolia (Or)

Un allevatore di 31 anni, Tonino Cubeddu è morto in un incidente stradale mentre tornava a casa dopo il lavoro, nei pressi di Oristano.

7 aprile, San Cipriano d’Aversa (Ce) Stava consegnando la posta, quando una vettura l’ha investita. La vittima è una postina di 54 anni, Giuseppina Fabozzi.

7 aprile, Castelfranco Veneto (Tv)

Angelino Guidolin, un agricoltore di 80 anni, stava lavorando nei i campi di sua proprietà, ha lasciato in folle il trattore, che si è mosso e lo ha investito.

9 aprile, Ortona (Ch)

Pavel Berbece, un contadino rumeno di 43 anni, è stato vittima di un incidente nel terreno di sua proprietà: ha perso il controllo del trattore che si è capovolto ed è finito in una scarpata.

È caduto da un ponteggio alto 3 metri, mentre stava ristrutturando un muro. La vittima è un imprenditore di 73 anni, Vincenzo Beccalli, che ha perso l’equilibrio forse a causa di un malore.

2 aprile, Ragusa

L’imprenditore Giuseppe Calabrese, 67 anni, è precipitato mentre stava sostituendo alcuni pannelli solari sul tetto di un capannone.

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11 marzo - 10 aprile morti sul lavoro

Maurizio Galimberti

2 aprile, Bosisio Parini (Lc)


mad in italy di

Gianni Mura

illustrazione

Giorgio Fratini [edizioni beccogiallo]

senza la panca la civiltà crepa Sopra la panca la capra campa, lo sappiamo, e sotto la panca la capra crepa. Ma perché? Perché uno scioglilingua non è un proverbio, quindi non rappresenta la saggezza dei popoli (qui si potrebbe discutere, ma lasciamo perdere). Nessuno s’è mai chiesto perché l’arcivescovo di Costantinopoli si disarcivescoviscontantinopolizzasse, né perché tre tigri sentissero la necessità di andare contro altre tre tigri, copiando gli Orazi e i Curiazi. Lo stesso accade con gli scioglilingua francesi. Othon, ton thé t’a-t-il ôté ta toux? Chi se ne frega, se gli passa o no la tosse. Constant, ta tante t’attend dans ta tente. Perché la zia di Costante lo attende sotto la tenda di lui? È un remake di “Grazie zia”? Non ci interessa. Quello che ci interessa riguarda più la panca della capra. Non si tratta di sopra o sotto, ma di senza. Senza panca, cosa fa la capra? Se ne va altrove, forse in cerca di una panca. La capra sa che sopra una panca camperebbe meglio, ma non si possono cambiare gli scioglilingua né i destini delle capre. Forse. O forse no. Io ci provo: senza la panca la civiltà crepa. Per panca intendo la panchina, cara vecchia oasi di pace contro cui è da tempo partita la crociata dei sindaci panchinoclasti. In prima fila il solito Gentilini a Treviso: preso atto che sulle panchine tendevano a sostare persone di pelle non bianchissima, le ha fatte segare in nome della sicurezza. Altri sindaci le hanno interrotte a metà, così che nessuno possa più allungarcisi a dormire (solo un nano in posizione fetale ci riuscirebbe). I temibilissimi assessori all’Arredo urbano (quanti delitti si commettono in suo nome) hanno ideato panchine di marmo o pietra, senza schienale, su cui si sta in punta di culo, come dal dentista. Il massimo della scomodità. In molte città è vietato sedersi sui gradini delle chiese. Ci si è seduti per secoli e nessuno ci ha mai trovato nulla di scandaloso o riprovevole. Ma seguiamo la linea di demenza pura di certi amministratori. Non voglio credere che stiano mariantonietteggiando, tipo: «Il popolo non ha panchine? Be’, si sieda ai tavolini dei bar». Dove ti spolpano. Non voglio crederlo ma nemmeno lo escludo. Le panchine che tolgono le tolgono a tutti noi: ai pensionati, alle casalinghe con la sporta della spesa, agli innamorati (vedi canzone di Brassens), a chi vuol leggere il giornale allungando le gambe, a chi vuol prendere un po’ di sole o di brezza, a chi ha mal di piedi, a chi fuma una sigaretta e intanto guarda il mondo che va. A tutti quelli, extracomunitari compresi, che non delinquono ma, semplicemente, si fermano, e gratis. Come accade nelle città civili, da Barcellona a Berlino, da Parigi a Lisbona. Tempo verrà, in Italia, che gli spanchinati penseranno ai poltronati e a come schiodargli le chiappe. Essendo uomo di pace, chiedo ai poltronati di provvedere. Tanto più che Brassens è morto e non vedo in giro nessuno che su questa minirivoluzione possa scrivere la canzone giusta.

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Tutto questo di

Erri De Luca

foto

Nicolas Henry

Australia

George Trevorrow, nonno di Kevina e capo delle trib첫 aborigene della regione Coorong

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sarà tuo “Tengo in braccio mio nipote sotto i cerchi che rappresentano gli alti e bassi dell’esistenza, sperando che noi aborigeni domani ne faremo ancora parte”

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“Conosciamo i nomi dei nostri nonni fino a dieci generazioni indietro, il che fa di noi una grande famiglia. Ci salutiamo evocandoli e questo ci ricorda che siamo tutti cugini, al di lĂ  delle divisioniâ€?

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Giordania

Aouda Awad Hawasa davanti alla sua tenda nel deserto, nella valle Wadi Araba


Brasile

Sophie Schwartz e gli ombrelli che confeziona a Rio de Janeiro

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“Ho passato la mia vita con la testa tra le nuvole, attraverso il cielo. Io e mio marito abbiamo portato in Brasile le prime mongolfiere�

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Giappone

Kazuko Shiraishi a Tokyo con le sue poesie fluttuanti al vento

“È un giocatore di calcio dà un calcio al pallone ogni giorno tira calci al pallone un giorno ha tirato su fino al cielo ed è rimasto lì”

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Sudafrica

Gameit e Rowhda, con i figli, nel loro quartiere di CittĂ  del Capo

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“Da cinque anni viviamo sul ponte interrotto. Una delle mie figlie vorrebbe fare la hostess, ma io vorrei che facesse la ballerina�


“Ho passato molti anni in mare e in questa Camargue che mescola acqua e terra a perdita d’occhio. Un nido aperto sulle forze della natura”

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Francia

Florian Colomb de Daunant con il cavallo nel suo podere a Cacharel, in Camargue

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Indonesia

I Noyman Naja e suo nipote I Komang nel tempio del giardino di famiglia a Bali

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“Raccogliamo il riso tre volte all’anno e lo mangiamo tre volte al giorno. Nei nostri campi si innalzano i templi consacrati alla dea Sri. Il nostro fervore assicura fertilità e abbondanza”

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Thailandia

Peng Varikul sull’albero nel mare che bagna l’isola di Koh Muk

“Ho visto la mia casa in riva al mare esplodere sotto l’effetto dello tsunami. Temo che un giorno dovremo abbandonare le nostre isole perché verranno sommerse”

La nostra eredità È successo a molti di noi nati nella metà del secolo scorso di essere contagiati così intensamente dalla metà precedente da farci credere di essere contemporanei anche di quella. Insieme a buona parte della mia generazione sono stato militante rivoluzionario perché quello era stato l’ordine del giorno del Novecento. di

Erri De Luca

foto

Nicolas Henry

Così cambiavano i rapporti di forza tra oppressori e oppressi, così, con le rivoluzioni, rotolavano dai piedistalli le tirannie e gli imperi coloniali. Enormi masse umane riscattavano l’asservimento con le lotte armate e le insurrezioni, dalla Rivoluzione russa in poi. La mia generazione ha avuto questa eredità dal secolo nel cui mezzo è nata. Ho voluto imparare l’alfabeto e la grammatica russa per poter leggere i manifesti della Rivoluzione russa, ristampati dalla casa editrice Feltrinelli. Li ho decifrati con lentezza tutti. Il primo diceva una frase di Marx: “Lavoratori di tutte le nazioni, unitevi”. Il 1900 è stato infettivo. Le sue sofferenze, i suoi gridi, si sono fatti largo passando da una generazione all’altra. Giobbe grida dalla sua pena: “Terra, non coprirai il mio sangue”. Così è stato. Ho poi trovato la frase di Giobbe ribattuta sul marmo di un posto di Varsavia, dove avveniva il carico umano degli ebrei del ghetto, infilati nei vagoni merci diretti al campo di annientamento di Treblinka. Quel posto ha nella storia il nome di Umschlagplatz. Non era storia il 1900 ma una tempesta di sentimenti di offesa e di riscatto, di odio e resisten-

za. Il 1900, tutto intero, è stata la mia educazione sentimentale, ha accordato i miei nervi alla tensione di commozioni, paure, collere, vergogne. Me l’hanno trasmesso a voce le donne e gli uomini che mi hanno preceduto. Me l’hanno versato a caldo nelle orecchie coi loro toni e semitoni di dolori e salvezze agguantate a scippo nelle distruzioni. Dal serbatoio dell’ascolto le loro storie si sono diramate nel resto dei sensi: ho potuto così vedere, annusare, toccare, impastare sulla lingua il secolo accaduto. Sono stato antifascista perché il fascismo c’era stato e si prolungava in piena repubblica con il personale statale riciclato in blocco, quasi senza epurazione. Antifascista perché il Mediterraneo era fascista in Spagna, Grecia, Turchia, e molte spinte interne ed esterne premevano per un’Italia allineata all’asse dei regimi militari. Non successe e la mia generazione fece la sua parte militante per scongiurare l’esito. Eredità è una parola a doppio taglio. Si può intendere come atto notarile di trasferimento di beni ai discendenti. In questo caso è un affare che spesso si risolve in risse legali di accaparramento. Eredità è pure quello che un padre ha provato a fare e ha lasciato incompiuto. Si


Francia

“Fatico a capire come si possa comprare un regalo in un negozio. Per me il vero segno di attenzione è il tempo che si dedica nel fabbricarlo”

Geneviève nel suo salotto di casa che si affaccia sul parco

Le capanne dei nonni può ereditare l’omissione, il rammarico per l’opera imperfetta, interrotta. Mio padre, alpino in guerra, amò le montagne che gli medicarono l’ulcera della guerra con la loro bellezza strafottente. Io sono diventato scalatore. Amava i libri, sono diventato uno che ne scrive. Si rammaricò di non essersi immischiato nella Resistenza, io ho praticato antifascismo. Esiste un’eredità opposta a quella dei beni. Esiste l’eredità del compito inevaso. Una frase del Talmud, dal Rotolo dei Padri, dice: “Non ti è imposto di completare l’opera, ma non sei libero di sottrartene”. Questo è accaduto a molti di noi nati in mezzo al 1900. Quel secolo è stato la nostra opera assegnata. Ne abbiamo rilevato il debito, la parola gridata e poi caduta. Charlot solleva da terra la bandiera caduta da un carico sporgente. Si trova così in testa a una rivolta, a un urto. Riconosco nel suo impulso di raccogliere da terra una bandiera, il gesto che ha deciso di me e di molti coetanei di quel tempo.

E

Dalla Francia a Vanuatu, passando per Indonesia, Brasile, Nepal, Cina, Nuova Zelanda, Giordania e oltre, Le capanne dei nonni (Les cabanes de nos grands-parents) è un progetto che trasmette un’eredità: gli oggetti che gli anziani intendono lasciare ai posteri. Non di soli beni materiali si tratta, perché attraverso le “cose” si legge un mondo di valori e aspirazioni. Il fotografo francese Nicolas Henry ha viaggiato in trenta Paesi per fare oltre quattrocento ritratti (per ora) di anziani con le loro cabanes, capanne, casette, rifugi. La versione inglese, playhouse, ci restituisce anche il significato di casa-giocattolo: sia quella che costruiscono i bambini, magari su un albero, sia quella delle bambole. C’è un po’ di tutti questi significati negli allestimenti di Henry: l’idea del luogo intimo e raccolto ma anche la ridondanza sgargiante, l’eccesso di oggetti della casa di bambola. Le sfumature variano al variare di luoghi, culture, personalità singolari. Ogni capanna è una sorta di palcoscenico dove il soggetto espone se stesso e ciò che ritiene necessario trasmettere alla discendenza. All’origine del progetto c’è la stessa esperienza familiare di Henry, che a Marsiglia aveva un nonno e una nonna (qui sopra). Il primo gli ha insegnato come intagliare il legno, la seconda gli ha mostrato tutti i segreti del cucito. Ed è proprio dalla nonna che lui è partito per il suo viaggio, ritraendola tra pizzi e cuscini, con tanto di bambolotto in braccio. Guardando le foto sembra che i vecchietti si siano divertiti da pazzi. In Thailandia, Peng Varikul costruisce una splendida casa-albero che esce dalle acque. In Camargue, tra quadri, stoffe e modelli di navi, Florian Colomb de Daunant ci piazza pure un cavallo. Sané Pariyar, in Nepal, rinnova il suo amore per la moglie appendendo tutti i vestiti colorati che ha tessuto per la comunità, «affinché la mia donna si confonda con i colori del cielo». Kazuko Shiraishi, in Giappone, costruisce invece una capanna di poesie fluttuanti. Come ha assicurato lo stesso Henry, è molto più facile costruire le casette nella natura. In città non c’è spazio – si veda la famiglia di Gameit e Rowdha su un ponte di Città del Capo – c’è più diffidenza e, a volte, la polizia ti rompe le scatole.

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Casa dolce casa a cura di Stella

Spinelli

illustrazione Guido

Guarnieri

9 marzo, Cesena

Stefania Garattoni aveva 21 anni. Il suo ex fidanzato, Luca Lorenzini, 28 anni, l’ha uccisa con 13 coltellate mentre la giovane andava a un corso di recupero a scuola (in pieno centro cittadino) per prendere il diploma. L’ennesimo litigio e poi l’aggressione. Lui non accettava la fine della loro storia. Stefania è caduta a terra davanti agli occhi di un’amica e di alcuni passanti, mentre Luca si dava alla fuga sul suo scooter. È morta all’ospedale poco dopo. L’assassino è stato rintracciato quasi subito dalla polizia.

15 marzo, Spigno Saturnia (Lt)

Aveva 26 anni e una bambina di sei. Il suo fidanzato l’ha uccisa per gelosia. Era un’insegnante e si chiamava Valentina Colella. Lui, 39 anni, da due era una guardia provinciale. Le ha sparato due colpi con la pistola di ordinanza dopo un litigio scoppiato in automobile. L’ha colpita al petto e allo stomaco. Poi si è costituito. Casa dolce casa è l’osservatorio mensile sulle donne uccise in Italia da uomini che conoscevano, che hanno amato, di cui si fidavano. Si chiamano femminicidi e rimandano alla relazione di potere tra i generi, che resta tuttora un fattore che ordina la società. I dati pubblicati, vista l’assenza di ricerche ufficiali sul fenomeno, sono raccolti dalla stampa e riguardano il periodo di tempo dal 9 marzo al 10 aprile. Questo monitoraggio viene effettuato in collaborazione con la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna (www.casadonne.it), associazione impegnata da diversi anni contro la violenza sulle donne, alle quali offre sostegno, ascolto, consulenze e case-rifugio, con una particolare attenzione ai figli minori. Da tempo inoltre la Casa svolge un lavoro di ricerca sul femminicidio dal quale ogni anno deriva un’indagine-quadro sulle donne uccise: nel 2010 sono state 127.

20 marzo, Castelvetro Piacentino

Stella Paroni è stata uccisa a 91 anni da un vicino di casa che voleva stuprarla. L’uomo, Giovanni Badalotti, 42 anni e una condanna per violenza sessuale contro una bambina di 11, ha staccato il contatore della signora costringendola a uscire di casa. Un pretesto per aggredirla mentre rientrava nell’appartamento, dove l’ha picchiata selvaggiamente e spogliata, poi l’ha gettata ancora viva giù dal balcone del terzo piano. Badalotti ha infine caricato il corpo della vittima su una carriola e l’ha gettato nel canale di una discarica a 150 metri dal condominio.

22 marzo, Carpi (Mo)

Giuseppa Caruso, 45 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito, Dario Solomita, 41. È successo alle prime ore dell’alba, mentre nell’altra stanza dormiva la figlia di 9 anni, che pare non si sia accorta di nulla. È stato lo stesso assassino a chiamare la polizia. Da tempo la coppia era in crisi, sul profilo Facebook, Solomita pochi giorni prima aveva cambiato la voce “situazione sentimentale” da “sposato” a “relazione complicata”.

23 marzo, Terni

È stata uccisa con un colpo di fucile da caccia in pieno petto, in casa sua. Si chiamava Marianna Vecchione, aveva 35 anni e due figli, di tre e sette anni. A spararle il compagno e padre dei bambini, Giuliano Marchetti, 43 anni, che si è poi costituito alla polizia. L’ha ammazzata dopo l’ennesima lite, mentre in casa c’erano anche i piccoli, che ora sono stati affidati ai nonni.

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1 aprile, San Michele al Tagliamento (Ve)

Il corpo di Eufemia Rossi è stato ritrovato avvolto in più cartoni lungo un canale vicino a San Michele al Tagliamento, a pochi chilometri dal confine col Friuli. Eufemia aveva 56 anni e dagli anni Settanta gestiva un bar nei pressi dell’ospedale di Latisana, in provincia di Udine, dove abitava. Conviveva con Gianni Lirussi, 65 anni, assicuratore ora in pensione che ha dato l’allarme, denunciandone la scomparsa. Ma gli inquirenti hanno fin da subito sospettato proprio di lui, anche alla luce di una denuncia per percosse, poi ritirata dalla donna, risalente a un paio di mesi fa. Con tutta probabilità l’omicidio è stato commesso in Friuli e il cadavere successivamente scaricato oltre il fiume, in Veneto. Dopo una notte di interrogatorio, Lirussi è stato sottoposto a fermo.

2 aprile, Venaria Reale (To)

Marina Corradino aveva 46 anni e lavorava come barista in un centro commerciale. È stata uccisa dall’ex amante, Abdelilah Intaj, 40 anni, che ha indossato una parrucca per camuffarsi, l’ha attesa in strada alla fine del turno serale e le ha scaricato addosso l’intero caricatore della sua pistola calibro 7,65, senza pronunciare una parola. La loro relazione, durata un anno e mezzo, era finita da tempo, ma l’uomo, di origine marocchina e residente a Torino, accusava Marina della perdita del posto di lavoro come addetto alla sicurezza del supermercato. La donna, vedova, lascia due figli adolescenti.

2 aprile, Baricella (Bo)

Camilla Auciello aveva 35 anni e una figlia di tre. Da quattro anni conviveva con il padre della piccola, Claudio Bertazzoli, appuntato dei carabinieri di 44 anni. Da qualche settimana, però, la giovane donna aveva deciso di troncare la relazione. Approfittando dell’assenza della bambina, quella mattina a casa di amici, il militare si è scagliato sulla donna a colpi di martello e di forbici. Poi si è costituito alla polizia.

Due anni dopo a Genova

Pena confermata, in Corte d’Assise d’appello, a 19 anni, un mese e 10 giorni per Walid Hamami, il tunisino di 28 anni imputato per l’omicidio della moglie Lisa Molino, genovese di 22, uccisa il giorno di Pasqua del 2009 perché non accettava che si separassero. Il processo di primo grado si era svolto con rito abbreviato. Prima che i giudici della Corte si riunissero in Camera di consiglio, il tunisino ha detto: «Ero innamorato di mia moglie. L’ho sempre amata e continuerò ad amarla». La tragedia si consumò il 12 aprile di due anni fa nell’appartamento in cui la coppia viveva, in via De Vincenzi, a Molassana, periferia di Genova. Erano circa le 22 quando i vicini di casa sentirono urlare e videro Walid che, scendendo le scale, gridava: «Ho ammazzato mia moglie». La polizia trovò il corpo della giovane riverso sul letto con un taglio alla gola e altre ferite. Lisa, che da qualche giorno si era trasferita in casa del padre, era tornata nell’abitazione di Molassana per prendere alcuni effetti personali.


pìpol di

Gino&Michele

foto Marc Riboud [magnum photos/contrasto]

il potere di un fiore Marc Riboud, glorioso reporter francese, scattò il 21 ottobre 1967 una foto che poi ha fatto la storia: una giovane donna sfida l’esercito in completo assetto antisommossa, affrontandolo con un semplice fiore. Siamo alla manifestazione – si stava meglio quando si stava meglio? – contro la guerra in Vietnam, a Washington. Donna bellissima (a dirla tutta ogni tanto ricorda vagamente il miglior Renato Zero) e slogan affascinante: “Flower power” dalle origini alte (lo inventò, pare, Allen Ginsberg nel ’65), in realtà un filino desueto, oggi, preso da solo così com’è. Ma tanto tenero. La versione alta di Mettete dei fiori nei vostri cannoni dei Giganti, che per par condicio cantavano anche: “Noi non abbiamo paura della bomba atomica-tomicaomicaaa!” ed erano contenti così, ingenui pirloni d’antan che però nella loro ingenuità ci hanno aiutato a capire. *** “Non sono mai esistite una buona guerra e una cattiva pace”. Lo scriveva al collega Josiah Quincy un padre degli Stati Uniti d’America: Benjamin Franklin. Una bella intuizione. Era l’11 settembre (strano eh?) 1772. Nel marzo del 2011 – sono passati 239 anni – è diventato uno slogan di quella parte della Lega contraria ai bombardamenti in Libia. Se poi i nostri figli fanno fatica a capire non possiamo dar sempre la colpa a loro… *** Raccontino di tre righe per i milanesi: «Te se staa ti a salvà el me fiulitt che l’era adree a negà in del Navili?». «Sì, sunt staa mi!». «Ah. E el capelìn?». Anche nella miglior intenzione manca sempre qualcosa. Si può dare di più. Che si fa, si va a recuperare il cappellino? *** Certo che non è una gara su chi è stato più bravo. Ma forse abbiamo l’Articolo 1 più bello, per sintesi, di tutte le Costituzioni in vigore. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Quattro concetti in una riga. Unità nazionale. Repubblica. Democrazia. Diritto al lavoro, che è anche dovere sociale. Siamo andati a cercare: non ce n’è un’altra più chiara. *** Una Cicala-Formica, cioè una battuta tratta dalle nostre raccolte. È di anonimo, in quanto l’hanno citata in tanti ed è difficile risalire a un’origine certa e definitiva. “Il mondo è impazzito: il miglior rapper è un bianco, il miglior giocatore di golf è un nero, i migliori velisti sono svizzeri, i francesi accusano gli americani di arroganza e i tedeschi sono contrari alla guerra!”. *** Due bambini litigano. Poi, forse sfiancati dalla ripetitività nell’insulto, forse fulminati dall’improvvisa intuizione che si può fare di meglio nella giornata, uno dei due – il più coraggioso, magari anche il più buono – dice semplicemente: «Facciamo la pace?». Facciamo-la-pace. È tutto lì.

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tragedie a lieto fine decoder di

Violetta Bellocchio

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Rodrigo Gomez Rovira [vu/blobcg]

Nel 1985, grazie a un servizio televisivo, una bambina etiope a un passo dalla morte diventò il volto simbolo di Live Aid. Vent’anni dopo, adulta e in salute, fu portata sul palco di Live 8 e mostrata come “prova” del successo dell’impresa umanitaria. È una regola chiave del film catastrofico e viene usata anche per raccontare un disastro reale: in primo piano vanno messe le storie di pochi fortunati, quelli a cui nessuno sceneggiatore negherebbe il lieto fine. Ragazzini, animali, donne incinte, disabili. Per il Giappone del dopo terremoto è stato promosso a protagonista il sedicenne Jin Abe, trovato vivo insieme alla nonna Sumi dopo nove giorni sotto le macerie della loro casa. E poco importa che, quando l’hanno intervistato in ospedale, Jin non abbia ricostruito con precisione l’accaduto. Per catturare l’attenzione bastavano alcuni dettagli, ricavati dalle foto e dagli scambi di battute con i soccorritori: gli strofinacci con cui la coppia cercava di proteggersi dal freddo; il frigorifero sempre più vuoto con il passare dei giorni; gli occhiali da vista che Sumi avrebbe insistito a portare con sé, interrompendo il salvataggio a metà dell’opera, e la frase che lei avrebbe detto una volta tornata in superficie: «Mi fa male la gamba, ma a parte quello non mi lamento». Dare più voce a nonna e nipote non era affatto necessario. Anzi, al limite rischiava di danneggiare una storia perfetta. Prima il panico, poi il coraggio, poi la fortuna, che premia i buoni. Per le stesse ragioni, l’anno scorso, i 33 minatori rimasti intrappolati in Cile sono diventati una notizia in tutto il mondo. Da un lato c’era un piccolo numero di uomini in pericolo, ognuno facilmente riducibile a un personaggio tipo del disaster movie, e dall’altro c’erano le famiglie, con mogli, figli e amanti che si ritrovavano sul luogo dell’incidente. I sopravvissuti hanno poi deciso di farsi pagare per le interviste, affidandosi a un’agenzia specializzata. Comprensibile. Il lieto fine l’avevamo già visto gratis.

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R


Sicilia

A reti vuote di

Claudio Jampaglia

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Samuele Pellecchia [prospekt]

ha collaborato

Francesco Mezzapelle

Sul peschereccio sono uomini che condividono la fatica e salvano chi viene dall’altra sponda a cercare una vita nuova. E non conta se uno si ferma a pregare cinque volte al giorno e l’altro si fa il segno della croce. A Mazara, invece, le vite di italiani e tunisini

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scorrono parallele. E tutte guardano in faccia una crisi che sembra senza rimedio


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«Maroni dice che l’Italia è al fronte, ma al fronte da sempre ci siamo noi». Dalla sede di Federpesca di Mazara del Vallo si vedono il mare e i pescherecci allineati sulla banchina. Da dieci giorni non si esce, troppo scirocco. Attorno al tavolo uomini di mare, comandanti e armatori: Franco Campo della Chiara Luna, Vito Gancitano della Nuova Alcapa e Paolo Giacalone che di barche ne ha diverse, in Italia e dall’altra parte, in Tunisia e anche in Libia dove «fornisce assistenza tecnica» a un armatore locale. Altri marinai fanno capolino. Si parla di prezzi del pescato, del caro carburante, della necessità di inventarsi la dop del gambero rosso di Mazara. Si parla. Da benestanti padroni del mare di mezzo oggi i mazaresi subiscono la concorrenza, lo spopolamento ittico, le politiche europee, la militarizzazione delle acque. «Un tempo uscivamo solo noi, andavamo in Libia e Tunisia con il timone a catena e il Mediterraneo era dei mazaresi. Ora mi trovo davanti barche di ogni tipo». Franco Campo ha le mani e la faccia di chi, fin da ragazzo, ha vissuto duecento giorni all’anno in mare. Con il dito si punta la testa: «Prima lo strumento era questo, l’esperienza, adesso basta un navigatore con la sua cassetta e trovi chiunque sui fondali più pescosi». Il mondo è cambiato anche in mare: meno guadagno e un sacco di difficoltà. Campo sta riparando una falla e gli stabilizzatori della chiglia, danneggiati da un barcone di immigrati. «È stato un attimo e mi hanno portato sugli scogli, stavo perdendo la barca. Ma come fai a non salvarli, 38 cristiani alla deriva?». Si dice così, cristiani, ma la religione non c’entra, un uomo in mare va salvato.

Matteo Asaro, il più importante armatore di Mazara del Vallo

Sommersi e salvati

Le riparazioni Campo le sta pagando di tasca propria, decine di migliaia di euro. Solo che stavolta pretende il rimborso: «Io ci ho messo il rischio, perdo anche la giornata di pesca, ma voglio i fondi dell’emergenza sbarchi per riparare il peschereccio, spettano più a noi che alle motovedette tunisine o libiche e Maroni me li deve dare». Ogni peschereccio ha le sue storie di salvataggi. Nel novembre 2008, di notte, con mare forza 9, sono usciti in quattro da Lampedusa, dove erano in attesa di bel tempo, per andare a recuperare 650 naufraghi in acque maltesi e tornare in porto 28 ore dopo. Fioccarono telegrammi ed email da tutta Italia: “Siamo orgogliosi di voi” e l’Unhcr diede a ogni peschereccio il consueto riconoscimento umanitario. I decreti sicurezza però rendono così ampio il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che chiunque aiuti un migrante rischia un processo. È successo all’equipaggio della nave umanitaria Cap Anamur, ai comandanti di un peschereccio tunisino, ai pescatori di Agrigento. Sempre tutti assolti, perché salvare chi rischia la vita in mare è convenzione internazionale, oltre che buon senso, e non c’è pasticcio legislativo leghista che possa scalzarlo. Ma intanto si rischia una denuncia con tanto di fermo dell’imbarcazione e sospensione della licenza. «Ma che fai? Salveresti un cane e lasci morire un cristiano in mezzo al mare?». Tutti annuiscono. Anche se, con tempo buono e mare piatto, c’è chi ha aspettato

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Vito Gancitano del peschereccio Nuova Alcapa


giorni per essere recuperato. Bisogna rischiare la vita davvero per essere salvati. Vito Gancitano, 42 anni di pesca e 850 euro di pensione, in mare ci va ancora con il suo equipaggio, i quattro figli e marinai italiani e tunisini. All’inizio di marzo ha recuperato 28 uomini «in una nottata d’inferno, mare forza 6 e 7, e vento cattivo». Il suo tormento è il ventinovesimo, affogato mentre cercava di tirarlo su. «Affiancare i barconi è sempre pericoloso, per loro è come un arrembaggio, si buttano a bordo, cerchi di farli stare calmi, ma è un casino. A noi hanno danneggiato il portellone e imbarcavamo acqua. Li abbiamo messi in coperta, quelli più inzuppati li abbiamo riscaldati con il phon. Gli abbiamo dato tutti i vestiti e il cibo che avevamo. Pure le foglie dei carciofi in tegame si sono mangiati». Dieci ore di navigazione di ritorno e, in banchina, ad attenderli polizia e ambulanze, tutti con mascherine e guanti. «Qualcuno lo hanno portato in ospedale, gli altri non so. Nessuno da terra ci ha dato aiuto. La barca

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era un disastro, a bordo quasi tutti avevano vomitato, c’era chi se l’era fatta addosso. Sono rimasto scioccato dal comportamento delle autorità».

Le vite degli altri

Cristiani in mare. Separati in terra. Funziona così. Il poliziotto dice di girare al largo dalla casbah: «Ti trovi un coltello nella schiena come niente, qui bisogna essere più delinquenti di loro, ma sappiamo come farci rispettare, noi il crocefisso non lo togliamo dai muri». Da piazza della Repubblica – il Comune, la cattedrale aragonese, il distretto della pesca – si irradiano due strade verso il quartiere arabo della città. Nei primi cento metri hanno riaperto gioiellerie e bar fighetti. I ragazzi italiani lo chiamano “il passìo” come i loro nonni, ma i padri qua non ci sono mai venuti. «Ce lo stiamo riprendendo, prima avevamo paura». In realtà non è mai successo niente di grave. Un po’ di spaccio, qualche rissa, furti. Ma la “pacifica convivenza” mazarese, nelle parole di una ragazza, suona così: «Noi di qua, loro di là, ognuno si fa i cazzi suoi». Lo dice con stupore, come se non ci avesse mai pensato. Eppure a scuola le classi sono miste da anni e la comunità tunisina contava già qualche migliaio di persone alla fine degli anni Settanta. La cittadinanza ce l’hanno quasi tutti e Mazara potrebbe essere la capitale italiana della seconda generazione. Potrebbe. Sul giornalino della Comunità della Speranza che si occupa di ragazzini tunisini, uno di loro, N.Z., ha scritto dal carcere minorile: “Io fuori dalla marina e dalla casbah mi sento uno straniero”. Abdelaziz Achour, i gomiti sul bancone del Circolo di amicizia italo-tunisino, vota in Italia e non andrà a Tunisi per le prime elezioni libere dopo la rivoluzione. Ventotto anni di mare sulle spalle e ora anche questo caffè, da gestire con il fratello, tra tavolini, carte e tv accesa su al Jazeera. «Da quando c’è l’euro ogni anno che passa va sempre peggio, meno male che c’è la minima», poco più di mille euro che, con il contratto d’imbarco, si prendono anche se non si esce a pescare. Abdelaziz si preoccupa per i giovani: «La scuola non li forma, non parlano bene né italiano né arabo e poi che faranno qua? Non c’è più lavoro in mare per gli italiani, perché dovrebbero prendere i picciotti tunisini?». Uno dei suoi figli studia ingegneria aerospaziale a Enna, gli altri due sono a Tunisi. Il nipote Youssef stappa una birra e sorride. Fa il buttafuori in discoteca, parla un italiano migliore della media dei suoi coetanei e ha capito come gira il mondo: «Faccio il mio lavoro e anche se mi guardano dall’alto in basso non me ne curo, non tollero però insulti e razzismo, anche se hanno la Ferrari».

Il paese diviso

La casbah spacca la città. Da una parte i viali con i negozi, le case del benessere e della decrescita del gusto, dall’altra parte il porto e il canale: resti di mura arabe e normanne in faccia ai cantieri e, in mezzo, il limaccioso scorrere del Mazaro. Un tempo su queste

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La città araba Cinquantamila abitanti, circa settemila cittadini italiani di origine tunisina, Mazara è stata città fenicia, cartaginese, romana, avamposto nell’ 827 della conquista araba della Sicilia e poi riconquistata alla cristianità 270 anni dopo da Ruggero II il Normanno che vi insedierà il primo parlamento dell’isola. Da sempre dominatori del canale di Sicilia, i mazaresi avevano il monopolio del corallo e delle tonnare, sostituiti negli anni Cinquanta dalla pesca allo strascico industriale con la creazione di una delle più importanti flotte di pescherecci del Mediterraneo. La ricchezza della città è figlia del mare, con circa il 70 per cento del personale imbarcato di origini tunisine. Con l’impoverimento della fauna ittica, i divieti di pesca sulle coste nordafricane, la riduzione europea del 30 per cento delle quote di pescato italiano, il settore e la città sono in crisi e la flotta si è quasi dimezzata.

Abdelaziz Achour, gestore del bar del Circolo di amicizia italo-tunisino

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banchine era un brulicare di camioncini, un vociare di compravendite fino a piazza Regina, lo slargo con i bar e i circoli dei pescatori. C’è quello “della libertà”, quello degli “indipendenti”, ognuno un padrino politico spesso finito a Roma, come Niccolò Cristaldi, ex sindaco e ora parlamentare Pdl, o a Palermo a Palazzo dei Normanni, come il delfino di Cristaldi, Toni Scilla, passato a Forza Sud con Micciché. Entrambi vengono da An, per tradizione di destra della città, anche se gli scioperi i pescatori li facevano con il Pci. Altri tempi. Ora, fuori dai circoli soprattutto anziani e poche barche all’attracco, molte abbandonate. Al mercato del pesce al dettaglio gamberi, triglie, calamari e rombi quattrocchi. Prezzo medio, 15 euro al chilo. Praticamente regalato. Eppure di pesce, quasi, non ce n’è. «Nel pescato si produce ormai un terzo dei volumi di 15 anni fa. Prima al marittimo non mancava nulla, la casa, la dote per la figlia, ora il sistema si è scassato, si prende lo stesso la disoccupazione anche se ci si imbarca, ci sono i rimorchiatori che lavorano in nero». Con il 25 per cento del fatturato del distretto, Matteo Asaro, è il più importante armatore di Mazara, ma da anni i suoi pescherecci solcano più le acque atlantiche di quelle del Mediterraneo. Dopo 24 barche denominate con i progressivi numerici, tre anni fa gli Asaro hanno battezzato l’ultimo loro peschereccio End: «Abbiamo lavorato tanto per essere i primi, adesso lavoriamo per non esserlo più. L’industria della pesca qua è finita. Bisogna fare un passo indietro e tornare al sistema artigianale, imbarcazioni familiari e filiera corta».

La notte del porto

Sulle banchine industriali non si vedono tir. Di notte, con il generatore elettrico rotto, è buio pesto. Ci sono solo i fantasmi dei poliziotti che danno la caccia ai corrieri dei pizzini di Matteo Messina Denaro, l’ultimo erede della cupola che qui era di casa. Da anni lo cercano tra Torre Granitolo, la zona residenziale e il porto. Per i pescatori è una leggenda di terra. Loro hanno altri guai, reali, in mare. In fondo alla banchina sono ormeggiate tre grandi barche con la chiglia verde, non battono bandiera, ma sono libiche. Ufficialmente sono qui per la manutenzione, in realtà aspettano l’evolversi della guerra. Il loro porto è Misurata, il loro mare il golfo della Sirte, dove, secondo i marinai mazaresi, «i pesci li fanno morire di vecchiaia». Dal 2005, Gheddafi ha vietato la pesca entro le 70 miglia dalle coste, contro le 12 internazionalmente riconosciute. Chi sfora rischia di essere sequestrato o mitragliato, come è successo al peschereccio Ariete nel settembre 2010. Un fatto grave condito di giallo, color Guardia di finanza, perché la motovedetta libica che ha sparato è una delle sei regalate dall’Italia per fermare “l’invasione dei clandestini” e a bordo c’erano degli italiani in divisa. Incidente chiuso, secondo il ministro Maroni, con tante scuse dalla Libia. A Mazara si guarda all’Africa come faceva il geografo al Idrissi attorno all’anno Mille, un mondo a rovescio, dove il nord è sud e viceversa: «Da sempre noi vor-

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La profezia “Arriverai in una piccola città chiamata Mazara del Vallo, affacciata sul mare; vedrai un viale punteggiato da giare e su una di queste giare vedrai scritta una parola in arabo, in cinese e in altre lingue, una parola magica. Dovrai appoggiare le due mani sulla giara e pronunciare la parola magica per sette volte; quella parola la saprai domani, appena sbarcato. Essa sarà come una medicina per la terribile malattia che attraversa la terra e gli uomini, dovuta al fatto che il cuore e la ragione si sono scissi, e l’umanità cammina zoppicando e facilmente cade”. (tratto da «Aladino sul tappeto volante per trovare la speranza», di Khaled Fouad Allam, pubblicato da Il Sole 24 Ore il 22 agosto 2010)

remmo andarci, capiamo che il lavoro è di là. A Misurata hanno spazi enormi, potremmo costruire nuove flotte, ma come si fa?», dice un altro Asaro, Giamino, proprietario del più grande cantiere navale della città. «Hanno un’altra mentalità, per una licenza ci vogliono anni, figurati adesso». Prima di questa guerra, era tornata quella del pesce. L’anno scorso Franco Campo si è visto sequestrare il suo Chiara Luna prima dai libici e poi dai tunisini. Come lui, molti altri. Sembrava un tuffo negli anni Ottanta: «Allora ogni giorno era un casino – racconta Matteo Asaro – l’abbiamo risolto con gli accordi commerciali, noi mettevano le barche e la conoscenza, loro i soldi e i permessi di pesca. La prima società mista in Tunisia l’abbiamo fatta praticamente per ordine del governo, ho ancora il telegramma di Spadolini». Poi sono arrivati i contributi europei. E adesso ci sono decine di aziende miste. «Speravamo di fare la stessa cosa con i libici – spiega Paolo Giacalone che in Libia ci lavora – con il trattato di amicizia eravamo a un passo dal risolvere il diritto di pesca, ora invece andiamo a cercare

i gamberi fino a Cipro per pescare in pace».La confusione è grande sulle due sponde, mentre a bordo si fatica. Il tempo è scandito dalle salpate, con la messa in mare dei paranchi, i moschettoni da fissare, gli argani e le cime da tirare con i piedi ben puntati e le schiene ricurve. Quando la rete si rovescia comincia la cernita, calamari e polpi da una parte, gamberi dall’altra e palate di pesce di scarto per i gabbiani. Ogni due, tre ore gli stessi gesti, le stessa grida, in mazarese marinaro. Una lingua franca, per adepti. Per un mese si lavora e si vive insieme, e non conta se metà dell’equipaggio si ferma a pregare cinque volte al giorno. Conta la fiducia, il rispetto, la certezza che ciascuno farà quel che deve. Anche se i ruoli sono diversi quanto “la parte” che a ciascuno spetterà a fine bordata. Nella buona e nella cattiva sorte, è sul peschereccio che si uniscono ancora i destini di questi uomini. Perché a terra rimangono paralleli, all’infinito, come le sponde del mare di mezzo.

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B


Pesca in crisi Centoquarantadue imprese, 2.200 occupati e 265 milioni di euro di fatturato, l’industria ittica mazarese si è molto ridotta. Da trent’anni si discute di un mercato ittico all’ingrosso per accorciare la filiera, ma il progetto non è mai decollato. Da due anni il Distretto produttivo della pesca (Cosvap) cerca di rilanciare il settore attraverso un osservatorio, la cooperazione commerciale con il Nordafrica e la promozione della denominazione di origine protetta per le triglie e soprattutto per i gamberi, che si pescano durante l’inverno e fino a metà maggio e che costituiscono il 70 per cento del fatturato. Dal primo agosto al 30 settembre, di solito c’è il fermo biologico, per il quale armatori e pescatori vengono indennizzati dallo Stato. Ma la crisi è evidente nelle parole del comandante del peschereccio Tindari, Pietro Marino: «Milleduecento euro al giorno di carburante e viveri, più Inps e cassa marittima, poi a ’sti otto cristiani che c’ho a bordo almeno mille euro al mese glieli vuoi dare? Tutto per guadagnare al massimo 2.500 euro di pescata se ti va bene. Senza contare manutenzione, ammortamenti, controlli e verbali. Qua parliamo di fallimento, picciotti, falliti prima di nascere». Il problema principale è il caro gasolio: 70 centesimi al litro per 35mila euro di pieno. E le voci del porto parlano di un fiorente mercato di nafta di contrabbando nelle acque internazionali.

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Cessate il fuoco a cura di

Antonio Marafioti foto

Naoki Tomasini

Cessate il fuoco è l’osservatorio mensile delle vittime dei conflitti nel mondo. I dati, che si riferiscono al periodo dall’11 marzo al 10 aprile, vengono raccolti da organizzazioni umanitarie o da fonti giornalistiche e quindi non potranno essere esaustivi. Le notizie sui conflitti in tempo reale su: www.peacereporter.net

Vittorio Arrigoni, Gaza City “Un carretto al centro della desolazione, a lato un cavallo abbattuto, come il seguito mai dipinto di una Guernica palestinese. Sul luogo dell’ultimo massacro [...] in un’area agricola una volta florida di frutteti e ora nient’altro che terreno triturato dai cingoli dei carri armati. […] Sin dalla mattina presto Amjad, con alcuni amici, si era recato nella zona per raccogliere materiale di riciclo come ferro e cemento. In una Gaza dove da quattro anni per via del blocco israeliano non entrano i materiali per ricostruzione, questi riciclatori, oltre a sfamare le loro poverissimi famiglie, svolgono una funzione sociale fondamentale. [...] A incursione finita, i ragazzi sono tornati indietro, inconsapevoli della presenza di un carro armato piazzato poco distante dal confine che li stava prendendo di mira. Sette colpi sono stati sparati nella loro direzione. Amjad, 18 anni, centrato all’addome, è morto dopo pochi minuti sul posto. [...] Quando il quarto esercito del mondo bombarda dei bambini per la colpa di esser nati dal lato sbagliato del confine, bambini costretti già dall’infanzia a lavori pesanti nei campi per aiutare le famiglie a sopravvivere, bambini che nella loro breve esistenza non hanno mai avuto altra esperienza che la miseria e la morte dei loro familiari e dei compagni di gioco, ebbene, quella che si autodefinisce ‘l’unica democrazia del Medioriente’ dovrebbe fermarsi e riflettere in quali abissi di immoralità sta sprofondando, e così dovrebbero fare i suoi alleati. [...] I cingoli dei carri armati dissodano e arano, i cannoni concimano, ma questo lembo di terra non rinuncia a chiedere di rifiorire. Restiamo Umani”. Vittorio Arrigoni, Gaza City, 20 gennaio 2011 Ne abbiamo scelta una, tra le tante. Una delle pagine con le quali Vittorio ha raccontato l’occupazione. Vittorio Arrigoni, 36 anni, è stato rapito e ucciso a Gaza City il 14 aprile 2011 da un sedicente gruppo salafita, Jamaat al-Tawid wa al-Jihad.

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Iraq Israele Palestina Nord Caucaso Turchia Siria

57 35

4 226

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Messico Colombia

569 349 19 126 18

Libia Somalia Etiopia Sudan Nigeria Rep. Centrafricana Costa D’Avorio

315 24

Yemen Bahrein

23 710

4.575

Costa D’Avorio Sono 152 le vittime dei violenti scontri scoppiati il 29 marzo scorso a Duekoué, nell’ovest della Costa D’Avorio, tra le forze di Alassane Ouattara e quelle dell’ex presidente Laurent Gbagbo. Lo hanno riferito fonti vicine all’attuale capo di Stato, Ouattara precisando che è stato quest’ultimo a chiedere che si procedesse alla conta dei corpi per avere numeri certi. La decisione di Ouattara è stata presa dopo il drammatico annuncio del Comitato internazionale della Croce rossa che aveva parlato di 800 morti. Secondo la Caritas, e in particolare il portavoce Patrick Nicholson, le vittime di Duekoué sarebbero più di mille: crivellati da colpi di kalashnikov o fatti a pezzi a colpi di machete. Il governo di Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale, ha inoltre fatto sapere di aver rinvenuto un ampio numero di fosse comuni nelle regioni occidentali del Paese. L’11 aprile Laurent Gbagbo è stato arrestato dalle forze pro-Ouattara nella sua residenza di Abidjan.

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Afghanistan Pakistan Birmania India Thailandia Filippine

vittime

Tunisia Due persone, fra le quali una ragazza, sono state uccise a colpi di fucile da caccia a Métlaoui, nel bacino minerario di Gafsa, nell’ovest del Paese. L’episodio si è registrato lo scorso 11 marzo alla fine degli scontri scoppiati in seguito alla pubblicazione di false offerte di lavoro nelle miniere della regione. Secondo quanto comunicato dal ministero degli Interni di Tunisi, i disordini sono iniziati dopo l’affissione di annunci di lavoro negli impianti della Compagnia dei fosfati Gafsa, che promettevano assunzioni in base a un sistema proporzionale rispettoso delle tribù locali. Neanche le smentite del ministero dell’Istruzione sono riuscite a bloccare una folla di un migliaio di persone che si sono affrontate con lanci di sassi, coltelli e bottiglie molotov. Le forze di polizia sono state costrette a intervenire con un uso massiccio di lacrimogeni per disperdere la folla.


polis di

Enrico Bertolino

foto

Ivo Saglietti

[zeitenspiegel/prospekt]

l’imm…unità d’Italia «E anche questa è andata». Immagino così il presidente Napolitano la sera del 17 marzo scorso mentre si metteva in pigiama, dopo una giornata piena di celebrazioni nei siti storici per commemorare i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia. Il capo dello Stato era chiamato a essere il testimone di una festa che ricorda molto san Valentino o la Festa del papà. Va ricordata perché altrimenti la tua donna, che dice di non tenerci, comincia a metterti il muso; o perché il papà che si aspetta il solito profumo o la solita cravatta, se non li riceve si offende e si intristisce. Così noi italiani, che ci ricordiamo di essere un popolo solo quando si vince un Mondiale, siamo andati a comprare il tricolore da mettere al balcone (in alcuni condomini l’amministrazione lo ha distribuito chiedendo espressamente di esporlo), ci siamo commossi alle note dell’Inno di Mameli, che a malapena ricordiamo a memoria, e ci siamo visti in tv Baudo e Vespa che, insieme agli altri monumenti, ci hanno ricordato la storia di questi centocinquant’anni. Ma che ne è stato dello spirito che dovrebbe animare una nazione realmente unita? Abbiamo visto un Giappone piegato da catastrofi naturali, con potenziale disastro nucleare annesso, reagire compatto e coeso. Stiamo osservando nazioni nordafricane (ormai siamo l’ultimo Paese del Nord Africa che non si è ancora ribellato) reagire unite contro dittature mimetizzate da governi costituzionali, senza fare della propria libertà un partito, ma una ragione di vita o, purtroppo, anche di morte. Noi nel frattempo festeggiamo l’Imm…Unità d’Italia, ovvero quel modo di vivere senza regole che valgano per ciascuno dei cittadini, siano essi politici o persone comuni (la frase oggi più malinconicamente divertente è quella che campeggia nei tribunali: “La legge è uguale per tutti”). In un mondo che cerca affannosamente di ritrovare il valore dell’unità, dell’equità e della solidarietà, noi abbiamo celebrato il 17 marzo con i leghisti che manifestavano contro, il premier che si defilava da una porta secondaria per non subire contestazioni e migliaia di migranti stipati a Lampedusa in condizioni a dir poco precarie. Ma, molti nostri connazionali queste scene non le hanno viste, perchè erano in viaggio per il ponte, con i soliti nove milioni di italiani uniti sì, ma al casello dell’autostrada.

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di

Bruno Giorgini

mica male questi ateniesi Libere citazioni

1. La democrazia ateniese fu definita in modo del tutto esplicito come una costituzione politica (politeia) in cui il popolo apprezzava la democratia, l’eguale diritto di parola (isegoria), l’eguale partecipazione di tutti i cittadini all’esercizio del potere (isonomia), e la parresia, il parlar franco e sincero, il dire tutto e chiaro, il dire la verità con coraggio. (Michel Foucault) 2. Teseo…La città non è retta da uno solo: è libera. Da noi governa il popolo, con un turno di cariche annuali, senza mai dare al censo i privilegi: parità di diritti anche pei poveri…E poi la libertà sta tutta lì: chi vuol parlare in pubblico (è la formula), se ha qualche consiglio vantaggioso per la città? Chi vuole si distingue e chi non vuole tace. Ci può essere un’eguaglianza maggiore di questa? (Euripide, Le supplici) 3. La parresia va di pari passo con la mathesis. L’ignoranza (amathia), è il terreno su cui ogni male degli uomini attecchisce e fiorisce, per produrre infine un frutto ancora più amaro per quelli che l’hanno seminato. Dice Solone: “democrazia è il luogo in cui nessun sapere viene disperso”. 4. Non s’arma più nessuno. E più nessuno parte da casa per la guerra, se chi resta corrompe le donne di casa, vìola le spose sole, senza marito (Euripide, Oreste) 5. La democrazia sorge, io credo, quando la rivoluzione dei poveri ha il sopravvento; gli avversari vengono in parte uccisi, in parte espulsi dalla città; i restanti sono coinvolti in un patto di eguaglianza, per quanto riguarda la partecipazione alla vita politica e la gestione delle cariche pubbliche… In questo regime i cittadini sono liberi; lo Stato garantisce la più piena libertà sia di dire (parresia), sia di fare ciò che uno desidera… Di conseguenza ogni cittadino ha la possibilità di organizzare la propria vita a modo suo. (Platone, La Repubblica) 6. Il pericolo principale della libertà e del libero pensiero in una democrazia è ciò che succede quando ciascuno ha un proprio modo di vivere, un proprio stile di vita, quello che Platone chiama kataskeue tou biou. In questo caso può non esservi più un logos comune, una possibile unità per la città. La libertà nell’uso del logos diviene sempre più libertà nella scelta del bios. (Michel Foucault). 7. Un salvarsi gli uni cogli altri. (Filodemo) 8. The science of liberty: Science as subversion has a long history (Timothy Ferris and Freeman Dyson)

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rmfa-collezione palazzoli firenze/alinari

un fisico bestiale


I fantasmi di

Andrea Camilleri

illustrazioni

Shout

Queste pagine Continua il racconto inedito di Andrea Camilleri. Se vi siete persi il primo capitolo, lo trovate sul sito www.e-ilmensile.it. Buona lettura.

Andrea Camilleri È nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Dall’età di 24 anni ha lavorato come regista e sceneggiatore per il teatro e la tv. Dal 1977, per vent’anni, ha insegnato regia all’Accademia nazionale di arte drammatica. Nel ‘78 l’esordio nella narrativa, ma è nel 1992 con La stagione della caccia (Sellerio) che diventa un autore di successo. Nel 2010 ha ricevuto il Premio letterario Piero Chiara alla carriera, l’ultimo di una serie.

due Vinniridì matina arrivaro col treno da Palermo tri giornalisti forasteri, uno di Milano, uno di Roma e uno di Napoli, che però pottiro ’ntervistari sulo a Turi Persica, pirchì l’altri s’arrefutaro. Per arrispunniri alle loro dimanne, Turi disse che aviva bisogno che non gli si siccava la vucca. Si guadagnò tanto di quel dinaro da potirisi ’mbriacari per un’annata ’ntera. Comunqui i giornalisti addichiararo che si sarebbiro firmati a Vigàta fino a doppo la processioni, ’ntanto avrebbiro fatto ’ntirvisti alla popolazioni e fotografie delle strate indove il fantasma era comparso. Ma ’nveci ficiro di cchiù. Un giornalista, quello milanisi, avenno saputo che uno dell’intervistati s’acchiamava Jachino Porto, sinni niscì con un articolo nel quali sostiniva che il fantasma viduto da Turi era di certo quello del celibri moschitteri Portos, vinuto ad attrovari a un sò discinnenti il quali si era perso strata strata la esse finali del cognomi. Il giornalista napolitano fici fotografari un linzolo stinnuto ad asciucari supra a un balconi e sostinni nell’articolo che, con molta probabilità, quello era il linzolo di cui si sirviva l’altro fantasma. Il giornalista romano fici ’na longa ’ntirvista a Tano Vella, scordannosi di diri che l’intervistato si era fatto quinnici anni di manicomio, il quali contò come e qualmenti a Vigàta esistivano ben quattro speci di fantasmi: i moschitteri, i linzolari, che erano già comparsi, i saraceni, che sarebbiro spuntati quanto prima, e i palatini con armatura e cimero che avrebbiro dato battaglia a tutti. La cosa che fici cchiù raggia al sinnaco fu che accomenzò ad arrivari qualichi turista forastero. Non potiva dari ragioni al capo dell’opposizioni. Po’ capitò un fatto ’mprevisto. La matina di sabato, patre Allotta convocò all’improviso e d’urgenzia la diligazioni. «Tutto pronto?», spiò il sindaco. «C’è cosa?», addimannò don Basilio. «Novità?», fici il profissori. La convocazioni, della quali non si sapivano spiegari la ragioni, l’aviva mittuti in agitazioni. Il parrino li taliò ’n silenzio a tutti e tri e po’ disse: «Vi ho fatti viniri per dirivi che non sinni fa cchiù nenti, né della missa sullenni né della processioni». Aviva parlato con la facci ’nfuscata. I tri ristaro ammammaloccuti. «E pirchì?», spiò il sinnaco che si era arripigliato per primo. «Cazzi mè», disse patre Allotta. E non ci fu verso di tirarigli un’altra parola dalla vucca. Un’orata appresso la giunta comunali, arreunita in siduta straordinaria, addicidì che la diligazioni annasse a parlari con sò cillenza monsignor Agostino Pinnarello, pispico di Montelusa. Il sinnaco tilefonò ’mmidiato al sicritario del pispico il quali gli fici sapiri che sò cillenza era ’mpignato e non potiva arriciviri la delegazioni prima di lunidì a matino. Allura il sinnaco convocò ’na confirenza stampa, nella quali disse che patre Allotta,

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I fantasmi


doppo aviri lui stisso proposto la processioni e la missa, si era tirato narrè senza dari spiegazioni e che comunqui, data la situazioni che si era vinuta a criari, aviva addeciso di fari ’ntirviniri a sò cillenza il pispico di Montelusa. I tri giornalisti forasteri cchiù il corrisponnenti locali s’apprecipitaro ’n chiesa, ma l’attrovaro chiusa. Allura si misiro a tuppiare alla porta della bitazioni del parrino. Il quali s’affacciò a ’na finestra e addimannò: «Cu siti?» «Giornalisti», arrispunnì per tutti il milanisi. «E che voliti?». «Un’intervista». «Annate a fari tutti ’n culu», disse patre Allotta. E richiuì la finestra. «Ma non abbiamo per caso sbagliato casa?», spiò il romano che non aviva mai ’ntiso un parrino parlari accussì. «No, non abbiamo sbagliato», fici il corrisponnenti locali. Non è che Vigàta offriva granni svachi, epperciò i giornalisti, per passari tempo, o jocavano a carti o si facivano longhe passiate molo molo. Quella dominica sira addicisiro di annare al ginematò, all’urtima proiezioni. La pillicula finì a mezzannotti e i tri non avivano sonno. Visto che il cafè Castiglione chiuiva all’una, ci si arrimiggiaro e, dato che faciva friddo assà, si ficiro portari ’na bottiglia di cognac. Non arriniscero però a finirisilla e allura se la portaro appresso per vivirisilla strata facenno verso l’albergo. Perciò, a malgrado che lampiava e troniava e un timporali era prossimo, si firmavano spisso e trincavano. A un certo punto al milanisi scappò di fari un bisogno, non ce l’avrebbi fatta a tinirisilla fino all’albergo. Perciò si firmò, mentri l’altri dù prosecuero svoltanno l’angolo di ’na traversa. In quel preciso momento le luci delle strate vinniro a mancari. Il giornalista aviva appena finuto di svacantarisi la viscica che ebbi come la ’mpressioni che qualichiduno l’aviva toccato a leggio a leggio supra a ’na spalla. Si voltò e, alla luci di un lampo, si vinni ad attrovari facci con facci col fantasma. Mentri faciva per lo scanto un gran savuto narrè annanno a sbattiri contro il muro, il fantasma, che appartiniva alla prima categoria, quella dei moschitteri, parlò con voci cavernosa. «Vous devé faire une rettificà! Je ne suis pas Portos, mais Aramis! Allez all’anagrafe!». E scomparse, mentri che il milanisi sciddricava a lento ’n terra dato che le gamme non l’arriggivano cchiù. L’indomai a matino il giornalista, a malgrado che aviva la fevri a quaranta, si susì e annò all’ufficio anagrafi. Vero era. Nel registro c’era scrivuto nomi di un tali Pasquale Aramì che bitava in via dell’Acqua amara ed era un povirazzo morto di fami, senza arti né parti. Col dinaro che gli detti il giornalista, mangiò per qualichi jorno. Il giornalista, per il sì e per il no, scrissi la smintita: a perdiri la esse finali non era stato Portos, ma Aramis. Quella matina stissa la diligazioni vinni arricivuta da sò cillenza il pispico. Che era cognito all’urbi e all’orbo per la grannissima prudenzia che mittiva in ogni sò azioni. Il sinnaco gli contò ogni cosa. «E che volete da me?» «Che vostra eccellenza si degni d’intervenire su padre Allotta per convincerlo a…». Il pispico isò ’na mano. «Non lo posso fare. Sarebbe un’indebita ingerenza. Don Allotta avrà avuto le sue buone ragioni». Il sinnaco non si persi d’animo. «Eccellenza, a Vigàta ci stanno altre cinque chiese, a parte la matrice». «Lo so benissimo. E dunque?» «Non potrebbe, al posto di Don Allotta, uno di questi parroci…».

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I fantasmi

Shout Alessandro Gottardo è nato a Pordenone nel 1977. Dopo il liceo artistico a Venezia, ha frequentato il corso di illustrazione all’Istituto europeo di design di Milano. Ha vinto diversi premi, in particolare negli Stati Uniti, tra cui le medaglie d’oro e d’argento della Society of Illustrators di New York e la medaglia d’oro della Society of Publication Designers. I suoi lavori sono comparsi su varie testate internazionali tra cui: The New York Times, The Washington Post, Time, The New Yorker, The Economist, Esquire, Le Monde, Guardian.

Il pispico isò novamenti la mano. «Non possumus. Don Allotta è sì primus inter pares, ma sempre primus. Sarebbe un attentato alla sua autorità». Il sinnaco allura tirò fora l’asso dalla manica. Fici la facci prioccupata. «Questo viene a significare una cosa sola: che l’opposizione l’avrà vinta e l’amministrazione della quale sono a capo dovrà dimettersi». «Ah!», fici sò cillenza. «E i comunisti piglieranno la maggioranza», rincarò il sinnaco. «Ah!», arripitì il pispico. Sinni stetti tanticchia muto e po’ disse: «Forse una soluzione ci sarebbe». Il commissario di pubblica sicurezza di Vigàta, Tano Bennici, era ’no sbirro nato. Quanno vinni a sapiri la facenna capitata al giornalista milanisi, lo fici viniri ’n commissariato. C’era macari un agenti che scriviva a machina ogni cosa. «Mi racconti com’è andata». Quello gli dissi tutto. «Lei quindi si è sentito toccare a una spalla?». «Ho avuto questa impressione». «No, cerchi di essere preciso. È stato toccato o ne ha avuto solamente l’impressione?». «Ma che importanza ha? Il fatto è che mi sono voltato!». «Senta, egregio, glielo dico una sola volta e per tutte. Sono io che decido cosa è importante e cosa no, chiaro?». Il giornalista pinsò che la meglio, con un tipo simili, era di starisinni bono. «E dopo il fantasma le ha parlato?». «Sì, con voce cavernosa». «Questo si spiega. Probabilmente è raffreddato. Col freddo che fa!», disse il commissario. E si misi a ridiri. In un lampo, il giornalista si vitti perso. Accapì che non sulo lo sbirro non gli cridiva, ma che aviva ’n testa qualichi malo pinsero. «Mi creda, commissario…». «E le ha chiesto una rettifica?». «Proprio così!». «Ma lei a chi vuole pigliare per il culo?», sbottò il commissario. «Quando mai un fantasma ha domandato una rettifica? Quando mai un fantasma ha parlato dell’ufficio anagrafe?». «Ma lei che ne sa di come si comportano i fantasmi?», reagì il giornalista isanno la voci. Fu un errori. «Io me ne fotto di come si comportano o non si comportano! Sa che faccio? Io la denunzio per turbamento dell’ordine pubblico!». Appena nisciuto fora dal commissariato, il giornalista sinni corrì all’albergo e chiamò la direzioni del giornali a Milano. All’indomani il giornali stampò un articolo a tutta pagina. “GRAVISSIMO ATTENTATO ALLA LIBERTÀ DI STAMPA”. Arrivaro telegrammi di solidarietà dal presidenti del sinnacato dei giornalisti, dal presidenti della Federazioni della stampa, dal Partito comunista, dalla Cgil. Il commissario Bennici vinni chiamato dal questori che gli fici ’na cazziata sullenni. Il risultato fu che arrivaro altri dù giornalisti, uno di Torino e uno di Genova. L’opposizioni addimannò le dimissioni del sinnaco. Il quali reagì dicenno che non vidiva la ragioni di dimittirisi in quanto l’indomani ci sarebbe stata ’na grossa novità.

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Continua sul prossimo numero

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.eu di

buen vivir

Stefano Squarcina

foto Emmanuel [vu/blobcg]

di

Pierrot

banane inique L’Unione europea è scivolata su una buccia di banana. L’accordo firmato a Ginevra tra Bruxelles e i Paesi latinoamericani produttori delle cosiddette dollar bananas è diventato un caso. Negoziata nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’intesa garantisce a Colombia, Ecuador, Costarica, Brasile e ad altri, un migliore accesso al mercato europeo grazie a una riduzione dei dazi doganali. L’accordo però distrugge l’economia di altri Paesi produttori, in Africa, Caraibi e Pacifico, che esportano le banane cosiddette Acp. Parliamo di produttori camerunensi, ghanesi o dominicani, piccoli imprenditori e cooperative che non sono ovviamente in grado di far fronte alla concorrenza dei giganti del settore e cioè alle cinque multinazionali che controllano il mercato latinoamericano e mondiale (Dole Food Company, Chiquita Brands, Fresh Del Monte, Noboa e Fyffes). Si pensi che il volume della totalità delle esportazioni di tutti i Paesi Acp rappresenta solo il 15 per cento delle banane esportate dalla sola Dole Food; o che l’insieme dei bilanci di Chiquita, Dole e Del Monte supera i proventi generati dalla totalità delle esportazioni dei 79 Paesi Acp. L’Unione europea ha nei fatti negato quei princìpi di solidarietà con i Paesi più poveri a cui dice ispirarsi: ha scelto di favorire le importazioni di dollar bananas – il 72 per cento di quelle consumate nell’Ue – mettendo in pericolo il già precario tessuto produttivo di molti Paesi Acp, che vedranno inesorabilmente ridursi i loro margini di mercato in Europa, oggi al 17 per cento. Bruxelles ha promesso come risarcimento agli Acp la somma di 195 milioni di euro entro il 2013. Poca cosa di fronte alla prospettiva dell’annientamento puro e semplice della filiera africana e caraibica, con tutte le conseguenze sociali del caso. L’Unione europea sulla carta propone ai Paesi poveri sviluppo e solidarietà, ma con l’accordo sulle banane ha fatto l’esatto contrario.

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Alfredo Somoza

una potenza, troppi sponsor Il Brasile di Lula, e ora di Dilma Rousseff, è da tempo al centro dell’attenzione della stampa economica mondiale. La notizia è che il gigante sudamericano, campione dell’ineguaglianza sociale, è riuscito a tenere insieme crescita economica e lotta alla povertà, un’equazione che non era stata prevista dal predecessore di Lula, quel Fernando Henrique Cardoso ex sociologo marxista diventato presidente con la destra. Pur mantenendo in ordine i numeri macroeconomici, Lula ha impostato un welfare innovativo che ha colpito l’estrema miseria e spinto verso l’alto milioni di poveri. Queste politiche hanno dato una prospettiva di vita a oltre 30 milioni di persone che ora non devono più migrare verso le città e che per la prima volta sono diventati cittadini con diritto alla salute, all’educazione e alla casa. L’altra faccia della medaglia del “modello Lula” sono state le promesse non mantenute sulla questione della terra, che avrebbe dovuto essere affrontata con una riforma agraria per rendere giustizia alle storiche rivendicazioni dei Sem Terra, ma che non c’è stata. Anche sull’ambiente la pagella riporta voti molto bassi: il modello agricolo della soia transgenica, legalizzata definitivamente nel 2005, ha portato all’espansione della frontiera agricola a discapito delle foreste e questo è stato il principale motivo per il quale la storica ambientalista brasiliana, Marina da Silva, è uscita dal governo fondando un partito che ha raggiunto il 20 per cento alle ultime presidenziali. Tra pochi anni il Brasile sarà la quarta potenza energetica mondiale grazie al petrolio scoperto al largo delle sue coste, una grande responsabilità per un Paese latinoamericano e una grande speranza per un intero popolo. I meriti delle politiche che hanno permesso la crescita economica e la ridistribuzione della ricchezza vanno tutti al governo del Partito dei Lavoratori, ma quando una potenza emergente ha così tanti sponsor nel grande mondo della finanza globale, si corre sempre il rischio che venga relegata in secondo piano la questione sociale. I brasiliani si attendono dal governo di Dilma uno scatto in più rispetto agli ultimi otto anni: che le politiche assistenziali diventino azioni di sostegno ai piccoli e medi imprenditori e ai contadini, perché possano ritagliarsi una fetta di quel mercato interno che oggi è monopolizzato dai grandi gruppi economico-finanziari brasiliani e stranieri che hanno sostenuto entusiasticamente Lula negli ultimi anni. L’ora delle scelte è sempre all’ordine del giorno a Brasilia.

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parola mia di

Patrizia Valduga

illustrazione

Guido Guarnieri

vietato mixare Alcune cose sono diventate inspiegabilmente “sensibili”: obiettivi, siti, monumenti. Non posso pensare che significhi che gli obiettivi e i luoghi abbiano acquisito sensibilità. Il dizionario Hoepli per “sensibile” dà “sensato, ragionevole”, “funzionale”, “consapevole”, datato “sensibile”, obsoleto “apprezzabile”. I sensible target sono gli obiettivi ragionevolmente suscettibili di attacco e, in ambito non militare, obiettivi ragionevoli tout court. Ma ormai è entrato in uso “sensibile”, e si è espanso fuori dall’ambito militare, così che è ugualmente “sensibile” un posto dove buttare una bomba e una “questione” dal punto di vista etico. Sì, il vocabolario Devoto-Oli del 2007 si premura di informarci che, oltre agli “obiettivi sensibili” ci sono “questioni eticamente sensibili”. Sembra una presa in giro di chi ha in orrore la guerra. Non sarebbe meglio usare semplicemente “strategico” nel primo caso e “spinoso” o “delicato” nel secondo? Poi sono arrivate le “regole d’ingaggio”. L’ingaggio è l’assunzione di lavoratori o l’arruolamento nelle forze armate. Invece nel benedetto Hoepli ecco che “ingaggio” lo si trova come traduzione di engagement, sinonimo di “combattimento”, “scontro”, e rules of e. “regole d’ingaggio”. E che senso hanno? Saranno invece, suppongo, le norme di comportamento da tenere nei combattimenti, negli scontri armati. La parola inglese mix è passata pari pari in italiano. Ne avevamo proprio bisogno, sprovvisti come siamo di un equivalente: mescolanza, miscela, mistura, mescolamento, misto, mistione, miscuglio, combinazione, composizione, amalgana, impasto, intruglio, accozzaglia, guazzabuglio, farragine, fricassea, pasticcio, minestrone evidentemente non sono all’altezza dell’orrendo monosillabo. Apriamo un’ultima volta il benedettissimo Hoepli: “mix (di prodotti, politiche, ecc.): mix, composizione, dosaggio”. “Mix” è italiano? Corriamo a controllare nel Battaglia. No, grazie a Dio, non c’è: si passa diritti da “mivòlo” a “mixa” (che è una pianta simile al susino, ed è anche il frutto, e viene da Plinio). Però più sotto vedo purtroppo un “mixato”: “che è stato mescolato o sovrapposto ad altri suoni mediante un mescolatore”. Brutta la parola e brutta pure la definizione; c’è una sola citazione, da Arbasino, Super-Eliogabalo. “La sola fede che mi resta è la fede nei dizionari”, vado dicendo da anni citando Paul Léautaud. Dovrei dichiarare adesso che non mi resta neanche più questa fede; e invece no, non lo farò. La fede nei dizionari mi è rimasta, nei dizionari vecchi, però: dal glorioso Tramater al Devoto-Oli del 1971, quello compilato da Giacomo Devoto (1897-1974) e da Gian Carlo Oli (1934-1996). Le ultime edizioni (che dovrebbero ormai chiamarsi Serianni-Trifone) con migliaia e migliaia di parole straniere in massima parte americane, probabilmente, loro non le avrebbero mai firmate.

K

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Cittadino digitale di

Arturo Di Corinto

Le rivolte arabe hanno portato alla ribalta il protagonismo sul web dei giovani, ma la questione va oltre le nuove modalità di azione politica, per toccare il tema della cittadinanza. Discutere su internet dell’operato del governo, criticarlo, fare proposte e chiedere sostegno a specifiche iniziative di protesta è qualcosa che esisteva da tempo. Come appare in un bel documentario di Carolina Popolani sul caso dei blogger egiziani, che da diversi anni sono impegnati a raccontare e raccontarsi desideri, bisogni e voglia di futuro (Cairo Downtown www.vimeo.com/19744049). Perseguitati a casa, hanno creato reti transnazionali con gli africani della “diaspora” – altri blogger e attivisti in diversi Paesi – stimolando nuove forme di partecipazione e mobilitazione nello spazio pubblico online e offline. A dimostrazione di questo fenomeno una ricerca del Forum europeo sull’immigrazione (www.fieri.it) dimostra che i giovani italiani di origine immigrata – e i nativi digitali – assumono sempre più un ruolo di netizens, ossia cittadini digitali che, esclusi dai canali tradizionali di partecipazione, trovano nel web uno spazio pubblico, un luogo di cittadinanza e di partecipazione politica non convenzionale, da esercitare singolarmente o in forme associative. Se nella sponda sud del Mediterraneo emerge la voglia di superare gli spazi angusti del proprio Paese di residenza, nell’altra cova la voglia di riscatto di chi è coinvolto suo malgrado in un difficile processo di cittadinizzazione. Una simile contaminazione non poteva non produrre idee e rivendicazioni di libertà e dignità da un lato, di diritti e opportunità dall’altro. I network sociali hanno offerto un’occasione di “riscatto” anche agli immigrati di seconda generazione. Facebook e YouTube da soli non fanno la democrazia, ma di certo hanno stimolato una consapevolezza politica i cui esiti futuri non sono per niente scontati.

Teatro

Rete

Domani

Fuori dalla gabbia di

Simona Spaventa

Ha raccontato il presente con il suo teatro visionario, scritto nei corpi dei suoi attori, corpi segnati da esperienze di sofferenza e marginalità. Ogni spettacolo di Pippo Delbono è la tappa di un viaggio personale, che è specchio forte e struggente di un tempo violento e ingiusto, che non tollera il diverso. Un mondo che teneva rinchiuso Bobò, ora suo tenero attore feticcio, nel manicomio di Aversa, dove Nelson Lariccia, altra icona della sua compagnia, mendicava per strada, o dove gli operai muoiono in fabbrica, come nella strage della ThyssenKrupp torinese che ha ispirato, due anni e mezzo fa, la sua ultima regia teatrale, La menzogna. Oggi Delbono, dopo mesi dedicati a nuove sperimentazioni, questa volta cinematografiche (il suo La paura è il primo film italiano girato interamente con il telefonino), torna a teatro con uno sguardo nuovo. Succede con Dopo la battaglia, il nuovo spettacolo al debutto a Padova e poi in scena a Torino. «Mi è venuta voglia di guardare oltre – racconta Delbono – di lanciare lo sguardo al di là di questo nostro presente oscuro, fatto di contrasti e di violenze, di una libertà difficile da conquistare ma anche di grandi rivolte, un tempo in fiamme. Pensare di essere in un tempo nuovo. Per un bisogno di lucidità dopo la follia». Se «è impossibile prescindere dall’attualità che preme con le rivolte che infiammano il Mediterraneo», superare il contingente vuol dire comunque rappresentarlo. Dandogli la forma di una stanza vuota, «una gabbia grigia, un purgatorio che ricorda i luoghi dove tengono chiusi gli immigrati, ma anche la prigione mentale che è la paura dell’altro». Una gabbia da rompere con la poesia di Whitman, Eliot e Rimbaud, le cui parole «spirituali e rivoluzionarie» punteggeranno la danza che unirà l’étoile dell’Opéra di Parigi Marie Agnès Gillot e Bobò, l’attore sordomuto, sulle note del virtuoso del violino Alexander Balanescu, «rumeno, come le badanti e gli zingari». Danze e canti di speranza? «Speranza è una parola che non mi piace, troppo piccola e remissiva. Preferisco un pensiero più vasto e poetico, preferisco parlare di fede». Dopo la battaglia di Pippo Delbono. Teatro Verdi, Padova dal 3 all’8 maggio Teatro Carignano, Torino dal 17 al 22 maggio


Sorrentini

Le critiche in Francia si sono divise: chi lo avrebbe voluto più severo nei confronti dei colonialisti e chi meno indulgente nella rappresentazione dei membri del Fln. Eppure Uomini senza legge (Hors-la-loi) riesce a illustrare in modo chiaro e puntuale quasi vent’anni di storia algerina, anche per merito di una narrazione che ricorre all’epica, nello stile di C’era una volta in America di Sergio Leone. Secondo il regista Rachid Bouchareb «il film non fa sconti alla storia, ma è utile ai francesi e agli algerini delle ultime generazioni per conoscere il passato coloniale». Recitato da attori algerini e con una produzione franco-algerina, Uomini senza legge descrive il percorso dell’Algeria verso l’indipendenza. Il film inizia con i massacri di Sétif – l’8 maggio del 1945 – a opera della polizia francese contro le marce pacifiche degli algerini. La Seconda guerra mondiale era appena finita e chi aveva combattuto a fianco dell’esercito francese pensava di poter chiedere più libertà e uguaglianza ai “fratelli” europei. A questi soldati algerini, che andarono a combattere una guerra che non gli apparteneva, Rachid Bouchareb aveva già dedicato nel 2006 il film Indigène. I massacri costrinsero alla fuga la maggior parte dei sopravvissuti. Come i protagonisti di Uomini senza legge, tre fratelli che, dopo l’esproprio da parte dei francesi delle terre che la famiglia possedeva in Algeria, si trasferiscono con la madre a Nanterre. Arrivati in Francia le loro vite si dividono: Abdelkader (Sami Bouajila), il più intellettuale, diventa un leader del movimento d’indipendenza; Messaoud (Roschdy Zem) entra nell’esercito francese e va a combattere in Indocina; Saïd (Jamel Debbouze), il minore, cerca il successo a Parigi nel giro della boxe. Qualche anno dopo i tre fratelli si ritrovano a Parigi e si uniscono alla Resistenza fino alla liberazione dell’Algeria (1962). Se il periodo storico è quello già raccontato da Gillo Pontecorvo ne La battaglia di Algeri, diverso è lo stile adottato da Rachid Bouchareb, che trasforma questa ultima parte in una sorta di film d’azione. Uomini senza legge (Hors-la-loi) dal 6 maggio

Documentario

di Barbara

Ritratto di famiglia indonesiana di Matteo

Scanni

Premiatissimo nel circuito dei festival (Idfa, Sundance, Visions du Réel), Position among the stars chiude la trilogia di Leonard Retel Helmrich iniziata con Eye of the day e Shape of the moon. Per 12 anni il regista olandese ha seguito la vita quotidiana della famiglia Shamshudin negli slum di Jakarta, un microcosmo che raccoglie le contraddizioni della società indonesiana stravolta dagli effetti della globalizzazione. La vecchia Rumidjah è costretta ad abbandonare la vita tradizionale del villaggio e a tornare in città al seguito del figlio Bakti e di sua moglie, per occuparsi della nipote Tari, adolescente ribelle, interessata solo ai ragazzi e allo shopping. Bakti si sfinisce di lavoro per raggranellare i soldi necessari a mandare Tari all’università, ma la ragazza ha altri programmi. Alla saggia Rumidjah l’arduo compito di tenerla a bada. Filmato con l’originale tecnica del single shot sviluppata da Helmrich, che permette di seguire lunghe scene con un’unica – ininterrotta – ripresa rigorosamente priva di interviste o voci fuori campo, il documentario adotta uno stile molto vicino al direct cinema, in cui il regista è testimone invisibile degli eventi. L’esistenza dolente e malinconica della famiglia Shamshudin è una potente metafora del cambiamento della società indonesiana, sospesa tra modernità e passato rurale, tra fondamentalismo e democrazia. Uno dei migliori lavori usciti nel 2010. Position among the stars di Leonard Retel Helmrich www.standvandesterren.nl/en

Suddiviso in quattro capitoli, Wherever you want to go è una super produzione di Bmw Documentaries che indaga il futuro della mobilità. Alcuni dei più influenti scienziati, accademici, pionieri dello spazio e protagonisti del nostro tempo spiegano come le tecnologie cambieranno le città e il modo di spostarsi delle persone.

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Wherever you want to go di Bmw Documentaries www.bmwactivatethefuture.com

Roger Arpajou

Cinema

Quando bruciava Algeri


di Claudia

Barana

Lampade che sorreggono sedie che appoggiano a tavoli che fanno scendere luci. Un assemblaggio di mobili icone, un volto arcimboldesco, un monumento al design italiano: è la porta di accesso alle Fabbriche dei sogni, la mostra che apre la quarta edizione del Design Museum, museo in itinere che propone ogni anno un nuovo allestimento. Quest’anno la curatela è stata affidata all’imprenditore Alberto Alessi e l’allestimento a Martí Guixé; l’esposizione racconta l’evoluzione delle fabbriche del design italiano, dal dopoguerra a oggi. Il percorso, a ferro di cavallo, è arredato di molteplici icone, montate a piccole isole, e ritmato da grandi totem luminosi che presentano gli imprenditori. Ovvero le facce, i corpi, le storie di chi ha permesso il fiorire del sistema design in Italia. Ritmo incalzante: vecchi Brionvega trasmettono video-interviste ai designer. Su tutto, i pensieri e la teoria di Alberto Alessi istoriati sui muri dal segno leggero di Guixé, con le sue teste disegnate che punteggiano il percorso. Uno storyboard a due livelli: per gli adulti che possono leggere a testa alta, per i piccoli con un percorso narrativo ad altezza bambino. Emerge forte la relazione tra gli oggetti e l’industria, il pubblico e la società. Oggetti attraversati da “soggetti”: le vite, le mani, le idee di chi ha progettato, voluto, maneggiato i successi e gli insuccessi dei prodotti che hanno contribuito a determinare la nostra cultura. Un’industria caratterizzata da un “codice materno”, incentrato sulla bellezza e il rinnovamento, la disponibilità a soddisfare i bisogni. Contro la cultura consumistica. Una mostra-narrazione che è un tributo agli imprenditori che hanno creduto nella dialettica tra business e cultura. A partire dalla metafora del buon giardiniere che, come racconta Alessi, «semina quello che crede giusto, ma soprattutto dissoda bene il suo campo per accogliere le nuove messi quando cominciano a germogliare e consentire loro di esprimere il potenziale che hanno dentro». Nella speranza che questo sentimento ritorni a far fiorire l’Italia.

Fabrizio Marchesi

Le fabbriche dei sogni, Triennale Design Museum, Milano fino al 26 febbraio 2012

Arte

Design

La materia dei sogni

Modello Basilea di Vito

Calabretta

Basilea dimostra che è possibile conciliare ricchezza e cultura. Anche questo mese la città offre un florilegio di stimoli senza barriere cronologiche, un autentico lusso per le nostre papille culturali: nel Kunstmuseum, dove c’è una imperdibile collezione permanente, possiamo confrontarci con Konrad Witz, pittore del Quattrocento capace di livelli di precisione fotografici; per poi passare, nella appendice dedicata all’arte contemporanea, a tre importanti video dell’artista Pierre Huyghe, nato nel 1962. Alla Kunsthalle c’è una interessante mostra collettiva How to work, mentre allo Schaulager, che in questo periodo espone nel Museo storico della città, viene esposta una serie di ritratti popolari dedicati a santa Fabiola, collezionati e presentati dall’artista belga Francis Alÿs. Dal 22 maggio poi inizia il confronto tra Richard Serra e Constantin Brâncusi alla Fondazione Beyeler (anche qui la collezione permanente è mozzafiato). Peraltro, la abbondante e spesso qualitativamente appagante offerta d’arte di Basilea è fruibile in contenitori importanti dal punto di vista architettonico. La Fondazione Beyeler è una delle migliori realizzazioni di Renzo Piano, mentre lo Schaulager è progettato dallo studio Herzog & de Meuron. Basilea è un modello possibile di capitale mondiale: una città in cui la ricchezza delle multinazionali farmaceutiche alimenta cultura, arte, fiere. Quella dell’arte, che si svolge quest’anno tra il 15 e il 19 giugno, è la più importante al mondo. Andarci vuol dire prendere nota di una relazione tra ricchezza privata e beneficio pubblico rovesciata rispetto a quanto succede spesso in Italia. Lo Schaulager è il frutto di una donazione della Fondazione Laurenz di Maja Oeri, che sta finanziando anche la metà dell’importo per l’ampliamento del Kunstmuseum. Il rapporto tra pubblico e privato a Basilea funziona così: il privato dona e il pubblico organizza ed espone. Successe anche con due quadri di Picasso, molto tempo fa: la città non aveva i soldi per comprarli, i cittadini privati si tassarono e ora i quadri sono al Kunstmuseum. www.museenbasel.ch/it/extra.php


di Alessandra

Bonetti

Lo sguardo è ironico e beffardo. La realtà non è mai quella che sembra. Manipolata, come i miti che negli ultimi vent’anni avevano portato i giovani russi a guardare a Occidente. Ora l’identità si cerca in patria. E allora, “gangsta”: crimine, soldi e corruzione nella Russia post-sovietica. Vicinoallozero sarà il romanzo più discusso al Salone del libro di Torino che quest’anno accoglie la Russia come Paese ospite. A suscitare clamore, più del romanzo – un thriller visionario ricco di colte citazioni – è il suo autore: dietro il nome di Natan Dubovickij, infatti, sembra nascondersi quello di Vladislav Surkov, eminenza grigia del Cremlino. Realtà o finzione? Il crollo dei valori non risparmia la satira sul passato: «Mi chiamo Savel’ev Saša, faccio la seconda elementare e vivo con la nonna e il nonno. La mamma mi ha scambiato con un nano-vampiro, appendendo al collo della nonna una croce di quelle belle grosse. È dall’età di quattro anni che ci sto appeso». Folgorante sin dal titolo, Seppellitemi dietro il battiscopa del giovane regista e scrittore Pavel Sanaev racconta la tragicommedia di Saša che sotto le cure asfissianti di una nonna furiosa, chiassosa e straripante, cresce convinto di essere un idiota («nel mio cervello viveva lo stafilococco aureo che mangiava il mio cervello e ci cagava dentro»), prende i rimedi omeopatici sei volte al giorno, dorme con la calzamaglia di lana ruvida da economia socialista, mangia solo polpette cotte al vapore e frutta lavata con acqua bollente e sapone. E coltiva un sogno: dopo la morte – che la nonna gli predice all’età di 16 anni, malato com’è – vuole essere seppellito sotto il battiscopa dell’appartamento della mamma, dove resterà per l’eternità in silenzio a guardarla. Spietato sentimentalismo come quello che Zachar Prilepin, un passato da pugile e da soldato in Cecenia, seziona nel suo primo romanzo pubblicato in Italia da Voland, Patologie. Un diario di guerra e di vita, difficile da leggere tutto d’un fiato. C’è bisogno di pause. Chiuderlo e riaprirlo per accettare la verità di una devastazione. Quella dell’anima. Vicinoallozero, Feltrinelli, 16 euro, 224 pp. Seppellitemi dietro il battiscopa, Nottetempo, 17,50 euro, 368 pp. Patologie, Voland, 14 euro, 288 pp.

Architettura

Libri

Gangsta Russia L’erba del vicino è uguale alla mia di Raul

Pantaleo

Non conosco il suo nome: è un’immagine fugace che incrocio uscendo assonnato e irritato da un risveglio sempre troppo traumatico per essere vero. È il mio vicino di casa. Ma ora cambio vita, cerco casa. E lo voglio conoscere. Potrebbe essere questa la sintesi per definire un diverso modo di abitare che sta tentando di riattivare, anche in Italia, modelli conviviali. È il cohousing, in pratica prove di coabitazione in case private ma con ampi spazi dedicati all’uso comune. Nella provincia di Treviso stiamo sperimentando un modello originale perché combina abitare condiviso e stili di vita alternativi. L’idea, nata all’interno della Cooperativa pace e sviluppo – una delle realtà più grandi nel campo del commercio equo e solidale – è stata presentata durante la Fiera quattro passi, una manifestazione che si occupa di comportamenti concreti in tema di sostenibilità sociale e ambientale (nella sua ultima edizione la fiera ha raccolto quarantamila visitatori). La proposta ha avuto un grande successo: oltre ottanta persone hanno aderito alla fase sperimentale, partecipando a sei laboratori di progettazione coordinati dall’associazione Cambieresti. Si è discusso di consumi, ambiente, risparmio energetico ed è stata sviluppata un’idea abitativa incentrata su comportamenti che considerino il risparmio delle risorse – acqua, energia, rifiuti, alimentazione, trasporti – come una pratica quotidiana. Il concetto “nuovi stili di vita”, che spesso sembra un’idea astratta, ha trovato così un’applicazione pratica. Nell’ecoquartiere si prevede la realizzazione, in una prima fase, di una ventina di abitazioni in cui la gestione dei servizi e degli spazi comuni sarà collettiva: lavanderie, asili, orti, zone destinate ai Gas, i gruppi di acquisto solidale. È una sperimentazione che potrà dare benefici sia sul piano sociale che ecologico: da un lato la condivisione agevolerà la cooperazione tra “vicini”, dall’altro l’impegno per nuovi stili di vita ridurrà l’impatto ambientale di questa comunità, rendendola un modello concreto per esperienze analoghe. www.ecoquartierediquattropassi.it

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di Carlo

Boccadoro

Norman Granz, il fondatore e deus ex machina dell’etichetta Verve, amava riunire in studio grandissimi solisti di jazz facendoli improvvisare in jam sessions che avevano la durata di svariate ore, facendo spesso viaggiare i suoi ospiti sui ben oliati binari del 12-bar blues, un “giro” blues di 12 battute; molti album del suo sterminato catalogo discografico derivano proprio da queste riunioni totalmente improvvisate. Non sempre queste ciambelle riuscivano col buco, ma nel caso di questo strepitoso album si può davvero parlare di completo successo. Del resto con una parata di colossi come Gerry Mulligan, Stan Getz, Harry “Sweets” Edison e Oscar Peterson c’è poco da scherzare; in quegli anni ognuno di questi autentici geni del jazz era al massimo della forma creativa e, se a questo aggiungete una ritmica da sogno formata da Louis Bellson, Ray Brown e Herb Ellis, il risultato non potrà che essere entusiasmante. A parte l’iniziale Chocolate Sundae (tipico giro di blues con cui i musicisti scaldano i motori) il resto dell’album rivisita una serie di classici ormai immortali come When Your Lover Has Gone, affrontata su un tempo medium swing morbido e sornione, o la gillespiana Woody’n’You (quest’ultima con una seria di assoli davvero da capogiro). Un lungo medley riunisce brani splendidi come Lush Life, Makin’ Whopee e It Never Entered My Mind e in questi momenti il dialogo tra i sassofoni di Getz e Mulligan, il pianoforte di Peterson e la tromba di Edison raggiunge livelli di intensità e fantasia improvvisativa assoluti. Bene ha fatto dunque la Universal a ristampare recentemente questo gioiello nella sua serie Originals, che a prezzo più che conveniente ha rimesso sul mercato anche capolavori di John Coltrane, Gato Barbieri, Count Basie e molti altri artisti. Artisti Vari: Jazz Giants ‘58 (Cd Verve Originals 621329) euro 11,90

La giusta causa

Musica

I giganti del jazz

Via dalle macchinette di Massimo

Rebotti

La frontiera più avanzata, come spesso accade, è in Svezia. Una legge vieta che vengano usati personaggi dei cartoni animati per pubblicizzare merendine o bibite gassate. Oppure in Olanda, dove è proibito fare la pubblicità dei dolci indirizzata ai minori di 12 anni. In Europa insomma qualcuno corre ai ripari contro il cibo spazzatura e l’obesità infantile, ma si tratta di piccole isole di resistenza, mentre le multinazionali del cibo trash già aggrediscono i mercati – e i bambini – del Sud del mondo. In Italia lo scudo della tradizione mediterranea non regge poi tanto: secondo i dati del ministero della Salute più di un bambino su tre, dai sei agli undici anni, pesa troppo e la maggioranza è concentrata al Sud. «La produzione di cibo scadente» dice Antonio Lupo, medico, del comitato Amigos sem terra, «è insostenibile a livello ambientale e sociale, l’epidemia di obesità non è affatto un problema individuale». Il dottor Lupo per molti anni ha lavorato in ospedale, si occupava di malattie del sangue: «Dalla iperspecializzazione – dice – sono voluto tornare alle cose essenziali per tutti, come il cibo: la cattiva alimentazione è un problema democratico, una volta si sarebbe detto di classe». La barriera del cibo spazzatura separerà sempre di più i ricchi, che riescono ad adottare stili di vita che non lo contemplano, dai poveri che invece ne saranno travolti. Sia a casa loro (secondo l’Oms in alcuni Paesi dell’America latina il 75 per cento delle donne è sovrappeso) sia in Europa: «Gli immigrati saranno le prime vittime dei pacchi di merendine a un euro e dei polli a due euro». Antonio Lupo tiene molto alle ragioni globali che favoriscono la diffusione del cibo spazzatura. Insieme ad altri ha stilato un manifesto per il diritto al cibo sostenibile che si può sottoscrivere in rete: «Questa agricoltura industrializzata – dice – ci porterà nel baratro». Racconta che negli Stati Uniti «c’è un contadino ogni cento ettari, si usano enormi trattori, fertilizzanti a pioggia, perfino aerei leggeri per spargere i pesticidi sui campi. In Asia ogni cento ettari i contadini sono duecento». Se si va avanti così «finiranno tutti, disperati e senza lavoro, nei sobborghi di qualche megalopoli». E ad attenderli, se avranno qualche spicciolo in tasca, ci saranno cibi confezionati e bibite gassate.

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www.cibosostenibile.it


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di

Claudio Bisio

cuore@e-ilmensile.it

la posta del cuore

Luca Tronci [gallery stock]

Caro Claudio, non so se quello che ho intenzione di scrivere sia adatto a questa rubrica, ma ho deciso di scriverlo ugualmente. Ho ragionato così: il cuore in senso lato non è solo l’amore è anche buoni sentimenti e persone che hanno deciso di vivere seguendoli, nonostante la loro vita sia molto più dura della mia. L’anno scorso ho avuto la fortuna e il privilegio di insegnare a persone straniere adulte; dico fortuna perché ho imparato più di quanto abbia loro insegnato. Ho visto donne africane, mai andate a scuola nel loro Paese, venire tutte le mattine a imparare l’alfabeto con i loro piccoli legati dietro la schiena con un telo. Ho visto quei bambini imparare a camminare mentre loro imparavano a scrivere e a leggere, aiutate per i compiti a casa dai loro figli più grandi. Ho visto marocchini, senegalesi, pakistani, indiani, egiziani, sia uomini che donne, dopo otto (anche dieci) ore di lavoro venire tutte le sere a scuola, rimettendosi in gioco. Ho visto le donne islamiche sedersi timidamente accanto ai loro compagni uomini e durante la pausa andare a pregare nell’aula accanto. Ho conosciuto persone senza lavoro da un anno venire a scuola perché volevano che i loro figli avessero un futuro migliore. Da loro ho imparato a sorridere anche quando non c’è nessun motivo apparente. L’importanza dell’istruzione gratuita. La costanza e la forza di volontà. La condivisione di tutto quel poco che hanno (di materiale). Tutte queste persone stanno contribuendo a migliorare l’Italia, siamo fortunati noi che abbiamo l’onore di conoscerli. M.A.

Caro Claudio, sarà che come dice Guccini “a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”, ma io ho da tempo la convinzione che farò la fine di quelle donne senza affetti che a quarant’anni diranno di “aver scelto la carriera”. Non che sia mia intenzione farlo, ma è la realtà dei fatti che mi spinge a pensarlo. Non mi piace nessuno. Voglio dire, nessuno riesce a convincermi di essere una persona degna di interesse. Sarà che sono quasi tutti rincoglioniti, sarà che io becco solo disperati. Insomma, io non mi innamoro. Molto spesso preferisco immaginare, creare storie basate sulle mie fantasie piuttosto che indagare realmente gli animi, perché ciò che vedo mi delude. Forse Gino potrebbe installarmi la valvola dell’innamoramento? Credo di no, non funziona nemmeno il tuo numero, quello con la canzoncina. È facile poi banalizzare il sentire di una ventenne, lo so viene spontaneo. Che vergogna comunque lagnarsi sulla rivista di Emergency, non trovi? Però la rubrica deve andare avanti, no? E allora lagniamoci. Margherita

C

Cara o caro M.A., quello che hai scritto è assolutamente adatto a questa rubrica (che scopriremo insieme cosa può essere e diventare). Devo dire che in pochi giorni sono arrivate tante lettere (email, ma a me piace ancora chiamarle lettere) i cui argomenti spaziavano da ironici commenti sul cuore del nostro premier che batte per un altro cuore che batte, a serie disquisizioni sull’immigrazione/ emigrazione. Le ho lette tutte con curiosità, nessuna era banale. Così ho deciso per questa prima volta di dare spazio a voi, pubblicandone un paio dai toni e contenuti decisamente differenti. Senza commento. Claudio

Caro Claudio, carina questa idea della posta del cuore. Sono un’infermiera che lavora giustappunto a contatto con questo muscolaccio cavo che ci fa tanto soffrire. In giro c’è molta gente che ha paura di morire d’infarto, direi che la morte improvvisa in questo caso è la migliore, te ne vai e basta, sta agli altri poi organizzarsi. Si sa, il cuore è da sempre la sede dei sentimenti: “quello lì non ha cuore”, “col cuore in mano”, “ho il cuore spezzato” e via di questo passo. Ricordo che mia madre sulla testata del suo letto aveva un Cristo a mezzo busto, anche piuttosto inquietante, che teneva il suo cuore sanguinante tra le mani. Io posso dire che ho il cuore spezzato perché non voglio più vivere in un mondo come questo, dove si negano i diritti fondamentali, dove i premi Nobel per la Pace inviano nuove truppe lì dove si fa guerra; in un Paese in cui la gente dice di non essere razzista, poi però “ognuno a casa sua”. Potrei continuare così, ma ti saluto qui. Ciao alla prossima, Teresa

I

R


Dentro Misurata di

Antonio Molinari

La missione in Libia, per Emergency, è partita il 25 marzo. Un primo team si è mosso nella zona est del Paese per capire qualcosa di più di quello che stava accadendo. Dai nostri giornali e tg non era – e non è – affatto chiaro. Ci erano arrivate molte richieste di aiuto di ogni genere da parte della comunità locale, ma pochi dettagli medici: nessuna informazione sulla tipologia di pazienti, sulle capacità delle strutture sanitarie, sulla presenza o meno di medici e dei materiali necessari all’attività chirurgica. Era necessario, quindi, verificare sul campo, prima di inviare un team medico completo. Arrivavamo dall’Egitto. Appena superata la frontiera, abbiamo subito capito che sarebbe stato un viaggio solitario. I piccoli villaggi sono stati abbandonati: gli uomini si sono spostati verso il fronte, per combattere; donne e bambini sono stati portati in luoghi più sicuri, lontani dal pericolo della guerra. Prima tappa, Tobruk. In piazza l’eco della rivolta: il palazzo della polizia incendiato, le tende del “comitato della rivoluzione”, che dal 17 febbraio scorso ospita ininterrottamente i giovani “della protesta”. Le foto, incorniciate, delle vittime di oggi e di ieri. A Tobruk, però, la guerra di Gheddafi non è mai arrivata e le strutture sanitarie hanno risposto tempestivamente alle necessità incombenti della crisi e si sono prese cura dei feriti, circa una cinquantina, arrivati dal fronte. Trovata una macchina e un autista, decidiamo di muoverci su Ajdabiya: la battaglia, lì, è appena finita e gli scontri si sono spostati verso Sirte, più a ovest. I segni della guerra sono lungo la strada (400 chilometri) che collega Tobruk ad Ajdabiya tagliando il deserto: tank incendiati e i grossi crateri delle bombe che hanno fermato l’avanzata delle truppe di Gheddafi verso nord. Il nostro autista, che scopriamo essere un ingegnere elettronico dello stabilimento petrolifero di Ras Lanouf, ci racconta che è la quarta volta, in 24 ore, che percorre quella strada per trasportare aiuti o, come nel nostro caso, personale medico. «Tutti, in Libia – ci dice – hanno abbandonato il proprio lavoro per sostenere la popolazione civile». Arrivati ad Ajdabiya, entriamo subito nell’ospedale pubblico. Colpito da un razzo sparato, dicono, dai mercenari di Gheddafi, non è stato ancora riaperto: manca

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personale medico perché molti di quelli che ci lavoravano arrivavano dall’Egitto o dai Paesi a est. Appena scoppiata la rivolta hanno fatto rientro in patria. I feriti vengono portati via, a Bengasi, con ambulanze e macchine private. Lì, scopriamo, ci sono strutture sanitarie all’avanguardia, personale medico e materiali necessari per rispondere efficacemente alla crisi. Arriva, dalla sede di Milano, una richiesta di aiuto urgente da Misurata. La città, sulla costa ovest del Paese, è stretta in una morsa: moltissimi feriti hanno bisogno di cure urgenti e il personale medico è stremato. Mentre ci spostiamo su Bengasi, decidiamo che sarà Misurata la sede dell’intervento del team di Emergency e cominciamo a organizzare il trasferimento del personale dall’Italia. A Bengasi rimaniamo tre lunghissimi giorni: lo spostamento via nave sembra molto complesso. Sono disponibili solo piccoli pescherecci e la tratta è molto lunga: da 36 a 48 ore di navigazione. Finalmente, nel pomeriggio del terzo giorno ci comunicano che una barca è pronta. Arrivati al porto scopriamo però che, oltre agli aiuti umanitari, è previsto il trasferimento anche di armi


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Poliambulatorio di Palermo Nell’aprile 2006 Emergency ha dato avvio al suo intervento in Italia, aprendo a Palermo un poliambulatorio per offrire assistenza sanitaria gratuita ai migranti – con o senza permesso di soggiorno – e alle persone residenti in stato di bisogno. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione della direzione generale dell’Azienda unità sanitaria locale di Palermo che ha ristrutturato l’edificio, mettendolo a disposizione di Emergency. A eccezione di alcune figure che garantiscono continuità all’attività del poliambulatorio, il personale medico, paramedico e amministrativo del centro opera a titolo volontario. Oltre 46mila volte lo staff del poliambulatorio ha offerto assistenza a chi ne aveva bisogno in questi ambiti: medicina di base, odontoiatria, oculistica, pediatria, ostetricia e ginecologia, cardiologia e patologie del metabolismo, otorinolaringoiatria, dermatologia, infettivologia, supporto psicologiconeuropsichiatrico e orientamento socio-sanitario. Tutte le prestazioni del poliambulatorio di Emergency a Palermo  sono erogate gratuitamente. Contatti: Poliambulatorio di Emergency Via G. La Loggia, 5/A 90129 Palermo Tel: 091 6529498

Matteo de Mayda e Silvia Boschiero

e munizioni. Emergency non può farlo: la neutralità, quando si interviene in zone di guerra, è una condizione imprescindibile. Dobbiamo rinunciarci, quindi. Per evitare di perdere ulteriore tempo prezioso, decidiamo di raggiungere i colleghi che nel frattempo erano arrivati a Malta. Da lì è prevista la partenza di una nave che, ci assicurano, non trasporta armi. Finalmente, il 9 aprile salpiamo per Misurata. Il viaggio dura 24 ore e nel pomeriggio del giorno dopo, facciamo il nostro ingresso nel porto. Ci accoglie un silenzio grande. In queste situazioni, non è mai un buon segnale. Fino al giorno prima, la zona è stata interessata dai bombardamenti da parte delle truppe di Gheddafi, nel tentativo di bloccare l’approvvigionamento ai ribelli. L’intento è quello di chiudere Misurata in un assedio sfiancante. Per fortuna il nostro viaggio fila liscio, l’approdo è sicuro e una macchina ci porta velocemente in ospedale. Lungo la strada, una decina di check point ci fanno capire che la situazione è critica. La battaglia è dentro la città. Un dottore accoglie il nostro arrivo. Ci mettono subito a disposizione un appartamento, molto vicino all’ospedale. Un autista “volontario” farà da spola per i nostri spostamenti. In ospedale la situazione è difficile: molti dei feriti sono stati portati via da una nave turca, ma il personale medico vive dentro la struttura da 53 giorni. Sono stremati, anche se tutti insistono nel dire che «quando c’è un bisogno così grande, la stanchezza passa in secondo piano». Il nostro team, composto da un chirurgo generale, un chirurgo ortopedico, un anestesista, un infermiere di terapia intensiva, un infermiere di pronto soccorso e un infermiere di sala operatoria, inizia a coordinarsi con i volontari locali per trovare una turnazione accettabile, soprattutto per loro, che non si sono mai fermati. Emergency porta la propria esperienza: diciassette anni di chirurgia di emergenza in Paesi in guerra. Questo vuol dire trattamento di pazienti politraumatizzati che, in altri contesti, mai si presenterebbero in un pronto soccorso. Ma anche la capacità di organizzare una mass casualty (l’arrivo di decine di feriti in tempi molto stretti) e il coordinamento dei dipartimenti per una risposta rapida ed efficace all’emergenza. La guerra è a due passi, quelli che possono coprire un chilometro e mezzo. Tanto, forse, per una camminata piacevole. Pochi, pochissimi, per un proiettile o un razzo katiusha. Il giorno dopo ce ne rendiamo subito conto: un proiettile colpisce il muro dell’ospedale, a mezzo metro dal vetro dell’ufficio in cui ci troviamo. In questa guerra, neanche le strutture ospedaliere sono risparmiate. Pochi giorni prima era stato chiuso il principale ospedale cittadino, perché ritenuto in zona “poco sicura”. Si decide di andare avanti. Altri ospedali non sono disponibili. L’attività chirurgica deve continuare.


Diritti. Da Palermo a Marghera di

Poliambulatorio di Marghera Nel dicembre 2010 Emergency ha aperto a Marghera il suo secondo poliambulatorio. Una sessantina di medici e infermieri, provenienti anche da altre città del Veneto, lavorano gratuitamente per offrire servizi di odontoiatria, medicina generale, oculistica, ginecologia, pediatria e otoiatria. Mediatori culturali garantiscono un servizio di orientamento socio-sanitario, un aiuto per svolgere pratiche amministrative sanitarie e per esami e servizi specialistici non disponibili presso il poliambulatorio. I pazienti visitati finora sono stati 470 (le visite effettuate circa 950), in prevalenza provenienti dalle comunità più radicate nel territorio: senegalesi, nigeriani, marocchini, bengalesi. Anche molti italiani tra i pazienti. Tutte le prestazioni del poliambulatorio di Emergency a Marghera sono erogate gratuitamente. Contatti:  Poliambulatorio di Emergency Via G.B. Varè, 6 30175 Marghera (VE) Tel: 041 0994114

Cecilia Strada

“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”, dice la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Belle parole. Puntualmente disattese tutti i giorni nella maggior parte del mondo, per la maggior parte di noi. Ma non serve andare in Afghanistan o in Iraq, in Sudan o in Sierra Leone, in Cambogia o in Repubblica Centrafricana. Oggi, qui, nel nostro Paese, tutti gli uomini nascono liberi ed eguali in dignità e diritti? È proprio così? E dov’è la dignità della baby-sitter nordafricana violentata a Palermo, da tre italiani, che non vuole denunciarli perché ha paura di diventare lei la criminale, la clandestina, quella che viene messa su un aereo e rimandata a casa? Dove sono i suoi diritti? Dov’è la dignità del settantenne italiano che ha bisogno di una dentiera, ma che deve rinunciare a masticare per otto mesi in attesa che si svuoti la lista d’attesa per cure gratuite, visto che non può permettersi un dentista a pagamento? Dov’è la dignità di chi, dimesso dall’ospedale con una diagnosi di tubercolosi, non riesce a seguire le cure richieste, lunghe e costose, e si presenta poi da noi con i familiari, pieno di vergogna per averli contagiati? Dov’è la dignità della madre irregolare che preferisce rischiare la vita piuttosto che andare a partorire in ospedale, nella civilissima Italia, nell’anno 2011? E suo figlio, nasce libero e uguale agli altri? O nasce clandestino? Queste storie, che vediamo tutti i giorni nei nostri poliambulatori di Palermo e Marghera, dicono che no, nel nostro Paese, oggi, non tutti nascono liberi e uguali. E allora lavoriamo, ogni giorno, per praticare i diritti, per non farli rimanere solo sulla carta. Il diritto a cure mediche, gratuite e di qualità. Il diritto a essere ascoltati. Il diritto a difendersi dalla violenza e dalla sopraffazione. Il diritto a essere sani. Il diritto di diventare madre senza rischiare di morirne. Il diritto a far nascere un figlio libero ed eguale.

K


di

Gino Strada

illustrazione Michael

Sowa

porci comodi Diversi anni fa chiacchieravo di politica italiana con un importante politico. Si parlò anche di chi oggi si fa chiamare, ed è stupidamente chiamato, premier, parola che non compare nella nostra Costituzione, secondo la quale il capo di governo è solo il presidente del Consiglio dei ministri. «Guarda – mi disse – ho avuto come una rivelazione. Ho cercato per anni di dare una definizione di Berlusconi, senza riuscirci. Ho spesso pensato: è un porco». E con un bel sorriso ha aggiunto: «Poi però, sai che nella mia terra il maiale gode di alta considerazione, eh eh, non si butta via niente. Così ho continuato a cercarne una definizione più appropriata, e ieri la folgorazione: «È uno sporcaccione». E lo ripetè più volte, in dialetto e in italiano. Il mio amico aveva ragione, un vero profeta. Chapeau! E lo dico ammirato, senza alcun ammiccamento politico, visto che non ho mai votato per il mio amico politico, spiegandogli il perché. Quando ero bambino, a Sesto San Giovanni sentivo dire di qualcuno «chel lì l’è un spurcaciún»: una persona meschina, socialmente detestata, da non frequentare. Era davvero così. Oggi è diverso, oggi uno sporcaccione – perché miliardario – può avere la sua corte di adulatori, che considerano lo sporcaccione un’alta personalità, adorato dal suo popolo, da avvicinare il più possibile e se si riesce da frequentare. Uno dei (vice) ministri del cui Consiglio lo sporcaccione è presidente, Roberto Castelli, ha dichiarato a proposito degli sbarchi in Italia, a metà aprile: «Non possiamo sparare, per ora». Qui non ci sono evidenti patologie senili e devianze psichiatriche, qui siamo nella politica. Nella loro idea di politica. In un Paese civile si sarebbe dimesso un’ora dopo. Siamo arrivati così in basso, il livello di inciviltà del nostro Paese sembra una alluvione che dilaga incontrastata. Uno sporcaccione è il presidente di un vice ministro deficiente (in senso clinico) e aspirante pistolero (in senso etico). Una bella prospettiva per tutti noi. Forse servirebbe che tra i cittadini si discutesse di più di politica, delle regole del nostro vivere associati. Quali sono i requisiti minimi perché un Paese si possa chiamare civile? Che cosa vogliamo che appartenga a tutti noi, che sia davvero pubblico? In che Paese vogliamo che crescano le nostre generazioni future? I cittadini devono fornire la risposta e presentarla al mondo della politica, non viceversa. Per ora non ci sono riusciti, non in modo chiaro e vincolante, visto che la stragrande maggioranza dei politici italiani continua a violare perfino la Costituzione. Per ora la politica, che dovrebbe rappresentare ed esprimere la volontà dei cittadini, continua a esprimere i propri interessi, personali, di casta o di partito. E i cittadini sono costretti a non poter scegliere davvero, possono tutt’al più limitarsi con il voto a firmare un assegno in bianco a questa o quella formazione politica. Ma gli assegni in bianco sono pericolosi.

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per inciso


LIBIA, MISURATA / Un team di EMERGENCY sta lavorando dall’11 aprile in un ospedale di Misurata, in Libia. Chirurghi e infermieri curano le vittime di guerra in un luogo che, fino al nostro arrivo, non disponeva di uno staff specializzato.

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EMERGENCY

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E il mensile maggio 2011