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E - IL MENSILE. GIÀ PEACEREPORTER • ANNO V - N°4 - APRILE 2011 • EURO 4,00 • PUBBLICAZIONE MENSILE • POSTE ITALIANE S.P.A.- SPEDIZIONE IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N°46) ART. 1, COMMA 1, LO/MI

hanno scritto:Violetta Bellocchio.Enrico Bertolino Claudio Bisio.Gino& Michele.Giulio Giorello Niccolò Mancini.Neri Marcorè.Alfredo Somoza Flavio Soriga.Gino Strada.Patrizia Valduga hanno fotografato e illustrato:Gianluca Cecere.Alfredo D’Amato David Degner.Elfo.Dino Fracchia.Maki Galimberti Yuri Kozyrev.Luana Monte.Laila Pozzo.Ivo Saglietti.Shout Vivaldo.Michael Wolf.Elisabetta Zavoli

IL MENSILE APRILE 2011 • EURO 4,00

Rivoluzioni Difesa Spa Afghanistan Acqua Mariangela Melato un racconto inedito di AndreaCamilleri

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A work of Crystal Chiara Moreschi Milan, Italy

PO2973V

Persol.com


Strumenti di pace

E - IL MENSILE APRILE 2011

www.e-ilmensile.it Direttore responsabile Gianni

Mura Notarianni Art director Federico Mininni Caporedattori Angelo Miotto ◆ Assunta Sarlo Redattori Gabriele Battaglia ◆ Christian Elia ◆ Luca Galassi Alessandro Grandi ◆ Antonio Marafioti ◆ Enrico Piovesana ◆ Massimo Rebotti Valentina Redaelli ◆ Nicola Sessa ◆ Stella Spinelli Photoeditor Marta Posani ◆ Germana Lavagna Segreteria di redazione Silvina Grippaldi ◆ Elena Recalcati Amministrazione Annalisa Braga Condirettore Maso

Hanno collaborato

Nello Avellani ◆ Claudia Barana ◆ Violetta Bellocchio ◆ Enrico Bertolino ◆ Claudio Bisio Carlo Boccadoro ◆ Vito Calabretta ◆ Andrea Camilleri ◆ Casa delle donne per non subire violenza Bologna ◆ Paolo Castaldi ◆ Gianluca Cecere ◆ Dean Chapman ◆ Fabrizio Colarieti ◆ Alfredo d’Amato David Degner ◆ Matteo Dell’Aira ◆ Luciano Del Sette ◆ Arturo Di Corinto ◆ Massimo Di Nonno Elfo ◆ Dino Fracchia ◆ Maki Galimberti ◆ Maurizio Galimberti ◆ Alessandro Gandolfi Fausto Giaccone ◆ Gino&Michele ◆ Giulio Giorello ◆ Claudio Jampaglia ◆ Yuri Kozyrev Romeo Lucignano ◆ Chema Madoz ◆ Niccolò Mancini ◆ Giuseppe Mancino ◆ Emiliano Mancuso Adescalco Marangoni ◆ Neri Marcorè ◆ Maddalena Masera ◆ Andrea Milluzzi ◆ Luana Monte Maurizio Pagliassotti ◆ Michele Palazzi ◆ Annamaria Palo ◆ Samuele Pellecchia ◆ Emmanuel Pierrot Giacomo Pirozzi ◆ Laila Pozzo ◆ rassegna.it ◆ Gloria Riva ◆ Ivo Saglietti ◆ Borislav Sajtinac Matteo Scanni ◆ Shout ◆ Louiza Sid-Ammi ◆ Gunnar Smoliansky ◆ Alfredo Somoza ◆ Flavio Soriga Barbara Sorrentini ◆ Simona Spaventa ◆ Stefano Squarcina ◆ Cecilia Strada ◆ Gino Strada Patrizia Valduga ◆ Vivaldo ◆ Michael Wolf ◆ Elisabetta Zavoli Agenzie fotografiche

Abaca Press ◆ Alinari ◆ BuenaVista ◆ Blob Creative Group ◆ Contrasto ◆ Fotogramma ◆ Gallery Stock Getty Images ◆ Laif ◆ Luz ◆ Noor ◆ Panos ◆ Prospekt ◆ Rue Des Archives ◆ Vu ◆ WebPhoto ◆ Zuma Press E - IL MENSILE già PeaceReporter Redazione e amministrazione via Vida, 11 - 20127 Milano - Tel 02 801534 - Fax 02 26809458 - segreteria@e-ilmensile.it Edito da

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Nel 1994 abbiamo fondato Emergency. L’idea era semplice: curare chi ne ha bisogno, curarli bene e gratis. Dopo diciassette anni e quattro milioni di pazienti, siamo però ancora lontani dall’obiettivo. E qual è l’obiettivo? Da sempre, quello di diventare inutili. Ci piacerebbe che non ci fosse più bisogno dei nostri chirurghi per rimettere insieme i pezzi di qualche bambino dilaniato da una mina. Che non ci fosse più bisogno dei nostri pediatri per curare chi altrimenti è destinato a morire di polmonite, dopo aver speso tutti i risparmi della famiglia in un malconcio ospedale pubblico. Che non ci fosse più bisogno del Centro di riabilitazione per ridare gambe e dignità ai mutilati che sarebbero altrimenti destinati a una vita da accattoni. Proprio per questo siamo impegnati nella diffusione di una cultura di pace, di rispetto dei diritti umani, di solidarietà. Lo scorso settembre abbiamo scritto il manifesto “Il mondo che vogliamo”. Vogliamo un mondo in cui la sanità sia eccellente e gratuita, per esempio, vogliamo un mondo in cui non ci sia spazio per il razzismo, la prevaricazione, la guerra. Banale, vero? Se queste banalità – i nostri diritti – fossero realmente praticati, i medici di Emergency rimarrebbero senza lavoro. E ne sarebbero felici. Ecco cos’è il mensile che avete in mano: uno strumento per la diffusione di una cultura di pace. Lo strumento del mondo che vogliamo. Lo strumento per farci diventare inutili. Non vediamo l’ora. Cecilia Strada presidente di Emergency

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www.emergency.it


foto

Chema Madoz

Chi ce lo

Gino, chi ce lo fa fare? «Potrei dare duecento risposte. La tua, direttore?». Una sola: me l’ha chiesto la famiglia Strada e non potevo dire di no. E adesso, qualcuna delle tue duecento. «La rabbia, la delusione, il vedere lo schifo che è l’Italia, la voglia di reagire, la voglia di avere qualche piccolo sogno, qualche speranza piccola piccola, alle cose grosse ormai non credo più. Almeno, smettere di essere inerti». Concordo sulla piccola speranza. Tu vedi uno spazio? «Non so se ci sia ancora uno spazio, una possibilità di recupero per un discorso culturale. Forse abbiamo aspettato troppo tempo e dire che l’Italia s’è imbarbarita è come offendere i barbari». Cultura è una parola che fa paura. «Almeno ci proviamo». Adesso proviamo a definire il nostro mensile con due aggettivi. Comincio io. Ricordo che per il tuo primo libro, Pappagalli verdi, avevo usato due aggettivi, caldo e asciutto, che ti erano piaciuti, anche se potevano sembrare la réclame di un pannolino. Per il giornale, dico utile e bello. Utili i contenuti, belle le immagini ma anche la scrittura e prima ancora la pulizia della scrittura. Vorrei un giornale in cui tutti scrivono qual è senza apostrofo, in cui non si sbagliano le parole straniere, in cui c’è la stessa cura dei testi, dal grande reportage al piccolo box. «Aggiungo un altro aggettivo: intelligente. L’intelligenza non è una qualità innata, la si coltiva. Quindi io vorrei un giornale che si facesse leggere, che facesse riscoprire il piacere della lettura e dell’informazione». Emergency fin qui ha svolto un certo tipo di lavoro e ora si affida alla carta stampata. Ammetterai che è una posizione di minoranza, perché sulla carta stampata non punta più nessuno. «Non sono un esperto di mercato e ammetto che è una posizione di minoranza. Credo però che la crisi della carta stampata non dipenda né dalla carta né dalla stampa, ma da quello che c’è scritto. Se si riesce a fare un giornale bello, utile e intelligente non è poca cosa in un Paese in cui l’80 per cento degli abitanti e il 140 per cento dei politici ignora il congiuntivo».

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fa fare?

dialogo tra Gianni Mura e Gino Strada

La trasmissione di Fazio in cui Saviano monologa per tre quarti d’ora sui rifiuti a Napoli o sui preti coraggiosi in Calabria, cioè una tv anti-tv, l’hanno seguita nove milioni e più di italiani. Viene il sospetto che ci sia qualcosa di più d’una nicchia per un giornale fatto come il nostro, sospetto unito alla certezza che esiste un’altra Italia che non si ritrova né sulle prime né sulle ventiduesime pagine dei giornali. «C’è sicuramente un’altra Italia non intossicata dall’informazione di regime. L’opera di distruzione è stata lunga, sistematica e, ahimé, molto efficace. Ma continuano a esistere persone perbene, coscienze vive che credono in una civiltà che riconosce, su un terreno comune, diritti comuni a tutti gli esseri umani. È quello che abbiamo scritto nel cosiddetto ‘manifesto di Firenze’, indicando il mondo che vogliamo. Ma anche l’Italia che vogliamo. Da ragazzo davo per scontate la persistenza di valori fondanti, la direzione che avrebbero scelto il mondo e l’Italia. Mi sbagliavo. E ho nostalgia di quei valori, li vorrei ben vivi nel mondo che abiterà mio nipote, che ha un anno, e i bambini come lui». Penso che molto dipenda dalla progressiva scomparsa della classe operaia, che molto badava alla cultura e ai valori, e sapeva trasmetterli. Si era felici di includere, non fieri di escludere. Uguaglianza era una parola molto diffusa. Lo dico pensando a Sesto San Giovanni, dove siete nati tu e Teresa. «Ricordo i discorsi dei miei genitori, a tavola: “Dobbiamo muoverci a pagare la bolletta della luce, sennò cosa dice la gente?”. Qualcosa si è rotto. Se poi un ministro va in tv a dire “evadere le tasse, che male c’è?”, qualcosa ancora si rompe».

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Nei confronti dei valori, come l’onestà, c’è stata la stagione dell’indifferenza, ma adesso siamo all’irrisione aperta. “Guarda quello lì, crede nell’onestà: bel pirla”. «Non si insegna il bello della diversità, del fare il bene, dell’aiuto agli altri. E non c’è da stupirsene, in un Paese governato da uno sporcaccione e con un Parlamento pieno di delinquenti condannati, di papponi, di soubrette. Sarebbe strano il contrario. Ecco perché non si può restare a guardare».


in questo numero 7/12 le storie

La mia casa di paglia di Nello Avellani

Quanti ne ho visti andarsene di Andrea Milluzzi foto di Emiliano Mancuso

Sogno Mediaset, sto con la Fiom di Maurizio Pagliassotti

Un certo tipo di prete di Enrico Piovesana

Stupiti che io sappia il Corano di Gloria Riva

14 il reportage

Dentro una rivoluzione Egitto, Tunisia, Algeria e Giordania: le donne di quattro Paesi raccontano la difficoltà e la bellezza di un grande cambiamento di Christian Elia foto di Alfredo d’Amato, Elisabetta Zavoli, Louiza Sid-Ammi e David Degner

30 l’incontro

Il complesso dell’ignorante Un pomeriggio con Mariangela Melato che ricorda la sua infanzia, racconta i suoi progetti e giudica senza indulgenze il tempo presente di Gianni Mura foto di Maki Galimberti

38 in viaggio

Parigi contro C’era una volta, e le tracce ci sono ancora, una città popolata da vite appassionate e ribelli. Si chiamavano, per esempio, Ho (Chi Minh), Simone (de Beauvoir), Jean (Genet), Charlie (Parker) di Luciano Del Sette foto di Laila Pozzo

46 il fumetto

Moby Prince Il 10 aprile del 1991 il traghetto Moby Prince si scontra con una petroliera: 140 le vittime e molte le domande senza risposta scritto e disegnato da Vivaldo con la supervisione di Fabrizio Colarieti

56 l’inchiesta

Immobiliare La Russa Dove si scopre come e perché un ministro – quello della Difesa – durante le fiere di settore fa il piazzista di forti, fari e caserme. Un affare che si chiama Difesa Servizi Spa di Luca Galassi foto di Dino Fracchia

66 l’intervista

110 il racconto

I fantasmi Strani spiriti si aggirano per Vigata: agitazione nei palazzi delle autorità, meno male che c’è un commissario (un altro, però) un inedito di Andrea Camilleri illustrato da Shout

120 domani

di Nicola Sessa foto di Michael Wolf

Rete di Arturo Di Corinto Teatro di Simona Spaventa Cinema di Barbara Sorrentini Documentario di Matteo Scanni Design di Claudia Barana Foto di Vito Calabretta Musica di Carlo Boccadoro La giusta causa di Massimo Rebotti

70 il portfolio

126 le pagine di Emergency

L’estetica dell’emergenza Mark Lacy, che insegna all’università di Lancaster, racconta di un nuovo “design” legato al mondo militare e all’ossessione della sicurezza

Acqua, agua, eau, wasser Un elemento vitale, un bene comune da difendere, un’emergenza degli anni a venire. L’acqua nell’obiettivo di quattro fotografi e in sei diversi Paesi di Claudio Jampaglia foto di Massimo Di Nonno, Luana Monte, Samuele Pellecchia e Ivo Saglietti

88 dal fronte

Ritorno a Lashkargah Un anno dopo il sequestro, nuova vita nell’ospedale di Emergency il diario di Matteo Dell’Aira con Enrico Piovesana foto di Yuri Kozyrev

96 in viaggio

Dal finestrino un mare di grano Un’ora e mezza su un vecchio treno tra Bari e Matera. Un’Italia antica tutta da scoprire di Christian Elia foto di Fausto Giaccone e Giuseppe Mancino

le rubriche 28 Spiriti liberi di Giulio Giorello 44 Lessi di Neri Marcorè 54 Televasioni di Flavio Soriga 64 Mad in Italy di Gianni Mura 86 Pìpol di Gino&Michele 87 Decoder di Violetta Bellocchio 87 Buen vivir di Alfredo Somoza 96 Polis di Enrico Bertolino 118 La posta del cuore di Claudio Bisio 119 Parola mia di Patrizia Valduga 119 Il capitale di Niccolò Mancini 128 Bisturi di Gino Strada

il nostro osservatorio 52 62 84 94

Buone nuove L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro Casa dolce casa Cessate il fuoco

102 il reportage

L’ambasciata buia La storia di un luogo di Roma che è stato una sede diplomatica, poi la ”casa” – e insieme il simbolo dei diritti negati – dei rifugiati somali. È stato chiuso dopo lo stupro di una giovane donna di Nicola Sessa foto di Gianluca Cecere

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in copertina foto di David Degner


con noi

Christian Elia Classe 1976, di Bari-Bari. Studi umanistici, sogni da pugile e calciatore della Roma. Autore di reportage, di servizi radiofonici, del libro Oltre il muro, storie di comunità divise e del documentario The Empty House. Ha raccontato, e racconta, il Medio e il Vicino Oriente, il Nord Africa e i Balcani. Ha scritto Dentro una rivoluzione.

Laila Pozzo

Claudio Jampaglia

Stella Spinelli

Luciano Del Sette

Nata a Milano, laureata in Architettura, ha ascoltato, visto e vissuto la sua passione totale per la fotografia alla corte dei re e delle regine (Douglas Kirkland, Sarah Moon, Joyce Tenneson). Oggi gira il mondo inseguendo storie ed emozioni da descrivere. Qui, i suoi scatti parigini.

Giornalista, già caporedattore di Diario e Liberazione, fondatore del sito crossmediale dust.it, collabora con testate radio, televisive e cartacee. Ha scritto diversi libri tra i quali, con Emilio Molinari, Salvare l’acqua. Contro la privatizzazione dell’acqua in Italia (Feltrinelli), tema di cui si occupa anche in questo numero.

Nata a Firenze nel 1973, cresce tra le colline di Carmignano sognando di fare la giornalista. Nel luglio 2003 sente parlare del progetto PeaceReporter, entra nella squadra e non la molla più. Ha al suo attivo vari reportage in America Latina. Per E cura Casa dolce casa, l’osservatorio mensile sui femminicidi.

Giornalista, vive e lavora a Roma. Scrive per il manifesto e per il suo settimanale Alias. È autore e conduttore di programmi per Radio3 Rai. Per noi è stato a Parigi sulle tracce delle vite ribelli.

Maki Galimberti

Barbara Sorrentini

Milanese, 43 anni, si guadagna la pagnotta come fotografo da venticinque anni. Passa duecento notti all’anno in albergo. Ha ritratto Mariangela Melato nella sua casa romana.

Si è laureata in Filosofia con una tesi sul cinema di François Truffaut. Ha frequentato la Scuola europea di teatro e cinema a Milano. È l’inviata di Radio Popolare ai principali festival cinematografici. Ha collaborato al catalogo su Nanni Moretti edito dai Cahiers du Cinéma per la retrospettiva del Festival di Locarno 2008. Collabora per il cinema con il quotidiano La Repubblica. È tra i curatori del Dizionario di cinema per ragazzi (Il Castoro). Per noi sceglierà un film al mese.

Matteo Dell’Aira Diplomato alla scuola infermieri di Milano nel 1995, stava ancora studiando quando ha conosciuto Emergency. Nel febbraio del 2000 è partito per il Kurdistan iracheno, dove Emergency aveva due Centri chirurgici per vittime di guerra. Sempre per Emergency ha lavorato in Palestina, in Darfur e al Centro Salam di Khartoum, in Sudan. Nel 2001, con l’apertura dell’ospedale di Kabul, è iniziata la sua avventura in Afghanistan, di cui ci ha consegnato il diario.

Luca Galassi

Borislav Sajtinac

Ha lavorato a Contatto Radio (Popolare Network), La Nazione, Il Salvagente, Servizi-italiani.net. È autore di reportage e vincitore del Premio Baldoni 2006. Immobiliare La Russa è la sua inchiesta.

Nato nel 1943, ha studiato all’Accademia di belle arti di Belgrado e di Parigi. I suoi disegni sono pubblicati da numerosi giornali e riviste in Europa, tra cui Süddeutsche Zeitung, Le Monde, Le Nouvel Observateur. È autore di numerosi libri. Ha ricevuto il Gran premio del disegno umoristico del museo Wilhelm Busch di Hannover. Ha realizzato 14 cortometraggi di animazione premiati in differenti festival internazionali. Ha illustrato la rubrica Televasioni.

Nicola Sessa Nato nel 1976, dopo un anno di master in Giornalismo allo Iulm entra a far parte del mondo di PeaceReporter. Ha realizzato reportage e due documentari selezionati da festival internazionali. Ha scritto L’ambasciata buia.

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storia 1 - Isabella Tomassi Isabella Tomassi ha 26 anni ed è laureata in Filosofia. Fino alla notte del 6 aprile 2009 viveva in via Cascina, nel cuore del centro storico dell’Aquila. Ora abita a Pescomaggiore, comune di montagna che conta 44 abitanti, in una casa del Villaggio Eva, un progetto di bioarchitettura solidale nato sulle macerie del terremoto. Cura le attività dell’associazione Misa che, per conto del Comitato per la rinascita di Pescomaggiore, sta realizzando i lavori. Per informazioni eva.pescomaggiore.org

La mia casa di paglia storia raccolta e fotografata da

Nello Avellani

Per tutti all’Aquila c’è un prima e un dopo. Il mio “dopo” è cominciato solo il 27 febbraio 2010, quando Piero e Anna hanno aperto la porta della loro casa nuova, che è come la mia e come le altre che stiamo costruendo: con i muri di paglia. La scossa di terremoto non aveva potuto farmi paura. Nell’aprile del 2009 ero in Francia, a Saint-Étienne, per finire i miei studi di Filosofia. Immaginavo già il ritorno nella mia città di lì a poco per le vacanze di Pasqua in famiglia. Non è andata come pensavo, a casa mia non sono più rientrata. Ero confusa quando sono tornata in città. Ci ho messo un po’ a capire che era qui che dovevo investire le mie energie. Tenda e sacco a pelo, ho passato qualche mese al Parco Unicef con i ragazzi del comitato cittadino 3e32, ma per rimanere all’Aquila avevo bisogno di una motivazione forte. «Decido io come restare nella mia terra», mi dicevo. Alla fine di luglio del 2009 ero già a Pescomaggiore, alle porte del Parco nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga, piccolo borgo medievale a una decina di chilometri dalle strade dove sono cresciuta. Il terremoto aveva distrutto buona parte delle abitazioni e del patrimonio storico-culturale. I tempi lunghissimi dell’emergenza e della ricostruzione avrebbero spinto molti ad abbandonare il paese, già spopolato dall’emigrazione. Ne erano sicuri i ragazzi del Comitato per la rinascita di Pescomaggiore, costituito qualche anno prima per recuperare il borgo. Così, hanno deciso di mettersi al lavoro con un’idea in testa: realizzare un eco-villaggio autocostruito e autofinanziato per permettere, a chi voleva, di restare a vivere qui. Io e Ludovic, il mio fidanzato, lo volevamo. Piero e Anna lo volevano. Sui terreni concessi

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in comodato d’uso da tre residenti, guidati dagli architetti Paolo Robazza e Fabrizio Savini del Bag Studio Mobile e con l’assistenza tecnica di Caleb Murray Burdeau, esperto di bioarchitettura, abbiamo progettato un villaggio di bilocali e trilocali a minimo impatto ambientale, nel rispetto delle norme antisismiche ed edilizie. Sette unità abitative dai colori pastello. La struttura portante è in legno, le tamponature in balle di paglia ricoperte di stucco. Il cemento è ridotto al minimo. L’acqua arriva direttamente da una sorgente vicina e viene riscaldata con pannelli termici. Tra poco saranno pronti anche i fotovoltaici per l’energia. Le mani all’opera sono le nostre. Abbiamo preferito la fatica attiva all’indolenza obbligata del terremotato. E ora stiamo realizzando case confortevoli a 550 euro al metro quadro: circa un quarto di quanto speso dal governo per i prefabbricati messi a disposizione degli sfollati. Grazie all’aiuto economico di chi ha voluto sostenerci e alle professionalità dei tantissimi volontari arrivati a Pescomaggiore da ogni angolo d’Europa, tre case sono già pronte, le altre lo saranno presto. Prima quella di Anna e Piero, poi la nostra, che dividiamo con un’altra coppia, piccola ma accogliente: un salone con cucinino a vista, un piccolo bagno e il soppalco con le due stanze da letto. La terza è la casa di tutti, di chiunque abbia voglia di passare di qua. Sarà il cuore del villaggio, di un progetto ben più ampio: Alma, abitare-lavoro-memoria-ambiente. Un complesso di interventi integrati in campo ambientale, agricolo, artigianale e turistico, che speriamo sarà capace di generare opportunità di impiego e di reddito. Abbiamo già iniziato a coltivare zafferano e altre specie autoctone, per conservare la biodiversità agraria. Abbiamo in mente di riattivare il forno comune, di dare vita a un circuito di vendita diretta e di mutuo soccorso tra piccoli produttori agricoli e siamo soci del consorzio della patata turchesa. Dovreste provarla. Venite a trovarci.

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storia 2 - Cosimo Semeraro

Quanti ne ho visti andarsene storia raccolta da

Andrea Milluzzi foto

Emiliano Mancuso [contrasto]

Cosimo Semeraro ha 63 anni, è un uomo piccolo e mite. È nato e vive a Taranto, una delle città più inquinate d’Europa. Ha lavorato per decenni nell’acciaieria Ilva. È malato di asbestosi, contratta per l’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. Da allora percorre l’Italia per convegni, ha ingaggiato battaglie legali e si ricorda perfettamente leggi, codicilli, date e nomi di giudici e avvocati.

Io ho addosso una rabbia tanta. Quando mi hanno assunto all’acciaieria di Taranto mica me lo ha detto nessuno che lavoravo in mezzo all’amianto. E sì che, essendo io già invalido civile per un soffio al cuore, mi avevano messo in un reparto più sicuro, la pulizia e la manutenzione di palazzine e spogliatoi. Ma pure lì c’era l’amianto e io non lo conoscevo. Figurati se sapevo che era cancerogeno. Mi è diventato chiaro dopo il 1995 quando è uscita la legge. Io non lo sapevo, i miei compagni nemmeno, ma l’azienda sì che lo sapeva. E l’azienda era lo Stato perché io ci sono entrato il 7 settembre 1971 e allora si chiamava Italsider ed era pubblica. Si sapeva dal 1929 che l’amianto è cancerogeno, lo dissero dall’America e il giudice Casson ha appurato che lo Stato italiano lo ha riconosciuto nel 1960. Ma una legge è stata fatta solo trent’anni dopo. Lo Stato ha tradito la Costituzione che mette prima la salute e poi il lavoro. Adesso molti di noi sono malati, altri sono morti e altri ancora moriranno, perché l’amianto uccide lentamente. Io la malattia l’ho scoperta nel 1999. Abbiamo cominciato a farci visitare, ma a Bari si avvertiva una certa pressione affinché non uscisse nulla. Così in molti, come me, sono andati a curarsi a Padova. Mi hanno trovato le placche dell’asbestosi. Allora ho pensato che la mia vita era finita perché finché quelle placche stanno ferme va tutto bene, ma se si muovono io non ho speranza. Lo so. Mi sono documentato, ho girato per convegni. È così che è iniziata la mia seconda vita fra avvocati e tribunali. Io ho addosso una rabbia tanta perché da quel giorno mi sono sempre sentito solo. I famigliari, non capendo bene di che si tratta, tendono a prendere la malattia sottogamba. Allora ho provato a rivolgermi ai sindacati, ma non m’hanno aiutato. Quando, qualche anno dopo, si è scoperto che la mia pratica di risarcimento per l’esposizione all’amianto si era persa nei meandri dell’Inps non mi sono stati vicini per niente. Al processo non c’era nessuno accanto a me. Ho capito che mi stavano fregando, perché i due imputati (il direttore e un suo assistente) m’hanno riso in faccia; solo un giudice mi ha salvato perché ha deciso di occuparsi del mio caso anche se non gli competeva. Lo ha fatto per la sua idea di giustizia, ma quanti lo farebbero? Adesso aspetto un risarcimento perché per colpa loro ho dovuto lavorare, da malato, cinque anni e sette settimane in più. Non è stato facile, ma Davide ha sconfitto Golia. Anche se tutti mi prendevano per pazzo. Da allora è iniziata la mia

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terza vita, quella in cui ho deciso di mettere la mia esperienza a disposizione di tutti coloro che hanno subìto queste ingiustizie. In questi anni ho capito che a volte il denaro compra anche il ricordo e che la vita è più debole dei soldi. Nel 2007 abbiamo creato, insieme ai Cobas, l’associazione 12 giugno, giorno di quattro anni prima in cui due ragazzi di poco più di 20 anni morirono cadendo da una gru all’interno dell’Ilva. Ho fatto il presidente fino a qualche tempo fa, quando mi sono dimesso per motivi di salute. Io volevo aiutare i famigliari delle vittime, gli sono stato vicino durante i processi. Ci ho messo soldi di tasca mia. Quando abbiamo provato a chiedere un sostegno ai partiti abbiamo capito che erano interessati solo a metterci il proprio cappello, senza darci nulla. A volte è persino capitato che gli stessi famigliari delle vittime non volessero partecipare alle spese o preferissero concordare un risarcimento con l’azienda, facendo di fatto decadere il processo. È triste andare da solo contro questi colossi, ma noi dobbiamo almeno salvare il ricordo. Per questo abbiamo creato la Giornata della memoria che da tre anni si tiene sempre il 12 giugno. Mi hanno scritto Napolitano, Schifani, Fini. Siamo stati ad “Annozero”, da Maurizio Costanzo, abbiamo occupato il piazzale della Rai di Saxa Rubra, ab-

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biamo parlato a La7. Quando vado a volantinare davanti ai cancelli dell’acciaieria, però, i ragazzi mi evitano, oppure prendono il volantino e lo buttano senza nemmeno leggerlo. È che hanno paura e io li capisco. Il sindacato, ancora una volta, ci ha lasciati soli. Io, da tarantino, mi vergogno di loro. Tutte le nostre lotte se le sono giocate. Succederà ovunque come è successo a Mirafiori. Io invece voglio andare avanti, voglio che sia riconosciuta la corsia preferenziale ai processi per gli incidenti sul lavoro che altrimenti finiscono in prescrizione. Adesso sono nella mia casa in campagna. Ci vengo ogni pomeriggio, se potessi starei sempre qui, estate e inverno. Ho il mio orto e i miei uccelli: nove canarini, una tortora diamante che ha perso il compagno da poco, otto pappagalli e quattro pappagallini inseparabili, due cocorite. Da poco ho preso un’altra coppia perché voglio nuovi colori. Sono uscito dall’Ilva il 9 gennaio del 2000: ho perso il treno dei 35 anni di contributi e pure quello dei 30 anni per esposizione all’amianto. Ho perso il treno della salute perché, da quando ho scoperto di essere malato fino alla sentenza di primo grado del mio processo contro i vertici dell’Inps, sono stato in cura dallo psicologo. Adesso sto in campagna, ho modo di non pensare e i nervi mi reggono. Ma qui per sempre non ci posso restare.

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storia 3 - Davide Napolitano

Sogno Mediaset, sto con la Fiom

storia raccolta e fotografata da

Maurizio Pagliassotti

Sono nato il 20 marzo 1994. Alle superiori andavo all’Istituto tecnico commerciale Ettore Majorana di Torino, alle medie andavo all’Antonelli e alle elementari alla Vidari (un vecchio rudere). Mia madre si chiama Rita e mio fratello, Cristiano, ha tre anni. Non saprei che altro scrivere.

Borgocina è un quartiere bello ma difficile. Ci sono troppi marocchini che rubano e spacciano, quelli mi fanno proprio incazzare. I marocchini non li sopporto, ma non per razzismo. Loro ci stanno portando via il lavoro perché sono disposti a tutto pur di lavorare. Per 20 euro al giorno vanno a fare i manovali per dieci ore. Non è possibile lavorare come loro ma i capi delle fabbriche o nei cantieri ormai prendono solo loro. Il mio quartiere è pieno di ’sta gente. Il mio nome è Davide Napolitano e vivo a Borgocina, il quartiere operaio Fiat costruito intorno a Mirafiori. Su un muro del mio quartiere c’è scritto: “Borgocina quartiere zama, né con i fasci né con la madama”. Non vado più a scuola, mi fa schifo, non ci sto dentro. In particolare non sopporto i professori e il loro modo di fare. Il mio amico Pierpaolo invece a scuola ci va ancora, vuole diventare un elettricista. Ma anche lui non sopporta i prof, una volta uno gli ha messo le mani addosso. Può un prof mettere le mani addosso a uno studente? Pierpaolo va dai salesiani e mi dice che i peggiori sono proprio i preti. Io i prof li facevo impazzire ma anche loro non perdevano tempo. I miei prof non avevano nessuna pazienza, poca voglia di impegnarsi con chi magari non capiva al primo colpo. La scuola ho imparato a odiarla per questa ragione. Mi sono fermato in prima, stangato tre volte. Se ho sentito parlare della riforma della Gelmini? Certo, e non mi piace. Ne ho letto sui giornali e ne ho parlato con i miei amici. Io ho capito che la Gelmini vuole trasformare le scuole in fabbriche. Vogliono mettere anche gli operai nelle scuole. A me quelli che comandano così non piacciono.

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Tipo Marchionne. Mia madre lavora alla Fiat da un botto di anni, è disabile. Del referendum ne abbiamo parlato un casino in famiglia e anche tutto il quartiere era in fermento. Io avrei votato no e sono contento che la Fiom abbia quasi vinto. La Fiom è un sindacato comunista, no? Io certo non sono comunista. Io voterei Berlusconi. Mio zio mi dice che in Lombardia dove c’è Berlusconi la gente sta bene. Comunque sia non è che la politica mi interessi molto. Mi interesso molto più della situazione di Mirafiori. Non è possibile chiedere agli operai di lavorare così tanto, senza le pause, gli straordinari aumentati e turni da dieci ore. A scuola, secondo me, vogliono fare lo stesso. È come tornare indietro di cento anni nelle fabbriche e sui banchi di scuola. Io la situazione di Mirafiori la conosco bene, perché mia mamma lavora nel reparto carrozzerie, quello del referendum. Alla Fiat non frega nulla degli operai. Adesso stanno mandando a casa le lettere della cassa integrazione: quattordici mesi. Speriamo solo che non ci arrivi. Come faremmo ad andare avanti? Quattordici mesi con uno stipendio minimo, non è possibile. E a casa c’è anche il mio fratellino piccolo di tre anni. Comunque penso che a settembre tornerò a scuola. A 17 anni e senza un diploma è difficile trovare un lavoro. Il mio sogno nel cassetto è comunque lavorare in televisione come presentatore. Mi piacerebbe essere il nuovo Mike Bongiorno, il più grande di tutti. Mi piace anche Teo Mammuccari perché è simpatico e fa il cattivello con le donne. Farei anche l’operaio alla Fiat, per 1.500 euro al mese accetterei. Perché no? Certo non in cassa integrazione perché quella si porta via la metà di uno stipendio. Ultimamente mi sto informando per imparare a fare il modello. Mi dicono che sono un bel ragazzo e quindi penso che qualcosa si potrebbe fare. Ho fatto dei colloqui, però alla fine ti chiedono dei soldi. Un giorno sono andato in piazza Statuto con mia mamma. Mi hanno fatto mille domande, mi hanno misurato e poi ecco la fregatura: volevano 1.500 euro per un book fotografico. E io dove li prendo tutti questi soldi? Tra dieci anni spero di avere un bel lavoro, di essere sposato, avere una bella famiglia e andare avanti come tutti. Speriamo che sia così.

M


storia 4 - don Giovanni Nicolini

Un certo tipo di prete «L’andrà a finir ca t’andré a dormir testa e pé con un negher», mi disse tanti anni fa mio padre, affermato notaio mantovano, rassegnandosi alla mia decisione di rinnegare la bicentenaria tradizione familiare per dedicare la mia vita ai poveri e ai bisognosi. E aveva ragione lui, perché infatti non so più dove sistemare tutti gli immigrati irregolari, i disoccupati, i rom, i senzatetto, i disabili, i malati terminali o le carcerate con figli che bussano alla porta in cerca di accoglienza e aiuto. Mi sono immerso nella povertà per la prima volta a Roma, quando ero seminarista all’inizio degli anni Sessanta. Abitavo nella borgata della Borghesiana, dove non c’era acqua corrente e i bambini morivano di tifo come mosche. Contemporaneamente – erano gli anni del Concilio Vaticano II, della Teologia della liberazione, della Chiesa dei poveri – ebbi la fortuna di conoscere grandi personaggi che cambiarono la mia vita. Padre Gauthier, che dedicò la sua vita alla causa palestinese, padre Ancel, vescovo-operaio di Lione, Lanza del Vasto, allievo di Gandhi, il cardinale Lercaro, arcivescovo di Bologna, che spinse me e altri seminaristi a fare esperienze di lavoro in fabbrica “in incognito”. E poi conobbi Giuseppe Dossetti, che divenne la mia guida spirituale. Ricordo le letture di Marcuse fatte insieme, le riflessioni sulle parole del Vangelo e su quelle del Sessantotto: uguaglianza, fratellanza, giustizia, pace, vicinanza agli ultimi e ai diseredati. Ho avuto anche la fortuna di conoscere don Lorenzo Milani: quando andai a trovarlo a Barbiana, lo trovai che faceva lezione disteso su un lettino da mare, era già molto malato. Lo ricordo mentre ascoltava la Quinta di Beethoven in classe con i suoi ragazzi, seguendo gli spartiti e fermando il disco per far notare l’attacco dei violini o i crescendo. Mi diceva sempre che bisogna smettere di parlare dei poveri e iniziare a far parlare i poveri, spezzando con loro il pane della parola, della cultura.

Fu seguendo il suo esempio che alla fine degli anni Settanta, quando venni mandato come parroco in una minuscola frazione della campagna emiliana, Sammartini di Crevalcore, fondai quella che oggi si chiama Scuola media della pace: una scuola parificata gratuita per i figli dei più bisognosi, comunitaria, non privata. A far lezione sono volontari, artisti e intellettuali, insieme a genitori e nonni, che insegnano la storia attraverso il loro vissuto personale. Come quell’anziana contadina che raccontò in classe di quando, da bambina, vide un treno merci fermarsi in mezzo ai campi, sotto il sole: dai carri-bestiame alcuni uomini chiedevano acqua e cibo. Erano ebrei in viaggio verso i campi di concentramento. Nelle vecchie cascine di Sammartini abbiamo dato vita a una piccola comunità spirituale, una sorta di famiglia allargata a cui nel tempo si sono aggregati nuovi fratelli e sorelle, in gran parte giovani, soprattutto laici. Oggi quella comunità è cresciuta, ha case d’accoglienza e laboratori professionali anche qui alla periferia di Bologna e in altre strutture della parrocchia. Aiutano chi ha bisogno con un sistema di banca del tempo e microcrediti, finanziati da una cassa di mutuo soccorso alimentata dalle sole donazioni. Mentre la nostra famiglia si allargava sempre più, persino in Palestina e Mozambico, mi è “capitato” di dirigere la Caritas bolognese: una posizione che mi ha dato modo di osservare come le istituzioni locali si siano progressivamente allontanate dallo spirito solidale di questa città. Uno spirito che a Bologna, nonostante tutto, è ancora vivo nella cittadinanza. Il problema è che questa potenzialità positiva non trova più una risposta e una proposta politica. Ma questo non è solo un problema di Bologna.

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Q

storia raccolta da

Enrico Piovesana foto

Romeo Lucignano

Giovanni Nicolini è nato a Mantova nel 1940. Dopo la laurea in Filosofia a Milano, studia teologia alla Gregoriana di Roma, dove aderisce al movimento della Chiesa dei Poveri e diventa discepolo di Giuseppe Dossetti. Curato di campagna in Emilia per vent’anni, poi direttore della Caritas bolognese. Ha fondato una comunità di aiuto a poveri e immigrati. Oggi è parroco a Bologna.


storia 5 - Fidaa Abuhamdya

Stupiti che io sappia il Corano storia raccolta e fotografata da

Gloria Riva

Fidaa Abuhamdya nasce a Hebron, Palestina, 28 anni fa. Dopo un corso in Food and service organization alla sede del Vaticano di Gerusalemme, a 21 anni si trasferisce in Italia per studiare Scienze dell’alimentazione all’Università di Padova. Da due anni è mediatrice culturale nella Casa circondariale di Padova, dove si occupa della catalogazione dei libri in lingua araba e reading con i carcerati stranieri.

Rimarranno in carcere a lungo. Stanno lì perché hanno commesso qualcosa di grave, i più sono rimasti invischiati nel traffico di droga, altri sono clandestini che a questo punto sperano solo di essere rispediti a casa. Nella solitudine di una cella cercano il conforto di un sentimento religioso, anche se quando erano liberi si disinteressavano completamente della fede. Lo fanno per salvarsi, per sentirsi più vicini alla loro terra d’origine. Prendono i versetti del Corano alla lettera. Anche per questo non è stato facile farmi accettare: sono un’araba palestinese, vesto all’occidentale, non indosso il velo, sono single. Quando ho cominciato, mi guardavano dall’alto al basso e mi facevano la paternale, citando le regole dell’islam. Io facevo altrettanto e allora mi rispondevano: «Ma come, conosci la religione?». Adesso che si è sciolto il ghiaccio mi fanno mille domande: che cosa faccio tutti i giorni, se sono sposata, se ho un fidanzato. Per un po’ ho detto che ero impegnata, ma a lungo andare hanno scoperto che non era vero e quindi ora si fanno avanti: «Quando esco, se Dio vuole, magari ci vediamo». Qualcuno, in modo esplicito, mi chiede il numero di telefono. È comprensibile, sono l’unica donna che vedono, ma mantengo le distanze. Io sono lì per lavorare. Un giovane marocchino, invece, un giorno mi ha preso in disparte e dalla tasca ha estratto una fotografia, un viso dolce di donna; con l’indice ha accarezzato la linea degli zigomi: «È bella vero? Ci siamo sposati da poco. Chissà quando la rivedrò». Credo siano passati due anni e mezzo dalla prima volta che sono entrata nella Casa circondariale di Padova. Era il pomeriggio del giorno della mia laurea, me ne stavo in cucina a festeggiare con Enrica, la signora che mi ospita. Con noi c’era Rossella, presidente dell’associazione Ristretti orizzonti. Mi disse che cercava qualcuno che sapesse l’arabo per sistemare i libri della biblioteca del carcere e per fare un lavoro di mediatore culturale. Da allora tutti i giovedì pomeriggio inforco la bicicletta e attraverso tutta la città. All’ingresso del carcere la guardia si prende il mio cellulare, controlla i documenti, soprattutto il mio permesso di soggiorno. Ma prima passo sempre in edicola a comprare un giornale arabo, spesso Al-Quds Al-Arabi (La Gerusalemme araba) o Al-Bayan, un giornale tunisino che parla di calcio e pettegolezzi, un po’ come Il Mattino di Padova. C’è anche un’altra cosa che adorano: le favole. Rimangono lì incantati ad ascoltarmi, coccolati dalla melodia della lingua araba. C’è una poesia che mi chiedono spesso di recitare, l’inno tunisino La volontà di vivere che fa così: “La notte deve dissiparsi e le catene devono spezzarsi. Chi non è stato baciato dall’amore per la vita si è dissolto nel nulla”.

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Un giorno sono arrivata con una scatola di pastelli e dei fogli bianchi, è stata una fatica convincerli a disegnare, lo trovavano infantile, ma ho l’impressione che nei loro cuori ci sia tanta voglia di tornare bambini. La detenzione per me non è un fatto strano, anzi. Mio zio rimarrà in carcere per 99 anni, molti dei miei parenti ci sono passati. Almeno in Italia stare in cella non è umiliante, come lo è in Palestina, dove c’è la tortura. Io, in realtà, non ho una formazione da mediatore culturale, il mio sogno era fare la cuoca. Quando vivevo a Hebron frequentavo un corso di cucina a Gerusalemme, ma andare a lezione era un’impresa: per fare una trentina di chilometri ci mettevo minimo tre ore. In due anni di corso non sono mai riuscita a ottenere un permesso di viaggio, ci andavo clandestinamente, con i taxi collettivi, giravo a piedi intorno al muro cercando varchi tra i blocchi di cemento. Ogni tanto sbucavano i soldati, quando meno me lo aspettavo. Mi spaventavo. Così, sette anni fa decisi di lasciare la Palestina e di venire in Italia per studiare Scienze dell’alimentazione. Sono testarda, non mi arrendo, il mio sogno rimane quello: essere un giorno una cuoca.

U


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Christian Elia foto Alfredo d’Amato Elisabetta Zavoli David Degner di

[Zuma Press]

Louiza Sid-Ammi

David Degner

[Abaca Press]

Dentro una

Nonne e nipoti, madri e mogli che hanno lavorato a lungo per il cambiamento. Generazioni diverse, unite dal lessico familiare e dall’impegno civile. Tredici incontri tra piazze in rivolta e stanze private, nelle quali dovrà soffiare un vento nuovo. Mentre la Libia brucia, attraverso Tunisia, Egitto, Algeria e Giordania, nel cuore di un movimento che viene da lontano ed è scoppiato all’improvviso


rivoluzione

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“Non è bello essere arabo di questi tempi. Nel mondo arabo il mal di esistere è la cosa meglio ripartita. È la zona del mondo dove, a eccezione dell’Africa sub-sahariana, l’uomo ha minori opportunità. A maggior ragione la donna”. Così scriveva, nel 2005, Samir Kassir. Intellettuale libanese per nascita, mediterraneo per vocazione. Ucciso nel 2006 da quelli che temono le idee più delle spade. Oggi Kassir sarebbe forse felice, di sicuro sorpreso. Tutto è in mutamento, dal Marocco all’Iraq, dove il potere è stato maschile, ma la rivoluzione può essere femminile.

Tunisia, il gatto con il topo

Alfredo d’Amato

La rivoluzione può avere il volto di Amal Haouet, webmaster, 26 anni. Si muove leggera, con lo spolverino alla moda, tra le macerie di una delle ville di La Marsa, quartiere esclusivo di Tunisi. «Hanno distrutto tutto. Peccato, ma li capisco. Qui viveva uno del clan di Ben Alì. Persone che hanno rubato l’anima di questo Paese», spiega mentre passa una mano su una parete annerita dalle fiamme, dove uno spray ha scritto “Viva la Revolución”. «Da tempo sui social network giocavamo con il regime, come il gatto con il topo. In un attimo, non era più un gioco». Sciamano straniti i turisti della rivoluzione. Giovani coppie, genitori e figli, anziani. Sorridono, come chi guarda una cosa ben fatta, ma che ancora pare irreale. «Ho sentito il dovere di rendermi utile: vengo da una famiglia ricca, che mi ha fatto studiare. Dovevo esserci. Ci ritrovavamo

Amal Haouet in una delle case del clan Ben Alì distrutta dai rivoltosi a Tunisi

ogni giorno, dalla prima manifestazione», racconta Amal mentre cammina nel giardino della villa, dove troneggia una carcassa di un Suv dato alle fiamme. «Ragazzi che conoscevo di vista, ma con i quali non avevo mai parlato di politica. Eravamo tutti là, a coordinare le informazioni in rete. Alcuni di loro hanno genitori che del regime si sono nutriti, ma erano con noi. E contava quello. I miei? Loro erano impauriti, ma mi hanno appoggiato. Alla fine me li sono trovati al fianco, in avenue Bourghiba, con mio padre che elargiva consigli. Proprio lui che non aveva mai fatto una manifestazione in vita sua. Alla fine abbiamo pianto assieme. Mia madre mi ha detto di finire quello che abbiamo cominciato e di cambiare davvero la Tunisia». La fine del regime di Ben Alì non ha pacificato il Paese. In avenue Bourghiba, nel cuore della capitale, dalla Torre dell’orologio alla Porta di Francia, si susseguono manifestazioni. «Cosa vi aspettavate? Alla libertà uno deve essere abituato, altrimenti è come una sbronza», commenta sorridendo Frida Dahmani, 50 anni, giornalista di Jeune Afrique. È quasi metafisico il suo riuscire a essere centro, in ogni assembramento di persone, anche se minuta e fragile. All’apparenza, però. Perché sotto i capelli argento, a spazzola, batte il cuore di un marine. «Hanno fatto tutto quello che potevano per impormi il silenzio», racconta passando tra i tavolini dei caffè salutata come una star del cinema. «Una mia mail, anche la più stupida, ci metteva mesi per arrivare a destinazione.

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Leggevano quelle che ricevevo, lasciandole aperte. Volevano che sapessi. Ogni regime vuole che il popolo viva nel terrore di un Leviatano che può tutto. Non è così, ma uno finisce per crederci. Adesso viene il momento più difficile. Fianco a fianco, per giorni, si sono trovate persone molto diverse tra loro. Unite dall’odio per la realtà dove erano stati costretti a vivere. Non vengono dallo stesso mondo, non hanno gli stessi problemi e so per certo che non sognano lo stesso futuro. Ma tutto ormai è accaduto. Anche se, ancora una volta, è servito un martire. Ecco, per me tutto deve ripartire da quello. Dall’idea che Mohamed

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Alfredo d’Amato

Frida Dahmani sulla scalinata del Teatro nazionale di Tunisi

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Bouazid, il giovane che si è dato fuoco, è un simbolo negativo. Non è un eroe, ma la vittima di una disperazione senza fine. L’idea, poi, che il suo gesto sia nato dall’umiliazione – così l’hanno raccontata in molti – della multa al suo carretto da ambulante data da un vigile donna dà a tutti la misura della tragedia del nostro presente. Non servono martiri, non serve l’onore di un uomo “offeso” da una donna per ribellarsi. Bisogna mandare in soffitta tutti questi archetipi che affliggono le società arabe». La protesta a Tunisi non si ferma al centro, ma s’insinua fin nei vicoli della vecchia medina. Sono giorni fluidi, dove può capitare che un gruppo di fanatici attacchi i bordelli della città vecchia. Radhia Belhaj Zekri si guarda intorno con attenzione. Tenere il suo passo è un’impresa: i suoi 70 anni impallidiscono di fronte alla sua energia. I lembi del vestito elegante tirati su da mani affusolate, corre spedita verso il centro culturale Tahar Haddab, dove ha sede l’Association des femmes tunisiennes che Radhia presiede. «Haddab è un simbolo. Un teologo attivo negli anni Trenta, messo alla gogna per aver spiegato che l’islam ama allo stesso modo donne e uomini. Dovette arrivare il presidente Bourghiba, negli anni Cinquanta, per riabilitarlo. Qui è nato il movimento femminista tunisino, dopo tanti anni siamo ancora qui», spiega mentre prende posto nella vecchia stalla del palazzo patrizio da cui hanno ricavato la sede. Un gruppo di ragazzi suona la chitarra in giardino. «Gli islamisti radicali sono solo parte del problema. Dove eravate mentre il regime di Ben Alì svuotava le nostre vite di ogni spazio di libertà? Ogni riunione dell’associazione, per anni, si è svolta mentre in strada c’erano due cordoni di poliziotti. Uscivamo, alla fine, e dovevamo passare nel mezzo, tra offese di tutti i generi. Io ho paura solo di una cosa: di veder svanire

lo slancio femminile di questa rivolta nel mondo arabo. Donne attive ed emancipate, che lottano fino a 30 anni. Poi vanno a Beirut e si fanno ricostruire l’imene prima di sposarsi. C’è ancora tanto da fare».

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Radhia Belhaj Zekri nella sede dell’Association des femmes tunisiennes


Egitto, questione di educazione

Alfredo d’Amato

La stanza è in penombra, le imposte di legno bianco accostate, che lasciano filtrare solo un’immagine del Cairo: sul balcone di fronte una donna cammina, tenendosi a una ragazza. Una lentezza affaticata che stride con il frastuono del traffico. Shahenda Maklad entra come un refolo di vento, sorridente e luminosa. Gli anni non hanno cancellato il fascino femminile di questa donna attivista. Un mondo nella mano forte che tende per stringere, più che per essere stretta. I capelli sciolti lungo le spalle, un completo nero elegante. «Un minuto e arrivano anche Aisha, mia nipote, e Soad, mia figlia. Tre generazioni di egiziane, tutte per voi», dice Shahenda che ha speso la gran parte dei suoi 80 anni – alcuni dei quali passati in carcere – nella lotta per emancipare l’Egitto. Seguita dalla madre entra Aisha. Parla un inglese fluente, ritrae la mano. «Chiedo scusa, sono credente», spiega sorridente, sistemandosi il velo. «La vera rivoluzione la faremo quando mia nipote manderà al diavolo sua madre», sorride Shahenda. Donne del Cairo nei loro appartamenti. Tre punti di vista diversi di fronte alla più grande mobilitazione che il mondo arabo abbia conosciuto in cinquant’anni. «L’unico momento della vita nel quale stavo mollando è stato il giorno della morte di mio marito, Salah», racconta Shahenda. «Ci siamo conosciuti nei moti degli anni Cinquanta. Molti di voi hanno scoperto la lotta del popolo egiziano solo adesso, ma sono decenni che qui si combatte. Il 1977 è stato il nostro Sessantotto, soffocato nel sangue. Tanti della mia generazione hanno mollato in quel momento, consegnandosi alla depressione. Io no, ma è stata dura. Con mio marito giravamo le cam-

Shahenda Maklad nella sua casa

pagne, chiedevamo la distribuzione delle terre, l’hanno ammazzato i latifondisti, sotto i miei occhi, nel 1959. Ho pensato di fermarmi, ma i contadini mi hanno convinta ad andare avanti. Lottiamo ancora per quello, basta questo per capire quanto è stato difficile amare il mio Egitto. Il problema del mondo arabo – spiega Shahenda – è legato ai rapporti familiari. La società egiziana, tutte le collettività, non sono altro che la somma delle dinamiche giocate tra le mura domestiche. Tutto quello che è accaduto in questi giorni, non solo in Egitto – aggiunge – viene declinato al maschile. Il mondo arabo ha un problema: il padre e il figlio, lo Stato e il popolo, il potere e il cambiamento. Non è così, ed è diverso anche da come la vedete voi, dall’altra parte del Mediterraneo. Non è questione di segregazione, di donne in catene. È questione di educazione. È stata creata, con il contributo fondamentale delle donne, una società verticale nel mondo arabo. C’è sempre una donna, una madre, dietro il dittatore e dietro il poveraccio. Ha fatto l’uno e l’altro, ha insegnato loro a vedere l’autorità come un totem inviolabile, a non sfidare la gerarchia. È un problema di rapporti verticali. Si viene educati a subirli così come sono, immutabili. Per questo vi dico: quando mia nipote saprà imporsi a sua madre, e di riflesso a suo padre, avrà fatto la sua rivoluzione». Soad scuote la testa, senza incupirsi. «Non credo che sia questo», spiega. «Mia madre ha ragione, ma il rapporto con l’autorità, con il potere, si forma anche fuori dalla casa e dalla famiglia. Attraverso la consapevolezza politica, per esempio». Come quella che ha mostrato Soad tra i leader della protesta a Ismailia. «Le fabbriche occupate dalle operaie che chiedevano diritti e salari decorosi. I mariti che portavano loro il cibo e, a casa, badavano ai figli. Le donne come mia madre, allora, erano mosche bianche. Io vedo che piano piano diventano sempre di più. Mia figlia non ha bisogno di rompere il suo legame con me per essere quello che è». Aisha annuisce. «Io sono credente, come mia madre, ma osservante. Mia nonna non lo è. Siamo forse l’immagine dell’Egitto che si è ribellato: diversi ma uniti. Islamici e cristiani, laici e Fratelli musulmani, socialisti e conservatori, vecchi e giovani, ricchi e poveri. Non è nella contrapposizione che si vinceva questa battaglia, né uniformandoci né dividendoci. La rabbia mia e dei miei coetanei, molto diversi da me, è passata dalla rete. Per ogni aspetto – spiega sfiorando un iPhone – da quello organizzativo a quello ideale. E non è iniziato oggi, ma nel 2006 con i movimenti di lotta. I nostri genitori ci sono venuti dietro». Da una casa vicina arriva la voce di Umm Khaltum, la donna (ancora una) che con il suo canto ha unito, forse come niente e nessun altro, il mondo arabo. Oggi, dopo trent’anni, l’anima araba viene infiammata di nuovo. «La Tunisia ha dato coraggio, ma senza il nostro impegno di questi anni non sarebbe accaduto nulla», ribadisce Aisha. «La fame ha fatto il resto, muovendo i più poveri e i meno fortunati, saldando le classi sociali. Abbiamo ridato speranza alla generazione di mia nonna, che si era arresa, abbiamo dato coraggio a quella di mia madre, che non aveva mai lottato. Adesso nessun traguardo è utopia». L’8 marzo, in piazza Tahrir, le donne ci sono tornate. Per chiedere di essere rappresentate nel governo provvisorio. Un gruppo di facinorosi le ha scacciate, ma sono tornate il giorno dopo.

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Elisabetta Zavoli

▲ Louiza Sid-Ammi ad Algeri

Louiza Sid-Ammi

▶ Fadela

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Chitour nella sua casa


Algeria, un gigante che dorme

Piazza Primo maggio, Algeri. Appuntamento ogni sabato. Per un dimostrante, quattro poliziotti. L’Algeria, mentre il mondo arabo è in fiamme, sembra un gigante che dorme. Tra i manifestanti e le divise, come una spina nel fianco, la macchina fotografica di Louiza Sid-Ammi non smette di scattare. Ha solo 40 anni, ma con la coda di cavallo, i jeans sdruciti e gli anfibi militari ai piedi, Louiza ha attraversato la storia recente del suo Paese. Fin dalla guerra civile, a soli 20 anni, in mezzo a migliaia di morti. «Per capire prima che per lavorare», racconta concedendosi una pausa caffè. «Nessuno può immaginare senza pensare ad allora. Un trauma. Un rapporto con l’idea del caos che pesa come un macigno sulla voglia di cambiamento. Tutti lo vogliono, ma senza salti nel buio». Tutti i colleghi uomini la salutano con rispetto, nella redazione del quotidiano Liberté è la regina della stanza dei fotografi. «All’epoca sapevi cosa dovevi temere. C’erano i militari e i guerriglieri islamici, entrambi tentavano di metterci a tacere». Non in senso metaforico: ogni piano della redazione è dedicato alla memoria di chi ha pagato con la vita la follia degli anni Novanta. «Anche la censura era differente. Oggi tutto è liquido. Nessuno dirà al giornale cosa pubblicare: il potere si muove su canali economici, facendo pressione sugli editori, per far tacere il dissenso. Quello, però, ormai corre in rete. E la forza sono i ragazzi nati negli anni Novanta, la cui voglia di cambiamento non si può ingabbiare con la paura. La rete è la loro arena, l’immagine è la loro spada. Io faccio il mio lavoro, ma mi rendo conto della potenza di un video con il telefonino lanciato su internet. Un effetto dirompente che, prima o poi, arriverà anche qui». Per ora sembra lontano, ancora di più dai giardini dell’Accademia di belle arti di Algeri. Un bel parco, animato di ragazzi che dipingono in ogni anfratto. Meriem cammina

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Elisabetta Zavoli

quasi in punta di piedi, coppola grigia e sciarpa bianca. Occhi neri, dolci come i suoi 20 anni. Non diresti mai che, da tempo, gira i quartieri di Algeri con il suo gruppo di breakdance. Tutti uomini. «Gli sguardi sono sempre sorpresi – racconta con un sorriso luminoso – ma amano quello che facciamo. Non so come ci sono arrivata, prima facevo danza classica. Poi, all’improvviso, mi è servito per liberare il mio corpo. E quindi me stessa». Meriem in piazza non ci va. «Credo che esistano forme diverse di lotta, pur convinta che questa società vada cambiata. Andare in piazza è un diritto. Ma io e quelli della mia età non abbiamo nessuna bandiera da portare. Tanti artisti rappresentano la nostra voglia di cambiare, non i partiti e i sindacati che vogliono appropriarsi della nostra rabbia. Loro non ci rappresentano e fino a quando in piazza ci saranno loro non ci saremo noi. Questo non significa che tutto quello che accade, in

Libia come in Yemen, non ci faccia sperare che tutto cambierà. Un mondo nostro, non costruito all’estero. Io non so perché da voi esista solo un’immagine passiva delle donne arabe. Penso a cambiare la mia vita, non a diventare come qualcuno vuole che io sia». Se le mura della casa di Fadela Chitour potessero parlare racconterebbero l’Algeria contemporanea. Il marito apre la porta, riceve gentile gli ospiti, si eclissa veloce. Come un presentatore che annuncia l’arrivo della star. Ed ecco che dalla scala, in una nuvola di profumo, i suoi 70 anni avvolti in un vestito berbero tradizionale, ornata di gioielli raffinati arriva Fadela. Sembra danzare, mentre scivola tra le stanze. In un angolo il ritratto di suo zio, Alì Boumendjel, eroe della guerra di Liberazione buttato giù dal tetto del centro dove era detenuto dai francesi.

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Come monito. «Nel mondo arabo l’Algeria ha un ruolo chiave, che in questa rivolta araba sta mancando. Ma c’è una spiegazione». Fadela lo sa. A capo del Wassila, movimento di protezione delle donne in difficoltà, è membro del Coordinamento nazionale per il cambiamento, cuore dell’opposizione. Un posto che si è meritata negli anni della guerra civile in Algeria, quando ha conosciuto anche il carcere per non tradire il suo giuramento di Ippocrate. Da medico ha curato militari e guerriglieri. Mentre racconta il telefono non smette di squillare. Lei risponde e dall’altra parte mettono giù. «Sono i servizi segreti, lo fanno da anni. Mi fanno sapere di esserci. Non ci bado. Siamo divisi, questo è il problema. Il risultato più grande che questo regime ha ottenuto è quello di dividere le anime di

questo Paese: i berberi cabili, gli attivisti progressisti, gli islamisti. Ognuno per sé. Così è impossibile coordinarsi. Altra specificità, molto importante, è quella che Mubarak, Gheddafi, Ben Alì concentravano nella loro persona un sistema. Il presidente algerino Bouteflika, invece, è parte di un sistema molto più complesso. L’unica piattaforma che è facile radunare è quella delle donne. Da qui bisogna partire, perché l’Algeria è importante per questo movimento arabo. Il 1962 è stato il modello di lotta anticoloniale, il 1988 è stato il primo grande movimento riformatore. Non possiamo mancare questo appuntamento».

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Meriem e il suo gruppo di breakdance


Giordania, rompere la gabbia

Alfredo d’Amato

Ad Amman, ogni venerdì, l’appuntamento è davanti alla moschea di al-Husseini, nel centro battuto da un vento gelido. La predica dell’imam è forte. «Onore al popolo egiziano, preghiamo per la libertà». Tutto attorno migliaia di poliziotti, con i caschi stile impero britannico. Atteggiamento rilassato, empatia con i manifestanti. Che prima pregano, poi si spostano, unendosi agli altri. Comunisti, tante donne. “Nessuno tocchi il re”, sembra il leitmotiv dei cori. Tutti chiedono di cambiare le cose, ma l’obiettivo è esclusivamente il governo, come si fosse autonominato. Majd porta il velo marrone, che incornicia i suoi 23 anni e il suo sorriso magnetico. Uno smalto rosso brillante, due occhi vivi e mai fermi. Ha appena finito lezione all’università, aspetta un master in Spagna o negli Stati Uniti. Per ora combatte. «Non sono potuta andare in piazza», dice con il broncio. «Mia madre me l’ha impedito e questo mi fa arrabbiare. La capirei se non la pensasse come me, sarebbe la sua idea. Ma il fatto che mi dica di no solo perché ha paura non l’accetto. Così non cambieremo mai questo Paese». Majd ama la Giordania, come il 70 per cento della popolazione di origine palestinese. «Non ho mai voluto etichette: sono palestinese, donna e giordana. Sono musulmana. Sono tutte queste cose insieme, senza paletti. Non siamo tutte come Rania di Giordania, la regina, che per voi è una specie di icona. Lei, però, è la regina di un Paese dove le donne non sono ancora libere di essere quello che vogliono. Qualcosa non va. Credo che per cambiare tutto bisogna migliorare se stessi. Ecco, così vedo anche me. Non voglio pensare alla mia vita come quella di una moglie potenziale. Molte mie amiche la pensano come me, ma poi cambiano. Io non cambierò, tenterò di migliorare. Per migliorare quello che mi circonda. Mia madre – racconta ridendo – minaccia di portarmi in Arabia Saudita. Ma con tutto quello che succede non ci facciamo più bloccare dalla paura». Le strade di Amman, strozzate dal solito traffico impazzito, sono anche il palcoscenico dei fedelissimi del re che organizzano dei presidi di sostegno alla monarchia. «Niente di più inutile. La monarchia non è in discussione. La famiglia hashemita, come per la casa reale marocchina, ▲▲ Majd nel campus

dell’università di Amman Issawi nella sua galleria d’arte abbraccia le due figlie, Farah e Reem ▲ Suad

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discende dal Profeta. È importante. La Giordania stessa, senza la monarchia, non è un Paese. Qui si chiede di smetterla di rubare e di cominciare a dare un futuro a questi ragazzi». Suad Issawi ti accoglie all’ingresso di Lama Hourani, la galleria d’arte che ha fondato e gestisce con le due figlie, Farah e Reem. I suoi capelli rosso fuoco, in tono con il rossetto, sembrano un omaggio alla sua fede comunista. «Sempre militato da ragazza, mai cambiato idea. Solo che a un certo punto, a 50 anni, non ci credi più. Hai lottato tanto. Poi se sei fortunato, come me, ti rifugi nelle tue passioni. Dare protezione e visibilità ad artisti giordani e di tutto il mondo arabo, questa è stata la mia battaglia». Mentre racconta, Suad si muove per il suo atelier. Una serie di collaboratori sfilano, salutandola con reverenza. Lei sorride e, in prossimità di qualcuno, abbassa la voce. «Viviamo sempre così: osservati. Lo sappiamo, ci stai attento, ma non è naturale. Non ho mollato solo su una cosa: l’educazione delle mie figlie alla libertà. Le guardo oggi e mi sento fiera di loro». Farah e Reem sono bellissime. Capelli castani e lunghi la prima, un caschetto corvino la seconda. Occhi chiari e occhi scuri, smalti e profumi. Farah disegna gioielli, Reem è presa dall’arte. Sognano di tornare in Europa o negli Stati Uniti, ma intanto si impegnano per le donne vittime del delitto d’onore in un Paese dove una donna stuprata va in carcere al posto dell’aggressore. «Come fai a non occupartene?», chiede Reem, sgranando gli occhi. «È la nostra società, anche quando ti senti fortunata. Anzi, proprio per questo. Io vedo quello che capita in giro per il mondo arabo e mi chiedo come posso essere utile. Non mi chiedo

se devo fare qualcosa, quello lo so già. Mi chiedo solo che cosa fare». La sorella annuisce. «Nostra madre è sempre stata un modello, ma non ha mai mancato di spiegarci la differenza di vita con le donne del resto del Paese. Dopo ho visto con i miei occhi e so quanto lavoro c’è da fare. La cosa che mi colpisce di più, in troppi luoghi, è l’abitudine. Uno si immagina una schiava e trova, invece, una persona che ritiene quello l’unico modo di vita possibile. Ecco, è questa la rivoluzione che aspetto qui. Ho visto su Al Jazeera migliaia di donne in piazza, al Cairo e nel resto del mondo arabo. Dobbiamo fare come loro, prenderci la nostra vita. Ormai gli arabi, comunque vada, non hanno più paura di urlare la loro rabbia contro i regimi che li opprimono. È tempo di cambiare anche gli arabi e, come sempre, sono le donne che devono farlo, iniziando a cambiare il loro modo di educarli». Dalla vetrina del grande negozio si vede la città arrampicarsi sui colli che la circondano. In alto, a stormi, i piccioni ammaestrati. Un’usanza millenaria qui. Ogni stormo, si dice, torna a casa seguendo il richiamo di una femmina, alla quale vengono spezzate le ali e che resta chiusa nella voliera per sempre. Fairuz, la grande cantante libanese, cantava in Asfur il sogno di libertà di un uccellino, tenuto prigioniero per il sollazzo del suo padrone che ne godeva il canto. In molti hanno letto nella storia di Asfur la metafora del popolo arabo. Nessuna gabbia, adesso, sembra abbastanza solida.

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spiriti liberi di

Giulio Giorello

meglio scienziati che esploratori “Per duemila anni l’umanità ha creduto che il Sole e tutte le costellazioni girassero intorno alla Terra. Papa, cardinali, principi, scienziati, condottieri, mercanti, pescivendole e scolaretti: tutti erano convinti di starsene immobili dentro questa calotta di cristallo. Ma ora ne stiamo uscendo fuori, e ci attende un grande viaggio”. Così viene descritta la rivoluzione scientifica da Bertolt Brecht nella Vita di Galileo: “tutto è incominciato dalle navi”. Altro che “strisciare lungo le coste”, bisognava slanciarsi fuori, attraversando l’oceano. E questa è una immagine già comune nel Cinquecento: prima sono venuti gli esploratori del Nuovo mondo, poi coloro che hanno osato sostenere che il nostro globo non è il centro immobile dell’universo, ma un pianeta come gli altri che gira su se stesso e intorno al Sole. Ma c’è una differenza: gli esploratori sono anche conquistatori e hanno fatto sì che i popoli delle Americhe apprendessero “l’arte di tirannizzarsi e assassinarsi l’un l’altro”, mentre gli scienziati si limitano a liberare il genere umano dai pregiudizi. Meglio Niccolò Copernico che Cristoforo Colombo. Tale era il giudizio di Giordano Bruno nel suo La cena de le ceneri (1584), il dialogo tenutosi la sera del primo giorno di Quaresima in cui venivano discusse le implicazioni politiche e morali delle idee cosmologiche che sovvertivano credenze ereditate da secoli. Prima ancora di Galileo, ma con la consapevolezza che la crescita intellettuale non è la stessa cosa che l’espansione di una civiltà a danno delle altre. Giova oggi ripeterlo in tanta retorica circa la guerra delle culture. Bruno è uno dei primi critici del colonialismo, ma anche un filosofo entusiasta di una nuova visione della scienza che può trasformare nel profondo ogni essere umano e insieme garantire una globalizzazione riuscita, o meglio, una globalizzazione senza prevaricazione. “Accademico di nulla accademia”, inviso alle istituzioni del potere, esule da un Paese all’altro dell’Europa, insofferente ai dogmi della Riforma protestante come della Controriforma cattolica, vero e proprio vagabondo dello spirito, Bruno potrebbe essere il simbolo della parte migliore dell’Europa, anzi dell’Occidente, proprio perché nel suo universo infinito non c’è più centro assoluto e la relatività di ogni punto di vista costituisce la garanzia del rispetto e della tolleranza. D’altro canto è stata questa la sua maggiore “colpa”, che ha scontato con la morte in Campo dei Fiori (17 febbraio 1600). L’autore de La cena de le ceneri doveva “finire in cenere” per aver difeso fino all’ultimo il diritto alla “religione della mente”, cioè alla libertà filosofica, come unico rimedio alle piaghe del fanatismo e della prevaricazione. Sentendosi felice – sembra – per il fatto che il fumo del suo rogo si sarebbe mescolato a quello Spirito universale che altro non è che l’intelligenza capace di capire il mondo.

Roger Viollet/Alinari

C

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Conversazione con Mariangela Melato di

Gianni Mura

foto

Maki Galimberti

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“il dell’


complesso ignorante�

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Nella casa romana di Mariangela Melato c’è una luce orientale, da ricordi. «Ho sempre avuto il complesso dell’ignorante. A Milano andavo alle scuole del Trotter, per bambini dal carattere difficile. Chiuso, nel caso mio. Ci insegnavano tante cose belle e utili. A cantare, a suonare, a disegnare, a ricamare, a ballare. Una volta ogni tanto c’era un’ora di storia o di geografia. Poi mi ero iscritta all’Accademia di Brera, ma siccome non eravamo una famiglia ricca bisognava anche lavorare. E intanto frequentavo Brera, ma soprattutto il bar Jamaica. C’erano artisti come Dova, Manzoni, Migneco, Recalcati, i grandi fotografi come Mario Dondero e Alfa Castaldi. Ero una ragazzina truccatissima, alla Juliette Greco. A volte coi capelli corti e verdi, altre volte lunghi e neri ma con ciocche rosse e gialle. Ero affascinata da quel mondo e a distanza di tanti anni lo ricordo con affetto e gratitudine».

Mariangela Melato Nasce a Milano il 18 settembre 1941. La madre era sarta, il padre vigile urbano. Comincia a lavorare come commessa alla Rinascente di Milano. La passione per il teatro e la recitazione la porta a iscriversi alla scuola di recitazione dei Filodrammatici di Esperia Sperani. Gli studi artistici, che alterna al lavoro, le garantiscono una prima prova in palcoscenico: in I love you, rana toro di Enrico Vaime. Nel 1960 entra come trovarobe-suggeritrice nella compagnia di Fantasio Piccoli, a Bolzano. Dopo piccole parti in O di uno o di nessuno, arriva a sostituire la primattrice. Da allora inizia una scalata nel mondo del cinema e del teatro dove lavora al fianco dei più grandi attori e registi italiani: da Luchino Visconti a Luca Ronconi, da Dario Fo alla coppia Garinei e Giovannini. Vincitrice di quattro David di Donatello e sei Nastri d’argento come migliore attrice protagonista. Il 28 maggio 2003 il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, la insignisce del grado di commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana.

Perché gratitudine? «Perché nessuno aveva cercato di approfittare del mio entusiasmo, della mia ingenuità. E in ogni caso vigilava mio padre, vigile urbano. Quante volte è venuto a prendermi per le orecchie e a portarmi a casa. Abitavamo lì vicino, in via Montebello. A volte bastava un cenno. Appariva sulla soglia, in divisa, e via andare. Ma non l’ho mai sentito come una presenza repressiva, anzi lo sentivo più vicino di mia madre. Poche parole, lui, però mai uno schiaffo, mai un urlaccio. E com’era bello, coi baffi curati: un David Niven in divisa di ghisa. È morto che avevo appena cominciato a fare l’attrice, giusto qualche particina. Sapevo che era fiero di me, che veniva a vedermi di nascosto. Ci rimase male la sera della prima di Settimo: ruba un po’ meno con Dario Fo. Sul cartellone tra gli ultimi c’era il mio nome con l’indicazione della parte: “la prima puttana”. Da quella sera, mentalmente, ogni prima la dedico a lui. Si chiamava Adolf Hoening, radici ad Hannover, cognome italianizzato in Melato sotto il fascismo. Era stato internato a Dachau. Ci pensavo recitando Il dolore, tratto da Marguerite Duras, la prima volta che accetto un monologo così lungo, perché quando ho cominciato il monologo lungo era roba da primedonne e io ho cercato di starne alla larga, sempre, anche adesso credo di avere ancora da imparare ed è forse questo atteggiamento che mi rallenta l’invecchiamento». Una donna lo teme? «Io no. Sa cosa diceva la Magnani al truccatore che voleva ridurle le rughe? “A Core, nun me le toccà che ciò messo una vita per avelle”. Quindi il mondo dei sempre abbronzati, di quelle rifatte e botulinizzate, di cui è reponsabile Berlusconi, proprio non è il mio. Io ho il terrore di perdere il controllo del cervello, dei pensieri, dei sentimenti. Stavo dicendo del monologo lungo: solo una donna dimessa in scena, io, a parlare per due ore nell’attesa che un uomo torni da un lager. È stato un grande successo a Napoli, a Roma, a Genova, in settembre lo porterò a Milano. È anche la riprova che esiste un’altra Italia, come s’è capito anche dagli ascolti del programma in tv di Fazio e Saviano».

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Agli inizi, pensava di avere tanto successo? «Mi ero iscritta alla scuola di recitazione di Esperia Sperani. All’esame recitai Prévert (Cet amour) naturalmente truccata da Greco e alla Sperani venne l’idea che fossi parente di Maria Melato, attrice su cui scrissero una canzone in Brasile e la cui carriera fu schiantata dalla Duse. Mi chiese: “Parente, vero?”. E io emisi un “eeeurq” che lei interpretò come un sì. “Brava, siete proprio uguali”, disse, e io lo presi come un complimento, salvo poi scoprire che la Melato era un cesso, poverina. Ma ormai era andata. E comunque avevo sempre la Rinascente». In che reparto? «Abbigliamento uomini, pianterreno. Le commesse più giovani e carine le mettevano lì. Ma io non ero brava a fare gli interessi della ditta, davo consigli disinteressati, tipo “lasci perdere, questo colore non le dona”, oppure “mi spiace, la giacca casca male”. Così mi trasferirono al reparto abbigliamento bambini. Un giorno arrivò Joséphine Baker con una ventina di ragazzini, ne aveva adottato una tribù, ma ero così emozionata che non riuscii a piazzare nemmeno due calzini». E poi? «Alla Rinascente l’ultimo gradino prima del licenziamento era il reparto arredamento. Mi è stato risparmiato, sono diventata vetrinista e modestamente


a tagliarti i capelli?”. “Anche i piedi, conte, anche i piedi” risposi. La prontezza è una dote che non mi è mai mancata. Come dice la mia amica Franca Valeri, una grandissima, è l’ordinazione veloce che fa la vera signora. Con mia madre Visconti parlava in dialetto: “La sua tosa la farà carriera, sciora. L’è bela e la sta semper atenta”». Ed era vero? «Vero cosa?».

non ero male. Ma in parallelo cercavo un posto sul palcoscenico. La mia prima esibizione è stata al Nebbia Club: I love you, rana toro, testo di Enrico Vaime. Poi ho cominciato come trovarobe ed ero già soddisfatta. Se mi dicevano di trovare un’abat-jour di cristallo e un divano azzurro, io a teatro guardavo il divano e l’abat-jour e non prestavo attenzione agli attori. Con la compagnia di Fantasio Piccoli, a Bolzano, ero trovarobe-suggeritrice e avevo anche una particina in O di uno o di nessuno. Ero la signora Pedoni. La parte consisteva in due parole: entravo con un vassoio e una bottiglietta di Marsala e dicevo: “Poso là”. Mi chiamavano signorina Posolà. Un giorno si è ammalata la primattrice e hanno promosso la suggeritrice. Una discreta botta di culo per una principiante. Poi sono arrivati i Fo, i Visconti, i Ronconi, ma il fosso l’ho saltato a Bolzano». Com’era Visconti? «Incuteva rispetto, se non timore, con quella voce profonda che sembrava venisse da sottoterra. Per La monaca di Monza fece un provino a Roma, al Valle. Eravamo trentacinque ragazze e io mi sentivo la più brutta di tutte. In ballo c’era la parte della novizia poi uccisa dallo sciagurato Egidio. Voce dalla platea, o da sottoterra: “Questa smortina ha due coglioni così”. Ero io. Poi una domanda: “Per avere la parte saresti disposta

Bella e sempre attenta. «Nei momenti migliori mi sentivo non bella ma interessante, un tipo. Avevo anche il complesso della voce da maschiaccio, tanto che al Jamaica mi chiamavano Satchmo, come il jazzista Louis Armstrong, ma anche l’Occhio. Attenta sì, sempre: ai cani per non ripetere gli stessi errori e a quelli bravi per imparare». Chi erano per lei quelli bravi? «Mi sembravano tutti bravissimi in quella compagnia diretta da Visconti, per onestà devo dire che non fu uno dei suoi capolavori. Comunque, un po’ si ripete Bolzano». Seconda botta di culo? «Già. Se ne va Valentina Fortunato, la Monaca di Monza, lei in persona. L’altra l’abbiamo pronta in casa, dice Visconti. Io, che passo da novizia a monaca lussuriosa con quel tanto di cambiamento che il ruolo comporta. Alle prove, per cinque giorni di fila, Lilla Brignone legge ostentatamente il giornale. Era il mio mito, la Brignone. Un’attrice moderna, tagliente come una spada. Io sul palcoscenico, lei in prima fila col quotidiano sotto il naso. Avrei dato un anno di vita perché mi dicesse qualcosa, anche di brutto, ma niente,

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Teatro Cabaret di Franco Nebbia (1960) Tanto di Cappello di Pippo Crivelli (1960) Piccola città di Fantasio Piccoli (1962) Binario cieco di Fantasio Piccoli (1962) O di uno o di nessuno di Fantasio Piccoli (1962) Settimo: ruba un po’ meno di Dario Fo (1964) La colpa è sempre del diavolo di D. Fo (1965) I giusti di Giuseppe Maffioli (1966) Enrico IV di Gianfranco De Bosio (1966) La ballata del sergente Musgrave di Luciano Damiani (1966)

La monaca di Monza di Luchino Visconti (1967) I lunatici di Luca Ronconi (1967) Il debito pagato di Luigi Durissi (1968) L’inserzione di Luchino Visconti (1969) Orlando Furioso di Luca Ronconi (1969) Tragedia del vendicatore di Luca Ronconi (1970) Alleluja brava gente di Garinei e Giovannini (1971) Orestea di Luca Ronconi (1972) XX (Odeon, Paris) di Luca Ronconi (1972) El nost Milan di Giorgio Strehler (1979) Il caso di Alessandro e Maria di Giorgio Gaber (1982)

La voce umana di Roland Petit (1982) Vestire gli ignudi di Giancarlo Sepe (1984) Medea di Giancarlo Sepe (1986) Anna dei miracoli di Giancarlo Sepe (1988) La bisbetica domata di Marco Sciaccaluga (1992) Un tram che si chiama desiderio di Elio De Capitani (1993)

L’affare Makropulos di Luca Ronconi (1993) Tango barbaro di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni (1995)

Il lutto s’addice ad Elettra di Luca Ronconi (1997) La dame de chez Maxim di Alfredo Arias (1998) Fedra di Marco Sciaccaluga (1999-2001) Quel che sapeva Maisie di Luca Ronconi (2002) Amor nello specchio di Luca Ronconi (2003) Madre Coraggio di Marco Sciaccaluga (2003) La Centaura di Luca Ronconi (2004) Chi ha paura di Virginia Woolf? di Gabriele Lavia (2005)

Il dolore di Massimo Luconi (2008)


era come se non ci fossi, neanche uno sguardo. La sera della prima usciamo in gruppo a raccogliere gli applausi e lei, a mezza bocca, mi dice: “Scusami”». Lei ha fatto molto cinema e molto teatro. In base a che cosa si regola nelle scelte? «In base alla parte e alla mia curiosità, alla mia voglia di cambiare. Posso essere Medea per anni e poi sgambettare e cantare in Sola me ne vo. Detto francamente, non è che il cinema italiano alla mia età offra grandi ruoli. Se devo truccarmi da quarantenne per fare la madre o la zia di una squinzia qualunque, no grazie». Come sta il cinema italiano? «Peggio di Portogallo e Spagna messi insieme, ma almeno la Spagna ha un regista come Almodóvar. Noi abbiamo una generazione di carini, bravini, precisini, preoccupati di non uscire dai ranghi, di vivere di rendita. Nel teatro, anche se molti impresari andrebbero avanti solo con Shakespeare, Goldoni e Pirandello, si rischia un po’ di più. Ma è anche il teatro in sé a essere più rischioso». In che senso? «Il cinema riempie la giornata, una scena venuta male si può ripetere decine di volte. Un bravo regista in un primo piano riesce a far vedere anche i tuoi pensieri. Il teatro non ha replay, si recita senza rete di salvataggio. E ti lascia libera quasi tutta la giornata. Molti attori giovani la usano per dormire, io non sto mai ferma. Se sono a Carrara vado a cercare gli anarchici che restano o a godermi le cave. Se sono a Napoli vado per musei o m’informo sulla pizza migliore. Tanto so che regolarmente tra le 18 e le 20 c’è il periodo peggiore, quello dei dubbi. La paura di non essere all’altezza di quello che il pubblico s’aspetta o alla mia altezza, per quello che posso dare. Magari la sera prima ho sbagliato un’intonazione e non mi sono piaciuta, oppure ho colto in platea un attimo di freddezza. Non c’è mai una sera uguale a un’altra. Man mano che s’avvicina l’orario d’inizio mi isolo. Mi piace ascoltare il silenzio prima dell’inizio, ormai sono brava a decifrare i silenzi. C’è quello diffidente, quello ostile, quello fiducioso, quello teso, quello caldo. È bellissimo passare dal “vogliono la guerra” al “li ho in pugno”. A teatro, la cosa più importante è la gestualità e il saper occupare lo spazio. La dizione viene dopo. Per Maisie ho ricevuto molti elogi per come recitavo la parte di una bambina di sei anni. Avevo studiato come rattrappirmi. Mi è costato una periartrite, ma pazienza. La Blanche di Un tram che si chiama desiderio è piaciuta per la leggerezza dei movimenti. Ma nessuno ha notato che mi muovevo sulle punte. L’affare Makropulos mi fa litigare con Luca Ronconi. Interpreto il ruolo di una donna di 337 anni, ma a lui non va bene come mi muovo. “Cazzo, ti muovi come una donna normale, ricordati che hai 337 anni”. E io: “Ditemelo voi come si muove una di 337 anni”. Alla fine mi sono concentrata sulle ossa, accentuando le difficoltà di movimento, sbandando di anca, un po’ alla Dietrich. È andata bene». Lei spesso interpreta ruoli da donna forte, autonoma, che non ha paura della solitudine. «Abbastanza spesso, è vero. Ma nella vita di tutti i giorni sono piena di fragilità che so mascherare bene. Ogni tanto mi arriva una botta di solitudine o di malinconia, ma la faccio passare. Non rinnego le mie scelte: non essermi sposata, non avere figli. Sono cresciuta con l’idea

dell’indipendenza. Penso ancora che una donna possa realizzarsi pienamente senza essere moglie e madre. Non sento la mancanza di un figlio o di un marito. Sono convinta di non aver cercato seriamente un marito perché un complesso edipico avrebbe accostato quell’uomo al ricordo di mio padre. E avrebbe vinto mio padre, il senso di sicurezza e di protezione che sapeva trasmettermi. A volte mi sono sorpresa di non essere gay. Con gli uomini della mia vita sono stata selettiva, non credo di aver perso tempo o diviso la vita con un cretino. Detesto le donne che elencano i loro errori sentimentali, è come darsi dell’idiota». Ho letto che è ricominciata la storia con Renzo Arbore. «Forse non era mai finita. Renzo è stato uno dei miei grandi amori: sette anni insieme, mi sembrava un record. Poi sono stata dodici anni con un altro uomo, di cui non faccio il nome. Dopo sette anni con Renzo avevamo deciso di convivere: un mese e ci eravamo già separati. Niente di veramente grave, ma la sensazione che la fiamma si stesse affievolendo. E niente di drammatico nell’ammetterlo. “Sai, ho pensato che...”, gli ho detto una mattina. “Sì”, ha risposto lui. Renzo ha un garbo innato, una gentilezza spontanea che pochi uomini hanno. Anche quando avevamo un altro compagno, un’altra compagna, chi aveva bisogno dell’altro lo ha sempre trovato. Era buffo, Renzo, quando lavoravo al Piccolo con Strehler: El nost Milan. “Io vengo a vederti, ma non capisco una parola del dialetto milanese”. “Stai tranquillo, ti siedi di fianco a mia madre e ti traduce tutto”. Alla fine viene in camerino: “Sei stata bravissima ma non ho capito una parola”. “E mia madre?”. “Tua madre mi ha tradotto il milanese antico dello spettacolo in milanese moderno”. Un tipo, mia madre. Molto severa, mai soddisfatta. Anche in quella circostanza, mi disse che parlavo malissimo in dialetto e che quasi certamente Strehler mi avrebbe licenziata. Poi venivo a sapere dalle sue amiche che era andata da loro col petto in fuori: “T’è vist la mè toseta?”». Che progetti ha nel cassetto? «Torno a lavorare con Ronconi e a settembre porto Il dolore a Milano. Progetto di fare solo spettacoli necessari. Grazie anche a quei coglioni di negazionisti, molti giovani non sanno cos’è stato davvero l’Olocausto. Dunque è necessario dirglielo». Che rapporti ha con Milano? «Ci ho comprato casa, in San Marco, ma non la riconosco più. La Milano da bere è diventata una Milano da vomitare, quindi sono legata a una città sparita, coi suoi tassisti simpatici, i tailleur eleganti, la bellezza segreta dei cortili, il calore della gente, il suo senso dell’ospitalità. Non ci vado da due anni, finiva che per non incazzarmi stavo chiusa in casa. È un’altra città, senza solidarietà, nemica della cultura. Di tutte le città d’Italia è quella scesa più in basso, e nel mio cuore stava molto in alto. È involgarita, piena di gente finta, e anche per questo possiamo ringraziare il nostro capo».

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Proprio nulla da salvare? «I ricordi e le bancarelle del mercato di piazza San Marco dove vado a rifornirmi il guardaroba, altro che Armani.


Guardi, è passato del tempo, ma il gesto del direttore d’orchestra Daniel Barenboim alla prima della Scala, la lettura dell’articolo 9 della Costituzione che parla di cultura, tutto questo fa capire fin dove ci siamo persi. La Scala era e resta un simbolo del Paese. È una vergogna che Bondi non fosse presente». Lei non ha mai nascosto le sue idee politiche. E adesso? «Vengo da una famiglia povera, mia madre faceva la sarta. Era una famiglia di sinistra, ma non è che adesso io vada in giro fasciata nella bandiera rossa. Alla manifestazione del ’94 contro Berlusconi sono andata in piazza, poi no, anche se l’ultima manifestazione, promossa durante il Roma Film Festival dello scorso anno, era sacrosanta. Solo che poi la presenza in piazza delle facce note fa dire a molti: ecco la solita protesta dei privilegiati. Vai a spiegare che il cinema è un’industria che dà posti di lavoro, che il divo manifesta anche per le maestranze. In famiglia, sentivo parlare di Togliatti, ma anche di Nenni, De Gasperi, come se i politici fossero la parte migliore di noi cittadini, la più colta, la più lungimirante, da una parte o dall’altra disposti a fare il massimo per il Paese. Adesso questi non sanno niente, non fanno

niente, uno si candida per non andare in galera, un altro per scopare con più assortimento. La parola cultura per loro non vale nulla, per me la cultura serve anche a comportarsi meglio. Non sopporto le ingiustizie e questa Italia sembra fondata sulle ingiustizie. Ma prima che col governo dobbiamo prendercela con la nostra immobilità, la nostra schifosa rassegnazione. E poi dirci, in tutta onestà, dopo aver detto il peggio del governo, che dall’altra parte manca una figura carismatica. Tolto Nichi Vendola, che almeno trasmette passione. Da cittadina e da attrice, faccio quello che posso. Se posso far circolare un concetto, lo faccio circolare. Sa cos’è disperante?». Un sacco di cose. «Per esempio, le ragazzine che vengono a trovarmi in camerino, dopo lo spettacolo. Che mi chiedono come si entra in televisione. Dico: “Ma voi cosa sapete fare?”. “Niente – rispondono – ma tanto che importanza ha?”. Ecco, questo è il risultato di anni di vilipendio della cultura, non solo quella dei libri ma quella del lavoro,

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Filmografia Thomas e gli indemoniati di Pupi Avati (1969)

L’invasione di Marc Allegret (1970) Il prete sposato di Marco Vicario (1970) Rapporto a tre di Paul Swimmer (1970) Incontro di Piero Schivazappa (1970) Io non scappo… fuggo di Franco Prosperi (1971)

Basta guardarla di Luciano Salce (1971) Per grazia ricevuta di Nino Manfredi (1971) La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971)

Mimì metallurgico ferito nell’onore di Lina Wertmüller (1972)

Lo chiameremo Andrea di Vittorio De Sica (1972)

La violenza: Quinto potere di Florestano Vancini (1972)

La polizia ringrazia di Steno (1972) Il generale dorme in piedi di Francesco Massaro (1972)

Film d’amore e d’anarchia, ovvero stamattina alle 10 in Via dei Fiori nella nota casa di tolleranza di Lina Wertmüller (1973)

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller (1974)

La poliziotta, di Steno (1974) Sterminate “Gruppo Zero” di Claude Chabrol (1974)

Di che segno sei? di Sergio Corbucci (1975) L’albero di Guernica di F. Arrabal (1975) Faccia di spia di Giuseppe Ferrara (1975) Attenti al buffone! di Alberto Bevilacqua (1976)

Caro Michele di Mario Monicelli (1976) Casotto di Sergio Citti (1977) La presidentessa di Luciano Salce (1977) Il gatto di Luigi Comencini (1977) Saxofone di Renato Pozzetto (1978) I giorni cantati di Paolo Pietrangeli (1979) Dimenticare Venezia di Franco Brusati (1979) Flash Gordon di Mike Hodges (1980) Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci (1980) Il pap’occhio di Renzo Arbore (1980) Jeans dagli occhi rosa di Andrew Bergman (1981)

Aiutami a sognare di Pupi Avati (1981) Bello mio, bellezza mia di Sergio Corbucci (1982)

Il buon soldato di Franco Brusati (1982) Domani si balla! di Maurizio Nichetti (1983) Il petomane di Pasquale Festa Campanile (1983)

Segreti segreti di Giuseppe Bertolucci (1985) Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico di Lina Wertmüller (1986)

Figlio mio infinitamente caro di Valentino Orsini (1987)

Dancers di Herbert Ross (1987) Mortacci di Sergio Citti (1988) La fine è nota di Cristina Comencini (1992) Panni sporchi di Mario Monicelli (1999) Un uomo perbene di Maurizio Zaccaro (1999) L’amore probabilmente di Giuseppe Bertolucci (2001)

L’amore ritorna di Sergio Rubini (2004) Vieni via con me di Carlo Ventura (2005) Alda Merini una donna sul palcoscenico di Cosimo Damiano Damato (2009)

del sacrificio. E poi io non lo so come si entra in televisione. So che abbiamo una tv da terzo mondo, fa schifo, tutto è ridotto a plastica e finta felicità, è la foto di un mondo fasullo, di un paese di Cuccagna che non esiste. In compenso, sembra che tutti sappiano cantare, dai neonati ai settantenni. Le capita mai di vedere quelle serate coi cantanti bambini?». Sì, con un certo disagio. «Io sì, ma con molta irritazione. Una volta mi hanno chiesto di fare l’ospite e ho risposto di sì, a una condizione: che mi lasciassero menare qualche bambino se cantava di pazze idee o di far l’amore da Trieste in giù, niente di pesante, giusto un paio di schiaffoni. Non hanno accettato la condizione, peccato. Ma ci pensano i genitori a quel che significa scopiazzare gli adulti cantando testi inadeguati?». Non lo so. Anche lei ha cantato, ricordo un programma di Baudo in cui entrava in scena dentro una valigia da cui usciva come una Zizi Jeanmaire all’italiana. «Vero e divertente. Ma l’ho detto che mi piace cambiare. Ho anche interpretato Belfiore, una puttana tanto per cambiare. Era Alleluja brava gente, un musical con Gigi Proietti e Renato Rascel, un altro successo di GarineiGiovannini. Non ho ricordi entusiasmanti. Dopo un anno a ripetere “un par de ciufoli” mi prese la solita voglia di cambiare e me ne andai. Il contratto non era chiarissimo e forse era colpa mia, ma la penale me la fecero pagare fino all’ultima lira, compreso un servizio di posate d’argento che mi aveva regalato mia madre. Mi sostituì Daria Nicolodi ed ecco la riprova di quel che dicevo prima, che non si è mai finito di imparare. Belfiore è una prostituta in gabbia, le buttano un tozzo di pane. Io lo lasciavo sul fondo, Daria lo raccoglieva e lo rosicchiava. Bravissima, io non ci avevo pensato». Lei ha lavorato con molti registi. Quali i più grandi? «A teatro Ronconi, può essere spregevole ma è molto affettivo, di una lucidità non comune e di un’intelligenza mostruosa, per un essere umano pieno di difetti. E Strehler, attento ai minimi particolari». I ruoli, invece? «Maisie, Olimpia, Blanche Dubois, l’Ersilia Drei di Vestire gli ignudi». Nel cinema? «Ho fatto film che a me piacevano molto e di scarso successo, come Oggetti smarriti di Giuseppe Bertolucci e Dimenticare Venezia di Franco Brusati. Non posso non citare la trilogia della Wertmüller che mi ha rivelata al grande pubblico, e in particolare Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. Solo che abbiamo girato in un settembre molto freddo, molto spesso ubriachi di fil’e ferru. Ricorda? Io facevo la parte di Raffaella Pavone Lanzetti, signora oca della Milano-bene, e Giannini era Gennarino Carunchio, il marinaio del sud. Avevo copiato, nel parlare, la sorella di Krizia, che mi telefonò

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dopo la prima: “Sei una stvonza, pevò devo dive che mi hai copiato bene”. Lina ci aveva messo contro, me e Giannini, in tutti i sensi, e quando ci picchiavamo ci picchiavamo sul serio. Dopo una settimana di botte ed ematomi sono andata nel camerino di Giannini e gli ho detto: “Da adesso dobbiamo allearci noi contro di lei, altrimenti questa ci ammazza”. Così è andata e siamo sopravvissuti. Giancarlo, tra l’altro, è uno dei migliori in assoluto con cui ho lavorato. Sul set ha qualcosa di animalesco difficile da descrivere». Altri? «Bruno Ganz e Gian Maria Volonté, il più bravo di tutti. Ricordo che in La classe operaia va in paradiso c’era da girare una scena di letto e io continuavo a dirgli: “Mi scusi, ma ho i piedi freddi”. Dopo tre volte lui disse: “Ho capito, ma vediamo di girare meglio che possiamo”. Grande anche quel regista, Elio Petri, troppo in fretta dimenticato. Voglio ricordare anche Monicelli, pessimo carattere ma ottimo professionista, e Steno, con cui girai La poliziotta, un film leggero e garbato. Il produttore era Carlo Ponti. “Vuoi dare la parte a quella picassa?” gli disse la Loren. Bel neologismo, no?». Molto bello. «Lei poi mi disse che era un complimento e la rassicurai: come tale l’avevo percepito. Saranno stati i miei occhi un po’ asimmetrici a farla pensare a Picasso». Crede che la Loren sia stata una grande attrice? «Solo quando il regista era De Sica». Le è piaciuta Hollywood? «Neanche un po’, appena ho potuto sono scappata. Nei camerini degli attori c’erano due vasetti di vetro, in uno una polvere bianca e nell’altro un po’ di sanguisughe». Le chiedo solo a cosa servissero le sanguisughe. «Ogni sera c’era un party in cui Tizio picchiava la moglie o l’amante o ne era picchiato. Le sanguisughe servivano a ridurre gli ematomi». Non si finisce mai di imparare. «Glielo dicevo». Possiamo parlare di femminismo? «Siamo tornate indietro di un secolo, oppure è come se il femminismo non fosse mai nato: da un lato era prevedibile che si scontrasse con la maternità, dall’altro non era prevedibile che l’avere più che l’essere condizionasse tante persone. Sarà che a me le cose costose non sono mai piaciute, pane e salame è meglio del caviale. Come gioielli, non mi separo dalle fedi dei miei genitori. Tutti i regalini dei miei uomini, mai importanti, li ho fatti fondere da un amico orafo e ne ho ricavato due anelloni. “Anche i miei nel mucchio?”, m’ha chiesto Renzo. Sì, anche i suoi. Tornando alla domanda, e all’ingloriosa fine del femminismo, se molte donne con le labbra a canotto preferiscono farsi usare come posacenere e poi buttar via, non è solo colpa dei biechi maschi né di Berlusconi».

E


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Parigi contro

di

Luciano Del Sette

foto

Laila Pozzo

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Da lì deve cominciare, perché le periferie sono ribelli per antonomasia, e Belleville rappresenta l’esempio perfetto: melting pot dell’emigrazione di ieri e di oggi, disordine urbano, palazzi nati dalla speculazione edilizia. Dell’antico villaggio di provincia rimane qualche bella memoria: vie strette, case basse nel verde, scalinate, bistrot, vecchi negozi. Così era Belleville fino alla metà dell’Ottocento, quando il Barone Haussmann, l’urbanista, decide di modernizzare Parigi e caccia dal centro, con la scusa del “risanamento”, il

lucidatore, abborda Amélie, fidanzata con l’Apache Leca. Che il 10 gennaio del 1904 viene accoltellato. Leca accusa Manda. La vicenda del “triangolo”, unita alla fama sinistra degli Apaches, appassiona l’opinione pubblica. Il processo condanna Manda alla detenzione in Guyana. Nel 1952, la vicenda diventa un film, Casco d’oro, con la regia di Jacques Becker, protagonisti Simone Signoret e Serge Reggiani. Diciottesimo arrondissement. Montmartre turistica, senza ricordi della bohème, senza i mulini, scomparsi dalla

popolo brutto, sporco, cattivo. Buona parte di quel popolo, soprattutto operai, emigra allora a Belleville, che diventa un gigantesco dormitorio. Nel 1860 è linea di frontiera con il diciannovesimo arrondissement; frontiera che lotta con la Comune del 1871, ultima barricata a cadere. Il Novecento porta l’immigrazione di armeni, greci, ebrei polacchi. E la nascita, agli albori del secolo, delle bande Apaches. Basco, pantaloni a zampa d’elefante, giacca sbottonata, scarpe lucide, gli Apaches rapinano, taglieggiano, uccidono, affrontano la polizia, disprezzano qualsiasi regola. Accanto hanno donne che non sono semplici spettatrici delle loro imprese. La più celebre si chiamava Amélie Élie, detta Casco d’oro. Abitava al 13 di rue des Cascades, la casa c’è ancora. Davanti a quell’abitazione, l’Apache Manda, operaio

sua collina. “È ben breve il tempo delle ciliegie/quando si va in due, a cogliere, sognando/degli orecchini pendenti/ Ciliegie d’amore in abito identico/che cadono sulla foglia come gocce di sangue”. Le temps des cerises, inno della sinistra francese, lo scrisse nel 1885, in un appartamento di rue Lepic 110, Jean-Baptiste Clément, eroe della Comune e poi chansonnier. In fondo alla strada, su una piazzetta intitolata a Clément, un ciliegio dà fiori e frutti. Sempre a Montmartre, c’era una volta un cabaret, Le chat noir, dove suonava il pianoforte uno strano personaggio di nome Erik Satie. In sessant’anni di vita, fondò e fu unico membro dell’Église métropolitaine d’art de Jésus-Conducteur; fu occultista, rosacrociano, mistico; fu sempre e in ogni modo “contro”. Claude ▲▲ Jean-Baptiste Clément Debussy e Maurice Ravel ne ama▲ Erik Satie rono gli spartiti dissacranti e ironici. ◀ Amélie Élie

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La linea del metrò è la numero 2, fermata Ménilmontant, ventesimo arrondissement, Belleville, periferia. Da lì deve cominciare il viaggio dentro la Parigi dei ribelli che fecero le rivoluzioni con le barricate, il pensiero, la musica, la pittura, il teatro, il cinema, la poesia.


Si dice che alla sua morte, era il 1925, vennero trovati, nel salone di casa, due pianoforti sovrapposti. Satie, forse, componeva e suonava su due tastiere contemporaneamente. Al 157 del piacevole boulevard Malesherbes, nel diciassettesimo, abitò Carolina Otero, la Bella Otero, in una palazzina che oggi ospita il consolato spagnolo e che all’epoca, la Belle Époque, le venne regalata da un discendente della facoltosa famiglia Rodrigues Pereira. Di lei ha scritto la giornalista Laure Adler: “Da piccola osservava il gallo con le sue galline. Ancora ragazzina, in un pensionato femminile scopriva le delizie dell’amore a tre. All’età in cui si destano i desideri, si

▲▲ Carolina Otero

▲▲ Lev Trotsky

▲ Ho Chi Minh

▲ Charles Baudelaire

faceva violentare da un vecchio”. Dissoluta, cinica, bugiarda, spietata, Carolina andò ben oltre la figura della femme fatale. Morì a 97 anni, forse suicida per non arrivare ai cento. Chi chiedeva la fine della guerra in Vietnam sfilando nei cortei del Sessantotto, adesso deve prendere la linea 13 del metrò, ancora arrondì 17, e scendere alla fermata Guy Mochet. Un breve tratto a piedi porta all’Impasse (passaggio) Compoint 9, dove un giovane, sotto il falso nome di Nguyên Ai Quôc, divideva nel 1917 una stanza d’albergo con l’amico Phan Chu Trinh. Il giovane si chiamava Ho Chi Minh, inseguito ovunque dalle polizie, e per questo costretto a cambiare molte identità. Nella stanza era

Misteri e passioni dal centro ai bassifondi, in quattro libri

Tetti e soffitte

Dick Matena, illustratore olandese per storie di fantascienza, si cimenta con una graphic novel (Parigi 25/44, edizioni Nottetempo, 120 pp., 16 euro) ambientata tra il 1925 e il 1944. Un Jean-Paul Sartre quasi ragazzino e un Ernest Hemingway già calato nel suo personaggio incontrano Eva, giovane donna costretta a prostituirsi. Alla coppia si aggiungono, nello sviluppo della vicenda, Salvador Dalí, James Joyce, Pablo Picasso, Francis Scott Fitzgerald e Gertrude Stein. Ben disegnato sia graficamente che nell’idea, il racconto di Matena ha un finale forte ed efficace. Non manca, qua e là, una giusta spolverata di ironia. Periferie della Ville Lumière come favelas brasiliane sono quelle che racconta Nicolas Jones-Gorlin in Crepate tutti (Playground, 155 pp., 16 euro). Jean, un giovane poliziotto, finisce all’ospedale dopo aver subito un’aggressione da un gruppo di quindicenni nella banlieue di Montfermeil. Durante la degenza, va a trovarlo un collega, che lo convince a entrare in uno squadrone della morte, formato da poliziotti. Lo Stato è debole, meglio farsi giustizia da sé. Jean uccide, manomette le prove, dà la caccia agli immigrati. Finché, un giorno, un testimone lo sorprende mentre sta per assassinare uno spacciatore. Da lì, la sua vita prende una direzione imprevista. Jean Toulé aveva già reso omaggio a Paul Verlaine con lo splendido O Verlaine, pubblicato in Italia da Nutrimenti, che, dello stesso autore, propone ora Rainbow per Rimbaud (160 pp., 15 euro). Robert, un gigante di 36 anni, con i capelli rossi e una passione smodata per le poesie di Rimbaud, dorme in un armadio. Quando il padre distrugge il suo rifugio, scappa a Parigi, dove si innamora di Isabelle. I due decidono di ripercorrere le rotte del poeta, dal Cairo al Senegal, in un delirio surreale, molto simile alla follia. Le periferie del mondo, curato da Marco Pitzen (Punto Rosso, 144 pp., 12 euro), sottotitolo Esperienze metropolitane a confronto, analizza e racconta con il linguaggio della cronaca l’emarginazione in cinque grandi città, tra cui Parigi.

Le stanze all’ultimo piano dell’Hotel Marignan al 12 di rue de Marignan, elegante e quieto, dietro gli Champs Elysées, offrono agli ospiti un panorama incredibile. La Tour Eiffel guarda una distesa di tetti, sotto i quali avranno sicuramente vissuto molti tra i ribelli che abbiamo raccontato. Il Marignan è a un passo dal teatro dove diede scandalo Igor Stravinskij con la Sagra della Primavera e dove cantò Joséphine Baker. Opere d’arte nella hall, bar e ristorante impeccabili, qualità del servizio fanno del Marignan un punto di riferimento per un piccolo lusso parigino. www.hotelmarignan.fr

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Ha due fori rossi sul fianco destro”. Versi del “maledetto” Arthur Rimbaud, Le dormeur du Val, che nell’arrondì visse, verso la fine del 1871, in uno squallido hotel di rue Campagne-Première. Il suo capolavoro, Une saison en enfer, 1873, fu l’unica raccolta pubblicata in vita. Cinquecento copie, nemmeno una venduta. E maledetto era anche Jean Genet, che a 80 anni venne trovato morto nella sua stanza del Jack’s Hotel, avenue Stephen Pichon 19, nel tredicesimo, dopo un’esistenza trascorsa tra il carcere, i vagabondaggi per l’Europa e il Nord Africa, le conseguenze di un’omosessualità dichiarata provocatoriamente. Il Jack’s ha affisso una lapide accanto all’ingresso: “In questo hotel, il 15 aprile 1986, è morto Jean Genet”. Ci passano davanti i giornalisti del Monde Diplomatique – la redazione è a un passo – camminando tra vie accoglienti, su cui si affacciano strutture industriali trasformate in gallerie d’arte e atelier. Un lungo salto porta al sesto arrondì, Parigi vera, con i colori delle bancarelle, i dehors dei bistrot, i profumi delle brasseries, il viavai delle baguettes dentro le borse della spesa. Se l’ora è quella dell’aperitivo, e un piccolo lusso rientra nelle spese, l’indirizzo giusto è rue Dauphine 33. Dietro al bancone del Laurent, un barman impeccabile miscela

▲ Julio Cortázar

▲ Lenin

▲ Arthur Rimbaud

▲▲ Simone de Beauvoir ▲ Samuel Beckett

Bohémien e clandestino: il sound degli arrondì I titoli che suggeriamo sono in vendita nei buoni negozi di musica, o facilmente acquistabili su internet. Cominciamo da Boris Vian. Tre gli album raccomandati: Le déserteur (Philips), Boris Vian chante Boris Vian (Polygram) e Chansons possibles et impossibles (Philips). Magistrale interprete di Vian fu Serge Reggiani, di cui segnaliamo A l’Olympia, 1983 (Universal), e Douze succès originaux, 1967 (Because). Di Erik Satie bisogna ascoltare Piano Music (Brilliant), Piano Works (Sony) e Early Piano Works (Philips). I suoni delle periferie parigine multietniche trovano magnifica espressione nell’album En concert (Virgin) dell’Orchestre Nationale de Barbès, che ha preso il suo nome da una fermata del metrò intitolata ad Armand Barbès, protagonista delle rivolte tra il 1839 e il 1848. Suoni spiazzanti e duri sono quelli di un altro gruppo tra Europa e Nord Africa, Les Negresses Vertes, con il notevole En public (Razzia Disques). Fanno world con accenti francesi, jazz e nordafricani i Paris Combo nel loro Live, 2005 (Drg). Re del rock, ballo trasgressivo per eccellenza, sono stati in Francia, negli anni Sessanta, Les chaussettes noires (I calzini neri). Sterminata la loro discografia, dove spicca Les parisiennes (Barclay), 1962. Come non citare, infine, Manu Chao? Nella guida Parigi ribelle è a pagina 274, quindicesimo arrondì. Manu nacque nell’ospedale di Saint Jacques, rue des Volontaires. Il suo capolavoro rimane Clandestino (Virgin). ▲▲▲ Jean Genet ▲▲ Miles Davis ▲ Charlie Parker

[rue des archives]

ospite abituale Lev Trotsky. Fumavano, discutevano e Ho progettava la lotta di liberazione dell’Indocina. Montparnasse, quattordicesimo. Luogo verde di mille tigli. Nel cimitero dormono Charles Baudelaire, Julio Cortázar, Simone de Beauvoir, Samuel Beckett. In rue Gassendi vissero Lev Trotsky e la sua compagna Natalja Sedova. Da quelle parti, rue Marie Rose 4, prese casa Lenin, dopo aver abitato al 3 di rue de l’Estrapade, Quartiere Latino. “Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda/la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro/dorme; è disteso nell’erba, sotto la nuvola/pallido nel suo verde letto dove piove la luce/I piedi tra i gladioli, dorme/... Natura, cullalo tiepidamente: ha freddo/I profumi non fanno più fremere le sue narici/Dorme nel sole, la mano sul suo petto, tranquillo/


cocktail e serve ottimi vini. Ha i capelli brizzolati, perciò ricorda quando il bar si chiamava Tabou. Nella cantina suonavano Miles Davis, Duke Ellington, Charlie Parker. Sulla pedana saliva anche Boris Vian, poeta, musicista (aveva sempre in tasca una minuscola tromba), scrittore, autore di Le déserteur, capolavoro tradotto e cantato da Luigi Tenco e Ivano Fossati. Il Tabou ha chiuso nel 1993. Chiuso, ma non per questo ostacolo all’emozione, è anche il cancello di rue des Grands Augustins 7, dietro il Laurent. Per quel quadro immenso, trenta metri di superficie, appeso a una parete del suo studio, Pablo non riusciva a trovare un nome. Lo aveva dipinto, era il 1936, sulla traccia dell’angoscia provocata in lui dallo scoppio della Guerra civile

spagnola. Vennero a fargli visita il poeta Paul Éluard e il giornalista Christian Zervos. Guardarono il quadro a lungo. Poi, insieme, esclamarono: «Guernica». Sempre nel sesto, una casa della corta rue Dubois era il domicilio di Jean-Paul Marat. Resta ignoto il numero del portone varcato da Charlotte Corday per pugnalare uno dei padri della Rivoluzione, mentre nella vasca da bagno cercava di trovare sollievo da un’inguaribile dermatite. Ulteriore indirizzo in tema di Rivoluzione francese è boulevard Saint-Germain 130. Qui si apre un’impasse. Al 9 – il palazzo è stato demolito – Joseph Guillotin inventò la ghigliottina come alternativa più “morbida” alla decapitazione con l’ascia. Morbido, senza alcun dubbio, è invece

▲▲ Pablo Picasso ▲ Antonin Artaud

I luoghi di 800 spiriti liberi Il titolo, Guida alla Parigi ribelle, non tragga in inganno. Il volume firmato da Ramón Chao (il papà di Manu) e da Ignacio Ramonet (Voland, 350 pp., 15 euro) è, infatti, un lungo, dettagliato e minuzioso viaggio nella vita o nei soggiorni parigini di oltre ottocento personaggi. I due autori, rintracciando i luoghi dove i ribelli hanno vissuto, raccontano di ciascuno le abitudini, i drammi, i sogni, le lotte, gli ideali, gli amici e i nemici. Il campionario umano, vastissimo, va da François Villon a de Sade, da George Sand a Joséphine Baker, da Casanova al Subcomandante Marcos, da Toulouse Lautrec a Cyrano de Bergerac. Sette secoli di storia e di storie, che svelano risvolti umani inaspettati o fanno emergere nomi sconosciuti ai più. Ad aiutare il cammino del viaggiatore, la divisione in venti capitoli, uno per ciascun arrondissement della città; la segnalazione, per ogni luogo, della linea e della fermata del metrò; una cartina di riferimento dettagliata. Il consiglio, per esperienza diretta, è di scegliere i personaggi che più incuriosiscono. In cinque giorni, siamo riusciti a rendere visita a una cinquantina di loro, concedendoci a pranzo un veloce croque monsieur.

▲▲ José Martí

il sapore del rum, che ha il suo tempio parigino nella Rhumerie Martiniquaise, al numero 166 del boulevard. Bisogna andarci non solo per la carta che offre decine di etichette, ma soprattutto per rendere omaggio alla memoria di un cliente speciale. Si chiamava Antonin Artaud: pittore, scrittore, attore. Ai tavolini della Rhumerie, costruita per l’Esposizione coloniale del 1933, Artaud amava sedersi quando usciva dagli ospedali dove lo rinchiudeva una follia aggravata da alcol e droga. L’autore de Il teatro e il suo doppio morirà a 56 anni, rimpianto da amici come Joan Mirò. Il quinto non offre nulla di speciale. Ma chi è in cerca di ribelli, deve sapere che qui vennero erette le prime barricate della storia di Parigi, il 12 maggio del 1588, dai cattolici che avversavano la salita al trono del protestante Enrico di Navarra, dopo la morte del cugino Enrico III di Valois. Sospeso tra enologia e storia, il termine “barricate” deriva proprio dagli ostacoli che i rivoltosi frapposero alle truppe reali: le barriques, cioè le botti. Le fermate del metrò sotto il centro di Parigi, area non proprio assimilabile a quella che indica il centro delle nostre città, si chiamano Bourse, Opéra, Bonne Nouvelle, Sentier.

42 ▲ Karl Marx

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◀ Boris Vian


Secondo arrondissement: al 63 di rue de Richelieu, Hôtel de Malte – una targa lo attesta orgogliosa – soggiornò Simón Bolívar, Libertador di Colombia, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Panama. Via via che il cammino si avvicina al cuore della Ville Lumière, si scopre, amaramente, che molte tracce dei ribelli sono state cancellate. Non resta memoria del Café Tortoni, boulevard des Italiens 22, frequentato nel 1874 da José Martí, scrittore e combattente per l’indipendenza cubana. In rue du Sentier 29, un orrendo edificio è stato costruito sulle macerie della casa di Eugène Pottier,

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autore dei versi dell’Internazionale, scritti durante la lotta della Comune. Al posto del glorioso Café Momus c’è un laboratorio di analisi mediche. Il palazzo al 12 di place Vendôme, dove morì Frédéric Chopin, è oggi lo showroom di una celebre griffe. Un negozio senza storia ha sostituito il bar di rue Coquillière, teatro delle discussioni tra Marx e Proudhon. Malintesa e becera interpretazione del concetto di progresso? Scriveva Bertolt Brecht: “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi”. Ma questi, e tanti altri, erano ribelli. Gente che con gli eroi nulla aveva da spartire.

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lessi di

Neri Marcorè

foto Dean [panos/luz]

Chapman

ars amandi Uno dei passaggi obbligati nella storia di un lettore che si rispetti è Siddharta. È un romanzo di formazione che descrive il percorso esistenziale di un giovane indiano, dall’abbandono della casa paterna alla vecchiaia al fianco dell’amico di sempre ritrovato, attraverso la ricerca della verità e della saggezza, quindi della propria identità. Normalmente lo si legge in età adolescenziale e se ne resta folgorati, tanta è la suggestione che esercita su chi, appunto, sta cominciando ad affrontare la vita in modo autonomo e ha sete di modelli e punti di riferimento. Letto più avanti, quando l’inquietudine e lo spirito di ribellione si affievoliscono a favore di una crescente disillusione e conformismo, fa meno effetto, pur garantendo pregevoli spunti filosofici. Se ho deciso di esordire qui con questo libro non è per recensirlo o consigliarlo a chi ancora non l’abbia sfogliato, ma per soffermarmi su uno dei suoi passaggi che più mi colpì quando lo lessi, in piena adolescenza: “Dopo una festa d’amore gli amanti non devono separarsi se non compresi di reciproca ammirazione, se non vinti e vincitori a un tempo, cosicché in nessuno dei due insorgano sazietà e squallore e il sentimento cattivo d’aver abusato o d’aver subito un abuso”. Confesso che a quel tempo la questione sessualità non aveva ancora varcato la soglia personale ma, a fronte di modelli che potevano essere sbagliati o fuorvianti, avere un imprimatur del genere su quel che riconoscevo essere al contempo una base di partenza e un traguardo del rapporto a due ha rappresentato per me un filo ideale cui far riferimento, sulla base del principio fondamentale del rispetto e dell’assoluta reciprocità tra uomo e donna, che sembra scontato in teoria, ma nella pratica scontato non è. Appartiene alla statistica recente un preoccupante dato in ascesa: nell’era di internet, di una rete sempre più accessibile e sempre meno filtrata, i giovani scoprono il sesso attraverso la pornografia, sviluppando da questo approccio un atteggiamento pericolosamente deviato e creandosi aspettative destinate a essere causa di frustrazione e scollamento dalla realtà a favore di una virtualità più accattivante, seppur artificiale. Il pericolo sta nello sminuire il valore dell’altra/o se non è capace di certi numeri, se non è abbastanza disinibita, se non è pronta a tutto; sta nel considerare il sesso non uno strumento di conoscenza e di piacere reciproco, ma di soddisfazione (se non sopraffazione) personale fine a se stessa, ottenibile anche con la violenza, se occorre, che “tanto alla donna piace così”. A guardar le cronache, i modelli provenienti dalle nostre classi dirigenti non insegnano stili troppo diversi, contribuendo a diffondere questa cultura malata che si nutre d’ipocrisia, autoindulgenza e mercificazione. Si sente dire spesso: leggere serve? Che potere può avere un libro? Io dico che può essere un ottimo scudo di protezione, a volte determinante a fare la differenza. Ecco, se magari state per regalare un computer al vostro figliolo cui stanno spuntando i peli, fategli prima leggere Siddharta.

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Moby Prince scritto e disegnato da Vivaldo con la supervisione di

Fabrizio Colarieti

Livorno, 10 aprile 1991. A poche miglia dal porto, la nave traghetto Moby Prince, diretta in Sardegna, si scontra con la petroliera Agip Abruzzo prendendo fuoco. Nel rogo muoiono 140 persone tra membri dell’equipaggio e passeggeri. Nonostante la vicinanza alle banchine, nessun mezzo di soccorso tenta l’abbordaggio. Nell’immediata inchiesta la Capitaneria di porto indica tra le cause del disastro la presenza di nebbia, smentita da numerosi testimoni.

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Buone nuove a cura di

Gabriele Battaglia

illustrazioni Elfo

10 febbraio–Palestina

Una donna israeliana partorisce in un ospedale palestinese: cosa rarissima, che le vale un mazzo di fiori e un biglietto d’auguri da parte del presidente Abu Mazen. Nisreen Chayedri, convertitasi all’islam dopo aver sposato un arabo-israeliano, stava facendo shopping a Ramallah quando è andata prematuramente in travaglio. Ha dato alla luce un bambino che è stato chiamato Omri, nome comune a israeliani e palestinesi.

14 febbraio–Spagna

La Caja Madrid è la prima banca spagnola che non pagherà i bonus ai propri manager. Si comincia con una prima tranche da 25 milioni di euro. La misura sarà poi protratta fino a quando l’istituto bancario non avrà restituito al governo il prestito concessogli durante la crisi finanziaria. La decisione è stata presa all’unanimità dal Consiglio di amministrazione.

14 febbraio–Ecuador

Sentenza storica contro la Chevron: la giustizia ecuadoriana condanna la major petrolifera a pagare una multa milionaria per i danni ambientali provocati alla foresta amazzonica durante 13 anni di trivellazioni a opera della Texaco, compagnia che la multinazionale Usa ha acquisito nel 2001. Scarti di petrolio mischiati a velenosi agenti chimici lasciati in pozzi a cielo aperto sono filtrati nel terreno, impregnandolo, distruggendo coltivazioni e contaminando la vita di trentamila persone. Molte si sono poi ammalate e sono morte.

15 febbraio-Alaska

La petizione e le pressioni di nove tribù di nativi della Bristol Bay spingono la Us Environmental Protection Agency ad aprire un’inchiesta sulle attività di due compagnie minerarie: la canadese Northern Dynasty e la britannica Anglo American. L’agenzia governativa statunitense riconosce che le miniere di rame, oro e molibdeno rischiano di devastare l’ecosistema in una delle riserve di salmoni più ricca del mondo.

15 febbraio-Filippine

Riprende il negoziato tra la guerriglia maoista del Nuovo esercito popolare (Npa) e il governo del presidente Benigno “Noynoy” Aquino III. Era in stallo da sei anni. L’Npa è in lotta contro Manila dal 1969, in un conflitto che è costato finora quarantamila morti.

16 febbraio–Antartide

I “pirati ecologisti” della Sea Shepherd Conservation Society obbligano le baleniere giapponesi a battere in ritirata. Tra le tecniche di guerriglia utilizzate dai sabotatori ambientalisti, il lancio di burro rancido sul ponte delle baleniere e l’interposizione delle proprie navi tra i cetacei e la flotta del Sol Levante. L’Agenzia della pesca giapponese giustifica l’abbandono della caccia per «ragioni di sicurezza».

16 febbraio–Malaysia

Il governo di Sabah (Borneo) dice no alla costruzione di una centrale elettrica a carbone in uno degli ecosistemi più vari del pianeta, Tabin Wildlife Reserve, habitat dell’elefante pigmeo del Borneo, del rinoceronte e dell’orangutan.

20 febbraio–Brasile

Il Senato discute se introdurre il diritto alla felicità nella Costituzione brasiliana. La proposta arriva dalla Ong Movimiento más feliz, e si inserisce nel dibattito mondiale sui limiti del Prodotto interno lordo – parametro astrattamente economico e puramente quantitativo – per definire la ricchezza dei popoli.

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21 febbraio-Repubblica 2 marzo–India Democratica del Congo «Lo scopo di ogni impresa economica non può Per la prima volta, un tribunale emette una condanna per uno stupro di massa. Il colonnello Kibibi Mutware è giudicato colpevole di aver ordinato lo stupro di 35 donne del villaggio di Fizi, nell’est del Paese, assaltato nel corso di un’operazione militare.

22 febbraio–Bahrein

Il re Hamad bin Isa al-Khalifa ordina il rilascio di circa 250 persone, tra cui 23 attivisti dell’opposizione arrestati nell’estate del 2010 e accusati di aver costituito un gruppo eversivo con l’obiettivo di rovesciare il governo e abrogare la Costituzione.

23 febbraio–Catanzaro

Gli studenti di una terza media si rifiutano di andare in gita scolastica perché una dirigente l’ha negata a un loro compagno down. La dirigente, che ha fatto anche pressioni affinché i ragazzi tenessero nascosta la gita al compagno, viene poi denunciata alla polizia dai genitori dello studente disabile.

23 febbraio–Haiti

Cuba lancia un programma speciale di alfabetizzazione per 120mila haitiani. Saranno impiegati mille insegnanti, 150 supervisori e 15 tecnici, suddivisi in circa novemila centri sul territorio.

27 febbraio–Laos

Il Christian Science Monitor dà notizia che l’americano espatriato Sasha Alyson (“zio Sasha”) ha creato una biblioteca ambulante molto particolare: porta i libri della sua casa editrice dedicata ai bambini nelle zone più remote del Laos, dove ci sono altissimi livelli di analfabetismo. Lo fa a dorso d’elefante. Zio Sasha produce circa trenta titoli all’anno, i cui costi sono coperti quasi interamente da donatori privati. Si improvvisa anche insegnante e legge i suoi libri ai bambini dei villaggi.

27 febbraio–Bangladesh

La Ong Action Against Hunger segnala che il Bangladesh è una “storia di successo” nella lotta alla denutrizione. Siamo ancora lontani dalla soluzione del problema, ma dal 1996 al 2009 i bambini sottopeso rispetto agli standard relativi alla loro età sono passati dal 56 al 43 per cento, quelli troppo bassi dal 55 al 41 e quelli sottopeso in relazione all’altezza dal 18 al 13 per cento. Tra le politiche messe in atto, trasferimenti finanziari per creare una rete di sicurezza sociale e il rilancio delle politiche agricole.

2 marzo–Giffoni (Salerno)

Giffoni Sei Casali, in provincia di Salerno, ha il record italiano di spazzatura riciclata: il 94 per cento. Il comune, cinquemila abitanti nella valle del Picentino, fa già parte dell’associazione Comuni virtuosi ed è considerato una mosca bianca in un territorio afflitto dall’emergenza rifiuti. Il sindaco, Gerardo Marotta, sostiene che l’esempio di Giffoni dimostra l’inutilità degli inceneritori nel Salernitano. Un impianto simile nella valle del Picentino sarebbe «una cattedrale nel deserto, visto che l’area metropolitana napoletana, per lo smaltimento dei suoi rifiuti, si avvarrà di impianti localizzati sul suo stesso territorio».

essere solo quello di aumentare i profitti. I profitti sono importanti per gli azionisti, ma nessuna attività economica è sostenibile, a meno che gli imprenditori non abbiano una visione più ampia e non contribuiscano a cambiare le vite di milioni di persone». Con queste parole, l’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani, chiede agli industriali del suo Paese di farsi carico della povertà diffusa e si dichiara a favore della proposta del governo di introdurre l’obbligo di devolvere il due per cento dei profitti in beneficenza. Ambani, 53 anni, a capo del conglomerato Reliance Industries Limited, denuncia anche la scarsa spesa per sanità e istruzione, solo l’uno per cento del Pil.

9 marzo–Stati Uniti

L’Illinois abolisce la pena di morte dopo una moratoria sulle esecuzioni durata undici anni. È il sedicesimo Stato Usa a compiere tale scelta. Il governatore Pat Quinn ha anche commutato le pene capitali degli ultimi 15 prigionieri in attesa di esecuzione. Alla radice della scelta, la constatazione che troppi errori giudiziari portano innocenti al patibolo: «Non possiamo avere nel nostro Stato una pena di morte che uccide degli innocenti», ha dichiarato Quinn.


[siae]

kant e il tg2

televasioni di

Flavio Soriga

illustrazione Borislav

Sajtinac

A volte guardo la tv la notte, su internet, dopo avere letto un libro, non quelli di Kant che non li capisco, figurati se li capisco, non li capisce nemmeno Umberto Eco, come ci ha spiegato Giuliano Ferrara al teatro Dal Verme, con tante mutande stese dietro di lui e Iva Zanicchi al suo fianco («È chiaro professor Eco, è chiaro che lei legge Kant e non lo capisce?»), figurati se lo capisco io, Kant. A volte guardo i tg, come prima non si poteva fare, scegliendo quelli che preferisco e facendoli scorrere mentre scrivo o ascolto la musica, stanco per avere giocato a biliardino o discusso con gli amici o mangiato un po’ troppo, o tutte queste cose insieme, e per l’ora tarda, perché non guido una grande azienda e quindi non vado sempre a letto presto, perché fare tardi non è mica un male, non è mica brutta, la notte, non è bella soltanto per i vecchi arzilli che fanno i festini, la notte, anche bere una birra al pub, o leggere Hemingway fino a tardi non è male. A volte guardo spezzoni dei Sanremo che mi sono perso e mi ricordo che a me morire per l’Italia – mi dispiace per Benigni – non è mai piaciuta, come idea, che stringersi a coorte pronto alla morte – lo so che c’è la Lega – ma io spero di poter lottare per un mondo migliore senza stringermi a coorte, ché si sta stretti e non si ragiona bene, stretti a coorte. Perché lo so che c’è la Lega, ma “nostra patria mondo intero”, per me resta una bella idea, suona meglio dell’inno di Mameli e di God Save the Queen e della Marsigliese, decisamente. E delle volte guardo i tg del pomeriggio, la sera tardi e, un po’ per il sonno, un po’ perché nel frattempo ho messo i Pink Floyd nello stereo e Us and Them si mischia alla voce del conduttore, in ogni caso io mi diverto a guardare i tg del pomeriggio la sera tardi. Per esempio il Tg2, la rubrica Costume e società, la puntata in cui si parlava dello stretching da scrivania, consigliato a chi passa molte ore davanti al computer e termina le sue giornate in preda al mal di testa da ufficio – il 46 per cento dei lavoratori – e questo per le posture sbagliate e lo stress legato allo svolgimento delle proprie mansioni. E allora Costume e società dà la parola agli esperti, agli studiosi, a chi ha affrontato la questione con tenacia, per anni e anni, e si può supporre per questo che sia in grado di fornire delle indicazioni efficaci per rimuovere il problema. E dunque: per combattere lo stress e la postura sbagliata occorre fare degli esercizi, con la testa, ma non se si soffre in maniera grave di artrosi, perché in quel caso è meglio andare da un medico. La vita è storta, l’uomo è fatto da un legno storto e le rubriche dei telegiornali non possono raddrizzare tutto, come avrebbe scritto Kant. (“Haven’t you heard it’s a battle of words/The poster bearer cried/Listen son, said the man with the gun/There’s room for you inside” – Us and Them, Pink Floyd, 1973).

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A


l’inchiesta

Immobiliare La Russa di

Luca Galassi

foto Dino Fracchia [buenavista]

Il catalogo è questo Dodici pagine, testi in italiano e in inglese, fotografie patinate. È la brochure promozionale dei gioielli messi all’asta dal ministero della Difesa. Illustra quali tipologie di immobili militari possono finire sul mercato (come si vede dalla cartina a pagina 58). Si tratta degli edifici non più utilizzati sui quali, grazie al cambio di destinazione d’uso, si possono sviluppare nuovi (e lucrosi) progetti edilizi. Quelli nei centri cittadini, non più funzionali, come recita la brochure, alle “mutate esigenze militari” potranno essere ceduti in permuta a enti, società pubbliche o imprenditori privati, in cambio di infrastrutture in periferia. Quanto agli edifici della Difesa ormai mezzi vuoti, le parti inutilizzate potranno essere concesse in gestione a imprese esterne.

Il ministero della Difesa sta programmando la svendita del demanio militare. Il ministro fa il piazzista alle fiere del settore. I generali, pensando alle casse vuote, esultano. L’affare si chiama Difesa Servizi Spa. Proprio nell’anno delle celebrazioni dell’Unità d’Italia, un pezzo di storia va all’asta. Quali sono i beni in vendita? Che cosa ci faranno i militari con i soldi incassati? Come verranno sbaragliati i pochi che ancora si oppongono? Signori, si vende. Forti, caserme, arsenali, fari, terreni, poligoni. Addirittura isole. Centinaia di immobili militari, per decine di miliardi di euro, sono sul mercato. In vendita, comodato o concessione. E in tutta Italia: da Palazzo Brasini a Taranto alla caserma Lamarmora di Torino. La maggior parte è a Roma, con le caserme Gandin, Medici, Ruffo, Piccinini, con l’ex forte Trionfale e parte del forte Boccea. Ma c’è anche una parte dell’Arsenale di Venezia, l’ex carcere militare di Palermo, un ex convento (quello di Santa Teresa a Roma), nonché il castello Svevo di Brindisi. Con una parola d’ordine – fatturare – e una brochure patinata sottobraccio, l’anno scorso il ministro Ignazio La Russa e il sottosegretario Guido Crosetto, accompagnati dai vertici dello Stato maggiore della Difesa, hanno portato nelle fiere del settore la dote immobiliare. Scegliendo il top europeo del real estate: la Mipim di Cannes e la TrE di Venezia. In entrambe le occasioni veniva fatto sfoggio del depliant sul patrimonio immobiliare del ministero della Difesa: “Un’eredità di valore”. Foto e dettagli delle strutture di pregio del demanio militare illustravano i gioielli oggetto – in tutto o in parte – di futura dismissione. «Naturalmente – diceva il ministro La Russa a Cannes – non siamo qui per vendere, ma per far conoscere la possibilità di investimenti consistenti a chi vorrà assicurarsi immobili di grande prestigio». Eppure nella brochure è testualmente scritto “immettere gli stessi (immobili, ndr) sul mercato mediante specifici avvisi pubblici di vendita”. A Venezia, la fiera dedicata allo sviluppo immobiliare del turismo di lusso si è tenuta – guarda caso – nell’Arsenale militare, di proprietà della Difesa: proprio in quest’area, l’ex caserma dei sommergibilisti è destinata a diventare un albergo. Per gestire il patrimonio militare è stata creata due anni fa la Difesa Servizi Spa, società per azioni ideata dal sottosegretario Guido Crosetto. Un esempio di finanza creativa in salsa militare comprensiva delle soluzioni legali, burocratiche e finanziarie per “creare valore”. Difesa Servizi, istituita nel dicembre 2009, è modellata sul calco di quella Patrimonio Spa che dieci anni fa permise a Giulio Tremonti di cartolarizzare gli immobili pubblici.

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l’inchiesta

Nel 2001, il ministro dell’Economia mise sul mercato ben 11 miliardi di patrimonio immobiliare per risanare il deficit dello Stato. Dopo aver mendicato per anni quattrini al collega («Tremonti si metta una mano sul cuore e pensi ai militari», implorava La Russa prima dell’approvazione della Finanziaria), il ministro della Difesa oggi non ha più bisogno di elemosine: applica la ricetta risanatrice di Crosetto al magro bilancio militare mettendo a profitto gli immobili del ministero. Grazie alla legge 133 del 2008 (inserita nella Finanziaria 2010), il ministero della Difesa può infatti effettuare, in autonomia, “l’attività di alienazione, permuta, valorizzazione e gestione dei propri beni”. E può farlo attraverso la nuova Spa, magnificata in tutte le salse dai vertici militari, grati a La Russa e Crosetto per aver dato loro la possibilità di fare cassa. Di passare finalmente “dalla cultura della spesa a quella dell’entrata”, secondo quanto recitano le presentazioni in PowerPoint che lo Stato maggiore della Difesa esibisce con gran vanto a seminari e convegni. A presiedere Difesa Servizi c’è un generale, Armando Novelli. In consiglio di amministrazione siedono funzionari statali, come Gaetano Caputi, capo dell’ufficio legislativo del ministero dell’Economia, ma anche Lino Girometta, vicepresidente dell’Azienda lombarda per l’edilizia e Giovanni Bozzetti, a capo di Infrastrutture lombarde Spa, entrambi in quota An.

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Il regalo di La Russa

Con la nomina del Cda a febbraio, il meccanismo della fatturazione è entrato in una fase operativa. Tuttavia, per trasformare la permuta di immobili in concessione o in vendita, non è formalmente indispensabile una società per azioni. Almeno nell’immediato, basta un protocollo d’intesa, e poi un fondo immobiliare dove piazzare le strutture. Anche prima della costituzione di Difesa Servizi, la penna di La Russa non ha mai lesinato inchiostro. I protocolli per cedere gli immobili militari sono stati siglati, nel 2010 e a inizio 2011, con i Comuni di Roma, Milano, Torino, Venezia, La Spezia, Parma, Marsala, Rovigo, Ravenna e Civitavecchia, oltre che con piccoli centri come San Lorenzo Isontino (Gorizia) e Villa Vicentina (Udine), nel Friuli della Grande guerra. L’incubo nel quale erano precipitati i sindaci italiani, dopo i tagli dei trasferimenti statali in conto capitale, sarebbe quindi finito. Con la bacchetta magica del federalismo demaniale lo Stato torna infatti a erogare risorse alle casse degli enti locali attraverso la “valorizzazione” degli immobili militari presenti sul territorio comunale. Per intuire il colossale giro d’affari che nei prossimi anni graviterà intorno al ministero della Difesa (e ad alcuni Comuni italiani) basta prendere come esempio il regalo che

Un hotel all’Arsenale

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L’idea nasce nel dicembre 2010 in occasione della firma del protocollo d’intesa tra il ministro La Russa, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e rappresentanti della Regione Veneto. Viene annunciata la realizzazione di un albergo da 400 posti in una struttura dell’Arsenale di Venezia, l’area degli ex sommergibilisti: 180 stanze con annessa foresteria per 200 persone, piscina, palestra e ristorante. Costo del progetto: 30 milioni di euro. Roberto D’Agostino, il presidente di Arsenale Spa (51 per cento demanio, 49 Comune di Venezia) è contrario: «Premetto che farò quello che mi dicono di fare, se questo non confligge con la mia etica e la mia cultura. Detto ciò, la società si muove sulla base di piani particolareggiati del Comune che prevedono un’altra destinazione: residence per ricercatori del Cnr, foresteria per artisti, studenti o giornalisti che vengono per la Biennale. E non un albergo». «L’Arsenale – continua D’Agostino – è una struttura composita: il 40 per cento è dell’agenzia del demanio, quindi del ministero delle Finanze; il 60 per cento della Marina, quindi del ministero della Difesa. Di quest’ultima quota, il 70 per cento è inutilizzata, vuota. Sono queste aree che verranno affidate alla Difesa Servizi Spa». I cittadini, preoccupati, hanno chiesto un consiglio comunale straordinario. La riunione non ha prodotto decisioni. Solo una generica disponibilità del Comune a informare la cittadinanza e il Comitato per la restituzione dell’Arsenale a Venezia sulla destinazione finale dell’area.


Corsa all’incasso

“Valorizzare” significa in sostanza cambiare destinazione d’uso a un immobile. Trasformarlo in qualcos’altro al fine di massimizzarne il valore. E poi venderlo. Conviene a tutti. Ai Comuni, che vedranno rimpinguati i bilanci perché potranno ottenere fino a un quinto delle somme incassate dalla vendita e recuperare spazi (e cubature) finora riservati alle attività militari. Ai privati, che, oltre a comprare, grazie a principeschi appalti potranno ristrutturare, ricostruire, rimodernizzare, gestire e, soprattutto, fatturare cifre esorbitanti. E alla Difesa, che grazie alle vendite (o alle svendite) finalmente potrà emanciparsi dalle elargizioni del ministero dell’Economia e vantare un bilancio degno di una grande potenza, con l’ovvia conseguenza di poter aumentare le spese militari a proprio piacimento e senza il controllo di altri organi dello Stato. Mario Breglia ha gestito con la Scenari immobiliari, società che presiede, la “valorizzazione” degli immobili militari in Liguria, quando era ancora il demanio civile a gestirli: «Sono almeno dieci anni che i militari cercano di avere una cassa autonoma. Già negli anni Ottanta furono fatti tentativi per vendere le caserme così com’erano, una cosa praticamente impossibile, perché, date le condizioni e la natura degli immobili, o ci andava un altro esercito o si trasformava completamente la caserma. Oggi, invece, la si può vendere, anche a prezzi molto bassi: la si conferisce a un fondo immobiliare, si fa gestire il fondo a una società specializzata che si occupa di valorizzarla e il gioco è pressoché fatto». Ci sono aspetti del processo di alienazione, di per sé lungo e complicato, che non quadrano. Il primo è di carattere giuridico. Il protocollo del ministero della Difesa con i Comuni prevede che la destinazione d’uso degli immobili militari possa essere cambiata con la semplice deliberazione comunale. Lo dice la già citata legge 133. In soldoni: qualora si decidesse di trasformare strutture come il faro dell’isolotto di Palmaiola in Toscana, o quello di Punta Scorno all’Asinara in alberghi di lusso, potrebbe bastare il solo voto del consiglio comunale. Per velocizzare la procedura di “valorizzazione e alienazione” di veri e propri gioielli architettonici, potrebbero essere saltate le verifiche di conformità della Regione, ora necessarie per legge. Qualcuno ha protestato, sostenendo che queste semplificazioni sono pericolose mentre i controlli sulla politica del territorio quantomai necessari, soprattutto da parte di enti sovraordinati rispetto ai Comuni. La Regione Toscana ha fatto ricorso alla Corte costituzionale e l’ha vinto. Vanna Console, dirigente dell’avvocatura generale della Regione Toscana, spiega perché: «Quando il ministero della Difesa ha pensato di fare accordi con i Comuni per alienare i beni e riconvertire gli immobili, si è dimenticato delle Regioni. Un atto illegittimo e la Corte ci ha dato ragione. Faccio un esempio: se il piano strutturale di un Comune ha vincoli di livello superiore, come il piano di indirizzo territoriale regionale, la Regione deve esserne informata. Se metto un vincolo, la pianificazione comunale si deve adattare. Ma qui succede l’opposto».

Niente vincoli

Il ministero della Difesa va avanti, la sentenza della Consulta viene ignorata e i protocolli d’intesa vengono firmati a ogni pié sospinto. «Con le Regioni esistono gli accordi di programma – spiega Paolo Berdini, docente di Urbanistica a Tor Vergata – e oggi possono bastare quelli per far diventare automatica la variante di destinazione d’uso. È così che la nozione di pubblico scompare. È così che un immenso patrimonio costruito in centocinquant’anni di unità viene venduto al mondo degli immobiliaristi e della speculazione edilizia. Questi amministratori possono far saltare tutte le regole urbanistiche: come allora lo Stato unitario espropriò i beni che gli servivano per costruire la nazione

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Andrea Utzeri

l’inchiesta

La Russa ha fatto allo storico compagno di partito, il sindaco di Roma Gianni Alemanno: 700 milioni di euro, un importo corrispondente al Piano di rientro della capitale per colmare il buco di bilancio. Un regalo reso possibile proprio grazie al protocollo firmato tra Comune e Difesa nell’aprile 2010 e ratificato dal consiglio comunale di Roma a fine ottobre dello stesso anno. Il Comune avrà il 20 per cento dei ricavi ottenuti dalla valorizzazione di quindici immobili, in prevalenza caserme e forti. Al ministero della Difesa andranno quasi due miliardi di euro. Il bando ministeriale per il consulente che dovrà “comporre” il fondo in cui finiranno gli immobili è stato vinto da Bonelli-Erede-Pappalardo: si tratta del primo studio legale italiano, con un fatturato di 147 milioni di euro.


moderna, così oggi, con lo stesso metodo, questa classe dirigente compie il percorso inverso, svendendoli al privato». È lo stesso sottosegretario Crosetto a confermare che «il presupposto per le alienazioni sono le variazioni urbanistiche». «E tuttavia – riferisce Crosetto – sono procedimenti che possono richiedere fino a quattro anni per l’approvazione». Gli obiettiamo che queste operazioni possono facilmente prestarsi a speculazioni. «Si presterebbero molto di più se il ministero non avesse deciso, prima di vendere, di concordare con i Comuni la fine che faranno le strutture». Il ministero non sarà più ricco? Investirà in armi? «No. Il 15-20 per cento andrà agli enti locali, il 40 per cento al Tesoro, e l’altra parte verrà reinvestita in patrimonio immobiliare. Con il ricavato delle dismissioni non si possono fare spese correnti». E allora a che serve Difesa Servizi? «Per esempio a incassare, per conto del ministero, l’affitto di una struttura in concessione». E una volta che ha incassato? «Potrà investire dove gli dirà la Difesa». Appunto. Ci sono poi i vincoli naturalistici degli immobili militari. Se La Russa avesse consultato il suo omologo all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, avrebbe scoperto che molti dei tesori in vendita sono protetti, vincolati, blindati. In una parola, intoccabili. Prendiamo l’isoletta di Palmaiola con il suo faro: non solo fa parte del Parco nazionale dell’arcipelago toscano, ma è compresa dal Piano del parco in una zona a protezione integrale, dove la legge impedisce qualsiasi modifica di destinazione d’uso. «Che vendita e vendita! – tuona Umberto Mazzantini, responsabile Legambiente per le isole minori – qui vendono il nulla. Il Piano del parco viene prima delle delibere comunali. Qui siamo al paradosso: una parte dello Stato istituisce un’area protetta, un’altra parte la mette in vendita. Non si può toccar nulla, La Russa mi sembra Totò quando nel film Totòtruffa riesce a vendere la Fontana di Trevi a un turista». Stesso discorso per l’Asinara. Per il faro di Capo Scorno, secondo la stampa locale (L’Unione Sarda, 7 aprile 2010), Crosetto ha scritto direttamente al sindaco di Porto Torres: «L’immobile potrebbe essere posto sul mercato per essere gestito direttamente dal ministero con finalità turistico-alberghiere». Per dormire in una struttura analoga, il faro di capo Spartivento, diventato hotel a cinque stelle, si pagano minimo 400 euro a notte. Potrebbe fare la stessa fine anche il forte sull’isola della Palmaria, davanti a Portovenere, patrimonio Unesco dal 1997, e anch’esso all’asta? Crosetto puntualizza che non tutti i beni pubblicizzati verranno venduti: «Nella lista ci sono diverse tipologie. Alcune strutture verranno cedute, altre no. Quelle storiche sostanzialmente non verranno cedute».

Amor di patria?

Gli immobili militari sono spesso di gran pregio. Medievali, rinascimentali, barocchi. Veri e propri documenti della storia del nostro Paese. Per questo l’alienazione deve essere approvata dalle direzioni regionali del ministero dei Beni culturali, mentre in caso di concessione il ministero deve controllare che l’immobile sia correttamente restaurato e che non sia sottratto al godimento pubblico. Non è un caso, dunque, che il presidente di Italia nostra, il magistrato di Cassazione Giovanni Lo Savio, nutra qualche preoccupazione: «Caserme e arsenali non devono essere gestiti a cuor leggero. Paesaggio e patrimonio storico-artistico sono valori assoluti, che non possono abdicare ad altri valori. L’articolo 10 del codice dei Beni culturali stabilisce che anche un immobile militare è un bene culturale. La difesa della patria corrisponde a un periodo storico fondamentale e quanto vi è correlato ha assunto da tempo valore identitario. Anche una caserma è un bene che permette al cittadino di identificare lo Stato. Se viene venduta è un pezzetto di Stato che se ne va. Purtroppo, nonostante il nostro sistema offra una tutela perfetta, assoluta, la pratica di gestione di questi immobili è gestita in modo condiscendente ad altri interessi. Per questo non si può sacrificare il patrimonio della Difesa alle esigenze finanziarie di uno Stato in affanno». “La diffusione sul territorio di siti, monumenti, luoghi simbolici del processo di indipendenza e unificazione nazionale è il primo dato di cui tener conto”: così recita il sito ufficiale per le celebrazioni dell’Unità d’Italia (www.iluoghidellamemoria.it). Il centocinquantenario ha portato con sé un’abbondante dose di retorica sull’esaltazione del Risorgimento. Lega permettendo, altrettanta retorica verrà impiegata da La Russa e colleghi per difendere l’unità conquistata e l’amor di patria. Patria e patrimonio derivano entrambi dal latino pater. Come difendere l’una e svendere l’altro?

B

Felpe d’assalto Un negozio all’aeroporto di Orio al Serio, ma anche a Fiumicino, Pisa, Verona e nell’elegante Cortina d’Ampezzo. Tra le priorità della Difesa Servizi c’è anche quella di sfruttare e tutelare i marchi di abbigliamento militare. Esercito Italiano e Aeronautica Militare sono brand attualmente in concessione alla Officina della Moda di Carvico (Bergamo) e alla Cristiano di Thiene in provincia di Vicenza. Il 65 per cento delle vendite va all’azienda, il 35 per cento al corpo. Secondo il quotidiano economico Il Mondo l’Aeronautica percepisce per lo sfruttamento del marchio 600mila euro l’anno; l’Esercito 200mila. Ma la Difesa non incassa. O meglio, incassa e devolve agli enti benefici militari, come l’Onaomce (orfani dell’Esercito) o la Fondazione Andrea Doria (orfani della Marina). Non è chiaro come avverrà lo sfruttamento dei marchi: la Difesa chiederà più soldi ai concessionari? Revocherà le licenze per gestirle in proprio? Oppure, attraverso Difesa Servizi, incasserà direttamente, con buona pace degli orfanelli?


l’Italia è una Repubblica a cura di

10 febbraio-Ancona

Mustafaray Xhemal era un fattorino in servizio presso un hotel di Torrette di Ancona. Albanese, 57 anni, è deceduto dopo essere rimasto incastrato e poi schiacciato dal montacarichi. L’uomo stava tentando di recuperare un vassoio che gli era caduto nella tromba del macchinario.

10 febbraio-Toano (Re)

Un agricoltore di 58 anni, Alfredo Costi, è scivolato sbattendo la testa sulla pala del proprio trattore. È poi caduto in un fiume, restando in acqua diverse ore fino all’arrivo degli inutili soccorsi.

10 febbraio-San Pietro di Cadore (Bl)

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro è il nostro osservatorio sulle morti bianche. Si tratta di un elenco parziale e incompleto, ricavato da fonti secondarie, degli infortuni mortali avvenuti tra il 10 febbraio e il 10 marzo. A cura di rassegna.it, sito d’informazione su lavoro, politica ed economia sociale, che dal settembre 2010 porta avanti un monitoraggio quotidiano delle vittime.

Michael Fuga Bellanova stava tagliando alberi con alcuni colleghi quando all’improvviso è rimasto schiacciato sotto un grande tronco di abete appena abbattuto. Aveva 19 anni e faceva il boscaiolo da due settimane.

13 febbraio-Narni Scalo (Tr)

Matteo Egizi, geometra di 33 anni, è morto in seguito alla caduta dal tetto di un capannone.

13 febbraio-Porano (Tr)

Dino Marangoni aveva 80 anni e faceva l’agricoltore. È rimasto schiacciato dal suo trattore ribaltato.

14 febbraio-Roma

Un uomo di 32 anni, A.N., di origine romena, è stato colpito da una trave che si è staccata dalla gru all’interno del cantiere edile in cui stava lavorando.

14 febbraio-Calascibetta (En)

Checco Giovanni Calandra è rimasto schiacciato sotto il peso di una ruspa. Così è morto l’uomo di 66 anni, mentre stava lavorando in un terreno.

15 febbraio-Reda (Ra)

Luciano Pezzi è morto schiacciato da un trattore mentre lavorava nel suo appezzamento nel Faentino. Aveva 72 anni.

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15 febbraio Borgo S.Maria di Pineto (Te) Massimo Croce stava installando una tenda in un’abitazione quando ha perso l’equilibrio ed è caduto dal balcone. La vittima, 76 anni, era titolare di una ditta di tendaggi di Atri, in provincia di Teramo.

15 febbraio-Sassari

Lina Lezzeri era una maestra precaria. Era diretta a scuola per fare solo un’ora di lezione alle elementari. Poi sarebbe andata a fare lezione in un altro istituto. Ha perso la vita a 44 anni nella sua auto, schiacciata da un tir sulla strada Sassari-Olbia.

19 febbraio-Bologna

Un operaio marocchino di 38 anni è morto in piena notte sull’A1. L’autotrasportatore, dipendente di un’azienda di Bentivoglio di Bologna, è deceduto in uno scontro che ha coinvolto cinque mezzi pesanti.

21 febbraio-Monfalcone (Go)

Un operaio bengalese di una ditta in appalto è morto a 23 anni nello stabilimento Fincantieri. Ismail Mia ha perso la vita precipitando da un’altezza di oltre 20 metri dentro a una condotta di ventilazione.

22 febbraio-Giammoro (Me)

Santo Fernandis, un operaio di 51 anni, è morto schiacciato tra due mezzi meccanici mentre lavorava in un’area industriale. L’uomo, assunto da una ditta in appalto, è rimasto incastrato tra un muletto e un camion che facevano manovra.

21 febbraio-Crepellano (Bo)

Infortunio mortale sulla corsia sud della A1: un camionista greco, 56 anni, ha perso il controllo del mezzo provocando un incidente. L’uomo è deceduto, un altro è rimasto ferito.

24 febbraio-San Felice sul Panaro (Mo)

Un vivaista di 48 anni, Stefano Ansaloni, è caduto mentre potava alberi nel cortile di un’azienda. Si è sganciato il braccio del cestello su cui stava lavorando.

25 febbraio-Germaneto (Cz)

Stefano Guarascio, 24 anni, stava lavorando su un ponteggio del cantiere per l’ammodernamento della Statale 280. È morto pochi minuti dopo la caduta.


fondata sul lavoro 25 febbraio-Cisterna di Latina

7 marzo-Porto Marghera (Ve)

26 febbraio-Meldola (Fc)

8 marzo-Roveredo in Piano (Pn)

28 febbraio-Milano

8 marzo-Atena Lucana (Sa)

Si è ribaltato il muletto su cui stava lavorando. Così è deceduto Fabio Stradaroli, operaio di 43 anni, impiegato nell’azienda Centroplast, sull’Appennino forlivese.

Un’operatrice volontaria della Croce blu, 45 anni, è stata coinvolta in un incidente mentre era in servizio. Un camion si è scontrato con l’ambulanza su cui lavorava nella strada provinciale Rho-Monza, all’altezza del comune di Baranzate.

1 marzo-San Donato Milanese

Un operaio italiano, T.F., di 43 anni, è rimasto schiacciato dal crollo di un muro all’interno del cantiere edile dove stava lavorando.

5 marzo-Aprilia (Rm)

È caduto da 10 metri di altezza, dal tetto di un capannone industriale, quello dell’ex vetreria Avir. La vittima è un operaio marocchino di 47 anni. Stava montando alcuni pannelli con i colleghi.

5 marzo–Torano (Cs)

Un carabiniere di 29 anni, Stefano Colucci, è morto in un incidente sulla A3 Salerno-Reggio Calabria. L’uomo ha perso il controllo dell’auto ed è finito fuori strada mentre era in servizio.

7 marzo-Pontedera (Pi)

Andrea Bacchellini aveva 28 anni ed è caduto da un’altezza di circa 5 metri. È deceduto subito dopo l’arrivo in ospedale.

7 marzo-Marrubbio (Or)

Trentacinque anni, Orazio Statzu faceva l’operaio in Sardegna. È stato travolto da un frana mentre lavorava all’interno di una galleria.

Giuseppe Fazio, un operaio di 34 anni, è stato travolto da un camion nel cantiere navale Fincantieri. L’uomo, dipendente di un’azienda in subappalto, è stato investito nel piazzale antistante alla mensa dello stabilimento.

Roberto Pillon, 52 anni, lavorava in un’azienda di costruzioni meccaniche, la Cimolai. Gli sono caduti addosso due pannelli d’acciaio di alcune tonnellate.

Roberto Vistocco, un imprenditore di 66 anni, è stato colpito da alcuni vetri che sono crollati mentre lavorava nel proprio deposito.

9 marzo-Licata (Ag)

Gaspare Popolo, 37 anni, è deceduto mentre montava un impianto di videosorveglianza in un colorificio. In seguito alla caduta ha riportato un grave trauma cranico.

9 marzo-San Giuliano Milanese

Giacomo Campanini faceva l’artigiano in un cantiere edile, nell’area ex Pirelli. È scivolato cadendo a terra da un’altezza di circa 3 metri. Aveva 77 anni.

9 marzo-Olevano Romano

Un operaio di 45 anni stava lavorando all’interno di un’abitazione in provincia di Roma. È stato travolto da una parete di cemento armato.

9 marzo-Luserna S. Giovanni (To)

Una ragazza di 26 anni, Morena Aglì, è rimasta folgorata in azienda. Stava lavorando vicino a uno strumento in rame per la produzione del formaggio, quando è stata colpita da una scarica elettrica.

9 marzo-Monterubbiano (Ap)

Aveva 69 anni ed era un agricoltore. Mario Felici ha perso la vita sotto il suo trattore che, ribaltandosi, l’ha schiacciato.

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10 febbraio-10 marzo morti sul lavoro

Maurizio Galimberti

Un giovane di nazionalità romena, P.F.B., stava lavorando a 10 metri di altezza sulla linea ferroviaria Roma-Napoli per disboscare l’area. È caduto ed è morto davanti a due colleghi.


mad in italy di

Gianni Mura

illustrazione Paolo Castaldi [edizioni beccogiallo]

la vita non è un racket A Genova con il nuovo regolamento di polizia urbana è vietato chiedere l’elemosina davanti a chiese, ospedali, cimiteri, uffici pubblici, banche, mercati e negozi. Vietato anche agli accattoni l’utilizzo di animali (a un cieco ridotto in miseria sarà consentito?). Potenziata l’assistenza a cani e gatti randagi. C’è qualcosa che stride, e non è l’assistenza agli animali randagi, diventati randagi perché abbandonati da esseri umani abusivamente definiti padroni. È che pure i mendicanti sono stati abbandonati da esseri umani, sono randagi su due gambe e nessuno li vuole. Non gli si può vietare l’ingresso in città, ma gli si può rendere la vita impossibile o quasi, in nome del decoro e della sicurezza. Ho anni a sufficienza per ricordare mendicanti sui sagrati delle chiese e nessuno aveva di che ridire. Li trovavi anche fuori dai cimiteri e dagli ospedali, luoghi dove si suppone che i visitatori siano più inclini a capire i disagi e le sofferenze altrui. Trovo più indecorose tre auto parcheggiate in seconda fila e molti manifesti sui nostri muri che un mendicante che suona il violino o semplicemente sta seduto sul marciapiede, con una ciotola davanti e qualche monetina. A Verona gli sequestrano anche ciotola e monetine. A Treviso la crociata moralizzatrice è partita dalle panchine (sentina omnium malorum?) con lo sceriffo Gentilini e non è che col sindaco Gobbo molto sia cambiato. D’altra parte, cosa gli vai a dire, quando le stesse crociate ad Assisi (luogo altamente simbolico, patria del Poverello) sono partite nel 2008? Divieto di mendicare nei luoghi situati a meno di 500 metri da chiese, luoghi di culto, monumenti, piazze ed edifici pubblici. Hai detto un prospero. Si suggeriscono non luoghi, incroci più che periferici (sempre che non sia vietato chiedere la carità ai semafori), campi di mais. Un bravo povero dovrà fare il contrario di Bisio nello spot: chiedere al telefono non dove trovare una pizzeria, un negozio di fiori ma dove non trovarli. Meglio dotarsi (i più poveri dei poveri) di un metro. Voce dal fondo: comodo parlare così, non lo sai che c’è un racket della povertà? Certo che lo so, e alle solerti forze dell’ordine non dev’essere difficile sgominarlo, visto che ormai ci sono telecamere anche sotto le ascelle degli alberi. Ma la maggior parte dei poveri non appartiene ai racket, a meno che la vita non sia un racket.

J


sono i vostri sogni a darCi EnErgia.

EnErgia pEr far muovErE il mondo a Emissioni zEro. realizzare. è questa la parola che ha sempre guidato la nostra energia: realizzare i progetti che nascono dalle vostre aspirazioni. Così siamo partiti dal sogno di muoversi a emissioni zero e a costi contenuti, e abbiamo realizzato le prime stazioni di ricarica pubbliche e domestiche per veicoli elettrici, che renderanno le nostre città più vivibili. innovando, abbiamo reso possibile un benessere più sostenibile p e rc h é a b b ia m o s emp r e cr ed u t o i n u n’ e ne r gi a i na r r e s t a bi l e . Com e i v os t r i s ogni .

enel.com


Mark di

Nicola Sessa

foto Michael [laif/contrasto]

Wolf

Lacy

L’estetica dell’emergenza Una volta erano il pallone e le figurine Panini. Oggi a intrattenere i più giovani sono gli AK-47 e le bombe virtuali dei videogiochi per PS3 e Xbox. Gli adulti, invece, guidano i Suv Hummer che tanto ricordano i veicoli da guerra e si nascondono sotto i caschi della Diesel, tipo Top Gun. Giorgio Armani, il re dell’alta moda, veste gli agenti della polizia di Stato e la gente va in giro in abbigliamento mimetico e giubbotti che somigliano a quelli antiproiettile. All’Università di Lancaster Mark Lacy studia questa nuova società militarizzata

Mark Lacy Nasce nell’Essex (Gran Bretagna) il 17 febbraio 1973. Insegna Teorizzazione di sicurezza e guerra all’Università di Lancaster, nel Lancashire ed è attualmente impegnato nella stesura del saggio Paul Virilio and Critical Security Studies. Ha già pubblicato: Security and Climate Change: International Relations and the Limits of Realism (2005); Global Politics in the Information Age (2006) e in collaborazione con François Debrix The Geopolitics of American Insecurity: Terror, Power, and Foreign Policy( 2008).

Professor Lacy, lei sta studiando le sovrapposizioni tra sicurezza, tecnologia ed estetica che hanno dato vita a un “design” dettato dall’emergenza e dalla sicurezza. Può spiegarci cosa intende quando fa ricorso a espressioni come “estetica dell’emergenza” e “società militarizzata”? «Mi riferisco al lavoro di alcuni intellettuali che analizzano il ruolo svolto dalla politica contemporanea in un periodo in cui coesistono diversi tipi di emergenze: economiche, sociali, culturali e di sicurezza. Questa stessa politica è chiamata a far passare misure che modificano profondamente le nostre società, la nostra idea di democrazia, di comunità, uguaglianza e libertà. L’ossessione

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del terrorismo, in particolare, porta alla costituzione di una società militarizzata e paranoica che influenza ogni aspetto della vita dal divertimento all’educazione, dalle politiche sulla sicurezza alle nostre relazioni con gli altri, soprattutto con quelli che sono ‘diversi’ da noi». Negli anni Settanta, Paul Virilio prefigurava un futuro fatto di “Stati ai minimi termini” concentrati sulla privatizzazione di ogni aspetto della vita tesi a favorire l’emergere di “società recintate”. A oggi, quanto è avanzato questo processo in Italia? «Non sono un esperto di politica e storia italiana, ma l’Italia continua a produrre oggetti molto interessanti in termini di estetizzazione della vita politica e di consumismo militarizzato (si pensi per esempio ai caschi per moto prodotti dalla Diesel che sembrano disegnati per un pilota di jet o al fatto che Armani presti la sua matita per disegnare le uniformi della polizia). Non c’è dubbio che in Italia si stia incoraggiando un tipo di sicurezza su base privata e individuale: come dimostra l’impiego dei vigilantes per garantire l’ordine e la sicurezza a Milano e in altre città».

Mark Lacy

A proposito, sa che durante la parata militare del 2 giugno ai Fori Imperiali la sicurezza è stata affidata a una compagnia di vigilanza privata e non ai soldati dell’esercito? «Non ci posso credere. Ma ciò conferma quanto ho appena detto».

Paul Virilio Nasce a Parigi il 4 gennaio 1932. È filosofo di fama internazionale, scrittore, urbanista e teorico culturale. Profondamente influenzato dalla guerra lampo e dalla guerra totale, durante il secondo conflitto mondiale ha plasmato la sua comprensione del movimento e della velocità che struttura la società moderna. “Velocity” è la parola chiave del suo pensiero, il tesoro post-moderno e la capitale della società moderna. È autore di molti libri tra cui: War and Cinema: The Logistics of Perception (Verso, 1989) e Strategy of Deception (Verso, 2000).

Walter Benjamin Nasce a Berlino il 15 luglio 1892 in una famiglia alto-borghese di origine ebraica. Il suo pensiero sostiene la necessità che le classi rivoluzionarie sappiano svolgere il loro compito teorico e pratico senza cullarsi nell’illusione di riforme graduali e indolori, ma assumendo invece una responsabilità epocale: quella di capire e far capire che viviamo in uno “stato di emergenza”.

Tra il 1930 e il 1940, Walter Benjamin ha approfondito in ogni suo aspetto l’estetizzazione della vita politica nella Germania nazista analizzando i possibili risvolti di una manipolazione della vita reale. Cosa vedrebbe oggi Benjamin esaminando, invece, l’attrazione degli italiani per un determinato tipo di consumismo? «Se Walter Benjamin fosse vivo, probabilmente avrebbe sostenuto che la militarizzazione del consumo rivela qualcosa di molto più oscuro presente nella società italiana. Ma non credo che gli italiani siano attratti da questo tipo di consumismo molto più degli inglesi, degli americani o dei francesi». Ci può fare qualche esempio di consumismo militarizzato? «Di esempi ce ne sono tantissimi. Alcuni sono molto espliciti e facilmente riconducibili al mondo militare, tipo i caschi della Diesel, i Suv Hummer o tutta l’industria del videogioco tipo Modern Warfare 2. Altri hanno un richiamo molto più sottile, subliminale: per esempio quando alcuni capi di abbigliamento hanno dettagli che ci ricordano le uniformi militari. Ma ciò che credo sia veramente interessante è il mercato della protezione che mira a entrare nella vita di tutti i giorni. Molti di questi oggetti fanno ricorso alle più avanzate tecnologie: si pensi ai tagging devices utilizzati per sorvegliare i propri figli, o ai produttori di giubbotti antiproiettile che firmano anche capi di abbigliamento, o ancora applicazioni di prodotti tipo iPad che permettono, in caso di furto, di individuare la propria automobile. Ciò che preoccupa è che questi

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strumenti, che una volta venivano considerati paranoici ed estremi, siano diventati normali. In una società individualistica è molto facile che sicurezza e protezione individuale possano essere maggiormente accettate. Non dovremmo sottovalutare la capacità dei media, dei politici e delle corporation di manipolare le nostre paure e i nostri desideri. Allo stesso tempo dobbiamo stare attenti affinché nel nostro consumismo del divertimento non passi l’idea di guerra e violenza come qualcosa capace di intrattenere: guidare un drone in Modern Warfare 2 per Playstation 3 è qualcosa di molto vicino alla realtà. Questo tipo di consumismo contribuisce a banalizzare il concetto di violenza e di guerra all’interno della nostra società. E questo è lo stesso avvertimento che lanciava Walter Benjamin mentre il fascismo prendeva piede in Europa». Come è cambiata l’Italia, se è cambiata, agli occhi di un intellettuale britannico? «Ciò che trovo preoccupante in Italia è che si continua a dimenticare il proprio passato. Nel 2009 ho visitato a Milano una mostra dedicata al Futurismo, aspettandomi di trovare anche qualche informazione sui rapporti tra questa corrente culturale e il fascismo. Niente di tutto questo: forse ciò non vuol dire nulla. Ma un mese prima ero stato in vacanza sul lago di Como e ho notato che nei negozi era possibile acquistare ogni tipo di souvenir con l’immagine di Mussolini: magneti, foto, piatti. Questi prodotti sono spariti dai negozi non appena s’è iniziata ufficialmente la stagione turistica. Questa è una tendenza molto preoccupante, non solo per l’Italia ma per tutti quegli Stati che cancellano la storia rendendola romantica con una buona dose di arroganza. Dall’altro lato, devo dire che sono rimasto impressionato dalla qualità delle librerie e degli editori italiani e dalla facilità con la quale si possono trovare, più facilmente che in altri Paesi, degli studi molto interessanti. Quindi c’è ancora speranza. Una delle più brutte immagini che io


abbia mai visto negli ultimi anni è la foto di una famiglia su una spiaggia italiana, rilassata al sole, non lontana dal cadavere di un immigrato portato a riva dalle onde. Ma questa indifferenza, a cui Zygmunt Bauman si riferisce con il termine “umanità di scarto”, non è certamente riferibile solo all’Italia. Il pericolo più grande è che questo privilegiato rifugiarsi in una società paranoica che rincorre la sicurezza si traduca in indifferenza nei confronti di coloro che soffrono intorno a noi». Crede che l’Italia stia rischiando una svolta autoritaria? «Non sono sicuro che l’Italia sia così differente da altre nazioni ossessionate dal terrorismo, dall’immigrazione e da tutte le nuove fonti di insicurezza che nutrono le paranoiche politiche in Europa. Ciò che potrebbe penalizzare l’Italia è forse una apertura all’autoritarismo, alla corruzione politica e al razzismo. Ma può darsi che in Europa ci siano altre forme nascoste di controllo, anche più pericolose e insidiose, per le nostre vite».

Mark Lacy

W


Niger River Delta

foto Ivo Saglietti Nigeria, Delta State e Ogoniland

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Kroo Bay Waters

foto Samuele Pellecchia Freetown, Sierra Leone


Sicilia assetata foto Massimo Di Nonno Sicilia, Italia

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Tribunal Fluvial foto Samuele Pellecchia Brasile, Stato di Amapรก

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The Liquid Border foto Luana Monte Romania, foce del Danubio

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Nam Theun 2 foto

Samuele Pellecchia

Laos

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Si scrive acqua, si legge democrazia L’acqua che manca, scarseggia, si spreca, s’inquina e alimenta un modello di sviluppo che in sessant’anni ha dimezzato le risorse idriche del pianeta. È la “crisi mondiale dell’acqua” che porta l’Onu a denunciare la mancanza di servizi sanitari di base per due miliardi e mezzo di persone e la morte per dissenteria o banali patologie intestinali per 4.109 bambini al giorno. Lo scorso 18 agosto “il diritto all’acqua potabile e sicura e ai servizi igienici” è stato dichiarato dall’Assemblea delle Nazioni unite “un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”. Un passaggio storico, rimasto sotto silenzio, perché le dichiarazioni universali non determinano più le scelte politiche. La realtà dei servizi e della gestione idrica, almeno dalla metà degli anni Ottanta – e a partire dal Medio Oriente dove scarsità e conflittualità della risorsa sono storicamente più evidenti – non risponde più alla logica del “diritto” ma a quella del “bisogno”. Vent’anni di sbornia di mercato e di martellamento da parte di Banca mondiale, Fondo monetario internazionale (Fmi) e Organizzazione mondiale del commercio (Wto) hanno trasformato un bene, pubblico e comune, in un prodotto commerciale. Non più fattore di uguaglianza e di welfare universale per i cittadini, ma servizio mediato dal mercato per gli utenti. Ma quanto vale l’acqua per chi non ne ha, per chi inquina o per chi si dimentica il rubinetto aperto? La risposta è stata affidata al prezzo, al meccanismo di domanda e offerta che con i beni naturali, e a maggior ragione con un monopolio naturale, non funziona, come sapevano bene gli economisti classici e come ci hanno ricordato due recenti premi Nobel per l’economia quali Joseph Stiglitz ed Elinor Ostrom. I dati sono evidenti: il sistema è peggiorato, l’esclusione è aumentata, l’efficienza è fallita, la risorsa è stata sprecata. E l’acqua che si vende, si privatizza, si quota in borsa ed entra nel tritacarne del mercato finanziario, è la realtà che governa buona parte – quella dei rubinetti, ma ci si sta attrezzando anche per gli iceberg e i ghiacciai – della risorsa più vitale e strategica per la vita, non solo umana. Perché l’acqua che serve l’agricoltura, le città, ogni tipo d’industria e lavorazione, quella che arriva dalle montagne e torna al mare, è una sola. Un solo ciclo. E chiunque voglia parlare seriamente di mutamenti climatici, di diritti universali, di cibo o vorrà ancora parlare di lavoro, di energia, di economia e di consumi, si troverà sempre a dover fare i conti con l’acqua e con le due questioni che segnano questo nostro tempo: scarsità e mercificazione.

L’acqua inevitabilmente disegnerà la politica del XXI secolo e una nuova geografia che rende già palese quanto sia sbagliata la visione Nord-Sud di un mondo i cui confini attraversano nazioni e metropoli dividendo essenzialmente i poveri e gli esclusi dai beni essenziali (acqua, ambiente, sanità, istruzione, casa, cibo) dal resto della società. Attraversate una grande città del Sud del mondo come Johannesburg lungo le grandi arterie senza marciapiede, dove corrono solo automobili e camion. Da una parte della strada un susseguirsi di villaggi residenziali, protetti da muri, sormontati da filo spinato e guardati a vista da poliziotti privati. Oltre il muro, villette e prati all’inglese irrigati automaticamente, curatissimi campi da cricket e calcio, piscine piene di giochi d’acqua e bambini che si divertono. Dal lato opposto della strada, orribili slum, dove si ammassano milioni di persone. Un continuo di baracche e fogne a cielo aperto dove i bambini continuano a giocare nell’acqua ma rischiano di morirci. Qui non ci sono servizi igienici e l’unica acqua potabile arriva ogni mattina col camioncino, in recipienti di plastica da cinque o quindici litri, col marchio Coca-Cola. Acqua che si paga 15 volte di più di quella che sgorga da rubinetti e innaffiatoi dall’altro lato della strada. Che cosa separa la vita e la morte lungo questa strada? Duecento metri di tubo che non ci sono, perché senza un investimento pubblico, senza un piano regolatore e il riconoscimento del diritto ad abitare, in quelle baracche non c’è alcuna possibilità di allacciamento alla rete idrica. Rispetto a ciò che chiamiamo sviluppo o progresso, a quale tempo appartiene Johannesburg? Al passato di un Paese in via di sviluppo o al futuro, anche nostro e delle nostre città, scosse dalle immigrazioni dei nuovi poveri e dalla bancarotta del pubblico, con il privato fornitore di servizi

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di foto

Claudio Jampaglia

Massimo Di Nonno Luana Monte Samuele Pellecchia Ivo Saglietti

Il referendum Il 12 giugno si vota. Una coalizione sociale tra le più composite, locale e nazionale, propone ai cittadini italiani l’abrogazione di due leggi: la prima che obbliga la privatizzazione delle aziende pubbliche dell’acqua, la seconda che garantisce una remunerazione del 7 per cento sulle bollette dell’acqua. Il governo ha rifiutato l’accorpamento con le elezioni amministrative e ha stabilito il voto referendario (si vota anche per un quesito sul ritorno del nucleare e sul legittimo impedimento del presidente del Consiglio) nell’ultima data possibile per legge. Lo scopo è vanificare il quorum. Il Forum dei movimenti per l’acqua risponde con la campagna “una bandiera a ogni balcone” (www.acquabenecomune.org) e con un’originale campagna di sottoscrizione con restituzione in caso di vittoria (www.referendumacqua.it).

Claudio Jampaglia è autore, insieme a Emilio Molinari, di Salvare l’acqua, Feltrinelli.


secondo le disponibilità dei cittadini? La logica della scarsità della risorsa è stata rovesciata in quella della possibilità economica di garantirsi la propria parte di diritto a vivere. Eppure di acqua ce ne sarebbe ancora in misura sufficiente per tutti, distribuita in maniera radicalmente diseguale, ma si potrebbe ancora salvare la risorsa. La condizione necessaria è il cambiamento delle produzioni e dei consumi più idrovori delle società sviluppate. Gli studi sull’impronta idrica (www.impronta-idrica.org) sostenuti dall’Unesco raccontano puntualmente sprechi e diseconomie degli usi d’acqua: dai 140 litri necessari per una tazzina di caffè ai 16mila litri per un chilo di carne rossa. Una letteratura vastissima, scientifica ed economica, sa dirci cosa dovremmo fare per invertire la rotta e garantirci un futuro, riutilizzando le acque grigie, risparmiando, convertendo. Ma tutto questo difficilmente vale per chi è povero e vive con meno di due dollari al giorno o per chi in società sviluppate non ha reddito, lavoro e certezze. Per loro l’acqua costa ancora di più. E se, laddove è scarsa, l’acqua viene venduta, comprata e consumata come un dato del Pil, allora il nostro tempo deve rispondere obbligatoriamente a delle domande di sopravvivenza: può il mercato garantire il diritto all’accesso all’acqua a tutti gli esseri viventi e per tutti gli usi umani vitali? Può il mercato ispirare una politica di tutela e risparmio della risorsa naturale in crisi? Può “l’imprenditore-produttore” prescindere dal vendere sempre più acqua e dal cercare di realizzare il suo migliore profitto? Queste sono le domande che dovrebbero porsi i legislatori, gli amministratori. Da queste domande si giudica, per esempio, la politica di gran parte del Parlamento italiano che, dopo un lungo e contorto percorso di decreti ed emendamenti in materia di servizi idrici (con il centrodestra e con il centrosinistra), ha votato il 19 novembre 2009 l’obbligo per tutti i Comuni italiani di privatizzare i servizi idrici locali entro il 2011. Una scelta in controtendenza rispetto a metropoli europee come Parigi o Berlino che, grazie alla volontà di chi la governa nel primo caso e a un referendum popolare nel secondo, tornano a ripubblicizzare i loro rubinetti. E ancora più distante dalle norme costituzionali votate in Ecuador, Uruguay, Bolivia che difendono il “bene naturale” da qualsiasi appropriazione e speculazione. Invece in Italia si torna a privatizzare. Anche se con l’acqua il mercato fallisce e solo la politica può garantire ai privati la redditività del servizio, consegnandogli infrastrutture costruite con i soldi di tutti, finanziandoli con nuove opere e con le bollette dei cittadini. Perché alla fine la privatizzazione dei servizi idrici significa permettere a mani private d’infilarsi nelle tasche dei cittadini e tradirne l’uguaglianza di accesso. Per questo, la privatizzazione dell’acqua ci sfida a rispondere chiaramente a una domanda semplice: qual è il motore della società? Il denaro o i diritti; le borse o le Costituzioni; la mediazione del mercato tra gli interessi di ciascuno o l’interesse pubblico e comunitario? Chi deve prendere la parola per primo: i cittadini o le aziende?

E

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Nigeria

Il Delta del Niger, un tempo uno degli ecosistemi fluviali e marini più importanti del pianeta, può essere descritto solo con un neologismo: petrolacqua. Il fiume è ormai fuso con l’idrocarburo, il territorio è diviso in protettorati con insegne da distributore di benzina (c’è l’italiana Agip) e la gente beve, si lava, cucina con acqua inquinata, mangia pesce contaminato e coltiva campi ammalati. Terra sacrificata al barile, alla pompa, alla plastica, al bitume al prezzo di 31 milioni di abitanti che vivono in uno stato di “deprivazione sociale, profonda povertà, sporcizia e squallore e conflitto endemico” (fonte Undp). Alcuni la chiamano “maledizione delle risorse”, altri “capitalismo di rapina”, ma qualunque sia il giudizio non potremo mai invertirne il segno se il bene naturale acqua non sarà valutato più utile e vitale del bene economico petrolio.

Sicilia

Chi governa l’acqua, governa la terra. E chi governa i rubinetti? Ad Agrigento, Caltanissetta ed Enna la risposta dei cittadini, con razionamenti continui, qualità scarsa e bollette tra le più salate d’Italia, sarebbe alquanto scortese. Perché in Sicilia, caso unico italiano, su nove Province, sei sono gestite direttamente e in solitaria dai privati. E ci sono proprio tutti: imprese locali e uomini d’affari chiacchierati insieme ad aziende europee, multinazionali globali e multiutilities del Nord. Un mercato che vale sei miliardi di euro di appalti e fondi e che ai cittadini siciliani costa due volte, con la bolletta e la fiscalità generale, al netto dei rischi sanitari e dei disagi che comporta. Da quasi un anno, però, i movimenti locali dell’acqua e 135 sindaci contrari alla privatizzazione hanno depositato al Parlamento regionale una legge d’iniziativa popolare per far tornare l’acqua pubblica, sotto controllo diretto dei cittadini. La chiamano “acqua bene comune” ed è sete di democrazia.

Romania

Nel 2000 un’onda di 50 chilometri d’inquinamento da cianuro, fuoriuscito da una miniera d’oro in Ungheria, ha ucciso l’affluente Tisa e minato l’utilizzo delle acque del Danubio per qualsiasi scopo umano. Dieci anni dopo un’onda di fango rosso, questa volta proveniente da una fabbrica di prodotti d’alluminio, ha colpito irreparabilmente l’affluente Marcal ed è tornata a porre la questione della sopravvivenza del fiume europeo. In mezzo, decine di altre catastrofi rubricate come “incidenti”. Secondo un’indagine dell’Eurobarometro circa il 68 per cento degli europei pensa che la qualità dell’acqua sia un problema grave. La colpa è da attribuirsi a industria e agricoltura, ma nel dubbio l’84 per cento dichiara di aver ridotto i consumi idrici domestici.

Laos Brasile

Il “barco” è alto due piani, lungo 22 metri e ogni due mesi raggiunge le comunità più remote della foce del Rio delle Amazzoni, nello Stato di Amapá, per portare giustizia, cure mediche, registrazioni anagrafiche ed elettorali, vaccinazioni e distribuzione di libri. Il progetto Justiça Fluvial Itinerante è una delle iniziative con cui i brasiliani cercano di riconciliarsi con il loro grande fiume che rappresenta l’11 per cento di tutta l’acqua dolce del pianeta (ogni giorno, in mare, ne arriva quanta basterebbe a dissetare New York per dieci anni). Eppure qui la gente beve prevalentemente acqua in bottiglia perché quella del fiume deve essere trattata, le reti di potabilizzazione costano, gli investimenti scarseggiano. E la marca più comune, da Manaus a Belém, si chiama Bonaqua, di proprietà della Coca-Cola, acquistabile, in varie declinazioni, in 47 Paesi del mondo.

Sierra Leone

Kroo Bay è il cuore di Freetown, la capitale della Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri del mondo. Un cuore maleodorante di fango e spazzatura che vive le stagioni come una continua catastrofe: epidemie e niente acqua durante il periodo secco; troppa acqua, smottamenti e frane con le piogge. A Kroo Bay scorre un fiumiciattolo chiamato Crocodile, non ci sono fogne e l’acqua potabile si compra per strada in sacchetti o bottigliette e si paga cara. È qui, come in tutti gli slum, che si può trovare l’unico vero mercato dell’acqua, regolato da domanda e offerta, con prezzi che cambiano secondo il periodo, la richiesta e la disponibilità. Ed è qui, più che nel resto della città, che si muore di febbre tifoidea, diarrea e colera (tutte patologie da acqua sporca), più che di aids e malaria messe insieme.

Un tempo erano le “icone del progresso” e non c’era Paese in via di sviluppo che non lo ricordasse su una banconota, oggi sono il paradigma della sostenibilità: dighe, grandi opere che servono sicuramente alle multinazionali del cemento, ai latifondisti e all’agroindustria sottraendo sovranità e terra alle comunità dove vengono costruite. Dal 1997 una Coalizione delle popolazioni colpite dalle grandi dighe si batte perché ogni sbarramento artificiale venga progettato e realizzato con la partecipazione degli abitanti e per la sostenibilità del territorio. In India, Cina, Africa, Sudamerica decine di progetti sono contestati dalla società civile che in molti casi è riuscita a fermare i lavori dimostrandone l’antieconomicità e il danno ambientale. Così non è stato sul Nakai Plateau, in Laos, dove nel dicembre 2010, dopo anni di opposizione, è stata inaugurata la più grande diga del Paese, costruita da una joint venture italo-thai-laotiana, con il sostegno della Banca mondiale e di proprietà del colosso francese dell’elettricità Edf.

Le immagini fanno parte del progetto fotografico collettivo intitolato: “S.p.AcquaDiritto umano o bene privato” realizzato da Prospekt per Amnesty International


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Casa dolce casa Spinelli

Casa dolce casa è l’osservatorio mensile sulle donne uccise in Italia da uomini che conoscevano, che hanno amato, di cui si fidavano. Si chiamano femminicidi e rimandano alla relazione di potere tra i generi, che resta tuttora un fattore che ordina la società. I dati pubblicati, vista l’assenza di ricerche ufficiali sul fenomeno, sono raccolti dalla stampa e riguardano il periodo di tempo dal 10 febbraio al 10 marzo. Questo monitoraggio viene effettuato in collaborazione con la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna (www.casadonne.it), associazione impegnata da diversi anni contro la violenza sulle donne, alle quali offre sostegno, ascolto, consulenze e case-rifugio, con una particolare attenzione ai figli minori. Da tempo inoltre la Casa svolge un lavoro di ricerca sul femminicidio dal quale ogni anno deriva un’indagine-quadro sulle donne uccise: nel 2010 sono state 127.

11 febbraio–Milano

Maria Rosa Barberis aveva 67 anni. E un figlio, Gabriele Romanato, 39 anni, con gravi disturbi psichici. Quando lui l’ha aggredita, le urla della donna hanno spinto una vicina a chiamare la polizia, ma era troppo tardi. Sfondata la porta, hanno trovato il cadavere. Gabriele Romanato è stato arrestato nei pressi della stazione Centrale.

16 febbraio–Strongoli Marina (Kr)

Andrea Marcela Iordache, 20 anni, romena, è stata uccisa con nove coltellate dal suo ex compagno, Florin Busliuc, 24 anni, stessa nazionalità, che ha subito confessato. Non accettava che finisse una storia dalla quale erano nati due figli. La giovane donna aveva deciso di interrompere la relazione proprio a causa del carattere irascibile dell’uomo ed era andata a vivere da due mesi con la madre. Durante l’ennesimo tentativo di convincerla a tornare insieme, Florin ha estratto un coltello da caccia e l’ha colpita. Il delitto è avvenuto nella casa della ex suocera. L’assassino si è seduto accanto al corpo e ha atteso che arrivassero gli inutili soccorsi. Poi si è consegnato ai carabinieri.

21 febbraio–Orvieto (Tr)

Anna Maria Valobra, 69 anni, è stata uccisa da una martellata in testa. Reo confesso il figlio, Antar Lombardo, 37 anni. La sua giustificazione: «La mamma era anziana e non volevo più vederla soffrire». Da qualche tempo sofferente per problemi fisici, il figlio come d’abitudine aveva chiamato la madre per farsi aiutare nelle faccende domestiche. L’ha aggredita appena giunta in casa. Il corpo della donna è stato trovato nella stanza da letto, avvolto in una coperta. A chiamare i carabinieri era stato il figlio, che in un primo tempo aveva finto di essere estraneo al delitto. Dopo un lungo interrogatorio, la confessione.

27 febbraio–Rimini

Aveva 25 anni, era romena, si chiamava Elena Catalina Tanasa. È morta all’ospedale per le conseguenze del pestaggio subìto dal fidanzato, Cristian Casile Lepsa, 35 anni, anche lui romeno. Per gelosia, pare, l’ha picchiata fino a ridurla in coma. Dopo due giorni di agonia, l’ha stroncata un’emorragia cerebrale. Ha donato fegato, reni, cuore, pancreas e polmoni. L’uomo aveva precedenti per rapina e furto aggravato. Le donne di Rimini hanno dedicato l’8 marzo a Elena, ricordando che negli ultimi cinque anni circa cinquemila donne si sono rivolte agli sportelli antiviolenza della zona.

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a cura di Stella


10 marzo–Acquapendente (Vt)

Imo Seri, 40 anni, ha ucciso sua moglie, Tamara Sperandini, 37 anni, e il figlio Francesco di quattro, mentre erano ancora a letto. Li ha colpiti numerose volte con una piccozza. Poi si è sdraiato accanto ai loro corpi e si è tagliato le vene con un coltello. Quindi il colpo finale alla gola. A scatenare la furia dell’uomo, titolare di un bar-pizzeria in cui lavorava con la moglie, sarebbe stata l’ennesima lite con Tamara che minacciava di lasciarlo e di non fargli più vedere Francesco, se non avesse messo fine alla relazione extraconiugale che portava avanti da tempo. A scoprire la tragedia, un cognato di Imo Seri che, non vedendolo arrivare al lavoro, né ricevendo risposta alle continue telefonate, è andato fino a casa, ha sfondato una finestra ed è entrato.

Cinque anni dopo a Genova

Luca Delfino, 33 anni, da cinque era sospettato di aver ucciso, il 28 aprile 2006, la sua ex fidanzata Luciana Biggi, 36 anni. Luciana venne sgozzata in un vicolo del centro storico. Delfino, indagato fin dall’inizio dell’inchiesta, nell’agosto 2007 a Sanremo uccise un’altra sua ex, Antonella Multari, 32 anni, delitto per cui sta scontando una condanna a 16 anni e 8 mesi. Per l’omicidio Biggi, però, le prove raccolte non sono bastate a farlo condannare. Dopo cinque ore di camera di consiglio, la Corte d’assise di Genova lo ha assolto. Il verdetto ha lasciato di stucco il pm Enrico Zucca, che aveva chiesto 25 anni. Durante la lettura della sentenza, da parte del presidente Anna Ivaldi, Luca Delfino non ha mostrato la minima emozione, né ha risposto alle domande dei cronisti mentre usciva dall’aula scortato dalla polizia penitenziaria. L’assoluzione ha suscitato un coro di proteste tra gli amici e i parenti delle vittime. I genitori di Antonella Multari non hanno trattenuto la rabbia: «È uno schifo unico – ha detto la mamma, Rosa Tripodi – non ho parole. Io e mio marito Rocco siamo disgustati. Adesso quel mostro starà dentro qualche anno e poi, giocando a fare il bravo ragazzo, uscirà per buona condotta e sarà di nuovo libero, dopo aver spezzato la vita di mia figlia e quella di un’altra donna». Amareggiata anche un’amica di Luciana Biggi, Federica P.: «Non volevo vendetta, ma non ho mai avuto dubbi su di lui. Credo meritasse una condanna». Federica aveva anche deposto al processo come testimone. Un’altra amica ha detto: «Non credo più nella giustizia». Di parere opposto il legale dell’imputato, l’avvocato Riccardo Lamonaca: «Ci speravo. Credo che la Corte abbia avuto molto coraggio a emettere una sentenza di questo genere, importante perché si poggia solo sulla mancanza di prove. È stato un processo in cui si è cercato di arrivare alla verità».


pìpol di

Gino&Michele

il mondo che voliamo Diciamolo subito: Pìpol, è un titolo che ha inventato Gianni, inteso come direttore. È fatto per quelli come noi, della generazione delle mannequin e dei frigidaire. Quelli che non sanno bene l’inglese perché allora, all’epoca delle nostre scuole, frequentare il francese pareva più intellettuale e l’inglese era considerato una lingua troppo tecnologica per una futura classe pensante mediterranea. Pìpol, dunque, dovrebbe essere una rubrica di Emèrgensi, così come diciamo-scriviamo noi che siamo passati direttamente dal milanese delle nostre nonne ai download dei nostri figli. Che tra l’altro in milanese “download” sarebbe “tirà giò”, un termine neanche poi tanto male. Non sappiamo ancora bene cosa scriveremo su questa pagina. Forse, seguendo l’intervento di Gino Strada a Firenze (lo trovate su YouTube), parleremo un po’ del “mondo che vogliamo”. Ma ci piacerebbe di più parlare del “mondo che voliamo”, perché volare è la più affascinante, antica e immaginativa utopia dell’uomo e se un giorno riusciremo a volare con le nostre sole forze riusciremo anche a farlo abbracciando dall’alto un pianeta più giusto e sereno. In pace con se stesso. Ma basterebbe in pace tout court e sarebbe già il massimo. Però Pìpol, che fin dal titolo è anomalo, sarà magari qualcosa un po’ fuori dalle regole. Non proprio così allineato e non sempre così profondo. O magari ci scriveremo cose profonde a modo loro, ma non troppo scontate. Per esempio, partiamo da Emergency, termine d’oltreoceano e d’oltremanica che viene da Emèrgensi, come da copione. Significa emergenza, situazione critica di grave pericolo, allarme, circostanza, difficoltà imprevista (e magari invece prevedibile, chissà). Emergenza, dal latino emergere. Participio passato: emersus. Il suo contrario è mergere (sempre latino): tuffare. Emergere è “il venire a galla di cosa tuffata, immersa”. Non ci si pensa, ma emergenza e emergere sono strettamente legati. Ci piace pensare che Emergency – e con lei tutti noi e, con noi, questo giornale – possa significare anche la necessità e la volontà di portare a galla tutte le contraddizioni di queste società malate dove ogni diversità è pretesto di sopraffazione. Emergency come qualcosa che emerge per respirare. Perché ogni pìpol abbia la dignità della sua storia. Riconosciamo a ogni popolo la sua storia. «Uì recognais tu evri pìpol deir ìstori», direbbe gente come noi, che Boris Vian l’abbiamo letto in lingua, ma, soffrendo Bob Dylan in versione originale, poi in spiaggia ci adattavamo a cantare “C’era un ragazzo che come me amava i Bìtols e i Rollinstòns…”.

W


decoder di

buen vivir

Violetta Bellocchio

di

Alfredo Somoza

cattiva l’abc del progresso ragazza cercasi

R

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C

Giacomo Pirozzi [panos/luz]

Una logica diffusa nei telefilm polizieschi vuole che “le ultime ore della vittima” siano la chiave di ogni mistero e che basti ricostruire quelle ore per trovare il colpevole. Quando Elisa Benedetti è morta nei boschi fuori Perugia, a fine gennaio, le informazioni disponibili erano poche. Allora giornali e tv hanno cominciato a raccontare la sua storia usando un meccanismo alla Fuori Orario o alla Cose molto cattive: il sabato sera che parte all’insegna del divertimento, magari con qualche trasgressione, ma dove tutto quello che può andare storto ci va, e l’eroe resta disarmato di fronte al suo nemico più tenace, la sfortuna. Quindi abbiamo due incidenti d’auto, dopo i quali la protagonista si rimette al volante; strani personaggi minori che spuntano dal nulla e poi spariscono; appuntamenti mancati, segnali stradali ignorati. E, di colpo, ci ritroviamo in un bosco. È qui che lo schema della tragicommedia lascia il posto al film dell’orrore. Benedetti chiama il pronto intervento senza ottenere aiuto. Scende dalla macchina, perde il cellulare. Il momento ideale per far entrare in campo un maniaco. Uno che conosce bene questa zona e sa come prendere in trappola i passanti. I media americani avevano seguito una traccia simile per il caso di Jennifer Moore nel 2006: un’altra serata tra amici, un’altra raffica di disavventure in crescendo. Solo che lì, poi, l’assassino era arrivato davvero. Invece la morte di Benedetti è stata tragica, ma accidentale. A quel punto non se ne è più parlato. Senza mostri a piede libero, la trama non funzionava. Curiosamente, nessuno ha pensato di rilanciarla con una morale del genere “le ragazze cattive fanno una brutta fine”. Che una donna di 25 anni potesse ubriacarsi e consumare eroina durante il weekend, conservando un impiego, un fidanzato e una casa, dev’essere sembrato troppo difficile da raccontare. Benedetti non rientrava nel profilo della sbandata, né in quello della cosiddetta final girl, la bellezza messa in pericolo dalle compagnie sbagliate. E se non corrispondi a un profilo, non esisti.

Poche volte nella storia latinoamericana una percentuale – il 32 per cento – ha offerto così tanti spunti per raccontare storie positive. Si tratta della percentuale di poveri e poverissimi del subcontinente, un terzo in meno rispetto al 1990. La democratizzazione partecipativa in America Latina, impossibile nel precedente equilibrio dettato dalla Guerra fredda, ha permesso grandi cambiamenti sul piano economico e sociale, in totale discontinuità rispetto all’eredità degli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Uno dei settori prioritari nella lotta alla povertà da parte dei governi genericamente definiti “progressisti” è stato quello dell’educazione. La totalità dei bambini uruguaiani in età scolastica, per esempio, ha avuto un notebook low cost collegato a internet grazie al quale sono diventati alfabetizzatori informatici delle proprie famiglie. Anche in Venezuela è stato estirpato l’analfabetismo, in questo caso quello tradizionale, grazie al collaudato metodo cubano. In Brasile, nel cuore del Nordest, la zona più povera del Paese che vanta il record mondiale negativo nella distribuzione del reddito, è arrivata la corrente elettrica e ora gli studenti possono fare i compiti a casa. Nell’Argentina del dopo default il governo ha istituito un assegno di sostegno per le madri, a condizione che i loro bambini frequentino la scuola invece di lavorare. In Ecuador e in Bolivia, in base al nuovo assetto costituzionale di Paesi plurinazionali e multiculturali, i programmi di educazione bilingue raggiungono oggi comunità indigene da sempre escluse dal sistema scolastico. L’educazione, considerata dai neoliberisti “un ramo secco da tagliare”, è tornata prepotentemente al centro delle politiche sociali latinoamericane. Educazione vista come strumento di inclusione e prevenzione del disagio sociale. Una piccola rivoluzione in controtendenza, che illustra meglio di mille discorsi che l’America Latina ha cominciato nuovamente a sognare il futuro, partendo dalla rimozione degli incubi del passato.


Matteo Dell’Aira foto Yuri Kozyrev di

[noor/luz]

Afghanistan

Ritorno

Un anno fa l’arresto dei tre operatori di Emergency, accusati di terrorismo internazionale dalle autorità della Provincia di Helmand. Dopo una settimana, tutti scagionati e liberi. Uno di loro ha ripreso quasi subito il lavoro nello stesso ospedale. Questo è il diario del suo “nuovo inizio”


a Lashkargah

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Ero appena tornato in Italia, dopo i brutti fatti di aprile 2010, e avevo già deciso di tornare a Lashkargah. Non stavo più nella pelle quando ho saputo dalla voce della presidente di Emergency che da lì a due giorni il nostro ospedale per i feriti di guerra avrebbe riaperto. Sullo sfondo di tanto entusiasmo, però, le domande sono sempre state molte. Non sono mai stato particolarmente coraggioso, ma sono sempre stato testardo per le cose a cui tengo. Qui però non si trattava di risalire in bicicletta dopo essere caduti ed essersi sbucciati un ginocchio. Qui c’era da dimostrare a me stesso che quello in cui credo, e che fa parte di questo meraviglioso lavoro, ormai è sedimentato dentro di me, è cemento. La spinta in più, come al solito, me l’ha data la mia famiglia: ho ricevuto tutto l’appoggio necessario, tutta la forza, tutta la “lucida follia” che ci vogliono per fare quello che facciamo con Emergency. Dopo cinque mesi passati in un lungo e profondo abbraccio da parte di tutte quelle persone che sono l’anima di questa associazione, mi ritrovo come sempre da solo all’aeroporto. E la paura comincia ad affacciarsi. Nella tasca sinistra del giubbotto mi sono portato la lettera, tradotta in dari e in inglese, con cui le autorità afgane certificano la nostra totale innocenza ed estraneità alle accuse di “terrorismo internazionale” che ci sono state rivolte contro. «Non si sa mai – penso – può sempre tornare utile». A Dubai fumo più di una sigaretta prima di fare il check-in: quella piccola telecamera che ti fotografa mentre ti controllano il passaporto mi mette in agitazione. Per fortuna non mi chiedono nulla. In volo per Kabul la mente ripassa tutti i momenti vissuti quando abbiamo lasciato quel Paese: ricordo che piovigginava mentre le autorità italiane ci accompagnavano fin sotto l’aereo.

E, di nuovo, un tuffo al cuore mentre mi controllano il passaporto a Kabul. Quelle divise da poliziotto le ricordo molto bene. Poi finalmente “a casa”, dove grandi sorrisi e abbracci mi accolgono, sciogliendo solo in parte lo stress. Rivedo il nostro staff, ci salutiamo calorosamente, mi chiedono tutti come sto e come sta la mia famiglia, quasi sentano quello che abbiamo passato. E finalmente volo a Lashkargah. Rivedo, dall’aereo, quei colori pastello su uno sfondo sempre uguale, desertico. Scendo e mi sembra che tutti i poliziotti, in assetto da guerra, siano lì per me. «Ancora?». Invece incrocio la faccia amica di Antonio e di Salim, l’autista che era con noi il giorno dell’arresto e che immediatamente dopo è riuscito ad avvisare il nostro staff nella capitale. Sono ancora troppo teso per lasciarmi andare, mi impongo di fare come se nulla fosse, come se fossi tornato da una vacanza. Ma dentro di me sento un vulcano. Rimango molto colpito nel rivedere le autorità per i saluti di cortesia: l’ultima volta, in tv, ci avevano accusato di voler uccidere il governatore della Provincia. Il capo dei servizi di sicurezza mi riceve nello stesso ufficio dove, il giorno dopo il nostro arresto, avevamo incontrato l’ambasciatore italiano, a turno, per brevi minuti. Mentre sono nella saletta d’attesa, tutte le guardie vengono a salutarmi.

Una raccolta firme spontanea a favore di Emergency organizzata dalla popolazione della provincia di Helmand.


Quelle stesse guardie che ci hanno tenuto in custodia per ogni giorno della prigionia e che mi facevano una gran paura appena si avvicinavano. La casa e la mia stanza, che ho dovuto lasciare di corsa il giorno in cui è stata perquisita da trenta poliziotti, sono pulite e in ordine. La strada che da lì porta all’ospedale mi sembra eterna, ma capisco che sono io a rallentare a ogni angolo, a ogni curva, a ogni negozietto. Già da lontano vedo la torre dell’acqua del nostro ospedale. Quando si aprono i cancelli, tra i sorrisi delle guardie, un enorme telo bianco davanti al pronto soccorso mi dà il bentornato. Il giardiniere, che “quel giorno” stava in ginocchio in giardino interrogato da persone armate, è uno dei primi a stringermi la mano. Vado quasi subito nel famoso magazzino dove si dice abbiano trovato le prove della nostra colpevolezza: è come se entrassi in casa mia dopo che sono passati i ladri. Qualcuno ha violato quel posto che adesso è tornato a essere quello che è sempre stato, pulito e ordinato. Un’emozione davvero grande rivedere il giardino non più infestato da uomini armati, ma pieno di fiori bellissimi e di gente indaffarata a mandare avanti le attività dell’ospedale. Scorgo anche qualche paziente che si gode il sole autunnale e capisco una volta di più, nonostante la fatica, perché sono di nuovo qui. Mi rendo conto di quanto devono aver sofferto i feriti che, nei quattro mesi di chiusura dell’ospedale, non hanno più potuto ricevere le cure di alto livello e gratuite, cui erano abituati. Capisco la frustrazione di una parte del nostro staff che è dovuto andare a lavorare temporaneamente in qualche altro posto che somiglia più a una clinica veterinaria. Capisco anche che molti, invece, non hanno colto il messaggio più profondo di Emergency e si sono semplicemente venduti al miglior offerente, spesso barattando la propria professionalità per un posto da interprete o autista, medico o infermiere, a cifre esorbitanti per gli standard locali. Anche costoro, però, quando hanno un parente ferito lo portano all’ospedale di Emergency. Con la riapertura, nel nostro staff sanitario c’è stato un

notevole ricambio di personale. Tra i nuovi, ci sono tanti giovani afgani arrivati senza alcun tipo di formazione medica. Il lavoro svolto con loro in questi mesi da noi “internazionali” è enorme e ne servirà altrettanto.

Si parte dall’abc: che cos’è un ospedale, che cos’è un ferito e che cosa significa igiene. Poi si passa alla spiegazione di come si deve assistere un paziente e con quali tecniche infermieristiche: ogni giorno ci sono lezioni teoriche per tutto lo staff, così come un training “spalla a spalla” che parte alle 8 del mattino e finisce alle ore più varie della sera. Uno dei nostri più bravi strumentisti faceva l’imbianchino. Era venuto anni fa a sistemare gli uffici e, quando abbiamo scoperto che sapeva parlare inglese, ha accettato la proposta di diventare aiuto infermiere. Intanto, qui la guerra non è mai finita: bombardamenti in lontananza tutti i giorni, intere zone minate che provocheranno vittime civili per chissà quanto tempo ancora. In città non passa giorno che non ci sia un allarme per un possibile attentato. Le grandi operazioni militari invece, che l’anno scorso a quest’ora erano concentrate nel villaggio di Marjah, si sono spostate più a nord. Per questo motivo molti pazienti non riescono a raggiungere il nostro centro chirurgico: troppe ore di strada e troppi pericoli. Mentre penso a tutto questo, che non è poco dentro di me, il cancello si apre e arriva l’ennesima paziente. I giardinieri hanno potato il giardino delle rose, tra un mese dovrebbero rifiorire splendenti come sono sempre state. Il cuoco di casa, Ahmad Shah, mi stringe in un abbraccio che vale mille parole. Non ho mai avuto dubbi, sono solo caduto sbucciandomi un ginocchio. Può succedere.

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Otto giorni Il 10 aprile 2010 la polizia afgana irrompe nel Centro chirurgico di Emergency a Lashkargah, nella provincia meridionale di Helmand. Con loro ci sono truppe Isaf britanniche. L’infermiere Matteo Dell’Aira, il chirurgo Marco Garatti e il logista Matteo Pagani arrestati e detenuti dai servizi di sicurezza afgani. Un video mostra il ritrovamento di alcune scatole contenenti armi ed esplosivi nel magazzino dell’ospedale. Erano state introdotte da ignoti subito prima del blitz, approfittando dell’evacuazione temporanea del personale internazionale per un falso allarme bomba. I tre membri dello staff di Emergency vengono accusati a mezzo stampa dal governatore della Provincia di Helmand di aver ordito un complotto per ucciderlo, in accordo con i talebani. Superata la scadenza del fermo preventivo, nessuna accusa formale viene formulata dalle autorità giudiziarie afgane. Emergency parla di “sequestro” e lancia in Italia una campagna per la liberazione immediata dei suoi operatori, che culmina il 17 aprile con una grande manifestazione a Roma, in piazza San Giovanni. Il giorno successivo Dell’Aira, Garatti e Pagani vengono rilasciati perché riconosciuti innocenti e del tutto estranei ai fatti.


Dieci anni di “guerra sporca” di

Enrico Piovesana

I sovietici ci misero nove anni a riconoscere il loro fallimento militare in Afghanistan e a ritirarsi. Gli Stati Uniti e la Nato, invece, dopo quasi dieci anni di occupazione militare – costati finora 60mila morti, tre milioni di nuovi sfollati e 500 miliardi di euro – non mollano la presa. Le truppe schierate continuano ad aumentare (oggi sono 140mila, due anni fa erano la metà) e le date dell’eventuale ritiro vengono continuamente rinviate (anche la scadenza del 2014 è stata archiviata). In ballo c’è il mantenimento di basi militari permanenti nel cuore dell’Asia e la costruzione di pipeline per accedere alle maggiori risorse energetiche del pianeta. Nonché, secondo diversi esperti (dallo storico americano Alfred McCoy al generale russo Mahmut Gareev), il controllo del principale narcobusiness mondiale: quello dell’oppio e dell’eroina, messo al bando dall’ex alleato americano Mullah Omar nel 2000 e rifiorito dopo l’invasione Usa del 2001. Nulla a che vedere, in ogni caso, con le finalità ufficiali della missione Isaf, come la sconfitta dei talebani, l’esportazione della democrazia e lo sviluppo del Paese: tutti obiettivi platealmente disattesi. Le forze militari occidentali conducono in Afghanistan una guerra sempre più “sporca”. Cresce il numero di civili uccisi dai bombardamenti aerei (27mila tonnellate di bombe sganciate nel 2010, contro le 14mila dell’anno prima) e nel corso di raid notturni e rastrellamenti. Proseguono le torture nelle prigioni segrete delle forze speciali statunitensi (le famigerate black jails denunciate da Human Rights Watch e dalla Croce rossa internazionale). Si moltiplicano le formazioni paramilitari locali che operano al servizio delle forze americane seminando terrore e anarchia (le Strike Forces provinciali e i Counterterrorism Pursuit Team finanziati dalla Cia, le milizie della polizia tribale create dallo US Joint Special Operations Command, i gruppi armati del programma Isci dei Marines). Non stupisce, dunque, la crescente ostilità della popolazione afgana verso le truppe straniere – percepite ormai come forze d’occupazione al pari di quelle sovietiche d’un tempo – e il sempre più diffuso sostegno popolare ai mujaheddin. Anche per questo i talebani hanno ormai ripreso il controllo di quasi tutto il Paese, al punto che il presidente Hamid Karzai, con il sostegno di Washington, è pronto

a farli entrare nel suo governo, di cui già fanno parte integralisti, signori della guerra e narcotrafficanti. Un governo, quello di Kabul, sempre più fondamentalista, inefficiente e corrotto, che non ha portato al Paese alcun miglioramento in termini di qualità della vita e di diritti umani, a partire dalla condizione delle donne.

L’Afghanistan rimane tuttora lo Stato più povero del pianeta. È all’ultimo posto degli indici di sviluppo umano dell’Onu, con la più bassa aspettativa di vita al mondo (44 anni), la più alta mortalità infantile (un bambino su cinque non arriva al quinto anno di vita) e un tasso di accesso all’acqua potabile a livelli di Africa sub-sahariana (solo un quarto della popolazione). L’intensificazione del conflitto seguita all’invio di nuove truppe deciso dal Nobel per la pace Barack Obama ha per giunta ostacolato l’assistenza umanitaria: la Croce rossa internazionale ha denunciato che “mai negli ultimi trent’anni l’accesso alla popolazione afgana è stato così difficile’’. Parole diplomatiche che alludono a veri e propri crimini di guerra, come quello commesso durante l’assalto a Marjah del febbraio 2010, quando i Marines americani impedirono l’evacuazione dei feriti civili. Le drammatiche condizioni di vita degli afgani non sono solo conseguenza diretta della guerra e del non governo di Karzai, ma anche della militarizzazione degli aiuti umanitari e dello sviluppo, gestiti dai Team provinciali per la ricostruzione (Prt) della Nato non a vantaggio della popolazione, ma “come parte integrante della strategia militare’’ (Robert Watkins, Onu), come “arma di guerra non letale’’ (rapporto congiunto Oxfam, ActionAid, Afghanaid, Care, Christian Aid, Concern, Norwegian Refugee Council, Trócaire). Pozzi, strade, scuole e cliniche in cambio di informazioni sul nemico: questo significa il famoso motto “conquistare cuori e menti”. Chi opera al di fuori di questa logica, rimanendo fedele ai princìpi di indipendenza e neutralità dell’aiuto umanitario, non ha vita facile in Afghanistan. Emergency ne sa qualcosa.

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Cessate il fuoco a cura di foto

Antonio Marafioti

Matt Shonfeld

Cessate il fuoco è l’osservatorio mensile delle vittime dei conflitti nel mondo. I dati, che si riferiscono al periodo dal 10 febbraio al 10 marzo, vengono raccolti da organizzazioni umanitarie o da fonti giornalistiche e quindi non potranno essere esaustivi. Per quanto riguarda la Libia, nel periodo preso in esame non è possibile fare una stima attendibile delle vittime.

Colombia 12 febbraio. È di 15 morti il bilancio degli scontri fra i guerriglieri delle Farc e un gruppo di narcotrafficanti appartenenti al cartello dei Los Rastojos. È accaduto ad Argelia, nella valle del Cauca, al termine di due giorni di intensi combattimenti. Milton Benavides, dirigente dell’amministrazione locale, ha confermato l’episodio e ha precisato che i corpi delle vittime sono stati lasciati accanto al campo di calcio cittadino in attesa che gli elicotteri militari provvedessero a recuperarli.

Afghanistan Il 2 marzo scorso nove bambini, di età compresa fra i 9 e i 15 anni, sono stati uccisi nel corso di un bombardamento aereo dell’Isaf mentre stavano raccogliendo la legna nei boschi di Nangalam, provincia orientale di Kunar. Hemad, 11 anni, unico sopravvissuto, ha raccontato di essere partito alle prime luci dell’alba per andare a fare il carico di ciocchi da ardere. Nello stesso momento, a poche centinaia di metri in linea d’aria, un gruppo di ribelli stava attaccando la base statunitense Benedizione, situata nella valle di Pech. Dopo l’attentato, nel quale è rimasto ferito uno dei soldati alleati, l’Isaf ha comandato una controffensiva aerea. Due elicotteri si sono alzati in volo per scovare e distruggere il gruppo talebano. Ma l’approssimazione con cui la Nato ha condotto l’operazione ha fatto sì che, invece che sui guerriglieri armati, gli elicotteri aprissero il fuoco sui bambini. La portata dell’errore militare compiuto sta nelle parole di Ashabuddin, zio di una delle vittime, Khalid, 14 anni, unico maschio in una famiglia di 13 sorelle: «I loro corpi – ha dichiarato l’uomo – erano stati fatti a pezzi dai razzi. Ad alcuni mancava la testa, ad altri le gambe o le braccia. Abbiamo cercato di ricomporli e li abbiamo riportati al villaggio su un letto di corda». Subito dopo l’accaduto la Nato ha prima smentito, poi annunciato l’apertura di un’indagine interna e, infine, ammesso l’errore.

291 27

Messico Colombia


284

Iraq Israele Palestina Nord Caucaso

8 65

30 7

Yemen Bahrein

13 207 21 391 62 5

Egitto Somalia Etiopia Sudan Nigeria Algeria Costa D’Avorio

550 404 4 44 46 16

Afghanistan Pakistan Birmania India Thailandia Filippine

69

2.544

vittime

Somalia Nigeria Il 13 febbraio undici persone sono morte e 29 sono rimaste ferite durante un comizio del presidente Goodluck Jonathan, in corsa per il rinnovo del mandato alle elezioni del 9 aprile. Alla fine della manifestazione la calca di gente che stava lasciando lo stadio di Port Harcourt, è stata messa in fuga dai colpi di pistola sparati in aria da un poliziotto per accelerare l’uscita della folla. Da lì il caos che ha provocato la tragedia. Il 2 marzo durante un altro raduno del Partito democratico del popolo, a Suleja, vicino alla capitale Abuja, sono morte tre persone e altre 21 sono state ferite da una bomba.

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Il 22 febbraio, dopo essere stati cinque giorni in mano a 19 pirati somali, quattro cittadini statunitensi sono stati uccisi al largo delle coste dell’Oman. Jean e Scott Adams solcavano dal 2004 i mari di tutto il mondo a bordo della loro imbarcazione, la S/V Quest, mossi dallo spirito d’avventura e dalla fede. Dopo ogni approdo nei porti internazionali i coniugi di Marina del Rey, California, distribuivano copie della Bibbia. In quest’ultimo viaggio con loro c’erano Robert Riggle, 67 anni, e Phyllis Macay, 59, entrambi di Seattle. I militari statunitensi hanno tentato di liberarli. Invano: i sequestratori li hanno uccisi con colpi di arma da fuoco pochi istanti prima del blitz nel corso del quale sono morti anche due membri dell’equipaggio pirata.


polis di

Enrico Bertolino

fotomontaggio

Adescalco Marangoniw

le idi di aprile In questo clima di fine Impero, il paragone con la storia, anche se con i dovuti distinguo, si impone comunque. Roma è la sede degli avvenimenti, guarda caso sempre la stessa. Cesare Augusto è il protagonista di allora, Silvio Vetusto quello di oggi. La trama è più o meno la stessa: depresso e stanco per le proprie condizioni fisiche e per un invecchiamento precoce, Cesare si ritirava a Roma, non andava più a visitare le truppe in rassegna sui vari e vasti confini dell’Impero e non poteva neppure telefonare, come fa il suo collega, a ogni convegno dei propri accoliti e a ogni trasmissione televisiva dei propri nemici. Dal Nord i Galli e le tribù barbare, consapevoli della debolezza dell’imperatore, chiedevano prebende e, se non le ricevevano, creavano malcontento nella popolazione. E pensare che il Federalismo non era ancora diventato il tormentone per far vedere chi comanda in certe regioni o distaccamenti. A Roma nel frattempo il clima era festoso: pare che i senatori passassero il 75 per cento del loro tempo alle Terme di Caracalla dove dicevano di lavorare per la grandezza di Roma, mentre invece si intrattenevano con ragazzine, ragazzini e quant’altro tra bagni e baccanali. Anche se nessuna di loro pare abbia mai affermato di essere pronipote di Ramsete II o cugina di Cleopatra. Tra i Romani c’era anche chi congiurava contro un Cesare sempre più ossessionato dai complotti (per una volta i comunisti non c’entravano niente, solo quella volta però). C’era chi tramava nell’ombra costituendo piccoli gruppi di oppositori interni che, al momento buono, si tiravano indietro per paura di perdere gli agi della vita imperiale: feste, orge e possedimenti avuti spesso a loro stessa insaputa. Tra questi c’era un’intera tribù asservita dieci minuti prima di essere conquistata senza spargimento di sangue, gli Scilipoti. Solo uno tra i dissenzienti, Bruto, si stava organizzando per conto proprio e alla fine riuscì nell’impresa di eliminare fisicamente Cesare. Sapeva che se avesse fondato un gruppo, Impero e Libertà, il capo o qualcuno dei suoi pretoriani lo avrebbe lasciato lì come un pirla o di sicuro lo avrebbe fermato. E gli altri? Dico l’opposizione all’Augusto, quella vera o almeno quella ufficiale, cosa stava facendo? Come mai toccò a Bruto armarsi e non a uno di loro? Semplice, l���opposizione a Cesare non si opponeva perché non esisteva, proprio come oggi. Ma, che so, un indovino, un Bersani o un Veltroni, travestito come la zingara della famosa trasmissione, che lo avvicinasse e che (come fecero con Cesare a cui gridarono «guardati dalle Idi di marzo») gli dicesse «guardati dai primi di aprile», forse non risolverebbe le cose, ma almeno farebbe un tentativo.

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Bari-Matera

Dal finestrino un mare di grano di

Christian Elia

foto

Fausto Giaccone

il treno fotografato da Giuseppe Mancino

Piazza Moro, Bari. Le palme, il traffico, come una cartolina da Algeri o da Marsiglia. «Serve il posto, dottò?», chiede un posteggiatore abusivo, saltato fuori da un giardinetto triste davanti alla stazione ferroviaria principale. Il mare è lontano, ma non abbastanza da scolorire tutto il Mediterraneo che si respira qui intorno. A destra dell’ingresso della stazione grande c’è l’accesso alla stazione piccola, quella delle Ferrovie Appulo Lucane. Un atrio plastificato, dove un bar e una tabaccheria diffondono una luce fredda che illumina a stento una targa impolverata. Racconta degli anni Trenta del Novecento, quelli del progetto della Società italiana per le strade ferrate del Mediterraneo. Un nome dal sapore antico, che sa di Indie e Orient Express, ma che aveva il più modesto obiettivo di collegare la fascia tirrenica a quella jonica, unendo le due direttrici costiere delle zone interne della Puglia, della Basilicata e della Calabria, fino a Bari. Fino all’Adriatico. La biglietteria è piccola, senza neanche un’idea di sala d’attesa. Dietro lo sportello tre persone, sembrano troppe in un luogo così stretto. In attesa del biglietto una ragazza africana e un turista giapponese. In fondo al corridoio due rampe di scale e una piattaforma semideserta. D’altronde il percorso è unico: Bari-Matera, 72 chilometri, un’ora e mezza. Un locomotore a gasolio, due vagoni. «Matera? In testa al treno, l’altra vettura termina ad Altamura», avvisa un addetto, il volto segnato come la sua divisa che sembra la versione vintage di quelle dei controllori dell’alta velocità. «Si metta pure dove crede – consiglia sbadigliando – oggi senza pendolari si sta larghi». Tutto è pronto per partire, per un viaggio da gustare a una velocità nuova rispetto a un presente che accelera, dentro e attorno al viandante. «Solo da poco hanno inserito qualche vettura nuova, di solito ci sono le vecchie». Laura è una dei tre

passeggeri del primo vagone. Vestito blu, borsetta tenuta stretta, sguardo perso nel vuoto. Voglia di chiacchiere, per ammazzare il tempo, proprio oggi che mancano gli abituali, quelli appesi al loro abbonamento da cento euro al mese. La versione classica del treno è una specie di foto d’epoca: panche in legno rivestite in pelle, schienali alti, dove poggiare comodi il capo, tra selvaggio West e Balcani. «Su quelli nuovi, anche se sembra incredibile, non ci sono i bagni», dice Laura, perché a volte nuovo non è meglio. «Buongiorno a tutti», dice l’operaio con le scarpe da lavoro e la tuta sporca di vernice. Prende posto, saluta Laura, come si fa quando si entra a casa o al bar. «Ci conosciamo tutti». Il locomotore parte, con il suo passo, come un ciclista esperto in salita. Bari scorre veloce sotto la ferrovia sopraelevata. Il centro lascia lentamente il posto alla periferia, via via popolata di vecchi villini tra ulivi e fichi d’India, che portano sulle mura sbrecciate le storie della ricca borghesia del secolo scorso. La città termina e si ritira sconfitta a Modugno, hinterland di un’industrializzazione mancata. La campagna conquista il palcoscenico. Palo del Colle, poi Binetto. Sulla banchina una donna avanti negli anni che si guarda intorno preoccupata, fino a quando sale sul treno. Poi si rilassa, saluta, si siede. Come quando arrivi a casa. Sullo sfondo, mentre il treno riparte verso Grumo Appula, un capostazione si gratta la fronte


con la paletta, simbolo di una figura che sta scomparendo. Nei grandi scali ferroviari questa categoria sta cedendo il passo a nuovi addetti, nascosti dietro strani banchetti e sovrastati da annunci pubblicitari diffusi a ruota dagli altoparlanti.

Il treno sbuffa verso Gravina di Puglia. Tutto cambia per restare uguale. Un’immensa distesa di campi e tratturi, i vecchi sentieri dei contadini. Gli stessi contadini delle battaglie per la terra, guidati all’inizio del Novecento da Giuseppe Di Vittorio e Tommaso Fiore, persi nei riti descritti dall’antropologo Ernesto de Martino e dalla giornalista Bianca Tragni, illuminati dallo stesso meriggio che ha ispirato i romanzi di Raffaele Nigro. Poco prima di Gravina la terra implode, precipita nei letti di fiumi sotterranei solo immaginati, che raccontano la sete atavica di popoli e piante. Qui, nella gravina,

un tempo scorrazzavano i morelli murgesi, razza equina svanita come i pascoli arsi dal sole. Colline, mai alte, segnano sinuose il cammino. Toritto, Mellitto, Pescariello. «Questo treno non lo toglieranno mai», garantisce la signora Anna, salita a Toritto. Occhi azzurri come l’acqua, che ti fissano senza mollarti, il fazzoletto infilato nella manica, marchio di fabbrica di una nonna vera. «Senza il treno come si fa? Mia figlia vive a Mellitto, ha sposato uno di là e io faccio avanti e indietro. Un bravo ragazzo, il marito, che vuole far studiare i figli. Ma non c’è lavoro né per lui, né per loro». Il controllore non passa, «di solito guarda le persone sul binario, prima che salgano alle varie stazioni», spiega Laura. «Se vede qualche faccia strana, di sicuro arriva, altrimenti resta a far due chiacchiere con il guidatore». Sembra che qualcuno, oltre i finestrini del treno, abbia srotolato un infinito tappeto verde. Altamura, ormai, è vicina. Vigila sul confine incerto tra Puglia e Basilicata, una terra di nessuno abitata dai falchi grillai che vanno a nidificare nei centri storici, dopo un volo rapido. Federicus me reparavit, recita lo stemma di


Come battiamo McDonald’s Il percorso del treno tocca due terre famose nel mondo per il loro pane: Altamura e Matera. Il pane di Altamura è un marchio mondiale, reso epico da un film del 2009 del regista Nico Cirasola. Focaccia Blues racconta la storia vera di una piccola focacceria altamurana che riesce a sconfiggere un esercizio che la multinazionale McDonald’s aveva aperto nella cittadina pugliese. Dopo un buon avvio, garantito dalla novità rappresentata per gli altamurani, il McDonald’s ha chiuso, battuto negli incassi dalla vecchia focaccia. A Matera, già nel Cinquecento, il pane veniva considerato tra i migliori d’Italia, impastato con farina di semola di grano duro, a forma di cornetto, e cotto nel forno a legna. Le donne lo preparavano una volta alla settimana, cuocendolo in forni comuni (in casa c’era la cucina economica), e lo timbravano per distinguerlo dal pane di altre famiglie. Il pane resta morbido. Con pomodoro e origano si chiama fedda arrossa, abbrustolito con aggiunta di pomodoro diventa la cialledda, che in materano significa chiacchiericcio, cibo di generazioni di poveri. Il pane si usa anche raffermo: lo si ammorbidisce nell’acqua bollita aggiungendovi olio, sale, uova, patate, cipolla.

Altamura. Le mura megalitiche difendono la sua storia. Terra di accoglienza e di ribellione, voluta maestosa dal grande re, Federico II, l’uomo che veniva da lontano, ma che amò il meridione d’Italia più di tanti altri nati da queste parti. La falconeria, con lui, si fece arte. Oggi resiste nelle recite per turisti e nei grillai che non si arrendono.

La presenza dell’uomo qui è antichissima, come i resti dell’Uomo di Altamura, vissuto all’incirca quattrocentomila anni fa nella grotta di Lamalunga. Uno di quegli ipogei pieni di storie e di racconti, rifugio di pastori e briganti e case di tanti eremiti. Affrescati, in larga parte. Interi disegni sono stati portati via per essere venduti ai collezionisti, impoverendo una terra che, a volte, è avara di gratitudine con la propria storia. Altre volte, invece, la storia se la racconta come crede. È il caso dei briganti che sono ancora vivi nella memoria della gente comune che ne ha fatto degli eroi popolari.

Figura centrale quella del bandito Carmine Crocco che, come si legge nel sito delle rappresentazioni estive per i turisti, “dà voce all’anelito di riscatto sociale, di rivendicazione di dignità e libertà, di un popolo, il popolo dei cafoni”. Una storia non ufficiale, in una terra che si vendica forse così di un destino che non è cambiato: ancora oggi, o briganti o emigranti. Forse il turismo di massa, con le sue attrazioni, renderà giustizia a queste terre. Dopo Marinella e Venusio, stazioni deserte, è tempo di Matera. «Per i Sassi bisogna aspettare Matera Centro», dice il controllore, per assicurarsi che l’unico forestiero non si sbagli. «Prima c’è Matera Villa Longo e dopo Matera Sud». Escludendo che il motivo della visita possa essere altro. Come, per esempio, quello di Luisa, sorella di Carlo Levi, arrivata nel borgo lucano solo per incontrare il fratello, confinato dal regime fascista. I Sassi, la gloria di Matera nel mondo, furono per decenni la prigione dell’intellettuale. In Cristo si è fermato a Eboli, la donna paragona le abitazioni rurali a uno scenario dantesco: paesaggio brullo e bruciato dal sole, folle di bambini


denutriti, scheletrici e condannati sin dall’infanzia alla malaria e a una vita di sofferenze. Oggi non c’è niente di tutto questo. «Mi raccomando, non accetti se qualcuno si offre di farle da guida», sussurra Laura con un tono da mamma precoce. «Vada solo con chi ha il cartellino del Comune». Nessuno si avvicina nel centrale corso Roma, quello dei bar e degli uffici, del palazzo Lanfranchi e dello struscio. Strade piene, gente che cammina veloce, qualche gruppo di turisti affaticati. Tutto il centro si affaccia su uno scenario mozzafiato: abitazioni scavate nelle grotte e sovrapposte le une alle altre in strati precipitanti verso il fiume Basento. Da ammirare guardando in giù, come da un balcone, grazie al belvedere del centro. «Ormai, qui, una casa la paghi cinquemila euro al metro quadro», dice Laura. Matera, oggi, è i bed and breakfast, più numerosi delle fontanelle, i ristoranti, che puntellano i pannelli della mostra fotografica in memoria del terribile terremoto di trenta anni fa, le foto seppiate che raccontano una città diversa, tra il passeggio distratto di tanti turisti. Del passato restano i sapori e i palazzi, che

guardano allo sprofondo dei Sassi e il gusto del pane, che qui ha una storia che l’Unesco – al contrario del resto – non ha posto sotto le proprie insegne. I turisti si affrettano verso i locali tipici. «Ha già prenotato per la cena?», ti sussurrano dalle porte dei ristoranti locandieri interessati. Dalle vie del centro, come una botola, per mille vicoli, si sprofonda nei Sassi.

Le chiese rupestri resistono immobili, circondate da continue ristrutturazioni. L’umidità che trasuda dalle mura ti entra dentro, come un memento di sofferenze lontane. Un piazzista ambulante vende una cartolina in bianco e nero che ritrae Pier Paolo Pasolini, alle spalle di uno degli attori del Vangelo secondo Matteo, girato qui nel 1964. Il poeta è di profilo, in macchina, ma sembra rapito dalle abitazioni scavate nella roccia. Dopo tanti anni c’è voluto un altro film, perché i riflettori si accendessero di nuovo e nel mondo, su questa meraviglia: lo ha fatto Mel Gibson con la sua Passione. Altri tempi, altro stile, un’altra Matera. È ora di andare, magari con la superstrada appena inaugurata che corre dritta come un fuso verso Bari. Oppure no, magari si riprende il treno. Per perdersi ancora in un altro tempo.

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Dal vagone al ristorante Perché si chiama caciocavallo? Questo nome deriva dal fatto che le forme di formaggio vengono appese per la stagionatura, legate a coppia, a cavallo di un sostegno. Il latte è quello della mucca podolica, allevata al pascolo brado, che regala da secoli un latte ricco di grassi e proteine. La cucina tipica è un trionfo di lenticchie, fagioli, ceci, cicerchie, piselli, rape, cavoli, fagiolini, funghi cardoncelli, peperoni, bietole, cicoriette selvatiche, fave, spesso abbinate alla pasta. Da provare: la parmigiana di melanzane, la pasta e ricotta, l’arrosto di agnello, gli ’gnmmridd (involtini di interiora di agnello), la pignata e il capretto. Il tutto accompagnato da un vino locale rustico, insignito della denominazione d’origine controllata, primitivo, moro e rabbioso.


Nicola Sessa foto Gianluca Cecere di

L’amba

Roma, marzo 2003. Il custode della sede diplomatica somala spegne per l’ultima volta le luci. L’elegante palazzina di via dei Villini 9 diventa l’Hotel Mogadiscio, materassi per terra e diritti negati per centinaia di rifugiati. Roma, febbraio 2011. Dopo lo stupro di una giovane donna, la porta si chiude per sempre. Due somali in carcere, tutti gli altri alle prese con un futuro ancora più incerto


sciata buia

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Somali a Roma Tutte le persone che vivevano nell’Hotel Mogadiscio hanno un permesso di soggiorno rilasciato per ragioni umanitarie. Ammassati all’interno del palazzo erano in centoquaranta senza acqua né luce elettrica. Per la legge italiana, il rifugiato ha diritto di accedere alle strutture d’accoglienza del sistema di protezione ma i posti sono troppo pochi. Secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni unite, i rifugiati in Italia sono circa 55mila. In Francia sono 200mila, in Germania 600mila. In Norvegia e Svezia ci sono sette rifugiati ogni mille abitanti, in Italia molti di meno, neanche uno ogni mille.

Roma, piazza della Croce Rossa, 27 febbraio 2011. Avvolto da una coperta di lana per proteggersi dalla notte fredda e umida, un uomo impreca, gridando, con lo sguardo rivolto al cielo: «Vaffanculo, Italia! Vaffanculo!». Qualche metro più in là, decine e decine di uomini sono seduti, quasi ripiegati. Altri vagano in circolo, si avvicinano alle tre pantere della polizia per chiedere notizie sul futuro: che ne sarà di loro? Quel pugno di ragazzi – si fa fatica a chiamarli uomini vista la giovane età – sono rifugiati politici provenienti dalla Somalia, quasi tutti da Mogadiscio. Per mesi, alcuni per anni, hanno

abitato l’edificio dell’ex ambasciata somala in via dei Villini 9; un buco nero che ha risucchiato i diritti e la dignità di centinaia – forse più di mille – rifugiati somali che si sono avvicendati dentro quelle mura negli ultimi otto anni; un edificio fantasma per l’amministrazione e per il governo italiano che hanno finto di non vedere per anni. Fino al 27 febbraio. Una giovane donna viene stuprata all’interno della palazzina: due somali finiscono dietro le sbarre, altri cento vengono sbattuti fuori dall’ex ambasciata. La polizia dà il “liberi tutti”, ognuno per la sua strada. Che non provino a tornare. Per sicurezza, gli ingressi saranno murati. Si conclude così, la seconda vita dell’ambasciata somala a Roma. L’uomo – il giovane – avvolto da una coperta di lana per proteggersi dalla notte fredda e umida si chiama Ighit.

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Ci conosciamo già. Ma scambiamo solo uno sguardo, un cenno. Lo avevo incontrato qualche mese prima, in tutt’altra situazione.

Hotel Mogadiscio

Era alla fine dell’anno scorso. Ighit è fermo davanti al cancello di ferro dell’ex ambasciata. Mani in tasca, giubbetto di pelle e cappello di lana. Mi saluta come si fa con un vecchio amico. «Mi chiamo Ighit – dice – sei venuto qua per noi, vero?». Non passa molto tempo che con un gesto cortese m’invita a scivolare dietro il cancello socchiuso. Ighit ha appena superato i vent’anni. È arrivato a Roma due anni fa. Dopo il viaggio che da Mogadiscio l’ha portato prima in Libia, poi a Lampedusa e quindi a Crotone, gli ufficiali del Centro di prima accoglien-


za gli hanno consegnato i documenti per la protezione internazionale, un biglietto ferroviario per la capitale e un indirizzo dove recarsi per ricevere assistenza: via dei Villini 9. Ma gli ufficiali di Crotone erano consapevoli che quell’indirizzo corrispondeva ormai a un “non luogo”? Sapevano che non c’era più una delegazione diplomatica? Francesca abita poco lontano dal villino somalo. Ha un bel viso, solare, e due occhi neri sempre in movimento, pieni di espressività. Conosce molti di quei ragazzi: è convinta che anche solo una parola, un buongiorno, può fare molto bene a chi ha bisogno di sapere che esiste. Francesca ricorda ancora quando l’ambasciata era funzionante. E ricorda, soprattutto, il signor Mohammed. Il signor Mohammed lo conoscevano tutti nel quartiere. Non era avaro di saluti: un sorriso piano, spontaneo, accompagnato sempre con un gesto lento della mano che si levava in aria e un inchino di riverenza appena accennato. Mohammed viveva da tempo al numero 9 di via dei Villini, a pochi passi da Porta Pia. Era il custode e factotum dell’ambasciata di Somalia a Roma. Poi, all’improvviso, il sole di Mogadiscio è stato oscurato dalle nubi dense di una sanguinosa guerra civile. Tutto andava in frantumi: il governo della Somalia non esisteva più e la schiera di diplomatici lasciò via dei Villini. Fu così che Mohammed rimase solo – come il Piccolo Principe sul suo asteroide B-612 – a fare la guardia all’ex ambasciata somala, da quel momento in poi un semplice ma elegante palazzotto di tre piani. Manteneva in vita la residenza, aspettando buone nuove, che arrivasse la nuova delegazione, che si riaprissero i battenti. Dietro il cancello nero, di ferro ben forgiato, seduto sotto il portico, Mohammed avrà pensato di essere stato, tutto sommato, fortunato perché molte e molte miglia lo separavano dalla guerra. Ha aspettato per più

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Dublinante? È il migrante sottoposto al Regolamento di Dublino II. Il regolamento determina le competenze e le procedure per esaminare le richieste di asilo politico. È stata istituita una banca dati europea che contiene le impronte digitali degli immigrati irregolari nell’Unione Europea. L’immigrato è costretto a risiedere nel Paese dove gli vengono rilevate le impronte per la prima volta. Il sistema è stato criticato dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite. Molti dei rifugiati a cui è stata posta la domanda «Che cosa significa essere un “dublinante”?» hanno risposto: «È come l’Hiv, non riesci a liberartene, è un marchio indelebile che cancella ogni diritto. A meno che tu non decida di cancellarti le impronte digitali o di tagliarti le dita».


di dieci anni, pazientemente. Poi un giorno, nel 2003, l’ultimo somalo è andato via. Dicono che si sia trasferito in campagna, fuori Roma. Le luci si spensero, le persiane si abbassarono e la notte calò sul numero 9 di via dei Villini. Si concluse così la prima vita dell’ambasciata somala a Roma. «Nel 2004, arrivarono i primi gruppetti di somali», ricorda Francesca. È allora che inizia la nuova vita dell’ambasciata somala. La seconda. «Pensavamo – continua Francesca – che fosse stata riaperta l’ambasciata e che le persone ferme là davanti aspettassero il loro turno per entrare. Invece non era così». All’inizio, li vedevi, avevano capelli con riflessi argentei ed erano in pochi. Poi ci fu un ricambio, anche generazionale. L’età si è abbassata e il numero di disperati è aumentato. L’ex ambasciata somala era diventata Casa Somalia o, come l’hanno chiamata altri fino al 27 febbraio, l’Hotel Mogadiscio. Che avrà una storia lunga sette anni, tra ondate di nuovi arrivi, partenze e ritorni; dannazione e illusione; ricordi, amicizie e anche qualche sospetto di piccoli traffici di stupefacenti.

Ventisei scalini

Ighit mi precede nel passo di un metro. Sul lato ovest dell’edificio, una vecchia Mercedes 280 e una Lancia Thema con targhe del corpo diplomatico sono accasciate sulle ruote sgonfie e con i vetri sfondati, tradendo, tuttavia, l’accento altezzoso di due nobili signore. Con una spallata, apre il portoncino sul retro: Ighit ha accettato di buon grado, senza che io lo chiedessi, di farmi da guida in quello che il mio amico Alberto Barbieri, un medico dell’associazione Medu, mi aveva descritto come un «inferno dei viventi». I miei occhi impiegano un po’ di tempo per abituarsi al buio. Non c’è l’elettricità ma, come scoprirò presto, questo è il problema minore. Ighit si avvia lungo le scale, una spirale ascendente nelle tenebre interrotte a cadenza regolare dalla luce che, filtrando attraverso i lucernai ovali, lascia intravvedere i segni dell’incuria su una bella carta da parati azzurra. Dopo 26 scalini, il primo piano. Ighit si muove con sicurezza nell’intreccio dei corridoi. Mi mostra la stanza dove dorme. Sacchi a pelo e coperte verdi, arancioni, blu, di ogni colore, sparsi sul pavimento trasformano la moquette beige in un pastello astratto. Tra il pavimento e le coperte, i corpi di alcuni ragazzi si muovono impercettibilmente cercando il sonno. Ighit li giustifica: «Non ci sono i letti per tutti. Si fanno i turni», dice a voce bassa. Altra stanza. Tanti letti in poco spazio. La parete color avorio ha perso lo smalto, ma in qualche punto mantiene ancora un guizzo, un riflesso lucido. Nell’angolo, invece, un camino che non conserva più il ricordo del calore. Yaya, inginocchiato nell’angolo opposto, è alle prese con un fornellino e dell’alcol etilico per preparare il tè. Nell’ultimo metro quadrato disponibile un giovane, seduto sui talloni nudi, si china sul tappetino per recitare la preghiera. Allah lo perdonerà se non è fisicamente rivolto verso la Ka’ba della Mecca, le sue intenzioni – come ha indicato il Profeta – lo sono di sicuro.

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Aggirandoci per i corridoi si vedono delle ombre veloci scontornate da rari fasci di luce che trapelano dalle tende spesse e lise. Non tutti sono contenti dell’intrusione. «Si nascondono per dignità – dice Ighit, in maniera meccanica – non per paura. Temono che i loro famigliari in Somalia possano scoprire in quali condizioni viviamo». Come uno zelante agente immobiliare che deve vendere un appartamento, Ighit mi mostra ogni stanza e salone del palazzetto. Altri 26 scalini, secondo piano: lo studio dell’ambasciatore. Sugli scaffali, sotto una coltre di polvere, i libri sono allineati in rigoroso ordine alfabetico. La scrivania non c’è più, ma la moquette testimonia, con profondi solchi, la sua posizione originaria. Sparse sul pavimento molte fotografie raccontano la vita dell’ambasciata e di Yusuf Ali Osman – il diplomatico che lasciò la sede nel 1991 – impegnato a ricevere politici e militari di alto rango.

Provate voi

Lo studio si è riempito: Omar, Mohammed, Yaya, Ibrahim, Abdullah. Hanno voglia di raccontare, di esistere. Mi guardano con occhi che chiedono indulgenza per un peccato mai commesso. Aspettano una domanda. Ma quale? «Perché siete venuti in un Paese che non è in grado di aiutarvi e che non ha soluzioni?». «È questo che vi aspettavate di trovare?» E quale sarebbe la risposta di ognuno di loro? «Provate voi a mettervi in viaggio e ad attraversare Kenya, Uganda, Sudan e Libia quando, prima di partire, a stento conoscevate la strada oltre il vostro quartiere». «Provate voi a rispondere a una telefonata di un miliziano islamico che vi minaccia di morte, che vi ordina di unirsi a loro o di sparire». «Provate voi ad attraversare il deserto stipati su un cassone di un camion, a pisciarvi addosso perché nessuno aspetta chi rimane indietro». «Provate voi a stare sei mesi o un anno in un carcere libico. Ad attraversare il Mediterraneo, sperando di non essere intercettati dalla Marina per non essere rispediti indietro; o sperando di essere intercettati dalla Marina per aver salva la vita». «Provate voi a esultare per aver toccato terra, per aver ricevuto la protezione internazionale, per aver avuto i documenti, salvo poi scoprire che quei documenti valgono quanto un biglietto perdente della lotteria il giorno dopo l’estrazione. Perché sei un “dublinante” e hai sbagliato porta d’ingresso per l’Europa». «Provate voi a mentire ai vostri genitori che hanno venduto tutto quello che avevano per pagare il viaggio: “che qui va tutto bene, non state in pensiero”». Provate voi infine a spiegare che se potessero tornerebbero indietro. Anche se là c’è la guerra. Roma, piazza della Croce Rossa, 27 febbraio 2011. Ne riconosco altri di ragazzi. Sì, alcuni erano nello studio dell’ambasciatore, quel giorno di dicembre. Ma, come con Ighit, anche con loro stavolta c’è una distanza che ci separa. Sono stanchi. Capiscono che il prezzo di questa sera drammatica non sarà pagato solo da chi ha violentato la giovane donna in una stanza dell’Hotel Mogadiscio, ma da tutti. Sanno che, fuori, per loro c’è una notte ancora più buia.

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I fantasmi di

Andrea Camilleri

illustrazioni

Shout

uno Queste pagine I fantasmi è un racconto inedito, diviso in quattro capitoli, che pubblichiamo a puntate sui primi quattro numeri. Siamo a Vigata, ma questa volta non c’è il commissario Montalbano. Troverete il pescivendolo Turi Persica, il sindaco don Sciaverio Ficarra, il parroco patre Allotta, il commissario Tano Bennici e un gruppo di giornalisti venuti “dal continente”. Tutti alle prese con questi strani spiriti… Buona lettura.

Andrea Camilleri È nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Dall’età di 24 anni ha lavorato come regista e sceneggiatore per il teatro e la tv. Dal 1977, per vent’anni, ha insegnato regia all’Accademia nazionale di arte drammatica. Nel ‘78 l’esordio nella narrativa, ma è nel 1992 con La stagione della caccia (Sellerio) che diventa un autore di successo. Nel 2010 ha ricevuto il Premio letterario Piero Chiara alla carriera, l’ultimo di una serie.

Turi Persica era l’urtimo, il sabato sira, a nesciri dalla taverna di Nicolò. Nisciva in quanto Nicolò a un certo punto lo ghittava fora, masannò, se stava a lui, ci sarebbe ristato fino a matino. Avenno abbonnanti carrico a bordo, sinni caminava verso casa rollanno e beccheggianno, come a ’na navi che avi mari grosso a prua. La strata che faciva era sempri la stissa. Via Vittoria, con firmata obbligatoria all’altizza del nummaro vintidù per una pisciatina; via Mameli, con sosta di riposo di cinco minuti supra alli scaluni della chiesa; vicolo Cardillo, stritto stritto e scuroso scuroso, e ’nfini vicolo della Santissima Annunziata al cui nummaro trenta ci stava la sò casa. Quel sabato sira, quanno la porta della taverna si chiuì alle sò spalli, Turi s’addunò che era da un pezzo che chioviva. L’acqua cadiva liggera liggera, bastevoli però pirchì lui arrivasse alla sò porta assammarato. Strata strata non si vidiva anima criata, faciva macari friddo. «Pacienza», si disse. Si isò il bavero della giacchetta e accomenzò a caminare ranto ranto alle case in modo d’essiri tanticchia arriparato dai cornicioni. A malgrado che chioviva, arrispittò la consuetutini: pisciò in via Vittoria e s’assittò in via Mameli. Quanno ’mboccò vicolo Cardillo vitti che uno dei dù lampioni che facivano ’na luci splapita era astutato, perciò dintra al vicolo ci si vidiva picca e nenti. Era arrivato a mità quanno vitti compariri a un omo dall’angolo col vicolo dell’Annunziata che caminava verso di lui. Data la scarsizza di luci notò che l’omo era vistuto in modo strammo sulo quanno fu a tri passi da lui. A dù passi s’addunò che la facci dell’omo era tutta bianca. A un passo accapì che la facci dell’omo era accussì bianca pirchì non era ’na facci, ma ’na crozza di morto. La crozza di morto si voltò verso di lui. Senza diri ’na parola, Turi cadì stinnicchiato ’n terra. Sbinuto. Quanno Suntina, la mogliere di Turi, se lo vitti compariri davanti giarno come un morto, ’ncapaci di parlari, trimanti e coi vistiti assuppati d’acqua e lordi di fango, si scantò. Mai sò marito si era arriduciuto accussì. Lo spogliò, lo fici corcari, gli priparò ’na tazza di vino càvudo. L’indomani Turi, che non era arrinisciuto a chiuiri occhio tutta la notti smanianno e lamentiannosi, aviva la fevri a quaranta. Suntina pinsò che sò marito si era pigliato la purmunìa e corrì a chiamari al dottori Pignatone. Il quali escludì la purmunìa.

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I fantasmi

E siccome che era un medico bravo, gli vinni il pinsero che Turi aviva provato un grannissimo scanto. E per le cinco di doppopranzo lo misi ’n condizioni di parlari. «Un fa…fa…fantasma vi…vitti!». Un fantasma? «Senti ’na cosa, quanto vino ti eri vivuto alla taverna?». «Come ’u solitu, duttù». «E com’era vistuto ’sto fantasma?». «Ora che ci penzo, era preciso ’ntifico a uno dei tri moschitteri». Quattro jorni avanti la pillicula de I tre moschettieri era stata proiettata al ginematò e ai paisani era piaciuta assà. «Sulo che al posto della testa aviva ’na crozza di morto». «Ti parlò?». «Nonsi». Pignatone, arridenno, contò la facenna alla sò ’nfirmera, quella l’arriferì a tri amiche e tempo un dù orate tutto il paisi vinni a sapiri che Turi Persica aviva viduto un fantasma. La sira, fu l’argomento principali di discussioni al circolo. Nisciuno dei soci accridiva ai fantasmi. E il cavaleri Artidoro Lo Bello ci misi il carrico da unnici arricordanno ai prisenti che lo stisso Turi Persica, cinco anni avanti, niscenno dalla taverna, aviva mittuto a rumori il paisi sostinenno d’essiri stato aggredito da un orso polari. Dù notti appresso, il cavalieri Lo Bello fici tardo al circolo jocanno a poker. Abitava in una villetta con sò mogliere in via Risorgimento che era ’na strata dalla quale si partiva, tra l’altri, macari il vicolo dell’Annunziata. Il cavaleri aviva perso assà ed era chiuttosto agitato. E quanno era agitato, usava caminare a testa vascia e parlari da sulo e a voci àvuta. Tutto ’nzemmula avvirtì ’na prisenza. Isò l’occhi e s’attrovò davanti a un fantasma. Prima di mittirisi a corriri facenno voci come un pazzo, ebbi la prisenza di spirito di scinniri dal marciapiedi, masannò il fantasma gli avrebbi sbattuto contro. «No, egregio amico, non avrebbe potuto sbatterle contro», sintinziò il dottori Columella. «I fantasmi non sono dotati di corpo, sono soltanto delle apparenze». «E come avrebbi fatto allura ’st’apparenza a passari?», spiò il cavaleri Lo Bello che ancora trimava per lo scanto. «Per un attimo lei sarebbe stato attraversato dal fantasma. Così come si passa attraverso un banco di neglia». Pirchì la facenna del fantasma ora era addivintata ’na cosa seria. Nisciuno dei soci del circolo ne arridiva cchiù. Fino a che a vidirlo era stato un ’mbriaconi come a Turi, ci potivano essiri cento spiegazioni, ma se l’aviva viduto ’na persona seria come il cavaleri spiegazioni non cinni erano cchiù. Ma tra le dù apparizioni del fantasma c’era ’na grossa diffirenzia. Se quello di Turi aviva un abito come a uno dei tri moschitteri, quello del cavaleri era, in un certo senso, cchiù tradizionali, in quanto si trattava del solito linzolo bianco. «E al posto della testa aviva la crozza di morto?». Nenti teschio, questo al posto della testa aviva ’na speci di palla bianca. «Evidentemente si tratta di due fantasmi diversi», disse il dottori Columella. «E pirchì?». «Non pretenderà che questo fantasma abbia un guardaroba per cui cangia abito ad ogni apparizione! I fantasmi hanno un vestito solo che gli dura per l’eternità». «Di ’sta facenna dei fantasmi meno sinni parla e meglio è», fici don Sciaverio Ficarra ch’era il sinnaco di Vigàta. «E pirchì?». «Pirchì se lo venno a sapiri i giornali, il turismo ne risenti».

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«Ma mi faccia il piaceri!», intirvinni il giomitra Attanasio che era l’avvirsario del sinnaco essenno il capo dell’opposizioni. «Anche in questo si vidi la miopia della vostra politica!». «Si spieghi meglio», disse il sinnaco. «Una campagna di stampa ben guidata farebbe accorrere i turisti a centinaia. Lo sa che li inglisi segnalano i castelli abitati dai fantasmi nelle guide turistiche?». «Un momento», fici don Basilio Cottone. «Un fantasma, passi. Ma dù accomenzano a essiri troppi. Se qualichiduno ne vidi un terzo, capace che è principiata ’na proliferazioni di fantasmi, ccà sinni scappano macari l’abitanti!» «’Na soluzioni ci sarebbi», ’ntirvinni il profissori Simone Pecora che era omo chiesastro. Tutti, per rispetto, s’azzittero. «Che cosa sono i fantasmi?», spiò il profissori al giomitra Attanasio. «Fantasmi», arrispunnì quello che aviva scarsa fantasia. «I fantasmi – prosecuì il profissori – sono anime che non trovano paci nell’aldilà. Se noi arriniscemo a fargli attrovare la paci, loro si godono la loro paci e noi la nostra». «Sì, ma come si po’ fari?».

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I fantasmi

Shout Alessandro Gottardo è nato a Pordenone nel 1977. Dopo il liceo artistico a Venezia, ha frequentato il corso di illustrazione all’Istituto europeo di design di Milano. Ha vinto diversi premi, in particolare negli Stati Uniti, tra cui le medaglie d’oro e d’argento della Society of Illustrators di New York e la medaglia d’oro della Society of Publication Designers. I suoi lavori sono comparsi su varie testate internazionali tra cui: The New York Times, The Washington Post, The New Yorker, Time, Esquire, Le Monde, The Economist, Guardian.

«Parlamone con patre Allotta», proponì il profissori. Patre Allotta era un sissantino sicco e nirbuso, parroco della chiesa matre di Vigàta. La diligazioni che annò ad attrovarlo era composta dal sinnaco, da don Basilio e dal profissori. Il quali contò i fatti al parrino. E po’ il sinnaco gli spiò: «Vossia chi nni pensa?». «Che sunno tutte minchiate». Patre Allotta era stimato per la sò fidi e per la sò sivirità, ma spisso e volanteri parlava spartano. «Vossia non ci cridi ai fantasmi?», gli spiò ’mparpagliato il profissori. «Mi pari d’essiri stato chiaro». «E pirchì?». «Figlio mè, se tutti chiddri che non trovano paci nell’aldilà tornassiro ’n terra, a quest’ora sarebbiro cchiù i fantasmi che l’omini». «E allura pensa che non c’è nenti da fari?», ’ntirvinni don Basilio. «Facemo ’na cosa», disse il parrino. «Se spunta qualichi altro fantasma, tornati ccà e ne riparlamo. Ma ora come ora fari ’nterviniri a mia mi pari ’na carnevalata aggiunta supra a ’na carnevalata». Tri notti appresso successi il virivirì. C’era stata ’na riunioni del partito dell’opposizioni e il giomitra Attanasio sinni stava tornanno alla sò casa che era squasi l’una. Era ’na notti friddosa assà e il giomitra caminava a passo sverto. Girato l’angolo di via Cavour, s’attrovò a cinco metri di distanzia dal fantasma. Contemporaneamenti si raprì il portoni di via Cavour nummaro uno e il commendatori Filiberto Controra niscì fora per annari squasi a cadiri tra le vrazza del fantasma. Il giomitra e il commendatori si misiro a corriri facenno voci da arrisbigliare i morti. Ma se non arriniscero ad arrisbigliari i morti, i vivi sì. ’Na quantità di genti s’affacciò alle finestri e ai balconi per vidiri quello che stava succidenno. Non vittiro al fantasma, ma a dù pirsone che scappavano a grandissima velocità in dù direzioni diverse. La descrizioni del fantasma, fatta tanto dal commendatori quanto dal giomitra, combaciava pirfettamenti con quella del cavalieri Lo Bello. Si trattava del fantasma col linzolo e con la palla bianca al posto della testa. A quanto pariva, il fantasma vistuto come a uno dei tri moschitteri non si era fatto cchiù vidiri. Ma questo era un dettaglio siconnario, la cosa ’mportanti era che l’urtimo fantasma erano stati in dù a vidirlo nello stisso momento. Perciò la diligazioni che annò da patre Allotta aviva boni argomenti per convincirlo. E soprattutto addeciso che la chiesa ’ntirvinisse era il sindaco, dato che quella matina stissa Il Giornale dell’Isola aviva pubblicato un articolo di quel gran cornuto del corrispondenti locali con un titolo che faciva accussì: “VIGATA INFESTATA DAI FANTASMI”. Patre Allotta disse che sarebbe stato nicissario fari dù cose. La prima era ’na processioni, la secunna ’na missa sullenni. «A spisi del comune – pricisò – e la processioni può esseri limitata». «Che veni a diri?», spiò il sinnaco. «Dato che i fantasmi comparino tra via Cavour, via Risorgimento e vicolo dell’Annunziata, tanto vali fari ’na processioni di quartieri». «Non sugno d’accordo – disse il sinnaco – tutta Vigàta devi vidiri che il comune sta facenno la disinfestazioni dai fantasmi». Siccome che si era di jovidì, patre Allotta stabilì che la dominica che viniva a mezzojorno ci sarebbi stata la missa sullenni e nel doppopranzo la processioni.

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Continua sul prossimo numero


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la posta del cuore

All’inizio pensavo seriamente che fosse uno scherzo, ma poi, date le autorevoli fonti della richiesta, ho capito che era una cosa seria. Beh, il cuore è una cosa serissima, basti pensare all’attenzione stessa che Emergency ha dedicato alla cardiochirurgia in Paesi dove altre sembrerebbero le priorità. E invece no, il cuore è di vitale importanza. Il cuore inteso come miocardio. C’è poi il cuore inteso come sentimento, quello disegnato a forma di goccia, anzi a forma di cuore, per l’appunto. Il simbolo dell’amore, a volte dell’anima. Dei buoni sentimenti: «Ma non ce l’hai un cuore?» E lì penso di poter dire la mia, a cuore aperto, senza peli sulla lingua, senza pretesa di spiegare o di livellare eventuali asperità. Un cuore che non sappia di melassa, un volersi bene che non sia il volemose bene spesso predicato, ma solo a parole. Chi non ha cuore non mette su un’impresa come quella di Emergency. Certo, ci vogliono anche fegato, cervello, palle… Ma senza il cuore davvero non si va da nessuna parte. Anzi, non si parte neppure. Beh, eccoci qui, partiti. Nel primo numero della rivista non ci potevano certamente essere vostre lettere, ma nel secondo sì. Le aspettiamo. E voi non aspettatevi la grande Natalia Aspesi, ma semplicemente Claudio Bisio

Gunnar Smoliansky [Gallery Stock]

scrivetemi a cuore@e-ilmensile.it


il capitale di

parola mia

Niccolò Mancini

di

Patrizia Valduga

la exit strategy traduzioni pericolose delle banche Exit strategy. Con questo termine, sottratto al gergo militare, si identifica la strategia con cui le principali Banche centrali mondiali stanno gradatamente, quanto timidamente, intervenendo sui mercati per eliminare le misure straordinarie a sostegno della liquidità decise per assorbire lo choc – ricordate la Lehman Brothers? – causato dalla crisi del sistema bancario. Le rivolte che da inizio anno sono scoppiate in Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco, Bahrein, Iran, Yemen e infine Libia, hanno provocato una brusca impennata del prezzo del petrolio volato ai massimi degli ultimi 28 mesi facendo temere per una nuova crisi energetica simile a quella degli anni Settanta o a quella seguita alla prima guerra del Golfo. Le conseguenze, come testimoniano gli ultimi dati macroeconomici, si sono riflesse sui prezzi di benzina e gasolio ma anche sui principali beni di consumo facendo scattare l’allarme inflazione nelle ovattate stanze della Banca centrale europea come in quelle di tutte le principali istituzioni finanziarie del mondo. Ma l’incremento dell’inflazione ha fatto inevitabilmente tornare d’attualità un aumento dei tassi d’interesse a livello continentale, manovra questa che era già nell’aria all’inizio dello scorso anno ma che non venne attuata a causa dell’ennesima crisi finanziaria che ha messo sotto pressione i Paesi con debito pubblico molto elevato, i cosiddetti Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), un club nel quale molti economisti ritengono rientri a pieno merito, considerate le sue caratteristiche di bilancio, anche l’Italia. Come spesso avviene, i mercati hanno anticipato la possibile mossa della Banca centrale acquistando euro a scapito del dollaro, il cui veloce rialzo sta inevitabilmente avendo conseguenze negative per le aziende esportatrici. Ma tassi più alti stanno a significare anche un aumento della spesa dello Stato, costretto a pagare maggiori interessi su Bot e Cct, mettendo di conseguenza una seria ipoteca sul futuro della crescita economica che risulta ancora fragile e poco convincente come stanno a testimoniare l’elevato tasso di disoccupazione e la stentata ripresa dei consumi privati.

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Se l’italiano che parlano oggi gli italiani è così miserabile, una qualche responsabilità ce l’hanno anche i traduttori, soprattutto dall’americano e dall’inglese. Che cosa sono, per esempio, tutti questi “dannati”, “dannatamente” e “dannazione” che ci tocca sentire e, purtroppo, anche leggere? Non sono che la traduzione approssimativa – forse perché troppo prossima – di damn e damned, che significano “maledizione” e “maledetto” e che, nell’uso colloquiale, possono anche diventare esclamazione e avverbio quantitativo, che allora significa “terribilmente, enormemente, moltissimo”. You damned fool! è “maledetto imbecille!” (io preferirei “brutto cretino”) nel vecchio dizionario Oxford della Sei editrice, ma he’s a damn fool nel nuovissimo Hoepli diventa “è un dannato stupido”. E a me viene da pensare soltanto che “dannato” sia un sostantivo, un condannato per l’eternità alle pene dell’inferno. Di “dannazione” come esclamazione di rabbia o di sgomento non c’è traccia nel Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia (ma la lettera D è uscita nel 1966; uscisse oggi, chissà). Diffusissimi nello slang, e spesso quasi privi di significato, sono i triviali fuck e fucking: ecco dunque degli incresciosi “fottuto” e “fottutissimo” prendere sempre più piede. Il dizionario Hoepli riporta shut that fucking mouth! e traduce “chiudi quella cazzo di bocca!”. Proprio così: “quella cazzo”. Forse qualche “brutto cretino” l’avrà detto o scritto, ma buon senso e grammatica impongono o “quel cazzo di bocca” o “quella bocca del cazzo”. Una traduzione scorretta ormai entrata nell’uso comune è “favorito” per favourite, che vuole dire anche “favorito”, certo, come un cavallo in una corsa, ma che in italiano si dovrebbe tradurre “preferito, prediletto”. Chi usa “favorito”, non sa che significa “assecondato, aiutato, agevolato”? Che i “favoriti” erano gli amanti dei sovrani? Che tuttora sono le basette, anzi i basettoni, detti pure “fedine” in Toscana, come se dovessero far fede della virilità?

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webphoto

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Teatro

Il declino del copyright di

Arturo Di Corinto

L’impalcatura a difesa del diritto d’autore non regge più. I motivi sono diversi: le tecnologie che consentono alle industrie di trovare nuovi talenti (i social network), l’ubiquità di una rete che consente di vendere file commerciali anche dove non ci sono negozi, la digitalizzazione delle opere che riduce i costi di duplicazione e distribuzione. Tutti fattori che permettono di scambiare in rete ciò che è digitale anche aggirando le leggi. C’è un’intera industria del falso che prospera su questo business e sono tanti, giovani e meno giovani, attratti da ciò che si può ottenere senza pagare. Un po’ per necessità, un po’ per ideologia. Per questo motivo con la delibera Agcom 668 del 2010 in Italia si è pensato di trovare una soluzione al dilemma chiudendo d’autorità i siti web segnalati per presunta violazione del copyright. La decisione però disattende sia la Costituzione sia il diritto comunitario che consentono interventi del genere solo dietro disposizione della magistratura e con l’intervento del ministero dell’Interno. L’iniziativa ha trovato la fiera opposizione dei consumatori e dei provider che hanno lanciato l’iniziativa sitononraggiungibile.it per denunciare la logica e l’impianto di una proposta troppo simile a una legge presentata al Congresso americano nel settembre 2010. Forse non ci voleva Wikileaks per dimostrare che major e governo statunitense brigano da tempo per influenzare il quadro regolatorio europeo e italiano, bastava fare due più due. In attesa che l’industria individui nuovi modelli di business capaci di garantire i ritorni necessari a pagare il lavoro degli addetti, le major potrebbero valutare l’adozione di licenze flessibili come le creative commons e una ripartizione dei proventi della connettività con gli operatori di telecomunicazione. Oppure abbassare i prezzi.

Senza paura di

Simona Spaventa

Il loro è un immaginario furiosamente pop, che cita I Simpson, le drag queen e David Lynch. Un teatro che non ha paura del sesso né del nudo integrale e nemmeno di innalzare il grido più struggente di disagio e bisogno d’amore, etero, omosessuale o mercenario che sia. Scandalosi Ricci/Forte, la coppia più fascinosa del teatro under 40, temerari venuti dalla scena off di Roma a scuotere la polvere dei nostri palcoscenici, affondando nel disagio contemporaneo e mescolando linguaggi e riferimenti, mito e tv, crudezza e poesia. Un “caso” che varca ormai i confini dei festival e dei circuiti di ricerca, per arrivare su un palcoscenico importante come quello del Teatro dell’Elfo di Milano, nientemeno che con una trilogia, summa del loro lavoro dagli esordi a oggi, in scena dal 5 al 20 aprile. «Scandalosi noi?», le etichette non piacciono a Stefano Ricci, compagno di Gianni Forte in questa coraggiosa avventura registica e autorale. «Trovo più violente le dichiarazioni di certi politici in tv piuttosto che raccontare quello che è nella natura umana. La nostra è una radiografia del presente. Certo, noi non facciamo un teatro postprandiale, siamo stanchi dell’intrattenimento. Noi lo spettatore lo schiaffeggiamo, lo obblighiamo a porsi delle domande, gli provochiamo una deflagrazione sottopelle». Succede in Troia’s Discount, primo lavoro della coppia, datato 2006, dove l’amicizia eroica e omoerotica tra Eurialo e Niso dell’Eneide è virata in una dimensione apocalittica contemporanea, nella «notte brava di due bulletti che devono incendiare un supermarket per conto della mafia russa». Attinge invece all’universo violento e disperato dello scrittore americano Dennis Cooper Macadamia Nut Brittle, titolo mutuato dal gusto di un gelato molto global, marca Häagen-Dazs, per una fantasia crudele su una generazione di eterni adolescenti, tra ginnastica sessuale e intontimenti tv. Si ispira all’Harold Pinter più politico Pinter’s Anatomy, performance claustrofobica dove, nei sotterranei dell’Elfo Puccini, un gruppo sparuto di quindici spettatori è messo scomodamente di fronte alla paura dell’esterno, dello straniero, del diverso.

Teatro dell’Elfo-Puccini, Milano Troia’s Discount dal 5 al 10 aprile Macadamia Nut Brittle dal 12 al 17 aprile Pinter’s Anatomy dal 18 al 20 aprile

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Lucia Puricelli

Rete

Domani


Documentario Cinema

Miracoli Spa di Barbara

Sorrentini

Italia Paese dei miracoli? Al cinema, forse. Dal miracolo milanese di De Sica e Zavattini sono passati sessant’anni esatti e, se all’epoca i desideri erano orientati verso una vita più dignitosa, oggi trionfa la futilità, come sembra dirci I baci mai dati di Roberta Torre. «Mi interessava l’aspetto della religiosità – spiega la regista – con tutto quello che gira intorno al sacro e al miracoloso, intesi come qualcosa che può creare dei vantaggi. In Italia molti hanno la tendenza a credere nel miracolo alla maniera usa e getta, mentre al Sud esistono delle vere e proprie fabbriche: con oggetti, rituali e altarini, una sorta di Las Vegas». La storia di Manuela, minorenne dalle uova d’oro, nasce da un racconto di Roberta Torre che, dopo averlo trasformato in sceneggiatura, ha scritto anche un romanzo in uscita questo mese insieme al film. La protagonista (Carla Marchese) è una tredicenne coinvolta suo malgrado nel business del miracolo, per via di una frottola inventata per coprire dei ragazzini che avevano fatto sparire la testa di marmo di una Madonna del quartiere, poi ricomparsa “miracolosamente”. Tanto che la madre Rita (Donatella Finocchiaro), donna ossigenata, cafona e che tradisce il marito (Giuseppe Fiorello) con l’onorevole facoltoso e disonesto, apre le porte agli abitanti della zona, disposti a pagare per esporre alla bambina i propri desideri da esaudire: guarigioni, vincite al Totocalcio, soldi, successo in tv, viaggi nei Paesi esotici e via dicendo. I baci mai dati è anche un film sulle donne. «Forti, anche se schiacciate dalle circostanze – precisa la Torre – donne che osano e si riscattano facendo prevalere l’aspetto umano e dei sentimenti». Il film si svolge a Librino, quartiere moderno e periferico di Catania, dove l’urbanistica asettica, progettata dall’architetto giapponese Kenzo Tange, convive con i più fervidi usi e costumi del Meridione. «Apparentemente Librino non sembra una periferia del Sud Italia. È un luogo con piazze molto grandi, poche auto, qualcosa che non siamo abituati a vedere. Ma le molte persone che ci vivono sembrano buttate là per caso». Recentemente impegnata nella regia teatrale de La Ciociara, ora la regista di film sulla mafia come Tano da morire e Angela è in cerca di fondi per due progetti ambiziosi: un musical tratto dalle registrazioni di Patrizia D’Addario a palazzo Grazioli e la storia del nonno, Pierluigi Torre, inventore della Lambretta. Rai e Mediaset non sembrano ansiose di produrli, ma in Germania pare di sì. I baci mai dati di Roberta Torre dal 29 aprile

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Memorie di miniera di Matteo

Scanni

Che cos’è un web documentario: un’esperienza artistica, uno strumento giornalistico per approfondire la cronaca e l’analisi storica, oppure un ibrido cinematografico crossmediale? Il dibattito è aperto. Il National Film Board of Canada, che più di ogni altro produttore al mondo ha investito in questo settore, azzarda una risposta. Archiviata la fase sperimentale e super interattiva di Highrise (1,5 milioni di dollari per raccontare la vita nei più alti grattacieli del pianeta), si ritorna al minimalismo. Dunque, architetture di sito più semplici e forme chiuse di narrazione per ridurre le possibilità di scelta dei percorsi narrativi. Il miglior esempio di questo nuovo approccio è Welcome to Pine Point, fotografia lo-fi di una cittadina mineraria dei territori del Nordest completamente abbandonata nel 1988 dopo l’esaurimento dei giacimenti. Il processo di recupero della memoria collettiva (mille abitanti, tutti trasferiti altrove) è affidato a vecchi spezzoni di vhs, foto ingiallite, ritagli di giornale, cataloghi di ferramenta e motion graphic. La voce narrante è quella del regista Mike Simons, membro della comunità locale, che torna nella sua città natale per vedere l’effetto che fa. Dove sono finiti i vecchi amici, la ragazza più carina del liceo e soprattutto i sogni che si hanno a sedici anni? Chiudere i conti con il passato fa sempre male, ma è una necessità che gli autori di Welcome to Pine Point gestiscono con ironia e affetto. Struggente. Welcome to Pine Point di Mike Simons e Paul Shoebridge http://interactive.nfb.ca/#/pinepoint

Mini serie prodotta da Lost&Found Films che esplora l’idea di casa. Come ci rappresenta e quanto riflette la nostra identità? Ritratto dell’artista newyorkese Chong Gon Byun, collezionista di rifiuti nei bassifondi di Brooklyn. Gioiellino pieno di grazia e ispirazione. This Must Be The Place di Ben Wu e David Usui http://vimeo.com/14938491


Barana

Autoproduzione = Gestire da soli l’intero processo progettuale, dalla definizione dell’idea fino alla sua produzione e distribuzione.

Una questione contemporanea, per il design: autoproduzione come unica strada accessibile ai designer per mettere in produzione un progetto, o un’opportunità per pensare a forme alternative rispetto al tradizionale sistema del design? Forme, per esempio, non inquinate dalle scelte imposte dal mercato e capaci di contaminazioni fra discipline. Il dibattito è acceso, soprattutto in un momento in cui l’industria raramente supporta l’innovazione. Crisi e globalizzazione hanno decimato le aziende, ora incapaci di sostenere il processo di progettazione. Risposte, o comunque discussioni, verranno da “Autoproduzione italiana”, mostra che verrà inaugurata alla galleria Subalterno 1 durante le giornate del Fuorisalone milanese: un atto di disobbedienza verso modelli esclusivamente consumistici. «Il design deve riconsiderare il proprio ruolo e sviluppare una diversa imprenditoria», spiega Stefano Maffei, curatore dell’evento e docente al Politecnico di Milano. «Meno oggetti e più forme sistemiche di cambiamento se è vero, come dice il premio Nobel Herbert Simon, che il progetto è un atto volontario di trasformazione da una condizione data a una condizione desiderata». La mostra segnala un’azione diretta e uno sguardo sui possibili modelli di produzione. Un esempio per tutti la lampada Anemone, realizzata da Paolo Ulian con penne Bic. Un oggetto dalle soluzioni costruttive complesse e riproducibile solo se si valutano meccaniche di produzione differenti da quelle esistenti nell’industria attuale. Dopo le giornate del Salone, la galleria diventerà uno spazio per l’autoproduzione: un laboratorio di idee, un centro di ricerca dove intrecciare informazioni e conoscenze. Si autoproduce tutto il processo: dall’idea alla realizzazione, fino alla distribuzione. I designer che parteciperanno: Adami, Cos, Damiani, Delvecchio+Magnani (studio Resign), Forte, Gianni, Palmeri, Ragni e Ulian. Galleria Subalterno 1, via Conte Rosso 22, Milano. www.subalterno1.com dal 12 al 17 aprile

È lo sguardo che conta di Vito

Calabretta

Che cosa lega la montagna del turismo sugli sci (che sia l’Austria o il Colorado) e i paesaggi arcaici dell’Iran? Per rispondere a questa domanda dobbiamo partire dalla montagna, territorio d’indagine elettivo di Walter Niedermayr. Per l’artista sudtirolese la montagna nordamericana di Aspen e il Kitzsteinhorn austriaco sono innanzitutto paesaggi definiti ormai più dall’uomo che dalla natura. Ciò che li accomuna è quindi il nostro sguardo. Ed è proprio questo il fuoco dell’interesse dell’artista. Questo obiettivo, tecnicamente, viene raggiunto schiarendo molto il colore delle fotografie, aumentando la luce su tutto il campo visivo, componendo grandi polittici di ambienti che, in parte, si sovrappongono. Ne risulta un’estrema definizione del dettaglio che coinvolge sia le persone, riprese mentre sono in azione (ad Aspen, per esempio, sciano), sia altri elementi (il ghiaccio, il cemento, la neve, gli impianti sciistici, la sporcizia). L’interesse di Niedermayr non si è limitato alla montagna. In una fase del suo lavoro ha indagato i luoghi di sfruttamento temporaneo o funzionale: le autostrade, le aree di servizio, gli ospedali oppure spazi sportivi costruiti fuori contesto (mari finti, piste da sci artificiali). E qui veniamo all’Iran. Ciò che Niedermayr cerca di sondare è l’effetto sul paesaggio iraniano dell’incontro tra i sedimenti di una civiltà millenaria e i primi segni di un’occidentalizzazione della società. Nella mostra di Modena le immagini del Paese asiatico si trovano insieme alle situazioni riprese in montagna. Prendendo spunto da paesaggi così distanti, Walter Niedermayr propone quindi una riflessione sul concetto di sguardo. La qualità formale del suo lavoro ha il merito di coltivare in modo critico il nostro modo di guardare il mondo. Walter Niedermayr, a cura di Filippo Maggia Fondazione fotografia di Modena Ex ospedale Sant’Agostino, largo Porta Sant’Agostino, 228 dal 27 marzo al 5 giugno

Walter Niedermayr

di Claudia

Arte

Design

Vedi alla voce autoproduzione


La giusta causa Erich Auerbach [getty images]

Musica

di Carlo

Boccadoro

Finalmente esce un’edizione a prezzo supereconomico – ma di eccellente qualità esecutiva e sonora – di questo capolavoro assoluto, tra le pagine assolutamente indispensabili del Novecento. Karlheinz Stockhausen scrisse nel 1970 questo lavoro che sin dal titolo, Mantra, risuona degli echi di quella stagione musicale intrisa di interesse per l’Oriente, per la meditazione e la psichedelia (del resto lo stesso compositore in quegli anni viaggiava in tournée lungo le strade d’America frequentando spesso e volentieri il glorioso Fillmore East e i concerti di Grateful Dead e Jefferson Airplane). Utilizzando due pianoforti e modulatori ad anello in grado di trasformare magicamente il suono di questi strumenti in una festa di campane, gong, gamelan e quant’altro, il genio di Stockhausen riesce a intessere davanti a chi ascolta un arazzo dai colori ancora oggi splendenti, della durata di un’ora che scorre via senza il minimo attimo di noia. Continue variazioni sulla melodia iniziale danno vita a ondate sonore che possono risultare gradite sia a chi ama la musica classica sia ai frequentatori dei Tangerine Dream, dei Pink Floyd o dei Can. Escursioni ritmiche trascinanti si alternano a momenti di stasi contemplativa dallo splendore timbrico ineguagliato, e procurano un piacere dell’ascolto che spazza via i luoghi comuni sulla “difficoltà” della musica contemporanea; basta ascoltare con orecchie e cervello ben attivi e questa musica arriva fresca, immediata, ricca di comunicativa. I pianisti Xenia Pestova e Pascal Meyer, coadiuvati dal prezioso aiuto di Jan Panis all’elettronica, ci offrono un’edizione esemplare per cura nel dettaglio, rispetto della partitura scritta ed entusiasmo interpretativo, superando con naturalezza gli ostacoli tecnici che Stockhausen dissemina lungo la composizione. Un cd imperdibile.

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Stockhausen: Mantra (Cd Naxos 8.572398) euro 6,90

di Massimo

Rebotti

La metafora non funziona più. Se dici che l’Italia ha definitivamente perso il Friuli e il Molise, oppure che in Lombardia sparisce ogni giorno l’equivalente di venti campi di calcio, nessuno si scompone. L’onda del cemento ha travolto ogni argine, anche simbolico. La vita, tra villette vuote, svincoli e capannoni – soprattutto capannoni – scorre apparentemente tranquilla. Eppure, sotto la superficie del catrame, qualcosa si muove. Decine di comitati, sindaci, cittadini incazzati, hanno deciso che questa del suolo, divorato dalle ruspe e annichilito dall’asfalto, è la priorità. «Il suolo è la quintessenza dei beni comuni», dice Damiano Di Simine presidente di Legambiente Lombardia, la regione messa peggio. «Perché il suolo è limitato e, una volta perso, non si torna più indietro, a differenza di aria e acqua che si possono sempre rigenerare». Basterebbe questo per rendere urgente una legge che stabilisca un po’ di regole. Invece la legge non si fa e imperversa lo sprawl, la perdita di forma delle città, sfigurate da strade, traffico e ipermercati. «Volendo vedere è anche una questione di sicurezza – aggiunge Di Simine – con il trionfo del cemento il tessuto delle relazioni tra persone si rompe, le comunità non riconoscono più il territorio in cui vivono». Chi non si rassegna si organizza dal basso. Anche perché l’unico modo per incidere è far cambiare idea al proprio Comune sull’ennesima impresa immobiliare. Le reti contro il consumo di suolo pullulano di racconti da ogni parte d’Italia su capannoni, porti e quartierini residenziali. Tutti deserti. Cemento e proprietà privata da una parte, cittadini e diritti delle future generazioni dall’altra. Match non facile, ma la nostra squadra è motivata. www.stopalconsumoditerritorio.it www.legambiente.org

Silvano Del Puppo [fotogramma]

Walter Niedermayr

Meditazioni psichedeliche

Sacro suolo


Campeggio di Capalbio (GR) , 11 giugno - 10 settembre 2011

Cucina bio, vegetariana e

In riva al mare

integrale che attinge alla tradizione mediterranea e alla filosofia orientale. Masticare è meditare.

Settimane conviviali con cucina biovegetariana, passeggiate ed attività per il corpo e per la mente

Otto km di spiaggia deserta, le dune, la macchia mediterranea, l’oasi WWF del lago di Burano, Vulci, l’Argentario, le isole dell’arcidell’arci pelago. Camminare è meditare.

Convivialità

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Settimane in tenda e bungalow. Quote da 240 euro per settimana con tenda propria. Attività dedicate ai bambini.

Dal catalogo 2011-2012 PRIMAVERA 2011

Sicilia Egadi: Dolomiti sul mare 5 - 12 giu .. Sardegna Il cuore della Sardegna 8 - 12 giu .. Basilicata Dolomiti lucane: i Riti del maggio 14 - 20 giu .. Croazia Velebit: navigando sulle montagne 17 - 25 giu ..+ Francia Provenza: color lavanda, sapor di miele 19 - 25 giu .:-

Camminare in piccoli gruppi sui sentieri del mondo

14 - 20 giu Basilicata Dolomiti Lucane : i Ri del maggio ti

Il Qi Gong, lo Shiatsu e il Pilates, il Teatro e la Danza, lo Yoga e la Medicina Cinese, l’Astrologia e il Tai-Chi, la Pittura ed il Massaggio. Fare insieme è convivialità.

dal 17 al 21 agosto

ana 12 - 15 mlaagMaToresce Monti Giglio: l’iso

A MAGGIO ANDIAMO ANCHE... ...in Croazia per la Primavera istriana, in Sicilia sull’Etna, da Orvieto a Roma come antichi pellegrini, a Itaca sulle tracce di Ulisse, dalla Liguria al Piemonte laddove nascono le Alpi ...E POI...

Camminare

16-30 lug Zanzibar L’altra costa

ESTATE 2011

Toscana Musici, fabbri e soldati delle Apuane 22 - 26 giu .: Val d’Aosta Ai piedi del Cervino 27 giu - 2 lug ..+ Croazia Brac e Hvar: tra terra e mare 9 - 15 lug ..+ Toscana-Romagna Casentino: borghi e conventi 9 - 16 lug .: Marocco Marocco dall’alto, il trek del Toubkal 10 - 17 lug :: Tanzania Zanzibar: l’altra costa 16 - 30 lug ..Marche-Umbria Magici e Sibillini 19 - 24 lug .: Toscana Lunigiana: terra di passi e di parole 24 - 30 lug .:Alto Adige-Veneto Alta Via delle Dolomiti n.1 24 - 30 lug .: Armenia Montagne e monasteri 29 lug - 7 ago .:Liguria Da Portovenere a Portofino 30 lug - 6 ago ..+ Abruzzo Santi e briganti in Majella 6 - 13 ago .: Campania Cilento: a piedi al mare 6 - 13 ago .+ Piemonte Il sentiero occitano in Val Maira 6 - 14 ago .. Lombardia Stelvio: il sentiero della pace 21 - 27 ago .. ...e poi Salento Mare e Dune in settembre, Cipro e Basilicata Coast to Coast in ottobre, Marocco Tazarine in novembre, El camino Portuguès a Santiago in dicembre. Sfoglia il catalogo completo: www.viedeicanti.it

29 lug - 7 ago Armenia Montagne e Monasteri

DIFFICOLTÀ camminare in una mossa: vado! facile, per tutti

. ...A GIUGNO ANCHE... ...in Emilia al Lago Santo parmense, alle Isole Egadi, nel cuore della Sardegna, nella terra dei Cimbri in Veneto, sulle montagne della Croazia, nei campi di lavanda della Provenza, in Toscana sulle Apuane e ai piedi del Cervino ...E POI...

sì, vado!

.. camminare in due mosse: prendo le scarpe e vado! semplice, per tutti i camminatori

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:. camminare in tre mosse: mi alleno, faccio lo zaino e vado!

sì, con un po’ di impegno! sì, mi preparo!

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sì, mi sono preparato bene! faccio lo zaino e vado! molto impegnativo, impegnativo, per camminatori esperti

:: camminare in quattro mosse: mi alleno, parlo con la guida,


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Nel cuore dell’Africa di

Maso Notarianni

Pum, pum, pum. A ogni battito, Mahmed rischia di morire. Mahmed ha 18 anni e il suo cuore ha qualcosa che non va. L’ecografia ricorda quel gioco che si fa legando con un elastico una pallina a una racchetta. A ogni battito un tumore cardiaco, attaccato con un peduncolo al ventricolo, entra ed esce da una delle valvole, rendendogli impossibile una vita normale. E, a brevissimo, la vita stessa. La sala è pronta. Come sempre, prima di ogni operazione, è stata svuotata di ogni cosa e lavata con acqua e candeggina. Ogni pezzo, ogni apparecchio è stato disinfettato. Anche l’abusivo che dovrà poi raccontare l’operazione (che comunque ha un campo di azione di pochi decimetri quadrati) è stato disinfettato a dovere. Sotto la potentissima luce della lampada scialitica, il paziente è nascosto da teli verdi. Solo il campo operatorio è scoperto. Un’operazione al cuore è molto diversa da quelle a cui Emergency ci aveva abituati. Non ci sono pezzi di essere umano spappolati da mine o ordigni bellici da dover ricucire e rimettere insieme. Qui tutto è pulito e preciso al millimetro. La macchina cuore-polmone sembra un’astronave. Più che in una sala operatoria sembra di stare nella sala comando dell’Enterprise. Non fosse per quei cagnolini disegnati sul copricapo del cardiochirurgo e illuminati dalle lampade operatorie. Sul monitor, la pallina continua ad andare e venire. «Via». Bastano poche parole, in sala, quando tutti sanno cosa fare. Il perfusionista fa partire la circolazione extracorporea: il cuore si ferma, i chirurghi possono aprirlo ed estrarre il tumore. Non senza fatica. «Stop». Il muscolo cardiaco ha ricominciato a pompare. Senza più sincopi. Le turbine della macchina cuore-polmone si fermano. L’anestesista controlla i monitor e sorride: «Molto bene». La rimozione di un tumore del ventricolo sinistro è un intervento effettuato pochissime volte in cardiochirurgia. Ma non è questa la cosa più importante. Pum, pum, pum. A ogni battito, Mahmed sorride, nel letto di terapia intensiva. Sei anni prima. Gino accarezza l’enorme tronco di un albero di mango le cui fronde assicurano un centinaio di metri quadrati di ombra. Siamo alla periferia di Khartoum, in Sudan, e nonostante il Nilo scorra a qualche decina di metri il termometro sfiora i 50 gradi. Gino si guarda intorno: «Questi manghi, costi quel che costi, dovranno rimanere». Gesticola, in un campo abbandonato, indicando dove e come verrà costruito il prossimo progetto di Emergency: un centro di cardiochirurgia di eccellenza e gratuito nel cuore dell’Africa. Sembrava un’utopia. Oggi, quell’utopia ha operato più di tremila persone.

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Emergency è un’associazione italiana indipendente e neutrale, fondata nel 1994 per offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà e per promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.


i numeri di emergency dati al 31-12-2010

4.149.250 persone curate in 17 anni Progetti attivi in 7 Paesi Afghanistan

Fondi raccolti e loro uso (2009)

25.407.125 euro raccolti nel 2009 Il 93,9% è stato impiegato nei programmi umanitari Il 6,1% ha coperto costi di gestione e amministrativi L’80% dei contributi proviene da donatori individuali L’84% dei contributi proviene dall’Italia

Progetti completati in Afghanistan

Assistenza sanitaria nelle carceri di Duab (2001/03), Shebergan (2002/04), Lashkargah (2006/07) Sostegno alle donne vedove e indigenti della valle del Panshir: distribuzione di bestiame per l’allevamento a 400 famiglie (2001), avvio di un laboratorio di produzione di tappeti (2003/07)

2.831.208 persone curate dal 1999 Centro chirurgico per vittime di guerra a Kabul Centro medico-chirurgico ad Anabah Centro chirurgico per vittime di guerra a Lashkargah Centro di maternità ad Anabah 28 posti di primo soccorso e centri sanitari 4 centri sanitari nelle carceri di Kabul

Cambogia

377.769 persone curate dal 1998 Iraq

Italia

Algeria

Centro di riabilitazione e produzione protesi a Medea (2003/04)

Angola

Ristrutturazione, equipaggiamento, gestione per un anno e formazione del personale in due centri sanitari della provincia di Benguela (2003)

Centro chirurgico a Battambang

389.672 persone curate dal 1995 Centro di riabilitazione e produzione protesi a Sulaimaniya Corsi di formazione professionale per 446 pazienti 260 cooperative di lavoro avviate

43.785 persone curate dal 2006 Poliambulatorio per migranti a Palermo Poliambulatorio per migranti a Marghera 2 Poliambulatori mobili

Repubblica Centrafricana 35.713 persone curate dal 2009

Centro pediatrico a Bangui

Sierra Leone 319.460 persone curate dal 2001 Centro chirurgico a Goderich Centro pediatrico a Goderich

Sudan

144.399 persone curate dal 2004 Centro pediatrico a Mayo Centro pediatrico a Nyala, Sud Darfur Centro Salam di cardiochirurgia a Khartoum 34 missioni di screening cardiologico in 13 Paesi Centro pediatrico in costruzione a Port Sudan

Personale impiegato nei progetti all’estero Staff internazionale: 100 Staff locale: 1.900

Personale in Italia

79 persone nelle sedi di Milano e Roma e nei Poliambulatori di Palermo e Marghera

Volontari in Italia

4.000 volontari in 166 gruppi locali Volontari all’estero

4 associazioni nate p er s ostenere le attività di E mergency: Emergency UK (2007) Emergency USA (2008) Emergency Japan (2010) Emergency Svizzera (2011)

8 Paesi

Cambogia

5 posti di primo soccorso e centri sanitari (1999/2009)

Eritrea Iraq

Invio di un team chirurgico nell’ospedale Mekane Hiwet ad Asmara (2000) Centro chirurgico a Sulaimaniya (1996/2005) Centro chirurgico a Erbil (1998/2005) Centro di riabilitazione e produzione protesi a Diana (2001) Centro di riabilitazione e produzione protesi a Dohuk (2003) 22 posti di primo soccorso (1997/2005) Fornitura di materiale sanitario e non sanitario agli ospedali di Kerbala e al-Kindi di Baghdad (2003), invio di generi di prima necessità alla popolazione di Falluja (durante l’assedio alla città nel maggio 2004)

Italia

Assistenza sanitaria in alcuni istituti penitenziari del Lazio (2005/07)

Nicaragua

Fornitura di farmaci alla Casa de la Mujer (2003/04)

Palestina

Invio di un team chirurgico presso l’unità ortopedica dell’ospedale pubblico di Jenin per svolgere attività cliniche e formare il personale sanitario, avvio di un nuovo reparto di fisioterapia e di una nuova corsia ortopedica (2003/04)

Ruanda

Ristrutturazione e riapertura dei reparti di chirurgia e di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Kigali (1994)

Serbia

Sostegno all’orfanotrofio Jova Jovanovic Zmaj di Belgrado (1999)

Sri Lanka

Dopo lo tsunami, fornitura di strumenti chirurgici e materiale di consumo all’ospedale di Kalutara; distribuzione di barche a motore, canoe e reti ai pescatori del villaggio di Punochchimunai; ricostruzione di 91 abitazioni in muratura per le famiglie dello stesso villaggio (2005/08)

Sudan

Ricostruzione e allestimento del reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale di Al Fashir in Nord Darfur (2004/05)


bisturi di

Gino Strada

foto Michele [prospekt]

Palazzi

fuori dalla guerra Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria. Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. La guerra “umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra stessa: ognuna è un crimine contro l’umanità. La dis-umanità della guerra è dimostrata, rappresentata, testimoniata delle sue vittime, esseri umani che finiscono di esistere o incominciano a soffrire. Così Bertolt Brecht: “La guerra che verrà non è la prima. Prima ci sono state altre guerre. Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. Fra i vinti la povera gente faceva la fame. Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”. Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono tali solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte più facilmente, escludendo il ricorso alla forza. Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana dei peggiori tra gli esseri umani. È la scelta criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, l’amplifica, che genera “cultura di guerra”. Howard Zinn, il grande storico statunitense, militante per la pace e per i diritti civili, scrisse a proposito della fine della guerra in Iraq: “Mentre lavoriamo con crescente determinazione perché ciò accada, non dovremmo pensare aldilà di questa guerra? Non dovremmo iniziare a pensare, anche prima che finisca questa guerra vergognosa, a come mettere fine alla nostra dipendenza dalla droga della violenza di massa? In altri termini, vogliamo incominciare a discutere su come porre fine alla guerra, non a questa o a quella guerra, ma alla guerra stessa?”. L’abolizione della guerra deve diventare una preoccupazione fondamentale per ogni essere umano dotato di intelligenza e coscienza. È uno straordinario percorso di elaborazione culturale e politica da intraprendere. Per immaginarne e disegnarne le tappe serve il contributo dei più alti tra gli scienziati e gli uomini di cultura, ma potrà realizzarsi soltanto con l’appassionata collaborazione dei cittadini, con lo sviluppo di una nuova coscienza civile che non abbia più la guerra nell’orizzonte del praticabile. Ai molti governanti che invece vedono ancora la guerra come risposta ai problemi del mondo, va rivolto di nuovo l’appello di Bertrand Russell e Albert Einstein, scritto nel lontano 1955: “Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?” L’abolizione della guerra è la sola speranza perché la razza umana continui. Non è in gioco un’astratta “umanità”, stiamo parlando, come scrisse Einstein, “di noi stessi, dei nostri figli e dei nostri nipoti”. Perché l’utopia diventi progetto e infine realtà, serve innanzitutto cancellare dalla nostra mente l’idea della guerra, un ripudio definitivo e irreversibile.

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EMERGENCY è una libera associazione di persone impegnate nella cura delle vittime della guerra e della povertà e nella promozione di una cultura di pace. Questo impegno nasce da una frequentazione quotidiana della sofferenza e dalla condivisione di un’idea: che esiste un’unica e sola umanità. Il lavoro di EMERGENCY – che in 16 anni ha curato oltre 4 milioni di persone – è una pratica di rapporti umani giusti e solidali, ispirati ai principi di eguaglianza, di qualità delle cure, di gratuità per tutti i feriti e gli ammalati.

Il mondo che vogliamo Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica. Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati. Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse. Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l’eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione. Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile. Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi. In nome delle “alleanze internazionali”, la classe politica italiana ha scelto la guerra e l’aggressione di altri Paesi. In nome della “libertà”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull’esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione. In nome della “sicurezza”, la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all’odio e al razzismo. È questa una democrazia? Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività? Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire “democratico”? Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini. È questo il mondo che vogliamo. Per noi, per tutti noi. Un mondo di eguaglianza.

EMERGENCY



E il mensile aprile 2011