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E - IL MENSILE. GIÀ PEACEREPORTER • ANNO VI - N°4- APRILE 2012 • EURO 4,00 • PUBBLICAZIONE MENSILE POSTE ITALIANE S.P.A.- SPEDIZIONE IN ABB. POSTALE - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N°46) ART. 1, COMMA 1, LO/MI

Bosnia.Gialli globali.Fincantieri.Maurizio Maggiani.Azra Nuhefendic´ APRILE 2012

Terra dall’alto, tossica ma bella E-IL MENSILE APRILE 2012 • EURO 4,00

Ritorno in Bosnia Intrighi d’autore i Maigret globali Fincantieri in alto mare hanno scritto:Luca Crovi.Christian Elia.Alessandra Fava Nicola Lagioia.Alessandro Grandi.Azra Nuhefendic´ Nicola Sessa.Patrizia Valduga hanno fotografato e illustrato: Gianluca Cecere Massimo Di Nonno.Ziyah Gafic´.Anna Godeassi Kacper Kowalski.Mattia Velati.Bruno Zaffoni


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l’editoriale

un anno Questo mensile ha un anno di vita. Ci piacerebbe festeggiarlo, ma se ci guardiamo intorno, in Italia e nel mondo, c’è poco da festeggiare. I poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi. Mario Monti è molto diverso da Silvio Berlusconi, nei modi. Gode di buona stampa, non dà pacche sul culo, indossa il loden, va a fare la spesa al supermercato, ma noi non ci uniamo al coro di elogi. Con i salari più bassi dell’Europa occidentale e la pressione fiscale più alta, ci vuole un bel coraggio (o un brutto cinismo) a parlare di crescita, di sviluppo, di consumi da rilanciare. Le posizioni di privilegio (politica, banche, assicurazioni) non si toccano o si sfiorano appena. Ai giovani disoccupati, un esercito, si danno parole e precarietà, non posti di lavoro. I tagli al sociale sono sempre più pesanti e si ripercuotono sulla vita quotidiana di tantissime famiglie. E-il mensile è nato nel segno di Emergency per diffondere una cultura di pace. “Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un’equa distribuzione delle risorse”. Questo era scritto sul cosiddetto “manifesto di Firenze” e questo abbiamo cercato di trasferire nei nostri pezzi. Abbiamo ascoltato le voci delle donne della rivoluzione maghrebina, quelle dei ragazzi e delle ragazze seduti sul prato dell’Università di Kabul, quelle dei cittadini cinesi che chiedono conto al Potere dei suoi eccessi. Vi abbiamo proposto viaggi nella Parigi dei ribelli, nella Berlino delle ombre, ma anche sui treni dei pendolari tra Viterbo e Roma e nei pioppeti, tra Brescello e Novellara. Abbiamo documentato gli orrori del Vietnam, dove continuano a nascere bambini deformi: l’agente orange colpisce ancora, a quasi 37 anni dalla fine della guerra. Abbiamo raccontato, nelle storie che aprono ogni numero, di qualcuno che ha provato a cambiare, che ha lottato, che sta lottando per una realtà diversa. Ed è questo il settore di cui sono più fiero: storie vere, che molti altri giornali trascurano. Ma più dell’anno passato conta l’anno che verrà. Grazie a chi ci ha sostenuto, in edicola o con gli abbonamenti, approvando o criticando il nostro lavoro. La sola promessa che mi sento di fare è che l’impegno, mio e della redazione, era e resta quello di fare un giornale utile e bello. Questo numero, infine, è dedicato a Vittorio Arrigoni e Rossella Urru, alla loro scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei dimenticati. Vittorio è stato ucciso, ma il suo ricordo è vivo. Rossella è stata rapita e speriamo di salutarla presto, libera. Gianni Mura


in questo numero 5 le storie

La tavola buona di Natascia Ronchetti

Nascosto a Tel Aviv di Michele Giorgio foto di Claudia Foglia

Corvetto F.C. di Francesco Cerruti foto di Edoardo Mozzanega

Questa è la mia svolta di Manuela Longo foto di Roberto Ventura

Giocare il teatro di Giovanni Greco

12 il reportage

Zenica, cuore di acciaio della Bosnia Vent’anni dopo la guerra. Ritorno nella città, al centro del Paese, dove un’acciaieria indiana avvelena l’aria e il futuro. E i giovani vogliono scappare di Christian Elia foto di Ziyah Gafic´ e Germana Lavagna

32 le cronache

Nel mare della crisi Si dice Fincantieri, ma il raggio della crisi si allunga fino all’entroterra ligure, alle fabbriche dell’indotto. Con un’intervista allo scrittore Maurizio Maggiani che spiega le cause del declino di Alessandra Fava foto di Massimo Di Nonno

42 il giro del mondo

Profondo giallo Mica solo Sherlock Holmes o la Trilogia di Larsson. Il poliziesco lascia la sua scia in giro per il mondo, investigando nella tundra come in Africa, nell’India più remota e tra i vicoli di Pechino di Luca Crovi foto di Adele Lorenzi

64 il portfolio

Toxic Beauty Visti dall’alto sono di materica bellezza, puro espressionismo astratto. Da vicino sono un impianto chimico, una miniera di lignite, un impianto di acque reflue. Un’ambiguità che ha ispirato uno scrittore foto di Kacper Kowalski con un testo di Nicola Lagioia

84 le cronache

Addicted Smartphone, nuova dipendenza. Che causa problemi non ancora del tutto riconosciuti, ma che stanno portando lavoro a centri specializzati di Alessandro Grandi

88 il viaggio

Notturno tedesco Passeggiando per Berlino, con un particolare Virgilio, sulle tracce di quello che non c’è più, ma di cui si sente l’eco. Indietro nel tempo di una città che è ed è stata un crocevia importante della Storia di Nicola Sessa foto di Gianluca Cecere

98 il racconto

Il nemico non dorme mai Sappiatelo bambini, e comportatevi di conseguenza. Da bravi membri di uno Stato socialista. Così ci ammoniva papà.

110 sul campo

Chi curo per primo? In Afghanistan, dove la salute non è un diritto universale, anche l’ospedale di Emergency è costretto a fare delle scelte di Paolo Piagneri foto di Mattia Velati

le rubriche 30 Grill di Till Neuburg 31 Spiriti liberi di Giulio Giorello 40 Polis di Enrico Bertolino 41 .eu di Stefano Squarcina 41 Il capitale di Niccolò Mancini 54 Televasioni di Flavio Soriga 55 Buen vivir di Alfredo Somoza 62 Mad in Italy di Gianni Mura 80 Un fisico bestiale

di Bruno Giorgini

81 Decoder di Violetta Bellocchio 96 Pìpol di Gino&Michele 97 Parola mia

di Patrizia Valduga

108 La posta del cuore

di Claudio Bisio

112 La posta di E

il nostro osservatorio 28 Buone nuove 56 Casa dolce casa 82 L’Italia è una Repubblica

fondata sul lavoro

94 Cessate il fuoco

di Azra Nuhefendic´ illustrazioni di Anna Godeassi

104 domani

Musica di Carlo Boccadoro Architettura di Raul Pantaleo Cinema di Barbara Sorrentini Teatro di Simona Spaventa Arte di Vito Calabretta Design di Claudia Barana Libri di Alessandra Bonetti Rete di Arturo Di Corinto

Ci vediamo in edicola dal 24 aprile con il numero di maggio

58 la graphic novel

I ragazzi del Mali Sono un gruppetto, arrivati dalla Libia e approdati in un paesino del Trentino. Dove, aspettando il responso sulla loro sorte, hanno fatto delle amicizie scritto e disegnato da Bruno Zaffoni

in copertina foto di Kacper Kowalski [panos/luz]

in copertina foto dixxxxxxxxx


con noi E - IL MENSILE APRILE 2012

www.eilmensile.it Direttore responsabile Gianni Mura Condirettore Maso Notarianni Art director Federico Mininni Caporedattori Angelo Miotto ◆ Assunta Sarlo Redattori Gabriele Battaglia ◆ Christian Elia ◆ Luca Galassi Alessandro Grandi ◆ Antonio Marafioti ◆ Enrico Piovesana Valentina Redaelli ◆ Nicola Sessa Stella Spinelli ◆ Alberto Tundo Photoeditor Marta Posani ◆ Germana Lavagna Videoeditor Claudia Pozzoli Segreteria di redazione Silvina Grippaldi Hanno collaborato Rodrigo Abd ◆ Ale+Ale ◆ Lorenzo Bagnoli ◆ Claudia Barana ◆ Violetta Bellocchio Enrico Bertolino ◆ Nana Bianca ◆ Claudio Bisio ◆ Carlo Boccadoro ◆ Alessandra Bonetti ◆ Simon Brader ◆ Vito Calabretta ◆ Casa delle donne per non subire violenza Bologna ◆ Gianluca Cecere ◆ Francesco Cerruti ◆ Alberto Cristofari Luca Crovi ◆ Arturo Di Corinto ◆ Massimo Di Nonno ◆ Elfo ◆ Alessandra Fava Claudia Foglia ◆ Dino Fracchia ◆ Ziyah Gafic´ ◆ Maurizio Galimberti ◆ Gino&Michele Giulio Giorello ◆ Bruno Giorgini ◆ Michele Giorgio ◆ Anna Godeassi ◆ Giovanni Greco Guido Guarnieri ◆ Kacper Kowalski ◆ Nicola Lagioia ◆ Paolo Lezziero ◆ Manuela Longo ◆ Adele Lorenzi ◆ Niccolò Mancini ◆ Maddalena Masera ◆ Edoardo Mozzanega Till Neuburg ◆ Azra Nuhefendic´ ◆ Annamaria Palo ◆ Raul Pantaleo ◆ Paolo Piagneri Ivor Prickett ◆ rassegna.it ◆ Natascia Ronchetti ◆ Sergio Ronchi ◆ Oscar Sabini Borislav Sajtinac ◆ Alfredo Somoza ◆ Flavio Soriga ◆ Barbara Sorrentini Simona Spaventa ◆ Stefano Squarcina ◆ Patrizia Valduga ◆ Mattia Velati Roberto Ventura ◆Bruno Zaffoni Agenzie fotografiche ed editori A3 ◆ AP ◆ Buenavista ◆ Contrasto ◆ Getty Images ◆ LaPresse ◆ Luz ◆ Panos Web Photo

E - IL MENSILE già PeaceReporter Redazione e amministrazione via Vida, 11 - 20127 Milano - Tel 02 801534 - Fax 02 26809458 segreteria@e-ilmensile.it Edito da Dieci dicembre Scarl via Vida, 11 - 20127 Milano Reg. Trib. Milano n. 363 del 01/06/07 Presidente Maso Notarianni Amministratore delegato Rosanna Devilla Amministrazione Annalisa Braga Responsabile IT Stanislao Cuzzocrea Concessionaria pubblicità

Christian Elia Ziyah Gafic´

È nato a Sarajevo, dove si è laureato in Letterature comparate. Dal 1999 ha viaggiato come fotoreporter in più di quaranta Paesi. I suoi lavori sono stati esposti in importanti gallerie e festival, tra cui Perpignan, Arles, New York, Amsterdam, e pubblicati su Time, Newsweek, l’Espresso, Amica, la Repubblica. Ha pubblicato i suoi progetti Troubled Islam (War Photo Limited, 2010) e Quest For Identity (De.MO, 2010). Per noi è tornato a raccontare la Bosnia.

Classe 1976, di Bari-Bari. Autore di reportage, di servizi radiofonici, del libro Oltre il muro, storie di comunità divise e del documentario The Empty House. Per PeaceReporter ed E ha raccontato, e racconta, il Medio e il Vicino Oriente, il Nord Africa e i Balcani. Nel 2011 ha vinto il Premio Baldoni. A vent’anni dalla guerra, è stato in Bosnia guardando al futuro.

Resp. trattamento dati (D. Lgs. 30.06.2003, n.196) Gianni Mura Alle biblioteche carcerarie che ne facciano richiesta verrà attivato un abbonamento omaggio La nostra carta Questo giornale è stampato su carta certificata PEFC

www.eilmensile.it

www.emergency.it

Polacco, classe 1977, una laurea in Architettura, si avvicina alla fotografia grazie alla sua passione per il parapendio e il volo. Non a caso sceglie di specializzarsi in vedute aeree, per trattare temi legati all’ambiente, alla natura, allo sfruttamento delle risorse. Ha vinto diversi premi, tra cui World Press Photo, Grand Press Photo, National Geographic Award e Pilsner Urquell International Photography Award. Il suo progetto Toxic Beauty è il nostro portfolio.

Massimo Di Nonno

Alessandra Fava

Genovese. Giornalista dall’89. Ha scritto per Marie Claire e Diario. Ha seguito il G8 del 2001 e i relativi processi per Ansa, il manifesto e Radio Popolare. Si occupa di tematiche sociali, cronaca e sindacato. Quando può viaggia e scrive di esteri. In questo numero ha firmato Nel mare della crisi.

Nato nel 1968 a Campobasso. Ex odontotecnico (per dodici anni), idealista stanco degli idealismi, da nove anni si guadagna da vivere scattando foto. Questa volta nei cantieri navali di Genova e nelle aziende dell’indotto.

Publicitas International Spa

via Besana, 9 - 20122 Milano Tel 02 55194385 - Fax 02 55199019 - Cell 335 5452015 www.publicitas.com/italy Stampa Nuovo Istituto Italiano Arti Grafiche Spa via Zanica, 92 - 24126 Bergamo Distribuzione M-dis Distribuzione Media Spa via Cazzaniga, 19 - 20132 Milano - Tel 02 25821 - Fax 02 25825306 Distribuzione in libreria: Joo Distribuzione, via F. Argelati, 35 - 20143 Milano Servizio abbonamenti e arretrati Picomax Srl viale Sondrio, 7 - 20124 Milano Tel 02 77428040 - Fax 02 76340836 Arretrati 8 euro

Kacper Kowalski

Nicola Lagioia

Luca Crovi

Critico rock e conduttore radiofonico, è redattore alla Sergio Bonelli Editore dove, dal 1993, si occupa della collana Almanacchi. Ha scritto sceneggiature a fumetti per i volumi I vizi di Pinketts, Arrivederci, amore, Laggiù nel profondo e Fantômas Le nuove avventure, misurandosi per l’occasione con personaggi nati dalla fantasia di Andrea G. Pinketts, Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale e Marcel Allain e Pierre Souvestre. È anche un grande appassionato di gialli, come vedrete.

È nato a Bari nel 1973. Ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (minimum fax, 2001), Occidente per principianti (Einaudi, 2004) e Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009, premio Viareggio, premio Siae/ Sindacato nazionale scrittori, premio Vittorini, premio Volponi). Dirige Nichel, la collana di letteratura italiana di minimum fax. Collabora con diversi giornali e riviste. È una delle voci di Pagina3, la rassegna stampa quotidiana di Radio3. È tra i fondatori del blog letterario www.minimaetmoralia.com. Il portfolio gli ha ispirato un racconto sull’Earth Overshoot Day. Immaginario, ma neanche tanto.

Enrico Bertolino

La sua carriera artistica comincia tra il 1996 e il 1997, quando vince diversi concorsi per comici esordienti che gli aprono la strada della tv, della radio, del cinema e del teatro. Ha condotto e partecipato ai programmi Ciro, il figlio di Target, Facciamo Cabaret, Mai dire gol, Quelli che il calcio, Convenscion, Le Iene, Zelig, Glob - L’osceno del villaggio. Da quest’anno è tornato su Rai3 con il suo nuovo programma Glob Spread. Ha da poco pubblicato Pirla con me (Mondadori). Su E cura la rubrica Polis.

Michele Giorgio

Giornalista, corrispondente da Gerusalemme del manifesto, fondatore del sito di informazione nena-news.com, vive e lavora in Medio Oriente da vent’anni. Ha seguito l’Intifada palestinese, l’invasione anglo-americana dell’Iraq, l’offensiva israeliana in Libano del Sud del 2006, l’operazione Piombo fuso contro Gaza e la “primavera araba” in Egitto, Libia e Bahrein. A Tel Aviv ha incontrato i profughi del Darfur.


storia 63 - Roberto Morgantini

La tavola buona storia raccolta da

Natascia Ronchetti

Roberto Morgantini ha 65 anni. Nato in Val d’Ossola, a 25 chilometri dalla Svizzera, è un ex sindacalista della Cgil, oggi in pensione. Da 43 anni vive con la famiglia a Bologna, dove ha gestito per oltre vent’anni lo sportello stranieri.

Volevo che si sedessero a tavola come dei signori, serviti e riveriti nel tempio della storia e della tradizione gastronomica di Bologna. Quando sono entrato nel ristorante Diana mi sono detto: proviamo, tanto non ho nulla da perdere. I proprietari mi hanno fatto aspettare una settimana prima di accettare. Poi i camerieri e i cuochi hanno lavorato gratis; secondo me erano anche felici di servire clienti che erano davvero l’opposto di quelli abituali. Menu da grandi occasioni: lasagne, spuma di mortadella, bresaola o agnello, dolce e caffè nel ristorante più famoso e blasonato della nostra città. Era una sfida, l’ho vinta. Adesso ogni anno il Diana apre la porta ai senzatetto; altri quindici ristoranti lo hanno emulato, a rotazione una volta al mese offrono un pasto completo. Si saranno detti che se lo faceva il Diana loro non potevano essere da meno. Chissà, forse è stata anche la crisi economica a darmi una mano, tanti hanno compreso che può essere davvero breve la distanza tra una vita normale e quella di chi ha perso tutto. La recessione e la paura, che scalfiscono le certezze, probabilmente avvicinano le persone, cancellano il rifiuto e l’indifferenza. E poi nell’anima dei bolognesi c’è ancora il valore della solidarietà. In fondo non è neanche merito mio, ma della mia famiglia. Mi hanno indicato una strada e non potevo fare altro che percorrerla. Io vado sempre dove c’è la sofferenza maggiore, vado dove ci sono gli ultimi. E non mi sono chiesto se sia giusto o sbagliato stare dalla parte di chi soffre di più. Sono un valdossolese orgoglioso di appartenere alla terra che per prima, nel 1944, si è liberata dall’oppressione fascista. I miei genitori erano operai impegnati nella Cgil. Nella mia infanzia non ci sono mai state favole, ma solo storie di partigiani, di proteste sindacali

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e di picchetti davanti alle fabbriche, storie nelle quali il cattivo era sempre il crumiro che tradiva la classe operaia. Sono arrivato a Bologna nel 1968, a ventun anni sono entrato nella Cgil. Alle spalle avevo la scuola di partito del Pci, le lezioni di Giorgio Amendola e di Pietro Ingrao. E per me il capoluogo emiliano era la realizzazione di un ideale. Entravo nelle fabbriche, mi confrontavo con il disagio degli operai meridionali strappati alle loro terre. La storia si ripete: c’è un filo che lega l’immigrazione dal Meridione di ieri all’immigrazione di oggi degli stranieri. Lo stesso cattivo sentimento, la stessa ostilità. Per 23 anni ho diretto l’ufficio stranieri della Cgil, gli immigrati avevano bisogno di tutto. Corsi di alfabetizzazione, conoscenza delle normative italiane, casa, lavoro. Noi eravamo un punto di riferimento, usavano l’indirizzo della Cgil anche per la posta, per tenersi in contatto con i famigliari rimasti nel Paese d’origine. In quel momento era necessario dare il massimo, mancava ancora una risposta da parte delle istituzioni. E così si stabiliva un rapporto che conteneva tutto: la gioia e il dolore, la morte e la nascita. Lo stesso rapporto che si stabilisce con i senzatetto. Ci sono ex carcerati che non sono riusciti a reinserirsi, o persone che hanno perso il lavoro e poi la casa. Sono stato uno dei fondatori dell’associazione Piazza Grande, del primo giornale dei clochard, grazie al quale molti sono riusciti a riconquistare una occupazione, un’abitazione. C’è chi ha aperto un’officina di riparazioni di biciclette, chi un negozio di abiti usati. Poi ho pensato al ristorante Diana. Con i proprietari e i camerieri si è stabilito un rapporto bellissimo. Loro volevano rendersi utili, io ho dato loro l’opportunità di realizzare qualcosa di vivo che li gratifica. Penso che non sia poco.

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storia 64 - Abdallah Ibrahim

Nascosto a Tel Aviv storia raccolta da

Michele Giorgio foto Claudia Foglia

Vivo a Tel Aviv in questa sala senza luce. Abbiamo sbarrato e coperto le finestre per proteggerci dai curiosi e dalle ispezioni della polizia. Ci dormo insieme ad altri centotrenta compagni, quasi tutti sudanesi, molti del Darfur. Possedere un materasso è un lusso in questo rifugio che accoglie i clandestini. Ma mi bastano un telo, una coperta e un tetto sulla testa, per ora non chiedo nulla di più. Ciò che conta è rimanere nell’ombra, evitare l’espulsione. Gli eritrei che vivono qui da anni dicono che prima era più facile, ora ci sono nuove leggi. Il governo israeliano presto potrebbe sbatterci fuori dal Paese. In Sudan però io non ci torno, a ogni costo. Ho impiegato anni per scappare via. E poi ho diritto all’asilo politico, me lo ha spiegato un giovane amico israeliano, Haim. Lui ci aiuta. Ci porta coperte, abiti, cibo e ci spiega quello che accade intorno a noi. I miei compagni mi dicono di non farmi vedere troppo

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in giro in questo periodo. Haim e i suoi amici sono dalla nostra parte, ma altri israeliani non amano incontrarci nelle strade della città, soprattutto quelle del centro. A Khaled, che come me viene dalla zona di Korma, qualche giorno fa due israeliani gli hanno urlato di andare via, gli hanno lanciato contro delle pietre. Perciò preferiamo passare il tempo nella zona del parco Levinsky: dicono che sia una delle più brutte della città, a me sembra bella, è pulita e ci sono gli alberi. La polizia gira sempre più spesso da queste parti, per fortuna non sempre si ferma a controllare i documenti. Quando scorgo i poliziotti mi allontano subito e torno al rifugio sperando che gli agenti non vengano a ispezionarlo. Altrimenti sarebbero guai seri. Molti di noi non hanno alcun documento, nemmeno quello rilasciato dalla prigione, sul confine con l’Egitto, dove siamo rimasti per diversi giorni. Non sai quanto sono felice di aver imparato un po’ di inglese in Sudan. È stato Abuna Jamil, il prete di una chiesa di Khartoum, a insegnarmelo. Lo ringrazierò per sempre, perché l’inglese mi è servito tantissimo. Abuna Jamil mi ha dato una mano, quando


l’ho conosciuto ero disperato. Era il 2006 e venivo da mesi passati in strada, senza un tetto e a soffrire la fame. Appena tre anni prima le cose erano ben diverse. Avevo una famiglia e una casa. A scuola non ero un fenomeno, ma mi piaceva andarci, anche se non tutti i giorni. Nel pomeriggio aiutavo mio padre a raccogliere in strada pezzi di metallo che lui poi portava in città, a Korma, per venderli a un suo amico fabbro. Sapevo della guerra nel Darfur e dei ribelli che combattevano contro i leader a Khartoum. Ma vedevo tutto ciò lontano, non ci pensavo. Non so cosa i Janjaweed (la milizia filogovernativa) avessero contro la mia tribù, i Tanjur, ma un giorno, tornando da scuola, vidi mia madre e i miei fratelli morti davanti casa. Scappai verso la foresta, ci rimasi per un mese, nascosto assieme ad altri ragazzi del villaggio sfuggiti al massacro. Ho mangiato foglie, bacche, tutto quello che si poteva masticare pur di sopravvivere. Ci spostavamo di notte per evitare i Janjaweed e alla fine un camionista ci ha portato a Khartoum. Negli ultimi cinque anni ho pensato solo a scappare via. Volevo essere in qualsiasi parte del mondo, ma non in Sudan. Un Tanjur rimane per sempre un Tanjur. Devi nascondere il tuo nome se vuoi vivere, e mentire in continuazione, sperando che l’accento non ti tradisca. Ho spazzato e lavato pavimenti ovunque a Khartoum, sono stato garzone di barbiere e custode della chiesa di Abuna Jamil. Poi un tipo mi ha procurato il passaporto e, con 1.300 dollari, ho pagato il viaggio dal Sudan al Cairo. Otto giorni su di un pick-up sognando di poter lasciare subito l’Egitto e di partire via mare per l’Europa. Una volta arrivato al Cairo mi è stato detto che per i sudanesi l’Europa non è a nord, ma a est

dell’Egitto. Si chiama Israele. Non sapevo nulla di questo Paese, se non che è nemico del Sudan. Non volevo venirci ma tornare indietro a Khartoum era impossile e in Egitto avrei fatto la fame come in Sudan. E poi i sudanesi che avevano viaggiato con me dicevano che Israele è ricco, come l’America, come l’Europa, e che lì ci saremmo costruiti una nuova vita, lontani dalla guerra e dalla miseria. Parole, sogni, programmi per un’esistenza migliore. Me li sono già lasciati alle spalle. Ora so soltanto che da alcuni mesi vivo nel rifugio dei clandestini accanto al parco Levinsky e devo tenermi alla larga dalle pattuglie della polizia. Guardando in direzione del mare, scorgo grattacieli e palazzi fatti di pietra bianca che brilla sotto la luce del sole. George, l’eritreo cristiano che vive qui da sette anni e ha un permesso di lavoro, mi dice che il centro di Tel Aviv è bello, con tanti negozi e caffè sempre pieni di gente, proprio come nei Paesi ricchi. Ma io questa ricchezza non l’ho ancora vista e il percorso verso quelle case bianche mi appare lungo e tortuoso, come il viaggio da Khartoum al Cairo. Oggi al rifugio aspettiamo Haim, magari ci dirà che il governo di Israele presto accoglierà i rifugiati politici e non espellerà più i clandestini. Khaled sorride, mi ripete che non devo illudermi e che piuttosto dovrei pensare a imparare un po’ di ebraico per trovare un lavoro in nero. Lui parla e a me torna in mente la filastrocca che mi piaceva recitare da bambino quando da scuola tornavo a casa correndo.

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Abdallah Ibrahim, 28 anni, sudanese del Darfur, è entrato clandestinamente in Israele all’inizio di dicembre, dopo un viaggio che lo ha portato da Khartoum al Cairo e dalla capitale egiziana sino al confine con lo Stato ebraico. Arrestato e incarcerato per diversi giorni, avrebbe dovuto lasciare il Paese entro un mese. Si nasconde alla periferia di Tel Aviv. Su www.eilmensile.it il video Migranti a Tel Aviv girato da Michele Giorgio


storia 65 - Abdallah Ibrahim Saleh

Corvetto F.C. storia raccolta da

Francesco Cerruti foto Edoardo Mozzanega

Abdallah Ibrahim Saleh è nato a Dakahlia, 150 km a nord del Cairo, 54 anni fa. Dopo gli studi superiori, nel 1977 è arrivato a Milano con l’idea di fermarsi qualche mese. Invece in Egitto non è più tornato. Da allora ha lavorato in garage, fabbriche, ristoranti, cinema e bar. Dal 1994 gestisce il campo sportivo della Milanese Corvetto.

In un garage di viale Montenero ho imparato a conoscere la cultura dell’accoglienza di una città che oggi faccio fatica a riconoscere. Allora era facile entrare nel mondo del lavoro, affittare una casa e farsi degli amici, italiani e sinceri. Ne è passato di tempo e ho cambiato talmente tanti lavori che non me li ricordo nemmeno tutti: garagista, lavapiatti poi promosso ad aiuto cuoco, operaio, barista negli anni Ottanta diventato barman qualche anno dopo, maschera al cinema. Qualche anno fa ho realizzato il mio sogno di gioventù, aprire un ristorante, ma ho dovuto chiudere dopo un paio di stagioni perché gli affari non andavano tanto bene. Quasi vent’anni fa la mia vita è cambiata. Facevo il cameriere sui Navigli, in un locale alla moda frequentato da calciatori di Inter e Milan, e proprio due di loro mi hanno convinto a seguirli nell’acquisto di un campo sportivo al Corvetto. Ricordo ancora bene la gioia che ho provato: mi sentivo un buon lavoratore e un buon cittadino, una persona di cui ci si poteva fidare, un egiziano che ce l’aveva fatta. Il Corvetto è un quartiere di Milano Sud noto negli ultimi anni per essere uno dei più pericolosi e inospitali della città. Ormai credo ci siano più maghrebini, sudamericani e asiatici che italiani, e a leggere i giornali e a sentire la tv non è un posto sicuro. Io sono qui dal 1994, custode e factotum di un campo glorioso per la zona, quello della Milanese Corvetto, e nove ragazzi su dieci li ho visti crescere giocando a pallone. Fino a qualche tempo fa, durante la settimana, si alternavano davanti ai miei occhi tredici squadre, dai pulcini di otto anni ai lavoratori di trentacinque, senza contare i tornei a cinque o a sette. Insomma, ogni ragazzo cresciuto al Corvetto è passato di qui,

chi più bravo chi meno con il pallone, ma di problemi non ce ne sono mai stati. Qualche anno fa un gruppetto di sudamericani aveva l’abitudine di venire ogni domenica a giocare, sbevazzare e passare la giornata libera in un bosco vicino al nostro campo. Mi dispiaceva vederli dribblare più tronchi che avversari e così gli ho proposto di spostarsi qui da noi. Quel gruppetto è diventato una folla, con gli adulti che si sfidano a calcio, e mogli, fidanzate e bambini che ballano e cucinano. Da allora ogni settimana aspetto la domenica per entrare, io egiziano diventato uomo in Italia, in una cultura che non è la mia e che mi permette di viaggiare rimanendo al Corvetto. Il bar del centro si trasforma: fiumi di birra e musica ispanica isolano la mia seconda casa dal resto della zona e l’odore di fritto copre quello dei gas di scarico. A giocare poi, non sono neanche male, ed è un piacere vedere il Deportivo Affori, tutti boliviani, battagliare contro l’Alianza San Donato, che sembra la nazionale del Perù. Ogni tanto poi spunta dal cancello della Milanese qualche faccia impaurita, piena di dubbi e di speranza, un giovane egiziano in cerca di consigli e di certezze. Io faccio il possibile per aiutarli, chiamo i miei ex datori di lavoro e quei colleghi che sono riusciti ad aprire un’attività, ma è facile rendersi conto di come le cose siano cambiate. Rispetto a quando sono arrivato io, l’ambiente è più ostile. Oggi da una parte i maghrebini e dall’altra gli italiani restano chiusi in loro stessi e guardano timorosi e diffidenti chi è diverso. Se fossi venuto adesso, probabilmente non sarei rimasto nemmeno io. Invece, per fortuna, ormai sono uno del Corvetto.

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storia 66 - Serena Caputo

Questa è la mia svolta storia raccolta da

Manuela Longo foto Roberto Ventura

Credo poco nella vita e non so se ho un dio, ma vivo molto delle energie degli altri. Credo nella forza che le persone riescono a dare ai tuoi progetti. È quello che è successo l’anno scorso quando con Diego, Marco, Luca, Tina, Andrea, Sara e Stefano abbiamo avviato i lavori per la ristrutturazione di uno spazio a Rozzano. Per tentare la strada del circolo di promozione sociale e culturale, nel quale potesse essere la normalità, anche per chi è disabile, trascorrere una serata tra amici, assistere a uno spettacolo e bere qualcosa. La Svolta, lo abbiamo chiamato. E il bradipo, con la sua lentezza, con il suo essere un animale diversamente attivo, è il logo che lo rappresenta. La sfida che ci siamo proposti è unire il luogo di aggregazione con il superamento di certe barriere, architettoniche e mentali. Accessibili le entrate, bagni a norma, bancone del bar con zona ribassata, rampa per il backstage. Abbiamo in cantiere l’accessibilità del palco, percorsi sensibili per non vedenti. Stiamo studiando con diverse associazioni del territorio i modi più utili e gli accorgimenti più appropriati per rendere questo posto accessibile a chi è paraplegico, a chi è sordomuto, ai non vedenti, a chi soffre di disagio psichico. In modo che chiunque entri al circolo si senta normale, si senta a casa. Senza fare del circolo un ghetto, ma un luogo di aggregazione per tutti. La nostra sfida è rendere qualunque cosa il più naturale possibile. A partire dal lavorare insieme, normodotati e disabili. Non è stato facile arrivare fin qui. Trovare una sede e tutto il resto. Molte delle amministrazioni cui ci siamo rivolti hanno ignorato il nostro progetto. Alcuni lo considerano ambizioso. Tutto dipende dal punto di vista dal quale lo guardi. Non credo sia ambizioso aspirare a un luogo di socialità aperto a tutti. Anche a chi come me ama stare con gli amici, ma ha sempre avuto difficoltà in qualsiasi locale di Milano. I primi anni sono stati impegnativi. Sono una tifosa e ho sempre frequentato lo stadio. Quante volte, lungo la linea metropolitana, ho dovuto fare un gradino alla volta con la forza delle braccia e chiedere a qualcuno di portarmi la carrozzina. Spesso viaggiavo per strada quando ancora i marciapiedi non erano accessibili e a volte la persona cui chiedevi aiuto si rifiutava di aiutarti. A queste cose non ti abitui mai. Per quanta attenzione oggi ci sia verso chi è disabile, a Milano ancora non è possibile muoversi con natura-

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lezza e non è sempre facile fare ciò che si vuole. Sono appassionata di musica rock e i primi anni frequentavo il Naked Thunder. Lì ho conosciuto Roberto che mi ha coinvolto nel progetto La Casa 139. L’associazione era una grande famiglia. Poi arriva un momento nella vita in cui senti di dover fare qualcosa di significativo anche tu. La Svolta è un progetto associativo, mio e degli amici che vi stanno investendo soldi, tempo ed energia. Ognuno ha un lavoro per mantenersi e quindi gestire il circolo è ancora più complesso. Ma forse per questo la sfida è ancora più accesa. Programmiamo musica, teatro e cabaret, serate danzanti dal giovedì al sabato; stiamo lavorando per realizzare sportelli informativi per disabili, laboratori teatrali per bambini, doposcuola e tanto altro. Stiamo lavorando per una svolta, un cambio di direzione non solo nella fruibilità degli spazi, ma anche nella coscienza delle persone.

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Serena Caputo è nata 37 anni fa ad Asti. Ha contratto la meningite tubercolare all’età di due anni e mezzo. Lavora a Milano, da sei anni in telelavoro. Da ottobre 2011 è presidentessa del circolo Arci La Svolta di Rozzano.


storia 67 - Giovanni Greco

Giocare il teatro C’è una lista dei diritti dell’Uomo e di quelli del cittadino. C’è una lista dei diritti delle minoranze: linguistiche, sociali, religiose, di genere. Esistono i diritti degli animali e quelli dei territori a non essere violati. Manca una lista dei diritti calpestati. Il diritto al cibo, all’acqua, a un’abitazione, a un lavoro, a cure mediche. C’è una minoranza consistente tra gli affamati di diritti che è tra le più rimosse ed è quella dei bambini: non si riesce a pensarli se non come consumatori o come “consumati”. C’è una convenzione Onu, è vero, per i diritti dei bambini (l’hanno sottoscritta tutti gli Stati membri, tranne Stati Uniti ed Etiopia), ma nessuno la applica davvero: basti pensare che lì è scritto che si è bambini fino al compimento del diciottesimo anno. Tra i diritti dei bambini, poi, ce n’è uno che più di altri si deve considerare fondamentale e che è forse il più dimenticato: si tratta del diritto al gioco, a quella spensieratezza che è insieme serietà e divertimento di cui la stragrande maggioranza dei bambini sulla terra non gode. E non si dica che prima viene l’acqua, il cibo, la casa: il pane e le rose non sono in contraddizione, se non nella malafede di chi ragiona solo di numeri. Da anni mi trovo a girare per le periferie del mondo e della mia città a “giocare il teatro” con bambini che sono stati arrestati, orfani che dormono per strada o fanno uso di sostanze letali (colla più che droga), che non vanno a scuola o che l’hanno abbandonata presto, che scappano dalla guerra e dalla povertà. Fu proprio ai tempi degli sbarchi di massa degli albanesi in Puglia che mi ritrovai con Clown sans Frontières in un paesino dell’Alto Lazio (Soriano nel Cimino), dove un sindaco visionario aveva accolto decine di genitori e bambini, mentre tutti volevano respingerli, in quanto sporchi, mafiosi, ladri, infidi per natura. Ci trovammo in questo villaggio di case in legno, immerso in un bosco, chiamato campo profughi, che rispetto ad altri campi profughi che avrei visto in seguito era un’oasi di serenità. Avevano da mangiare e da bere, avevano giornali e televisioni, ma non facevano nulla dalla mattina alla sera e in molti pensavano di evadere per cercarsi un lavoro, quando arrivammo. Parlavano poco italiano e noi non parlavamo una parola di albanese: fu dura all’inizio perché erano portati a sentirsi dei reietti e noi venivamo a giocare con loro, mentre tutti li consideravano degli appestati. Il bello del teatro quando esce dai suoi templi polverosi è che si può fare senza parole: con i corpi, con i suoni, mimando gli animali e i loro versi, raccontandosi delle storie a gesti, cantando e danzando gratuitamente. Ricordo i bambini che ci insegnavano una danza complicata e un canto nella loro lingua sconosciuta. Poi, qualche genitore, di quelli con le facce più disperate, che si avvicinava, prima le donne, poi gli uomini e poi qualche anziano. Ti prendevano per mano come avrebbero fatto con i loro nipoti, come qualcuno molti anni prima aveva fatto con loro. C’era la piccola Androniki, che tenevo al collo, e la nonna o forse la zia che mi portava in giro, mi mostrava un passo e il

nonno o lo zio che mi guardavano a metà tra il sogno e la compassione divertita. Dopo mezz’ora eravamo in trenta a ballare e cantare “Dore cherzès me mua?”, le parole di quella canzone che c’è anche in italiano: “Vuoi ballar con me? Dammi la mano destra Belinda... Vuoi ballar con me?”. Gli “sporchi” e i “puliti”, grandi e piccoli, i “ladri” e gli “onesti” che finalmente comunicavano al di là degli slogan, dei luoghi comuni, delle paure: con il sudore e le guance rosse, tra sorrisi imbarazzati e grasse risate, con il fiatone e i piedi indolenziti come i bambini al ritorno da un lungo pomeriggio di avventure. L’avventura dell’incontro, della fame e della sete dell’altro saziata con poco, con molto, senza retorica, vivendo fino in fondo un presente che era, e dovrebbe essere, tutto il passato e tutto il futuro.

G

di

Giovanni Greco

Giovanni Greco è nato a Roma nel 1970. È attore, regista e traduttore. Ha firmato molti testi e regie teatrali in Italia e all’estero. Ha insegnato Storia del teatro presso l’Accademia nazionale di arte drammatica di Roma e partecipato come docente al Progetto Babele, promosso dal ministero degli Esteri per l’insegnamento dell’italiano attraverso il teatro. Con il suo libro Malacrianza ha vinto il Premio Calvino 2011.


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di

Christian Elia

foto

Ziyah Gafic´

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Zenica , cuore di acciaio della Bosnia

Vent’anni dopo la fine della guerra, ritorno nella città ferita. Sulla quale, giorno e notte, soffia i suoi fumi l’acciaieria che avvelena il presente e oscura il futuro. Specchio di un Paese in cui quasi la metà degli abitanti è senza lavoro e la povertà riguarda ormai un quarto della popolazione. Ma la politica delle privatizzazioni prosegue inesorabile


Germana Lavagna ▲Il bar accanto alla stazione degli autobus ▶Il muro esterno dell’acciaieria

La notte sembra non finire mai a Zenica. Alla stazione degli autobus, accanto a quella ferroviaria, uomini e donne si affrettano disegnando una colonna asimmetrica che si incanala verso la medesima direzione. Alcuni spuntano dal fosso del terrapieno del binario che attraversano dopo uno sguardo rapido, come fantasmi, mentre la nebbia del mattino scontorna le facce. Sono operai, anzi sono “gli’’ operai. Perché a Zenica la fabbrica è una sola: l’acciaieria ArcelorMittal. I più pensierosi strappano alla fabbrica il tempo di una breve sosta in un minuscolo locale, subito fuori dalle stazioni, dove una donna sembra preparare da una vita quel caffè mattutino. Il silenzio è rotto da uno stormo di corvi che, nella luce dell’alba, fa sentire la propria voce, come rispondendo a una sceneggiatura poco originale. Zenica, Bosnia-Erzegovina, circa settanta chilometri da Sarajevo. Dove, vent’anni dopo il conflitto, si lotta ancora per sopravvivere. Perché la pace non è solo assenza di guerra. Gli ultimi dati della Commissione unitaria per i diritti umani del Parlamento di Sarajevo e dell’Istituto di statistica della Bosnia-Erzegovina scattano una fotografia impietosa della situazione economica del Paese: i disoccupati sono il 43 per cento, il salario medio è di circa 400 euro al mese, a un terzo degli occupati non viene versato alcun contributo previdenziale, cinquantamila posti di lavoro sono andati in fumo in tre anni, un esercito di pensionati (550mila),

con la minima, porta a casa 150 euro. La povertà, poi, avanza come una locusta: nel 2000 riguardava il 15 per cento della popolazione, nel 2008 il 18,2 per cento, nel 2011 era al 25 per cento. Il dato fa paura, ma lascia senza fiato che un altro 48 per cento di bosniaci viva a ridosso di quella soglia.

Il costo del lavoro

Quanto vale un lavoro in Bosnia-Erzegovina? Tanto, anche troppo a volte. Alle sette del mattino, a Zenica, il gruppo degli operai che prende servizio incrocia quelli che finiscono il turno di notte. La fabbrica non si ferma mai, come una città. Basta guardare il pannello posto all’ingresso dell’amministrazione per rendersene conto; la ArcelorMittal si estende per chilometri, lambendo il fiume Bosna, che attraversa Zenica. L’ingresso degli operai è qualche metro dopo gli uffici; un tunnel di cui non si scorge la fine inghiotte tutte le mattine la vita di tremila lavoratori. Come Hasan e Muhamed. «Scompaiono gli strati intermedi, rimane solo una bassissima percentuale di persone estremamente ricche, legate al potere politico, di fronte a una massa

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▲Scarti di lavorazione vengono portati via dai dintorni della fabbrica per essere rivenduti o riutilizzati

impoverita. Si stima che in Bosnia il 15 per cento della popolazione sia analfabeta, anche tra le giovani generazioni. Così non potremo mai entrare in Europa. Tutte le decisioni prese in questi anni sono andate nella direzione di distruggere le aziende statali o legate al settore pubblico, favorendo coloro che sono vicini ai centri del potere politico. Ora c’è questa coalizione tra il Partito d’azione democratica (Sda) e il Partito socialdemocratico della Bosnia-Erzegovina (Sdp, per anni in alternanza, ndr), un assurdo, un abbraccio con il diavolo». Hasan è una celebrità locale. Il giorno in cui è

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salito sul palco della manifestazione Occupy Sarajevo, davanti a poche centinaia di persone (in maggioranza straniere) ha commosso tutti con la sua rabbia. È un ingegnere meccanico ed è stato tra i primi, nel 2008, a denunciare che di acciaieria si muore. È il prezzo del lavoro in questo angolo di Bosnia-Erzegovina. «Quando tutti ancora tacevano, sebbene alla Mittal ci lavorassi, ho organizzato da solo le prime proteste contro l’inquinamento senza avere paura delle conseguenze», racconta Hasan, con un’energia che non si argina. Quella dell’acciaieria di Zenica, Željezara Zenica, è una storia lunga, che tiene insieme i mille rivoli delle vicende di questa terra. L’impianto entra in funzione nel 1895, ai tempi dell’Impero austroungarico, con il nome di Eisen- und Stahlgewerkschaft. Zenica è perfetta: vicina alle miniere di ferro di Vareš, nella valle del fiume Bosna, snodo di comunicazioni e forniture di


La guerra L’inizio della guerra in BosniaErzegovina viene comunemente fissato al 6 aprile 1992, quando alcuni cecchini aprirono il fuoco su manifestanti pacifisti a Sarajevo. L’episodio avvenne al culmine di tensioni nazionali tra la popolazione serba della Bosnia-Erzegovina, che si era autocostituita il 9 gennaio 1992 nella Repubblica serba di BosniaErzegovina, e i musulmani e i croati del Paese, con svariati incidenti in tutta la regione. La guerra divampò brutale: l’armata dei musulmani di Bosnia si battè sia contro i serbi sia contro i croati, a loro volta schierati contro i serbi. Il conflitto terminò il 14 dicembre 1995, con la firma a Parigi degli accordi di pace stabiliti nella cittadina Usa di Dayton. Il trattato sancì la divisione della BosniaErzegovina in due entità: la Federazione croato-musulmana (51 per cento del territorio) e la Repubblica serba (49 per cento del territorio). La costituzione del Paese istituisce la divisione della Federazione in dieci cantoni più il distretto autonomo di Brcˇko. La capitale del Paese è stabilita a Sarajevo, la presidenza è a turnazione tra le tre comunità costituenti. Il numero esatto delle vittime del conflitto è, ancora oggi, argomento di polemica e accuse reciproche: sono almeno centomila. Profughi e rifugiati, interni ed esterni, vennero all’epoca della guerra calcolati in due milioni e duecentomila persone.

carbone. Dopo una crisi del settore, viene rilanciata in grande stile ai tempi del regno di Jugoslavia, nel 1936, e diviene, dopo la Seconda guerra mondiale, un simbolo della vittoria dei partigiani. La fabbrica, infatti, viene riavviata con i macchinari che la Germania dona alla Jugoslavia di Tito come parte dei risarcimenti di guerra. L’industrializzazione del Paese, in particolare della Bosnia-Erzegovina, diventa l’epicentro della narrazione dell’uomo nuovo socialista. Un film del 1961, Uzavreli Grad (tradotto in inglese con Boom Town), una sorta di Riso amaro jugoslavo, del grande regista Veljko Bulajic, racconta la portata epica della riattivazione della fabbrica. Una targa in via Nikola Tesla, annerita dalle polveri che soffocano la città, ricorda come l’operaio fosse il centro del nuovo mondo socialista. Peccato che, come già nella ex Jugoslavia, a Zenica spetti ancora il triste primato di città più inquinata della regione.

La storia della ferriera

Il piccolo ufficio dell’organizzazione Opstanak (Esistenza), per ironia della sorte, è proprio sopra quella targa. L’ha fondata Hasan, assieme a Muhamed e altri, come realtà locale del network nazionale chiamato Akcija Gradjana (Azione dei cittadini), che si batte per cambiare il Paese. «La ferriera di Zenica era un perfetto esempio di come funzionava la Jugoslavia, un progetto non economico, ma politico. Non doveva nascere qua, ma a Doboj», racconta Hasan, mentre alle sue spalle la finestra della sede dell’ong sembra uno schermo cinematografico che trasmette lo stesso, brutto, film: le ciminiere dell’ArcelorMittal che non smettono un attimo di vomitare un fumo denso e nero. «A causa della rottura con Mosca del 1948, però, il governo ha deciso di rimettere in piedi questa che era


nel cuore del Paese, meglio difendibile. Nel 1953 si è costruito il grande forno ed è iniziata l’industrializzazione. La fabbrica ha richiamato gente dalle campagne e da tutto il Paese. Certo gli impianti erano vecchi e le parti migliori delle macchine tedesche erano state tenute dalle repubbliche più importanti: Serbia, Slovenia, Croazia. L’inquinamento era alle stelle anche allora, con valori di emissioni di gas nocivi che erano anche sette volte quelli di oggi». La fabbrica era il centro di questo mondo: è arrivata a impiegare fino a 22mila persone, esportando all’estero, offrendo vacanze per dipendenti e famiglie negli alberghi dello Stato e borse di studio per i figli degli operai. Nel 1990, prima dell’inizio della guerra, l’acciaieria di Zenica produceva il 40 per cento dell’acciaio di tutto il Paese. Il conflitto nel 1991 ha congelato la produzione, gli impianti hanno subito 20 milioni di dollari di danni. La popolazione locale ha sempre protetto la fabbrica, di notte alcuni ci lavoravano per produrre armi per i musulmani di Bosnia, meno armati di serbi e croati. Nel 1998, tre anni dopo la fine delle ostilità, sono arrivati investitori dal Golfo Persico. La Kuwait Consulting and Investment & Co. (Kcic) ha rilevato dallo Stato il 50 per cento delle quote – per 180 milioni di dollari – e dato vita alla BH Steel Company. La produzione languiva, ma nel 2006 tutto cambia. Arriva in città il multimiliardario anglo-indiano Lakshmi Niwas Mittal, classe 1950, patrimonio stimato in 31,1 miliardi di dollari, sesto uomo più ricco del mondo secondo la rivista Forbes. La sua fama lo precede: fondendo la sua Mittal con l’altro colosso dell’acciaio, Arcelor, crea un gruppo industriale senza eguali nel settore. L’ArcelorMittal è presente in decine di Paesi, dalla Romania all’Indonesia, passando per gli Stati Uniti e per l’Italia. Oltre 320mila dipendenti, utili per cinque miliardi di dollari, quotata in sei borse nel mondo. In rete si trovano ancora i filmati del matrimonio della figlia di Mittal, per il quale ha noleggiato un castello in Francia e comperato un diamante da quattro milioni di dollari. Casa sua, a Londra, ricorda – almeno a lui – il Taj Mahal. Dal suo palazzo, Muhammed e Hasan devono sembrare due rotelle infinitesimali di un meccanismo gigantesco, come quelli di Tempi moderni di Charlie Chaplin. Solo che Muhamed e Hasan non hanno alcuna intenzione di farsi schiacciare. Per la gente di Zenica il suo arrivo sembrava un nuovo inizio, ma si è trasformato in un incubo.

Quel fumo velenoso

«Ho iniziato a lavorare nell’acciaieria nel 1985. Gli stipendi non arrivavano mai in ritardo, i lavoratori avevano garantiti tutti i loro diritti, le ferie si passavano al mare. Mentre oggi il capitalismo ha rovinato tutto e ci sono bambini già grandi che non sanno cosa sia il mare», racconta Muhamed, presidente del consiglio direttivo dell’ong, compagno di battaglie di Hasan. «Ho creduto per anni nel sindacato, ho partecipato, ma mi sono reso conto che i sindacalisti pensano solo a mangiare. Bisogna agire da soli, come cittadini. Perché

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Germana Lavagna

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oggi, in proporzione, gli stipendi sono tre volte più bassi del periodo prima della guerra. Se non si fa uno sciopero generale per questo, che cosa si aspetta? E poi ci stanno avvelenando e la gente deve sapere. Per informarli, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione». L’ultima manifestazione, febbraio 2011, ha portato in piazza a Zenica centinaia di dimostranti. La Mittal ci avvelena, recita qualche stencil sui muri. Secondo le associazioni che si battono per la bonifica del territorio, l’acciaieria emette gas velenosi in misura di 35 giorni l’anno in più del consentito. Le associazioni chiedono un sistema di filtri per le ciminiere, che rendano meno devastante l’impatto di gas tossici e metalli pesanti, un centro indipendente di monitoraggio delle emissioni gestito dall’università locale e dal municipio, con un meccanismo di misurazione pubblico e con un sistema di allarme che avverta la popolazione quando le emissioni superano i limiti di rischio. Nulla è stato fatto. La ArcelorMittal, con una laconica mail, nega un’intervista e anche l’accesso agli impianti. In fondo al testo della mail, un avviso chiede di non stampare il testo, per non consumare carta danneggiando l’ambiente. «Molti hanno paura di perdere il lavoro», dice Hasan, «ma hanno paura anche per la loro salute, si rendono conto che c’è qualcosa che non va». Muhamed ringhia contro i politici: «Qui si trovano i soldi solo per le istituzioni religiose, ma il settore pubblico è stato svenduto a pochi profittatori, che si sono arricchiti durante la guerra e sono vicini ai partiti etno-nazionalisti. Le denunce sono cadute nel vuoto, sia Procura sia polizia non hanno mosso un dito. Nessuno di noi è ottimista, soprattutto se continua questa passività dei sindacati di settore e dei cittadini», conclude Muhamed, che però non si arrende. «Io invece sono ottimista. Solo la lotta dà risultati, ogni società ha i suoi problemi», dice Hasan. «Dobbiamo ottenere una nostra rappresentanza e una voce, coinvolgendo giovani, dotandoci dei mezzi tecnici per documentare. Il mio scopo è portare in piazza in primavera diecimila persone insoddisfatte della situazione economica e politica. Una visibilità all’estero è molto importante perché qui i media sono parte del sistema di corruzione».

Tumori, manca il registro

Hasan era membro, prima di fondare Opstanak, di EkoForum Zenica, associazione di cittadini che chiede la bonifica del territorio. Su posizioni troppo radicali secondo gli altri, ha preso un’altra strada. E si coglie una distanza tra l’operaio e il chirurgo di chiara fama, il dottor Harun Drljevic, specializzato in tumori al polmone. Diversi, seppur dalla stessa parte. «I dati sono così evidenti e sconvolgenti che non c’è alcun bisogno di creare confusione», esordisce il medico, come a segnare una distanza dall’accalorato operaio attivista. La hall dell’Hotel Zenica sembra tratta da una scena di film anni Sessanta, ha un’aria molto jugo. La vetrata si affaccia sul mitico stadio Bilino Polje, vecchio nome di Zenica, tempio della amatissima squadra NK Cˇelik Zenica – che significa acciaio – vincitrice anche di due Mitropa Cup all’inizio degli anni Settanta. I calciatori si allenano, in corsa leggera, lungo il perimetro del prato. Respirando a pieni polmoni. Nella hall il dottore spicca per i suoi due metri, stretto in un cappotto nero, da cui spuntano mani affilate e sicure. «Il problema è


che manca un registro dei tumori nazionali; non c’è nessun database condiviso dopo il 1991. Questi venti anni sono stati spesi in inutili cerimonie commemorative, ma di diritti qui neanche l’ombra. Io opero ogni giorno persone di Zenica: sono donne e uomini, vecchi e bambini. Tengo un registro con i miei aiutanti, condivido i dati con i colleghi, non solo locali, ma anche croati e serbi. Non ci possiamo dividere: siamo soli. Studi recenti dimostrano come le polveri che la Mittal scarica nell’aria, ma anche nelle acque del fiume Bosna e nella terra, possano nuocere ai feti durante la gravidanza. Piombo, cadmio, ossido di zolfo, idrocarburi. Ogni volta che viene da me una donna incinta tremo.

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Mio padre ha fatto il medico nell’acciaieria, perché all’epoca era previsto un sistema sanitario interno. Anche io ho cominciato così, nel deposito di carbone. Se non ci hai lavorato, non hai idea dell’inferno che possa essere. Per questo mi impegno a denunciare gli effetti dei gas nocivi e ho creato una mailing list con altri colleghi che lavorano in tutti i Paesi dove è presente la ArcelorMittal. Ovunque gli stessi trend, a Zenica come a Cleveland in Ohio, con picchi tumorali raddoppiati nel giro di pochi anni, ovunque la stessa impunità. Che medico sarei se facessi finta di non vedere?».

Protezioni & silenzi

Qualcuno ha fatto finta di non vedere. Il professor Samir Lemes, docente alla facoltà di Ingegneria meccanica all’università della città e attuale portavoce di EkoForum, lo dice chiaramente. Sembra l’Aristide Bruant dans son cabaret, del celebre manifesto di Toulouse-Lautrec,

Nelle pagine precedenti l’acciaieria e uno dei due cimiteri cittadini ◀▲ L’uscita dalla fabbrica, il fiume Bosna, l’ingresso delle merci e il terminal degli autobus


La città Zenica, durante la guerra, ha visto cambiare radicalmente la sua demografia. Prima dello scoppio del conflitto, nel 1992, era abitata da circa 150mila persone, in maggioranza musulmane, ma con un 20 per cento di serbi e un 20 per cento di croati, oltre alle minoranze di rom ed ebrei. Alla fine del conflitto, la città ha accolto un gran numero di musulmani provenienti da altre parti del Paese, mentre la maggioranza della popolazione serba è andata via. In città si è combattuto poco, ma dalle alture intorno è stata spesso bombardata la sua acciaieria simbolo. L’eredità della guerra è soprattutto legata a una polemica mai sopita. Centinaia di arabi giunsero in Bosnia durante la guerra dall’Europa occidentale e dal Nord America, così come dall’Arabia Saudita e da altri Paesi del Golfo Persico, dal Pakistan, dall’Afghanistan, per aiutare i musulmani bosniaci a difendersi. Vennero organizzati nel luglio del 1993, in virtù di un decreto dello Stato maggiore dell’Armija BiH (l’esercito bosniaco musulmano, ndr) nel reparto El Mudžahedin, sotto uno stesso comando. Questa unità dell’esercito contava all’incirca 1.800 volontari, tra bosniaci e stranieri. Secondo alcune fonti, alcuni tra loro sono rimasti a vivere nella zona di Zenica per l’impossibilità di tornare nei Paesi di origine, creando comunità isolate che professano un islam lontano dalla versione locale, tollerante e cosmopolita.

▶Vita quotidiana a Zenica: la Muraglia cinese, la stecca di edifici di eredità socialista, il tifo per la squadra locale

con cappello a falde larghe e sciarpone. Stempiato, con gli occhialetti da intellettuale. «Quelli dell’ArcelorMittal hanno chiuso tante fabbriche, perché questa è la loro mentalità. In certi Paesi le leggi sull’inquinamento si fanno stringenti e vanno via, mentre qui in Bosnia fanno quello che vogliono, perché non ci sono istituzioni forti. Corrompono, ricattano», racconta il professore. «Nella regione ci sono almeno centomila persone che hanno sviluppato, in qualche modo, patologie correlate all’inquinamento. Il lavoro è importante, ma non può tenere in ostaggio migliaia di persone. Le istituzioni non capiscono che comunque, quando il prezzo dell’acciaio andrà giù, scapperanno, lasciandoci a soffocare e riversando il costo sociale di questo avvelenamento sulle esangui casse statali. Il governo locale non ci ha mai voluto mostrare il contratto di vendita agli indiani, opponendo una sorta di segreto industriale. I soldi ricevuti dalla comunità internazionale, tanti soldi, nessuno ha sentito il dovere di rendicontarli». Nel 2006 la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha concesso 25 milioni di euro alla ArcelorMittal, “per ottimizzare il consumo energetico dell’impianto e per investire nelle soluzioni migliori che alleggerissero l’impatto ambientale della fabbrica’’, si legge nel documento dell’epoca. Solo che, secondo BankWatch, ong che monitora gli investimenti nell’Europa orientale, neanche un euro a tutto il 2011 è mai stato utilizzato dalla ArcelorMittal per ripulire gli impianti e il territorio. «Nella legge sulle privatizzazioni era previsto che una parte del denaro finisse nella bonifica, ma nessuno ha imposto nulla all’azienda», denuncia il docente. «Gli indiani hanno appoggi politici impressionanti, a cominciare da Tony Blair. Alla faccia della retorica sulla Bosnia, sulla guerra e sull’impegno generoso dei nostri ‘fratelli’ dell’Unione europea e degli Usa per ricostruire il Paese». Lemes si riferisce alle polemiche che, in passato, hanno riguardato il Partito laburista britannico che, secondo la stampa d’Oltremanica, solo nel 2007 ha ricevuto tre milioni di sterline di contributi elettorali da mister Mittal. Quando la ArcelorMittal ha investito in Romania, i giornali attaccarono il governo per una lettera inviata alla presidenza di Bucarest nella quale si sosteneva la causa della Mittal. Blair negò in modo assoluto che l’iniziativa fosse legata al finanziamento elettorale. Come ha negato ogni addebito, nel 2006, l’allora ambasciatore britannico in Bosnia-Erzegovina Ian Cliff, accusato di aver condotto in porto la trattativa di acquisto curando gli interessi della ArcelorMittal. Acquisto davvero vantaggioso, in quanto non risulta versata nessuna somma nelle casse statali: la ArcelorMittal ha rilevato l’impianto investendo solo nell’ammodernamento della fabbrica, spendendo – a suo dire – 280 milioni di euro. «Io so solo una cosa: nascessi oggi non potrei essere un docente universitario. Mio padre ha lavorato tutta la vita in acciaieria e mi ha fatto studiare. Per un operaio, oggi, è impossibile. Stiamo sbagliando qualcosa. Qui la guerra non è finita premendo il tasto stop, ma quello pause. La situazione è congelata a vent’anni fa, con i confini che ricalcano quelli del fronte del 1995. Credo che questi anni siano stati un’occasione persa, perché la comunità internazionale avrebbe dovuto fare in modo di cambiare la vita delle persone della Bosnia, invece si è fatta complice della rapina delle risorse del Paese».

La corruzione dilaga

Secondo un rapporto del 2009 di Trasparency International, la Bosnia-Erzegovina è il Paese più corrotto d’Europa, con un potere d’acquisto inferiore alla media europea del 70 per cento. Il rapporto è impietoso: speculazione, clientelismo, corruzione, criminalità. Al centro del giudizio negativo dell’ong ci sono le privatizzazioni. Esad Hecimovic è uno di quei giornalisti che ha passato la vita a indagare quella zona d’ombra tra potere politico ed economico. Ha iniziato molto giovane, con il mitico quotidiano di Sarajevo Oslobodjenje, continuando poi con il settimanale d’inchiesta Dani. «Tutto è cambiato adesso, la proprietà dei mezzi d’informa-

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zione, in Bosnia-Erzegovina, è un puzzle. Personaggi arricchiti durante la guerra comprano tutto, soffocando la libertà d’inchiesta. Ma andiamo avanti», spiega Esad. Le privatizzazioni della Bosnia-Erzegovina sono un suo cavallo di battaglia. «Un processo vischioso, torbido. Un patrimonio incredibile svenduto per quattro soldi, che si sono smarriti nel folle sistema istituzionale del dopoguerra, senza nessuna ricaduta utile per lavoratori e politiche sociali. Non sono un nostalgico, la mia prima inchiesta, negli anni Ottanta, sull’inquinamento dell’acciaieria a Zenica me l’ha censurata il regime! Ci avevano detto che le cose sarebbero cambiate, ma non è andata così. Nessun controllo internazionale è stato posto sull’appropriazione dei beni di questo Paese. Le ricette del Fondo monetario e della Banca mondiale, chiamate Washington Consensus, sono state applicate alla lettera, ma senza nessun controllo. Sono stati distribuiti i voucher, che dovevano supportare la piccola


e media impresa, ma i profittatori di guerra li hanno rastrellati, comprando beni pubblici a quattro soldi. E dove era la comunità internazionale? In questi venti anni a nessuno è venuto in mente che si ricorda il passato, ma non si è garantito nessun futuro. Guardo mia figlia e spero che vada via di qui. Può pensare questo un padre? Nella Bosnia-Erzegovina del 2012, sì». L’Agenzia delle privatizzazioni della Bosnia-Erzegovina nasce nel 1996. Nel 1999, l’Alto rappresentante della Comunità internazionale, figura prevista dagli accordi del 1995 in forma di nume tutelare sulla pace nel Paese, istituisce un’agenzia indipendente che deve monitorare le privatizzazioni. Una responsabilità diretta, quindi. Disattesa. La Federazione croato-musulmana e la Repubblica serba, le due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, si sono sempre mosse da sole, secondo agende legate ai potentati locali. Solo la Federazione, dalla cessione di oltre sessanta aziende strategiche, ha ricavato 750 miliardi di euro. Ma quali benefici ne hanno ottenuto i cittadini? Una qualche forma di unità, in Bosnia-Erzegovina, la si è raggiunta. Ed è merito proprio della Mittal. L’azienda angloindiana, infatti, ha comprato anche la miniera di ferro di Ljubija, a Prijedor, nella Repubblica serba di Bosnia. Nell’altra entità, rispetto a Zenica. Solo che in quella miniera, durante la guerra, vennero inumati i resti di un massacro legato alla pulizia etnica in città. Business is business, si sa, e la produzione è cominciata senza terminare gli accertamenti. Due giornalisti, Igor Lasi e Maja Lovrenovi, scrissero anni fa sul settimanale Feral (che non esiste più): «I minerali di ferro vengono estratti nella Repubblica serba e lavorati a Zenica. Si riuniranno in questo modo tutti i bosniaci, quelli vivi e quelli morti, in nome del libero mercato mondiale».

Privatizzare, ancora

Oggi non è finita. La strada delle privatizzazioni con i suoi costi sociali è ancora lunga. L´Agenzia ha annunciato per il 2012 la privatizzazione di altre dieci società statali, per un valore di 204,5 milioni di euro. Un problema che, visto da qui, la vecchia via pedonale del centro di Zenica – un tempo intitolata al maresciallo Tito e adesso al primo presidente della Bosnia-Erzegovina indipendente – sembra non essere pressante. Come se il buio che scende presto confondendosi con un pulviscolo che non ti abbandona mai, almeno quanto l’odore di gomma bruciata che permea la città, avvolgesse tutto, scontornando i bordi di un futuro incerto. I ragazzi passeggiano, tra il grattacielo Lamela, il vecchio edificio chiamato Pagoda, oggi un albergo, il lungofiume e la Muraglia Cinese, tutti blocchi dell’architettura socialista pensati dopo la Seconda guerra mondiale per gli operai protagonisti del futuro. Si infilano rapidi nei club, come il Jazz café o il Collegium, mentre quelli con troppi soldi in tasca e macchine enormi prediligono il Number 10. Ragazzi come Adnan, occhi di ghiaccio, faccia da attore. A 21 anni ha già smesso di credere nel domani. «Ci ho provato, davvero. Ho militato nelle organizzazioni studentesche, mi sono battuto con gli

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altri perché venissero abolite le divisioni etniche nelle scuole superiori. Ci hanno bloccato, minacciato. Che senso ha? Ho un lavoro, sono molto fortunato, ma capisco quelli che se ne vanno». Come Dijana, quasi trent’anni, che è andata via prima della guerra, in Kentucky, con la famiglia. È voluta tornare: «Zenica è la mia città. Volevo viverla, lavorare qui. Ma sono una fotografa e lavorare qui è impossibile, ti senti lontano da tutto. Anche da quelli che sono rimasti, per i quali sei comunque uno straniero». E poi ci sono quelli come Marija, che è in Ackjia Gradana e si butta con il cuore in ogni battaglia. «La memoria è tutto. Dobbiamo parlare oltre le divisioni, senza la mediazione di politici, media e comunità internazionale. Noi cittadini, solo noi, dobbiamo riprenderci il nostro futuro». La giornata è finita, mentre la birra scorre a fiumi nei locali e migliaia di sigarette vanno in fumo, bisogna


fare un passo indietro per tirare un bilancio di una giornata a Zenica, prima che la fabbrica cominci un nuovo turno. Smetovi, l’altura che domina la valle della Bosna dove gli abitanti di Zenica vanno a respirare, è il luogo giusto. Dall’alto la fabbrica sembra un dinosauro ferito, che soffia rabbioso, contro la modernità e contro qualsiasi idea di sostenibilità. Non smette mai, giorno e notte, fine settimana compresi. A volte il fumo diventa rosso. Un’immagine demoniaca, irreale, se non ti lasciasse addosso una polvere sottile e pericolosa che rende nere anche le rose, raccontano in città. Alla firma del contratto di acquisizione, mister Mittal dichiarò: «Il nostro è un investimento sulla gente di Zenica che non termina quando lasceranno l’acciaieria alla fine del turno di lavoro». Aveva ragione, era stato solo male interpretato. La Mittal, a febbraio 2012, in una nota stampa, ha fatto

sapere di aver “raggiunto una produzione di 650mila tonnellate di acciaio’’ e di prevedere “un aumento del 10 per cento nel 2012, tornando ai livelli precrisi’’. All’improvviso tutto sembra chiaro, qui, dal cuore di Zenica, che è il cuore della Bosnia-Erzegovina che era il cuore della Jugoslavia. Zenica la chiamavano la piccola Bosnia, con le sue comunità serbe e croate, musulmane, rom ed ebree. La Bosnia era chiamata la piccola Jugoslavia. E la ex Jugoslavia, nel cuore dell’Europa, derubata delle sue speranze di giustizia sociale, affamata dalla distruzione dei diritti dei lavoratori, finisce per essere un simbolo, vent’anni dopo la guerra. Un simbolo di un’occasione persa per costruire un futuro più equo.

G


In Bosnia bisogna fare da soli Goran Milic´, classe ’48, nato a Zagabria, è un’icona del giornalismo jugoslavo prima e bosniaco adesso. Figlio di un diplomatico, iniziò la sua carriera a radio e televisione di Stato a Belgrado negli anni Settanta, prima di diventarne corrispondente da New York. Per tutta la durata della guerra rimase a Sarajevo, lavorando per il governo della Bosnia-Erzegovina, tornando nel 1997 in Croazia. Dall’11 novembre 2011, giorno del lancio, è il direttore di al Jazeera Balkans, che ha sede a Sarajevo e si occupa di tutta la regione. Se la nascita della Jugoslavia, costruita attorno al mito dei partigiani e all’ideologia socialista, è nota, come si è distrutto questo Paese? «Bisogna partire dall’inizio degli anni Ottanta, dopo la morte di Tito (avvenuta il 4 maggio 1980, ndr). Il maresciallo deteneva il potere assoluto: il partito, l’esercito, lo Stato. Dal 1945 al 1980 rifondò l’anima di questo Paese, che dopo la Prima guerra mondiale, con la monarchia, era articolata su tre etnie, serbi, croati e sloveni. Riconobbe altre identità, dando loro la dignità di popoli fondatori della Jugoslavia. Perché, al contrario di quanto era accaduto nel 1918, i serbi non erano i protagonisti assoluti della vittoria. Andava ripensato un equilibrio, che per Tito esisteva solo nella forma della federazione tra le diverse anime. La Bosnia, con la sua complessità, venne pensata come una sorta di cuscinetto tra le anime maggioritarie, almeno fino al censimento del 1971, quando venne inserita per la prima volta l’identità nazionale ‘musulmana’ e quella albanese. Nessuno contestò, ma appena lui lasciò la scena tutte le contraddizioni vennero alla luce, mentre il multipartitismo dilagava nell’Est. Nell’emergere dei nazionalismi, l’unico elemento organizzato era l’esercito. E quest’ultimo cercò uno sponsor, per non perdere il suo potere e i suoi privilegi. Lo trovarono in Slobodan Milosˇevic´, anche se all’inizio il leader serbo era scettico». Qualcuno si oppose alla deriva nazionalista. Compreso lei. «Dopo la morte di Tito, i media indipendenti erano stati emarginati in favore di quelli nazionalisti e dai gruppi politici etno-nazionali che stavano prendendo piede. Peraltro, prima della guerra, nel 1991, c’era un

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grande movimento di opposizione a questa deriva, con manifestazioni a Belgrado e altrove. Purtroppo non fermarono il massacro. Ci provammo anche in Bosnia-Erzegovina, con il concerto Yutel za Mir, nel palazzetto dello sport di Zetra a Sarajevo. Vennero gruppi da tutto il Paese, i tassisti di Sarajevo si misero a disposizione. La gente gridava: “Jugoslavia, Jugoslavia”. Non è bastato. Alla fine ha prevalso la linea di coloro che volevano disegnare i Paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia in senso nazionalista e la Bosnia-Erzegovina è diventato il boccone più ambito, tra la Croazia e la Serbia».

▲ I dintorni della fabbrica nelle pagine precedenti, qui il grattacielo Lamela


Germana Lavagna

[GERMANA LAVAGNA

Oggi, venti anni dopo, come racconta la Bosnia-Erzegovina? Una transizione infinita? «Questo è un Paese diviso nella mente delle persone, perché la diversità qui è sempre stata una ricchezza, non un limite. Si è perso tanto tempo, bisognava lavorare sulla costruzione di interessi comuni. Detto questo, però, anche la gente di Sarajevo e del resto del Paese deve prendere in mano il proprio futuro, superando una mentalità che a volte si rivela un limite, soprattutto nell’impresa personale e nell’imprenditorialità. Troppe vite dipendono dallo Stato e da una mentalità clientelare e familistica. Bisogna aiutarsi da soli».

Da sei mesi guida al Jazeera Balkans. Che bilancio trae da questa esperienza in una regione nella quale spesso i media sono stati parte delle divisioni? «Il miglior complimento l’ho ricevuto da un ragazzo in un caffè. Mi ha detto che da quando siamo in onda ha ripreso a vedere la televisione, perché non diventa furioso. Perché ci vede come una voce libera, non legata a nessuna agenda nazionalista. Questo credo sia il segreto del successo di questo progetto, in una terra dove per tanti anni si è lavorato sulle differenze».

E

www.eilmensile.it Sul nostro sito il videoreportage su Zenica


Buone nuove a cura di Gabriele illustrazioni Elfo

Battaglia

3 febbraio, Giappone

Si è fatto 370 chilometri palleggiando con un pallone da basket per riportare lo sport ai bambini colpiti dal terremoto e dallo tsunami del marzo 2011. Il ventisettenne Hiroshi Morioka, da sempre appassionato di pallacanestro, è partito a gennaio dal centro di Tokyo per raccogliere la somma necessaria ad acquistare cento palloni da basket per i bambini della regione settentrionale di Tohoku, dove molte scuole furono danneggiate dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal successivo tsunami, mentre le palestre ancora integre venivano spesso utilizzate come rifugi per gli sfollati. Indossando calze lunghe e pantaloncini da basket, berretto calato in testa, Morioka ha palleggiato per tutto il percorso fino alla zona disastrata, schivando pozzanghere e cumuli di neve. «Spero che questo progetto possa aiutarli a godere ancora una volta dello sport», ha dichiarato.

6 febbraio, Stati Uniti

In occasione della Fashion Week di New York, la modella Sara Ziff, 29 anni, che lavora da quando ne aveva 14, lancia Model Alliance, un gruppo per la tutela dei diritti delle professioniste in passerella. Ziff sostiene che nel settore si ignorano le leggi sul lavoro minorile, si elude la trasparenza finanziaria e si tollerano gli abusi sessuali sul posto di lavoro. «La maggior parte delle modelle inizia in età minorile una carriera da persone adulte e lavora in un business senza regole sapendo bene di essere facilmente rimpiazzabile». L’alleanza ha già elaborato un progetto di legge che dovrebbe consentire alle modelle di chiedere un trattamento equo e sta istituendo un servizio di consulenza su come affrontare le molestie e gli abusi sessuali. «Le modelle hanno vinto la lotteria genetica. Sono alte, belle, vengono pagate per camminare», dice Susan Scafidi, membro dell’Alleanza e direttore del Fashion Law Institute alla Fordham University di New York. «Ma sono esseri umani, non appendiabiti».

8 febbraio, Kenya

Calano le mutilazioni genitali femminili in Kenya. Il Fondo internazionale delle Nazioni unite per la popolazione (Unfpa) ha annunciato che il Paese ha raggiunto il massimo tasso di riduzione di queste pratiche tradizionali tra i quindici dell’Africa subsahariana. Le mutilazioni sono diminuite del 16 per cento dal 2003 al 2009 e le keniane più giovani sono quelle che le abbandonano più velocemente rispetto alle pari età degli altri Paesi che prendono parte al programma antimutilazione promosso dall’Onu.

10 febbraio, Brasile

Gli indios Guarani potranno rioccupare una parte della loro terra ancestrale, da cui erano stati cacciati negli anni Sessanta per fare posto a un ranch. L’ha deciso una sentenza della Corte di São Paulo, dove rappresentanti della comunità si erano recati per assistere al verdetto. La comunità Guarani di Laranjeira Nanderu, 170 persone, era stata deportata a maggio 2011 in un accampamento di fortuna di fianco a un’autostrada.

13 febbraio, Francia

Il gruppo Monsanto, gigante statunitense dei pesticidi e degli Ogm, viene condannato per la prima volta in Francia per l’intossicazione di un agricoltore. La multinazionale è stata considerata responsabile dalla Corte d’appello di Lione, che ha disposto una perizia sui danni subiti da Paul François, un coltivatore di cereali di 47 anni, al fine di stabilire la somma che gli è dovuta, comprensiva degli interessi. Intossicato nel 2004 dopo aver inalato una certa quantità di Lasso, un pesticida che oggi è proibito, l’uomo ha subìto gravi disturbi neurologici. L’agricoltore si batte per far riconoscere la tossicità dei pesticidi.


14 febbraio, Bhutan

Il leopardo delle nevi, ritenuto in via d’estinzione, sembra invece godere di ottima salute nel Wangchuck Centennial Park, in Bhutan. Lo attesta una ricerca congiunta del governo locale e del Wwf, basata su quattro telecamere poste all’interno del parco che hanno ripreso diversi esemplari. L’immagine più significativa, dicono gli esperti, è quella di un maschio che marca il territorio: significa che il leopardo non è di passaggio e che, soprattutto, non è solo. L’International Union for Conservation of Nature ritiene che la popolazione di leopardi delle nevi sia calata almeno del 20 per cento negli ultimi vent’anni per il degrado del suo habitat himalayano, un ecosistema fragile che sta al di sopra della linea degli alberi ma al di sotto di quella delle nevi. Una sottile fascia che con il global warming va ulteriormente riducendosi. A peggiorare la situazione, la graduale diminuzione di prede disponibili.

16-20 febbraio, Canada

Al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (Aaas) si discute se estendere ai cetacei la dichiarazione dei diritti dell’uomo scritta ai tempi della Rivoluzione Francese. In pratica, ci si chiede se estendere a balene e delfini i diritti di libertà, proprietà, sicurezza e resistenza all’oppressione. L’ipotesi si basa sul fatto che il cervello di queste specie è anatomicamente complesso quanto quello umano e significativamente superiore a quello delle grandi scimmie, tradizionalmente considerate i nostri parenti più prossimi. Il cervello dei cetacei contiene inoltre un particolare tipo di cellule nervose, le cellule fusiformi, che negli esseri umani sono associate a funzioni cognitive superiori, come il ragionamento astratto.

20 febbraio, Cina

Foxconn, fornitore di Apple e massimo produttore di elettronica di consumo al mondo, aumenta del 25 per cento i salari dei suoi dipendenti cinesi. La compagnia taiwanese comunica l’innalzamento dei salari proprio mentre una Ong statunitense, Fair Labour Association (Fla) comincia un ciclo di ispezioni nei suoi stabilimenti della Cina continentale, al centro di polemiche per la catena di suicidi iniziata nel 2010. Foxconn paga già le proprie maestranze al di sopra delle medie cinesi. Il problema è piuttosto quello dell’inquadramento sul lavoro, molto militarizzato, e dell’alienazione di un’intera generazione di giovani migranti che costituiscono la forza lavoro di Foxconn.

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21 febbraio, Palestina

Il palestinese Khader Adnan termina uno sciopero della fame durato 66 giorni, dopo che gli israeliani hanno stabilito di non prolungare la sua carcerazione. La vicenda aveva avuto vasta eco nel mondo arabo e ha provocato manifestazioni di protesta nei Territori. Esponente della Jihad islamica, il trentatreenne Adnan

aveva iniziato lo sciopero della fame il 18 dicembre, il giorno dopo essere stato arrestato nella sua casa di Arabeh, un villaggio della Cisgiordania settentrionale. Dopo l’aggravamento delle sue condizioni, l’uomo era stato ricoverato in ospedale e i medici avevano dichiarato che rischiava la vita e che aveva perso trenta chili dall’inizio della protesta. Adnan aveva deciso lo sciopero della fame per protestare contro la legge sulla detenzione amministrativa, in base alla quale era stato condannato a quattro mesi. La legge prevede che il giudice militare possa ordinare una detenzione fino a sei mesi, successivamente rinnovabile, senza rendere note le accuse. In base a questa norma Israele ha fatto arrestare almeno 315 palestinesi, ancora in carcere. Per loro, dopo il caso Adnan, si potrebbe aprire lo spiraglio di una revisione della detenzione amministrativa.

22 febbraio, Filippine

Graffiti urbani per combattere lo smog lungo la Epifanio de los Santos Avenue (Edsa), la più trafficata e inquinata autostrada di Manila e delle Filippine. Una nuova vernice creata dalla Boysen, un produttore locale, assorbe le sostanze tossiche e le converte in innocue. È a base di molecole “micronizzate” di diossido di titanio, cioè compresse fino a dieci volte per migliorare la loro capacità di abbattere le sostanze nocive. «Agiscono come un fotocatalizzatore che, in presenza di luce solare o artificiale, abbatte i gas nocivi come il biossido di azoto e altri Cov (composti organici volatili) nell’aria», dice Patrick Negrete, ingegnere della Boysen. Dieci artisti, tra locali e stranieri, sono stati quindi invitati a dipingere murales su oltre ottomila metri quadrati di muri, colonne e ponti lungo la Edsa, in una partnership tra il governo di Manila e la Boysen. Tra le opere prescelte, alcuni fiori di un acceso colore verde “modificato”.

23 febbraio, Italia

Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai della Fiat Melfi devono essere reintegrati nel loro posto di lavoro. Lo ha stabilito la Corte di appello di Potenza che ha accolto il ricorso della Fiom. I tre operai erano stati licenziati dalla Fiat nell’estate del 2010 poiché avrebbero bloccato un carrello di produzione durante uno sciopero interno.

28 febbraio, Gran Bretagna

Ai cittadini stranieri residenti in Gran Bretagna verranno offerti gratis i trattamenti per l’Hiv. Finora solo i cittadini britannici avevano accesso alle cure gratuite, gli immigrati ne erano esclusi. L’obiettivo del programma voluto dal governo è quello di ridurre il numero di infetti e di tagliare le spese per i più costosi trattamenti successivi.Sono circa venticinquemila le persone con diagnosi di Hiv in Gran Bretagna, molte di loro sono nate all’estero. Un emendamento all’Health and Social Care Bill dovrebbe estendere le terapie gratuite a chi risiede nel Paese da almeno sei mesi. Secondo il ministro della Salute, Anne Milton, «questa misura proteggerà i cittadini e porterà il trattamento per l’Hiv in linea con quello di tutte le altre malattie infettive. Curare le persone sieropositive – ha detto alla Bbc online – significa rendere molto improbabile la trasmissione dell’infezione ad altri».


i portavoce del padrone grill di

Till Neuburg

Tutte le volte che un nostro maximo liderino intona il ritornello della “pubblica opinione”, mi domando come quello riesca a incastrare due tessere tanto scombinate come “pubblica” e “opinione”. L’aggancio mi sembra un puro controsenso, come quando si sparla di “inefficienza dell’intelligence”, “operazione militare di pace” o “stile Juventus”. L’aggettivo “pubblico” si riferisce alla collettività e qualsiasi “opinione” è per definizione una pulsione individuale: è piuttosto improbabile che un missile nucleare colpisca una persona sola ed è arduo che un nascituro possa scegliere tra due madri. Eppure, quando nelle interviste i replicanti del cosiddetto sociale pigiano sul tasto play, puntualmente ci fanno sentire il tormentone della “pubblica opinione”. Ma vediamo di capire a che gioco giocano, quando le mazzette opinioniste se le danno e se le restituiscono di santa ragione. È evidente che per loro una qualsiasi res publica non esiste. Non hanno la più squallida idea di come è fatta una bolletta del gas, un carrello di un supermercato o una fermata del bus. Dopo averci letteralmente cancellato per cinque anni dal loro sistema operativo, di colpo ci chiedono di metterci una croce sopra – la loro scheda elettorale. L’unica “opinione” che gli interessa annaspa per pochi secondi nel silenzio di una cabina elettorale. Se poi quel nostro gesto consulto e cauto non bastasse, nella Padania a misura Duomo si pratica anche la moltiplicazione delle griffe, nel totale silenzio degli innocenti, scippati e truffati. Per fare il lifting agli identikit che si trastullano alla televisione, ci sono due tipi di visagiste: 1) gli opinionisti che discettano di tutto e di tutto di più e 2) i sondaggisti, che sarebbero i rabdomanti che si sbracciano davanti alle cartine di tornasole del meteo politico a pagamento. Il primo prototipo potrebbe essere una gnocca alla romana (con contorno matrimoniale di un tris: 1) il sempreverde Radicchio chic, 2) il forno a lagna cattobuonista della solita pizza Margherita, 3) l’astro morente del Terzo Polo) meglio sconosciuta come Palombella Rosa che sa tutto sugli scazzi degli ultras romanisti e su Sarah Scazzi. Il secondo tipo ravvicinato della manipolazione, si traveste da proiezionista di trailer elettorali. Spiattella numeri, percentuali, tabulati, più o meno come fa chi annuncia l’esito dell’ultimo giro del rosario, del Bingo o del “ciapa no”. Pare che questi esperti del vuoto a perdere s’ispirino tutti a Dino Risi, uno dei padri nobili nella ricerca sistematica degli sfottò: “Da un sondaggio risulta che agli uomini piacciono le donne”, “Era un bambino al quale piacevano gli spinaci”, “L’ingiustizia dovrebbe essere uguale per tutti”. Se proprio vogliamo fare il calco alle impronte che il potere extralarge ha impresso alle opinioni del nostro Paese, la gipsoteca della memoria corta può vantarsi di una galleria unica al mondo: Scendere in campo Co.co.co. - Trota - Editto bulgaro - Clandestini - Toghe rosse - Outlet - Lesbicona - Quartierino - Conflitto d’interesse - Padania - Veterocomunista - Papi - Brunch - Moggiopoli - Vucumprà - Tricolore di merda - Velina Duopolio - Sudico - Zingaropoli - Relativismo - P3 - Tesoretto - Diversamente abile - TeleKabul Celodurismo - Detto questo - Persecuzione giudiziaria - Panineria - Tombale - Risorse umane Operatore ecologico - Calabria Saudita - Hair stylist - Fidelizzazione - Contratto con gli italiani - Farmacia calcistica - Bicamerale - Bunga Bunga - Ma lasciatelo lavorare! Parlarsi addosso è come farsela addosso, con frasi fatte e strafatte che hanno perso qualsiasi senso – comune, contro, doppio, ma anche quello al quale gli italiani sono sempre meno allenati: il senso dello humour. Meglio seguire la preparazione atletica di Zdeneˇk Zeman: «Meno si parla, meno sciocchezze si dicono».

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spiriti liberi di

Giulio Giorello

foto Ivor Prickett [ap/lapresse]

Marie la pirata La Libertà che guida il popolo (1830) è uno dei più noti dipinti di Eugène Delacroix. Ma la donna in armi che rappresenta l’insofferenza a ogni vincolo è approdata al tranquillo ed elegante salone del Louvre di Parigi dal ponte ruvido e rollante di un veliero dei Caraibi che batteva la bandiera del Jolly Roger: nel suo splendido Canaglie di tutto il mondo (trad. it. Eleuthera, Milano) lo storico americano Markus Rediker ha mostrato con indagine rigorosa che l’icona di Delacroix ha il suo precedente nelle riproduzioni dell’irlandese Anne Bonny, una “delle sorelle della Costa”, anche lei libera e armata, come rivelano certe edizioni continentali della britannica Storia dei pirati del Capitan Johnson (che alcuni identificano con Daniel Defoe). Se dovessi indicare un’immagine femminile per raffigurare la libertà di oggi, sceglierei un ritratto dell’americana Marie Colvin, sigaretta fra le labbra e benda nera all’occhio sinistro: una sorta di “corsaro della notizia”, come ha scritto Bernardo Valli (la Repubblica, 23 febbraio). Colvin aveva effettuato servizi da Cecenia, Sierra Leone, Kosovo, Libia, Palestina, eccetera. In Sri Lanka era stata colpita al petto, e appunto al viso, mentre stava documentando il massacro dei guerriglieri Tamil e delle loro famiglie. Il soldato regolare che le aveva lanciato contro una granata non aveva agito per errore. «Sapeva bene cosa stava facendo», disse lei. Nel caso di Marie Colvin, “corsaro” è un termine adatto fino a un certo punto: “pirata” andrebbe meglio. I corsari formalmente dipendevano da uno Stato; i pirati, invece, non si piegavano ad alcuna autorità e – come dice l’etimologia della parola – tentavano i loro esperimenti di vita in piena indipendenza. Fu così che tra Seicento e Settecento, come mostrano i lavori di Rediker, posero le basi di forme di associazione attente a libertà e a giustizia ben più di qualsiasi istituzione “legale”. Ai giorni nostri, per un minimo di libertà e di giustizia nel cosiddetto mondo globalizzato, resta condizione necessaria la capacità di dare notizia in modo spregiudicato di qualsiasi sopruso, senza troppa riverenza per la “legge” degli Stati (o per le ideologie e le esigenze della politica). Marie Colvin, armata non di un fucile o di una pistola, ma di qualsiasi strumento nonché della sua stessa memoria per registrare i fatti, era una donna che non conosceva un verbo come “arrendersi”. Aveva raggiunto la città di Homs senza alcun visto del governo siriano, per descrivere al pubblico mondiale “stando sul posto” il terrore di massa voluto da Assad Jr. Quando il lettore avrà sotto gli occhi queste righe sarà trascorso circa un mese dalla sua tragica fine. Non so se per allora il tiranno sarà ancora al potere o avrà avuto una sorte simile a quella dei vari Mussolini o Gheddafi. Ma spero che la figura di Marie non sia stata già dimenticata. Insieme al francese Remi Ochlik, è caduta sotto le bombe della repressione. Anche in questo caso, gli sgherri di Stato «sapevano bene cosa stavano facendo».

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K


di

Alessandra Fava

foto Massimo [buenavista]

Di Nonno

Nel mare della crisi 32


Si dice Fincantieri, Sestri Ponente, e si riassume una storia che comincia da due rivoluzionari siciliani che fondano i cantieri navali, che attraversa il Novecento dando lavoro a decine di migliaia di persone e mettendo in acqua navi bellissime e che oggi è appesa alla piccola commessa di una chiatta. Si dice Fincantieri, Sestri Ponente, ma si arriva nell’entroterra alle fabbriche dell’indotto: fino a lì si spinge l’onda lunga della decadenza. Colpa di chi? Di un’azienda che da anni non inventa nulla, non crea, non coinvolge gli operai nella sfida dell’innovazione, dice lo scrittore Maurizio Maggiani


▲Fine turno per gli operai dei cantieri navali di Sestri Ponente ▶▲La nave Riviera, l’ultima commessa per Fincantieri ▶Sindacati e vertici dell’azienda al tavolo della trattativa

Immaginate tre cerchi concentrici. Al centro c’è il cantiere. Fincantieri, Sestri Ponente, Genova. Una lotta dura che ha strappato, alla fine, la cassa integrazione a rotazione per 330 dei 741 dipendenti e il prepensionamento su base volontaria per sessanta lavoratori anziché la chiusura senza appello. Poi il primo cerchio: è il mondo delle piccole e microaziende che ruotano intorno a Fincantieri e che, rimaste senza lavoro dall’oggi al domani, hanno licenziato in tronco da dicembre in avanti centinaia di persone, senza alcun ammortizzatore sociale. Moltissimi, tra loro, gli immigrati, più di cinquanta le nazionalità, la maggioranza bengalesi e ucraini, i primi per la tradizionale competenza nello smontare vecchie carcasse, i secondi per la pratica cantieristica. «In cambio del permesso di soggiorno molti avevano accettato una paga forfettaria, spesso senza contributi e con pagamenti in ritardo», spiega Antonio Manganaro, responsabile del settore navale per la Fiom genovese. «Morale: a gennaio, alcuni si sono trovati a casa, con arretrati di sei o sette mesi, pari anche a diecimila euro ciascuno». Qualcuno ce l’ha fatta a ottenere il dovuto: «A febbraio – racconta ancora Manganaro – siamo riusciti a recuperare diverse migliaia di euro da un’azienda napoletana per venticinque operai, in maggioranza bengalesi. Uno di loro, tre figli, moglie e suocera, a Sestri Ponente ormai da dieci anni, continuava a ringraziarmi per aver incassato settemila euro. Sono tuoi, ne avevi diritto, gli ho risposto».

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Presi i soldi, si pensa solo a scappare, chi verso l’Adriatico, chi all’estero, basta guardare il moltiplicarsi dei cartelli Affittasi sui palazzi di Sestri e Cornigliano. I più fortunati hanno trovato qualche incarico temporaneo alle riparazioni navali del porto antico, dove però, invece di montare, si aggiustano le navi. Tutt’altro lavoro.

Verso l’entroterra

Per trovare il secondo cerchio e misurare il raggio lungo della crisi bisogna voltare le spalle al mare e andare verso l’entroterra. Per esempio, alla Gerolamo Scorza di Campo Ligure, azienda specializzata in arredi navali, che ha annunciato il licenziamento di più di metà dei 66 dipendenti. Oppure alla Demont srl, sede nazionale a Millesimo, nel Savonese, millecento dipendenti, sette sedi di produzione e gestione in Italia, che sulle navi da crociera made in Tirreno montava impianti di aerazione e arredi. «Il problema non è Fincantieri, ma il sistema Italia», dice l’amministratore delegato e direttore generale di Demont, Fabio Atzori, ingegnere. «È un Paese che non ha competitività. Siamo schiavi di una burocrazia elefantiaca per cui in ogni regione sono costretto a fare buste paga diverse. Le sembra giusto che un operaio prenda un euro e a me ne costi quattro? Ormai datori di lavoro e lavoratori sono d’accordo al 95 per cento: il sistema non paga, abbiamo bisogno di riforme, di uno snellimento della burocrazia. Per ora so solo che l’Italia ha perso il treno. Al momento sto cercando commesse in Germania o in Giappone, ma non è facile». A Millesimo in capannoni che si estendono per ottomila metri quadri su un’area di ventimila metri quadri, la Demont è “la” fabbrica per eccellenza. Gestione familiare dagli anni Settanta. Dipendenti tutti residenti in Val Bormida.


Otto cantieri

Il rapporto con il territorio lo si legge in un albero di ferro rosso realizzato dagli operai dell’azienda e donato al giardino dell’asilo comunale. Qui le tecniche di lavorazione si tramandano di padre in figlio, opere di carpenteria e caldareria, complicate condotte con curve e controcurve per gasdotti, grazie anche all’utilizzo di un saldatore polifunzionale con posizionatore, «la Ferrari dell’azienda», si fa vanto un capo reparto. Per ora alla Demont non hanno licenziato nessuno. «Facciamo un lavoro troppo complesso e specializzato, abbiamo bisogno di formare degli operai, non di tenerli un po’ e mandarli via», dice ancora Atzori. «Quelli a contratto a tempo determinato sono solo il 15 per cento».

Tra i capannoni

Basta riscendere al mare e girare per Sestri Ponente per sentire tutt’altra musica. A un passo da Fincantieri ci sono decine di capannoni di micro e piccole aziende che hanno vissuto negli ultimi vent’anni di commessa in commessa la costruzione delle grandi navi da crociera. Sulla sua scrivania, Giuseppe Lamanna, socio della Meccar, azienda di carpenteria meccanica e navale, tiene ancora con orgoglio il modellino della Costa Serena.

«Questa crisi arriva da lontano, sono anni che cercano di ridimensionare il cantiere di Sestri Ponente, ora ci sono riusciti», dice Lamanna, calabrese, ex vicepresidente della Camera di commercio di Genova e presidente della Cna genovese, la Confederazione degli artigiani e delle piccole e medie imprese. «Mi sono battuto dall’interno, ma tante competenze sono andate perse. Oggi non voglio fare polemica. Alle istituzioni dico soltanto: mettetevi una mano sulla coscienza, questo è un cantiere che ha dato tanto e non si merita una mazzata simile. Prima del Duemila la mia azienda fatturava un miliardo e mezzo di lire all’anno, oggi è in picchiata. Dei cinquanta dipendenti a tempo indeterminato ne dovrò mettere in cassa la metà. Pensare che solo delle ultime navi Oceania, compresa quella in consegna ora, Meccar ha realizzato tutto il paiolato». Adesso in quell’officina regna il silenzio. «Il calo delle commesse è impressionante», commenta anche Naih Taoufiq, amministratore delegato della Royal Marine, un marocchino che vive in Italia da sedici anni. «Al momento – continua – non abbiamo nessun lavoro per l’anno corrente e non possiamo neppure orientarci verso le riparazioni navali perché il

Almeno tremila persone e circa 1.500 aziende dell’indotto meccanico e navale sono state colpite dalla crisi del cantiere genovese Fincantieri di Sestri Ponente (Ge), uno degli otto cantieri dell’azienda statale. Il piano di Fincantieri punta a un forte ridimensionamento dei siti. Le motivazioni del management stanno nella crisi mondiale del settore, nella concorrenza dei coreani che, con la Stx, sono entrati nei cantieri francesi e finlandesi e nell’arrivo dei giapponesi nel segmento delle navi da crociera. Di qui i 2.500 esuberi sugli otto cantieri, aspettando, chissà, una ripresa del mercato. In un primo tempo il piano era stato rigettato dai sindacati, poi è stato applicato con accordi separati cantiere per cantiere. Il primo a capitolare è stato quello di Monfalcone (Go) poi via via è toccato agli altri, recuperando qualche obiettivo di produzione e limando il numero degli esuberi. Una pratica di cesello che, alla fine, ha condannato Sestri Ponente e Castellammare di Stabia (Na) a un forte ridimensionamento in vista del riammodernamento delle aree a carico dello Stato e degli enti locali, ha lasciato il settore militare a La Spezia che si accorpa a Riva Trigoso (Ge), mentre le lavorazioni più ricche che ingrassano l’indotto e danno lavoro a chi produce coibentazioni, rifiniture, impianti d’areazione, arredi navali e impianti vari, vengono concentrate a Monfalcone, Marghera (Ve), Ancona e Palermo. Monfalcone, per esempio, può contare su commesse fino al 2017. Un regalo della Lega Nord agli imprenditori del Nordest. Dopo una lunga lotta, il cantiere genovese alla fine ha siglato un accordo che prevede cassa integrazione a rotazione e prepensionamenti. Fino al 2013 si sopravvive, poi di nuovo l’incognita.


grosso del business si dirige a Marsiglia, che prospera a forza di sovvenzioni statali. Noi abbiamo venti lavoratori ed entro marzo saremo costretti a lasciare tutti a casa. Stiamo cercando lavoro altrove, ma in Liguria nel nostro settore non c’è molto, così guardiamo al Nordafrica, alla Francia e alla Germania. La situazione è davvero drammatica».

C’era una volta

Per capire che cos’era Fincantieri e che cosa è diventata, ci vuole un accompagnatore d’eccezione. Come Amleto Valenti, classe 1920, un sestrese doc che ha lavorato all’Ansaldo e poi nel cantiere nazionalizzato fino al 1975: «Entrai nei cantieri navali Giovanni Ansaldo il primo aprile del 1933», racconta su una panchina mentre intorno si spande il chiacchiericcio del quartiere in una mattinata di sole. «Allora nel gruppo Ansaldo lavoravano 23mila operai. Mi presero a soli tredici anni perchè ero orfano di padre e il fascismo faceva una deroga. Le navi erano tutte chiodate e si costruivano con lamiere forate, imbullonate, fresate e inchiodate a caldo, il nostro lavoro consisteva nello scaldare i chiodi, passarli o tenerli mentre un battitore li fermava all’esterno. Quel rumore mi ha spaccato i timpani. Tutti gli operai avevano una medaglia, la mia era la numero 4.229. Diritti allora ne avevamo pochi, la mensa non esisteva e, quando era brutto tempo, ci facevano battere per cinquantacinque minuti, poi, con la scusa che arrivava la pioggia, ci mandavano a casa senza paga». La Seconda guerra porta via tutti i lavoratori, Amleto finisce in Africa e quando torna a casa, dopo mille peripezie, scopre persino di essere finito nella lista dei dispersi. «Negli anni Cinquanta eravamo in cinquemila in cantiere», continua Amleto. «Io ero rappresentante dei saldatori per la Fiom-Cgil e ce la dovevamo vedere con gli altri due sindacati, sindacati di comodo, venduti al padrone. Allora una nave si costruiva da cima a fondo con maestranze interne. C’erano saldatori, coibentatori, falegnami, montatori, elettricisti, tracciatori. Abbiamo fatto la Montecuccoli e la Eugenio di Savoia, la Michelangelo e la Colombo. Venivano da noi, da tutto il mondo, a imparare. Di lotte ne abbiamo fatte tante: per il diritto alla malattia, per mantenere la sede centrale a Genova invece che spostarla a Trieste. E intanto il regime degli appalti e subappalti prendeva piede: era cominciato negli anni Cinquanta, con la “balena bianca”, la Dc, che faceva lavorare quelli che davano il fifty-fifty. All’inizio chi prendeva l’appalto faceva il lavoro, poi sono arrivati i sub-subappalti: ottieni l’appalto e i soldi, ma il lavoro lo fai fare a un altro e quello a un altro ancora. Alla fine Genova ha perso per una questione geopolitica: la direzione centrale è finita a Trieste perché interessava Monfalcone, Genova disturbava, perché qui vinceva il Partito comunista. Quando penso che ora vogliono chiudere tutto mi viene una gran rabbia. Hanno via via ridotto il cantiere: a Levante, verso l’aeroporto, hanno persino fatto un porticciolo turistico! Non si rendono conto

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L’ha amata alla follia. L’ha percorsa a piedi, su e giù, per creuze e scalinate, scoprendo in Mi sono perso a Genova, libro di scrittura e foto, degli scorci che molti degli stessi abitanti ignorano. Lande industriali desolate, cimiteri di acciaierie, stive di navi, reperti passati e presenti, così le origini della città della Lanterna e dei suoi traffici sono state lo sfondo del romanzo La Regina disadorna. Argomenti che ritornano nel suo recente e-book Zafferano e, a volte, nei suoi editoriali per Il Secolo XIX. Parliamo dello scrittore Maurizio Maggiani.

Alberto Cristofari [a3/contrasto]

Incapaci di inventare

La vertenza Fincantieri è arrivata a un punto fermo: cassa integrazione per centinaia di operai e la commessa di una chiatta. Che cosa ne pensa? «L’unica cosa sensata che mi viene in mente è: andate a rivedere come nasce Fincantieri. I fratelli Orlando, di origini siciliane, rivoluzionari repubblicani, finanziatori della Giovane Italia e dei moti rivoluzionari – in pratica due imprenditori che procuravano armi a dei “terroristi” – fondano i cantieri navali. (Luigi diventa direttore dell’Arsenale di Genova, alla Foce del Bisagno, nel 1860, e vara il primo piroscafo genovese, il Sicilia. Nel 1866 apre un’attività cantieristica in proprio a Livorno, la Fratelli Orlando, ndr). Passo dopo passo, sconfitta dopo sconfitta, arriviamo alla chiatta. Mi pare un excursus paradigmatico. Con tutto il rispetto che ho per il lavoro e per chi finisce in cassa integrazione, mi chiedo: possibile che nessuno – dal direttore generale ai direttori di settore, i manager, i capi officina – si sia mai posto il problema di che cosa fare davvero e che cosa inventarsi? Possibile che nessuno glielo abbia mai chiesto? Quando era il momento di farsele queste domande, quelli che hanno voce non se le sono poste. Se qualcuno qualche idea ce l’ha avuta, altri non erano per niente contenti. Insomma, il cantiere resta una struttura burocratica, tipica di un’azienda pubblica italiana. Dirigenti di Fincantieri mi hanno raccontato che è stato impossibile, e lo è tuttora, discutere qualcosa con una vera, sincera produttività di idee. Perché chi ha la sua posizione, la vuole mantenere senza rotture di coglioni. E poi, se si va in cassa integrazione, ci vanno gli operai. I responsabili sono sempre irresponsabili. Quindi da un’azienda nata da due geniali rivoluzionari, si è arrivati a qualcosa che finisce perché l’anima di un’azienda è la sua capacità di inventare. Ma come si arriva a essere direttore di settore o di comparto? Di recente mi parlavano di un’azienda spezzina, la Termomeccanica, che ha inventato la più grossa pompa al mondo. Un’altra azienda, questa volta emiliana, la Fagioli, si è inventata il modo di trasportare le fabbriche da un luogo del mondo a un altro. Fincantieri che cosa ha inventato?». Se si chiude si buttano al vento professionalità e competenze non solo dei dipendenti, ma anche dell’indotto. Non crede? «L’azienda, com’è congegnata per la sua filosofia odierna, è destinata all’estinzione. Dopo di che posso piangere e disperarmi per gli operai che stanno perdendo la vita e il lavoro. È un fatto. Ma nessuno ha mai chiesto agli operai di inventarsi qualcosa, anzi se ne sono guardati bene». Sembra un po’ assurdo comunque che l’Italia rinunci a fare navi, visto che tre quarti del suo territorio sono bagnati dal Mediterraneo, con quasi 7.500 chilometri di costa... «Certo, abbiamo migliaia di chilometri di coste senza un sistema di trasporto via mare adeguato. Ti sembra normale che dalla Volkswagen non esca una bisarca perché tutto viene trasportato attraverso i canali fluviali e in Italia, con tutta questa costa, abbiamo le strade piene di camion e in mare non si vedono navi efficienti e tecnologiche per il medio e corto trasporto? Qui mi pare che la spinta propulsiva sia bella che finita. È il sistema Paese che non tiene. Se hai un’azienda pubblica deve essere strategica, come è strategica l’acqua, per questo vogliamo che resti pubblica. Un’azienda che produce navi deve essere strategica. Ma che cosa c’è di strategico se da decenni non inventano niente?». L’immagine di Genova passata su diversi media, a proposito della crisi di Fincantieri e delle primarie del centrosinistra in vista delle elezioni amministrative, è: “bella ma con poco potere”. È così? «Perché a Milano chi ce l’ha il potere? È spartito tra cosche e costruttori edili. Non ce l’ha neanche più Armani, per fare una battuta. Ligresti si è venduto tutto. Si sono portati decine di miliardi all’estero. La loro politica industriale è fallimentare, dove vanno se non speculano sulle Olimpiadi?». Dopo le acciaierie, rischia di finire anche la cantieristica. Lo sa che centinaia di piccole aziende legate all’indotto stanno chiudendo? «Penso che ci siano settori industriali maturi. Le genovesi piantano il basilico sul poggiolo, ma sanno che non è per sempre. Così per le aziende. Non è che attecchiscono per l’eternità. L’acciaio era strategico negli anni Sessanta, poi è cambiato qualcosa. Gli svedesi continuano a farlo, perché è diverso da quello cinese. In giro vedo tante buone notizie, ma sono trasparenti ai grandi sistemi che stanno crollando. Fagioli chi se lo fila? Almeno Mattei si era inventato qualcosa e lo hanno fatto secco. Oggi forse lo farebbero di nuovo. Comunque l’imprenditoria non nasce per geniale intuizione, per grazia ricevuta. Bisogna sviluppare un sistema, garantire il suo estendersi. Il sistema Italia esiste? Non so. Genova è stata una Repubblica indipendente per vari secoli, già nel 1400 il potere pubblico si è venduto al sistema bancario. Quando si sono accorti che non avevano denaro per pagare i debiti, hanno fatto default, come la Grecia, ma seicento anni prima. Hanno detto: “Banco di San Giorgio prenditi lo Stato”. E Genova ha vissuto con prosperità, superbamente, un regime gestito da un sistema bancario. Per secoli è andata avanti così ed è anche quello che resta oggi nella genetica della comunità. Questo connota in modo molto preciso la città. Per di più il sistema bancario non ha nessuna propensione a inventare niente, semmai a conservare tutto. Maniman, si dice qui. Che cosa ti puoi aspettare?».


Nell’officina dell’azienda meccanica Meccar a Genova A pagina 36: ▲▲Amleto Valenti, nato nel 1920, dal 1933 al 1972 ha lavorato nei cantieri navali di Sestri Ponente di quanti anni ci vogliono per creare un operaio o un saldatore. Quando ne avranno bisogno di nuovo, dove li andranno a prendere?».

Orizzonte 2013

La domanda di Amleto è la stessa che si pongono tanti operai ancora attivi in Fincantieri. Con 330 lavoratori in cassa integrazione a rotazione e la piccola commessa di un’unità semi-sommergibile, che in gergo tutti traducono in una chiatta, ci sarà lavoro fino alla primavera del 2013. Poi di nuovo un punto di domanda. «Chiudere il cantiere di Sestri vuol dire far morire Genova e un pezzo di storia», dice Michele Caputo, 48 anni, da undici in Fincantieri, come saldatore specializzato. «Il cantiere deve continuare a vivere anche per i più giovani. È un lavoro che a me ha dato tanto. Sono

trent’anni che faccio il saldatore. Prima ho lavorato alle riparazioni navali di Genova, poi ho girato il mondo. Quando sono entrato in Fincantieri ero così orgoglioso. Ancora oggi lo sono: questo mestiere mi ha dato da vivere in modo dignitoso. Da Sestri sono uscite navi bellissime in tempi record. Le professionalità che le hanno realizzate non vanno fatte morire». Luca Marenco, 36 anni, è in Fincantieri da sei e fa la guardia del fuoco negli apparati motore: «Siamo gli ultimi ad andare in cassa integrazione, magra consolazione. Il cantiere è un posto pericoloso, non è facile lavorare in sicurezza. Ancor più difficile con i lavoratori di appalti e subappalti, picchi di duemila a Genova, di venti-trentamila persone sugli otto cantieri italiani. Sono cifre impressionanti. D’altra parte se devi contenere i costi, la prima riduzione la fai sulla manodopera

▲Assemblaggio e saldatura alla Demont di Millesimo (Sv), un’azienda dell’indotto


e il basso costo equivale a personale poco specializzato. Un esempio: a un certo punto della lavorazione di una nave, i motori girano a gasolio, e magari su una certa cassa del motore va fatta una saldatura. Bene, quella deve essere eseguita a regola d’arte, perché se uno va a tagliare un tubo del gasolio con un cannello, succede un casino. Per questo è importante potersi fidare del singolo operaio. Della crisi di oggi dico solo che chiudendo Sestri si cancella un pezzo di storia, qui si fanno navi dall’Ottocento. L’assurdo è stato spostare la sede nazionale di Fincantieri a Trieste. Forse su questo punto qualcuno deve fare mea culpa». Non certo gli operai che manifestarono per settimane contro il trasloco, finendo, alcuni, in galera. Eugenio Restani, da dieci anni in Fincantieri che lui conteggia «dalla Costa Fortuna alle Oceania», ricorda che le prime navi sulla spiaggia sestrese furono fatte da Agostino Briasco, maestro d’ascia, nel 1815. «Potrei dirti che Sestri non deve chiudere per la sua storia, per le migliaia di persone che vivono di questo

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lavoro, dagli operai alle trattorie», dice Eugenio che è tra gli animatori di una pagina su un social network. «Potrei dire – continua – che il prodotto che confezioniamo è competitivo, che non lavoriamo in perdita, e che è quindi sbagliato, dal punto di vista del mercato, chiudere. Potrei dire che non deve chiudere perché quando la Costa Magica si è scostata dal bacino ho provato, per la prima volta nella mia vita lavorativa, una punta di orgoglio e mi sono sentito accomunato a tutte le generazioni di costruttori di navi che mi avevano preceduto. Io appartengo al secolo scorso, la mia speranza è per i più giovani, per i loro sogni e perché possano costruire le navi più belle del mondo». Restani chiude con un proverbio genovese: «‘A-u meu neuo gh’é neue näe neue. A ciù neua de neue näe neue a n’eu anâ’. (Al mio molo ci sono nove navi nuove, la più nuova non vuole andare). Uno scioglilingua profetico: otto ne abbiamo costruite, la nona non volevano darcela».

E


polis di

Enrico Bertolino

per Rossella Una volta, non tanto tempo fa, quando i giornali erano solo di carta, l’impaginazione delle notizie veniva fatta la sera prima durante le riunioni di redazione, e poi, una volta stampato, il giornale rimaneva quello. Solo alcuni quotidiani avevano l’edizione pomeridiana per poter aggiornare le notizie e solo in occasione di eventi importanti o drammatici si arrivava alla decisione di far uscire l’edizione speciale. Non dico di rimpiangere quei tempi (anche perché vivere di rimpianti genera rimorsi, e di quelli, purtroppo o per fortuna, ne ho già a sufficienza) ma, in un’epoca di frenetici aggiornamenti online, mi piacerebbe si recuperasse un minimo senso delle priorità. Le pagine web dei principali quotidiani sono ormai visibili su quasi ogni telefonino, iPhone, iPad o smartphone a tutte le ore del giorno e della notte, cosa che ci permette di essere informati in tempo reale su ogni cosa che accade nel mondo, spesso grazie a Twitter e ai social network, ma dall’altra ci priva della possibilità di approfondire una notizia, assaporare un articolo o un commento completo e dettagliato, o quantomeno di decidere da che parte iniziare a leggere il giornale. Conosco persone che, al bar, il giornale (che spesso è del barista e che, con la modica spesa di un espresso o di un crodino diventa loro per due o tre ore) cominciano a leggerlo partendo dal fondo, dal meteo, per poi passare allo sport, dare un’occhiata ai necrologi – spesso accompagnata da un gesto scaramantico che, dato il frigo dei gelati su cui poggia il quotidiano, passa inosservato – per poi proseguire con gli spettacoli, le notizie cittadine e finire con la cronaca e la politica (per qualche tempo la cronaca nera e quella rosa hanno convissuto tranquillamente nelle stesse pagine della politica). Oggi questa pratica, per l’avventore iPad-dotato e dopato seduto al bar, è praticamente impossibile, dato che le notizie arrivano e vengono “postate” in tempo reale, e così la priorità dei contenuti lascia spazio alla tempestività dell’informazione; il che dà l’idea che la notizia non sia importante di per sé, ma per la sua ora di pubblicazione. Così si assiste a prime pagine costruite in modo davvero inquietante, con articoli sulla situazione sanitaria del Paese che spariscono in pochissimo tempo, magari per lasciar spazio alla notizia che Lapo Elkann è andato a vedere la partita di Champions del Napoli al San Paolo (e un bel “E chissenefotte” da parte dei napoletani, no?). Nello scodellare notizie come se fossero calici di vino novello che non va scaraffato ma servito e bevuto, ecco che succede di dimenticarsi in nemmeno 48 ore dell’appello lanciato dal palco di Sanremo da Geppi Cucciari affinché la cooperante Rossella Urru venga prontamente rilasciata dai suoi sequestratori in Algeria, per lasciar spazio alle sfilate di lingerie di New York o al fascino ancora intatto del reggicalze (cose sulle quali peraltro mi trovo in perfetta sintonia). E allora approfitto di questo mio spazio per decidere e stabilire che l’appello per Rossella Urru rimane una priorità e che, anzi, speriamo smetta di esserlo presto con la sua liberazione. Di più, mi auguro che, quando lo leggerete, questo articolo sia già obsoleto.

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il capitale di

Niccolò Mancini

i titoli di Draghi L’economia e la finanza italiane hanno rischiato il collasso sul crollo della fiducia, mentre sulla sua graduale riconquista si incomincia a intravedere qualche segnale di ripresa in particolare in ambito finanziario, come testimoniano l’andamento di borsa e obbligazioni in questi primi mesi del 2012. Parliamo, sempre e ovviamente, di finanza perché occorre ricordare che nel “quasi crash” dello scorso anno di economico ci sono state solo le conseguenze. Oggi si può chiaramente notare come l’Italia sia passata da una situazione apparentemente fuori controllo, identificata anche nel linguaggio comune dallo spread (differenziale) rispetto ai tassi tedeschi di oltre 600 punti (i nostri titoli di Stato sono arrivati a rendere il 6 per cento in più rispetto a quelli con pari scadenza emessi dalla Germania), a un’altra che pare essere l’esatto opposto. I tassi d’interesse sono in picchiata, lo spread dimezzato e i nostri titoli di Stato sono al centro di frenetici acquisti tanto che, per fare un esempio, il Buono del Tesoro con scadenza a dieci anni è passato da un minimo di 81,83 centesimi di euro di inizio novembre agli oltre 98 di marzo, con un recupero sulla quotazione di circa il 20 per cento e un rendimento scivolato sotto il 5 per cento. Il “miracolo”, com’è stato enfaticamente giudicato da alcuni osservatori, è frutto da un lato della ritrovata affidabilità del Paese seguita all’insediamento del governo guidato da Mario Monti e dall’altro dell’azione “all’americana” messa in atto dal numero uno della Banca centrale europea Mario Draghi che, emulando l’operato della Banca centrale statunitense dopo il fallimento Lehman, ha prima acquistato a piene mani i titoli degli Stati in difficoltà, Italia e Spagna in testa, e poi ha inondato i mercati di liquidità con operazioni “non convenzionali”, consentendo una graduale uscita da una situazione pericolosa. Draghi e la Bce hanno capito, insomma, che la crisi era finanziaria e finanziariamente andava combattuta, per prevenire conseguenze peggiori sulle economie europee, già fiaccate dalle scorribande della speculazione. E dunque possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che la mossa del nuovo numero uno della Bce da un lato ha fornito ossigeno ai mercati finanziari, ma dall’altro potrebbe anche portare a stratosferici guadagni per le casse della Banca centrale continentale che, nei mesi della “fuga dall’Europa”, ha acquistato titoli dei Paesi in difficoltà, Italia e Spagna su tutti, per circa 220 miliardi di euro. E oggi quei titoli valgono anche il 20 per cento in più dello scorso novembre.

K

.eu di

Stefano Squarcina

delitto perfetto

Non è vero, come dice in sostanza il governatore della Banca centrale europea Mario Draghi in un’intervista al Wall Street Journal del 23 febbraio scorso, che il modello sociale europeo è semplicemente morto. È stato invece “assassinato” dalle politiche europee di austerità e rigore di bilancio che hanno preferito salvare un sistema bancario e finanziario sconnesso dalla realtà industriale e produttiva, invece di puntare sul rilancio della crescita e dell’occupazione per uscire dalla drammatica crisi economica e sociale in cui l’Unione europea si trova. In tre anni e mezzo di crisi, le banche europee hanno incassato 6.100 miliardi di euro in aiuti governativi, soldi dei contribuenti; lo dice il presidente della Commissione, José Manuel Barroso. Con la stessa cifra avremmo potuto comprarci per ben diciassette volte tutto il debito pubblico della Grecia o, se vogliamo, i debiti di Italia, Spagna, Francia, Portogallo, Irlanda e Grecia messi insieme, senza bisogno di riforme antisociali, e ancora ne avanzerebbero. La crisi greca è stata utilizzata per imporre una più generalizzata riforma del modello sociale europeo, per imporre tagli ai sistemi pensionistici pubblici, per riformare il mercato del lavoro, per ridurre al lumicino il finanziamento dello stato sociale, per aprire ulteriormente i sistemi economici a un modello di competitività mondiale sregolata. L’unica prospettiva che l’Unione europea ci propone oggi è quella di condizioni salariali e dei diritti allineate a quelle dei cinesi o dei vietnamiti – non il contrario – complice una globalizzazione dei mercati che spinge verso il basso la redistribuzione della ricchezza. Dobbiamo fare i conti con la nuova realtà economica del mondo, ci spiegano, mentre – guarda caso – dimenticano di spiegarci che questa è il frutto di scelte politiche ed economiche ben precise, ispirate dalla nuova teologia dell’austerità. La governance è la nostra nuova Bibbia, i regolamenti europei in materia i nuovi Atti degli Apostoli. Poco importa se l’Unione europea e la zona euro saranno, nel 2012, le uniche regioni del mondo in recessione economica, a dimostrazione dell’assurdità delle politiche pro-cicliche di Commissione e Consiglio Ue. Non contenti, lo scorso 2 marzo i leader europei hanno firmato a Bruxelles un nuovo trattato sulla governance rafforzata: con l’imposizione della costituzionalizzazione del principio del pareggio di bilancio, mettono fuori legge quella di Keynes e altre importanti teorie di politica economica sulla crescita e l’espansione della produzione industriale. A Bruxelles, è pronto anche un secondo pacchetto d’iniziative legislative sulla governance, da perfezionare entro giugno, che insiste sulla strada dell’austerità. Il modello sociale europeo, caro Draghi, non è morto di morte naturale. L’avete ucciso voi con le vostre politiche: 6.100 miliardi di euro per le banche e non una lira per finanziare il rilancio industriale e dell’occupazione in Europa; vorrà ben dire qualcosa tutto ciò, o come al solito non è colpa di nessuno?

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di Luca

Crovi

foto Adele

Lorenzi

Profondo

giallo

Stanno in Cambogia oppure investigano in Botswana. E sono donne. Si muovono in gelidi paesi nordici o fra i vicoli di Pechino. Le loro avventure hanno per sfondo culture e tradizioni lontane. Dall’India alla Turchia, su in Alaska e fino in Africa, sulle tracce dei nuovi Sherlock Holmes

Due anni fa, chiacchierando con lo scrittore inglese Tom Rob Smith, che era reduce dal grande successo internazionale del suo thriller Bambino 44 (Sperling & Kupfer), gli chiesi com’era arrivato a produrre una storia del genere e lui mi confessò apertamente che prima di iniziare a lavorare a quel romanzo ambientato in Russia si era fatto letteralmente le ossa come sceneggiatore e produttore della prima grande soap opera cambogiana. Mi venne spontaneo chiedergli se gli erano mai capitati fra le mani dei noir ambientati in quelle terre e Smith mi confermò che effettivamente


anche in quei luoghi la narrativa d’investigazione aveva trovato un terreno fertile. Quasi per gioco mi misi così a sbirciare su una cartina geografica quanti luoghi della Terra mi risultavano essere stati esplorati dalla narrativa poliziesca. Il risultato, posso dirvelo, è stato sicuramente sbalorditivo. Non c’è praticamente un continente o una nazione che non abbia avuto nel tempo un suo credibile interprete giallo o noir. E più sono state curiose e amene le ambientazioni di certi romanzi, più il pubblico ha risposto positivamente. Noi stessi in Italia abbiamo subìto nel tempo delle vere e proprie invasioni da parte degli autori di polizieschi americani, inglesi, francesi, belgi, spagnoli, tedeschi, svedesi, ma negli ultimi anni abbiamo potuto tastare con mano anche le proposte degli africani, degli indiani, dei giapponesi, degli islandesi, dei turchi, dei finlandesi. E se volete trovare ambientazioni singolari non c’è che l’imbarazzo della scelta: si va dai territori occupati israeliani descritti da Matt Beynon Rees nel ciclo di indagini di Omar Yussef, alla Mongolia della capitale Ulan Bator raccontata da Michael Walters nel

suo The Shadow Walker (dove appare un inedito investigatore che si chiama Nergui). Dalla Groenlandia al centro dei misteri de Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg alla Galizia dell’ispettore-speaker radiofonico Leo Caldas creato da Domingo Villar (in italiano sono recuperabili Occhi di acqua e La spiaggia degli affogati). Dalla Kaliningrad del procuratore Hanno Stiffeniis creato da Michael Gregorio (ciclo ambientato nella Prussia di Immanuel Kant, edito da Einaudi) alla Rio de Janeiro dell’ispettore Espinosa narrato da Luiz Alfredo Garcia-Roza (disponibile da Rizzoli).

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Dalla Russia con terrore

Tornando a Tom Rob Smith, lo scrittore inglese ha scelto di ambientare Bambino 44, ma anche i successivi Rapporto segreto e Agent 6 (tutti editi da Sperling & Kupfer), in Russia perché “era un luogo perfetto per ambientarci dei thriller”. Un laboratorio criminale speciale dove per anni, prima dell’avvento della Perestrojka, potevano venire celati i delitti di un serial killer come Andrej Chikatilo, perché considerati “impossibili in un Paese di regime”. Un luogo, l’Unione Sovietica, dove l’autore inserisce il suo Leo Stepanovic Demidov prima ex eroe di guerra, poi investigatore dell’Mgb (il ministero della Sicurezza di Stato precedente al Kgb), quindi sovversivo indagato per crimini contro lo Stato, ma anche artefice della nascita del Dipartimento omicidi di Mosca e persino agente segreto poststalinista. La Russia in cui si muove Demidov è un Paese che, all’inizio della sua saga, era profondamente convinto del fatto che “il furto, l’omicidio e lo stupro erano sintomi di una società capitalistica” e che non si curava di prevenire né di indagare certi crimini. Delitti che però in questo territorio apparentemente incontaminato sono nascosti sotto la neve e sono venuti alla luce dopo il crollo del sistema comunista come raccontano acutamente Lupo mangia cane, Il fantasma di Stalin e Le tre stazioni del prolifico Martin Cruz Smith (che per primo aprì le porte al genere Russian thriller con Gorky Park nel 1981). Tre romanzi disponibili nel catalogo Mondadori dove si parla delle speculazioni criminali post Chernobyl, dei traffici di droga e bambini, della nuova prostituzione in Russia, dei Berretti neri in azione dopo Beslan. Casi terribili con i quali ha quotidianamente a che fare l’ispettore Arkady Renko che nel tempo è diventato uno dei personaggi più amati dai lettori russi. Non meno inquietanti sono i casi raccontati da Alexandra Marinina nel ciclo di avventure della sua Anastasija Kamenskaja, ispettore della polizia criminale di Mosca, pubblicati per qualche anno con successo da Piemme. Restando sempre in climi freddi Newton Compton Editori ha scommesso sulla serie Csi Alaska di Dana Stabenow che ha avuto anche un fortunato spin off televisivo prodotto dall’emittente statunitense Hbo che ha utilizzato come ambientazione quella perfetta, isolata e pericolosa coltre di ghiacci. È toccato invece in sorte ad Arnaldur Indridadson saper incarnare le inquietudini noir dell’Islanda con le indagini dell’agente Erlendur Sveinsson che in romanzi come Un caso archiviato, Un doppio sospetto, sospetto La voce, Un corpo nel lago, La signora in verde (Guanda) si imbatte in strani omicidi, suicidi, stupri nella Reykjavík dei nostri giorni svelando misteri del presente e del passato della sua terra. E al dna della mitica terra del ghiaccio e del fuoco è strettamente legato anche lo strepitoso romanzo di debutto di Arnaldur Indridadson intitolato Sotto la città (Guanda) che ci parla nel dettaglio della cittadina di Holberg, sotto la quale esiste la Città dei barattoli, il luogo dove vengono da anni conservati e studiati gli organi di tutti gli islandesi

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morti, in un luogo “inquietante che riflette l’ossessione di un Paese per le malattie e per l’autoconservazione”.

Non solo Stieg Larsson

Spostiamoci ora in Svezia dove amaramente la scrittrice Maji Sjöwall-Wahlöö sostiene che la produzione di noir sia persino eccessiva negli ultimi tempi: «Praticamente non ci sono più cittadine svedesi disponibili per ambientarci un nuovo giallo, ormai ogni villaggio ha un commissario protagonista di qualche romanzo. Abbiamo più giallisti che delitti reali in Svezia». Una moda scatenata sicuramente nel resto del mondo dal successo dei romanzi della celeberrima Millenium Trilogy di Stieg Larsson che ha portato le case editrici italiane a contendersi i bestselleristi nordici a suon di anticipi milionari. Longanesi ha centrato il bersaglio con la strana coppia L’ipnotista e L’esecutore di Lars Kepler; Bompiani ha invece stravenduto il noir umoristico Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson. Più articolata la proposta Marsilio che ha fatto scouting scommettendo, oltre che sul celebrato Larsson, anche su autrici svedesi doc come Anita Lackberg, Liza Marklund e Asa Larsson, sul


svedese Olle Lönnaeus, anche Mondadori non si è tirata indietro lanciando l’avvocato penalista Jens Lapidus e la sua personalissima Trilogia di Stoccolma composta da La traiettoria della neve, Mai far cazzate, Livet Deluxe. Tre romanzi che raccontano lo spaccio, la prostituzione, il riciclaggio, il clan delle rapine dal punto di vista dei gangster per i quali uccidere fa parte della normalità. Un incredibile quadro criminale del Paese Svezia è riscontrabile anche fra le pagine dell’eccezionale L’uomo laser di Gellert Tamas (Iperborea) reportage-romanzo dedicato alle gesta del killer John Ausonius che, dall’agosto 1991 al gennaio 1992, tenne letteralmente in scacco la polizia di Stoccolma, riuscendo a mettere nel centro del mirino del suo fucile undici persone. E se ne I poeti morti non scrivono gialli (Iperborea) lo scrittore Björn Larsson si è permesso di costruire un noir pungente che mette alla berlina proprio il mondo dell’editoria svedese, titoli originali e di alta qualità letteraria come La donna nel frigo e Satelliti della morte (Iperborea) hanno proposto per la prima volta

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Fabio Visintin, illustrazione tratta dalla copertina di Piramide di Henning Mankell, Marsilio

criminologo Leif GW Persson, facendo amare nel tempo ai lettori pure la serie del commissario Wallander di Henning Mankell e investendo energie sugli originali horror di John Ajvide Lindqvist (a partire dal fortunatissimo romanzo vampirico Lasciami entrare) e su un thriller d’avventura a cavallo fra Jules Verne e Dan Brown come La stella di Strindberg di Jan Wallentin. Baldini Castoldi Dalai, dal canto suo, si è accaparrata Ake Edwardson con i suoi Il cielo è un posto sulla terra e Grida da molto lontano, mentre Einaudi ha proposto le storie della norvegese Anne Holt (ex ministro della Giustizia), e imposto definitivamente il connazionale rocker thrillerista Jo Nesbø (prima in catalogo da Piemme) con superbestseller come Il leopardo che ha per protagonista l’inquieto commissario Harry Hole. E se Newton Compton Editori ha ottenuto buoni risultati con Il bambino della città ghiacciata e Cuore Nazista dello


Fabio Visintin, illustrazione tratta dalla copertina di Un altro tempo, un’altra vita di Leif GW Persson, Marsilio

ai lettori italiani la fortunatissima serie dell’ispettore Varg Veum creata dal norvegese Gunnar Staalesen. Raggiungiamo ora con L’uomo con la faccia d’assassino (Iperborea) del finlandese Matti Rönkä un luogo suggestivo e allo stesso tempo letale come la Carelia, terra di confine dislocata tra la Finlandia e l’ex Unione Sovietica. Un posto glaciale dove l’etnia locale ha imparato a sopravvivere ai soprusi e alle deportazioni, dedicandosi ai traffici più incredibili. È in questa terra di nessuno che si muove Viktor Kärrpä, l’originale protagonista creato da Rönkä che è contemporaneamente informatore per la polizia, contrabbandiere per la mafia russa e cacciatore di persone smarrite e ha un volto singolare che lo fa assomigliare a un assassino. La maggior parte dei crimini diffusi in Carelia sono legati alla povertà come mi ha spiegato personalmente lo stesso Matti Rönkä: «Con il collasso dell’Unione Sovietica, è scomparsa un’intera struttura sociale e molte persone povere si sono ritrovate disoccupate e hanno scoperto all’improvviso che le loro pensioni non valevano nulla. Mentre altri si sono arricchiti spaventosamente... Il collasso della società ha avuto ripercussioni soprattutto sugli abitanti delle regioni periferiche, come la Carelia dove si sono sviluppate attività criminali di confine. Si tratta principalmente di contrabbando di merci illegali, di utilizzo di documenti falsi anche quando si commercia in beni legali (per ottenere tasse inferiori e così via), tratta delle donne, spaccio di merci contraffatte...».

Indagini da turchi La Turchia è diventata protagonista di gialli originali grazie alla scrittrice Esmahan Aykol, capace di dar vita all’originale personaggio della libraia-detective tedesca Kati Hirschel trapiantata a Istanbul in Hotel Bosforo e Appuntamento a Istanbul (Sellerio). Ancora più sconvolgente la serie Hop-Çiki-Yaya ideata da Mehmet Murat Somer, di cui è protagonista un’anonima bella di notte di Istanbul. Un travestito che ama le gonne nere e attillate e non si risparmia mai nell’uso del rimmel e del rossetto e che si fa quotidianamente la ceretta ascoltando a tutto volume i dischi di Gonul Turgut e U ur Akdora. Un avvenente personaggio che di giorno svolge il ruolo di programmatore informatico mentre di notte si trasforma nel gestore “al femminile” di uno dei

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«Abla, sorella maggiore») affronta il mondo criminale che la circonda dall’alto dei suoi appariscenti tacchi. La componente di humour presente in queste storie è fondamentale e permette a Mehmet Murat Somer di affrontare con levità anche temi spinosi come quelli del fanatismo religioso, della liberalizzazione dei costumi sessuali e della situazione politico-sociale di un Paese come la Turchia. Somer non ha mai amato particolarmente la presenza di elementi eccessivamente violenti nei suoi romanzi: «Mi piace che le mie storie abbiano il sapore e il profumo dolce dello champagne e delle bubblegum. Voglio scrivere con gioia e ispirare la stessa sensazione nei lettori. Anche quando mi occupo di fatti oscuri voglio dare ai lettori una certa luminosità, cerco di arricchire di colori brillanti tutto ciò che scrivo». Di origine turca è anche Kayankaya, l’investigatore ideato da Jacob Arjouni che si ritrova fra le pagine di romanzi ambientati a Francoforte come Happy birthday, turco!, Kismet–Destino, Carta straccia (Marcos y Marcos). Un detective etnico scanzonato che mette a nudo le con-

traddizioni della Germania contemporanea. Per coloro poi che amassero la Turchia ottomana del 1830 molto divertenti sono le avventure dell’eunuco-detective Yashim creato dallo scrittore inglese Jason Goodwin per L’albero dei giannizzeri, Il serpente di pietra e Il ritratto Bellini. Un eroe che ha capacità diplomatiche e da agente segreto incredibili e che ha permesso di seminare in un territorio d’ambientazione originale nel quale ha scelto di muoversi anche Archange Morelli con il suo Teatro d’ombre (Edizioni e/o), giallo storico ambientato alla corte di Solimano il Magnifico che ha per protagonista il vicario genovese Matteo Malafuoco alle prese con un serial killer che miete le sue vittime nella città del Sultano.

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Emanuele Ragnisco, illustrazione tratta dalla copertina di Teatro d’ombre di Archange Morelli, Edizioni e/o

locali più seducenti del quartiere di Beyog˘lu a Istanbul. Se in Scandaloso omicidio a Istanbul (Sellerio) l’eroina creata da Somer doveva vedersela con la scomparsa e poi la morte della bella di notte Buse, ne Gli assassini del profeta (Bompiani) deve indagare sugli omicidi di un barbaro serial killer che sta mietendo vittime nel mondo dei travestiti. Fra un pomeriggio passato a visionare gli amati telequiz, un’attitudine al pettegolezzo e un pettegolezzo sulla sua amatissima Audrey Hepburn, la protagonista senza nome della serie dello scrittore turco (a cui gli altri personaggi si rivolgono semplicemente dicendole:


Guido Scarabottolo, illustrazione tratta dalla copertina di Utili consigli per il buon investigatore di Alexander McCall Smith, Edizioni Guanda

Fra i protagonisti del Noir mediterraneo va ricordato Petros Markaris. Il suo commissario Kostas Charitos ha sempre mostrato un occhio disincantato sulla politica greca e spesso si è occupato in prima persona di delitti legati al mondo dell’edilizia, del calcio e dei mass media. Un eroe che di recente, con Prestiti scaduti (Bompiani), ha analizzato anche il sistema bancario internazionale mostrando i problemi generati dalla crisi europea sul crac greco. In Portogallo hanno scritto noir Fernando Pessoa, che ha dato vita all’ispettore Abílio Quaresma, I casi del dottor Abílio Quaresma (Cavallo di ferro) e Francisco José Viegas che ha creato con Il mare di Casablanca (laNuovafrontiera) una serie di complicate indagini per l’ispettore Jaime Ramos.

Investigatrici in Africa

Restando in tema di ambientazioni singolari, un’eroina che ha totalizzato facilmente gli oltre sei milioni di libri venduti in tutto il mondo è Precious Ramotswe, titolare della prima agenzia investigativa femminile del Botswana. Questa singolare detective, ideata dallo scrittore Alexander McCall Smith nel 1998, gestisce la Ladies’ Detective Agency n.1 e si è occupata nel tempo di richieste di ricerca di ragazzi scomparsi, indagini per avvelenamento, pedinamenti per tradimenti coniugali, furti di bestiame, truffe di vario genere. Rubiconda e quarantenne, Precious Ramotswe è abituata a risolvere i suoi casi davanti a una bella fetta di torta e a una tazza fumante di tè rosso che condivide con la sua affiatatissima segretaria venticinquenne Grace Makutsi. Precious ha una visione solare della vita e nonostante abbia alle

spalle lo sfortunato matrimonio con un trombettista e la perdita di un figlio neonato, ha saputo rimettersi in gioco proprio grazie alle sue abilità investigative che svolge in un Paese come il Botswana dove alla semplice razionalità va sempre allegata la pratica credenza nella cultura tradizionale locale. Nelle sue avventure edite finora in Italia da Guanda (Le lacrime della giraffa, Morale e belle ragazze, Un peana per le zebre, Il tè è sempre una soluzione, Un gruppo di allegre signore, Scarpe azzurre e felicità, Il buon marito, Un miracolo nel Botswana, L’ora del tè e Utili consigli per il buon investigatore) l’eroina creata da McCall Smith non si è mai persa d’animo, muovendosi in lungo e in largo con il suo scassato furgoncino bianco per il desolato territorio africano e facendo ricorso al suo intuito, al suo cuore e talvolta alla sua personale Bibbia: I principi dell’indagine privata di Clovis Andersen. Le avventure di questa speciale Mama Africa Detective hanno avuto un tale successo che la Bbc le ha tradotte prima in quattro serie di radiodrammi e poi in un serial televisivo per la Hbo dove a indossare le vesti di Precious è stata la cantante e attrice Jill Scott.

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I “gialli all’indiana” hanno dimostrato negli ultimi anni di fornire una credibile ambientazione esotica contemporanea dove nuovi eccentrici investigatori si muovono in città come Bombay o Nuova Delhi. Uno dei primi a scegliere questo genere narrativo è stato il diplomatico indiano Vikas Swarup (già autore del fortunatissimo Le dodici domande dal quale è stato tratto il film The Millionaire di Danny Boyle). Swarup in I sei sospetti (Guanda) racconta sintomaticamente che in India “le morti non sono tutte uguali. Perfino nell’omicidio vige un sistema di caste. L’accoltellamento di un povero conduttore di risciò non merita più di un trafiletto sepolto fra le pagine interne del giornale. L’assassinio di una celebrità, invece, si trasforma istantaneamente in una notizia da prima pagina. Perché è raro che i ricchi e i famosi vengano assassinati”. Per lo scrittore indiano è primario mostrare come la vita umana valga ancora così poco nel suo Paese, un luogo dove si può essere processati per avere ucciso due cervi neri ma dove le vedove vengono ancora bruciate assieme ai loro mariti. Una nazione dove un ricco ubriaco può tranquillamente investire per strada dei poveracci senza venire nemmeno multato. È proprio per questo motivo che fra le prime pagine de I sei sospetti viene assassinato il ricco playboy Vicky Rai, un uomo sfrontato che si era potuto permettere di uccidere (facendola franca) una povera barista semplicemente perché si era rifiutata di versargli un drink. La classe media indiana protagonista del romanzo è per l’autore “una nazione di voyeur, drogata di insulse soap opera che hanno per protagoniste suocere intriganti e casalinghe tribolate e che si ciba della carcassa delle sventure altrui, sbavando di fronte al fallimento dei matrimoni delle celebrità, sbalordita dalle sfarfallanti immagini televisive di politici immortalati mentre accettano bustarelle”. Meno arrabbiata e sicuramente più legata alla letteratura di pura evasione risulta la scrittrice e medico Kalpana Swaminathan che i media hanno già ribattezzato come “l’Agatha Christie indiana”. Un’appassionata tessitrice di trame gialle che con Sapori assassini a Bombay e La canzone del giardiniere (Kowalski) ci propone le indagini di Miss Lalli, un’arzilla vecchietta di sessantatré anni con “un viso da attrice, rugoso, intenso, espressivo”. Un’impertinente

ficcanaso, Miss Lalli, che si diverte a fare da consulente pettegola per la squadra omicidi di Bombay e che si trova a convivere con una distratta nipote aspirante scrittrice che è la voce narrante di tutte le sue storie. Se Miss Lalli potrebbe ricordare molto da vicino il modello di Miss Marple, c’è un nuovo personaggio indiano che con Hercule Poirot condivide la stazza, la passione per il cibo, l’idiosincrasia per le diete: si tratta del simpatico Vish Puri. È il direttore dell’Agenzia Investigatori Privatissimi Ltd di Nuova Delhi ed è stato creato dallo scrittore e giornalista londinese Tarquin Hall. In Vish Puri e il caso della domestica scomparsa e Vish Puri e il caso dell’uomo che morì ridendo (Mondadori) il detective indiano è costretto a muoversi in una capitale supertrafficata e carica di immondizia, accompagnato da assistenti improbabili dai colorati soprannomi come Luce Al Neon, Sciacquone, Freno A Mano, Zerbino, Crema Da Viso che spesso si divertono a rubare la scena al protagonista.

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John Jay/Shannon Associates, illustrazione tratta dalla copertina di Vish Puri e il caso della domestica scomparsa di Tarquin Hall, Mondadori

La Bollywood del poliziesco


Noir made in Japan

Eros Badin, illustrazione tratta dalla copertina di Detective Hanshichi di Okamoto Kido, ObarraO Edizioni

Raggiungiamo ora il Sol Levante dove la palma di vera e propria regina del noir va data a Natsuo Kirino che con storie allucinate come Grotesque, Le quattro casalinghe di Tokyo, Real World, Una storia crudele, L’isola dei naufraghi (Neri Pozza) si è conquistata l’appellativo di “Patricia Highsmith d’Oriente” esplorando i lati oscuri

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del mondo della prostituzione, degli inferni familiari, degli spettri del mondo della letteratura e persino gli echi delle odissee di naufraghi e cannibali. A coloro che amano invece film come Yojimbo o I sette samurai di Akira Kurosawa o i cosiddetti “chambara” (i western-action del Sol Levante) dello spadaccino cieco Zatoichi, mi sento di consigliare caldamente la saga dei romanzi che lo scrittore americano Dale Furutani ha dedicato al samurai investigatore Matzuyama Katze. Avventure mozzafiato, piene di duelli e intrighi ambientate nell’antica Tokyo degli shogun e di cui sono usciti titoli come Agguato all’incrocio, Vendetta al palazzo di giada e A morte lo shogun (Marcos y Marcos). Per gli appassionati di Yakuza story è poi imperdibile la serie di cinque romanzi siglata da Barry Eisler con protagonista il killer a pagamento John Rain edita da Garzanti. Se poi volete scoprire come è nato e si è sviluppato il poliziesco in Giappone risulta imperdibile Detective Hanshichi – I misteri della città di Edo (ObarraO Edizioni) di Okamoto Kido, drammaturgo del Nuovo Teatro Kabuki considerato fondatore del giallo giapponese moderno grazie a un fortunatissimo ciclo di storie di suspense da lui scritte fra il 1917 e il 1937. A Bangkok ci trasporta invece il canadese Christopher G. Moore che ha ambientato qui i suoi Rischio di infedeltà e Vivere e morire a Bangkok (recuperabili nel Giallo Mondadori), inchieste del detective privato Vincent Calvino che si aggira in luoghi di perdizione come Patpong o Soi Cowboy. Spostiamoci ora in Laos dove si svolgono le inchieste del settantaduenne dottor Siri Paibounm di professione


In Messico sono emersi i talenti di Paco Ignacio Taibo II, Sentendo che il campo di battaglia (Marco Tropea Editore), ma anche quello di Joaquín Guerrero Casasola, La legge del più forte (laNuovafrontiera), mentre Luis Sepúlveda ha tenuto alta la bandiera del Cile con i suoi Un nome da torero (Tea) e Diario di un killer sentimentale (Guanda).

Francesca Ghermandi, illustrazione tratta dalla copertina di Giorni di battaglia di Paco Ignacio Taibo II, Marco Tropea Editore

coroner che lavora in “un obitorio male equipaggiato, gestito da uno staff in cui spiccano un tecnico lento di comprendonio e un’infermiera debole e distrutta dalla fame, grazie alle cui brillanti improvvisazioni il laboratorio riesce ad andare avanti”. A creare questo singolare investigatore è stato il fumettista e noirista inglese Colin Cotterill che finora ha realizzato otto storie con la medesima location. Peccato che per ora sia uscita in Italia una sola avventura del Dottor Siri. Si intitola Intrigo a Oriente (Fanucci Editore) e leggendola scoprirete che una delle caratteristiche di questa originale serie è che Siri Paiboun deve vedersela oltre che con il duro regime politico locale e con i defunti, anche con gli spiriti.

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Pechino violenta

Concludiamo la nostra rassegna con un passaggio in Cina che è sicuramente uno dei Paesi dove la narrativa gialla ha avuto vita più longeva. Come ben racconta lo scrittore e sinologo Robert van Gulik nel suo I celebri casi del giudice Dee (ObarraO Edizioni), la letteratura

poliziesca «era pienamente sviluppata in Cina alcuni secoli prima della nascita di Edgar Allan Poe o di sir Arthur Conan Doyle. Brevi narrazioni di misteriosi crimini e della loro soluzione esistono in Cina da più di un migliaio di anni e per molti secoli i maestri dell’investigazione sono stati celebrati nei racconti dei cantastorie e sulla scena teatrale.

Romanzi polizieschi di maggior ampiezza sono nati più tardi, intorno al 1600, e hanno raggiunto il loro massimo sviluppo nel Diciottesimo e nel Diciannovesimo secolo». Si trattava di detective stories di cui erano protagonisti personaggi singolari come il giudice Bao, il giudice Dee e il giudice Peng alle prese con la risoluzione di complicati casi nei distretti dove amministravano la loro giustizia. Sulla scia di queste saghe cinesi, Robert van Gulik costruì fra il 1949 e il 1967 le inchieste del giudice Dee che sono state di recente tutte ristampate da ObarraO Edizioni e che ancora oggi hanno il sapore di storie gialle di altri tempi. Nella Pechino odierna sono invece ambientati i romanzi della detective Mei Wang scritti da Diane Wei Lang, mentre a Shangai si svolge per lo più il ciclo dell’ispettore Chen Chao ideato da Qiu Xiaolong (una serie che mostra la metà oscura della Cina moderna e di cui per ora Marsilio ha pubblicato titoli come Di seta e sangue, sangue Ratti rossi, Il vicolo della polvere rossa). rossa “Il giallo è il fiore rosso sangue dell’epoca contemporanea”, scriveva negli anni Trenta lo scrittore Augusto De Angelis (preparando il testo di una conferenza in cui spiegava il valore letterario e sociale della letteratura poliziesca), un fiore che – ci permettiamo di aggiungere – non accenna ad appassire, ma che, anzi, ha ormai diffuso i suoi semi in tutto il mondo.

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La top five I sei sospetti

di Vikas Swarup (India)

Intrigo a Oriente di Colin Cotterill (Laos)

Gorky Park

di Martin Cruz Smith (Urss)

Sotto la città

di Arnaldur Indridason (Islanda)

L’uomo con la faccia da assassino di Matti Rönkä (Finlandia)

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televasioni di

Flavio Soriga

illustrazione

Borislav Sajtinac

un libro e basta Da quando faccio lo scrittore, e vado in giro a presentare libri miei o di altri, infinite volte è capitato che finissimo, io e il mio collega di turno, nelle grinfie di assessori comunali, provinciali, regionali, presidenti di circoscrizione, pro-loco o comunità montane, presidi, responsabili culturali, direttori artistici, consulenti di vario ordine e grado; gente di estrazione sociale ed economica diversissima, unita per un momento, nella solennità dell’introduzione di una serata culturale, unita per un momento nell’irreprimibile bisogno di spiegare al mondo l’importanza dell’altissimo atto e costruttivo, moralmente elevante e fondante di ogni società evoluta, dell’atto ammirevole e raccomandabile, recante lustro a sé e agli altri, dell’atto di LEGGERE. Quanto è importante, quanto è bello, quanto è giusto, leggere, dicevano quelle persone, e mentre lo dicevano si sentivano bene, come ogni volta in cui si dice qualcosa a cui nessuno potrebbe mai obiettare alcunché se non passando per matto. Leggere, leggere, leggere. E dicevano questa cosa, e sorridevano al pubblico, e guardavano noi, gli scrittori, che non solo leggiamo, ma addirittura scriviamo (giornate intere passate a farlo, e chissà quanti anni dedicati ai libri). Loro, quelle persone, stavano ricordando al mondo l’importanza del nostro lavoro, e il piacere che può portare a chiunque compri un libro e legga. Quanto a loro, a quelle persone che stanno parlando al mondo dell’importanza della lettura, loro leggerebbero volentieri, quanto vorrebbero leggere, quanto sarebbe loro gradito, passare giorni interi sui libri, soltanto che non hanno tempo. Lo facevano da ragazzi, poi hanno smesso. Questo non impedisce loro di sentire il dovere di ripetere infinite volte ai loro figli, e agli elettori e ai concittadini e ai governati, che leggere è bene. I lettori, quelli che conosco io, non passano il tempo a cercare di convincere nessuno della meraviglia della lettura. I lettori leggono, e basta. A volte si divertono, a volte fanno fatica ma vanno avanti per sfida, tigna, rabbia, curiosità o amore dello scrittore. A volte mollano il libro a metà. Ma nessuno di loro, mai, girerebbe lo spot che imperversa da mesi su tutte le televisioni del Paese, e che è pagato nientemeno che dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, lo spot nel quale una bambina va da un bambino, e lui dalla madre, e lei da un bel tipo, e lui da una bella tipa, e lei da una signora, e tutti si dicono, all’orecchio: Passaparola! E qual è, questo segreto messaggio carbonaro che bisogna diffondere con il passaparola? Che leggere, udite udite, è il cibo della mente. Quanto è vero, Signora mia. E non c’è più la mezza stagione e questi ragazzi, ah questi ragazzi... (“Professore lei non sa/dice oggi Monica/che la personalità/se la può permettere/se la può concedere/ solo una piccola élite: il cantante, l’attore, eccetera, eccetera...”. Baustelle, A vita bassa)

[siae 2012]

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l’ora delle donne buen vivir di

Alfredo Somoza

foto Rodrigo [ap/lapresse]

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È l’ultima frontiera dei diritti ancora negati, è un’emergenza sociale che costa migliaia di vite umane ogni anno. Le violenze sulle donne sono una delle “eredità culturali”, se così si possono definire, più radicate nei secoli in società basate sul ruolo predominante dei maschi, sull’elogio della forza e della virilità, sulla sottovalutazione, se non accettazione, degli abusi che si consumano tra le mura di casa. Da alcuni anni, però, la crescita del movimento femminista latinoamericano sta dando il via a una grande rivoluzione civile: in diversi Paesi, le violenze contro le donne sono finalmente perseguibili. Si stanno infatti moltiplicando le legislazioni che tutelano e puniscono la violenza di genere in Sudamerica, ma la vera notizia è che finalmente anche nell’America Centrale, la regione nella quale si registrano i più alti indici di violenze, le cose stanno cambiando: il Parlamento nicaraguense, all’unanimità, ha detto sì alla Ley Integral en contra de la Violencia hacia las Mujeres che considera reati tutte le forme di violenza nei confronti del genere femminile. Abusi non solamente fisici, ma anche psicologici, economici e lavorativi, per i quali le pene previste vanno dai quindici anni (per violenze fisiche e psicologiche) ai trent’anni di carcere (per feminicidio). Le femministe del Nicaragua, Paese in cui la violenza sessuale familiare è all’ordine del giorno, puntano anche all’abolizione del divieto di interruzione di gravidanza dovuta a violenza e, in Sudamerica, l’Argentina potrebbe essere il primo Paese (il terzo dell’intero continente, dopo Canada e Stati Uniti) a rendere legale l’aborto. Dopo la restituzione della dignità e della giustizia alle vittime delle dittature, dopo la fine formale delle discriminazione su base etnica contro indios e afroamericani, dopo le campagne massicce sui diritti dell’infanzia, ora l’attenzione va alle donne. Che conducono una lotta spesso silenziosa, soprattutto in Paesi ad alto rischio come il Guatemala, dove si contano un migliaio di vittime di violenza di genere ogni anno; qui l’Asociación de Mujeres de Guatemala organizza le sue marchas silenciosas per richiamare l’attenzione di un’opinione pubblica che fa fatica a riconoscere non solo gli aspetti più tragici del fenomeno, ma anche le umiliazioni patite in silenzio, le violenze taciute, i soprusi più o meno legalizzati. L’America Latina oggi s’interroga sulla via da seguire per sradicare la violenza di genere. Un tema rimasto per troppo tempo fuori dall’agenda della politica, nonostante siano state proprio le donne le principali protagoniste di molte lotte per i diritti, si pensi per esempio alle madri degli scomparsi di tanti Paesi. Oggi, le donne sudamericane avanzano rivendicazioni e cominciano a segnare le prime vittorie politiche, perché anche su abusi e violenze si possa scrivere nunca más, mai più.

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Casa dolce casa a cura di Stella

Spinelli

illustrazione

Guido Guarnieri

4 febbraio, Parma

Domenica Menna aveva 24 anni. È stata uccisa dal suo ex, Silvio Chirullo, un vigilante di 42 anni, con il quale era stata fidanzata quattro anni. Dopo una violenta lite avvenuta la sera prima, l’uomo ha inseguito in auto la ragazza che stava andando al lavoro, le ha tagliato la strada e ha esploso quattro colpi con la pistola d’ordinanza. Un proiettile le ha perforato la testa. Poi, con la stessa arma, si è suicidato.

5 febbraio, Parma

Luciano Ugolotti, 76 anni, ha strangolato sua moglie Abe Ferraguti, 72 anni. Agli inquirenti ha confessato casadolcecasa@e-ilmensile.it di averla uccisa perché spinto dalle gravi condizioni di salute della donna, che da anni ormai soffriva di una malattia reumatica degenerativa. Ma le modalità con cui è avvenuto il delitto fanno pensare che la vittima non fosse consenziente. per scriverci:

7 febbraio, Palermo Casa dolce casa è l’osservatorio mensile sulle donne uccise in Italia da uomini che conoscevano, che hanno amato, di cui si fidavano. Si chiamano femminicidi e rimandano alla relazione di potere tra i generi, che resta tuttora un fattore che ordina la società. I dati pubblicati, vista l’assenza di ricerche ufficiali sul fenomeno, sono raccolti dalla stampa e riguardano il periodo di tempo dal primo febbraio al 4 marzo. Questo monitoraggio viene effettuato in collaborazione con la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna (www.casadonne.it), associazione impegnata da diversi anni contro la violenza sulle donne, alle quali offre sostegno, ascolto, consulenze e case-rifugio, con una particolare attenzione ai figli minori. Da tempo inoltre la Casa svolge un lavoro di ricerca sul femminicidio dal quale ogni anno deriva un’indagine-quadro sulle donne uccise: nel 2011 sono state 97.

L’appuntato dei carabinieri Rinaldo D’Alba, 39 anni, ha ucciso con un colpo di pistola al petto la moglie, Rosanna Lisa Sicilia, 37, dopo una lite. Poi si è suicidato con la stessa arma. Il diverbio è scoppiato in casa, un alloggio assegnato al militare in servizio alla Stazione Falde di Palermo.

15 febbraio, Modena

Edyta Kozakiewicz aveva 39 anni ed era polacca. È stata picchiata dal suo compagno, Umberto Musto, originario di Trentola, Caserta. I due litigavano spesso e lui era solito imporsi costringendo la donna a restare intere giornate chiusa in casa.

16 febbraio, Latiano (Br)

Marcello Recchia, 39 anni, ha accoltellato la madre durante una lite. Subito dopo è stato lui stesso ad avvertire le forze dell’ordine, attendendo anche il loro arrivo. Per i vicini di casa dell’anziana, l’uomo aveva “qualche problema psichico”.

18 febbraio, Lanciano (Ch)

Un pugno appena sopra il setto nasale. Così è morta Elda Tiberio, 93 anni. A colpirla il figlio, Carmine Antonio Salvatore, 69 anni, al culmine di una discussione. Elda da giorni si rifiutava di mangiare.

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24 febbraio, Maniago (Pn)

Maurizio Lenarduzzi, operaio quarantenne residente a Maniago, ha ucciso a coltellate la madre, Fernanda Frati, infermiera in pensione. A scoprire il corpo la sorella, Serena, mentre lui, in silenzio, sguardo perso, era seduto nella stanza a fianco.

24 febbraio, Siracusa

Salvatore Infanti, 79 anni, ha ucciso la moglie, Elisabetta Facchiano, 63, soffocandola con un cuscino. Poi ha avvertito la polizia, che lo ha arrestato. Agli agenti ha detto di aver agito perché la donna soffriva di una profonda depressione.

26 febbraio, Eboli (Sa)

Maria Rosaria Ricci, 50 anni, è stata uccisa con dodici coltellate nell’androne del suo palazzo, mentre il marito, Giovanni Caiafa, 54 anni, è rimasto gravemente ferito. I responsabili dell’aggressione sono Mario De Pasquale, 27 anni, e Tiziano Alacqua, 37, decisi a punire la donna perché si sarebbe intromessa nella relazione sentimentale di uno degli arrestati, esprimendo giudizi non graditi.

27 febbraio, Cavriana (Mn)

Due coltellate davanti agli occhi della figlia di sei anni. È morta mentre i medici dell’ospedale San Pellegrino cercavano di operarla. Hu Qiaoli aveva 39 anni ed era titolare di un laboratorio tessile. A ucciderla, Hu Lifei, 22 anni, cinese come lei e suo ex dipendente. Sembra che l’assassino sia andato nel laboratorio tessile, dove ha lavorato fino a qualche settimana prima, proprio per chiedere dei soldi alla ex titolare: forse un arretrato, oppure un prestito.

2 marzo, Napoli

Nicola Manfrecola, 54 anni, agente della polizia municipale, ha sparato a sua moglie, Gabriella Lanza, 49 anni, con una pistola e poi ha tentato il suicidio con la medesima arma. Erano in auto, sulla bretella tra il Vomero e Pianura. I vigili accorsi per primi hanno trovato Gabriella morta per un colpo al ventre e il marito agonizzante, con un foro alla testa.

4 marzo, Brescia

Francesca Alleruzzo era una maestra di 45 anni da tempo separata dal marito, Mario Albanese, 34. I rapporti tra i due non si erano mai normalizzati e i litigi continuavano. Spesso l’uomo la minacciava e la picchiava, perseguitandola anche al lavoro. La notte tra il sabato e la domenica, Mario l’ha attesa sotto casa e l’ha uccisa, sparandole. Ha poi rivolto l’arma contro Vito Macadino, 56 anni, il suo compagno, ammazzando anche lui. Quindi è entrato in casa, dove la ex viveva con le tre figlie di 6, 7 e 10 anni avute da Mario, e ha trovato Chiara Matalone, 19 anni – la figlia che Francesca aveva avuto da una precedente relazione – che dormiva con il suo fidanzato Domenico Tortorici, 20 anni, nella stanza con la sorellina più grande. Albanese ha sparato ai due giovani uccidendoli sul colpo. La bambina ha visto tutto. Albanese è stato rintracciato e arrestato.


I ragazzi del Mali testo e illustrazioni

Bruno Zaffoni

Bruno Zaffoni Grafico di lungo corso per mestiere; narratore, fumettaro e autore di giochi per piacere. Ha collaborato e collabora con molte riviste, sia come grafico che come redattore. Ha condotto, fino al deragliamento, la rivista letteraria virtuale Orient Express sul binario zaffoni.it, punto di riferimento per autori e lettori di narrativa di genere. Un’attività che è stata anche l’occasione per scrivere racconti usciti in varie antologie. Ma più che alla sua storia passata si augura che i lettori di E si interessino a quella futura delle decine di migliaia di africani profughi dalla Libia.

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Vallarsa. Un nome, un programma. Una strada tortuosa che si inerpica sui fianchi di una specie di canyon, buona solo per motociclisti in vena di easy rider montano e per qualche tappa del Giro d’Italia. Qualche paesino sparso, abbarbicato a mezza costa a guardare il torrente trecento metri sotto, uno con la sede comunale, l’altro la parrocchia, l’altro ha il minimarket, l’altro il campetto di calcio che, se tiri forte il pallone, ti tocca prendere la corriera per andare a recuperarlo: ecco perché i trentini amano più il ciclismo del calcio. È domenica, con Carmen, Luisa e mia moglie raggiungo Pozzacchio, la frazione della Vallarsa dove Provincia autonoma di Trento e Comune di Rovereto ospitano otto ragazzi del Mali, alcuni tra le migliaia di profughi che nel 2011 sono scappati dalla Libia in guerra. Carmen e Luisa fanno parte della Banca del Tempo, un’associazione in cui lo scambio di tempo sostituisce l’euro e l’ora diventa la valuta corrente. L’idea, vista l’impossibilità per i ragazzi di svolgere una qualsiasi attività legale, è quella di trovare un escamotage per occuparli, liberandoli dall’inedia e dall’incubo dell’attesa, e per dare loro un qualche contatto con il mondo reale. Riccarda, con altre volontarie, da qualche tempo si occupa di integrare i corsi scolastici di italiano che i ragazzi stanno seguendo con conversazioni pratiche. Il fatto è che non tutti loro sono scolarizzati e ancor meno parlano francese. Così ha trovato in rete un dizionario bambara-italiano e con quello si aiuta, anche se molti lemmi bambara suonano perlomeno strani e indicano una profonda diversità culturale. Per esempio, esistono due termini per malattia, l’uno per la malattia naturale e l’altro per la malattia provocata dalla stregoneria; e c’è una moltitudine di verbi che differenziano i modi di fare le treccine. Tutto questo mi ha incuriosito e ho deciso di partecipare a un pranzetto “alla trentina” cucinato insieme a loro. L’edificio è in ottimo stato e i ragazzi lo tengono come uno specchio. Anche loro sono curatissimi, mani lunghe da pianista e sorrisi che scavalcano le difficoltà della comunicazione. Un po’ alla volta vengo a conoscere le loro storie, in Libia facevano i meccanici, i muratori, i pasticcieri. Qui stanno morendo di noia, rotta solo da qualche discesa in bus a Rovereto, dove frequentano il corso di italiano – e tra un po’ quello di informatica – e le conversazioni con i volontari. Ma soprattutto stanno morendo di paura, la paura del respingimento, nonostante in Mali si viva una situazione da Far West, tra rivolte tuareg ed ex mercenari di Gheddafi tornati a casa armati fino ai denti. E nonostante molti enti locali e associazioni, Provincia di Trento compresa, abbiano richiesto al ministro Andrea Riccardi un occhio di riguardo per questi “effetti collaterali”, peraltro prevedibili, della guerra di Libia. Le recentissime sanzioni europee all’Italia per i respingimenti facili e le successive dichiarazioni del presidente Monti fanno ben sperare. E in questo sperano migliaia di profughi subsahariani, come ci sperano molte istituzioni pubbliche e la società civile, per non rendere inutili gli sforzi profusi finora per dare loro una briciola di speranza nel futuro. E per poter finalmente dire ai ragazzi del Mali ike kene kosebè, va tutto bene.


il vizionario

mad in italy di

Gianni Mura

illustrazione

Oscar Sabini

Nessuna raccolta di firme per far cessare il Vizionario. Il direttore continua, e siamo alla quarta puntata.

ARCHETIPO

Chiusura con i nostri amici animali:

ARDENTE

ROMBO

ARDITO

SALMONE

sinonimo di Noè modo di cuocere la pasta a Roma indicatore laziale

AREOPAGO

acquisto di terreni

pesce geometrico cadavere ingombrante o lunga citazione biblica

STORIONE

ARTEFATTO

saga, ma anche soap opera

ARTICOLATO

vecchio lupo un po’ suonato

fatto a regola d’arte

ULULONE

dalle parti del Polo Nord

ASCENSIONE

accensione mal riuscita

ASOLA

vocale senza compagnia

ASPIDISTRA

pianta serpentina

ASSIDUO

poker, coppia d’assi

ATTERRIRE

atterrare pericolosamente

AURIGA

striscia dorata

AUTOMEZZO

macchina tagliata a metà

AUTOSCONTRO

arrabbiarsi con se stessi

AUTOSUFFICIENZA darsi un sei

AVVIATORE

pilota agli inizi

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U


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foto Kacper [panos/luz]

Kowalski

testo Nicola

Lagioia

Toxic Beauty 64


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Indovinate. In queste pagine sono stati fotografati una miniera di lignite, un impianto di trattamento delle acque nere, un’industria chimica che produce fertilizzanti, una centrale a carbone. Il tutto in Polonia e da un’altezza che fa del concretissimo inquinamento della Terra la materia di un’astratta e affascinante tavolozza


Era vestito in giacca nera, pantaloni neri, camicia bianca a righine blu, e aveva l’età per sentirsi autorizzato a interrompere qualunque tipo di discorso su cui non fosse d’accordo, anche soltanto per rompere le scatole. Entrò sulla voce del ragazzo e disse: «Bisogna vedere di che default stiamo parlando». Il ragazzo indossava giacca e pantaloni blu, camicia bianca, cravatta azzurra a pallini neri. Respirava accanto a lui sul sedile posteriore. La Bmw scorreva dritta e silenziosa per la strada. Un poligono dopo l’altro, superavano la

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fredda architettura dei quartieri residenziali. A ogni salita si intravedeva verso nord, in lontananza, una piatta distesa colorata. Avrebbe potuto essere un Rothko, un Max Ernst. Si trattava di una semplice discarica. L’auto procedette per dei minuti senza cambiare velocità. Poi comparve lo skyline. Fra poco sarebbero stati intorno a un tavolo con gli avvocati della controparte. Avrebbero firmato i primi documenti. La fusione si sarebbe perfezionata entro la fine dell’anno. Il ragazzo chiese: «In che senso».


Il vecchio allargò le gambe per stare comodo. Urtò la ventiquattrore, la quale, a propria volta, urtò la gamba destra del ragazzo. Poi disse: «Hai presente le foto scattate dai satelliti? Il nostro caro pianeta circondato dalle stelle, tutto nuvole e distese d’acqua e pezzi di continente che spuntano qua e là?». Il ragazzo inclinò la testa. «Adesso immagina – continuò il vecchio – che l’occhio del satellite, un occhio molto ispirato, fotografi inaspettatamente due pianeti del tutto identici tra loro. Due solidi rotanti, due sfere imperfette, una accanto all’altra contro lo sfondo

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meraviglioso della Via Lattea», sorrise. «La prima figura rappresenta la Terra. La seconda è il discorso sulla Terra». Il ragazzo pensò: “Ecco che attacca con un’altra parabola”. Il vecchio tossì. Cercò qualcosa nella giacca. Negli anni Settanta aveva difeso la Standard Oil of Ohio contro gli Stati Uniti d’America. Si era occupato di Unilever, di Philip Morris, di Monsanto. Quindi, insieme a un centinaio di esperti, aveva offerto la propria consulenza per la fusione tra Exxon e Mobil. Aveva sempre avuto a che fare con problemi di proporzioni bibliche, eppure la


passione per i discorsi figurati gli era venuta di recente. L’anno prima aveva perso la moglie. I figli erano ormai lontani. «Il primo pianeta esiste da quattro miliardi di anni – continuò dopo essersi nettato la bocca col fazzoletto – ed è il prodotto dell’aggregazione casuale di materiale vagante nello spazio. Il secondo inizia a formarsi duecentomila anni fa, ed è la continua stratificazione di pensieri, parole e opere del suo abitante più illustre». L’auto svoltò a destra, salì una rampa e ridiscese, imboccò una strada in fondo a cui si intravedeva un certo mo-

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vimento. Il ragazzo aggrottò le sopracciglia. Il vecchio disse: «Le successive foto mostrano come i due corpi celesti, in questo particolare momento, si trovino alle prese con problemi opposti eppure collegati tra di loro. La Terra fatica a ripopolare le proprie zone verdi. Il discorso sulla Terra ha invece subìto negli ultimi trent’anni un’accelerazione che definire mostruosa sarebbe poco. Questo discorso si va facendo di giorno in giorno più compatto, più uniforme, si avvolge come un guscio su se stesso», socchiuse gli occhi. «Stiamo viaggiando verso


un sistema chiuso, bello mio, dove qualunque corpo estraneo, qualunque momento di reale discontinuità (la nascita di Cristo) (la scoperta dell’America) (la Rivoluzione francese) ha sempre meno spazio per entrare», sospirò. «Il primo pianeta è bucherellato come una forma di groviera, si espone sempre più penosamente ai raggi solari, vede i deserti avanzare ogni anno e i corsi d’acqua avvelenarsi poco a poco. Il secondo subisce un cambiamento di segno opposto: diventa liscio e imperturbabile come una palla da biliardo».

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Il ragazzo disse: «Che succede». Indicava il movimento in fondo alla strada. Sembravano persone. Per tutta risposta il vecchio si sfilò l’orologio dal polso. Glielo porse: «Adesso mi fai il piacere di contare un minuto». Restarono in silenzio e il silenzio lo ispirava. A settantotto anni non si faceva più problemi a sondare la parte più profonda di se stesso. Le certezze erano molte più dei sintomi. Sapeva per esempio che sua moglie gli mancava atrocemente. Ed era disperato, disperato e finalmente libero.


Il ragazzo restituì l’orologio: «Fatto», disse con un debole sorriso. «Bene», fece il vecchio, «data e ora». Il ragazzo stette ancora al gioco: «18 settembre del 2012, 15 e 32 minuti». «E sai cos’è appena successo?». Lo guardò perplesso: «È il giorno della fusio...». «Oh», lo interruppe il vecchio sorridendo, «non hai letto la notizia sul giornale».

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Il ragazzo domandò: «Che notizia». Guardò nervosamente avanti a sé. Quello che vide non gli piacque. L’autista, per forza di cose, cominciò a rallentare. «L’Earth Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità finisce di consumare le risorse che il pianeta genera nel corso dell’anno – rispose il vecchio imperturbabile – questo significa che ci siamo già fatti fuori tutti i pesci, abbattuto tutti gli alberi che la natura era in grado di produrre in dodici mesi, e a nostra volta, prodotto più rifiuti di quanto


avrebbe potuto assorbirne fino al prossimo 31 dicembre. Da un minuto siamo in debito con la nostra cara Terra, e tieni conto che a quanto pare l’ora X continua ad arretrare. Nel 1987 cadde il 19 dicembre. Nel 1995 il 21 novembre. Nel 2008 il 23 settembre. Adesso siamo al 18. Capisci allora...». Il ragazzo strinse forte il bracciolo e deglutì. «Capisci allora – riprese il vecchio – che magari il default di cui parlavi è veramente una fesseria rispetto a questo tipo di indebitamento. Terra e discorso sulla Terra, Terra e discorso sulla Te...».

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«D’accordo, ma noi che cazzo ci possiamo fare!», disse il ragazzo quasi urlando, rivolto a quello che stava succedendo fuori. Il vecchio ridacchiò: «Io e te proprio un bel niente». In quel momento il parabrezza andò in frantumi.

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Soluzione A pagina 64, 65, 66 e 67, unâ&#x20AC;&#x2122;industria chimica che produce fertilizzanti e ammoniaca. A pagina 68 la miniera di lignite allâ&#x20AC;&#x2122;aperto di Belchatow. Nello specchio successivo i lavori per lâ&#x20AC;&#x2122;ammodernamento di un impianto di trattamento delle acque nere.

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A pagina 72 la cenere residuo della combustione del carbone nella centrale di Konin. Nello specchio successivo le acque reflue di una centrale a carbone. A pagina 76 lâ&#x20AC;&#x2122;impianto chimico che produce fertilizzanti e ammoniaca. A pagina 78 la miniera di lignite.


a tutto c’è un limite

un fisico bestiale di

Bruno Giorgini

illustrazione Simon [getty images]

Brader

L’intrico di crisi – economica, finanziaria, sociale, geopolitica, energetica, delle materie prime, delle acque potabili, il cambiamento climatico globale, e quant’altro, dalle pesti ai terremoti, dalla pressione demografica alle tumultuose migrazioni – questo intrico che avviluppa l’intera umanità sembra tanto micidiale quanto inestricabile. Ma invece ha un cuore: la crisi del paradigma evolutivo umano. A differenza di quel che spesso si sente dire, l’essere umano non ha “pervaso” il mondo per una sua superiorità genetica, visto che anzi la nostra variabilità/complessità genetica è piuttosto bassa. Se si assume la lunghezza della stringa genetica come misura della complessità e capacità di adattamento (complessità algoritmica), noi misuriamo circa trentamila geni, mentre invece per esempio il giglio vale settantamila geni. Ma l’uomo ha sviluppato il cervello, e quindi l’intelligenza e la mente (homo sapiens) nonché l’interazione mani-cervello (homo faber), se si vuole la tecnologia, per cui è stata – la nostra – l’unica specie che invece di adattarsi al mondo così come le era dato, ha adattato il mondo a se stessa, costruendo una seconda natura e un habitat (si pensi alla costruzione delle città, che ne favoriva lo sviluppo demografico, economico e sociale). Ma questo dato evolutivo ha forgiato il paradigma del dominio dell’uomo sulla natura, con il corollario, spesso implicito ma sempre soggiacente, che la Terra fosse un contenitore infinito di ricchezza (materie prime, energia, eccetera). Non a caso, per Karl Marx l’unico limite allo sviluppo economico è la proprietà privata dei mezzi di produzione e anche l’economia, classica, liberista o socialista che sia, individua le origini e i cicli delle crisi sempre in condizioni politico sociali (l’economia è economia politica. Oggi scopriamo che la Terra è limitata geograficamente e in risorse; la nostra azione di sfruttamento di suolo, materia, aria, acqua ha un limite intrinseco, di quantità disponibili e di qualità, relativamente alla conservazione degli equilibri termodinamici e energetici che hanno reso possibile la vita sulla Terra, equilibri che sono messi sempre più in crisi e resi instabili dalla produzione industriale, dalla deforestazione, dalla mobilità auto-veicolare privata, e via dicendo. Insomma, la questione centrale è l’assunzione di questo limite strutturale, e la mutazione del paradigma del dominio in un paradigma che preveda un contratto di equità tra uomo e natura. Un ricambio organico e non uno sfruttamento desertificante. Il che significa cambiare uno degli assi della civiltà umana dai suoi albori a oggi. Un compito immane che rende irrisorie tutte le strategie selfish, egoistiche, propugnate dai ciarlatani del liberismo, e richiede invece la cooperazione di ogni uomo e donna sulla Terra, cooperazione possibile solo in un quadro di eguaglianza e democrazia. E l’economia deve diventare economia ecologica. Non sarà un processo lineare, ma certamente troverà sul suo percorso biforcazioni catastrofiche e zone caotiche, speriamo non globali e non definitive.

C


decoder di

Violetta Bellocchio

foto Dino Fracchia [buenavista]

il figlio degenere Qualche anno fa, a Milano, tre uomini – forse ecuadoriani – furono arrestati per aver vandalizzato un’automobile. Il quotidiano EPolis riportava l’episodio. La cronaca iniziava così: “Ubriachi come solo i sudamericani possono ridursi”. Deve aver fatto scuola, se oggi, quando c’è da raccontare la vita onesta o disonesta di chiunque sia originario di quel continente, si segue una sola traccia: fino alla terza birra è tutto molto folcloristico, poi scatta l’allarme sociale. Da questo punto di vista, la nascita di “bande giovanili”, come i Latin Kings, era il miglior regalo immaginabile per i media italiani. Prendiamo un caso recente: gli arresti, sempre a Milano, di venticinque persone sospettate di una serie di reati commessi nel 2011. Si parla di maxiretata, e in effetti lo è. Ma come descrivere i protagonisti? Sono tanti, e ogni gruppo si comporta secondo “un codice” non semplice da decifrare. Però “si vantano” delle proprie azioni su Facebook, perché internet, si sa, è terra di nessuno. Sono presenti nelle grandi città, come Roma e Genova, e sono legati, in teoria, alle bande di Chicago e Los Angeles, quindi rappresentano una “minaccia urbana”. E vai con le foto sgranate prese da film vecchi di trent’anni, come I guerrieri della notte (in cui la protagonista non è una gang ispanica, ma tant’è). Spesso sono giovanissimi, a volte minorenni. Gli si imputano le colpe più diverse, dall’aggressione premeditata con coltello al disturbo della quiete pubblica; servono all’articolo di cronaca nera come al panico da corsivo. Tendono a delinquere “tra di loro”, quindi danno fastidio, sì, ma non costituiscono davvero una minaccia per gli italiani. E, soprattutto, hanno madri e padri con permesso di soggiorno, regolarmente impiegati, addolorati e impotenti. Questo ci viene ricordato sempre. Perché è il tipico assunto razzista che non fa sentire razzista chi lo dice, lo pensa, lo scrive. Gli stranieri saranno anche bravi lavoratori, ma i loro figli no. Loro dentro hanno il demonio.

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S


L’Italia è una Repubblica a cura di

4 febbraio, Pietradefusi (Av)

Anna Maria Di Cristo, 46 anni, stava lavorando in una serra. È rimasta schiacciata sotto la struttura in alluminio, crollata per il peso della neve.

6 febbraio, Rizziconi (Rc)

Francesco Conti, bracciante agricolo di 36 anni, stava tagliando il cavo di rame di un impianto elettrico, quando è rimasto folgorato. Soccorso da alcuni operai, è morto poco dopo.

6 febbraio, Sciacca (Ag) L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro è il nostro osservatorio sulle morti bianche. Si tratta di un elenco parziale e incompleto, ricavato da fonti secondarie, degli infortuni mortali avvenuti tra il 4 febbraio e il 5 marzo. A cura di rassegna.it, sito d’informazione su lavoro, politica ed economia sociale, che dal settembre 2010 porta avanti un monitoraggio quotidiano delle vittime.

Era al lavoro in una cava di pietrisco per realizzare mattoni forati, quando è caduto in una vasca di acqua e calce. La vittima è Domenico Fravolini, 61 anni.

9 febbraio, Monte Compatri (Roma)

Lavorava come operaio in un’impresa edile a Monte Compatri, alle porte di Roma. Alfredo Marcellini, 58 anni, è morto folgorato da una scarica da ventimila volt, provocata dal contatto tra alcuni cavi elettrici e un’impastatrice.

9 febbraio, Porto Viro (Ro)

Carlo Bernaccioni era un marittimo di 46 anni. È morto schiacciato da una cassa d’acciaio, staccatasi da una gru durante un’operazione di trasbordo, al largo del rigassificatore di Porto Viro.

14 febbraio, San Severo (Fg)

Luigi Penna, 55 anni, spalava la neve sul tetto della sua azienda. È precipitato da un’altezza di circa dieci metri.

15 febbraio, Tresana (Ms)

Giorgi Dimitrov, operaio bulgaro di 22 anni, è rimasto coinvolto nell’esplosione di un metanodotto. È morto a causa delle ferite e delle ustioni riportate nell’incidente, avvenuto il 18 gennaio.

16 febbraio, Castiglione del Lago (Pg) Un operaio di 67 anni stava lavorando a Macchie di Castiglione del Lago. È caduto dall’autocarro mentre sistemava il telone.

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16 febbraio, Adro (Bs)

Stava lavorando nel terreno di sua proprietà a Torbiato di Adro, quando, probabilmente nel tentativo di agganciare un carrello al trattore, è rimasto stritolato dal cardano. Roberto Bertola era un agricoltore di 65 anni.

16 febbraio, Reggello (Fi)

Maurizio Cheli, vigile del fuoco di 29 anni, era impegnato a spegnere le fiamme in un’abitazione di Vallombrosa. È stato colpito da infarto durante l’intervento.

17 febbraio, Mantova

Alberto Martello, tecnico di 41 anni, stava collaudando un mezzo anfibio nel lago Superiore di Mantova. Ha sbattuto violentemente l’addome contro una parte dei veicolo. È morto nonostante i soccorsi, forse a causa di un’emorragia interna.

20 febbraio, Castegnato (Bs)

È rimasto schiacciato da una lastra di metallo che si è staccata dal carroponte, nell’azienda in cui lavorava. La vittima è Damir Kulji, 44 anni, operaio di origine croata.

20 febbraio, Grosseto

Flavio Montagnani, 41 anni, lavorava con un mezzo meccanico alla Vibralcementi. È stato colpito dal braccio della gru, forse azionato involontariamente.

21 febbraio, Ronco Scrivia (Ge)

Era in servizio su un mezzo spargisale sulla A7 Genova-Serravalle. Silvano Della Casa, operaio di 64 anni, è scivolato dalla scaletta dell’attrezzatura.

22 febbraio, Caivano (Na)

Arcangelo Mennillo, operaio di 45 anni, stava lavorando nello stabilimento Effequattro di Caivano. È stato colpito da un braccio meccanico all’interno della fabbrica.

23 febbraio, Castiglioncello (Li)

Francesco Vezzani faceva il subacqueo e aveva 38 anni. Lavorava alla manutenzione di una boa al largo di Punta Righini, quando è stato colto da un malore.


fondata sul lavoro 23 febbraio, Occhiobello (Ro)

1 marzo, Bassano del Grappa (Vi)

26 febbraio, Montoro Inferiore (Av)

1 marzo, Roma

Mario Caliano era un operaio sessantunenne; lavorava alla potatura degli alberi di un piazzale, quando, colpito da un ramo, è caduto sull’asfalto.

26 febbraio, Palomonte (Sa)

Stava aiutando il padre a potare un albero. Anna De Paola, 29 anni, è stata colpita alla testa da un ramo, staccatosi dall’alto.

26 febbraio, Pezzaze (Bs)

Un agricoltore di 52 anni, Uberto Fada, guidava il suo trattore in località Etto di Pezzaze, in alta Valtrompia. Il mezzo agricolo si è ribaltato, schiacciandolo.

27 febbraio, Pineto (Te)

Nicola Leobruni, 61 anni, stava tagliando i rami nel terreno di sua proprietà. Ha perso l’equilibrio ed è caduto dalla scala, da un’altezza di tre metri.

27 febbraio, Sorgono (Nu)

Liberato Contu, operaio di 51 anni, si trovava in uno scavo per sistemare tubi della rete idrica. È stato travolto dal crollo di una parete di terra, franata per le precipitazioni dei giorni precedenti.

28 febbraio, Castelnuovo del Garda (Vr)

Stava lavorando nella Cantina sociale del consorzio del Garda. Giovanni Castelletti, operaio di 58 anni, è rimasto incastrato tra un nastro trasportatore e un macchinario che solleva stock di bottiglie.

28 febbraio, Castel Ritaldi (Pg)

Un operaio dipendente della Provincia di Perugia è stato folgorato da una scarica elettrica, mentre lavava un automezzo. Si chiamava Marco Orsolini, aveva 36 anni.

Maurizio Milani, operaio di 51 anni, era dipendente di un’azienda di trasporti. È stato colpito da una trave caduta da un camion che in un tratto in discesasi è messo in moto, finendo contro una gru.

Luigi Termano, manovale di 26 anni, stava lavorando nel cantiere della metro C, in zona Casilina. È precipitato in un pozzo profondo circa 30 metri. È morto il giorno dopo il ricovero.

2 marzo, San Canzian d’Isonzo (Go)

Un agricoltore di 64 anni stava lavorando in un terreno in località Pieris; ha avuto un incidente mentre era alla guida del suo trattore.

3 marzo, Aprilia (Lt)

Andrea Paolangeli, 41 anni, stava riparando un tir all’interno nella sua officina. È rimasto coinvolto nell’esplosione del serbatoio adibito a riserva carburante.

3 marzo, Torino

Un operaio di 42 anni, Antonio Carpini, era impegnato nel cantiere del termovalorizzatore di Torino Gerbido. È caduto da un’impalcatura alta circa trenta metri, forse per una manovra errata della gru.

5 marzo, Lestizza (Ud)

Stava lavorando con il fratello sul tetto della sua azienda quando, per cause ancora d’accertare, è precipitato a terra. Così è morto Ranieri Scampon, 43 anni.

5 marzo, Reggio Calabria

Matteo Armelini, operaio di 31 anni, stava montando il palco per il concerto di Laura Pausini al PalaCalafiore di Reggio Calabria. Una parte del tetto del palco è crollato e lo ha travolto.

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4 febbraio - 5 marzo morti sul lavoro

Maurizio Galimberti

L’operaio Graziano Polizzi, antennista di 47 anni, era al lavoro sul tetto di un’azienda in località Santa Maria Maddalena. Per un cedimento della struttura, è precipitato da un’altezza di 15 metri.


Addicted di

Alessandro Grandi

C.B. è seduta al tavolino di uno dei locali alla moda di Milano: in trenta minuti ha preso in mano il suo smartphone 186 volte. Più di sei volte al minuto. «Se mi lasci il tuo smartphone per 24 ore, in cambio ti offro cinquecento euro». Arriccia il naso, dice di no. Benissimo. «Te ne offro mille», è il rilancio. «Nemmeno se me ne dai duemila», risponde. «Non saprei più come fare senza telefono». «Quante telefonate ricevi o fai durante il giorno?». «Poche, il cellulare mi serve per i social network e per i messaggi». «Credi di avere un problema con il cellulare?». «No, per nulla». La chiacchierata è durata 23 minuti. C.B. nel frattempo ha preso in mano il telefono 84 volte. Ha inviato 18 sms, postato una foto sul più noto social network e fatto sapere a tutti che la stavo intervistando intervistando. Un sms, poi un altro e un altro ancora. Un occhio al social network, poi un aggiornamento per far sapere a tutti dove ci si trova. Poi un tweet, per dire ciò che si pensa, anche se non è così importante o interessante. Gesti consueti, oggi, che però nascondono un problema che sarà sempre più presente: la dipendenza da uso del cellulare. Una malattia vera e propria, ancora poco conosciuta, ma che domani potrebbe diventare un problema sociale. Giovani e meno giovani uniti da un’unica ossessione: lo smartphone e le possibilità che offre di vivere una vita sempre al centro dell’attenzione. Non solo momenti, ma ore e ore, talvolta giorni interi, passati in “connessione”, e spesso regalando agli altri utenti un’immagine di sé completamente differente dalla realtà. La tecnologia aiuta, è vero. Oggi, possiamo restare in contatto continuo con tutti. I telefoni cellulari, per esempio, si sono trasformati in pochi anni da semplici strumenti per comunicare a veri e propri mini computer in grado di tenerci aggiornati, controllare i contatti, vedere dove siamo, fornirci informazioni che riteniamo fondamentali. Tutto in tempo reale, con la sola fatica di digitare quattro tasti. Anche trascendere dalla realtà che ci circonda è una possibilità che si può sperimentare con poca fatica. E all’effimero piacere che regala vivere in un mondo virtuale fa da contraltare il rischio di compromettere, oltre alla salute, anche le relazioni reali. Sono i cosiddetti cellular addicted, soggetti dipendenti dall’uso di cellulari e di conseguenza da internet e tablet.

«Noi al Policlinico Gemelli di Roma in due anni abbiamo visitato circa trecento pazienti», dice il dottor Federico Tonioni, responsabile dell’Ambulatorio per la dipendenza da internet, il primo centro in Italia a essersi occupato di queste patologie. Lui e il suo staff sono dei veri esperti del settore e da poco hanno trasferito l’esperienza in un libro, Quando internet diventa una droga, edito da Einaudi. «Il 20 per cento dei casi riguarda adulti, affetti soprattutto da una dipendenza da gioco online. Il dato interessante riguarda però l’80 per cento che si riconduce a soggetti di età compresa fra i 12 e i 25 anni, talvolta anche oltre i 30, ‘dipendenti’ dai giochi di ruolo online, per cui connessi gli uni agli altri, e da patologie collegate all’uso dei social network. Da questo campione clinico emerge che la maggior parte degli adulti frequenta il web senza interazione con l’altro. Nei giovani, anche tra coloro che mostrano un evidente rifiuto sociale, c’è sempre un tentativo malcelato di comunicare con gli altri. I contesti nell’80 per cento dei casi sono interattivi, esattamente l’opposto rispetto agli adulti», dice Tonioni. Il fatto poi di vivere una vita in connessione può nascondere insicurezze, difficoltà nelle relazioni e causare patologie. «La parte di identità che interagisce nelle relazioni web-mediate è ancora una cosa informe, soprattutto per gli addicted da gioco online. Per gli addicted da social network, invece, la parte d’identità è un po’ più evoluta e l’interazione con altri soggetti avviene tramite le pagine messe a disposizione dai social network. In questi casi l’identità viene rappresentata con dei corredi e spessissimo non corrisponde alla realtà della persona. E ciò crea poi delle difficoltà nell’incontro dal vivo, perché il gap fra rappresentazione e realtà è troppo grande», conclude il professore. «Chi è dipendente da uso di cellulare rientra in quella categoria che definiamo addicted», racconta Gaspare Costa, psicologo e autore di diversi articoli sul tema. «In questo modo focalizziamo una dipendenza che esula dall’utilizzo di sostanze, come invece avviene per un tossicodipendente. Questo tipo di dipendenza

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inizia a diventare preoccupante perché si amplia sempre più. Oggi infatti conosciamo e cerchiamo di porre rimedio a patologie legate all’uso smodato di cellulari, relativamente a quelli che forniscono soprattutto connessioni a internet, giochi di ruolo, giochi d’azzardo, frequentazioni di siti per adulti». L’identikit del cellular addicted non ha connotati ben precisi. Per gli esperti però, è la fascia d’età compresa fra i 14 e i 30 anni quella più a rischio. Ma si può anche andare oltre i 30, e molto dipende dalla stabilità emotiva individuale. «In effetti – spiega Costa – i soggetti in questione hanno una vera ossessione nei confronti del telefonino. Lo cambiano spesso. Vogliono l’ultimo modello, quello che più facilmente li tiene in contatto con il mondo virtuale. Addirittura ne possiedono più d’uno. Il fatto poi che non se ne riescano a staccare fa la differenza. Gli addicted privati della possibilità di usare il telefonino hanno sintomi tipici da astinenza. Si verificano stati d’ansia da separazione, che si manifestano con sintomi di irrequietezza e agitazione. Addirittura la mente focalizza solo il telefono e si pensa ossessivamente a chi potrebbe telefonare o al fatto che si vorrebbe chiamare

qualcuno. In sostanza gli addicted sono persone che per mezzo del telefono hanno l’illusione di stare al centro dell’attenzione e di contattare persone in ogni momento. Il telefono funziona come un ansiolitico, dando l’illusione di controllare tutto».

La coppia scoppia

Nello scontro quotidiano fra rapporti reali e virtuali, le relazioni con il prossimo vengono messe in discussione. Faticano (e non poco) anche le persone che vivono a fianco di un addicted. «Quando per l’ennesima volta durante un rapporto sessuale ho visto la mia compagna rivolgere lo sguardo verso il suo smartphone ho capito che la nostra storia era seriamente compromessa. Esisteva il suo telefono, il mondo finto che la rendeva protagonista di una vita posticcia e null’altro. La mia compagna era addicted. Anzi è addicted e non fa niente per curarsi. Il nostro rapporto è naufragato per colpa di una patologia psicologica difficile da capire e curare. Mi sembrava di vivere con una tossicodipendente. In taluni casi addirittura sdoppiava la personalità: aveva quella di una protagonista di un cartone animato quando aveva in mano il cellulare, quando non lo aveva fra le dita diventava un’altra persona. Solo una volta, ridendo e non rendendosi conto di

Fa male o no? Riccardo Staglianò autore di Toglietevelo dalla testa (Chiarelettere, 368 pagine, 15 euro) ha avuto l’idea di scrivere il libro dopo aver letto il manuale d’istruzione del suo cellulare. Uno dei consigli era chiarissimo, ma forse il meno seguito dai milioni di utenti: tenere l’apparecchio a un centimetro e mezzo di distanza dal corpo. Da lì è partita l’indagine del giornalista di Repubblica che ha raccolto le storie di chi è stato colpito dal tumore per l’uso smodato del telefono. E senza troppi giri di parole ha messo in relazione la potenza delle grandi compagnie della telefonia e il silenzio dei media. «Il governo italiano – dice Staglianò – dopo anni d’indifferenza ha dato mandato al Consiglio superiore della sanità di esprimere un parere. Lo studio si è concluso nel novembre scorso e dice, per la prima volta, di fare attenzione e adottare precauzioni, soprattutto per quanto riguarda l’uso del telefonino da parte dei bambini. Dunque, i cellulari non dovrebbero essere utilizzati in modo indiscriminato». Quindi: non tenere il cellulare vicino al letto mentre si dorme oppure troppo vicino all’orecchio mentre si parla. In più, sarebbe bene accorciare quanto più possibile le telefonate e ancora meglio sarebbe usare la linea fissa. Toglietevelo dalla testa ci dà anche un’altra informazione: qual è il Paese con più smartphone? Sì, proprio l’Italia. Così come il nostro Paese è anche quello con il maggior numero di schede Sim per persona. Ma sono le storie di chi ha avuto un tumore e se l’è cavata che fanno riflettere. Anche in questo caso il nostro Paese ha un primato e riguarda la storia di Innocente Marcolin, unica persona al mondo, fino a oggi, a cui un tribunale ha confermato la correlazione fra il suo tumore e l’uso che ha fatto del cellulare. Di sicuro una magra consolazione, ma una vittoria giudiziaria che potrebbe aprire la porta a nuove conferme sulla possibilità che un uso eccessivo del telefonino possa essere causa di tumore. E gli auricolari? Secondo Staglianò «innumerevoli test sia di fonte industriale che di laboratori indipendenti concordano che gli auricolari riducono di ben oltre il 90 per cento la quantità delle radiazioni che arrivano al cervello».


ciò che diceva mi ha confessato: “Lo sai che sono addicted”. Non si rendeva conto della gravità delle sue parole. Anche la madre si preoccupava di questo suo uso smodato del telefono, ma la giustificava, perché questa è una mania nuova, si conosce poco e non si pesa in modo corretto», racconta R. Z., 36 anni, arrivato allo sportello di uno dei maggiori ospedali di Milano, il Niguarda. Non è diversa la storia nella capitale. «Mia figlia ha questa cosa del telefonino», dice una signora sui sessant’anni, prima di entrare al Policlinico Gemelli. Non parlano facilmente gli addicted. Non credono di essere malati. Parlano più facilmente i familiari, i fidanzati. Il volto della signora è visibilmente preoccupato, teso. La figlia non sa che lei è venuta qui per avere informazioni su cosa le stia accadendo. «Non si stacca mai dal cellulare. Ha una malattia, lo so. È brutto per una madre vedere la figlia che vive virtualmente la vita. Ho paura per lei. Ha un buon lavoro, certo, ma non vorrei che questa dipendenza le causasse

problemi ulteriori. Lei fa finta di nulla, ma in fondo si rende conto di essere ammalata. Se solo sapesse che chi le vuole bene si preoccupa così tanto per lei forse cambierebbe, si farebbe aiutare. Ho il timore che anche i rapporti con gli altri possano essere compromessi. È già successo più di una volta. A me non piace questa sua continua voglia di essere protagonista, di essere al centro dell’attenzione in un modo finto. Ai miei tempi queste cose non accadevano. Ora non ne posso più e chiederò aiuto per lei, anche se non ho neanche il coraggio di entrare a chiedere». «Di coppie che ‘scoppiano’ ne vedo tutti i giorni nel mio studio e il fatto che lo smartphone abbia fuso due dipendenze, quella da telefono e quella da internet, è un fenomeno recentissimo, ma che va evidenziato. Il telefono non serve quasi più per comunicare, ma per restare collegati ai social network e a internet. Questo enfatizza ciò che abbiamo già detto: cioè relazioni virtuali rispetto a quelle vis à vis», dice ancora Costa. «Quando si verificano questi comportamenti non possiamo che dire di essere davanti a una


patologia psicologica. La malattia oggi, non è inquadrata nei manuali tecnici dei professionisti della psicologia, il dibattito è aperto, ma rientra senza dubbio nelle patologie che riguardano il discontrollo degli impulsi. Gli addicted vivono una realtà illusoria, consolatoria rispetto alla vita reale che è vissuta come frustrante», conclude Costa. Insomma, la società attuale si dirige sempre più verso la necessità di sostituire un mondo reale, duro, difficile da vivere, con un mondo virtuale che ci regala protagonismo a costo zero. Sono pochi però i centri che si occupano di queste nuove dipendenze. Il capostipite è stato l’ambulatorio messo in piedi da Federico Tonioni al Gemelli di Roma. Alcuni Sert (Servizi per le tossicodipendenze) delle maggiori città italiane si occupano di nuove dipendenze, poi ci sono molti studi privati di psichiatri e psicologi che sono il vero metro con cui si misura la presenza di

soggetti addicted. Da segnalare, inoltre, il Siipac (Società italiana intervento sulle patologie compulsive), che, con i suoi professionisti, cerca di dare aiuto ai soggetti colpiti dalle nuove dipendenze, soprattutto quelle legate al gioco d’azzardo online. «La generazione che seguirà la nostra – conclude Tonioni – sarà sostanzialmente diversa da noi nel vivere le relazioni e le emozioni. Inevitabilmente si va verso lo sviluppo di certe funzioni della mente a scapito di altre. Questo può diventare una forma di sviluppo evolutivo dell’essere umano o dare adito a nuove forme di patologia psichiatrica che si cureranno man mano. Lo sapremo solo nel prossimo futuro».

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di Nicola

Sessa

foto Gianluca

Cecere

Berlino non è mai Berlino, disse una volta Jack Lang. Perché cambia, perché demolisce, perché cancella pezzi di storia diventati ingombranti: la Cancelleria del Reich, il bunker di Hitler, il Palast der Republik. Ovviamente il Muro. Ma la memoria è più forte e tenace e parla a ogni angolo di strada

Notturno tedesco 89


«L’odore del sangue non ha mai lasciato questo luogo. Le urla strazianti rimbalzano ancora contro i mattoni rossi del muraglione di cinta». L’uomo dà fuoco a una sigaretta. Nel buio, per pochi secondi, la fiamma dell’accendino ne illumina il volto senza età. Cammina, aiutandosi con un bastone di legno chiaro. Si appoggia contro il muro imponente della prigione di Plötzensee, nel quartiere berlinese di Wedding. «2.891!». «Tra il 1933 e il 1945, 2.891 dissidenti sono stati torturati e uccisi in questo carcere. Berthold Schenk Graf von Stauffenberg con il fratello Claus e altri sei ufficiali della Wehrmacht congiurarono contro Hitler: l’attentato nella Tana del lupo fallì. Roland Freisler, presidente del Volksgerichtshof – il tribunale del popolo – riservò un trattamento speciale a Berthold che fu appeso a un gancio da macello, torturato con strangolamenti multipli e poi ucciso. Là, oltre il cancello, a dieci metri dai miei occhi». L’uomo lascia cadere la sigaretta sull’umido pavé di porfido di Hüttigpfad, la strada angusta e opprimente rimasta pressoché identica dai tempi della Berlino prussiana. E il carcere, entrato in funzione nel 1879, è ancora un carcere. Vuoto. Spazio. Silenzio. Tempo. S’impossessano della notte di Berlino; sorprendono il visitatore che si attardi a girovagare per le strade della metropoli dal destino tragico che la condanna a un continuo divenire, a “non essere” mai. Lo scriveva Karl Scheffler nel suo libro Berlin. Ein Stadtschicksal (1910) e novant’anni dopo gli faceva eco Jack Lang: «Paris est toujours Paris, Berlin est jamais Berlin». I suoni ritmati, polifonici dei mille cantieri scandiscono l’inesorabile mutare; ma di notte si può guardare, sentire, ascoltare i sussurri della storia, i gemiti di un passato brevissimo e travagliato. I racconti degli edifici che non ci sono più, dei fantasmi che si aggirano nelle strade, dell’eco flebile e lontanissima delle voci che l’hanno popolata galleggiano a mezz’aria, sospesi come una nebbiolina che penetra nel viaggiatore restituendo un’esperienza quasi medianica. A Berlino, si va a caccia di ciò che non è. Berlino stessa è ciò che non è più. In pochi altri luoghi al mondo, il vuoto è così ingombrante, l’assenza così presente, le tracce così evidenti. Rosso. Giallo. Verde. Anche a notte fonda, i semafori non passano mai a quella fase ipnotica di giallo intermittente. Sei solo, con le spazzole tergicristallo che vanno veloci, ad aspettare a un incrocio largo quanto una pista d’atterraggio per alcuni minuti interminabili, che il rosso ceda al giallo – ingrani la marcia – poi al verde. L’autoradio sui 91.4 spara a raffica successi pop degli anni Sessanta e Settanta: il soffio rauco del dj lancia Aber schön war es doch, di Hildegard Knef. La macchina s’inchioda su Unter den Linden, la strada salotto del quartiere-distretto Mitte. Ancora quell’uomo, affacciato sul grande vuoto che giace di fronte al Lustgarten, all’isola dei musei e alle creazioni architettoniche di Karl Friedrich Schinkel. «Quando i berlinesi non sanno cosa fare di un pezzo della loro storia e il diritto a dimenticare si scontra nella lotta titanica con il dovere di ricordare, demoliscono, ci

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▲ Hüttigpfad,

il carcere di Plötzensee ◀ Bornholmer Brücke, il 9 novembre del 1989 migliaia di cittadini di Berlino Est corsero sul ponte per passare dall’altra parte. Il Muro era caduto In apertura, Bebelplatz, di fronte alla Humboldt Universität: il 10 maggio del 1933 i nazisti effettuano la Bücherverbrennung, il rogo dei libri non germanici

piantano degli alberi o ne fanno un parcheggio. E intanto discutono». Su quel pezzo di prato verde si ergeva il palazzo reale degli Hohenzollern che all’apice del suo splendore è arrivato a contare milleduecento camere. È stata la dimora dei re di Prussia fino al 9 novembre del 1918, quando il Kaiser Wilhelm II andò in esilio in Olanda e un infuocato Karl Liebknecht da un balcone del palazzo proclamava la Libera repubblica socialista di Germania. «Il 9 novembre. Data fatale per berlinesi e tedeschi: cinque anni dopo, il 9 novembre del 1923 veniva represso il putsch di Monaco, il primo atto della tragedia diretta da Hitler che esattamente quindici anni dopo, nel 1938 scatenava la Kristallnacht, il pogrom contro gli ebrei. Era ancora un 9 novembre, nel 1989, quando finalmente questa città sembra aver riacquistato definitivamente la sua serenità e grandezza». L’uomo continua nel suo racconto, lontano e ingovernabile come l’esperienza onirica. «Il 23 agosto del 1950 il partito unico della Ddr decise l’abbattimento del palazzo (di quel che ne rimaneva dopo i bombardamenti degli Alleati), ‘simbolo dell’aggressione e del militarismo prussiano’. Si decise per la memoria selettiva, la strada

indicata da Nietzsche per superare il senso di impotenza nell’affrontare il destino della storia». Per quasi vent’anni, la spianata degli Hohenzollern servì come parcheggio per le colorate Trabant dei tedeschi d’oltremuro. Solo negli anni Settanta, si mise mano alla costruzione del Palast der Republik dove il parlamento condivideva gli spazi con una dozzina di bar e ristoranti, una discoteca, una concert hall e un bowling. «Il parlamento era del tutto inutile, ma Der Palast era diventato il luogo preferito d’incontro dei berlinesi». L’uomo riprende a camminare lentamente, appoggiandosi al bastone, accompagnando il suo racconto a un interminabile pianosequenza con il suo sguardo. «Anche questo palazzo, abbattuto. Dicono, per la contaminazione da amianto. E se fosse una vendetta postuma degli Hohenzollern?». Ancora il vuoto. In controluce, si possono immaginare le linee dei due palazzi simbolo di due epoche sovrapposte, alla stregua di due ere geologiche su un piano metafisico. Memoria o rimozione di essa. L’abbattimento di un simbolo rimane solo un’operazione superficiale. La Storia ha la sua potenza attrattiva e a Berlino ha un respiro lunghissimo. Non è servito smantellare la Cancelleria del Reich (i cui marmi sopravvivono nei memoriali sovietici o nelle stazioni della metropolitana). Nemmeno radere al suolo il bunker di Adolf Hitler che si estendeva tra Voss Strasse e Kolmar Strasse. C’è chi giura che, fermandosi nel parcheggio sorto su una parte del bunker, si possano percepire le vibrazioni del male; un sommovimento tellurico dell’animo provocato dal riflesso muto della (dis)umanità più dark. L’uomo della notte prosegue nel suo cammino. Attraversa Bebelplatz e si ferma sulla lastra di vetro attraversata da un fascio di luce fredda. «Era il salotto dell’illuminismo tedesco. Proprio di fronte alla Humboldt Universität, la culla di Marx, Engels, Feuerbach, Marcuse, Fichte, Einstein, dei Grimm, di Heine, Hufeland, Koch, Schopenhauer, Tucholsky, Mendelssohn, Hegel, Savigny, Benjamin. Il falò della vanità nazista, della brutale ignoranza». Il 10 maggio del 1933 le camicie brune diedero alle fiamme oltre ventimila libri considerati non germanici. «Almeno questo è un sollievo: il lato oscuro della Germania ha rifiutato e non ha trovato nessun tratto in comune con il pensiero libero europeo». L’uomo batte la punta di ferro del bastone contro il pavimento e sussurra, a ogni colpo, un nome a mo’ di peana: «Freud. Brecht. Bloch. Kafka. Mann. Proust. Remarque. Marx...». Le pagine bruciavano, ma per quanto le fiamme si alzassero, le idee, i pensieri degli autori messi all’indice volavano più in alto, inafferrabili. Sotto i piedi del cursore notturno, scaffali vuoti, bianchi ospitano l’orma ipotetica di quei volumi. Come un’esplosione, la risata isterica dell’uomo dall’età indefinibile riempie l’intera piazza: «E adesso sai cosa? Presto costruiranno un parcheggio sotto i nostri piedi che circonderà questi scaffali vuoti. Parcheggi, sempre parcheggi. Una vera ossessione». Gli scaffali di Bebelplatz non sono i soli a essere rimasti vuoti: su Karl Marx Allee, la storica libreria aperta nel 1953 è stata costretta alla chiusura nel febbraio del 2008: i mandanti si chiamano privatizzazione (quattromila euro al mese erano diventati troppi per Erich Kundel che la teneva in gestione) e deculturazione: la lettura non ha più lo stesso peso che aveva nella Ddr. O forse Amazon è diventata una concorrente ammazzalibrerie. Della Karl Marx Buchhandlung rimangono l’insegna, gli


scaffali di legno scuro e il meraviglioso odore dei vecchi libri che l’hanno abitata per mezzo secolo. Il passo diventa veloce. Il bastone sfiora appena la terra. «Non mi rimane ancora molto tempo». Unter den Linden, Strasse des 17. Juni. Bismarckstrasse e la monolitica Deutsche Oper. Il palazzo dell’Opera. «Era il 2 giugno del 1967, verso sera. Io non ero ancora arrivato; la mia ora non era ancora arrivata. Lo Scià di Persia, Reza Pahlavi, si trovava in visita in città ed era nel palco d’onore. In programma c’era il Flauto Magico di Wolfgang Amadeus Mozart. La bacchetta era quella di Lorin Maazel. Fuori dall’opera un corteo di studenti protestava contro lo Scià, “schiavo dell’imperialismo americano” che affamava il suo popolo. Le guardie iraniane reagirono. Si scatenò il panico. L’ufficiale di polizia Karl-Heinz Kurras si mosse a grandi falcate verso uno studente». Il suo nome era Benno Ohnesorg. «Kurras prese la mira e sparò. Ecco, nel preciso istante in cui la pallottola lasciava la canna


▲Torretta

di controllo nell’area di Potsdamer Strasse ◀▲▲La libreria su Karl Marx Allee ◀▲Bornholmer Strasse ◀Potsdamer Platz

www.eilmensile.it Sul nostro sito la fotogallery di Gianluca Cecere

della pistola di Kurras, prima ancora che Ohnesorg fosse colpito a morte, la storia della Germania federale e dell’Europa occidentale cambiò: era l’inizio del Sessantotto. E del terrorismo». Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen, Tod und Verzweiflung flammet um mich her! (La vendetta dell’inferno ribolle nel mio cuore, Morte e disperazione m’infiamman tutt’intorno!) canta la Regina della Notte nel Secondo Atto, Scena Ottava del Flauto Magico.

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Kurfürstendamm, civico 141. Il nottambulo siede su una bicicletta parcheggiata di fronte al grande supermercato Kaiser. Tira fuori dalla giacca di montone una mela verdissima. Ci gioca, la lancia in aria e poi la riprende.

Si guarda la punta degli stivali e fa scivolare il bastone a pochi centimetri da una placca di bronzo piantata nel pavimento a pochi metri dall’entrata del Kaiser. “Rudi Dutschke”. Morde la mela. «Josef Bachmann lo stava aspettando da molte ore. Sapeva che prima o poi Rudi il Rosso, lo sporco comunista, sarebbe passato alla sede dei giovani socialisti. Bachmann era seduto in macchina, giocava nervosamente con il cane della pistola. Lo tirava e lo disarmava. Aveva letto e riletto la prima pagina di un giornalaccio edito da Axel Springer. Lo vide arrivare. L’imbianchino Bachmann fermò con cortesia la corsa della bicicletta di Rudi: “È lei Rudi Dutschke?’’, “Sì, sono io’’. Bam, bam... Bam. Bachmann piantò nella testa di Rudi tre pallottole». Rudi non morì quella mattina dell’11 aprile 1968, ma undici anni dopo a causa delle gravi ferite riportate. «Ad armare la mano dell’imbianchino fu la campagna portata avanti dalla Bild e da altri giornali spazzatura pubblicati da Springer. ‘Fermate Dutschke, adesso!’ e ‘Non lasciamo che sia la polizia sola a doversi sporcare le mani’, sono solo un esempio del tenore degli attacchi». Berlino sa essere cinica e vendicativa: Axel Springer Strasse muore con una curva, inchinandosi, sulla Rudi Dutschke Strasse che ha preso il posto della Koch Strasse nella sua parte finale. «Andiamo, voglio esaurire il poco tempo che mi rimane dov’era il mio regno quando Berlino era più moderna e lucente di Chicago, quando nessuno era al mio pari. E non lo erano le notti di Parigi o di Londra». Potsdamer Platz. All’inizio del secolo scorso, tutto girava intorno a “Potz platz”. Chi era in cerca del futuro era là a vedere le macchine, il primo semaforo d’Europa, le architetture che aprivano a una nuova epoca. Dinamicità, spazio, tempo. Nel 1929, Hausenstein scriveva: “La teoria della relatività si esprime qui come in nessun altro luogo”. «Poi le luci si spensero. Potz divenne un enorme buco nero senza vita. Vuoto. Un pesante, ingombrante vuoto. Ricordi Curt Bois, l’Omero di Wim Wenders che vagava nel prato a ridosso del Muro? Diceva: “Non mi do per vinto finché non avrò trovato la Potsdamer Platz”. È quello che mi ripeto ogni volta anch’io. Non mi arrendo. Aspetto che Potz riacquisti il suo carattere, che abbandoni la veste della controfigura con la replica del semaforo, con l’hotel Palast ingabbiato nel grattacielo della Sony, con i bar senz’anima». È stato un attimo, il tempo di guardare a est la luce dell’alba che rompe l’oscurità. Dell’uomo senza età non v’era più traccia. L’autoradio dà le temperature della giornata: farà molto freddo. Le strade sono ancora deserte. Guido per miglia e miglia sui vialoni di Berlino senza incontrare un’anima. Guido e penso alla profezia meno riuscita su questa città. Il comandante in capo della Raf, l’aviazione britannica, scriveva nel 1945: “Le rovine di Berlino dovrebbero essere preservate come una moderna Cartagine o Babilonia. La città è deserta. Puoi guidare per miglia e miglia tra rovine fumanti e non scovarvi nulla di abitabile. Questa città non potrà mai essere ricostruita”. Era ancora notte fonda e il giorno era lontano da venire.

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Cessate il fuoco a cura di

Lorenzo Bagnoli

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Messico Colombia

Cessate il fuoco è l’osservatorio mensile delle vittime dei conflitti nel mondo. I dati, che si riferiscono al periodo dal 4 febbraio al 3 marzo, vengono raccolti da organizzazioni umanitarie o da fonti giornalistiche e quindi non potranno essere esaustivi.

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Le notizie sui conflitti in tempo reale su: www.eilmensile.it

Somalia

Il 3 marzo sulle montagne del Galgala, a nord della Somalia, le milizie di al Shabaab guidate dal signore della guerra Sheikh Mohamed Said Atom hanno attaccato l’esercito della regione autonoma del Puntland. Secondo fonti mediche, nello scontro a fuoco sono morte nove persone, mentre altre tre sono rimaste ferite. Sheikh Abdiasis Abu Musab, portavoce di al Shabaab, ha invece affermato che le vittime sono 32. La battaglia, iniziata a 40 chilometri dalla città di Bosaso, è durata dieci ore e si è conclusa poco lontano dalla base militare somala di Madashod. Said Atom, trafficante di armi tra i più ricercati dalle forze d’intelligence internazionali, ha dichiarato guerra al governo del Puntland nell’ottobre 2010.

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Egitto Algeria Libia Somalia Etiopia Sudan Nigeria Senegal Costa D’Avorio Mali

Yemen Arabia Saudita

Nigeria

Il 25 febbraio l’esplosione di una bomba alla stazione di polizia di Gombe, nella Nigeria settentrionale, ha provocato la morte di 14 persone. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo terroristico Boko Haram che, nello stesso giorno, ha assaltato la prigione cittadina nel tentativo, poi fallito, di far evadere alcuni suoi affiliati. Giovedì 24 febbraio, un alto ufficiale dell’esercito di Abuja ha confermato pubblicamente i legami del gruppo nigeriano con altre cellule del fondamentalismo islamico. «Siamo in grado di collegare le attività di Boko Haram con quelle di addestramento e di supporto ricevute da al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi)», ha dichiarato il maresciallo dell’aeronautica nigeriana, Oluseyi Petinrin.

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Siria

Dopo tre giorni di assedio, la città di Homs, nella Siria occidentale, è stata conquistata dalle forze lealiste. Il 2 marzo, sono morte 34 persone, fra cui diversi bambini, afferma l’Osservatorio siriano per i diritti umani. L’esercito libero siriano ha optato per una “ritirata strategica” perché privo di armi e munizioni. Intorno alle 12 locali, la Croce rossa è entrata nel quartiere di Baba Amr per rifornire gli abitanti rimasti senza cibo, coperte, medicinali e latte per i bambini. In un’intervista all’Atlantic Monthly, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato che il regime di Bashar al Assad «ha le ore contate», ma da Mosca, Vladimir Putin ha frenato sull’opzione di un intervento militare internazionale. Il rischio, ha detto Putin, è quello di «creare una nuova Libia».

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Il 2 marzo un attentato suicida in una moschea della valle di Tirah, nel Nordest del Paese, ha provocato la morte di almeno 23 persone. Il kamikaze apparteneva al gruppo armato di Laskhar-i-Islam, guidato dal potente leader Mangal Bagh (nella foto). Poco dopo, a dieci chilometri dal luogo della strage, nel distretto tribale di Khyber, i miliziani di Bagh hanno aperto il fuoco sull’esercito di Islamabad. Nella sparatoria sono morti dieci soldati e 23 miliziani di Laskhar-i-Islam. Nell’ottobre 2010, a causa dell’insurrezione delle milizie legate ai taliban pakistani, 18mila persone hanno lasciato le loro abitazioni nella regione.


pìpol

[web photo]

di

Gino&Michele

Totò dixit “Ne capitano di tutti i colori: guerre, rivoluzioni, terremoti, calamaretti fritti (...)”. Fifa e arena (1948) *** “L’umanità io l’ho divisa in due categorie di persone: uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali per fortuna è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare tutta la vita come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza avere l’autorità, l’abilità o l’intelligenza, ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque. Dunque, dottore, ha capito? Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso; hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera”. Siamo uomini o caporali? (1955) *** “Il denaro fa la guerra. La guerra fa il dopoguerra. Il dopoguerra fa la borsanera. La borsanera rifà il denaro. E il denaro rifà la guerra. Guerra era un corridore ciclista perciò gridiamo in coro: Viva Girardengo! Viva Edison che scoprendo la bussola disse: E pur si muove!”. I due orfanelli (1947) *** “In guerra sono tutti in pericolo... tranne quelli che hanno voluto la guerra!”. I due orfanelli (1947) *** “Egizi, mettetevi la corazza, ché il cimento si avvicina: ma il nostro non è un semplice cimento, è un cimento armato! (...) Egizio, ti sei messo la corazza? Allora sei pronto? Signori in corazza!”. Totò contro Maciste (1962) *** “Elena di Troia... Troia... Troia: questo nome non mi è nuovo”. Totò contro Maciste (1962) *** Generale tedesco: «Parli bene, che io afere carta bianca!». Totò: «Caro Generale, con la sua carta bianca ci si pulisca il culo». Siamo uomini o caporali? (1955) *** “La guerra non è mai finita. È solo sospesa”. I due orfanelli (1947) *** Totò: «È morto Diocleziano?». L’altro: «Ma sì!». Totò: «E quando è successo?». L’altro: «Mah, duemila anni fa...». Totò: «Come passa il tempo!». Totò contro Maciste (1962) *** “Gli italiani hanno perso la guerra, poi hanno perso la pace”. *** Il sergente paracadutista (che lo vuole lanciare con il paracadute): «Ricordati che sei nei commandos!». Totò/Della Buffas: «Sulla mia pelle ci commandos io!». Totò Tarzan (1950) *** “La notizia per ora è stata sottoufficiale, poi diventerà ufficiale”. Premio Nobel (1967) *** “Le frontiere non si toccano, meglio lasciarle stare. Si incomincia con qualche fucilatina, poi ci si trova in prima linea e se alla fine succede qualche cosa, dicono: È morto per la patria”. La legge è legge (1958) *** “Quello che ho detto ho detto. E qui lo nego”.

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parola mia di

Patrizia Valduga

con la tipa? alla grande “Proprio, tipico di una comunità legata da vincoli di lingua, di cultura, di razza; nazionale; razziale”. Questo è il significato dell’aggettivo “etnico”. Cosa vorrà mai dire “moda etnica”? Se ne viene a capo guardando le fotografie: tessuti o fogge che perlopiù richiamano l’Africa, quella che un tempo si diceva “nera”. Ma ormai tutto quello che non è nostrano è diventato “etnico”: c’è la musica etnica, l’arte etnica, l’etno-design, l’etno-cibo, l’etno-chic, l’etno-blog, l’etno-rock. E si può sentir dire, come al Tg3 della Lombardia, “parrucchieri di origine etnica, soprattutto cinesi”. “Condividere” era una bella parola, era l’opposto dell’egoismo; è diventata un’insensatezza, perché si pretende di condividere tutto, esperienze profonde, emozioni. Anche andando insieme mano nella mano a vedere un capolavoro in un museo, cos’è che si condivide? Ognuno avrà la sua emozione estetica, e al massimo ci si scambierà qualche impressione. Ho letto questo annuncio: coppia gay vorrebbe “condividere con qualcuno la possibilità di un figlio o figlioccio”. Auguri. Non so chi sia stato il primo a dire o a scrivere “alla grande”, che vuol dire “all’usanza dei grandi, degli aristocratici”, al posto di “in grande”, che vuol dire “in misura notevole, con abbondanza, con sfarzo”. Se lo sapessi gli darei uno schiaffo. Adesso pare di non dire niente se si dice “in grande”, ci si sente poveri plebei; con una sillaba in più e quelle due elle che sembrano diventare tre o quattro, il senso della grandezza si crede finalmente espresso appieno. Nel troppo zelo tipico dei nuovi adepti può prendere persino il superlativo; ho letto su un quotidiano: “Riusciva a sintetizzare alla grandissima il disagio psichico, eccetera”. Quando manca il rispetto di se stessi si finisce per scrivere “alla piccola”. Viene forse dal francese l’uso di “tipo” per “tizio, individuo”. È un’orrenda forzatura che ha prodotto l’ancora più orrendo cambiamento di genere. I romanzetti dei giovanetti sono pieni di “una tipa” e di “la tipa”. La bruttezza della parola non merita commenti; limitiamoci a evocare gli equivalenti semantici: giovane, ragazza, donna, lei, quella là, quella lì.

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Il nemico non dorme mai di Azra

Nuhefendic´ illustrazioni Anna Godeassi

Azra Nuhefendic´ Giornalista di origine bosniaca, dal 1995 vive a Trieste. In passato ha lavorato per il quotidiano Oslobodjenje di Sarajevo e per la radio e la tv di Belgrado. Collabora con Il Piccolo, è corrispondente dell’Osservatorio Balcani, pubblica su Nazione Indiana, Wall Paper, Sud. Nel 2011 ha pubblicato Le stelle che stanno giù. Cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina (Edizioni Spartaco), nel 2010 ha vinto il premio Writing for Cee con il racconto “Il treno”. Questo è il primo capitolo del suo prossimo romanzo in cui racconta la storia di un Paese attraverso un microcosmo familiare.

Anna Godeassi Illustratrice freelance e sognatrice, lavora con diverse agenzie di pubblicità e varie testate in Italia, Giappone, Corea, Gran Bretagna e Stati Uniti. Tra le sue collaborazioni: la Repubblica, Il Sole 24 Ore, Elle Decor, Glamour, Io Donna, Bravacasa, Gioia, Psychologies, Cosmopolitan, Traveller, Rolling Stone. Disegna per adulti e crea libri per l’infanzia.

Camminava su e giù davanti a noi allineati in corridoio. La testa la teneva alzata un po’ in su, le mani incrociate dietro. Si fermava a un capo della fila, faceva altri due passi come a misurare la distanza con i passi, e dichiarava: «No, la democrazia, non è per gente incosciente, come voi!». Avanzava di alcuni passi, si fermava a metà della fila, faceva dietrofront come un soldato e, guardando verso un punto impreciso sopra le nostre teste, diceva: «È chiaro, un Paese non può contare su persone irresponsabili come voi». Poi, continuava a camminare in silenzio. Ogni tanto scuoteva la testa incredulo. Papà era arrabbiato con noi. Ci fece riunire in fretta, senza preavviso, poco prima della cena. Di solito ci convocava di sabato, prima del pranzo. All’inizio, come sempre, fece un breve quadro della situazione politica internazionale, poi sulla posizione della Jugoslavia tra Oriente e Occidente, e infine su di noi, sei sorelle e due fratellastri. Il motivo di questa riunione straordinaria era mia sorella Jasna. Aveva lavato il nostro cane Puto. Era un bel cane, tutto bianco, intelligente. Andava a caccia con papà. Puto, nel tempo libero, giocava con noi. Si lasciava fare di tutto, come una bambola. Quel pomeriggio Jasna l’aveva lavato e per asciugarlo l’aveva steso sulla corda come un lenzuolo. Gli aveva assicurato le zampe con una sciarpa. E l’aveva dimenticato giocando dall’altra parte del cortile. Il cane piagnucolava finché papà non lo sentì. Conoscevo a memoria quello che ci diceva papà. Le sue parole potevo ripeterle alla lettera, anche se non capivo bene cosa volessero dire “la democrazia”, “la responsabilità”, “la società” ancora meno “la comunità internazionale”. Avevo quattro anni. Stando in fila mi giravo, impaziente, guardavo le sorelle accanto a me: Jasna, 8 anni, inquieta, ribelle, non stava mai ferma. Giocava con le mani dietro la schiena, tirava di nascosto Naida, la sorella di sei anni, due meno di Jasna. Naida si sforzava di non perdere l’equilibrio e di non rovinare la fila che avrebbe potuto prolungare l’adunanza e trovarsi accusata per indisciplina. Jasna e Naida si somigliavano così tanto da sembrare gemelle. Jasna faceva il capo e Naida la seguiva ciecamente nelle avventure che spesso finivano in una radunata come questa. Accanto a Jasna, Sabina, la chiamavamo Dina, dieci anni, di struttura delicata, magra, guardava davanti a sé. Viso intelligente, capelli ricci, parlava poco; chiusa e obbediente, aveva l’atteggiamento di una che si sente sempre in colpa. Accanto a Dina, Esa, 12 anni, la sorella più grande. Stava dritta, quasi rigida fissava

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Il nemico non dorme mai

un punto immaginario davanti a sé, concentrata su quello che diceva papà. Pareva una ginnasta che sta per cominciare il suo saggio. Dal suo bel viso si capiva che soffriva. Adorava papà e non sopportava di vederlo scontento. Esa si sentiva responsabile anche per i nostri errori. Se talvolta papà ci perdonava, lei continuava a essere arrabbiata con noi. Ci sgridava e rimproverava se facevamo qualcosa che era fuori dalle regole della casa, che era diverso da quello che papà si aspettava da noi, che avrebbe potuto dispiacerlo. Non osava rimproverarci in presenza di papà; lo faceva quando lui non c’era. Assenti giustificati erano la sorella più piccola, Sunita, detta Suni. Gattonava per la cucina, aveva dieci mesi. Poi i due fratellastri Mimo e Djemo di sicuro più grandi di tutte noi, anche se non si sapeva di preciso la data della loro nascita. Mimo poteva avere sedici o diciassette anni e Djemo uno o due anni di meno. Entrambi erano alla scuola serale. Dovevano recuperare gli anni scolastici persi. Assenza giustificata dall’adunanza straordinaria anche per la mamma. Preparava la cena in cucina. Da là proveniva un profumo di pita, il piatto tipico bosniaco, pasta sfoglia ripiena di patate. Ci avvolgeva un odore forte e irresistibile che sdrammatizzava la situazione e ammorbidiva le parole di papà. Con quel profumo, caldo e familiare, era difficile prendere la situazione sul serio, concentrarsi su quello che ci diceva papà. «Dobbiamo rimanere attenti ed essere sempre pronti», ci ammoniva il papà, e ci ricordava che «il nemico non dorme mai». Impaziente, mi “appiccicavo” alle singole parole che pronunciava papà, cercando di capire cosa e perché. Mi domandavo: «Perché il nemico è sempre sveglio? E come fa a non dormire mai?». Talvolta, già nel letto, mi sforzavo di resistere al sonno. Volevo provare come ci si sente a essere un nemico che non dorme mai, ma mi fermavo a un certo punto per paura di diventare “un nemico del popolo”. Naida, due anni più di me, mi assicurava che lei ci era riuscita e che, in effetti, era uguale a quello che si prova quando uno ha tanto sonno. «Nessuna differenza», mi giurava. «I nemici possono attaccarci in qualsiasi momento. Sia a Mosca che a Washington ci sono gruppi sovversivi che non aspettano altro che un nostro errore, il momento giusto per approfittare della nostra debolezza e negligenza», andava avanti papà con il suo discorso. «Perché qualcuno a Mosca o a Washington vuole attaccarci? Perché proprio noi?», mi domandavo. Ero convinta che potevamo essere solo noi, sorelle e fratelli, l’unico obiettivo. L’idea della patria, cioè la Jugoslavia alla quale si riferiva papà, l’ho maturata e capita più tardi. La città più grande vicina a Prozor era Mostar, a circa sessanta chilometri di distanza, e io immaginavo che Mosca e Washington si trovassero più o meno là. I nemici me li immaginavo come i padri degli altri bambini. Quello che mi intrigava di più era perché ce l’avessero con noi. Non ci conoscevamo, eppure volevano attaccarci. Da più grande ho capito che i discorsi che faceva papà non erano di sua fantasia. Lui ripeteva quello che i dirigenti e i capi politici bosniaci e jugoslavi ribadivano, per decenni, nelle occasioni di feste pubbliche, giubilei, commemorazioni delle grande battaglie della Seconda guerra mondiale, nei discorsi che precedevano l’apertura di nuovi cantieri, per celebrare nuove vittorie dei lavoratori, oppure quando, tramite discorsi pubblici, facevano i conti con i nemici interni, o minacciavano oscuri circoli di controrivoluzionari all’estero che stavano per attaccare, distruggere, rovinare il comunismo, il socialismo, o il Partito comunista. Papà era un grande sognatore, un idealista. Aveva una fiducia incondizionata nel Partito comunista e nei capi politici. La sua fiducia confinava con l’ingenuità di un bambino. Credeva davvero che si potesse costruire una società perfetta, super ordinata, giusta, dagli alti valori morali personali e collettivi, senza sfruttamento e ingiustizia, in breve una società ideale, utopica che il Partito comunista ci prometteva come nostro futuro. Bastava solo desiderarla e rimboccarsi le maniche. E quando ormai era chiaro che la Jugoslavia non riusciva a seguire gli ideali proclamati, papà cercava di costruire la società perfetta con noi, la sua famiglia. Per arrivare allo scopo proclamato, noi membri della società, cioè la sua famiglia, dovevamo rinunciare a tutto quello che non era fondamentale per il collettivo. L’individualismo equivaleva all’egoismo, perciò era un comportamento imperdonabile, quasi un reato


per la società dove il collettivo stava al di sopra di qualsiasi individuo. Da noi papà esigeva che fossimo di buon esempio, sempre e in tutto. Non solo nella famiglia ma anche nella società in generale, a scuola, nelle varie associazioni e attività culturali, sportive, artistiche ci indottrinavano che, proprio per la particolare posizione strategica della Jugoslavia, tra Oriente e Occidente, tanti volevano occuparci, i capitalisti come pure i Paesi comunisti. Eravamo cresciuti convinti che tutto il mondo ci invidiava perché la Jugoslavia – ci dicevano – era il Paese più bello, più ricco, più sviluppato, più giusto, più tutto. Crescevamo orgogliosi di essere jugoslavi, membri di una società modello. Ma sotto sotto con questi discorsi e teorie si teneva viva l’idea che la patria fosse in costante pericolo; l’emergenza era sempre presente, la minaccia alla nostra indipendenza latente, perciò stavamo sempre all’erta. Tito stesso ribadiva: «Dobbiamo costruire il nostro Paese come se la pace durasse per i prossimi cent’anni, ma anche essere preparati in caso di una guerra imminente». Questo concetto era la premessa di tutta la nostra educazione e ci accompagnava fino all’adolescenza. Ma a quell’età, che per la mia generazione corrispondeva a metà degli anni Settanta, non solo avevamo smesso di avere paura di un eventuale attacco alla Jugoslavia da parte dei nemici esterni, ma ci eravamo rilassati a tal punto che in molti – grazie alla musica, alla moda, ai film americani e, in genere, alla cultura occidentale – eravamo pronti ad arrenderci, volontariamente, a qualsiasi “nemico” che ci portasse in compagnia dei Beatles, dei pantaloni jeans e della Coca-Cola. «La pita è pronta», annunciava la mamma dalla cucina. Papà non mollava. Andava avanti con il suo discorso. «Il nemico, di sicuro, non perderà l’occasione di approfittare dei nostri errori», diceva. «È in tavola», insisteva la mamma. «So bene che tu vorresti che io le lasciassi andare. Ma il ferro si batte finché è caldo. Se le lasciassi stare adesso, che ne sarà di loro? Le madri che viziano i figli, sono i peggiori nemici dei propri figli e della società», diceva il papà ad alta voce, così che lo potesse udire anche la mamma in cucina. Infine si rassegnava anche lui, ma non era ben chiaro se lo facesse per via del profumo della pita o perché fosse convinto che la lezione per quella volta ci fosse bastata. «Va bene, andate pure. Ma mi raccomando, che non si ripeta mai più. È chiaro?». Sìììì dicevamo insieme, entusiaste, ma mica tanto convinte. Impazienti rompevamo la fila, e in fretta ci dirigevamo, una dietro l’altra, verso il bagno, per lavare le mani, prima di metterci a tavola. Là, una volta sole, Esa aveva tirato subito Jasna per i capelli, perché era dispiaciuta per papà, e Jasna non si lasciava maltrattare. Si accusavano a vicenda, seguivano attimi di tira e molla, ma tutto a bassa voce perché non volevamo che ci sentisse papà e che ricominciasse di nuovo l’adunata appena finita. La sorella maggiore Dina aiutava noi più piccole a lavarci le mani. Era una figlia esemplare. Ma non bastava, diceva papà. Non bastava essere la migliore, bisognava impegnarsi a educare “gli incoscienti membri della società”, cioè le sorelle più piccole. Tante volte papà ci radunava perché Dina mangiava poco. Dina era magra e spesso rifiutava di finire quello che c’era nel piatto. E questo fatto, per le regole della casa, era un peccato imperdonabile. «È sabotaggio al collettivo», diceva papà. Secondo il papà mangiare bene faceva parte della salute, e ribadiva: «Ogni membro del collettivo deve badare alla propria salute». In cucina ognuna di noi aveva il proprio posto. Noi tre più piccole, Jasna, Naida e io, stavamo sedute su un tavolino di legno, fatto tutto d’un pezzo: due panchine con il tavolo in mezzo. Papà, mamma, Dina ed Esa sedevano al tavolo grande, insieme a Mimo e Djemo. Suni era già sistemata a letto. Al tavolo piccolo le regole di comportamento erano meno rigide di quelle al tavolo grande. Potevamo mangiare anche con la bocca aperta e facendo rumore, o mangiare con le mani e, se non ci guardavano, anche giocare. Alla tavola grande bisognava essere più educati. Si mangiava in silenzio, parlavano solo il papà e la mamma, gli altri potevano rispondere alle eventuali domande che gli venivano rivolte. La cucina era al primo piano della nostra casa. C’erano tre stanze al primo piano,


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Il nemico non dorme mai

e altre quattro al pianoterra. Per un lungo periodo la nostra casa era la più grande e l’unica ad avere un balcone, a Prozor, una cittadina nella Bosnia centrale a circa cento chilometri a ovest da Sarajevo. Una stanza al pianoterra era occupata dalla matrigna di mio papà, la nonna Zajmovka. Il nonno paterno si era sposato cinque volte. La nonna Zajmovka, la chiamavamo così per il suo cognome (Zajmovic´), era la sua penultima moglie, già divorziata da lui, ma visse ugualmente con noi fino alla morte. I fratellastri Mimo e Djemo dividevano un’altra stanza al pianoterra. Loro provenivano dal villaggio di Kute, vicino a Prozor. Erano cugini e tutti e due erano rimasti orfani dopo la Seconda guerra mondiale. Un giorno, all’ora di pranzo, papà tornò a casa con Mimo e Djemo e, semplicemente, disse: «Loro due d’ora in avanti vivranno con noi». I ragazzi stavano un passo dietro a papà, si tenevano per mano e guardavano per terra. Noi li esaminavamo con aperta curiosità, come fanno i bambini: erano scalzi, vestiti con una sorta di pantaloncini e una camicia tipo casacca, larga, di lino bianco, che facevano i contadini a casa, avevano i capelli rasati. «Bene, ragazzi, prima di mettersi a tavola, bisogna lavarsi le mani», aveva detto la mamma. A nessuno di noi l’evento era sembrato strano. Una volta cresciuta ho capito che in quell’occasione, dalla mamma non si aspettava nient’altro che accettare quello che faceva e diceva papà. Alla fine della Seconda guerra mondiale tanti orfani, da soli o in piccoli gruppi, girovagavano per le strade. Man mano che il nuovo stato della Jugoslavia comunista si organizzava questi bambini venivano tolti dalle strade e messi dentro istituti specializzati dove, per quello che ho potuto capire anni dopo, ricevevano un’educazione di tipo sovietico: la formazione attraverso il lavoro. Da adolescente ho letto il libro del pedagogo e scrittore russo Maksim Gorkij, suggeritomi da papà Il poema pedagogico. Nel libro ho riconosciuto il nostro modello di educazione. Papà trattava anche noi proprio come un gruppo di piccoli delinquenti che vanno educati o rieducati. I fratellastri li accogliemmo all’istante, come benvenuti compagni di giochi. Il più grande era Mimo. Assomigliava a un gigante goffo, benevolo, che non sapeva esattamente cosa fare con le sue mani grosse. Si sottomise presto e volutamente all’autorità di Jasna. L’ascoltava ed eseguiva i suoi ordini con piacere. Non si faceva nessuna differenza tra noi sorelle e loro. Puliti, liberati dalle pulci e vestiti, dovevano seguire le stesse nostre regole. Stare attenti alla salute e studiare. La mamma si recò dalle autorità scolastiche per verificare come e cosa si poteva fare per recuperare gli anni scolastici perduti. Le autorità scolastiche erano un nostro vicino, Pero. Ma lo stesso si teneva tanto alle formalità, e il caso non poteva essere risolto con una chiacchierata tra vicini. L’unico modo per recuperare gli anni scolastici era la scuola serale. Ma prima di essere inseriti in classe, Mimo e Djemo dovevano passare un esame generale. Gli anni dopo abbiamo riso alla scena che ci aveva descritto la mamma. Li avevano interrogati in varie materie, infine anche in musica. Il maestro aveva chiesto di cantare qualcosa. Mimo aveva detto: «Sì, va bene, però dai, cantiamo tutti insieme». Una volta, nei villaggi, non si cantava da soli, ma sempre in coro con gli altri. Le sorelle Esa e Dina avevano il compito di aiutarli, di fare le ripetizioni, di seguirli. Papà le considerava personalmente responsabili per il successo di Mimo e Djemo a scuola. Con la mamma, che all’epoca aveva trentacinque anni, i fratellastri avevano un rapporto affettuoso, confidenziale, come fossero coetanei, e tale è rimasto per sempre. Con papà il rapporto era come tra scolaro e maestro, identico al rapporto che noi femmine avevamo con lui. Papà era un’autorità indiscussa. Niente carezze, non mostrava mai le emozioni, ma dall’altra parte teneva rigorosamente a procurarci tutto quello che, secondo lui, serviva per “formare una persona sana, educata e un membro responsabile di un collettivo socialista”.


Il sax appeal di Tim Berne di Carlo

Boccadoro

Il sassofonista e compositore Tim Berne è da molti anni una delle figure più importanti del panorama jazzistico internazionale. L’artista si è mosso sempre ai margini del business discografico, gravitando nell’orbita del circuito indipendente (spesso con etichette da lui stesso fondate). Se, da un lato, ciò gli ha impedito di raggiungere una popolarità maggiore, dall’altro ha permesso a Berne di conservare intatta la propria integrità artistica, senza dover scendere a compromessi di carattere commerciale. La sua musica è indubbiamente impegnativa, spesso articolata attraverso composizioni piuttosto lunghe e dalla struttura complessa che consentono al musicista americano di sviluppare un discorso musicale di grandissimo fascino, grazie a improvvisazioni sempre ribollenti di creatività e costantemente valorizzate dal dialogo con i suoi collaboratori. Questo recentissimo Snakeoil, che vede approdare Berne all’ECM da solista, si distingue nettamente dagli album precedenti perché improntato a una visione decisamente meno aggressiva e più orientata verso sonorità cameristiche. Interagendo con eccellenti musicisti (Oscar Noriega ai clarinetti, Matt Mitchell al pianoforte e Ches Smith alle percussioni) e alternando sezioni interamente composte a lunghe improvvisazioni, il sassofonista cerca di portare l’attenzione dell’ascoltatore sull’aspetto compositivo, senza indulgere in esibizioni di virtuosismo (di cui pure potrebbe far sfoggio), ma lasciando che silenzio e discrezione diventino parti integranti del discorso musicale. Ciò permette di esplorare il lato maggiormente lirico e cantabile della sua personalità musicale, in splendidi brani come Simple City, Spare Parts e Yield. Struggente e sperimentale al tempo stesso, accessibile ma senza alcuna strizzata d’occhio e ruffianerie, ricco di espressività, creatività e integrità musicale, Snakeoil è sicuramente uno dei dischi più importanti dell’anno. Tim Berne, Snakeoil (ECM), 12,80 euro

Architettura

Musica

Domani

Il coraggio di Graz di Raul Pantaleo Graz è un puntino sulla carta geografica dell’Europa. Per molti, è semplicemente una città austriaca. Eppure questo piccolo centro, capoluogo della Stiria, in anni recenti ha scommesso sull’architettura contemporanea, diventando una delle mete più interessanti da visitare per chi ama questa materia. Artefici dello sviluppo della città, nel corso della sua storia, sono stati grandi architetti e urbanisti. Ancora oggi, i più importanti nomi dell’architettura e del design mondiali sono spesso chiamati a riprogettarne gli spazi e a guidare i suoi cambiamenti.  La cosa che colpisce il visitatore è il coraggio che Graz ha dimostrato nel far dialogare l’ingente patrimonio storico con edifici innovativi e spesso dissacranti, dando vita a una interessantissima sintesi tra presenza storica e sperimentazione formale. È il caso della nuova Kunsthaus, affacciata sulla riva del fiume Mur, progettata dagli architetti inglesi Peter Cook e Colin Fournier. È chiamata “l’alieno amico” la nuvola in vetro acrilico che sembra fluttuare sul terreno, al di sopra di un volume diafano dai confini incerti; esempio eccellente del visionario mondo di Cook, uno dei fondatori, negli anni Sessanta, dell’avanguardia artistica nota con il nome di Archigram. Altro esempio interessantissimo è l’isola d’acciaio dell’artista americano Vito Acconci, intromissione urbana, piuttosto visionaria, che pare sospesa nel centro del bucolico fiume cittadino. O il recentissimo museo Joanneum dello studio spagnolo Nieto Sobejano Arquitectos, raffinato inserimento del contemporaneo in un edificio storico. Sono solo alcuni esempi, i più eclatanti, di un processo di trasformazione urbana basato sull’architettura di qualità. Il coraggio del contemporaneo premia una politica intelligente e innovativa che ha fatto di Graz una città da visitare, non solo per la sua architettura contemporanea, ma anche per il vivace dibattito culturale che proprio queste politiche hanno favorito. Un buon esempio da imitare per le nostre città impantanate in uno stantio dibattito tra storia e burocrazia, troppo spesso incapaci di rinnovarsi e pianificare il proprio domani.


Teatro

[courtesy of wild bunch]

L’altra metà di Vasco

Cinema

di Simona Spaventa

Guerra al dolore di Barbara

Sorrentini

Una guerra privata mentre fuori il mondo si evolve (o involve). La storia che racconta Valérie Donzelli con Jérémie Elkaim in Dichiarazione di guerra è autobiografica. E questo impreziosisce un film passato dal Festival di Cannes, premiato a Torino, candidato all’Oscar dalla Francia e ora distribuito in Italia dalla Sacher di Nanni Moretti. I due attori principali sono i veri protagonisti della vicenda narrata. La regista è prima di tutto un’attrice che, segnata da un dramma vissuto con il marito, ha deciso di raccontarlo in un film. Una storia dolorosa che hanno rivissuto e scritto insieme, con lei che si divideva tra recitazione e macchina da presa. Il film si prende il suo tempo, perché la storia viene rivelata con pudore e discrezione. Una storia d’amore (i due protagonisti ci tengono a definirla così): l’amore tra marito e moglie, ma soprattutto quello per il loro bambino. Scoprire che il proprio figlio, all’età di due anni, ha un tumore al cervello. Scoprirlo per caso, a causa di un gonfiore sul viso e di una camminata un po’ storta. Passare da una routine ovattata e infantile, fatta di giocattoli, scuola materna e vita all’aria aperta, alle corsie di un ospedale, tra tubi, macchinari, punture, pastiglie e interventi chirurgici, senza sapere cosa succederà domani, tra alti e bassi, speranze e ricadute nell’angoscia, con medici che non sanno dire quali segni possa lasciare un male apparentemente incurabile e non danno molte speranze. Queste le sequenze del dramma in cui precipita la coppia. Di fronte a una simile tragedia, Giulietta e Romeo (questi i loro nomi nel film) sono impotenti, presi dal via vai continuo tra casa e ospedale, tra il tentativo di riprendere la vita di prima e la disarmante certezza di non riuscire più a ritrovare la serenità. Marito e moglie hanno reazioni diverse. Lui crolla, abbandona e si abbandona; lei va avanti con una forza travolgente, convinta che tutto passerà. Ma non si perdono: l’amore è più forte (e anche un po’ di umorismo li aiuta a restare insieme). Non è un film facile Dichiarazione di guerra: quando si esce dal cinema ci si sente trasformati, la prospettiva cambia. Eppure, nonostante il tema, Valérie Donzelli ha la capacità di trasmettere (anche) leggerezza, tipica di un certo cinema indipendente francese, che rimanda a Truffaut e alla Nouvelle Vague.

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Dichiarazione di guerra, di Valérie Donzelli, dal 30 aprile

Vasco e la Scala. Un binomio che avrebbe dell’incredibile, se non fosse che con lui nulla è scontato. E così, a sessant’anni compiuti, il rocker si prepara all’ultima, chiacchieratissima rivoluzione: entrare lui, profeta della “vita spericolata”, nel salotto buono del balletto classico. Ed entrarci, ovviamente, dalla porta principale, firmando la più attesa tra le nuove produzioni di danza del Teatro alla Scala. Al debutto il 31 marzo, data della “prima” di L’altra metà del cielo (repliche fino al 13 aprile), balletto coreografato dall’americana Martha Clarke e danzato dal corpo di ballo scaligero, musiche e libretto firmati da Vasco Rossi. E se anche da noi il rock aveva già incontrato la danza (era successo tre anni fa con il “rivale” Ligabue, colonna sonora di Certe notti di Aterballetto, coreografie di Mauro Bigonzetti), questa è la Scala, tutta un’altra storia. Da parte del teatro, c’è il tentativo di intercettare il pubblico dei più giovani – complice anche la trama del balletto, che racconta la donna e l’adolescenza attraverso le tre protagoniste di altrettante canzoni, Silvia, Albachiara e Susanna – come aveva detto senza giri di parole lo “zar” Makhar Vaziev, direttore del corpo di ballo scaligero. Che cosa muova Vasco, è più difficile da capire. Forse quella stessa inquietudine che lo ha spinto a farsi oracolo su Facebook con i suoi “clippini” quotidiani (sul suo profilo ha pubblicato anche un’anteprima “abusiva” delle musiche del balletto), a confessarsi in biografie, a dire addio a San Siro. E ora a gettarsi, con l’entusiasmo di sempre, nella nuova passione per la danza. Qualche indizio l’aveva già dato tre anni fa, quando chiamò l’étoile Eleonora Abbagnato per il videoclip di Ad ogni costo, regia di Stefano Salvati. E siccome quando Vasco si butta lo fa con tutto se stesso, nell’ottobre scorso, con lo stesso Salvati, ha fondato il Vasco Rossi Dancing Project per finanziare, con borse di studio, gli allievi della scuole di danza, soprattutto quelli dell’Accademia della Scala. Niente marketing, lui è convinto davvero. Resta da vedere come la prenderanno i fan duri e puri, per cui è ancora il vate della “generazione di sconvolti senza né santi né eroi”. L’altra metà del cielo, musica e testo di Vasco Rossi, coreografie di Martha Clarke Teatro alla Scala, Milano, dal 31 marzo al 13 aprile


Design

Markus Krottendorfer [COURTESY CHARIM GALERIE, VIENNA]

Creazioni condivise

Violenza catartica di Vito

Calabretta

Il tema della violenza è centrale nella società di oggi, anche rispetto al rapporto tra i generi. La Biennale Donna di Ferrara, allestita nel Padiglione di arte contemporanea della città, lo affronta raccogliendo esperienze molto eterogenee. Come dichiara Silvia Cirelli, che con Lola Bonora ha curato la mostra, l’obiettivo è quello di proporre «un viaggio metaforico fra generazioni, mondi e linguaggi diversi, a dimostrazione di come la violenza non abbia età, religione o colore». Si tratta di una eterogeneità calata in un contenitore non molto grande: ventiquattro opere di sette artiste, riconducibili a regioni del mondo e a periodi storici diversi. Se con una simile operazione si corre il rischio di raccogliere un materiale dispersivo e privo di peso specifico, si riesce però a mettere a confronto linguaggi diversi. Tra le artiste presenti c’è Valie Export, importante esponente della recente storia dell’arte femminile, vessillifera del pensiero femminista nell’arte. Accanto alle sue opere, in mostra a Ferrara ci sono anche alcuni dei lavori di un’altra importante figura di riferimento, Nancy Spero, che utilizza codici di comunicazione molto diversi con i quali, si propone/impone in modo piuttosto violento come promotrice di una visione anti-maschile della realtà. Forse, il filo conduttore che si scopre in un percorso ricco di spunti così diversi è proprio questo: la capacità di alcune artiste di parlare della violenza con grande violenza. Tra le opere di Export in mostra, per esempio, c’è anche il totem Kalashnikov (nella foto sopra), una scultura-installazione fatta di soli fucili mitragliatori. Di Spero, invece, vengono proposte iconografie di volti e di persone dove tanto lo stile compositivo quanto l’opera compiuta sono violenti. Passando a creazioni di artiste più giovani, come le corazze di Naiza Kahn o le piastrelle che imprigionano abiti da lavoro bruciati, di Loredana Longo, si rimane colpiti proprio da questa sorta di paradosso. VIOLENCE, L’arte interpreta la violenza, XV Biennale Donna, Padiglione d’arte contemporanea, Ferrara, dal 22 aprile al 10 giugno

Barana

Comunità connesse attraverso reti sempre più allargate, mappe, social network. Basta un veloce clic per condividere pensieri e progetti con un’immagine o una semplice frase. Uno stile che è diventato una forma mentis, al di là della tecnologia. Una cultura di rete che rischia di diventare fine a se stessa e che ha quindi bisogno di nuove intuizioni progettuali. Strumenti, approcci, processi e modi di condivisione creativa che il design può e deve trovare. Da qui, la necessità di analizzare e riflettere sul ruolo della collaborazione tra persone e gruppi, associazioni, designer, artisti e aziende. Questo è Making Together, fare insieme, una mostra voluta da Logotel, service design company italiana, per rispondere a un’importante domanda (“La collaborazione può cambiare la nostra vita?”) e aprire una finestra su uno dei temi più attuali del momento: la relazione tra design e partecipazione. Sul tema si confrontano sette designer e artisti internazionali attraverso una macroinstallazione e una serie di performance creative e laboratori aperti al pubblico, direttamente coinvolto. L’obiettivo infatti non è quello di mostrare oggetti o creazioni, ma di far sentire al visitatore la forza creativa della partecipazione. La mostra vede il contributo di Numen/For Use, Dominic Wilcox, CriticalCity, Demian Conrad, Andrea Valle, Natascia Fenoglio, Love Difference. L’esposizione è arricchita da una serie di progetti collaterali organizzati in collaborazione con i partner dell’iniziativa. Responsabile del progetto è Cristina Favini, la direzione scientifica è a cura di Susanna Legrenzi e Stefano Maffei. Making Together, Spazio Logotel, Milano, dal 17 al 22 aprile, www.makingtogether.it

[Courtesy Carlo Furgeri Gilbert]

Arte

di Claudia

Numen/for use, Tuft, Installazione, Neue Räume, Zurigo, 2011


Rete

Pirati contro l’evasione

Libri

di Arturo

Poveri noi di

Alessandra Bonetti

Capita talvolta di imbattersi in libri che costringono a modificare lo sguardo sulle cose. A morte i poveri della (bellissima) francoindiana Shumona Sinha è uno di questi. La scena che apre il romanzo si svolge nella sala ammuffita di un commissariato di periferia. Una donna è accusata di aver colpito, apparentemente senza ragione, un uomo, “uno di quegli immigrati che invadono i mari come fastidiose meduse e che si gettano sulle rive straniere”. Anche lei è immigrata, la sua pelle color dell’argilla è la stessa di quella della vittima. Perché l’ha fatto? Da dove vengono la rabbia e l’odio che l’hanno portata ad afferrare una bottiglia di vino, sollevarla, sentirne il peso e poi mirare alla testa e sferrare il colpo? Le parole sgorgano urgenti, e portano il lettore fra gli sportelli semiopachi dell’ufficio richiedenti asilo politico e rifugiati, dove la protagonista lavorava come interprete. All’apparenza un incarico semplice. Non era lei a decidere il destino degli esuli, doveva solo tradurne la lingua. Ma in un mondo in cui tra i diritti dell’uomo non c’è quello di sopravvivere alla miseria, i racconti di piogge sporche, di strade fangose e di monsoni interminabili diventano la storia di false persecuzioni, fantasiose ritorsioni familiari o religiose: «Ascoltavo le loro storie dalle frasi spezzate, confuse, sputate fuori come un catarro». Dimenticare la verità e inventarne una nuova, rinnegando la propria identità, umiliandosi. Troppo per chi come lei, da molto tempo, aveva cercato di cancellare nella propria testa “il ricordo della miseria”. Già, la miseria. In un mondo dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, questa non viene solo dal mare. E torna d’attualità: nelle strade di Brooklyn, dove è ambientato Noi, gli animali, del nuovo talento americano Justin Torres. Una storia di famiglia, di branco, di botte che sono il viatico per crescere. Ma c’è tenerezza in quel dolore selvaggio che scandisce l’infanzia di tre fratelli e dei loro genitori bambini. La realtà però è uno spettro in agguato: «Quanto ci vorrà prima che scordino di essere parenti, e comincino a litigare e a fottersi a vicenda?», si chiede uno dei fratelli davanti a una cucciolata di gattini. Poco, davvero poco. I poveri – di denaro e di cultura – diventano grandi in fretta. Anche nella quieta provincia italiana di cui l’enfant terrible Alcide Pierantozzi fa un ritratto sovraccarico di violenza e citazioni. Un gioco d’incastri letteral-televisivi – da “Amici” a Proust – sesso (soprattutto omo) e sigarette a raffica, con morale adolescenziale: i ragazzi hanno bisogno d’amore e lo cercano laddove gli sembra di trovarlo. In una puntata di “Amici” o nello sguardo “verde Shrek” di Ivan il terribile. Shumona Sinha, A morte i poveri, Barbès, 176 pp., 14 euro Justin Torres, Noi, gli animali, Bompiani, 250 pp., 16 euro Alcide Pierantozzi, Ivan il terribile, Bompiani, 324 pp., 19 euro

Di Corinto

Quasi in sincrono con il recente patto antievasori fra governo e Comuni, gli hacker di Globaleaks hanno proposto di usare la propria piattaforma di whisteblowing per sviluppare il progetto di trasparenza contributiva evasori.it (www.evasori.it). Qui è il cittadino a inviare in maniera anonima, facile e veloce, segnalazioni circostanziate sull’evasione fiscale di soggetti privati e pubblici, ricevendo anche un premio, qualora accetti di essere identificato. Le segnalazioni – documenti, registrazioni audio/video, dati georeferenziati da smartphone – vengono raccolte attraverso un sito web nazionale e inviate in maniera automatica ai comuni, ai quali conviene attivarsi. È infatti proprio a questi ultimi che, dopo gli accertamenti dell’Agenzia delle entrate, viene destinato il cento per cento del gettito recuperato. Il sito pubblica anche le statistiche sui parametri qualitativi e quantitivi delle segnalazioni inoltrate. In un clima di austerity e tensione sociale, il cittadino viene così incentivato a fare la sua parte, partecipando al controllo diffuso del territorio a protezione delle finanze pubbliche; il Comune incassa i soldi e gli evasori smettono di fare i furbetti per paura di essere scoperti. È un’idea con un buon potenziale di deterrenza, ma che potrebbe scontrarsi con pregiudizi e ostilità in un Paese come il nostro, in cui la pratica del whistleblowing (spifferare, in italiano) è ritenuta politicamente scomoda e di difficile proposizione, e dove la segnalazione fatta nell’interesse pubblico non è ben vista (lo dice Transparency International nel suo report sull’Italia). Per questo i suoi ideatori ora sono in cerca di sponsor per coinvolgere la società civile e le istituzioni nella realizzazione di un modello efficace di Tax Whistleblowing, per ridurre il rischio dell’impopolarità, che tanto preoccupa la casta. Tratto distintivo del progetto è l’utilizzo di tecnologie open source, capaci di garantire efficacemente l’anonimato degli utenti che denunciano l’evasione: sono le stesse del progetto Tor, il sistema anticensura che oggi permette al popolo siriano di far filtrare le notizie sulle stragi commesse dai soldati agli ordini del presidente Bashar al Assad, senza timore di ritorsioni, rendendo impossibile l’identificazione delle fonti.

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la posta del cuore di

Claudio Bisio

foto

Nana Bianca

per scrivere: cuore@e-ilmensile.it

Anche questo mese vorrei lasciare la parola a voi. Lo ammetto, le lettere che arrivano non sono centinaia ma sono così intense, personali e toccanti che è quasi impossibile sintetizzarle, citarle appena o sorvolare. Ecco, quindi, un paio di testimonianze vostre. Una è quasi una poesia, l’altra un urlo. Solo con il cuore. È con il cuore che cucino. Che leggo. Che canto. Che parlo. È con il cuore che guardo gli occhi di chi mi sta di fronte. Che lavoro. Che piango. Che rido. È con il cuore che guardo il tramonto. I suoi colori. È con il cuore che ascolto. Che lavo. Che stiro. È con il cuore che leggo. Che scrivo. Che parlo. Gli altri organi sono subordinati alla legge del mio cuore. È lui ad avere sempre la maggioranza. Rischio. Sempre. Di soffrire. Per eccesso d’amore. Ma non mi pento mai. Ho sempre amato con onestà. Con lealtà. E quando è finita ho detto: «Non ti amo più». C’è il medico che cura le malattie del cuore. A me piace curare quelle dell’anima. Aiutare le persone a trovare la serenità. A risolvere un problema. A vedere la luce anche quando è buio.

lo dice lo specialista alla seconda visita, un po’ meno cara, ma chi se ne frega! Aspettare, aspettare. Ti ascolto, ti incoraggio, ma la paura di non risolvere assale anche me, e anche gli altri sicuramente, ma possiamo dircelo perché il nostro compito, di sorelle, fratello, madre, marito, è aspettare e incoraggiarti. Ma l’incubo non finisce, tu ti senti inadeguata, disturbi ovunque. Gennaio, febbraio sta passando, le pastiglie ti hanno trasformata; sei grassa e tremi, tanto. Ma pazienza, è tutto normale. Normale il cavolo! Non finisce più, le nostre parole sono sempre le stesse, le pastiglie cambiano ma la voglia di vivere non c’è ancora. I pensieri negativi assalgono anche me, anche noi. Il sentirsi impotenti dopo aver provato di tutto per riaccenderti è una sensazione che ormai proviamo troppo spesso, ma non permettiamo che assalga tutti nello stesso momento, non possiamo permettercelo, dobbiamo vigilare. Continuiamo ad andare avanti con tanta speranza e con mille emozioni nascoste, che non possiamo esternare, ma che son convinta siano le stesse per tutti quelli che ti vogliono bene. L’attesa di un miracolo e la paura di vederti sempre così, spenta. Scusate, volevo solo dare sfogo a mesi di rabbia e sofferenza, con la consapevolezza di avere la fortuna di fare parte di una bella famiglia.

Lo faccio scrivendo poesie. Ora sogno di incontrare l’amore. Quello, non l’ho incontrato mai.

Loredana

Carla

Il cuore si spegne, il sole non ti illumina, il vento non ti agita. Nulla, non esiste più nulla intorno a te. Quindi la cosa più logica è voler fuggire da questo torpore, spegnere la mente che vede tutto nero. Finire. Farla finita. Ma noi non te lo permettiamo, ti stiamo appiccicati. Mattina, sera, notte. E parliamo, incoraggiamo, forse non capiamo abbastanza. In certi momenti ci arrabbiamo, ti sproniamo alla vita. Ma gli esperti dicono che è inutile. È la terapia che deve fare il suo corso. Pastiglie, pastiglie mattina e sera, la tua salvezza. Sì, ma quando? Maggio, giugno, l’estate, estate con il mare che non ti emoziona, il caldo che peggiora il tuo malessere. Settembre, ottobre, la speranza sfumata anche in una clinica, che sembrava un’ancora di salvezza. Sembrava. Novembre, Natale, nuovo medico, ottimo e carissimo specialista, nuova pastiglia, barlume di nuova speranza quando vediamo mezzo sorriso, che poi si spegne. Si riaffonda, torna un pizzico di sorriso, tutti intorno siamo felici, troppo e non dovevamo perché la paura di vivere ti riattanaglia. Sei in una morsa, vuoi precipitare, ma noi non te lo permettiamo, è solo questione di tempo,

E vorrei lasciarvi con un poeta il cui cuore si è fermato così, all’improvviso, senza un perché, senza preavviso, ma che proprio del cuore aveva scritto: Di che cosa è fatto un cuore E di che colore è? Cosa c’entra con l’amore? Cos’ha che fare lui con me? Che non mi nascondo neanche dietro un dito Né ho mai acceso un cero dietro te Tu cuore ma quante volte mi hai tradito? A quale gioco giochiamo io e te? Puoi sentirmi, puoi capirmi, puoi scordarti di me? Io stasera faccio a meno anche di te Tu non hai niente più da dirmi Né io niente da dire a te. Lucio Dalla

I


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ll’alto, Terra da a tossica ma bell

Nuhefendic´ Maggiani.Azra ieri.Maurizio globali.Fincant Bosnia.Gialli

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di

Paolo Piagneri

foto

Mattia Velati

Il Centro in numeri Città: Lashkargah (Helmand) Inizio attività cliniche: settembre 2004 Aree di intervento: chirurgia per feriti di guerra e da mina, traumatologia Posti letto: settanta Struttura: pronto soccorso, ambulatorio, laboratorio, banca del sangue, radiologia, due sale operatorie, sterilizzazione, terapia intensiva, quattro reparti di degenza, fisioterapia, farmacia. Magazzini, cucine, mensa, lavanderia, officina di manutenzione, tre uffici, stanza generatore, sala riunioni Personale nazionale: 215 Pazienti trattati in ambulatorio: 71.786 Pazienti ricoverati: 13.935 Interventi chirurgici: 16.925 (dati aggiornati al 31/12/2011)

Chi curo per primo? La salute è un diritto universale, di tutti; significa avere diritto alla vita. E sembra un diritto così scontato che a volte si finisce per non ricordarlo. Ma questo non succede quando anche una Ong come Emergency deve far fronte a dei limiti dettati dalla situazione in cui si vive. Ho sempre sentito parlare di admission criteria, i criteri di ammissione, nei nostri ospedali, ma non ci avevo mai dato un grande peso: pensavo fosse una regola come le altre. I criteri di ammissione stabiliscono i casi clinici che possono essere ammessi e curati all’interno dell’ospedale. Quello di Lashkargah ha una capienza di settanta posti letto e, se offrissimo cure per qualsiasi tipo di patologia e incidente, probabilmente non ci basterebbe un ospedale dieci volte più grande. Sarebbe impossibile anche solo iniziare a lavorare. Quindi bisogna fare delle scelte: sono ammessi tutti i feriti di guerra, vittime di incidenti stradali e traumi fino a quattordici anni, e feriti o malati che, per qualsiasi altra ragione, si trovino in pericolo di vita o siano stati rifiutati da altri ospedali. È tutto logico e giusto, altrimenti l’ospedale non potrebbe lavorare. Ma delle volte questa logica non è in grado di fornirti delle spiegazioni razionali. Verso mezzogiorno arriva in fisioterapia un bambino per rimuovere la doccia gessata, che gli abbiamo messo quattro settimane fa, e per iniziare la riabilitazione. Così io e i miei colleghi facciamo il nostro lavoro e, a fine seduta, chiediamo al padre di tornare dopo tre giorni per continuare il programma di recupero. Quest’ultimo annuisce, ma prima di andare via ci chiede se possiamo fare qualcosa per l’altro problema che dalla nascita affligge questo bambino di sei anni: una malformazione congenita alla vescica e alle vie urinarie. In Italia una patologia del genere sarebbe trattata nei primissimi mesi di vita, ma non qui. Chiamo Marilena, l’infermiera, le mostro il caso e mi suggerisce di parlarne con Sandro e Khushal, i due chirurghi. Entrambi riconoscono subito la patologia e dicono che questo bambino ha bisogno di chirurgia specialistica. Che però noi non possiamo offrire. Non rientra nei criteri e non abbiamo i mezzi per affrontare il suo problema. Il padre ci chiede, così, come possa fare, a chi possa rivolgersi, perché il bambino a volte ha anche dolore e altri sintomi che indicano una certa urgenza nel dover affrontare il caso. Khushal, il medico locale, gli dice

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che negli ospedali di Emergency non è possibile curare questa patologia e che dovrà rivolgersi a un centro specializzato di Kabul. L’uomo, però, non sembra molto felice della risposta: la capitale si trova a più di ottocento chilometri di distanza e lui non ha i mezzi economici per affrontare il viaggio. Mentre tentiamo di trovare una soluzione, alzo gli occhi e vedo sul diafanoscopio dell’Opd (Outpatients Department, l’ambulatorio) due radiografie orrende. Così mi giro con gli occhi sbarrati verso Roberto, infermiere di pronto soccorso, che mi dice: «Visto che roba? Sono di quella bambina là». Mi volto e vedo una bellissima ragazzina con i capelli neri che sorride con lo sguardo, avrà forse dodici anni. «Ha l’osteomielite», continua Roberto. «Le ha causato la frattura che vedi forse mentre stava solo camminando». La tibia di questa bambina è infetta, la gamba presenta fistole evidenti, segno di una sepsi che sta andando avanti da parecchio tempo. «Le diamo degli antibiotici e le mettiamo una doccia gessata per la frattura ma non la ricoveriamo, non rientra nei criteri», mi dice Roberto con uno sguardo che mostra tutta la sua impotenza di fronte a questa situazione. Non so che fare, né cosa pensare. Davanti a me c’è questa ragazzina, dietro di me questo bambino con una malformazione congenita. Li guardo, li osservo, penso, poi guardo Sandro e Marilena, vorremmo tutti fare qualcosa, ma più di tanto non si può. Allora nella mia mente si scatenano il caos e la rabbia, una grande rabbia. Penso che di là, in quelle corsie, ci sono persone ricoverate perché si stavano sparando. Questi due bambini non stavano facendo la guerra; hanno più diritto loro a essere curati. Loro non hanno fatto niente. Perché questi criteri? Per qualche secondo me la prendo anche con Emergency. Non parlo, esco dal pronto soccorso, devo andare via. Quale sarà la fine di questi bambini? Quando si ha dolore, e si è malati, si sta male: è un logorio continuo che arriva a privarti di qualsiasi speranza. E tutto questo è amplificato e ingigantito se vivi in un Paese che non riesce a fornirti le adeguate cure sanitarie, dove non ci sono tutte le comodità e i servizi che siamo abituati ad avere. Allora perché non dobbiamo ammettere questi bambini? Perché? Mi faccio un giro nel giardino dell’ospedale, devo schiarirmi le idee e, alla fine, mi arriva la solita maledetta risposta: Paolo, è la guerra. Quella dannata guerra che ha distrutto tutto. Le scuole sono pochissime, le università altrettanto. La gente è povera, non ha soldi per spostarsi o studiare e la sanità è inesi-


stente. Tutto questo per più di trent’anni di guerra che non accenna a scemare. Si legge che sono stati investiti svariati miliardi di dollari nella costruzione di ospedali, scuole e cose simili: ma dove sono? Dove? Sicuramente di casi come quelli di questi due bambini qui a Helmand ce ne sono a migliaia: se iniziassimo a curarne uno dovremmo curarli tutti, come si potrebbe fare distinzione? Non sarebbe possibile, dobbiamo fare delle scelte. Non si tratta di stabilire chi ha più o meno diritti. Tutti hanno diritto alla salute, dal bambino al criminale più feroce. Sembra assurdo, ma è così, non sarebbe un diritto universale altrimenti. Mi siedo sulla panchina del giardino che è di fronte al pronto soccorso e guardo l’enorme scritta che si trova davanti a me: Emergency Surgical Center for Civilian War Victims. Non è colpa di Emergency se questi due bambini non possono essere curati da noi. Fare tutto è impossibile, bisogna scegliere. Emergency cura le vittime di guerra, di quella infame guerra che ha ridotto questo Paese in ginocchio. Talvolta si cerca anche di andare oltre ai criteri di ammissione, ma più di tanto non si può. Per poter curare tutti i feriti di guerra, bisogna rinunciare a curare qualcun altro. È difficile da capire,

molto difficile, ma è così. La guerra rende normale ciò che per noi è anormale. Allora a tutti coloro che scelgono la guerra “perché diversamente non si può”, “perché la democrazia e i diritti...”, “perché i bombardamenti sono necessari...”, mi viene da dire: «Venite a vedere che stato di democrazia porta la guerra! È la democrazia della sofferenza. Venite e leggerla negli occhi di questi bambini e dei loro genitori che ti guardano chiedendoti aiuto e il perché di tutto questo». Poi potrete dire che “purtroppo è un male necessario” e girarvi dall’altra parte magari dando anche spiegazioni tecniche e geopolitiche alquanto dettagliate e incomprensibili, ma sappiate che state scendendo allo stesso livello di quei criminali che tanto volete cacciare. Perché questo e nient’altro è la guerra: un orrendo crimine verso la gente che la subisce e un enorme affare economico per chi la fa. (Paolo Piagneri è fisioterapista nel Centro di Lashkargah)

U

Afghanistan Dal dicembre 1999, Emergency ha curato in Afghanistan 3.188.325 persone. Ha costruito un Centro chirurgico e un Centro di maternità ad Anabah, nella valle del Panshir, un Centro chirurgico a Kabul, un ospedale a Lashkargah e una rete di 29 Posti di primo soccorso (Fap - First Aid Post) e Centri sanitari (Phc - Primary Health Clinic). Dal 2000 Emergency è impegnata in un programma di assistenza sanitaria ai detenuti delle maggiori carceri del Paese. In più di 40 anni il conflitto afgano ha causato un milione e mezzo di morti e quattro milioni di profughi. Denutrizione, scarso accesso ad acqua sicura, infezioni gastrointestinali e alle vie respiratorie non trovano risposte in un sistema sanitario nazionale inadeguato ai bisogni della popolazione.


la posta di E Ho letto l’articolo di Valentino Necco intitolato Gli estremisti della libertà, su E di marzo. Ho trovato notevole l’idea di pubblicare il condensato di informazioni e giudizi sopra alla cosiddetta “galassia degli ultraliberisti italiani”. La scelta del tema è di per sé di rilevante attualità. Apprezzo in particolare quel po’ di correttezza che ha portato l’autore a riportare alcuni punti di vista eterogenei all’interno del gruppo di pensiero (Nicola Rossi sulle missioni militari, Paolo Leon sull’equivalenza aurea). Comprendo, ovviamente, il distacco che una pubblicazione connotata come E mostra nei confronti di chi pensa che “sarebbe da privatizzare tutto, compresi polizia, esercito, scuole, ospedali e tribunali” . Non condivido tuttavia l’impostazione che si ingegna per non lasciar trasparire nulla di ragionevole dalle idee di questi “pensatori”. Infine, ma non per importanza, francamente mi ripugna constatare che si sia cercato, con la grafica, con le immagini, con l’incipit, con tutto il “mestiere” possibile, di associare la “galassia degli ultraliberisti” alla smania di portare le armi. Non è così, e lo so io come lo sa il signor Necco. Il tema è del tutto marginale sia nell’articolo, sia nel pensiero delle persone citate. Questo è un cattivo uso della ragione, della persuasione e dell’informazione. Giovanni Panzieri Effettivamente, come dice lei, siamo connotati e non l’abbiamo mai nascosto. Non ci piacciono le armi, dalle pistole agli F-35, dalle mine alle mitragliatrici, dai missili ai coltelli a serramanico. Lei trova “notevole” l’idea di occuparsi della cosiddetta “galassia degli ultraliberisti”. Grazie di averlo percepito, in effetti è una realtà piuttosto ignorata. Per il resto, solo critiche. Vediamo di capirci, se possibile. Valentino Necco ha riportato correttamente le posizioni ideologiche, tant’è che nessuno dei diretti interessati ha ritenuto di doversi lamentare. La ripugnanza che ha provato lei deriva, secondo me, da un’errata lettura della grafica. Le immagini di un unico servizio, che si riferisce ai festeggiamenti di Pasqua in Sardegna (la precisazione è nella didascalia di pagina 15) coprono tre dei quattro pezzi in cui s’articola il dossier: quello che sta a cuore a lei, quello sul collezionista d’armi e quello sul Catalogo nazionale delle armi. Questa è una scelta di impaginazione, nemmeno ci sfiora l’idea di colpire alla pancia il lettore, come spesso fa il quotidiano cui collabora Oscar Giannino, ma non m’illudo che lei a quella testata abbia dato lezioni di giornalismo. Ci creda o no, noi preferiamo arrivare alla testa e al cuore del lettore. Infine, le accuse di cattivo uso della ragione, della persuasione e dell’informazione sono rispedite in blocco al mittente. (gm)

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Ho letto l’articolo a impronta agiografica e oleografica Arzignano, futuro a Nordest; non avete l’idea della distruzione del tessuto sociale e della devastazione del territorio. Se volete parlare di queste cose per il Veneto prima leggete Schei di Gian Antonio Stella. Cordiali saluti Francesco Borgato Schei l’abbiamo letto, come tutti i libri di Stella, che è un amico e collaborerebbe volentieri a E (ipse dixit) se non glielo impedisse un contratto d’esclusiva con il Corriere della sera. Detto questo, c’è da aggiungere che tra un articolo e un libro c’è una bella differenza. In tempi di crisi, l’inchiesta sui distretti (il Veneto delle pelli, l’Emilia delle piastrelle, le Marche delle scarpe) era incentrata sui livelli d’occupazione. Dell’odore acre, della pulizia dell’aria e dell’acqua, della gestione dei fanghi c’è ben più d’un cenno, nella parte del servizio dedicata ad Arzignano. A me tirare in ballo agiografia e oleografia pare fuori luogo, ma sono il direttore e in quanto tale sospettabile di parzialità. Di inquinamento e ambiente ci siamo occupati quasi in ogni numero, per un anno: dal primo numero (Taranto) a questo che avete per le mani. È un dovere, nessuno chiede medaglie. Una, molto piccola e di carta, E la meriterebbe per una caratteristica non molto diffusa in Italia: pubblicare anche le lettere scomode. (gm)

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illustrazione

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E il mensile aprile 2012