Cavour

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Monterosi, Sala Consiliare, sabato 21 novembre 2015



Camillo Benso di Cavour “Il buono e generoso Padre della Patria nascente”

di Patrizio Gravano

Scheda elaborata in occasione della giornata di studio su Camillo Benso, Conte di Cavour, politico e statista, artefice dell’Unità nazionale

Presidenza della Sezione di Monterosi - Tuscia Sud (Sala Consiliare del Comune di Monterosi, 21 novembre 2015)


“In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il Conte di Cavour” Klemens Wenzel von Metternich

1. Il periodo giovanile. – Camillo Benso di Cavour era rampollo (secondogenito) di una famiglia nobile piemontese. Il padre Michele Benso, figlio di Filippina di Sales e discendente, secondo certe fonti, da una donna Bentia, erede di una famiglia patrizia della repubblica di Chieri, era marchese “di antico lignaggio”, stimato da Carlo Alberto. I Benso divennero conti di Cavour o meglio marchesi di Cavour con Carlo Emmanuele III di Savoia, secondo Re di Sardegna, poiché il marchesato di Cavour si era estinto.

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Il padre fu Vicario, una carica di grande prestigio che sommava poteri amministrativi e di polizia, di Torino. Non volle diventare viceré di Sardegna. Sposò Adele de Sellon, ginevrina, di origini ugonotte, ma convertita al cattolicesimo. È stata descritta come donna fermissima, di solidi principî morali. La sposò pur non essendone innamorato, realizzando una prassi costante in quei tempi. Camillo nacque da quel matrimonio il 10 agosto 1810. Ebbe come madrina di battesimo Paolina Borghese, moglie di Camillo Borghese, Viceré napoleonico. Conosceva il francese, l’italiano e il piemontese. Visse nell’infanzia tra Santena e Torino. Ebbe sempre problemi con l’ortografia! Era un ragazzo difficile ma quando era di buon umore “gentile e piacevole”. Ci si azzardò a dire (ovviamente molto tempo dopo...) che fosse bipolare, depresso e ansioso. Con ogni probabilità sono esagerazioni. Era comunque irrequieto. Mangiava molto e bene. Adorava il bordeaux.

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Dopo l’eclissi napoleonica eccoci alla Restaurazione. Ritornano i Savoia. A dieci anni entra come cadetto all’Accademia militare di Torino. Successivamente, il nostro Camillo, sempre un po’ impacciato, entra a corte come paggio, ormai ha 14 anni. Era il 1824. Un disastro... Non sa stare al suo posto. Viene allontanato. Era considerato “un piccolo giacobino”. Egli avrebbe pronunciato questa frase: “Non vedevo l’ora di togliermi questa livrea da lacchè!”. Nonostante i non idilliaci rapporti tra Carlo Alberto e Carlo Felice, questo ultimo decise di allontanare Camillo da corte. Diverrà ufficiale del Genio, entrando nel corpo degli ingegneri dell’Esercito. Fu sottotenente del Genio nel ‘26 ma, forse per motivi di salute, prese servizio solo qualche mese dopo (febbraio 1827). Sono di quegli anni l’interesse per l’economia politica e in particolare per le teorie di Jeremy Bentham, uno degli iniziatori

della

teoria

dell’utilità,

quantificabile

matematicamente ma anche sostenitore della esigenza delle riforme

economiche

che

consentissero

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una

generale


elevazione degli standard per il maggior numero possibile di persone. Gli insegnanti che ebbe non poterono non notare la sua spiccata inclinazione per la matematica. Cavour comprese l’importanza formativa degli studi scientifici e matematici in particolare arrivando ad affermare che “la mia testa deve molto alle matematiche. Esse formano l’ingegno e insegnano a pensare”. Era uno spirito pratico, concreto. Pensava

già

infrastrutture,

alle come

opere

pubbliche,

elemento

di

oggi

diremmo

progresso

alle

sociale

ed

economico di un Paese. Venne inviato in più località del Regno con l’ordine di vigilare sulla costruzione delle opere militari. Fu (dalla metà di ottobre del ‘28) a Ventimiglia, ove fu incaricato di collaborare a mettere in efficienza due vecchi forti del sistema difensivo genovese, quello di San Paolo e quello dell’Annunziata, e quindi a Genova, dal 1815 parte del Regno sardo. Tra il periodo ventimigliese e quello genovese vi fu anche un periodo nel fu inviato in altri due forti: Exilles e Lencillon, vicino Modane e un periodo (siamo arrivati all’autunno del ‘29) di tre mesi a Ginevra.

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Nel 1830 è assegnato a Genova. Questa era sicuramente una cittĂ vivace, il contrario di Torino. Qui fece molti incontri, i Pallavicini, i Giustiniani, etc. A Genova cominciavano a circolare le idee garibaldine. Vi nacque Mazzini. In quel periodo, nel quale il suo compito era quello di dirigere il Genio, ebbe molti contatti e relazioni (pensiamo ai de la Rue, noti banchieri). Le donne erano per lui un poco come i tartufi e il buon vino. Ma ciò non è tutto: basti pensare al trasporto della relazione con la Nina, figlia del marchese Schiaffino, divenuta moglie di Stefano Giustiniani, Ăź đ?‘†đ?‘Ąđ?‘’đ?‘Łđ?‘Ž. In quei tempi si distingueva tra sesso e amore. Mal sopportava l’ambiente militare. Venne inviato, siamo nel ‘31 e da poco regnava Carlo Alberto, a Bard, nel piĂš assoluto “quietismoâ€?, con un trasferimento che aveva un che di punitivo, e poi si congedò (era miope). Era molto spesso insofferente per i superiori. Nel periodo genovese venne controllato dalle autoritĂ di polizia in quanto nel salotto della Giustiniani, che poi divenne mazziniana e repubblicana, si erano diffuse manifestazioni di apprezzamento per l’avvento al trono di Luigi Filippo.

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Giravano anche voci di una sua “iscrizione” alla Carboneria, peraltro sementita dall’interessato. Rientra a Torino. Si pregava la morte. Siamo al 1834, Camillo è Sindaco di Grinzane (dal ‘32 gli era stata dal padre affidata la tenuta), ma è anche “abbattuto e triste”, nonostante alcune “capatine” a Torino, nell’Ambasciata di Francia, ove frequentava il conte d’Haussonville, le cui idee coincidevano con le sue, almeno fino a quando non riceve, dopo un periodo di silenzio, alcune missive della Giustiniani, che ha preso stanza in un albergo di Torino. I due si incontrano all’Opera. Ma appare Giustiniani, il marito, e la cosa finisce lì. Poi si rividero. Si vedranno più volte, anche a Voltri. La nostra eroina romantica non cede. Quella tra i due fu una relazione “avventurosa e romantica”, contrariamente a quella di stampo “quasi coniugale” quale quella che ebbe con la Ronzani. Era mazziniana, ma non lo esternava a Camillo, sapendo quanto fosse ostile ai repubblicani. La Giustiniani non fu mai orientata a fuggire con Lui. Camillo era sinceramente innamorato. Ne parlò anche alla madre.

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Di lì a poco scrisse nel suo diario (mi riferisco a Camillo) di aver sedotto Clementina della Rovere, moglie del marchese Carlo Guasco di Castelletto, una “seduttrice di prim’ordine”. Già dai primi anni Trenta il Conte era noto alla polizia imperiale austriaca, che non mancava occasione di riferire al Principe di Metternich. Da una di quelle missive risultano “i suoi propositi e il legame intimo con altri malpensanti”. Era ritenuto “provetto nella corruzione dei principî politici” e alla fine si disponeva, con circolare del 1° giugno 1833, di impedire al Cavour l’accesso al Lombardo-Veneto: egli era “escluso dalle province soggette all’Austria”. Nel ‘36 poté comunque recarsi in Austria per comprare pecore merinos. Camillo mise fine alla relazione con Nina, che secondo alcuni Lui riuscì a influenzare politicamente, che poi finì suicida a trentatré anni, il 30 aprile 1841, dopo sei giorni di agonia. Fondazione della Società del Whist (1841), noto gioco di carte. Giocava a carte ma aveva anche tempo per opere filantropiche, in linea con la tradizione materna dei de Sellon. Quando alla fine degli anni Trenta si fece promotore, con altri, degli Asili d’infanzia, fu osteggiato duramente dai conservatori,

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quali Solaro della Margherita, che temeva sudditi “indifferenti alla religione”. Ricordiamo che erano anche gli anni in cui iniziava la sua attività Giovanni Bosco. Gli studi all’estero, furono veri e propri viaggi di formazione. Dovette recarsi in Francia, a Parigi, per vendere alcune foreste. Il marito di Vittoria (sua zia) era il duca di ClermontTonnerre. Si giocò i proventi di quelle vendite in Borsa e perse un sacco di soldi, puntando sul ribasso dei titoli per effetto di una possibile imminente guerra tra Francia e Inghilterra. In precedenza, però, guadagnò 15 mila sterline dopo una “soffiata” di una dama, amante di un diplomatico britannico in Francia. Per questo fatto si esaltò al punto di sentirsi infallibile. Viene redarguito dal padre che però non lo scarica. Lo invita anche a sposarsi. Ed eccoci ai viaggi europei. Queste furono vere e proprie “esperienze di liberalismo europeo”.

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Il suo interesse era tutto “occidentale”, verso la Francia, il Regno Unito e qualche toccatina anche nei Paesi Bassi. Guardava ad occidente perché vi vedeva il progresso opposto alla reazione, al passato tuttora presente dei paesi orientali, quali la stessa Russia. Già nel ’35 partendo da Ginevra andò in Francia. Era molto curioso. Visitava ospedali, carceri, scuole, monumenti... “fino a mezzanotte”. Seguì anche i dibattiti parlamentari sia in Inghilterra che in Francia. Capiva il nuovo, rendendosi conto che “la nobiltà (...) era giunta al tramonto”. Era pratico di economia e ora poteva vedere la prassi industriale affermarsi, specie nel Regno Unito. “Fu per tutta la vita sostenitore del libero scambio” e “vedeva nel successo economico il segno del merito e considerava il merito come una grazia di Dio” (de Feo, op. cit.). Comprese anche l’importanza dell’opinione pubblica e del ruolo dei giornali. In quel periodo, leggere il Times divenne per lui una consuetudine. Vi era nella sua mente anche una consapevolezza dell’esigenza di solidarietà, di opere che aiutassero i poveri.

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In Inghilterra non fu a favore dell’indipendenza irlandese: non la divisione ma una saggia politica economica per lui avrebbe risolto il problema. Rimase affascinato dalle prime ferrovie. Fece il suo primo viaggio in treno il 20 agosto 1837 tra Parigi e St. Germaindes-Prés, 18 Km in 25’.

2. Cavour imprenditore. – Dobbiamo ricordare quanto per lui fossero importanti le innovazioni in agricoltura e zootecnia. In particolare, come ricorda Denis Mack Smith, Cavour, che sicuramente fu “innovatore audace e fortunato”, si era prodigato per introdurre “i moderni metodi di contabilità, la rotazione delle culture, nuovi sperimenti di irrigazione e di allevamento del bestiame, macchine per la produzione dello zucchero di barbabietola e la brillatura del riso”. Non perse mai di vista il fine ultimo dell’attività economica, il vantaggio economico. La rotazione frumento → grano turco “con i trifogli di tempo in tempo coltivati come raccolta sottratta”, divenne la prassi. I rendimenti erano buoni e il prezzo dei fitti dei terreni lo testimoniava abbondantemente.

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Avrà stretti contatti con Rocco Colli, esperto di tecniche idrauliche per l’irrigazione agricola. Già

dal

1850,

ministro

della

Corona,

intendeva

far

comprendere “che “il Risorgimento (...) era (...) anche una rivoluzione interna mirante ad introdurre la libertà economica, civile e politica”. Fu

artefice

dell’istituzione

della

Associazione

agraria,

nonostante la “solita” opposizione di Solaro della Margherita, “goffa e mediocre figura”, come l’ha definita l’Omodeo. Lo scopo insito in questa pregevole iniziativa, come ricorda il de Feo, “era di favorire l’incremento dell’agricoltura, risorsa essenziale del Piemonte, e delle arti e delle industrie che vi si riferivano, con lo studio ed il pubblico dibattito circa le innovazioni di tecnica agricola introdotte nei paesi più progrediti”. I contatti con gli agricoltori europei erano essenziali. Questi – oggi diremo “confronti” – erano anche molto utili per uscire dal provincialismo imperante. Egli

ben

comprese

in

prospettiva

l’importanza

dell’industrializzazione, quantunque non sorse in Piemonte alcun centro industriale. Nei suoi viaggi era rimasto affascinato dalle prime reti ferroviarie, è utile ribadirlo.

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Lo contraddistingueva una solida “fede” nel progresso come strumento di elevazione di tutte le classi sociali, senza bisogno di pericolose rivoluzioni.

3. La gioventù politica. - 1847, il Risorgimento si avvia. “Tutto si andava riscaldando”, come è stato scritto! Nel 1846 in giugno Mastai-Ferretti diviene Romano Pontefice con il nome di Pio IX. Cavour, deluso anche per i dissapori interni all’Associazione agraria, si dichiarava favorevole ad una costituzione. Cavour comprese, memore delle sue esperienze britanniche, l’importanza di dotarsi di un foglio, che veicolasse le sue idee. Il

dicembre

del

‘47

usciva

il

primo

numero

del

“Risorgimento” nel quale Cesare Balbo scolpì il programma politico dei riformatori, tutti orientati alle riforme ma non alla rivoluzione, “ad unione coi principi suoi”, evitando spinte provincialistiche e “eccessive pretese popolari”. Vennero, per così dire, fissati i paletti del moderatismo liberale.

Non

fu

deluso dallo Statuto

albertino, che

quantunque

concessa di certa scienza dal Sovrano conteneva comunque il

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riconoscimento dei diritti fondamentali e il principio della separazione dei poteri. Ed eccoci appunto al 1848, un anno nel quale tutta l’Europa è in subbuglio. Il nuovo anno inizia con la concessione delle costituzioni, iniziando dal Regno delle due Sicilie. Carlo Alberto, dopo aver pensato alla abdicazione, non tenendo fede all’impegno assunto nel 1824 all’atto dei suo rientro, sospinto dagli eventi, si adegua, sulla base del voto unanime del Consiglio dei Ministri e di molti altri commis. Cavour nei suoi scritti sul Risorgimento si dichiarerà a favore della elezione diretta dei deputati e del collegio uninominale. A Vienna il Principe di Metternich perde il suo posto di Cancelliere. I moderati temono sempre più l’avvicinarsi di evoluzioni rivoluzionarie, difficili da controllare. Egli chiede la guerra all’Austria, in grandi difficoltà per effetto delle rivolte nazionali, specie quella magiara. Scrive articoli sul Risorgimento, il giornale fondato da Cesare Balbo. Il

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marzo

i

torinesi

apprendono

antiaustriaca di Milano.

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della

sollevazione


Diviene deputato con le elezioni suppletive del 26 giugno 1848, sedendo sui banchi di destra. Prese la parola per la prima volta nella tornata del 4 luglio. È all’opposizione durante i governi Balbo e Casati. Perse il nipote Augusto nella battaglia di Goito. Ed eccoci arrivati alla ingloriosa fine della prima guerra di indipendenza, con l’armistizio di Salasco (9 agosto 1848). Momenti grami anche a Torino dove si susseguono i Governi Alfieri di Sostegno (Cavour difende il governo nella tornata dal 25 agosto) e di Perrone di San Martino. Ora

Cavour

è

già

più

cauto:

critica

Gioberti

ancora

velleitariamente a favore della guerra all’Austria. Il Cavour di quegli anni giovanili è a favore dell’imposta proporzionale, non della progressività di essa. Questi governi, che furono appoggiati dal Cavour, portano il Regno sardo alle elezioni del gennaio 1849, quando Cavour perse il seggio al ballottaggio. Cambiò

nuovamente

linea

propugnando

ora

la

guerra

all’Austria. Anche Egli fu preso dallo sconforto e dalla disperazione dopo la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), “la fatal Novara”.

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4. Cavour verso la leadership dei moderati. – Novara porta in “dote” l’abdicazione di Carlo Alberto di Savoia Carignano. Gli succede Vittorio Emanuele II, che chiama al Governo Gabriele de Launey. Scoppia anche una rivolta a Genova, che venne domata. Quindi si ebbe l’incarico a Massimo D’Azeglio, forse l’uomo più saggio del periodo. Il periodo è però ancora molto instabile. Ci si decide per lo scioglimento della Camera dei deputati. Il nuovo Sovrano comprende la difficoltà del momento e con il Proclama di Moncalieri (20 novembre 1849), scende in campo e gioca la sua partita. Egli chiede al ristrettissimo corpo elettorale di eleggere deputati moderati. Cavour è eletto nel Collegio di Torino I (ottenendo 307 voti contro 98 del rivale). Contribuì al piano di fusione tra la Banca di Genova e la nascente Banca di Torino, dando vita alla Banca nazionale degli Stati Sardi. È a capo della maggioranza moderata. Comprende l’esigenza di riforme che stacchino il Piemonte dal blocco cattolicoreazionario dominante in Italia.

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Quando, essendo Presidente del Consiglio il D’Azeglio, si discutevano le “leggi Siccardi” ebbe, nella tornata del 7 marzo 1850, a dire che “La Chiesa non può, in una società ormai retta dalla libertà, conservare i privilegi ai quali essa aveva diritto in una società ove il privilegio era legge”.

5. I primi incarichi ministeriali nel Regno di Sardegna. – Siamo giunti al periodo 1850-1852. Muore il Ministro Santa Rosa (erano amici, viaggiarono spesso anche all’estero). Cavour diviene Ministro dell’agricoltura e del commercio quindi occupa pure il posto alla Marina, ove “seguì e promosse il passaggio dalla vela al motore sulle unità da guerra”. La sua fu una lunga “anticamera”, in quanto inviso al cerchio magico della Corte, in una Torino nella quale “i gesuiti esercitavano un’enorme influenza sulla cosa pubblica”. Egli era “uomo d’azione, non di pensiero”. Era antipatico sia a Carlo Alberto che a Vittorio Emanuele II. Nel 1851 diviene anche Ministro delle finanze. L’uscita di scena di Domenico Nigra, ritenuto mediocre uomo di finanza, lasciava da subito intendere che il Ministero preferiva procedere non solo nella direzione impressa dalle

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“leggi Siccardi”, ma anche nella direzione della linea di risanamento del bilancio e di riordino della tassazione. Cavour è sempre più intenzionato “a modernizzare (...) quel Piemonte governato da una monarchia montanara e da un’aristocrazia (...) retrograda; e dominato dai gesuiti ...” Pensava in quel periodo ad una unificazione, magari in senso confederale. Ma il suo primo obiettivo era quello di svecchiare il Piemonte. In quel ruolo attuò una politica espansiva, volta a favorire gli investimenti, specie nel trasporto ferroviario. Anche questo, se vogliamo, un modo per unificare, “una via economica” all’Unificazione, che peraltro era poco credibile dato il suo realismo. Era conoscitore e frequentatore del mondo dell’alta finanza e dell’economia internazionale. A quel periodo vanno ascritti alcuni importanti atti di governo quali il rinnovo del trattato commerciale con la Francia, cosa non facile se si pensa che questo era un paese abbastanza protezionista, con

finalità

di libero scambio, ma anche

momento di una visione più globale, che facesse del paese transalpino

un

amico

naturale,

“quali

che

fossero

gli

ordinamenti interni di esso”; l’avvio di trattative con il Belgio e con la Gran Bretagna, ove Robert Pell da poco si era

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“convertito” al libero scambio, che condussero a facilitazioni doganali bilaterali. Sempre in quel periodo venne attuata la riforma generale sui dazi (legge del 1851), ma anche ulteriori trattati commerciali, quali quelli con la Grecia, le città anseatiche, oltre che con l’unione doganale tedesca e i Paesi Bassi. Si addivenne anche alla “stipula” di un accordo doganale con l’Austria. In sintesi si assiste al passaggio per il Piemonte dal protezionismo al libero scambio. La scelta cavouriana dei trattati coi singoli stati era tattica ad evitare i rischi che il Parlamento potesse “impallinare” una legge generale sui dazi e sulle tariffe. Con queste proposte specifiche ci si orientava meglio a incoraggiare i rapporti economici con i partner più importanti. Nel 1851 (dal 19 aprile) diviene Ministro delle Finanze, come già detto, in un periodo non buono per le finanze pubbliche. Già dal ‘52 i tecnici delle Finanze compresero che ai miglioramenti

nell’economia

reale

non

corrispondevano

incrementi di gettito tributario. La sua risposta non fu quella di colpire i beni di consumo (sale, etc.) bensì di europeizzare il sistema tributario introducendo una imposta unica personale e

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mobiliare, che incidesse sui possessori reali di reddito. Quella di diversi paesi europei era progressiva. Il Regno sardo era comunque ancora impelagato nelle secche di una grave situazione finanziaria. Era tra l’altro necessario pagare una ingente indennità di guerra all’Austria. Si rese necessario anche contrarre un prestito con la Banca Hambro (3,6 milioni di sterline). È di quel periodo la costruzione delle prime linee ferroviarie (Torino-Susa e Torino-Novara), finanziate con emissioni obbligazionarie. La

linea

tributaria

significativamente

sul

era

finalizzata

reddito

che

a non

incidere sul

più

capitale,

“sconcentrandosi” dall’imposta unica sulla rendita di difficile esigibilità. Venne attribuita una concessione alla società Rubbattino, che ora poteva attuare una linea di navigazione sovvenzionata tra Genova e la Sardegna. Sorse in Genova la società Ansaldo per la costruzione di locomotive a vapore. Qualche considerazione sulla sua linea politica.

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Dobbiamo parlare del suo orientamento per il “connubio” con Urbano Rattazzi. D’Azeglio era contrario, come del resto il Re, ma fu reincaricato e rimase in carica alla guida di un governo debole. Uno dei punti più critici era costituito dal matrimonio civile, voluto da D’Azeglio ma non dalla Corona. Eccoci ora allo scenario politico.

6. Scenario politico. - La debolezza di D’Azeglio nasceva dal fatto che il quadro parlamentare non consentiva una logica bipolare netta. La stessa problematica condiziona il momento dell’incarico a Cavour. I due raggruppamenti contrapposti (Cavour e Rattazzi, ne erano i leader) non potevano contare su una maggioranza solida, e dovevano appellarsi alle estreme per potersi proporre alla guida del Regno. Cavour avrebbe dovuto/potuto chiedere il sostegno di uomini di forte spessore conservatore, quali Balbo e Thaon de Revel. Urbano Rattazzi e Camillo di Cavour si decisero di intessere progetti di collaborazione. Questo spiega il “connubio”.

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Questo

termine

fu

coniato,

in

senso

spregiativo,

da

Michelangelo Brofferio, fiero avversario del Cavour. Anche il Revel – criticando il Cavour che aveva rifiutato i voti conservatori,

nonostante,

per

salvare

il

Ministero

pro-

tempore, questi non avessero votato contro le leggi Siccardi” – disse che il Cavour aveva “fatto un divorzio e trattato un connubio”. Ma intanto Cavour non è ancora primo ministro. Comunque si

stavano guastando i

rapporti

politici

con

D’Azeglio (non quelli personali che rimasero sempre cordiali) che non voleva Rattazzi alla Presidenza della Camera. Salvadori (op. cit.) ha evidenziato il carattere di “alleanza (….) “trasformistica” “ al “connubio” “di cui fu architetto Cavour nel 1852”, per la quale, peraltro, si prodigò molto Michelangelo Castelli. Essa ebbe l’effetto di far “convergere al centro le forze della destra e della sinistra moderate, staccandole dalla destra e dalla sinistra estreme, precludendo così la formazione di alternative di governo”. Il “connubio” ha avuto un “figlio degenere”, il trasformismo. Con esso Cavour e Rattazzi si proponevano, come ricorda il Salvadori, di “isolare da un lato la destra più conservatore

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favorevole a svuotare le istituzioni liberali nel clima della svolta reazionaria impressa dal colpo di stato effettuato in Francia nel dicembre 1851 da Luigi Napoleone e dall’altro l’estrema sinistra di orientamenti democratici”. Vorrei ricordare, rispetto ed ulteriormente a quanto già riportato dal Salvadori che il regime sabaudo si era spostato, nell’ambiguità statutaria, verso la forma parlamentare per via consuetudinaria, stante la natura flessibile della carta concessa da Carlo Alberto. Va

rimarcato

come

molto

autorevolmente

ricordato

dal

Salvadori (op. cit.) che per effetto dell’azione del Cavour si realizzò “la contrapposizione rigida tra il nucleo fondamentale dello

schieramento

moderato-monarchico

al

Governo

in

Piemonte e gli opposti schieramenti democratico-repubblicano e reazionario di destra”. Ci si avviava comunque ad una “nuova era per il Piemonte e per l’Italia”.

7. Il viaggio europeo del 1852. - Il 26 giugno 1852 partì da Torino. Ebbe contatti con uomini d’affari, visitò i principali centri industriali britannici, anche nel Galles e in Scozia, ebbe contatti con l’élite politica britannica.

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Quindi visitò Parigi, ove incontrò il “principe-presidente non ancora Imperatore”.

8. I tre Governi Cavour del periodo preunitario.

Il I governo Cavour (1852 – 1855) Siamo all’autunno 1852. Il D’Azeglio, alla guida di un governo debole, si dimette. Cavour ottiene l’incarico, proponendo Balbo come primo ministro. Eccoci al suo primo rifiuto perché non intendeva negoziare con lo Stato della Chiesa alcune questioni tra cui il matrimonio civile. Sua Maestà rilancia dando l’incarico a Balbo, conservatore, che fallisce. Cavour trova una intesa con Revel. A questo punto ottiene un nuovo incarico. Eccolo Presidente del Consiglio. Il matrimonio civile non passò il vaglio del Senato. Secondo Ottone “senza troppo turbamento di Cavour”. In

effetti,

quando

Cavour

accettò

l’incarico

era

ben

consapevole che la questione del matrimonio civile non fosse, come diremmo oggi, parte del programma di governo. Non mancavano nella linea del Gabinetto “intenti conciliativi con Roma”, ma senza cedere ad eventuali “contegni ostili e ingiuriosi”.

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Ma ben presto il Re si decise a usare D’Azeglio per far fuori politicamente

Cavour,

che

godeva

della

maggioranza

parlamentare della Camera dei deputati. Il Re non “dimise” Cavour, non aprendo quindi, per questa via, la strada ad una pericolosa involuzione del sistema politico. Ora era chiaro a tutti che il primo ministro era scelto dalla Camera, e dalla sua maggioranza. Questo avvenne al prezzo di non poter più procedere innanzi sulla strada del matrimonio civile, che rimarrà lettera morta, ma comunque andava affermandosi la sua visione del “libera Chiesa in libero Stato”. Eccoci al 6 febbraio 1853: sommossa antiaustriaca a Milano. I repubblicani, e Mazzini in particolare, preoccupano Cavour. Vengono disposti diversi arresti, tra cui quello del Crispi. Questo stato di cose rafforza l’ostilità della Sinistra nei suoi confronti. La tensione monta! Il governo austriaco decise la confisca delle proprietà dei rifugiati lombardi in Piemonte. Cavour richiama a Torino l’Ambasciatore

del

Regno

di

indicazione al Governo di Vienna.

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Sardegna,

una

evidente


Intanto Egli procede alla riforma della finanza pubblica, prevedendo pure l’accertamento giudiziario dei redditi. Un certo sollievo alle finanze pubbliche piemontesi arriva pure da alcuni prestiti da parte dei Rothschild. Questo periodo, come detto, si caratterizza anche per i grandi investimenti ferroviari e per interventi nel settore delle concessioni demaniali e dei servizi pubblici. Si ebbero, come prevedibile, forti resistenze alle nuove imposte fondiarie. La situazione intanto stava migliorando, tanto è che si è parlato di “quasi restaurate finanze” (dicembre 1853). Una parte del debito venne collocata tra privati risparmiatori. Egli, in quel periodo, godeva di un adeguato consenso politico. Siamo giunti alle elezioni del dicembre 1853 (con risultati confortanti tenendo conto che i seggi furono così distribuiti: 130 governativi, 52 di Sinistra e 22 della Destra). Il quadro economico non era florido, anzi si poteva parlare di una vera e propria crisi economica. Egli si concentrò sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. Per garantire la stabilità del suo Ministero doveva attrarre a se la Sinistra. E per fare ciò riaccentuò in termini anticlericali i toni dei suoi interventi.

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Urbano

Rattazzi,

Ministro

della

Giustizia,

presentò

una

proposta modificativa del codice penale prevedendosi pene per gli ecclesiastici che avessero censurato le leggi e le istituzioni dello Stato. Fu modificato il codice di procedura penale e fu ultimato il codice di procedura civile. Restando nell’ambito legislativo è bene fare un salto al 1854 (28 novembre). Nel 1854 il Governo Cavour presentò la legge sui conventi, che, elaborata da Urbano Rattazzi, era espressione di una forma di liberalismo anticlericale. Essa, tra l’altro, prevedeva la soppressione degli ordini religiosi non dediti all’insegnamento o all’assistenza dei malati, i cui beni sarebbero stati devoluti ai preti poveri in luogo delle congrue che essi ricevevano dallo Stato. Si assistette anche ad un attacco agli ordini mendicanti nocivi alla moralità del Paese e contrari alla moderna etica del lavoro. Questo stato di cose non poteva non costargli l’opposizione della Corona e del Senato. Si ebbe la crisi di governo (detta Calabiana). Cavour rimase comunque al potere. Non esistevano alternative possibili!

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A quanto pare lo avevano capito pure a Parigi. Villamarina riferì di un “consiglio” di Napoleone III in tale senso. Durando non divenne primo ministro e Cavour non perse il posto! Fu importante, in tale senso, anche il ruolo di Lamarmora. Questi

eventi

portarono

al

“disfacimento

della

destra

reazionaria e clericale”.

Il secondo Governo Cavour (1855 – 1859). Il Sovrano constata l’impossibilità di formare un nuovo governo. Cavour assume nuovamente la guida del governo. La legge fu emendata. I religiosi potevano rimanere nei conventi fino alla estinzione naturale delle loro comunità. Pio IX pronunciò la scomunica, estesa pure a Vittorio Emanuele II. Dal 1855 le condizioni economiche migliorano, specie nel settore dei cereali. Il deficit della bilancia commerciale si ridusse. Nel 1857 si ebbe un rilancio della politica ferroviaria con il traforo del Fréjus. Il carico fiscale era aumentato e ciò aveva accresciuto il malcontento. Nelle

elezioni

del

novembre

del

‘57

la

maggioranza

governativa dei cavouriani si ridusse a 90 e i conservatori

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clericali passarono da 22 a 75 seggi, ma neppure entro questo successo clamoroso, per dirla col de Feo, “si parlò o si manovrò per tornare indietro”. Vennero denunciate molte pressioni del clero sugli elettori. La ripetizione delle elezioni in alcuni collegi rafforzò i moderati governativi. I risultati costrinsero però Rattazzi, uomo di sinistra, a lasciare il Ministero dell’interno, retto ad interim dallo stesso Cavour. Il Rattazzi era poi inviso alla Francia perché non riuscì ad arrestare Mazzini, ritenuto pericoloso.

Il terzo governo Cavour (1860 – 1861) Del terzo governo non c’è molto da dire, salvo parlare degli eventi legati all’unificazione nazionale, trattati nella sezione relativa alla politica estera.

9. La politica estera. 9.1 Crisi di Crimea e Trattato di Parigi. 1853. Francia e Russia causano una crisi formalmente imputabile ad una disputa religiosa per il controllo dei luoghi santi nel territorio dell’Impero ottomano.

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Gli inglesi temevano che lo Zar mirasse a Costantinopoli e volesse interrompere la via terrestre per l’India. Il 1° novembre 1853 la Russia dichiarò guerra alla Sublime Porta. Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Russia. Si

era

rotto

temevano

il

l’equilibrio futuro

europeo.

strapotere

Francia

russo

e

Inghilterra

conseguente

alla

disgregazione dell’Impero ottomano. Che la Russia potesse dilagare nel Mediterraneo era evenienza poco gradita pure a Vienna, che, ora, poteva mettere in campo 300 mila uomini. Una guerra di potere che “fu presentata all’opinione pubblica come uno scontro fra potenze democratiche (...) e impero assolutista”, ovvero la Russia. Ma nella coalizione occidentale c’era pure la non democratica Austria-Ungheria. Certamente il governo di Sua Maestà britannica consigliava agli italiani di stare “tranquilli” modo per ottenere in futuro vantaggi ben maggiori di quelli che si sarebbero ottenuti con le rivoluzioni (questo in sintesi il punto di vista britannico stigmatizzato da lord Russell ai Comuni il 13 marzo 1854). Erano momenti difficili. L’Austria aveva chiesto l’occupazione di Alessandria, per “guardarsi le spalle”.

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Il Regno di Sardegna sarebbe intervenuto in Crimea anche se l’Austria avesse dichiarato guerra alla Russia, evitando che il Piemonte fosse oggetto di un intervento austriaco. Il governo inglese insistette per avere un corpo di spedizione piemontese (utile anche perché gli inglesi “dopo la vittoria di Waterloo avevano dormito sugli allori”). Cavour rassicurò Vittorio Emanuele II, che, peraltro, già dal mese

di

gennaio

aveva

fornito

ampie

garanzie

al

plenipotenziario francese, duca di Gramont, che avrebbe portato il Piemonte in guerra anche contro il parere del Gabinetto, nonostante le perplessità del Ministro della Guerra La Marmora e del Ministro degli esteri, Dabormida (che intendeva “ottenere dai francesi e dagli inglesi”, inter alia, “la piena parità per i soldati piemontesi”). Insoddisfatto, alla fine il Dabormida si dimise. Secondo alcuni fu tale iniziativa (partecipazione alla guerra di Crimea, intendo) più voluta dal Re che non dal Cavour, nonostante nella coalizione vi fosse l’odiata Austria. Tale ipotesi è altamente ragionevole. Mai però si videro elementi di ostilità del Cavour verso questi sviluppi. In ogni caso, poi, Cavour piegò un riluttante Consiglio dei ministri.

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Si dice che il Re volesse sostituire Cavour con Thaon de Revel (forse utile anche migliorare i rapporti con la Chiesa), stante la sua antipatia per il Conte di Cavour. Non vi fu comunque crisi. Cavour assunse l’interim degli esteri.

Rebus sic stantibus, “il Piemonte si trovò (...) in una situazione senza sbocco e sotto la pressione delle potenze occidentali le quali chiedevano, anzi imponevano l’invio di un corpo di spedizione in Crimea a garanzia della sicurezza austriaca”. La dichiarazione di guerra alla Russia si ebbe 4 marzo 1855 e il contingente piemontese sbarcò in Crimea ai primi di maggio. I militari sabaudi furono falcidiati dal colera e non furono in alcun caso decisivi. La campagna si concluse nel 1856. La definizione delle questioni postbelliche fu rimessa al Congresso di Parigi, cui partecipò pure l’Austria. Il Regno di Sardegna non ottenne benefici territoriali. In una seduta (8 aprile) si parlò della questione italiana. La “questione italiana” non era organicamente parte delle discussioni che vertevano, ovviamente, sulla “questione d’Oriente”. Il capo della diplomazia britannica (Clarendon) condannò la politica illiberale dello Stato pontificio e del Regno delle due Sicilie. Il Ministro austriaco Buol protestò energicamente.

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Cavour da parte sua fu cauto ma denunziò la permanenza delle truppe austriache nella Romagna. Egli, riluttante, data la modesta prova offerta in Crimea, non voleva neppure partecipare al congresso ma fu praticamente costretto perché nessun altro intendeva parteciparvi. Il concerto europeo, nonostante la questione dovesse rimanere negletta, si interessava per la prima volta della questione italiana e delle aspirazioni nazionali della popolazione, con le ovvie conseguenti evidenti esigenze di modificazione dello status quo. I suoi servigi gli valsero il Collare dell’Annunziata. Buoni erano i rapporti sia con Londra che con Parigi. Ma una nuova problematica europea costituiva un trade-off per la diplomazia cavouriana. Esplosero i dissidi per i principati danubiani. Si trattava di Moldavia e Valacchia. Uniti o separati? Il concerto europeo si frantumò: Gran Bretagna, Austria e Turchia li volevano divisi sotto il controllo della Sublime Porta, mentre Francia, Prussia e Russia li volevano unire, costituendo la futura Romania. Cavour, spiazzando gli inglesi e il loro conservatorismo, optò per la soluzione dell’unificazione. Egli ora puntava sul dinamismo della politica francese.

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Si è scritto che il risultato fu “un pugno di mosche in mano”, e Cavour lo ammise. Austria e Francia convenivano che gli Stati pontifici potessero essere sgombrati dalle truppe francesi e austriache “appena lo si potesse fare senza inconvenienti per la tranquillità del paese e il consolidamento dell’autorità della Santa Sede” come ricorda il de Feo. D’altronde in un congresso in cui l’Austria era nel ruolo di soggetto mediatore poco poteva scaturire! L’Austria si isolava sempre più. Nel febbraio del ‘57 il governo di Vienna accusò la stampa piemontese di fomentare le agitazioni contro l’Austria. Il Governo di Torino venne considerato correo. Si ebbe il richiamo degli ambasciatori. Queste vicende ebbero l’effetto di rinvigorire in tutta Italia le simpatie per il Piemonte.

9.2. Le obiezioni di Dabormida, che forse voleva troppo! - In relazione alle condizioni per partecipare alla spedizione di Crimea, l’onesto generale voleva anche che un prestito in sterline per i piemontesi utile a pagare il corpo di spedizione ma anche la partecipazione del Regno sardo alla successiva conferenza di pace su un piano di assoluta parità e la revoca

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dei sequestri operati dagli austriaci dei beni di color che per fuggire in Piemonte abbandonavano il Lombardo-Veneto. C’è da chiedersi se le richieste del Dabormida sarebbero state accolte! Con ogni probabilità no.

9.3

Gli

accordi

segreti

di

Plombièrs.

La

II

guerra

di

indipendenza. - A Parigi era stata posta l’attualità della questione italiana. Né più né meno. Cavour si rivolse a Napoleone III, conservatore all’interno ma fautore della grandeur francese nel dominio internazionale. Napoleone III voleva la guerra all’Austria, con evidenti intenti di

egemonia:

tutto

sommato

l’Italia

doveva

passare

dall’egemonia di Vienna a quella di Parigi. Felice Orsini attentò alla vita dell’Imperatore francese e tale evento determinò uno stallo delle trattative segrete anche se propose la questione italiana agli occhi dell’opinione pubblica. A Plombières (amena località dei Volsgi) si era previsto (lo sapevano solo il Re e La Marmora) che, sconfitta l’Austria, l’Italia

sarebbe

stata

divisa

in

quattro

stati

principali

confederati, sotto la (più o meno sfumata) Presidenza del Santo Padre: Regno dell’Alta Italia, Regno dell’Italia centrale, lo Stato pontificio (corrispondete al Lazio attuale), Regno delle due

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Sicilie, affidato a Lucien Murat, parente di Napoleone. Firenze e Napoli sarebbero passate nella sfera di influenza francese. Questi accordi, formalmente segreti, erano praticamente noti nelle varie cancellerie. Vi furono anche tentativi per inibirli. Tutti volevano (specie gi inglesi, con Lord Malmesbury alla guida del Foreign Office) quella pace che era stata sancita a Parigi, ma non Napoleone III (che pure era frenato dal suo Ministro degli esteri, Conte Walewsky) e per riflesso neppure il Regno sardo. Gli accordi furono possibili anche grazie (tesi quasi puerile) allo

charme

della

contessa

di

Castiglione,

amante

dell’Imperatore che Cavour avrebbe convinta a ricordare a Napoleone l’attualità della questione italiana in certi momenti. Il Re dovette sacrificare la sedicenne Clotilde per darla in sposa al principe Napoleone, cugino dell’Imperatore, molto più grande di lei. Cavour spinse per quella soluzione che certo non piaceva alla giovane Principessa. Napoleone III era furente e accusò i piemontesi di non aver mantenuto il segreto. Nel 1859 si era pervenuti alla Alleanza sardo-francese.

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In caso di attacco provocato dall’Austria il Regno di Sardegna sarebbe stato difeso dai francesi che avrebbero ceduto il Lombardo-Veneto ai Savoia. Nizza e la Savoia sarebbero state cedute alla Francia. Malmesbury riferisce a Buol (ministro austriaco degli Affari esteri) che manda un ultimatum al governo di Torino. La tensione salì e dopo alcune provocazioni di confine l’Austria chiese ai piemontesi di smobilitare. Cavour rifiutò. Ormai lavorava alla questione, mossa dopo mossa. L’Austria dichiarò guerra al Regno di Sardegna, facendo scattare l’alleanza sardo-francese. Si avviò la II guerra di Indipendenza. Non entro nel merito della campagna militare. Vorrei però ricordare che il comandante austriaco era impacciato (si trattava del Gen. Gyulay) e se avesse varcato il Ticino con speditezza avrebbe anticipato i francesi a Torino, dalla quale ormai i nobili si allontanavano. L’imperizia del comandante austriaco salvò i piemontesi. Cavour ebbe diversi demeriti: sicuramente l’accentramento nelle sue mani di molti dicasteri, fatto che non gli consentiva certo di occuparsi efficacemente di tutti gli affari di stato, ma anche, cosa che infastidiva non poco lo stesso Re, il volersi ingerire nella gestione delle operazioni militari.

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Cavour veniva informato degli sviluppi delle operazioni al fronte dai francesi. Intimorito da movimenti massicci dei prussiani Napoleone III, ma anche scosso dai morti visti a Solferino, firmò l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1959), ratificato con il Trattato di pace di Zurigo (11 novembre 1859). Il Regno di Sardegna ottenne la sola Lombardia, per il tramite della Francia. Cavour, traumatizzato dalla piega che avevano preso gli eventi, si dimise dalla guida del governo il 12 luglio 1859 e fece un viaggio in Svizzera, cercando “rifugio tra i fidi parenti”. Sua Maestà fu più flemmatica.

9.4. Il processo di unificazione dopo la pace di Zurigo. – “Nonostante Villafranca la situazione si assestò”. Lo scrive Ottone ed è sostanzialmente vero. A Modena, a Parma, nella Romagna pontificia e in Toscana durante le vicende della II guerra di indipendenza si erano formati governi provvisori filo-sabaudi. Dopo il trattato di Zurigo tali territori avrebbero dovuto essere restaurati ai precedenti regnanti.

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Dopo le dimissioni di Cavour il potere fu affidato al La Marmora. Questi era titubante e non volle procedere sulla via delle annessioni di tali territori. Lo stallo perdurava. Vittorio Emanuele II richiamò il Cavour alla guida del governo sabaudo. I francesi si dettero da fare e proposero una sistemazione per tali territori. Per essi si prevedeva che Parma e Modena (due ducati) passassero sotto la piena sovranità sabauda, la Romagna pontificia sarebbe stata controllata dai piemontesi, mentre la Toscana sarebbe stata assegnata ad un esponente di Casa Savoia. Nizza e Savoia dovevano divenire francesi. Quello francese fu un aut aut: se la proposta non fosse stata accettata il Regno di Sardegna non sarebbe stato protetto nei confronti dell’Austria. Cavour si era assicurata la benevolenza inglese. Organizzò un plebiscito in Toscana, tra due distinte ipotesi: creazione di un nuovo stato versus annessione al Regno di Sardegna. Tutti sanno come andarono le cose. I francesi si irritarono alquanto ma incassarono il colpo. Chiesero con insistenza la cessione di Nizza e della Savoia che si realizzò tecnicamente con il Trattato di Torino del 24 marzo 1860.

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A questo punto, oltre alla Lombardia, entrarono nel nuovo stato anche l’Emilia-Romagna e la Toscana.

10. L’Impresa dei Mille e le ulteriori annessioni. - Cavour sapeva delle intenzioni di Garibaldi in ordine ad una spedizione nel Mezzogiorno. Il suo “informatore” era Giuseppe La Farina. I piemontesi vigilavano la partenza da Quarto e lasciarono fare i garibaldini (seppure questi fossero controllati a distanza da alcune navi sarde al comando del Persano), così come gli inglesi. Cavour intendeva reprimere l’iniziativa in quanto temeva una insurrezione “delle teste calde”. Se Garibaldi fosse sbarcato nello Stato Pontificio sarebbe stato bloccato, in quanto il governo di Torino temeva la reazione francese. Garibaldi puntava (seppure una tappa intermedia a Talamone avesse molto preoccupato il governo di Torino) però più a Sud e arrivò in Sicilia. Forse sapeva che non poteva sbarcare più a Nord! Lo sbarco garibaldino avvenne, come è noto, a Marsala in data 11 maggio 1860. Momento propizio in quanto l’Austria era alle

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prese con una grave crisi finanziaria e con nuove tensioni in Ungheria. Ma Francia ed Austria capivano che vi era nella vicenda in corso una certa responsabilità sabauda, quanto meno omissiva. Ci fu anche una certa concertazione perché Napoleone III propose di suggellare il nuovo status quo, non quindi un ritorno allo status quo ante bensì autonomia per la Sicilia ma anche un trattato ingessante che postulasse l’alleanza tra piemontesi e Regno delle due Sicilie. I Borbone si adeguarono subito al diktat napoleonico. Re Vittorio giocava su due piani, quello ufficiale con il quale intimava al Garibaldi di non varcare lo stretto di Messina, ma anche su un piano riservato più permissivo. Cavour convocò i plenipotenziari borbonici e disse loro che Garibaldi non sentiva ragioni e non avviò neppure i negoziati per una alleanza sabaudo-borbonica. Prendeva tempo. Si accreditava come garante dello status quo bloccando mazziniani che dalla Toscana intendevano penetrare nei territori pontifici. Lo fece temendo che vi fosse una reazione francese. Cavour temeva Garibaldi e vi sono tracce del suo tentativo di prevenire l’arrivo dei garibaldini a Napoli innescando una rivolta pro piemontese nella città partenopea.

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Nel fare ciò continuava a trattare con il legittimo governo borbonico. Essa fallì. Perché tentò questa iniziativa? Temeva Garibaldi e la piega che gli eventi in mano ai rivoluzionari avrebbero preso e intendeva “batterli sul tempo”. Si avvalse, lo ricorda anche Mack Smith di atti di corruttela. La stessa invasione di Marche e Umbria venne presentata alla varie cancellerie e alle opinioni pubbliche europee coma una iniziativa preventiva, volta a evitare l’apertura di un circuito rivoluzionario. È degno di essere ricordato quanto riporta Denis Mack Smith e cioè che “se la Francia non desiderava andare al di là della creazione di uno Stato dell’Italia settentrionale che facesse da contrappeso all’Austria, poteva essere invece nell’interesse inglese che si formasse un’Italia più grande per far fronte alla Francia nel Mediterraneo”. In funzione antigaribaldina, e per ridare smalto a Casa Savoia, decide di invadere Marche e Umbria, territori pontifici. Farini e Cialdini furono inviati a Parigi per convincere l’Imperatore. Implicitamente si garantiva Roma e il Lazio come territori della sovranità pontificia. Si temeva un attacco austriaco contro il Regno di Sardegna.

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Azzardò e l’11 settembre 1860 vece varcare i confini alle truppe piemontesi. Parigi reagì solo verbalmente anche se violentemente. Non atti concreti ... Garibaldi alzava i toni e minacciava, plaudito dal Mazzini, di puntare su Roma. Questi intendeva cedere le terre conquistate solo dopo l’occupazione di Roma. Gli eventi militari sono ben noti. I piemontesi vincono a Castefidardo e i garibaldini al Volturno. Giorgio Pallavicino Trivulzio proclama subito il plebiscito per l’annessione al Piemonte. La stessa iniziativa la prende Antonio Mordini a Palermo. Questi erano i due prodittatori. Era il 21 ottobre 1860. Nelle Marche e in Umbria si votò ai primi di novembre.

11. La politica ecclesiastica del Cavour. - Il Cavour non ritenne praticabile l’ipotesi di occupazione del Lazio e di Roma in particolare perché questo avrebbe innescato la reazione francese. Il punto di vista cavouriano era quello della rinuncia del Pontefice al potere in temporalibus.

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Ma egli era ben conscio che il Pontefice sarebbe stato irremovibile. Ci

si

muoveva

entro

gli

schemi

giusnaturalistici

che

prevedevano l’introduzione della giurisdizione e di controlli dello Stato nella vita e nell’organizzazione della Chiesa cattolica, con riduzione dell’ambito di applicazione del diritto canonico nell’ordinamento generale, seppure in forme mitigate rispetto alle logiche di certo Assolutismo illuminato. Da questa visione dei rapporti tra Stato e Chiesa traggono la loro origine le leggi che prevedono la limitazione della manomorta ecclesiastica, quali le leggi Siccardi, presentate ai tempi del Governo D’Azeglio. Vorrei ricordare che quest’ultimo (come ricorda Mack Smith) “continuava

a

credere

che

il

Nord

dovesse

astenersi

dall’annessione di Roma e del Mezzogiorno”.

12. La proclamazione del Regno d’Italia. - Nel periodo 27 gennaio – 3 febbraio 1861 si tennero le elezioni del primo Parlamento unitario (mancava peraltro all’unità nazionale completa ancora il Lazio e il Triveneto). Esse furono un successo per Cavour che, come ricorda Denis Mack Smith, che poteva contare su una maggioranza “molto rilevante” e con un asse “situato al Centro o al Centro-destra”

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a fronte di una minoranza “scarsa di numero e piuttosto eterogenea”, costituita anche da una “ventina di reazionari antiliberali” tra i quali alcuni “discepoli di Solaro della Margherita”. La Sinistra moderata (connubiata) di Rattazzi e anche di Depretis era con Cavour. Lo storico inglese ci ricorda che “L’estrema sinistra era intrinsecamente debole sia per numero che per direzione politica. Essa era viepiù fiaccata dalla prassi governativa di servirsi largamente delle autorità locali per influenzare le elezioni e provocare la sconfitta dei suoi aderenti”. La prima riunione del Parlamento si tenne il 18 febbraio, mentre il 17 marzo la Camera dei deputati proclamò Vittorio Emanuele II quale Re d’Italia. Il 22 marzo Cavour venne confermato primo ministro. Egli aveva anche la guida della nostra diplomazia, oltre al portafoglio della Marina. Presidente della Camera era Urbano Rattazzi. Il Re voleva Ricasoli premier ma non ci era riuscito. Nel suo discorso del 25 marzo Cavour sottolineò che Roma sarebbe dovuta divenire la capitale d’Italia. Un ultimo scontro con Garibaldi avvenne quando Cavour decise lo scioglimento dell’esercito meridionale, per evitare

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che fosse manipolato dai settori più radicali, suscitando una vibrata risposta parlamentare dell’Eroe dei due mondi.

13. Il Regno alla morte di Cavour. - Egli morì a Torino, solo pochi mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il 6 giugno 1961. La situazione economica e finanziaria del nuovo stato era drammatica. Le parti neoannesse erano in condizioni di arretratezza spaventosa.

14. Cavour e la libertà religiosa Vorrei impostare ora qualche riflessione su Cavour e la questione della libertà religiosa, di quanto fosse ancora significativo l’essere effettuale di un principio, formalmente del passato, quello del cuis regio, eius religio. Il quadro era sicuramente aggravato dal potere temporale del Pontefice. Questo testo, come si evince leggendo il discorso del Cavour alla Camera il 25 marzo 1861, venne dibattuto, seppure a latere e informalmente, al Congresso di Parigi.

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In

quella

occasione,

infatti,

emersero

le

condizioni

di

spaventosa arretratezza delle lande sottoposte al potere temporale. In quell’occasione egli fu “spalleggiato” anche da Minghetti, suo amico e futuro Presidente del Consiglio. Al Pontefice non si potevano dare consigli. E Cavour lo disse apertamente. D'altronde il Pontificato, da epoca imperitura, era sempre stato insensibile alla più volte e da più parti avvertita esigenza di una riforma del potere temporale. Sostanziale inconciliabilità dunque dei principi dell’89 francese con il potere temporale! Lo dice nettamente. Un passo di Cavour al riguardo (il discorso è sempre quello...) è importante perché svela il nesso (in senso inverso) tra potere temporale e libertà d’azione della Chiesa, in ragione del quale “... il Papa sarà molto più indipendente, (...), potrà

esercitare la sua azione in modo più efficace, quando, abbandonata la potestà temporale, avrà sancito una pace duratura coll’Italia sul terreno della libertà”. Questo stato di cose è oggi pacificamente confermato anche dagli storici cattolici. In un discorso al Senato (9 aprile 1861) ebbe anche ad occuparsi del tema della libertà religiosa.

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È un problema vasto che esula certamente dai miei compiti attuali. Ma non è un problema trascurabile perché esso è comunque riconnesso alla qualità dei rapporti tra Stato e Chiesa. Egli non può non prendere atto che anche nei paesi della Riforma, la libertà religiosa intesa anche nella dimensione della libertà di professare (liberamente e senza condizionamenti) una fede diversa da quella dominante, non sia definito in modo soddisfacente, a suo giudizio anche per la genetica della Protesta mirante a “sostituire ad una dottrina un’atra” ove

“nemmen ora il principio della libertà religiosa trova la piena applicazione”. E cita il caso della Svezia. Il suo realismo (e un’ampia dose di obiettività) lo spinge, ovviamente, a comprendere come sia giustificato il timore della Chiesa. Non mancarono neppure, secondo Cavour, errori di un potere temporale

che

limitava

la

libertà

religiosa

proprio

“in

contraddizione con i grandi principi di libertà”. Quelle iniziative lasciarono il segno nei cattolici, sempre riluttanti ad affrontare il tema della, per dirla con Cavour, ma non solo con Lui, della “riforma del potere temporale”.

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15. Cavour e il Mezzogiorno. - Nel Mezzogiorno dispotismo e insubordinazione erano uno strano binomio che portava con se una assoluta carenza di senso civico. Ingannare il governo era una sorta di sport nazionale. Ammonimenti alla stampa ed anche minacce furono necessarie. Nel 1860-1861 dovette, come una sorta di ultima ratio, imporre la legge marziale nel Napoletano. Da allora il neonato Regno d’Italia aveva un altro grosso problema da affrontare: il brigantaggio.

16. Giudizio sintetico. - Il ruolo di Cavour fu davvero di difficile interpretazione. Era molto moderato, quantunque costituzionale. Temeva i risvolti rivoluzionari e potenzialmente antidinastici dei moti garibaldini e dei sommovimenti ispirati dal Mazzini. Egli (il Cavour, intendo ...) si vedeva di fronte due nemici: uno immediato costituito dagli “irredentisti, in particolare dai mazziniani, oltre al nemico consolidato, rappresentato da coloro (gli austriaci) che, per ovvi interessi, non capivano che “l’Italia era molto più che un’espressione geografica”. Vedeva negli “italiani una realtà”.

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La sua linea era tutta rivolta a controllare e governare gli eventi, “per spuntare le armi dei mazziniani” ma anche “per arrivare alla meta prima di loro”. Mazzini,

che,

e

cito

il

noto

Mack

Smith,

“faceva

dell’unificazione nazionale un dovere religioso” declinando l’azione patriottica “in insurrezioni continue, in modo da rendere il popolo consapevole della propria forza e di come usarne per attuare la volontà di Dio”, lo attaccò perché vedeva in quella di Cavour una politica non di unificazione nazionale ma un tentativo di ingrandimento forse anche abbastanza contingente. Mazzini, operava sicuramente in una prospettiva più ideale, difficile da realizzare a quei tempi, postulando che – come ricorda Denis Mack Smith, (op. cit.) – “un’Italia unita avrebbe spianato la strada a un’unione federale tra tutti i paesi dell’Europa”, e definì il Conte come un “corruttore” e la sua azione

come

“una

politica

di

menzogne

e

di

artifici

⦋contrapposta, n.d.a.⦌ alla serena politica di colui che desidera risorgere”. L’ostilità

cavouriana nei

confronti

del Mazzini era ben

ricambiata da questi che, unitamente ad altre voci, quali quella del Cattaneo, leva, e cito ancora Salvadori, una vibrata “protesta verso un regime oligarchico nato dal rifiuto dei vincitori di far nascere le nuove da un’Assemblea costituente

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eletta a suffragio universale e dalla loro volontà di imporre per contro la piena continuità tra Regno di Sardegna e Regno d’Italia”. Il neonato Regno d’Italia non solo nacque ma mantenne per decenni intatta “una condizione di assedio permanente” da parte di ampia parte della popolazione, esclusa dalla gestione della cosa pubblica che certo non si sentiva parte dello Stato, bensì lo riteneva un soggetto assente nella migliore delle condizioni, se non addirittura un nemico. Il “tout pour le peuple, rien par le peuple”, è brocardo vero solo in parte. Vera la seconda parte, la prima andrebbe riformata sostituendola con un evidente “assez peu pour le

peuple”. Ma Egli, al pari di Napoleone III, intendeva, per sgonfiare gli impeti rivoluzionari, “venire incontro ai desideri del popolo”, ma comunque entro gli schemi della sua “ispirazione liberale”. Vi era in Cavour sicuramente almeno l’idea di un Regno dell’Italia settentrionale, diplomaticamente compatibile. Poi tenne dietro agli eventi. Fu adeguato nel fare in modo che la sua politica procedesse di pari passo con quella dell’Imperatore, avendo esse un comune denominatore: “la mortificazione simultanea dell’Austria e

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della Russia, che rappresentavano in Europa il principio reazionario”. I francesi e Napoleone III in particolare garantivano la sovranità pontificia. Il “realismo” cavouriano era al riguardo ben evidente e ben delineato anche quando egli, specie nel 1861, intervenne in Parlamento. Vorrei sintetizzare il suo pensiero citando alcuni periodi del suo intervento alla Camera dei deputati nella seduta (ma meglio sarebbe dire nella “tornata”) del 25 marzo 1861. Egli, inter alia, dice: “... non vi può essere soluzione della

questione di Roma, se questa verità non è prima proclamata, accettata dall’opinione pubblica d’Italia e d’Europa”. Perché l’unificazione non può prescindere da Roma? Egli ce lo dice credo magistralmente: “... In Roma concorrono

tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali ...”. “... la necessità di aver Roma per capitale ...” per Cavour deve essere “riconosciuta e proclamata dall’intera nazione”. Realismo idealista, ma anche consapevolezza delle possibili spinte centrifughe caratteristiche di un’Italia in fieri, “i

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campanilismi”,

sempre

vivi

e

sicuramente

pericolosi,

e

realismo diplomatico evidentemente coesistono. Egli afferma: “Noi dobbiamo andare a Roma (...) di concerto

colla Francia” evitando però che l’acquisizione di Roma all’Italia quale sua naturale Capitale “possa essere interpretata

dalla gran massa dei cattolici d’Italia e fuori d’Italia come il segnale della servitù della Chiesa”. Vorrei osservare che quella dei “campanilismi” non è, e non era, una questione speciosa. Essa è una tipicità tutta italiana. Essa è ben definita dal Giucciardini in termini di prevalenza del “particulare”, l’interesse particolare, settoriale, localistico che finisce con il prevalere sull’interesse generale. Scrive il Salvadori (op. cit.) “Sono passati circa cinquecento anni dall’affermazione del grande fiorentino e duecento da quella del poeta di Recanati: e la riflessione sulla mentalità e sui comportamenti degli italiani resta un tema molto attuale”. Si trattava di andare avanti “senza porre in pericolo le sorti

d’Italia” ma anche “senza che l’autorità civile estenda il suo potere sull’ordine spirituale”. In quel discorso (che può essere letto integralmente in Augias, Ruffolo, op. cit.) vengono anche fornite ampie rassicurazioni alla Francia, tributando anche in segnale all’Imperatore che

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quando “acconsentì a scendere in Italia (...) non ci dissimulò

quali impegni ritenesse di avere rispetto alla Corte di Roma”. Un punto era essenziale per risolvere la questione: far capire alle masse cattoliche (quelle sincere e non strumentalizzate politicamente ... diremmo oggi) “che l’unione di Roma all’Italia

può farsi senza che la Chiesa cessi d’essere indipendente (...)”. Questa “digressione”, anche temporalmente in avanti, è sicuramente utile per comprendere la continuità della linea intrapresa. E nella sua vision ora che il Regno di Sardegna poteva farsi ascoltare nelle cancellerie europee vi era il rischio di una reazione francese dura, che stroncasse sul nascere ogni progressiva. Cavour fu sempre molto duro nei confronti del Mazzini (“pericoloso quanto l’Austria”) e gli fu facile incolpare Mazzini dell’attentato del 1858 quando Orsini e Pieri attentarono alla vita dell’Imperatore. Lo storico inglese Denis Mack Smith ha scritto che Cavour finanziò questi due patrioti, avendo saputo che erano entrati in disaccordo con Mazzini. La vedova Orsini ottenne una pensione. Favorì l’agenzia Stefani comprendendo l’importanza delle notizie di stampa.

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Chi, in sintesi, fosse Cavour ce lo dice il Salvadori (op. cit.). Cito

letteralmente

alcuni

passi.

“...

era

un

riformista

monarchico, gradualista, un liberale avverso alla democrazia, seguace della bussola del “giusto mezzo” teorizzata da Guizot, pronto a far leva sulle istituzioni sabaude, sulla diplomazia, sulle alleanze tra stati, sull’esercito regio, incline ad una soluzione

confederale

dell’unità

italiana,

piegatosi

infine

all’idea della formazione di uno Stato unitario di fronte al successo del tutto imprevisto della spericolata impresa di Garibaldi nel Mezzogiorno”. Va però rimarcato quanto scrive il grande Denis Mack Smith che lo considerava “idoneo, grazie ad un attento studio degli interessi nazionali delle varie potenze, a inserire la questione italiana nella complessa trama della diplomazia italiana”. Egli, continua lo storico inglese, “sfruttò le rivalità esistenti (...) e riuscì talvolta a dare al suo paese una forza artificiale (il neretto è mio!) che qualche volta servì come elemento determinante dell’equilibrio politico europeo”. Artificiale perché? La ragione è semplice. Il Piemonte (tecnicamente Regno di Sardegna) non aveva una forza militare e/o economica paragonabile agli altri soggetti, parte del “concerto”. Riuscire ad influire quando si conta poco o punto è doppiamente meritorio.

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Ma, ed è bene rimarcarlo, già dai suoi primi interventi sul “Risorgimento”

egli

ben

comprese

la

impossibilità

di

disgiungere il risorgimento politico da quello economico. Ciò doveva avvenire ricercando “i fatti che possono essere utili al commercio

all’industria

agricola

e

fabbrile”,

ma

anche

combattendo “le false” dottrine economiche che “figlie di antichi pregiudizi, o pretesto a particolari interessi” finiscono con l’ingessare la crescita e il progresso economico della Nazione.

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INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE

Corrado Augias, Giorgio Ruffolo, Processo a Cavour, Promo Music, Corvino Media Editore, Milano, 2011

Italo de Feo, Cavour l’uomo e l’opera, Mondadori, Milano, 1969

Piero

Ottone,

Cavour.

Storia

pubblica

e

privata

di

un

politico

spregiudicato, Longanesi, Milano, 2011

Laurana Laiolo, Elio Archimede, Brofferio l’oppositore. I discorsi politici e l’attualità letteraria del polemico antagonista di Cavour al Parlamento Subalpino, Vallecchi editore,1967, Firenze

Massimo L. Salvadori, Storia d’Italia. Crisi di regime e crisi di sistema 1861 – 2013, Il Mulino, Bologna, 1994

Denis Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza, Bari, 1997

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pubblicazione a cura di Pascal McLee

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