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Mihail Sadoveanu

RO MANZO

traduzione e postfazione di Marco Cugno

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«Per la speditezza e ii perfetto equilibrio dell'espressione, La scure euno delle opere migliori di M. Sadovea~u». G. Calinescu, Istoria literaturii romdne de la origini pdna £n prezent (Storia delta l.etteratura romena dall.e origi,ni al presente), 1941

«II dono di saper raccontare e ii sentimento della natura sono due tratti essenziali dello stile di Mihail Sadoveanu. Non tutti gli scrittori hanno ii dono di saper raccontare. Ci sono scrittori di grande profondira che non sanno raccontare. [... ] La tradizione letteraria romena si fonda e costruisce su tale dono, che oggi si manifesta con incomparabile dovizia nell'opera di M. Sadoveanu» A. Philippide, Despre stitul lui Mihail Sadoveanu (Sullo stile di Sadoveanu), 1956

357.16

www.atmospherelibri.it

€15,00

• IS8~ 978·88 6564

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La scure MIHAIL SADOVEANU Traduzione e postfazione di Marco Cugno

ROMANZO


I

Domineddio, dopo aver creato il mondo, dispose che ogni gente avesse una regola e un segno. Allo zigano insegno a suonare il violino e al tedesco diede il chiodo della meccanica. Tra gli ebrei, chiamo Mose e gli diede questo comandamento: «Tu devi scrivere una legge e, quando verra il tempo, disporrai che i farisei crocifiggano Gesu, il mio amatissimo figliuolo. In seguito, vi toccheranno tribolazioni e persecuzioni ma, in compenso, io lascero che i denari scorrano a fiurni verso di voi». L'ungherese lo chiamo con un cenno del dito e scelse per lui, tra le cose che aveva accanto a se, dei trastulli: «Tieni, a te do stivali, speroni e resina per arricciarti i baffi: sarai vanesio e ti piacera godertela con le donne». Si presento anche il turco: «Tu sarai sciocco, ma avrai potesta sugli altri, con la sciabola». Al serbo mise tra le mani la zappa. Il russo lo fece diventare il piu ubriacone di tutti e dispose che fosse buon mendicante e cantore alle fiere. A boiari e principi offri narghile e caf:fe: «Aile Vostre Altezze e dato vivere tra mollezze, malvagita e perfidia; percio, sara bene per voi disporre che mi si edifichino chiese e monasteri». Da ultimo, arrivarono i montanari e si inginocchiarono davanti al trono del Regno. D omineddio Ii guardo misericordioso: «E voi, meschinelli, perche avete fatto tardi?» «Abbiamo fatto tardi, Signore glorioso, perche ci portiamo appresso le pecore e gli asini. Camminia~o lentamente, ci inerpichiamo su ripidi sentieri e scendiamo precipizi: fatichiamo giorno e notte, in silenzio, l'unica voce sono i campani. E le nostre donne e i nostri figli hanno casa negli anfratti delle rupi. Sulle nostre teste


fulmina, tuona e piove a dirotto. Ci piacerebbe avere vasti possedimenti, campi di messi e acque tranquille». «Pero siete gli ultirni arrivati» disse il Signore con rammarico. «Mi siete cari, ma non posso far nulla per voi. Accontentatevi di quel che avete. In piu, posso solo fare di voi dei cuorcontenti affinche godiate delle cose vostre.Tutto vi sembri buono, vengano tra voi il suonatore di violino e il bevitore di vino e abbiate donne belle e innamorate». Qyesta storia la raccontava a volte Nechifor Lipan a battesirni e nozze a cui, durante l'invemo, non mancava mai. Diceva di averla imparata da un vecchio pastore che in giovenru, prima che Dio gli facesse conoscere la vera fede, era stato ebreo. Qyel pastore, storie ne conosceva tante e, per giunta, sapeva leggere e scrivere, cosa davvero straordinaria tra i pastori. Da lui Lipan aveva anche appreso alcuni detti che ripeteva, a ragion veduta, quando gliene capitava l'occasione. «Nessuno puo saltare la sua om bra». «Che intendi dire con questo?» gli chiedeva Vitoria, sua moglie, guardandolo di storto. «lo parlo a coloro che hanno orecchie per udire». La moglie qualcosa intuiva, ma era sospettosa come tutte le donne e avvezza a saltar su a ogni punzecchiatura. «Sara come dici tu, rnio caro, ma chi parla molto, sa poco». «E questo per chi e?» la rimbeccava Lipan. «<J.!iesto e per i sapienti e i letterati». «.Ah, e cosi? E chi sarebbe, prego, il sapiente e il letterato?» «E chi vuoi che sia? Se proprio lo vuoi sapere, non saro io a dirtelo». «Ehi, donna, tu cerchi rogna!» «lo cerco rogna? La rogna ce l'ho qui davanti!» Sia la storia sia questi battibecchi a Vitoria, la moglie di Nechifor Lipan, tornavano alla mente ora che se ne stava tutta sola a filare sulla veranda, nella luce autunnale. I suoi occhi marroni, in cui pareva riflettersi la luce castana dei capelli, erano assorti in una indefinita lontananza. Il fuso girava laborioso, ma da solo. Il

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villaggio sparso tra i dirupi, sotto il bosco d'abeti, le casupole con i tetti di scandole, nei loro recinti di stecconi, e il torrente Tardiu, che precipitava a valle balenando tra le rocce, erano piombati in una caligine notturna. Qyegli occhi accesi e ancora giovani esploravano orizzonti sconosciuti. Nechifor Lipan era partito da casa per un negozio di pecore a Dorna e ora, benche Sant'Andrea fosse vicino, non era ancora tom ato. Nella sua solitudine, la donna cercava di raggiungerlo. Non poteva vedere il suo volto, ma ne aveva udito la voce. La storia, lui la raccontava proprio cosi; la donna aveva aggiunto solo alcune parole, sui campi di messi e le acque tranquille. Qyeste erano parole sue, scaturite da un antico desiderio, e, ripetendole fra se, gli occhi le si erano quasi vela ti di lacrime. La vita dei montanari e dura, soprattutto la vita delle donne. A volte restano vedove anzi tempo, come lei. Al montanaro e toccato in sorte di guadagnarsi il pane quotidiano con la scure o col bastone del pastore. Qyelli che lavorano di scure abbattono gli abeti del bosco e li portano fino al corso della Bistrita; poi ne fanno zattere che guidano fino a Galati, in capo al mondo. I piu intraprendenti costruiscono ovili sulla montagna. Vivona lassi1, con Domineddfo e le solitudini, finche le giornate non si accorciano. Sul far dell'inverno, scendono alle pianure a svemare con le loro greggi nelle paludi. Laggiu la vita e piu facile e lei avrebbe voluto viverci, ma non era possibile perche d'estate fa troppo caldo; e poi, il montanaro ha le sue radici nel luogo dov'e nato, come l'abete. Nechifor Lipan si era sempre dimostrato assai abile nella pastorizia: i suoi ovili erano hen organizzati e i pastori gli ubbidivano. I pastori non solo sapevano storie, ma conoscevano anche i segreti del caglio e della stagionatura del formaggio da insaccare negli otri. A Lipan arrivavano lettere e richieste da lontano, da localita con nomi strani. Per decifrarle, andava da pope Danila, poi passava all'osteria a here un bicch iere con altri montanari come lui, solerti compari in faccende di tal. genere. Non appena si spargeva la voce nell'alta valle del 'I'arcau che a Nechifor era giunta notizia di quattrini in arrivo, all'osteria del sor Jordan facevano la 9


LASCURE DI MIHAIL SADOVEANUTRA MITO E REALTA di Marco Cugno

Mihail Sadoveanu (1880-1961) eil maggjor narratore romeno del prirno Novecento. Presente sulla scena letteraria per un cinquantennio, a partire dal 1904 - anno del suo clamoroso esordio con tre libri di racconti e un romanzo, entrato negli annali della letteratura come "anno Sadoveanu" -, e autore di un opera vastissirna che assomma un centinaio di volumi. 11 romanzo La scure, pubblicato nel 1930, nel periodo della piena maturita artistica, e presentato qui in una nuova traduzione,1 viene giustamente considerato, tra i romanzi brevi, il suo capolavoro. L' epigrafe d'apertura (Padrone, padrone/ chiama anche un cane... ), tratta dalla piu diffusa ballata popolare romena, Miorifa (L'agnellina), avverte il lettore che la narrazione affonda le sue radici nel mito. La ballata venne alla luce nel secolo scorso, dopo una secolare trasmissione orale, per merito del primo grande raccoglitore di canti popolari romeni, il poeta Vasile Alecsandri. Ecco la traduzione della prirna variante del canto, pubblicata nel 1850: Per alpestre declivo,/ Verde soglia d'eliso/ Ecco che vengono,/ A ,valle scendono,/ Tre greggi d'agnelli,/ Con tre pastorelli./ Uno e moldavo,/ Uno e transilvano/ E l'altro e vranceano./ E quello transilvano/ Con quello vranceano/ Si sono parlati,/ Si ¡sono accordati/ Del sole al calare/ Per assassinare/ Qyello moldavo,/ Perche e piu valente/ E ha pecore piu tante,/ Cornute e formose,/ Cavalli generosi,/ E cani piu animosi./ Ma a quella pecorella,/ Bianco e bfondo vello,/ Da tre giorni in qua,/ La bocca piu non tace,/ l'erba piu non piacel "Pecorella, nero musino/ Mia pezzata agnellina,/ Da tre giorni in qua/ La tua bocca non tace!/ llrba non ti piace/ 0 sei ammalata/ Pecorella amata?"I "Pastorello diletto/ Porta il tuo gregge qua,/ Nel nero 147


boschetto/ Che ce erba per noi/ E ombra per voi./ Padrone, padrone/ Chiama anche un cane/ I1 piu animoso/ lJ piu affettuoso/ Che del sole al calare/Ti vogliono ammazzare/ ll pastore transilvano/ Con quello vranceano!"I ''Agnellina vellosa/ Se sei prodigiosa,/ E se morir m'e dato/ Trail pabbio, in un prato,/ Di' al vranceano/ E al transilvano/ Che mi dian sepoltura/ Qui nella radura,/ Dentro il recinto/ Per restarvi accanto;/ Dietro i capanni/ Per sentire i miei cani./Tu di'loro questo/ E mettirni alla testal Lo zufolo di faggio/ Risuona d'amore/ Lo zufolo d'osso/ Risuona languore/ Lo zufolo di sambuco/ Risuona con fuoco!/ Qpando soffiera il vento/ Si udra il loro !amen to,/ Le pecore si aduneranno/ E mi piangeranno/ Con lacrime di sangue!/ Ma tu del misfatto/ Non dire loro affatto./ Di' loro una cosa:/ Che ho preso in sposa/ Una regina radiosa,/ Del mondo la sposa;/ E quando l'ho sposata/ Una stella e caduta;/ Che il sole e la luna/ Mi tennero la corona;/ Che aceri ed abeti/ Ebbi per convitati,/ Gli alti-monti, preti,/ Musici gli uccelli/ Uccellini a mille/ E fiaccole le Stelle!/ E se scorgerai/ Se incontrerai/ Una madre anziana,/ Con la cinta di lana,/ Con gli occhi piangenti/ Che vaga nei campi/ A tutti chiedendo/ A tutti dicendo:/ Chi ha conosciuto/ Chi ha veduto/ Un bcJ pastorello,/ Par tratto in un anello?/ La sua faccetta,/ Spuma del latte;/ I suoi baffetti,/ Spiga del grano;/ I suoi occhietti,/ M ora del campo?/ Tu, mia pecorella/ Abbi pieta di quella/ E dille una cosa:/ Che ho preso in sposa/ Una principessa/ In un luogo celeste./ Ma a quella mammina/ Tu non dire, agnellina,/ Che quando l'ho sposata/ Una stella e caduta,/ Che ebbi convitati/ Aceri ed abeti/ Gli alti monti, preti/ Musici, gli uccelli/ Uccellini a mille/ E fiaccole le stelle!"ll

E questa la variante piu complessa della ballata; vi si possono individuare diversi motivi, che si articolano in cinque episodi: 1) il conflitto tra i pastori durante La transumanza; 2) la pecora "prodigiosa" che, dopo aver svelato al suo padrone il complotto, ordito dagli altri pastori per ucciderlo "al calar del 148

sole" e impadronirsi del suo gregge, lo invita a difendersi; 3) il testamento del pastore il qualc, invece di pensare alla propria difesa, indica il luogo e le modalita della sua sepoltura; 4) la vecchi<i mad.re, che va in cerca del figlio; 5) l'allegoria morte-nozze, mediante la quale il pastore vorrebbe celare alle altre pecore e poi alla mad.re, omettendo pero alcuni particolari per lei rivelatori, la propria morte. Gli ultimi due motivi sono integrati ncl testamento, che imprime al canto un andamento ÂŤliricoÂť, in contrasto con le premessc di svolgimento ÂŤepicoÂť presenti nella parte iniziale. La ballata e stata spesso considerata come la creazione folclo rica piu atta a rappresentare "il modo di essere specifico del popolo romeno", una sorta di "archctipo della spiritualita popolare": di qui, le discussioni suscitate dall'atteggiamento espresso dal pastore nel testamento, episodio per molti versi sorprendente, con un alto grado di imprevedibilita. L'interpretazione "fatalista" si basa sulla constatazione che ii pastore non abbozza alcun gesto di difesa, ma accetta la morte con serenita, si piega al proprio destino e considera la morte una fatalita cosmica, un ritorno alla Natura, trasfigurandola in cerimonia nuziale. L'interpretazione opposta insiste, invece, sul "vitalismo" del pastore il quale esprime, in un momento tragico della propria esistenza, il suo amore per la vita, l'attaccamento al suo mestiere e all'ambiente naturale in cui evissuto. Tale "vitalismo" e, in particolare, l'allegoria morte- nozze avrebbero alla loro origine un ancestrale "gesto di difesa della vita", elemento etnografico che trova rispondenza nelle pratiche delle nozze postume, assai diffuse nel folclore balcanico, ch e devono permettere a chi e morto celibe (o, meglio, in romeno, nelumit, ossia "non pienamente integrato nel mondo!") di compiere, ritualrnente, mediante un matrimonio postumo con un abete, il proprio destino umano, per potersi integrare nell'aldila, liberando dalla sua presenza nefasta i mondo dei vivi. Altri hanno tentato di conciliare le due opposte interpretazioni, suJla base del "sentimento tragico" con cui viene vissuta dal pastore tutta la situazione.m 149


Nei suoi scritti sulla poesia popolare Sadoveanu si occup0 a piu riprese del canto, ed essi trovano dunque posto nel dibattito a cui ho accennato. Ma presentano anche un interesse diverso, di «poetica», tan to piu significativo in quanto il romanzo La scure fa esplicito riferimento al mi to mioritico. Una lettura dell'opera attraverso la flligrana del mito finisce allora per essere, oltre che suggestiva, anche la piu consona alla poetica dell'autore, che si fonda, in un contesto culturale e letterario quanto mai aperto alle innovazioni (le istanze dell'avanguardia e del modernismo percorrono la prima meta del Novecento romeno), sulla scelta del «tradizionalismo». E a Miori/a Sadoveanu attribuisce, anche in questo senso, il valore di un archetipo. In una pagina autobiografi.ca relativa ai suoi esordi di narratore affermava: Venni allora in contatto spirituale con il recitativo di Miorifa, accompagnato dallo zufolo: lo udii in un ovile, di la dal torrente. Qy.esta antichissima ballata doveva avere un influenza preponderante sul mio svolgimento artistico e sulla necessita che ho sentito, incessantemente, di immergermi nel mito e nello spirito autoctono. Coloro che hanno seguito la rnia letteratura constateranno facilmente che questa regione delle ombre, al principio palpata con timore, mi e diventata sempre piu familiare. [ ... ] Gli storici possono dire che i nostri antenati discendono da Traiano e da Roma. Pur considerando la lingua un fattore importante di comunicazione, ho tuttavia la convinzione che dobbiamo cercare noi stessi piu in profondita e in un passato piu lontano, quando i canti e le leggende traducevano con altri vocaboli gli stessi sentimenti. Posso dire che la nostra gente discende da Roma, ma soprattutto che discende dai Carpazi. Ne sono una prova assai interessante le varianti del canto tradizionale di Miorifa che, certo, e piu antico della nostra latinizzazione.1v "lmmergersi nel m ito e nello spirito autoctono", esplorare questa "reg1one delle ombre": abbiamo qui in nuce la poetica che 150

sorregge la narrativa di Sadoveanu il quale, in polemica con i modernisti che sostenevano la n ecessita di «intellettualizzare» la letteratura, disancorandola tematicamente dalla tradizione (il cosiddetto "sp;cifico nazionale", compromesso dalle idilliche e ripetitive rappresentazioni di matrice seminatoristaV), riteneva che il modo migliore per la letteratura romena di integrarsi nell'Europa fosse invece quello di salvaguardare la propria identita e le proprie radici culturali, resistendo a ogni forma di mimetismo nei confronti delle letterature storicamente consolidate in una posizione di egemonia. L'intervento piu importante sulla letteratura orale eil discorso, intitolato La poesia popolare, che il narratore pronuncio il 9 giugno 1923 in occasione del suo accoglimento all'Accademia di Romania. Dopo aver ribadito la necessita per lo scrittore di proseguire l'o pera iniziata nell'O ttocento dagli intellettuali della generazione del '48 ("La nostra letteratura ha un che di suo, diverso da quello di altri popoli, e questo esufficiente perche da essa possa muovere una letteratura colta originale e nostra"), Sadoveanu si sofferma su Miorifa: Tra tutte queste reliquie del passato, ve ne una la quale si innalza a tal punto [ ... ] che ci possiamo chiedere, a ragione, se se ne possa trovare l'uguale in altre letterature popolari e se anche la letteratura colt.a, nelle sue infinite variazioni, abbia mai realizzato un poemetto cosi armonico e cosi artistico. [ ... ] Vorrei che ricordaste l'allegoria ineguagliata che riveste la morte, nemica dell'uomo, dei panni della sposa sorridente; e poi quel drammatico arrivo della madre, che viene a chiedere del figlio. [ ...] E il sentimento del pastore moldavo di fronte alla natura, di cui si compenetra e nel cui amore naufraga? E la rassegnazione cosi toccante e cosl caratteristica dell'etnia? Per il poeta anonimo la morte eun ritorno alla polvere da cui euscito; la morte euna fatalita che egli accetta con animo forte, pacificato e sereno. v.1 E in altra occasione scriveva: 151


Che artista fu mai - pensavo io - quel primo antico poeta della nostra lingua che non canto ne gloria, ne imprese, ne lotte, ma si send un elemento della natura perennemente nuova e guardo la morte senza tremore, come una liberazione e un rinnovamento?Vll Nella sua interpretazione dell'atteggiamento del pastore Sadoveanu non si discosta da quella fino ad allora prevalente, ch e ne metteva in risalto ii fatalismo, non disgiunto pero dalla forza d'animo e dalla serenita nell'accettazione della morte. Un altro elemento che Sadoveanu coglie nel canto e un aspetto, per cosi dire, .cstilistico», che esercitera una funzione modellizzante sulla sua narrativa: Tutta l'atmosfera della ballata, con le sue allegoric fiorite come una radura, ci spinge a penetrare con una comprensione diversa da quella solita nella psicologia popolare. O!iesti prirnitivi hanno un che di nobile e distinto, che appartiene solo a loro, e cheappartiene quindi solo a noi. II lirismo di questo epos, ossia questa fusione dei generi, cosi difficile a ottenersi da parere una contraddizione, ha un suo significato per colui che cerca lo specifico, e puo costituire la nota originale della nostra letteratura colta.V111 Che ii mito mioritico sfociasse in un'opera colta era dunque nell'ordine delle cose. Per Sadoveanu, i canti popolari non erano solo "reliquie del passato", testimonianze di "un lungo e aspro crepuscolo di sofferenza", da riscoprire e custodire religiosamente, ma anche "gli uccelli azzurri dclla fantasia" - come egli definisce nel suo discorso i canti narrativi tradizionali - venuti dalle "bufere del passato" a dare sostanza e profondita alle creazioni moderne, perche in essi si perpetuava la memoria delle "origini". La prospettiva del narratore sara comunque diversa da quella dell'interprete del canto, quale risulta dai suoi scritti sulla poesia popolare. Semmai, si pu<'> dire che Sadoveanu tentera nel suo 152

romanzo di realizzare il difficile equilibrio tra «liricith ed «epicitlbt, prerogativa della ballata, traducendolo nell'esigenza di fondere nella narrazione la dimensione mitica e simbolica e la dimensione .creaiistica», fatto che costituisce l'aspetto piu originale del libro. 11 narratore isola, nell'epigrafe, i due versi relativi al cane nell'episodio della pecora "prodigiosa". E un tema, questo, che nel canto non ha sviluppo e che diventera, invece, un elemento narrativo essenziale nel romanzo: il cane, unico combattivo testimone dell'assassinio, ritrovera, guidato dalla moglie del pastore sui luoghi del delitto, i resti del suo padrone in fondo a un burrone per diventare poi lo strumento della vendetta, insieme con la scurc, maneggiata dal figlio della vittima. E veniamo, con questo, al problema centrale del romanzo, che modifica sostanzialmente la situazione mitico-lirica del canto. L'assassinio, che nella ballata era considerato dal pastore una possibilita («se mi accadra di morire» dice alla pecora che gli rivela il complotto), nel romanzo viene consumato e tocchera alla moglie del pastore assassinato (e si tratta di un altra innovazione rispetto al canto, dove il pastore e un giovane nelumit, del quale vanno in cerca la "vecchia mad.re" o, in altre varianti, la sua innamorata) ricostruire lo scenario del delitto, smascherare gli assassini, durante iJ banchetto funebre finale, e vendicare la sua morte. 11 motivo della .cvende~, simboleggiato Sn dal titolo, e senza dubbio l'innovazione piu importante. Non certo assente dal canto epico popolare, edel tutto estraneo alla sensibilita del pastore mioritico, preoccupato unicarnente delle modalita della propria sepoltura e di nascondere la sua morte a coloro che ama. £ evidente che Sadoveanu, con questa innovazione, si colloca ormai al di fuori del mi to mioritico vero e proprio (quasi a dimostrarne la non funzionalita in contesto moderno, almeno nella sua interpretazione «VU}gata», da lui stesso accolta) e, in parte, al di fuori delta tradizione, secondo la quale la vendetta era un compito riservato alla «forza» degli uomini. Nel romanzo, vi partecipera anche il figlio, "braccio" guidato dalla "mente" della madre, e l'evento assume ra per lui un 153


valore iniziatico. Ma la vera artefice sad la donna. Si puo dire allora che il mito mioritico e totalmente eluso, addirittura rovesciato e ridotto alla citazione dell'epigrafe iniziale, a semplice suggestivo pretesto?IX Alcuni elementi del mito trapassano nel romanzo proprio grazie all'eroina e alla sostanziale ambivalenza del personaggio, che funge da trait d'union tra i due mondi - il mondo della storia e il mondo «antistorico», caratterizzati ormai da contiguita e interferenze, ma dall'autore messi, non solo idealmente, a confronto - per il secondo dei quali il mito eancora, come direbbe Eliade, per molti aspetti "vivente". Ladonna vive ormai nella zona di interferenza, che ha toccato anche la "parte selvatica" del Paese, ma rimane radicata nei valori della tradizione. La ragione che la spinge a uscire dal "gineceo" per entrare nel "paese degli uomini" e, come l'autore ribadisce nel corso della narrazione proprio per bocca del personaggio, una prescrizione legata ai compiti e ai doveri che la societa tradizionale imponeva alle donne:· quello di prendersi cura <lei morti. E si tratta di un imperativo non dissimile, in fondo, dalla preoccupazione che il pastore della ballata, minacciato di morte in una condizione di solitudine, dimostra per la sua sepoltura. 11 peregrinare dell'eroina sulle tracce del gregge e dei tre compari a cavallo, il suo andirivieni quasi labirintico sui luoghi del delitto - una vera e propria quite che, sviluppando un motivo del canto, conferisce mobilira epica allorizzonte lirico del mito - ha dunque le sue radici nei «doveri» imposti dalla tradizione. La stessa «vendetta», nei modi in cui si compie, risulta essere una sorta di compromesso, richiesto dalle circostanze, e viene architettata dalla donna per ottenere, comunque, il ristabilimento dell'ordine delle cose, del l'equilibrio infranto: altro impcrativo che le deriva non dalla storia, daUe leggi dello Stato - accettate per necessita, ma estranee e quindi abilmente scavalcate - bensl dalla «tradizione». In una collettivita tradizionale, sempre piu minacciata dall'urgere della storia, nella quale sono coinvolti in particolare gli uomini (Nechifor Lipan ne e un esempio ), la donna continua a essere la custode per eccellenza dei valori an cestrali. 154

La ricostruzione dello scenario del delitto, che stupisce sia l'inetto inquirente sia l'assassino, ormai sicuro dell'impunita, ecerto il frutto dell'intraprendenza e dell'intelligenza dell'eroina; anzi, non e che l'atto lo~camente conclusivo della serrata inchiesta da lei condotta. Ma ha pure radici nel mito, come il narratore lascia, allusivamente, trasparire: "Era l'ora del tramonto. O!ialcuno crede che fatti simili accadano di notte. lo so per certo che il fatto e accaduto di giomo, al tramonto del sole" (cap. XVI). Deduzione logica, per un verso, degna del piu acuto risolutore di enigmi gialli; ma, per un altro verso, percezione da parte della donna che le cose non possono essere andate diversamente, perch e cosi e stato tramandato. Anche il finale «Ottimistico» del romanzo e la «gaiezza» di Vitoria, a cui fa da preludio l'ambigua frase rivolta all'assassino del marito - "D io vi perdoni" -, hanno de] resto Je loro radici nella mentalita tradizionale. O!iesta frase e assai significativa per comprendere l'atteggiamento della donna e la sua «religiosith: pur dedita a tutte le pratiche religiose cristiane, che sono diventate parte essenziale della tradizione, ma che non escludono la magia - si veda, all'inizio del romanzo, la sua visita al pope e, subito dopo, alla fattucchiera del villaggio - e convivono con tutte le altre usanze, legate al ciclo della vita umana e al ciclo dell'anno, rimane radicata nei valori di una tradizione precristiana, la quale non indudeva il perdono. Ma la «religiosita" della donna e di altri personaggi del romanzo (quella del signorToma,in particolare; ma essa affiora, significativarnente, nello stesso G heorghita, lasciato solo dalla madre a vegliare i resti di suo padre nel burrone), si manifesta soprattutto nella stretta connessione tra la vita umana e i ritmi cosmici (si pensi, ad esempio, alla protagonista e al suo lasciarsi guidare dalle forze della natura e, in particolare, dal «vento»), vissuta in una dimensione di sacralita, caratteristica delle popolazioni rurali de! Sudest europeo. Mircea Eliade ha definito questo atteggiamento «cristianesimo cosmico», considerandolo una "nuova creazione religiosa"; infatti, "lungi dall'implicare una «paganizzazione» del cristianesimo, era al contrario una «cristianizzazione» della religione <lei loro antenati".X 155


Di questo atteggiamento, presente nel folclore religioso romeno, si trova traccia, secondo Eliade, anche in Miori,ta, nel sentimento di comuruone tra l'uomo e la Natura. E dalla ballata rifluisce nella «religiositi» di alcuru personaggi del romanzo. E questo un altro aspetto, non marginale, in base al quale e possibile a.ffermare che il sostrato mitico da sostanza alla narrazione, anche se il mito mioritico vi appare ormai rifranto in un esile filigrana visibile in trasparenza solo se scrutata con attenzione. L'ambientazione «realistica" del romanzo (il riferimento, nel cap. X, al passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano, applicato a partire dal 1924, ne consente una precisa collocazione «Storica») ci riporta agli anru della Grande Romania, nata dagli eventi della prima guerra mondiale: e uno .spazio in cui sopravvivono gli aspetti e i modi di vita arcaici della Romania tradizionale accanto alle realta dello Stato moderno, presente soprattutto attraverso i "servitori di Sua Maesta", immaginati inizialmente dalla donna (si veda l'inizio del cap. VI) -come una orga.nizzazione gerarchica di "scrivani", estesa a tutto il Paese, intenti a mcttere sulla carta tutto quanto accade, dunque anche le vendite di pecore, e percio funzionale al ritrovamento del marito scomparso. Alcuni elementi della modernira fanno orrnai parte integrante della vita di Vitoria (della posta si serve regolarmente); altri le sono ancora estranei (il treno, ad esempio, di cui le racconta il figlio; del telefono sara costretta a servirsi, ma considered il suo gesto un "peccato"). Si tratta dunque di un mondo, tenacemente radicato nei suoi valori, che continua a suo modo a resistere alla storia (o a "boicottarla», come diceva Lucian BiagaXI), pur adatta.ndo la sua vita alle mutate condizioni. Lo scrittore lo vuol ritrarre in un preciso momento «Storico», mentre ancora manifesta una piena vitalita; ma intende anche offiirne una rievocazione autentica, che non indulga ad alcuna idealizzazione. Vedendo nei "primitivi"i depositari della memoria e dei miti delle "origini" e della "tradizione" che li perpetua, potra esserne fosservatore impassibile e impersonale? Il narratore, da un lato, mettendo a confronto i due mondi e facendo prevalere, attraverso il personaggio di Vitoria - per 156

nulla idealizzato- i valori della civilta tradizionale, dichiara la sua «ideologia» tradizionalista,Xlt dall'altro, adottando una tecnica narrativa basata su un grado assai alto di funzionalita di tutti gli elementi del racconto,xrn si preclude ogni scarto narrativo idealizzante, che potrebbe alterare l'autenticira della rappresentazione. La «nostalgia» per un mondo destinato a scomparire appare dunque suggerita dalle situazioni piuttosto che detta apertamente. Un altro esempio ecostituito dalla pacifica convivenza tra le etnie, che caratterizza la vita dei "montanari", nonostante la loro innata diffidenza per i "forestieri", e nella quale sembra rispecchiarsi la diversita immutabile- e sosta.nzialmente non conflittuale - dei destini di uomini e genti, disposta e fi.ssata in illo tempore dal Dornineddio della "storia" con cui la narrazione si apre: si pensi al ruolo che svolgono nel romanzo, accanto ai personaggi romeni, come il vecchio Pricop o il signor Toma, personaggi come il signor David, commerciante ebreo, o l'impiegato tedesco di Vatra Dornei, tutti "amici" del pastore Nechifor Lipan ed estimatori della sua valentia, i quali concorrono, in vario modo, ad aiutare Vitoria a sciogliere !'enigma della sua scomparsa. Anche in questo senso la narrazione assume - in contrasto con le rninacce incombenti della Storia - un valore simbolico.XIV

Marco Cugno (1939-2012), gia professore ordinario di Lingua e letteratura romena presso la Facolta di Lingue e Letterature straniere dell'Universita di Torino. H a pubblicato numerosi studi su autori romeni moderni e contemporanei (tra cui M. Eminescu, T. Arghezi, L. Blaga, M. Eliade, C. Noica, N. Stiinescu,M. Sorescu,A. Blandiana e N. Manea) e.ha tradotto e curato numerose antologie di poesia romena del.XX secolo (tra cui la recente e comprensiva La poesia romena de/ Novecento, Edizioni dell'Orso, 1996, 2009) e diversi volumi di narrativa contemporanea (P. Goma, A. Blandiana e N. Manea). Ha inoltre tradotto e curato l'edizione italiana di saggi di teoria dell.a letteratura e filosofia (A. Marino, L. Blaga e C. Noica). Ha dedicato al capolavoro poetico del maggior poeta romeno dell'Ottocento la monografia 157


Mihai Eminescu: nel laboratorio di "Luceaflirul", Edizioni dell'Orso, 2007, tradotta anche in romeno (2014). Per il romenista torinese la traduzione e stata infatti non attivita ancillare, bensi pilastro portante di un' opera di studioso che ha al suo centro il testo letterario, primo e piu sincero affetto dd vero innamorato di letteratura. In attesa di trovare un editore, questa nuova traduzione italiana del romanzo Baltagul di M. Sadoveanu ha circolato tra gli studenti di letteratura romena dell'ateneo torinese come materiale d i studio. Grazie all'editore Mauro di Leo di Atmosphere Libri, che ha accolto la proposta di darla alle stampe insieme a un puntuale saggio, anch'esso inedito, il cammino sinuoso di questo testo giunge finalmente al suo naturale compimento, tra le pagine di un libro destinato a un piu ampio pubblico di lettori, doveroso omaggio a un grande autore e al suo traduttore.

Note I La prima traduzione , edovuta a G. Lupi,Losteria diAncutza - La scure, Mondadori, Milano 1944. Suecessivamente, Losteria diAncutza - La scure - La gente de/le capanne (tr. di M. Baffi, pre£ di M. de M icheli), Ed . «Avanti», Milano 1963, ripresi poi, in volumi separati, dalle Edizioni Paoline, 1965. Altre opere tradotte: Nove/le romene (tr. di Al. Marcu e C. Cecchini), Campitelli, Foligno 1922; II mulino sul Sire! (tr. di L. Santangelo, pre£ di G .B. Angioletti), Novissima, Firenze 1932; La croce dei Rasesci (tr. di A. Silvestri Giorgi), Carabba, Lanciano 1933; Mitrea Cocor (tr. di G. Petronio), Ed. di Cultura Sociale, Roma 1952; Racconti di guerra (tr. di L. Rocca), Ed. Paoline 1963; II mulino sul Siret (tr. di C. Albertini), Canesi, Roma 1964; La stirpe dei Falco-

nieri (tr. di C . Albertini), Ed. Paoline, 1965; La fontana def/a gioventu (tr. di I. Garzonio, L. G iovannetti, A. Barbieri), ivi, 1966; II bosco incantato (tr. di 0 . Tarenz e I. Garzonio), ivi, 1966; II 24 giugno (tr. di L. Valmarin), ivi, 1966; II wrtice di Valinash (tr. di I. Garzonio, L. Spalmach, L. Valmarin, E. Latini, A. Barbieri), ivi, 1966; I ri-

cordi def caporale Gheorghitza (tr. di A. Gherardi), ivi, 1966 (cfr. P. Buoniocontro, La presenza de/la Romania in Italia nel secolo XX, Contributo bibliografico 1900-1980, D e Simone ~ditore, Napoli 1988).

II V. M . Cugno, D. Lo~onti (a c. di), Folclore letterario romeno, Regione Piemonte, Torino, 1981, pp. 35-38 (tr. di M . Cugno).

III Per una sintesi delle varie interpretazioni, si veda M. Eliade, La pecorella veggente, in Id., Da Zalmoxis a Gengis-Khan [1970], Ubaldini, Roma 1975, pp.199-224. IV Tutti gli scritti dedicati alla letteratura popolare sono raccolti in M . Sadoveanu ,

Poezia populara, a c. di Petru Ursache,Junimea,Ja~i 1981; la citazione si trova a p. 47. V II Seminatorismo

e una

corrente letteraria che prende ii nome dalla rivista

Semiiniitorul (II seminatore), fondata nel 190 1. VI Sadoveanu, Poezio, cit., pp. 35-36. VII Ibidem, p.39. VIII Ibid., p. 63. IX II tema principale de! dibattito critico sul romanzo estato il suo rapporto con ii mito. Perpessicius (Men,tiuni critice, Ill, Fundatia pentru Literaturll. ~i Arta «Regele Carol Ih, Bucure~ti 1936, p. 368) affermava: "L'aver conservato alla narrazione, gerrninata nel vaso di cristallo di Miorifa, tutta la purezza di timbro della ballata e tutto

ii suo contorno astrale eii merito principale e piu prezioso de La scure". D i parere opposto, in anni piu recenti, I. Negoitescu (1972, ora in Id., Istoria literaturii romane, I .

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Titolo dell'opera originale Battagul Š by Jordan Herford

Traduzione da/ romeno di Marco Cugno Edizione acura di Roberto Merlo

Š Atmosphere libri 2015 Via Seneca 66 00136 Roma, Italia www.atmospherelibri.it atmospherelibri.wordpress.com info@atmospherelibri.it

Redazione acura de II MenabO (www.ilmenabo.it)

I edizione nella collana Biblioteca dell'acqua maggio 2015 ISBN 978-88-6564-144-<>

Padrone, padrone, Chiama anche un cane...


La Scure (Baltagul) mihail sadoveanu