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Palascìa_l’informazione migrante, quadrimestrale d’intercultura della Società Coop Sociale Métissage iscritto al n° 1045 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 27 Gennaio 2010 - Anno 1 / Numero 1 / Gennaio - Aprile 2010 - www.metissagecoop.org

Siete voi il nostro futuro

La Puglia migliore che si pensa e si progetta, una terra che ritorna a tutti i suoi protagonisti. Partendo da giovani e immigrati.


SOMMARIO/Gennaio 2010 palascìa 01

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Editoriali

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Primo Piano

08

Attualità Internazionale Nazionale Regionale Territorio

14

DOSSIER/Lavoro 19 - Giuseppe Gioffredi L’infanzia negata, l’infanzia possibile

22

Rubriche 22 - Tonio Dell’Olio Diritti Umani / ¡Hasta la Paz!

24

Info Istituzionali

26

Cittadinanza Interculturale

27

The Wall (inserto centrale staccabile)

33

Terzo Settore 33 - Luigi Conte Più forza al volontariato

36

Storie Educazione all’intercultura

42

Cultura 42/letteratura - Sara De Giorgi Parole in viaggio 47/teatro - Manuela Mastria Il sogno del Mediterraneo culla della pace 51/danza - Francesca Degli Atti La danza del ventre: passato e presente

52

Agenda 52 - Mauro Biani e Sergio Nazzaro Jerry, Enzo e la legge del mare”

Palascìa_l’informazione migrante Quadrimestrale d’intercultura della Società Coop Sociale Métissage iscritto al n° 1045 del Registro della Stampa del Tribunale di Lecce il 27 Gennaio 2010 Anno 1 / Numero 1 / Gennaio - Aprile 2010 [Distribuzione Gratuita] www.metissagecoop.org palascìa@metissagecoop.org Direttore responsabile Andrea Aufieri Direttore editoriale Rosa Leo Imperiale Redattori Cristina Pappadà, Rosa Leo Imperiale, Emanuela Ciccarese, Bema Coulibaly Fotografi Lorenzo Papadia, Paolo Margari, Salvatore Bello Altre fotografie di Amanda Kastrati, Adelaide Strada, Marco Spinelli, Rosita Marchese, Andrea Centonze, Marcello Moscara, Rico Cavallo, Francesca Degli Atti Hanno collaborato Marco Leopizzi, Errica Goffredo, Rosita Marchese, Mariana Metrangolo,William Capraro, Amanda Kastrati, Alessandra Tommasi, Daisy Adasha Morgan,Nathalie Dena, Yves Roland Houeto Ospiti Mauro Biani, Tonio Dell’Olio, Giuseppe Gioffredi, Luigi Conte, Manuela Mastria, Sara De Giorgi, Francesca Degli Atti Editing Andrea Aufieri, Marco Leopizzi Progetto Grafico e Impaginazione Marco Spinelli Foto di copertina Lorenzo Papadia Stampa Cartografica Rosato, Lecce Editore Métissage soc coop sociale Via E. Menga,16-73100 Lecce info@metissagecoop.org *Le collaborazioni si intendono gratuite e volontarie, la responsabilità esclusiva dei contenuti degli articoli appartiene ai rispettivi autori. L’editore è responsabile solo per i testi di “Redazione”. I testi pubblicati possono essere riprodotti previa segnalazione alla redazione di Palascìa_l’informazione migrante tramite mail (palascia@metissagecoop.org) e segnalazione del credito (Autore/www.metissagecoop.org). Alcuni testi, laddove specificato, possono essere soggetti a Creative Commons o a Copyright e la loro pubblicazione è vincolata alle normative vigenti. Tutto il materiale inviato, anche se non pubblicato, non sarà restituito e rimarrà a disposizione della redazione per eventuale futura pubblicazione. Un ringraziamento particolare a Fabio Tolledi, Luigi Perrone, Antonio Ciniero, Beatrice Leone, Bledar Torozi, Benfik Toska, Stefano Baldo, Caterina, Giuseppe e Francesco Marasco, e a tutti coloro che credono in questo progetto e ci sostengono.


EDITORIALE METISSAGE palascìa 01

[di Rosa Leo Imperiale] Per Métissage, la nostra Cooperativa sociale, il bando “Principi attivi” della Regione Puglia è stata l’occasione per realizzare un progetto di comunicazione sociale in tema di immigrazione e inclusione sociale: una rivista che si occupi di intercultura, che, nel Salento, è già di per se un’idea innovativa, se si pensa inoltre che non ci sono esperienze simili in provincia. Il contesto sociale e culturale salentino, caratterizzato da un fenomeno migratorio che ad oggi - grazie al graduale cambiamento dai primi episodi degli inizi anni novanta - possiamo definire come stabile, strutturale e permanente, rende a nostro avviso indispensabile ripensare alla società come una società pluralistica, e quindi multiculturale e multietnica. Una società che sia aperta agli scambi, alle comunicazioni e ai rapporti economici con altre realtà, che si caratterizzi per la presenza di elementi di innovazione, di spinte al cambiamento, relazioni complesse che richiedono un’adeguata capacità di lettura e di orientamento. Tale contesto ci ha suggerito che fosse indispensabile un “supporto” dal mondo dell’informazione: non attraverso le solite “chiavi di lettura” sul tema immigrazione/ interazione, che conducono ai soliti stereotipi e pregiudizi e alle recenti forme di discriminazione, ma attraverso una informazione interculturale appunto, che abbia uno sguardo globale sulla città, che racconti in particolare la vita e gli eventi delle diverse culture che arricchiscono la nostra quotidianità e senza le quali, diciamolo, saremmo uomini e donne culturalmente impoveriti. Ed è da qui che nasce “Palascìa_l’informazione migrante” . Nasce dalla volontà di dar voce alle comunità di stranieri presenti sul territorio, per poter raccontare eventi e storie con i lori occhi, anche attraverso i loro codici linguistici. Nasce dal desiderio di offrire alla cittadinanza uno strumento di conoscenza, di approfondimento e di analisi di questa società multiculturale, uno strumento di partecipazione e di confronto dato dall’incontro, dal dialogo e dalla contaminazione reciproca tra soggetti e culture diverse per la valorizzazione e la promozione della diversità come unica via d’uscita dall’impoverimento culturale che i nuovi canoni educativi ministeriali tentano di imporre. Ci auguriamo che la distribuzione della rivista nelle scuole, nelle associazioni, nelle comunità, nei centri culturali, ma anche nei tradizionali circuiti di distribuzione, possa contribuire alla costruzione di una società aperta al confronto e incuriosita dall’altro e dalla sua diversità, una società che sia capace di garantire i valori d’uguaglianza sociale e di rispetto e valore delle differenze , di ripensare i propri modelli di convivenza, di ridisegnare i contenuti e i contorni delle nostre istituzioni. Pertanto, la redazione di Palascìa è aperta a chiunque volesse contribuire volontariamente a questo progetto interculturale attraverso idee, esperienze, racconti, per offrire alla redazione e a tutti i lettori uno sguardo “altro” che aiuti a completare la visione globale e interculturale della convivenza, realizzando il principio e lo scopo di Métissage, come intreccio di colori, culture e diversità che rendono migliore ogni cittadino.


EDITORIALE PALASCÌA palascìa 01

[di Andrea Aufieri]

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Perché una rivista d’intercultura e perché da Lecce? La vittoria del bando regionale “Principi attivi_giovani idee per una Puglia migliore” ci ha dato una grande opportunità per operare in un contesto, quello leccese, in cui in meno di un lustro le presenze immigrate sono raddoppiate. Succede che dovremo abituarci al dialogo, e quale mezzo migliore per esercitarlo se non una rivista? Magari, come faremo, redatta e raccontata tanto da italiani quanto da immigrati. I lavori sono in corso, nell’ottica di una prossimità sempre più definita nei confronti dei nostri lettori, che consideriamo come cittadini, tutti, che consideriamo per i loro diritti, i loro doveri e le loro storie, perché tutti possiedono un patrimonio sociale che l’appiattimento dell’integrazione potrebbe cancellare. “Non dimentichiamo di essere un popolo di migranti”: così diceva Napolitano a ottobre 2009, e sembra sia passato un secolo (a ritroso), invece è appena l’inizio dell’anno quando scoppiano i fatti di Rosarno. In mezzo un mare di cronaca. Nera o grottesca, avente come leitmotiv la caccia istituzionalizzata all’immigrato. Come a San Martino dall’Argine, provincia di Mantova, regione Lombardia, o al “White Christmas” di Coccaglio, Brescia, regione Lombardia. La Lombardia è una delle regioni più ricche d’Italia, contribuiscono alla sua ricchezza un milione circa di immigrati e un numero non quantificabile di terroni. E da Varese, regione Lombardia, proviene Maroni, che dopo Rosarno ripete di voler calcare la mano sugli immigrati, perché il nostro paese è stato finora troppo permissivo con loro. Permissivo, forse, nel senso di “permesso di soggiorno”, quel pezzo di carta per avere il quale quote sottostimate di lavoratori immigrati sono disposti ad accettare qualsiasi condizione. A Rosarno si sono stufati; molto presto, il 1 marzo, si stuferanno gli immigrati di tutta Italia e di tutta la Francia, in modo più pacifico, ma questo al giorno d’oggi non sembra più scontato. Noi intanto siamo in Puglia: abbiamo avuto il “Black Christmas”, ma siamo al centro del primo processo moderno in Europa per riduzione in schiavitù di persone immigrate. Una terra di contraddizioni, non una meta preferita dagli stranieri se non per i lavori stagionali più rilevanti (i pomodori in Capitanata, le angurie salentine). Ma da sempre crocevia di cui il Faro della Palascìa, a Otranto, il punto più a oriente d’Italia, è insieme simbolo, testimonianza, prometeo di un nuovo umanesimo che i suoi studiosi hanno teorizzato negli anni passati e che i suoi abitanti hanno messo in pratica ogni giorno. Ignorare gli “altri” significherebbe creare le condizioni per una nuova Rosarno. Ciò che differenzia la Puglia dalla Calabria e dalla Lombardia, oltre alla ricchezza di certi piatti, sta nell’aver evitato di istituzionalizzare il razzismo e le derive segregazioniste e securitarie. Ne sono esempi la recente approvazione delle norme di accoglienza varate dalla Regione, vittoria di una politica inclusiva, e ne sono esempio le politiche giovanili portate avanti secondo un pensiero semplice, ma devastante: “Siete voi il nostro futuro” , come ci suggerisce Guglielmo Minervini, nessuno spettatore, tutti protagonisti. Rifiutando un concetto stretto di integrazione, porremo attenzione al lessico impiegato, che troppo spesso i media tradiscono nell’obiettività cedendo ad un sensazionalismo pruriginoso (ogni immigrato è un clandestino, il delinquente lo è di più se è un immigrato). Vogliamo parlare di interazione, un concetto ancora lontano dalla società italiana, che è certamente una realtà storicamente multiculturale, ma il passaggio all’interculturalità presuppone una maturazione nel dialogo e nel confronto, come ripetono certi pionieri come Tonio dell’Olio, Franco Cassano e Luigi Perrone, che hanno arricchito il nostro sapere in questa terra. Un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanità, quello che sapremo condurre dalla tolleranza verso l’alterità.


PRIMO PIANO palascìa 01

VIAGGIO NELLA PUGLIA MIGLIORE testo - Cristina Pappadà

«

Se non si ha il coraggio di prendere il cuore dei giovani e di considerarlo il paradigma fondamentale della costruzione delle politiche pubbliche, noi abbiamo costruito un mondo di morti. Oggi io vedo invece un mondo di vivi». Cosi parlava il presidente della Regione Nichi Vendola al primo Principi attivi camp del 9 maggio 2009, dove si sono incontrati i giovani pugliesi che hanno partecipato al bando regionale “Principi attivi - giovani idee per una Puglia migliore” per confrontarsi e crescere insieme. L’assessorato alla Trasparenza e Cittadinanza attiva della Regione Puglia, diretto da Guglielmo Minervini, ha voluto puntare sui giovani e sulle loro idee pubblicando il bando che ha raccolto centinaia di progetti provenienti da tutta la regione e finanziandone un buon numero. È arrivata così l’occasione per tutti i ragazzi pugliesi che avevano un sogno nel cassetto e che hanno potuto creare delle cooperative, delle società o delle associazioni per portare avanti la loro idea imprenditoriale. Il bando era indirizzato a tutti i giovani al di sotto dei trentatrè anni, residenti in Puglia. I progetti potevano essere inseriti in tre differenti ambiti di interventi: tutela e valorizzazione del territorio con progetti legati al turismo sostenibile, allo sviluppo urbano e rurale e alla valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e artistico; sviluppo dell’economia della conoscenza e dell’innovazione che raccoglieva i lavori che si interessano di comunicazione e ai nuovi mass media, oltre che alle nuove tecnologie e a progetti di innovazione tecnologica; inclusione sociale e cittadinanza attiva che raccoglieva i progetti che si interessavano di pari opportunità, inclusione sociale, legalità e antirazzismo. Per buona parte dell’anno scorso i giovani pugliesi sono stati in un fermento continuo: incontri, colloqui, idee, appuntamenti con consulenti e commercialisti e poi la spedizione e l’attesa della notifica dell’ accettazione del progetto. Una volta arrivato il via libera dalla Regione, sono iniziati i mille dubbi, le domande, le incertezze, ma allo stesso tempo la gioia e l’entusiasmo di potersi misurare con le proprie idee, facendole diventare realtà. Ancora oggi si continua a lavorare incessantemente per portare a buon fine quello che non è più soltanto una bozza su carta, ma che, giorno dopo

| Bari, Principi Attivi Camp - fotografia di http://www.flickr.com/photos/bollentispiriti/3597503927/

giorno, diventa, per molti di noi, una sfida e un investimento per il futuro. Alcuni lavori si sono avviati a marzo 2009, in una prima tornata di finanziamenti, per cui adesso si possono considerare già in fase finale. Altri gruppi hanno dovuto aspettare l’avvio di una seconda tornata di finanziamenti per avere l’opportunità di concretizzare la loro attività imprenditoriale. Abbiamo incontrato alcuni rappresentanti dei bandi vincitori per farci raccontare come procede il loro lavoro. Associazione Culturale TTevents ttevents.lecce@gmail.com

L’associazione culturale Ttevents, ha vinto il bando con il progetto “Rock me” che punta sull’ integrazione sociale e la diffusione della musica come fattore educativo. L’idea progettuale prevedeva un laboratorio musicale tenuto presso l’istituto professionale “A. De Pace” di Lecce con la partecipazione di venti ragazzi provenienti da vari istituti leccesi, ai quali sono stati messi a disposizione tutti gli strumenti necessari alla registrazione su supporto audio. Titti Stomeo, presidente dell’associazione, ci racconta il progetto: «I ragazzi

hanno lavorato insieme a uno staff di giovani musicisti, già in possesso di una consolidata esperienza nel settore. Giorno dopo giorno le lezioni diventavano sempre più interessanti e intense; molti ragazzi si fermavano a scuola dopo la quinta ora di lezione e c’è stato un incremento della presenza nelle ore scolastiche per non mancare al corso pomeridiano di musica. Il progetto si è concluso a metà gennaio con un saggio presso l’ auditorium dell’istituto “De Pace”. Sul palco si sono alternati i nostri musicisti “provetti”: siamo fieri dei nostri ragazzi perché attraverso la musica ci hanno regalato un’esperienza meravigliosa che ci ha aiutato a capire come approcciarci al modo di vivere quest’arte da parte degli adolescenti e ci ha confermato che questa è un perfetto strumento di coesione, unione e socializzazione.

Associazione Il Borgo O.N.L.U.S. ilborgo.onlus@libero.it

In ambito editoriale segnaliamo con piacere il periodico “Fuga Di Notizie” ideato dalla associazione Il borgo onlus che, avvalendosi della collaborazione di esperti del non profit, educatori e giornalisti, accomunati dall’impegno sociale,


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punta a promuovere le pari opportunità nella realtà carceraria e a contrastare l’emarginazione e la discriminazione dei detenuti dentro e fuori le mura del carcere. “Fuga di notizie” è un giornale scritto dalle donne del settore alta sicurezza di borgo san Nicola, il carcere di Lecce, «attraverso il quale - ci scrivono - cercheremo di superare l’isolamento più mortificante per chi vive la reclusione: l’impossibilità di raccontarsi al mondo. La nostra redazione situata in un’aula del penitenziario femminile ospita per due volte a settimana quindici detenute che cercano di impegnare il loro tempo in modo costruttivo, oltre alle canoniche udienze, alle visite dei familiari e alla noia del quotidiano tra quattro mura. Si tratta di madri, mogli, figlie, sorelle che pagano nel contesto carcerario anche la loro condizione di donna». Il bimestrale racconta l’esperienza al femminile nel carcere attraverso testimonianze dirette di chi lo vive, ma anche con notizie di carattere più strettamente informativo, che consentono di far conoscere i diritti e le iniziative rivolte specificamente alle detenute. La scelta dei temi e del modo di trattarli matura gradualmente, in base agli interessi emersi dalle detenute. Vengono affrontate, con uno stile giornalistico, situazioni di disagio specifiche, oltre ai problemi che interessano tutta la popolazione femminile detenuta. Centro Studi “G. Sergi“ www.centrostudigs.org

A Casarano è attivo il progetto del Centro studi di ricerca e promozione della cultura di pace “Giuseppe Sergi”, nato dall’impegno di un gruppo di insegnanti, psicologi ed altre figure professionali che lavorano nel settore educativo condividendo l’esperienza acquisita negli anni e mettendola al servizio dei ragazzi e delle loro famiglie, attraverso alcuni percorsi di educazione all’affettività. Il centro propone una serie di attività didattiche con principale attenzione a laboratori di educazione alla pace. A tal proposito è già stato avviato un progetto pilota che vede protagoniste due classi prime di due diverse scuole secondarie di primo grado ed i loro genitori, che svolgeranno un percorso mirato al riconoscimento di sé stessi e dell’altro, dei propri e degli altrui bisogni. Si tratta, in sostanza, di accettare la sfida della complessità, individuando i valori comuni e valorizzando le differenze e l’intelligenza emotiva di studenti, genitori ed educatori. Si può andare avanti solo lavorando in rete con collaborazioni a livello istituzionale e non, avvicinandosi con empatia agli altri, senza temere di

perdersi nel sistema complesso della dimensione dell’uomo planetario ma, piuttosto, mettendo a frutto le opportunità che la realtà contemporanea offre. Perché il futuro sia propizio, infatti, bisogna prepararlo. Ecotopìe soc. coop. www.ecotopie.it

Dalla voglia di tre giovani amici di impegnarsi per lo sviluppo del proprio territorio è nato, il progetto “Sentieri a sud” che ha poi dato vita alla cooperativa Ecotopìe il cui principale obiettivo è la promozione di un viaggiare etico e consapevole, rispettoso delle esigenze del territorio, della natura, della sua gente e della sua identità, attraverso l’applicazione dei principi del turismo responsabile indicati nella “carta d’identità per viaggi sostenibili” prevista dall’Associazione italiana turismo responsabile (Atir). La cooperativa lavora attivamente coinvolgendo strutture ricettive, aziende locali e altre realtà associative per proporre itinerari turistici sostenibili, che interessino le strutture del luogo, alberghi a conduzione familiare, agriturismi, bed & breakfast. La spiccata attenzione verso l’ambiente, il territorio e le sue specificità si realizza da parte di Ecotopìe nella promozione dell’uso di mezzi di trasporto locali a basso impatto ambientale come bus di linea, treni, bici e nell’ organizzazione di incontri diretti con la popolazione e con le associazioni impegnate in progetti di sviluppo sociale e ambientale delle comunità del territorio. «All’inizio non è stato facile - ci racconta la presidente Simona Pappadà - siamo stati travolti da pratiche burocratiche, uffici e consulenze per riuscire a capire come muoverci al meglio, ma ora l’entusiasmo e il concretizzarsi del nostro lavoro ci dà soddisfazioni e voglia di continuare con sempre maggiore grinta!» Energy System SRL www.energysystemsrl.it

Di carattere più tecnologico è invece il progetto presentato da due giovani ingegneri salentini, Mauro Tafuro e Vincenzo Giliberti, promotori di un’ innovazione nel campo del fotovoltaico che potrebbe portare un importante supporto allo sviluppo delle energie rinnovabili in Puglia. Energy system srl, nata in partnership con un’azienda salentina ha proposto l’ideazione e la realizzazione di un impianto pilota fotovoltaico bi-combinato, un impianto composto da pannelli che producono energia solare e termica. L’idea nasce dalla cogenerazione di fonti energetiche quali quelle derivanti dall’acqua e

dal sole, elementi presenti in abbondanza sul nostro territorio. Tale idea è stata elaborata con grande entusiasmo perché la semplicità e la genialità del sistema potevano essere una grossa opportunità per far fare un balzo in avanti al progresso tecnologico salentino. «Il progetto si è rivelato arduo in un contesto in cui il livello tecnologico e infrastrutturale non è adatto allo sviluppo di un oggetto così evoluto, ma la tenacia non ci manca – ci spiega con entusiasmo Vincenzo Giliberti, uno dei due responsabili - quindi cerchiamo di trovare alternative per superare le difficoltà incontrate. Questo nostro progetto ci ha fatto capire che il futuro è nelle idee di giovani che hanno voglia di fare e di realizzare qualcosa di buono per una terra che ha bisogno di crescere come il resto di Europa». Improvvisart soc. coop. www.improvvisart.com

La cooperativa Improvvisart, creata da Ilenia Spedicato (Presidente), Alessandra Villa e Fabio Musci (consiglieri) ha aperto la prima “Scuola di Improvvisazione teatrale per la Puglia”. Ci racconta Alessandra:«L’idea nasce a seguito della visione di spettacoli di improvvisazione teatrale realizzati a Roma da “Improteatro” , a cui abbiamo assistito e di cui ci siamo innamorati». L’obiettivo del progetto è quello di far entrare la scuola nel già avviato circuito della Scuola nazionale d’Improvvisazione teatrale, consistente in un percorso teatrale che, con l’apertura di corsi triennali, fornirà gli strumenti agli allievi per sviluppare le tecniche dell’improvvisazione individuale e di gruppo, divenire “amatori” alla fine del biennio e professionisti e istruttori al termine. Questi ultimi permetteranno la creazione di una squadra regionale per la realizzazione di corsi e spettacoli autonomi. La forte potenzialità dell’idea sta proprio nella sua continuità, che produrrà periodicamente nuovi istruttori e nuovi iscritti. Sarà possibile ospitare anche in Puglia veri e propri raduni e campionati nazionali ed internazionali, catch di improvvisazione (sfide/spettacoli tra squadre di diverse sedi), nonché avvalersi del marchio ufficiale di Improteatro.


PRIMO PIANO palascìa 01

Guglielmo Minervini: Siete voi il nostro futuro Intervista all’assessore regionale alla Trasparenza e cittadinanza attiva

testo - Cristina Pappadà Ci spieghi in poche parole cos’è il bando “Principi attivi”. Divertente l’ipotesi di spiegare Principi attivi ai vincitori di questo bando. Accetto la sfida e vi accompagno al momento in cui è nata l’idea Bollenti spiriti. Luglio 2005. A poche settimane dal mio insediamento, la delega alle politiche giovanili nascosta nel titolo “Trasparenza e cittadinanza attiva” ed un gruppo stravagante e ben assortito di giovani (e non) con cui ho disegnato il primo programma regionale di politiche pubbliche in favore dei giovani pugliesi. Il bando Principi attivi è l’ultimo nato. Dopo il Contratto etico, i Laboratori urbani per la creatività giovanile e la grande partecipazione alle iniziative promosse in favore della legalità. Principi attivi. Vi abbiamo invitati ad esserci, ad alzare una mano e attivarvi. E avete risposto in tanti, azzardando con i vostri sogni. Ne avete fatto progetti innovativi che oggi vivono su tutta la nostra terra. Quattrocentoventi gruppi di giovani imprenditori abitano la nostra regione cimentandosi in tante e diverse forme di vita e di sviluppo. Quindi, provo a sintetizzare: il bando Principi attivi è semplicemente una delle tante risposte possibili alla domanda dei giovani di attivarsi, di esserci. Quali motivazioni hanno fatto maturare l’idea di investire sulla capacità imprenditoriale dei giovani pugliesi? Una certezza: i giovani sono la risorsa del nostro futuro. Non si può pensare allo sviluppo di un paese, di un territorio, se al centro delle politiche pubbliche, della stessa Politica, non ci sono i giovani. Siete voi il nostro futuro. Siete voi al centro degli investimenti che questo governo regionale ha deciso. È stato necessario semplificare la strada per accedere alle risorse pubbliche, aprire alla possibilità di sperimentare con 25mila euro le vostre idee e poi decidere. Decidere di fare ancora un passo, in avanti. Una strategia ed una scommessa che stiamo vincendo insieme. Attivi e connessi. Secondo lei come si può insegnare ai pugliesi a fare cooperazione? Appunto. Lo state insegnando con la vostra esperienza di rete. Attivi e connessi. Voi principi attivi e i vostri progetti siete in rete. Raccontate e promuovete

le vostre esperienze. Lo abbiamo sperimentato a maggio durante i Principi attivi camp, nel sito Bs, utilizzando i social network, condividendo e sperimentando nuove forme di cooperazione. Ecco. Che tipo di reazioni e risposte sono arrivate dal resto d’Italia alla proposta pugliese dei Bollenti spiriti? Bollenti Spiriti ha prima incuriosito per il modo eccentrico di comunicare un programma istituzionale. Poi, la curiosità si è trasformata in interesse verso una politica di successo. Molte altre Regioni italiane guardano con attenzione quello che stiamo realizzando qui in Puglia. Ma nessuna esperienza di successo è imitabile se non ha radici proprie. Nel 2006 Bs è diventato il cuore del primo Accordo di programma quadro sottoscritto con il Governo in materia di politiche giovanili. Sento l’orgoglio di potervi dire che abbiamo costruito, insieme a voi, una best practice premiata anche dall’Unione europea tra le migliori politiche innovative 2009. Si può già fare un bilancio di questi mesi di attività dei progetti vincitori del bando? Lo vedremo. Difficile fare un bilancio oggettivo in questo momento. Molti di voi sono a metà percorso e altri hanno iniziato da poco le loro sperimentazioni. Dentro la rete dei Principi attivi c’è un enorme potenziale di cambiamento, sociale, territoriale ed economico. Abbiamo chiesto all’Università di Bari uno studio per la valutazione dell’impatto sociale ed economico prodotto da questa iniziativa. Sarà interessante leggerne i risultati oggettivi. Un primo bilancio politico, nel senso più pieno del termine, invece, è positivo. E non è poco. La vivacità dei progetti nati con Principi attivi sta contaminando molte realtà. Dal turismo ecologico ai parchi archeologici, dalle nuove formule di portali web alle installazioni artistiche che attraversano le città, fino a scovare chi sta ancora lavorando a prototipi di particolare valore scientifico. E non dimentico voi e l’informazione “migrante”. Fra poco ci incontreremo di nuovo tutti per tracciare insieme e a ‘modo nostro’ il bilancio di questa esperienza.

Quanto è cambiata la Puglia con i Principi attivi? La Puglia forse non è ancora pronta al cambiamento. Immagino un cambiamento inaspettato. Quello che voi giovani saprete generare e noi accogliere. Immagino voi principi attivi stupire noi e la vostra stessa generazione. Sollecitare i più pigri e incuriosire i distratti. Immagino voi giovani pugliesi energia di sviluppo in questa Puglia che cambia. Secondo lei quanti dei progetti finanziati con Principi attivi avranno possibilità di vita dopo questo primo anno? Mi auguro molti. Vorrebbe dire che abbiamo centrato la valutazione, che i giovani talenti hanno competenze e tenacia per sostenere i loro sogni e raggiungere il traguardo. Ma non solo. Accompagneremo i Principi attivi che vorranno cimentarsi con le misure finanziarie dei fondi strutturali 2007-2013 a sostegno delle imprese. Non tutti percorreranno la stessa strada, ed è ovvio, ma tutti hanno almeno una possibilità di successo ed una solida rete di relazioni su cui contare. Quindi, l’augurio di chi va per mare: buon vento! La Regione Puglia come pensa di proseguire l’esperienza dei Principi attivi in futuro? In giunta si pensa di riproporre questi bandi oppure è stato solo un’esperienza pilota? E più in generale quali sono gli scenari futuri per la giovane imprenditoria pugliese? Questa avventura continua. Dirlo alla fine di una legislatura potrebbe avere sapore di azzardo. Ma così è. Ci proviamo. Siete proprio voi che “pilotate” la scelta. L’unica risposta possibile alla vostra convinta adesione è ancora un bando, una nuova possibilità per quanti saranno pronti ad attivarsi e vorranno rimboccarsi le maniche. Attivi e connessi ancora una volta per completare il nuovo volto della Puglia migliore.


ATTUALITÀ INTERNAZIONALE palascìa 01

Le barriere dell’odio Retorica, fatti, sogni e profezie a vent’anni dal crollo del Muro testo - Andrea Aufieri

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otenza delle immagini: “Le Temps” ha pubblicato una graphic novel lungo il muro di Berlino del disegnatore Patrick Chappatte, bravo anche con le parole: “Non potrò mai spiegare il muro ai miei figli, perché non mi crederebbero. E avrebbero ragione. La realtà, a parte per quelli che l’hanno vissuta e si sono abituati, è demenziale”. Altre immagini ormai celeberrime potrebbero aprire questo pezzo: il frame del soldato della Ddr che scavalca il muro poco prima di completarlo, nel 1961, per scappare a ovest. Il ragazzo che assesta uno dei primi colpi alla cortina, prima d’allora invalicabile se non a costo della vita (239 le vittime). Il murales della Trabant che apre una breccia. Mstislav Rostropovich seduto su una sedia con il suo violoncello, spalle al muro, ma è più complesso risalire al suono: un concerto improvvisato su alcune suites di Bach, suonate in tonalità maggiore perché l’interprete è felice. Foto che rendono l’agitazione dell’ultima notte delle due Berlino, quella del 9 novembre 1989, aperta dalla conferenza del ministro della Propaganda Günter Schabowski, che informò che la Ddr avrebbe da subito concesso i permessi di viaggio ai cittadini dell’Est, la folla che si accalca di fronte alle incredule sentinelle. Panico, ma l’Urss aveva recepito la lezione degli studenti cinesi, impartita a giugno da piazza Tienammen, | Berlino, East Side Gallery 2009

nelle cui vicinanze il ragazzo in camicia bianca arrestava l’avanzata del carro armato imperiale. Potenza delle immagini. E poi, come ha rivelato lo storico Timothy Garton Ash, quella notte Gorbaciov dormiva, e tutte le possibilità sarebbero state vagliate troppo tardi. Questo evento planetario esplose da 13 mila profughi tedeschi, ripudiati: il 23 agosto l’Ungheria aveva rimosso le barriere di confine con l’Austria ed essi scapparono verso Budapest, senza poter arrivare a ovest. Allora invasero le ambasciate occidentali, ottenendo quello che volevano, ma umiliati dal percorso a ritroso per attraversare la frontiera orientale su vagoni piombati, senza fermate. Berlino, vent’anni dopo, ha festeggiato la caduta davanti ai leader inglesi, francesi, russi statunitensi, all’ultimo segretario del Pcus, Mikhail Gorbaciov e al leader di Solidarność Lech Walesa. Presso la Porta di Brandeburgo l’ex presidente polacco ha dato la prima tellata che ha fatto cadere centinaia di blocchi in polistirolo colorato, con uno spettacolare effetto domino. Come nella realtà, la gente ha aiutato il protrarsi di quell’effetto. Il muro è caduto, l’utopia comunista era morta da un pezzo, un nuovo ordine mondiale è andato costituendosi, stritolando illusioni come quelle espresse a una settimana dalla caduta dall’ex cancelliere Usa Henry Kissinger:«Di fronte ai mutamenti in corso, l’Urss cambierà la

sua politica militare. E allora credo che vada rivalutato il fattore-sicurezza che ha reso necessaria la Nato». Detto da uno dei massimi esponenti della Realpolitik doveva essere un’ipotesi concreta. E il 5 giugno 1991, un anno dopo la vittoria del premio Nobel per la pace e a soli sei mesi dalla dissoluzione dell’impero sovietico, Gorbaciov affermò:«Stiamo creando una nuova Europa dove “cortine” e “muri” apparterranno al passato e i confini non saranno più “divisori”». Invece. L’ alternativa di un “socialismo dal volto umano”, predicata da Walesa e da Gorbaciov è stata corrotta, come direbbe Pasolini, dall’“ideologia edonistica del consumo”e abbracciare il sistema del benessere a portata di portafoglio è stato un gesto di adesione emotiva piuttosto che politica. Ma qual è stato il prezzo di tale scelta? Stavolta con il professore Franco Cassano, diremo lo “schiaffo in faccia”della Vlora nel’91, l’inferiorizzazione dei lavoratori immigrati e le divisioni orizzontali nella forza-lavoro, la precarietà. E la rinascita dell’imperialismo russo sulla Cecenia, tollerata solo sotto pressione. Dei gasdotti ovviamente. “No more wars no more walls” recita un graffito nella East-side gallery di Berlino, e speriamo si avveri quello che Simon & Garfunkel cantano in “The Sound of Silence”, che le parole dei profeti siano scritte sui muri (dei sottovia o di quello che volete), perché la realtà disillude e di profezia si tratterebbe: il muro di Berlino era lungo oltre 155 chilometri e alto 3,6 metri. Dal 10 dicembre sappiamo che la barriera egiziana che chiuderà completamente il perimetro della striscia di Gaza sarà lunga solo 11 chilometri, ma profonda circa 30metri, per bloccare i tunnel sotterranei costruiti dai contrabbandieri. Il muro di Nicosia è stato eliminato, ma Cipro resta divisa dall’odio, così come accade in Corea e Vietnam. Un muro lungo centinaia di chilometri e alto dai 2 ai 4 metri divide il confine statunitense dal Messico; un muro di sabbia lungo oltre duemila chilometri protegge il Marocco fino all’oceano Atlantico. Questione di materiali e non di civiltà, soprattutto se ci capita di fare un giro in via Anelli a Padova. L’utopia securitaria crollerà sotto la potenza delle immagini?


ATTUALITÀ NAZIONALE palascìa 01

In marcia per la pace Il mondo invaso per quattro mesi da un’ondata arcobaleno testo - Mariana Metrangolo

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l 2 Ottobre 2009 è stata una data speciale per tre motivi: il ricordo della nascita di Ghandi, la Giornata mondiale della Nonviolenza e la Marcia mondiale per la Pace. Il cammino di un popolo che percorrerà il globo in novanta giorni, è partito da Wellington, in Nuova Zelanda, il paese più a est del pianeta che per primo si è liberato da basi militari straniere e da armi nucleari. Proprio lì nascono i primi raggi di sole sul pianeta, che raccontano di un nuovo simbolico inizio. La Marcia mondiale è stata promossa dall’organizzazione“Mondo senza guerre e senza violenza” e ha coinvolto organizzazioni internazionali, personalità e artisti come il dalai lama, Noam Chom-

sky e Yoko Ono. Si è conclusa il 2 gennaio 2010 a Punta de Vacas, in Argentina. Una marcia, questa, che ha origini lontane: è iniziata ogni qualvolta un popolo ha sopraffatto altri popoli, quando le minoranze sono state calpestate e un uomo ha subito soprusi. Più di un cammino, quindi. È la possibilità di chiedere ad alta voce lo smantellamento di tutti gli arsenali militari, il ritiro delle truppe di invasione dei territori occupati, la riduzione degli armamenti e delle spese militari, la rinuncia dei governi alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e la fine di ogni violenza in tutti gli ambiti della vita. Si tratta di un appello storico affinché ogni coscienza si assuma la responsabilità di

cambiare il mondo ripugnando ogni forma di sopraffazione, promuovendo azioni concrete in favore del disarmo e dei diritti umani. Un modo per riconoscere sé stessi come esseri significanti. La marcia ha visto la presenza costante di cinquanta persone provenienti da diversi paesi che percorreranno l’intero tragitto, e simultaneamente in tutto il mondo si sono tenuti forum, attività sportive, congressi, atti di disubbidienza civile, concerti e manifestazioni di ogni genere. Una marcia senza ritorno scesa per le strade a chiedere la partecipazione di tutti per cambiare direzione, come recita lo slogan: “Un giorno deciderai di cambiare strada e ti capiterà di cambiare il mondo”.

E la bandiera della pace colora anche Lecce testo - Cristina Pappadà | fotografia - Lorenzo Papadia

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a Marcia mondiale per la Pace non ha attraversato il Salento, ma i giovani leccesi hanno voluto essere presenti a questo evento, a modo loro, dimostrando a tutta la città che la Pace è un loro valore e che si può “ricucire” anche in maniera divertente. La proposta è arrivata dai ragazzi dell’istituto commerciale “G. Costa” di Lecce, che hanno invitato tutta la cittadinanza a sfidare il Guinness dei primati in occasione dell’arrivo in Italia della marcia. L’evento è poi slittato di una settimana, ma i ragazzi non si sono fatti demoralizzare: «L’evento era in cantiere già da tempo- ci racconta Mimmo Civino, allievo della V A e tra i responsabili del movimento “Gpace” (“Giovani per la pace” oppure “Give peace a chance everywhere”)-, il gruppo, infatti è nato un anno fa, grazie all’entusiasmo dei ragazzi e all’appoggio della scuola e dei docenti, in particolare del professore Daniele Manni». Gpace nasce perché i ragazzi, stanchi dei soliti luoghi comuni, volevano partecipare attivamente a quest’evento mondiale, facendo comparire anche Lecce fra le città virtuose e gridando a tutti che anche loro sono a favore della pace. Sono stati tutti stupiti con un evento d’impatto: hanno costruito la bandiera della Pace più grande del mondo, un primato da Guinness. 21 metri di larghezza per oltre 40 di lunghezza per un totale di

1000 metri quadri circa di tessuto. Piazza Duomo ha avuto per un giorno un bellissimo tappeto multicolore che ha parlato solo di pace. «Ci hanno aiutato in tanti a concretizzare questo sogno- commenta Sara Gargiulo, V A- in primis le mercerie e le sartorie di Lecce, che ci hanno offerto la stoffa a prezzi convenienti, abbattendo notevolmente i costi sostenuti dalla scuo-

la». Ricucita la bandiera, è stata la volta delle firme di tutti coloro che volevano lasciare un segno: hanno partecipato i bambini, gli studenti, i turisti e anche personalità di spicco della vita di Lecce, fra cui l’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, che è sceso a salutare i giovani esponendosi, con un sorriso, a favore di un mondo di pace. | Lecce, Piazza Duomo - GPace


ATTUALITÀ NAZIONALE palascìa 01

Costruttori di pace: l’Europa accoglie il futuro Ad Ancona “L’Europa con l’Africa”, meeting per la cooperazione decentrata testo - William Capraro*

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i è tenuto ad Ancona dal 13 al 15 novembre il meeting internazionale “L’Europa con l’Africa” promosso dal Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, dal Coordinamento nazionale degli enti locali per e con l’Africa, Regione Marche, Provincia di Ancona, Comune di Ancona, “Chiama l’Africa, Cipsi e Tavola della pace. Alla vigilia del vertice Fao, rappresentanti della politica, amministratori locali, personalità importanti dell’economia, della società civile, della cultura e delle istituzioni europee e africane, millecinquecento persone, organizzazioni non governative, associazioni di volontariato, studenti ed insegnanti, sono stati coinvolti tutti in un intenso lavoro di tre giorni sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza, dei diritti umani, dello sfruttamento delle risorse naturali, del cambiamento climatico. La dichiarazione di intenti degli organizzatori, nella persona di Flavio Lotti, direttore del Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace, di promuovere «un dialogo autentico tra l’Europa e l’Africa che ci aiuti a risolvere i grandi problemi comuni del nostro tempo e a costruire una nuova civiltà fondata sul riconoscimento e il rispetto reciproco» è

| fotografia di Adelaide Strada

stata alla base di ogni dibattito avvenuto. La cooperazione decentrata è stata pensata come lo strumento affinché ciò si possa realizzare concretamente, impegnandosi maggiormente in pratiche condivise e richiamando ad un ruolo più attivo ed incisivo la Comunità europea a sostegno delle popolazioni africane ed evitando di correre il rischio che la cooperazione si trasformi in un nuovo processo di colonizzazione. Perché se si vuole davvero migliorare il nostro rapporto di cooperazione, evitando di correre il rischio che la stessa si trasformi in un nuovo processo di colonizzazione, bisogna cambiare radicalmente il modo di pensare l’Africa, abbandonando l’assistenzialismo, ponendo attenzione, ascolto e considerazione alla realtà africana che invece emerge, a dispetto di sofferenze e situazioni precarie. A questo proposito è stata lanciata una campagna di sensibilizzazione rivolta a sostenere l’assegnazione del premio Nobel per la pace 2010 alle donne africane rappresentate ufficialmente dall’associazione Femmes Africa solidaritè. Campagna tesa a rafforzare una nuova forma di cooperazione basata sul dialogo e sul rispetto e una nuova immagine delle donne africane nel mondo. Ma significativo è stato anche l’inter-

vento di due ragazzi della Costa d’Avorio, Nathalie Dena e Yves-Roland Huetto, esponenti del movimento per i diritti dei bambini e dei giovani lavoratori che hanno dimostrato attraverso i loro racconti come in Africa esista già un terreno fertile di idee, esperienze, sensibilizzazione che aspetta solo di emergere dal sottosuolo nel quale,anche per colpa nostra, è stato relegato. Tra i relatori presenti, Richard S. Odino, il premio Nobel per la pace 2007 e la scrittrice e politica maliana Aminata Traoré, i quali hanno sottolineato come l’Africa non possa restare fuori dal mondo e dalle decisioni politiche globali e, nelle parole della scrittrice, quanto sia importante il bisogno di «riscoprire- condividendo- quei valori non monetari su cui si basa la società africana», perché «la nostra ricchezza è quella dell’essere umano: in ognuno di noi vive e batte un cuore che vuole dare il meglio di sé. Voi europei non cacciate gli africani e aiutateci a creare le condizioni per vivere in Africa. Voi, se avete paura dell’altro, non sarete mai liberi». Guido Barbera , presidente del Cipsi, coordinamento di 42 Ong e associazioni di solidarietà internazionale, ha ricordato negli interventi di chiusura quanto sia necessario, in relazione alla paura dell’altro, «costruire ponti e abbattere muri» in un momento in cui «siamo sconcertati dalle attuali posizioni del governo italiano ed europeo sull’immigrazione: rifiutiamo e condanniamo i respingimenti, il reato di clandestinità, il decreto sicurezza», intesi tutti a costruire l’integrazione nel rispetto, nel dialogo, nella dignità e nell’accoglienza dei migranti che giungono sulle nostre coste.

* Presidente Ainram Puglia

approfondimenti http://www.perlapace.it http://www.entilocalipace.it chiamafrica.it cipsi.it


ATTUALITÀ REGIONALE palascìa 01

In Puglia nessuno è straniero Elena Gentile sulla legge per l’immigrazione: «partecipare scongiura la cultura del terrore» testo - Andrea Aufieri | fotografia - Lorenzo Papadia

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ominciava due anni fa il percorso di condivisione delle politiche per l’immigrazione in Puglia, quella programmazione partecipata da tutti gli attori sociali del settore che ha poi portato alla realizzazione di importanti obiettivi sul piano pratico e su quello normativo. Il risultato più significativo è stato salutato con l’approvazione della Legge regionale 32 del 4 dicembre scorso da parte del Consiglio regionale sulle “Norme per l’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati in Puglia”. Così la presenta a Palascìa l’assessore regionale alla Solidarietà Elena Gentile: «Noi abbiamo voluto realizzare una legge che restasse inscritta tutta presso l’intelaiatura delle norme nazionali, pur non condividendo la cultura della paura nei confronti dei cosiddetti clandestini, perché non fosse tacciata di incostituzionalità. L’idea, nel contesto delle politiche per l’immigrazione pugliesi, è quella di varare leggi che potessero certamente essere validate dal governo, ma che consentissero di cogliere l’esperienza nuova e importante che in questa regione si è in qualche maniera articolata in questi anni». E per quanto riguarda l’attuazione di politiche e azioni concrete:«Questa non è solo una legge di principi che noi abbiamo voluto riprendere e ribadire, ma è una legge che nasce da un percorso condiviso e sperimentato nei suoi aspetti più concreti: gli alberghi diffusi per i lavoratori stagionali, l’agenzia per la casa, i percorsi di formazione e integrazione lavorativa, norme che consentono ai cittadini immigrati di poter usufruire di servizi sanitari non solo per le situazioni di emergenza, ma anche nella quotidianità». L’intervento più importante:«Pensiamo che, tra i tanti, quello alla salute sia davvero un diritto fondante della cultura dell’ accoglienza e dell’ospitalità. Non solo un atto civile dovuto, però, perché questa scelta ci consentirà di contenere le spese: prima ogni immigrato per ottenere assistenza doveva recarsi in ospedale, con il costo che l’assistenza ospedaliera comportava, una spesa superiore a quella dell’assistenza generica dei medici di base, che invece ora potranno prestare il loro servizio per contribuire a migliorare la qualità della vita, della salute e del benessere degli immigrati in Puglia».

Gli articoli 7 e 8 della legge istituiscono la Consulta regionale per l’integrazione degli immigrati e l’Osservatorio sull’immigrazione e sul diritto d’asilo, che continueranno a svolgere la funzione di inclusione delle realtà operanti nel campo dell’immigrazione, daranno il loro parere e formuleranno proposte per le politiche sociali, proporranno studi e approfondimenti sulle necessità e sulla qualità della vita degli immigrati sul territorio. Il titolo III entra nel vivo del piano regionale per l’integrazione garantendo l’iscrizione al Servizio sanitario regionale e quindi l’accesso ai servizi sanitari ordinari e non solo straordinari, come detto dall’assessore Gentile, estendendo questo diritto a tutti gli immigrati, ai familiari a loro carico e ai figli fin dalla nascita. Per quanto riguarda l’istruzione e la formazione, la Regione incentiverà gli istituti scolastici che eseguiranno interventi per la cittadinanza e l’apprendimento della lingua italiana, per la mediazione linguistica e culturale, l’integrazione reciproca tra alunni, operatori scolastici, famiglie immigrate e autoctone, la realizzazione di biblioteche interculturali con testi plurilingue. Le politiche riguardanti l’inserimento lavorativo sono indirizzate sia agli immigrati dipendenti che agli imprenditori, attraverso la stipula di convenzioni con sindacati, organizzazioni di datori di lavoro ed enti locali per formarli sull’acco-

glienza, l’inserimento e la garanzia della dignità e della sicurezza dei dipendenti immigrati, nonché la sistemazione abitativa di lavoratori stabili e stagionali, anche nei centri di accoglienza sociale. Importanti gli incentivi all’associazionismo, alla lotta alla discriminazione e al trattamento di persone ridotte in schiavitù. Entro marzo dovrebbe poi concludersi l’iter per l’approvazione dello stralcio presentato a fine novembre su rom, sinti e camminanti, per venire incontro alle loro particolari esigenze. L’Osservatorio per le politiche sociali ha censito duemila persone nel rilevamento del secondo semestre 2008, delle quali oltre la metà si concentra nei campi di Lecce, Bari e Foggia. Per prevenire atti vergognosi come quelli che si sono verificati lo scorso anno nel Campano, divenuti persino case-history delle politiche comunitarie (“Violent attacks against Roma in the Ponticelli District of Naples, Italy: Incident report, August 2008” in European Union Agency for Fundamental Rights- Annual Report 2009), sono stati predisposti gli strumenti per la realizzazione, l’organizzazione e la gestione di aree residenziali temporanee o definitive. Come stabilito anche per la legge presentata il 4 dicembre, sono implementati e incentivati tutti i dispositivi relativi all’assistenza sanitaria, all’istruzione e le attività volte al dialogo e allo scambio interculturale. | Regione Puglia, sala consiliare


ATTUALITÀ REGIONALE palascìa 01

Quel “Noi” che in Puglia è fatto di “Altri” Il Forum delle città interculturali estende i confini del dialogo in Europa testo - Andrea Aufieri | fotografia - Lorenzo Papadia

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l primo forum delle Città interculturali, a Bari l’11 dicembre scorso, è stata occasione di dialogo e condivisione. La giornata si è articolata in quattro momenti: il dibattito, gli interventi delle istituzioni internazionali, i report dalle undici città-pilota che partecipano al progetto e l’esperienza dei tre giorni baresi vissuta dai Giovani giornalisti europei. Le interviste di Palascìa ai protagonisti:

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Maud de Boer-Buquicchio, vice segretario generale del Consiglio d’Europa Quali sono i punti irrinunciabili della sfida della diversità in Europa? L’Europa è attenta alle necessità e ai bisogni dei territori per formare personale e sviluppare i servizi sociali. Poi quello che accade in ogni paese è una questione di atteggiamento: è stato uno sforzo di volontà, in passato, quello di far comprendere il funzionamento delle istituzioni al cittadino nativo. Oggi invitiamo le amministrazioni a mettersi nei panni dei cittadini stranieri, che spesso non sono consapevoli nemmeno dei propri diritti e hanno forti difficoltà linguistiche. L’integrazione passa obbligatoriamente dallo sviluppo di questo punto. Perché l’Italia è stata spesso richiamata dal Consiglio, nonostante la condivisione di politiche europee per il rispetto dei diritti umani dei migranti? Credo sia necessario distinguere tra le competenze e le azioni del Consiglio

d’Europa e quello che fa il vostro Governo: sottolineiamo che tutti coloro che arrivano in un paese straniero hanno la garanzia del rispetto di un livello minino di diritti umani, anche se irregolari e senza documenti, che sono gli stessi di cui godono tutti i cittadini. Franco Cassano, docente ordinario presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari Qual è il valore dell’intercultura messo a fuoco dalla lente pugliese? L’arrivo in Puglia della Vlora ha ricordato a questa regione la sua vocazione di terra di confine, tra le italiane con il maggiore sviluppo costiero, terra di dominazione, invasone, contatto. Fatti depositati nella storia e nella ricchezza del suo patrimonio culturale, dalla Magna Grecia alla Grecìa salentina, dalla presenza albanese e di tutti coloro che sono arrivati: siamo per definizione un popolo molto mescolato, nel quale convivono sempre più dimensioni ereditate da tutti questi arrivi e partenze, un Noi quello pugliese, che è pieno di Altri. Il mondo contemporaneo, però, pone delle fratture pericolose: come ricucire il contesto sociale lacerato dalle lotte orizzontali per il lavoro e la dignità? Una delle conseguenze della globalizzazione è la liberalizzazione della forza lavoro. Dai paesi più poveri tutti vengono a cercare lavoro e si creano situazioni lavorative senza dignità, sicurezza, garanzie. Ma il problema del lavoro non riguar-

| F. Corradini, rappresentante Reggio Emilia al Forum delle Città Interculturali

da solo gli immigrati: è un dramma che riguarda soprattutto i giovani del Sud, tra disoccupazione e precarietà. Quello che non deve accadere è che ci si divida, ognuno per il suo piccolo progetto, con il risultato che ci si indebolisce. Se i lavoratori sono divisi, si favorisce chi vuole mantenere in piedi la precarizzazione del lavoro e della società. Questo è un motivo di più per incoraggiare le pratiche di intercultura, perché è un terreno di riconoscimento comune e reciproco. Dare a tutti l’orizzonte della cittadinanza comune è la premessa per ridurre la diseguaglianza. Silvia Godelli, assessore regionale al Mediterraneo Bari sarà la dodicesima città interculturale e per la Puglia l’Europa sarà più vicina? Una candidatura formale non è ancora pervenuta. Il vero obiettivo del forum è di rinforzare la collaborazione della Regione con il Consiglio d’Europa, che affronta temi condivisi e sostenuti, sperando siano d’aiuto alle città per una maggiore consapevolezza dei problemi sul tavolo. Qual è il voto che assegna allo sviluppo dell’interculturalità in Puglia? Sette meno: c’è una forte spinta del territorio a sviluppare progetti interculturali. Ricevo annualmente circa seicento domande di piccole iniziative interculturali territoriali. Piccole perché non hanno la pretesa di cambiare il mondo, ma radicate sul territorio e intenzionate a costruire luogo per luogo relazioni positive e processi di conoscenza di una diversità che numericamente cresce ed è culturalmente significativa, ma ancora limitatamente conosciuta. Reputo significativa questa spinta territoriale, cercheremo di assecondarla e consolidarla. Qual è lo scenario che il suo assessorato disegna oltre il 2010? Arrivo al 2015, nel quadro dei progetti europei di cooperazione territoriale, sia con i Balcani che nel Vicino Oriente e con il sud del Mediterraneo. Abbiamo ottimi risultati dopo aver rodato qualche anno, un’ inseminazione del territorio che avrà una valenza sul lungo periodo.


ATTUALITÀ TERRITORIO palascìa 01

“Tutti insieme è meraviglioso!” Voci dal Capodanno multietnico di Lecce testo - Redazione

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nche il 2010 è cominciato con il Capodanno dei popoli, organizzato dalla Provincia di Lecce con il coinvolgimento totale delle comunità straniere, in un immaginario giro del mondo dove si possono assaggiare i prelibati piatti proposti dai rappresentanti delle comunità organizzatrici e ascoltare ritmi che animano la prima notte dell’anno. L’assessore alle Politiche giovanili Bruno Ciccarese ha presentato a novembre il progetto “I cento colori della mia provincia”, che mira alla costruzione di una società aperta e multiculturale ed è stato ideato in collaborazione con la Provincia di Roma e il Centro turistico studentesco giovanile con il finanziamento del Ministero della Gioventù:«La Provincia sta cercando di rafforzare, con azioni concrete, il processo di dialogo e di pace tra comunità con culture, religioni e tradizioni differenti. Nonostante la disponibilità economica sia diminuita, forte è la voglia di proseguire in un progetto ormai radicato nel territorio e che ha dato negli anni risultati notevoli relativamente all’integrazione». Circa trenta realtà attive sul territorio hanno partecipato agli incontri settimanali per l’organizzazione. Il Capodanno è arrivato, il cuore della festa è il Palazzo dei Celestini, dove la breve fiaccolata culmina tra canti, danze e allegria. Il piccolo L., della comunità rom, dice di essere molto contento di partecipare a questa festa:«Mi piacciono molto le fiaccole e questo cartello qui», indicando lo striscione rosso della comunità singalese, sul quale campeggia l’augurio per un buon 2010 di fratellanza. Gli chiediamo se ha capito perché c’è stata la fiaccolata e lui risponde:«Non ho capito molto, ma è per il signore che sta nella foto laggiù (tra lo stand dei rom e quello cubano un poster con l’immagine in bianco e nero di Meitus Mugabe Were), per una cantante (Miriam Makeba) e per la pace, una cosa molto bella!» È per un caso ma è importante che sia accaduto: lo stand dei singalesi si trova proprio a fianco a quello tamil, due realtà che conosciamo come divise dall’odio e dal sangue. Viste le prelibatezze esposte su entrambi i tavoli, l’occasione non può che essere ghiotta per chiedere come è vissuta a Lecce la situazione. Akim,tamil, dice che:«Qua è tutto bello, se ci si deve aiutare siamo tra amici. Siamo nello stesso posto per il

lavoro, siamo in pace, il resto non conta, è lontano». Saman, Sri Lanka, è contro il terrorismo da sempre, ma non appoggia neanche la repressione governativa:«Nel mio paese la situazione è cambiata, ci sono molti problemi, ma penso che le cose andranno meglio. Mi spiace che si sia versato tanto sangue, non c’è bisogno di essere in guerra. In Italia però è diverso, qui sappiamo dialogare». Ancora voci dallo Sri Lanka: la giovanissima Gamischa ha un pensiero unversale:«È meraviglioso stare tutti insieme, italiani e stranieri, una bellissima cosa!» Mali “Visu” è il presidente dell’associazione “Indiani non residenti(Nri)”: «È una lunga tradizione

di pace quella che unisce il mio paese al vostro, la comunità indiana alla città di Lecce. Penso che eventi come questi siano fondamentali per conoscerci e aprire al dialogo. Ringraziamo tutti per aver aperto il cuore a una nuova cultura». Laye, senegalese, è letteralmente euforico:«Sono contento che quest’anno abbiamo potuto esprimere le nostre idee e organizzare tutto secondo i nostri gusti, questo ci permette di presentarci in modo ancora più vero a tutti i leccesi». Scoppia la musica dal palco, Palazzo dei Celestini si riempie di gente di tutte le età, proveniente da ogni angolo di mondo: la tela del métissage si completa. | Capodanno dei Popoli, fotografia di Marco Spinelli

| Fiaccolata per la pace, in memoria di M. Makeba e M. M. Were, fotografia di Lorenzo Papadia


DOSSIER/Lavoro

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Sulla stessa barca

Storie e numeri da una Repubblica affondata sul lavoro di Andrea Aufieri

| fotografia - Amanda Kastrati

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n quest’anno di crisi le cose non sono andate mediocremente, ma proprio molto male, e a rischio di essere tacciato come catastrofista e antitaliano dal punto di vista di chi governa, mi rifaccio alla nostra Costituzione proprio per domandarmi chi sia più antitaliano. I primi due articoli sanciscono che quella in cui viviamo è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che la sovranità è del popolo e che diritti inviolabili sono riconosciuti a tutti gli uomini. Nel 2008 ricorreva il sessantesimo anniversario del nostro testo fondante e il Governo ne faceva pubblicare una versione multilingue dedicata agli immigrati, i prossimi nuovi cittadini. Nemmeno tolti i festoni che già sulle acque territoriali picchiamo i possibili rifugiati provenienti dalla Libia, esponendoci al biasimo internazionale. Dignità, diritti e lavoro sono una trinità che andrebbe rispettata anzitutto dallo stato, dalle sue istituzioni e poi, se almeno una delle due cose ha funzionato, dalla società civile. Sarebbe difficile capire, se non fossimo in Italia, per quale motivo centinaia di lavoratori, da Termini Imerese (Pa) a Tricase (Le) siano saliti disperati sui tetti delle loro fabbriche. E perché in provincia di Macerata la piccola Anni Ye, undici anni, sia morta per le esalazioni in un calzaturificio abusivo, un segmento produttivo per cui il nostro paese è rinomato. E perché a Biella Ibrahim M’Bodi pare abbia usato il coltello per farsi dare i soldi per il lavoro in nero che gli spettavano dal suo capo italiano, che l’ha ucciso. Questo solo per citare due episodi significativi quanto recenti. Questo dossier non ha l’ambizione di rispondere a domande così, che in realtà non sono enigmi ancestrali, ma piuttosto banali, cui la maggioranza silenziosa sa già rispondere, perché non è certo impotente, ma di sicuro poco consapevole di sé. Cercherò di fare il punto e presentare una situazione glocale, avendo l’opportunità impareggiabile di conoscere qualche entità “straniera” vagante per il contesto in cui Palascìa è redatta, quello leccese, pugliese, in provincia del mondo.

Questione di princìpi Il 17 dicembre 2009, pochi giorni dopo le morti di Anni e di Ibrahim, il mondo celebrava la Giornata del migrante. Pregevoli le iniziative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che ha ripubblicato e commentato le storiche fasi dei protocolli e delle intese che hanno impreziosito il cinquantennio dal 1949 al 2005: gli accordi di Ginevra del ‘75, ad esempio, stabiliscono in primis che i lavoratori migranti in condizioni abusive hanno diritto al rispetto dei diritti fondamentali. Diritti estesi anche alle famiglie di questi lavoratori nel 1990 e nel 2005. “Se tali convenzioni sono state ratificate-leggiamo nell’Agenda per il lavoro dignitoso-, dovrebbero essere pienamente rispettate”. La stessa Agenda promuove l’accesso per tutti ad un impiego liberamente scelto, il riconoscimento dei diritti fondamentali sul lavoro, un reddito che metta le persone in condizione di rispondere ai propri bisogni e responsabilità economiche, familiari e sociali di base, e un adeguato livello di protezione sociale per i lavoratori e i membri delle loro famiglie. Bellissimi principi disattesi però dall’andamento dell’economia globale, cui si è deciso di dare il primato rispetto alla guida della politica. Ibrahim Awad, direttore del Programma internazionale per le migrazioni dell’Ilo, è pessimista nel suo studio La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte. Nel mondo ci sono 100 milioni di lavoratori migranti e la crisi ha diminuito le possibilità di emigrazione per trovare lavoro, così come sono peggiorate le condizioni di vita e sono aumentati gli atti di discriminazione. Quel che è peggio sono diminuiti i risparmi e i redditi dei migranti, che si orienteranno probabilmente verso nuovi centri della produttività finché non potranno tornare nei loro paesi per volontà, necessità o impoverimento dell’Occidente.


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Gli immigrati ci rubano il lavoro? In controtendenza con quanto affermato da Awad, il XIX rapporto Caritas/Migrantes pone in evidenza come nonostante la crisi, in Italia siano stati assunti regolarmente 200 mila nuovi lavoratori, che incidono per un decimo sul totale dei regolarizzati, ma producono di più (un tasso di attività del 73,3% contro una media del 62,3%), esponendosi però a maggiori rischi: circa 144mila infortuni, di cui 176 mortali solo nel 2008. Una duplice interpretazione per tutto questo: da una parte la spinta a riuscire perché l’emigrazione ha una forte base emozionale, la disposizione a svolgere molti lavori e una concentrazione per quei settori che agli italiani non piacciono. Il tutto condito però da scarsa gratificazione, perché non sono riconosciuti studi e qualifiche, e dalla necessità di mantenere famiglie in patria. D’altra parte tutti questi motivi rendono estremamente vantaggioso per i datori di lavoro affidarsi a unità poco coese e ricattabili. Il redattore nazionale del rapporto Caritas 2009 Luca Di Sciullo spiega:«Se dovessimo chiederci se gli immigrati rubano il lavoro degli italiani dovremmo rispondere “nì” perché occupano comunque segmenti non coperti per volontà degli italiani, e perché in questo campo la disposizione alla mobilità è una discriminante cruciale». Angela Martiradonna, redattrice regionale, però, corregge il tiro:«Se c’è una legge che costringe a far corrispondere un permesso di soggiorno a un posto di lavoro, allora gli immigrati accettano qualsiasi condizione pur di restare». Per Guglielmo Forges Davanzati, docente di Economia politica presso l’Università del Salento e membro del comitato scientifico sull’economia sommersa per la Regione Puglia (Ores), la questione è più complessa:«In via generale gli immigrati rappresentano un’offerta sostitutiva e non complementare ai nativi. La complementarietà esiste solo nei casi di elevata competenza, che si applica in genere alla ricerca e alle grandi imprese, cioè a quello che in Italia non esiste. Il nanismo imprenditoriale italiano (le nostre pmi di norma hanno meno di nove dipendenti), la low-tech impiegata, non rendono necessaria un’alta qualificazione che permetterebbe una selezione sulle competenze, così ci si butta sulla “convenienza”: gli immigrati sono altamente qualificati o non qualificati; i nativi, di norma, subiscono la sottoccupazione intellettuale e ci sono abituati al punto da offrirsi ormai per lavori per i quali non è necessaria una qualifica. Dunque gli immigrati offrono condizioni più vantaggiose, salari più bassi, scarsa coesione, ricattabilità maggiore, con il risultato che le imprese impiegano forza-lavoro immigrata in tre quarti dei casi. Il successo della Lega nord è basato sulla rilevanza politica e sociale di tale questione, e un’altra conseguenza di questo sistema è la creazione di divisioni e contrasti orizzontali tra lavoratori nativi e immigrati, insider contro outsider, per la vittoria dei capitani di impresa, che in periodi di pessima congiuntura hanno maggior potere contrattuale e impongono qualsiasi condizione anche ai sindacati». Vieni a lavorare in Puglia L’ultimo decreto-flussi, ad aprile 2009, ha stabilito 80 mila nuovi ingressi, 6500 in Puglia, 700 a Lecce: una presenza che per alcuni è il minimo indispensabile e per altri una vera invasione. Per Luigi Perrone, professore di Sociologia delle migrazioni e direttore scientifico dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) della Provincia di Lecce, rileva la necessità di aprire dalla tolleranza all’alterità senza ipocrisie:«Una grande ipocrisia è quella del decreto-flussi, che in combinato disposto con la Bossi-Fini (189/2002) e con la legge attribuita a Biagi (30/2003), è la sanzione del sistema di sfruttamento cui sottoponiamo gli immigrati (e non solo), ai quali poi chiediamo di non entrare nel sommerso. È evidente che le quote stabilite siano all’estremo ribasso, e questo crea un doppio sistema di sfruttamento, per i nativi e per gli stranieri, che sono condannati all’irregolarità». Martiradonna aggiunge:«Dobbiamo

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guardare anche agli esempi positivi. Con la regolarizzazione delle badanti a settembre lo stato avrà gli introiti versati per circa 295 mila badanti. Inoltre molti stranieri stanno diventando imprenditori e questa è un’opportunità anche per gli italiani, perché si aprono nuove esigenze e nuovi mercati». Sono più di 187 mila i cittadini stranieri titolari di impresa, che danno lavoro a circa 200 mila persone e ne movimentano mezzo milione. Sono mille gli imprenditori in Puglia, per un totale di 1612 imprese. Dal rapporto Caritas apprendiamo inoltre che molto è stato fatto sul piano della coesione tra lavoratori: dei due milioni di stranieri regolari che si sono potuti censire in Italia, circa la metà è iscritta a un sindacato, quasi 4 mila in Puglia, con un’incidenza del 4% sui lavoratori totali della regione. Le preferenze occupazionali del territorio sono organizzate in modo significativo: l’81% è equamente diviso tra industria, agricoltura e pesca; il 12% per i servizi, il commercio, i settori alberghiero e della ristorazione, il restante 6,4% tra informatica e servizi alle imprese. Una risorsa che incide sulla ricchezza del territorio: l’esempio di punta è senza dubbio quello della raccolta dei pomodori in Capitanata, dove 15 mila braccianti all’anno raccolgono circa un terzo dei 50 milioni di quintali prodotti in Italia. Un contributo del quale ricordarsi in un panorama imprenditoriale che, secondo i rapporti sull’economia regionale della Banca d’Italia,”presenta forti elementi di negatività”. Ma la Puglia resta un territorio di contraddizioni, nonostante la discriminazione non sia un fattore istituzionalizzato come succede in alcuni territori del Settentrione. Riguarda un caso pugliese il primo processo europeo moderno per la riduzione in schiavitù di lavoratori stagionali (condanne per sedici persone emesse anche in Appello il 26 marzo 2009), così come crea confusione la gestione da parte dell’Agenzia trasporti pubblici di Foggia (Ataf) nel caso dell’autobus “riservato agli immigrati”. Strategie glocali di intercultura e alterità Ancora una volta, di fronte ai casi esposti, il governo regionale ha saputo dimostrare quanto la volontà politica sia importante nella gestione economica e sociale del fenomeno: per esempio il Dossier tematico sull’immigrazione, che ha rappresentato una base programmatica condivisa fondamentale per la realizzazione di successivi dispositivi come le leggi “Barbieri” (28/2006) e “Gentile” (32/2009). Quest’ultima ha predisposto una serie di interventi fondamentali per i lavoratori immigrati, come gli “alberghi diffusi” e le cure sanitarie garantite. Sulla legge 28 il commento del professor Forges:«Basti pensare che la 28/2006 è stata premiata dall’Unione europea come miglior legge regionale d’Europa:è un accurato dispositivo che blocca l’accesso ai finanziamenti pubblici a quelle imprese che non rispettano precisi indici di congruità e che dunque sono sospettate di alimentare l’economia sommersa. Purtroppo questo gioiello è stato sterilizzato dall’attuale governo, che con il ministro Sacconi ha operato una deregulation che permette alle imprese di aggirare il sistema. Come panacea il ministro del Lavoro ha proposto il profitsharing, la compartecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese, che diventano la parte variabile del loro salario. Peccato che questo sistema non sia un esperimento di cogestione e che avvenga in recessione, quando cioè gli utili calano in maniera vorticosa». La volontà politica è il nodo della questione: la cultura della legalità, l’incentivo all’emersione, sono percorsi lunghi e difficili. Ancora Forges, che illustra la strategia complicata ma necessaria indicata dall’European Left:«La Sinistra europea ha elaborato una duplice soluzione, che prevede di fissare il cosiddetto Labour standard, un pacchetto minimo di salari e di diritti per ogni lavoratore in ogni impresa, e soprattutto i limiti all’internazionalizzazione di capitali per favorire l’occupazione interna e regolare l’emersione. Una strada opposta a quella intrapresa dall’Italia». Un altro fattore di maturazione di un paese sulla via dell’inter-


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| Bledar Torozi, fotografia di Lorenzo Papadia

culturalità e dell’alterità è fornito da Esoh Elamé, autore e ricercatore per l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che propone di instaurare da subito nelle coscienze dei nuovi arrivati la consapevolezza dei diritti e dei doveri, in modo da abituare da subito gli immigrati a camminare con le proprie gambe, smembrando un apparato assistenzialista confusionario, ma garantendo l’alterità statale, nel rispetto delle buone prassi portate finora in Italia dagli immigrati e consentendo un avanzamento della figura del mediatore interculturale come facilitatore di relazioni. Qualcosa di diverso dai Cie, per intenderci. How to get a job in Lecce I 14 mila lavoratori stranieri di Lecce (l’1,7% del totale) e i 14.820 occupati netti, che ne fanno la meta più ambita delle migrazioni in Puglia, e tutti coloro che seguiranno l’esempio, potranno trovare sul sito del Comune delle istruzioni molto semplici: sei qui, iscriviti al nostro Cpi, rivolgiti allo sportello immigrazione “Lecce Accoglie”. Così si esauriscono le politiche istituzionali. Ne deriva una forte propensione alla clientela e all’economia sommersa, documentate dal dossier 2008 della Commissione provinciale per l’emersione dal lavoro non regolare. L’esperienza statistica arriva al nocciolo del problema, individuando le questioni che ruotano attorno al concetto di “identità”: condizioni di labour intensive, scarsa conoscenza e consapevolezza dei propri diritti, difficoltà linguistiche, diritti e garanzie sindacali negate si mescolano al problema del background, cioè di quelle caratteristiche di diversa adattabilità che portano dalla migrazione, insieme all’ansia dell’integrazione, del dover scongiurare stereotipi e pregiudizi, il problema dell’esclusione dalle proprie preferenze e dell’ assegnazione indebita di identità, per dirla con Baumann, “stigmatizzanti, disumanizzanti, umilianti, stereotipanti”. Un primo giro per Lecce ce ne dà una prova.

Bledar Torozi. «Sono arrivato nel ‘91, consapevole delle difficoltà che avrei incontrato, ma la mia storia dipende dal mio carattere». La fuga è legata alla caduta di Hoxha:«Non sono mai stato perseguitato, pur essendo un oppositore, perché mio padre ha progettato e costruito una buona parte delle ferrovie albanesi, è stato anche premiato. E poi la mia era una famiglia di partigiani antifascisti dunque non eravamo malvisti Ma questo non ci vietava di pensare che vivessimo in gabbia». La contestazione: «Ero laureato in architettura e lavoravo nel settore urbanistico a Tirana. Però è chiaro che quando vedi la sofferenza degli altri, quella diviene anche tua. Non tutti i nostri comportamenti sono collegati a fattori personali, ma anche al contesto. Il movimento studentesco ha portato alla nascita del partito democratico nel ’91 e alla caduta del regime. Abbiamo lottato per un anno e mezzo con gli scioperi, ma il regime teneva ancora, allora siamo andati in 25 mila tra dirigenti, insegnanti, direttori di banca, e questo ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha paralizzato lo stato, preparando le elezioni anticipate e la definitiva caduta». Da Brindisi alla Caritas di Campi Salentina, dove Bledar poi mette radici, sposando un’italiana:«Con questo pensiero per la mia patria dovevo subito darmi da fare, perché il permesso imponeva di trovare lavoro entro un anno, dovevo trovare casa, avere un comportamento dignitoso e tutto il necessario per restare». La sua esperienza lavorativa assomiglia all’Amerika di Kafka, quando il giovane Karl vorrebbe trovare lavoro come ingegnere per il misterioso teatro naturale di Oklahoma, ma essendo, in ordine di colpa, europeo, straniero e senza documenti, è assunto come un generico “operaio tecnico”:«Sul mio libretto di lavoro come su quello di tutti i miei connazionali mi avevano qualificato come “manovale”, che è una cosa diversa da quello che io so fare, perciò è stata una questione di principio quella di chiedere di cambiare dicitura in “architetto” non appena sono andato a rinnovare i documenti all’ufficio di col-


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locamento di Campi. Poi la mia laurea è equivalente, ma siccome Italia e Albania non hanno convenzioni su queste cose, anche se l’Ue ha premuto molto con varie direttive per l’equipollenza, sono da tredici anni cittadino italiano, ma dal punto di vista lavorativo sono extracomunitario, dunque la mia professionalità è riconosciuta, ma non posso aderire agli ordini e quindi lavoro come dipendente in uno studio e non posso esercitare liberamente e autonomamente, anche se so di essere stato fortunato e bravo a lavorare per quelle che sono le mie competenze. Da poco però ho potuto aprire la partita iva e questa anche è stata una soddisfazione importante».Oltre al lavoro come architetto ha anche fondato”Cul-ture”, una piccola azienda di mediazione interculturale e di creazione di eventi e, come in patria, non ha scordato l’attivismo: è il presidente dell’associazione culturale “Vellazerimi”(“fratellanza”), del centro multiculturale “Etnos” di Campi e dell’associazione “Cittadini del mondo” di Mesagne, nonché membro dell’esecutivo della fondazione “Città del libro” e della Uisp provinciale di Lecce. «Grazie a queste realtà-conclude- ho avuto modo di conoscere bene la cultura italiana, molto ricca. Ho contribuito a far conoscere quella albanese, anch’essa molto ricca, e ho avuto l’opportunità di essere d’aiuto a molti miei connazionali». Amanda Kastrati. Dieci anni dopo l’arrivo di Bledar, nel 2002 arriva Amanda, ed è molto interessante capire quali motivazioni l’hanno spinta a venire qui e raffrontare il tutto con l’esperienza del presidente di Vellazerimi: «Son venuta qui da sola con l’aereo, per studio, facendo richiesta da Skutari. Ho scelto l’Italia per amicizie e per caso, ho cominciato a studiare un po’ per la necessità di fare qualcosa in un altro posto, ma poi ho assunto coscienza di quello che volevo fare». Le motivazioni dell’emigrazione: «Trovo un po’ stretta la cultura del mio paese, soprattutto per una molto attiva come me. Ho sempre lavorato, part-time e full-time, mai in maniera regolare però, tranne che al tribunale, dove ho avuto un impiego come interprete, prima di lasciare tutto e fare l’Erasmus in Germania». Il suo impatto con il lavoro è stato dominato anzitutto dal timore, un periodo per riaffrontare il quale scrocca una sigaretta, uno studio della posa che per lei, appassionata di cinema, è molto importante. Prosegue dopo essersi procurata il tabacco: «Ero timorosa con i datori di lavoro e nelle relazioni, anche perché pareva venissi da un altro mondo, e poi a vent’anni se sei nei casini nel tuo paese, ci sono i tuoi genitori, ma qui da sola non ero per niente fiduciosa nelle persone. E mi sentivo una vittima, anche se sapevo che la scelta era stata mia, e cominciavo a deprimermi». L’università è un altro tasto dolente: «Su questo c’è tanto da dire. Ho perso borse di studio perché non mi davano informazioni adeguate e se devo fare il confronto con la Germania è meglio stendere un velo pietoso». Non ha voluto né ritornare a casa né rivolgersi ai suoi connazionali: «La comunità albanese non mi ha accolto anzitutto perché non l’ho cercata, non ho mai partecipato alle feste e poi se sono andata via dalla mia città per una certa mentalità non volevo ritrovarla qui. Le energie per proseguire le ho avute dalla gente che ho conosciuto e dal ragazzo con cui sono stata per cinque anni». Non è portata per l’attivismo:«Credo di essere molto anarchica, ma proprio di natura, e poi vivendo in un altro paese ho imparato ad essere individualista». Il suo futuro è incerto: «Quello di Brema è stato il periodo migliore della mia vita, non credo che resterò qui». Papa. È arrivato dal Senegal nel 2007, si è inserito perfettamente nella comunità d’origine e conosce tutti i giovani leccesi, soprattutto le ragazze, che lo salutano più volte anche nel giro di pochi secondi. Preferisce mantenere l’anonimato perché la sua storia per intero la conoscono solo la sua moglie italiana e due amici. Prevedendo un discorso frammentato per i saluti, cerco di portarlo in un bar e offrirgli un caffé, ma lui rifiuta: «Roba per occidentali-contesta, in

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un italiano ancora francofono- noi non ne abbiamo bisogno, vieni con me in Africa e vedi se sotto quel sole dopo una settimana non torni forte come un leone». Valuterò la proposta. Così come molti connazionali, “Papa “ ha una laurea di tutto rispetto, ma è costretto a macinare chilometri ogni giorno con il suo paio di comode scarpe da passeggio in tela. Vende oggetti da ambulante, per arrotondare lo stipendio della moglie, grazie alla quale può restare in Italia e pensare a un futuro più roseo. Basilicata a parte, è stato in tutto il sud:«Sono sbarcato a Lampedusa, dopo un viaggio del quale non ricordo nulla perché era la prima volta che bevevo e mi sono ubriacato, con del rum. Ho vomitato tanto da essere minacciato di essere buttato in mare da alcune madri furiose. Non mi sono mai vergognato tanto». Parrebbe una storiella adolescenziale, ma riderci su sarebbe fuori luogo, perché il problema di coscienza per lui, musulmano, non è da poco, è come se avesse affrontato un rito di passaggio e corruzione in un nuovo mondo. A seguito della sosta nel Cpt di Isola Capo Rizzuto, particolare sul quale non vuole soffermarsi, “Papa” raggiunge alcuni lontani parenti presso il famoso centro “Fernandes” di Castel Volturno (Ce), ed entra in contatto con alcune associazioni di immigrati, che gli insegnano a evitare contatti con i camorristi, per i quali sarebbe diventato un oggetto di cui potevano sentirsi proprietari. Allora si sottomette a meno pretenziosi caporali per la raccolta delle pesche. Dopo un anno in queste condizioni, si dirige in Calabria, dove non riesce a sopportare i ritmi della raccolta delle arance, che neanche gli piacciono:«Ogni volta non sapevo se mi prendevano e non avevo i soldi per pagarmi il trasporto in campagna, poi i miei “colleghi” furbi mi dissero che dovevo pagare pure per farmi scegliere. Per un po’non sono più andato a lavoro, poi ho scoperto la bugia e sono andato via». Altre tappe della via crucis di questo cristo moderno i pomodori foggiani, le angurie a Nardò, ma per fortuna una sera incontra una donna che lo strega e se lo sposa subito. «L’ho portata al mio villaggio e l’hanno amata tutti subito, e lei ha amato tutti dal primo momento, sono troppo innamorato». Da allora è venuto a Lecce, ha provato a iscriversi al Centro per l’impiego, senza risultato, ed è poi andato a fare un “colloquio” presso il vero centro di collocamento per i nordafricani a Lecce, in “via Dakar”(alias via Duca degli Abruzzi), dove non è stato assunto, ma alla meno peggio indirizzato da un italiano che gli fornisce il materiale da rivendere, in un regime lavorativo piuttosto fumoso e “grigio” come minimo. Perché non ha mai provato a far valere i suoi diritti, soprattutto ora che si avvia all’ottenimento della cittadinanza? La risposta abbraccia ben quattro cliché menzionati in tutti i manuali:«Prima mi avrebbero espulso, ora non mi conviene perché mi inguaierei da solo, poi è complicato e comunque non credo proprio cambi niente». Come sarà il tuo futuro, gli domando in ultimo, lui riacquista il sorriso:«Senza frutta!» Benfik Toska. Il rappresentante della comunità rom della zona di masseria “Panareo”, mi riceve nel grande spiazzo all’ingresso del campo, in un pomeriggio di novembre che ha molto di primaverile. Intorno a noi non so quanti bambini si mettono a giocare a pallone, dopo aver trattenuto curiosità e domande per il gagé. Il sole mette a nudo il contrasto tra alcune case più vissute, una quindicina costruite nei mesi successivi alla sistemazione presso quest’area, e quelle nuove costruite e assegnate un paio d’anni fa, che ospitano 250 persone. “Beni” è venuto a Lecce a metà degli anni Ottanta, lui e la sua comunità sono rom shqiptare, albanesi, di Podgorica, capitale del Montenegro da cui fuggirono per il crollo della creazione di Tito. Lui ha fatto in tempo ad abitare in roulotte al terzo chilometro tra Lecce e Torre Chianca, su un fondo privato, poi nelle “Case minime” nei pressi del cimitero, una condizione decisamente più confortevole, che ha dato modo ai rom di esercitare la cultura del riuso e l’arte di arrangiarsi. Un’altra proprietà pubblica, l’ostello di San Cataldo, è stata la sua nuova casa, dopo lo sgombero forzato


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da Lecce, un’altra zona degradata tornata in vita. Dal ‘95 al ‘98, dopo l’ennesima cacciata da un fantomatico eden, è la volta dell’ex camping Solicara, che rappresenta il punto più teso dei “rapporti” tra istituzioni, cittadini e comunità rom. Infine il Comune assegna loro la masseria Panareo, un’area anche questa volta pensata per la “sosta”, che ancora una volta viene umanizzata e resa vivibile dalla comunità, in barba alle disposizioni amministrative. Dopo alcuni anni la città prende coscienza della stanzialità che solo essa ignorava e avvia la costruzione di case. Benfik è stato anche impegnato in molti dei lavori nei quali in genere si specializzano singole famiglie, dalla raccolta del ferro alla vendita delle piante, che lo impegna tuttora. Le altre attività che contraddistinguono la vivacità del campo sono la compravendita delle auto usate, di vestiario e calzature con le altre comunità rom d’Italia e la questua. Le donne hanno partecipato al progetto “Working rom”, proposto dal circolo Arci “Zei” di Lecce, che ha ampliato le capacità di piccolo lavoro artigianale, spiragli che però non permettono un guadagno continuo, ma hanno cambiato notevolmente i rapporti tra i cittadini, quanto meno i più giovani, e questa sconosciuta comunità. Chiedo a Beni se ritornerebbe in Montenegro, ci pensa un po’:«Se avessi la sicurezza di una vita agiata forse lo farei, quanto meno ci tornerei più spesso, ma la mia vita e il mio mondo sono qui e ora». Szylvia. Una bella donna, il cui nome è fittizio, mi chiede l’anonimato come prezzo per il pudore verso certe debolezze che ha avuto, che ha superato ma che ripudia ancora al punto da vergognarsene. Come molte altre sue connazionali, anche lei è venuta in Italia dalla Polonia più per avventura che per necessità, a ventidue anni, nel ‘94. Dell’Italia ama molto la cucina e gli uomini, e proprio per amore ha scelto di trasferirsi da Milano a Lecce. La capitale economica era per lei l’occasione della vita:«Appena arrivata ho trovato subito lavoro regolare come badante, intanto cercavo di fare qualche piccolo lavoro come indossatrice. Sai mai che diventavo modella!» Mi mostra le foto del suo book di presentazione, e sorge subito il dubbio sul perché andar via da Milano:«I signori per cui lavoravo come assistente sanitaria insistevano molto perché restassi con loro a tempo pieno, così mi hanno reso impossibile la vita, io stavo iniziando a bere molto. E la prima conseguenza è che non avevo più né il fisico dell’indossatrice né la pazienza della colf. Così sono scesa a compromessi con troppe persone». Poi la scelta di andare a Sesto San Giovanni, dove ha smesso di bere e ha trovato lavoro come commessa in un negozio di calzature, in regola ma retribuita un po’meno di quanto dichiarava la sua busta paga:«Proprio come in Cenerentola, ma al contrario, ho incontrato l’amore della mia vita a ventisette anni, porgendo una scarpa al mio “principe”, che quella sera stessa ha cominciato a corteggiarmi». Mi aspetto di vederla arrossire, ma non succede: l’osservazione empirica mi suggerirebbe di generalizzare ed estendere questo atteggiamento a tutti i polacchi, ma non mi pronuncio. Un uomo all’antica, il suo amore, che la porta nel Salento, d’estate, anche per farle conoscere i familiari. Lei era stata tutt’al più in Liguria, e nonostante le pesanti scottature si innamora subito del sole e della luce del Salento, e del mare Adriatico, del quale conosce ogni anfratto. «Mi piace molto la pesca subacquea-dice, spiazzandomi ancora-, e mi piace prendere i ricci e aprirli. Andiamo spesso a San Foca, dove mio marito prende quasi sempre triglie e orate». Le domando: «Adesso fai romanticamente la mantenuta?», non l’avessi mai fatto, il suo volto si fa rigido e orgoglioso. «No, qui ho lavorato presso alcuni pub della movida, poi in una pizzeria piuttosto fuori Lecce, infine sto lavorando a una mia impresa personale, della quale non ti dico niente perché sono molto superstiziosa, ma riguarderà i preziosi». Sembra scontato chiederle come sia stata accolta qui, vista la sua affabilità, ma, mi confessa:«Con lui stavamo insieme da tre anni,

quando abbiamo deciso, diciamo, di lasciarci. Sono stata malissimo, ci mancava poco perché mi attaccassi alla bottiglia, non avevo e non ho molti amici, soprattutto tra i miei connazionali. Poi sono ritornata per alcuni mesi a fare la badante presso una signora impossibile, ma ho sempre creduto in dio e nella provvidenza ed eccomi qua con due bei bambini e il mio amore e voglio vivere per sempre qua. Viaggiando spesso, però!»

fonti Costituzione della Repubblica italiana, GU n.298 del 27/12/1947; Quadro multilaterale sulle migrazioni per lavoro, Ilo 2007; Convenzioni sui lavoratori migranti: Convenzione ILO n. 97 sulla migrazione per lavoro, 1949; Convenzione ILO n. 143 sui lavoratori migranti (disposizioni complementari), 1975; Convenzione delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie,1990; Agenda del Lavoro Dignitoso (Ilo), www.ilo.org/rome; La crisi economica mondiale e i lavoratori migranti: impatto e risposte, Awad Ibrahim,2009; XIX Rapporto sull’immigrazione Caritas/Migrantes, Idos 2009; economiaepolitica.it, rivista telematica; Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Leogrande Alessandro, Mondatori 2008; Transiti e approdi, Studi e ricerche sull’universo migratorio nel Salento,Luigi Perrone(cur.), FrancoAngeli,2007; bancaditalia.it; Esoh Elamé- I diritti dei lavoratori immigrati: per un approccio collaborativo, Ilo online 2009; comune.lecce.it; Voci dal sommerso, storie di lavoro non regolare,Comissione per l’emersione dal lavoro non regolare della Provincia di Lecce, Pensa multimedia,2008 ;


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L’infanzia negata, l’infanzia possibile Il lungo cammino dei diritti dei bimbi: mai più vite “usa e getta” di Giuseppe Gioffredi* | foto - paolomargari.it

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’utilizzo dei bambini nelle attività lavorative costituisce, così come molte altre forme di sfruttamento dei minori qualificate come “intollerabili” (in primis lo sfruttamento sessuale e il coinvolgimento nei conflitti armati), una grave lesione dei valori universali della convivenza civile, in quanto si tratta di un fenomeno che lede il diritto del bambino a vivere la propria infanzia, ponendo a repentaglio la sua educazione e il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale1. Molti Stati europei sono ormai dotati di un corpus di norme molto garantiste a tutela dei diritti dell’infanzia2. A ciò si oppone, tuttavia, nella realtà della vita quotidiana anche dei Paesi più ricchi ed avanzati, la presenza di un consistente numero di bambini sfruttati, appartenenti soprattutto alle fasce più povere della popolazione e a gruppi migranti. Dunque, non è possibile ignorare che la tutela apprestata dalle legislazioni nazionali – così come dal diritto internazionale– contro lo sfruttamento dei minori nel mondo del lavoro, nonostante sia sviluppata nell’enunciazione, non si è ancora realizzata adeguatamente nella pratica. Infatti, se in un gran numero di Paesi si continuano a sfruttare i minori nelle attività lavorative (anche nelle sue ‘peggiori forme’: le ‘worst forms of child labour’ menzionate dalla Convenzione dell’Oil n. 182 del 1999), è lecito ritenere che per taluni governi, istituzioni, organizzazioni o comunque gruppi di potere – nei quali domina la cultura totalizzante del profitto fino al punto di ridurre ogni cosa, persino la dignità della persona, ad oggetto di mercato e di sfruttamento – le vite dei bambini, soprattutto di alcuni bambini, siano vite ‘usa e getta’. Tuttavia, negli ultimi anni si deve constatare una rinnovata attenzione per il problema del lavoro minorile, promossa anche da una serie di iniziative volte alla sensibilizzazione sul fenomeno. Se volessimo, invece, risalire alle origini della ‘sensibilità’ internazionale nei confronti del fenomeno, dovremmo tornare al 1919, anno in cui venne istituita l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil)3. Infatti, pochi mesi dopo la sua nascita, la Conferenza generale dell’Oil si riunì per la prima volta a Washington e affrontò, fra i pri

mi argomenti, il problema dei fanciulli impiegati nei lavori industriali, fissando a 14 anni – salvo alcune deroghe – l’età minima per l’ammissione al lavoro (Convenzione n. 5 del 29 ottobre 1919). Successivamente, l’interesse della comunità internazionale nei confronti del lavoro minorile si è esteso a tutti gli ambiti dei lavori svolti dai bambini, proibendo qualsiasi tipo di occupazione dannosa, imponendo divieti e stabilendo quelle limitazioni, misure di sicurezza e garanzie che la tutela dei minori che si avviano al lavoro richiede. Sono state così adottate una serie di convenzioni, riviste nel tempo, e di raccomandazioni che rappresentano certamente un complesso organico di norme a protezione dei minori lavoratori4. L’Oil, inoltre, nella sua costante attività tesa a predisporre una disciplina organica del lavoro dei minori, non ha mancato di adoperarsi al fine di adottare nuovi standard internazionali che dessero priorità all’azione immediata per porre fine ad alcune intollerabili pratiche: la vendita di bambini e adolescenti, il fenomeno della schiavitù per debito (che consiste nella vendita di un bambino finalizzata all’estinzione di un debito), il lavoro forzato (incluso il reclutamento obbligatorio o forzato dei minori per il loro utilizzo nei conflitti armati), la tratta ai fini di sfruttamento sessuale commerciale. A tale scopo, nel corso della 87ª sessione della Conferenza generale dell’Organizzazione (Ginevra, giugno 1999), è stata approvata la Convenzione n. 182 (con Raccomandazione allegata n. 190), che impegna gli Stati firmatari a mettere in atto misure urgenti per contrastare tutte le forme peggiori – in termini di crudeltà ed efferatezza – di sfruttamento del lavoro minorile5. Questa Convenzione, come si legge nel Preambolo, non sostituisce la Convenzione n. 138 del 1973 sull’età minima, che rappresenta tuttora la più esaustiva normativa a tutela dei minori coinvolti in attività lavorative, ma piuttosto la completa con norme che prevedono l’abolizione totale e immediata delle ‘worst forms of child labour’. Essa, inoltre, impegna gli Stati parti non solo a stabilire sanzioni (penali o di altra natura) per garantire l’effettività delle previsioni pattizie, ma anche ad adottare misure effettive per prevenire


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l’impiego di bambini nelle forme di sfruttamento individuate come intollerabili, a rimuovere gli stessi da tali attività e a promuoverne la riabilitazione e l’integrazione sociale. È altresì richiesto agli Stati di garantire l’accesso all’istruzione di base gratuita e, ove sia possibile e opportuno, alla formazione professionale a tutti i minori sottratti alle forme di lavoro considerate intollerabili, riservando una specifica attenzione alla situazione delle bambine (art.7). A norma dell’art.8, infine, gli Stati parti devono prendere le opportune iniziative per fornire reciproca assistenza nell’applicazione delle disposizioni della Convenzione, attraverso il rafforzamento della cooperazione e/o dell’assistenza internazionale. L’esigenza di preservare i minori dai lavori pesanti, pericolosi e insalubri trova riscontro anche nei diritti sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 19896. In particolare, l’art. 32 della Convenzione riconosce il diritto dei minori ad essere difesi da forme di lavoro che comportino rischi e ne compromettano la salute, l’educazione e lo sviluppo (par. 1), e ingiunge agli Stati parti di stabilire età minime per l’ammissione al lavoro, di regolamentare le condizioni lavorative e, conseguentemente, di prevedere pene o altre sanzioni appropriate per garantire l’attuazione delle norme (par. 2). Con riferimento, invece, alla normativa internazionale operante a livello regionale, un’attenzione particolare deve essere prestata all’azione condotta da parte del Consiglio d’Europa. In seno a questa organizzazione è stato redatto un documento molto significativo: la Carta sociale europea del 18 ottobre 19617. Tale Carta, nella parte I n. 7, afferma che «i bambini e gli adolescenti hanno diritto ad una protezione speciale contro i pericoli fisici e morali ai quali sono esposti». L’art. 7, poi, è diretto a garantire il diritto dei bambini e degli adolescenti alla protezione e a tal fine obbliga gli Stati: a fissare a 15 anni l’età minima per l’ammissione al lavoro; a fissare un’età minima più elevata di ammissione al lavoro per alcune occupazioni considerate dannose o insalubri; a vietare che i ragazzi sottoposti ancora all’obbligo scolastico siano impiegati in lavori che impediscono loro di beneficiare di tale istruzione; a limitare la durata del lavoro dei ragazzi al di sotto dei 16 anni; a

riconoscere il diritto dei giovani lavoratori e apprendisti ad una retribuzione equa e ad un’indennità adeguata; a fissare ad un minimo di 3 settimane la durata delle ferie annuali; a vietare l’impiego dei lavoratori al di sotto dei 18 anni in lavori notturni; ad assicurare una protezione speciale contro i danni fisici e morali ai quali i fanciulli e gli adolescenti siano esposti. Nell’ambito dell’Unione europea, invece, è opportuno considerare la direttiva 94/33/CE (22 giugno 1994) relativa alla protezione dei giovani sul lavoro. Secondo le disposizioni di questa direttiva deve considerarsi vietato il lavoro svolto ad un’età inferiore a quella in cui cessano gli obblighi scolastici a tempo pieno imposti dalla legislazione nazionale e, in ogni caso, ai 15 anni (art. 1 par. 1). Gli Stati possono però prevedere deroghe al divieto di lavoro dei bambini se queste sono compatibili con le esigenze derivanti dalla personalità dei minori (artt. 4-5). Questa direttiva mira a delineare il rapporto di lavoro come strumento funzionale, e subordinato, alla piena realizzazione della personalità del giovane lavoratore. Secondo tale impostazione, il divieto del lavoro minorile è in stretta correlazione con la tutela della personalità del minore: si tratta della medesima impostazione che è alla base dei precedenti atti che abbiamo citato(Convenzioni dell’Oil n. 138 e n. 182, Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, Carta sociale europea)8. Sempre a livello comunitario è fondamentale prendere in considerazione la disciplina prevista in materia dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea9. Tale Carta era del tutto priva, per sua natura giuridica, di efficacia vincolante, non essendo stata ab initio integrata nei Trattati comunitari; essa era pertanto una semplice dichiarazione d’intenti, una ‘esortazione’ (pur solenne) nei confronti degli Stati membri a comportarsi in un certo modo. Successivamente essa era stata inserita nel Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa10 – la c.d. ‘Costituzione europea’ – approvato a Bruxelles il 18 giugno 2004 e firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Tuttavia – come è ben noto – l’esito negativo dei referendum tenutisi in Francia e nei Paesi Bassi per la ratifica del Trattato di Roma aveva impedito l’entrata in vigore dello stesso. Il Trattato di Lisbona, invece, firmato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore il


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1° dicembre 2009, pur non avendo incorporato la Carta (come faceva la ‘Costituzione europea’), ne riconosce «lo stesso valore giuridico dei Trattati». Ciò, dunque, permette di attribuire la giusta portata all’art. 32 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE che è titolato Divieto del lavoro minorile e protezione dei giovani sul luogo di lavoro11. Tale articolo statuisce: «Il lavoro minorile è vietato. L’età minima per l’ammissione al lavoro non può essere inferiore all’età in cui termina la scuola dell’obbligo, fatte salve le norme più favorevoli ai giovani ed eccettuate deroghe limitate. I giovani ammessi al lavoro devono beneficiare di condizioni di lavoro appropriate alla loro età ed essere protetti contro lo sfruttamento economico o contro ogni lavoro che possa minarne la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o che possa mettere a rischio la loro istruzione». L’art. 32, com’è evidente, mira a perseguire due finalità: da un lato, evitare che l’attività lavorativa possa minare la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o possa mettere a rischio l’istruzione dei giovani; dall’altro, evitare lo sfruttamento economico dei giovani lavoratori. Questi, pertanto, devono beneficiare di particolari, e favorevoli, condizioni di lavoro e ottenere, a parità di lavoro, parità di retribuzione e di condizioni. Dunque, nonostante la disciplina internazionale riguardante la protezione dei minori dallo sfruttamento nel lavoro non sia – come abbiamo avuto modo di vedere – insoddisfacente, i bambini continuano ad essere le prime vittime delle violazioni continuamente commesse nei confronti dei diritti umani. Eppure essi costituiscono la futura generazione e saranno coloro nelle cui mani si giocheranno i destini delle società, delle istituzioni, degli Stati. Nella situazione attuale, quindi, è di fondamentale importanza sostenere con vigore i diritti dei bambini, poiché essi sono «gli anelli più deboli della catena generazionale … e quindi potrebbero essere le prime vittime dell’egoismo collettivo delle generazioni attuali»12 . In particolare, il gravissimo problema dello sfruttamento della manodopera infantile va fronteggiato in una logica di intervento che tenga conto di una serie complessa di fattori e che non si limiti alla rimozione del bambino dalla sua condizione di schiavitù, ma possa offrirgli una prospettiva di sviluppo personale e di emancipazione dalla povertà, la quale impedisce fondamentalmente l’accesso alle opportunità primarie di sviluppo e di vita. In questa direzione dunque deve sempre più concretizzarsi l’impegno della comunità internazionale, che deve essere teso ad assicurare all’infanzia di oggi uno sviluppo solidale e duraturo, nonché a costruire una società del domani in cui l’infanzia diventi il soggetto più importante e meritevole di tutela, perché rappresenta il futuro dell’umanità intera e cioè un capitale di valore inestimabile. Ciò lo avevano già compreso, nel lontano marzo del 1924, i membri dell’allora Società delle Nazioni, i quali – nel Preambolo della Dichiarazione di Ginevra (primo documento di importanza determinante per l’individuazione di un nucleo irrinunciabile di valori a tutela dei bambini) – riconoscevano che «l’humanité doit donner à l’enfant ce qu’elle a de meilleur».

DOSSIER/Lavoro

note 01 V. artt. 27 e 28 della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989;

02 A tal proposito è opportuno sottolineare che, ad esempio, sui temi dell’istruzione, dell’abuso, dello sfruttamento, della non discriminazione, vi sono orientamenti comuni nell’àmbito dell’Unione europea. Tuttavia le condizioni relative a tali settori possono essere considerate effettivamente uniformi solo nei Paesi che formavano ‘l’Europa dei 15’ (cioè nei 15 Stati che componevano l’Unione europea fino al 1° maggio 2004), perché in alcuni dei nuovi Stati membri, ugualmente ad altri Paesi del mondo, la situazione è certamente diversa.

03 Nel Preambolo dello Statuto è sancito che l’Organizzazione si impegna a proteggere l’infanzia, riconoscendo che ciò è essenziale per il perseguimento della giustizia sociale e della pace universale.

04 Ad esempio, la Convenzione n. 138 del 1973 (che sostituisce una serie di precedenti convenzioni applicabili a settori economici limitati) specifica che l’età minima di ammissione al lavoro non può essere inferiore all’età prevista per il completamento della scuola dell’obbligo e in ogni caso non inferiore ai 15 anni; in deroga, i Paesi con un’economia e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate possono fissare l’età minima di avvio al lavoro a 14 anni. L’età minima per l’ammissione a qualunque tipo di impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui è svolto può compromettere la salute, l’incolumità o la moralità dei giovani non deve essere inferiore ai 18 anni.

05 OIL, General Conference, Worst Forms of Child Labour Convention, ILO doc. C182/1999, Ginevra, 17 giugno 1999.

06 UNITED NATIONS, General Assembly, Convention on the Rights of the Child, UN doc. A/RES/44/25, New York, 20 novembre 1989.

07 Il 3 maggio 1996 è stata adottata a Strasburgo la Carta sociale europea riveduta con una serie di modifiche.

08 In attuazione di tale direttiva l’Italia ha emanato il decreto legislativo n. 345 del 4 agosto 1999, il quale reca modificazioni e integrazioni alla legge n. 977 del 17 ottobre 1967 (Tutela del lavoro dei bambini e degli adolescenti), contenente la normativa italiana che fissa l’età minima di ammissione al lavoro.

09 Approvata dal Consiglio europeo nella riunione di Biarritz del 13-14 ottobre 2000, la Carta dei diritti fondamentali consta di un preambolo e di 54 articoli, suddivisi in 7 capi che riguardano, rispettivamente, la dignità, la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza, la giustizia, le disposizioni generali.

10 La Carta ne costituiva la parte II, artt. II-61/II-114.

12 MOLTMANN J., Diritti umani, diritti dell’umanità e diritti della natura, in Concilium, 1990, p. 154.

* Ricercatore di Diritto internazionale presso l’Università del Salento

11 Oltre a quello menzionato, un altro articolo rilevante per la protezione dei minori dallo sfruttamento nel lavoro è l’art. 24, Diritti del minore, il cui par. 1 recita: «I minori hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere».


Rubriche

! Hasta la Paz! testo - Tonio Dell’Olio* | fotografia - Lorenzo Papadia

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crivere di diritti umani potrebbe diventare discussione accademica sul diritto internazionale, sulle fonti di pensiero che ne hanno generato la formulazione della dichiarazione, sulla loro indivisibilità e universalità. Francamente a me invece i diritti umani suggeriscono una galleria di volti, di storie e di vittime disseminate nei cinque continenti. Penso all’ex Birmania e alla Colombia, al Congo, al Sudan e alla Libia, penso al Messico e a El Salvador, alle Filippine e alla Palestina. Popoli, donne, bambini. Torture, cadaveri sull’asfalto, fosse comuni. Nello stesso tempo penso a politiche internazionali degli stati che contano sullo scacchiere e che misurano le relazioni con la bilancia dei rapporti commerciali e non con quella della salvaguardia-difesa-promozione dei diritti. Penso all’indifferenza di gran parte dell’informazione e alla sua manipolazione. Pensando ai diritti umani non posso non ricordare uomini e donne che alzano la voce per gridare la sete di pace e di libertà. Uomini e donne pronti a pagare il prezzo più alto in assoluto ma che non vengono meno all’obbligo di coscienza della denuncia e della verità. Nel tempo delle comunicazioni facili e veloci un tema come questo, nemmeno dovrebbe essere discusso, perché non c’è batter di ali o caduta di foglia dall’altra parte del mondo che immediatamente non si conosca anche qui e viceversa. Figuriamoci se non si conosce il dato numerico che gronda sangue e silenzio delle oltre seimila vittime dei cartelli messicani dall’inizio dell’anno ad oggi e della corruzione della polizia e degli apparati statali, delle donne che vengono rapite e sfruttate sessualmente dai clan di quel Paese e dei migranti che vanno ad arricchire le casse della malavita organizzata spesso col tacito consenso della stessa classe politica che ha promosso quelle leggi. Per restare in quello stesso continente potremmo parlare dei “falsos positivos”. Militari e paramilitari colombiani si assicurano premi, benemerenze e riconoscimenti uccidendo ignari contadini (campesinos) e, facendo indossare loro una tuta mimetica, li spacciano per guerriglieri. Forse ci penseranno gli avvocati del Colectivo Restrepo a riesumare i cadaveri, farne un accertamento medico-legale e ad avviare serie indagini sui fatti avvenuti. È farsi voce di chi non ha voce. Di contadini, e famiglie di contadini, in una regione sperduta e aspra del Paese. In certe zone del Sudan le trivellazioni delle compagnie petrolifere occidentali o cinesi sono precedute dalle operazioni di eserciti privati, a volte formati da ex detenuti delle carceri della Cina a cui è stato promesso un forte sconto di pena in cambio di prestazioni “sporche” extraconfine. Si tratta

di fare piazza pulita dei poveri abitanti della zona perché non disturbino le operazioni di sfruttamento di chilometri e chilometri. Come non pensare a interi popoli che attendono come un’elemosina il diritto di esistere, ovvero di essere riconosciuti. Il popolo kurdo e quello saharawi, il popolo palestinese. Ci sono muri di cemento armato a umiliare la vita quotidiana di migliaia e migliaia di persone e muri che attraversano le coscienze e si chiamano discriminazione, oppressione, apartheid. Se possibile, i secondi sono più pericolosi dei primi perché non si estendono soltanto sui territori della segregazione, attraversano i confini e condizionano le politiche internazionali, i silenzi, gli appoggi taciti o palesi alla segregazione. I migranti sono gli ambasciatori umili dell’ingiustizia che si realizza quotidianamente nel mondo e, bussando alle nostre porte, ci ricordano di persona i drammi che non conosciamo, quelli che non vogliamo conoscere, quelli che rimuoviamo abilmente dalle nostre coscienze. Respingerli non è che l’ultimo atto della violazione di diritti che hanno pagato sulla loro pelle. Li abbiamo respinti quando abbiamo creato un sistema economico di rapina e sfruttamento; quando ci siamo dotati di un sistema di difesa costoso e soverchiante; quando abbiamo deciso che la nostra era la cultura predominante chiamata civiltà che non ha mai riconosciuto il diritto ad esistere delle altre espressioni. Parlar(o scrivere) di diritti umani resta esercizio accademico se non si realizza un’inversione di tendenza in cui la vita dell’altro ci sta a cuore quanto la nostra.

* Responsabile del settore internazionale dell’associazione Libera www.libera.it


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Asloc: il volontariato a sostegno della salute testo - Rosa Leo Imperiale | fotografia - paolomargari.it

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’associazione salentina per la lotta contro il cancro (Asloc) è una onlus nata a Lecce nel 1980 per offrire alla popolazione un punto di riferimento per la lotta contro il tumore. Asloc offre servizi qualificati e un supporto psicologico per una corretta e umana prevenzione e diagnosi precoce. L’associazione ha istituito un ambulatorio medico presso il quale è possibile ricevere delle prestazioni mediche specialistiche grazie al supporto di attrezzature e medici qualificati. Presso la sede in via regina Elena a Lecce, e previo appuntamento, è possibile usufruire di prestazioni mediche qualificate e a basso costo, come ad esempio visite e consulenze di carattere oncologico, esami strumentali come ecografie e videoematoscopie. L’associazione svolge anche attività di volontariato presso l’ hospice della Ausl Le1 a San Cesario di Lecce e organizza corsi di volontariato in oncologia, le cui selezioni sono tuttora aperte e indirizzate a tutti quei cittadini che volessero dedicare un po’ del proprio tempo al volontariato ospedaliero. La segreteria per le prenotazioni e per le informazioni è aperta tutti i giorni, sabato escluso, dalle 10 alle 12 della mattina e dalle 16.30 alle 18.30 del pomeriggio. Chi fosse interessato, si può rivolgere alla nostra redazione (palascia@metissagecoop.org) oppure direttamente all’associazione.

* Asloc Via Regina Elena,2 73100 Lecce Tel/Fax 0832/344083 E-mail: fondazsalentcancro@libero.it

Studiare diritti L’Università del Salento e l’immatricolazione degli “stranieri immigrati” testo - Andrea Aufieri | fotografia - Salvatore Bello

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on tutti conoscono le difficoltà che incontrano gli studenti stranieri che necessitano del riconoscimento di percorsi formativi, titoli di studio e carriera universitaria ottenuti nei paesi di provenienza. In questo primo approccio proveremo ad affrontare la questione dell’immatricolazione da un punto di vista normativo, focalizzando gli articoli del regolamento dell’Università del Salento che trattano proprio tale problematica. L’articolo 15 normalizza l’“Immatricolazione di studenti con titolo di studio straniero”, in linea con i principi del Miur, stabilendo che questa avvenga “previa verifica della conoscenza della lingua italiana”. La domanda di immatricolazione andrebbe presentata direttamente e per via telematica all’università di destinazione, senza alcun intermediario diplomatico-consolare, stando al regolamento, che rimanda alle disposizioni ministeriali. Dal sito del Miur apprendiamo però che la rappresentanza consolare italiana deve comunque essere interpellata per la traduzione ufficiale in lingua italiana, per la legalizzazione e la “dichiarazione di valore in loco” del titolo di studio conseguito all’estero. Il riconoscimento di esami e crediti avviene mediante il “diploma supplement”: una certificazione integrativa europea che attesta in otto sezioni la natura, il piano e l’andamento degli studi intrapresi, insieme ad una breve descrizione del sistema d’istruzione superiore vigente nel paese del richiedente. È scevra da giudizi

discrezionali che possono risultare parziali. Anche l’iscrizione ad anni successivi avviene on line, previo rinnovo del permesso di soggiorno, per cui farà fede la ricevuta attestante l’avvenuta richiesta del rinnovo. Se l’iscrizione avviene ad un corso a numero chiuso, sono valide le regole fissate per tutti gli studenti, concernenti l’esecuzione e il superamento della prova preliminare.


Bando Eidhr

Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani

dal governo\

È

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“a sportello”, cioè senza scadenza, il bando Eidhr della Commissione europea-programmi di cooperazione esterna-che finanzia azioni a sostegno della democrazia e dei diritti umani per il periodo 2007-2013. Il progetto nasce grazie ai fondi comunitari e all’accordo di partenariato tra i membri del gruppo

degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico e la Comunità europea e i suoi Stati membri dall’altro. L’obiettivo generale è di contribuire allo sviluppo e al consolidamento della democrazia e dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali nei paesi non comunitari, coerentemente con i principi di politica estera sanciti dall’ Unione europea. I progetti inviati dai vari enti che vorranno partecipare, tra cui anche istituzioni e attori del terzo settore, dovranno occuparsi di queste tematiche, per incentivare la democrazia partecipativa, coinvolgendo i cittadini alla vita sociale, anche con lo sviluppo dell’associazionismo o delle pari opportunità. Le proposte potranno puntare alla diffusione della fiducia nei processi elettorali democratici, ampliandone l’affidabilità e la trasparenza. Le idee di intervento che i soggetti presenteranno dovranno trovare applicazione nei territori dei paesi partner, oppure

dovranno essere direttamente collegati con le azioni dei progetti a livello mondiale o regionale, avendo un’attinenza e una fattibilità diretta con le situazioni presenti nei paesi inclusi nel progetto e specificati precedentemente. Le domande potranno avere varie forme e contenuti: progetti e programmi, sovvenzioni e finanziamenti per i progetti presentati dalle organizzazioni intergovernative internazionali e regionali, o piccole somme per sostenere i difensori dei diritti umani destinate a sostenere i costi operativi delle organizzazioni operanti nel settore. [C.P.]

approfondimenti http://ec.europa.eu/europeaid/where/worldwide/eidhr/index_en.htm

La Puglia e “Rachida” contro le dipendenze dalla regione\

Rachida”è un progetto per i migranti dipendenti da alcol e stupefacenti, realizzato dalla Regione Puglia in collaborazione con Apis, l’agenzia pugliese di intervento e studio sulle dipendenze patologiche e finanziato dal Dipartimento nazionale politiche antidroga della presidenza del Consiglio

dei ministri. Il progetto prende il nome da Rachida, giovane alcolista nigeriana morta dopo aver deciso di intraprendere un percorso di recupero. Il fenomeno dell’abuso di alcol e di droghe da parte della popolazione immigrata è complesso da studiare, a causa della sua “novità”: il progetto intende facilitare e favorire l’accesso ai servizi ai migranti che abbiano sviluppato problemi di dipendenza patologica, semplificando e rendendo loro immediata la prestazione socio-sanitaria. A tal fine è necessario realizzare una rete integrata tra gli operatori di istituzioni, privati e terzo settore, che renda omogenea la presenza di servizi sul territorio, coordini e renda più visibili le opportunità che già attualmente esistono, informi in maniera attendibile e mirata. Cinque i campi di attività individuati per favorire il lavoro di rete, la mappatura e la ricerca per conoscere le realtà presenti e sensibili nel territorio, al fine di costituire un partenariato utile al sostegno del

migrante in situazioni di dipendenza. Gli ambiti della ricerca: il mondo del volontariato, il lavoro sociale e l’ambito sanitario. Un concorso rivolto a tutte le organizzazioni pubbliche e private, al fine di individuare e raccogliere idee e prassi per la tutela della salute dei migranti. La formazione per gli operatori dei Sert per le problematiche dei fenomeni migratori e per gli operatori dell’immigrazione sulla tematica della dipendenza. La comunicazione come strumento fondamentale per diffondere dati, studi e buone prassi La fase formativa si concluderà a maggio 2010. [R.L.I.]

approfondimenti www.rachida.puglia.it


INFO ISTITUZIONALI palascìa 01

Diritto alla casa, diritto di cittadinanza dalla provincia\

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on la condivisione di un protocollo d’intesa, la Regione Puglia e le Province di Bari, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto hanno dato il via al progetto “Puglia aperta e solidale. Diritto alla casa, diritto di cittadinanza” finanziato dal Ministero della Solidarietà sociale con un milione di euro. Il progetto incontra il

fabbisogno abitativo delle famiglie di immigrati residenti in Puglia e predispone strutture di accoglienza temporanea per gli immigrati impossibilitati a provvedere autonomamente alle proprie esigenze abitative, anche per motivi di salute. Lo strumento attraverso il quale si affronterà questa emergenza sarà un’Agenzia sociale di intermediazione abitativa (Asia) affidata alla gestione di esperti del mercato immobiliare e delle problematiche dei settori immigrazione, integrazione sociale, culturale ed economica degli immigrati come un assistente sociale, due mediatori interculturali, un consulente legale. Il progetto prevede inoltre il reperimento di 85 posti letto in provincia di Lecce coinvolgendo gli uffici dei Piani di zona presenti sul territorio provinciale e attraverso la disponibilità dei cittadini, delle organizzazioni di volontariato e del privato. Nel Salento, Asia dovrebbe avere sede presso gli uffici dello sportello Servizi immigrazione Salento della Provincia di

Lecce, ma non è stata ancora formalmente costituita. Sullo stato di avanzamento del progetto, l’assessore provinciale di Lecce alle Pari opportunità Filomena D’Antini Solero comunica:«Entro i prossimi giorni sarà definita la questione relativa al personale. Dai primi giorni di gennaio, fino a metà febbraio ci saranno i corsi di formazione per il personale selezionato in precedenza. Entro febbraio 2010 l’avvio concreto del progetto». Intanto si individueranno le strutture in base all’articolazione della presenza di immigrati nella provincia. Un ringraziamento particolare dell’assessore è andato a tutti i parroci che hanno risposto all’appello della provincia, mettendo a disposizione le strutture di accoglienza che costituiranno la rete di circa 90 posti letto per far fronte all’emergenza. Sarà poi pubblicato il bando per l’individuazione degli immobili da destinare stabilmente all’affitto delle comunità migranti. [R.L.I.]

L’accoglienza istituzionale in città dal comune\

È

attivo a Lecce il centro interculturale “Lecce Accoglie”* dedicato ai cittadini immigrati, con funzioni di sportello informativo, assistenza e supporto, biblioteca multietnica e centro di formazione, gestito dall’associazione “Raggio di sole”. Tra le funzioni principali dello sportel-

lo: informazioni e front-office di prima accoglienza con l’ausilio di mediatori interculturali, housing, assistenza legale e supporto per la burocrazia riguardante il soggiorno, informazioni per la ricerca di lavoro. Molto importante la consulenza giuridica, fiscale e al lavoro e per l’inserimento lavorativo. Il Comune di Lecce ha allestito anche un’aula multimediale che sarà utilizzata sia per i corsi di informatica sia per il doposcuola rivolto a tutte le comunità. La biblioteca multietnica si attiverà con il coinvolgimento delle scuole, perché prime utilizzatrici. Le attività e i contenuti saranno rivolti agli studenti italiani che vogliono conoscere le altre culture, agli alunni stranieri interessati alla scoperta e all’acquisizione della lingua e della cultura italiana e per approfondire le propria cultura e comunque conoscere quella di provenienza dei genitori o dei nonni, agli insegnanti e ai docenti che si trovano a confrontarsi giorno dopo giorno con

l’educazione interculturale. Si lavora anche per la costituzione di una rete nazionale per lo scambio delle esperienze con altri centri culturali. Sarà presto allestita anche una sala lettura interattiva aperta a tutti e fornita di postazioni internet. [A.A.]

* Lecce Accoglie via Marco Basseo 1 palazzo Turrisi Palumbo 73100 Lecce 0832 332824 – 0832 307017 lecceaccoglie@comune.lecce.it


CITTADINANZA INTERCULTURALE palascìa 01

Lo sguardo dell’altro

Il lavoro svolto dall’Osservatorio provinciale sull’immigrazione, megafono del cambiamento testo - Emanuela Ciccarese | fotografia - paolomargari.it

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a presenza di varie etnie nel nostro contesto sociale è un dato strutturale che col tempo è andato sempre più consolidandosi. Ed è proprio in questo crocevia di culture che si inserisce il lavoro dell’Osservatorio provinciale sull’immigrazione (Opi) istituito da un accordo di programma approvato il 26 settembre 1995 tra la Provincia di Lecce e l’Università degli studi di Lecce(oggi Università del Salento). L’osservatorio è amministrato dal comitato di Gestione ed è formato dal presidente della Provincia (o da un suo delegato), che lo presiede, dal coordinatore scientifico (nominato ogni quattro anni) che coordina le attività di studio e di ricerca, dal rettore (o da un suo delegato), dal sindaco di Lecce e da due consiglieri provinciali, uno di maggioranza e uno di minoranza. Un organo ben rappresentato dalle istituzioni in cui si incontrano idee politiche differenti, ma con motivazioni e interessi che concorrono alla realizzazione di un’occasione di ricerca per il territorio salentino. Un’occasione subito colta dal gruppo di ricerca costituitosi in seguito e coordinato dal professore Luigi Perrone, docente di Sociologia delle migrazioni e delle culture, che si è avvalso della collaborazione di colleghi, studenti, ricercatori, medici, assistenti sociali e cittadini stranieri. Con il tempo il gruppo è | Università del Salento, Palazzo Parlangeli, sede Opi

andato modificandosi e, venendo incontro all’esigenza di creare sul territorio risorse e competenze per la realizzazione di politiche sociali e interventi concreti, dal 2002 si avvale del supporto dei ricercatori del dottorato interdipartimentale in Sociologia delle migrazioni e delle culture. Oltre al citato professore Perrone, ne fanno parte anche Maria Rosaria Cagnazzo, Antonio Ciniero, Rossana De Luca, Maria Beatrice Leone, Maria Rosaria Panareo, Elisabetta Quarta, Annachiara Scalera e Manuela Tritto. In tutte le sue indagini l’Opi ha utilizzato, il metodo della ricerca-azione. Ogni gruppo prendeva il nome dall’argomento di cui si occupavano i ricercatori. Tra i gruppi che hanno operato ricordiamo quelli sul lavoro stagionale, il gruppo sui centri di permanenza temporanea, il gruppo sulla scuola. Il gruppo “angurie”, come è stato soprannominato quello sul lavoro stagionale, è stato il primo ad operare ufficialmente per l’Opi, occupandosi per l’appunto della raccolta stagionale delle angurie che da anni si effettua nel territorio di Nardò da fine giugno ad agosto. Questo duro lavoro viene effettuato da immigrati marocchini, tunisini, algerini, ghanesi, senegalesi, poiché in possesso di requisiti come resistenza fisica, flessibilità e ricattabilità sul lavoro, ed è proprio grazie a loro che si regi-

stra ogni anno un forte incremento della produzione del frutto estivo. Il gruppo “scuola” ha contribuito alla prima pubblicazione dell’Opi sui figli degli immigrati nella scuola salentina: una ricerca che ha coinvolto le scuole che hanno dimostrato attenzione verso il fenomeno migratorio ed utilizzato metodologie quantitative e qualitative. Sempre il gruppo scuola ha condotto un’altra indagine sulla comunità rom presente sin dai primi anni ottanta sul territorio salentino e che ha coinvolto il gruppo non solo dal punto di vista scientifico ma anche sociale e umano. Dal nucleo iniziale di una decina di soggetti oggi la comunità varia dalle duecento alle trecento unità. Mentre la maggior parte delle forze politiche, istituzionali e sociali si sono mosse nell’ottica dell’emergenza, l’Opi si è concentrato sull’immigrazione come fenomeno strutturale del territorio. I risultati più recenti di questo lavoro si leggono in due importanti ricerche su alcune scuole della provincia e sull’associazionismo e il terzo settore. Sul piano della metodologia possiamo dire che il gruppo cui ha dedicato questi anni di lavoro il professore Perrone si avvale di ricercatori per i quali essere presenti nei territori, sulla strada, al fianco dei migranti, fa parte del loro modo di essere, e della cultura di ognuno. L’osservatorio ha dato un contributo fondamentale per trasformare il contesto sociale leccese in un luogo attento ai bisogni dell’altro e alla sua valorizzazione, poiché non basta prendere atto della presenza delle diverse etnie. È necessario valorizzare ciò che invece può arricchire rapporti e culture, e questo sarà possibile solo se ognuno di noi si farà reale protagonista del cambiamento.


NUMERI UTILI palascìa 01

QUESTURA DI LECCE \ Divisione Immigrazione Viale Oronzo Quarta - 73100 Lecce Orari di apertura: Lunedì 08:30-12:00 SOLO gli stranieri convocati Martedì 09:00-12:00 solo per il RITIRO soggiorni pronti Mercoledì 08:30-12:00 SOLO gli stranieri convocati Giovedì 09:00-12:00 per informazioni e richieste di soggiorno cartacei (parenti cittadini comunitari, richiesta asilo, cure mediche, etc.); solo gli stranieri convocati. Venerdì 08:30-12:00 si ricevono SOLO gli stranieri convocati

PREFETTURA Viale Venticinque Luglio, 7 - 73100 Lecce Assunzione lavoratori stranieri Assunzione di lavoratori neocomunitari Lavoratori soggiornanti regolarmente nel territorio dello stato Ricongiungimento famigliare

CITTADINANZA Via dei Templari, 5 - 73100 Lecce Orari di apertura: Lunedì dalle 10:00 alle 12:00 Mercoledì dalle 10:00 alle 12:00 Venerdì dalle 10:00

COMUNE DI LECCE \ “Lecce Accoglie” Via Marco Basseo, 1 - 73100 Lecce Lunedì, Mercoledì, Venerdì 9.30-12.30 Martedì e Giovedì 16-18

PROVINCIA DI LECCE \ Servizi Immigrazione Salento V.le Marche, 17 - 73100 Lecce Orari di apertura: Lunedì 17 - 19 Mercoledì 9 - 12 Venerdì 9 - 12 Lunedì - Martedì - Giovedì si riceve per appuntamento


THE WALL “Dipingiamo il Métissage“ Capodanno dei Popoli 2010 Palazzo dei Celestini - Lecce

fotografia di Lorenzo Papadia


NUMERI UTILI palascìa 01

ASL LECCE \ Distretto Socio Sanitario Piazza Bottazzi - 73100 Lecce Numero Verde 800259897

ASLOC - Associazione Salentina per la Lotta contro il Cancro Onlus via Regina Elena, 2 - 73100 Lecce Tel.Fax: 0832-344083 \ In associazione è possibile, previo appuntamento, usufruire di visite mediche specialistiche e strumentali. Orari di apertura: dalle 10.00 alle 12.00 ; e dalle 16.30 alle 18.30; Chiuso il sabato

CARITAS Vico dei Sotterranei, 2 - 73100 Lecce Tel. 0832/244767 / 0832 24 20 20 Servizi: Centro ascolto, Sostegno morale e materiale, Consulenza legale Orari di apertura: lunedì, mercoledì, venerdì: ore 9.30/12.00 martedì, giovedì: ore 16.30/18.30

CENTRO INTERCULTURALE DIOCESANO “MIGRANTES“ Via Tasselli,10 - 73100 Lecce (www.migranteslecce.it) Tel:0832/311363 - L’ambulatorio medico dell’Associazione S.A.L.V.A. è aperto tutti i giorni dalle 17.00 alle 19.00; Sabato chiuso

Servizi: Centro ascolto, sostegno morale e materiale, attività interculturali, Consulenza legale, Scuola di italiano per stranieri, Orientamento al lavoro Lunedì, Mercoledì, Venerdì : 9.30 - 11.30 Martedì e Giovedì : 16.30 - 18.30 MENSE CARITAS PARROCCHIALI Parrocchia “S. Maria delle Grazie in S. Rosa” Viale Ugo Foscolo, 29 - 73100 Lecce tel. 0832.399877 Apertura: tutti i giorni: ore 12.00

Parrocchia “S. Lazzaro” Via San Lazzaro, 40 - 73100 Lecce tel. 0832.343523 Apertura: tutti i giorni: ore 12.30

Parrocchia “S. Antonio da Padova a Fulgenzio” Sede: 73100 Lecce Via Parini, 1 tel. 0832.311960 Apertura: tutti i giorni: ore 18.00


CITTADINANZA INTERCULTURALE palascìa 01

I giovani al centro del policy-making Dal 19 al 21 gennaio a Bari il Meeting internazionale dei giovani

testo - Andrea Aufieri | fotografia - paolomargari.it

Ni, mondlokaj civitanoj” (Nmc, “Noi, cittadini glocali”in esperanto) è lo slogan del primo Meeting internazionale dei giovani, che si è tenuto a Bari dal 19 al 21 gennaio. Ed è positivo poterlo battezzare con una grafica simbolica che riprende l’esperanto, la lingua fondata da Ludwik Lejzer Zamenhof con la speranza che gli uomini avrebbero cessato di detestarsi se avessero avuto la possibilità di comprendersi superando tutte le difficoltà che impediscono il dialogo. Luca Bergamo, classe 1961, è responsabile del gruppo di lavoro del Nmc. Attualmente è anche membro del Comitato esecutivo dell’Associazione italiana incontri e studi sullo sviluppo locale (Aislo), ma è già stato direttore generale dell’Agenzia nazionale per i giovani, organismo pubblico in seno al Ministero della Gioventù, direttore del Glocal forum e direttore generale di Zone attive, la società fondata dal Comune di Roma per lo sviluppo di progetti culturali ideati e realizzati dai giovani. Così racconta il perché del Meeting a Palascìa: «Oggi i giovani sono ingiustamente esclusi dai processi decisionali della politica che invece dovrebbero riguardarli da vicino-esordisce-: tematiche come la scelta delle energie e la loro gestione, l’amministrazione dell’acqua come bene pubblico e di altri servizi, che devono essere realizzati secondo un’ottica glocale, e guardando al futuro» al periodo, cioè in cui essi stessi dovranno rispondere di fronte ai loro figli. «Il meeting si pone allora come strumento per la facilitazione del dialogo tra giovani cittadini e istituzioni, e tra i primi e le grandi agenzie internazionali che in qualche modo potranno rispondere degli obiettivi da perseguire, tenendo conto in maniera sostanziale delle idee di chi dovrà abitare il mondo, governarlo, lavorarci». Un lavoro eccezionale è già cominciato da tempo per lo staff degli enti promotori del Meeting: la Regione Puglia, la presidenza del Consiglio dei Ministri, i gia citati Ministero della Gioventù e l’Agenzia nazionale per i giovani hanno affrontato tre giorni di discussione in presenza di circa 4500 partecipanti accreditati, aventi come valori di riferimento la Dichiarazione universale dei diritti umani, gli Obiettivi del millennio e la Dichiarazione sulla giustizia sociale per una globalizzazione giusta.

Valori impegnativi e idee all’altezza, che si sono confrontati con le linee e gli scenari che troppo spesso sono disegnati senza includere i veri protagonisti, un atto di esclusione a opera di alcuni degli stessi enti chiamati in causa per interloquire: la Banca mondiale, il Banco interamericano dello Sviluppo, l’Organizzazione mondiale del lavoro, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), il Programma Onu per gli insediamenti umani (Un-habitat) e per lo sviluppo (Undp), la Campagna per il raggiungimento degli Obiettivi del millennio, l’Unione delle città e dei governi locali (Uclg), l’Unione europea. Come già anticipato, le finalità di Nmc sono quelle di contribuire alla creazione di un ambiente globale e locale in cui tutti gli attori dello sviluppo, giovani, decisori politici, attori economici e sociali, organizzazioni internazionali, centri di conoscenza e cittadini, possano facilitare ed accrescere la partecipazione dei giovani stessi ai processi decisionali e allo sviluppo di un futuro sostenibile. Proprio intorno al concetto di sostenibilità è importante soffermarsi: dinanzi alla crescita demografica globale, concentrata per lo più nei centri urbani, sono necessarie sempre maggiori risorse per tenere in piedi l’attuale modello di svilup-

po Questa è in realtà un’ipocrisia, perché il 20% della popolazione mondiale, quella agiata, consuma più dell’80% delle risorse alimentari del pianeta, sfrutta le risorse petrolifere, contribuisce al riscaldamento globale. Un impatto che compromette la sopravvivenza di tutte specie esistenti, anche quella umana. E questo scenario apre a possibilità di fratture definitive nei conflitti sociali e in contrapposizioni planetarie, in un tutti contro tutti per accaparrarsi risorse e tecnologie che va tamponato e lasciato cadere da logiche di decrescita. In questo contesto è chiaro che sono fondamentali le singole scelte di governi locali e territoriali, le decisioni dei cittadini. Attraverso il networking, i gruppi tematici di lavoro, le attività di training e formazione ed eventi socioculturali, oltre ad alcune lectio magistralis, i partecipanti hanno appreso come far valere i propri diritti di cittadinanza reale e proporre le giovani idee che dovranno vederli tutti protagonisti senza più spettatori.


CITTADINANZA INTERCULTURALE palascìa 01

Il primo marzo scoppia la febbre gialla Sciopero degli immigrati, l’Italia pronta a scendere in piazza

testo - Redazione

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osa accadrebbe se in tutta Europa tutti gli immigrati scioperassero da tutto? Se sparissero per dimostrare che oltre a una risorsa utile all’economia sono persone importanti per cultura, per ragioni di cuore, amicizia, presenza? Partita da Facebook a febbraio del 2009, dall’idea della giornalista francese di origine marocchina Nadia Lamarkbi, “24h Sans Nous” si è allargata ben oltre i confini francesi, contagiando da subito l’Italia, dove questa iniziativa è quanto mai opportuna, dopo la rabbia di Rosarno, per comprendere che gli immigrati non sono una questione a parte nella società civile. Il riferimento sul web è primomarzo2010. blogspot.com, il manifesto adottato è stato realizzato dall’artista Giuseppe Cassibba e il colore scelto dai partecipanti è il giallo. Stefania Ragusa, presidente del comitato nazionale “Primo marzo 2010”, spiega il perché di tale scelta in un comunicato: “Dal momento che colori e segni di identificazione hanno mostrato la loro efficacia in altre iniziative (il popolo viola docet), abbiamo pensato anche noi di dotarci di un colore di riferimento. Abbiamo scelto il giallo, perché è stato già usato nella recente manifestazione “mettiti in giallo contro il razzismo”, perché in psicocromatica è considerato il colore del cambiamento e infine perché non rimanda | 24 h senza di noi, la giornata senza immigrati

ad alcuno schieramento politico in particolare”. Segue invito a “usare già da oggi un braccialettino o un nastrino giallo come segno di riconoscimento”. Intanto il gruppo ufficiale di Facebook(“La journée sans immigrés : 24h sans nous!”) ha sfondato la barriera delle 55 mila iscrizioni, presagendo un risultato di sicura efficacia mediatica. Sono oltre 20 mila invece, gli iscritti al gruppo ufficiale italiano, senza contare quelli dei gruppi locali che nascono con una certa prolificità man mano che i media si “accorgono” dell’iniziativa. Al momento di chiudere questa rivista se ne contano sette: Genova, Brescia, Perugia, Palermo, Napoli, Roma, Milano. Ma perché proprio il 1 marzo? Nello stesso giorno del 2007 la Francia ha approvato il Codice di ingresso e soggiorno degli stranieri, legge altamente selettiva e utilitarista. I suoi oppositori, sul piano politico come su quello sociale, lavorativo, associazionistico, sono invitati a scendere in piazza. Stefania Ragusa racconta questa storia di impegno civile a Palascìa:«Mille volte, parlando informalmente, è capitato di dirsi: chissà cosa accadrebbe se gli immigrati, stanchi di subire ingiustizie e discriminazioni, decidessero di incrociare le braccia per un giorno… Poi è arrivata la notizia che qualcuno, in Francia,

stava cercando di passare dai «chissà» alla pratica. E ci siamo dette: perché no? Anche noi dobbiamo provarci. “Primo Marzo 2010 sciopero degli stranieri”è nato così, da una considerazione estemporanea andata a innestarsi su mesi o, forse, anni di indignazione e dolore per il clima di intolleranza e barbaro razzismo che avvelena il nostro Paese e ha portato all’approvazione di leggi discriminatorie e lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione. Al nostro movimento aderiscono persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico, immigrati, discendenti di immigrati e autoctoni. Siamo accomunati dalla consapevolezza di quanto sia importante, da un punto di vista sociale, culturale ed economico, l’apporto dell’immigrazione per l’Italia e dalla volontà di andare oltre la contrapposizione tra noi e loro, italiani e stranieri, che imprigiona in uno schema rigido e dualistico qualsiasi riflessione sul presente dell’Italia. Per contrastare questo stato di cose e mandare un segnale forte in direzione contraria abbiamo creato questo collettivo, che nasce già meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, G2 (seconde generazioni) e chiunque ne voglia fare parte. Vogliamo far sentire la nostra voce in modi diversi: con l’astensione dal lavoro, oppure con lo sciopero degli acquisti, evitando di prendere i mezzi pubblici per un giorno o con una semplice presenza in piazza. Siamo organizzati in comitati cittadini che sceglieranno autonomamente la protesta nelle forme e nei modi che riterranno più adatti alle singole realtà». Sui precedenti in Italia e nel mondo:«”Primo Marzo 2010 Sciopero degli Stranieri”si collega idealmente a iniziative simili che lo hanno preceduto. Quella del 20 settembre 1989 a Villa Literno, in provincia di Caserta, che ha visto gli immigrati scioperare contro il caporalato e la camorra, quella del 16 maggio 2002 a Vicenza contro la legge Bossi-Fini e, in particolare, si collega allo sciopero del 1 maggio 2006 negli USA, quando milioni di immigrati ispanici si fermarono per protestare contro il reato di clandestinità». Il popolo del web si prepara a essere contaminato dalla febbre gialla.


TERZO SETTORE palascìa 01

Più forza al volontariato Il progetto “Formazione quadri del terzo settore“ testo - Luigi Conte*

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l progetto Formazione quadri del terzo settore (Fqts) è nato per rafforzare le organizzazioni di terzo settore (ts) meridionali nella loro capacità di generare infrastrutturazione sociale, prendendo meglio consapevolezza di limiti e potenzialità del contesto meridionale, rafforzando le identità, le solidarietà di rete, le sinergie di un mondo che è cresciuto molto, ma che è ancora troppo diviso e che più unito può essere un soggetto protagonista della crescita civile ed economica del nostro Meridione, rispondendo così alle grandi sfide poste dalla realtà del Sud: legalità, sviluppo, equità/inclusione. Il volontariato ed il ts rappresentano una cittadinanza attiva ricca di un’identità plurale, legata al valore del bene comune in un “fare sociale”. Un impegno quotidiano e diffuso di libertà e sviluppo che concepisce e mette al centro le persone e la loro crescita. Tale impegno rende il ts ed il volontariato nodi critici del processo di infrastrutturazione sociale del Sud. Per realizzare tale obiettivo, fondamentale è la capacità di fornire una “rete connettiva”, di “fare società” per facilitare uno sviluppo inclusivo, di comunità, di territorio, di integrazione. Promuovere strategie in grado di valorizzare, nel Meridione, il ruolo di agenti di cambiamento del volontariato e del ts, pone, dunque, la sfida di una nuova dirigenza, forte della sua differenza ma capace di dialogare alla pari con le dirigenze di altri ambiti. Per esplicare con competenza tale ruolo, il ts deve migliorare le proprie professionalità e le proprie capacità di governo dei processi, passare da un quasi esclusivo “progettare sul” territorio al “progettare il” territorio, individuando i fattori critici sia per lo sviluppo che per l’inclusione sociale, coinvolgendo le imprese for profit, le fondazioni bancarie e le istituzioni pubbliche per creare contesti di qualità, sinergie strategiche per le rispettive finalità di sviluppo, reciproca garanzia e supporto. Alle luce di quanto detto, il progetto Fqts si pone, dunque, obiettivi importanti per quadri intermedi e manageriali del ts quali il rafforzamento della loro consapevolezza sulle identità del volontariato, del ts e delle sue componenti, sui modelli organizzativi, sulla “missione” verso i cittadini e le comunità, verso le istituzioni che rappresentano le comunità, verso gli altri

soggetti della società e dell’economia. In secondo luogo la promozione dello sviluppo manageriale mediante interventi formativi innovativi che consentano di accrescerne il livello di competitività, di efficienza e di agevolarne l’adattamento organizzativo alle dinamiche evolutive dei territori di riferimento. Infine un lavoro consapevole sul recupero di capitale cognitivo, sociale, civico e sulla qualità del contesto, individuando i fattori critici sia per lo sviluppo delle organizzazioni del volontariato e del ts, che per l’inclusione sociale. Il progetto coinvolge complessivamente trecento responsabili regionali e provinciali (circa cinquanta destinatari a regione) delle principali reti ed organizzazioni presenti nelle sei regioni meridionali di riferimento (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Sardegna). Il progetto intende sviluppare la consapevolezza dei contesti e dei processi storico-culturali-sociali peculiari e in atto nel Meridione; il riconoscimento/valorizzazione delle identità e differenze fra soggetti diversi; l’orientamento al territorio, alla logica di sistema, al cambiamento; la disponibilità/capacità alla collaborazione fra soggetti diversi nel ts; il rafforzamento delle reti settoriali e unitarie. La scelta dei promotori è stata quella di non pensare ad un progetto formativo centrato sul trasferimento di competenze dall’esterno, che volesse “istruire” il volontariato ed il ts meridionale. Si tratta di dare coscienza di sé ad un soggetto sociale che c’è, e quindi si vuole promuovere un laboratorio, un’esperienza che offra ai rappresentanti ed ai suoi quadri dirigenti un luogo di elaborazione collettiva culturale e di innovazione in un contesto formativo dove non bisogna deliberare e che perciò favorisce il confronto. Un contesto per sua natura libero dai quei vincoli propri dei necessari luoghi di coordinamento, rappresentanza e soprattutto di decisione, nei quali poi a volte si finisce, quando non c’è un’elaborazione comune, non per capirsi, ma per contrastarsi. È un’iniziativa di sistema che mai sinora l’insieme delle reti nazionali del volontariato e ts avevano tentato su un territorio così vasto del nostro paese. Un’operazione inedita per l’ampiezza dello schieramento impegnato e del ter-

ritorio nazionale coinvolto. Consapevoli della portata della sfida che il mondo del sociale ha davanti a sé nel Sud: assumere un ruolo forte di innovazione e cambiamento, superando sterili contrapposizioni e visioni troppo particolaristiche, coniugando la prospettiva del radicamento territoriale e quella di una visione d’insieme del nostro Paese, con lo sguardo sull’oggi e sul futuro come storia in atto, con radici e prospettive che vengono da lontano e che guardano lontano. Il successo di questo progetto, pertanto, non starà solo e tanto nel numero dei partecipanti o nella sola qualità tecnica della formazione, ma nella disponibilità reale delle reti che operano al Sud a mettersi in gioco con i propri responsabili in un processo ambizioso ma necessario, essenziale a ridare fiato al loro protagonismo nella rinascita del Meridione e nello sviluppo del Paese.

* Consigliere del Coordinamento nazionale dei Centri di servizio per il volontariato (CSVnet)

approfondimenti www.fqts.org www.csvnet.it


TERZO SETTORE palascìa 01

Maejt, le Mouvement africain des enfants et jeunes travailleurs testo - Nathalie Dena e Yves Roland Houeto Le Mouvement africain des enfants et jeunes travailleurs (Maejt) a vu le jour en juillet 1994 à Bouaké en Cote d’Ivoire dans l’objectif d’améliorer les conditions de vie et de travail des enfants et des jeunes, qui du fait de la situation sociale de leurs familles sont obligés de travailler. Le Mouvement s’est étendu dans 158 villes de 21 pays Africains actuellement. En Cote d’Ivoire il existe dans 15 villes et le siège national se trouve dans la ville de Grand-Bassam. Les activités menées sont : sensibilisation sur les droits de l’enfant, sur la lutte contre les violences

faites aux enfants et jeunes, l’alphabétisation, les activités génératrice de révenus. Nous rencontrons beaucoup de difficultés quant a la réalisation de nos activités dues à l’insuffisance de nos moyens. Ainsi, dans la recherche de l’amélioration de nos conditions de vie et de travail nous collaborons avec la structure Ainram dans l’intention de pouvoir ensemble réaliser un certains nombre de projets pour l’avenir de la jeunesse africaine, c’est ce qui justifie notre présence en Italie présentement. Nous recherchons :

La connaissance et l’acceptation des africains par les européens L’aide pour la réalisation des différentes activités dans nos localités pour éviter la forte migration de la jeunesse africaine vers l’europe Nous invitons toutes les institutions, la société civile et la jeunesse a s’engager avec le projet Bilan Solidarité objectif 8 de l’Ainram pour la collaboration avec le Maejt.

riflessione profonda sulle realtà vissute altrove dai loro coetanei. Nell’ambito del progetto di cooperazione con la Costa d’Avorio, Ainram Puglia ha ospitato nei giorni scorsi una delegazione ivoriana del Maejt (Mouvement africain des enfants et jeunes Travailleurs) accompagnata dal fondatore don Franco Monterubbianesi e da Gianni Tarquini, responsabile del progetto, che prevede azioni mirate allo sviluppo e alla formazione dei giovani ivoriani, al sostegno delle Attività generatrici di reddito (piccole imprese per garantire un lavoro ai ragazzi e alle ra-

gazze, compatibile con lo studio e la loro età.), alla diffusione della conoscenza dei propri diritti fondamentali e alla sensibilizzazione dell’utilità della scuola e della formazione. Durante il progetto si favoriranno gli scambi culturali tra i giovani italiani e i giovani ivoriani.

Ainram Puglia testo - Bema Coulibaly

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Ainram Puglia nasce a Lecce nel 2008, come sezione pugliese della nota organizzazione non governativa avente sede a Roma, Associazione internazionale “Noi ragazzi del mondo”(Ainram). L’obiettivo principale dell’organizzaizone è di approfondire con i giovani il tema della mondialità e in particolare la situazione minorile (sfruttamento del lavoro, minori di strada, sfruttamento sessuale, bambini-soldato), attraverso la creazione di rapporti diretti tra i ragazzi del Nord e del Sud del mondo, che siano occasione di arricchimento umano e stimolo alla

Associazione“Che”, Ernesto Guevara testo - Daisy Adasha Morgan En el dia de hoy, 28 de octobre 2009, nace una nueva asociaciòn con el nombre de una persona muy especial para la historia, Ernesto “Che” Guevara. Fundada por la comunidad cubana en el territorio salentino (Lecce), con la colaboracion del centro servizi al volontariato di Lecce a la cual damos las gracias. Forma el ejecutivo: Adasha Morgan Daisy (presidenta) y el señnor Sabino Ariel Sury (vicepresidente), la señora Karitm O’Farrel (secretaria ) y el señor Edison Cabrera (suplente ejecutivo). Se funda la asociacion en base al re-

specto de la magnitud humana, cultura y social, mirando la tutela del derecho civil a la realizacion de la cultura cubana y toda la demas cultura y social de toda la migraciòn presente en el teritorio salentino.


METISSAGE palascìa 01

a cura di Rosa Leo Imperiale, presidente Métissage S.C.S.

“Dove le Culture si Incontrano There, Where Cultures Meet” A Brindisi la festa per i 64 anni dell’Onu

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enerdì 23 ottobre 2009, presso il Castello Alfonsino di Brindisi, la base logistica Onu (Unlb) ha celebrato il 64º anniversario della Giornata mondiale delle Nazioni Unite sul tema “Dove le Culture si Incontrano”. Prendendo spunto dalla proclamazione del 2010 come “Anno Internazionale per l’Avvicinamento delle Culture”, la Unlb ha scelto di dedicare questo anniversario al tema dell’interculturalità, con l’obiettivo di evidenziare il carattere internazionale della città di Brindisi. Métissage ha avuto il piacere e l’onore di partecipare all’organizzazione della giornata mondiale, grazie al proprio impegno a favore della diffusione di una cultura della differenza, dello scambio e del confronto tra i popoli. L’evento, patrocinato dal Ministero degli Affari esteri, dall’Unesco, dalla Regione Puglia, dal Comune e dalla Provincia di Brindisi, si è svolto proprio nel castello perché testimonianza di quanto il porto sia stato

storicamente aperto al mondo, e come scelta significativa dell’appoggio della Unlb all’obiettivo perseguito dal club Unesco di Brindisi, in collaborazione con l’amministrazione comunale, per il riconoscimento del porto come “Monumento Testimone di Pace”. La giornata, dedicata al tema dell’interculturalità ha ricreato un punto d’incontro e un vero e proprio métissage di culture diverse, caratterizzato da spirito di accoglienza, generosità, curiosità e rispetto per l’altro, conoscenza, scambio e dialogo tra le varie nazioni presenti all’evento. Durante la manifestazione è stato possibile visitare gli stand allestiti nel castello: le nazioni raggruppate per grandi aree geografiche, Nuova Zelanda, Asia, America Latina, Balcani, Federazione Russa, Filippine e Africa, area in cui era presente anche Métissage con uno stand sulla Costa d’Avorio. Gli stand enogastronomici e di artigianato salentini, (dove si potevano degustare i prodotti tipici locali) ; lo

stand dell’Unlb, e quello del World food programme. Dopo gli interessanti dibattiti sul multilinguismo e la multiculturalità si è aperta la vera e propria festa: musica e danza grazie ai Mijikenda cultural group dal Kenya, e le danzatrici del ventre Awalim, i canti tradizionali nigeriani , le rappresentazioni di cerimonie del mondo(rito etiope del Caffé, “Mehendi” indiana e altro), una sfilata di costumi tradizionali e a conclusione un omaggio del gruppo “Canto Antico della Nostra Terra” alla Città di Brindisi.

approfondimenti Info e foto gruppo Facebook Métissage Coop Sociale

L’integrazione vista dalle realtà del territorio Anche Métissage nel progetto di monitoraggio del Censis

Elaborazione di un sistema di monitoraggio e di valutazione delle politiche e degli interventi di integrazione degli immigrati”: è questo il progetto della Fondazione Centro studi investimenti sociali – Censis al quale la cooperativa Métissage è stata chiamata a prendere parte nell’ottobre scorso. Finanziato dal Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini dei paesi terzi, il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, il progetto mira a individuare un sistema di indicatori per valutare l’efficacia e l’efficienza degli interventi di integrazione sociale degli immigrati, in quanto, “nonostante gli sforzi profusi dai Paesi membri, l’integrazione degli immigrati regolari non è sufficiente ed è carente, inoltre, l’individuazione di indicatori specifici in tal senso”(Comunicazione 2027 della Commissione europea del 2008 al Parlamento, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europei e al Comitato delle Regioni).

Il progetto si articola in quattro fasi: nel corso della prima sono stati individuati dodici territori italiani che rappresentano un contesto esauriente per immigrazione e flussi migratori. Tali territori sono soggetti ad un’analisi quantitativa e qualitativa al termine della quale sarà pubblicata una monografia per ciascuna realtà. Lecce è stata scelta come territorio di questa analisi, secondo il metodo di analisi desk, dal quale reperire gli indicatori di integrazione esistenti e relativi ai settori dell’alloggio, del lavoro, della formazione linguistica e dell’accesso ai servizi sanitari. Attraverso un focus-group svoltosi il 20 ottobre, è stata ricostruita la mappa degli interventi salentini realizzati nei quattro settori, grazie all’intervento di tutti quei soggetti pubblici e privati, come la cooperativa Métissage, coinvolti nella realizzazione di attività e progetti in tema di integrazione sociale dei cittadini di paesi terzi, e che hanno una conoscenza approfondita delle problematicità,

delle risorse del territorio, delle criticità e degli impatti evidenziati dalle progettualità messe in campo nei diversi settori interessati. La seconda fase del progetto prevede il confronto tra gli indicatori emersi a livello nazionale e le pratiche di monitoraggio e valutazione delle policies di integrazione a favore della popolazione immigrata in uso presso altri contesti europei. Nella terza fase si individuerà un set di indicatori per il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia/efficienza degli interventi a favore dell’integrazione sociale degli immigrati La quarta ed ultima fase, sperimentale, prevede l’impiego del modello di monitoraggio e valutazione degli interventi su un campione dei progetti selezionati nell’ambito di ciascun territorio.


Nel paese delle mille colline L’esperienza di Rosita Marchese, in Ruanda per monitorare l’andamento delle adozioni a distanza che i messinesi hanno avviato all’indomani del genocidio del 1994 testo - Rosita Marchese

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ll’arrivo penso subito di essere di nuovo in Africa dopo dieci anni e sono felice: qui non mi sento “straniera”, ma una cittadina del mondo alla scoperta di nuove cose. Siamo partiti in sei: cinque scout e padre Nino Caminiti, coordinatore della Caritas diocesana. Tranne me sono tutti di Messina, i cui cittadini hanno adottato molti orfani di guerra ruandesi, che andremo a trovare. Il Ruanda porta ancora le cicatrici del tremendo genocidio del ‘94, quando in cento giorni sono state massacrate circa un milione di persone. Oggi il paese cerca di rialzarsi e di conservare la memoria di quanto è accaduto. Kigali è una città africana con tutte le sue contraddizioni, lontana dalla sua storia recente, rilassata nella sua nuova atmosfera amorosa e pacifica. La strada asfaltata finisce presto, e inizia la strada rossa e polverosa, con donne che camminano ai bordi cariche di acqua, uova e banane. Arriviamo al Petit Seminare di Saint Vincent, scuola cattolica, dove ad accoglierci c’è Jean Bosco, il prete che ci ospita. Ho una stanza tutta per me circondata da palme di banane e da altre piante, qui la giornata scivola presto e alle sei della sera fa buio: un’occasione per guardare le migliaia di stelle che vegliano sul nostro sonno. Qui siamo lontani dalle luci, lontani dall’Europa, dall’America, dal nord del mondo, qui siamo vicini

all’equatore, nel cuore pulsante dell’Africa, dove la mattina ci si sveglia presto con i canti della messa animata dai tamburi, e si fa colazione con omelette, latte di mucca, burro e frutta fresca. Ogni giorno, andiamo dal nord al sud del paese, dal confine con il Congo a quello con l’Uganda, a quello con il Burundi, e ogni giorno visitiamo un posto nuovo: una comunità, un orfanotrofio, una parrocchia, e siamo sempre accolti da una festa in nostro onore. Conosco gli orfani di guerra e quelli adottati a distanza dalle famiglie di Messina: ci raccontano cosa fanno, ci fanno vedere le scarpe nuove, ci raccontano i loro sogni, cosa vorrebbero fare da grandi, e soprattutto ballano per noi. Nella stessa comunità conosciamo le donne che lavorano per alcune cooperative, realizzando bellissimi quadretti con foglie di banane seccate al sole, biglietti di auguri, presepi e collane di carta. Passando con il furgone, guardando attraverso i finestrini, quasi sempre rigorosamente chiusi a causa della polvere, è come se ai bordi delle strade non ci fosse nessuno, ma poi come per magia queste cominciano a brulicare di gente. Osservo i cittadini camminare: ci sono gli studenti nelle loro uniformi della scuola, gli impiegati in giacca e cravatta, le donne con i bambini legati sulla schiena. Vengono magari da una casa senza elettricità, senza acqua corrente, da una cena preparata su una cucina a legno. La gente cammina tutto il giorno, per raggiungere un pozzo, una scuola, un mercato. Manuel, conosciuto a scuola, mi dice: “Qui la vita è riuscire a sopravvivere a tre bisogni primari, a cibo, salute e istruzione. Ma siamo anche felici!”. E poi mi chiede: “Ma è vero che nelle vostre case, in Europa, non manca

niente?”. Non so rispondere. A metà viaggio, andiamo nella foresta di Nyungwe, un parco nazionale famoso per la varietà di scimmie dove la vegetazione è sorprendente, meravigliosa e incontaminata. Avverto sensazioni di libertà e pace impossibili da descrivere. L’esperienza più forte è stata quella della visita alla collina di Murambi, tristemente famosa perché testimone di un incubo: la notte del 21 aprile del 1994 sono state uccise cinquantamila persone a causa della guerra che ha segnato profondamente questo paese. Ad accoglierci c’è una donna che ha perso il marito e tre figli, e si è salvata perché si è buttata in mezzo ai morti con il suo quarto figlio. Lo spettacolo è straziante: lunghe fila di vestiti appesi fanno da macabro ornamento all’orrore di migliaia di ossa lasciate lì in memoria dell’accaduto. Sono ordinate sui tavoli, i crani sono uno accanto all’altro, ce ne sono anche di piccolissimi, tanti, troppi. In giardino vediamo le fosse comuni con le lapidi scritte in tre lingue. La signora ci racconta anche della presenza dei soldati francesi dell’Onu per difendere la popolazione quella notte, sulla collina di Murambi, e del loro immediato ritiro, in seguito all’uccisione di due soldati. Ci saluta e ci urla di raccontare di quell’orrore a tutti nel nostro paese, perché non se ne perda la memoria. Nessuno ci ha voluto raccontare della guerra: ci hanno dato tante versioni, ma sui numeri tutti concordano. Un milione di morti e tre milioni di profughi. La bandiera del Ruanda è stata modificata nel 2001: un sole a ventiquattro raggi campeggia sui colori azzurro, giallo e verde, simboli della pace, della crescita e della prosperità. Ed è proprio per questa crescita che c’è bisogno dell’aiuto di tutti. Sono stata in un orfanotrofio che ospita cinquantadue bambini dai tre ai diciotto anni. La direttrice mi ha chiesto di aiutarla a cercare persone che vogliano adottare a distanza uno di questi bambini. Si chiede un impegno per cinque anni, almeno per assicurare loro un ciclo scolastico completo, e che costa circa trecento euro l’anno, meno di un euro al giorno. Per informazioni invitiamo a contattare la redazione di Palascìa all’indirizzo: palascia@metissagecoop.org


STORIE palascìa 01

Vicini oltre le distanze

Storie di adozioni internazionali raccontate da chi le ha vissute

testo - Errica Goffredo | fotografia - Lorenzo Papadia

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iventare genitori sembra la cosa più naturale del mondo: due persone si amano, stanno insieme, condividono un progetto di vita e diventano mamma e papà a volte senza pensarci troppo, a volte con un po’ di fatica, a volte con qualche dubbio di troppo. Condividono la quotidianità per nove mesi con una pancia che lentamente inizia a condizionare la loro vita e con cui si inizia a creare un legame che ha dell’incredibile. Si sta per diventare genitori e lo si vede chiaramente. Il bambino si sente scalciare, si vede con le ecografie, si ascolta il suo cuore e si tocca sotto la pelle tirata della pancia. E poi, questo miracolo della natura, apre i suoi occhi: è loro figlio e loro sono i suoi genitori, ha gli occhi di papà, le orecchie e il naso della mamma, la bocca è come quella della nonna. Non c’è dubbio è loro figlio e sarà così per sempre e costruiranno insieme tutto il percorso della sua vita, gli insegneranno tutto e lui imparerà dalla sua famiglia come si vive. E poi, c’è una storia diversa. Due persone si amano e condividono un progetto di vita e vogliono essere mamma e papà, ma lo sono dentro il loro cuore e la loro mente perché non riescono a dar vita a questo miracolo, e dovranno tenere questo desiderio in caldo, e non permettere mai che si raffreddi troppo perché sarà la loro unica guida. Li aiuterà a correre da un ufficio a un altro perché dovranno compilare mille moduli, ispirerà loro le risposte alle domande più difficili perché dovranno incontrare assistenti sociali, psicologi e giudici, alimenterà naturalmente ciò che è trasformato per necessità in razionale perché dovranno calcolare il loro reddito e assicurarsi che la casa in cui vivono sia adatta a un bambino, nutrirà i sogni e la vita quotidiana e li sorreggerà nelle lunghe attese perché dovranno aspettare lunghi anni. Insomma compiranno un percorso che parte da un profondo desiderio, poter essere genitori e amare incondizionatamente da genitori un bambino. Ma la strada è lunga e la consapevolezza che si sta diventando genitori è una sensazione sfumata che cresce con l’avanzare della pratica; dopo l’ottenimento dell’idoneità all’adozione tutto inizia a diventare più concreto, il fumo si dirada e si inizia a immaginare il bimbo o la bimba che potrebbe essere quello proprio. E poi, arriva

l’abbinamento, i neo genitori vedono il volto del loro bambino, ascoltano la sua storia, cercano di sapere il più possibile, e il legame che si crea è un legame che ha dell’incredibile. Il quotidiano diventa una corsa contro il tempo per sbrigare tutta l’ennesima burocrazia per poter diventare una famiglia completa. E poi, arriva la telefonata: il volo è prenotato, l’incontro organizzato, i documenti sono in ordine, insomma si sta per diventare genitori. La valigia, gli ultimi preparativi in casa, i saluti, il viaggio e infine i suoi occhi: è loro figlio e loro sono i suoi genitori ma non ha gli occhi di papà, le orecchie e il naso della mamma, la bocca della nonna; anzi ha un odore strano, un colore diverso, parla in un’altra lingua. È loro figlio e sarà così per sempre ed è la coronazione di un sogno ma non costruiranno insieme tutto il percorso della sua vita, non gli insegneranno tutto e non dovrà imparare dalla loro famiglia come si vive; ha già avuto una sua vita, ha già fatto delle esperienze, ha già delle abitudini e una sua cultura e sarà anche lui a insegnare a loro qualcosa, a condividere con loro le sue conoscenze, sarà anche lui ad adottare i suoi genitori, a decidere di amarli. Saranno una famiglia nuova, l’unione di due strade, la mescolanza di usanze, tradizioni, modi di dire e consuetudini che ne farà nascere di nuove e nulla sarà come si poteva immaginare perché ogni giorno sarà una scoperta.

Questa è l’adozione, un percorso in cui si sceglie di amare incondizionatamente, in cui si decide di aprirsi verso l’altro, il diverso, l’imprevedibile, l’estraneo che richiede la volontà di accogliere e la consapevolezza che il rapporto genitori-figli nasce solo da un reciproco riconoscimento. Con l’adozione la famiglia finale si forma in tempi diversi: la coppia comincia il suo mutamento nel momento stesso in cui si inizia a pensare all’adozione come concreta possibilità di arricchimento, di completamento. Parte qui un lungo processo di riflessione in cui ci si apre lentamente al rischio, si valutano le conseguenze, si compie una scelta. In questa fase i futuri genitori dovranno scoprire i propri punti di forza e di debolezza, individuare le risorse, sia individuali che familiari, che saranno fondamentali per poter rispettare realmente il bagaglio del futuro figlio, bagaglio fatto di bisogni ed esigenze specifici legate al suo vissuto, di “attese” mancate, e, soprattutto, di quelle intime potenzialità che dovranno essere valorizzate.


STORIE palascìa 01

Prevenire l’abbandono Intervista a Donatella Ceralli (Ciai) testo - Errica Goffredo

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l genitore adottivo, specie se si tratta di adozione internazionale per problemi linguistici e culturali, deve imparare a intuire con il sentimento il senso che possono avere le cose per suo figlio e comportarsi di conseguenza; servono empatia, dialogo, capacità di ascolto, attenzione all’altro, flessibilità, adattamento e disponibilità al cambiamento. Le differenze culturali dovranno diventare patrimonio comune della nuova famiglia, il “prima” deve nutrire il “dopo”; la diversità deve essere una semplice distanza da colmare con rispetto, amore e tanto impegno costante. L’adozione è uno strumento per trovare una famiglia a un bambino; è la coniugazione del desiderio di essere genitori e del diritto dei bambini di avere una famiglia. Il tutto permeato dalla disponibilità ad accogliere. In quest’ottica nella legge del ‘98 l’adozione viene definita uno strumento di protezione del minore e di promozione dei suoi diritti e specifica che deve esserci uguale trattamento tra minori stranieri e italiani e che l’adozione internazionale è uno strumento di cooperazione sociale. La Convenzione dell’Aja del ‘93, la legislazione internazionale sulle adozioni, afferma che se possibile i bambini devono essere aiutati e sostenuti nel Paese di origine e solo se questo fosse realmente impossibile si dovrà optare per l’adozione in altri Paesi secondo il principio di sussidiarietà. La soluzione quindi non è più da cercare nell’adozione ma nella prevenzione dell’abbandono. In Italia ci sono moltissimi enti per l’adozione internazionale autorizzati dalla Commissione adozioni internazionali che rappresenta l’Autorità centrale italiana per l’applicazione della Convenzione de L’Aja; abbiamo posto alcune domande a Donatella Ceralli del Ciai che lavora da oltre quarant’anni anni in questo campo. Prima di tutto ci presenti il Ciai. Il Ciai, Centro italiano aiuti all’infanzia, è un’ Organizzazione non governativa che dal ‘68 si batte per promuovere il riconoscimento del bambino come persona e difenderne ovunque i diritti fondamentali, alla vita, alla salute, alla famiglia, all’educazione, al gioco e all’innocenza. In più di quarant’anni di attività il Ciai ha svilup-

pato tre linee di intervento prioritario: la Solidarietà e Cooperazione con i Paesi del Sud del mondo, lo sviluppo di una vera e propria Cultura dell’infanzia, l’Adozione Internazionale. Qual è l’iter da seguire per un’adozione internazionale e quali sono le coppie che possono intraprendere il percorso adottivo? La coppia deve presentare al Tribunale per i minori la “dichiarazione di disponibilità” e vari documenti; il tribunale può porre condizioni o limiti al decreto di idoneità. Il decreto, con la nuova procedura, non ha scadenza ed ha efficacia per tutta la procedura, a condizione che la coppia conferisca incarico ad un ente autorizzato entro un anno. L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno 3 anni, o che raggiungano tale periodo sommando al matrimonio il periodo di convivenza prematrimoniale, e tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto e che siano idonei a educare, istruire e in grado di mantenere i minori che intendano adottare. La differenza minima di età tra adottante e adottato è di 18 anni; la differenza massima tra adottanti ed adottato è di 45 anni per uno dei coniugi, di 55 per l’altro. Tale limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli o se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo. E se un cittadino straniero residente in Italia volesse adottare, come dovrebbe muoversi? Un cittadino straniero deve svolgere la pratica nel suo Paese d’origine. La Commissione dovrà poi ratificare l’adozione in Italia e potrà farlo solo se la legge di quel paese è conforme ai principi della convenzione dell’Aja. Quali sono i bambini più svantaggiati rispetto alle disponibilità delle coppie? Certamente la maggior parte delle coppie vorrebbe adottare un bambino piccolo e sano. Noi, al contrario, abbiamo segnalazioni di molti bambini più grandi, gruppi di fratelli, bambini con “bisogni speciali”. Cos’è il “rischio sanitario”? Le condizioni dei bambini stranieri che giungono in Italia non sono sempre buone; bisogna tener presente che provengono da Paesi in gravi situazioni di bisogno. La carenza di strutture diagnosti-

che e ospedaliere rendono, in alcuni casi, molto difficile l’effettuazione di analisi approfondite. Più sono piccoli, più alto è il rischio di malattia e anche di morte: morbillo, tubercolosi, influenza, cause per cui nel nostro Paese non si muore più. Si tratta per lo più di bambini che presentano disturbi L’adozione di un bambino straniero comporta un margine di rischio legato sia a situazioni contingenti sia all’impossibilità di conoscere eventuali patologie o tare ereditarie. Il rischio si attenua se il bambino ha un’età superiore ai 3 anni perché ha delle difese naturali ed ha un maggiore equilibrio fisico. Per lui altri sono i problemi, legati alla povertà degli stimoli affettivi ricevuti. Come mai ci sono tanti bambini soli e tante famiglie in attesa di adottare? Bisogna considerare che la maggior parte delle richieste di adozione, come dicevo, è per bambini piccoli e sani. C’è anche da considerare che l’adozione nazionale sta crescendo in molti dei paesi da cui provengono molti dei bambini adottati internazionalmente. E questa è senz’altro una bella notizia. È recente la notizia dell’arresto di sei persone che in Vietnam falsificavano i documenti per “rendere” adottabili dei bambini. Come evitare queste situazioni? Operando con rigore e nel più totale rispetto della legge. Deve essere chiaro che non si deve in alcun modo stimolare l’abbandono e che i bambini non devono essere considerati “merce” da comprare e vendere. Ciai ha sempre denunciato queste pratiche pagandone le conseguenze. Il vostro ente si occupa anche di progetti di sviluppo. Il Ciai come Ong promuove e sostiene in molti Paesi del mondo progetti di cooperazione che hanno come beneficiari per eccellenza i bambini. Attraverso i nostri progetti cerchiamo anche di prevenire l’abbandono offrendo alle famiglie in difficoltà, alle madri a rischio di abbandono, gli strumenti per non dover ricorrere ad esso. Promuoviamo, inoltre, la scolarizzazione e tuteliamo il rispetto dei diritti fondamentali dei bambini. Per maggiori informazioni: www.commissioneadozioni.it


EDUCAZIONE ALL’INTERCULTURA palascìa 01

La scuola di tutti

La sfida per l’intercultura dagli istituti che guardano all’Europa testo - Emanuela Ciccarese | fotografia - Lorenzo Papadia

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a oltre trent’anni il nostro Paese è investito da significativi flussi immigratori, grazie ai quali è aumentata la consapevolezza che quella italiana – come anche molte altre – è divenuta nel tempo una società multiculturale, non solo per il fenomeno immigratorio, ma anche per il processo di globalizzazione che coinvolge tutto il pianeta. In questa cornice, la scuola non poteva essere considerato un semplice contenitore pieno di emergenze migratorie, ma è stata chiamata in prima linea a educare, anzitutto, al cittadino “globale” e a divenire un laboratorio dove si possa apprende una convivenza costruttiva pluriculturale, dove possano nascere occasioni di cooperazione e scambio. Tra le tante sfide che la nostra epoca e la scuola sono chiamate ad affrontare, quella multietnica è forse la più urgente. Nonostante l’impegno personale dei vari dirigenti scolastici e del corpo docente, che quotidianamente vive in diretto contatto con gli studenti, alcune problematiche soprattutto legate alla lingua permangono. Dai dati del rapporto “Una scuola plurale”, edito a maggio 2009 per l’Ufficio scolastico regionale per la Puglia, apprendiamo che nell’anno scolastico 2007-2008 sono stati 1863 gli studenti “non italiani”(secondo la denominazione voluta dall’ex ministro dell’Istruzione Letizia Moratti) iscritti presso le scuole della provincia di Lecce, dei quali 344 nelle scuole dell’infanzia, 765 nella scuola primaria, 414 nella scuola secondaria di primo grado e 346 nelle scuole superiori statali. Di questi ultimi, non tutti terminano gli studi e, inoltre, molti altri cambiano indirizzo scolastico, intraprendendo studi professionali. Sulla base di questi numeri e di queste problematiche, ci siamo fermati a riflettere con alcuni dirigenti scolastici, come ad esempio Giuseppina Cariati, che svolge il suo lavoro presso la scuola “Armando Diaz” di Lecce. «La mia scuola-dice la dottoressa Cariati-opera nella circoscrizione RudiaeFerrovia, in un’area molto vasta caratterizzata da una realtà socio-culturale che presenta peculiarità come un livello socio-economico misto, un progressivo aumento di famiglie in situazioni di disagio socio-economico, in cui vi è la presenza di alunni con problemi socio-affettivi e relazionali, spesso connessi alla crisi della famiglia tradizionale, ed una buona presen-

za, nei due ordini di scuola dell’infanzia e primaria, di allievi immigrati. Come scuola abbiamo adottato delle scelte formative che riguardano l’elaborazione di un percorso formativo integrato ed unitario, che valorizzi il punto di vista dell’alunno, che stimoli la creatività e valorizzi le potenzialità di tutti, nessuno escluso. La presenza di alunni immigrati (circa il 10% degli iscritti, in prevalenza rom, cingalesi, cinesi, albanesi, filippini, indiani, inglesi, messicani, rumeni, mauritiani e marocchini) ha stimolato in noi maggiore sensibilità riguardo i temi dell’integrazione e dell’intercultura, abbiamo proposto negli anni numerose esperienze che hanno visto protagonisti i bambini stranieri con le loro storie e le loro culture. Abbiamo voluto sperimentare, per esempio, l’idea che l’intercultura non è necessaria solo in presenza di alunni stranieri, ma si realizza attraverso la pratica del pensiero flessibile cooperativo e creativo, il quale sviluppa la capacità di integrare un pensiero formatosi in contesti diversi dai propri, la capacità, cioè di saper costruire insieme, di saper creare insieme agli altri strumenti collettivi di interpretazione del mondo. Tutto questo siamo riusciti a concretizzarlo attraverso vari progetti tra cui “Un cielo, una moltitudine di stelle”, attraverso il quale abbiamo proposto ai

bambini sia esperienze di rielaborazione e ricostruzione collettiva di storie precedentemente ascoltate, che esperienze di creazione collettiva di nuove storie. Inoltre, la nostra offerta formativa prevede anche laboratori di recupero di italiano per i bambini e l’organizzazione di attività alternative alla religione cattolica, che hanno come obiettivo il consolidamento di competenze comunicative attraverso l’uso dei vari linguaggi, in cui i piccoli studenti si raccontano presentando il proprio paese di provenienza, la famiglia, i giochi, le loro emozioni, i ricordi, le fiabe relative alle proprie origini, e dove sono coinvolti ad approfondire tematiche come la pace, l’amicizia, la collaborazione». Rimanendo sempre nello stesso territorio, incontriamo la professoressa Annamaria Ferraro, docente di matematica presso la scuola media statale “Dante Alighieri”, che ci aggiorna sulle difficoltà presenti, che vanno dalla mancanza di fondi alla mancanza di personale per la gestione, ad esempio, dell’ora alternativa di religione. «La presenza di una così elevata percentuale di immigrati circa il 23% non ostacola sicuramente la nostra offerta formativa, spesso sono gli adulti che hanno un po’ di pregiudizi e infatti abbiamo scelto di essere una scuola “multietnica”. Il nostro istituto è


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un Crit (Centro risorse interculturali del territorio) dove organizziamo corsi di alfabetizzazione e corsi serali per conseguire la licenza media. Come scuola cerchiamo di andare incontro alle famiglie, di collaborare e cercare di supportare la cultura dei loro figli attraverso l’organizzazione di corsi di Seconda lingua (L2, per gli immigrati si tratta dell’italiano) e di semplificazione del linguaggio, in cui sono utilizzati sia la forma orale che altre forme di comunicazione. Organizziamo, inoltre, corsi di recupero a sostegno dei ragazzi, poiché molti problemi riguardano la comprensione della lingua scritta e lo sviluppo dell’analisi del testo. Inoltre, per quest’anno scolastico 2009-2010, parteciperemo al progetto “Diritti a scuola”, che prevede azioni straordinarie per incrementare le competenze di base degli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado e favorirne lo sviluppo delle capacità cognitive, comunicative e relazionali, con attività complementari agli interventi scolastici. Quest’anno poi, a causa della riforma Gelmini, abbiamo avuto un po’ di difficoltà successivamente alla riduzione del personale. Non riusciamo infatti a gestire l’ora alternativa di religione per mancanza di fondi, e questo per una scuola ricca di diversità non è molto positivo». L’ultima tappa del nostro viaggio è l’incontro con la dirigente scolastica Giuseppa Antonaci, con la collaborazione della professoressa Maria Florinda Fracella, docente d’italiano dell’istituto “Antonietta De Pace”. La scelta di fermarci in questa scuola è stata motivata dal tipo di offerta formativa, poiché molti ragazzi immigrati terminati gli studi secondari

prediligono un’offerta formativa che li educhi a “saper fare”, ad imparare vivendo esperienze concrete. «La nostra scuola ha partecipato a molti progetti – dice la dirigente scolastica –, è un centro Cils (Certificazione di Italiano come Lingua straniera) e organizza corsi per adulti stranieri che si svolgono attraverso una convenzione con l’Università di Siena. Siamo molto sensibili a tematiche come l’intercultura, abbiamo partecipato a molteplici progetti come “Leonardo Integration”, organizzato anche campus estivi per favorire l’integrazione degli immigrati e da circa dieci anni organizziamo il presepe multietnico. Siamo impegnati in diversi progetti come il progetto “Giordania”. Credo che la scuola debba educare sia alla conoscenza che alla competenza attraverso un metodo attivo che dia ai ragazzi delle motivazioni per diventare cittadini attivi. Il nostro istituto cerca di essere fucina di progettualità, un campo di azione, di ricerca-azione. Ci sforziamo di curare le potenzialità del ragazzo, di riconoscerle e fargliele riconoscere, per rafforzare le sue competenze facendo interagire le discipline e aiutandolo a divenire responsabile attivo della vita. Gli immigrati sono molto più interessati alla scuola perché hanno compreso che è il mezzo per riuscire a diventare qualcuno. Su queste basi noi educhiamo e lavoriamo con i nostri ragazzi. Da molti anni la cospicua presenza di cittadini provenienti per lo più dai Balcani e dai Paesi arabi, mediterranei e africani è divenuta una realtà costante. Pur rimanendo il Salento una terra di prima accoglienza e di passaggio per le altre regioni d’Italia e per i paesi

dell’Unione Europea, che offrono maggiori possibilità occupazionali, si registra una graduale tendenza da parte degli immigrati a superare questa condizione di precarietà. Ecco che nasce l’esigenza di andare incontro a queste fasce più deboli. Poiché l’istituto “Antonietta de Pace” è una scuola multietnica e multiculturale negli scorsi anni ha attivato corsi di alfabetizzazione linguistica, tecnologica e di microprofessionalità. Tali percorsi formativi hanno offerto agli immigrati l’opportunità di acquisire competenze nuove per una migliore integrazione nel contesto cittadino e per un inserimento più gratificante dal punto di vista umano e sociale nel mondo del lavoro». Benché la riforma Gelmini espliciti che gli studenti stranieri debbano essere valutati come gli italiani, questo provoca un problema non di poca importanza poiché la problematica della lingua è quella più sentita, e continuerà ad esserlo fino a quando la scuola non metterà a disposizione un piano di apprendimento della lingua. Solo così si potrà facilitare l’accesso alla professione degli immigrati, ma questo sarà possibile solo se tutte le scuole avranno la possibilità di investire non solo risorse finanziarie ma anche professionali.


EDUCAZIONE ALL’INTERCULTURA palascìa 01

Il mondo racconta testo - Rosa Leo Imperiale e Cristina Pappadà

Questo spazio è dedicato a tutti i bambini, ma anche agli adulti che hanno voglia di ritornare piccini; il cantastorie è arrivato per raccontarvi fiabe e leggende del mondo. In questo primo numero vi proponiamo una leggenda africana segnalata dall’associazione Afriaca (www.afriaca.it) .

L’uomo muore e non torna più. Leggenda dei Bantù del Congo.

Fidi Mukullu chiamò il Sole, la Luna, le Pleiadi e l’Uomo. Poi disse al Sole: “Va’ a prendermi del vino di palma”. Il Sole andò, spillò il vino e senza berne lo portò a Fidi Mukullu. Quest’ultimo disse: ” Ne hai bevuto?” “No!” “Ora vedrò! Entra in questa fossa; se non hai mentito, potrai tornare quando vorrai”. Il Sole disse: “Tornerò domani!” E il giorno dopo il sole ricomparve. Fidi Mukullu disse alla Luna: “Vai a prendermi del vino di palma.” La Luna andò, spillò il vino e senza berne, lo portò a Fidi Mukullu che disse: ” Ne hai bevuto?” “No!” “Ora vedrò! Entra in questa fossa; se non hai mentito, potrai tornare quando vorrai”. La Luna disse: “Tornerò fra un mese!” E un mese dopo la Luna ricomparve. Fidi Mukullu disse alla Pleiadi: “ Andate a prendermi del vino di palma”. Le Pleiadi andarono, spillarono il vino e senza berne lo portarono a Fidi Mukullu. Quest’ultimo disse: ” Ne avete bevuto?” “No!” “Ora vedrò! Entrate in questa fossa; se non avete mentito, potrete tornare quando vorrete”. Le Pleiadi dissero: ”Torneremo alla fine della stagione secca!” E al temine della stagione secca le Pleiadi ritornarono. Poi disse all’Uomo: “Va’ a prendermi del vino di palma”. L’uomo andò, spillò il vino e ne bevve un po’e poi lo portò a Fidi Mukullu. Quest’ultimo disse: ” Ne hai bevuto?” “No!” “Ora vedrò! Entra in questa fossa; se non hai mentito, potrai tornare quando vorrai”. L’Uomo disse: “ Tornerò di qui a dieci giorni!”. Il Sole si alza ogni giorno, la Luna riappare ogni mese. Le Pleiadi ricompaiono ad ogni stagione piovosa... L’Uomo mentì e rubò. L’Uomo muore e non torna più.

Attenzione! Attenzione! Palascìa_l’informazione migrante bandisce un concorso per scegliere le storie e le leggende dei vostri paesi. È dedicato ai bambini della città di Lecce, ma possono partecipare gruppi di alunni o intere classi. Le leggende o i miti raccontate ai bambini da nonni, nonne o altri parenti adulti saranno raccolte dalla redazione e di volta in volta saranno pubblicate. Inviate il materiale all’indirizzo mail: palascia@metissagecoop.org


Parole in Viaggio L’esperienza dell’alterità e dell’altrove in letteratura testo - Sara De Giorgi | fotografia - Salvatore Bello

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L’unico vero viaggio sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è.» (Marcel Proust) Alla luce di quest’arguta affermazione di Proust, il senso profondo del viaggiare è nella capacità di osservazione e di conoscenza di realtà nuove, viste con occhi diversi dai propri. Partendo dall’idea che per oltrepassare i confini geografici è necessario superare i confini mentali, e, supponendo che la consapevolezza di sé sia donata anche dalla capacità di narrazione di sé, la letteratura di viaggio rappresenta l’unico genere letterario in cui la scrittura è per l’autore un’operazione di crescita culturale che avviene attraverso il resoconto di una reale esperienza itinerante. Vedere i cento universi che ciascuno vede non corrisponde a una semplice immedesimazione, a scopo performativo, con le tipologie umane che si incontrano, ma diventa un modo per mettere in discussione la rigidità di alcuni schemi di pensiero cui spesso ciascuno di noi è legato inconsapevolmente. Insomma, predisporsi alla comprensione di ciò che è rappresentato sotto ogni cielo, in ogni Paese, è uno dei segreti per conoscere l’uomo, le arti, la natura, le istituzioni sociali e politiche. E vedere l’universo con gli occhi di un altro presuppone anche la scoperta di «parti sommerse» di sé, attraverso l’incontro con gli altri e con l’altrove. Volendo poi porre la questione in termini tecnici, va ricordato che il genere odeporico è un vasto e vario settore della letteratura, non ancora ben esplorato. Facciamo un’incursione nel vivo della relativa teoria: alcuni critici1 hanno constatato un legame genetico tra l’esperienza concreta itinerante dell’autore (il viaggio realmente effettuato) e il resoconto scritto del viaggio. Infatti, mentre un genere letterario si autodefinisce all’interno del sistema della letteratura, il genere della relazione di viaggio troverebbe il suo principio di auto-individuazione solamente riguardo elementi esterni al genere della letteratura, in rapporto cioè non al viaggio in quanto oggetto dell’opera ma in quanto «evento reale». Eppure, la scrittura di viaggio rivela una pluralità talmente varia di scopi e caratteristiche da avere difficilmente un tratto preva-

lente, che possa influenzare in maniera diretta la tipologia del testo. Queste varietà sono anche il riflesso dell’approccio proustiano tout court, che rende il testo odeporico un contenitore di informazioni disparate, la cui selezione e produzione trovano attuazione parallelamente all’esperienza del viaggio e alla sua trasfigurazione letteraria. Ciò che conta è il testo, che contiene materiale selezionato e filtrato dall’esperienza e dal ricordo del soggetto. La scrittura odeporica è immancabilmente filtrata dallo scrivente, non potendo essere riproduzione diretta della realtà osservata. La presenza del narratore è costante, anche quando è dissimulata, e il testo che narra del viaggio risente fortemente del vissuto dell’autore nella struttura. Stabilito ciò, il carattere specifico del viaggio relazionato (viaggio di scoperta, di navigazione, spedizione scientifica, viaggio filosofico, vagabondaggio romantico, ecc.) consente di collocare idealmente la

relazione entro uno dei sottogeneri nei quali appare suddiviso il genere odeporico: diario di navigazione, diario di bordo, relazione scientifica, voyage pittoresque, ecc., tutte forme letterarie diffuse soprattutto nel periodo storico a cavallo tra Settecento e Ottocento. Attuale è invece il reportage di viaggio in cui è presente lo sviluppo dell’esperienza soggettiva del viaggiatore. Le guide turistiche, testi per viaggiare, non sono evidentemente opere letterarie, né lo sono le relazioni amministrative, militari, diplomatiche, se non in casi del tutto particolari. Provando a tracciare una sintetica storia della letteratura odeporica, si ritiene opportuno affermare che la testimonianza di viaggio è un genere antichissimo. Era già conosciuta nella letteratura dell’antico Egitto: Il racconto del naufrago, databile intorno al 2000 a.C., si può considerare l’archetipo della cosiddetta «letteratura del naufragio», sottogenere della letteratura di viaggio. Nelle Storie di


CULTURA/letteratura palascìa 01

Erodoto (V secolo a.C.), opera di grande successo, compaiono descrizioni dei viaggi fatti dall’autore in Asia Minore e nelle isole del mar Egeo. In epoca medievale, il testo sicuramente di maggiore rilevanza è il cosiddetto Milione del mercante veneziano Marco Polo, che ha dato all’Occidente l’immagine più vera di un mondo pressoché ignoto: l’Oriente. L’ironia della sorte ha voluto che il racconto del lungo viaggio compiuto dal «primo occidentale ad aver vagato tra la Persia e la Cina», dall’«unico ad aver raggiunto i luoghi più riservati del potere alla corte del gran Khan», fosse scritto nello spazio angusto e monotono di una prigione. Nel 1298 infatti, dopo circa venticinque anni di viaggio, fatto prigioniero in una battaglia tra Genovesi e Veneziani, Marco torna con la memoria agli infiniti e policromi spazi dell’Asia dalle carceri di Genova. Legati invece ad avvenimenti storici sono le testimonianze e i documenti concernenti esplorazioni e a conquiste che si moltiplicano a partire dalla fine del XV secolo. Fra le opere capitali vi è il Diario di bordo di Cristoforo Colombo. Un altro importante diario di bordo, notevole testimonianza del primo viaggio intorno al mondo, è quello del vicentino Antonio Pigafetta, uno tra i pochi sopravvissuti alla spedizione di Ferdinando Magellano. L’interesse per terre sconosciute e

differenti sistemi sociali si evince anche dai rapporti (1519-1526) inviati a Carlo V dallo spagnolo Hernán Cortés, che documentano le sue imprese alla conquista dei territori aztechi in America meridionale. Molta importanza ha il Grand Tour, in altre parole il viaggio - fenomeno di vera e propria moda nel Settecento -, che, attraverso l’Europa centrale, termina in Italia. Il Grand Tour rappresenta il coronamento della formazione e degli studi dei figli delle famiglie settecentesche nobili e agiate, e fa parte di un modello formativo funzionale a una società nuova, integrata rispetto all’Europa o almeno ad una sua parte. Fra i testi più celebri dell’epoca va segnalato il Viaggio in Italia (1828) di Johann Wolfgang Goethe, che fornisce un resoconto delle trasformazioni di cui il suo animo è stato oggetto nel corso dell’esperienza autobiografica, a contatto con la natura e con l’arte, nel momento più fortunato e più intenso del neoclassicismo nel nostro paese. La produzione della letteratura di viaggio subisce un’accelerazione quantitativa soprattutto dal Settecento in poi. Grande importanza assumono in questo periodo i viaggiatori naturalisti, attenti alla realtà fisica e geologica dei territori, ma anche curiosi verso la fauna e la flora. Cito solo alcuni nomi: Lazzaro Spallanzani, Alberto Fortis, Carlo Castone della Torre di Rezzonico. Nell’Ottocento si diffondono geografie più circoscritte, viaggiatori meno colti e più vicini alle conoscenze dei lettori. Dai primi del Novecento le mutate condizioni socioeconomiche hanno reso gli spostamenti accessibili a gruppi sempre più numerosi di persone e il viaggio ha perso il carattere fortemente elitario dei secoli precedenti. Nel XX secolo la letteratura di viaggio annovera una quantità straordinaria di autori e di titoli; è opportuno segnalare alcune tra le opere dei viaggiatori italiani in Italia come Viaggio in Italia (1957) di Guido Piovene e Tutti al mare (1986) di Michele Serra. Notevoli sono le testimonianze degli scrittori inviati come cronisti al seguito del Giro d’Italia, i cui pezzi originariamente destinati ai quotidiani sono stati spesso ripubblicati in volume e questo è il caso di autori come Achille Campanile, Alfonso Gatto, Dino Buzzati, Vasco Pratolini. Un caso di giornalismo di primo livello è quello di Tiziano Terzani, profondo conoscitore dell’Asia, da lui definita un «continente dai mille volti», di cui ha raccontato nei reportage e nei libri. Uno dei suoi testi più famosi è Un indovino mi disse (1995), cronaca di un anno vissuto come corrispondente dall’Asia, durante il quale, in seguito ad una profezia di un indovino cinese che gli predice un incidente aereo, decide di non volare più.

Spostandosi nei paesi asiatici in treno, in nave, in macchina, a volte anche a piedi, il giornalista può osservare luoghi e persone da una prospettiva spesso ignorata dal grande pubblico. Oggigiorno, importanti esperienze di ricerca sono portate avanti in ambito accademico: un contributo importante nell’ambito della letteratura di viaggio adriatica proviene dall’esperienza transfrontaliera del Cisva (Centro interuniversitario di studi sul viaggio adriatico; www.viaggioadriatico.it) di cui fa parte anche l’Università degli Studi del Salento. Il centro mira ad individuare una specifica tipologia adriatica dell’esperienza di viaggio e del suo racconto ed evidenzia l’estrema ricchezza di documentazione letteraria in proposito, in parte non ancora identificata e studiata. La letteratura odeporica può essere anche una consapevole alternativa all’informazione veicolata nell’era globale, che implica una deformante riproduzione massmediatica dei fatti. Nell’esperienza di viaggio narrata in termini letterari è sempre presente un’esperienza umana, valida testimonianza per una migliore comprensione di eventi storici, naturali, artistici, politici. Aggiungo, a completamento delle idee sul valore esperienziale della letteratura odeporica e del concetto proustiano di viaggio in quanto scoperta dell’alterità, una citazione di Claudio Magris su Ryszard Kapucinski (1932-2007), giornalista e scrittore polacco, che viaggiava motivato da un inesauribile desiderio di conoscenza: «Vivere, viaggiare, scrivere. Forse oggi la narrativa più autentica è quella che racconta non attraverso la pura invenzione e finzione, bensì attraverso la presa diretta dei fatti, delle cose, di quelle trasformazioni folli e vertiginose che, come dice Kapucinski, impediscono di cogliere il mondo nella sua totalità e di offrirne una sintesi, consentendo di afferrarne, come un reporter nel caos della battaglia, solo dei frammenti02.»

note 01 Cfr. V. DE CAPRIO Un genere letterario instabile, Sulla relazione del viaggio a Capo Nord (1799) di Giuseppe Acerbi, Ed. Periferia/Centro, Monte Compatri (RM), 1996.

02 C. MAGRIS L’infinito viaggiare, Milano, Mondadori, 2008.


Il Balkan nel Salento e la riscoperta dell’Est Europa Storia di incontri, contagi e tempi dispari testo - Marco Leopizzi

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a cripta della Cattedrale dei Martiri d’Otranto ha molte colonne in stili diversi. Romano, greco, egizio, orientale. Secondo una tesi suggestiva, la varietà sarebbe il simbolo dell’accoglienza idruntina nei confronti delle genti arrivate via mare. Ognuno doveva poter trovare in quel luogo di culto un segno della propria cultura, un calore ospitale. Partendo da questa suggestione, analizzeremo l’immigrazione salentina per capire qual è il ruolo della musica nell’integrazione, come l’incontro di culture diverse può generare nuove espressioni artistiche e arricchire culturalmente popoli accoglienti e accolti. L’Italia è infatti un sistema multiculturale (coesistono, spesso forzatamente, più culture che appena si tollerano) e poco si fa a livello istituzionale per evolverlo in interculturale (in cui le culture possano interagire, dialogare e contaminarsi). Cosa accade invece in musica? Cominciamo dall’immigrazione balcanica (specie albanese), generatrice di un pensiero salentino che opera sulla sintesi tra le cifre musicali d’oltre Adriatico e quelle occidentali, soffermandoci sulle esperienze cruciali nell’ultra-decennale storia del fenomeno. Appena 80 km separano le due sponde del canale d’Otranto e un’antica storia di migrazioni unisce la nostra penisola alla Shqipëria (“Paese delle aquile”). La diaspora albanese comincia difatti nel XV secolo, quando la comunità Arbëreshë si stanzia nel sud Italia, dove ancora mantiene la sua lingua. Secondo i dati ufficiali (che escludono però gli irregolari), il Salento è tra le prime province del Sud per numero di albanesi: è questo uno dei motivi per cui iniziamo da qui, gli altri sono il loro estro musicale e il successo raggiunto. L’Albania in musica Il regime comunista di Enver Hoxha è assai attento alla formazione musicale, dal secondo dopo guerra fioriscono scuole di musica e danza, orchestre, cori, ensemble professionistici e amatoriali. Grande cura è riservata alla musica tradizionale diffusa, dai media e sostenuta dalle istituzioni, nell’ottica di un nazionalismo comunista. L’isolamento economico-politico in cui Hoxha trascina l’Albania, però, diviene anche culturale e a questo si aggiunge il bando della musica occidentale coeva

(jazz, rock, pop). Di necessità virtù: i compositori albanesi attingono per le loro opere dal repertorio popolare e lo rielaborano. Così ogni genere è profondamente intriso di tradizione. Una tradizione ricchissima. I canti monodici ed epici e le musiche pastorali dei Gheghi del Nord, accompagnati da lahutë (viella a singola corda), flauti e cornamuse. L’iso-polifonia dei Toschi e dei Lab del Sud (canto corale oggi patrimonio dell’Unesco), la musica urbana che, specie al Nord, ha subìto l’influenza ottomana nelle melodie e nei ritmi, eseguiti con llautë (liuto) o çifteli (liuto a manico lungo con 2 corde) – sostituiti oggi dalla fisarmonica –, gërnetë (clarinetto), violino e def (tamburo a cornice). Buona parte della musica balcanica ha infatti assorbito caratteristiche (ritmi, modi melodici, tecniche, strumenti) da quella araba, a causa della secolare dominazione dell’Impero ottomano, in un lungo processo di contaminazione. Vengono dal mare Dopo la caduta del regime, nel ‘91 cominciano le grandi emigrazioni e sulle rotte verso le coste pugliesi ci sono molti musicisti. Alcuni ripartono, altri rimangono e determinano l’incontro diretto tra le due culture. Uno dei primi è il fisarmonicista Admir Shkurtaj, oggi anche affermato compositore contemporaneo, che a Lecce scopre il jazz, ne rimane folgorato, lo studia, lo suona e infine lo tradisce per la passione di sempre: la musica classica e del ‘900. Dal 2002 infatti compone musiche per la fondazione Ico “Tito Schipa” e per il Conservatorio. Ma Shkurtaj è anche un tramite perfetto per l’apprendimento della musica balcanica da parte dei musicisti e del pubblico salentini. Per la verità, negli stessi primi anni ‘90 anche altri artisti, questa volta locali, si interessano alla musica d’oltre Adriatico. Antongiulio Galeandro, fisarmonicista di Ostuni, punta l’antenna della sua radio sulle frequenze albanesi. È grazie a lui che Cesare Dell’Anna scopre il balkan, la sua varietà stilistica, i tempi dispari e irregolari, le melodie fiorite e microtonali. Comincia a ricercare e lo seduce «la dolcezza dei clarinetti d’Epiro, […] la sensualità della lingua albanese, la polifonia struggente, i fiati bulgari, le fanfare bosniache e macedoni soprattutto». I due amici esplorano

quel nuovo mondo musicale e sperimentano i primi connubi. Nasce così l’idea originaria di un progetto che nel ‘98-’99 diverrà Opa Cupa, oggi band di successo nella scena balkan jazz internazionale. A loro si uniscono Adnan Hozic, cantante e chitarrista bosniaco giunto in Italia nel ‘90, attivo soprattutto tra Napoli e Bari – grande maestro e personaggio chiave di questa storia, oggi purtroppo compianto –, e lo stesso Shkurtaj. Già altri in Italia s’erano interessati alla musica dei Balcani, almeno dagli Area di


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Luglio, agosto, settembre nero (‘73) e Cometa rossa (‘74). Ma è l’arrivo di Hozic che stimola una ricerca più approfondita tra i musicisti del Sud. A Napoli il musico bosniaco conosce Daniele Sepe, Carmine Guarracino e Lello di Fenza e con loro fonda nel ‘92 Balcanija. Insieme frequentano i campi rom, stringono amicizia con gli zingari, apprendono la loro musica e la fondono con quella napoletana. Un vero progetto di ricerca e sintesi musicale che si farà disco nel ‘97. Sul finire del decennio l’interesse scoppia anche in Puglia. Galeandro e Dell’Anna portano nei baresi Folkabbestia il balkan e con loro registrano nel ‘98 il brano Ju flet Tirane. L’anno dopo sono le Faraualla a esordire con Rumelaj e Vrlicko Kolo. Incontri di civiltà Lo stesso Hozic, dicevamo, influisce sul Salento attraverso Galeandro e Dell’Anna, | Bandadriatica, fotografia di Andrea Centonze

| Opa Cupa, fotografia di M. Moscara

già sensibili alla musica dei venti adriatici. Nasce anche qui, negli ultimi ‘90, un disegno organico e costante che ha i suoi punti focali nelle varie tradizioni musicali balcaniche e nella sintesi con elementi occidentali. Accanto agli Opa Cupa ci sono i Ghetonìa. Mentre i primi nascono con il dichiarato intento (fin dal nome) di muoversi intorno al balkan, il gruppo di Roberto Licci si dedica prevalentemente alla musica grika ed è l’ingresso di un musicista che arricchisce l’opera: Admir Shkurtaj. Gli anni di fine secolo sono di incontri, scambi, dialoghi e notti insonni di idee che si trasferiscono tra i solchi dei primi dischi. I Ghetonìa pubblicano “Mari e lune a est del Sud” (1999), gli Opa Cupa “Live in contrada Tangano” (2000). Cambia millennio cambia musica. Il primo è ancora un disco “salentino”, impreziosito a tratti dai tocchi albanesi di Shkutraj, soprattutto in Artigiana di Luma, un classico della sua tradizione. L’esordio degli Opa Cupa è invece un fulmine a cielo limpido. Il disco, introdotto da Canti polifonici albanesi (esempio di iso-polifonia), è tutto concentrato sui suoni d’oltremare. Forse perfino troppo. Il trio Dell’Anna-Hozic-Shkurtaj – Galeandro si è nel frattempo defilato, si muoverà poi soprattutto nel circuito “popolare” e nella musica per film, ma di balkan resterà impregnato il mantice del suo strumento –, circondato da tanti ospiti, concepisce una parure di brani popolari e inediti. Sebbene non si possa ancora parlare di contaminazione né di fusione – «la fusione è un processo molto lungo alla fine del quale non si distingue più il confine tra i generi», spiega Shkurtaj –, il Salento comincia a familiarizzare con una nuova musica che si muove in Artigiana e Kolo a ritmo di rumba (tipico dei Balcani e simile all’arabo malfouf), e in Opa cupa e Poloxia su un horo (il famoso “un-za un-za”). Fratello balcanico e Heroi di Vig introducono invece i tempi dispari, che rendono tanto attraente quanto complessa la musica balcanica all’orecchio occidentale, abituato ai più regolari tempi pari, come il 4/4 (quattro quarti) della quasi totalità del repertorio pop, rock e jazz. Intanto, già da qualche anno, il balkan si diffonde nel mondo grazie al successo della musica e dei film di Emir Kusturica (Underground è Palma d’oro a Cannes nel ‘95) e di Goran Bregovic e Boban Marković, che ne firmano le colonne sonore. Così altri artisti locali se ne interessano. L’organettista Claudio Prima e i suoi compagni, reduci dallo studio della musica salentina e mediterranea, cominciano a ricercare anche in questa direzione. «Il primo passo fu quello di riarrangiare in tempi dispari i brani tradizionali salenti-

ni. In “Tracce di Sud” (2002), esordio dei Manigold, Mamma la rondinella è difatti riscritta in 5/4. Stesso procedimento per Aspro è to xartì, ballata grika (in un tipico tempo di 6/8) che in “Terra e sale” (2005) dei Ghetonìa assume il profilo di un balcanico 7/8. Per quanto intriganti, sono ancora operazioni di superficie, semplici tentativi di coniugare due tradizioni musicali in apparenza assai distanti. Ma i tempi maturano velocemente e il biennio 2005-2006 offre ottime sorprese. La title-track dello stesso “Terra e sale” è un altro tradizionale albanese, arrangiato da Shkurtaj, e anche Panta s’agapisa subisce una mutazione ritmica. È però “Hotel Albania” (2005) degli Opa Cupa che frantuma ogni barriera. Shkurtaj non c’è più ma entra un altro ottimo musicista albanese oggi nostro concittadino, il pianista Ekland Hasa. Tra le migliori produzioni del world beat italiano, il disco mostra tutta l’evoluzione della band verso un balkan progressive maturo. Nelle alzate d’ingegno di Dell’Anna il balkan si (con)fonde con il jazz, la musica per banda, le melodie e i ritmi maghrebini... Dalle irregolari Karavia e Ekland 9 alle liriche rumbe Allegria dei naufragi e Stelle salenti, dal valzer-horo Chiari di luna fino alla rivisitazione di Byala stala (di Ivo Papasov) e alla jam Yasko in Albania Hotel, con il virtuoso bulgaro del clarinetto Yasko Argirov. Albania Hotel è la factory di Dell’Anna, che nella campagna di San Cesario ospita musicisti e genti nomadi per vocazione o necessità. Si vive assieme, si suona, si crea. La musica del trombettista è questo: incontri. Parola chiave ricorrente, l’incontro è anche responsabile dei Talea, ensemble balkan jazz che Shkurtaj fonda nel 2002. Con lui anche Hozic e un’altra albanese d’Italia, la cantante Meli Hajderaj. La scrittura del leader e i brani tradizionali s’intrecciano col jazz degli altri membri (tra cui Gaetano Partipilo). La felicità creativa ed esecutiva del gruppo è testimoniata dall’ottimo “Jarinà Jarinanè” (2006), album imprescindibile del nostro discorso, in cui l’originalità compositiva di Frasi a catena e Pareti di vetro – un rincorrersi di temi che se da un lato tradiscono i linguaggi jazz e balkan dall’altro sono architettati con sapienza eurocolta – magicamente convive con perle balcaniche come Moj selvije, Tate du fuston, Mujo kuje e con Fratello balcanico (classico di Hozic). Intanto, nel 2004 alla squadra di Claudio Prima si unisce Redi Hasa (fratello minore di Ekland) che, giunto da Tirana nel ‘98, è oggi tra i musicisti più virtuosi e apprezzati. Nascono così Ádria e BandAdriatica. Entrambe provano a realizzare


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l’incontro delle due culture: la prima in forma di quintetto, capace di un lirico etno-jazz adriatico, la seconda puntando maggiormente sul rapporto tra banda italiana e fanfara balcanica. Mentre per Ádria siamo in attesa dell’esordio discografico – ma ha già musicato “Il Salento dei poeti”, libro-dvd del Fondo Verri di Lecce –, BandAdriatica ha prodotto due dischi e un video documentario. “Contagio” (2007) è la prima opera compiuta della loro «musica adriatica» – come la definisce Prima. Dalla collaborazione con Naat Veliov (trombettista macedone leader della famosa Kočani Orkestar, incontrata alla Notte della Taranta 2006) nasce Pizzica estam, adattamento della musica salentina al ritmo sincopato dell’estam, ma uguale fascino hanno la rumba de I giorni del contagio e i bellissimi albanesi Lake Populake (ancora con Veliov) e Erdhi dethi tallas tallas. Il disco si chiude con un’illuminante strofa di Prima: «Siamo stati costretti a ferirci per capire \ che avevamo tutti il sangue dello stesso colore.» Il secondo lavoro della Banda è “Maremoto”, che con il bel documentario allegato “Rotta per Otranto” è da pochi mesi nei negozi. La Banda rivolge l’orecchio soprattutto al bacino dell’Adriatico (Italia, Albania, Croazia, Istria), che nel maggio 2008 solca su un motoveliero assieme ad alcuni musicisti balcanici per far scalo a Dubrovnik, Durazzo, Tirana e Otranto, dove l’equipaggio incontra le varie tradizioni musicali (come la klapa, forma corale a cappella della Dalmazia) e si esibisce dal vivo. L’avventura è testimoniata dal dvd mentre il cd mostra un “contagio” musicale più smaliziato del passato, merito del viaggio. I tempi dispari “infettano” il | Admir Shkurtaj, fotografia di Rico Cavallo

cuban jazz (Strade alle strade), l’esuberanza dell’horo la vena cantautorale di Prima (Lascia che sia la musica, Non ho più pace), il ritmo della pizzica l’armonia vocale del prestigioso Eva Quartet (quartetto vocale bulgaro de Le mystére des voix bulgare ospite in Il mistero della pizzica bulgara). Bullet, infine, è un significativo scambio culturale: la Banda suona in stile balkan mentre il chitarrista-cantante albanese Bojken Lako in rock. Presente e futuro Dopo più di dieci anni dalla sua nascita, dunque, il fenomeno non sfiorisce come moda, anzi si ravviva nel presente e progetta il futuro. Anche i Ghetonìa tornano nel 2009 con “Riza”, riproponendo i loro classici attraverso il cd-dvd di un live del 2008 a Calimera (Le). Il regista Davide Barletti (Fluid video crew) gira nello stesso 2008 “Radio Egnatia”, docu-film sull’antica via che proseguendo l’Appia congiungeva Roma a Costantinopoli, attraversando Salento, Albania, Macedonia, Grecia e Turchia. Le musiche sono curate da Galeandro, il quale compare anche nelle riprese con il suo strumento. Il futuro ci porterà invece, oltre al cd degli Ádria, l’esordio discografico dell’Admir Shkurtaj Trio, miscela luminosa di musica contemporanea, improvvisazione jazzistica e colori balkan. Di entrambi, già attivi sui palchi da anni, si possono ascoltare alcune anteprime sui myspace. È uscito a dicembre il terzo disco degli Opa Cupa, “Cpt (Centro di permanenza temporanea)”. Anche questo, come il predecessore, conta tanti ospiti (Ivo Iliev, Eva Salina Primack, Fabrice Martinez, Relù Merisan, Marian Serban, etc.), ha uguale capacità di leggere il presente e

uguale sound brillante, ormai trademark della 11/8 Records. Ma accanto alle bellissime melodie da banda (Vota Grillo e Neelie) introduce anche l’elettricità mutuata da Zina – progetto parallelo di world beat mediterraneo –, il latin a là Manu Chao (Cpt), lo ska (Ebb Tide) e una componente jazz più svelata nella visionaria versione di My Favorite Things in tempo dispari. Passano gli anni e gli incontri, le tecniche si affinano e la sintesi si fa sempre più profonda: chissà che tra qualche decennio o secolo gli studiosi non parlino di contaminazione (o ri-contaminazione?). Ma al di là delle implicazioni estetiche, i musicisti pugliesi, albanesi, bulgari, rumeni, croati, bosniaci, macedoni, stanno ricucendo un antico strappo, quello che lacerò quasi del tutto i rapporti tra le due sponde dell’Adriatik all’epoca dell’invasione ottomana, protratto fino a pochi anni fa dalla “cortina di ferro”. Viviamo un momento storico carico di senso per il presente e il futuro di questo – e non solo – angolo del mondo. Ed è significativo che in musica sia già cominciato, spontaneamente, il processo che dalla multiculturalità porta all’interculturalità. Se ne avvedranno anche in alto loco?

approfondimenti www.osservatoriobalcani.org www.musicaround.net (interviste e recensioni) www.dunav.org.il (audio e video di danze balcaniche) www.albanianews.it chs119.chs.harvard.edu/mpc (Raccolta canti epici degli Slavi del sud)

di

demo.istat.it Rapporto Lecce e i suoi numeri 2008 Naufragi albanesi, K. Barjaba, G. Lapassade, L. Perrone, Sensibili alle foglie, Roma, 2006 Transiti e approdi, L. Perrone (a cura di), Franco Angeli, Milano, 2007 World music: the basics, Richard Nidel, Routledge, New York, 2004 The Mediterranean in music, D. Cooper, e K. Dawe, Scarecrow Press, Lanham, 2005

Un sincero grazie ad Admir Shkurtaj, Cesare Dell’Anna, Claudio Prima, Ghetonìa, Hari Purkh, Viviana Leo, Erica Rizzo.


CULTURA/teatro palascìa 01

Il sogno del mediterraneo culla della pace Astragali teatro - Strade e desideri di una compagnia nomade nel Mediterraneo testo - Manuela Mastria

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l Mediterraneo è crocevia culturale tra Europa, Vicino Oriente e Asia e , da sempre, snodo di circolazione di merci e di idee. Questo ‘mare tra le terre’ sente su di sé la ferita di un conflitto incessante. I suoi confini non sono lembi in cui gli opposti si toccano, ma spazio di una guerra costante. Astràgali Teatro cerca di nutrire la molteplicità meridiana, questo crinale complesso, con una pratica di compagnia nomade, in movimento, in cui un gruppo di uomini e di donne raccoglie la sfida di essere comunità allargata, aperta all’altro. Una comunità che da più di dieci anni abita la frattura di luoghi feriti come Cipro, Turchia, Siria, Grecia, Giordania, Kosovo, Malta, Libano, Albania. Una comunità che lavora nei luoghi del conflitto, cercando il legame che salda la tragedia con la contemporaneità, con un teatro capace ancora di dire del nostro tempo. Il Mediterraneo significa, per noi, ricostruire antiche memorie. Significa scegliere il sincretismo e la molteplicità come traiettoria. Ordinariamente il volto ‘dell’altro da sé’ è sempre stravolto, irrappresentabile, lontano, ‘monolinguistico’. Da qui la necessità di una resistenza poetica capace di realizzare l’incontro con il caleidoscopio culturale, linguistico e fisico del nostro mare comune. A questa resistenza chiama Antigone - anatomia della resistenza dell’amore, squarcio aperto sulla guerra fratricida e sulla possibilità ineludibile del corpo amoroso di essere atto di rivolta. Antigone, partendo dalla riscrittura di una scrittrice esule come Maria Zambrano, riscrive le geografie dei luoghi in cui svolge la sua azione, disegnando un percorso che parte dal porticciolo abbandonato di Marina Serra, nel Salento, per approdare nei porti antichi di Zakynthos (Grecia) e di Limassol (Cipro). In Antigone la legge intima degli affetti e della pietas coagula e si scioglie nella necessità di ribellarsi alle leggi degli uomini e della società che non vogliono dare sepoltura al fratello Polinice. Il gesto necessario, finale, si ricompone nell’ultimo lavaggio di Antigone al corpo morto del fratello. Nel campo lungo di una moroloja assolutamente laica, nell’ascolto dei luoghi che addensa lingue e volti si inserisce la traccia di War Gifts, spettacolo del 2005, liberamente tratto da Le Troiane di Euripide. Nel solco del teatro-poesia, questo lavoro dà parola e corpo alla vergogna di esse-

| “Persae“ all’ex CPT Regina Pacis

re italiani e di appartenere ad una civiltà che fornisce la maggior parte delle forze armate alla guerra. A intrecciare le storie di Andromaca o Cassandra è una voce dolorosa, un canto dolente. La moroloja, il canto funebre che ha ritualità comuni in tutto il Mediterraneo, è matrice comune del nostro lavoro sulla tragedia. È una voce addolorata a scandire anche i tempi di Persae, spettacolo in cui la riflessione sul conflitto giunge a maturazione. Partendo da I Persiani di Eschilo e da Quattro ore a Chatila di Jean Genet , Persae attualizza il destino del naufragio. Dal Salento alla Grecia, da Cipro a Parigi, fino al Cpt Regina Pacis (ora chiuso) di San Foca, Persae è un posto di frontiera . Le frontiere sono i luoghi in cui i paesi e gli uomini che vi vivono stanno l’uno di fronte all’altro. Lo stare di fronte, etimologicamente, significa stare uniti, ma anche separati. In questo mancato riconoscimento, le frontiere divengono fronti, spazi liquidi in cui le differenze culturali producono la clandestinità, producono luoghi aberranti quali i centri di permanenza temporanea, ora divenuti centri di identificazione ed espulsione. Persae, al Cpt Regina Pacis, è questi naufraghi senza nome in fuga dalla guerra e dalla miseria. È questi naufraghi che nel mare-frontiera si perdono trovando un destino di morte o reclusione. La morte può esplodere di nuovo alla vita anche nei luoghi della devastazione assoluta. In questi luoghi è possibile nutrire un orizzonte di bellezza? È possibile

ridere anche della guerra? Quest’ulteriore scarto anima Lysistrata, primo studio sull’oscenità del potere, nostro ultimo spettacolo, liberamente tratto dall’omonima commedia di Aristofane. Lysistrata è una trama matrilineare e femminea che indaga il rapporto tra potere, oscenità e riso. È smascheramento, attraverso la comicità, dell’inutilità della violenza e della ragion militare. È rito teatrale che moltiplica i molti corpi e le molte lingue degli attori in scena. Con questa rinnovata urgenza, a fine gennaio abbiamo avvicinato la Palestina (a Ramallah) e la Giordania (ad Amman), dove Lysistrata riannoderà lingue a storie, strade a desideri.


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Esperienze di confine

Cineclub Penny Arcade: quando il cinema sceglie la versione originale testo - Alessandra Tommasi

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a parola taglia il pensiero, diceva Saussure. E ogni lingua ha la sua forma, il suo suono, il suo accento nella sua minuziosa scelta del frammento. Come l’inquadratura di una foto, o la tonalità del colore di un quadro. In Italia abbiamo tra i migliori doppiatori cinematografici al mondo, eppure l’interpretazione dell’attore avrà sempre l’eco del tradotto, dell’adattato, come se prima di esserci raccontata la storia fosse già stata, in qualche modo, italianizzata. Dove le strutture ufficiali sono carenti, in Italia, l’iniziativa sociale cerca di mettere una toppa. E nascono progetti cittadini, semplici ad un primo sguardo, ma testimoni della voglia di andare incontro a pensieri simili, solo condensati in parole diverse. Questa la ragione della scelta dell’Associazione Ludovico di Lecce di proiettare film in lingua originale. Sottotitolate, per arrivare agli occhi di tutti, le proiezioni del venerdì sera offrono alle orecchie suoni d’Africa, melodie orientali

o cadenze conosciute dei vicini europei. Un passo oltre il confine, verso chi ha lasciato la sua terra alle spalle. Da ottobre 2009 l’associazione Ludovico organizza il cineclub “Penny arcade”, presso la sala “teatrino” della biblioteca provinciale “N. Bernardini“ di Lecce: ogni venerdi sera, alle ore 20:30, il cineclub offre una pellicola o un’opera cinematografica che non ha trovato nel nostro paese una adeguata distribuzione, e tutto questo rigorosamente in lingua originale. La sala cinematografica diventa cosi uno spazio di incontro e scambio, principalmente intorno a film “di genere” con un occhio particolare al modo in cui ogni paese ha interpretato uno specifico filone stilistico. Ne è un esempio la rassegna sul cinema africano che ha accompagnato l’apertura del cineclub e che ha riunito in sala spettatori salentini e rappresentanti delle etnie extracontinentali residenti a Lecce. Il progetto, finanziato da Principi attivi,

prosegue fino ad ottobre 2010, al prezzo di un euro a spettacolo, previa iscrizione al cineclub. Per non chiedersi più “Cosa c’è da guardare?”. Giovedì 11 febbraio “Les Baliseurs du Desert” di Nacer Khemir Tunisia 1984 Venerdì 19 febbraio “Beautiful Boxer” di Ekachai Uekrongtham Thailandia 2003 Venerdì 26 febbraio “Tokyo Sonata” di Kiyoshi Kurosawa Giappone 2008 Tessera della Rassegna: 5 €/ingresso: 1 €. Tutte le pellicole sono in versione originale con sottotitoli in Italiano.

Nella cucina di Fatih testo - Amanda Kastrati

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opo i primi due successi di risonanza internazionale “La sposa turca” e “Ai confini del paradiso”, Orso d’Oro al Festival di Berlino il primo e Premio per la migliore sceneggiatura a Cannes il secondo, Fatih Akin torna sullo schermo. E lo fa con un film grottesco, tragicomico, dal sapore molto diverso dai lavori precedenti, seppur sempre riconducibile a quel filone di tematiche da lui predilette. Soul Kitchen parla sempre di multicultura, ma lo colloca in un habitat in cui il problema dell’integrazione sembra ormai più che superato. I veri problemi qui sono quelli del prioritario vissuto esistenziale, ovvero l’amore e la ricerca di soldi per sopravvivere. Soul Kitchen è il pittoresco ristorante situato in un vecchio, verde-grigio capannone nel cuore di Wilhelmsburg, frequentato da abituali clienti della periferia dediti al junk-food e il tracannar di birra. Intorno a Soul Kitchen ruota la vita di Zinos, il giovane proprietario nonché cuoco

del locale di origini greche, che sta attraversando un periodo infelice. La sua ragazza, Nadine, si trasferisce per lavoro a Shangai, e lui, colto da un’ improvvisa ernia al disco, si vede costretto ad assumere un cuoco, Shayn, la sofisticata cucina del quale fa fatica ad imporsi nell’ambiente. Quando il locale sembra stia decollando, grazie ad un giro di persone che sposa la nuova filosofia culinaria mescolata alle musicalità soul dell’ambiente, Zinos decide di raggiungere Nadine in Cina, affidando il locale al fratello cleptomane, galeotto in semilibertà. Decisione che si rivela doppiamente catastrofica. Questa volta nessuno dei protagonisti compie un percorso alla ricerca delle proprie radici, come per i precedenti film del regista di origini anatoliche naturalizzato tedesco, anzi, tutta la storia si districa in una rilassata Amburgo post-industriale, continuamente alle prese con il riutilizzo degli spazi abbandonati. Sembra finalmente che l’autore la sua patria l’abbia

scelta, e dentro ci abbia collocato i suoi amici e gli ambienti, non più domande sulla nazionalità. Edifici che prendono fuoco, feste di addio che si trasformano in orge sotto l’effetto di cibi afrodisiaci, società di squali del mercato immobiliare e problemi con finanza o polizia vengono ritratti con un ironico gusto del paradosso, mentre i veri eroi sono exgaleotti, camerieri, musicisti e un vecchio pescatore. Celebrazione dell’edonismo, quindi, e musica (nel 2007 Akin realizza “Crossing the Bridge”, il documentario musicale che intercetta tendenze e gusti nell’ odierna Istanbul) sembrano essere i principali astanti del nuovo ricettario del cinema di Fatih Akin, connubio che gli è valso il Gran Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. Memorabili, invece, gli sgargianti titoli di coda, d’impatto acid-funky.


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Zenok: l’areosol - art approda su tela

Intervista al writer che ha sperimentato la pittura spray su tela proponendo un nuovo modo di intendere i graffiti metropolitani testo - Cristina Pappadà

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ecce, la città dell’arte, del barocco e della pietra leccese, ha visto crescere negli ultimi anni nuove correnti artistiche che sembrano distaccarsi profondamente dalla tradizione e utilizzano tecniche e materiali in contrasto, a prima vista, con la classicità del barocco. Un fervido movimento tra i giovani salentini porta avanti la cultura dei writers e dei murales. L’incontro con Alessandro Lombardo, in arte Zenok, avviene in occasione della sua ultima mostra a Lecce, durante la quale ha presentato la sua vicenda artistica e la sua evoluzione da giovane writer a pittore innovativo. Sandro, come ti sei formato e come mai la scelta di questa tecnica? Inizialmente non credevo di poter arrivare a presentarmi alle persone come artista. Ho iniziato circa nel ‘92 : ho scoperto quasi per caso la voglia di esprimermi, inizialmente su carta per poi passare alle grandi superfici con lo spray. È iniziato un po’ per gioco, sfogliando alcune riviste di skate dove erano raffigurate delle immagini sulla tecnica del graffito sul muro. L’entusiasmo e l’amore per il disegno mi hanno spinto a mettermi alla prova: ho acquistato gli spray e ho scelto un muro qualsiasi della periferia di Campi Salentina: nasceva così il mio primo murales. Da quel giorno la passione artistica è cresciuta. Ancora oggi dipingo con gli spray sul muro, oltre che su tela. Ho iniziato con il bianco e il nero, poi ho scoperto una vasta gamma di colori che mi hanno permesso di esprimermi ancora meglio e di realizzare varie opere, sia lettering che figurative. Qual è la differenza fra il lettering e il murales figurativo? Innanzitutto bisogna dire che i graffiti nascono come studio del lettering, che consiste nello scrivere il proprio nome d’arte o il nome di battesimo e cercare di renderlo sempre più “stiloso” Ogni artista realizza le proprie lettere con uno stile personale, quindi ognuno crea e studia a casa sugli sketchbook le varie lettere per poi trovare la forma giusta, quella che si avvicinava di più al proprio carattere e portarla fuori. Spesso si disegna sui treni, mezzi che portano lontano il proprio nome per farlo conoscere ovunque e ampliare la fama al di là

del territorio di appartenenza. Il primo amore, dunque è sempre lo studio del lettering, anche se negli ultimi anni sto lavorando maggiormente sul figurativo. Non è indispensabile disegnare un personaggio nei graffiti, è un aspetto scenografico che aggiunge valore alla murata, esclusivamente per abbellire l’intero lavoro. A volte si aggiungono anche degli sfondi e si creano le cosiddette murate a tema, si sceglie un tema e lo si sviluppa, non solo con il lettering ma anche con il personaggio. Un writer può definirsi completo quando esegue, nello stesso murales, anche un personaggio grafico che fa da cornice al lettering. Tu hai optato per il figurativo, scegliendo di usare gli spray sulla tela. Come mai questa scelta? In Italia c’è

una corrente in cui ti riconosci? L’idea di dipingere su tela è nata grazie a due amici che nel 2004 mi hanno invitato a Milano per partecipare ad una mostra dedicata alle opere su tela realizzate dai writers. Dovevo realizzare delle opere su tela con la tecnica dello spray e ci ho provato; così è nata questa sfida con me stesso, perché le murate di superfici estese hanno una resa differente rispetto ad una tela di dimensioni ridotte. Le tele mi hanno sempre impressionato. Non è stato facile incominciare a dipingere su queste nuove superfici, però ho trovato uno sfogo diverso rispetto al muro, anche perché con il tempo non si ha più quella voglia, come i ragazzini, di costruire i propri lavori: per andare fuori, preparare il muro e imbiancarlo ci vuole tempo. L’idea di lavorare su tela è stata una novità che


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ancora oggi porto avanti con dei progetti, soprattutto rappresentando il figurativo. I lavori su tela con gli spray sono diffusi maggiormente all’estero. In Italia si sono diffusi a partire dal 2003. A Lecce sono stato uno dei primi; adesso c’è qualcun altro che si diletta con questa tecnica, però posso considerarmi un precursore dell’aerosol-art nel Salento.

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E tu nel passaggio alla tela hai conosciuto Brigitte. Chi è Brigitte? Brigitte è la mia musa, inizialmente era maschile, non aveva un nome e lo rappresentavo maggiormente sul muro. Dipingere su tela mi ha fatto riflettere sulla resa della figura. Ho iniziato a immaginare il personaggio non solo come graffito metropolitano, ma anche come soggetto adatto alla tela, come una forma di arredo anche in un appartamento. Dai miei studi ho dedotto che il personaggio maschile era più adatto per superfici esterne piuttosto che per interni, quindi ho sentito l’esigenza di creare un personaggio più idoneo ad ambienti ristretti e più familiari. Ho studiato un’immagine che andava oltre il graffito. È stato automatico passare dalla figura maschile a quella femminile, ma questa per me è stata una sfida, perché ho dovuto ricominciare

iniziando a studiare il corpo femminile. È nato questo personaggio, che da sempre ho chiamato Brigitte perché è un nome che mi affascina; nonostante lo charme e l’ambientazione molto chic con sfondi che ricordano le scene dei bar parigini, inizialmente la mia Brigitte era veramente grottesca, con una fisicità molto particolare, ma per questo attraente e unica. Con il tempo Brigitte è diventata molto più elegante: si nota un’evoluzione fra le opere realizzate nella prima fase e le opere attuali. Le tele realizzate tra il 2005 e il 2007 hanno un carattere molto istintivo e sono dipinte quasi di getto, seguendo i dettami della tecnica dell’aerosol-art, che impone velocità nel realizzare un lavoro e meno cura nei dettagli. Adesso, invece, Brigitte è molto più raffinata perché l’ho studiata sempre meglio in tutti i suoi aspetti. Le nuove opere presentano, rispetto alle precedenti, una scelta differente di tavolozza. I colori sono diventati più sobri, più pacati rispetto ai forti rossi. Adesso l’uso del bordeaux, del verde scuro del grigio proiettano lo spettatore nei salotti parigini e anche Brigitte è diventata più donna. La scelta dei colori e della tecnica è maturata negli anni. Il fatto di essere autodi-

datta non vuol dire che io non studi arte, quindi, la ricerca è prima di tutto la cosa fondamentale che mi fa andare avanti. Incessante è stato, da parte mia, lo studio delle immagini, delle pose femminili, dei vestiti, e di tutti i dettagli. I colori prima erano molto più legati al graffito metropolitano, quindi molto estrosi ed accesi, le tonalità erano mischiate fra i toni caldi e i toni freddi, adesso invece prediligo i colori caldi. Anche la tecnica è cambiata negli anni, allo spray affianco il pennello o altri strumenti appuntiti per curare e definire i dettagli e non tralascio l’uso delle mani, da sempre forti alleate nel mio rapporto con le tele. Ti ispiri a qualche autore in particolare che sia un writer o un pittore classico, moderno o contemporaneo? Il mio pittore preferito è Modigliani. Alcune caratteristiche di Brigitte richiamano anche il figurativo rappresentato nei quadri di Modì. Tra l’altro la mostra più bella che abbia visto è quella dedicata a lui, a Roma nel 2008 al Vittoriano. I suoi quadri mi hanno emozionato tantissimo e hanno influito nella scelta dei colori e delle pose artistiche delle Brigitte. Altri artisti che amo sono Egon Schiele e Tamara De Lempicka, la quale mi ha catturato per l’uso dei colori e delle pose delle sue protagoniste. Hai esposto a Lecce, a Catania, a Forlì, all’estero; quali sono i tuoi progetti per il futuro? Al momento di sicuro c’è Milano. Ho sentito l’esigenza di evadere e di allontanarmi da Lecce, una città che mi ha dato tanto ma che, allo stesso tempo, mi ha un po’ limitato. È come se questa città mi avesse costruito delle mura intorno ma all’improvviso ho sentito la voglia di aprire questo grande portone e di andare fuori, di andare altrove per allargare le mie conoscenze e il mio raggio d’azione. Ho scelto Milano perché ho tanti contatti e perché è un ambiente artistico ideale per me. Proviamo e vediamo cosa succederà.


CULTURA/danza palascìa 01

La danza del ventre: passato e presente testo - Francesca Degli Atti*

C

on la definizione “danza del ventre” si indica comunemente un’espressione artistica che abbraccia, in realtà, generi e stili profondamente diversi fra loro per provenienza e carattere. Nata probabilmente come danza propiziatoria legata al culto della dea Madre nell’antica Mesopotamia, la raks sharky (letteralmente “danza orientale”) si è evoluta nel corso dei secoli fino a divenire una vera e propria forma d’arte, con peculiarità proprie e interpreti di spicco (quali, per citare solo alcuni nomi, Samia Gamal, Naima Akef, Tahia Carioca), che hanno contribuito a diffonderne la cultura anche al di fuori dei confini geografici dei paesi in cui viene tradizionalmente praticata. Il genere che nel mondo “occidentale” viene associato a questa danza si sviluppa nell’Egitto dei primi anni venti del secolo scorso. Con la comparsa dei primi nightclubs per stranieri, quella che era una danza praticata negli harem per opera di danzatrici colte, o per le strade in forme più popolari, diviene intrattenimento. Tale evoluzione ha comportato un cambiamento radicale nell’essenza di questa danza e ha portato alla elaborazione di costumi appariscenti e stili che risentono dell’influenza sia del balletto classico che di altre danze di matrice folkloristica appartenenti a culture diverse. Si assiste, inoltre, in tale contesto, alla nascita di esibizioni soliste in quella che un tempo era una danza eseguita esclusivamente in gruppo. Contrariamente a quel che si crede, la danza del ventre non nasce, dunque, come intrattenimento rivolto al piacere di un pubblico maschile, ma affonda le radici in una pratica dedicata dalle donne a loro stesse o alle loro compagne, e che soltanto successivamente viene resa una forma di spettacolo a tutti gli effetti. La valorizzazione del potenziale femminile insito in questa danza la rese popolare tra le donne negli Stati uniti degli anni settanta, in piena rivoluzione femminista. Ciò spiega perché la danza del ventre negli Usa goda oggi di grande popolarità e seguito, al punto che attualmente, a livello internazionale, le danzatrici statunitensi sono fra le più famose e tra quelle che hanno anche dato vita a generi e stili nuovi, fra cui la tribal fusion, che sta riscuotendo grande successo in tutto

il mondo. Tuttavia, l’anima e il sapore di questa danza si possono scoprire soltanto nella gestualità, nell’espressività, nelle movenze delle danzatrici egiziane, innanzitutto, ma anche libanesi, turche, israeliane, e non solo, che riescono con il loro magnetismo ad instaurare con il pubblico un forte legame, carico di emozioni ed atmosfera. L’Egitto continua ad essere il motore trainante nello sviluppo e nella diffusione di questa danza, che è considerata oggi orgoglio nazionale e costituisce un tassello irrinunciabile dell’identità culturale dei paesi del bacino del Mediterraneo. Attualmente molte donne hanno scoperto i benefici che questa forma d’arte apporta sia a livello fisico che psicologico, imparando così a riappropriarsi del loro tempo, a ritrovare l’essenza della loro femminilità, a trarne vantaggi per la salute; e talvolta questi sono soltanto i punti di partenza per un viaggio all’interno di una diversa musicalità, di nuovi modi espressivi, di un’altra cultura.

* Awalim Danze Orientali. L’associazione si dedica alla promozione e alla diffusione della danza del ventre in tutte le sue forme. Oltre alla formazione delle danzatrici, trattata in tutti i suoi aspetti, l’associazione si occupa anche dell’organizzazione di spettacoli di danza orientali e di eventi e manifestazioni che contribuiscano a diffondere questa forma d’arte antica e affascinante.

approfondimenti www.awalimdanzeorientali.it


Agenda 52

a cura di Cristina Pappadà

Eventi dal mondo Appuntamento da non perdere per chi sarà nel nuovo continente, è il Carnaval de Québec: il festival carnevalesco invernale più famoso al mondo che si svolgerà dal 29 gennaio al 14 di febbraio. Un carnevale ricco di storia, tradizione e divertimento che offre ai visitatori l’insolita sceneggiatura del manto innevato. La manifestazione dalla tradizione lunghissima, nata per sconfiggere i rigori del freddo, coinvolge oggi tutta la cittadinanza ma incanta visitatori e turisti che saranno accolti in città da splendide e imponenti sculture di ghiaccio e neve, immancabili sfilate colorate di carri, oltre agli insoliti spettacoli sulla neve o la corsa sul ghiaccio con le slitte trinate da cani. Ogni anno, nel mese di gennaio nel Rajasthan si può partecipare al Camel festival di Bikaner. Danze di musica popolare suoni e colori che affascinano quanti vi partecipano, oltre alla possibilità di partecipare alla compravendita di cammelli. Durante la manifestazione si potrà assistere a cortei, sfilate e concorsi per premiare le varie categorie in gara e poter ammirare le splendide decorazioni dei loro animali. Non mancano tè e dolci preparati da latte di cammello per la gola

dei visitatori interessati ad assaggiarne. Entrambe le serate si concludono con appuntamenti con gli artisti di fama popolare del Rajasthan. Fnb dance umbrella è un festival annuale che si tiene in Sudafrica dal 27 febbraio al 14 marzo 2010 e mette in scena i migliori ballerini di danza contemporanea provenienti dall’Africa e dal resto del mondo. Si tratta di una piattaforma aperta, che comprende spettacoli di giovani e gruppi di comunità, presentando i lavori di coreografi e operatori professionali. Tra gli obiettivi principali del Forum dance è quello di creare uno spazio per il nuovo lavoro e il ruolo del Dance umbrella nello sviluppo della danza contemporanea in questo paese non può essere sottovalutato. Per chi resta in Europa, ma ama il pericolo, suggeriamo una festa primaverile davvero esplosiva: dal 15 al 19 marzo, a Valencia (Spagna), si festeggiano las Fallas. La notte del 19 marzo in una travolgente serata di primavera, dopo aver sfilato per la città, tutti i “Ninot”, carri allegorici con sembianze di pupazzi, vengono bruciati in un impressionante

spettacolo di fuoco e scintille dal fascino pagano di tempi remoti. Anche quest’anno, tutto il mondo il 22 aprile celebrerà la “Giornata della Terra”, che dal 1970 pone l’attenzione sulle tematiche ecologiste e sulla difesa del pianeta per dire un no deciso all’inquinamento atmosferico. L’edizione del 2010 festeggerà i quarant’anni della manifestazione con iniziative tese a sensibilizzare non solo tutti i singoli cittadini ma anche gli stessi governi a dar vita alla green-economy, diminuendo le emissioni di gas nocivi all’ambiente e valorizzando le risorse alternative. Affascinante e suggestiva è la cerimonia di Poi Sang Long che si tiene a Mae Hong Son (Thailandia) i primi giorni del mese di aprile. Durante questa cerimonia giovani di età compresa fra i sette e i quattordici anni vengono ordinati novizi e da questo momento iniziano a studiare le dottrine buddiste. Vestiti come principi e protetti da ombrelli dorati, sfilano per il paese tenuti in spalla da uomini travestiti da cavallo.

Dieci anni di Forum sociale mondiale Il 2010 è il decimo anniversario della costituzione del Fsm: dal briefing brasiliano di quattro giorni cominciato il 25 gennaio scaturirà una serie di 27 forum decentrati in tutto il mondo in preparazione del Gran Porto Alegre 2011, a dieci anni, questa volta, dal primo Forum, che vide la partecipazione di 20 mila persone inneggianti lo slogan “Another world is possible!” Il popolo di Porto Alegre 2001 protestava contro l’avanzata del capitalismo spietato, smascherato dalle incertezze della caduta del Muro. L’obiettivo era quello di indebolire e decostruire il nuovo imperialismo dei paesi ricchi, rappresentato dal Forum economico di Davos, spostan-

do la centralità delle tematiche dalle regole economiche alle questioni sociali. L’evoluzione del movimento è passato dall’etichetta di antimondialista a quella di altermondialista, cercando di superare ogni barriera per il dialogo, per la ricerca, per la giustizia, per la pace. A dieci anni di distanza sono stati sensibili i cambiamenti: la redazione di una Carta dei principi sempre più condivisa, la specifica e approfondita trattazione di tematiche che hanno poi portato forti cambiamenti in ogni regione, l’economia solidale, il commercio equo, la crescita dell’impegno nei temi del Fsm, testimoniati dalla crescita sempre maggiore delle partecipazioni, cresciute nel 2009 a 150 mila persone. Il

Forum sociale europeo si terrà quest’anno a Istanbul e ha avuto bisogno di un articolato processo preparatorio per la complessità delle tematiche che saranno dibattute. Come dimostra anche il caso europeo, per riuscire nei suoi obiettivi il Fsm avrà bisogno sempre, come in passato, di una forte adesione al significato di ciò che propone e all’articolazione tra genti di tutto il mondo, che aderiscano non solo nelle parole a quanto viene stabilito ad ogni manifestazione. [A.A.]


Agenda\Curiosità & Cucina 53

la ricetta di Melting Food\

Minestra di fagioli bianchi Potaje de frijoles blancos Lasciare in ammollo i fagioli con un pizzico di bicarbonato almeno 12 ore prima di cucinarli. Sciacquare accuratamente i fagioli e lessarli in abbondante acqua con la foglia di alloro. Nel frattempo tagliare a pezzetti la cipolla e il peperone, schiacciare bene gli spicchi d’aglio, sbucciare la zucca e le patate e tagliarle a dadini. Tagliare la pancetta a pezzetti e soffriggerla, quindi, aggiungere la cipolla, il peperone, l’aglio, un pizzico di cumino, e farne un soffritto. Controllare la cottura dei fagioli schiacciandone uno, se sono pronti, aggiungere il soffritto, la zucca, le patate, la bietola lavata e tagliata sottile, la passata di pomodoro e il sale a piacere. Regolare secondo i gusti la quantità di liquido della minestra lasciando cuocere, se necessario, ancora per un po’ senza coperchio. A fine cottura aggiungere il prezzemolo ben tritato e due cucchiai di olio di oliva.

Dejar en remojo los frijoles con un poco de bicarbonato al menos 12 horas antes de cocinarlos. Enjuagarlos bien y ponerlos a cocinar en agua abundante con la hoja de laurel. Mientras tanto, cortar en pedacitos la cebolla y el pimiento, aplastar bien el ajo, pelar la calabaza y las papas y cortarlas en cubitos. Cortar el tocino en trocitos y ponerlo a sofreìr, luego agregarle la cebolla, el pimiento, el ajo, un poquito de comino y hacer un sofrito. Controlar la cocciòn de los frijoles aplastando uno, y si estàn listos, añadir el sofrito, la calabaza, las papas, la acelga lavada y cortada fina, el puré de tomate y la sal a gusto. Si el potaje todavìa està muy lìquido, dejar cocinar por màs tiempo sin tapar. Por ù ;ltimo añadir el perejil bien triturado y dos cucharadas de aceite de oliva

Ingredienti per 8 persone:

Para 8 personas:

500 gr di fagioli bianchi 100 gr di pancetta 1 cipolla grande 1 bicchiere di passata di pomodoro 1 foglia di alloro 4 spicchi d’aglio 1 peperone verde 1 pezzo di zucca, 2 patate medie 1 mazzetto di bietola 1 ciuffetto di prezzemolo, cumino, sale, olio di oliva.

500 gr de frijoles blancos 100 gr de tocino o bacòn 1 cebolla grande 1 vaso de puré de tomate 1 hoja de laurel 4 dientes de ajo 1 pimiento verde 1 pedazo de calabaza 2 papas medianas 1 mazo de acelga unas hojas de perejil, comino, sal, aceite de oliva.

MeltingFood catering, house-cook ed eventi multietnici. www.meltingfood.it

Da non perdere - Territorio\

OpenCall_MartedInFabbrica La Fabbrica dei gesti, associazione di promozione sociale operante a San Cesario di Lecce, nell’intento di divenire centro propulsore dell’incontro tra diverse discipline artistiche e diverse culture invita artisti, creativi e curiosi a partecipare a OPEN CALL_MartedInFabbrica. Ogni mese, per due martedì a settimana, a partire dal 29 dicembre 2009 per finire a maggio 2010, l’associazione chiama tutti a partecipare all’incontro e al dialogo, con il tema di sfondo sempre legato all’intercultura. La Fabbrica dei gesti apre il proprio spazio per ospitare e mettere in relazione le molteplici discipline artistiche, privilegiando lo scambio tra culture diverse e l’interazione. Con l’intento di favorire l’incontro con artisti del territorio, e non solo, e di favorire la sperimen-

tazione e la progettazione partecipata, La Fabbrica dei Gesti invita artisti, creativi, curiosi e appassionati di tutto il territorio regionale, e non, a far pervenire via mail una scheda/progetto con la descrizione della propria idea progettuale ed una breve nota del soggetto proponente. Successivamente le proposte pervenute verranno valutate e selezionate. I proponenti selezionati verranno contattati via mail. Sono ammesse forme di intervento eterogenee (performances, installazioni, sound-piéces, laboratori, fotografia, video, interventi relazionali, ecc.), tema di tutti gli incontri: il dialogo. In quest’ottica sono già state avviate delle collaborazioni con artisti come: Teatro delle Albe, Marcelo Bulgarelli, Mandiaye Ndiaye , Radicanto, Adria, Steela, Transalento,

BandAdriatica, Canzoniere Grecanico Salentino, Tiziana Dollorenzo Solari, Roberto Chiga, Maissa N’diaye, Dj Pantu, Silvia Lodi, Claudio Prima, Emanuele Coluccia, Andra Presa, Serena D’Amato, Sara Vallucci, Imma Vitello, Alessandro Mazzotta e tanti altri. La Fabbrica dei gesti vuole essere uno spazio adeguato, ospitale, un “gesto aperto” che offre l’opportunità di esprimere liberamente la propria soggettività artistico/creativa, condividendo con gli altri il proprio linguaggio, percorso, risultato. Un riferimento, uno spazio attivo di elaborazione e costruzione, ricezione e produzione, aggregazione e confronto, dove potersi incontrare, conoscere, discutere, crescere insieme attraverso lo scambio di idee, pareri e proposte. info@lafabbricadeigesti.it


Agenda\La tana del satiro 54


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