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Luciana Mariani, osu

I C O N A di un M I S T E R O

Presentazione di Maria Benedica Rio, osu

Introduzione di Madre Colette Lignon, osu Priora Generale

Provincialato delle Orsoline dell’Unione Romana Via Nomentana, 34 – 00161 ROMA

2000


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“ELETTA” AD ESSERE SPOSA DEL FIGLIO DI DIO. (reg. prol. 7 S. Angela Merici)

“Ti farò mia sposa per sempre, … ti fidanzerò con me nella fedeltà” (Osea 2,21-22)

Maria, Vergine Madre, Sposa immacolata e fedele del Verbo in un abbraccio di redenzione che, dalla croce, scende sul suo trono regale e su Angela Merici, in ginocchio. Maria, Madre del Figlio di Dio e della Chiesa. Lo sguardo dolce e quasi ridente di lei, s’incontra con quello stupito ed estasiato di Angela. Il Figlio Gesù l’ha eletta sua intatta sposa con l’anello della fedeltà a quella volontà del Padre racchiusa nel rotolo che tiene stretto nella mano sinistra. Stretto nella forte, piccola mano e appoggiata sul ginocchio, sta il rotolo su cui è anche scritto il destino misterioso della creazione. La linea ideale dell’arco ogivale ha il suo vertice al centro del braccio verticale della croce. Una lampada accesa è posta su un’alta colonna. Lampada nutrita con l’olio dello Spirito di fedeltà. Lampada accesa…attesa vigilante e perseverante dello Sposo. Maria guarda con tenerezza Angela scelta dal Figlio quale sposa. Quel suo Figlio Gesù sempre guidato dallo Spirito del Padre nelle sue scelte d’amore. Lo sguardo estasiato di Angela contempla nel futuro la fedeltà del suo Signore e Sposo che rende feconda lei, sua Serva, nella maternità di una moltitudine di vergini elette alla sublime dignità di spose del Figlio dell’Altissimo.

Icona di Alice Pedrotti (2000) Laboratorio di Iconografia “Santi Martiri” Via Madruzzo, 46 – Trento (Italia)

ORSOLINE UNIONE ROMANA Provincia d’Italia Via Nomentana, 34 - Roma


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PREFAZIONE

“Icona di un mistero”. Icona del mistero dell’unione sponsale di Cristo e della Chiesa. Questa è la vocazione della Figlia di Angela Merici. E non lo è stata lei stessa, in un certo modo, fra noi e per noi? Suor Luciana ci ha lasciate il 19 dicembre 1998 dopo aver dato molto si sé all’Istituto e a tutta la famiglia mericiana. Lezioni, conversazioni, conferenze, tridui e ritiri, anche articoli apparsi nella rivista “Vita Consacrata”, che ne ha autorizzato la riproduzione. I lavori di Suor Luciana su Sant’Angela, oltre alla somma rappresentata dal volume Angela Merici, contributo per una biografia, si sono scaglionati lungo più di 20 anni. Essi costituiscono un patrimonio di storia e di spiritualità di cui molte hanno approfittato, in parte, nel corso di incontri o di sessioni. Sembra giusto porre questo tesoro, per quanto è possibile, a disposizione di tutte. Tale è il fine di questa pubblicazione in cui scorre, attraverso tutte le pagine, il medesimo filo: icona di un mistero. Nel corso degli anni, Sr. Luciana si è rivolta ad auditori diversi: Orsoline religiose e secolari, di questa o di quella congregazione, di questa o di quella compagnia; lo ha fatto spesso in occasione delle riunioni della C.I.M. (Conferenza Italiana Mericiana) che riunisce le une e le altre. Le è accaduto più di una volta di proporre ad un gruppo, con qualche variante, una conferenza tenuta tempo prima ad un’altro. Succede anche che, pur trattando un tema diverso, e per persone diverse, affronti incidentalmente uno stesso argomento. Da un testo all’altro si trovano, dunque, ripetizioni. Gli articoli seguenti, di lunghezza e d’importanza disuguale, possono generalmente essere letti ugualmente. Per conseguenza, sarebbe arbitrario volerli classificare in maniera sistematica; pertanto si è cercato di raggrupparli secondo una certa logica. D’altronde, alcuni di questi testi sono stati scritti prima delle scoperte maggiori che hanno portato alla pubblicazione del volume Angela Merici, contributo per una biografia, che noi designeremo con la sigla MTS; essi contenevano dettagli che richiedevano di essere corretti, cosa che, del resto, Sr. Luciana stessa ha fatto per alcuni di essi; gli altri, ora corretti e poco numerosi, sono indicati, all’occorrenza, da parentesi quadre. Precisiamo ancora che là dove il testo originale utilizza la Regola secondo l’edizione del Turlino, è stato sostituito nelle citazioni dalla versione trivulziana. Non è stato qui riportato un articolo che vale largamente la pena di essere letto o riletto: si tratta della prima parte dell’articolo “Orsoline” nel Dizionario di spiritualità ascetica e mistica, sotto la direzione di Marcel Villier, SJ, Vol. XVI, cc. 7183. Questo libro non è un’opera da leggersi di seguito. Potrebbe dare l’impressione di contenere ripetizioni fastidiose. Perché Sr. Luciana si ripete; infatti, al seguito di Angela, elle dice sempre la stessa cosa e non cessa di meditare sulla “nuova e stupenda dignità” propria delle “spose dell’immortal Figliolo dell’eterno Dio” – Icona di un mistero…


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INTRODUZIONE

Alla vigilia del grande Giubileo dell’anno 2000, siamo felici di offrire alle Orsoline queste pagine di Suor Luciana Mariani, che permetteranno loro di approfondire la spiritualità di Angela Merici, loro Madre e Fondatrice. Questo Giubileo è il giubileo dell’Incarnazione: Dio è venuto ad incarnarsi nella nostra umanità per farci partecipi della sua divinità. “Ammirabile scambio!” – esclama la liturgia. Per dire questa stupenda realtà dell’amore di Dio, la Bibbia e tutti i mistici hanno privilegiato l’immagine delle nozze. Essi hanno visto nell’Incarnazione il mistero dello sposalizio di Dio con l’umanità, del Creatore con la sua creatura, realizzazione del suo progetto eterno concepito prima della creazione del mondo. 500 anni fa, Angela Merici, mossa dallo Spirito di Dio, affidava alle sue figlie la missione, non di fare questo o quello, ma di ESSERE nel cuore della Chiesa icone viventi di questo mistero di alleanza: “Voi siete state elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio”. “Nuova e stupenda dignità”, ella dice ancora. Dignità che è in realtà quella di ogni persona umana invitata a rivestire l’abito nuziale e ad entrare nella sala delle nozze – e di cui le Orsoline sono chiamate, prima di ogni altra cosa, ad essere segno. Possano queste pagine di meditazione – Icona di una mistero - aiutare le figlie di Angela a “riconoscere che cosa comporta” la loro vocazione.

Roma, 1 ottobre 1999

Colette Lignon, osu


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1. ANGELA MERICI E SANT’ORSOLA Conferenza tenuta in francese il 20 ottobre 1974 durante una Conferenza Generale e largamente ripresa nel volume “Angela Merici, Contributo per una biografia” (cfr. le note del fascicolo)

Parlare del rapporto fra sant’Orsola e Angela Merici significa, a mio parere, ripercorrere il cammino ideale che riconduce la fondazione delle Orsoline alla loro Patrona e scoprire il perché di questa scelta; e tentare soprattutto, credo, di ricostruire con l’aiuto di un prototipo, per quanto ideale, gli elementi qualificanti dello stile di vita e della spiritualità mericiana proposti da Angela. E’ qualcosa che può essere d’aiuto, oggi che la crisi di identità è così acuta. Ma: chi era Sant’Orsola? Le testimonianze storiche della sua esistenza si perdono nella notte dei tempi, e le molteplici leggende che si sono stratificate l’una sull’altra hanno spinto gli storici a mettere in dubbio non solo il suo nome e i suoi elementi biografici, ma persino la sua esistenza. Eppure già dal Medio Evo era nota l’iscrizione detta di Clemazio, incisa su una lapide più tardi murata nella chiesa di sant’Orsola a Colonia. Eccone il significato: “Spinto a parecchie riprese da raggianti visioni divine e dalle virtù della grande maestà del martirio di vergini celesti, Clemazio, uomo illustre venuto dall’Oriente, ricostruì dalle fondamenta questa basilica a proprie spese, su terreno proprio, per adempiere un voto che aveva fatto”. Segue un’invettiva contro chiunque volesse seppellire un cadavere che non fosse quello di una vergine, in questo luogo dove esse avevano sparso il loro sangue. I caratteri della scrittura sono del più puro e più severo stile antico, fin nei particolari; e questa osservazione può applicarsi anche ad alcune particolarità ortografiche. Nell’insieme, questa epigrafe può essere datata dal 350 al 450. A quel tempo la fama di sant’Orsola e delle sue Compagne non era ancora divulgata, e la leggenda non si era ancora sviluppata: Clemazio doveva essersi basato su una tradizione abbastanza recente che risaliva ad avvenimenti realmente accaduti e il cui ricordo non s’era ancora dissolto. L’ubicazione della basilica di Colonia dedicata a sant’Orsola era sempre stata considerata come il luogo stesso della sepoltura delle martiri, se non proprio quello della loro passione. I bombardamenti della seconda guerra mondiale diedero un contributo efficace ed irrefutabile alle ricerche degli archeologi. Approfittando dello stato della chiesa e dei lavori necessari alla sua ricostruzione, essi incominciarono a scavare in profondità, guidati dall’iscrizione di Clemazio. Fu così che sotto l’abside della basilica vennero in luce successivamente i resti di un muro di stile romanico e dei rimaneggiamenti probabilmente del X secolo; al di sotto si trovarono le tracce d’un edificio visibilmente anteriore al 350.


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Questo strato – il più profondo – presentava le rovine di una chiesa primitiva costruita sopra un antico cimitero romano. I cristiani, approfittando della legge che vietava la “violatio sepulchri”, seppellivano i loro martiri nei cimiteri pubblici, sui quali appena possibile amavano innalzare luoghi di culto. Così dovevano aver fatto anche a Colonia. Ma nel 355 i Franchi avevano distrutto la città, e con essa la chiesa delle vergini martiri. E’ dunque solo successivamente che Clemazio aveva dovuto restaurare a sue spese la chiesa: la seconda in onore di queste vergini. E’ tra le rovine della navata di costruzione posteriore che si scoprì una tombareliquiario del X secolo con undici loculi, che dovevano aver servito per rinchiudervi resti umani dopo la loro esumazione. Si poteva così essere sicuri dell’autenticità intrinseca della testimonianza storica offerta dall’epigrafe di Clemazio. A sua volta, l’epigrafe rendeva giustizia ad Attila e ai suoi Unni, accusati troppo a lungo dell’eccidio delle vergini di Colonia. Al tempo in cui Attila saccheggiava le città della Gallia e veniva sconfitto ai Campi Catalaunici (451), a Colonia si era già alla seconda basilica in onore delle martiri. Ma quali martiri? Per il momento, vergini senza nome, senza rumore, senza storia, eppure così tremendamente vero e concreto nel loro dono di sé fino all’olocausto. Wandelberto di Prüm, nel suo martirologio in versi apparso nell’848 è il primo a far allusione a migliaia di martiri, alle quali consacra un elogio di quattro versi, e questa lunghezza, eccezionale nella sua compilazione, denota che vi annottava grande interesse. La loro commemorazione è segnata al 21 ottobre. Chiesa, monastero e capitolo che noi troviamo già istituiti fin dal IX secolo, si chiamavano “Sanctarum Virginum”, “ad sanctas Virgines”… A partire da questo stesso secolo IX, martirologi, calendari, litanie testimoniano un culto specialissimo a Colonia, rivolto ora a vergini anonime, ora ad undici vergini i cui nomi cominciano ad apparire, e il cui numero sale talvolta fino a undicimila. Si direbbe che il bisogno di rendere concreto l’oggetto di questo culto si vada facendo strada, dopo che una interruzione abbastanza prolungata, al tempo delle incursioni barbariche, aveva cancellato le tracce della loro vera identità. Un Sermo in natali Sanctarum Virginum XI Millium, pronunciato da un panegirista anonimo del X secolo, lascia supporre un certo oblio, dal momento che il suo autore auspica che uno scrittore prenda finalmente la penna per raccontare la storia delle Undicimila Vergini. Nel frattempo si incomincia ad attribuire loro dei nomi, e nomi d’origine romana e frequenti nel IV – V secolo: Martha, Saula, Britula, Gregoria, Saturnina, Sabatia, Pinnosa o Vinnosa, Ursula, Sentia, Palladia, Saturia. Sarebbe stato difficile, in pieno Medio Evo, non attribuire loro dei nomi franchi. Forse essi sono stati suggeriti dalle pietre tombali dell’antico cimitero romano? O totalmente inventati, con una preoccupazione di aderenza storica piuttosto sconosciuta a quei tempi? O, nonostante tutto, la tradizione orale aveva tramandato quei nomi? Non abbiamo alcun elemento per rispondere criticamente a questi interrogativi…


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Ad ogni modo, da questa parte introduttiva noi possiamo trarre le seguenti conclusioni: • Alcune vergini sono state sicuramente martirizzate a Colonia tra il III e il IV secolo, • Esse sono diventate immediatamente oggetto di culto, • Il loro culto è proseguito nonostante le incursioni barbariche, • Numero, nomi, circostanze del martirio non si trovano in documenti di valore storico. Prima di passare all’origine della sorprendente fama postuma delle vergini martiri di Colonia, dobbiamo abbordare il problema del loro numero. Il primo formulario di una Messa in onore delle Martiri di Colonia presenta il titolo ufficiale della festa: “Sanctarum XI Virginum”, mentre Wandelberto parla di migliaia di sante. Wilhelm Levison, nel suo Das Werden der Ursula-Legende, ci dà una spiegazione plausibile: “nei manoscritti il trattino posto su una lettera significa ora che bisogna prendere la lettera come un numero, ora che tale numero deve essere moltiplicato per mille. XI, che dovevano significare undici, hanno finito per essere letti ‘11000’. Evidentemente, l’ipotesi si fonda su un postulato: e cioè che inizialmente ci fosse il numero 11. A poco a poco le Undicimila prendono il sopravvento; le leggende che sorgono in questa epoca, o la scoperta nel 1106 della grande necropoli romana dell’antica Colonia Agrippina (subito soprannominata “ager ursulanus”) verranno a provare e confermare questo numero inverosimile. Secondo il predicatore del Sermone già citato, questo gruppo sarebbe venuto dalla Gran Bretagna sotto la guida di Vinnosa (Pinnosa per i Germani). Ma qualche tempo dopo, questa dovette perdere una buona parte del favore di cui aveva goduto a Colonia, a motivo del trasferimento delle sue ossa a Essen. Il suo posto venne definitivamente preso da Orsola: un nome che ricorre anche in un’iscrizione lapidaria nella chiesa delle martiri. Si tratta di un caso di omonimia, o è semplice frutto di confusione (dal momento che la piccola Orsola di questa pietra tombale è morta a otto anni?). Non lo sappiamo. Sta di fatto che la comunità femminile locale votata al culto delle Undicimila Vergini credette e fece credere che deteneva la tomba di sant’Orsola. Ed è probabilmente per illustrare queste sante reliquie che fu composto la “passio” più antica “Fuit tempore pervetusto”. Ma il suo latino alquanto oscuro ne rese difficile la diffusione. Non ne conosciamo che sei manoscritti. Noi preferiamo soffermarci su una passione posteriore: Passio Sanctarum XI Millium Virginum “Regnante Domino”, che costituisce come una nuova versione della precedente, ma è di più facile lettura. Ed è forse per questo motivo che ha conosciuto una più larga diffusione, tanto che ce ne restano un centinaio di manoscritti. Su questa “passione” dovevano fondarsi i predicatori, i distributori di reliquie, i pellegrini che partivano dalla Germania verso la Terra Santa passando da Venezia. E gli echi di questa leggenda, insieme con la Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze,


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pubblicata in italiano nel 1475, alimentarono forse i racconti di cui Giovanni Merici riempiva le serate in famiglia, stando alle testimonianze del Processo Nazari. E i suoi figli popolavano sogni, preghiere, giochi del ricordo di questi eroi ed eroine della Chiesa primitiva. Per la loro fede semplice e profonda, nutrita di sacrifici, di lavoro e d’orazione, quei santi da leggenda assumevano la realtà concreta di testimoni coraggiosi e coerenti dell’amore di Dio, fino a costituire insieme la trama della passione “Regnante Domino” (forse sconosciuta alla maggior parte di noi), la più diffusa in Germania, nella Francia del Nord e nelle province belghe. Riassumerò il racconto, senza metterci nulla di mio, e prendendo preferibilmente le espressioni stesse del testo, Nell’antica Britannia un re e sua moglie erano in attesa d’un figlio, e lo speravano maschio. Dio invece diede loro una bambina, dotata però d’animo virile. Lui, che chiama per nome coloro che ha predestinato, suggerì ai genitori di chiamarla Orsola, perché un giorno, come già Davide aveva fatto con l’orso, avrebbe soffocato il diavolo. Educata secondo la sua condizione, eppure distaccata dalle ricchezze del mondo, Orsola sospirava le nozze spirituali e meditava giorno e notte la legge divina. (Un profilo, fin qui, piuttosto stereotipo). L’artista divino l’aveva già scelta come una gemma della sua chiesa, facendole risuonare all’orecchio la sua voce: “Ascolta, figlia mia, tendi l’orecchio: il re vuole la tua bellezza”. Il figlio unico di un re barbaro e pagano, che aveva assoggettato molti popoli, la fece chiedere in matrimonio, offrendole ricchi doni e promettendole città, campi, flotte, corona regale… e terribili castighi in caso di rifiuto. Sgomento del padre, diviso fra la ragion di stato, e l’amore di Dio al quale sua figlia già appartiene; prospettive di massacri, di profanazioni, di distruzioni. Orsola ne intuisce il motivo. Allora, come Giuditta ed Ester per la salvezza del loro paese, si dà alla preghiera e al digiuno. Nella notte le viene rivelato l’avvenire, col suo corteo di compagne e la palma del martirio. All’aurora Orsola si presenta al padre ilare e sorridente, e lo tranquillizza: “Rassicurati nel Signore, lui che non lascia mai il giusto nell’inquietudine senza fine… Sappi che la voce del divino Consolatore si è rivolta a me, sua indegna serva. Mi ha fatto capire che non si deve scoraggiare il mio pretendente, né temere per la mia verginità”. E Orsola si mette ad enumerare le condizioni del proprio consenso: che padre e pretendente le diano dieci compagne, e per ognuna altre mille, e undici navi, e un periodo di tre anni per fare della loro verginità un dono di consacrazione. Il padre aggiunge altre due condizioni: che il promesso sposo incominci a farsi battezzare e col dare testimonianza di vita cristiana per tre anni. “Il disegno di Dio su di me, nessuno lo potrà cancellare!” esclama Orsola! Accettate le condizioni, il padre da una parte e il fidanzato dall’altra raccolgono nel loro regno le vergini per questa “nuova milizia”, e le rivestono regalmente, mentre l’intero popolo viene mobilitato per la costruzione e la decorazione delle galee. Dappertutto risuona il lavoro degli operai. Ben presto la grande avventura verginale incomincia: le triremi accolgono questa inusitata legione di fanciulle, per lo più pagane, desiderose di conoscere il


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mistero di cui si sentono avviluppate. Orsola ne è la sovrana, seguita da Pinnosa, figlia d’un grande generale, “quasi magistra virginalis militiae”. Circondata dal suo esercito virgineo, la beata Orsola col volto e il cuore nella gioia, rende grazie a Dio; poi, come si fa tra commilitoni, rivela alle sue compagne il grande segreto, e incomincia ad istruirle nella pratica dell’amor di Dio con pie esortazioni, e le incoraggia, e le rende ardite. L’ascoltano con intensa avidità, poi, levando al cielo le mani e il cuore, come se si fossero già votate a Cristo con giuramento militare, promettono fedeltà a tutti i doveri religiosi e si esortano reciprocamente a farne esercizio. Fra tutte “cor unum et anima una erat”. Alla dolcezza celeste che provavano nell’anima, già il mondo e la sua gloria perdevano ogni fascino. La trasformazione di queste giovinette da barbare a cristiane e la loro preparazione al martirio si fanno sulle loro navi, in una sorta di spazio ideale tra due infiniti, quello del cielo e quello del mare, e con un tirocinio animato dalla gioia di vivere e dall’ardire dell’adolescenza. E’ cos’ che esse celebrano “cum multa iucunditate”, e durante tre anni, il preludio del loro martirio. Siamo in pieno Medio Evo, eppure quanto lontani da una certa santità tradizionale, dai tratti rigidi, grigiastri! Ma, nello stesso tempo, quale totalità di separazione dal mondo, quale persistenza nello sforzo, quale scelta coraggiosa del sacrificio! L’ora degli sponsali si avvicina. Orsola, benché fiduciosa nella promessa dell’oracolo, ma timorosa della propria debolezza, raccomanda alle sue “convergini” – che aveva educato con la parola e con l’esempio – di intensificare le loro suppliche alla misericordia divina al fine di non compromettere quella verginità che avevano così coraggiosamente custodito per il loro Re celeste. Il coro delle vergini si effonde in pianto e in preghiere per la conservazione della verginità di ciascuna e della loro regina. Scoppia un temporale. Le navi sono trascinate lontano dalla Britannia, fino a Tiel. Allora questa donna, Capitana d’una simile avventura, scioglie al suo sposo il suo cantico nuziale. Un canto condiviso “non clamoroso strepitu, sed pari cordis concentu”, e che sale in odore di soavità fino al Signore degli eserciti. L’indomani, a forza di remi, si raggiunge Colonia. La notte, nuovo messaggio: Andrai a Roma e ritornerai con tutte le tue compagne, per il martirio. “Riceverete qui la corona di giustizia, a motivo della testimonianza che avrete reso a Dio…Lascerete qui i vostri corpi corruttibili per pervenire alle nozze celesti nella gloria del martirio”. Nuova convocazione di tutta la legione verginale. All’annuncio, “communis exsultatio facta est, immolatisque laudum hostiis, unanimi deliberatione” riprendono il loro viaggio. Per nave fino a Basilea; poi a piedi fino a Roma (si vede bene che l’autore di questa Passione non doveva aver mai passato le Alpi!): qualche giorno per visitare le chiese e le tombe dei santi e per raccomandare la loro anima a Dio, facendosi un ornamento di lacrime per rendersi degne della sua vista; poi di nuovo a Basilea a piedi, e di là a Colonia. Qui gli Unni si scagliano sulle vergini con grida selvagge, e massacrano con cuore inumano questo gregge innocente.


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“Oh quale festa gaudiosa in cielo oggi – conclude la leggenda – e quale afflusso dei cittadini del cielo! Quale allegrezza per gli Apostoli! Quale gloria comunitaria per i martiri e per le sante vergini che si rallegrano di veder crescere così il loro numero!”. Ecco dunque la “Passio Regnante Domino”. Sarebbe interessantissimo seguire la fama di Orsola nel suo viaggio attraverso le contrade dell’Europa medievale. Essa parte di buon passo nel 1106, l’anno della scoperta del famoso “ager ursulanus”. Si trattava, in realtà, dei numerosi resti dell’antica necropoli romana di cui abbiamo parlato; ma di fronte alla quantità delle ossa, gli abitanti di Colonia credettero di aver trovato il cimitero di Orsola e delle sue compagne, e la leggenda delle undicimila vergini ricevette la sua consacrazione ufficiale. Sui passi della leggenda sciamavano anche le reliquie. Le reliquie diventavano mezzo di migrazione della leggenda, perchè ogni testa avesse il proprio nome, la propria storia… Qualche epitaffio fornì il nome; la pietà, la buona fede e la credulità vi aggiunsero la storia e l’aureola. Elisabetta di Schönau (nata nel 1123) con le sue “Rivelazioni sul santo esercito delle vergini di Colonia” doveva contribuire largamente a riempire i vuoti dalla mancanza di documenti storici, e a spiegare la presenza di resti di adulti e persino uomini. “Problemi puerili vi trovano spiegazioni laboriose, che ci fanno sorridere, ma che, evidentemente, appagavano la veggente e il suo ambiente, così come dovevano soddisfare gli scritti e gli artisti fino alla fine del Medio Evo”. Elisabetta ottenne un successo prodigioso, gli amatori di leggende s’impadronirono delle sue biografie ingenue, la gente vi prese devozione e l’arte vi si adeguò. Verso la fine del 1100 un autore incerto si mette a completare l’opera di Elisabetta. Ma i suoi libri ai nostri giorni sembrano piuttosto a metà strada fra la puerilità, il funambolismo spirituale e la parodia. Ad ogni modo, egli porta a 769 il numero dei personaggi indicati per nome. Crombach, facendo un censimento dell’esercito delle vergini di Orsola sulle tracce di queste “Rivelazioni” rimaste incomplete, ne ha contate 9816! Come si può vedere, l’anonimo non aveva esitato a dare un nome o un ruolo a tutte le ossa offerte dalla necropoli! Nella sua Leggenda Aurea, Jacopo da Varazze (come già Elisabetta), accoglierà nel corteo delle vergini il promesso sposo di Orsola, il papa Ciriaco (mai esistito) che si sarebbe dimesso per poter seguire le vergini, e tutto un seguito di cardinali e di vescovi. Ingenuo, nonostante i suoi scrupoli di storico, ma il pennello del Carpaccio lo seguirà da vicino. E nonostante tutto questo, siamo ben lontani dal ridicolo, perché tutte queste sovrastrutture dell’ignoranza e della fantasia non tolgono nulla alla tremenda realtà d’un martirio di giovinette cristiane a Colonia. Erano vergini. Hanno affrontato insieme la loro passione; sono morte in un supremo atto di fede e d’amore. Ed è questo che conta per noi.


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A questo punto della nostra conversazione è assai importante scoprire, respingendo ogni stratificazione sovrapposta, l’ideale di santità e di femminilità che affiora dalla leggenda, e che si è imposto alla devozione e all’ammirazione del basso Medio Evo e del Rinascimento. Orsola è una donna dalla dignità regale, fiera, coraggiosa, audace, aperta agli altri. Temperamento di capo, è capace anche di stabilire una fraternità – cor unum et anima una – che va fino alla morte. La gioia freme attraverso l’intera leggenda: la figlia di Jefte aveva pianto la sua verginità per due mesi; Orsola chiederà invece tre anni per consacrarla, con tutto un esercito di consorelle. Se la leggenda viene da un nucleo di tradizione orale, e se questo nucleo è vero, questa vergine capitana avrebbe sentito il bisogno di abbandonare tutto, di separarsi dal mondo con le sue figlie-sorelle per meglio far loro conoscere Cristo, dando così alla loro avventura spirituale una dimensione per così dire comunitaria. Conquistatrice d’anime, le trascina nel proprio solco verginale con un entusiasmo coraggioso; uno stesso amore la porta ad abbracciare Dio e le anime certamente per amore di Lui, uno stesso slancio la impegna in una consacrazione totale a Cristo e in un’opera di evangelizzazione diretta. Consacrata, lo è dall’infanzia, docile allo spirito, irremovibile nella sua fede e nella sua fiducia, diventerà apostola non appena il richiamo di Dio si farà sentire. Il suo pellegrinaggio a Roma metterà il sigillo della Chiesa al suo martirio. Verrà un giorno in cui un’altra vergine, affascinata dall’attrattiva irresistibile di Orsola, mettendo le proprie figlie-sorelle sotto la protezione della martire di Colonia, rinnoverà nella storia della Chiesa il miracolo di una maternità spirituale che supera i limiti umani dl numero, di spazio e di tempo. Di questa maternità noi siamo insieme frutto ed eredi. La grande aspirazione di oggi, dopo il Vaticano II, è quella di ritornare alle scaturigini. Ma ci accade talvolta di lasciarci disorientare o dall’imprecisione delle conoscenze storiche, o dalla confusione delle sollecitazioni provenienti da ogni direzione, o ancora dall’illusione di tutto risolvere coi convegni e le “publiques relations”. E invece si tratta davvero di tornare alla sorgente pura, autentica, viva, sgorgata sotto l’impeto dello Spirito Santo: cioè al carisma del fondatore, alla sua intenzione, alla missione e alla funzione da lui legata alla sua istituzione, senza per questo voler far rivivere circostanze necessariamente transitorie. Angela, grazie ad una saggezza poco comune, ha prima di tutto distinto i due aspetti del suo messaggio: l’irreversibilità della sostanza e la potenzialità d’evoluzione della forma; la pienezza dell’impegno e l’aggiornamento della sua espressione. Ha chiesto la perseveranza e la fedeltà del dono di sé, ma ha previsto anche una certa agilità e adattabilità quanto all’esteriore. E’ uno degli aspetti più sorprendenti del suo profetismo e della sua creatività. Donna completa, è capace di una maternità molteplice e multiforme. La sua vocazione personale l’orienta verso una consacrazione totale al Signore, che si esprime, secondo la tradizione, con la pratica dei tre consigli evangelici. Guardate quello che ne dice nella Regola, e le precisazioni aggiunte da


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Cozzano: è un dono totale, d’una misura che potrebbe ben coprire non solo delle promesse, ma dei voti di religione. L’idea di Angela è chiara; essere lei e fare delle sue figlie donne totalmente di Dio, immerse in lui. Ma il suo realismo, il suo zelo per la gloria di Dio, e lo spettacolo quotidiano della miseria e dello sfruttamento della donna, la spingono nello stesso tempo verso un’azione di redenzione sociale e d’apostolato. Sente il bisogno di impegnarsi e di impegnare le sue figlie in “opere di bene” orientate alla salvezza della gioventù femminile. La sintesi di queste due linee di forza si concretizza in una figura contemplativa-apostolica giuridicamente ancora sconosciuta ai suoi tempi. Le religiose del ‘500, infatti, dovevano vivere nella più stretta clausura, assolutamente separate dal mondo. Apostolato e consacrazione religiosa sono – a quell’epoca – due termini incompatibili e “de iure” e “de facto”. Chiudere in convento le sue figlie in una tale situazione avrebbe significato rendere loro impossibile qualunque azione apostolica. Allora Angela, sorgente viva che fora la pietra e modella le sponde, Angela inventa una nuova forma di vita, fuori da ogni schema conosciuto. Voleva salvare le due dimensioni irrinunciabili della sua concezione, la consacrazione e l’apostolato. E le salva! Con una decisione audace, lascerà le sue figlie nel mondo e le metterà sotto la protezione di Orsola, una vergine martire non religiosa, ma nel contempo chiederà loro il dono totale di se stesse come a religiose. Ascoltate il Cozzano, che conosce molto bene l’intenzione di Angela, quando si esprime sulla vita condotta dai primi membri della Compagnia: “Questa è quella vita così attiva, che però sempre con la mente stia nel cielo…E così stando vivono congiuntamente nell’una e nell’altra. L’altezza della contemplazione non allontana l’azione, né l’azione impedisce il gusto celeste. Né la luce celeste distoglie dalle opere…” La Chiesa riconoscerà ben presto la Compagnia di sant’Orsola come una fraternità e le accorderà anche dei privilegi come alle famiglie religiose; ma ci vorranno quattro secoli prima di inserire nel Diritto comune gli “Istituti Secolari”, di cui l’istituzione mericiana era stata preludio e avanguardia. Qualche decina d’anni dopo si arriva quasi insensibilmente a una forma di vita che armonizza giuridicamente i due termini dell’intenzione mericiana: la contemplazione e l’apostolato. Si scoprono sempre più i vantaggi spirituali e funzionali della vita in comune (i cui primi nuclei già esistevano ai tempi di Angela, per es., con l’orfanotrofio di Elisabetta Prato, discepola di Angela); l’applicazione delle norme del Concilio di Trento conducono, in alcune regioni, le Orsoline, che già vivono in gruppo, ad assumere definitivamente la forma giuridica della congregazione o dell’ordine religioso.Tradimento? No! Evoluzione, aggiornamento secondo le esigenze concrete del tempo. La fonte mericiana, sempre inesauribile, spacca ancora una volta la pietra e modella le sponde: riesce così a piegare le strutture del Diritto comune, ricevendo con le Bolle pontificie il sigillo che consacra giuridicamente la sintesi novatrice di contemplazione e apostolato voluta da Angela. Le Orsoline diventeranno persino moniali, ma a condizione che sia ufficialmente riconosciuta e tutelata la loro missione di educatrici: esse riceveranno le educande nella clausura, apriranno scuole per le esterne, sostituiranno il grande Breviario col Piccolo Ufficio della Madonna. Era cosa


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assolutamente inaudita! Come Orsola e come Angela protagoniste della storia, le Orsoline dominavano le circostanze e spezzavano un sistema che era apparso fino allora inviolabile. L’Orsolina, congregata o moniale, conserverà la consapevolezza che il carisma che le è proprio è stato quello di armonizzare la consacrazione e l’apostolato; l’Angelina, vivendo nel mondo, interpreterà questo stesso carisma sotto la forma secolare. Ma i due rami principali, fecondi di ramificazioni molteplici, partono dallo stesso ceppo. Qualunque sia la loro struttura, le figlie di Angela, nella misura in cui sono fedeli a questa sintesi di contemplazione e d’azione, devono sentirsi ugualmente figlie legittime, e sorelle fra loro, tanto più che gli aggiornamenti richiesti dalla Chiesa e dall’evoluzione dei tempi hanno ridotto le distanze. Ma esse devono anche sapere che le diverse strutture giuridiche e le sane tradizioni del passato costituiscono una eredità sacra che non si ha il diritto di rinnegare. Ed è ancora la Chiesa che ce lo ricorda. Il loro patrimonio storico differisce, però esse hanno in comune la Madre e la Patrona. Ma perché dunque Angela ha scelto sant’Orsola? La leggenda delle vergini di Colonia, l’abbiamo visto, era assai diffusa; chiese e cappelle, leggende e pitture attestavano la popolarità del loro culto. Le rappresentazioni di Orsola di carattere puramente figurativo sono frequenti: la si riconosce ad alcuni suoi attributi. l’ermellino, la corona, l’arco o la freccia, la palma, lo stendardo crociato o i lembi del manto aperti sulle compagne. Abbiamo, inoltre delle sequenze narrative: cicli di pitture in cui la storia delle Undicimila vergini è rappresentata in quadri successivi. La Germania ce ne ha dato sei, quattro l’Italia, quattro la Spagna, quattro il Belgio e uno la Norvegia. Lasciamo da parte i cicli stranieri: Angela non li ha conosciuti. Deve aver visto – passando da Venezia – i famosi quadri che il Carpaccio aveva dipinto per la “Scuola di S. Orsola”, secondo la Leggenda Aurea. Non credo, però, che queste pitture abbiano suscitato in lei suggestioni mistiche: la leggenda sacra ha preso, qui, il tono di una storia romantica di amore e di morte, in cui il promesso sposo di Orsola, diventato cristiano, parte con lei per morire con lei. Sullo sfondo elegante e sontuoso d’una Venezia incantata, si snoda una narrazione che è più vicina alla letteratura rinascimentale che all’agiografia medioevale. Angela ha probabilmente ignorato gli altri affreschi della sua regione: quelli della chiesa di S. Margherita a Treviso, dovuti al pennello di Tommaso da Modena, e così pure quelli di Vigo di Pieve di Cadore, e le due immagini della scuola del maestro Sanseverino; ma ha avuto sotto gli occhi due pitture bresciane: quella del Vivarini nella chiesa di S. Pietro in Oliveto e quella del Moretto nella chiesa di S. Clemente, di fronte alla casa di Agostino Gallo. In queste tele, secondo l’iconografia tradizionale, Orsola sta in piedi in mezzo alle sue compagne sulle quali sventolano i due stendardi orsolini. Queste pitture non erano che l’espressione del culto di Orsola rapidamente diffusosi in Italia, specialmente nel Veneto e in Lombardia, grazie ai romei tedeschi di passaggio. Ufficio e messa propria delle Vergini di Colonia trovano il loro posto anche nella liturgia ufficiale di altri paesi. Per esempio, nel Missale Passaviense,


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stampato a Venezia nel 1522 , noi possiamo leggere, con qualche variante, la Messa che ci è stata tanto familiare: “Gaudeamus omnes in Domino”, con la sua colletta: “Deus, qui digne sacratis tibi virginibus Ursula duce mirandi agonis robur indidisti…”. A Venezia, inoltre, nel 1300 si era costituita la fraternità o Scuola di S. Orsola: un sodalizio d’ispirazione religiosa ed umanitaria; era forse un’eco della confraternita tedesca detta “Navicula Sanctae Ursulae”, che riuniva genti d’ogni classe sociale, compresi sovrani, cavalieri, grandi dame, religiosi. Farei dell’anacronismo se vi parlassi d’una pastorale dei giovani intorno al ‘200 – ‘400; devo però ricordare qui che sant’Orsola era venerata come patrona della gioventù, e che copriva del suo manto regale la Sorbona e le università di Vienna e Coimbra. Bisogna proprio risalire a questa fama per trovare il motivo della preferenza che le ha dimostrato Angela Merici? Non credo! In mancanza di documenti, potremo discutere all’infinito! Angela, che frequentava le celebrazioni parrocchiali, doveva conoscere diverse sante, poiché le loro storie offrivano materiale alla predicazione popolare, e la Leggenda Aurea recentemente stampata anche in italiano ne offriva i temi ai panegiristi. Di più, le letture e i racconti di suo padre le avevano certo fatto conoscere le vergini della Chiesa primitiva. Sicuramente conosceva Caterina d’Alessandria, la santa forse più popolare nell’iconografia di quel tempo.Per lei Angela manifestava una devozione speciale: nella sua festa fonda la Compagnia; è Caterina che il Cozzano cita a fianco di Orsola nella sua Dichiarazione della Bolla; ed è alla leggenda dei suoi mistici sponsali con Cristo che Angela attinge il suo linguaggio nuziale: il Cristo sposo, la dignità regale della vergine della Compagnia, sposa del re dei re, ecc. E nonostante ciò, Angela ha messo le sue figlie sotto la protezione di Orsola! All’origine di questa scelta sta forse un’affinità di temperamento, ma c’è soprattutto somiglianza di vocazione e di messaggio, donde viene tutta una spiritualità ricca e feconda di implicazioni esistenziali. Angela è una creatura di dialogo, di relazioni cordiali. Basti pensare ai suoi amici del Divino Amore, e a tutta la sua azione sociale ed apostolica. Proprio come Orsola, Angela non ha più senso se le si tolgono le figlie. Vi ricordo qui il profilo di sant’Orsola quale risaltava dalla “Passione Regnante Domino”. Con questo non voglio dire che Angela si sia lasciata determinare o condizionare da questo tipo ideale; ma la figura che la leggenda aveva creato era per Angela e per i cristiani del suo tempo una santa concreta, e la sua storia aveva un contenuto reale e vero, come sono vere e reali la vita e la morte. E’ evidente che Angela ha una sua personalità inconfondibile, autentica, così ricca che gli elementi della sua spiritualità non si esauriscono in una conferenza. Ma noi dobbiamo limitarci a reperire i punti di incontro fra Angela Merici e sant’Orsola. Attingerò dunque alla leggenda per identificare qualche linea della spiritualità mericiana al fine di scoprire il segreto della perenne vitalità e della attualità della sorgente che ci ha dato l’esistenza.


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Sarò schematica: La dignità regale della sposa: Orsola condivide con Caterina d’Alessandria la dignità regale che le viene dagli sponsali con Cristo. Quante volte Angela evocherà il vincolo nuziale stabilito fra l’anima e Cristo: bisogna vivere da vere spose del Salvatore: il che non ha nulla di romantico, ma implica una comunione di destini, la comunione alla sua missione di redentore. Bisogna vivere da “intatte spose” del Figlio di Dio. Dunque senza compromessi. Sant’Angela non lascia spazio per le avventure dell’integrazione affettiva: bisogna fare i conti con la gelosia di Dio! E la dignità di questa sposa è nuova e mirabile. Tutto l’itinerario mistico della vita teologale che conduce all’intimità con Dio, all’adozione dei suoi interessi, alla messa in comune di tutto vi è implicita. “Che esse abbiano Gesù Cristo per loro solo tesoro”. Maria dell’Incarnazione sarà tutta in questa linea: “Amore… Mio Tutto!…” E’ da questa condizione di spose “dell’immortale Figlio del Dio eterno” che scaturisce la consacrazione totale dell’anima e del corpo: vedi i tre capitoli della Regola concernenti i consigli evangelici, e le applicazioni pratiche negli scritti del Cozzano. Il martirio, prima tappa del mistero pasquale: Una consacrazione totale deve essere difesa anche a prezzo del martirio, come ha fatto Orsola. E anche l’azione apostolica, così legata al mistero della resurrezione, dovrebbe trascinarci al sacrificio. Come Angela, noi dovremmo confessare ogni giorno: “Misera me, che finora non ho mai sparso neppure una goccia di sangue per amor tuo…”. Le nostre beate martiri di Valenciennes e d’Orange durante la Rivoluzione Francese, le nostre due martiri della Polonia nel 1945, le nostre martiri viventi di oggi, sono la fedele interpretazione di questo insegnamento di Angela e forse un richiamo perché l’attenuazione della disciplina religiosa non vada troppo lontano. Secondo Angela, se noi vogliamo arrivare all’allegrezza e alla gioia, dobbiamo superare le avversità e le difficoltà, i dolori e le tristezze. E’ solo a questa condizione che noi possiamo approdare alla resurrezione. L’audacia: Orsola non esita a realizzare quanto Dio le chiede , per grandioso che ne sia il disegno, per quanto ignota le sia la strada da percorrere, per quanto difficile sia il pellegrinaggio da compiere. Angela, audace nella vita quotidiana (viaggi, pellegrinaggi), lo è ancor più nella realizzazione della missione affidatale da Dio. La sua creatività vince il sistema: lo abbiamo visto. Il Cozzano, interpretando l’opinione pubblica di Brescia, scriverà: “Porre vergini in mezzo al mondo, è cosa che nessuno dei fondatori osò mai fare!”. La fede e la fiducia nella chiamata: “Il disegno di Dio su di me, nessuno mai lo potrà cancellare!”, assicura Orsola. Poiché Dio stesso l’ha scelta e le ha tracciato un itinerario. Bisogna saper inserirsi nel disegno di Dio, e adempiere il compito che ci affida. Angela, che si tiene in ascolto dello Spirito, può affermarci: “Dio ha voluto servirsi di me… scegliermi come strumento…” “Se è Dio che ha piantato la


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Compagnia, chi sarà che la potrà spiantare? Credetelo, non dubitate; abbiate ferma fede, che sarà così. Io so quello che dico…” La missione apostolica: Le undicimila vergini che la leggenda attribuisce ad Orsola dicono abbastanza! Ma anche tutta la vita e l’opera di Angela testimoniano il suo slancio apostolico. Lei “evangelizza” la donna del suo tempo ignorante e umiliata, portandole la buona novella dell’amore di Dio e della sua dignità di battezzata. Poi le propone persino un grado più elevato: quello della consacrazione volontariamente scelta. E ogni sforzo, e persino le entrate della Compagnia, devono servire a diffondere questo messaggio spirituale. Non è forse a motivo della dimensione apostolica della consacrazione verginale della Compagnia che Angela ha scelto – fra tutte le sante – sant’Orsola come patrona? Il “cor unum”: Le undicimila vergini – fatto veramente carismatico – vivono una esperienza comunitaria delle più esaltanti: “cor unum et anima una”; all’annuncio del martirio imminente “communis exsultatio facta est”, e “unanimi deliberatione” prendono le loro decisioni, e il loro canto risuona “pari cordis concentu”. Se noi consideriamo gli scritti di Angela, siamo colpiti dal suo “tormento” di unità. Sarebbe interessantissimo fare l’analisi delle parole che racchiudono un significato di concordia, di reciproca intesa, di unità, ecc. Vi suggerisco di prendere in considerazione almeno l’avverbio “insieme”: è come se la Madre avesse avuto la preoccupazione di creare uno spazio ideale in cui dovrebbero incontrarsi tutte le sue figlie in unità di intenti, di spirito, di volontà. Nonostante la struttura forzatamente secolare della Compagnia, voi ci trovereste il senso comunitario di una comunità autentica e reale. Studiate questa parola: e vedrete che la figlia di sant’Orsola non è mai sola; che la Fondatrice chiede un “insieme” di preghiera, di governo (e che meraviglia di dialogo, che autenticità di collegialità e di rispetto dell’altro!), di servizio, di sostegno reciproco, di verifica e di valutazione. Angela aveva trovato – in questa comunità fatta di scambi, di incontri e di “convivenze” in caso di necessità – la risposta al dramma dell’incomunicabilità che angoscia la nostra generazione. Coloro che hanno voluto vedere nella vita comunitaria dei secoli successivi una deviazione dell’idea originaria di Angela, non hanno letto bene i suoi scritti. Quello che lei non voleva, era quella clausura assoluta che interdiceva qualsiasi forma dell’apostolato diretto, ma non era contro la vita comunitaria: i primi orfanotrofi alle origini della Compagnia lo provano. La gioia: Vi ho detto che tutta la leggenda respira la gioia, ed è anche questo un aspetto dell’eredità tipicamente mericiana che ci è stata legata. Angela chiede alla vergine di entrare gioiosamente nella Compagnia, e che sia gioiosa nella sua verginità, e che sappia che Dio non vuole se non la sua gioia. L’Orsolina che non è segnata dalla gioia non ha ancora assunto autenticamente la spiritualità della Madre. Gioia ed entusiasmo che aiutano soprattutto ad affrontare le difficoltà del governo. Gioia ed entusiasmo che trovano la loro ratifica nelle prospettive escatologiche: l’allegrezza in cielo, l’esultanza degli apostoli e dei martiri che vanno incontro ad Orsola sembrano trovare un seguito nel V Ricordo: “Quanto hanno da giubilare e far festa, perché in cielo a tutte ad una ad una è apparecchiata una nuova corona di


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gloria e d’allegrezza”, e nell’ultimo Ricordo: “Avrete in vostro favore la Madonna, gli Apostoli, tutti i Santi e le Sante; gli Angeli, e finalmente tutto il cielo e tutto l’universo”. E potrei continuare le citazioni, se non dovessi concludere. Il sigillo dell’ecclesialità: La Passio “Regnante Domino” non dedica che qualche riga secca e rapida al viaggio di Orsola a Roma. Il suo autore non ha saputo ricostruire l’ambiente spirituale di quel pellegrinaggio. Ma Angela era venuta a Roma; aveva visto il Papa. E viveva in un’epoca in cui la Chiesa era contestata; il suo VII Ricordo è di una attualità sconcertante: bisogna guardarsi dalla secolarizzazione (i falsi religiosi), dall’infiltrazione dello spirito mondano e dalla dissoluzione dei valori morali e religiosi. Qui la Madre è ferma e radicale: “Seguite l’antica strada ed usanza della Chiesa… E fate vita nuova… Quanto alle altre opinioni che adesso sorgono e sorgeranno, lasciatele andare come se non vi riguardassero. Ma pregate e fate pregare che Dio non abbandoni la sua Chiesa, ma la voglia riformare come a Lui piace…” Ho tentato di cogliere, nella fonte viva del carisma mericiano, i riflessi della grazia di Orsola, vergine e martire di Colonia. Vi ho attinto solo qualche goccia, di quelle che mi sono parse più significative e più pure. Vorrei, con questo, avervi messo più sete! Ma lascerò l’ultima parola al Cozzano: “Se altro non ci movesse, non dovrebbe forse indurre ogni cuore a bramare questa vita, questo nome così nobile e bello,che è la Compagnia di S. Orsola? E quale congregazione troveremo più degna di quella di S. Orsola? Grande di numero, regale di dignità, trionfante di vittoria, potente di meriti, divina di onori! Tale è e sarà questa nostra, almeno in sé. E tanto diventeranno gloriose quelle che saranno fedeli, sforzandosi di fare in essa quello che la Fondatrice ha ordinato. E lo creda, lo creda ognuno, che crederà il vero. Questo averla denominata Compagnia di sant’Orsola non è stato fatto così a caso… ma questo nome è venuto dal cielo. Esso è stato assegnato per la forza e la possanza dello Spirito Santo, che promette nuova grazia dall’Altissimo a ciascuna che persevererà fedelmente in tale obbedienza. E’ promessa la stessa virtù santificatrice che fu già data alle undicimila vergini, che hanno consentito alla volontà di sant’Orsola, anzi, alla vocazione divina in lei. Una virtù per la quale vinsero se stesse, vinsero la morte… Intanto importa consentire, voler essere di questo numero,e perseverarvi fedelmente fino alla morte… E’ la più bella vita che sia stata e che mai sarà… Beate quelle che sinceramente vi entreranno, che non si lasceranno distogliere da tale fede viva, per seguire altri spiriti…” Ed è proprio la nostra beatitudine, a condizione che noi siamo – come l’acqua sorgiva – la creatura ogni giorno rinnovellata dal di dentro, mediante lo Spirito.


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2. UN COMPENDIO DI STORIOGRAFIA MERICIANA Conversazione tenuta a Brescia nel 1994 durante una sessione mericiana per la Provincia d’Italia.

Questa è una lezione piuttosto arida e forse anche apparentemente inutile; invece è importante che noi sappiamo quale atteggiamento assumere nei confronti di certi luoghi comuni che si ripetono e si tramandano su sant’Angela, e che sono talvolta solo frutto di errori o fantasie. Inoltre dobbiamo saperci regolare prima di acquistare una pubblicazione magari recente sulla Santa e – ancora più importante – prima di distruggere certi vecchi libri delle nostre biblioteche. Generalmente alla morte di un capo carismatico succede un periodo di smarrimento per l’intero corpo, e talvolta col rischio della dissoluzione. Qualcosa del genere è successo anche alla morte di Angela, allorché qualcuno ha incominciato a preoccuparsi della sorte di un’istituzione tanto nuova: 150 donne decise a conservare la verginità perpetua rimanendo nel mondo, decise a rifiutare qualsiasi proposta di matrimonio o di ingresso in monasteri di clausura, con un governo tutto di sole donne senza un superiore uomo, né prete né laico, senza una casa per viverci in comune; 150 donne tutte disseminate qua e là per Brescia, in famiglia o a servizio presso estranei. Una situazione inaudita per quel tempo. Qualche prete cerca di far pressione spingendo qualcuna verso il convento, o dissuadendola dal fermo proposito di verginità perpetua per convogliarla ad oneste nozze. La situazione è molto difficile; c’è tanta confusione e qualche defezione. Gabriele Cozzano, segretario di Angela Merici e cancelliere della Compagnia di S. Orsola, impugna la penna e si scaglia a difesa della Fondatrice, con la violenza e l’impeto che contraddistinguono il suo stile. La sua mancata conoscenza della prassi vaticana nel redigere le Bolle lo porta a stravolgere il linguaggio bullare e a contorcerne significato e implicazioni. Non è certo il momento di mettersi a scrivere la vita della Madre; e d’altra parte non ce n’è bisogno perché lei continua a vivere nel cuore e nel ricordo di quanti l’hanno ammirata e apprezzata. Se ne tramandano i ricordi biografici, con le possibili deformazioni che la devozione e l’entusiasmo possono provocare; se ne invoca l’intercessione, soprattutto alle Grezze che la tradizione ha identificato come il luogo della visione della scala, e al Machetto dove si dice che le sia apparsa la sorella nella beatitudine della salvezza eterna. Nel 1566, a 26 anni dalla morte, il confessore della Compagnia spedisce a Milano la Regola, e l’accompagna con qualche notizia sulla Madre, raccolta per sentito dire. E’ il più antico documento, finora, che tenti un profilo di Angela Merici – per sentito dire – e che accenni il tipo di alleanza che il Signore le ha suggerito per la Compagnia: “molte verginelle, et ricche e povere, le quali, benché riveriscano la santa religione, nondimeno non si sentono inclinate a serrarsi con tanta angustia ne claustri, o legarsi ne voti, overo non possono claustrarsi per la povertà, o non vogliono per altri buoni rispetti; nondimeno bramano seguir l’Agnello dovunque esso


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va, et cantare il cantico nuovo, et essere incoronate anch’esse di quella candida ghirlanda dell’aureola…” (Estratto d’una lettera del Landini). Sequela Christi, cantico nuovo,corona verginale… e poi conversioni, e testimonianza di solide virtù a beneficio spirituale del loro ambiente di vita. Salvo qualche sfasatura facilmente identificabile, l’ordito trova conferma in documenti successivi che reggono al vaglio della critica. Nel 1568, ristabilito l’equilibrio interno e placate le tensioni contrapposte, le dame e le colonnelle al governo danno incarico al notaio Giovanni Battista Nazari de’ Sayani di scrivere una biografia della Madre; incarico che egli assume “con licentia del reverendissimo Episcopo nostro”. Probabilmente nell’intenzione di tutti loro si tratta di un primo passo in vista della canonizzazione della Madre, tant’è vero che il titolo del manoscritto è così espresso: “Libro della Vita della Rev.da et quasi beata Madre suor Angela, fondatrice della Compagnia di sant’Orsola di Brescia..”. I brevi cenni biografici redatti dal Nazari si basano sulle testimonianze giurate di quattro testimoni contemporanei della Madre. Sono il lavoro di un notaio, non certo di uno storico. Tuttavia nel contesto di una vita quotidiana semplice e modesta, nel quale anche taluni eventi per sé inconsueti si inseriscono sobriamente e con connotazioni di assoluta veridicità, si muove una donna intelligente, mortificata e austera, umanissima e profondamente spirituale, disponibile all’accoglienza e all’ascolto, artefice di unione e di pace, in una sintesi armoniosa d’intensa contemplazione e di efficace presenza al prossimo, illuminata e coraggiosa come illuminato e coraggioso è o diventa il profeta che si sa mandato da Dio e s’impegna nel compimento della propria missione. Verso la fine del ‘500 un cappuccino, il padre Mattia Bellintani da Salò, scrive una breve “Vita della Beata Angela…”. Tipico rappresentante dei predicatori di quell’epoca, in un periodare solenne e acceso di santo zelo, mira a suscitare l’ammirazione dei suoi lettori e indugia in una larga interpretazione spirituale di ogni minimo avvenimento. Certo il rigore storico lascia a desiderare, ma almeno non contiene gravi errori. Gravi errori contiene invece la biografia scritta da un francese, il padre Jean Hugues Quarré degli Oratoriani di Francia. Della Santa italiana doveva sapere ben poco, e lo dimostra. Sapeva che aveva fondato una Compagnia non di religiose, ma di secolari. Come aveva fatto san Vincenzo de’ Paoli, che a sua volta aveva istituito le Figlie della Carità come non-suore, affinché fossero libere dalla clausura e quindi potessero dedicarsi all’esercizio delle opere di misericordia. Per il Quarré è dunque normale che anche Angela abbia avuto la stessa intenzione, perciò arriva a scrivere con molta fantasia: Angela “diede legge alle sue medesime figlie d’andare a visitar gli afflitti per consolarli et instruirli; di sollevar i poveri, di ricorrere a gl’ospitali, di servir gl’ammalati, et offerirsi umilmente ad ogni sorte di fatiche, ove la carità le chiamasse. In fine Angela volse che le figliuole di Sant’Orsola s’impegnassero in tutte le sorti d’esercitii di carità, per contribuire alla conversione e salute di tutti gli huomini…”


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Nonostante i miei più di trent’anni di studio degli Scritti mericiani e delle testimonianze più antiche, non ho ancora trovato che Angela avesse imposto alle sue figlie questo programma di vita. Comunque, in Italia il Quarré non trovò seguaci e nessuno – né nel Bresciano né altrove – considerò le Orsoline come destinate ad attività assistenziali e caritative. Invece nel ‘600 subentra nella tradizione mericiana un elemento nuovo. Nella scarsa iconografia del tempo e soprattutto nell’immaginario popolare, che vede Angela in ginocchio davanti alla mistica scala, o viandante pellegrina, o in colloquio con le vergini della Compagnia, si inserisce un filone destinato in un certo senso a prendere il sopravvento sui precedenti. Con la nascita dell’Ordine di Sant’Orsola le Orsoline, di fronte al dilagare del protestantesimo favorito dall’ignoranza religiosa, si fanno catechiste ed educatrici delle fanciulle d’ogni condizione sociale e d’ogni età per formarle ai loro doveri di donne e di cristiane. Nei due Scritti, Ricordi e Testamento, che Angela ha dettato per insegnare alle colonnelle e alle matrone l’arte del governo in termini di servizio e di maternità dello spirito, le Orsoline rilevano le norme elementari di una pedagogia al femminile, umana e insieme soprannaturale, nell’equilibrato contemperarsi di fermezza e “piacevolezza”. Finiscono per vedere, nella Fondatrice della Compagnia di Sant’Orsola, il simbolo dell’educatrice ideale. Da simbolo a prototipo il passo era breve, la trasposizione quasi naturale. Soprattutto nel secolo scorso, quando ormai le Orsoline religiose erano largamente diffuse nel mondo e la loro azione educativa estesa a tutte le classi sociali riscuoteva in ogni parte riconoscimenti ed approvazioni, l’immagine di Angela con una o più fanciulle incominciò a soppiantare la classica raffigurazione di Angela in estasi al Brudazzo e pellegrina ai piedi di un crocifisso. Questa sorta di “contaminatio” era la proiezione dell’azione apostolica delle Orsoline sull’immagine storica della loro Fondatrice; inesatta dal punto di vista critico, trovava però una giustificazione nella simbologia: le Orsoline, che la sentivano presenza viva nella loro vita quotidiana (“madre e viva e morta” aveva detto lei stessa), le Orsoline che a lei guardavano come a modello ideale della loro maternità spirituale verso le fanciulle da educare, avevano amato affidare all’arte l’interpretazione di questa presenza sotto le sembianze di un’educatrice: madre di vergini, maestre di vita. Le due icone di Suor Anna Rosa Porro segnano il ricupero della figura storica di Angela Merici, sia pure trasfigurata dall’arte. Nel ‘700, Carlo Doneda scrive la prima biografia mericiana in cui avvenimenti e documenti siano trattati con sensibilità storica. Il Doneda è un bresciano e quindi conosce la tradizione locale circa la Santa. E’ archivista del Capitolo, poi bibliotecario alla Queriniana, e infine promotore fiscale della causa di canonizzazione di Angela. Lui non raccoglie l’interpretazione socio-assistenziale inventata da Quarré, né confonde l’azione formatrice di Angela con la funzione educativa delle sue figlie, religiose e secolari, dedite ormai alla catechesi. E’ un piccolo libro prezioso; se l’avete, dategli un posto di privilegio nella biblioteca. Se poi avete per esempio la “Vita della Beata Angela Merici” di Girolamo Lombardi, pubblicata a Venezia nel 1778 a spese e per commissione delle Madri Orsoline di Roma, avete un tesoro da tenere prezioso. E’ infatti la biografia fino allora


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più documentata; nuoce però alla chiarezza la minuziosità dell’autore che raccoglie tutti i dati che la letteratura mericiana precedente poteva fornire. Ma il Lombardi non ha vagliato criticamente le fonti cui attingeva; non ha scelto il materiale: ha preso tutto e di tutto, limitando in tal modo il contributo che avrebbe potuto dare se avesse prima sceverato il vero dal supposto o dal falso. Tuttavia, ripeto, se avete un tal libro tenetelo prezioso. E veniamo al XX secolo. Qui il discorso si fa complesso e delicato per diversi motivi, soprattutto per la vicinanza di tempo. Il primo lavoro che si proponesse intendimenti critici fu la tesi di laurea della bresciana Giuditta Bertolotti, che si proponeva di situare la sua conterranea nel suo ambiente storico-geografico e sociale. E’ però oggetto di critica la carente metodologia seguita nell’approccio e nella presentazione dei documenti, alcuni dei quali all’epoca della Bertolotti erano già irrimediabilmente perduti, mentre nell’opera appaiono ancora esistenti. Ancora più deboli, fino a scendere al genere romanzo, si rivelano le edizioni a stampa successive a quella del 1926. L’intento divulgativo vi ha sostituito quello scientifico; ha servito solo a rendere popolare la figura di Angela Merici. Quanto poi alla “Appendice documentaria”, essa manca di rigore scientifico e di serietà filologica fin dalla prima edizione. Ancora più inopportuna si manifesta l’edizione del 1971. Nel 1535 appariva a Cracovia una biografia scritta da un’Orsolina polacca, la madre Cecylja Lubienska: lei aveva scoperto alla Queriniana il testo più antico della Regola allora conosciuto, cioè la Regola stampata presso Damiano Turlino nel 1569. L’opera presentava una buona ricostruzione ambientale per calare la Santa in una cornice più realistica ed un’acuta valutazione delle fonti prese in esame; ottima pure la bibliografia sistematica. Purtroppo… è scritta in polacco, il che costituisce per noi una grossa difficoltà. Inoltre, le ricerche archivistiche si sono arrestate agli anni ’30, e nel frattempo esse hanno fatto qualche passo avanti. Se avete nella biblioteca il Guerrini, “S. Angela Merici e la Compagnia di S. Orsola nel IV centenario della fondazione”, avete una buona miscellanea di studi. Il Guerrini è talvolta frettoloso, preso com’è dalla smania di pubblicare tutto quello che di bresciano gli capita fra le mani, ma è comunque benemerito della storiografia mericiana, anche per la vasta conoscenza che ha della ricca documentazione archivistica propria della Queriniana. Una parola su Teresa Ledchowska, indiscutibile diffonditrice della Regola detta Turlino e degli scritti di Gabriele Cozzano, da lei riportati in luce, oltre ad altre pagine di capitale importanza. Alcune sue interpretazioni, che potete facilmente leggere nel “Ceppo dai molti virgulti”, e che risentivano forse delle stimolanti attese di carattere sociologico degli anni immediatamente precedenti il 1968, non trovano però alcun riscontro nella più vasta documentazione di recente ritrovamento. Tali interpretazioni, accolte al loro apparire appunto nel 1968 con entusiasmo, hanno gettato qualche ombra sull’autentico messaggio di Angela Merici, volto piuttosto all’essere che non al fare, imprimendogli un orientamento sociale che esso non aveva mai avuto, fuorché nelle errate deduzioni del francese Quarré.


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Peggiore è la rielaborazione dello studio della Ledchowska ad opera di Maria Teresa Castelli. Se le presentazioni inesatte della Santa che si trovano nel Messale Romano, nel Breviario, nel Lezionario degli Istituti di Perfezione avallano una svolta fuorviante nella storiografia mericiana, sono in fondo scusabili: si sono ispirati ad un’opera che, pur avendo tratto deduzioni errate, non mancava tuttavia di qualche pregio. Oggi la ricerca storica, coadiuvata com’è dalla ristrutturazione degli archivi successiva alla seconda guerra mondiale e dall’introduzione dell’informatica, conosce forse il suo momento felice. Il ritrovamento di alcuni registri comunali a Desenzano, la scoperta del manoscritto più antico della Regola della Compagnia alla Biblioteca Trivulziana , la possibilità di avere fotocopie dei documenti notarili e d’altra provenienza hanno tolto qualche ostacolo alla redazione del volume “Angela Merici. Contributo per una biografia” di Mariani-Tarolli- Seynaeve. Anche in quest’opera ci sarà qualche errore, perché l’informatica riuscirà magari a trovare qualche altro documento. Ma posso dire che abbiamo cercato di lavorare con onestà, con lealtà, e con l’umiltà di chi sa bene che è sempre molto di più quello che si ignora in confronto di quello che si sa. Ciò che costituirebbe peccato contro la giustizia e contro la verità sarebbe sicuramente commissionare un lavoro sulla Santa attraverso gli ultimi studi. Colui che scrivesse di propria iniziativa tanto per scrivere sulla Santa o far piacere alle Orsoline senza documentarsi seriamente, e chi lo incaricasse di scrivere senza fornirgli la necessaria documentazione, si renderebbe responsabile della diffusione dell’errore e attirerebbe sulla Compagnia o sull’Istituto il discredito delle persone oneste o di cultura. Che cosa concludere? Siamo caute! Si tratta del volto della nostra Madre. Siamo oneste! Si tratta di non tradire la verità. Si tratta di non ingannare chi si sentisse chiamata ad entrare nella famiglia mericiana. Si tratta di rendere testimonianza alla giustizia e alla verità, in nome di quella verginità mericiana che esige fedeltà all’evangelico “sì,sì; no, no”.

3. UNA DONNA DEL ‘500 DA RISCOPRIRE Agli inizi degli anni 70, Suor Luciana teneva ad una probazione una conferenza intitolata: “Una donna da riscoprire”. Nel 1987 la proponeva a Desenzano, rielaborata in funzione delle scoperte degli anni precedenti. Nell’agosto 1994, durante una sessione mericiana a Brescia per la Provincia d’Italia, ne riprendeva diversi passi; e nello stesso anno, aggiungendo numerose precisazioni da una parte, sopprimendo alcuni dettagli dall’altra, la presentava a Ginevra, sotto il titolo: “Una donna del XVI° secolo”, all’Associazione degli Amici della Biblioteca Franzoniana, nel quadro di un simposio sulle Congregazioni laiche femminili e la promozione della donna in Italia nei secoli XVI° e XVII°: L’articolo seguente utilizza essenzialmente la relazione del 1987 ad un auditorio in maggioranza laico, in cui certi paragrafi sono stati sostituiti da quelli che ad essi corrispondono nella conferenza del 1994.


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Dopo tanta letteratura mericiana, italiana e straniera, dopo tante pubblicazioni di varia portata (e talune non certo meritevoli di lode!) che si sono accostate ad Angela Merici affrontandola da punti di vista diversi, il titolo scelto per questa conversazione: “Una donna da riscoprire”, potrebbe apparire inutilmente provocatorio. Ed invece è la constatazione cui si arriva quando, dopo molte ricerche e non pochi ritrovamenti, ci si rende conto che rimane ancora qualcosa da dire su questa donna così consapevolmente calata nel suo tempo ed insieme così moderna. Angela è una delle pietre miliari che scandiscono la Storia della Chiesa peregrinante sulla terra, e quella della donna nel suo faticoso itinerario verso l’affermazione dei propri diritti e della propria autonomia. Non ci soffermeremo tanto sul primo aspetto, quello cioè del contributo di Angela Merici alla riforma pretridentina; mi propongo invece di presentare la figura col contributo che ci forniscono i documenti ultimamente studiati, e poi di evidenziare il messaggio da lei lanciato quasi come una sfida alla società del suo tempo. Quel tempo - il Rinascimento italiano - per quanto riguarda la donna non muta nulla ai secoli che l’hanno preceduta. Esclusa dalla vita politico-amministrativa, ignorata dalle associazioni corporativo-professionali in cui si esprimono le nuove forze vive dell’economia comunale, la donna è generalmente la minorenne perpetua, affidata alla tutela del marito o alla protezione del chiostro. E’ una situazione deprimente cui possono sottrarsi soltanto le pochissime che s’affermano o per il potere della casata a cui appartengono, o per il vizio e la bellezza strumenti di privilegio, o per la felice mediazione dell’arte. Alla donna si schiude, però, il campo della religiosità, con le sue multiformi espressioni, o mistiche, o ascetiche, o caritative, nelle quali, quasi a debita giusta rivincita, la donna può qualificarsi per se stessa. E normalmente lo fa tra le file dei Terz’Ordini. Angela sarà una di queste donne fino a che, giunta alla maturità avanzata, prenderà le distanze dal Terz’Ordine per farsi iniziatrice a sua volta di una nuova istituzione, e tutta femminile. Cerchiamo ora di affrontare questa magnifica Desenzanese. Desenzano e il 1474: un grosso borgo di tutto il rispetto, operoso mercato di granaglie posto sulla via del traffico fra la pianura padana e il Trentino e Venezia la Serenissima, la Dominante. Desenzano con i suoi ordinamenti comunali, le sue vicìnie, il suo Consiglio Generale e i suoi dodici del Consiglio Speciale. E il suo Castello. E ai piedi del Castello secondo quanto si raccontò da antica data, e nel 1474 secondo una tradizione accettata ormai per tacita convenzione, nasce Angela Merici. Ho detto “per tacita convenzione”, e tale rimane fino a che un qualche documento non venga a mutarla. Pare che la famiglia paterna – i Merici – fosse di antica cittadinanza bresciana; la mamma, invece, veniva da Salò. Suo fratello, ser Biancoso de’ Bianchi, era membro del Consiglio Comunale di Salò. Più tardi, per Bartolomeo suo figlio il patronimico “di Biancoso” si sarebbe trasformato nel cognome “Biancosi”. A quanto pare, la famiglia di Giovanni Merici a Desenzano gode di una condizione economica mediocre (mediocre nel senso di una condizione di mezzo, cioè non era ricca, ma nemmeno povera). E’ segnata però socialmente da una certa distinzione: la mamma viene da una famiglia forse di notai, o comunque di uomini di


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legge impegnati anche nell’amministrazione civica; il babbo sa leggere (e non era cosa di tutti!), ed intrattiene i familiari leggendo loro le vite dei Santi. Anche Angela saprà leggere pur senza essere andata a scuola. Agostino Gallo, agronomo bresciano, testimonierà nel 1568 che “leggeva una quantità di libri santi”, e Giacomo Chizzola, esponente della vita politica bresciana, affermerà che, pur non avendo studiato il latino, tuttavia lo comprendeva assai bene. Sono testimonianze che si trovano nel “Processo Nazari”, il quale costituisce un primo passo verso la beatificazione canonica di Angela. Doveva dunque aver imparato a leggere dal padre, e forse anche dalla mamma, e doveva avere un senso innato della lingua. Non sappiamo esattamente quando Giovanni Merici si sia trasferito con la famiglia alle Grezze, ma già nel 1477 si trovano cenni al suo prato del Machetto e alla sua vigna ai Lavagni. Ci aiutano in questo i registri comunali di Desenzano, dove, con una solerzia encomiabile, il pubblico scrivano annotava le “rasse”, cioè le denunce sporte dai campari. Le denunce permettono così una conoscenza sia pur sommaria della composizione familiare i cui membri, Giovanni, Caterina sua moglie, i figli e una figlia si rendono a volta colpevoli di infrazioni alla proprietà campestre pubblica o privata. Era soprattutto il bestiame al pascolo che spesso sfuggiva alla guardia dei ragazzi provocando danni, ma talvolta invece erano i ragazzi stessi che compivano qualche monelleria, magari anche solo rubando l’uva o conducendo le bestie attraverso i campi coltivati dei vicini. Quando Angela è tra i 16 e i 18 anni, a quanto ci risulta, la famiglia si sfascia. Muoiono la sorella maggiore e i genitori. Allora la casa ospitale degli zii a Salò si apre agli orfani. Angela vi trascorrerà la sua prima giovinezza. In quell’ambiente signorile si affineranno ulteriormente la sua innata distinzione e quel tatto istintivo che guiderà poi ogni suo comportamento. E’ forse nella gaia società salodiana che i suoi capelli biondi le attirano i complimenti delle amiche: Con quei capelli non faticherai a trovare un marito! E la sua reazione immediata è uno shampo a base di cenere e fuliggine per distruggere quel biondo che faceva la grande moda a Venezia e che le dame del gran mondo affidavano alle più strane ricette. Reazione inutile. Alla ricognizione del cadavere in vista della sua canonizzazione, nel 1774 il notaio curiale annoterà che il capo conservava ancora “quasi tutti i suoi capelli di color biondo”. A Salò, Angela si dedica senza riserva alle più varie faccende domestiche: setacciare la farina, impastare il pane, fare il bucato, attingere l’acqua: è un testimone che lo racconta, il Canonico Giacomo Tribesco, per aver raccolto queste confidenze dalla viva voce della Santa. E aggiunge che alle faccende domestiche – allora già pesanti per se stesse – Angela associava astinenze e digiuni altrettanto duri per una giovinetta. Non crediamo, con questo, a quei biografi che raccontarono dei suoi pasti fatti di tre noci, o tre fichi, o tre castagne a scelta, e meno ancora a quelli che parlano di digiuno assoluto e totale. I commenti dei contemporanei avrebbero, in tal caso, ben presto superato i confini di Salò e di Desenzano, creando attorno ad Angela una fama di vita straordinaria colorata di miracolistico. Il che non avvenne. Risulta invece che in quel periodo della giovinezza Angela si fece terziaria francescana: così sotto il bigello stretto ai fianchi dal cordiglio, e sotto il velo bianco che le incorniciava il viso, divenuta “Sur Anzola”, poteva legittimare i suoi digiuni e la sua frequenza ai sacramenti con quella Regola del Terz’Ordine del Santo di Assisi che lei si era scelta come formula di vita.


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Rientrata a Desenzano, Angela dovette fare l’esperienza della donna nubile, dedita al lavoro dei campi almeno per quanto era necessario al suo sostentamento, aperta ai bisogni dei suoi compaesani in un reciproco scambio di aiuto. Forse in quel pezzo di terra, in contrada Caser, che possedeva ancora nel 1523. La sua aperta professione di vita evangelica doveva impegnarla nell’esercizio delle opere di misericordia corporale e spirituale dandole un posto a parte nella considerazione della gente e segnandola come la persona disponibile nell’ora del bisogno. Due eventi straordinari sono però legati a due località desenzanesi: al Machetto e al Brudazzo. Nella seconda metà del ‘700, Pietro Baratta e Giuseppe Pace, testimoni al processo di canonizzazione, raccontarono come le due località fossero ancora meta di pellegrinaggio e di preghiera. Al Machetto, Angela aveva avuto la certezza che sua sorella godeva ormai della pace del paradiso; al Brudazzo, nella visione della scala, aveva avuto l’annuncio profetico della Compagnia di vergini che un giorno avrebbe dovuto fondare. Inviata dai superiori francescani a Brescia nel 1516 per confortare Caterina Patengola, orbata dei figli, Sur Anzola incomincia, per così dire, ufficialmente quella missione di conforto, di consiglio, di guida spirituale di cui parleranno i testimoni oculari. A Brescia, Angela aggiungerà alle consuete fatiche, alle astinenze e ai digiuni, una nuova forma di penitenza: i pellegrinaggi. Solo certi films d’avventure potrebbero darci l’idea di quello che i pellegrinaggi potevano comportare di disagi, di paure, di pericoli. Non per niente il Gran Cancelliere di Candia, rientrando con la nave dei pellegrini di Terra Santa, nel 1524, aveva fatto voto di vestire di grigio per dieci anni qualora fosse arrivato a Venezia sano e salvo. E le avventure da lui vissute – raccontate dal cronista veneziano Marin Sanudo – erano le stesse che aveva dovuto affrontare Angela col cugino Bartolomeo Biancosi e col suo figlio Giovan Antonio Romano. Ci voleva una volontà decisa per imbarcarsi a quei tempi, un coraggio virile, una provata resistenza fisica. Angela aveva, in più, una viva devozione alla passione e al sangue di Cristo e una profonda venerazione per i Santi e i Martiri della Chiesa. Così si giustificano i suoi pellegrinaggi in Terra Santa, a Roma, a Mantova, e due volte a Varallo. Il più noto, raccontato dal Romano, suo compagno di viaggio, è quello in Terra Santa. Non lo racconterò, ma non voglio tacere un particolare. C’è una raffigurazione che mi pare emblematica: Angela a cavallo attraversa, su un’esile passerella, un corso d’acqua impetuoso presso Montebello Vicentino. Tradizione o leggenda? Marin Sanudo ci racconta come in quel maggio 1524 violente piogge si fossero abbattute sulla regione ingrossando fiumi e torrenti, così da ostacolare persino il movimento delle truppe. Ebbene: quella è la donna Angela Merici, lo sguardo fisso all’avvenire, consapevole del rischio ma ugualmente determinata ad affrontarlo; la donna che andrà contro corrente e romperà un sistema inveterato con la forza novatrice della profezia dettata dallo Spirito di Dio. In attesa della grande ora, Angela vive a Brescia una vita di preghiera e d’ascesi, ma non certo avulsa dal tessuto sociale quotidiano. Le testimonianze del “Processo Nazari” del 1568 lo provano: • Angela che cerca di mettere pace fra due inconciliabili nemici, e vi riesce per la forza persuasiva delle sue parole;


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Angela che, invitata da Francesco II Sforza, gli fa visita in S. Barnaba, recandogli il conforto della sua parola serenatrice, e poi ancora nel Milanese, di ritorno dal pellegrinaggio a Varallo. Angela che interviene presso il fiero Luigi Alessandro Gonzaga in favore di un suo conoscente duramente punito per un fallo commesso e ne ottiene la riabilitazione. E’ forse nel ricordo della vittoria di questa fragile donna su un uomo tanto fazioso e severo che il figlio di lui, Ferdinando Gonzaga, imporrà ad una propria figlia il nome di Angela? E ancora Angela rifugiata a Cremona che accoglie i cortigiani dello Sforza e la nobiltà milanese, irradiando in quell’ambiente la forza contagiosa della propria fede, così da provocare conversioni durature; Angela che chiarisce a predicatori e teologi che a lei ricorrono il senso delle Scritture, ed intrattiene i suoi interlocutori con “bellissimi dotti e spirituali sermoni” che duravano anche un’ora; Angela che accoglie, ascolta, anima quei membri del laicato cattolico che gravitano nella sua orbita, talvolta impegnati in compiti di responsabilità, e con la stessa disponibilità ed apertura di cuore si dedica alla piccola gente che ricorre a lei nelle circostanze più svariate, come ancora dirà Agostino Gallo: momenti di sconforto, crisi di coscienza, liti familiari, bisogno di consiglio per far testamento o per pigliar moglie, o per maritare figliole e figlioli. Umanità dolente, o dubbiosa, su cui scende benefica la parola confortatrice, pacificatrice, illuminante di una donna capace di adeguarsi ad ogni genere di interlocutori.

Sarà questo carisma della parola ad orientare ed animare più tardi il ministero specifico delle Orsoline, diretto alla catechesi e all’educazione della gioventù. Non risulta che Angela privilegiasse in modo emergente qualche opera di misericordia corporale: le nostre ricerche nell’ambito dell’assistenza e della carità pubblica hanno dato esito negativo. Ma quando Angela Merici entrerà nella vita immortale, il 27 gennaio 1540, lascerà sulla terra un capolavoro, la Compagnia di S. Orsola, e tre brevi opere di altissima spiritualità. Le tre opere si intitolano Regola, Ricordi, Testamento. Vanno comunemente sotto il titolo di “Scritti”, pure se Angela si limitò a dettarli al cancelliere della Compagnia Gabriele Cozzano. Nati da intendimenti squisitamente religiosi, Compagnia e Scritti finiranno per rispondere a un problema sociale acutamente vivo: quello della donna. A modo suo, senza che questo fosse il movente che la spingeva, Angela farà muovere alle vergini della Compagnia il loro primo passo nel lungo, faticoso cammino verso la promozione della donna, E’ il risultato inatteso dell’azione dello Spirito Santo che si innestava su una natura ricca, intuitiva, attenta a cogliere le vibrazioni altrui e ad avvertirne intensamente le aspirazioni più profonde. I suoi Scritti la rivelano fine conoscitrice dell’animo umano, sensibile ed energica insieme, comprensiva ma immune da ogni cedimento, Doti personali, capacità creativa, virtù acquisite e grazia di Dio: tutto Angela impegnerà nella realizzazione della visione profetica del Brudazzo. E sceglierà come patrona sant’Orsola, una delle sante più popolari per quelle undicimila vergini che - secondo la leggenda - costituivano il suo seguito di principessa promessa sposa, e che l’avrebbero seguita nell’amore per Cristo, fino al martirio.


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Non sappiamo quando Angela abbia incominciato a prendere coscienza del contenuto e della portata di quella profezia. Forse non lo ha raccontato, o forse sono solo i suoi testimoni che non hanno ritenuto necessario raccontarlo. Sappiamo solo che la realizzazione è incominciata dopo il rientro di Angela da Cremona nel 1530. La condizione femminile tra il ‘400 e il ‘500, come già anticipavo nell’introduzione, era condizione di inferiorità. Non solo la consuetudine escludeva la donna dall’asse ereditario qualora non si fosse maritata o fatta monaca, ma le contestava il diritto di scegliersi il proprio avvenire secondo le proprie intime aspirazioni. La società la voleva sotto tutela: aut maritus aut murus, quasi che fosse incapace di autogestirsi. E per di più, “quel” marito, o “quel” chiostro, determinati dalla volontà paterna guidata da criteri di opportunità o di interessi, e lei - data l’ignoranza religiosa dilagante oggetto di un contratto piuttosto assimilabile ad un baratto che non fondato su un sacramento o su una professione religiosa. Testimone impotente di questa condizione di asservimento, Angela doveva aver accolto nei suoi incontri le testimonianze dolorose di segrete lacerazioni interiori, di rimpianti, di sorde ribellioni. Quante le donne che, per povertà o per difficili situazioni familiari, avevano dovuto sacrificare una vocazione religiosa alla volontà dei parenti che le avevano maritate a forza! E si portavano dentro il rimorso di non aver tentato l’impossibile pur di arrivare a consacrarsi a Dio. Allora si prospettò alla mente di Angela un’idea che per quei tempi era inaudita. Si trattava di creare un’alternativa alla vita religiosa claustrale, che però conservasse il significato e le implicazioni della vita religiosa, senza tuttavia chiudersi in clausura. Una vita di consacrazione totale e definitiva anche senza il monastero, ma tale che la donna potesse veder salvaguardata la propria libertà di scelta contro eventuali pressioni da parte del parentado. Insomma: prospettò alla donna la possibilità di offrire a Dio se stessa, per sempre, pur continuando a vivere nel proprio ambiente di casa e di lavoro. E di realizzare la propria donazione con il sostegno e l’aiuto di una famiglia spirituale. Poiché, nonostante la struttura secolare, la Compagnia era concepita come una comunità autentica e reale, fatta di preghiera, di dialogo, di servizio, di sostegno reciproco, di spirito di famiglia anche nella verifica e nella valutazione, e guidata da un governo unitario. Ma nella sua realtà secolare costituiva una soluzione così contestata e provocatoria, che Angela ne rimandò l’attuazione fino all’ultimo decennio della sua vita. E forse l’esperienza della grave malattia sopravvenutale intorno al 1530 giovò ad affrettare finalmente i tempi. Gli scritti di Gabriele Cozzano ci lasciano intuire quale potesse essere il dramma interiore di Angela, cui non sfuggiva la portata innovatrice della sua istituzione. Dopo la sua morte, infatti, non mancarono nell’opinione pubblica correnti d’opposizione: ci fu chi l’accusò di imprudenza per aver proposto di vivere la verginità restando nel mondo, e chi l’accusò di presunzione per aver osato quanto non avevano osato fare grandi Padri della Chiesa. Va detto infatti che - mentre i Terz’Ordini erano aperti a chi volesse seguire il Vangelo più da vicino qualunque fosse il suo stato civile, e quindi anche alle persone coniugate - la Compagnia di sant’Orsola comportava l’osservanza del nubilato perpetuo. Doveva costituire, nell’intenzione di Angela, un vero e proprio stato di vita consacrata, con un proprio riconoscimento giuridico: e la Compagnia come tale doveva avere una propria dignità anche di fronte all’opinione pubblica.


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Perciò, redatta la Regola, Angela ne chiese l’approvazione al Vescovo di Brescia. E l’ottenne. Dopo la sua morte, nel 1544, Paolo III con Bolla pontificia confermò l’approvazione della Regola e quella della Compagnia, e riconobbe alle vergini di S. Orsola il diritto all’asse ereditario anche se fosse stato vincolato all’apparenza ad uno dei classici stati di vita canonicamente riconosciuti, matrimonio o professione religiosa. Non vorrei che questa rapida esposizione potesse essere fraintesa, come se Angela avesse voluto rompere il sistema imperante in nome di una legittima rivendicazione della dignità femminile. Questo non sarebbe esatto. Perciò bisogna riconoscere almeno il nucleo essenziale della spiritualità mericiana. La grandezza della Compagnia di S. Orsola sta infatti, e prima di tutto, nella concezione spirituale che ne ha la sua fondatrice. Per lei, l’impegno a vita si esprime in termini di sponsalità, di incontro nuziale della vergine col Figlio dell’Altissimo, di regalità celeste. La lettera proemiale che Angela premette alla sua Regola è imperniata su questa certezza: “sorelle mie, ve esorto, anzi tutte ve prego et supplico che, essendo state cossì elette ad essere vere et intatte spose del Figliol di Dio, primo vogliate cognoscer che importa tal cosa, et che nuova et stupenda dignità sia questa…Siemo chiamate a tal gloria di vita, che spose del Figliol di Dio siamo, et in ciel regine diveniamo…” E su questo tema ritornerà nei Ricordi e nel suo Testamento, affinché i membri del governo sappiano quant’è grande la dignità delle loro figliole, e ricordino con quale rispetto devono governare. E’ in questo che consiste l’autentica promozione della donna che sceglie di entrare nella Compagnia di Sant’Orsola. A lei, che potrebbe anche avvertire un senso di disagio non essendosi potuta realizzare come monaca di voti solenni; e alla società, che potrebbe guardare a lei con compassione come a una povera zitella, Angela parla di Cristo come dell’Amatore che previene col suo amore e col quale si instaura un rapporto d’amore. La vergine della Compagnia di S. Orsola si realizzerà pienamente in questo amore. Siamo sul piano spirituale-mistico. Se poi prendiamo in mano il primo capitolo della Regola (il primo, stando al manoscritto più antico da noi scoperto) ci sorprende una delle condizioni poste da Angela per l’accettazione dei membri: “che la intre allegramente et di propria voluntade”. Entrare allegramente, con gioia, senza rammarico e senza rimpianti, direi che è normale per chi ha fatto tale scelta. Ma entrare “di propria volontà” quando la società non riconosce alla donna il diritto di scegliere il proprio destino, era davvero un andare contro corrente: Era come rivendicare una indiscutibile libertà di scelta, una volontà autonoma fuori tutela, pur non trascurando di ingiungere: “obbedire alli padri et matre, et altri superiori di casa, alli quali consigliemo domandar perdonanza una volta la settimana per segno de suggettione et conservatione della charità”. Un altro punto a tutta prima sconcertante riguarda la struttura istituzionale. Angela, così legata ai Francescani e ai Canonici Lateranensi (dei primi aveva rivestito l’abito, presso i secondi aveva stabilito la propria residenza), lei che godeva della stima del clero locale, istituisce una forma di governo tutta femminile (i quattro “homini” previsti dalla Regola hanno solo funzione di agenti di affari materiali). E’ l’affermazione della capacità di autogoverno rispetto alle forze ecclesiali maschili (badate bene: forze ecclesiali, non autorità ecclesiastica, perché, per il rispetto e l’ossequio alla Gerarchia, Angela è veramente figlia della Chiesa, Rispetto, ossequio,


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dipendenza dall’autorità religiosa canonica, senza per questo coinvolgerla direttamente nel governo dell’istituzione). I Terz’Ordini si appoggiavano ad un primo ordine maschile. La Compagnia di Sant’Orsola non avrà neppure il superiore uomo, ma un governo collegiale di donne, cui una sarà preposta come madre, tesoriera, rappresentante legale. E’ una struttura interessantissima, che dice la fiducia che Angela aveva nelle capacità di discernimento, di decisione, di giudizio della donna. E nel collegio di governo, oltre ad alcune vergini membri della Compagnia con funzioni di superiore immediate e di formatrici, Angela immetterà delle dame della nobiltà bresciana: le cosiddette “matrone”. Vedove del bel mondo, ritenute un tempo di età avanzata, all’analisi delle loro polizze d’estimo si sono oggi rivelate altrimenti. Una Ginevra Luzzago, alla fondazione della Compagnia è sui 32 anni; ha sette figli, un buon personale di servizio, un lungo elenco di proprietà immobiliari. Veronica Buzzi ha poco più di 30 anni, come Lionella Pedezocca e Caterina Mei. La loro carica è piuttosto rappresentativa ed amministrativa, con funzioni di difesa della compagine istituzionale e dell’inserimento della Compagnia nel tessuto socio-ecclesiale della città. Ma coinvolgendole nel governo Angela offriva una nuova dimensione alla loro capacità d’amore e di maternità dilatandola ad abbracciare le loro “figlie spirituali” (detterà Angela stessa) “come se le fussen uscite fuor del stesso corpo vostro, et mazzor ancora”. Spiritualità del governo e norme di governo fanno l’oggetto soprattutto dei Ricordi e del Testamento; ma spiritualità della consacrazione orsolina e norma della vita orsolina è principalmente la Regola, di cui già da molti anni è largamente diffuso il testo della prima edizione a stampa, e di cui recentemente abbiamo scoperto il più antico manoscritto finora conosciuto, e che risale con tutta probabilità al 1545-46. Possediamo così l’autentico progetto di vita dettato da Sant’Angela, e che fu vissuto dalla Compagnia primitiva. Attualmente la vera Regola mericiana è norma di vita per le Compagnie di Sant’Orsola-Istituto Secolare, non solo in Italia, ma anche nel mondo; è premessa o documento ispiratore per le Costituzioni delle religiose orsoline sparse in tutti i continenti. Invece, nelle regioni più propriamente mericiane (Brescia, Verona e Mantova), la Regola autentica della Compagnia primitiva è stata soppiantata presso le Figlie di S. Angela secolari, da una riformata, adattata poi nel 1866 dal vescovo Verzeri e dalle sorelle Girelli. Tuttavia a Brescia, accanto alla Compagnia numerosa che ha la Regola Verzeri-Girelli, c’è una Compagnia, sia pure di numero assai limitato, che ha come norma di vita la Regola autentica della Compagnia primitiva. Già nella seconda metà del Cinquecento vi erano stati Vescovi che, colpiti magari solo dall’aspetto esteriore dell’istituzione mericiana, fondarono Compagnie di Sant’Orsola nelle loro diocesi. E lo fecero con Regole proprie, talvolta ispirandosi da vicino a quella mericiana (come Ferrara e Foligno), tal altra staccandosene nettamente sia nelle strutture che nello spirito, come avvenne per esempio a Milano ad opera del cardinale Borromeo. Motivi di opportunità o di apostolato, o attrattive spirituali impressero a qualche Compagnia un’evoluzione verso la forma congregata, come avvenne – ancora a Milano – intorno al 1585, e in Provenza tra la fine del 1500 e il principio del 1600, dove l’evoluzione culminò nella fondazione dell’Ordine di S.


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Orsola. Orsoline claustrali e congregate assunsero come attività specifica la catechesi e l’educazione della gioventù. Anche le vergini della Compagnia bresciana, e poi quelle di Ferrara e di Foligno, e a poco a poco quelle delle altre Compagnie, si erano impegnate nelle scuole della dottrina cristiana e nei giorni festivi, pur continuando a vivere la loro consacrazione come secolari, entro le mura di casa. Per tutte loro, quei Ricordi e quel Testamento che Angela aveva dettato come norma di governo della Compagnia, divennero la “magna charta” della loro pedagogia. Angela non aveva mai fatto scuola; aveva solo cercato di condurre le anime a Dio col consiglio, con la direzione spirituale, con la testimonianza di tutto il suo essere teso verso il Cristo contemplato, amato, manifestato con la parola. Ma conosceva la donna, sapeva l’arte di guidare e di governare. Così ne parlò alle governatrici affinché imparassero a loro volta a guidare e a governare. Ricordi e Testamento sono così ricchi di saggezza e di esperienza che vennero spesso scambiati per scritti pedagogici dettati per l’educazione delle fanciulle. Fatta questa precisazione che mi pareva necessaria, riterrei opportuno rilevare qualcuno di quei principi che – inesattamente, ma non a torto – fecero spesso inserire sant’Angela tra i pedagogisti; quei principi, cioè, che sono all’origine della cosiddetta “pedagogia mericiana”, e che Angela sembra ricavare da una ideale concezione della famiglia intesa come ambiente educativo. Non per nulla, parlando alle governatrici della Compagnia come a madri, userà l’espressione “le vostre figlie… queste nostre foglioline…”. Se la sua religiosità alimenta in lei sentimenti di rispetto per la missione della formatrice (e per traslato noi potremmo dire dell’educatrice, dell’educatore, dei genitori); se la conoscenza dell’animo umano le suggerisce i criteri di una educazione personalizzata, il suo amore di madre le fa abbracciare – come si suol dire oggi – “tutto” l’uomo. Spiritualità e non spiritualismo disincarnato, non esclude l’interesse per l’uomo concreto, anima e corpo. Così Angela raccomanderà alle governatrici che siano sollecite e vigilanti nell’informarsi dei bisogni spirituali e temporali delle loro figliole; che vadano a trovarle, specie nei giorni di festa, e “vedano come stanno”. E raccomanderà che nelle sedute di consiglio della Compagnia vengano considerati i loro bisogni “così spirituali come corporali”, e che poi si prendano gli opportuni provvedimenti alla luce dell’amore e dello Spirito Santo. Del resto, nella Regola Angela aveva già prescritto che i beni della Compagnia come tale venissero amministrati con saggezza, ed usati ”specialmente in soventione delle sorelle, et secondo ogni occorrente bisogno”. E che se qualcuna si fosse trovata sola, senza casa e bisognosa di aiuto, o malata, la Compagnia intervenisse direttamente in suo favore. Naturalmente, suggeriva ai suoi membri di lasciare qualcosa in eredità alla Compagnia, “in segno di amore e carità verso le sorelle”. Tenendo presente questa duplice dimensione dell’uomo, anima e corpo, Angela detterà misure di sano equilibrio: alimentazione e riposo secondo il bisogno, e freno dello zelo immoderato nella pratica dl bene. Armonizzazione delle due dimensioni, per una loro serena convivenza.


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Questa sua concretezza le farà dire: “ve supplico, che vogliate tegnir conto et haver in mente et nel core scolpide tutte le vostre figliuole de una in una, non solamente li loro nomi, ma ancora la conditione, et natura, et ogni stato et essere suo”. La “pedagogia” mericiana (perdonatemi ormai il termine “pedagogia’) si basa su codesta conoscenza dell’altro; una conoscenza approfondita che considera l’educando (e perdonatemi pur questa parola) nel suo contesto essenziale ed esistenziale. Di qui scaturiscono principi di una educazione personalizzata, che cerca di conseguire il fine che le è proprio senza tuttavia imporsi schemi prestabiliti. La pedagogia mericiana mira a realizzare il progetto che Dio ha fatto per ogni uomo; Angela cercherà di inculcare nelle governatrici un profondo rispetto per ciascuna delle loro figlie, “perché tutte sono creature di Dio, e non sapete che cosa Egli voglia fare di loro”, ma Lui “ben sa che cosa ne vuol fare”. E commenta: Come potete sapere voi, se quelle che vi sembrano meno dotate non daranno un giorno risultati migliori delle altre? Speranza e dinamismo dell’educatore, fondati sulla certezza che Dio, avendo fatto il progetto, ha posto in ciascuno le forze per realizzarlo. E pertanto l’educatore dev’essere rispettoso dell’originalità dell’individuo, così come della sua dignità: “Sopra tutto guardatevi dal voler far fare per forza, perché Dio ha dato il libero arbitrio ad ognuno, e non vuol forzare nessuno, ma solamente dimostra, invita e consiglia…” “Pregovi di grazia, vogliate sforzarve de tirarle con amore, et la man soave et dolce, et non imperiosamente né con asprezza, ma in tutto vogliate esser piazzevole”. E nello stesso tempo l’educatore deve aiutare l’educando a superare i propri limiti, a vincere le proprie debolezze applicando i rimedi adeguati: se una è pusillanime e timida e portata alla sfiducia, rinfrancarla,farle animo, prometterle il bene dell’aiuto di Dio, dilatarle il cuore con ogni consolazione. Se invece fosse presuntuosa, di coscienza facile e avesse poco timor di Dio, stimolare in lei il senso del timore e rammentarle che Dio è giustamente rigoroso. Gli interventi devono però essere equilibrati: a tempo e luogo affabili o severi, e poco o molto secondo la necessità. Poiché è certo che si può ottenere più con la bontà e le belle maniere che non con le maniere forti; tuttavia queste possono rendersi necessarie, ma sempre “a tempo e luogo, secondo l’importanza, la condizione, il bisogno delle persone”. E’ evidente che una educazione così presuppone la conoscenza del soggetto da educare, e che una conoscenza così può venire solo da una relazione interpersonale fondata sull’amore. “Sicché,le mie cordialissime Madri, se amerete queste nostre figlioline con viva e sviscerata carità, impossibil cosa sarà che non le abbiate tutte particolarmente dipinte nella memoria e nel cuore… e impossibil cosa sarà che dì e notte non le abbiate presenti alla mente e scolpite in cuore, tutte, a una a una, perché il vero amore agisce così”. Oggi – come sempre e come da sempre – l’umanità ha bisogno d’amore. I vostri figli hanno bisogno d’amore, e devono sentire questo amore tenero e forte, devono trovarvi aperti all’ascolto, comprensivi verso i loro sbandamenti ma fermi e leali nella guida; devono sentirvi coinvolti nei loro problemi; devono sentirsi amati nei loro problemi. Ci vuole l’aiuto di Dio. Angela Merici vi direbbe: “Non vi perdete d’animo di non sapere né poter fare quello che si richiede degnamente per un’opera così singolare. Abbiate speranza e ferma fede in Dio, che Egli vi aiuterà in ogni


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cosa”. Lei ne aveva fatto l’esperienza quando aveva istituito la Compagnia e l’aveva governata Ho approfittato abbastanza del vostro tempo e vi prego di perdonarmi. Parlare di una donna così precorritrice di questi nostri tempi, nel suo paese natale, mi ha preso la mano! Concludo. Il 7 gennaio 1610 il vostro Consiglio Comunale prese all’unanimità questa decisione: “Sii fatto far un quadro grande sopra la tela, con colori fini, a oglio, sopra il quale si debba far dipingere la santissima Pietà; et da una parte santa Maria Maddalena, et dall’altra la beata Angela, da dover essere riposto nella sala dove si congrega il spettabile Consiglio del Comune nostro”. Significava rivendicare ad Angela la sua cittadinanza desenzanese; nello stesso tempo Desenzano riconosceva in lei un prototipo di donna da esaltare, e di santa da invocare. Nel fregio che corre all’interno della chiesa parrocchiale, una metopa la raffigura velata, col rocchetto e il bordone del pellegrino; il quadro che stava al Machetto la rappresenta anch’esso col bordone e la zucchetta del viandante, mentre una scritta la qualifica “Beata Angela Pelegrina”. Lei, che ha varcato il mare in tempesta sfidando l’agguato dei pirati, ritorni a camminare con noi lungo le nostre strade, maestra di vita, educatrice della fede, artefice di pace e, soprattutto, messaggera d’amore.


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4. ANGELA MERICI FRA STORIA E LEGGENDA Questo articolo fu pubblicato nella rivista “Vita Consacrata”, Ancora, Milano, nell’ottobrenovembre 1990. E’ stata soppressa la “Nota della Redazione” che l’introduceva. (cfr. le note del fascicolo)

La leggenda ha spesso avuto qualcosa da dire sul conto dei santi dei tempi andati: sostenuta dalla buona fede e dalla pietà popolare, ha trovato buon gioco e fatto strada nell’omiletica, nella storiografia, nell’iconografia, con buona pace della “storia” e della “critica” che sono arrivate sempre troppo tardi. Così storia e critica si trovano ad avere molto da fare per ristabilire la verità, sfrondando la santità dalle sovrastrutture della leggenda e ridimensionandone la straordinarietà per lasciare il giusto spazio all’invasione dello Spirito di Dio e allo sforzo del Santo nel corrispondere alla sua azione. Una tale operazione non è mai indolore, specialmente quando la priorità cronologica della leggenda sulla Storia è lunga di secoli. E “leggenda” non è solamente lo spettacolare; può esserlo anche il serioso, quando venga attribuito erroneamente a una Santo, dando corpo ad una figura che non corrisponde alla realtà. E’ accaduto così per alcuni versi, e in maniera notevole, anche a sant’Angela Merici: Vogliamo pertanto ripercorrere la vicenda terrena della Santa con l’aiuto della Storia, grazie anche al contributo di una documentazione in parte fino a qualche anno fa sconosciuta (1)! Angela Merici nasce intorno al 1474. Questa data pare avvicinarsi a verità benché in nessun documento si siano finora trovati i dati anagrafici della Santa. I biografi si sono basati su due fonti per fissare l’anno ora nel 1470 e ora nel 1474. La testimonianza più antica è quella di Pandolfo Nassino, cronista bresciano. Il giorno stesso del funerale di Angela, nel suo Registro di molte cose seguite (2) annotò “de età de anni circa 65 in 70, donna magra de corpo et de comune statura”. Successivamente Bernardino Faino, assiduo ricercatore d’archivio, infaticabile raccoglitore di documenti, pubblicò nel 1672 una Vita della Merici (3). Mentre nei suoi lavori precedenti si era mostrato incerto sull’anno della sua nascita, in questa Vita scrisse che Angela era nata nel 1474, senza tuttavia documentare o giustificare il motivo di tale affermazione. L’attendibilità delle sue indicazioni è modesta: quella del Nassino fa oscillare la data entro un’ampiezza di cinque anni, e non si propone di precisare l’età della defunta, ma solo di completare con una informazione approssimativa una notizia di cronaca. Il 1474, proposto dal Faino, potrebbe maggiormente giustificare le preferenze incontrate in seguito, se egli avesse citato la fonte della notizia. Non lo ha fatto. Tuttavia, quasi per una tacita convenzione generale, da allora il 1474 è stato accolto e introdotto definitivamente nella storiografia mericiana.Invece la data del 12 o del 21 marzo, che si trova presso qualche autore, sembra non essere che una illazione puramente gratuita. Angela Merici nasce dunque intorno al 1474 a Desenzano del Garda, nella allora Lombardia Veneta soggetta alla Serenissima. Il padre,Giovanni, veniva da una piccola nobiltà che si era allontanata da Brescia nell’impossibilità di continuare a pagare al Comune il contributo necessario a mantenere il proprio rango nobiliare. Non si sa per quali tappe fosse giunto a stabilirsi nel borgo lacustre. La madre, Caterina de’ Bianchi, era sorella di ser Biancoso di Salò, uomo di legge e per molti


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anni membro del consiglio cittadino. E poiché Caterina era un nome troppo comune per poterla identificare, qualcuno la soprannominò “la Biancosa”. A Desenzano, i coniugi Merici dopo la nascita di Angela si trasferirono, dalla casa di fronte al Castello, alla proprietà agricola delle Grezze (4). Le “rasse”, denunce sporte dai campari contro i residenti nel comune colpevoli di qualche infrazione anche involontaria, di qualche imprevedibile disavventura contadina o di qualche monelleria, oltre a fornire uno spaccato di vita paesana e a lasciar intravedere i risvolti di una legislazione comunale minuziosa, aprono qualche sottile spiraglio anche sulle proprietà dei Merici e sul loro bestiame. Non si trattava forse di una situazione di gran benessere, ma neppure si potrebbe parlare di povertà. La perdita dei registri delle imposte ci impedisce di conoscere l’esatta consistenza patrimoniale della famiglia; sappiamo però che nel 1523 Angela era ancora iscritta nell’Estimo come proprietaria di un appezzamento di terra coltivabile e piantato a vigna per un’imposta di 5 lire planete (5). Le “rasse” della sua infanzia lamentano i guai provocati da qualche capra, da un paio di bovini e anche da sei porcellini: un piccolo patrimonio che doveva fornire una certa tranquillità materiale alla famiglia ricca di quattro, o forse più sicuramente cinque figli.Di questi Angela pare fosse la penultima. Doveva dare qualche lustro alla vita nella cascina fra i campi il fatto che Giovanni sapesse leggere; e leggeva ad alta voce, ai familiari e ai famigli riuniti, le vite dei Santi. Di queste letture Angela serberà un ricordo indelebile, racconterà di averne subito il fascino fin dalla prima infanzia e di essersene lasciata orientare verso una vita “sobria, spirituale e contemplativa”. Diventerà a sua volta una buona lettrice: ne darà testimonianza il contemporaneo Agostino Gallo (6) affermando con stupore che, pur non avendo ricevuto un insegnamento sistematico, Angela sapeva leggere e “leggeva una quantità de libri santi” e che, nei momenti di libertà che le rimanevano dopo le preghiere e i servigi resi al prossimo, si dedicava alla lettura. A sua volta il cavalier Giacomo Chizzola (7) si disse stupito che Angela “non havendo mai imparato lettere latine, intendesse così bene come faceva la latinità”. Le frequenti letture avevano probabilmente affinato un’intelligenza già viva per se stessa, e che doveva portare il segno di una certa tradizione familiare. Cade così il titolo di “analfabeta” che spesso le viene attribuito. Il soggiorno più tardi presso lo zio Biancoso di Salò portò Angela in un ambiente culturale accurato e ricco di proposte; forse qui Angela poté approfondire la propria capacità di lettura. Non risulta invece che sapesse scrivere (8). Sta di fatto che, per lasciare alle sue figlie la Regola e altri due brevi testi, ricorrerà a un segretario, Gabriele Cozzano, notaio, da lei nominato cancelliere della Compagnia, cui detterà quanto doveva aver lungamente meditato fin dagli anni della giovinezza. Poco si racconta della sua infanzia e della sua adolescenza. Qualche autore volle vedere nei giochi infantili d’ispirazione religiosa il segno di una predestinazione celeste. Ma gli scarsi giochi delle bambine del suo tempo non potevano che riflettere l’elemento spettacolare di quelle celebrazioni con concorso di popolo cui accadeva loro di assistere: le sagre paesane, le cerimonie liturgiche con le loro processioni tra il suono delle campane e i colori vivaci degli stendardi delle confraternite. Gli agiografi raccontarono con religiosa ammirazione di una “fuga al deserto” di Angela bambina assieme a un fratello. Non pare proprio il caso di evocare il soprannaturale in tutto questo: doveva trattarsi di una semplice ripetizione nel gioco delle avventure


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degli eremiti di cui i ragazzi avevano sentito raccontare. Quanto poi a situare codesta fuga in età giovanile come hanno fatto vari scrittori, questo sarebbe da escludere in nome di quel buon senso e di quell’equilibrio di cui Angela ha dato prova nel corso della sua vita. Quando Angela è sui diciassette-diciotto anni, in breve volger di tempo è colpita da tre lutti: le muoiono il babbo, la mamma, la sorella maggiore. Basandosi sulla rievocazione di Angela stessa ad Antonio Romano, tutti i biografi raccontarono come temesse per la salute eterna della sorella morta prematuramente, e come Dio stesso l’avesse consolata mostrandogliela nella luce dei cieli. La visione aveva avuto luogo al Machetto (9), una località vicina alle Grezze e nella quale i Merici avevano terre e conducevano al pascolo le bestie. Per quel fatto mirabile il Machetto era poi diventato luogo di devozione, come attestano gli Atti del processo di canonizzazione (10). Nessuno dei biografi sembra essersi mai posto una domanda circa le colpe di cui poteva essersi macchiata la ragazza, ma ora le “rasse” ci informano che una figlia dei Merici era stata accusata più volte di infrazioni imperdonabili, come passare con i buoi attraverso campi coltivati. Erano forse più che altro monellerie, ma alla coscienza delicata di Angela dovevano aver assunto la gravità del peccato e averle fatto dubitare del destino eterno della sorella. Dopo quella serie di lutti lo zio, ser Biancoso de’ Bianchi, condusse Angela a Salò, pare con un fratellino. L’ambiente salodiano era sicuramente più mondano ed elegante. Angela aveva una folta capigliatura di color biondo tizianesco; le dissero che ciò costituiva una prerogativa invidiabile per una ragazza in età di marito. Non esitò allora a cercar di offuscarne il fascino lavandola con cenere e fuliggine. Qualcuno ha obiettato che questo è uno di quei gesti che s’incontrano frequentemente nella vita delle sante vergini; tuttavia esso pare avere, in questo caso, i crismi della veridicità. Nel secolo XV era invalsa a Venezia la moda femminile dei capelli biondi e non mancavano le ricette e i ritrovati per ottenere quei riflessi. Ora – ed è particolare rilevante – Angela i capelli biondi li aveva per natura; nel verbale della ricognizione della salma (agosto 1774) si rilevò che conservava ancora “quasi tutti i suoi capelli di color biondo”. Un altro episodio (questo rimane sospeso fra storia e leggenda) viene ascritto dai biografi a questo periodo. Angela durante una scampagnata aveva buttato un pugnello di terra sopra un’insalata d’erbe e di fiori che le era stata offerta. Era una presa di posizione di fronte alla mondanità del gruppo in cui si trovava, o il sottrarsi impetuoso a una tentazione di gola? O solamente un’invenzione agiografica? Certo, il fatto potrebbe essere vero, e sarebbe indicativo di un temperamento vivace, dalle reazioni immediate. Come era avvenuto a proposito della capigliatura e come sarebbe avvenuto in altre circostanze. Del suo soggiorno salodiano Angela parlò in età avanzata a un giovane sacerdote, Giacomo Tribesco (11), rievocando le molteplici faccende domestiche sbrigate presso gli zii, nonostante i prolungati digiuni. E questo le aveva permesso di esortare il prete ad abbracciare la mortificazione e la parsimonia. Fu probabilmente per legittimare il regime di austerità che si era imposto, oltre che per poter accedere più frequentemente alla mensa eucaristica, che Angela chiese ed ottenne


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l’ammissione al Terz’Ordine francescano dell’Osservanza. Era una decisione che ufficialmente non le precludeva lo stato coniugale, quindi non doveva esserle stato difficile ottenere l’assenso degli zii. Nello stesso tempo, con la tunica di bigello e il velo bianco, diventata per tutti “Sur Anzola”, acquisiva il diritto a una vita ritirata e penitente. Sulla sua vita penitente bisogna intendersi. Il canonico Tribesco testimoniò che Angela, appunto a Salò, “non mangiava in tutta la settimana se non il giovedì”. Ma che cosa significava “non mangiava se non…”? Alludeva all’assoluta astensione dal cibo, o a una restrizione alimentare come avviene nel digiuno ecclesiastico? La testimonianza del Tribesco va interpretata grazie alla deposizione di due testimoni oculari, Giovan Antonio Romano (12) che ospitò Angela in casa propria per quasi quattordici anni, e Agostino Gallo (13) che la tenne con sé a Cremona e poi qualche tempo anche a Brescia. Questi non parlano di astensione totale dal cibo, ma di digiuno prolungato e di astinenza totale dalle carni. Angela si nutriva di verdure, di legumi, fors’anche di quelle polente che si cocevano con cereali inferiori come segala, spelta, miglio e sorgo (il mais non era ancora stato importato dalle Americhe). Solo più tardi qualche biografo scrisse di digiuni totali o quasi, periodici o prolungati o addirittura ininterrotti, dilatando a dimensioni da leggenda la realtà dei fatti asserita diversamente dai testimoni oculari. Nacque in tal modo la favola della scelta fra tre noci, o tre fichi, o tre castagne, oppure una mela per l’unico pasto giornaliero, raccontata da Mattia Bellintani da Salò (14), il quale arrivò ad affermare che Angela viveva talora di sola eucaristia. Fu questa linea di assoluta o quasi assoluta astensione che ebbe fortuna nella letteratura successiva, creando attorno alla terziaria francescana l’aura meravigliosa del miracolo perenne. C’è invece un avvenimento straordinario che è incontestabile, poiché Angela stessa ne parlò ad Agostino Gallo, e il Gallo ne riferì al Processo Nazari. Accadde quando era giovinetta, ma non ne conosciamo esattamente l’epoca né il luogo. Le apparve Satana in sembianze d’angelo di luce. Allora “subito si distese con la faccia a terra gridando: Va’ nell’inferno, nemico della croce, poiché io conosco che non sono degna di vedere alcun angelo di Dio”. E il demonio era scomparso. Repentina la visione, repentina la reazione. Incerta è l’epoca del ritorno di Angela a Desenzano, né per ora si sono trovate notizie sulla sua vita quotidiana. Possiamo solo supporre quali fossero le sue occupazioni: quelle di una normale donna del paese, con il tempo diviso tra chiesa casa e campi, la preghiera e qualche lettura, il podere e la vigna, le fatiche domestiche d’ogni giorno e quell’aiuto che la gente del popolo soleva scambiarsi abitualmente, e sopra tutto in situazioni d’emergenza. Tanto più che la sua professione di terziaria l’obbligava maggiormente alla pratica di quelle opere di misericordia corporali e spirituali cui per altro erano tenuti anche i semplici cristiani. Elemosina nelle sue forme molteplici, visita agli infermi, accompagnamento del Viatico ai moribondi o dei defunti alla sepoltura, costituivano quel particolare tessuto di rapporti socio-religiosi che andava sotto il nome generico di opere di carità. Angela dovette certo prendervi il proprio posto, con lo slancio della sua giovinezza limpida e coraggiosa e con la tenacia della sua volontà perseverante. E in particolare con quella sua capacità di dialogo che più tardi le avrebbe attirato la stima e la fiducia dei


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Bresciani, e che doveva già esserle diventata un mezzo per irradiare il senso del soprannaturale. Poi sopra tutto c’era la sua vita di preghiera che le assorbiva parte del suo tempo: preghiere vocali secondo la Regola francescana, e contemplazione silenziosa per rispondere al bisogno del cuore e al richiamo di Dio. E un giorno che si trovava nei campi per la mietitura (15), e si era appartata a pregare nel tempo della siesta, si aprirono i cieli per lasciar sfilare una processione di vergini e d’angeli. Quando volle descrivere l’evento, dovette ricorrere all’immagine di una scala, ed evocare fulgori e armonie per tradurre in parole umane il divino ineffabile. Nella visione Dio le aveva trasmesso un messaggio: un giorno lei avrebbe dovuto istituire una compagnia di vergini. Dove, quando e come, sarebbero rimasti a lungo un segreto di Dio, nonostante le illazioni suggerite ora dalla buona volontà e ora dalla fantasia di alcuni biografi. La raffigurazione della “scala”, immagine qualificante per l’identificazione della Santa, ebbe larghissima parte nell’iconografia mericiana. Ed è forse quella che meglio interpreta la sua vicenda interiore, cogliendo la santa nella tensione dell’essere verso quel mondo dello spirito che già l’affascina e per il quale affronterà un’impresa per allora inaudita. Ma dovrà trascorrere qualche decennio prima che Angela passi all’attuazione. Non mancò chi volle ravvisare,in quella schiera celeste, anche la Madonna e sant’Orsola, ma né il Landini (16) né il Nazari ne hanno fatto cenno. Non si vede quale fondamento abbia la voce “A. Merici” nella Biblioteca Sanctorum (17) che afferma – in un testo che è una sconcertante sequenza di incongruenze e di inesattezze – che “Angela incominciò subito a radunare attorno a sé bambine e ragazze povere per istruirle nel lavoro e nell’assistenza agli infermi, rinunciando a qualsiasi prospettiva di matrimonio…” Nessuna tradizione orale, né scritta, né iconografica contemporanea o immediatamente posteriore viene a suffragare un tal fatto, dato invece così per certo dall’Autore. A Desenzano Angela scavava inconsapevolmente le fondamenta per l’opera cui Dio l’aveva destinata, e lo faceva sperimentando la sua condizione di donna nubile, isolata nella sua vita di consacrazione. Forse anche per questo motivo un giorno ancora lontano avrebbe offerto alle vergini di sant’Orsola, da lei istituite, le strutture di una fraternità dello spirito quale mezzo di reciproco sostegno e quale aiuto per una gioiosa perseveranza. Nel 1516, Angela si allontanò nuovamente da Desenzano, diretta questa volta a Brescia, e fu per un atto d’obbedienza verso i superiori francescani da cui dipendeva come terziaria. Era investita di un preciso mandato: confortare madonna Caterina Patengola del dolore d’aver perso nel giro di qualche anno il marito e tre figli. Sarebbe entrata nella casa signorile non già a servizio, ma per una missione. Fu probabilmente d’autunno, alla fine dei lavori agricoli e dopo la vendemmia nella vigna che Angela possedeva ancora al paese natio.


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Vien da chiedersi a quale distacco da Desenzano (forse il primo, dopo la morte dei genitori?) volesse riferirsi uno storico bresciano di questo secolo allorché compassionava Angela, “costretta dall’avversa fortuna a lasciare la casa paterna, a emigrare, giovane ancora di anni ma già matura di esperienza, a Salò, a Brescia, in cerca di lavoro e di pane…”, evocando l’immagine della giovane “sospinta dai bisogni di una desolata orfanezza a servizi domestici presso varie famiglie…” (18). Queste righe sono piuttosto la reinvenzione di una figura costruita emotivamente, con la quale contrastano la situazione familiare prospettata dalle “rasse” e la condizione sociale dei Bianchi di Salò, i quali non avrebbero esitato a venir in aiuto alla nipote se si fosse trovata davvero in tanta povertà. Ma se un tale compianto non vale per Angela giovinetta, a maggior ragione è insostenibile a proposito del suo trasferimento a Brescia nel 1516, quando Angela, ormai quarantenne, vi si reca con un preciso incarico e in condizioni lusinghiere. Presso Caterina, “sur Anzola” dovette essere ospite, dama di compagnia, amica. Lei però non era donna da farsi mantenere, né da approfittare delle occasioni per concedersi maggior facilità di vita. Gabriele Cozzano, che l’aveva conosciuta bene da vicino, ricordando come l’apostolo Paolo, pur potendo vivere lecitamente dei frutti della propria predicazione, si guadagnasse il pane lavorando, aveva concluso l’argomentazione: “Di questa vita è stata la fondatrice di questa Compagnia” (19). Possiamo dunque dedurre che, coerente con i principi di austerità che aveva adottati, Angela doveva certamente dare il proprio contributo di lavoro nel disbrigo di qualche faccenda domestica, benché si trovasse in quella casa sopra tutto per risollevare lo spirito di Caterina e per aiutarla a creare un’atmosfera accogliente e serena attorno alla piccola Isabella, la nipotina di quattro anni figlia della figlia Monica e rimasta orfana. In quel suo primo impatto con la città, Angela faceva un tirocinio prezioso nella cerchia delle amicizie dei Patengola. La sua innata distinzione e il senso istintivo dell’altro (di cui darà largamente prova negli Scritti (20) ) la preparavano all’esercizio di quella missione che era nei disegni di Dio. E Dio e natura le avevano dato con larghezza uno strumento di grazia per favorire l’attuazione del suo carisma: la parola. Una parola persuasiva, forte di una profonda convinzione e che scaturiva dal suo spirito immerso nella contemplazione di Dio; Dio, accolto come “Amatore” (21), come “Sposo” (22), e amato come tale. Ne rimase affascinato un giovanissimo mercante che frequentava casa Patengola e che forse era stato amico di Costanzo e Gandolfo, i figli di Caterina. Si chiamava Giovan Antonio Romano (23). Quando si avvide che Angela aveva ormai portato a temine il suo compito presso Caterina, la pregò che si trasferisse da lui. Intervennero forse ancora i superiori francescani? o Angela si rese conto che il giovane venuto dalla campagna e avviatosi da solo sulla via del commercio aveva bisogno di una guida spirituale? Sta di fatto che accettò l’invito rivoltole con “grande affettione”, e “si ridusse ad alloggiare” in casa sua. Proprio la deposizione di Antonio Romano al processo Nazari è di grande aiuto per ricostruire almeno nelle grandi linee la vita di Angela a Brescia. Altrettanto dovremmo dire delle testimonianze di Agostino Gallo e Giacomo Chizzola, testimoni giurati al medesimo processo.


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La posizione di Angela in casa Romano, dal 1517 al 1529, non era certo quella di una serva. Il suo ospite ha sottolineato di averla invitata per affetto. Ma nemmeno (e già lo abbiamo detto a proposito del soggiorno in casa Patengola) doveva essere quella di un’ospite che si facesse mantenere. Qualcuno suppone che aiutasse il Romano nel distribuire le elemosine che il buon livello economico, raggiunto e dichiarato nelle polizze d’estimo, gli permetteva di fare. Può anche darsi che vigilasse sulla servitù e sull’andamento materiale della casa. Il giovane non ne parlò al processo, ma raccontò di quella vita meravigliosa che aveva visto scorrere sotto i suoi occhi, o della quale la sua ospite gli aveva parlato qualche volta. Con lui Angela aveva rievocato gli anni infantili, le letture paterne, le preghiere d’ogni giorno per conoscere il destino eterno della sorella, e la visione di lei,i digiuni e le astinenze, l’adesione al Terz’Ordine. Lui a sua volta sapeva della stuoia e del pezzo di legno che le servivano da letto e da capezzale: ricordava d’aver avuto in lei un’ospite sobria e discreta, che non aveva mai mangiato carne ma solo ortaggi e frutta e che beveva solamente acqua. E che nella novena di Pentecoste soleva non prendere cibo se non una sola volta, a metà novena. Alla deposizione del Romano, rilasciata sotto segreto e sotto giuramento, faceva eco quella del Gallo, anch’essa sotto segreto e sotto giuramento, ma strettamente simile per quanto si riferiva alla vita penitente della Santa. E una grande analogia correva anche a proposito di una specifica attività svolta da Angela: quella dell’ascolto della gente che varcava la sua soglia per chiederle consiglio. Non per niente il suo primo involontario biografo (24) l’aveva paragonata a Debora, la profetessa giudice che giudicava Israele e alla cui funzione forense si faceva ricorso. Angela, la cui fama si era rapidamente divulgata per la città, era diventata un importante punto di riferimento. Ricorrevano a lei le persone più diverse, turbate da discordie familiari, preoccupate per l’avvenire dei figli, incerte sul modo di far testamento, o tiepide nella loro vita spirituale e che poi se ne andavano convertite. Ma la consultavano pure teologi e predicatori per farsi chiarire testi scritturali. Inoltre le sue conoscenze anche fra la classe abbiente le davano la possibilità di interporre i suoi buoni uffici a favore dell’uno o dell’altro dei ricorrenti. E lei interveniva con la sua parola ispiratrice di opere buone, detta con la convinzione del credente e che tradiva insieme la sua passione per la gloria di Dio e il suo zelo per le anime. Questa dell’accoglienza e dell’ascolto sembra essere stata l’occupazione principale per Angela. Nessuno dei suoi contemporanei, nessuno dei suoi biografi, nessuna voce nella tradizione locale, nessuna rappresentazione iconografica del posto le hanno mai attribuito una qualche attività specifica diversa. Tutti i biografi ricordano però la sua arte nel metter pace: pace in famiglia, dice il Gallo, tra marito e moglie, tra padre e figli, tra fratelli, tra parenti diversi; pace fra i due irriducibili nemici Filippo Sala e Francesco Martinengo, sfidatisi a duello e decisi a battersi; pace fra il duca Gonzaga e un suo cortigiano espropriato dei propri beni e bandito dal ducato. In questi due casi particolari Angela era riuscita là dove la partita sembrava ormai perduta. Compose la diatriba fra i due Bresciani violenti che non si erano piegati alle suppliche delle mogli né alla mediazione del Duca d’Urbino; ottenne la riabilitazione del cortigiano da quel signore fiero, fazioso e pronto a qualsiasi misfatto, che soleva non cedere a invocazioni di pietà.


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E’ dalla sua vita sacramentale che Angela attingeva quella sapienza che ispirava le sue parole e dava loro tanta efficacia. Lo rivelò il Gallo, più colto e più attento osservatore che non il Romano: “Si comunicava tutti quei dì che poteva, stando al Sacramento più ore della settimana a udire delle messe; e così, perché era di pochissimo sonno, è da credere che la maggior parte della notte facesse orazioni, contemplando, speculando quelle cose divine che a pochissime persone sono concesse…”. La preghiera che le era familiare, dettata nella Regola, consente di intuire a quali altezze di contemplazione la portasse lo Spirito, attraverso lo spogliamento interiore e il profondo silenzio delle passioni. Non sorprende quindi che Bertolino Boscoli (25) l’avesse veduta in estasi a san Barnaba durante la celebrazione eucaristica. E con lui molti degli astanti avevano guardato con stupore quella donna immersa nella contemplazione. Sollevata un palmo da terra, e non quasi a mezz’aria come la ritrae l’incisione progettata da Pietro Angeletti ed eseguita da Carlo Antonini nel 1807 in occasione della sua canonizzazione in san Pietro! Quel fenomeno soprannaturale, dono privilegiato della benignità di Dio, non era tuttavia ciò che faceva la sua santità. La sua santità era frutto di quel coraggioso e lieto e costante esercizio ascetico che la portava a conformarsi all’Essere contemplato, partecipando più concretamente alla sua missione di redentore. Così ai digiuni prolungati di cui abbiamo già parlato, Angela aggiunse le sofferenze corporali dei flagelli e del cilicio, la cui descrizione è riportata negli Atti del processo di canonizzazione (26). Non pare invece attendibile il racconto che d’inverno Angela indossasse la camicia dopo averla immersa in acqua gelata: il che non sarebbe consono con l’umile sentire di sé che non espone a tentar Dio, né col senso della misura proprio di Angela Merici. Ma c’era un’altra forma di penitenza, a quei tempi, che la Chiesa comminava in espiazione di grandi peccati, o che cristiani ardimentosi si imponevano, spinti dal desiderio di lucrare le indulgenze annesse e dalla devozione verso i luoghi della vita di Cristo e dei Santi: i pellegrinaggi. Angela ne fece e ne reiterò l’esperienza. Nel 1524, data che ormai sembra fuori discussione, si avventurò verso la Terra Santa. Le erano compagni Antonio Romano e il cugino Bartolomeo, figlio dello zio Biancoso de’ Bianchi: o, per dirla correntemente col nome latinizzato, Bartolomeo Biancosi. A Venezia sarebbero salpati con la “nave pellegrina”, in gruppo con altri. Mentre il Romano, che li aveva preceduti, si occupava dei preparativi del viaggio, Angela e Bartolomeo cavalcavano verso Padova, da dove probabilmente col burchiello avrebbero percorso il Brenta fino alla laguna. Ma prima di Padova, a Montebello Vicentino, si trovarono la strada sbarrata da un torrente ingrossato dalle violente piogge dei giorni precedenti; piogge che avevano impedito al Doge di uscire in bucintoro a sposare il mare, e ostacolato le marce dell’esercito, come racconta Marin Sanuto (27). Sul torrente era gettata un’esile passerella, ma il vetturino (scrive il Bellintani) che portava Angela in groppa al cavallo si era fermato interdetto, fra il rischio di una traversata a guado e quello di affrontare quel fragile ponte di fortuna. Allora il cavallo si era mosso da solo, trasportando Angela oltre la passerella senza esitazione alcuna. L’avventura rimase per qualche secolo a mezzo fra la leggenda e la storia: ora, letto nei Diari del Sanuto il racconto delle piogge torrenziali dei giorni


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precedenti, crediamo di poterla ritenere autentica. Giunti a Venezia, Angela e Bartolomeo presero parte con Antonio alla cerimonia dell’accompagnamento al porto dei pellegrini. Era il 26 maggio, festa del Corpus Domini. La comitiva pare non raggiungesse il numero di cinquanta. Quando le condizioni atmosferiche lo permisero, la nave sciolse le vele e salpò; se ne ignora la data. Nella sosta al porto di Canea, sulla costa nord-ovest dell’isola di Creta, Angela fu colpita da un’affezione agli occhi che le avrebbe reso difficile proseguire il viaggio. Tuttavia non volle interromperlo, e i suoi compagni le fecero da guida e le furono buona scorta. Qualche Autore parlò di cecità completa; il Romano che l’accompagnava disse: “perse quasi in tutto la vista”. La “cecità assoluta”, per vari motivi, sembra tenere più della leggenda che della realtà. A Gerusalemme Angela fu ospite del monastero delle monache Terziarie del Monte Sion, dove si ricevevano le donne; gli uomini andavano a quello dei Frati del Monte Sion. Purtroppo non si hanno maggiori particolari: Bartolomeo non lasciò note, e Antonio era probabilmente più sensibile alle avventure epiche che non a quelle dello spirito, e pertanto non indugiò nel racconto delle visite ai luoghi santi. Raccontò invece del viaggio di ritorno: la sosta a Rama (l’attuale er-Ram) sulla via da Gerusalemme a Betel, per tema dei musulmani armati in agguato; la lunga fermata a Cipro per il carico delle mercanzie; lo scalo a Candia della nave pellegrina in flottiglia con altre due la sera della festa di san Francesco; la tempesta di nove giorni con la scomparsa delle due navi, mentre quella dei pellegrini s’era salvata buttando a mare munizioni e mercanzie. E a questo punto le correnti e i venti l’avevano trascinata verso la costa africana; aveva vagato a lungo all’altezza della Sicilia, poi finalmente era arrivata a Durazzo dove un capitano turco accostandosi con la sua flottiglia, era salito a bordo per salutare il Duca di Candia già da lui conosciuto, mentre i pellegrini si raccomandavano l’anima a Dio.. La flotta turca aveva più volte teso un agguato, al quale erano scampati per le preghiere di Angela. Per queste stesse preghiere, dice il Romano, avevano alla fine potuto toccare felicemente la terra ferma. Sfiniti dalle peripezie, i tre amici ebbero un periodo di sosta a Venezia. In forza del suo abito francescano, Angela era stata accolta dalle monache claustrali del Santo Sepolcro. Ma, stando al Romano, una certa notorietà accompagnava ormai quella donna reduce da un pellegrinaggio epico; che aveva quasi perduto la vista e miracolosamente l’aveva recuperata; che aveva pregato perché la nave non colasse a picco e la nave s’era salvata; che aveva sostenuto con la sua parola confortatrice la ciurma e i passeggeri (28). Angela incominciò a ricevere visite sempre più frequenti di gente d’ogni ceto, gentildonne e gentiluomini compresi. Era proprio quella “magna confusio” che le monache avevano cercato di eliminare chiudendosi in clausura (29). Allora Angela trovò alloggio nella foresteria dell’Ospedale degli Incurabili (ogni ospedale aveva i suoi locali per accogliere i pellegrini). E là i responsabili di quel “luogo pio” (30), l’invitarono a rimanere: avrebbe potuto fare tanto bene ai poveri infermi! Angela temette l’intervento fors’anche del Patriarca e, accordatasi con i suoi due compagni, partì con loro rapidamente. Al Romano ciò parve una fuga. Raggiunsero finalmente Brescia il 25 novembre: Era di venerdì. La Chiesa celebrava quel giorno il martirio di Caterina d’Alessandria.


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I disagi e le disavventure del viaggio in Terra Santa non distolsero Angela dal programmare altri pellegrinaggi. Nel 1525 decise di andare a Roma per lucrare le indulgenze del giubileo e venerare le sante reliquie esposte per la circostanza. Si accompagnò a un gruppo che partiva da Brescia, ma non risulta finora che alcuno dei pellegrini lasciasse delle memorie. Sappiamo solo quanto disse, con la sua consueta approssimazione, Antonio Romano cui Angela al ritorno raccontò le proprie impressioni di viaggio. Non si sa quindi come esso si svolgesse, né se le tappe fossero coperte in carrozza o a piedi, né se la comitiva fosse scortata da uomini armati come spesso avveniva per proteggersi dai briganti. Il Romano rimase colpito dalla dimensione devozionale di quel pellegrinaggio incentrato sulla venerazione delle reliquie e sull’udienza presso Clemente VII. Uno dei dignitari della corte pontificia, messer Piero della Puglia, che era stato lui pure uno dei pellegrini in Terra Santa, aveva infatti riconosciuto Angela e si era offerto di introdurla alla presenza di sua Santità. Il Papa l’aveva accolta benevolmente e l’aveva invitata a rimanere a Roma nei “luoghi pii”. Ma lei aveva declinato l’invito e se ne era ritornata a Brescia col cuore colmo di gioia. Due pellegrinaggi maggiori, due inviti a rimanere. In nome della santità che irradiava da lei, in nome di quelle sue parole che diffondevano un senso di pace, in nome di quel suo modo di saper ascoltare il dolore umano e di rispondere con una promessa di beatitudine senza fine. Perché questo significano le parole del Romano quando rievoca il soggiorno agli Incurabili di Venezia e la visita dei nobili della Serenissima della quale era stato testimone: “venerono… a visitarla, et per intendere et interrogarla della vita et sua scientia et santimonia; i quali, ritrovandola come li era stato proposto, ardente nell’amore del Signore, fu da loro pregata che volesse restare in Venetia a commune beneficio di quelli luoghi pii…”. I biografi bresciani, contemporanei e posteriori, conoscitori della tradizione, della storiografia e dell’iconografia mericiane, come già il citato Bernardino Faino e Carlo Doneda (31), membro di primo piano del tribunale ecclesiastico per il processo di canonizzazione, presentano questo invito come la naturale conseguenza della schietta ammirazione da parte di gente che sapeva il valore della santità, per una donna la cui presenza avrebbe potuto alleviare il dolore dei sofferenti. Nel 1648 un francese, Jean Hugues Quarré (32) oratoriano di Francia, in una biografia di sant’Angela suppose dapprima, poi diede per certo, che si era cercato di trattenere Angela sia a Venezia che a Roma affinché si prendesse cura di quei luoghi pii. Poi, attraverso un processo ascensionale al di fuori di qualsiasi logica mancandone i presupposti fondamentali, affermò che l’invito era rivolto a far assumere l’intendenza e il governo dei luoghi pii. Arrivò quindi ad affermare che Angela aveva prescritto alle sue figlie “d’andar a visitare gli afflitti per consolarli e istruirli, di sollevar i poveri; di correre agli ospedali, di servir gli ammalati…E benché le sue figlie fossero libere, e per la maggior parte nobili, le obbligò a rendersi come schiave di tutti… a fine di guadagnar tutti a Dio” (33. Ma di tutto questo non si trova traccia alcuna né negli Scritti della Madre, né nella tradizione, né nelle arti figurative. Solo perché straniero, il Quarré poteva supporre che Venezia, così fiera delle proprie istituzioni politiche, civiche e amministrative, potesse assumere per funzioni di governo, sia pure d’un ospedale, una donna, e per di più una donna venuta dalla Provincia. Del resto, anche per altri motivi l’opera del Quarré si dimostra assai


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carente dal punto di vista critico e scientifico; essa paga un grosso tributo ad intenti apologetici e moralistici. Benché divulgata nei monasteri delle Orsoline, non ha lasciato traccia nella loro azione e nemmeno nella loro spiritualità. La sua lettura non ha suscitato proseliti, nemmeno intenzionalmente. I biografi posteriori non ne subirono alcun influsso: solo Girolamo Lombardi (34), da quel compilatore che era, ne riportò degli interi passi nella sua Vita della B. Angela, senza vagliarli criticamente, senza commentarli. Insomma, ci troviamo di fronte a un classico esempio di amplificazione esornativa di un dato di fatto semplicissimo nella sua linearità, qual era l’invito ad Angela perché rimanesse sul posto “a comune beneficio dei luoghi pii”. In questo nostro secolo è stata da qualche parte avanzata l’ipotesi di una collaborazione di Angela con quel movimento del Divino Amore che era all’origine della fondazione dell’Ospedale degli Incurabili di Brescia, e conseguentemente di una certa sua esperienza acquisita nell’ambito organizzativo e in quello assistenziale. Ma la documentazione finora in nostro possesso non lo prova, e neppure lascerebbe spazio per qualche presenza femminile di qualche importanza (35). Altri pellegrinaggi minori dei quali abbiamo certezza – e con questo chiuderemo il discorso sulla vita penitente di Angela Merici – ebbero per meta Mantova e Varallo. A Mantova era andata col Romano per venerare la B. Osanna Andreasi, le cui spoglie riposavano in San Domenico. Sulla via del ritorno erano passati per Solferino, dove lei aveva chiesto di essere ricevuta da Luigi Alessandro Gonzaga di Castiglione. E là aveva ottenuto, come abbiamo detto, la liberazione dal bando per il cortigiano caduto in disgrazia e la restituzione di tutti i suoi beni. A Varallo, invece, si era recata due volte, in pellegrinaggio a quel Sacro Monte dove i luoghi di Terra Santa erano stati rievocati dalle cappelle sparse lungo il cammino. Abbiamo qualche indicazione solo a riguardo della seconda visita, avvenuta nell’agosto del 1532 con Agostino Gallo, sua sorella Ippolita e altri dodici “compagni spirituali”., come li chiama il Nazari (36). Il Faino volle vedere in essi dodici discepole della Santa, e ne cercò i nomi fra quelli delle tredici vergini menzionate in un documento del Cozzano (37), accostandovi poi dei cognomi, apparentemente senza troppo preoccuparsi della loro rispondenza all’identità delle persone. Perciò la partecipazione delle “dodici vergini” della Compagnia sembra essere un’illazione non affatto documentata, anche se suggestiva. Inoltre, date le circostanze storiche, una tale comitiva quasi completamente femminile, e probabilmente alquanto giovanile, appare piuttosto irrealistica. Sembra che lungo uno di questi viaggi Angela facesse visita a Stefana Quinzani, una domestica quasi analfabeta di Orzinuovi emigrata poi a Soncino, stigmatizzata, terziaria domenicana prima di fondare un monastero. Incontrò anche Francesco II Sforza, duca di Milano, in una località imprecisa del Milanese. Angela lo aveva conosciuto nel 1528, mentre era a Brescia ospite degli Agostiniani del convento di S. Barnaba. Il Duca l’aveva fatta chiamare e da quell’incontro aveva tratto coraggio e conforto. L’aveva pregata di accettarlo come figlio spirituale insieme


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con tutto il suo Stato. Era naturale che, passando per il territorio in cui si trovava, lei gli rendesse visita. E naturale pure che lui le offrisse di rimanere nel Milanese. Forse Angela lo incontrò anche a Cremona, come ne incontrò i cortigiani. Nel 1529, Agostino Gallo aveva appunto condotto Angela a Cremona con sé e coi propri familiari, mosso dal timore d’una incursione su Brescia da parte delle milizie di Carlo V. Sua sorella Ippolita già conosceva Angela e godeva della sua amicizia; sua moglie Cecilia ne fu ben presto affascinata. Fu lungo quel viaggio che l’agronomo bresciano ebbe modo di scoprire le doti umane di tatto e di “piacevolezza” della sua ospite; quelle doti che non solo dovevano conquistare lui, ma anche la corte di Francesco Sforza trasferitasi a Cremona al seguito del Duca. Quel viaggio era stato, per Angela, un’occasione per intensificare le sue preghiere e le sue penitenze: bisognava ottenere la pace per i principi cristiani e preservare il popolo dagli orrori d’un’invasione. Cadde malata. S’avvicinò la fine dei suoi giorni. Allora Girolamo Patengola, che pure era rifugiato a Cremona, preparò l’epigrafe da incidere l’indomani sulla pietra tombale, e gliela lesse a mo’ d’incoraggiamento e di conforto: “Quella che ‘l nome, l’opre et la favella D‘angelo tenne, qui sepolta giace. Vergine visse in taciturna cella, Godendo ivi la vera interna pace, Di Dio diletta, obbediente ancella Fu adversaria a ciò ch’al senso piace; Or vive lieta in cielo, incoronata Di palme il crin, tra gli angeli beata”. (38). Girolamo non aveva previsto che la prospettiva del cielo aperto ad accoglierla avrebbe infuso nella morente un vigore inatteso. “Levandosi subito in settone, et credendo che così havesse da essere, parlò con vehementia di quella patria celeste non meno d’una meza hora, che li risplendì sempre la faccia come se fusse stata un cherubino… per la grandissima allegrezza ch’aveva di partirsi da questo mondo, come sempre di continovo desiderava, ella ricuperò talmente le forze del corpo che, accortasi esser partita tutta l’infermità, subito cominciò a piangere et dolersi grandemente del detto Patengola, imputandolo che havesse fatto questo solamente per ingannarla, et non perché egli credesse ch’ella dovesse morire. Onde giurando che l’haveva fatto ogni cosa pensando ch’ella dovesse finire sua vita inanzi che fusse il giorno seguente, et non mai per fargli cosa alcuna in dispiacere”. Nessuno meglio di Agostino Gallo, che l’ospitava, avrebbe potuto rievocare con tale vivezza la scena della guarigione improvvisa, lo scoppio in pianto, il rimbrotto a Girolamo e le sue proteste d’innocenza. Durante il soggiorno cremonese si ripeté quanto sistematicamente a Brescia: visite ininterrotte di gente diversa spirituali o materiali: popolani, religiosi, gentiluomini e s’aggiungevano i cortigiani del Duca. E in tutti era lo stesso

era già avvenuto presa da interessi gentildonne. Qui stupore, la stessa


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ammirazione, la determinazione a rinnovarsi interiormente. “Si vedeva ch’ella convertiva molti a muttar vita, come io ne ho conosciuto pur assai…” Era accaduto così anche a un giovane salodiano di belle speranze che le aveva fatto visita qualche anno prima, forse durante una sua permanenza a Salò. Stefano Bertazzoli di Rossi, studente a Padova, era andato a trovarla forse più per vanità e curiosità che per altro. Angela lo aveva ripreso per l’eleganza civettuola del vestire e poi si era addentrata in una conversazione più intima, più profonda. Il giovane ne era rimasto scosso, aveva abbracciato il sacerdozio, più tardi si era impegnato in opere di bene, movendosi nell’orbita dei Teatini. La parola di Angela e la grazia di Dio erano cadute nel buon terreno e la conversione era stata duratura. Non era purtroppo accaduto altrettanto con un sacerdote concubinario che Angela aveva inutilmente cercato di aiutare a staccarsi dalla donna che lo teneva legato. Il prete aveva finito per portarsi nella tomba il peso di quella catena che aveva tentato più volte di spezzare senza riuscirvi. E’ l’unico caso negativo che sia stato tramandato nella storia di Angela Merici, mentre è voce comune che di solito le sue esortazioni andavano a segno, e tutti riconoscevano l’efficacia di quella diaconia della parola di cui era stata investita per il servizio del popolo di Dio, e che era una delle facce del suo poliedrico carisma. Una parola pertinente, adeguata alla circostanza e all’interlocutore, e attraverso la quale passava il messaggio dell’amore di Dio. Era una sorta di catechesi ad personam, che si avvaleva delle argomentazioni più semplici e convincenti, nutrita di Sacra Scrittura e fors’anche delle sue letture dei Padri della Chiesa, ma senza pretese letterarie. Come saranno del resto i suoi Scritti, che vanno all’essenziale, nel rispetto della libertà dell’individuo ma insieme con una logica stringente che non lascia spazio alle evasioni e alle fughe. Passerà qualche decennio, e i parroci, istituite le prime scuole della dottrina cristiana festiva, chiederanno alle vergini della Compagnia di Sant’Orsola di assumervi qualche incarico, e persino l’insegnamento. Con la loro risposta esse non faranno che raccogliere l’eredità mericiana inserendosi nella scia che la loro Madre aveva aperta nei suoi incontri personali con la gente d’ogni ceto sociale. Impegnate nell’organizzazione, nella conduzione e nell’insegnamento del catechismo, le figlie di Angela Merici, soprattutto il talune diocesi, diventeranno specialiste dell’istruzione cristiana. La Madre non aveva imposto loro nessuna attività istituzionale, lasciandole ciascuna alla propria occupazione, al proprio posto di lavoro, alla propria condizione sociale. I tempi e le circostanze le coinvolgeranno più tardi, e direttamente, nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Quando, passata la minaccia dell’incursione nemica, Angela parte da Cremona, non ritorna più nella casa di Antonio Romano in quartiere sant’Agata; è infatti probabilmente allora che il mercante ha preso o si accinge a prender moglie, e lei deve aver ritenuto opportuno che la giovane coppia si sentisse libera di organizzarsi. Accetta invece l’ospitalità in due camere che Agostino Gallo fa allestire per lei a San Clemente, e vi rimane per alcuni mesi. Si trasferirà in seguito presso San Barnaba e finalmente – e sarà la sua ultima dimora – in locali di proprietà dei


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Canonici Lateranensi presso sant’Afra, vicino alla fontana pubblica. Siamo quasi certamente nel 1532. E’ infatti in quello stesso anno che Angela compie un gesto che, pur non volendo essere di rottura col Terz’Ordine francescano cui lei appartiene, segna tuttavia un certo distacco. La Regola prescriveva agli adepti la sepoltura in una chiesa francescana; Angela si rivolse alla Santa Sede per ottenere, con la dispensa da tale prescrizione, il permesso di essere sepolta in Sant’Afra, o in altra chiesa di sua devozione. La lettera apostolica del 2 novembre 1532 a firma del Penitenziere maggiore le accordò la grazia richiesta concedendo l’indulto. Alla ricerca del motivo di questa domanda si può avanzare un’ipotesi: Angela, che pure avrebbe continuato a portare l’abito del Terz’Ordine fino alla morte (e con quello sarebbe stata rivestita nel sepolcro), e che avrebbe continuato a chiamarsi “sur Anzola”, si accingeva finalmente a fondare la Compagnia di Sant’Orsola. Il ricordo della visione al Brudazzo doveva averla accompagnata tutta la vita come una promessa e come una chiamata. Aspettava ancora un segno dall’alto? Sentiva il peso dei propri limiti? O esitava di fronte alle difficoltà che non poteva certo nascondersi? Nello stesso tempo, però, quella malattia che l’aveva portata in fin di vita a Cremona doveva averle fatto sentire con pungente realismo la precarietà della vita e l’urgenza di attuare finalmente il mandato affidatole in gioventù. Inoltre – è Ottavio Gondi (39) che lo racconta pur senza fissarne l’epoca – un angelo era venuto dal cielo armato di flagelli e l’aveva costretta a decidersi. Storia o leggenda? Sta di fatto che il Cozzano, alludendo a quel procrastinare e a tanta riluttanza, scrisse che Angela non aveva mai voluto mettersi all’opera fino a che Gesù Cristo non glielo aveva comandato, non le aveva “gridato nel cuore” e non l’aveva “costretta” a por mano alla fondazione della Compagnia (40). Quella Compagnia avrebbe dovuto consentire di seguire Cristo da vergini, pur rimanendo nel mondo e nelle consuete occupazioni, ma doveva arrivare a costituire un vero e proprio stato di vita che venisse riconosciuto come tale. Perciò avrebbe dovuto basarsi su una Regola solida, con la sua spiritualità e le sue strutture portanti, e con una fisionomia inconfondibile. Dell’opportunità, anzi, della necessità di una tale istituzione nel tessuto socioecclesiale cittadino non si sarebbe potuto dubitare. Non è il caso di ricordare in questa sede quale fosse in quei secoli la condizione generale della donna, considerata minorenne perpetua e pertanto bisognosa d’essere tenuta sotto tutela per tutta la vita, secondo il detto: “aut maritus aut murus”, che sembrava non lasciar spazio fra i due stati canonici di vita, matrimonio o chiostro, nei quali i genitori avrebbero fatto bene a inquadrare una figlia. Ora, è proprio quello spazio che Angela era stata chiamata ad aprire per le donne che avessero voluto consacrare a Dio la propria verginità anche senza entrare in quella clausura che era la sola forma di vita consacrata femminile allora in vigore. La nota informativa più antica in proposito ce l’offre nel 1566 Francesco Landini: “…par che la divina provvidenza habbia suscitato questa vocazione honorata per facilitare et essaltar molte verginelle, et ricche e povere, le quali, benché riverischano la santa religione, nondimeno non si sentono inclinate a serrarsi con tanta angustia ne claustri, o legarsi ne voti, overo non


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possono claustrarsi per la povertà, o non vogliono per altri buoni rispetti; nondimeno bramano seguir l’Agnello dovunque esso va, et cantare il cantico nuovo, et essere incoronate anch’esse di quella candida ghirlanda dell’aureola” (41). Lo ripete quasi con le stesse parole il Doneda: “Qual fine avesse la B. Angela, o per meglio dire. Iddio stesso nell’istituire per mezzo di lei una nuova Società, lo dicono li suoi istorici, anzi ella stessa lo palesò, ed io brevemente l’espongo. Volendo che molte giovani chiamate da Dio allo stato di perpetua castità non potevano entrare nei monasteri per difetto di dote o di sanità, o non avevano il coraggio di sottomettersi alla clausura, fu ispirata di fondare una congregazione di vergini secolari abitanti nelle proprie case, su la norma delle vergini dei primi secoli, esenti dalle obbligazioni dei monasteri, alle quali, (ciò) non ostante, niuno o quasi niuno mancasse di quegli aiuti spirituali e corporali di cui godono le vergini claustrali” (42). Così “la verginità consacrata veniva istituzionalizzata, senza tuttavia impegnare i membri in una attività comune né toglierli dal loro ambiente di vita e di lavoro” (43), ma unendoli in gruppo per offrire loro il supporto della fraternità e la ricchezza di una vita di comunione. Certo non si poteva ancora, a quei tempi e data la condizione sociale della donna, pensare a un suo “inserimento più profondo nel proprio ambiente di vita e di azione, o in un ambiente su cui si vuol influire mediante una presenza di vita consacrata secolare” (44); non si poteva, cioè, supporre una sua presenza fattiva nel mondo con un impegno “per la santificazione del mondo, soprattutto operando all’interno di esso” (45) poiché la realtà di allora era quella che era. L’inserimento nel mondo affinché le realtà temporali siano ordinate secondo Dio, è l’ottica degli odierni istituti secolari, ma a quei tempi sarebbe stata semplicemente prematura, anacronistica. Anzi, Angela raccomanda alle sue figlie una certa separazione dal mondo, nello stile di vita, nell’abito, nel comportamento: “…Dio vi ha concessa gratia de separarvi dalle tenebre de questo misero mondo, et unirve insiema a servir a sua divina Maiestade…” (46). E’ però evidente che la loro presenza di vergini consacrate portava come un soffio di Dio nel loro ambiente di vita, in quelle realtà temporali in cui si trovavano ad operare. Non è nemmeno accettabile la posizione di Jean-Claude Guy, secondo il quale Angela “a l’intuition que, vu la décadence des ordres monastiques et les progrès de l’hérésie, il est capital de s’attacher à l’éducation chretienne des jeunes filles ; mais pour être efficace, il convient de le faire non pas à l’école mais dans le cadre de la via familiale » (47). E : « C’est l’ensemble des jeunes files qui ont besoin d’être aidées . Il n’est pas question non plus d’établir des ‘enclos protégés’ ; mais c’est de l’intérieur de la famille que doit se faire l’éducation chrétienne des jeunes filles, et finalment la réforme des foyers. Pour cela, un grand moyen : assurer dans chaque famille la présence d’une consacrée » (48). Elementi storici inoppugnabili fanno cadere anche la presentazione di S. Angela nell’attuale Breviario Romano, al 27 gennaio: “Nel 1535 a Brescia fondò un istituto femminile sotto il nome di S. Orsola, per istruire nella vita cristiana le ragazze povere” (49).


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E cade pure quella del Messale: “…fondò l’istituto delle Orsoline per l’assistenza spirituale e materiale delle fanciulle orfane e povere…” (50). Entrambe sono destituite d’ogni fondamento. Quanto poi alla voce “Angela Merici” del Dizionario degli istituti di perfezione, ci limiteremo a stralciare quanto segue: “… fonda la Compagnia di S. Orsola, che, fin dall’inizio, si caratterizza come un’opera di protezione della gioventù femminile prima di svilupparsi in una congregazione religiosa. In tale senso Angela si dimostra un’educatrice di prim’ordine e rivela il suo talento organizzativo e l’audacia del suo genio innovatore” (51). Non fu questo il suo campo d’azione. Alle sue figlie, Angela non impose un’azione comunitaria, né apostolica, né assistenziale, né sociale. Propose solo, a ciascuna e a tutte insieme, che servissero “a sua divina Maestà”, e che servissero con animo di spose. Una consacrazione all’amore per amore, e per sempre. Doveva trattarsi, cioè, non già di una forma associativa analoga ai terz’ordini e compatibile con qualunque stato di vita, ma non doveva neppure essere una sorta di vita religiosa istituzionalizzata che legasse tutti i membri ad un’azione comune scelta come programma comunitario. Il suo “modus vivendi” fu così sintetizzato dal Cozzano: “…così attiva, che però sempre con la mente stie nel Cielo… Stando nel mezzo del mondo et di essa vita attiva, gustan della contemplativa. Et a fozza mirabile viveno congiontamente in l’una et l’altra. L’altezza della contemplazione non leva le fazzende, né le fazzende impedissen il gusto celeste. Né la luce celeste toglie le opere” (52). Angela l’aveva qualificato, nel prologo della Regola, con quattro parole:’nuova et stupenda dignità’. Doveva essere un’alternativa alla vita religiosa che di essa conservasse il significato e il valore intrinseco della consacrazione totale e definiva anche senza clausura. E le famiglie dal canto loro avrebbero dovuto impegnarsi a rispettarla. Nello stesso tempo le loro figlie non avrebbero privato la famiglia della loro presenza e del loro aiuto. La soluzione si prospettava splendida. Ma era una soluzione contestataria nei confronti della consuetudine e dei pregiudizi, e richiedeva molto coraggio, data l’assenza d’un supporto giuridico alla partenza. Fatte queste premesse è più facile comprendere la fisionomia e le strutture della nuova istituzione. Il programma di vita evangelica era portato alle estreme conseguenze, suggerito più con lo spirito del mistico che con quello del legislatore. Nella Regola sono posti saldamente i punti basilari della spiritualità mericiana: gioia ed entusiasmo per la vocazione all’incontro nuziale con Cristo; conformità a Cristo con la preghiera e la penitenza; docilità allo Spirito Santo; pratica dei consigli evangelici fino allo spogliamento totale di sé; vivo senso della Chiesa; testimonianza di vita evangelica; diffusione di concordia e di pace. E sempre in obbedienza alla Chiesa, al proprio vescovo, al proprio padre spirituale, alle autorità legittime nella Compagnia e in famiglia, alle leggi civili. E un forte legame ricco di calore umano, da famiglia spirituale che trae la propria origine dal Sangue di Cristo: “le mie figlie et sorelle nel sangue di Jesu Christo carissime…”, e si esprime in un linguaggio spontaneo e materno: “Figlioline… sorelle…madri…” (53).


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Due condizioni per l’ammissione dovettero apparire inaudite per quel tempo di assoluta sottomissione della donna. Angela esigeva che le aspiranti entrassero nella Compagnia “allegramente et di propria voluntade”. Era come rivendicare alla donna il diritto di scegliersi il proprio destino. Con buon garbo, però! La figlia avrebbe prima chiesto il consenso ai genitori o a chi per essi; in seguito le responsabili della Compagnia avrebbero preso contatti con loro per la ratifica. Una forma così nuova, e nel contempo così impegnativa spiritualmente, e per di più da affrontarsi da ciascuna individualmente poiché non era previsto neppure “un minimo di vita comune”, come invece direbbe la Bibliotheca Sanctorum (54), richiedeva solide strutture portanti. All’interno incontri fraterni di formazione, di preghiera, di distensione; aiuto scambievole anche economico; sostegno morale reciproco; ospitalità di una consorella rimasta orfana. C’erano poi quadri di governo funzionali, posti in mani femminili, e il ricorso all’istituto dell’elezione, riconoscendo il diritto di voto a tutta la base. Queste erano procedure che dovevano apparire semplicemente presuntuose. La gerarchia nel capitolo “del Governo” si presentava infatti così: all’interno alcune vergini, (più tardi dette “colonnelle”), membri effettivi della Compagnia, elette come responsabili della formazione e della guida delle loro “sorelle”, e con funzioni di superiore immediate; per l’esterno, alcune nobili vedove elette, le “matrone”, che garantissero la serietà d’intenti di fronte all’autorità ecclesiastica e a quella civile, oltre che di fronte all’opinione pubblica, senza però essere membri effettivi della Compagnia, senza esercitare diritto di voto né autorità immediata sopra le vergini. Nel caso poi che i membri della Compagnia avessero difficoltà particolari in questioni di eredità o di salario o analoghe, alcuni uomini eletti “governatori” (in quanto membri del governo) avrebbero dovuto farsene carico e venire in aiuto. Per l’assistenza spirituale della Compagnia come tale, era prevista l’elezione di un “comune padre spirituale” per la confessione e la comunione mensili, salvo il diritto individuale di avere un “proprio padre spirituale”. Qualcuno opinò che Gabriele Cozzano, cancelliere della Compagnia, fosse prete. Oggi è assodato che si trattava di un laico, “magister grammaticae, litterarum professor” e notaio (55). Alla Compagnia Angela diede come patrona sant’Orsola vergine e martire. Superfluo fare altre ipotesi sul motivo della scelta, che non sia quello della popolarità di cui godeva la Santa, seguita nel martirio da un numero sterminato di vergini: undicimila! Affermare che fosse apparsa ad Angela nel corso delle visioni giovanili, come qualcuno ha fatto, non trova alcuna prova attendibile, e già lo abbiamo detto. Orsola era la protagonista di una delle leggende più diffuse nel tardo Medioevo e nel Rinascimento e godeva di un posto privilegiato nelle arti figurative. Ora, è vero, si sa che il suo nome probabilmente era solo emblematico del coraggio manifestato di fronte alla morte, e che il suo innumerevole corteo di martiri pare ne contasse in realtà solamente undici, e si sa che l’impressionante numero di reliquie scoperto nel 1106 apparteneva ad una necropoli romana anziché al suo seguito. Ed è evidente


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che non poteva essere stato Attila coi suoi Unni ad uccidere tutto il gruppo a colpi di frecce, dal momento che al tempo di Attila una seconda chiesa dedicata a vergini martiri sostituiva già la chiesa primitiva eretta in loro onore (56). La leggenda, raccolta nelle “passiones” antiche e nella Leggenda Aurea, dilatata all’inverosimile da Elisabetta di Schönau e poi dall’incerto autore delle Revelationes, ricostruita sotto il pennello del Carpaccio, insieme col diffondersi della miriade di reliquie, e soprattutto le pietose, ingenue sovrastrutture e incongruenze che le danno corpo, hanno tolto ogni credibilità alla Santa e alla sua vicenda. Ma essa conserva il peso tremendo di quel nucleo di realtà storica che non possiamo negare: quello d’una giovinetta capitana di vergini che, per amore di Cristo, affronta coraggiosamente con loro il martirio fra il III e il IV secolo. Allora esce dalla leggenda ed entra di pieno diritto e pari dignità degli altri martiri nella Storia della Chiesa. Quale che fosse il suo nome civile, “Orsola” rimane per sempre un simbolo di forza e di ardimento. Orsola era morta per la fede, trascinando con sé le compagne nell’epopea del martirio. Angela, naturalmente, la conosceva attraverso la leggenda: Orsola era figlia di re, era destinata sposa a un re, aveva votato la sua verginità a Cristo, aveva guidato le sue compagne a votarsi a Cristo, e con loro gli era stata fedele fino alla morte. E la scelse a protezione di quel nuovo stuolo di vergini che nasceva nella Chiesa di Dio. Nel nome di sant’Orsola, il 25 novembre 1535 le prime 28 vergini vennero iscritte nel primo registro della Compagnia, dopo il nome della Madre. “Sur Anzola” era ormai diventata, per loro come per i Bresciani, la “Madre sur Anzola”. Il 25 novembre era pure l’anniversario del suo ritorno a casa dopo il pellegrinaggio a Gerusalemme, ed era la festa di santa Caterina d’Alessandria. Angela le era devota perché Gesù Bambino l’aveva fatta sua sposa. Era dunque il giorno più adatto per la cerimonia che avrebbe fatto, delle sue figlie, le “vere e intatte spose del Figliol di Dio” (57). Non si può dire dove fosse avvenuta l’iscrizione: poteva essere in sant’Afra, ma poteva anche essere nell’oratorio che una delle nobili matrone della cerchia di Angela, Isabetta Prato, aveva messo a disposizione della Compagnia e fatto debitamente affrescare. In quella sala destinata alle riunioni e alla preghiera, assai più agevole che il locale presso i Canonici Regolari di S. Afra, Angela doveva aver gettato le basi della Compagnia discutendone le modalità; e non solo con le matrone e le colonnelle, ma anche con le figlie, come accenna il Cozzano (58). Poi aveva pregato a lungo su quelle modalità, così che a poco a poco le si erano come codificate dentro in formulazioni lineari, lucide, incisive. Poi le aveva dettate al solito Cozzano, che più tardi avrebbe attestato: “Fu scritta di mia mano propria, et tutta la compositione fu mia; ma gli sensi furono del Spirito Santo, dettati per via della Fondatrice… non ce ho niente del mio, eccetto un pochetto di ministero di scriver fidelmente quanto posso i suoi sacri sensi et documenti (= insegnamenti) “(59). Nessun dubbio sul significato di queste parole per chi conosca lo stile sovraccarico e scomposto di Gabriele Cozzano. Della “Regola” abbiamo scoperto un manoscritto conservato nella Biblioteca Trivulziana di Milano; il suo testo è sicuramente del 1545-46 (60), mentre la prima edizione a stampa, ritrovata nel 1932, era stata pubblicata presso Damiano


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Turlino nel 1569, dopo aver subito qualche mutamento per rapporto al testo manoscritto (61). Quando Gabriele Cozzano sottomise la “Regola” al Vicario episcopale del cardinal Francesco Cornaro, Lorenzo Muzio, questi ne rilevò subito il valore (62) e diede l’approvazione l’8 agosto 1536. La “Regola” però non contemplava una “madre” che, sovrastando alle altre, accentrasse a sé ogni autorità, poiché Angela aveva previsto un governo collegiale. Non prevedeva nemmeno una tesoriera che – in funzione di “legale rappresentante” – avesse la responsabilità della gestione economica-finanziaria, e quindi il diritto di compiere atti legali in nome della Compagnia. Girolamo Patengola, morendo, aveva lasciato un’eredità a favore della Compagnia di S. Orsola; si rendeva pertanto necessaria la nomina di una rappresentante giuridicamente riconosciuta che la ricevesse. Fu così che la Madre, nella sua veste di fondatrice, convocò il primo capitolo generale della Compagnia. Il 18 marzo 1537, 76 membri, di cui 13 partecipanti per procura, proclamarono all’unanimità Angela Merici madre, ministra e tesoriera a vita. Fu in quel primo capitolo che si ebbe l’elezione delle prime donne del governo: le quattro colonnelle furono votate per prime, seguirono poi cinque matrone; non si votò per gli uomini poiché nulla era stato ancora previsto in proposito. Durante l’ultimo quinquennio Angela dovette perfezionare la sistemazione della Compagnia. Le sue forze declinavano; le medicine, asseriscono testimoni oculari, non le avevano mai portato giovamento alcuno. Morì il 27 gennaio 1540 intorno alle tre e mezzo del pomeriggio (le 21 e mezzo secondo il modo di suddividere il tempo allora in uso). Qualche tempo prima, ricevendo messer Giacomo Chizzola accompagnato dall’amico Tomaso Gavardo, si era intrattenuta col primo in colloquio sui doveri del vivere cristiano; richiesta dal secondo di un messaggio, gli aveva risposto: “Fate in vita ciò che vorreste aver fatto in morte”. Ci fu chi raccontò particolari inattendibili: il Predicatore del Duomo, ad esempio, nella predica del Venerdì Santo avrebbe raccomandato la morente alle preghiere dei fedeli; un nipote, sentita la notizia, sarebbe corso a farle visita e l’avrebbe sorpresa sola, in procinto di lavarsi. Ora: quell’anno il Venerdì Santo cadeva il 26 marzo, e a quell’epoca Angela era già deceduta. Quanto poi al nipote che l’avrebbe trovata sul punto di farsi il bagno, risponde bene il Doneda: possibile che nessuno assistesse la Madre quando stava per morire? (63). Ci fu pure chi s’ingannò sulla data della sua morte, fissandola in un giorno di marzo; ma documenti irrefutabili tolgono ogni dubbio (64). L’indomani della morte, il 28 gennaio, alle dieci del mattino (le ore 16 di allora) la salma fu portata in S. Afra, ma non venne inumata. I Canonici Lateranensi e quelli del Duomo si contendevano la salma, e la contesa durò – si disse – un mese, durante il quale il cadavere si conservò incorrotto. Finalmente il ritrovamento dell’indulto per la sepoltura dovette dirimere la questione. Angela venne sepolta nella cripta di S. Afra. Forse fu in quel frattempo che Alessandro Bonvicino detto il Moretto la ritrasse? (65). Ma non si può


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certamente scrivere (come invece è stato scritto) che la figlia del pittore, Caterina, “vergine e figlia di sant’Orsola”, avesse pregato “il padre di lasciare a lei e alle sorelle piangenti il ritratto della Madre” (66), per il semplice fatto che Caterina sarebbe entrata nella Compagnia solo nel 1572, e pertanto alla morte di Angela probabilmente non era ancora nata, oppure era piccolissima. Anche la notizia che Angela avesse al dito un anello di piombo con una scritta risulta priva di fondamento; non si comprende come ne abbia parlato il Salvatori (67), dal momento che il verbale della ricognizione del cadavere, minuziosissimo nell’elencare uno per uno le ossa nonché tutto quanto si trovasse nella bara, non ne ha fatto alcun cenno. Concordano invece i biografi nell’accettare la testimonianza del Tribesco secondo la quale una stella brillò per tre notti allo zenit di S. Afra. Prima di morire, Angela aveva scelto la contessa Lucrezia Lodrone perché le succedesse come madre principale, “prima inter pares” , nel governo collegiale della Compagnia. Intanto però si era fatta strada una certa diffidenza verso questa istituzione così nuova e tanto originale: si disapprovava che delle donne dovessero vivere nel mondo col proposito della verginità perpetua e nella prospettiva di trovarsi poi sole e abbandonate nella vita, e quindi si era cercato di avviarne qualcuna al monastero o al matrimonio. Gabriele Cozzano scrisse allora un “lettera confortatoria” (68) per incitare alla perseveranza nella vita intrapresa. Le matrone dal canto loro, quasi tutte concordi, decisero di imporre alle vergini un segno esteriore che le distinguesse dalle altre donne e insieme le facesse sentire integrate ufficialmente in una corporazione, della cui esistenza anche le istanze civili e l’opinione pubblica avrebbero dovuto prendere atto. Ma il Cozzano prese posizione contro questa decisione delle governatrici, insieme con la nobile matrona Ginevra Luzzago e un gruppetto di vergini. Si aprì un periodo assai complesso fra alterne vicende oggi ancora non del tutto chiarite. Il collegio delle matrone, sia pur ridotto, si sentiva forte della Bolla con cui Paolo III il 9 giugno 1544 aveva approvato la Compagnia. Insieme con quell’approvazione, il Pontefice aveva confermato lo stato giuridico dei suoi membri riconoscendo loro il diritto di riscuotere la dote o gli altri beni ed eredità come se fossero entrate nello stato canonico del matrimonio o della professione religiosa, e autorizzava inoltre eventuali innovazioni. Il partito dell’opposizione, a sua volta, godeva della legalità poiché, dopo la morte della Lodrone, Ginevra Luzzago era stata eletta madre principale della Compagnia, e tale continuava a ritenersi anche dopo che si era scatenata l’opposizione. Si arrivò a una vera e propria divisione, che durò forse tre anni; poi nell’autunno del 1558, morì Ginevra Luzzago. La riunificazione fu quasi immediata e la fase di assestamento abbastanza rapida. La cintura fu mantenuta: era diventata segno di una dignità spirituale che la Chiesa stessa aveva riconosciuto e che s’imponeva al pubblico rispetto. Nel clima di ritrovata concordia si ebbero le prime iniziative istituzionali. Nel 1568 fu aperto un processo in vista di una eventuale procedura per la beatificazione della Fondatrice, e fu affidato al notaio Giovanni Battista Nazari de Sayani (69). Nel 1569 veniva stampata la Regola (70), e


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successivamente il Rituale, presso l’editore Damiano Turlino. Le vocazioni affluivano e le ammissioni avvenivano regolarmente il 25 novembre. La Compagnia aveva ormai trovato un proprio status di vita e già molti dei suoi membri si dedicavano all’istruzione cristiana delle fanciulle, cioè alla catechesi, come aveva testimoniato Francesco Landini nel 1566 (71). E, con l’insegnamento del catechismo, come nel resto della regione lombarda, era venuto anche quello del leggere; più tardi sarebbero arrivati anche quello dello scrivere e del far di conto. Ma l’insegnamento delle materie profane sarebbe stato sempre finalizzato alla diffusione del messaggio evangelico. Intanto la rapidità dell’espansione della Compagnia doveva aver oltrepassato il suo ritmo di maturazione; intervenne Isabetta Prato, divenuta madre principale nel 1572, nel tentativo di darle maggior compattezza. E lo fece smembrando l’originaria compagine collegiale del governo e avocando l’esercizio dell’autorità alle singole matrone perché l’esercitassero individualmente nell’ambito ciascuna di un proprio settore cittadino, esautorando così le vergini colonnelle che avevano sempre esercitato la funzione di superiore locali. Lei si sarebbe trovata al vertice della gerarchia dell’istituzione, in posizione per così dire di autonomia. Nel 1582, Carlo Borromeo, visitatore apostolico a Brescia, non poteva non rilevare la discrepanza fra il diritto codificato e la prassi realmente in vigore, e ordinò la riforma della Regola. Sarà la “Regola” stampata a Brescia, presso Pietro Maria Marchetti, nel 1582 (72). A quell’epoca la Compagnia di S. Orsola si era già affermata anche in Milano da una quindicina d’anni; il cardinale ne aveva approvato una Regola nel 1567, ma essa non aveva nulla di quella mericiana, nemmeno lo spirito. L’afflato misticospirituale che proponeva alle vergini di S. Orsola un incontro nuziale con Cristo era spento; aveva invece preminenza una normativa pratica in arida successione: Prescriveva però, per i giorni di festa, la frequenza delle scuole femminili della Dottrina Cristiana, sia che fosse per imparare che per insegnare, e sempre cercando “di esortare l’altre a frequentare i santi sacramenti e a tirarle in questa Compagnia” (73). L’azione apostolica delle vergini di S. Orsola aveva ormai trovato la propria direzione: l’insegnamento della dottrina cristiana nella misura compatibile con la propria preparazione, e una parola di fede e di esortazione che trascinasse altre compagne a condividere il medesimo ideale di consacrazione verginale a Cristo. Era il prolungamento di quella missione che Angela aveva svolto in vita, come l’aveva lapidariamente scritto Pandolfo Nassino: “A tutti predicava la fede del sumo Dio che tutti se inamorava de lei”. Sarebbe diventata la nota specifica delle Compagnie (chiunque ne fosse il fondatore locale) a Ferrara, e a Verona, Bologna, Reggio Emilia, Modena. Foligno… e tale sarebbe rimasta anche nei secoli successivi. Era però un’attività riservata ai giorni di festa, e che si svolgeva presso le parrocchie locali spesso di fortuna, poiché le vergini della Compagnia continuavano ad abitare in casa loro o presso terzi, impegnate nel loro consueto lavoro quotidiano.


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La Regola di Ferrara, del 1587, era forse la più completa sotto questo aspetto; privilegiava infatti la catechesi come opera pia nella quale venissero coinvolti tutti i membri, a partire dalla madre generale. Questa fu la “Regola” che Jean Baptiste Romillon, collaboratore di César de Bus nella fondazione dei Dottrinari, propose a un gruppo di giovani donne che già si dedicavano all’insegnamento della Dottrina Cristiana. Per loro la “Regola” venne tradotta in francese, preceduta dalle pagine di Francesco Landini sulla “Fondatrice”, e stampata a Tournon. Nasceva così la prima Compagnia di sant’Orsola in Francia, con a capo Françoise de Bermond. Ma la comunanza d’intenti, di attività e d’iniziative, con le implicazioni di organizzazione e di messa in comune delle capacità e delle attitudini personali, e altre circostanze favorevoli dovevano ben presto risolversi in una forma associativa più stretta, poi in una prima forma congregata, con un minimo di strutture a supporto del vivere insieme. Finalmente, senza traumi e senza soluzione di continuità, dovevano sfociare quasi naturalmente nella vita comunitaria di una sorta di “congregazione a voti semplici”, senza che i suoi membri ritenessero di aver apportato una trasformazione all’istituzione originaria. Di loro è scritto degli annali di Parigi: “Elles ne faisoient que deux voeus simples de chasteté et d’obéissance après qu’on les avoit éprouvées un an ou deux et portoient un habit séculier modeste pareil les unes les autres” (74), e continuavano a “observer la règle de la Bienheureuse Angelle y ajoutant seulement la communauté” (75). Angela Merici viene riconosciuta incontestabilmente come « fondatrice », e la « sua Regola » ritenuta norma fondamentale di vita. Ne dà testimonianza l’atteggiamento del padre Romillon nei suoi confronti: Françoise, che aveva emesso il voto di verginità già prima di entrare nella Compagnia, aveva poi pronunciato quello d’obbedienza nelle sue mani; le sue compagne l’avevano imitata quindi “firent aussi le mesme voeu, qui n’estoit pourtant qu’un voeu simple, et le père Romillon ne voulut rien altérer sur ce point, portant ce respect à la mémoire de la bien-heureuse Angèle, qui en avoit dressé les Règlemens” (76). Quanto al senso della consacrazione totale come dono d’amore e al forte accento sulla relazione sponsale con Cristo, caratteristici della spiritualità mericiana, essi erano rimasti intatti. La Compagnia si diffuse rapidamente; questi nuclei di catechiste viventi in comune costituivano infatti una risposta al duplice desiderio di dedicarsi al servizio di Dio e insieme di porre un rimedio all’ignoranza religiosa, al dilagare del protestantesimo e al decadimento dei costumi. Per molti di questi gruppi si ripeté lo stesso itinerario; orsoline secolari, poi associate insieme e congregate. E sempre, come supporto all’apprendimento del catechismo, impartivano un insegnamento elementare. Più tardi, quando le congregate divennero moniali, il loro programma culturale andò assumendo una rilevanza sempre maggiore, senza mai snaturare la sua tipicità: l’educazione della donna in funzione dell’evangelizzazione (77).


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Il passaggio da congregate a moniali, conseguente all’applicazione dei decreti del Concilio di Trento, era andato attuandosi gradualmente, poiché ogni Compagnia di congregate era indipendente dalle altre; quel passaggio comportava la professione dei voti solenni e l’imposizione della clausura. La prima Bolla che riconosceva il sorgere di un monastero di clausura dedito all’educazione delle fanciulle fu emanata nel 1612, per il monastero di Parigi. Nasceva, con quella Bolla, l’Ordine di Sant’Orsola (Ordo Santae Ursulae). Seguirono altre trasformazioni da congregate a moniali. Invece per la maggior parte le nuove fondazioni, soprattutto nel resto d’Europa e poi oltre Oceano, sarebbero sorte già nel grembo dell’Ordine. Interessante sarebbe uno studio approfondito delle origini di alcuni monasteri di orsoline sorti fra il ‘500 e il ‘600 in Piemonte, a quanto pare prima e fuori dell’Ordine, come ad es. Fontanetto Po (1584?), Bianzé (1610?), Moncalvo (?) e dell’opera educativa svolta nei loro collegi (78). Era stato forse grazie alla Bolla di Paolo III del 1544, e al Breve di Gregorio XIII del 1582 (riportato nella Regola di Tournon), entrambe di approvazione della Compagnia di S. Orsola, che le prime orsoline congregate si erano ritenute esonerate dall’obbedire alla costituzione di Pio V. Ma quando Paolo V mise tutte le forme congregate di fronte all’alternativa o divenire monache claustrali o ritornare ad essere secolari senza alcuna parvenza di istituzione religiosa, optarono per la forma monastica. Posero tuttavia una condizione imprescindibile: poter continuare a svolgere la missione alla quale si sentivano chiamate da Dio secondo il loro specifico carisma: quella cioè dell’educazione cristiana della donna con l’istruzione impartita nei loro educandati, e quella della sua incipiente promozione sociale con la scuola gratuita e la catechesi. E questo nello spirito della loro Madre. Per la loro funzione sociale i monasteri delle orsoline con le loro scuole si erano rapidamente diffusi non solo in Francia (dove, intorno al 1780 le orsoline erano circa 9000 in più di 300 monasteri), ma in tutta l’Europa. Nel 1639, con la partenza della beata Maria dell’Incarnazione Guyart-Martin per il Canada, era incominciata la loro epopea in terra di missione. I secoli XIX e XX destinati a veder via via la quasi totale soppressione e poi la rinascita della Compagnia di Sant’Orsola e dei monasteri dell’Ordine in diverse regioni d’Europa, videro pure la nascita e la rapida espansione, in Europa e nel mondo, di nuovi rami innestati sul ceppo mericiano: Congregazioni religiose, ciascuna col proprio Fondatore o la propria Fondatrice, che avrebbero a loro volta attualizzato il messaggio di Sant’Angela calandolo nella nuova realtà dei tempi moderni. E tutte avrebbero riconosciuto la Santa quale loro Madre e prima Fondatrice. Angela prima di morire aveva dettato al Cozzano due brevissime opere: i “Ricordi” destinati alle colonnelle per guidarle nella formazione delle vergini loro affidate, e il “Testamento” per dare alle matrone l’esatto concetto della loro dignità di madri spirituali delle “spose del Figlio di Dio”. La Madre aveva pensato alla formazione umano-spirituale delle donne della Compagnia, governatrici e suddite, ma il suo tatto nei rapporti interpersonali, il suo rispetto della libertà dell’individuo, la


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sua serena fiducia nella donna, la sua conoscenza dello spirito umano, il suo saggio equilibrio nel contemperare la fermezza con la “piacevolezza”le avevano fatto dettare insegnamenti di valore perenne e universale, che tuttora possono ritenersi basilari per un educatore. Quando, col passar del tempo, anziché rimanere un manuale riservato alle governatrici, “Ricordi” e “Testamento” pervennero alle mani delle orsoline religiose, queste vi attinsero i principi e lo spirito della loro pedagogia, scoprendo nella Santa anche un’educatrice, senza tuttavia fare di lei una pedagogista. La trasposizione era abbastanza giustificabile. Non al punto tuttavia di dire che Angela aveva fondato “un istituto femminile sotto il nome di sant’Orsola per istruire nella vita cristiana le ragazze povere”, come afferma il Breviario Romano, e neppure che aveva ideato “un metodo pedagogico” per la loro educazione, come è scritto nel Messale. Non si giustifica poi affatto la pagina di un Lezionario Feriale recente (79) in cui si è arrivati ad affermare che “Angela Merici comprese con perspicacia che era necessario rivedere completamente il sistema educativo poiché, come nel Medio Evo, rimaneva riservato a un’elite… Comprese che l’educazione non è soltanto accumulare nozioni…”, ecc. E le si attribuisce il proposito di una metodologia pedagogica. Questa però non è Angela Merici, bensì una figura leggendaria che non trova riscontro nella storia. Il discorso su questa sorta di “contaminatio” non sarebbe debitamente esaurito se non si denunciasse una incongruenza che ne consegue e che tocca l’iconografia: è la raffigurazione di Angela attorniata da fanciulle che istruisce, o mentre insegna a leggere a una bambina. Un gesto che potrebbe anche aver compiuto occasionalmente nella vita, ma che non è emblematico della sua missione. Questa immagine del XIX secolo tende a soppiantare quelle più autentiche della Santa pellegrina o della Santa estatica davanti alla mistica scala del Brudazzo: rappresentazioni che l’avevano fatta identificare senza esitazione nei secoli precedenti. D’altra parte questa raffigurazione trova la sua giustificazione nella simbologia: le religiose orsoline, che la sentivano presenza viva nella loro vita quotidiana (lei stessa aveva detto di sé: “madre e viva e morta della Compagnia”), che a lei guardavano come a modello della loro maternità spirituale verso le educande, avevano amato affidare all’arte quella presenza ideale sotto le sembianze di un’educatrice: madre di vergini, maestra di vita. E così la fecero scolpire, a loro spese, perché avesse il suo posto in San Pietro, fra i grandi fondatori. Sul piedestallo del gruppo marmoreo, innalzato nella sua nicchia il 25 luglio 1866, fu inciso: “S. Angela Merici virgo parens et magistra Societatis Virginum a S. Ursula”. E madre, maestra e guida della “Società” delle Vergini di sant’Orsola la additò alla venerazione di tutti i fedeli la Bolla di canonizzazione. Alla proclamazione solenne in San Pietro si era pervenuti attraverso i processi di beatificazione e di canonizzazione, sollecitati e affrontati e sostenuti – si può dire interamente – dalle


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suore orsoline del monastero di Roma, incominciati nel 1757 e conclusi con la cerimonia di canonizzazione, il 24 maggio 1807. La Bolla ricade nei soliti luoghi comuni desunti dai racconti ripetitivamente narrati durante i processi, e sui quali ormai la Storia ha fatto luce ridimensionandone il dato miracolistico o confermandone la veridicità. Si basavano soprattutto sul Processo Nazari e sui più antichi biografi, riportavano tradizioni locali inventate e consacrate dalla trasmissione di padre in figlio, o legate a luoghi resi sacri da un culto ormai radicato nella popolazione. Solo la deposizione di qualche romana, lettrice del Quarré, risentiva delle illazioni immaginifiche dell’autore francese che avevano lanciato in qualche ambiente la leggenda di un invito ad Angela perché assumesse “la direzione di tutti i luoghi pii” di Venezia, e più tardi “il governo e la sovrintendenza” di luoghi pii di Roma. Leggenda che non era stata accolta dai biografi bresciani e che non aveva affatto influenzato né l’azione né la spiritualità delle orsoline sia secolare che religiose, come già abbiamo detto. Ma l’accenno riuscì ad entrare nel documento pontificio della canonizzazione. In particolare però, e con maggior aderenza alla realtà storica, la Bolla metteva in risalto l’innocenza di vita della Santa, l’eroicità delle sue virtù e la fama della sua santità; ne lodava gli Scritti, ne esaltava la fondazione. Il Decreto della S.C. dei Riti in data 11 luglio 1861 estendeva il culto di Sant’Angela Merici alla Chiesa universale con la seguente motivazione: “ut eius ope et meritis dignetur Dominus foemineum sexum ab omni labe immunem et errore servare, ac hostium depulsis insidiis Ecclesisa sua perpetim pace laetetur”.


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5. LA “MADRE” SUOR ANGELA Conversazione tenuta nel 1988 alle Orsoline Secolari (Compagnie del Lazio, della Toscana e dell’Umbria)

Non sappiamo quando la gente abbia incominciato ad attribuire ad Angela Merici l’appellativo di “madre”. Per tutti, a partire dal suo ingresso nel Terz’Ordine francescano, era diventata “Suor Angela”, anzi – secondo il linguaggio locale – “Sur Anzola”. Era un titolo che spettava di diritto alla donna che portasse il bigello, il velo bianco, e il cordone francescano per cintura. Abbiamo scoperto un documento pubblico (per ora il più antico che la riguarda personalmente): un documento del 1523 che in due righe, in un latino approssimativo espresso in abbreviazioni difficili a leggersi, ci dà una sorta di dichiarazione patrimoniale proprio di “Sur Merizi”. Era il suo titolo e faceva parte della sua identificazione. Abbiamo scoperto pure un altro documento, la registrazione della supplica inviata da Angela alla S. Penitenzieria per chiedere la dispensa dall’obbligo di farsi seppellire in una chiesa francescana (come avrebbe voluto la Regola del Terz’Ordine). In questa supplica, che è del 1532, Angela è detta "soror”, sorella, suora del Terz’Ordine di S. Francesco. E così, ovviamente, è chiamata nella risposta del Penitenziere Maggiore. Nel 1537, però, sopravviene un fatto preciso che già conosciamo: il 18 marzo Angela viene eletta, per così dire, legale rappresentante della Compagnia (ce n’era bisogno affinché la Compagnia potesse entrare in possesso di un lascito testamentario di Girolamo Patengola). I titoli che le vengono riconosciuti in quel primo Capitolo della Compagnia – riconosciuti “viva voce et nemine discrepante” – sono quelli di madre, ministra, tesoriera. E sono dati a vita. Il tutto è verbalizzato in un atto notarile che venne riportato poi alla lettera negli Atti del Processo di canonizzazione, E’ probabile a partire da allora che si incominciò a chiamarla ufficialmente la “Madre Suor Angela”. Così la troviamo denominata nella pagina che il bresciano Pandolfo Nassino le dedicò nella propria cronaca, una frase sintetica ed efficacissima: “questa Madre sur Anzola a tutti predicava la fede del sumo Dio, che tutti se innamorava di lei”. Testimonianza sobria ed insieme rivelatrice di quel suo amore di Dio e delle anime che si traduceva in azione apostolica e suscitava fra la gente profonde risonanze d’affetto: Era un modo indiretto per esprimere la maternità dello spirito, così consapevole, e presente, e viva in Angela Merici. Ma sentiamo che cosa dice lei stessa di sé come madre: “Cristo per sua immensa bontà mi ha eletta ad essere madre e viva e morta di così nobil Compagnia, benché dal canto mio ne fossi indegnissima. Ed avendomi eletta, mi ha dato anche la grazia di poterla governare secondo la sua volontà” (Rc 3). Madre per l’immensa bontà di Dio, madre di anime innumerevoli, madre per la vita e oltre la vita. E madre perché sposa del Figlio dell’Altissimo, vicino al quale ormai devono cercarla le sue figlie: “Dite loro che vogliano desiderare di vedermi non in terra, ma in cielo, dove è l’amor nostro” (Rc 5). Della sua feconda maternità spirituale quando era sulla terra non abbiamo motivo di dubitare: la Compagnia di S. Orsola e tutti i rami che da lei sono nati –


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direttamente o indirettamente – continuano a vivere dopo quattro secoli e mezzo, nonostante le rivoluzioni, le persecuzioni, i martiri, gli incameramenti, le soppressioni, le dispersioni. Perché la fecondità di Angela si esprime in maniera autentica nella fondazione della Compagnia di S. Orsola, che Dio stesso per suo mezzo ha piantata. La maternità è sempre frutto d’un atto d’amore, di donazione reciproca, di abbandono di sé all’altro, per la generazione di una creatura nuova che a sua volta sia creatura d’amore, di donazione, di fecondità. La Compagnia viene dall’iniziativa d’amore di Cristo, ma Angela ha accolto in sé questo germe meraviglioso, e lo ha custodito, e lo ha alimentato di preghiera e di sacrificio, e finalmente lo ha messo al mondo in un coraggioso atto di generazione. Pensate: un’epoca – quella del primo Cinquecento – in cui la donna conta così poco, da non avere il diritto di scegliere tra marito e clausura, o tra questo e quel marito; e se resta nel mondo, è destinata a vivere sotto la tutela di un uomo: padre, marito, fratello, cognato…tutore, Mai libera, mai autonoma. E se vuol darsi a Dio, e non ha la dote per il monastero, oppure i suoi non glielo permettono, o altri motivi lo impediscono, non ha altre possibilità. O monaca o moglie. E, talvolta, donna da strada. C’erano, è vero, i Terz’Ordini, ma erano a livello di pie associazioni per una vita più evangelica, aperta a tutti i buoni cristiani. Non esigendo la verginità perpetua, lasciavano sempre spazio alla famiglia per imporre un eventuale marito alla figlia. La vita di relazione all’interno di questi Terz’Ordini non era molto stretta, per cui non offriva un aiuto concreto per la perseveranza. Angela, che aveva avvicinato molta gente ed ascoltato con “intelletto d’amore” le donne che l’andavano a trovare, ne conosceva i drammi e le frustrazioni. Aveva incontrato donne che avevano sentito la chiamata, la “vocazione” e non avevano potuto rispondere, e vivevano in perenne rimpianto. Nel suo amore per Cristo, lei volle vederlo amato dal maggior numero possibile di creature. Nel suo amore per Lui “inventò” questa nuova figliolanza che sarebbe stata la Compagnia di S. Orsola: un modo per vivere da consacrate pur rimanendo nel mondo, da spose di Cristo pur continuando a guadagnarsi la vita per sé e per la famiglia, o continuando a rendere un servizio domestico presso terzi. Fu l’immissione nella Chiesa di una forma di vita fino allora sconosciuta: la verginità offerta a Dio per sempre, sotto le vesti di un’esistenza quotidiana comune. Una relazione sponsale con Cristo, un amore totalitario che avrebbe trasfigurato l’apparente tran tran della vita di ogni giorno entro le mura di casa. Fu una istituzione così nuova, così impensabile, che dopo la morte della Fondatrice la gente incominciò a chiedersi se fosse ragionevole, e a trovare motivi per opporvisi. Invece la Compagnia di S. Orsola è una delle espressioni più alte della creatività dell’amore. Non è stata fondata perché ci fosse un’opera di carità che reclamava operai, come accade il più delle volte per le fondazioni. E’ nata perché Angela, conosciuto l’amore infinito di Dio, ha voluto rispondere a questo amore dandogli delle spose, che a loro volta facessero conoscere ad altri le mirabili iniziative di questo amore divino. Questo è, del resto, il carisma della Compagnia e di tutti gli istituti religiosi di vita orsolina. Abbiamo cercato di spiegarlo così nel volume: MTS.


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“Qui sta il nocciolo del messaggio di Angela Merici: Cristo l’ha prevenuta con una iniziativa d’amore; Lui è l’Amatore. Angela lo chiamerà così tre volte nei suoi Scritti: “l’Amator mio, anzi nostro et commun di tutte”, “l’Amator mio, anzi nostro”, “il comune Amator nostro”, Lui, il “dolce et benigno sposo Giesù Christo” (Rc 5° ; 9° ; Lg . ult.; cfr Cozzano, Epistola, f. 96 v; Regola cap. del governo). “E nota specifica della spiritualità di Angela sarà la contemplazione di questo mistero del Cristo-Sposo, nella tensione amorosa dell’essere e dell’agire protesi verso di Lui. “Testimoniare nella Chiesa questo mistero del Cristo-Sposo e manifestarlo al mondo con la vita e con la parola sarà il carisma consegnato alle eredi di Angela Merici affinché lo continuino nei secoli”. (MTS, p, 233). Nella Compagnia, Angela è la madre sempre presente: detta nel 5° Ricordo: “Direte loro (alle figlie) che adesso son più viva di quando mi vedevano corporalmente, e che adesso più le vedo e le conosco, e più le posso e voglio aiutare. E che son continuamente fra loro con l’Amator mio, anzi nostro e comune di tutte”. E’ una maternità nei cieli che conserva le note più toccanti e più commoventi della maternità terrena: rende presente l’immagine-presenza dello Sposo, si compiace del bene che è nelle sue figlie, si tiene disponibile per ogni intervento, partecipa alle gioie e ai dolori delle figlie, non esita a promettere la propria mediazione presso Dio: “Sappiate che, adesso, son più viva di quello che ero quando ero in questa vita, e più vedo e più ho care e grate le buone cose che di continuo vi vedo fare; e adesso più voglio e posso aiutarvi e farvi del bene in ogni conto” (Rc. Prologo).Si direbbe che la madre non sa separarsi dalle figlie, tanto si impegna a prolungare nei secoli la propria presenza: “E io sempre sarò in mezzo a voi, aiutando le orazioni vostre” (Rc 9). La Fondatrice trova le espressioni più umane e materne. Ricordiamo la raccomandazione alle colonnelle, incaricate di far visita alle vergini della Compagnia: “Quando le visiterete, vi do l’incarico di salutarle e di stringer loro la mano anche da parte mia” (Rc. 5). Promette che sarà “fedele amica” nelle ore più difficili (Rc. 9), lei che – come ogni mamma – non esiterebbe a dar la vita purché i figli si volessero bene e si tenessero fraternamente uniti: “L’ultima voce mia che vi faccio, e con la quale fin col sangue vi prego, è che siate concordi, unite insieme tutte d’un cuore e d’un volere…” (Rc ult.) Madre nello spirito, Angela è pronta a questa maternità a prezzo del proprio sangue. Il tipo di madre che lei incarna è quello di una donna tenera e forte, che ama di una amore concreto; che stabilisce con le figlie a lei affidate una autentica relazione interpersonale fatta di stima, di donazione in spirito di servizio, di testimonianza, di rispetto, di sollecitudine, di prudente attenzione, di tempestivo intervento, di aiuto anche materiale, se occorre. Quasi ad evitare il rischio di un vano sentimentalismo, di un affetto troppo spersonalizzato, ideale e disincarnato, Angela non esita a ricorrere ad un linguaggio molto chiaro, esplicito e concreto. Lo rileviamo soprattutto in certi Legati. Per esempio nel Testamento, dettato per le vedove della nobiltà, chiamate ad esercitare nella Compagnia dei compiti non tanto di governo, quanto piuttosto di rappresentanza nella società bresciana. Per lo più giovani, dotate di molti beni materiali, libere, esposte a tutte le tentazioni, di una vita mondana, e talora con


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numerosa prole (Ginevra Luzzago per es. è eletta matrona a 35 anni; è vedova e madre di sette figli), hanno sperimentato l’amore coniugale, sanno che cos’è un figlio, e se non ne hanno avuti (come Isabetta Prato), sanno tuttavia che cosa significhi aver desiderato un figlio, averlo amato nel desiderio, nell’attesa e forse nel rimpianto di non averlo generato. Perciò Angela si serve di analogie che possano parlare a loro un linguaggio efficace. Così dirà alle matrone: “siete state trovate degne di essere vere e cordiali madri di così nobile famiglia, affidata alle vostre mani affinché ne abbiate quella cura che ne avreste se queste vergini fossero frutto del vostro stesso grembo, e più ancora”. (cfr. Leg: prol.). E l’analogia viene portata avanti con coerenza: le madri terrene si curano tanto di adornare e far belle le loro figlie, così che possano piacere al marito; e contano sul prestigio delle figlie per conquistarsi a loro volta i favori dei nobili generi. Valutino, allora, con quale impegno devono dedicarsi a coltivare la bellezza interiore delle loro figlie, dal momento che queste sono spose “dell’immortal Figliolo dell’eterno Dio”. E si rallegrino della dignità raggiunta attraverso questa maternità spirituale; “O che nuova bellezza e dignità esser governatrici e madri delle spose del Re dei re e Signore dei signori, e per così dire diventar suocere del Figlio di Dio” (T. 4). E’ il tema del 4° Legato e ci fa riflettere sulla profondità della relazione che si instaura fra le madri e le vergini della Compagnia, e fra le madri e Cristo loro sposo. Cristo e le sue spose: ecco il duplice oggetto d’amore e di donazione da parte della madre: “solamente siate mosse a così fatta cura e governo dal solo amor di Dio e il solo zelo della salute delle anime” (Lg. 1°). Un amore e una donazione sottesi fra questi due poli non possono avere né limite né misura. “Si vede nelle madri carnali che, se avessero anche mille figli e figlie, li avrebbero tutti nel cuore, stampati uno per uno, poiché il vero amore fa così; anzi, pare che quanti più ne abbiano, tanto più cresca l’amore. Ma ancor più le madri spirituali possono e devono fare altrettanto, poiché l’amore spirituale è molto più potente senza confronto di quello naturale”. Un amore così ha implicazioni molteplici e svariate. Dalla vasta gamma di queste implicazioni indicate o suggerite da Sant’Angela possiamo poi dedurre in quale maniera lei stessa abbia amato le sue figlie… in quale maniera ami noi, che siamo sempre sue figlie. Le caratteristiche della maternità mericiana Se consideriamo gli Scritti di S. Angela come proiezione del suo modo di essere e di sentire, dobbiamo concludere che i suoi insegnamenti rivolti ai membri del governo esprimono il modo in cui lei stessa ha considerato ed esercitato la maternità. La maternità mericiana, secondo la Madre, ha le sue radici in Dio, il quale ha scelto le madri cui affidare la Compagnia, secondo un suo proprio disegno. Perciò le madri devono prendere la risoluzione di sottomettersi totalmente alla sua volontà, e con viva e salda fede da Lui ricevere ciò che devono fare per amor suo (Rc. pr, Lg. pr). E questo con speranza e ferma fede in Dio che, avendo assegnato tale impresa, darà anche la forza per eseguirla (Rc. pr). Ma, trattandosi di un’opera di Dio, “commissionata” da Dio stesso, questa va compiuta con grande purezza di intenzione, appunto come una missione, un


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mandato venuto da Dio, senza riguardo a sé, ma solo lasciandosi guidare dall’amore di Dio e dallo zelo per il bene delle anime (Lg. 1); “Fate, movetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a lui col cuor vostro, e senza dubbio vedrete cose mirabili, dirigendo tutto a lode e gloria di sua Maestà e a bene delle anime” (Ric. Prol.). E’ un mandato da esercitarsi in spirito di servizio: “Ritenetevi come ministre e serve, considerando che voi avete più bisogno di servirle, di quanto loro non abbiano bisogno di essere servite o governate da voi, e che Dio potrebbe provvedere a loro con altri mezzi ancor migliori di voi” (Rc. 1). E’ un servizio che si giustifica col rispetto che merita ogni membro della Compagnia: “dovete considerare in che misura le dovete stimare…” (Ric. Prol) “Tutte son creature di Dio, e voi non sapete che cosa Egli voglia fare di loro… non sta a voi giudicare le ancelle del Signore, il quale sa bene che cosa ne vuol fare…” (Ric. 8). Questo stile di comportamento si manifesta negli incontri come son descritti nel 5° Ricordo, dove non si vede che ci sia posto per il pettegolezzo, ma solo per uno scambio fraterno in una conversazione informale, di cui le virtù da praticare, il Cristo unico tesoro da ricercare, e il gaudio del cielo da attendere costituiscono l’argomento fondamentale. Sono incontri che non devono aver nulla di inquisitorio, bensì devono svolgersi in un clima di stima, di fiducia reciproca, di libertà interiore: “e sopra tutto guardatevi dal voler far fare per forza, perché Dio ha dato il libero arbitrio ad ognuno…” (Lg 3). Incontri in cui si approfondiscono la conoscenza e la relazione interpersonale, che in tal modo si fanno più autentiche, più umane. Allora sì, che si adempie la richiesta di Angela: “Vi supplico che vogliate tener conto, ed avere scolpite nella mente e nel cuore tutte le vostre figliuole, ad una ad una, non solamente i loro nomi, ma ancora la condizione, la natura e tutto quanto le riguarda” (Lg 2). “E sarà cosa impossibile che non le abbiate presenti giorno e notte, scolpite nel cuore, tutte ad una ad una, perché il vero amore fa così” (Rc pr). Un amore così disinteressato, così limpido e vero, non farà concessioni a debolezze e sentimentalismi, ma saprà essere energico e forte a tempo e luogo: “Non dico però che talvolta non si debba usare qualche rimprovero ed asprezza, a luogo e tempo, secondo l’importanza, la condizione e il bisogno delle persone; ma solamente ci dobbiamo muovere per amore di Dio e per il solo zelo delle anime” (Lg 3). Ecco: La Madre suor Angela deve aver cercato di vivere sempre nella sintesi di questi due amori (che poi sono un unico amore, la carità, col suo duplice risvolto): amor di Dio, amore per le anime. Questo cenno alla duplice carità le torna talmente spontaneo, che rivela in lei la tensione costante dello spirito. Per questo duplice amore, Angela veglierà sull’integrità della fede nelle sue figlioline. Non per niente i suoi primi biografi insisteranno su quel ministero della parola che ha caratterizzato il periodo bresciano della sua vita: una parola che comunicava Dio (a tutti predicava la fede del summo Dio, come dice il Nassino), e comunicando Dio seminava la pace nei cuori e nelle famiglie. Forse, senza saperlo, la Madre ha definito se stessa quando ha dettato: “Siate piazzevoli ed umane con le vostre figlioline” (Rc 2). E ancora: “Vi prego, di grazia, che vogliate sforzarvi di attirarle con amore e con mano soave e dolce, e non imperiosamente né con asprezza, ma in tutto vogliate essere piazzevole” (Lg 3).


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Uno strumento che Angela presenta come aiuto insostituibile per l’esercizio della maternità è la seduta di consiglio, da tenersi al completo almeno una volta al mese. E da tenersi in spirito e clima di preghiera, dal momento che le decisioni vanno prese “secondo che lo Spirito Santo ispirerà” (Lg 7). Decisioni concernenti non solo l’aspetto disciplinare, ma quello organizzativo, di animazione spirituale e di bilancio. Una nota importante: dice la Madre: “Qui siate prudenti e siate buone e vere madri, e quel denaro che avrete, dispensatelo in bene e accrescimento della Compagnia, secondo che la discrezione e l’amor materno vi detteranno. Qui non voglio che cerchiate consigli al di fuori; fate voi solamente fra voi, secondo che la carità e lo Spirito Santo vi illumineranno e detteranno” (Lg 9). E’ l’unica volta che Angela usa il verbo “voglio”. E fa capire che, per lei, anche l’aiuto materiale è una via per la quale cammina l’amore della madre. La “Madre” vista dai testimoni oculari Il più vicino a lei fu certamente Gabriele Cozzano. Lui, che nella Dichiarazione della Bolla poteva scrivere della sua maternità: “la reverenda madre Angela…fra le vergini era come un sole che tutte le altre illuminava. Era come un trono di Dio che le ammaestrava; anzi, il Figlio di Dio, dimorando in lei, faceva il tutto con lei. Ella sola, divinamente ispirata, è stata la fondatrice di tanta opera. Ella la vera e viva madre che nel Verbo di verità e nel Sangue di Gesù Cristo le ha generate e rigenerate”. Lei che non comandava, ma chiedeva umilmente che si facesse, e metteva in grado di fare, e consultava sul da farsi, e apprezzava l’operato delle sue figlie. Lei che era pronta a dare “non una, ma mille vite, se le avesse avute, per la salvezza anche della più piccola creatura…Con amor materno abbracciava ogni creatura…Oh se si sapesse con quale forza dello Spirito Santo, sotto l’azione divina, fin da giovinetta aveva concepito questa regale Compagnia, e poi a suo tempo sotto il comando di Dio l’ha partorita e piantata, forse il mondo avrebbe ben altro rispetto ed altra reverenza per i suoi insegnamenti!” (ibid). Il Cozzano non ha dubbi: Angela è la madre della Compagnia, “umana e piazzevole”. Aperta all’azione di Dio e docile al suo disegno, ha ricevuto da Lui la missione e le grazie per eseguirla: ha messo al mondo la Compagnia. E Giovan Antonio Romano nel Processo Nazari racconta di averla conosciuta quando frequentava la casa di Caterina Patengola. Romano era poco più che ventenne. Aveva invitato Angela a trasferirsi da lui e lei aveva accettato. Quasi 14 anni di permanenza. E’ chiaro che se Angela aveva accettato quell’invito, doveva aver visto un’opera buona da fare. “Mi prese grande affezione”, afferma il Romano. “Mi volle bene”, vuol dire. Angela era ormai oltre la quarantina. Poteva fargli da mamma, accompagnarsi a lui nei suoi pellegrinaggi (Gerusalemme, Mantova), raccontargli episodi della sua infanzia e giovinezza. Un altro testimone della tenerezza materna di Angela è Agostino Gallo, un altro bresciano che l'invita in casa propria a Cremona e poi a Brescia. Sua sorella Ippolita, rimasta vedova, era andata a cercare conforto presso la madre suor Angela. Poi, durante il viaggio Brescia-Cremona, dice Agostino, “mi parlò con tanta amorevolezza che subito ne restai conquistato. Così io non sapevo più vivere senza di lei, e mia moglie pure, e tutto il personale di casa”. E passa a raccontare come la sua porta fosse varcata senza posa da gente in cerca di conforto, di consiglio, di


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guida, di rappacificazione. E ricorda alcune conversazioni spirituali intrattenute da lei. Soprattutto, della testimonianza del Gallo per rapporto alla maternità spirituale di Angela, ricordiamo questo: "mentre visse, questa Madre fu sempre di gran giovamento a moltissime persone…” E ancora, “ognuno si meravigliava della gran sapienza che aveva, perché era palese che convertiva molti, e cambiavano vita, e io ne ho conosciuto molti di questi…”. E’ una testimonianza resa alla fecondità della maternità spirituale di Angela, che conduce a nuova vita la gente che l’avvicina. Chiudo Dio ci ha privilegiate facendoci dono di una tale Madre. Anche per essere degne di lei, cerchiamo di restare unite fra noi come vere sorelle, e sperimenteremo quanto siano vere le sue parole: “Vi dico che, stando voi tutte così unite di cuore insieme, sarete come una fortissima rocca o torre inespugnabile contro tutte le avversità e persecuzioni e inganni diabolici. E vi assicuro che ogni grazia che domanderete a Dio vi sarà concessa infallibilmente. E io sarò in mezzo a voi, aiutando le orazioni vostre”. E allora si compirà pienamente la sua parola: “La eterna benedizione sia sopra tutte voi, concessa dall’onnipotente Dio, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. (Lg, pr.).


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LA VITALITA’ DI UN CARISMA

Articolo apparso sulla rivista “Vita Consacrata” nel 1981, cioè prima delle ultime scoperte che hanno permesso di precisare alcuni punti concernenti Angela Merici, la sua fondazione ed il suo messaggio. Come è stato annunciato nell’introduzione, le parentesi quadre indicano i passi rettificati (questione di date, soprattutto). Le note sono state molto semplificate in quanto ad apparato tecnico, e la “Nota della Redazione” che introduceva il capitolo è stata soppressa.

Il recente volumetto di Dino Barsotti, La spiritualità di S. Angela Merici – Una famiglia attorno alla madre (1), ripropone alla nostra attenzione una delle figure più interessanti della rinascita cattolica, ancora non sufficientemente esplorata. E’ vero che gli studi di Teresa Ledochowska, Angèle Merici et la Compagnie de Sainte Ursule, Ancora 1968, in due tomi (2), hanno risvegliato l’interesse intorno a questa donna la cui istituzione, attraverso un multiforme processo evolutivo, avrebbe avuto poi tanto peso nella storia della Chiesa universale. Infatti i due volumi riportano in nota ed in appendice, e anche segnalano, una copiosa messe di documenti la cui conoscenza non è abbastanza diffusa. Ed è anche a questa documentazione che bisogna rifarsi per un approfondimento della figura di Angela Merici. Qualche cenno storico sulla Santa e la sua opera consentirà di mettere nella sua giusta luce il volume del Barsotti, che è piuttosto diretto ai membri della Compagnia secolare di S. Orsola, e, soprattutto, di sfatare alcuni luoghi comuni inesatti, troppo facilmente ripetuti da qualche studioso della vita consacrata e di storia della Chiesa. Nata a Desenzano del Garda intorno al 1474 (data generalmente accettata, pur non essendo ora verificabile), Angela ricevette in famiglia un’educazione cristiana. Delle letture serali fatte dal padre alla famiglia riunita – si diffondevano allora le prime edizioni a stampa della Leggenda Aurea di Jacopo da Voragine – Angela bambina ritenne la grande lezione della verginità offerta a Dio, della fedeltà fino alla morte, della penitenza, della fuga dal mondo. Perduta la sorella e i genitori, nel soggiorno presso gli zii materni a Salò trova forse l’ambiente atto a sviluppare le sue doti naturali di tatto e di distinzione. Pur non avendo ricevuto un’istruzione regolare aveva imparato a leggere, mentre per scrivere si sarebbe servita, più tardi, di un “cancelliere”, Gabriele Cozzano, maestro di grammatica Prima di ritornare a Desenzano, si aggrega al Terz’Ordine francescano; da allora si chiamerà Suor Angela, porterà l’abito da terziaria e vorrà farsi seppellire così vestita. Dev’essere di quel tempo la “visione” variamente raccontata dai suoi biografi e che ispirò largamente l’iconografia mericiana: una processione d’angeli e vergini fra terra e cielo, simbolo e prefigurazione d’una compagnia di vergini che avrebbe dovuto fondare in Brescia. E Brescia rimarrà, da allora, il centro di gravità cui tendere nonostante le varie traversie della vita. Vi si trasferirà nel 1516, inviata dai suoi superiori francescani a confortare la vedova Caterina Patengola, che aveva appena perduto due figli. E qui Angela ne conosce il nipote Girolamo, che sarà più tardi uno dei fondatori dell’Ospedale degli Incurabili della città e, come primo depositario


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dell’Ospedale, prenderà in affitto un immobile per le orfane riunite sotto la direzione di Elisabetta Prato, che sarà una delle governatrici della Compagnia e, più tardi, governatrice generale. Nella stessa cerchia ci saranno Agostino Gallo, che per circa due anni ospiterà Angela, lui pure amministratore dell’Ospedale; e Giacomo Chizzola, patrizio bresciano ed eminente uomo politico, anche lui uno degli organizzatori di quell’Ospedale. Questa catena di amicizie ha indotto qualcuno a porre Angela fra i collaboratori dell’Ospedale degli Incurabili, o almeno a ritenere che vi svolgesse regolarmente una qualche attività, muovendosi nella sfera d’azione della Compagnia del Divino Amore. Tuttavia, allo stato attuale delle ricerche manca una documentazione di valore probante. Certo non sarebbe possibile pensare Angela avulsa dal tessuto sociale cittadino: dal profilo che i contemporanei ne tracciano si intuisce la donna aperta a “sentire” gli altri, a comprenderne i bisogni e a porvi rimedio nella misura del possibile. Ma l’analisi attenta delle fonti non consente di affermare un’azione diretta di Angela nel campo della beneficenza e della carità organizzate. Due testimoni del “Processo Nazari” (3) sono proprio il Gallo e il Chizzola; eppure non fanno allusione alcuna a un’azione di Angela nell’ambito ospedaliero, né in quello dei “luoghi pii”. Nemmeno nell’iconografia mericiana più vicina alla Santa, ed attentamente descritta negli Atti del Processo di Canonizzazione (4) ritroviamo tracce in tal senso. Solo Antonio Romano, altro testimone del Processo Nazari, che aveva fatto con lei il pellegrinaggio in Terra Santa, ricorda l’invito rivolto ad Angela dai notabili veneziani, e ripetuto poi da Clemente VII, a restare nelle rispettive loro città “a comune beneficio dei luoghi pii”. Nulla di più (5). Va rilevato che spesso la storia parla di santi “contesi” da città o istituzioni diverse, talvolta a motivo dell’azione specifica da loro svolta; spesso per l’animazione spirituale che da loro irradiava, o anche solo per la fama di cui godevano. Forse queste due ultime motivazioni si addicono ad Angela. La sua vita quotidiana, rievocata dal Romano e dal Gallo nel Processo Nazari, era intessuta di preghiera, di letture, di continue visite da parte di gente bisognosa di consigli: per il vivere spirituale, per ristabilire la pace in famiglia, per far testamento, per maritare i figli, per aver conforto e sollievo. Si trattava di una catechesi immediata, esistenziale, che metteva l’interlocutore davanti alle realtà della fede e ai richiami della coscienza, e si adeguava alle sue capacità intellettuali, e lo faceva sentire oggetto di in interessamento profondamente umano e soprannaturale insieme. Una sorta di educazione individuale alla fede e al ben vivere, mentre nell’oratorio in casa di Elisabetta Prato si dedicava alla formazione delle sue prime figlie cercando di imprimere in loro i lineamenti caratteristici della Compagnia di S. Orsola. Senza dubbio la sua vita di contemplazione e di penitenza, e la sua parola pacificatrice, infiammata, convincente, illuminata (come rilevano i suoi contemporanei) non solo le avevano creato attorno la fama di santità, ma ne avevano fatto un’apostola, animatrice di un laicato fervido di iniziative e di opere, pur senza assumerne alcuna in particolare. La sua opera specifica, quella per la quale Dio l’ha chiamata, e che Don Barsotti mette in risalto acutamente, è la fondazione della Compagnia di S. Orsola. Ma soltanto la considerazione del contesto storico in cui essa si attua può aiutarci a capire i motivi e le finalità, e a valutarne la portata. Tenuto conto della posizione della


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donna nel ‘500 italiano, estremamente ristretta nelle sue libertà e destinata al matrimonio o al chiostro, questa Compagnia offre una terza possibilità e costituisce una innovazione, accogliendo esclusivamente nubili (occasionalmente qualche vedova) decise a consacrarsi a Dio totalmente e per sempre, pur continuando a vivere nel mondo. Non dunque una confraternita motivata da esigenze apostoliche, ma una risposta d’amore ad una vocazione all’amore. Questa consacrazione totale che stabilisce la donna in una relazione sponsale con Cristo, ne realizza la promozione di fronte alla società, l’impegna in una testimonianza che diventa per se stessa evangelizzazione, e la fa collaborare alla salvezza del mondo. La proposta mericiana è esigente: la vergine di S. Orsola deve realizzare lo spogliamento interiore se vuole trovare in Dio il suo Tutto; deve agire solo per amore di Dio se vuole cooperare al bene del prossimo; deve essere artefice di unità e di pace se vuole edificare; deve raggiungere una purità totale per poter vivere integralmente la sua consacrazione. Non c’è alcun cenno ad attività apostoliche né ad opere di bene. Ma poiché la vita cristiana contempla anche l’esercizio delle opere di misericordia corporali e spirituali, è da supporre che i membri della Compagnia si sentissero in dovere di esercitare qualche opera buona compatibile con la loro situazione familiare e personale. Che è, probabilmente, ciò che aveva fatto anche Angela. Ma quali motivi hanno spinto Angela a fondare la Compagnia? Sono state avanzate diverse ipotesi: a) La Compagnia si proporrebbe semplicemente di ristabilire nella Chiesa la vita delle primitive vergini cristiane e degli apostoli che avevano seguito Gesù restando nel mondo. Ma in questo caso la “sequela Christi” non richiederebbe tutte le strutture organizzative che Angela stabilisce. Appare invece evidente il suo intento di dare alle figlie una chiara coscienza d’Istituto, con doveri ben precisati e testimonianze comunitarie frequenti. Quando il Cozzano parla di reviviscenza della primitive vergini, lo fa semplicemente come di una conseguenza della sintesi di contemplazione e azione vissuta nel mondo. b) La Compagnia mirerebbe a risanare la società del tempo immettendovi anime consacrate, per un’animazione spirituale dei valori del mondo. Ma è concetto moderno. Angela, che da bambina si era allontanata da casa per dedicarsi alla vita eremitica, alle sue figlie chiede piuttosto la “fuga del mondo” (6) e non assegna alcun compito apostolico se non quello di diffondere l’ideale della verginità consacrata mediante la estensione della Compagnia. Così il risanamento della società non è il movente della sua istituzione, bensì conseguenza di una presenza divenuta eloquente per se stessa e per la testimonianza che dà. Pertanto, espressioni come “Angela volle che le sue figlie rimanessero nel mondo” ed altre allusioni di autori di storia della vita consacrata o di storia della Chiesa, quasi che la vita religiosa comunitaria delle Orsoline attuatasi nel corso dei secoli fosse una deviazione dalla concezione mericiana originale, dovrebbero essere criticamente rivedute e quindi evitate. Non è possibile affrontare in questa sede la discussione critica cui esse danno luogo, e che suppone un lungo discorso ipotetico, non suffragabile da alcun testo mericiano.


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c) L’Istituzione della Compagnia sarebbe una genialissima forma assistenziale di protezione della giovane, per orfane o fanciulle esposte ai pericoli del mondo, attraverso un sistema educativo che coinvolgerebbe i genitori (7). Anche questa ipotesi manca di qualsiasi documentazione attendibile. Il consenso dei genitori o dei loro sostituti, richiesto come garanzia che non avrebbero forzato la vergine a maritarsi o a monacarsi, né impedito la pratica dei suoi nuovi doveri, conferma l’importanza che Angela annette alla libertà di scelta delle sue figlie e al rispetto delle strutture portanti della sua istituzione. d) La Compagnia – ed è questa l’ipotesi più sicuramente dimostrabile – dovrebbe offrire alla donna chiamata alla “sequela Christi” ma non al chiostro, o sprovveduta dei requisiti necessari per entrarvi, una struttura corrispondente in cui realizzare la consacrazione totale rimanendo nel mondo. Il dato poggia su testimonianze quasi coeve (8). Il Doneda (9), che nel secolo XVIII aveva potuto vedere i documenti archivistici dell’epoca mericiana, indica lo stesso movente. E’ così che la Compagnia di S. Orsola costituisce quella forma di vita che, secondo il Cozzano (10), ha il merito di colmare una lacuna nella Chiesa. E qui mi pare proprio che si concretizzi il carisma specifico di S. Angela Merici, che si potrebbe definire “creatività della verginità consacrata”, in risposta ai bisogni dei tempi. Non già un disegno apostolico prioritario in vista del quale consacrarsi e cercare anime da consacrare, ma il dono nuziale di sé, perseguito per se stesso e al quale consegua la maternità dello spirito: comunione con Cristo che s’allarga in comunione coi fratelli come partecipazione alla missione salvifica di Lui. Nella sua vita di unione a Cristo, Angela avverte le difficoltà che impediscono a molte donne del suo tempo di darsi a lui; nel suo desiderio di facilitare l’incontro reciproco fra le anime e Cristo, nel suo innato senso degli altri, “crea” il modo nuovo per realizzare questo incontro fuori dagli schemi restrittivi dell’epoca. E’ così che nasce una forma di vita consacrata nuova, che quattro secoli dopo si configurerà negli Istituti secolari. Autentico carisma, questa creatività della verginità consacrata. Autentico dono dello Spirito a servizio della Chiesa, poiché il suo risvolto per così dir naturale è l’azione apostolica: un’azione che si attua come testimonianza dell’essere e come evangelizzazione mediante la parola, profezia della verginità consacrata il cui processo evolutivo – come avviene per ogni essere che viva – conoscerà altre tappe. Si passerà così dall’esplosione carismatica alla istituzionalizzazione: due momenti storici in cui si attua la comunicazione della Spirito, e che non si escludono a vicenda ma si completano e si perfezionano quando vengono vissuti nella fedeltà alla identità specifica primordiale. Nel momento carismatico lo Spirito affida il dono ad Angela, scelta come “strumento” per realizzare il progetto divino, in ordine alla comunità che egli vuole suscitare, e il carisma agisce entro il quadro della Fondatrice in un preciso contesto sociale, culturale, ecclesiale. In un tempo successivo il carisma passa, come una fiaccola, dalla mano della Madre a quella delle figlie riunite attorno al progetto che Dio ha loro assegnato e che si va precisando nelle sue strutture. E’ un momento di autentica “comunione”: comunione con la Madre e comunione d’Istituto. La linfa vitale fluisce dal ceppo ai suoi rami e configura l’identità dell’albero, di cui costituisce il principio unificatore. E poiché è “vita”, possiede la capacità di “continuare a vivere” nel mutare del contesto sociale, culturale, ecclesiale.


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Per l’insistenza di Angela sul tema della nuzialità, possiamo sintetizzare così la sua vita, la sua azione, il messaggio da lei affidato alla Compagnia: unione intima a Cristo, dalla quale scaturisce il bisogno di farlo conoscere ed amare; unione vitale di contemplazione e azione, e, perché vitale, capace di creatività geniale. Questa è l’eredità raccolta dai vari rami mericiani in cui è fiorito, nel corso dei secoli, il fecondo ceppo primigenio. Angela ha affidato il suo insegnamento a tre brevissime opere dettate al Cozzano: Regola, Ricordi, Testamento. Certo la grafia è del Cozzano; ed anche qualche piccolo accorgimento linguistico; ma Angela sapeva leggere e certo deve aver tenuto sotto controllo il suo segretario. Per il resto, motivi intrinseci di forma e di orientamento interiore li fanno riconoscere suoi. Infatti gli scritti del Cozzano riflettono, nella sintassi e nel lessico, una impetuosità non contenuta, una passionalità accesa, sia pur comprensibile per la situazione difficile che li determina. L’argomento si contorce, non sempre poi si dispiega. Invece quello di Angela è generalmente più semplice, anche là dove trapela una certa animazione. E’ spoglio senza essere povero. Ridotto talvolta ad elementi essenziali, conserva una comunicatività immediata. E’ l’espressione di chi ha meditato a lungo nella preghiera, e nella riflessione profonda e reiterata ha chiarito i propositi e precisato i termini del discorso. Nel far delle riserve sull’autenticità degli Scritti, si adducono talvolta le molte citazioni bibliche; ma il Chizzola (11) ammira il dono di comprensione della Sacra Scrittura, che porta Angela a farne “bellissimi dotti e spirituali sermoni che alle volte duravano un’ora”, mentre il Gallo ricorda di aver visto anche predicatori e teologi consultare Angela sopra molti passi dei Salmi, dei Profeti, dell’Apocalisse “e di tutto il Testamento nuovo e vecchio” (12). Inoltre, quando Angela e il Cozzano toccano lo stesso tema, in lei è l’esperienza personale, intima, che si effonde nell’espressione chiara e persuasiva; nel suo segretario s’intuisce lo sforzo volonteroso e sincero di esporre qualcosa di cui tuttavia non sempre pare esser riuscito a penetrare a fondo il significato. Della Regola il Barsotti commenta con rara perspicacia e competenza solo alcuni temi, come verginità, obbedienza, povertà, preghiera. Completo senza sovraccarico (13), il documento mericiano offre gli elementi costitutivi di ogni Regola canonica: denominazione della forma associativa, tempi della formazione, norme circa le relazioni col mondo e la pratica dei consigli evangelici, prescrizioni sul governo. Non indica la forma giuridica dell’impegno: ma a quei tempi, persino il voto di verginità non poteva essere che privato, secondo le norme canoniche in vigore, poiché i voti pubblici comportavano per se stessi la vita claustrale. Quanto al valore giuridico della Regola, esso è garantito dall’approvazione rilasciata, nell’assenza dell’Ordinario, dal Vicario generale l’8 agosto 1536. Ma tutto il documento è percorso da un afflato di alta spiritualità; l’accento cade spesso sull’amore preveniente di Dio cui deve rispondere l’amore fedele di coloro che sono state “elette ad essere le vere ed intatte spose del Figliuolo di Dio” (14); taluni aspetti normativi di innegabile austerità sarebbero sconcertanti senza il riferimento alla missione salvifica dello Sposo. E sarebbero eccessivi, se il senso innato della maternità non avesse suggerito ad Angela un atteggiamento di saggia prudenza e comprensione. Dice infatti nel capitolo sul digiuno: “Ma poiché non si richiedono se


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non cose ragionevoli, perciò s’avverte che nessuna deve digiunare com’è proposto… senza il consiglio speciale del proprio padre spirituale e delle governatrici della Compagnia, le quali devono ridurre i suddetti digiuni secondo l’opportunità…(15). Ma della maternità di Angela ha scritto sapientemente il Barsotti; rimandiamo quindi alle sue pagine, vibranti di entusiasmo. E’ stata avanzata l’ipotesi che il testo originale della Regola sia stato rimaneggiato nell’edizione a stampa presso Damiano Turlino [1569]. Se ciò fosse vero, uno dei primi emendamenti da apportare sarebbe stato l’inserimento delle “colonnelle” e della “madre principale”: termini e funzioni entrati in vigore fra l’approvazione della Regola e il 1540. E sarebbe stata una lodevole aggiunta – se solo si fosse osato – poiché la loro assenza dal documento costituisce una grave lacuna. Il 18 marzo 1537 era stato riunito il primo Capitolo generale per l’elezione alle cariche principali. Il verbale sottolinea che nel capitolo sul Governo “praetermissum fuit quod eligi deberet una magistra generalis seu thesauraria seu priorissa” (16). C’era di che giustificare un’interpolazione: eppure essa non fu fatta. Ne venne fatta, invece, una nel capitolo sull’abito, concernente l’obbligo di portare un cingolo di cuoio. Ma si ebbe l’avvertenza di pubblicare, in appendice alla Regola, l’ordinanza dell’autorità ecclesiastica allora competente che ne prescriveva l’uso, “considerando che dai segni esteriori molte volte si conosce la interiore spiritualità della creatura, in segno di appartenenza alla congregazione, e di vera umiltà e castità” (17). Angela non aveva considerato l’opportunità di un segno esteriore, forse anche per affermare il carattere secolare di quella istituzione nuova che non doveva confondersi con gli istituti religiosi, pena l’alienazione del suo perché e delle sue finalità specifiche. Ma alla sua morte era succeduto l’inevitabile disorientamento. Finita la presenza prestigiosa della Madre, qualcuna delle vergini già incerte e titubanti era ritornata definitivamente al mondo e si era maritata. Qualcun’altra sotto la pressione della famiglia o di qualche prete aveva cercato in convento una sistemazione più rassicurante. Questo spiega i due scritti del Cozzano (18) e la prescrizione della cintura imposta dalla governatrice generale di allora, Lucrezia Ladrone. Fra consensi ed opposizioni, giustificabili entrambi dai due punti di vista diversi, la Compagnia si scinde. Si ricomporrà dopo un ventennio; di questa riunificazione sembra essere segno e garanzia la prima stampa della Regola e del Rituale presso Damiano Turlino (1571-1572). Intanto con la Bolla Regimini Universalis Ecclesiae del 9 giugno 1544 Paolo III aveva approvato la Compagnia come un autentico stato di vita canonico, equiparandolo, per le conseguenze economico-giuridiche, alla vita religiosa monastica ed allo stato coniugale. Il Cozzano aveva esultato “con giubilo d’allegrezza” (19) all’arrivo della Bolla, tanto essa superava le attese e i desideri, nonostante qualche dettaglio sconcertante e pertanto controverso. Se qualche riserva egli avanza, lo fa per rapporto all’interpretazione che, nel clima arroventato delle polemiche, potrebbe esser data agli eventuali aggiornamenti ed adattamenti delle strutture che la Bolla autorizza.


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*** Nel frattempo nel 1556 si introducono in Brescia e si organizzano le Scuole festive della Dottrina Cristiana. Consacrate e disponibili: così Angela aveva lasciato le sue figlie, non legate ad alcuna attività specifica se non quella dell’edificazione del prossimo. Consacrate e disponibili, la Chiesa le orienterà verso questa forma privilegiata dell’apostolato che è l’insegnamento di Dio, come già Angela aveva fatto nel corso delle sue giornate, nei suoi incontri personali coi grandi e con la piccola gente. E sarà questo il modo migliore per cercar di dare un’anima cristiana al vivere civile, svuotato di Dio di fronte alla riscoperta dell’uomo e delle sue immensurabili multiformi capacità. La “creatività apostolica” del carisma mericiano si concretizza così, col sigillo della Chiesa, in un’azione specifica di cooperazione all’incontro fra gli uomini e Dio attraverso la conoscenza di Dio. Angela non aveva forse istituito la Compagnia per facilitare l’incontro nuziale fra Cristo e le vergini da lui chiamate al dono totale di sé per amore? E tale donazione di sé non doveva forse trovare il proprio complemento nella maternità spirituale? Quello che era stato il suo carisma diventa un “carisma d’Istituto”, purché le figlie continuino a vivere la loro consacrazione totale nell’atteggiamento interiore della sposa: spoglia d’ogni altro amore per amore di Cristo; libera dalle cose e da sé per poter avere in lui il suo unico tesoro; protesa verso di lui nella unità interiore e perciò aperta alla fecondità apostolica. Poiché solo a queste condizioni l’educazione può essere maternità dello spirito. La specificità dei vari rami mericiani, dedicatisi soprattutto all’evangelizzazione attraverso l’educazione, a dimensione anche missionaria, affonda le sue radici in quella che fu l’identità della Madre: la sposa-madre, nella priorità dell’Assoluto, nella comunione al divino partecipata alle anime. E la catechesi parrocchiale, proprio come l’educazione integrale negli orfanotrofi di Brescia (e di cui Elisabetta Prato era stata una delle prime artefici, ancora al tempo della Madre) diventa “l’apostolato” per i membri della Compagnia. Il carisma mericiano ha trovato il suo humus naturale in cui crescere. I precetti ricchi di saggezza pedagogica dei Ricordi e del Testamento, che Angela aveva dettato per le superiori locali e le matrone-governatrici onde sapessero formare le loro figlie, trovano motivo d’applicazione nella scuola di catechismo e nell’orfanotrofio; diventano la “magna charta” dell’educazione orsolina. Se qualcuna delle prime vergini della Compagnia si era impegnata a titolo personale in qualche attività organizzata, come forse si potrebbe pensare per l’orfanotrofio diretto dalla Prato, questo doveva aver determinato un certo vivere in comune fin dal tempo di Angela; qualche altro embrione di “vita insieme” si era costituito per l’assistenza di qualche “consorella” rimasta orfana e senza protezione, in ossequio al capitolo XII della Regola. Però questo “vivere in comune”, considerato accessorio, rimase senza riflessi sostanziali sulle strutture della Compagnia bresciana; ma le Compagnie milanesi istituite dal cardinal Borromeo lo istituzionalizzarono per motivi di apostolato e d’assistenza fraterna. Così fu del conservatorio di S. Sofia per ragazze pericolanti, affidato alle Orsoline; il minuziosissimo Regolamento prescritto dal Borromeo stesso contemplava l’insegnamento del leggere, scrivere e far di conto. Invece per i conservatori di S. Spirito e S. Marcellina, destinati alle giovani orsoline rimaste orfane, il Cardinale non


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aveva avuto il tempo di redigere uno statuto giuridico; un abbozzo trovato fra le sue carte fu pubblicato postumo. Il Cardinal Borromeo ebbe il merito di aver gettato le basi per una codificazione della vita orsolina congregata, sostenendo e ratificando le case di vita comune che si erano andate strutturando quasi per forza di cose. Un processo analogo, ma con conseguenze a tutta prima sconcertanti, si svolse in Francia tra la fine del ‘500 e il primo ‘600. Secondo un moto irreversibile, le vergini di S. Orsola che avevano vissuto dapprima in famiglia, si erano associate per sostenersi e per coordinare la loro azione apostolica, e poi si erano congregate; finalmente – in ossequio alle prescrizioni postconciliari di Pio V – avevano accettato la trasformazione monastica con la clausura e i voti solenni. Ma avevano posto una condizione inderogabile: che cioè, nonostante le prescrizioni canoniche in vigore, potessero continuare ad impartire l’insegnamento del catechismo, e delle altre materie elementari come corollario per un’educazione di base ad animazione cristiana, nelle loro scuole. Ottennero persino - e fu rottura di un sistema inveterato, e frutto della loro creatività carismatica – che entro il recinto del monastero venissero accolte delle educande. Orsoline contemplative, sì, ma necessariamente, inevitabilmente apostole, a salvaguardia della propria identità. La disciplina monastica fu perciò attenuata, e la recita del Breviario sostituita quasi ovunque con quella del Piccolo Ufficio della Madonna fuorché nelle feste principali, per non intralciare l’attività nella scuola e nel collegio. L’apostolato educativo fu precisato da Bolle e Brevi come fine particolare dell’Ordine di S. Orsola; la Regola di S. Angela fu sostituita da una delle quattro Regole canoniche ammesse: quella di S. Agostino. Ma spirito e carisma rimasero mericiani, poiché Ricordi e Testamento continuarono ad alimentarli, mentre l’ansia di comunione della prima Madre trovava il suo potenziamento nella Regola del Vescovo d’Ippona e nella struttura comunitaria. ***

Le Cronache dei secoli XVII e XVIII hanno tramandato figure di orsoline cui ben a ragione si sarebbero applicate le parole del Cozzano quando definiva la vergine della Compagnia: attiva sì, ma sempre con lo spirito in cielo; nella vita attiva, ma senza uscire dalla contemplazione; vivendo congiuntamente la contemplazione e l’azione (20). La trasformazione monastica segnò un secondo momento carismatico nella storia delle figlie di S. Angela, e la Chiesa ratificò questa nuova interpretazione della creatività apostolica mericiana che istituzionalizzava la sintesi di contemplazioneazione non più nel mondo, eppure aperta al mondo benché limitatamente, e specializzata, da “professioniste” dell’intimità con Dio che nell’educazione impartita attraverso la catechesi e l’istruzione riversavano la carica spirituale attinta nel silenzio e nella preghiera. Ne beneficiarono le numerose esterne delle classi gratuite, così come le educande, i loro familiari e la loro servitù.


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Dio stesso pose il sigillo su questa evoluzione dell’istituzione mericiana, suscitando Maria dell’Incarnazione Guyart vedova Martin (1599-1672; beatificata nel 1980). Fu moniale dell’Ordine di S. Orsola a Tours – e non è giusto tacerlo – prima ancora che madre della Chiesa canadese. E “madre” proprio perché contemplativa. Dopo lo sposalizio mistico, la sua vocazione missionaria si fa irresistibile: nel 1639 attraversa l’oceano per “cercare le anime riscattate col sangue prezioso del suo Sposo divino” (21). E, proprio perché perduta nella contemplazione di lui, porterà in dono all’Ordine la dimensione missionaria e un nuovo ramo della famiglia mericiana; e a Cristo la nascente Chiesa canadese alla cui crescita darà un contributo insostituibile; e alle tribù indigene e ai colonizzatori francesi, l’educazione delle loro donne, i primi dizionari e il primo materiale catechistico. E otterrà per il figlio Claudio la grazia d’una vocazione di privilegio. Maternità della carne che trova il suo superamento in quella dello spirito; maternità dello spirito che attinge nell’unione radicale con Dio il segreto di una creatività feconda. Davanti alla beata Maria e alle contemplative del ‘600 che erano insieme educatrici di primo piano, davanti alle orsoline ghigliottinate durante la Rivoluzione francese a motivo della loro attività apostolica, davanti alle fondatrici dei diversi rami di orsoline nel mondo, soprattutto di fronte alla innegabile continuità del carisma di Angela nelle varie congregazioni che a lei si rifanno, vien da chiedersi come mai qualche autore possa contestare la loro autentica filiazione dalla Santa bresciana.. Altrettanto gratuita appare pertanto l’affermazione conclusiva del Barsotti (22) che “le Figlie di S. Angela che vivono nel mondo siano rimaste più fedeli al messaggio della loro Madre” che non le altre. Ma l’autore non si era proposto di scrivere da storico: imprecisioni ed inesattezze sparse nel volume si riscattano grazie alle pagine molto belle e valide sulla consacrazione totale a Cristo. Circa 7.000 sono oggi le Figlie di S. Angela nella forma secolare; le Orsoline religiose sono oltre 16.000. Queste si dedicano alla proclamazione della Buona Novella attraverso l’educazione cristiana e la catechesi;alla promozione della donna mediante la sua preparazione professionale, in particolare nei paesi in via di sviluppo; alla promozione delle cristianità nascenti. Il loro apostolato si precisa secondo gli orientamenti specifici di ciascun ramo, ma sempre nella linea del carisma mericiano, che è quello di favorire l’incontro delle anime con Cristo per una relazione che duri tutta la vita. Tante altre cose sarebbero a dirsi, almeno sulla speranza mericiana, la gioia, la docilità allo Spirito Santo, l’unità e concordia, la maniera di esercitare il governo e di tenere i consigli: temi tutti nei quali si esprime la ricchissima spiritualità di Angela Merici, che fu grande madre perché grande nel dono di sé all’Altissimo.

Vivere in comunione… L’Orsolina è un desiderio vivente di comunione. La nascita nel XVII° secolo dell’Ordine di Sant’Orsola con la vita comunitaria s’illumina a questa luce. E’ la sete di unità, così viva in Sant’Angela, che prende nuovo vigore. E nel 1900, il vasto movimento di unione fra i monasteri fino allora autonomi segna il terzo momento carismatico dell’istituzione mericiana che si è evoluta in vita religiosa. Facendo sorgere l’Unione Romana, il Papa Leone XIII° era stato lo strumento di quel vento dello Spirito che s’era abbattuto su tante case disperse nel mondo intero. Pio


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X° scriverà, in un Motu Proprio: “vehementer adhortamus illas, quae adhuc extra Institutum versantur, familias, ut sese eidem adsciscere velint” (27). E’ la Chiesa stessa, eco di Cristo, che ripete: ut unum sint. Le successive unioni di Orsoline, Canadese, di Chatham, Irlandese; la Federazione tedesca e, recentemente, la Conferenza Mericiana Italiana (che comprende anche le Compagnie di Orsoline secolari); le Conferenze Americana e Asiatica, tutte costituiscono altrettanti passi verso “l’Unità nella diversità”: unità fondamentale dei principi, unità del volere nell’inevitabile diversità di espressione; unità nella diversità a cui tendono le cose umane nella misura in cui si avvicinano a Dio, al punto da diventare, per grazia, un riflesso dell’Amore Uno e Trino.

NOTE 1. Ed. Morcelliana 1980 2. Disponibile pure in inglese. Preziosissime la Bibliografia e la documentazione riportata in lingua originale nelle Appendici. 3. Deposizioni raccolte nel 1568 dal notaio Nazari (Processo Nazari), incaricato di scrivere la prima biografia di Angela Merici; in Atti del Processo di Canonizzazione (APC), Generalato Orsoline U.R. ; II, ff. 1014r-1026v. 4. APC, Il,ff. 1088-1108. 5. L’episodio fu ripreso come dimostrazione di una anteriore attività della Merici nell’ambito delle opere caritative. Angela, preceduta dalla fama della sua santità, fu invitata dalla nobiltà veneziana a rimanere a Venezia “a comune beneficio dei luoghi pii”. La Ledochowska (op. cit. I, p.77 e sgg.) interpretò e scrisse il testo in questi termini: “pour s’occuper des Luoghi Pii” (= per occuparsi del L.P.). L’invito di Clemente VII, che sulle labbra del Romano è ancora più scarno: “restare a Roma in quelli luoghi pii” divenne: prendre en charge les L.P.” (= assumere la responsabilità dei L.P.). E’ su queste errate interpretazioni del testo originale, e su altre analoghe, e facilmente impugnabili, che poggia l’argomentazione della Ledochowska. Inoltre, per lei la Compagnia di S. Orsola è inizialmente un’istituzione benefica per la protezione della giovane; questa sarebbe pertanto l’oggetto di una iniziativa assistenziale, prima di diventare a sua volta soggetto educatore. Una lettura attenta degli Scritti mericiani basterebbe da sola a denunciare la fragilità di questa asserzione. 6. Cf. Regola, cap. IV, Della conversazione nel secolo; cap. III, Del vestir delle vergini. 7. Ledochowska, op. cit. I, pp. 145-148; e voce “Orsoline” in Dizionario Istituti di Perfezione, VI, c. 836. 8. Cf. la testimonianza di Francesco Landini in una vita di S. Angela scritta da Carlo Doneda nel 1768: “par che la divina providenza habbia suscitato questa vocatione onorata, per facilitar et essaltar molte verginelle, et ricche e povere, le quali, benché riverischano la santa religione, nondimeno non si sentono inclinate a serrarsi con tanta angustia ne claustri, o legarsi ne voti, overo non possono claustrarsi per la povertà, o non vogliono per altri buoni rispetti…”


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Vedi ancora la “Regola della Compagnia di S. Orsola fatta per quelle giovani, le quali desiderano servire a Dio nel stato verginale stando nel secolo; e per quelle, le quali per povertà, o per altri impedimenti non possono entrar in Monasterii…” (Regola di Milano) 9. Doneda, op. cit. ibid. cap. XV, p. 72. 10. Gabriele Cozzano, Risposta contro quelli [che] persuadono la clausura alle vergini di S. Orsola. 11. Processo Nazari cit. in APC, II, f. 1020r. 12. Ibid., II, f. 1024v. 13. Nonostante alcuni giudizi limitativi sul carattere giuridico della Regola; cf. BARSOTTI, op. cit. p. 121; LEDOCHOWSKA, op. cit. pp. 125-126 e 195, e voce “Orsoline” cit., in Dizionario cit., c. 855. 14. Regola, Proemio. 15. Cf. S. Angela Merici, Regola, Ricordi, Legati, testo antico e testo moderno a cura di Luciana Mariani ed Elisa Taralli, Brescia 1975 16. Atto d’elezione d’Angela in APC. VI. ff. 1326 r-1331v. 17. Cf. Ordinatione del 20-04-1546 in S. Angela Merici, Regola, Ricordi, Legati cit. pp. 64-65. Altro indizio del fatto che la Regola non è stata rimaneggiata: la designazione della vergine nelle tre tappe della formazione è la seguente: “presentata” – presa in Capitolo iscritta nel libro autentico nella Regola: “accettata” - accettata in Capitolo – ricevuta nella Compagnia nel Rituale, pubblicato poco dopo la Regola. Se la Regola fosse stata modificata, si sarebbe fatto un riaccomodamento in occasione di questa edizione. [Ma nel 1981 non si conosceva ancora la Trivulziana! La Regola di Angela era stata realmente modificata, ma non nei punti qui riferiti. Vedi la conferenza “Da una Regola all’altra” . N.d.R.] 18. Cozzano, Risposta cit e Epistola Confortatoria alle Vergini di S. O. in APC, VI,ff. 1384r-1398r. 19. Cozzano, Dichiarazione della Bolla, in APC, VI, 1398v. 20. Affermazione di Pandolfo Nassino, in APC, VI, 1336r. 21. Bullae Romanorum Pontificum circa Monasteriorum Ursulinarum erectione, Romae, 1903. 22. Cozzano, Risposta cit. ff. 50v-51r. 23. Dalla “preghiera al Verbo incarnato”, nella lettera al figlio, 16.09.1661. 24. Barsotti, op. cit. p. 138. 25. “Esortiamo vivissimamente le Comunità che finora sono rimaste fuori dall’Istituto a volersi aggregare ad esso…”.


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7. GLI SCRITTI MERICIANI Conversazione tenuta alle Orsoline della Provincia d’Italia, nel corso della sessione mericiana dell’agosto 1994.

Prima di addentrarci nell’esposizione della spiritualità mericiana è opportuno presentare gli Scritti della Madre: Regola, Ricordi, Testamento, con qualche rapido rilievo di carattere filologico e stilistico. Facciamo subito una distinzione di rilevante importanza: la Regola è destinata a tutti i membri della Compagnia, cioè le vergini della base e le colonnelle che sono come le superiore locali. Le nobili vedove dette matrone ne sono al di fuori, nonostante la loro posizione eminente. I Ricordi sono dettati per le colonnelle, affinché sappiano come regolarsi nell’esercizio della loro autorità di governo. Il Testamento con i suoi legati è rivolto invece alle nobili matrone, anch’esse membri del governo ma non della Compagnia, e con funzioni piuttosto rappresentative che dirette. E’ sorprendente come Angela abbia istintivo il senso dei suoi interlocutori e insieme la semplicità di adeguarsi ad essi modulando il linguaggio secondo la loro capacità spirituale di comprensione e la loro funzione. Angela non fa confusioni. Deve aver lungamente pregato e maturato dentro di sé quei tre discorsi con la loro specificità; quando li ha dettati, sapeva già che cosa voleva dire in ciascuno. E detta - apparentemente – senza ripensamenti né esitazioni. Essi risentono del linguaggio parlato, con le sue riprese tra un argomento e l’altro intervallati da pause, con i suoi influssi locali e veneziani. Rileverete facilmente il ricorso frequentissimo alle “parole in coppia”: vi esorto e vi prego… cercare e volere… i mezzi e le vie… accorte e prudenti… lacci e pericoli… Esempi di questo genere si possono rilevare numerosissimi. E non si può dire che si tratti di sinonimi in coppia: c’è sempre una sfumatura che li differenzia. Ci si può chiedere quale ne sia il motivo: bisogno di chiarezza? difficoltà di tradurre esattamente il pensiero in un solo vocabolo, davanti a una lingua che sta movendo i primi passi e il cui lessico è tuttora in formazione? o bisogno di equilibrare il ritmo della frase? Io non sono ancora riuscita a trovare una spiegazione. Vi dico tutto questo per farvi capire: - che è difficile trasporre un tale bisogno di chiarezza espressiva nell’italiano moderno; sarebbe come mettere la Divina Commedia nella prosa italiana di oggi; - che, per quanto si cerchi di essere fedeli al testo originale, una traduzione comporta sempre un impoverimento, quando non un tradimento; - che la trasposizione in italiano moderno di questi Scritti, se vuol essere fedele, non può essere di stile classico: Angela non ha frequentato il liceo. Ma se voi, leggendo, l’ascoltate dentro di voi, la sentirete parlare, da madre e da viva. REGOLA Non ho ancora potuto fare uno studio comparativo fra le Regole delle varie osservanze religiose in vigore ai tempi di Angela, ma abbiamo considerato forse tutte


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le regole orsoline che vengono dopo e abbiamo concluso che questa è in assoluto un piccolo gioiello di letteratura spirituale. Certo bisogna leggerla a fondo; anzi, direi che bisogna pregarla, altrimenti non si può cogliere la profondità del pensiero e i veri motivi che l’hanno ispirata. La storia delle Compagnie in Italia lo insegna. Non si trattava, come qualcuno potrebbe superficialmente concludere, di introdurre nel mondo delle consacrate allo scopo di santificare la realtà secolare nel quotidiano. Questa è un’ottica di oggi, che ai tempi di Angela sarebbe stata per lo meno anacronistica. Si trattava, invece, di consentire alla donna, condotta dalle circostanze a restare nel mondo, di viverci da consacrata se ne avesse la vocazione. E’ a questa donna che la Fondatrice destina la sua Regola e il suo Istituto. Angela veniva così a colmare un vuoto nel tessuto socio-ecclesiale del suo tempo. Infatti la verginità consacrata e vissuta nel mondo aveva costituito la perla della Chiesa primitiva; ma vissuta in gruppo, si era trovata ben presto assorbita dalla vita monastica femminile. Invece Angela istituzionalizza la verginità consacrata vissuta in gruppo nel mondo in forma associativa: “unite insieme a servir a sua divina Maestà”. Senza abbandonare il loro ambiente di vita e di lavoro, le vergini della Compagnia avrebbero formato un gruppo riconosciuto nella Chiesa e nella società civile, con luoghi e momenti d’incontro regolari; avrebbero costituito una famiglia spirituale, legata da un ideale comune sotto la medesima Regola. E questa era la grande innovazione. Vi dicevo che la storia delle Compagnie in Italia insegna. Furono infatti numerosi i vescovi che fecero propria l’idea mericiana e che istituirono delle Compagnie di Sant’Orsola nelle loro rispettive diocesi; ma, in generale, con Regole dettate da loro o fatte dettare da altri. Le abbiamo studiate: il soffio mistico che aveva animato e caratterizzato il gruppo bresciano venne attenuato, talvolta perfino asservito alla finalità di certe istituzioni femminili – i “conservatori” – che erano nate solo per mettere al sicuro donne e ragazze non impegnate nel matrimonio. Angela, al contrario, aveva fatto della verginità offerta a Dio un dono d’amore in risposta a una chiamata divina. In tal modo aveva dato priorità all’essere sull’agire, definendo l’identità dell’Orsolina in termini di sponsalità piuttosto che in termini d’attività. E’ da questa identità che dovevano derivare la sequela e l’imitazione di Cristo, e uno stile di vita che avrebbe armonizzato la contemplazione dell’Amato con l’attività propria all’ambiente familiare o di lavoro; questa identità doveva diventare principio di fecondità mediante una testimonianza quotidiana di parola e di vita. La Regola oltre che libro di vita, è un documento canonico; è veramente il trattato della nostra alleanza: Tolto il Prologo, di cui parleremo a parte, il linguaggio espositivo è sobrio, lineare, giuridico. La Regola costituisce la struttura portante della Compagnia, indica la via che le vergini devono seguire, ciascuna responsabilmente ma tutte, e tutte insieme, se vogliono perseverare fino al compimento della loro vocazione. Qualcuno ha voluto definirla una bozza; invece è un documento completo. Comprende: denominazione dell’Istituto, condizioni per l’ammissione (tra cui la libertà di scelta), l’età minima richiesta, norme sul vestire e sul comportamento, pratiche


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penitenziali, preghiere liturgiche e private, modo di vivere i consigli evangelici e tutto un capitolo sulla composizione e le funzioni del governo. Ovviamente porta l’impronta del suo tempo, ma la spiritualità e la dottrina sottese alle norme vanno ben oltre quel tempo; equilibra saggiamente principi e applicazioni pratiche, contempera l’afflato mistico con un sapiente realismo. A proposito della Regola, Gabriele Cozzano, notaio e professore di lettere nonché cancelliere della Compagnia, ricorda dapprima il commento del Vicario generale Lorenzo Muzio quando l’ebbe fra le mani: “è fatta con gran sentimento” (che vuol dire: con intelligenza e buon senso). E poi precisa: “Fu scritta di mia mano propria, et tutta la compositione fu mia: Ma gli sensi furono del Spirito Santo, dittati per via della Fondatrice” (“Dichiarazione…” in MTS, p.586). E più avanti: “…non ce ho niente del mio, eccetto un pochetto di ministero di scriver fidelmente quanto posso i suoi sacri sensi et documenti” (ib. p. 586-7). Qualcuno insinua che nella Regola c’è troppo latino per essere di Angela. Anzitutto ricordiamo che Angela leggeva in latino anche i Padri della Chiesa, e che persino qualche predicatore e qualche teologo ricorrevano a lei per commenti e spiegazioni della Sacra Scrittura,come attesta Agostino Gallo nel Processo Nazari. Inoltre – e mi possono capire quante come me frequentavano assiduamente la chiesa prima del Concilio Vaticano II – le omelie e le prediche erano talmente infiorate di citazioni latine, che anche il popolo di Dio finiva per imparane a memoria. Certamente il Cozzano fu, per Angela, il garante della latinità, quella latinità che avrebbe potuto riversarsi nel suo linguaggio di non letterata con inevitabile approssimazione, ma non si dica che il Cozzano ha composto la Regola! A proposito di queste citazioni devo farvi notare un particolare: quando ne incontrerete una, guardate come è stata tradotta. E sarete sorprese. La traduzione che ne dà Angela è piuttosto una interpretazione che non la traduzione letterale e corrente; anche là dove una traduzione alla lettera sarebbe stata facile e spontanea per una italiana anche solo a orecchio, Angela traducendo ha voluto mettere in risalto l’idea-chiave della citazione. RICORDI - TESTAMENTO Dei Ricordi e del Testamento non abbiamo trovato finora nessun manoscritto che possa farsi risalire all’epoca di Sant’Angela. Le due opere manoscritte esistevano però ancora nel 1761, insieme col manoscritto originale della Regola, allorché vennero trasmesse alla Sacra Congregazione dei Riti per il processo di canonizzazione. Furono descritte in quel “Summarium additionale” che potete trovare pubblicato per intero nel volume “Contributo” alle pp. 626 e seguenti. Ricordi e Testamento erano scritti in due libretti, rispettivamente di 11 e 13 fogli non numerati. Si trovavano insieme con altri due manoscritti, l’”Epistola confortatoria” e la “Dichiarazione della Bolla di Paolo III°”, composte da Gabriele Cozzano. Va premesso che il processo di canonizzazione di Angela si basava giuridicamente sulla testimonianza circa il culto a lei tributato e circa la fama delle sue virtù. Ora, la Regola non menzionava né Angela né alcun elemento biografico, né alcun atto di culto in suo onore, pertanto non costituiva un documento rispondente al bisogno. Invece l’Epistola confortatoria e la Dichiarazione della Bolla si riferivano direttamente alla sua vita, alla Compagnia da lei fondata, alla reputazione di virtù di


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cui aveva goduto in vita e alla sua venerazione dopo morte; rispondeva dunque alle richieste del Dicastero romano incaricato del processo. Fu così che, mentre la Regola non venne riportata agli atti, lo furono invece i due scritti del Cozzano e i Ricordi e il Testamento. Nei Ricordi e nel Testamento, Angela Merici si presentava fin dalle prime righe col proprio nome e parlava in prima persona. Della loro autenticità nessuno avrebbe potuto dubitare. Vennero quindi trascritti con fedeltà puntigliosa e severamente controllata, secondo la procedura propria di tali trascrizioni. Fino a che non si trovino gli originali, la fonte più valida e sicura rimangono gli atti manoscritti del processo di canonizzazione, la documentazione ancora oggi più attendibile nelle nostre mani. Sia i Ricordi che il Testamento sono una specie di manuale della autorità di governo interpretata in chiave mericiana. Angela li ha dettati proprio nell’intento di insegnare alle superiore quelle misure di prudenza e di equilibrio, quei criteri di azione decisionale ponderata, quelle forme d’intervento fermo e pacato che, nel rispetto dell’individuo, favoriscono lo spirito d’obbedienza e di collaborazione e contribuiscono a mantenere l’unità. Vediamo sommariamente qualche peculiarità delle due opere distinte. RICORDI Si articolano in un Prologo e nove precetti. I Ricordi sono il colloquio confidenziale della Madre con quelle tra le sue figlie che sono state elette colonnelle, cioè capofila di una colonna di nomi, messe alla testa delle vergini di uno o più quartieri della città, incaricate di esercitare l’autorità sopra quel gruppo e di formarne i membri secondo lo spirito della Compagnia. Dunque sono vergini, scelte per maturità, virtù, capacità e buon senso. Sono incaricate di andar a trovare le loro figlie, di guidarle nella via spirituale e nella pratica della Regola. Inizialmente sono quattro. Ben presto troviamo fra loro anche una vedova, la Pizza; sua figlia Marta sarà la prima vergine della Compagnia scritta nel registro mortuario, subito seguita nell’elenco da sant’Angela. La presenza della Pizza fa pensare che in principio non fosse tanto facile trovare un numero sufficiente di vergini capaci di esercitare l’autorità, e che pertanto la Madre avesse visto l’opportunità di affidarsi anche all’azione di una vedova. Vedova, e tuttavia “vergine” nel senso del cuore indiviso, della creatura tutta protesa verso Dio con tutto il proprio essere: un’alleata fedele a Dio nell’amore e nel dono di sé per il bene delle altre. Le matrone insieme con le colonnelle si occuperanno della gestione dei beni che la Compagnia potrebbe avere in comune. Siano prudenti qualora si verificasse l’opportunità di qualche cambiamento istituzionale: non facciano niente senza aver prima coinvolto tutta la base in un’intensa preghiera al fine di ottenere la luce di Dio sulla modifica da adottare e sulle modalità. Su una verità ritorna la Madre, con molto garbo e finezza per non urtare la loro suscettibilità: le vergini della Compagnia, fossero pure le loro domestiche e le loro serve, sono però spose “dell’immortal Figliolo dell’eterno Dio”. E ricorda alle matrone che alla loro nobiltà di nome e di sangue se ne aggiunge un’altra, ben più degna di considerazione e di stima davanti a Dio: quella di essere divenute madri spirituali delle spose del suo stesso Figlio. Non per niente chiude il Testamento affermando:


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“State consolate, non dubitate, in mezzo di noi veder ve voremo in Cielo, che così poi il commune Amator nostro vorà… Siché fidelmente et con allegrezza perseverate nella opera cominciata”. Non saranno dunque le vergini che le raggiungeranno in cielo; saranno le matrone, invece, che, in premio del loro servizio alla Compagnia, troveranno in cielo un posto di privilegio accanto alle vergini della Compagnia, sulle quali splenderà la luce perenne della loro corona nuziale.


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8. DA UNA REGOLA ALL’ALTRA Nel febbraio 1994 Sr. Luciana presentava, in francese, una serie di tre conferenze ai membri del Consiglio Generale Allargato. Nel 1995 le riprendeva per le probaniste, rimpolpando un po’ certe parti e sfrondando alcune altre, incisi di circostanza per il CGA in particolare. D’altronde ella ne aveva presentati alcuni brani in italiano durante la sessione mericiana nell’agosto 1994 a Brescia, sotto il titolo “Trivulziana-Turlino”. Presenteremo qui le tre conferenze del CGA private degli incisi accidentali, ma arricchite dell’apporto del 1995. Proporremo in appendice alcune note rapide, scritte da Suor Luciana nell’autunno del 1995 e di cui si è servita in un incontro inter-Orsoline presentando la nuova edizione degli Scritti di Sant’Angela.

Dio ci ama e, di quando in quando, ce ne dà dei segni privilegiati che lasciano una forte impronta nella nostra vita, risvegliando gli entusiasmi, illuminando orizzonti infiniti. Uno di tali segni di predilezione è questa Regola, detta Trivulziana, scoperta alla fine di questo XX° secolo: un secolo in cui l’azione, l’efficacia, il successo, il denaro e il potere costituiscono per la maggior parte delle persone i soli criteri di valutazione della realtà. Un secolo in cui l’immediato prevale sulle prospettive, in cui le apparenze spesso impediscono di guardare a fondo le cose. E l’uomo, creatura di Dio e creato da Dio, rischia d’essere spersonalizzato, identificato da ciò che fa piuttosto che da ciò che è. L’agire minaccia l’integrità e l’autenticità dell’essere. La scoperta della Trivulziana ci stimola con un richiamo che non si può ignorare, un richiamo irresistibile a ricuperare sempre più e a vivere sempre più intensamente il nostro essere, la nostra identità. Note sull’edizione degli Scritti Mericiani curata dall’Unione Romana dell’Ordine di Sant’Orsola - Roma, 1995 18 settembre 1995 La cosiddetta “Regola Turlino” Nel 1932 venne scoperta alla Biblioteca Queriniana di Brescia una edizione a stampa - presumibilmente la prima – della Regola della Compagnia di Sant’Orsola. Era stata pubblicata nel 1569 coi caratteri di Damiano Turlino. Era in 12 capitoli, seguiti da quattro documenti, di cui tre della Curia Diocesana di Brescia. Fu una scoperta entusiasmante, La cosiddetta “Regola Turlino” divenne l’elemento ispiratore delle varie Costituzioni Orsoline stese dopo il Concilio Vaticano II. •

Rimaneva tuttavia agli studiosi qualche motivo di perplessità: L’atto notarile della prima convocazione della Compagnia (1537) per l’elezione dei membri del governo a partire dalla “ministra e tesoriera a vita” Angela Merici, faceva riferimento ad una Regola in 11 capitoli, e non 12;


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I quattro documenti - in aggiunta ma non segnalati nell’indice e datati fra il 1536 e il 1546 - si riferivano evidentemente alla Regola della Compagnia, cioè all’originale dettato dalla Madre. Ma: in quale rapporto stava il testo edito dal Turlino col testo originale? Infatti:

Oltre alla diversa numerazione dei capitoli, il confronto con i “Ricordi” e il “Testamento” dettati dalla Madre prima di morire (+ 27 gennaio 1540) rivelava che il testo del Turlino portava i segni dell’evoluzione subita dalla lingua durante il trentennio che lo separava dal testo originale, e quindi di un evidente aggiornamento posteriore (vedi in particolare la formulazione grafica di alcune parole: “Giesa”, “tertio”, “de”, anziché “di”, etc.). L’adattamento si limitava alla sola formulazione grafica? Le perplessità rimasero senza soluzione.

La cosiddetta “Regola Trivulziana” Nel 1985, alla Biblioteca Trivulziana del Castello Sforzesco di Milano, abbiamo ritrovato un manoscritto ancora inedito. L’analisi dell’intero manoscritto ha condotto a queste conclusioni: •

Si tratta di una trascrizione da un originale precedente:

Questa trascrizione si pone fra il 1545 e il 1546;

La lingua conserva alcuni arcaismi che sono poi scomparsi nell’edizione Turlino;

La formulazione grafica di alcuni lemmi è la medesima di quella dei “Ricordi” e del “Testamento”, i quali due Scritti sono stati desunti dai manoscritti originali e come tali riportati negli Atti del Processo di Canonizzazione;

Il testo conta 11 capitoli, come quello cui accenna il notaio nell’atto d’elezione di Angela nel 1537, e come quello che venne inviato a Roma per il medesimo Processo di canonizzazione (cfr.”Sommario addizionale”, p. 626 dell’edizione Italiana Mariani-Tarolli-Seynaeve).

Inoltre - ed è l’elemento di maggior gravità – la lettura delle varianti Trivulziana-Turlino rivela che l’aggiornamento del Turlino (del resto non dichiarato) non si è limitato a ritocchi lessicali o grafici, ma ha apportato adattamenti di diversa entità che in più punti sminuiscono la portata del messaggio mericiano, quando non lo deformano,

Pertanto:


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La “Regola Trivulziana” è di sicuro cronologicamente più vicina alla figura storica della Fondatrice della Compagnia di Sant’Orsola; e più vicini lo sono il suo lessico e l’espressione verbale. Altri elementi da essa offerti ad una attenta lettura e ad una approfondita analisi, manifestano in qualche passo una linearità di pensiero e una immediatezza d’espressione che nell’edizione Turlino sono andate perdute. Per tutto questo è la “Regola Trivulziana” che prende ora il primo posto, insieme con i “Ricordi” e il “Testamento”, nella nostra considerazione e nel nostro affetto. Ovviamente noi tutti, rami diversi della Famiglia orsolina, abbiamo le nostre Costituzioni col loro valore giuridico e normativo, e siamo state aiutate nel cammino del ritorno alle fonti dalla “Regola Turlino” Ma la Regola Trivulziana” ci offre un testo più genuino, più spontaneo e pertanto più autentico del dettato della Madre. Costituisce il motivo ispiratore più vero del nostro essere e del nostro agire. E’ patrimonio spirituale irrinunciabile e fiamma animatrice. Con le sue caratteristiche proprie, ci parla più intensamente e più intimamente con quella ricchezza di spiritualità, con quella finezza di sfumature e con quell’afflato mistico che la “Regola Turlino”, certo involontariamente, aveva talora attenuato.


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9. INTRODUZIONE ALLA REGOLA Conferenza d’introduzione allo studio della Regola durante una settimana di studio sugli scritti mericiani. Somasca, 1987

Non vi farò conferenze; vorrei solo condividere con voi una sorta di meditazione sulla Regola di Sant’Angela: una meditazione che si trasformi poi in preghiera. Incomincerò coll’esporvi i pensieri che mi ha suggerito ieri la pericope evangelica. Un contadino ha trovato un tesoro: Così nascosto che nessun altro prima di lui, né lui stesso prima di quel momento l’aveva scoperto. Lo rinasconde, ci ripensa forse, valuta tutto quello che è già suo, poi prende la sua decisione. Va pieno di gioia a vendere tutto quello che possiede, per comperare quel campo con quel tesoro. Adesso non ha più niente, fuorché quel campo con quel tesoro. Ma ha scoperto che ne valeva la pena. S’è spogliato di tutto per comprare il Regno dei Cieli, ed è pieno di gioia (cfr Mt 13, 44). Il mercante, invece, non ha trovato per caso. Lui è uno che va alla ricerca delle perle preziose. Il che vuol dire che probabilmente lui ne ha già; magari anche una sua piccola collezione. Non importa. Lui vende tutti i suoi averi, comprese le belle perle che già possedeva. Adesso non gli rimane più niente, fuorché quella perla che lui ha comprato spogliandosi di tutto il resto (cfr Mt 13,45). E poi c’è il giovane (cfr Mt. 19, 16-22): né contadino, né mercante; un giovane dalle grandi aspirazioni, fedele alle osservanze; vuol fare qualcosa di più e consulta il Maestro: “Che cosa devo fare?” La risposta di Gesù è chiara, senza mezzi termini. Anche perché Gesù sa che in quel giovane c’è la buona stoffa per un buon lavoro: “Va’ vendi quello che hai, compra il tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”. Sappiamo l’epilogo. Niente tesoro nascosto; niente tesoro nel cielo; niente sequela Christi. Il giovane aveva fatto la propria scelta: tenersi i beni della terra. Cristo non valeva altrettanto. Forse anche per noi, una volta di più, si presenta un’occasione per ripensarci ancora, per vedere quello che vale la pena di vendere per poter comperare, col Regno dei Cieli, la gioia dell'amore nuziale di Cristo. Lo studio della Regola ci aiuterà. Generalmente si conoscono bene i Ricordi e il Testamento di Sant’Angela: ci servono per vagliare il comportamento dei superiori, l’uso della collegialità, il dovere dell’umanità e piacevolezza nei confronti delle suddite, ecc. Invece dovremmo conoscere assai meglio la Regola, perché quella è stata dettata per tutti i membri della famiglia mericiana: per le superiore affiché vedano come devono vivere la loro missione di autorità, e per tutte senza distinzione affinché ci si tenga nella disposizione di vendere tutto per comperare l’amore di Cristo. Da quindici anni prego ogni anno con le mie Consorelle la Regola di Sant’Angela, e ogni volta faccio


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qualche nuova scoperta. Un tesoro nascosto che mi costringe a rifare i conti di cassa e a dire: che cosa mi resta da vendere per comprarlo?. Voi conoscete l’origine storica della Compagnia di S. Orsola; sapete come Angela l’abbia fondata in un tempo in cui non c’erano strutture portanti per coloro che volessero consacrare la loro perpetua verginità a Dio senza entrare in un monastero di clausura. Sotto l’azione dello Spirito Santo, Angela dà alla Chiesa una forma nuova di vita; apparentemente si rifà alle vergini della Chiesa primitiva, ma in realtà se ne differenzia poiché dà loro una forma direi “corporativa”, creando nei membri una “coscienza d’Istituto”, cioè la consapevolezza di appartenere ad una famiglia spirituale ben precisata da norme e manifestazioni di tipo comunitario in senso lato: incontri spirituali, incontri di fraternità, liturgie comunitarie, e, soprattutto, un legame di famiglia fondato su Cristo. In una società spiccatamente maschilista, in cui la donna non contava, non aveva un suo posto giuridico se non prendendo marito o chiudendosi dietro le grate di un monastero, Angela istituisce una sorta di stato di vita ( che poi la Bolla di Paolo III ratificherà) in cui la donna assume precisi doveri ma acquisisce pure una “stupenda” dignità: quella di sposa del Figlio dell’Altissimo. Non per nulla alla morte di Angela ci saranno delle critiche da parte dell’opinione pubblica: lasciare delle vergini nel mondo, col prezioso tesoro della verginità, e per di più impegnate a conservarla fino alla morte… Non per nulla Angela trovò opportuno ricorrere al prestigio di alcune nobili matrone, che costituissero come una garanzia di serietà dell’istituzione, anche di fronte alle famiglie delle vergini stesse. E – sorpresa anche per noi quando lo abbiamo scoperto – alcune di queste matrone sono giovanissime, vedove, con o senza figli, ricche, con un consistente patrimonio da gestire. Aiuteranno ad attirare il rispetto e la considerazione su queste vergini consacrate. Uso l’espressione “vergini consacrate”, “vergini della Compagnia” tanto per intenderci, ma non in senso esclusivo. E’ chiaro che la verginità fisica era un dato fuori discussione; tuttavia non dovette costituire una condizione “sine qua non”. Troviamo infatti al tempo di Angela una colonnella che ha una figlia. Siamo sicure che ce ne furono almeno altre due nel ventennio successivo. Ma la verginità fisica non basta a fare l’Orsolina. Lo vedremo più avanti. La Madre ha un desiderio vivissimo che le sue figlie ascoltino e mettano in pratica i suoi Scritti. Dirà nel proemio dei Ricordi:”…vi prego tutte, anzi vi supplico, per amor della passione di Gesù Cristo e della Madonna, che vi sforziate di mettere in pratica questi pochi ricordi…vi saranno una memoria almeno di una parte del volere e desiderio mio”. E alle matrone: “soprattutto vi prego e supplico, per la passione e il sangue di Gesù Cristo sparso per amore nostro, che vogliate mettere in opera con ogni sollecitudine questi pochi ricordi”. Noi pregheremo la Regola, in cui è tracciato un cammino di vita verso Cristo estremamente incalzante. La Madre voleva che i suoi Scritti costituissero un messaggio per sempre… dunque lo vuole ancora. E certamente fra i tre privilegia la Regola, di cui il Cozzano dirà: sì, io l’ho scritta, ma i pensieri erano dello Spirito Santo, dettati per bocca della Fondatrice… E la Madre: ”Cristo per sua bontà immensa mi ha eletta ad essere madre viva e morta…e, avendomi eletta, mi ha pure


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dato la grazia di poterla governare secondo la sua volontà”. La Madre ha la consapevolezza di aver governato secondo il progetto di Dio. E ancora: ”Io sempre sarò in mezzo a voi aiutando le orazioni vostre, perché sappiate che adesso sono più viva che non fossi quando ero in questa vita…E più vedo e più mi son care e gradite le opere buone che vi vedo fare, e adesso voglio e posso di più aiutarvi e farvi del bene…”. Sapersi guardate… sapersi capite…sapere che la Madre è vicina a noi con Colui che ha amato lei e che ama ciascuna di noi… Ricordiamolo a chi è scoraggiata, a chi soffre magari di solitudini concrete, a chi ha motivo di ritenersi frustrata… Ricordiamolo in questo periodo dell’anno, in cui maturano le obbedienze, i trasferimenti, ecc. Perché l’occasione di vendere tutto per comprare il tesoro nascosto sta proprio in questi avvenimenti. La Madre ci ottenga la grazia di dire di sì con cuore generoso: scegliamo Cristo ancora una volta nella vita, poi, mano nella mano di Lui, riprendiamo la nostra strada, fino all’incontro finale, quando ci perderemo nella Trinità infinita.


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10. IL PROLOGO TRIVULZIANO Il Prologo della Regola! Era senza alcun dubbio la pagina mericiana che parlava di più al cuore di Sr. Luciana. L’ha commentato molto spesso, alle Orsoline dell’Unione Romana (Provincia d’Italia), alle Orsoline d’Italia in occasione degli incontri della CIM, a diverse Compagnie, alle probaniste, L’ha fatto in maniera più o meno dettagliata, sotto forma di spiegazione letterale, oppure di meditazione durante i ritiri, Benché si trovi in tutti i casi la medesima ispirazione fondamentale, diversa è l’impostazione. L’articolo seguente, diviso in due parti, si attiene piuttosto alla spiegazione. Un po’ oltre, il Prologo sarà presentato nuovamente, soprattutto come un’introduzione alla preghiera.

Questa introduzione fu presentata alla Compagnia di Sant’Orsola di Torino nel 1995, all’inizio di un ritiro. INTRODUZIONE Sr. Luciana ha presentato questo studio, in francese, ad alcune Probazioni, in anni diversi, arricchendola di anno in anno. Alcuni brani riprendono paragrafi già utilizzati nella conferenza “Da una Regola all’altra”; altri appartengono ad una conferenza tenuta in italiano nella sessione mericiana di Brescia nel 1994. Il Signore, in questi ultimi anni, ha manifestato la sua predilezione a Sant’Angela, alla sua Compagnia, alle Orsoline tutte. Voi non avete idea di quale vivo interesse sia diventata oggetto la nostra Fondatrice specialmente in questi ultimi anni. Diversi docenti non solo di Istituti Superiori religiosi, ma anche di Università di Stato assegnano tesi su Angela Merici, sia nel compartimento di Scienze religiose che in quello di Storia e anche di Pedagogia date le sue intuizioni pedagogiche. La Compagnia di Sant’Orsola ha assunto un posto specifico nella storia della Chiesa come antesignana degli odierni Istituti Secolari, e la sua Fondatrice viene inserita fra le donne rappresentative dell’epoca rinascimentale. E questo non avviene soltanto in Italia. La Compagnia, inoltre, consolidata nella Federazione, presenta oggi un nuovo testo costituzionale che offre un programma di vita bello e affascinante. Quando poi ogni Compagnia arrivasse a scriversi la propria storia, offrirebbe agli studiosi nuovi motivi di ricerca e d’interesse. Inoltre la Compagnia si sta diffondendo ormai in quasi tutto il mondo, e Angela Merici - anche per la presenza in tutti i continenti di suore orsoline d’ogni ramo - entra sempre più nelle arti figurative e nella devozione popolare. Sono tutti segni della benevolenza di Dio. Ma forse il segno più grande di predilezione il Signore ce lo ha dato quando ci ha fatto scoprire, alla Biblioteca Trivulziana che si trova nel Castello Sforzesco di Milano, un manoscritto della Regola di Sant’Angela, col testo più antico di tutti quelli che già conoscevamo. Più antico, e dunque più vicino al dettato della Madre. E’ un quadernetto con la copertina pergamenacea intitolato “Regula della Compagnia de Santa Orsola”; è scritto in bella scrittura come se dovesse servire per essere stampato o presentato a qualche personaggio autorevole. Fatto oggetto di studio attento, il testo appare databile fra il 1545 e il 1546.


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Fino a questa scoperta noi conoscevamo la Regola stampata da Damiano Turlino nel 1569, la quale nel confronto con il manoscritto si rivela rimaneggiata nell’ortografia e anche in alcune espressioni di notevole importanza. Queste varianti, che si riscontrano quando si considerano le due Regole in parallelo, mettono in luce la differenza che corre fra la parola sgorgata come naturalmente nel corso d’una preghiera e d’una riflessione spontanea, come è il testo del manoscritto, e la successiva elaborazione della medesima suggerita piuttosto dall’esterno e non sempre consona al concetto originario, come è l’edizione Turlino. Voglio darvi un esempio di questa differenza. Prendo una variante propri dal Prologo della Regola, al versetto 23. Il manoscritto fa riferimento alle “vere spose dell’Altissimo”, mentre il Turlino le dice “vere spose del Salvatore”. Se leggiamo attentamente il Prologo, possiamo rilevare come tutta la pagina si sviluppa sotto il segno di Dio e l’anima si trova soggiogata dalla sua grandezza infinita: “Nel nome della beata et individua Trinitade… sua divina Maestà… il Figliol di Dio … l’Altissimo”. Ai piedi di Dio, e nel contempo al suo fianco, l’Orsolina, nella sua “nuova e stupenda dignità”. (E anche “stupenda” è nel manoscritto, mentre poi è stato sostituito nel Turlino con “mirabile”, aggettivo più corrente e meno intenso). L’atmosfera di questa pagina altamente contemplativa è di ammirazione, gaudio, speranza, nell’attesa della promessa regalità dei Cieli. Allora noi possiamo rilevare che l’espressione trivulziana “vere spose dell’Altissimo” è pienamente in armonia col contesto; invece la variante del Turlino “vere spose del Salvatore” introduce una nota diversa, stavo per dire fuori tono, per il mistero di dolore che il titolo evoca, mistero che invece Angela richiamerà in altri passi, in contesti più consoni al dramma della passione. La Regola della nostra Madre era già incoraggiante anche nell’edizione Turlino, ma ora acquisisce una forza nuova e imprime uno slancio ancor più vitale ed efficace a noi che abbiamo accettato di seguirla. Mi spiego. La Regola stampata dal Turlino presentava il Prologo come se fosse uno dei tanti capitoli da praticare: il primo. Un capitolo da praticare al momento opportuno secondo le circostanze e le occasioni, come avviene per il capitolo sul vestire, o sul digiuno, o sulla confessione. A me (e so che accadeva anche ad altre come me) faceva problema questa intitolazione “Prologo, capitolo primo”, che snaturava o il prologo o il capitolo come tale. Il manoscritto trivulziano invece parla chiaro: il Prologo è un “prologo”, una premessa che introduce ed accompagna l’opera tutta intera. Non un capitolo come gli altri, ma una lettera di presentazione, come avviene quando si spediscono documenti di particolare valore. Una lettera accompagnatoria che illustra i documenti che accompagna. Prima di questa scoperta – e la buon’anima del Turlino mi perdoni – il “Prologo capitolo primo” mi faceva pensare a una delle tante luci singole da accendere per illuminare le singole situazioni e suggerire o dettare il comportamento da assumere volta per volta. Ora invece il manoscritto rende giustizia al Prologo ridandogli appunto il suo valore: non una luce singola. Ma “la luce” che si proietta su tutte le pagine della Regola, e indica qual è l’importanza e l’interpretazione da dare a


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qualsiasi altra pagina. Il prologo è la chiave da portare con noi nell’approccio con ogni capitolo poiché descrive quale debba essere l’atteggiamento interiore dell’Orsolina, sempre, ventiquattro ore su ventiquattro. Occupa dunque un posto preminente e, vorrei dire, dirigenziale nella nostra vita. Prendiamo il v. 1 che vi prego di considerare nel testo trivulziano e nella sua versione a stampa. Dice la Trivulziana: “Nel nome della beata et individua Trinitade.” Punto. E il Turlino: “Nel nome della Santissima Trinità comincia il prologo”, ecc. Per Sant’Angela, non è il prologo che incomincia nel nome di Dio. E’ lei stessa che incomincia nel nome di Dio, e poi si ferma in attesa raccolta e dimessa del messaggio che le viene da parte di Dio Vi ho detto che ci troviamo di fronte a una lettera accompagnatoria. Mi viene in mente che un giorno Gabriele Cozzano lascerà scritto: “… in una epistola proemiale che ella mi fe fare, volse esser posta fra il commun numero, et il suo nome da mi esser tacciuto per causa di humilitade…” (Dichiaraz. della Bolla, in MTS, p.586). Non dico che sia proprio questa la lettera cui allude il cancelliere della Compagnia, però questo prologo ha tutto l’aspetto di una lettera accompagnatoria, come dicevo all’inizio. E della lettera ha tutte le componenti formali: mittente – destinatario – oggetto – presentazione illustrativa del documento che accompagna. Manca solo la firma: forse proprio “per causa di humilitade”. L’oggetto c’è, staccato dal mittente e dai destinatari: “Prologo sopra la vita de virgine…”. E ci sono le destinatarie, che invece Damiano Turlino o qualcun altro sopprimerà: “Alle dilette figlie et sorelle de la Compagnia de Sant’Orsola” (v. 3). Soppresse forse perché l’espressione poteva apparire troppo tenera, o… troppo femminile, pertanto inadatta a un documento canonico che doveva tenere il tono di una certa austerità. E sopra tutto merita attenzione il vero mittente, che viene come posto il capo alla lettera e isolato con la punteggiatura: “Nel nome della beata et individua Trinitade…”. Notate la solennità liturgica di questa espressione che riecheggia una antica antifona del Breviario ed è di una esattezza teologica inconfutabile. Oggi l’antifona al Magnificat dei secondi Vespri della Santissima Trinità si volge alla “Trinità santa ed indivisibile” (in latino “Sancta et individua Trinitas”). Angela dunque non parla di se stessa, né per se stessa: parla nel nome di “un Altro”. Questo è l’atteggiamento del profeta, che non vuol dare del proprio, ma è consapevole di parlare essendo “suggerito” da una Altro. Scriverà il Cozzano a proposito proprio della Regola: “Fu scritta di mia mano propria, et tutta compositione fu mia. Ma gli sensi furono del Spirito Santo, dettati per via della Fondatrice”. (Dichiaraz. MTS, p. 586) e più oltre: “… non ce ho niente del mio, eccetto un pochetto di ministero di scriver fidelmente quanto posso i suoi sacri sensi et documenti” (cioè sentimenti e insegnamenti) sacri poiché il loro principio è in Dio). Angela è dunque consapevole che il messaggio che affida alle figlie non è suo, cioè non viene da lei e a lei non appartiene. Esso è della “beata et individua Trinitade”. Ed è come tale che loro devono riceverlo: sacro deposito del disegno di Dio su ciascuna di loro. Su ciascuna di noi.


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Per disporci ad entrare come si conviene in questi santi Esercizi, ci soffermeremo su alcuni elementi costitutivi della nostra realtà orsolina: “Dio vi ha concessa gratia… essendo state così ellette… siemo chiamate… Regola che Dio per sua gratia ne ha offerto…”. Mediteremo sulla gratuità dell’amore di Dio per noi; Dio che ha preso l’iniziativa di farci una proposta d’amore… Dio che ci ha guardate dal lontano dell’eternità. E quando è venuto il tempo d’essere amate (Ez 16,8) ci ha fatto un cenno d’intesa. Una segreta connivenza d’amore cui abbiamo risposto di sì. “Gratia de separarvi dalle tenebre de questo misero mondo”: è un concetto di ispirazione giovannea: nel mondo ma non del mondo (cfr Gv 17,16). Quel “mundus totus positus in maligno” (1 Gv 5,19), che “giace sotto il potere del maligno”; e Dio ce ne trae poiché ci ha scelte per rivestirci di sé, così che diventiamo le Spose del Figlio dell’Altissimo. E “unite insieme”, perché questa è la grande innovazione di Angela. Le vergini dedicate alla divinità ci sono sempre state, anche nelle civiltà precristiane: Era spesso una verginità forzata, da custodire a qualunque prezzo: Le vestali, per esempio. Poi le vergini per amore di Cristo, ma prese singolarmente, sporadicamente: Agnese, Lucia, Rosalia… Angela, invece, (e questo è il frutto della sua disponibilità alla creatività di Dio) istituzionalizza la verginità consacrata vissuta nel mondo organizzandola in una struttura specifica. Vergini non già isolate, ma membri di una famiglia spirituale, membri di una corporazione dello spirito ricca di una propria dignità e di una propria forza animatrice. La prima di questo genere. E di questo privilegio dobbiamo essere consapevoli e grate al Signore. Ed ecco, finalmente, il cuore del messaggio mericiano, racchiuso in questo scrigno di spiritualità che è il Prologo: e per questo riprendo il concetto della “Trivulziana – dono di Dio” per l’Orsolina di oggi. Guardiamolo, questo “oggi”. L’indebolirsi del senso religioso in tutti gli strati della società ha avuto per contraccolpo il nascere di un fanatismo settario altrettanto pericoloso. Quante sette, oggi, e quanto integralismo! Il materialismo portato dal consumismo, l’idolatria del potere e della scienza frutto della religione del successo, e l’orgoglio dell’uomo fattosi arbitro del destino proprio e dell’altrui, hanno seminato confusione, sgomento, sconforto. Anche la vita consacrata, maschile e femminile, ne è stata contagiata. Si son persi di vista finalità e modalità delle istituzioni, si cerca con affanno la propria identità; per garantirsela contro il rischio di vedersela alienare si vorrebbe chiudere il carisma che è vita in una formula statica, come se si trattasse di esprimere gli elementi chimici di un composto. Noi, proprio in tanto disorientamento, abbiamo ricevuto questo dono: il manoscritto trivulziano. Col Prologo che ritrova il suo posto, e quindi la sua funzione, il Signore ha voluto gratificarci. Proprio perché esso ci presenta l’identità dell’Orsolina espressa in termini precisi e senza ambiguità. L’Orsolina-sposa, in termini nuziali che


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non vengono dalla sensibilità di una donna che esprima se stessa, bensì dal suo consapevole ascolto della beata et individua Trinità nel cui nome lei parla, e dalla sua coraggiosa attuazione di un progetto inaudito per il suo tempo. “Sposa”: Angela, che legge molto la Bibbia, conosce certamente come Dio si sia proclamato sposo per Israele, e come Cristo sia lo Sposo che prepara le nozze dell’umanità da lui abbracciata e riscattata. E deve aver fatto l’esperienza dell’amore sponsale di Cristo, lei che lo chiama suo “Amatore”. Scriverà ancora il Cozzano che Angela non voleva se non la volontà del “Figliol di Iddio”. Il qual tante fiade da lei, non in spirito humano, né in spirito di fallacia et vanitade, ma in fortezza di Spirito Santo detto era il suo Amatore, intanto quella generosa et sublime alma era con Dio in amore legata” (ibid. MTS, p. 582). Vediamo le tre citazioni-chiave di quello che possiamo definire il carisma che ci qualifica, e che abbiamo ricevuto affinché manifestiamo la verità che esso racchiude, di fronte alla Chiesa e al mondo. Su queste citazioni vi invito a raccogliervi in preghiera. La prima: ”ellette ad esser vere et intatte spose del Figliol di Dio” (v. 7) costituisce la proclamazione della nostra identità. E’ un tema teologico che la Chiesa svolge e tratta sempre più largamente, parlando della vita consacrata, sia nei documenti del Magistero che nell’insegnamento dei predicatori. Non dobbiamo quindi aver timore o ritrosia nel proclamarlo e nel viverlo con quell’atteggiamento che Angela ci propone. Nell’art. 7.1 delle vostre Costituzioni la vostra consacrazione a vita viene chiamata “definitivo sigillo dell’alleanza sponsale…”. E’ una definizione che mi pare anch’essa “splendida”. E’ il principio su cui poggia il vostro art. 20.2: “nella nostra vita quotidiana esprimeremo – a noi stesse e al mondo – la letizia e la gratitudine di chi sa di essere amata e testimonieremo la gioia del dono di noi stesse a Dio”. Il versetto 17: “siemo chiamate a tal gloria di vita, che spose del Figliol di Dio siamo, et in ciel regine diveniamo”, iscrive la parabola della vita dell’Orsolina fra la chiamata gioiosa alle nozze del Figlio di Dio e il coronamento regale di queste nozze nell’eternità, quando avverrà la consumazione dell’alleanza sponsale. E finalmente i vv.23-24: “… se vi sforzareti per l’avenire, a vostro gran potere, de viver si come richiede alle vere spose del Altissimo, et servare questa Regola si come via per la quale haveti a caminare…”. Sono parole spoglie di sentimentalismo, che ci mettono di fronte al concreto della vita quotidiana, con tutte le sue esigenze di sforzo, di volontà, di fedeltà nell’amore. E’ tutto un programma di vita che la Madre affida alla sua Regola. Le vostre prime Consorelle hanno accolto con totale adesione di spirito il carisma mericiano e non hanno esitato a proclamarlo. Lo dice il primo Rituale della Compagnia, stampato intorno al 1572: “Tutte quelle vergini che, mosse per proprio et celeste spirito, lassiando da una parte le vanità del mondo et sensualità carnali, et de laltra parte vestendosi di pacientia, obedientia et humiltà, et solamente inamorandosi ardentemente di Giesù Salvatore del universo, et quello accettando per suo charissimo Sposo, desiderarano antrare nella presenta Compagnia delle Spose di Giesù…” (cfr. MTS, p.312). Compagnia di Santa Orsola… voleva già dire fin d’allora, e con cognizione di causa, Compagnia delle spose di Gesù…


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E’ soprattutto alla luce di questi mistici sponsali con Cristo che dovremo trovare ogni giorno momenti di silenziosa adorazione e contemplazione anche nelle nostre case per: - dare voce alla lode e al rendimento di grazie insieme con tutte le creature; - chiedere perdono per il peccato del mondo, per noi e per tutti i nostri fratelli; - stupirci delle meraviglie che Dio opera in noi e attorno a noi� (art. 14.1).


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PARTECIPARE

Conversazione tenuta durante un corso di Esercizi Spirituali alla Compagnia di Sant’Orsola di Torino nel 1995.

Leggendo attentamente le vostre Costituzioni ho rilevato un verbo che ricorre con una certa frequenza, insieme con i suoi derivati e con qualche sinonimo: il verbo è “partecipare”. Allora mi è venuto il desiderio di ricercare in sant’Angela questo medesimo tema, di analizzarlo, e così “partecipare” a voi, condividere con voi le mie conclusioni. Sono tre le espressioni di sant’Angela in cui si trovano due volte questo verbo e una volta un sostantivo suo derivato. Ecco le tre espressioni; vengono tutte dalla Regola: - “gli angeli di vita eterna saranno cum noi, cioè tanto quanto parteciparemo di vita angelica…” (Rg, prol. 28); - “… nella sacra messa se trovan tutti gli meriti della passione del Signor nostro. Et quanto più se gli sta con maggior attentione, fede et contritione, tanto più se partecipa de quei benedetti meriti…” (Rg, 6,3-4); - Signor, in luoco de quelle meschine creature che non te cognoscono, né si curano d’esser participevoli della tua sacratissima passione, mene crappa il cuore…” (Rg, 5,31-33). In sant’Angela, verbo e suoi derivati assumono chiaramente la loro duplice significazione di aver parte e di dare parte, di ricevere e di contribuire, di essere parte integrante di un tutto e nello stesso tempo di spartire – donando – con gli altri membri del tutto. Una sorta di reciprocità, di scambio, che ripuliscono il “partecipare” da ogni sua interpretazione di genere utilitaristico. Nella prima citazione è evidente il valore di scambio: gli angeli di vita eterna saranno con noi tanto quanto noi parteciperemo della vita angelica. Cioè: nella misura in cui noi cercheremo di vivere come loro, loro saranno presenti nella nostra vita umana. Del resto, probabilmente tutte abbiamo conosciuto in qualche circostanza una protezione speciale, una presenza che superava i limiti ristretti della nostra sfera umana. Precisiamo che “vita angelica” sulle labbra di Angela non significa né una vita esteriore artificiosa, trasognata, né una vita affettiva disincarnata. Ormai l’analisi dei suoi Scritti e delle sue vicende biografiche ce l’hanno fatta conoscere così concreta nei progetti e nelle attuazioni, e così umana nel manifestare il suo affetto per le sue “figlioline”, con sfumature che noi italiane sappiamo cogliere meglio di altri: “figliole et sorelle dilettissime…”, “le mie figlie et sorelle nel Sangue di Iesu Christo carissime…”…e quella stretta di mano da parte sua che raccomanda alle colonnelle: “Et quando le visitareti, io vi do sta impresa de salutarle, et tocchargli la mano ancor da mia parte…” (Rc 5,19). Lei, “madre viva e morta” della Compagnia non ha timore di voler bene, né di far sentire che ci vuol bene, pur sempre con quell’equilibrio e quel senso della misura che la contraddistinguono.


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Allora, quali sono le caratteristiche di codesta “vita angelica” propria degli spiriti celesti? La prima è quella cui allude Gesù: gli angeli sono modello esemplare dei risorti: “Alla risurrezione, infatti, non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo (Mt, 22,30). E’ il trionfo del cuore indiviso, tutto di Dio. A sua volta Angela evoca gli angeli nel capitolo della verginità, quando stabilisce una sorta di legame di natura fra loro e le vergini, definendo appunto la verginità – la verginità come la concepisce lei nel cap. 9 della Regola – “Sorella di tutti gli angeli”. Una verginità che non è solo cuore indiviso perché non ama d’amore un’altra creatura, ma perché rifiuta ogni incrinatura d’invidia, di malevolenza, d’egoismo, Cuore indiviso per la perfezione della carità. Quindi la Madre ha colto gli angeli nel loro essere vergini di quella verginità che è la santità. Ha approfondito la lezione del Vangelo di Matteo e la applica stabilendo una analogia tra gli angeli di vita eterna e la vergine di sant’Orsola, quella di sant’Orsola, e non una vergine qualunque! Una seconda caratteristica della loro vita, che però Angela non evoca a questo proposito, è il loro sguardo fisso in Dio. Dice ancora Gesù che gli angeli “vedono sempre il volto del Padre” (cfr Mt 18,10). A sua volta Angela pregherà ogni giorno – e ci insegnerà a farlo anche noi – affinché nulla la distolga da quella “lucidissima faccia” di Dio che riconforta ogni cuore afflitto (Rg 5,19). Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini uniti in Dio” (art. 336). Se questo vale per ogni uomo, a maggior ragione può applicarsi a noi, e per il nostro tendere alla verginità-carità, e per lo sguardo tenuto fisso in Dio. In questo consiste la nostra partecipazione alla vita angelica. E l’essere calati nella nostra realtà quotidiana è la loro partecipazione alla nostra vita. Ma rivediamo la citazione nel suo contesto: Angela sta per concludere il Prologo. Ha appena messo in guardia le sue figlie: la loro “stupenda” dignità di spose di Cristo scatenerà le forze del male e della nostra stessa natura tarata dal peccato originale. Bisognerà lottare contro pericoli e difficoltà. Però la consolazione di Dio non ci verrà meno. Fede e speranza nel premio eterno ci sosterranno, e soprattutto avremo l’invisibile presenza degli angeli, ai quali ci assimilano il cuore indiviso e lo sguardo tenuto fisso sul lucidissimo volto del nostro Dio. “Tanto quanto…”. C’è una misura, una proporzione che presiede a questa reciprocità: loro ti sono vicini, ma tu… Le vostre Costituzioni non parlano di angeli, alludono però alle implicazioni della verginità, e non poteva essere diversamente: “ognuna… vivrà fedelmente la castità verginale in tutte le sue dimensioni ed esigenze di pienezza e di rinuncia” (art 20.4). Queste dimensioni di pienezza e di rinuncia sono la contropartita a riscontro dell'amore di Cristo “che ha tanto amato gli uomini fino a dare se stesso per la loro salvezza” (art 20.1). Sono anche la quota da versare affinché gli angeli vivano con noi. La Madre ci ricorda la presenza degli angeli. Lei li aveva visti, e non fra i ceri e gli incensi del duomo, ma sul campo di grano, in piena mietitura, in una breve pausa dedicata alla preghiera. Sapeva che sono con noi, che ci stanno vicini nelle


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condizioni comuni e ordinarie della nostra esistenza umana. Con la loro assistenza condividono per così dire il nostro quotidiano, Non possiamo dimenticarli. E’ scritto nel Catechismo di oggi: “Dall’infanzia fino all’ora della morte la vita umana è circondata dallo loro protezione e dalla loro intercessione. Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini uniti in Dio” (art. 336) Il verbo “partecipare” mi ha portata lontano. Ma forse sant’Angela non ne sarà malcontenta se, forti della presenza angelica, diventeremo più coraggiose messaggere della Buona Novella e vivremo la vita come anticipazione della Pasqua eterna, testimonianza della verginità escatologica dell’umanità risorta. Passiamo alla seconda citazione mericiana: i vv. 3-4 del capitolo sulla Messa,dove sono messe ben in rilievo le due parti e la conclusione. La parte di Dio: “Nella sacra Messa se trovan tutti gli meriti della passione del Signor nostro”. La parte dell’uomo: “quanto più se gli sta con maggior attentione, fede et contritione”. La conclusione, cioè i frutti dello scambio: “tanto più se partecipa de quei benedetti meriti…”. Non ci sarebbe bisogno di commento: le vostre Costituzioni presentano la Messa quotidiana in questi termini: “L’Eucarestia, fonte e culmine della vita della Chiesa, è il centro della nostra vita, il cuore della nostra vocazione, il nutrimento della nostra missione. Ad essa attingeremo la forza per offrire, in fedeltà e in rendimento di grazie, la nostra vita, amando come Cristo ci ha amato; da essa riceveremo in dono la gioia di aprirci alla speranza di un mondo rinnovato” (art. 13.1). E i termini sono veri. Io invece vorrei cercar di approfondire le parole di Angela Merici. Nella Messa, che rinnova il mistero della redenzione, Cristo mette un bene di valore infinito e il cui prezzo cruento è stato versato con il suo proprio sangue: cioè i meriti della sua passione. Sono la sua parte. A disposizione dell’umanità intera. Memoriale della passione di Cristo, l’eucarestia attualizza l’unico sacrificio del Salvatore rendendolo presente, e non solo in quanto memoriale, ma perché ne applica il frutto (cfr Catech. Art. 1365); ma essa comprende anche l’offerta della Chiesa (art. 1330). E questa è la nostra parte. Per questa parte sant’Angela fa questione di misura, di proporzione, sollecitando da noi una presenza fatta di attenzione, di fede, di contrizione. Attenzione: Mi è accaduto di distrarmi, o per una lettura o per altro, e di trovarmi al Sanctus senza avvedermene. Mi è accaduto peggio ancora… di trovarmi alla Consacrazione, o al Pater, quasi all’improvviso. E non certo perché fossi profondamente perduta in Dio! Ma per mancanza appunto d’attenzione, per una certa abitudine, per distrazione. In questi casi la mia è stata una presenza di routine, abitudinaria, meccanica. Né mericiana, né ecclesiale. E Cristo era là, in attesa. Che cosa gli ho portato io? Forse un piccolo esame su questo punto, in tempo d’esercizi può essere opportuno. Fede: Il Catechismo ci insegna che “L’eucarestia è anche il sacrificio della Chiesa… La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo


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acquistano un valore nuovo…” (art. 1368). Se crediamo alla dottrina del Corpo Mistico di cui siamo membra… se crediamo che Cristo rinnova l’offerta di sé sull’altare per la gloria del Padre e la salvezza del mondo… potremo forse presentarci all’offertorio a mani vuote? Se non abbiamo nulla si straordinario, nulla di specialmente grande da offrire, tuttavia anche noi come Lui siamo lì per la salvezza del mondo: Prendiamo le nostre impotenze, le incomprensioni che riceviamo, le noie e le fatiche, la sofferenza fisica, l’avanzare dell’età e deponiamole sull’altare con il pane e il vino dell’offertorio. Sono la nostra goccia d’acqua che va a perdersi nel fiume infinito del Sangue di Cristo. Facciamo, della nostra offerta, un atto di fede e un atto d’amore: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col. 1,24): Sappiamo già tutto questo. Tuttavia facciamoci un piccolo esame. Contrizione: Poveri e peccatori come siamo, abbiamo tanto bisogno di ottenere il perdono di Dio. Cerchiamo allora di offrire qualcosa di più di quanto non sia strettamente il nostro dovere. Un digiuno, una rinuncia, un silenzio di televisore… Facciamolo ogni tanto in determinate circostanze. I “fioretti” che si usavano quando eravamo bambine o quando le nostre mamme e le nostre nonne s’incaricavano della nostra educazione spirituale. E facciamolo in ringraziamento della gratuità di Dio verso di noi. Allora la parola di Cristo: “Questo è il mio Corpo”, parola che trasforma il pane e il vino nella sua presenza reale, coinvolgerà misticamente le nostre povere offerte, santificandole e rendendole feconde. Diventeranno così sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo; “queste cose nella celebrazione dell’eucarestia sono piissimamente offerte al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore” (Cat. Art. 901). In tal modo potremo accostarci al Corpo di Cristo senza troppo rossore e soprattutto con più amore; la nostra unione con Lui si farà più intima e, con l’aiuto della sua grazia ci assimileremo maggiormente a Lui mediante la partecipazione ai suoi benedetti meriti. Diventeremo più capaci di sopportare, e forse anche più sopportabili. Inoltre potremo a nostra volta unire la nostra preghiera affinché i “benedetti meriti” del suo sacrificio si riversino sull’umanità. E veniamo alla terza citazione, quella della preghiera di sant’Angela che si realizza in un’ottica diversa dalle precedenti. Non è tanto in questione un rapporto di scambio fra o l Sposo e la sposa, quanto la finalità di questo scambio, che ha per oggetto qualcuno che viene a porsi fra i due partners: quelle “meschine creature” che non conoscono Dio, “né si curano d’esser participevoli” della sua sacratissima passione (vv. 31-32). La Madre detta la sua preghiera come modello per il nostro incontro quotidiano con Cristo nella preghiera. Un incontro da sposa a Sposo durante il quale la sposa, pur nell’abbandono contemplativo dell’amore, non perde di vista gli interessi dello Sposo, e rivendica il proprio diritto di partecipazione. Angela ha appena fatto il conto di quanto è venuta a costare la sua redenzione: è costata la “sacratissima passione” di Cristo, il suo sangue prezioso sparso per amore. Angela ha chiesto perdono dapprima per i propri peccati, poi per quelli dei familiari e degli amici, poi per i peccati del mondo intero, e lo fa in nome del suo immenso patire e


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della santità del suo nome. Ma l’incantamento per il nome dell’amato, così grande nell’universo, non la distrae dal confronto: finora io non ho mai dato il mio sangue per te, e Tu hai dato tutto per me! Alla luce della grandezza di Dio e della sua divina Maestà, il suo orizzonte si allarga fino ad abbracciare veramente l’umanità intera. E, nell’umanità, coloro che non conoscono Cristo, e soprattutto coloro che trascurano consapevolmente di partecipare ai meriti della sua passione. Per il suo tempo, potevano essere i protestanti, gli ebrei, i turchi… Tutti costoro diventano l’oggetto di un patto d’amore: “volontiera (s’io potesse) spargerei il proprio sangue per aprire la cecitade de le lor menti” (v. 34). Sono i figli dell’amore creatore del Padre, che diventano i figli dell’amore sponsale dell’Orsolina. Nell’impossibilità di pagarli con il proprio sangue, Angela offre se stessa con tutto quanto lei è, con quanto possiede, e in particolare con il dono della propria volontà rimessa e abbandonata in Dio. Con il dono, anzi, di quel “libero arbitrio” che fa la dignità e la grandezza dell’uomo. Amore per amore, sangue per sangue. Quello del cuore e della mente, se non si può dare quello delle vene! Così, a motivo di quelle “meschine creature” che hanno scelto l’indifferenza, si ristabilisce di fatto e si rinserra il rapporto di coppia nel donare e nel donarsi reciprocamente, per la gioia l’uno dell’altro. I contributi delle due parti – pur nell’infinita distanza che corre fra i due partners – sono, diciamo, in pareggio: la sposa dà tutta se stessa, olocausto alla divina Maestà per coloro che non vogliono né dare né ricevere la propria parte. I figli di Dio diventano i figli della vergine di sant’Orsola e costituiscono un altro motivo e frutto dello scambio d’amore fra Dio e la sua sposa. Oggi, verbi come “partecipare”, “condividere”, “comunicare” e i loro derivati ricorrono frequentemente nel linguaggio anche della società civile e non soltanto religiosa. Noi, figlie di Angela Merici, dovremmo fare della sana e santa “dietrologia” (cioè vedere che cosa c’è sotto) per ricordare a noi stesse che ognuna di queste azioni comporta concretamente una certa parità di scambio almeno nel desiderio , e che chi ama, soprattutto, sente il bisogno di contribuire con la propria quota al fine proposto. Come ci ha insegnato la Madre. Diversamente potrebbe accaderci di “partecipare” solo nel senso passivo di beneficiare, di ricevere un dono, e non nel gesto attivo di chi dona donando se stessa, pagando di persona. Amore per amore. Mi è parso opportuno soffermare la nostra attenzione su queste accezioni mericiane del concetto di partecipazione per approfondire – ogni volta che esso ricorre nelle vostre e nelle mie Costituzioni – qual è la parte di Dio e quale deve essere il corrispettivo che ciascuna di noi deve versare affinché il dialogo con Lui sia una autentica comunione dei beni. Prendiamo, per esempio, l’art. 3.1: “Partecipi mediante la fede e il battesimo del mistero pasquale di Cristo nel nuovo popolo di Dio che è la Chiesa, siamo chiamate ad essere “vere e intatte spose del Figlio di Dio, a separarci dalle ‘tenebre’ del mondo e a unirci insieme per ‘servire’ il Regno di Dio nella secolarità” (art. 3.1).


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La parte di Dio è il dono della divina adozione, della redenzione, della vocazione; la nostra parte è la rinuncia allo spirito del mondo, la relazione sponsale col Figlio di Dio, la nostra vita di fraternità nell’Istituto. Il valore in gioco è il Regno di Dio. Esame: come realizzo la mia parte? Nel mondo ma non del mondo – da sposa “vera e intatta”, cioè sulla quale nulla più fa presa se non lo Sposo – in fraternità con gli altri membri della Compagnia – secondo gli stilemi propri della secolarità. Nella misura in cui pago la mia parte, avanza il servizio del Regno di Dio. L’art. 3.4 illustra con maggior precisione le implicazioni dell’art. 3.1. E qui finiscono le mie riflessioni sul “partecipare” nell’ambito della coppia. Applichiamole ora al nostro essere “Compagnia”. Noi siamo parte anche di una struttura religiosa, la prima nella Storia della Chiesa per donne consacrate viventi nel mondo: la Compagnia di sant’Orsola, frutto della creatività dello Spirito Santo e della docilità d’esecuzione di una Santa. Dicono bene le vostre Costituzioni: “Unite insieme nella Compagnia condividiamo la grazia della presenza del Signore tra noi, facciamo esperienza di fraternità e troviamo sostegno e aiuto per vivere la nostra vocazione e missione” (art. 23.1). Condividere la grazia della presenza del Signore, a mio parere, significa fare insieme l’esperienza di Dio. E si fa negli incontri di preghiera nei quali ciascuna aiuta le altre ed è aiutata dalle altre per il suo incontro con Dio. Fraternità, sostegno, aiuto: sono i doni che riceviamo dal nostro essere “insieme”. Saggiamente, però, le Costituzioni precisano: “Ognuna di noi si sentirà partecipe e corresponsabile della vita della Compagnia. Si impegnerà in una attiva collaborazione secondo la propria capacità e competenza” (art. 23.2). E queste righe concretizzano, traducendo in moneta spicciola, la nostra quota di partecipazione. Sant’Angela stessa ha cercato di far capire alle sue figlie, non letterate, non istruite nemmeno molto nella dottrina cristiana forse, ma aperte all’azione dello Spirito Santo, che cosa comportasse la partecipazione nei riguardi della Compagnia e che cosa significasse responsabilità. Lo fa, cercando di educare nelle sue figlie una coscienza d’Istituto. Le fa riunire insieme il primo venerdì del mese per la comunione generale. Quando Angela muore, sono già circa centocinquanta.Pensiamo quale impatto doveva procurare in città questa folla di donne che si incontrano nella stessa chiesa, e che fanno tutte la comunione in un giorno che non era ancora particolarmente segnato dalla devozione eucaristica. E pensiamo allo spettacolo di queste donne d’ogni condizione che l’ultima domenica del mese attraversano la piazza del Duomo per salire all’oratorio di Isabetta Prato “a scoltar a lezer la Santa Regola intitulata a Santa Ursula” (in MTS, p. 256). Senza timidezze; tutte insieme, con la fierezza delle corporazioni d’arti e mestieri o delle confraternite cui i buoni cristiani si facevano un onore di appartenere. E pensiamo alla solennità di quel corteo funebre che già una volta si era snodato per la città, accompagnando alla sepoltura Marta, la figlia della Pizza, morta prima di sant’Angela: “andando a due a due, con carità e con una candela in mano per una”, come prescrive la Regola. Era insieme una testimonianza di fede e una manifestazione di corpo: la Compagnia di sant’Orsola, con una sua dignità, riaffermando di fronte all’autorità civile e religiosa e di fronte al popolo la propria presenza e il proprio spazio nella Chiesa.


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Alla dignità dei suoi membri, alla loro capacità morale e al loro diritto personale Angela fa appello convocandoli per le elezioni. Si tratta di eleggere il comune padre spirituale; poi le colonnelle e le matrone; i “probi viri” che sant’Angela chiama “quattro homini maturi et di vita probata”, che si occupino di questioni salariali. E con questo atto Angela sollecita il senso della loro dignità, le spinge alla determinazione; le fa sentire coinvolte nell’organizzazione e nella gestione della Compagnia.Con l’esercizio del voto elettorale, Angela le fa donne responsabili e mature. E le fa sentire implicate in circostanze di particolare gravità, come può accadere di fronte a esigenze di rinnovamento, di riforma, di mutamento. Nella Compagnia non sono solo i membri del governo che devono agire. Angela, che del resto per il governo ha scelto una forma collegiale, è molto esplicita con le matrone: “Et se, secondo li tempi et bisogni, accadesse di ordinare di nuovo, o fare altramente qualche cosa, fatilo prudentemente et con buon consiglio. Et sempre il principal ridotto vostro sia il ricorrere alli piedi di Iesu Christo; et lì, tutte, con tutte le vostre figliole, far caldissime oratione. Perché così senza dubio Iesu Cristo sarà in mezzo a voi, et ve illuminarà et amaestrarà sicome vero et buon Maestro, di quello che havareti a fare” (T 11,5). “Tutte, con tutte le vostre figliole”… Non occorre commento. La presenza di Dio luce di verità è legata alla presenza anche delle più umili e povere e modeste, e alla loro preghiera “insieme”. Ecco l’atteggiamento interiore, lo spirito di fede, la coscienza d’Istituto e l’amore che debbono animare i nostri rapporti con la Compagnia. Allora eviteremo il rischio di attingere solamente al bene comune senza versare il nostro contributo. Prendiamo, per es., l’art. che si riferisce agli Esercizi spirituali annuali, alle giornate di spiritualità e agli incontri periodici secondo le tradizioni di ogni Compagnia, “Questi tempi forti, che sono per ciascuna di noi un autentico dono dello Spirito Santo, saranno accolti con responsabilità e gratitudine. Essi costituiscono anche per la Compagnia un tempo di grazia, durante il quale potremo: condividere lo stesso ideale; comunicarci la gioia dell’essere insieme; sperimentare più intensamente tra noi la presenza di intercessione della Fondatrice” (art. 15). Tempi forti: vanno valorizzati; vanno fatti fruttare. Dono dello Spirito Santo: doni cioè di quello Spirito che è la reciprocità d’amore del Padre e del Figlio; sono quindi un atto d’amore che avvolge ciascuna di noi. Ecco il motivo dei tempi di silenzio, d’ascolto del suo respiro per respirare con Lui nel mondo purissimo della grazia. Facciamo appello al nostro senso di responsabilità per non sciupare il dono di Dio, per custodirlo preziosamente. Cantiamo a Dio il nostro grazie per questo amore che trasfigura il nostro quotidiano, talvolta così prosaico e così meschino. Condividere lo stesso ideale: nulla restringe i vincoli dell’amicizia più che il sapersi in sintonia: lo scambio di uno sguardo, di un sorriso, che rivelano una segreta connivenza davanti alla realtà del nostro essere spose, e spose di Cristo. Pregare insieme per realizzare il medesimo ideale in unità di cuore e di volontà. Gustare la gioia del trovarsi insieme, del condividere i medesimi sentimenti, parlando al Signore di questa o quella consorella di cui magari conosciamo sofferenze, problemi, difficoltà. Onestà di revisione e di verifica per riconoscere poi umilmente ai piedi di sua divina Maestà le nostre negligenze, le nostre fughe, le nostre colpe. Onestà coraggiosa nel prendere le misure necessarie così da ricuperarci


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ricuperando la fede e l’entusiasmo del primo giorno. E stringerci tutte insieme attorno a sant’Angela, madre e viva e morta di sì nobile Compagnia. Tutto questo articolo 15 ci riporta al “partecipare” come verbo di coppia nell’intimità del nostro amore sponsale per Cristo, secondo l’insegnamento della Madre, e a quella coscienza d’Istituto, coscienza comunitaria che è fonte di gioia, di tranquillità, di serenità. Allora pagheremo anche il nostro prezzo all’ambiente di cui siamo parte: “Camminando con fedeltà in questa forma di vita parteciperemo attivamente all’avvento del Regno dando il nostro contributo per: portare la forza rinnovatrice del Vangelo…; discernere il progetto di Dio sulla storia…; essere ovunque operatrici di pace e di concordia” (art. 3.4). Allora, e sempre con la mano nella mano di Dio, da sposa a Sposo, “ci apriremo alle necessità dei fratelli e all’impegno di edificare in modo solidale la città dell’uomo, nella difesa della verità e della giustizia” (art. 22.3). Realizzeremo così il precetto di Angela che ci raccomanda l’edificazione del prossimo, cioè la nostra collaborazione per far crescere Cristo in coloro che ci avvicinano. Perché in questo consiste la nostra maternità. E sant’Angela ci riconoscerà sue figlie, ci guarderà con amore, mentre Cristo, suo e nostro Amatore, ci coprirà della sua tenerezza.


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SEMI AL VENTO

Conversazione tenuta alla Comunità di Sant’Orsola di Torino nel 1995 durante un ritiro sulla spiritualità di Sant’Angela.

Prima di passare ai capitoli 8.9.10 della Regola che presentano i Consigli Evangelici nel linguaggio di sant’Angela, vorrei ritornare indietro per raccogliere alcune perle che altrimenti potrebbero andar perdute. Le chiamerò semi al vento, perché racchiudono in sé germi di vita che tocca a noi raccogliere e far germogliare nella nostra esperienza quotidiana. Lo faccio anche per lasciarvi altre tracce di ricerca e d’approfondimento sia individuale che comunitario, così che ad ogni lettura possiate scoprire qualche nuovo motivo di ammirazione e di gioiosa sorpresa che la meditazione ci rivela. Per questo riprendo il Prologo, fermando la vostra attenzione su quella perla del v. 8. che è l’aggettivo “stupenda”. Angela stessa appare sorpresa, incantata della dignità della vocazione di cui è investita la vergine di Sant’Orsola. Stupore e gratitudine sono atteggiamenti importanti nella relazione di coppia: “Sono amata!”. Come del resto suggerisce il vostro art. 20.2 “Nella nostra vita quotidiana esprimeremo a noi stesse e al mondo la letizia e la gratitudine di chi sa di essere amata”. “Stupenda” è un seme di letizia e di gratitudine. Conoscete già bene il Prologo, strutturato in tre parti. Ripassiamo la lezione. La prima parte (vv. 1-17) esalta la “stupenda dignità” dell’invito alle nozze col Figlio di Dio, pur con qualche allusione alle difficoltà che l’accompagnano. Nel secondo tratto (vv. 18-21) ostacoli e pericoli prendono forma: sono le forze del male che stanno in noi e fuori di noi che si scatenano: aria, acqua, terra, fuoco ci minacciano dall’esterno, mentre la tentazione prende corpo nel leone ruggente in agguato. Poi la tempesta si placa (vv.22-27) quando la sposa accetta l’invito dello Sposo e vi corrisponde. Allora, nonostante le contrarietà e persino le sofferenze più gravi, la consapevolezza d’essere sposa dell’Altissimo comunica sicurezza e pace. Rileviamo il linguaggio di Angela e la concretezza delle immagini evocate: la luce e voce di Verità che Dio ci mette nel cuore; i lacci del demonio; lo scatenarsi degli elementi, di cui Angela aveva conosciuto la violenza; il demonio che si traveste da angelo di luce. Siamo lontani da un discorso immaginifico ad effetto: siamo nel pieno di un’esperienza personale, partecipata confidenzialmente alle vergini della Compagnia. Lo stesso valore ha l’evocazione delle difficoltà che, quando sono affrontate con amore e con l’aiuto degli angeli, sono portatrici di pace. Su questo sfondo di serenità ricomposta Angela evoca una vincitrice biblica: quella Giuditta che i pittori del Rinascimento dipingono mentre regge la testa di Oloferne, e che qui diventa simbolo di coraggio e decisione. Certo l’episodio va letto nel contesto scritturale: la fierezza di Giuditta non è orgoglio; il suo ardire non è incoscienza. E’ la donna forte della sua fiducia nell’aiuto di Dio, rafforzata da una preghiera umile e intensa per la propria pochezza. Non va allo sbaraglio, poiché ha calcolato tutto. E’ decisa al combattimento e – come si suol dire – “taglia la testa al diavolo”. Questo è il comportamento che Angela suggerisce alle sue figlie: non si viene a patti con la tentazione. Si reagisce con fermezza e si vince. Se non


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conosciamo bene il finale del libro di Giuditta (15,8-10) arrischiamo di non cogliere tutta la grandiosità che conclude il Prologo della Regola. Quel cantico di gloria col quale popolo e sacerdoti accolgono il ritorno in patria di Giuditta si scioglierà anche per noi, e sarà la celebrazione della vittoria finale, l’epitalamio delle nozze eterne quando la sposa varcherà la soglia del Cielo per essere regina. Cap. I - Concerne l’accettazione nella Compagnia. Vediamo qualcuno dei requisiti per essere accettate nella Compagnia; ci servono per una revisione di vita. “Ferma intenzione di servir Dio in tal sorte di vita…”; entrare “allegramente e di propria volontà”. Il linguaggio che Angela parla alle sue figlie è scevro di ogni ambiguità. La Compagnia di Sant’Orsola non è una soluzione di vita per chi non avesse trovato marito. Non è questione di adattamento: lo capiscano bene le sue figlie! E’ una scelta che reclama la totale partecipazione interiore, cuore e mente, e una determinazione non “a tempo” ma per sempre. E in quel genere di vita… Cioè nella pratica fedele delle sue leggi proprie. Dunque scelta consapevole, gioiosa della gioia di chi va sposa, e sposa di Colui che ama. E con una volontà non afflosciata dalla routine: “ormai ci sono e ci resto…”. Ma una volontà tenuta viva e rinnovata ogni tanto, e sempre attuale e creativa. E pensiamo all’atto di coraggio che Angela esige: se la donna avrà genitori o altri che abbiano responsabilità di lei, lei per prima esponga il suo desiderio di non prendere marito. Ci rendiamo conto di quanto poteva costare alla donna di quel tempo decidere in prima persona della propria vita, rompendo il sistema in vigore? Tenuta per consuetudine ad obbedire ai familiari, a non avere volontà propria, a non rivendicare diritti, a non esercitare nessuna libertà di scelta, quel parlare lei per prima voleva dire andare contro corrente, farsi segno di contraddizione, sollevare critiche e da parte e contro la famiglia stessa. Ma Angela non ha concepito la Compagnia come un rifugio per anime fragili, incapaci di gestirsi nella vita senza un uomo al loro fianco; ha voluto donne che sapessero per amore di Cristo farsi protagoniste del proprio destino, e ha accolto ogni occasione per formarle così. Cap. II – riguarda il vestire. I primi membri della Compagnia sono in generale d’origine modesta; sono contadine o domestiche in case signorili, sono di famiglia povera e non sanno né leggere né scrivere (il che del resto non faceva eccezione!). Tuttavia non mancano ragazze di buona famiglia e in condizioni economiche agiate. Fra le 75 che votano il 18 marzo 1537 contiamo cinque figlie d’orefice, una figlia di commerciante in spezie e profumi, alcune figlie di negozianti e di mezzadri, la sorella di un sacerdote e la figlia di un uomo di legge, forse notaio. Eppure le norme del vestire sono austere per tutte senza eccezione. Escludono tessuti trasparenti, velluto, oro e argento. E quando noi ripensiamo ai velluti, ai damaschi, alle sete e ai ricami che la moda veneziana aveva introdotto anche a Brescia e che l’arte rinascimentale esalta, si può valutare il sacrificio imposto a chi potesse in qualche modo provvedersene. Ma non è questo il seme che voglio raccogliere, bensì quello che apre e chiude questo capitolo, ed è il criterio che genera queste misure: la “verginal honestade” intesa come riserbo e pudore, come rispetto di sé e degli altri. La conclusione del capitolo dice infatti: “non, finalmente, fogge e varietade et


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trasparentie alcune, et altre vanitade che possiano macchiare la conscientia propria e del prossimo et siano contrarie alla verginal honestade” (v. 8). E a me par di rileggere la parola di Paolo ai Corinti: “Io provo per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo , per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (2 Cor. 11,2). L’Orsolina, quale che sia il suo tempo e il suo mondo, e pur tenendo conto dei giusti e ragionevoli dettami della moda e delle circostanze, sa di doversi tenere tutta e solo per quell’uomo-Dio che un giorno l’ha guardata, l’ha scelta e le ha chiesto di essere sua sposa. Cap. III – sulla frequentazione del mondo. Contenuto e formulazione si confanno a quegli stilemi di comportamento femminile che la consuetudine aveva codificato. Attiro invece la vostra attenzione su un elemento di metodologia che ricorre più volte negli Scritti di sant’Angela e ci consente di cogliere il suo processo pedagogico in atto nella formazione delle sue figlie. Mai autoritaria, sempre volta all’essenza delle cose e alle loro motivazioni e rispettosa della libertà altrui, quando propone così come quando limita, la Madre espone generalmente il perché della proposta o della limitazione. Ne troviamo esempi in molte delle sue pagine, poiché lei non impone il proprio punto di vista. Lo manifesta e lo propone alla valutazione e alla riflessione dell’interlocutore, ma gli lascia la libertà di decisione. Così la Madre vuol educare le sue figlie a valutare i criteri d’azione e i criteri di scelta in modo che non agiscano mai da automi, ma a seguito di deliberazioni consapevoli. Qui esprime il perché di certe limitazioni richieste ai membri della Compagnia: “… da per tutto sono pericoli et varie insidie et lazzi diabolici” (v. 7). E questi minacciano la nostra totale appartenenza a Cristo. Continuamente la vita ci fa proposte di scelta, e ogni scelta comporta la rinuncia alla sua alternativa. Il nostro criterio di scelta dev’essere sempre lo stesso: da sposa di Cristo. Regolate da questo principio, le nostre scelte, consapevolmente deliberate, saranno un atto d’amore nuziale. Un passo avanti nell’intimità con lo Sposo, Figlio dell’Altissimo. Cap. IV – Del digiuno. “Ancora se aricorda che ogn’una abbrazzar voglia anche il digiuno corporale…”. Apro una piccola parentesi anche se non è un seme. Non sempre si rileva che ogni capitolo della Regola, dal secondo al nono, si apre con un avverbio iterativo: “ancora… anche…”. Riflette il tono discorsivo di chi riprende un discorso precedentemente interrotto, e nello stesso tempo vuol forse essere una precisazione: quanto ho detto fin qui non basta; ci vuole anche quest’altro capitolo… e poi quest’altro… fino al decimo: “finalmente…”, che vuol dire “e per finire”, che è il capitolo della povertà. Infatti l’undicesimo, che riguarda il governo, appartiene piuttosto al genere “Statuti” che non a quello delle Regole vere e proprie. Questo vi spiegherà perché anche nella trasposizione in italiano moderno non si è potuto sopprimere questi avverbi iniziali: si sarebbero snaturati e il linguaggio e la sua portata. Il seme da scoprire qui è un altro: oltre ad “ancora” abbiamo pure “anche”: abbracciare “anche” il digiuno corporale, come se Angela avesse già parlato prima di un digiuno non corporale. Inizialmente questo “anche” mi metteva a disagio. Ora mi


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pare di averne capito il senso: i due capitoli precedenti – vestito e frequentazione del mondo – comportano una buona misura di mortificazione, particolarmente per una donna, e quindi possono rientrare in un più vasto disegno di digiuno: morale, o spirituale, o intellettuale, o come volete. In questo capitolo Angela chiede che ci sia “anche” il supporto del digiuno corporale. Questa mi sembra l’unica interpretazione possibile per questi “ancora…”, “anche…” del v. 1. Non proseguo con una lettura del testo parola per parola. Ma poiché le vostre Costituzioni dettano: “Accoglieremo l’invito della Fondatrice di accompagnare le nostre preghiere con il digiuno”, raccogliamo insieme alcuni semi da far maturare e fruttificare in noi. Angela ci propone il digiuno corporale come mezzo per raggiungere un autentico digiuno spirituale, cioè l’equilibrio interiore nell’armonia delle passioni, e le vostre Costituzioni dicono che esso dispone alla conversione e alla sobrietà di vita. I due testi vanno perfettamente d’accordo. Angela aggiunge un’altra motivazione: nel suo cristocentrismo ricorda che il digiuno conforma a Cristo che ne ha dato l’esempio, e c’inserisce a maggior titolo in una Chiesa di Santi. Strumento di una purificazione interiore meritoria che può trasformarsi in dono per la salvezza del mondo. E qui dobbiamo raccogliere tre perle stupende: tre digiuni particolari che segnano come una gradualità, un’ascesa in Dio: dai 40 giorni dopo l’Epifania, al triduo delle Rogazioni, alla novena di Pentecoste. Il digiuno di quaranta giorni dopo l’Epifania è un digiuno di riparazione. Il periodo coincide con il carnevale, e quindi assume una sua precisa connotazione: bisogna riparare per i peccati commessi dai cristiani in quel periodo dell’anno in cui cadeva ogni remora e l’immoralità dilagava liberamente. Quali echi del carnevale di Venezia dovevano giungere a Brescia… sollevando l’indignazione dei buoni! E quali tentazioni d’imitazione dovevano serpeggiare nelle città della provincia… Allora la sposa consola lo Sposo delle offese che riceve in genere da chi si sollazza nei peccati, e in particolare dai peccatori cristiani, che dovrebbero essere più vicini a Lui e invece lo tradiscono; e si impone il digiuno che è un digiuno di riparazione per compensarlo di tanta sofferenza. Si pone così, fra il “trono della divina Altezza” e il peccato degli uomini, il digiuno penitenziale dell’Orsolina come implorazione di perdono e di misericordia. Il secondo digiuno sul quale ci soffermeremo è un digiuno d’implorazione. Ha luogo al tempo delle Rogazioni, e si ripeteva quattro volte l’anno. Si benedicevano i campi durante le processioni mattutine. L’intenzione che Angela propone per il triduo prima dell’Ascensione (v. 13) sale di un gradino: mira ad ottenere l’aiuto di Dio per il suo popolo. Non ripara solamente; chiede. Notate il verbo “implorare”: sottintende l’atteggiamento umile di chi sa di non avere diritti, e tuttavia ha motivo di sperare che Dio ascolterà. Questo digiuno d’intercessione è offerto perché Dio faccia ricadere le sue benedizioni sopra il popolo cristiano. Il terzo digiuno che prendiamo in considerazione è un digiuno d’amore. Novena di Pentecoste: noi sappiamo che per tutta l’attesa Angela non faceva che un solo pasto completo, a metà della novena. “… se digiune doppo l’Ascensione ogni giorno, et insiema se stie in oratione con quanta forza de spirito se poterà, fino al giorno de la missione del Spirito Santo, cioè fina a pascha di maggio, domandando quella gran promissione fatta da Giesù Christo a gli suoi eletti et ben disposti”. Siamo


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ai vertici della spiritualità penitenziale della Madre: una novena di digiuno e preghiera intensa per ottenere che Cristo effonda sulla Chiesa il suo Spirito. E’ una novella Pentecoste che Angela domanda al Signore: non si tratta più dei peccatori da perdonare, e nemmeno dei buoni cristiani da aiutare. Ma di ottenere una rinnovata effusione di Spirito Santo su coloro che Cristo ha eletto e messo a parte per sé. Da sposa, raffinata perché innamorata, è entrata fino in fondo nel gioco degli interessi dello Sposo; ne intuisce le sfumature; li fa propri e vi si adegua con il proprio contributo. Il suo digiuno è quindi per gli eletti di Cristo, i suoi più suoi; è un digiuno di amore che è come un prolungamento della preghiera sacerdotale di Cristo nell’ultima Cena. Cap. V – Dell’orazione. Ecco la donna che non ha studiato psicologia, ma dalla propria esperienza considerata in filigrana alla luce dello Spirito ha colto l’interazione anima-corpo, materia-spirito, e la forza di cui può essere fonte una sapiente gestione del loro interscambio. In questa ottica il digiuno corporale è consigliato come mezzo per purificare le tendenze carnali e mortificare i sentimenti, e la preghiera vocale è raccomandata come supporto per l’orazione interiore. A loro volta il progresso spirituale stimola ad abbracciare il digiuno materiale come offerta di scambio per il popolo di Dio e per i suoi eletti, mentre l’affettività interiore può trovare una legittima espressione e direi quasi uno sfogo nella preghiera vocale: salmi, giaculatorie “andando, stando, operando, pensando…”. Dall’alto della mia età vi posso dire quanto sia utile – specialmente in certe condizioni di salute – richiamare alla mente giaculatorie forse dimenticate da tempo, e farle rifiorire sulle labbra. E questo è pure un buon metodo per dar sapore spirituale alle azioni materiali che trovano posto nella nostra giornata, e forze anche per attualizzare l’articolo 11 delle vostre Costituzioni: “La preghiera perseverante ci renderà partecipi del colloquio filiale di Gesù con il Padre e ci disporrà ad accogliere i doni dello Spirito Santo”. Le nuove Costituzioni hanno frequenti riferimenti allo Spirito Santo, e questo è d’intonazione prettamente mericiana. Angela prescrive per ogni giorno, per chi non sa leggere l’Ufficio, un certo numero di Pater e di Ave. Non si tratta di farne il totale, per cercare di dirli tutti prima di andare a letto, contando i sette Pater-Ave moltiplicati per sei Ore canoniche, più i 33 dl Mattutino. Ma – e qui rilevate la piccola perla della Trivulziana che l’editore Turlino ha reso opaca – sette Pater-Ave a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta, cioè intorno al cadere dei tempi canonici. E’ tutta l’intera giornata che va ritmata all’azione dello Spirito Santo, invocando l’effusione dei suoi doni sistematicamente, quasi ad ore prestabilite. Al v. 16 incomincia la preghiera che Angela ci propone come esercizio quotidiano, e che è un gioiello di intensa spiritualità che sfiora la mistica, e di profonda umanità. Non è una preghiera corale, perché scava nella coscienza e implica l’adesione dell’individuo nella sua totalità. Del resto, Angela stessa la presenta come un esercizio “nel profondo del cuore”. Guardate lo sprazzo di luce con cui si apre: “Signor mio, illumina le tenebre del cuor mio”, cui si contrappone l’immediatezza del rischio di peccare: “oggi”. Non un giorno qualsiasi semplicemente ipotizzato. Realismo e concretezza di Angela: oggi stesso posso offenderti…


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Un altro sprazzo di luce: la “lucidissima faccia”, cui si contrappongono le ombre delle cattive tendenze innate in noi col peccato originale. Le fiere mostruose e spaventose che già l’arte romanica aveva scolpito nei suoi capitelli e nei suoi portali così da offrire spunto di riflessione ai fedeli anche illetterati. La consapevolezza della propria capacità di peccare tiene Angela in umiltà e in stato di incessante, fiduciosa preghiera. E timor di Dio: timore di offendere quel Dio che l’ha amata per primo. Al ricordo delle proprie mancanze di fedeltà sgorga spontanea l’implorazione di perdono. E anche voi dite bene nell’art. 13.4: “La coscienza della inadeguatezza della risposta al dono di Dio e dell’infedeltà alla sua grazia ci spingerà a domandare al ‘benignissimo Signore’ misericordia e tempo e modo di pentirci”. Ma Angela ha vivo anche il senso del Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa e del fatto che noi siamo Chiesa. Non può limitarsi a pregare né a riparare per sé solamente. Eccola dunque abbracciare il mondo intero. Chiedendoci di pregare quotidianamente in questi termini la Madre vuole che teniamo viva in noi questa coscienza di ecclesialità. Bene avete scritto nell’art. 3.1 ricordando che siamo “partecipi mediante la fede e il battesimo del mistero pasquale di Cristo nel nuovo popolo di Dio che è la Chiesa”. Ora, questo mistero pasquale di Cristo è mistero di morte oltre che di resurrezione. E’ mistero di redenzione universale e non solo individuale. Angela ha approfondito questo mistero con una teologia del vivere quotidiano che le derivava dal suo rapporto diretto con Dio, più che dai libri, e l’ha condivisa con noi in questa preghiera. Morte che redime e mondo che geme nell’attesa della redenzione reclamano amore e dedizione. Il nostro amore. La nostra dedizione. Sulla partecipazione agli interessi dello Sposo non mi ripeterò: i figli della nostra maternità spirituale (le meschine creature che non lo conoscono) sono lì: non fanno che rinserrare i vincoli della nostra relazione sponsale con Cristo, dando un ulteriore valore di scambio alla nostra partecipazione stessa. v. 35: “Signor mio, unica vita e speranza mia…” (ecco, per es. una stupenda giaculatoria da ripetere lungo il giorno!). L’afflato mistico che percorre tutta la preghiera raggiunge i vertici. Angela sta per entrare a fondo nel mistero pasquale e così consumare l’offerta di sé, in termini simili a quelli che userà poi Ignazio di Loyola nel suo celebre “Suscipe”: ve lo leggo in italiano. “Accetta, Signore, l’intera mia libertà. Ricevi la memoria, l’intelligenza, ogni mia volontà. Tutto quanto ho e posseggo, sei tu che me l’hai dato. Ti rendo tutto, lo affido alla tua volontà perché tu l’amministri. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, e sarò ricco abbastanza e non chiederò altro”. I Santi, in definitiva, parlano tutti il medesimo linguaggio: ti do tutto di me, mi do tutto a te; fanne quel che vuoi. Dammi solo te stesso e mi basta. Ma queste parole esprimono una volontà decisa a diventare realtà: ecco perché, prima di recitare quest’ultima parte della preghiera, bisogna pensarci e prepararsi “in spirito e verità”. Quando si è dato a Dio anima e corpo, mente e cuore, libertà e volontà, non si ha più il diritto di farne un uso esclusivamente materiale ed umano, in assoluta autonomia da quel Signore cui l’abbiamo offerto. E bisogna anche accettare che lui ne faccia quello che vorrà.


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Meditiamo, preghiamo e pratichiamo l’art. 4.1: “Il nostro cammino spirituale si esprime in una continua tensione verso Cristo”. A questa tensione diamo espressione concreta con le nostre scelte, con le nostre parole, con la nostra preghiera vocale e mentale, e soprattutto con la nostra ricerca di Dio solo, nelle nostre relazioni. Come Ignazio di Loyola, diciamo a Cristo con i fatti: “Dammi solo il tuo amore e la tua grazia, e sarò ricca abbastanza e non chiederò altro”. Amen.


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13.

INTRODUZIONE AI RICORDI

Conversazione tenuta a Somasca nel 1988 in occasione di una settimana di fraternità mericiana, a modo di premessa ad una spiegazione letterale dei Ricordi.

La Regola di sant’Angela presenta indubbiamente non poche difficoltà di lettura, per quel suo linguaggio scarno, essenziale, che richiede, per la comprensione, un approfondimento direi anche di natura filologica. I Ricordi e i Legati, invece, si presentano di più facile approccio e di più immediata comprensione. Ma proprio per questo possono prestarsi a qualche fraintendimento. Infatti, la ricerca attraverso la letteratura mericiana da una parte, e d’altra parte una discreta esperienza in materia, mi hanno fatta incontrare con delle interpretazioni che non erano forse proprie negli intendimenti della Madre. Tuttavia bisogna riconoscere che, se Ricordi e Legati avessero continuato a costituire esclusivamente un’opera specifica per le governatrici, la loro funzione si sarebbe probabilmente esaurita in breve, ristretta a quelle quattro, poi otto colonnelle, a quelle cinque, poi nove matrone, che avevano l’incarico di governare la Compagnia. Documenti esoterici, dunque, riservati a poche “addette ai lavori”, che li avrebbero custoditi gelosamente anziché divulgarli. Intervenne – e in questo caso dobbiamo dire “per fortuna” – la riforma borromaica. Prese i Ricordi e li inserì negli ordinamenti per il governo che si trovano nella Regola dopo il testo per così dire “mericiano”. Bisogna ancora riconoscere che non fu una soluzione esaltante perché vennero inseriti nel capitolo destinato alle “avvisatrici”. Queste potevano essere tanto vergini che vedove. Non si sa esattamente chi fossero, né chi le avesse istituite. Forse Isabetta Prato? Svolgevano compiti da “postine”, cioè appunto da “avvisatrici”, e non certo da “formatrici”. Per di più, nella trasposizione i Ricordi subirono ritocchi mortificanti: manipolato il testo, diluito il pensiero, l’afflato profetico spento. La poesia, che vibrava in alcune espressioni, fu parafrasata prosaicamente. In altre Regole, derivate da quella di Brescia così ritoccata, i Ricordi si trovano ancora più ridotti. Non saprei dire di più, per i secoli dal XVI al XVIII. Una storia dei testi mericiani non è ancora stata scritta. Ma la linfa vitale dei Ricordi aveva una sua vitalità irresistibile. Quanto dei Ricordi era passato nella Regola di Tournon, fu raccolto dall’Ordine di Sant’Orsola, che avrebbe portato nel mondo intero il nome e la fama di Angela Merici. Quel poco bastò per qualificare la pedagogia delle Orsoline, (senza questo c’era il pericolo che andassero perduti come la Trivulziana, in ogni caso per lungo tempo dimenticati) dandole un’impronta inconfondibile: spirito soprannaturale e atmosfera di famiglia, fiducia e vigilanza. Affetto materno delicato e forte, ottimismo e prudenza, comprensione e fermezza. Educazione personalizzata sempre, come Angela aveva voluto che fosse la formazione nell’ambito della Compagnia. Poi venne il ‘700; anzi, la metà del ‘700, con la madre M. Luisa Schiantarelli, promotrice della causa di canonizzazione di Angela Merici. La ricerca dei documenti mericiani, voluta dalle norme del processo canonico, doveva condurre lentamente alla loro riscoperta e alla loro rilettura nel testo originario.


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Per la divulgazione, ritengo che dovette contribuire in misura particolarmente efficace l’opera di Filippo Maria Salvatori, pubblicata a Roma nel 1807, in occasione della canonizzazione. In appendice alla sua “Vita della santa madre Angela Merici fondatrice della Compagnia di S. Orsola, ossia dell’Istituto delle Orsoline”, il Salvatori pubblicò per la prima volta i Ricordi e il Testamento, prendendoli dagli Atti del Processo. Conosciuti finalmente nella loro stesura originaria a poco a poco essi alimentarono la letteratura mericiana; più che al governo vennero applicati all’azione educativa propria delle Orsoline. Diventarono la “magna charta” della loro pedagogia e come tali suscitarono l’interesse degli studiosi. Si incominciò a guardare ad Angela Merici come a un’educatrice che aveva precorso i tempi. Le si assegnò un posto nella storia dell’educazione. Sovrapponendo a quel poco che si sapeva dell’attività svolta da lei, l’immagine-tipo dell’Orsolina quale era conosciuta in Europa e in America, cioè l’immagine dell’educatrice, si vide nella Madre il prototipo dell’Orsolinainsegnante. Fu una sovrapposizione insieme felice e infelice, Infelice perché fissò la figura di Angela Merici entro una formula che non le si addiceva se non in senso lato, quella, cioè, della maestra di scuola. E Angela, invece, non aveva mai fatto scuola. Felice perché il suo messaggio di fiducia e di speranza nelle risorse dell’individuo, raccolto dalle sue figlie, valicò i confini geografici della piccola regione italica e si diffuse nel mondo, acquistandole una fama che le spettava a buon diritto. Divennero oggetto d’analisi e d’ammirazione quei criteri che la Madre aveva posto alla base del processo di formazione spirituale affidato alle donne di governo. Affondando le loro radici nella realtà perenne dell’uomo, quei criteri erano di una attualità perenne. Perché Angela Merici, che aveva profondo il senso di Dio, aveva profondo anche il senso dell’uomo. Educatrice nata, si rivelava, attraverso i suoi Scritti, una autentica maestra di vita. Questo spiega perché Ricordi e Testamento vennero letti in chiave soprattutto pedagogica, e tuttora fanno oggetto di studio da questa specifica angolazione. Ed è una lettura valida e incontestabile di quelle opere, purché non si facciano confusioni quanto ai loro destinatari né quanto alla loro finalità. In questi ultimi decenni sono stati letti anche in un’ottica diversa: dal punto di vista psicologico, sia per mettere in risalto la finezza d’intuizione della Madre e i criteri di una sana psicologia applicati all’educazione, e sia per ricostruire la personalità stessa della Madre. Sicuramente un’indagine approfondita, condotta in questa direzione anche giovandosi di una analisi lessicale e sintattica, potrebbe portar in luce ulteriori aspetti di una così ricca personalità. Le Orsoline, però, in genere sanno che i Ricordi sono destinati alle loro governatrici. E qui dobbiamo fare attenzione e non lasciarci contagiare dalla mentalità corrente. Ricordi e Legati, infatti, potrebbero essere presi come base di valutazione critica del governo non solo da parte delle dirette interessate, ma anche da parte di quelle che una volta si chiamavano “suddite”.


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In questi ultimi decenni, infatti, un certo spirito secolaresco ha investito anche i religiosi e le anime consacrate, minacciando di abbattere alcuni antichi baluardi che un tempo erano parsi inespugnabili: lo spirito di fede, la virtù dell’obbedienza, l’abbandono alla provvidenza di Dio, l’umiltà, la mortificazione… Un vento di dissacrazione, in nome di “sacrosanti” diritti della persona umana, ha investito un po’ tutti e tutto, liberalizzando lo spirito di critica. Allora potrebbe sopravvenire la tentazione di usare Ricordi e Testamento come cartina al tornasole, per valutare i superiori e il loro operato, confrontandoli con quello che dovrebbero essere secondo l’insegnamento della Madre… Col rischio di compromettere anche quella “verginità mericiana” che è verginità dello spirito senza defezioni nel campo della carità. Non ho trovato, invece, che si sia dato sufficiente spazio a una lettura in chiave storica; la sola che, situando Ricordi e Legati nel contesto concreto della Compagnia delle origini, avrebbe aiutato a capirli per quello che erano: semplici suggerimenti alle “superiore-madri” per guidare le figlie lungo l’itinerario spirituale che la Regola propone, ma che poi ciascuna deve vivere in prima persona. Non un metodo ridotto a formule fisse, generalizzate, da applicare automaticamente, ma una traccia discreta per una formazione che si inserisca nel progetto di Dio e lo aiuti a realizzarsi. Progetto che è quello della conformità a Cristo per aderire a lui con animo di sposa. E noi? I Ricordi sono fatti anche per noi? Ma par proprio di poter affermare di sì. Quale che sia la chiave di lettura, Regola, Ricordi e Testamento propongono uno stile mericiano di comportamento, sia con Dio che con i fratelli. Io vorrei proporre di sostituire la parola “comportamento” con la parola “comunione”, e vorrei suggerire: rileggiamo, meditiamo, “preghiamo” gli Scritti mericiani in termini di “comunione”. Comunione con Dio, comunione con i fratelli e – perché no? – comunione con noi stessi. Mi spiego. “Comunione” mi sembra esprimere meglio di altre parole l’anelito della vergine di sant’Orsola verso lo Sposo, il suo sforzo per conformarsi a Lui, la sua disponibilità in vista della maternità spirituale. E mi pare che “comunione” traduca bene quell’ansia di unità che pungeva Angela quando dettava il suo estremo messaggio alle colonnelle e alle matrone. Quanto, poi, alla “comunione con se stessi”, ognuno conosce le difficoltà ad accettare se stessi come si è; ognuno sperimenta l’incompatibilità fra la volontà di bene e le opposte passioni e tensioni che talvolta dividono l’anima. Ognuno sa come sia difficile in talune circostanze convivere con se stessi. E come si possa arrivare a un accordo di pace solo mediante lo spogliamento di sé e l’abbandono all’amore. Io cercherò soltanto di spiegare i Ricordi, parola per parola. A ciascuna, poi, di trovare nell’intimità con Dio e nella meditazione dei Ricordi di sant’Angela il proprio modo di essere creatura di comunione. *************** Una breve premessa di carattere dottrinale. Paolo e Giovanni hanno reso più evidente la comunione del cristiano alle tre persone della SS. Trinità: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (I Jo


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1,3). “Fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione col Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro” (1 Cor. 1,9). “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13). Non è più la comunità nazionale che diventa comunità di Jahweh, come era accaduto nell’Antico Testamento. Con la venuta di Cristo, che assume la natura comune a tutti gli uomini, la comunione con Dio diventa una realtà. Gesù Cristo dà al cristiano di partecipare alla sua natura divina ( Petr 1,4), di risorgere insieme a Lui (Rm 6,4-5). L’eucarestia, comunione al corpo e al sangue di Cristo,fa di noi un corpo solo(1 Cor 10,16-17); ci riunisce nel Cristo: “io sono nel Padre, e voi in me e io in voi” (Jo 14,20). Se ripercorriamo la Regola tenendo presente allo spirito questa premessa, non faticheremo a rilevare gli elementi mericiani della nostra comunione col Padre, col Figlio, con lo Spirito Santo. Fondamento di questo discorso è la sintesi stessa della spiritualità mericiana: la nostra relazione sponsale con Cristo. Cristo è il Figlio dell’Altissimo, colui che sta “nell’alto cielo alla destra del Padre” (5 Ric); colui che è “l’immortal Figliolo dell’eterno Dio” (4° Leg). La nostra condizione di figli del Padre dei cieli, propria di ogni battezzato, si arricchisce allora di una dimensione nuova; fra noi e il Padre dei cieli si instaura una relazione affettiva diversa: per il Padre io sono colei che il Figlio ha scelto come sposa. La comunione col Figlio… ricordiamo il Prologo della Regola? “Elette ad essere vere et intatte spose del Figliolo di Dio…” “chiamate a tal gloria di vita che siamo spose del Figliol di Dio…” “vere spose dell’Altissimo…”. Non c’è comunione più intima che fra due sposi che si amano e si intendono e si donano reciprocamente. E quel loro donarsi è il principio della loro fecondità. Un modo nuovo d’amare è entrato nella mia vita di donna, il giorno in cui gli ho detto di sì. Una capacità nuova di dedizione. Un bisogno nuovo di far conoscere agli altri l’amore del mio Signore per me e l’amore del mio Signore per loro. E’ sbocciata la mia maternità. E da allora io posso comprendere e far mia la parola di Giovanni: “Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (I Jo 1,3). “Queste cose vi scriviamo perché la nostra gioia sia perfetta” (ib, 4). L’amore di Cristo ha dilatato la mia capacità d’amare, fino ad abbracciare il mondo. Perciò devo dedicarmi alla salvezza degli altri, alla gioia degli altri, alla crescita spirituale degli altri. Con un’azione diretta o indiretta, non conta. E, per far questo, non mi occorre un mandato canonico, non occorre che io sia superiora o insegnante, o maestra di formazione, o animatrice parrocchiale. Bisogna che io sia innamorata di Cristo, che io lo contempli nell’orazione, che lo ami nel dono di tutta me stessa. Allora sarà per me un bisogno dell’anima annunciarlo a tutti i fratelli, e prima di tutto alle mie sorelle, con la testimonianza della vita… In questo senso, sarò messaggera della buona novella del suo amore e diventerò artefice della gioia comunitaria. A questo punto vorrei suggerire un’altra parola, per sintetizzare il carattere che dovrebbe avere la nostra presenza agli altri sotto l’azione misteriosa della grazia; per esprimere, cioè, in termini mericiani la nostra maternità spirituale. Poiché è proprio la maternità spirituale che ci completa e ci realizza anche come donne.


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Qui mi vengono spontanee alla mente le parole di Paolo, nella seconda lettera ai Corinti, (cap. 3, v. 3); “voi siete una lettera di Cristo composta da noi; scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente; non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori”. Chiedo venia a san Paolo se userò questa immagine con una certa libertà. Cristiano, lettera di Cristo composta da Paolo per la forza dello Spirito del Dio vivo. E aveva tutti i motivi, Paolo, per dirlo: lui aveva portato Cristo alla Chiesa di Corinto. Io dirò: cristiano è colui che porta Cristo scritto nell’anima e nella vita. Glielo scrive il battesimo, ma poi gli eventi lo sbiadiscono, o lo cancellano addirittura. E il cristiano non è più lettera di Cristo: Noi dobbiamo aiutare l’uomo a “scrivere Cristo” dentro di sé. Noi dobbiamo “scrivere e riscrivere Cristo” in chiunque avviciniamo, così che l’impronta battesimale riprenda la sua vitalità. Noi qui siamo tutte Orsoline: che vuol dire, secondo la tradizione, “educatrici”. E più precisamente, “educatrici della fede”. Le religiose, con l’insegnamento e con tutte le attività che oggi abbraccia il termine “educazione”: le secolari, con la loro catechesi organizzata o spicciola, impartita con la loro presenza nella famiglia, col loro modo di vivere nel mondo senza essere del mondo, con la loro testimonianza di consacrate in una realtà che è così spesso “sconsacrata”. E allora, da “educatrici della fede”, in nome della nostra maternità che deriva dalla nostra comunione con Cristo, dobbiamo far crescere Cristo negli altri. Come Paolo, dobbiamo farci autentiche “evangelizzatrici”. Tutte noi, così come siamo, al posto che occupiamo, con quel poco che sappiamo o che facciamo, in povertà di mezzi e di capacità, anche senza autorità di governo ma forti della grazia di Dio, siamo chiamate a far crescere Cristo in coloro che avviciniamo. Dobbiamo “scrivere” Cristo nei cuori, con la forza creatrice di quello spirito di Dio che vive dentro di noi, e parla dentro di noi. Vivendo con lui in una comunione fatta d’ascolto e d’esecuzione. Se tale dev’essere la vita dell’orsolina, nessuna può sentirsi esclusa dal numero delle destinatarie dei Ricordi. I Ricordi non sono dunque riservati solo alle superiore, alle formatrici e alle educatrici di scuola, ma sono per tutte noi. Sono diretti a tutte noi per aiutarci ad esercitare la nostra maternità spirituale, a far crescere Cristo nel cuore del nostro prossimo. Sono diretti a noi per guidarci a compiere, con discrezione e con intelligenza, la nostra piccola-grande missione di animatrici spirituali del nostro mondo. La Regola ci ha indicato, l’anno scorso, come pervenire all’intimità con le persone della Trinità beata. I Ricordi ci insegneranno, spero, il comportamento da tenere nei confronti di quella fecondità che ne deriva, così che possiamo essere davvero creature di comunione. I Ricordi della Madre, letti, e meditati, e pregati individualmente, nel segreto del cuore, per aiutarci a “scrivere Cristo” nel nostro prossimo, con la grazia dello Spirito del Dio vivente. I Ricordi della Madre, letti, e meditati, e pregati individualmente, nel segreto del cuore, per un esame spassionato della nostra comunione con l’autorità e della nostra comunione col prossimo.


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I Ricordi della Madre, letti, e meditati, e pregati individualmente, nel segreto del cuore, per aiutarci a “scrivere Cristo” nella nostra stessa vita, quando, nei momenti difficili, nelle svolte importanti, nelle ore che esigono chiarezza di discernimento e coraggio di decisione, ci sentiamo, o ci troviamo davvero, sole e senza guida. Ci daranno luce affinché noi stesse possiamo essere guida ai nostri passi, nonostante le difficoltà del cammino. Ci aiuteranno ad intervenire presso noi stesse come interverremmo presso le persone affidate alla nostra responsabilità, o alle nostre cure, o al nostro insegnamento, o alla nostra opera di formazione, o al nostro zelo apostolico. Ci sosterranno nel nostro sforzo di formazione permanente, fino alla perfetta comunione col nostro io più profondo, aiutandoci ad armonizzare le nostre passioni, a pacificare le nostre tensioni interiori, ad unificare tutte le nostre potenze dello spirito. Sarà, quello, il momento in cui vedremo lo Sposo, a faccia a faccia. E ci inabisseremo nella contemplazione beata della Trinità.


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14. INTRODUZIONE AL “TESTAMENTO” Conversazione tenuta a Somasca nel 1989, alle Orsoline partecipanti ad una riunione organizzata dalla CIM nel quadro di una serie di studi sugli scritti mericiani. E’ l’ultimo anno del nostro ciclo di studi mericiani (meglio, di “preghiera” mericiana!), che noi abbiamo vissuto insieme. Durante il primo anno la “Regola” ci ha aiutate a capire la parabola del tesoro nascosto nel campo e quello della perla, per i quali vale la pena di vendere tutto quello che si ha (Mt 13, 44-45). E ci ha messe in guardia dal comportarci come il giovane ricco, che Gesù inutilmente guarda con amore Mc 10,21), e che preferisce tenersi i propri beni e lasciar perdere la sequela di Cristo. Il secondo anno abbiamo letto i “Ricordi” in chiave di dialogo col prossimo, come se tutte fossimo nello stesso tempo e colonnelle e semplici membri della Compagnia, e come se dovessimo vivere i “Ricordi” da questa duplice angolazione, dialogando coi superiori, con gli inferiori e anche con noi stesse. E quest’anno? Il “Testamento” – lo avrete rilevato già voi stesse – non appare altrettanto entusiasmante. Angela lo detta per le Matrone, e queste non sono vergini consacrate, non sono “figlie” della sua maternità. Sono “Madri, nobili matrone”, “sorelle e madri onorande”, ma non “figlie”. E a loro non può parlare come a membri della Compagnia. Per quanto le siano devote, per quanto si impegnino a servirla, tuttavia non possono comprenderne a fondo la spiritualità. Hanno i loro doveri di società, hanno la gestione del patrimonio famigliare da seguire, alcune hanno dei figli, tutte hanno il personale di servizio da governare… E’ già molto che accettino di rappresentare la Compagnia esponendo il loro buon nome, di vigilare affinché non succedano disordini, di occuparsene da vicino partecipando alle sedute di consiglio e di amministrazione. La loro funzione è disciplinare in senso lato: fare in modo che quelle “buone figlie” non facciano parlare di sé in male, che non siano motivo di scandalo, che facciano giudizio. Quanto all’essere “vere e intatte spose di Gesù Cristo”, e quanto alla formazione interiore delle vergini, ci sono le colonnelle che devono occuparsene. Questo spiega il tono e i contenuti del Testamento. Angela non può condividere con loro il suo mondo interiore; deve limitarsi a dettare delle norme per un vertice di governo. Così i Legati sono più vicini a norme pedagogiche di quanto non lo fossero i “Ricordi”. I Legati si leggono e si commentano in fretta; non offrono materia di grande meditazione o di preghiera. D’altra parte, questa settimana segna per qualcuna il culmine di un cammino mericiano affrontato con “grande e bramoso cuore” (cfr. Rg, Prol.). Così propongo a tutte di fare di questi giorni un vero momento di riflessione e di rinnovamento, in modo da fissare un punto di partenza e un punto di riferimento capitali. Così, oltre al Testamento, ho cercato altri temi mericiani da considerare e del pregare insieme. In questi ultimi anni, grazie anche alle pubblicazioni su S. Angela, a corsi e a conferenze mericiane, abbiamo ripreso (o preso) consapevolezza del nostro carisma,


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che è quello di rendere presente nella Chiesa il volto del Cristo sposo , del Dio che ama per primo e attua stupende iniziative d’amore, e chiama all’intimità sponsale con Lui. Da questo carisma, frutto dello Spirito Santo, derivano la spiritualità e lo stile di vita che Angela ci ha legato. La lettera apostolica “Mulieris dignitatem”, che si rivolge a tutto il popolo di Dio, dice che “nella Chiesa ogni essere umano - maschio e femmina - è la ‘Sposa’ in quanto accoglie in dono l’amore di Cristo redentore, come pure in quanto cerca di rispondervi col dono della propria persona” (n. 25). E aggiunge che “questo si fa nello Spirito Santo” (n. 27). Se questo vale per tutti i cristiani, a maggior ragione vale per i consacrati che hanno abbracciato la castità per il Regno dei cieli e si danno a Cristo con cuore indiviso. “Essi davanti a tutti i fedeli sono un richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come unico sposo” (Perfectae Caritatis, 12). “I Religiosi - detta la costituzione dogmatica Lumen Gentium - pongano ogni cura affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno meglio a presentare Cristo ai fedeli e agli infedeli, o mentre Egli contempla sul monte, o annunzia il Regno di Dio alle turbe, o risana i malati e i feriti e converte a miglior vita i peccatori, o benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, e sempre obbedisce alla volontà del Padre che lo ha mandato” (LG, 46). Ma qui bisogna dire che la nostra vocazione propria, secondo il messaggio di Santa Angela, è ancora un’altra. Il mistero specifico di Cristo che noi dobbiamo rappresentare nella Chiesa è ben precisato: è quello del Cristo.sposo. La relazione sponsale con Cristo è un elemento costituzionale per l’Orsolina. Perciò noi non abbiamo motivo di temere le crisi d’identità. La nostra identità consiste nell’essere spose di Cristo, e Cristo è per noi lo Sposo. E’ anche a questo titolo che noi veniamo introdotte nella comunione del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. E il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che abitano dentro di noi a loro volta ci amano non solo perché siamo figlie di Dio, ma perché il nostro cuore indiviso per amore di Dio ci rende disponibili alla fecondità. “L’amore sponsale - detta infatti la lettera apostolica sulla donna - comporta sempre una singolare disponibilità ad essere riversato su quanti si trovano nel raggio della sua azione. Nel matrimonio questa disponibilità, pur essendo aperta a tutti, consiste in particolare nell’amore che i genitori donano ai figli. Nella verginità questa disponibilità è aperta a tutti gli uomini, abbracciati dall’amore di Cristo sposo” (n. 21). Ancora una volta, se questo vale per tutti i consacrati, credo che valga in maniera particolare e specifica per noi orsoline. Angela ha ricevuto da Dio questa precisa missione: portare la donna a incontrare Cristo da sposa a Sposo. Questo incontro da sposa a Sposo non è solo una proposta, ma una norma di vita: siete state elette ad essere “vere e intatte spose del Figliolo di Dio”, e Dio si è fatto “Amatore”, cioè “innamorato” di tutte e di ciascuna. E l’amore fra noi e Lui è amore sponsale, con tutto ciò che ha di analogo, di simile all’amore sponsale dei coniugi umani, e con quel margine di non-somiglianza che deriva dalla distanza infinita che intercorre tra Dio e noi.


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Se vogliamo incarnare il nostro carisma di Orsoline dobbiamo rendere vera ed attuale la nostra relazione sponsale con Cristo, realizzando con Lui un rapporto di coppia, facendo nostri i suoi interessi e condividendo la sua azione di glorificazione e di rivelazione del Padre, secondo la nostra piccola misura umana. E un rapporto di coppia partecipando alla sua azione salvifica cooperando all’edificazione della comunità cristiana. Cristo ci coinvolge da spose nella sua vita, e per Lui partecipiamo per grazia alla vita della Trinità Beata. Ora: la Trinità è la prima vergine; anzi, è “la vergine” in assoluto. Ed è, nello stesso tempo, il principio di ogni fecondità, per quella generazione del Verbo che si compie in un eterno presente, per quella spirazione d’amore che in un eterno presente procede dal Padre e dal Figlio, ed è persona come il Padre e come il Figlio, ed è lo Spirito Santo. Allora, se noi entriamo in comunione con loro - come la creatura può entrare in comunione con Dio in una distanza infinita - e ci entriamo da spose, la nostra verginità non sarà destinata alla sterilità. Dio è amore. E l’amore è per sua natura espansivo. La relazione sponsale trova il suo compimento nella fecondità. Anche il nostro incontro nuziale con Cristo si consumerà nella maternità. La verginità per il Regno ci apre all’esperienza di una maternità diversa da quella fisica: la maternità secondo lo spirito. E questa non ha limiti. Si tratta di conoscere i termini entro cui essa si compie e si manifesta. A proposito di questa maternità, la lettera apostolica parla di sollecitudine per gli uomini; esercitando questa sollecitudine, la donna consacrata ritrova in loro lo Sposo (cfr. n. 21). “In rapporto a Cristo, che è il Redentore di tutti e di ciascuno, l’amore sponsale, il cui potenziale materno si nasconde nel cuore della donna-sposa verginale, è anche disposto ad aprirsi a tutti e a ciascuno…” (n. 21). Così le diverse vocazioni verginali offrono possibilità di una multiforme maternità spirituale. Però i termini di questa maternità non vengono ulteriormente approfonditi ed espressi. La maternità spirituale - a mio parere - è più che un amore, o non solo un amore che si apre ai fratelli “abbracciati dall’amore del Cristo Sposo” (ibid). Maternità è anche mettere al mondo. La Chiesa è madre “poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figlioli concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio” (LG 64). Noi, certo, non possiamo essere madri allo stesso titolo. Noi non abbiamo né in proprio né per delega la gestione dei sacramenti, noi non possiamo far nascere alla grazia. Però abbiamo lo Spirito Santo che vive e opera dentro di noi. E lo Spirito Santo è “colui che da’ la vita” (Dominum et vivificantem, n. 64), Lo Spirito creatore e santificatore. Con lui noi possiamo cooperare come strumenti docili affinché Dio nasca e rinasca nelle sue creature. Possiamo portare i nostri fratelli in cuore. Portarli nel grembo del cuore, nel silenzio nella pazienza delle lunghe attese, e soffrire le doglie per una maternità che fatica a compiersi, e poi penare per far crescere, e poi sopportare le delusioni, le frustrazioni, le incomprensioni. E in un atteggiamento interiore d’amore, mantenuto a prezzo dell’oblio di noi stesse, continuare a donarci e a donare. Con la grazia dello Spirito Santo noi possiamo accogliere in noi Cristo, Verbo eterno del Padre, Parola di verità. E lo Spirito Santo, “luce beatissima”, ci aiuta a


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comprendere questa Parola eterna, a custodirla dentro di noi, a portarla agli altri. Portarla agli altri è un modo di esercitare la nostra maternità, se la portiamo non già con la pretesa del maestro che insegna, ma con l’animo di chi per amore vuol partecipare agli altri una conoscenza che è frutto d’amore. Dio potrebbe agire direttamente, senza strumenti e senza mediazioni. Ma Dio vuol aver bisogno degli uomini. Dio ha bisogno di me e di te…Nelle sue mani diventiamo feconde. Diventiamo madri, di una maternità che si esprime appunto nella nostra docilità di strumenti, e si traduce in evangelizzazione. Come lo Sposo, per amore di Lui e forti del suo Spirito, annunciamo agli uomini la “buona novella” dell’amore di Dio e della redenzione dal peccato. E’ vero che questo fa parte del destino di ogni cristiano che si offre e si abbandona all’azione di Dio. Ma la spiritualità di questo offrirsi differisce per ciascuno, secondo che si guardi a Dio come provvidenza, a maestro, a medico, a padre degli orfani o dei poveri… e quindi a seconda del modo di incontrarlo e di mettersi alla sua sequela. Il nostro incontro con Dio ha una connotazione ben precisa: è un incontro nuziale, e la nostra spiritualità è un spiritualità sponsale. Perciò noi dobbiamo essere uno strumento “amoroso” nelle mani di Dio, e non soltanto uno strumento di servizio. Siamo entrate “allegramente” nella famiglia mericiana; facciamo “vita nuova”; portiamo in cuore la primavera dell’innamoramento e ci industriamo per piacere il più possibile al nostro Sposo. Tutto questo ci deve orientare nell’esercizio della nostra maternità. Angela si è sentita strumento: “Essendogli piaciuto… di adoperare a tale e tanta sua opera me come mezzo suo…” (mezzo = strumento, arnese) (Ts, pr.). Strumento dell’amore di Dio che l’ha fatta madre e viva e morta della Compagnia. Angela sa di essere diventata madre proprio perché si è lasciata usare come uno strumento docile e amante. Per realizzare questa disponibilità verso lo Sposo, per attuare questa docilità allo Spirito che porta a diventare madri, bisogna essere spogliati sopra tutto di se stessi, e aver acquisito una libertà interiore assoluta mediante la pratica coraggiosa dei consigli evangelici. E non con animo servile, ma per l’amore che dobbiamo a Cristo, l’uomo della nostra vita. “Mi hai sedotta, Signore, e io mi sono lasciate sedurre…” (Ger 20,7). Sedotta, affascinata, con tutta la ricchezza della nostra femminilità, con la creatività del nostro io più profondo, col cuore e la mente pieni di Lui. Di Lui che diventa sempre più il perché della nostra vita, l’oggetto dei nostri pensieri e dei nostri discorsi. Non per niente il Nassino scrisse di Angela che “a tutti predicava la fede del sommo Dio”. E con la sua parola “infocata”, come la definisce il Cozzano, Angela attuò un’azione evangelizzatrice a vastissimo raggio. Parole di consiglio, di pace, di ammonimento, di fede. Parole attraverso cui passava Dio, con la sua luce, o il suo coraggio, o il suo conforto. Come mai la parola di Angela era tanto efficace da suscitare conversioni durature? Appunto perché, con la sua purità interiore, col suo spogliamento da ogni attacco, con la sua adesione alla volontà di Dio era diventata una voce per la Parola incarnata; e Cristo, passando per quella voce, agiva sulle coscienze e le trasformava, e toccava i cuori. Maternità della parola… Purità interiore, spogliamento da ogni attacco, adesione alla volontà di Dio, Angela li aveva conquistati con le austerità e il rinnegamento di sé, coi lunghi digiuni


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e le penitenze abbracciati per vivere come aveva vissuto il suo Amore, restando vicina a Lui al Getsemani e al Calvario per compiere in se stessa quello che mancava alla sua passione. Per partecipare alla sua missione di redentore impetrando perdono e misericordia per l’umanità peccatrice. Fu un’altra espressione della sua maternità: la maternità attraverso l’azione: la penitenza dei pellegrinaggi, il viaggio a Solferino presso un sovrano spietato per salvare la dignità di un uomo, il coraggio di affrontare due uomini violenti per metterli in pace, e poi le opere di misericordia corporali e spirituali cui erano tenuti i buoni cristiani. E soprattutto la sfida lanciata all’opinione pubblica raggruppando tante vergini in nome di un amore che la gente riteneva impossibile. E poi anni e anni di una vita senza storia, ma eroicamente cristiana così da suscitare l’ammirazione della piccola gente e degli uomini di Chiesa. E di Francesco Sforza. Una maternità fatta di coerenza in uno stile di vita che, dando credibilità alle sue parole, guidava a Dio. Perché le parole talvolta non costano molto,e, se non sono sostenute dalla testimonianza di una vita autenticamente virtuosa e santa, lasciano il tempo che trovano. Angela invece convertiva, e convertiva per davvero. E tutto con una amabilità, con una piacevolezza, con un rispetto che lasciavano trasparire la presenza in lei di un Altro che la guidava e l’animava. La Sposa, nella lunga convivenza con lo Sposo, aveva finito per ritrarre in sé i lineamenti dell’amore paziente e persuasivo di Dio. Il segreto di tanta coerenza nella vita quotidiana, di tanta perseveranza nella penitenza, di tanta piacevolezza materna, di tanta efficacia nella parola, il segreto soprattutto di quella sua fecondità per cui oggi siamo migliaia a chiamarla Madre, era legato al suo “essere” di vergine-sposa, che, nell’intimità dello Sposo, riceveva il carisma che la faceva vergine-sposa-madre. “Manete in me, et ego in vobis… qui manet in me et ego in eo, hic fert fructum multum…” (Jo 15,4-5). “Manete in me…” e Angela era rimasta in Lui con l’innamoramento, con la contemplazione, guardando tutta la realtà da quella divina postazione che era il cuore del suo “Amatore”. E quindi vedendo il mondo intero come un mondo da rigenerare, comprese le “meschine creature che come cieche non conoscono Dio”, e per salvare le quali vale la pena di sacrificare la vita. Anche a noi Cristo dice: “Manete in me”. Ed è prima di tutto un invito a vivere in grazia di Dio, una vita tutta centrata in Lui e vivificata dalle virtù teologali. Una vita tutta verginale. Allora non sarà inutile, prima di pensare alla nostra maternità spirituale e di provare legittima gioia, ricordare le esigenze della verginità come la concepisce sant’Angela e come ci chiede di praticarla nel cap. IX della Regola manoscritta, X dell’ed. Turlino. Perché la verginità mericiana, per noi, ha un senso tutto particolare. E’ la condizione indispensabile per la nostra relazione sponsale con Cristo e non si accontenta dell’integrità fisica, ma vuole l’integrità dello spirito tutto raccolto nella sua unità interiore, e non dis-tratto,non tirato fuori da Dio. “Manete in me…” Verginità che è purità di coscienza. Che è vittoria sull’egoismo e sull’amor proprio. Che fa custodire pura la coscienza. Verginità che non ammette pensieri di cattiveria né ombre d’invidia…. Né malevolenza…né discordia… né sospetti…


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Verginità che non fa concessioni all’ambiguità né ai sottili raggiri dell’orgoglio… e non cede alla scontrosità… alla mormorazione… Verginità che dobbiamo continuamente ricostituire dentro di noi perché le mancanze di carità sono generalmente quelle che ci sfuggono più facilmente. Dio, che è carità, ci aiuterà a riprenderci, purché da parte nostra ci impegniamo con umile, buona volontà. Allora partiamo da questa ultima considerazione per rinnovarci decisamente e prendere buone risoluzioni per l’avvenire. Rinnoviamoci nel modo di vivere la nostra verginità, proprio per ottenere la grazia di una ricca fecondità. E rinnoviamoci nel modo di vivere la nostra relazione sponsale con Cristo. Nutriamola di grazia santificante e di contemplazione, di preghiera e di sacrificio. Abbandoniamoci come strumento docile e generoso all’azione del suo Spirito, lasciamoci spogliare del nostro amor proprio per poter abbracciare, con Cristo nostro Sposo, il mondo intero che Lui è venuto a salvare. Leggeremo il Testamento di sant’Angela come norma di comportamento nell’esercizio della nostra maternità, cercando di tenerci noi stesse nell’abbraccio di Cristo per poter guardare i nostri fratelli dal punto di vista di Cristo, chiedendogli la grazia di poterli amare come li ama Lui. E per far questo cerchiamo di rimanere nel suo amore. Ascoltiamolo: “Manete in dilectione mea (Jo 15,9)… anche se non sentite nessuna dolcezza spirituale, anche se non passate attraverso esperienze esaltanti, anche se mettervi in preghiera vi costa molta fatica. Anche se mille noie e tanti problemi vi tirano fuori di me continuamente: La scuola, la spesa, l’ufficio, i piatti da lavare, i malati e i vecchi da curare, gli indumenti da rammendare… e via dicendo”. “Manete in dilectione mea: e se la contemplazione prolungata vi è impossibile, buttatemi un’occhiata ogni tanto. Un’occhiata, una stretta di mano… un pensierino fatto di poche parole. Le povere parole inconsapevolmente più grandi di noi: ‘Per te… Signore!… tesoro… Per le anime da salvare… per la Chiesa… per la pace nel mondo…’”. Il Verbo si è fatto carne. Si è fatto uomo e ci ama con un cuore d’uomo, e ci capisce con una sensibilità d’uomo. Capisce le nostre piccole, povere espressioni umane, e le nostre debolezze, e le nostre riprese. “Manete in dilectione mea: anche se vi sfugge un peccato, anche se vi prende la stizza, anche se vi vien voglia di scappare lontano da me… purché voi ritorniate presto presto in me, con le vostre piccole, povere espressioni umane: ‘Perdono… scusami, Signore, mi è scappato… sono una canaglia, ma tu riprendimi, Signore!’”. E poi ancora le parole inconsapevolmente più grandi di noi: “Non togliermi la certezza di esserti sposa nonostante tutto… non togliermi la speranza di salvarti dei figli con la mia penitenza, coi miei fioretti… col mio amore, con la mia preghiera…”. “Chi rimane in me porta gran frutto”. L’hai detto tu, Signore! Dammi la grazia di rimanere in te, affinché io porti il frutto della mia verginità, e la mia verginità sbocci in maternità”.


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15. U M I L T A’ Conferenza tenuta a Somasca. Data incerta. Che cos’è l’umiltà? Praticamente è uno sguardo di verità sulla creatura, davanti a Dio. E’ modestia che si oppone alla vanità e senso della misura che si oppone alla superbia. E’ conoscenza che diffida di sé per affidarsi alla salvezza che le viene da Dio. E, per chi ha fatto strada sul cammino della vita interiore, per chi ha seguito Cristo più da vicino, l’umiltà è servizio dei fratelli, è senso degli altri, è carità. E per sant’Angela, che cos’è l’umiltà? E’ tutto questo, secondo l’insegnamento di Gesù preso a modello.

Umiltà: sguardo di verità Il nostro “io”! Forse noi stesse per prime, vero?, non sappiamo fin dove arriva la nostra miseria, perché fin che vivremo non riusciremo mai a sapere fin dove arrivano la grazia preveniente di Dio, il suo aiuto, la sua misericordia… e l’abuso che ne abbiamo fatto. “Abyssus abyssum invocat” (Ps 42 (41), 8), e solo l’amore del Salvatore può coprire la moltitudine dei nostri peccati, L’introspezione potrebbe diventare angosciosa, se non ci guardassimo davanti a Dio di cui conosciamo la fedeltà. Anche sant’Angela esprime questo sentimento: “Ahimé, dolente! Che, entrando nel segreto del mio cuore, per la vergogna non ardisco alzare gli occhi al cielo, degna come sono d’esser divorata ancor viva nell’inferno poiché vedo in me tanti errori e tante cattive tendenze… Perciò sono costretta , giorno e notte… a innalzare grida al cielo, e a domandare misericordia e spazio di penitenza” (Rg, Orazione). Eppure lei sa di essere stata eletta ad essere madre e viva e morta della Compagnia e di averla ben governata, ma precisa subito: è stato per la sua immensa bontà; Lui m’ha dato la grazia di farlo (cfr Rc 3). Lui, nella sua infinita bontà, l’ha “adoperata” per un’opera così grande, benché lei fosse una “insufficientissima ed inutilissima serva” (cfr. Ts, prol..). Lungi dal compiacersi, riferisce tutto a Dio la dignità di cui è stata rivestita. Questo è lo “sguardo di verità” della Madre. Ed è lo stesso con cui vede anche noi: noi, “elette ad esser vere ed intatte spose del Figliol di Dio” (Rg, prol..), noi chiamate “a tal gloria di vita, che siamo spose del Figlio di Dio, e in cielo diventiamo regine” (ibid.). Non siamo state noi che ci siamo scelte; Dio ci ha scelte. E’ l’affermazione stessa di Cristo ai suoi discepoli e riportata da Giovanni (15,16). Angela è così profondamente impregnata di questa realtà che non manca di farvi spesso riferimento. Quanto a noi (non occorre che lo troviamo scritto, perché l’esperienza stessa ce l’ha insegnato), è certo che abbiamo una notevole potenzialità di negligenza, d’infedeltà, di peccato. Abbiamo motivo di umiliarci. L’umiltà è dunque l’atteggiamento che dovremmo avere come creature davanti al Dio tre volte Santo, nonostante la grandezza della nostra dignità di persone, di figli adottivi di Dio, e nonostante la grandezza della nostra vocazione. Del resto, chiede


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l’apostolo Paolo, “Chi ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (I Co 4,7). Fa attenzione, perché “se uno pensa di essere qualcosa, mentre non è nulla, inganna se stesso” (Ga 6,3). Noi siamo estremamente sensibili e facili a questo inganno. Anche perché ci dimentichiamo di una certa realtà storica. Ci fu Uno, prima di noi, che aveva tutto in sé perché era tutto. Prese su di sé i peccati dell’umanità, e invece di rimanere nei cieli scese sulla terra. E invece di scendere fra squilli di tromba e rulli di tamburi come si addice a un re, fece l’entrata solenne nella città regale a dorso d’un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma (Mt 21,5). Aveva vissuto fino a trent’anni da modesto operaio; dopo tre anni di alti e bassi andava a Gerusalemme per finire come un povero schiavo messo in croce.Senza difendersi e senza rivoltarsi. Aveva detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Pur essendo di natura divina, non aveva considerato un tesoro geloso la sua somiglianza con Dio, ma aveva spogliato se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, aveva umiliato se stesso facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. E per questo Dio l’aveva poi esaltato mettendogli ai piedi l’universo intero (cfr. Fil 2,6-11). Dopo un tal dramma, non abbiamo più diritto di voler dominare, di volerci affermare, di volerci “realizzare” alla grande. Perché “il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). E noi, pare, un giorno avevamo deciso di accompagnarci a Lui, persino di condividere il suo destino, come avviene in una coppia di sposi che si amano… Quando Angela vorrà dare una lezione di comportamento alle colonnelle, affinché nella loro ingenuità non abbiano a credersi importanti, raccomanderà loro: “non vi reputate degne di esser superiore e colonnelle, anzi tenetevi come ministre e serve…Imparate dal Signor nostro, il quale, mentre era in questo mondo, ci stette come servo, obbedendo al Padre eterno fino alla morte” (Rc 1). Si riafferma così la signoria di Dio e la nostra dipendenza da Lui, sul modello di Cristo medesimo, L’umiltà mericiana è il radicalismo evangelico. Affinché la nostra dipendenza da Dio sia autentica, dev’essere assoluta come fu quella di Cristo, culminante nella nudità totale del Calvario: spogliato di tutto, senza più dignità né libertà d’azione. Gli è rimasto solo il Padre, nelle cui mani rendere lo spirito dopo di essere spogliato anche della Madre facendone dono all’umanità. Ma è in quel momento che si ristabiliscono la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Nel momento in cui trovano la loro consacrazione e consumazione le parole di Cristo riportate da sant’Angela nel capitolo dell’obbedienza: “Non sono venuto per fare la mia volontà, ma quella del Padre che mi ha mandato”. Per affermare il primato di Dio nella nostra vita dobbiamo abbracciare la sua volontà, e abbracciarla nei termini in cui Dio l’ha specificamente espressa nei nostri confronti; è contenuta nelle grandi linee della Regola mericiana “divinamente ordinata” (Rc 7). Dunque, direbbe la Madre, umiltà e fedeltà: “abbracciamo questa santa Regola, che Dio per sua grazia ci ha offerto” (Rg, prologo),


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Una conseguenza non di poco conto di questo sguardo di verità su noi stesse che è l’umiltà; è l’accettazone di noi stesse. Siamo limitate, povere, incapaci? Lo ha già riconosciuto anche sant’Angela: l’uomo “fuori di Dio si vede povero di tutto, è proprio un niente”. Ma non ne ha fatto una tragedia, perché la soluzione c’è: “E in Dio ha ogni suo bene… e con Dio ha tutto…” (Rg, povertà). Deve solo tenersi coerentemente umile e non cercare motivi di compiacimento fuori di Dio; cose sperate o desiderate, averi, benessere, parentela, relazioni sociali, qualità personali, cultura. Queste sono le “proprietà” elencate nel capitolo della povertà: contando su di esse ne ricaviamo un certo senso di sicurezza, ne tiriamo l’impressione di essere qualcuno; ma intanto allentiamo la nostra dipendenza da Dio e finiamo col renderci insoddisfatte, insopportabili a noi stesse. E generalmente anche agli altri! L’umiltà, liberandoci dalla schiavitù delle cose che passano e dal personaggio di noi stessi (reale o immaginario), ci fa crescere in Dio.

Umiltà: modestia contro vanità L’umiltà è, cioè, senso della misura, virtù regolatrice di ogni nostro comportamento esteriore e di ogni movimento interiore. “Di là dal poco e di qua dal troppo… illibato costume, e segnatamente animo alieno dalla sregolatezza del senso e dell’orgoglio” vi direbbe il caro, vecchio Fanfani edizione 1865. E a proposito della vanità, ve la definisce così: “ciò che è inutile e frivolo… difetto di chi si perde in cose da nulla; e di chi fa pompa di qualche sua buona qualità per essere lodato e ammirato, e di chi si abbiglia con troppo studio per ben apparire”. Potremmo aggiungere (ma questo è già orgoglio) difetto di chi presume delle proprie capacità e virtù. Basterebbe una buona riflessione su queste due definizioni per orientare le nostre simpatie e i nostri sforzi verso la modestia e per scrollarci di dosso le varie possibili forme di vanità. Oggi, modestia si trova tradotto con “affabilità”, e mi va bene. Nel linguaggio mericiano, la modestia sembra avere le connotazioni di linearità di linguaggio; del resto, “modestia” non viene forse da “modus”, misura? Raccomanda nel capitolo della verginità di non “giurare”, cioè di non eccedere nelle parole facendo quasi violenza su di esse, ma di dire solamente, “con modestia”, sì si, no no, come Gesù ci ha insegnato. E la raccomanda ancora, nelle parole e nei rapporti col prossimo, insieme col buon senso: “E la conversazione col prossimo sia ragionevole e modesta, come dice san Paolo”. E qui cita il passo Paolino (Fl 4,5) “Modestia vestra nota sit omnibus”, interpretandolo poi così: la vostra modestia (che qui mi sembra significare mitezza), il vostro comportamento misurato e la vostra prudenza siano noti a tutti; e ogni azione e ogni parola siano oneste e gentili (Rg, verginità). Anche nel Ricordo 5° ritorna la modestia accompagnata dalla prudenza, con l’aggiunta del buon senso, e insieme la gentilezza e la sobrietà: “per le case si diportino bene, con buon senso, con prudenza e modestia; siano ammodo, e sobrie in ogni cosa” (cfr. Rc 5). In altre parole, modestia vuol dire anche discrezione.


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Quanto a “modestia” nel significato di un vestire semplice, che non vuol attirare gli sguardi né suscitare l’interesse del mondo, basta il capitolo della Regola sul “Come debbono andar vestite”. Al di là della terminologia e dei contenuti ovviamente datati, ci trovate discrezione, misura, garbo , dignità e senso degli altri; niente di provocante, bensì una sensibilità verginale che, pur ponendosi inevitabilmente come segno di contraddizione alle vanità e alle frivolezze mondane, ispira tuttavia rispetto per la persona e per ciò che essa può significare.

Umiltà: misura contro superbia Ricorro ancora una volta al mio Fanfani edizione 1865: “umiltà è virtù per la quale l’uomo si reputa da meno di quel che è, o per la quale deprime i movimenti del suo orgoglio”. Posso dissentire per la prima parte: umiltà non è necessariamente mettersi al di sotto di ciò che si è; basterebbe già non mettersi al di sopra, e non arrogarsi il diritto di giudicare gli altri considerandoli al di sotto di sé. Una giusta misura. Ma sono sicuramente d’accordo con la seconda parte della definizione: l’umiltà raffrena quella superbia che è tanto istintiva nell’uomo da costituirne, per così dire, la sua natura stessa. Superbia, coi sinonimi alterigia, orgoglio, presunzione, e sempre nel medesimo vocabolario, è “gonfiamento e alterezza di mente, per cui l’uomo presume ogni cosa dal poter proprio, e non apprezza nulla gli altri”. Di superbia ne abbiamo tutti: poiché Dio ci ha fatti grandi, ci sentiamo grandi; poiché ha messo in noi la capacità di volere, e anche di potere, non accettiamo facilmente l’imposizione di limiti a queste due facoltà. Solamente uno sguardo di verità su di noi, schietto, distaccato, impietoso può tenerci in equilibrio al nostro vero posto, farci vedere che cosa siamo in realtà se prescindiamo da Dio, e quindi indurci a frenare l’alta concezione che abbiamo di noi stessi. Ci è molto più congeniale reputarci grandi, almeno un pochino al di sopra degli altri, e sopravvalutare, o almeno far valere al massimo di fronte agli altri , le nostre qualità. E quanto più ne abbiamo di vere, tanto più siamo portate a metterle in mostra, e ce ne compiacciamo, e cerchiamo il modo di rivendicare loro la considerazione del prossimo. E Dio non voglia che ci comportiamo – su scala ridotta – come la gente del mondo, che pur di raggiungere i primi posti scende a qualsiasi compromesso. Angela, che ha una rara conoscenza del cuore umano, intuisce le tentazioni e i ripieghi della superbia, i mezzucci cui essa ricorre, le giustificazioni in cui si rifugia. Rileggiamo nel 6° Ricordo le raccomandazioni alle colonnelle. Si tratta di un richiamo al loro dovere di essere esemplari nella vita. Ma implicito c’è un insegnamento di umiltà. Nella loro ingenuità, potrebbero pensare che la carica di superiore locali le pone al di sopra delle semplici figlie della Compagnia, e magari anche al di sopra della Regola. Dovranno invece essere un modello di virtù, e adeguarsi possibilmente al tenore di vita delle vergini a loro affidate. Questo lascia supporre che qualcuna di loro fosse di condizione sociale superiore, il che, aggiudicandosi al loro titolo di colonnelle, avrebbero potuto esporle alla tentazione di fare un po’ – come si suol dire – le singolari. Invece avrebbero dovuto


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conformarsi alle altre nel comportamento, nel vestito, nel praticare le virtù, nel frequentare i sacramenti (cfr. Rc 6). La motivazione evidente, e che Angela esprime chiaramente, è quella dell’edificazione delle vergini. Noi possiamo trarne un’altra lezione: nemmeno una carica mette al di sopra degli altri né esonera dalla Regola, ma piuttosto impegna ad una osservanza più perfetta. Fra le pieghe dell’animo può insinuarsi una tentazione che ha tutte le apparenze e i crismi della virtù, ed è invece una sottile suggestione della superbia: il convincimento di poter fare grandi cose nella sfera dello spirito contando sulle proprie forze, e senza una particolare grazia preveniente di Dio . Di qui gli slanci inconsulti, le promesse avventate, gli impegni assunti senza il debito discernimento. Angela viene a stanare dalla piega nascosta quel bel fiore di superbia, e lo sradica con linguaggio fermo e persino aspro. E’ nel capitolo del digiuno. Richiama alla mente il dovere di fare penitenza seguendo l’esempio dato dai Santi e da Gesù Cristo stesso; mette in luce la necessità del digiuno per snellire la pratica della vita spirituale; sottolinea l’importanza della legge ecclesiastica dell’astinenza e del digiuno. Dopo tali premesse e dopo l’elenco dei digiuni stabiliti per la Compagnia, il suo intervento moderatore ci arriva inatteso. Eppure è un intervento di grande prudenza e sagacia. Parafraso il testo affinché sia più comprensibile: “Siccome si vogliono soltanto cose secondo discrezione, nessuna dovrà digiunare senza aver chiesto esplicitamente il parere del padre spirituale e quello delle superiore della Compagnia, cui spetta dire l’ultima parola”. La motivazione viene espressa in termini forti: imporsi un sacrificio senza discernimento equivarrebbe a rubare qualcosa e poi offrirlo a Dio: “sarebbe un far sacrificio con una ruberia”. Del resto, nel capitolo dell’obbedienza ribadirà in un certo senso questo concetto: quando si è scelto di seguire Cristo in una vita d’obbedienza, “è meglio obbedire che fare anche dei sacrifici di propria testa”. E l’obbedienza è sempre un atto di umiltà. Sarebbe, forse, come sottrarre a Dio il suo progetto per gonfiarlo a misura del nostro orgoglio? Forse! Eppure Angela sembrava non avere limiti nel suo digiunare e nel suo far penitenza. Come fa a parlare in questi termini? A me sembra che le sue parole siano una prova: – – –

che nel suo agire lei deve aver risposto a un preciso appello di Dio, cioè deve aver fatto un discernimento alla luce del suo divino Spirito; che deve aver agito sotto il controllo del confessore e dei superiori Francescani; che non ha rubato a Dio presumendo delle proprie capacità di scelta, non si è proposta di fare da se stessa cose grandi, non si è fondata sulle proprie forze per dare a Dio, ma piuttosto ha dato a Dio quanto di forze e di grazia aveva ricevuto da Lui. Solo che… lo ha dato proprio tutto!


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E mi viene pure un dubbio: avrebbe forse scoperto, annidata dentro di sé, una qualche tentazione di superbia paludata d’amor di Dio, con la conseguente tentazione di compiacimento di sé e della propria virtù? In fondo, anche lei era una creatura in lotta per conquistare il Regno dei cieli. Umiltà spogliamento, umiltà modestia, umiltà umiltà: si fa fatica a conseguirla perché è come spogliarsi dell’istinto della sopravvivenza, che sta al più profondo del nostro essere. Si tratta di rinunciare a una maniera umana di concepire la vita per vivere a una maniera divina che però il mondo non conosce e addirittura disprezza e combatte. Si fa fatica a vivere secondo Dio anziché secondo la carne e il sangue. E tuttavia, nel suo radicalismo, Angela non decampa. Più ancora: arriva a prospettare l’annientamento del sentimento di sé, e quella naturale soddisfazione – per sé così legittima – che è legata alla reputazione di cui si gode: “il cuore d’un vero e prudente servo di Dio si umilia ed annienta dentro di sé il sentimento di sé e il gusto della propria reputazione; perché spera e aspetta da Dio ben altro gusto e più vera gloria e più vero onore” (Rc 1). E’ un discorso difficile, perché il cambio non è immediato. La soddisfazione e la ricompensa dell’annientamento di sé sono soltanto in divenire; è una prospettiva che si allunga non si sa quanto… C’è solo il supporto della fede nella promessa di Cristo: “…ne avrai onore davanti a tutti, perché… chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,10-11). Già. Ma quando mai verrà questa esaltazione? Questo spogliamento interiore era l’oggetto del “Suscipe” mericiano alla fine della sua preghiera: un olocausto alla divina Maestà, offerto umilmente sapendo di non poter avanzare nemmeno la pretesa di essere ascoltata. Le restavano le mani nude, e l’anima nuda, ma pronta per essere rivestita di Cristo. Signor mio… ti do tutto, perché io sono libertà, volontà, sentimento, e tante altre cose insieme, ma ho ricevuto tutto da te. Io, da me stessa, sono soltanto capace di usarle male, se tu non vieni a vivere dentro di me. Se non si arriva qui, non si può incominciare a “fare vita nuova”, non si può meritare il premio eterno, dal momento che, ancora una volta,solo “Qui se humiliat exaltabitur” (Mt 23,12). Umiltà: prudenza contro presunzione La presunzione è una delle ancelle della superbia: generalmente chiude l’uomo alla voce degli altri, soprattutto quando questa esprime un consiglio, un ammonimento, un parere discordante. Il superbo “sa” sempre che cosa vuole, sa sempre che cosa fa, sa sempre come deve regolarsi e regolare gli altri; non ha bisogno di cartelli indicatori. La presunzione sostituisce la sicurezza del proprio agire al timore di Dio E quando uno è troppo (o anche solo molto) sicuro di sé, cammina senza precauzioni e può non vedere il peccato che si insinua nella coscienza, o il pericolo che lo minaccia: “il peccato è così sottile, e noi siamo in mezzo alle trappole” (cfr. Rc 2).


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Invece l’umiltà tiene prudenti e cauti: “Beatus qui semper est pavidus” (Prov 28,14), cioè: “Beato è colui che sempre teme” (Rc 2). Nella famosa “lettera proemiale” che sant’Angela premette alla Regola (il Prologo) e che è una sintesi meravigliosa di tutta la spiritualità mericiana, uno degli elementi fondamentali riguarda proprio il tema della vigilanza. Si alternano, cioè, espressioni intensamente avvincenti sulla dignità della vocazione orsolina, ad altre sulle implicazioni morali che questa sottende. Con saggezza ed equilibrio. “Qui siamo poste in mezzo a lacci e pericoli, dal momento che, non essendo morte la carne e la sensualità nostre, si armeranno contro di noi l’acqua, l’aria, la terra e l’inferno…”. Nessuna paura, tuttavia. Basta l’umile consapevolezza della nostra fragilità, e farle corrispondere un particolare impegno di fedeltà alla Regola. La quale non è una remora che inceppa la nostra libertà, ma un cammino tracciato per condurci al raggiungimento della meta. E’ un aiuto che Dio stesso offre alla nostra debolezza, e dobbiamo accoglierlo con umile gratitudine. Chi invece conta sulle proprie forze, e poi urta contro un ostacolo insormontabile, questi vedrà crollare il mito di sé che aveva costruito. E allora si scoraggerà. Lo scoraggiamento è uno stato d’animo che Angela non condivide. Raccomanda nel prologo dei Ricordi: “Non vi perdete d’animo… Abbiate speranza e ferma fede in Dio, e Lui vi aiuterà in ogni cosa. Pregatelo, umiliatevi sotto la sua grande potenza, e senza dubbio, come vi ha dato quel compito, così vi darà anche le forze per poterlo eseguire, purché voi ce la mettiate tutta!” (cfr. Rc, prol.). E per i momenti più difficili ancora, quando pure la Chiesa viene coinvolta nelle grandi correnti in tumulto, e i fedeli potrebbero esitare tra l’indifferenza e l’impeto riformatore, Angela suggerisce: ricorrete ai piedi di Gesù Cristo… umiliatevi sotto la sua mano potente, e sarete illuminate. Come a dire: non presumete né dei vostri lumi, né delle vostre forze; affidatevi a Lui, e allora Lui vi ispirerà come dovrete comportarvi (cfr. Rc 7). Umiltà come servizio E’ lo stesso discorso che conosciamo bene e che, con una espressione del tutto moderna, potremmo intitolarla “Autorità come servizio”. Basterà riassumere il Ricordo primo, che è tutto su questo tema, e poi allargarne l’applicazione a tutte noi. Perché se umiltà come servizio vale per chi è in autorità, a più forte ragione vale per tutti. L’umiltà ci infonde lo spirito di servizio. La considerazione di se stessi è istintiva; perciò la Madre parla di sforzo e di grazia di Dio: sforzatevi – con l’aiuto di Dio – di piantare in voi questa convinzione e questa umile persuasione: non è per i vostri meriti che siete fatte superiore… Anzi, consideratevi a servizio del prossimo: Dio vuole servirsi di voi per fargli del bene. Ma potrebbe fare a meno di voi e scegliere altre persone. Allora tenetevi nelle sue mani da strumenti umili e docili. E’ questo il modo in cui dovete realizzare la vostra maternità.


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Gesù, nostro Signore ha vissuto come un servo nell’obbedienza; imparate da Lui. E da san Gregorio il Grande, “servo dei servi di Dio”, che “in cuor suo si considerava meno degli altri”. Forse ci potrà giovare un breve esame sul nostro modo di porci nel nostro ambiente, sul nostro modo di esercitare la nostra autorità, sul nostro modo di far valere la nostra appartenenza alla Compagnia di sant’Orsola o a un istituto religioso. Sul nostro modo di ascoltare il parere altrui, di accettare il consiglio altrui, di chiederlo specialmente se si tratta di rivolgersi a chi sta più in basso di noi nella scala sociale, eppure ha bisogno di veder valorizzare le sue capacità, la sua esperienza, il suo contributo. Questo è forse il risultato più bello dell’umiltà: il senso degli altri. Umiltà come senso degli altri Gli “altri” sono avvolti dal mistero di Dio, che la carne e il sangue non aiutano certo a penetrare. Anche i normali criteri umani di valutazione sono insufficienti, perché poggiano su elementi esteriori o sono intaccati dai nostri pregiudizi. La dignità degli uomini poggia sul loro essere creature dello stesso Dio, il quale ha fatto per ciascuno di loro un progetto di grazia e di gloria che sfugge alla povera conoscenza umana. Non per nulla Angela, dopo aver ricordato che le vergini della Compagnia (di cui conosciamo la modesta condizione) erano tutte “creature di Dio”, aggiungeva “e non sapete che cosa Lui voglia fare di loro…” con quel che segue circa il limite delle apparenze e delle previsioni umane: “In che modo potete sapere voi se quelle che a voi sembrano più da poco non diventeranno poi le più generose e le più gradite alla sua Maestà? E poi, chi può giudicare i cuori e i pensieri segreti celati dentro la creatura? (cfr. Rc 8). Purtroppo la prima manifestazione dell’orgoglio è proprio quella di giudicare di tutto e di tutti, quindi di giudicare gli altri, di classificarli e per lo più di condannarli, in base ai propri criteri di giudizio e di valutazione. E spesso col tentativo di ridurre la loro personalità secondo il nostro modo di vedere. Il superbo è spesso inconsapevolmente anche un violento. Invece senso degli altri in parole povere equivale a rispetto della loro identità, della loro specificità, Avvicinare gli altri vuol dire aiutarli ad essere se stessi nel meglio, e in generale farlo senza snaturarli. Ci vuole tanto garbo, tanta prudenza, tanto spogliamento di sé. Per sant’Angela quest’umiltà è ricca di sfumature, e il fondamento di questa ricchezza è praticamente espresso proprio in quel Ricordo 8 che ho già citato: le vostre figlioline sono tutte creature di Dio. L’umiltà arresta il proprio giudizio di fronte al mistero di Dio e della sua azione sulle sue creature e, se può, cerca di assecondare il piano divino. Chi è umile è più facile che ami gli altri per quello che sono, mentre il superbo ha abbastanza da fare ad amare se stesso e a realizzarsi secondo le proprie categorie. E, possibilmente, ad usare gli altri in funzione del proprio successo. Chi ama si accosta agli altri senza pregiudizi, pur senza abdicare ai propri principi né ai propri doveri. Sant’Angela, che ha mostrato di avere in misura notevole


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questo senso degli altri, raccomanderà alle colonnelle che cerchino di conoscere bene e di capire le loro figlioline, e poi di trattare ciascuna secondo le esigenze dei vari temperamenti. Senza aver studiato psicologia, ma illuminata da una profonda carità-umiltà, aveva già intuito qualche secolo fa l’esigenza di essere a luogo e tempo ora affabili e ora energiche, e poco e molto secondo il bisogno (cfr. Rc 2). E aveva poi rimesso ogni risultato a Dio: “E poi lasciate fare a Dio, il quale farà cose mirabili a suo tempo e quando a Lui piacerà” (ibid.). Consapevoli sempre che persino Dio rispetta la nostra libertà (cfr. Lg 3). Umiltà come apertura agli altri Due volte sant’Angela mette insieme umiltà e affabilità. E l’affabilità è la cortesia, l’atteggiamento che ispira fiducia, la disponibilità che avvicina le anime. E’ una raccomandazione alle vergini: “sopra tutto siano umili e piacevoli” (Rc 5). E’ un binomio, umiltà e piacevolezza, inserito fra la raccomandazione di metter pace e quella di affrontare ogni cosa con carità e pazienza. Umiltà e piacevolezza sono due virtù che dispongono all’accettazione degli eventi e delle persone così come si presentano. E l’accettazione degli altri, lo abbiamo detto, è una grande, santa umiltà. Siano sopra tutto umili e piacevoli, cioè accessibili, aperte ad accogliere. Libere dall’idea di aver diritto ai privilegi, ai trattamenti di favore. Libere dall’idea di essere superiori agli altri. L’umiltà qui diventa esplicitamente un elemento costitutivo della pratica della carità. Sant’Angela fa un’altra raccomandazione, questa volta alle matrone, affidando loro le figlie: “vi prego, di grazia: vogliate sforzarvi di guidarle con amore, con la mano soave e dolce, e non imperiosamente né con asprezza, ma in tutto vogliate esser piacevoli, cioè affabili. Guardate Gesù Cristo che dice: “Discite a me, quia mitis sum et humilis corde”. Imparate da me, che son piacevole e mansueto di cuore” (Leg 3). Prendete Gesù come modello di piacevolezza, di mansuetudine. Per lei, dunque, l’umiltà si esprime mediante questa “umanità” di cuore, questa soavità di tratto, questa affabilità. Perché Dio è armonia, soavità. Del resto, umiltà, mansuetudine, benevolenza non sono forse l’habitus degli eletti di Dio, santi ed amati? “Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda…” (Col 3,12-13). La terza raccomandazione è in un’ottica diversa, pur avendo lo stesso senso. Nel capitolo sulla verginità, la quale è intesa da Angela come integrità dello spirito (oltre che integrità fisica), cioè come perfezione della carità, la superbia è elencata fra le colpe che l’intaccano. Ed è giusto perché la superbia, mettendo l’io in posizione di superiorità, lo fa unico punto di riferimento al di sopra di tutti gli altri e lo autorizza a giudicare e condannare il prossimo. La superbia chiude il superbo al rapporto con l’altro. E quindi si situa a buon diritto fra i peccati di lingua e di pensiero che Angela elenca come pericolo per la verginità orsolina: pensieri di cattiveria, ombre d’invidia e di malevolenza, discordie e sospetti, ogni altra cattiva volontà, ogni risposta superba, ogni irritazione tenuta in cuore, ogni mormorazione…


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Anche Paolo mette inimicizie, discordie, gelosie, dissensi e divisioni fra le “opere della carne”, mentre indica amore, pazienza, benevolenza, bontà e mitezza tra i frutti dello Spirito Santo (Gal 5,19-22). Potremmo mettere ancora altre virtù e altri atti sotto la voce “umiltà”: l’accettazione dell’incomprensione dei nostri gesti migliori, l’accettazione, forse ancora più dolorosa, delle sconfitte del nostro amore… ognuno ha le proprie esperienze… Concludo. E concludo con le medesime parole di Paolo di Tarso, perché forse ci forniscono brutalmente l’occasione di una seria revisione di vita: “Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (ibid. 24-26). E tutto questo, affinché l’amore scambievole del Padre e del Figlio che è lo Spirito Santo possa vivere liberamente dentro di noi.

16. LA DIMENSIONE ASCETICO-PENITENZIALE DELLA NOSTRA VITA Conversazione tenuta a Cuneo il 2 maggio 1992, durante un ritiro per i membri della Comunità di sant’Orsola.

“Dio vi ha concesso la grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo…” (Rg, prol.). Dio ci ha messe a parte per Sé, ha fatto di noi una “proprietà riservata” sulla quale il mondo e le cose del mondo non dovrebbero più aver potere. Noi siamo di una categoria che non appartiene più al mondo anche se ci viviamo dentro. E’ quello che Gesù diceva ai suoi la notte dell’ultima Cena (Gv 15,19). E’ proprio vero ancora oggi dopo tanti anni di consacrazione, o è vero solo “per modo di dire”? Una verifica seguendo alcuni capitoli della Regola ci aiuterà a dare una risposta onesta e coraggiosa. Il capitolo I° premetteva alcune condizioni all’ammissione nella Compagnia: la verginità, o comunque nessun legame con un uomo. Sappiamo che Angela stessa ammise una vedova, la Pizza, la cui figlia Marta morì prima ancora della Fondatrice, aprendo così l’elenco delle defunte: Vedremo poi più avanti quali fossero le esigenze della Regola quanto alla verginità. Secondo requisito: la ferma intenzione di servire Dio in quella forma di vita così nuova e sconcertante per quel tempo, e che faceva dei suoi membri dei segni di contraddizione di fronte alla società. Era una risposta a Dio, che richiedeva energia e forza di volontà, in un’epoca in cui la donna non aveva alcun diritto alla libertà di scelta del proprio avvenire. Solo Dio poteva infonderle il coraggio di fare un simile passo.


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Poi doveva entrare liberamente, “di propria volontà”, e non sotto la pressione della famiglia o di altri. “Lietamente”: non dimentichiamo i vv. 25-27 del Prologo, coi quali la Madre ci addita le vittorie sulle avversità riportate praticando la Regola; e il conforto che troveremo in Dio, e il coraggio di percorrere strade ardue nella prospettiva del premio eterno, e già fin da quaggiù col conforto della fede e delle nostre certezze. Lietamente come la sposa che va all’altare e al di là delle ansie e trepidazioni pensa alle gioie della vita di coppia. Anche la nostra è una vita di coppia, e il nostro “Lui” è Cristo, che ha portato al mondo la buona novella dell’amore. E ci voleva, infine, il consenso dei parenti richiesto dalla vergine stessa. E non era cosa da poco, per la donna che generalmente veniva assegnata in matrimonio dai genitori a un marito di loro scelta, andare a scombinare i loro piani chiedendo di entrare in una Compagnia che, oltre tutto, era di recente istituzione e non offriva certo grandi garanzie di avvenire. Prima domanda di questo esame: come stiamo a “ferma intenzione di servire Dio nella Compagnia? Seconda domanda: e che ne abbiamo fatto di quella letizia nuziale con la quale abbiamo detto il nostro sì? La nostra gioia di fidanzate dell’Amore di Dio, magari anche spensierate e un poco incoscienti, diventate a poco a poco più consapevolmente le spose del Figlio di Dio? Povere noi se avessimo rispettato soltanto la condizione di avere dodici anni…

*** Il secondo capitolo, “Del modo di vestire”, non fa testo nei suoi dettagli, bensì nello spirito che lo anima e nelle grandi linee. Anche perché oggi i membri degli Istituti Secolari non portano segni particolarmente distintivi. Ai tempi di sant’Angela, quando la civiltà delle corporazioni dava dignità e prestigio ai loro membri, questi si facevano una gloria di portarne le insegne. Probabilmente è questo fatto che suggerì a Lucrezia Lodrone di ricorrere alla cintura come distintivo per dar maggior prestigio e vigore alla Compagnia. Per tutto il resto, le vergini di S. Orsola si adeguano alle consuetudini sociali del tempo. Ma non al punto di apparire “del mondo”. Criteri di valutazione del loro vestire e, ancor più, del modo di portare i vestiti, devono essere modestia e semplicità. Forse oggi la Madre avrebbe aggiunto: buon gusto ed eleganza. Eleganza che non vuol dire eccentricità, e nemmeno l’ultimo grido della moda, ma quella distinzione nella sobrietà che s’addice all’onestà verginale, pur tenendo conto del genere di lavoro che si svolge e dell’ambiente sociale cui si appartiene. Non un modo di vestire che si fa guardare! Anche nel ‘500 usavano le scollature, e molto generose; Angela non le ammette per le proprie figlie. Anche nel ‘500 – e più di oggi – usavano tessuti raffinati, velluti, damaschi trapunti d’oro, sete trasparenti. E gioielli. Angela esclude per le vergini della Compagnia i tessuti e gli accessori costosi e vistosi. Questione di


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povertà e di semplicità, che rende opportuno considerare quanto spendiamo di solito per il nostro vestire. Ma anche un modo per non confonderci con quel mondo per il quale Cristo non ha pregato. (Gv 17,9 e 14). La donna, che è naturalmente sensibile alle cose belle e ricche, trova qui un campo aperto alla mortificazione, alla rinuncia, alla penitenza. Virtù che non devono mai portare alla sciatteria, alla trascuratezza. Siamo povere, sì, ma siamo le spose di Cristo. La nostra presenza nel mondo ha una dimensione apostolica. Angela l’ha sottolineata qui: niente nel nostro vestire e nel nostro comportamento che possa turbare il prossimo suggerendo insani pensieri. Rispetto per la propria dignità; rispetto per l’eventuale fragilità morale del prossimo. Rispetto per quel Cristo che devo aiutare a crescere nel mio prossimo. Non devo mai dimenticare che qui sta la portata della mia maternità spirituale: edificare il prossimo, cioè aiutare Cristo a crescere in lui… Terza domanda dell’esame di coscienza: nel mio modo di vestire sono trasparenza di Dio? Il capitolo successivo tocca altri aspetti esteriori dell’essere nel mondo senza essere del mondo: le relazioni inutili e pericolose che non rientrano nei propri compiti , oppure le relazioni che si arrischia di rendere inutili perché non si svolgono in un ambito di fede, non sono guidate dallo spirito evangelico, e si riducono quindi a chiacchiere o a critiche e maldicenza. E’ chiaro che non dobbiamo proporci di far prediche a dritto e a torto; non dobbiamo pretendere di voler parlare di Dio a qualunque costo. Per la maggior parte delle volte, forse, si tratta solo di dover ascoltare. La gente ha tanto bisogno di trovare chi l’ascolti. Ciò che importa è che l’ascolto non si esaurisca in uno sfogo caduto nel silenzio, o concluso con una parola puramente laicista che non fa spazio a un pensiero di fede. Perché in questo caso potremmo lasciare l’interlocutore in preda alla sua angoscia come lo era prima di incontrarci. Tempo e occasioni sprecati. E un pensierino all’uso dei mezzi di comunicazione, soprattutto televisione, radio, riviste. Ci vuole lo svago nella vita, certamente. E’ necessario per non esaurirsi, per scaricare il sistema nervoso, per far respirare il corpo e lo spirito, per rifarsi le forze. E ci vuole anche la debita informazione su quanto accade nel mondo. E’ anche questo un dovere del nostro tempo. Ma non dobbiamo dare allo svago e all’informazione la priorità sulla preghiera, o sul lavoro, o sui doveri del proprio stato, come invece fa spesso la gente. Esaminiamo le nostre relazioni e lo spirito che le anima e il comportamento con cui le intratteniamo: Superficiale? Mondano? Laico del peggiore laicismo? O cristiano?


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E quali sono gli svaghi che mi concedo? E quale contributo do alla serenità comunitaria negli incontri di gruppo? *** Il capitolo nel quale la dimensione ascetico-penitenziale della nostra vita orsolina viene meglio definita è quello del digiuno. Premetto subito che “digiuno”, nella Regola, non significa non mangiare, bensì mangiare meno del solito, mortificarsi. A quei tempi non c’erano le occasioni che abbiamo oggi per fare penitenze volontarie. Non c’erano radio, televisione, cinema, lettura a portata di mano, raffinatezze di tavola o comodità superflue alle quali rinunciare in spirito di penitenza. Ad ogni modo, leggiamo questo capitolo con Sant’Angela: qui non è – come del resto non lo è mai nei suoi Scritti – il legislatore che detta le norme, ma la maestra di spirito che considera il digiuno materiale insieme con quello spirituale, per il valore della loro interazione e della loro reciprocità. Si attirano e si sostengono vicendevolmente. Del resto la penitenza per se stessa non ha senso. Ma acquista tutto il suo significato quando si pensi alla sua funzione di freno dei moti incomposti della carne e dello spirito, e di purificazione dalle colpe commesse. C’è poi il desiderio di seguire Cristo più da vicino per conformarci a Lui, “unica via del cielo”. E’ un desiderio che viene dall’amore. Spose di Cristo, con la nostra consacrazione noi partecipiamo a un titolo particolare alla sua missione di salvezza: conquistate da Lui, siamo coinvolte con Lui nell’opera della redenzione. Quale contributo potremmo dargli se nella nostra vita non diamo spazio alla penitenza? Angela parla di digiuno: mettiamo sotto questo titolo ogni forma di digiuno materiale, spirituale, sentimentale di cui la vita odierna offre tante occasioni. Digiuno vuol dire sapersi astenere, non vuol dire astensione assoluta e perpetua, ma astensione e senso della misura secondo un sano discernimento. Ho già detto che tutti questi beni che la civiltà ci offre hanno anche una loro azione positiva sulla salute fisica e sull’equilibrio mentale; un saggio digiuno è però necessario per assomigliare maggiormente a Gesù, per favorire il nostro processo di conformazione a Lui. Sant’Angela ci propone Gesù come modello, da contemplare e poi da cercar d’imitare nell’intento di arrivare ad assomigliargli. Quando si riesce a farsi gusti e interessi uguali, è più facile avere un’intesa piena e duratura. Noi cerchiamo la sintonia per sentirci con Lui e poter entrare con Lui in una relazione d’amore. La sintonia che si acquisisce a mano a mano avvicina sempre più alla comunione di vita, all’unione trasformante. Questa somiglianza può raggiungersi prima di tutto attraverso la preghiera, come dice la Madre: “mediante la preghiera si ottiene da Dio la vera grazia della vita spirituale” (Rg, cap. dell’orazione). E la vita dello spirito è la vita di Dio dentro di noi. E’ il ricostituirsi, a poco a poco, di quell’immagine di Dio e di quella somiglianza con Lui che avevamo quando siamo rinati attraverso il battesimo; è l’approfondimento e


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l’intensificazione di questa vita attraverso la contemplazione dell’Amato e il proiettarsi della contemplazione nella vita quotidiana. E l’immagine e la somiglianza si fanno sempre più vicine al divino modello quanto più si è vicini alla pienezza della conformità a Cristo. Questi principi, frutto di esperienza, sono alla base di questo capitolo sul digiuno. Non possiamo dimenticare che le prime orsoline vivevano in un secolo simile al nostro quanto al gusto per la vita, alla ricerca del lusso e dei piaceri, e soprattutto all’euforia per le conquiste umane (invenzione della stampa, scoperta dell’America e della polvere da sparo…). Conquiste che esaltavano la grandezza dell’uomo come se si fosse fatto grande da sé svincolandosi da Dio. Angela invece propone la penitenza come il vero mezzo per conquistare la libertà interiore: libertà dalle cattive tendenze della carne e libertà dalle deviazioni dello spirito. Nello spazio di questa libertà interiore avviene l’incontro con Cristo. Attiro la vostra attenzione sui vv. 10-11 e 13-16. Ci richiamano subito al nostro dovere di cooperare alla risurrezione del mondo, per amore di Colui di cui abbiamo abbracciato gli interessi. Sono tre digiuni a dichiarata dimensione apostolica e nei quali noi esercitiamo in maniera privilegiata la nostra maternità spirituale. E la maternità spirituale è la naturale conseguenza della nostra sponsalità. Il primo digiuno ha la durata di 40 giorni: coincide col periodo del carnevale. Era una quarantena devozionale di cui si ha qualche indizio certo nel 2° Concilio di Tours celebrato l’anno 567. Angela gli dà subito una duplice intenzione; quella ascetica, a livello individuale, e quella apostolica a dimensione universale. L’intenzione ascetica: per ciascuna delle sue figlie quel digiuno va considerato come un aiuto per conquistare un energico dominio di sé attraverso la mortificazione dei sensi e delle passioni, mentre il periodo del carnevale sembra legittimare ogni loro sfrenata liberalizzazione. L’intenzione apostolica: “per implorare misericordia innanzi al trono della divina Altezza per tante dissolutezze che in quel tempo sono commesse dai cristiani…”. E cioè ottenere perdono per i peccati del carnevale commessi dai cristiani. E’ un digiuno di riparazione, Poi c’è quello delle rogazioni che precedono l’Ascensione. Si fa un balzo avanti. E’ un digiuno di impetrazione: implorare l’aiuto per il popolo cristiano. Non si tratta più di espiare per i peccati, ma di aiutare i buoni ad essere ancora maggiormente buoni, ad avvicinarsi di più al Signore. E’ un’intenzione più fine. E finalmente quel solenne digiuno della novena di Pentecoste, durante il quale la Madre prendeva un solo pasto a metà novena. Lo chiamerei un digiuno d’amore, un autentico atto d’amore, perché si accompagna a una profonda contemplazione. Ascoltiamo: “e si stia anche in orazione con quanta forza di spirito si potrà fino al giorno dell’invio dello Spirito Santo… domandando che si compia la grande promessa fatta da Gesù Cristo a coloro che ha eletto e che sono in buone disposizioni”.


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Digiuno e raccoglimento, sacrificio e intimità con Dio, per ottenere una novella effusione dello Spirito Santo sugli eletti di Dio, cioè sui suoi ministri e sulle anime consacrate; sulla Compagnia delle sue spose in particolare. E questo in un’epoca in cui i sacerdoti celebravano quando celebravano, e trascuravano il celibato e gli altri doveri del loro stato. E in un’ora in cui le vergini di sant’Orsola avevano bisogno di capire tutta la “stupenda dignità” della loro elezione a spose del Figlio dell’Altissimo. La sposa aveva guardato negli occhi lo Sposo; aveva seguito lo sguardo con cui Lui guardava i suoi eletti, e allora li aveva abbracciati nello stesso abbraccio d’amore. E’ un po’ quello che dovremmo fare noi. Sull’esempio di sant’Angela, il nostro cuore fisso in Dio deve volgersi, in un unico moto di carità, verso la contemplazione di Dio e il servizio dei fratelli. Solo così possiamo amare Dio in tutte le creature e amare tutte le creature in Dio. In una fedeltà dinamica al carisma di sant’Angela, dobbiamo far nostra la duplice ed unica carità che l’animava, in un’offerta tutta volta al servizio di Dio e alla salvezza del mondo intero, “dirigendo tutto a lode di sua divina Maestà e al bene delle anime”. La pagina mericiana sul digiuno, come si vede, non è più soltanto un’esortazione a praticare questa forma penitenziale come semplice esercizio ascetico o atto d’espiazione, ma l’attuazione di un cammino di fede e d’amore verso una maggiore intimità con Cristo, compiuto coinvolgendo lungo lo stesso cammino le anime di coloro che diventano i nostri figli spirituali. “Ma siccome non si vuole se non cose discrete…”. Buon senso, equilibrio, senso della misura ricordano a tutte il dovere del discernimento e della dipendenza. Non si può barare con Dio, né in bene né in male. Pigrizia e ignavia sono una colpa; esagerazione, mancanza di misura e di criterio potrebbero celare orgoglio, volontà di affermarsi… Anche la discrezione è una virtù che richiede semplicità, umiltà, sincerità con se stessi e con chi ci dirige. E per l’esame di coscienza? Quali libertà concedo alla mia gola? Ascolto più del bisogno le mie esigenze fisiche, sia nel cibo che nella scelta degli alimenti? Mi ricordo dei giorni di digiuno e di astinenza prescritti dalla Chiesa? Faccio ancora i “fioretti” come quando ero bambina, per amore di Gesù? Nelle difficoltà della vita, tanto frequenti da essere ormai quotidiane, reagisco da sposa innamorata guardando Gesù in croce? Se qualche punto della Regola o delle Costituzioni mi fa problema, lascio correre negligentemente oppure valuto prima le circostanze? Rendo conto, al confessore o al direttore spirituale dei miei sforzi per conformarmi a Cristo, per attestargli il mio amore?


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E quando vado a trovare Gesù nel tabernacolo, e gli tendo le mani per salutarlo, gli porto abitualmente qualche dono? Un pettegolezzo taciuto… una critica evitata… la sopportazione amorosa di una persona difficile? Gli porto le fatiche che alla mia età o nelle mie condizioni di salute o di vita diventano tanto pesanti e che io cerco di sopportare per amore? E quando non avessi proprio niente da offrirgli, mi ricordo di portargli i miei peccati da perdonare? E sono convinta che tante volte il Signore mi chiede soltanto di guardarlo negli occhi mentre cerco di fare la sua volontà; di accogliere una gioia o un dolore con una parola tutta per Lui (magari anche soltanto: grazie, Signore! Oppure: sono stanca! A seconda delle situazioni)? Mi rendo conto che molto spesso il Signore mi chiede soltanto di restargli vicino anche senza parole, come una donna innamorata che fa tacere dentro di sé ogni altro desiderio per restare col suo Lui? Forse il Signore mio chiede soprattutto di vivere momento per momento quello che devo fare o soffrire o dire, con semplicità, senza la pretesa di fare grandi cose, né ripiegata su me stessa e i miei malumori, o i miei problemi, o le mie incapacità… Forse, il più delle volte il Signore mi chiede di restargli vicina anche senza parole, rivolgendogli ogni tanto un’occhiata per dirgli: “Ti voglio bene!”.


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17. LE VIRTU’ TEOLOGALI IN SANT’ANGELA Fede, speranza e carità sono state proposte da Suor Luciana alle Orsoline di Via Nomentana, come tema di riflessione, in preparazione alla festa di sant’Angela, il 23, 24, e 25 gennaio 1990.

23-1-90 FEDE Quando Pandolfo Nassino, incrociato il funerale di sant’Angela, vuol giustificare ai posteri il grande concorso di popolo che vi interviene, scrive una riga di cui non è certo in grado di soppesare tutta la portata: “questa Madre sur Anzola a tutti predicava la fede del sumo Dio che tutti se innamorava di lei”. Predicava la fede di Dio: l’amore di Dio per l’uomo, la sua fedeltà alla creatura. E insieme predicava – certo senza avvedersene – la propria fede in Dio: un’adesione indiscussa alla sua parola, un fidarsi di Lui e un affidarsi a Lui. Un abbandonarsi a Lui. Insieme con la fedeltà di Dio alla parola rivelata, alla parola data, lei esprimeva la propria fedeltà amorosa a Dio. Così fede incrollabile di lei e fedeltà eterna di Lui s‘incontravano, si abbracciavano e nasceva la speranza. Ma non si può parlare di speranza se prima non si incomincia a parlare di fede. E qui bisognerebbe saper parlare come lei, con quegli accenti di tale certezza che la gente ne rimaneva presa. “Prigioniera” dirà Agostino Gallo. Convinta. Conquistata. Non c’è speranza, infatti se prima non c’è la fede. E alla fede consegue necessariamente la speranza, pena la morte di tutte e due queste virtù teologali. Perché la speranza si fonda sulla fede, e la fede, che è prova di ciò che non abbiamo visto (Ebr 11,1), è già certezza di ciò che è stato promesso ma non possediamo ancora. Angela dà prova di questa speranza che era anche certezza della lealtà di Dio, nell’attesa del suo compiuto realizzarsi alla fine del proprio tempo e alla fine dei tempi, senza soluzione di continuità, nello scambio tra un amore che si offriva donandosi per primo (quello di Dio) e un amore che si donava rispondendo (il suo). E il suo amore di risposta attirava sempre più l’amore-dono da parte di Dio. La vita di Angela è stata questo concatenarsi, questo fondersi di fedesperanza, questo appoggiarsi con certezza su Dio, questo rispondere a Dio e questo attirarlo nella propria vita. Ci soffermiamo questa sera sulla fede della nostra Madre, sul suo senso del divino e del sacro, sul suo senso della Chiesa, al fine di comprendere la sua speranza. Tutta la sua vita, così come i suoi insegnamenti, portano il sigillo di una fede che nessuna prova, nessuna difficoltà, nemmeno quella di fondare la Compagnia, è riuscita a scuotere. E tutte le sue azioni, come notavano i contemporanei, portavano il segno di Dio. “Aveva più del divino che dell’umano!” (Chizzola, Gallo).


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Il Dio che riempie e impregna la vita della Madre è il Dio della rivelazione cristiana, il Dio-Trinità. Nel suo nome la Madre si rivolge a noi fin dalle prime parole della Regola. E nel suo nome chiude i Ricordi e il Testamento. Dio, “sua divina Maestà” come dice Angela. E non è espressione stereotipa, ma carica di significazione teologica. E’ “sua divina Maestà” che, da padrone delle sue creature, progetta il destino di ciascuna e nessuno di noi lo conosce poiché rimane chiuso nel suo mistero. Dio è il giudice severo che chiederà ragione del nostro operare; che chiederà conto di chi si fosse perduto a motivo della nostra incuria. E’ il Dio che ha insegnato il castigo del peccatore in vista della sua redenzione, come ha fatto nei confronti di Adamo. Ma è lo stesso Dio che, in esecuzione di quel progetto che ha avuto la pazzia (o la debolezza?) di fare, ha scelto proprio noi per una dichiarazione d’amore e ci ha messe a parte per il suo servizio; Lui che farà miracoli se dirigeremo tutto a sua lode e gloria; Lui che, nonostante la sua grandezza infinita, aspetta e accetta il povero dono di noi stesse. E’ quel Dio che è il tutto della creatura, la quale in Lui solo “ha ogni suo bene, e fuori di Lui si vede povera di tutto, proprio un niente, mentre invece con Lui ha tutto”. Per fede e per la parola di Dio (e non sappiamo se anche per esperienza, ma non abbiamo difficoltà a credere che abbia avuto quei tocchi mistici che Dio dispensa ai suoi eletti) Angela conosce il mistero del Dio trino e uno. E non fa confusione fra le tre Persone divine pur non avendo studiato il “De Trinitate”. Dio il Padre, che conosce i nostri bisogni, che sa può e vuole provvedere, e che non vuole se non il solo nostro bene e gaudio nostro. Il Padre, termine dell’obbedienza del Figlio e al quale deve dirigersi la nostra obbedienza. L’Altissimo, alla cui destra siede il Figlio e verso il quale dobbiamo tener levato lo sguardo. Il Figlio, Gesù Cristo, che facendosi uomo ha fatto del proprio sangue il vincolo della nostra fraternità: “le mie figlie e sorelle nel sangue di Gesù Cristo carissime…” Il Figlio, l’immortal Figliolo dell’eterno Dio, nostro Amatore e nostro sposo dal momento che siamo state elette ad essere vere ed intatte spose sue, con altri nodi in più di quelli per i quali è sposo dell’umanità e sposo della Chiesa. Questo fa esclamare alla Madre: “vogliate riconoscere che cosa comporta questa realtà e che nuova e stupenda dignità sia questa”. “Siamo chiamate a tal gloria di vita, che siamo spose del Figliol di Dio e in cielo diventiamo regine”. “Vere” spose dell’Altissimo, cioè non per complimento né per modo di dire, ma per una realtà che si avvale del nostro cuore indiviso. Il Figlio incarnato, diventato nostro modello di vita, di penitenza, d’obbedienza, di servizio. Il Figlio di Dio che quelle che non sanno leggere invocheranno a Mattutino coi 33 Pater e Ave “in memoria dei 33 anni vissuti in questo mondo per amore nostro”. E lo Spirito Santo che guida l’uomo alla verità tutta intera (e qui Angela fa eco a Gesù, in Gv 16,13), Lui che agisce nell’uomo con la vivacità delle sue ispirazioni e


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la cui voce risuona tanto più chiara quanto più la creatura ha fatto tacere dentro di sé il rumore delle passioni e dei moti disordinati. Lo Spirito Santo che, grazie al dono della fortezza, ci sostiene nelle difficoltà e ci accompagna nel travaglio dell’attesa prima del gran premio finale. Lo Spirito Santo che bisogna pregare nelle Ore canoniche da Prima a Compieta per ottenere i suoi doni. Lo Spirito Santo promesso da Cristo e che bisogna ottenere per gli eletti di Dio con una novena di digiuno, tenendosi in orazione “con quanta forza di spirito si potrà”. Da Dio alle “cose “ di Dio, i suoi doni attraverso i quali Dio arriva fino a noi. Angela dimostra d’aver profondamente intuito la loro sacralità. Basti richiamare alla mente il suo capitolo “Dell’andar a Messa ogni giorno” nella Regola. E noi vediamo subito come la sua fede profonda le avesse dato il senso esatto del sacrificio eucaristico in un’epoca in cui i preti non celebravano nemmeno la Messa ogni giorno. E nemmeno il Papa. Mi torna alla mente, a questo proposito, la consuetudine che avevano anche i buoni cristiani fino alla fine degli anni ’30 e in certi ambienti anche molto dopo, di recitare il rosario, individualmente o coralmente, durante la celebrazione della Messa. C’è voluto tutto il lavoro intelligente e perseverante dell’Opera della Regalità di Padre Gemelli e l’ostinazione dell’Azione Cattolica per attenuare almeno in parte le conseguenze della nostra ignoranza in campo liturgico, introducendo nella pratica l’uso del messalino festivo. E sant’Angela, in un secolo in cui i protestanti svalutavano la vita sacramentale, aveva guardato alla Messa con l’occhio della fede e ne aveva acquisito un senso profondo. Rileggiamo almeno in parte quel capitolo: “Ognuna vada a Messa ogni giorno, e ne veda almeno una intera, e ci stia con modestia e devotamente, poiché nella sacra Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signore nostro. E quanto più ci si sta con grande attenzione, fede e contrizione, tanto più si partecipa di quei benedetti meriti e si riceve maggior consolazione. Anzi, sarà per lo spirito come un fare la comunione” (a quei tempi la comunione quotidiana non era ancora entrata nella consuetudine). Non spettacolo, dunque, era la Messa per sant’Angela, e nemmeno sagra, ma sacrificio. Vale la pena di rilevare qualche elemento. Prima di tutto la consapevolezza del significato principale della Messa: partecipazione al tremendo mistero di Cristo che sull’altare rinnova il suo sacrificio e la sua morte per gli uomini. Angela elenca le disposizioni di spirito che raccomanda alle proprie figlie e che sono strettamente legate all’atto di fede. Sono: modestia, devozione, attenzione, spirito di fede, contrizione, desiderio di comunione con Cristo. Prendono lo spirito, ma coinvolgono anche i sensi. E’ soprattutto la partecipazione ai meriti della passione di Cristo. Cristo “l’Altro”, il mio “Altro”, il partner della mia vita che rinnova il sacrificio di sé sulla croce. Angela non mette qui l’accento sul Cristo risorto, come farà nel 5° Ricordo. Il sacrificio è sacrificio e morte. La capacità e l’esigenza di interiorità di Angela si possono intuire da questo sforzo lessicale per suggerire i vari atteggiamenti necessari ad interiorizzare una preghiera liturgica, e in latino, e ripetuta tutti i giorni, e


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alla quale le sue figlie devono partecipare a prezzo talvolta di disagi e di fatica non indifferenti. Una Messa da “vita nuova” a motivo della novitas perenne di Cristo. Che cosa sarà stato il silenzio d’adorazione e d’amore della Madre, se accadde a Bertolino Boscoli e agli altri astanti di vederla in estasi, sollevata un palmo da terra? Silenzio di sgomento sotto il cumulo di quei “benedetti meriti” e di quella consolazione che ne riceveva. E “consolazione” non significava certo gaiezza, gusto, soddisfazione, ma soltanto consapevolezza di essere vicino a Cristo, lo sposo “immortale Figlio dell’eterno Dio” nel momento della sua passione e morte. Il conforto di essere lì, magari in un silenzio fatto di fatica, d’impotenza, di miseria. Ma sapere di essere lì, e di esserci tutta e solo per Lui. Questa interiorizzazione della Messa, Angela la porta con sé nel “quotidiano”. Agostino Gallo lo ha affermato sotto giuramento: non c’è da meravigliarsi se la Madre poteva affrontare tanta asperità, e parlare con tanta efficacia delle cose di Dio, dal momento che stava davanti al Santissimo Sacramento più ore della mattina ad ascoltare le messe. Del resto, basterebbe rilevare nei suoi Scritti il ricorrere delle parole “passione” e “sangue”, per rendersi conto che le porta scritte nell’anima e nella carne. In un tempo così simile al suo non è possibile non soffermarci su quel suo “sensus Ecclesiae” che affonda le radici nella parola di Cristo-Verità citata nel capitolo dell’obbedienza: “Qui vos audit me audit, et qui vos spernit me spernit”. Eppure la Chiesa allora non brillava certo nel suo clero e nemmeno nei suoi papi, e non mancavano nuove teorie che miravano per un verso a scalzarla e demolirla, e per l’altro a riformarla. Brescia era un buon crocevia del protestantesimo e della sua stampa. Angela vedeva chiaro sicuramente; ma la sua fede nella parola di Cristo non aveva bisogno dell’avallo di testimonianze umane. Così, ad esempio, i protestanti contestavano i sacramenti, particolarmente la confessione, e lei chiede alle figlie la confessione almeno mensile dal padre spirituale comune, oltre alle confessioni in parrocchia per le feste solenni. E insiste sulle disposizioni per una buona confessione: completa, chiara, onesta, umile, con l’atteggiamento di chi si rivolge non già ad un uomo, bensì a Dio eterno giudice. Il “sensus Ecclesiae” di Angela: lei vede la Chiesa minacciata non solol dallo spirito del mondo, non solo dagli eretici, ma persino dai “falsi religiosi” che sgretolano i buoni propositi, che intaccano il patrimonio di verità del dogma e della morale, che ne demoliscono i valori di fondo come la castità, la laboriosità, il distacco dalle mondanità, la perseveranza, la fedeltà alla vita intrapresa. Nei loro riguardi non c’è “piacevolezza” che tenga. Non ci sono rispetto e venerazione di sorta che trattengano dal “lasciarli nel loro grado” (praticamente, lasciarli nel loro brodo! come si dice da noi) non appena si avverta uno scricchiolio nella compagine delle verità insegnate dal magistero ecclesiastico o – e questo mi pare molto forte – in quello che lei stessa ha insegnato. Ascoltiamo la frase che oggi


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è forse di maggior attualità: “Tenete l’antica strada e usanza della Chiesa, ordinata e confermata, consolidata da tanti Santi sotto l’azione dello Spirito Santo. E voi fate vita nuova. Quanto alle altre opinioni che adesso sorgono e che sorgeranno, lasciatele perdere perché non tocca a voi occuparvene. Ma pregate e fate pregare perché Dio non abbandoni la sua Chiesa, ma la voglia riformare come piace a Lui e come vede essere meglio per noi ad onore e gloria suoi”. Forse il nostro esame di coscienza può incominciare da qui, dal “sensus Ecclesiae”, in questi anni di sbandamento generale nei quali si giudica e si critica tutto, e si rigetta il principio d’autorità e si difendono la personalità e la creatività. Lo so che, grazie a Dio e alla solida formazione che abbiamo ricevuto, ci siamo ritrovate per così dire immunizzate da questo virus. Ma ci facciamo carico della Chiesa nella nostra preghiera? La Madre pregava, e ci chiede di farlo anche noi ogni giorno, con queste parole: “Signore, pensando a quelle povere creature che non ti conoscono e non si curano di beneficiare della tua sacratissima passione, mi viene il crepacuore, e volentieri (se potessi) spargerei il mio sangue per aprire la loro cecità di spirito…”. Chiesa, Papa, gerarchia e clero, popolo di Dio, ebrei, islamici, infedeli… quale posto hanno nella nostra preghiera, nei nostri sacrifici quotidiani, nella nostra azione apostolica? Quando erano ancora di moda i fioretti… e adesso? Adesso che non usano più?… Abbiamo però la nostra messa, col nostro offertorio, che non può essere un gesto puramente rappresentativo dal momento che si tratta di offrire, con la Chiesa e per la Chiesa, la materia per un sacrificio di adorazione, di ringraziamento, di espiazione e di impetrazione. E la cosiddetta “materia” non può essere solo il pane e il vino; dobbiamo essere noi stesse. La nostra offerta che si perde nell’offerta di Cristo. Una presenza di partecipazione, così che Cristo possa trovarci lì, disponibili ad essere per Lui quel prolungamento di umanità in cui Lui possa rinnovare tutto il suo mistero. Dice la Costituzione Apostolica “Sacrosanctum Concilium” che “Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale lo prega come suo Signore e per mezzo di Lui rende il culto all’Eterno Padre”. Certo cantiamo il Sanctus coi cori celesti, e facciamo memoria della resurrezione e della gloria del Signore Gesù, e rendiamo grazie a Dio che ci ha rigenerati, ma la messa rimane sempre e prima di tutto il sacrificio con cui Cristo ci ha rigenerate. E’ il sacramento della nostra unione fisica con Lui. Cantava il responsorio di questa domenica passata (con le parole di Agostino): “Nostro sacerdote, Cristo prega per noi; nostro capo, egli prega per noi; nostro Dio, noi lo preghiamo; riconosciamo in Lui le nostre voci, e la sua voce in noi”. Un’altra breve verifica: quella della nostra fede nello Spirito Santo, spirito creatore che fa nuove tutte le cose. Con la sua azione ha suscitato la santità nella Chiesa: “l’antica strada e usanza della Chiesa, ordinata e confermata da tanti Santi


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sotto la sua ispirazione”. E’ Lui che fa in noi la vita nuova. “Et renovabis faciem terrae”. E’ difficile combattere la routine, la monotonia, quando mettiamo la novità nelle cose esteriori. La novità ci viene dallo Spirito Santo, sembra dire la Madre, e dalla libertà che gli lasciamo di operare dentro di noi la nostra santificazione. Abbiamo ancora la semplicità di considerare la santità come una prospettiva aperta davanti a noi? E riusciamo a spogliarci dei nostri pretesti, delle nostre motivazioni, delle nostre rivendicazioni per poter capire “i consigli e le ispirazioni che di continuo ci suscita in cuore”? Non dimentichiamo che questo è uno degli aspetti della verginità mericiana, e non solo dell’obbedienza mericiana. E la fede nel Padre? Crediamo davvero che Lui ci ha create, e amate, e prescelte? Crediamo davvero di essere l’oggetto di un disegno unico e irripetibile? Se sì, dobbiamo pure credere che Lui ci tiene per mano. E se lo crediamo, ci fidiamo di Lui? E se ci fidiamo, ci affidiamo a Lui? Anche nelle piccole, povere cose della nostra giornata? Sappiamo lasciare spazio e silenzio allo Spirito per poterlo sentire gridare in noi “Abbà… Papà”? E continuiamo a credere, nonostante tutte le apparenze avverse, che il Padre ci ha dato suo Figlio per sposo; che Lui ha piantato la Compagnia di sant’Orsola? Che Lui ha voluto questa Casa? E se lo crediamo, possiamo temere che si sia dimenticato di noi? E’ vero: siamo stanche, diventiamo vecchie, le vocazioni non vengono, le opere si riducono, le case si fanno grandi e vuote di religiose. Ma noi dobbiamo perseverare nel credere in Lui. E forse saranno proprio questa fede ostinata, la nostra fiducia e il nostro abbandono , il nostro amore filiale che lo volgeranno ad aver pietà di noi e dei nostri errori passati, di noi e delle nostre speranze per l’avvenire. Ma cerchiamo di camminare con la mano nella sua mano, in ogni momento della nostra giornata. Dovremmo fare anche una verifica della nostra fede nella Santissima Trinità, nel cui nome la Madre ha incominciato a dettare la sua Regola per noi. E’ una verifica che si fa tutta di dentro, in un silenzio di adorazione per questo grande mistero che ci avvolge dal di fuori e che ci anima dal di dentro, nelle profondità del nostro essere. Una verifica della nostra fede dal segno di croce al Gloria Patri, alla dossologia degli Inni. Ai brevi attimi che dedichiamo alla presenza delle tre divine Persone dentro di noi. E che siano frequenti anche se rapidi, perché non si sentano ospiti dimenticati, nella inutile attesa che ci si accorga di loro. 24-1-1990 SPERANZA La Madre Superiora mi ha chiesto di parlare – se ho capito bene – di speranza. “Speranza”? Me ne è venuta una bella confusione, anche perché mi


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mancava il tempo di ripensarci e di preparare degnamente il materiale. Voi discernerete quello che si attaglia alla virtù teologale della speranza e quello che si riferisce al patrimonio delle nostre speranze umane, che tuttavia si fonda sulla fede in Dio. La speranza virtù teologale che abbiamo ricevuto al battesimo va di pari passo con la fede e con la carità. Le tre virtù sono la vita di Dio in noi, il dono di Dio in noi. Ma aspettano la nostra corrispondenza, il nostro esercizio pratico per crescere. I nostri scoraggiamenti e le nostre sfiducie ci fanno capire che fede e speranza, e quindi carità perché le tre virtù si tengono strettamente legate fra loro, hanno ancora molta strada da fare per arrivare alla perfezione. Nel capitolo della verginità, sant’Angela ha raccomandato che ognuna “sia lieta e sempre piena di carità, e fede, e speranza in Dio”, quasi a dire che la vergine di sant’Orsola, nell’esercizio coraggioso e perseverante delle virtù teologali incontra, al di là dello sforzo per vincere le proprie passioni e i dubbi e gli scoraggiamenti, Dio che è gaudio infinito. Noi che conosciamo un po’ meglio la Madre possiamo capire maggiormente come debba essere stato eroico l’esercizio delle virtù teologali davanti a una vocazione così oscura nonostante la luce della visione al Brudazzo, davanti a una missione inaudita che deve averle attirato anche non poche diffidenze, davanti alla povertà dei propri mezzi. Forse è a motivo della sua esperienza che le sue parole sono tanto persuasive e forti: “mettano la speranza e l’amore in Dio solo e non in persona vivente” (Rc 5). Abbiamo ricordato ieri come le certezze di Angela che spalancano la soglia alle grandi speranze si fondino sulle parole di Cristo, così come su quelle della Chiesa. Tanto per darne una prova di più rileggiamo il testo sulla Povertà: “Dice la Verità: ‘Beati i poveri di spirito perché di loro è il regno del cielo’. E pertanto ognuna si sforzi di spogliarsi di tutto e di mettere ogni suo bene non…ma in Dio solo e nella sua sola benigna e ineffabile provvidenza. Dice infatti il Vangelo: ‘cercate prima il reame di Dio, e tutte queste altre vostre cose di cui vi sarete spogliate vi saran messe innanzi…’”. E ancora: “Non vogliate affannarvi a cercare che cosa dovrete mangiare e bere, perché il Padre vostro celeste sa bene che ne avete bisogno…’”. Come se dicesse: voi sapete che Dio conosce i vostri bisogni, che Dio può provvedervi liberamente. E Dio, che effettivamente vuole il vostro bene e il vostro gaudio, non mancherà di provvedervi. Speranza dunque non solo nei bisogni spirituali, ma anche per quelli materiali. Speranza è lasciare fare a Dio, fidarsi di Lui. Dio è padrone dei cuori e delle volontà, è signore dei progetti: ve ne accorgerete nei vostri rapporti con le vostre figlie, dice la Madre alle colonnelle. Potrebbe ripeterlo a noi nell’esercizio della nostra attività apostolica: voi fate quello che dovete; al resto, se occorre, penserà il Signore.


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Verranno i momenti dello scoraggiamento davanti all’insuccesso della vostra azione: non vi abbattete. Non vi stancate di dedicarvi alle figlie a voi affidate; rimproverate, correggete senza perdere la speranza della loro conversione: “E poi lasciate fare a Dio, il quale farà cose mirabili al tempo suo e quando a Lui piacerà” (Rc 8). Il grande Signore è Lui, e gli piace sorprenderci coi suoi interventi, ma è Lui che fissa le scadenze e sceglie il momento giusto. Angela “predicava la fede del sommo Dio”, come scrisse il Nassino. E davvero il Dio di Angela è un Dio fedele. E’ stato fedele nei suoi confronti, e lei lo confessa con semplicità e umiltà profonda: Dio ha voluto da tutta l’eternità eleggere, scegliere delle donne per la Compagnia di sant’Orsola. “Ed essendogli piaciuto per la sua infinita bontà adoperare a tale e tanta sua opera me come suo strumento, quantunque dal canto mio fossi insufficientissima ed inutilissima creatura, mi ha inoltre, secondo la sua solita bontà, dato e concesso tal grazia e dono da poterle governare secondo la sua volontà, e da poter provvedere alle loro necessità e ai loro bisogni, specialmente per quanto riguarda l’indirizzarle e il mantenerle in quello stato di vita al quale sono state elette” (Rc 3). La bontà infinita di Dio e l’impotenza della creatura si trovano di fronte. Il progetto di Dio è il ponte che le fa incontrare. Su quel ponte Dio getta le grazie necessarie alla sua realizzazione. E lo ha fatto con signorilità: gli è piaciuto, si è degnato di scegliere lei come strumento per un tale capolavoro. E l’ha sostenuta fino all’attuazione del disegno (anche perché lei ha saputo essere lo strumento docile nelle mani dell’artefice). Le ha concesso grazie di governo e di guida spirituale. E lei era in grado di valutare tutta la portata di quell’aiuto. Lei sapeva che cosa potesse significare al suo tempo, fra i suoi contemporanei, per una donna di condizioni modesta, accettare di farsi capo di una struttura associativa, tutta ed esclusivamente femminile, al di fuori degli schemi giuridici tradizionali. Lei era la meglio qualificata per rendere una tale testimonianza sulla portata della grazia di Dio in lei. Questo era il linguaggio che Angela aveva tenuto alle matrone del governo. Ma sentiamo la stessa confidenza fatta alle colonnelle: “Cristo per sua bontà mi ha eletto ad essere madre e viva e morta di così nobile Compagnia, benché dal canto mio ne fossi indegnissima. E, avendomi eletta, mi ha dato pure la grazia di poterla governare secondo la sua volontà” (Rc 3). Il Testamento è un discorso più sostenuto, direi quasi aulico. E’ dettato da un vivo senso di rispetto per le Matrone, queste donne della nobiltà bresciana che si prestano a rappresentare la Compagnia di fronte all’autorità ecclesiastica e alla società civile, ma rimangono al di fuori della Compagnia, prese dai loro interessi materiali e, come accade per alcune, dall’educazione dei figli. Alle colonnelle invece, che sono figlie sue, membri vivi della Compagnia, parla a cuore a cuore, toccando risvolti intimi, delicati, perché loro possono capire. “Madre e viva e morta”. La fedeltà allo Sposo che l’ha fatta madre va oltre i confini della vita terrena e si proietta nell’eternità.


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Anche la Compagnia come tale potrà “predicare la fede del sommo Dio”. Con la forza e la fermezza della propria fede incrollabile, con l’autorità che le viene da una certezza interiore frutto di un’esperienza illuminante, Angela nell’ultimo legato conferma: “Tenete questo per certo: che questa regola è piantata direttamente dalla santa mano di Cristo, né mai abbandonerà questa Compagnia finché il mondo durerà. Perché se Lui per primo l’ha piantata, chi mai la potrà spiantare? Credetelo, non dubitate, abbiate ferma fede che sarà così. Io so quello che dico. Beati quelli che veramente se ne occuperanno. Se voi farete quanto vi ho suggerito, e lo farete fedelmente, e lo farete secondo che lo Spirito Santo vi dirà di fare a motivo dei tempi e delle circostanze, rallegratevi, tenete salda la vostra buona volontà. Il premio vi aspetta già”. La Compagnia, dunque, è uscita direttamente dalla mano di Dio. Dio non può abbandonare l’opera delle proprie mani. E nemmeno può permettere che altri la distrugga. E allora Angela prende coraggio e incalza, con una sicurezza che non può venirle da lei stessa: credete, non dubitate, abbiate ferma fede. E’ così. So quello che dico! Lei così umile, così diffidente di sé. Però nello stesso tempo precisa quali sono le condizioni affinché il disegno di Dio si compia veramente: mettere in pratica i Legati, con fedeltà, sotto la mozione dello Spirito Santo che ne suggerirà l’interpretazione secondo i tempi e le situazioni, secondo la sua creatività che rinnova e innova. E allora verrà la gioia. Dio assisterà la Compagnia nel suo farsi, nel suo crescere, nel suo maturarsi. Ma l’assisterà anche nei suoi bisogni spirituali, da Padre e da Provvidenza. “Avete da sapere questo, e tenetelo per certo: mai Dio mancherà di provvedere alle sue necessità così materiali che spirituali, purché non si venga meno da parte vostra. Perché se Dio ha piantata questa Compagnia, mai l’abbandonerà, dal momento che sta scritto: “Non ho mai visto il giusto essere abbandonato, né la sua progenie andar mendicando”. Ma anche in questo caso c’è un patto preciso: Dio farà, a condizione che anche voi facciate la vostra parte. Si tratta del 4° Ricordo, dove è questione di amministrazione economico-finanziaria. Tuttavia questa fede in Dio, fonte della nostra speranza, tutta questa certezza della fedeltà di Dio, fonte delle nostre speranze, e il nostro atteggiamento di risposta sono sintetizzati nel prologo dei Ricordi: “Abbiate speranza e ferma fede in Dio; Egli vi aiuterà in ogni cosa. Pregatelo, umiliatevi sotto la sua gran possanza, perché senza dubbio, come vi ha dato una tale impresa (quella del governo), così vi darà anche le forze per poterla portare a termine, purché non si venga meno da parte vostra. Fate, movetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a Lui col cuor vostro: e senza dubbio vedrete cose mirabili, dirigendo tutto a lode e gloria di sua Maestà e all’utilità delle anime”. C’è un solo commento a questo passo, nel quale non c’è – come sempre del resto – una sola parola di troppo: rileggere il testo tale e quale: “Abbiate speranza e ferma fede in Dio; Egli vi aiuterà in ogni cosa. Pregatelo, umiliatevi sotto la sua grande possanza, perché senza dubbio, come vi ha dato una tale impresa (quella del


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governo), così vi darà anche le forze per poterla portare a termine, purché non si venga meno da parte vostra. Fate, movetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a Lui col cuor vostro: e senza dubbio vedrete cose mirabili, dirigendo tutto a lode e gloria di sua Maestà e all’utilità delle anime”. I miracoli non mancheranno; ma bisognerà che ogni nostra decisione sia dettata dalla duplice carità e diretta a lode e gloria di Dio e a bene del prossimo. Certo, fedeltà di Dio non vuol dire che tutto si svolgerà beatamente, secondo il nostro modo di considerare la gloria di Dio e il bene delle anime. Ci deve essere uno spazio per lo spirito di fede; non siamo ancora al tempo della visione. Non avremo il paradiso in terra. Tuttavia sul dolore umano, sulle nostre delusioni e le difficoltà che ci ostacolano inevitabilmente la Madre spalanca un cielo sereno che richiama le strade spinose e sassose del prologo della Regola, che diventeranno fiorite e lastricate d’oro. Dobbiamo rifarci al Ricordo 5, il Ricordo delle grandi promesse e dei grandi incoraggiamenti, e non solo quello dei grandi insegnamenti: “E’ vero che talvolta avranno qualche tribolazione o affanno, tuttavia passerà presto e si muterà in allegrezza e gaudio. E poi, il patire di questo mondo è un niente per rapporto a quei beni che stanno in paradiso. E tengano per certissimo anche questo: non saranno mai abbandonate nelle loro necessità. Dio provvederà loro mirabilmente. Non si perdano di speranza. Quanti signori, regine e grandi personaggi, nonostante le loro ricchezze e la loro potenza, non potranno trovare conforto in qualche loro estremo bisogno. E invece loro, poverette come sono, troveranno consolazione e ristoro”. Potere e prestigio senza Dio lasceranno il cuore vuoto e solo. La fede in Dio invece fa sperare alle vergini della Compagnia il suo conforto, insieme con l’aiuto delle consorelle, alle quali del resto – e non va dimenticato – Angela raccomanda di prendersi cura delle anziane e malate, che nonostante la condizione di povertà o di impotenza rimangono pur sempre le “vere spose di Gesù Cristo” (Rg, cap. del governo). Certo, per vivere in questa visione di fede e perché le nostre speranze siano sostenute dalla Speranza, dovremmo cercar di vivere con lo sguardo volto al cielo. La Madre raccomanda alle colonnelle, quando vanno a trovare le loro figlie, di “invitarle a desiderare le allegrezze e i beni celesti, bramar quelle feste allegre e nuove del cielo, quei beati ed eterni trionfi” (Rc 5). Splendido e tanto confortante, il messaggio che ci fa intravedere e pregustare il destino che ci attende per tutta l’eternità: “E darete loro questa buona nuova, che io gli annuncio da parte di Gesù Cristo e della Madonna: quanto hanno da giubilare e far festa perché in cielo, a tutte una per una, è preparata una nuova corona di gloria e d’allegrezza, purché stiano ferme e salde nel loro proposito e si sforzino di osservare la Regola. E su questo non vogliano dubitare per niente”. Coraggiosa la Madre, a impegnarsi nella promessa, ma chiare ed esigenti le condizioni poste per l’effettuazione della promessa: star ferme e salde nella via intrapresa e osservare la Regola. Angela Merici non svende il paradiso, nemmeno


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per attirare le vocazioni; ma piuttosto ne ricorda il prezzo: La prospettiva celeste, splendido dono della fedeltà a Dio, deve stimolare la nostra fedeltà. E fedeltà può essere parola dura, specie in certi momenti. E lunga. E dolorosa. Ma non siamo sole lungo questo cammino. La Madre fa strada con noi. Ce ne dà l’assicurazione. “E direte loro che, adesso, io sono più viva di quando mi vedevano materialmente, e che adesso più le vedo e le conosco. E che posso e voglio aiutarle di più. E che sono continuamente fra loro con l’Amatore mio, anzi nostro e comune di tutte, purché credano e non si perdano d’animo e di speranza”. Lei è con noi; e non sola, ma con colui che, dopo esserle stato amatore e sposo, rimane al nostro fianco, amatore e sposo. Purché noi continuiamo a credere e a sperare senza stancarci. E poi – tenerezza di madre – ci manda un saluto affidandolo alle colonnelle : “Quando le visiterete, io vi do questa incombenza: di salutarle e di dar loro una stretta di mano anche da parte mia”. Santità e penitenza non l’hanno scorporata e nemmeno inaridita; non hanno soffocato in lei la donna. Anzi, ci dà la sua parola: dal cielo continua a seguirci con l’amore e l’interesse di sempre, e si compiace dei nostri sforzi di fedeltà: “Sappiate che adesso son più viva di quando non lo fossi quando ero in vita; e vedo di più, e amo di più, e più mi fanno piacere le buone cose che vi vedo fare con costanza. E adesso voglio ancora di più, e posso ancora di più aiutarvi e farvi del bene in ogni modo”. Quest’ultimo passo è tolto dal prologo dei Ricordi. E’ come la chiave d’interpretazione di tutti i Ricordi. Non per niente li ha dettati prima di morire… E ci sarà vicina, insieme a Cristo, nei momenti difficili come quello della nostra morte. E allora faremo l’esperienza gioiosa della sua amicizia: “la grandissima ed inapprezzabile grazia che l’Amatore mio, anzi nostro, vi darà al punto estremo della morte, perché nei grandi bisogni si conosce la vera amicizia. E credete fermamente che allora specialmente riconoscerete in me un’amica fedele” (Rc 9). In quel momento “ci avvolgeranno la luce di Dio e il suo splendore allegro di verità” (Ts 11). E in questa promessa perfino la morte perde quello che può avere di lugubre e di angoscioso. Sarà Lui che starà ad attenderci, mentre sarà la nostra lunga attesa che finalmente avrà fine. Abbiamo rilevato qua e là come le promesse e la speranza dell’esecuzione siano generalmente condizionate: se… purché… a condizione che… E la condizione è sempre che si sia fedeli, che si agisca, che si ami… E c’è un’altra condizione veramente “sine qua non” per sant’Angela: che si realizzi il desiderio di unità che feriva il cuore di Cristo nell’ultima cena e che ferisce il suo: “L’ultima voce mia che vi raccomando, e per la quale fin col sangue vi prego…” E’ un desiderio di carità-virtù teologale, cioè di Dio vivente in noi, e libero di viverci purché gli lasciamo tutto lo spazio possibile. Ed è, nello stesso tempo, una presenza tanto difficile… Nell’ultimo legato, l’11°, la Madre ha il presentimento che i tempi e le circostanze richiederanno nuovi ordinamenti o nuove maniere di compiere gli antichi, e incoraggia le matrone: “Fatelo, prudentemente e con buon consiglio. E sempre il


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principal ridotto vostro sia il ricorrere ai piedi di Gesù Cristo; e lì, tutte con tutte le vostre figliole, far caldissime orazioni. Perché così senza dubbio Gesù Cristo sarà in mezzo a voi, e vi illuminerà ed ammaestrerà come vero e buon Maestro su quello che avrete da fare”. La garanzia di buone decisioni può venire solo da questa presenza di Dio nelle nostre sedute di consiglio, e dalla concordia di tutti i membri nel ricercare la volontà di Dio, anche se la ricerca presuppone un suo processo dialettico di tesi, antitesi e sintesi. Ma la coralità degli intenti è necessaria, e l’unità degli spiriti nel Cristo è necessaria. “Così ancora sforzatevi di essere con tutte le figlioline vostre, perché quanto più sarete unite, tanto più Gesù Cristo sarà in mezzo a voi, a guisa di padre e buon maestro. Né altro segno ci sarà che si sia in grazia del Signore che l’amarsi e l’essere unite insieme, perché Egli dice: ‘Da questo conoscerà il mondo che sarete dei miei se vi amerete insieme ’ ”. (Ts 10). E’ uno dei tanti punti che ci piombano subito nell’esame di coscienza, perché forse niente viene più facilmente compromesso dell’intensità di questa vita di carità dentro di noi. Si direbbe che Angela volesse applicare anche a sé questa categoria di riconoscimento di coloro che sono “sue”: da questo conoscerà il mondo che siete delle mie, se vi amerete insieme. E soltanto se vi si potrà riconoscere come di Cristo, e riconoscere come mie, potrete sperare di avere Cristo in mezzo a voi: Cristo che vi illumina su quel che dovrete fare, Cristo che vi insegna come dovrete agire, Cristo che da dentro di voi chiamerà altre a fare la stessa strada. Fuori di qui, siamo “cembali sonanti”, potrebbe concludere Angela facendo eco all’Apostolo delle genti. E allora riascoltiamo la Madre mentre rivolge alle “sue” colonnelle le sue ultime parole: “L’ultima voce mia che vi rivolgo, e con la quale fino al sangue vi prego, è che siate concordi, unite insieme tutte d’un cuore e d’un volere. Siate legate col legame della carità l’una all’altra, apprezzandovi, aiutandovi, sopportandovi in Gesù Cristo. Perché se vi sforzerete di essere così, senza dubbio il Signore sarà in mezzo a voi. Avrete in vostro favore la Madonna, gli Apostoli, tutti i santi e le sante, gli angeli, insomma il Cielo tutto intero e tutto l’universo. Perché Dio ha ordinato così ab aeterno: che quelli che sono concordi nel bene in suo onore abbiano ogni prosperità, e che ciò che fanno vada in fin di bene, proprio perché hanno Dio e ogni sua creatura in loro favore. Considerate dunque quanto importi questa unione e concordia. Allora desideratela, cercatela, abbracciatela, tenetela con tutte le vostre forze. E io vi dico che, stando voi tutte così unite di cuore insieme, sarete come una fortissima rocca o torre inespugnabile contro tutte le avversità e persecuzioni e inganni diabolici. E inoltre vi assicuro che ogni grazia che domanderete a Dio, vi verrà concessa infallibilmente. E allora, incitate le vostre figlie a proseguire nell’impresa incominciata. E con loro rallegratevi, che senza dubbio quello che vi dico avverrà”. Arrivate a questo punto non abbiamo più parole. Ma ci rimane un dubbio e allora, perché Dio non ascolta per esempio le nostre preghiere per le vocazioni? E sembra non benedire le nostre scuole dopo tanti secoli di lavoro proficuo per la sua gloria? Ecc. E ciascuna sa quali sono le preghiere che sembrano o sono inascoltate. Cerchiamo, rimeditando le diverse citazioni raccolte in questa chiacchierata,


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cerchiamo quali sono i motivi per cui il Signore sembra guardare da un’altra parte; rivediamo la nostra vita di fede e di speranza, e poi lavoriamo sulla carità. E sia prima di tutto la Carità intesa come amore personale, il mio amore di donna, per Cristo mio sposo, dal momento che lui ha avuto la debolezza di innamorarsi di me. Perché questo significa “amatore”: uno che si è innamorato di me. 25-01-1990 CARITA’ I voti di religione sono un denominatore comune, giuridicamente codificato, nei quali può esprimersi la consacrazione religiosa, ma non sono la consacrazione religiosa. La consacrazione è qualcosa di più intimo, di più profondo del legame giuridico. E’ un amore che si dona totalmente, con esclusione di ogni altro amore dello stesso genere e specie. Sant’Angela, che aveva fondato la Compagnia per quelle donne che non potevano o non volevano entrare in un convento di clausura, non ha imposto loro di fare i voti, che avrebbero potuto provocare qualche disagio a persone viventi nel mondo. Ma ha formulato la Regola in termini tali da non lasciare dubbi. Conteneva tutta la materia dei voti e qualcosa di più. Il linguaggio non era quello legale d’un legislatore, ma quello spirituale del mistico, e tuttavia così preciso da non consentire ambiguità o scappatoie. La spiritualità dell’Istituzione orientava fin dalla prima pagina l’interpretazione dei diversi capitoli. Questa è una premessa importante. La nostra consacrazione ha una sua propria connotazione che deve caratterizzare la nostra pratica dei consigli evangelici: siamo state chiamate in maniera speciale a manifestare nella nostra vita l’unione sponsale della Chiesa con Cristo. Alla radice della nostra consacrazione c’è una scelta elettiva di Dio: mi ha prevista da sempre; mi ha guardata; mi ha amata; mi ha scelta. E mi ha scelta destinandomi a una nuova e stupenda dignità. Diamo la parola in proposito a padre Valentino Macca, che ha lasciato una sintesi magistrale su questo aspetto sponsale del carisma mericiano: “Nel clima di rinnovamento della Chiesa del suo tempo, Angela vive in sé eccezionalmente il mistero della Chiesa “sposa”. E’ ciò che costituisce l’asse del suo pensare ed agire, la nota più forte della sua esperienza, della sua spiritualità, della sua maternità di fondatrice. E’, almeno, ciò che risulta da quanto con maggior sicurezza ci rivelano la Regola, i Ricordi, i Legati, specchio autentico della sua anima e rivelazione del suo modo di “sentire” Cristo, di “accogliere” Cristo, di “rispondere” a Cristo, “il nostro dolce e benigno sposo Gesù”. “La spiritualità nuziale” nella linea della vocazione verginale parte dalla convinzione teologica di un’iniziativa dell’ “Amatore”, nello “scegliere” e “chiamare” “ad essere vere e intatte spose” del Signore.


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Si tratta di grazia e dignità grande e domanda la corrispondenza dell’amore. Le esigenze della Regola, col clima di ascesi coraggiosa e lieta, sono proiettate verso una mistica che, abbandonando la vergine all’azione dello Spirito, vuole aiutarla a “piacere il più possibile a Gesù Cristo sposo”. E’ così che Egli diventa il Tutto della sposa, secondo un testo notevole della Regola. Poiché solo così per la vergine “Cristo [diventa] unico tesoro, in modo che Egli sia anche l’Amore”. Soltanto così, nell’ottica di Angela, essa vive la piena fedeltà nuziale e “fa onore a Gesù Cristo”, al quale ha promesso le sua verginità e se stessa. “E’ la fedeltà dell’amore unitivo con cui la vergine, come la Chiesa e con la Chiesa, è “santa, senza macchia o ruga o alcunché di simile”, protesa perennemente al colloquio-comunione, la cui eco è trasmessa dalle ultime parole della Rivelazione, con il dialogo tra lo Spirito e la Sposa: ‘Vieni’ “. Il Prologo della Regola introduce questa realtà della nostra vita: elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio, cui si aggiunge una sorta di dimensione comunitaria, per quanto in senso lato, molto lato, ma concreto. “Insieme”. E anche questo è una nota caratteristica dell’ispirazione dello Spirito Santo e della docilità della Madre nell’avvertirla e nel realizzarla. Le vergini consacrate e viventi nel mondo hanno una lunga tradizione nella Chiesa. Ma era una forma di vita vissuta singolarmente, senza un legame associativo fra loro. La Compagnia, invece, è una forma associativa ben strutturata nonostante la vita condotta individualmente, in famiglia o a servizio presso terzi. Angela farà di tutto per educare nei membri della Compagnia una coscienza dell’istituto attraverso la consapevolezza di non essere delle isolate, ma dei membri di una famiglia spirituale, con una Madre e delle sorelle. Allora, ecco la nostra identità: vere e intatte spose del Figliol di Dio – unite insieme a servire sua divina Maestà. Questa identità, che conferisce una “nuova e stupenda dignità”, che ci mette “a tal gloria di vita da essere spose del Figlio di Dio quaggiù, e un giorno regine nel cielo”, non può essere esente da notevoli implicazioni, e la Madre (con grande onestà) le fa presenti fin dalla prima pagina: inganni e pericoli da ogni parte; si scateneranno contro di noi anche gli elementi naturali e l’inferno medesimo; sensi e sensibilità potrebbero risvegliarsi e associarsi ai nemici. Sgomento per la nostra debolezza? Paura per la violenza del leone ruggente? Risponde la Madre: “Sorelle mie, non vi dovete spaventare. Basta che voi vi sforziate, con tutte le vostre risorse, di vivere come si richiede alle vere spose dell’Altissimo e di osservare questa Regola come via per la quale dovete camminare, perché è stata dettata per il vostro bene”. Ecco dunque le condizioni (anche senza i classici “purché” mericiani!) per non lasciarsi turbare dai pericoli e dalle insidie che incombono: sforzarsi, cioè mantenere la buona volontà e la decisione di affrontare e sostenere le proprie responsabilità.


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La Compagnia non è una struttura assistenziale o protettiva né rifugio per donne sole nella vita, donne rimaste infantili, o indolenti, incapaci di perseveranza. E’ una forma di vita che richiede energia, forza d’animo, capacità decisionale, e la Regola indica una norma di condotta e lo spirito con cui calarla dalla teoria nella pratica. Perciò va attuata come norma e come spirito. E’ la Regola dettata per noi dalla Madre, nel nome della “beata e individua Trinità”. Adempite queste condizioni, afferma la Madre, “io ho questa indubitata e ferma fede e speranza nella infinita bontà divina che non solo supereremo gli ostacoli, ma ne conseguiremo gloria e giubilo”. “Indubitata e ferma fede e speranza”. Dio è buono. Risponderà ai nostri sforzi di fedeltà. E allora ecco la prospettiva gioiosa che si spalanca davanti a noi: la consolazione di sapere coinvolti i cori celesti nel nostro “quotidiano” a motivo del nostro cuore indiviso che anticipa lo stato dei beati nell’eternità; la trasformazione delle nostre difficoltà alla luce della loro presenza al nostro fianco; e finalmente il premio eterno. E allora coraggio! Tagliamo corto con i tentennamenti e le tentazioni. Alla fine ci attende una celebrazione alla quale parteciperà l’universo intero: “da tutti, in cielo e in terra, verranno gloria e trionfo”. Allora andiamo a considerare gli impegni fondamentali della Regola circa i consigli evangelici, per poterli assolvere non secondo il nostro spirito proprio, e nemmeno secondo altre spiritualità che potrebbero venir di moda, ma nello stile mericiano, e cioè da “spose dell’immortal figlio dell’eterno Dio”. Seguendo l’ordine dettato dalla Madre partiamo dall’obbedienza, che ci propone subito un modello: Gesù Cristo. Il che introduce subito una riflessione sulla conformità a Lui. Una coppia per poter vivere serenamente ha bisogno di trovare una comunanza d’idee, d’interessi. Se poi i due si vogliono bene, fanno a gara per farsi piacere. In questa reciprocità si approfondisce la mutua conoscenza, ma si finisce anche per assomigliarsi di più. Il primo che ha fatto il gran passo per venire incontro al nostro essere è stato il Verbo di Dio che ha preso carne nel grembo di una donna, assumendo la nostra condizione umana. Ha voluto vivere la nostra stessa esperienza, compresi la tentazione, la fame e il sonno, il desiderio d’amicizia. Non ha fatto l’esperienza del peccato, ma in compenso ha preso su di sé il peccato di tutti noi, e nel Getsemani ne ha sentito talmente il peso che ha sudato sangue. E ha accettato, anzi, ha scelto di morire in croce. Si è fatto umano come gli uomini per capirli, per amarli con un cuore d’uomo, per farsi amare alla maniera umana. Adesso tocca a noi farci come Lui. Tocca a me. La partecipazione alla sua vita divina non mi è costata niente: fu il suo regalo al mio battesimo. Ma poi fino a che punto ho cercato di assomigliare a Lui?


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Ricordo una frase del professor Franceschini quando mi ha vista col crocifisso nuovo: “Avete ridotto il crocifisso… Mi auguro che non arriverete a ridurre anche la vostra conformità a Cristo crocifisso…”. La prima conseguenza che si riduce è proprio quella che tocca l’obbedienza, e se ne trova la giustificazione nel principio della realizzazione di sé, anche se il fatto che dobbiamo essere partecipi della risurrezione di Cristo e che il Cristianesimo è gioia. “Abnegazione” è ormai parola che contrasta con le moderne conclusioni dell’antropologia, della psicologia, ecc. A me pare che ci siano due tipi di abnegazione: quella cui sono tenuti gli uomini quando la loro volontà li porterebbe a trasgredire la legge morale e le leggi positive. E poi quella cui siamo tenute noi per non trasgredire la “legge propria, quella che abbiamo abbracciato diventando orsoline e della quale facciamo professione. Quando la nostra volontà si oppone alla legge, il nostro sguardo interiore si offusca. E’ allora che non sentiamo più nemmeno lo Spirito Santo. Ma se riusciamo a riassestare la nostra volontà facendola aderire alla volontà di Dio, allora l’anima viene come immersa nella luce divina e si avvicina maggiormente a Cristo. L’anima è in pace. Però… però Cristo non si è limitato a fare strettamente la volontà del Padre. Sarebbero bastate, per quello, la sua incarnazione, poi una vita normale senza troppo scotimenti, poi l’addormentarsi umano nel seno del Padre o l’ascendere in cielo da vivo. Invece l’amore per l’umanità l’ha travolto e gli ha fatto passare ogni misura. Amare è darsi senza misura. Allora noi, fatto il passo della rinuncia al matrimonio, potremmo scegliere di vivere senza troppi scossoni in attesa della vita eterna? E come potremo capire Cristo il nostro Lui, e intenderci con Lui, senza fare l’esperienza della rinuncia e del sacrificio, se non è possibile oltre la legge almeno entro la legge, ma con la fede e con l’amore e quindi con la serenità della sposa? Ho così poco da darti, Signore… Ecco il mio fiorellino! Conformità a Cristo è ritornare a valorizzare la penitenza per amore. Non si può sottrarsi all’obbedienza rendendola una limitazione o una frustrazione della nostra libertà. E’ solo un elemento del nostro contratto nuziale. Se obbedisco assomiglio a Lui. Se rinnego me stessa assomiglio ancora di più a Lui. Se gli offro qualcosa cui non sono tenuta, allora questo diventa un atto d’amore che mi fa entrare di più nell’intimità con Lui. Dal giorno in cui ci siamo scambiati il sì nuziale abbiamo tanti interessi in comune! Non è giusto che sia solo Lui che ci mette tutto il capitale. Abbiamo, noi due insieme, un mondo da salvare per la gloria del Padre. Dall’obbedienza che ci fa ricercare la somiglianza con Cristo sant’Angela passa alla verginità che ci fa belle per Cristo, che ci rende a Lui gradite. E’ interessante rilevare come la Madre non usi il termine “castità”. Tutti infatti sono tenuti a praticare la castità. Anche i coniugi. Allora non avrebbe senso proporla alla Compagnia.


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Forse anche per evitare qualsiasi confusione coi Terz’Ordini che non esigevano la verginità perpetua. Per le sue figlie la Madre vuole molto di più, per offrire loro molto di più. E non mette tanto l’accento sull’integrità fisica come oggetto di considerazione umana o moralistica e discriminante (la Madre accetterà persino una vedova, e la farà colonnella), ma verginità come integrità dello spirito, che corrisponde al dominio assoluto della virtù di carità. E’ la verginità del mistico, per il quale l’incontro con Cristo non può essere ostacolato in alcun modo. Verginità è trasparenza attraverso la quale passa Cristo come il raggio di sole attraverso il cristallo, e l’investe e l’irradia. Senza incontrare macchie, né rughe, né incrinature. Verginità che è anticipazione quaggiù dello stato di plenitudine, di compiutezza che sarà di tutti i beati quando, nei cieli eterni, non si mariteranno né si ammoglieranno, ma saranno come gli angeli di Dio.La vergine trova in Dio già da questa vita colui che la completa. Come la sposa trova nello sposo il suo completamento. Cristo diventa il suo partner. Per sempre. “Sposa dell’Altissimo”, le ricorda sant’Angela. E dunque necessità di farsi degna di Lui. L’elenco dei costitutivi di questa dignità non è tanto breve. Incomincia coi sottintesi delle prime righe: sorella degli angeli, e lo abbiamo visto. Vittoria degli appetiti, che richiama la conquista dell’autonomia della volontà e del cuore dagli istinti e dalle passioni disordinate, attraverso quello sforzo di ascesi che la fa più simile allo sposo. Regina delle virtù poiché, essendo questa verginità tutt’uno con la carità, le assomma tutte in sé. Possesso di tutti i beni poiché, avendo Gesù Cristo come suo tesoro, in Lui possiede l’amore che la realizza anche come donna e arricchisce la sua femminilità del dono della maternità dello spirito. Vengono poi raccomandazioni positive e negative. Non c’è che rileggere, facendone uso per il nostro esame di coscienza, e ricordando che ogni volta che noi manchiamo in qualche punto, noi perdiamo o almeno compromettiamo le verginità mericiana in noi. E che in quel caso dobbiamo subito riparare cercando di rifare in noi questa verginità. “Sopra tutto si tenga il cuore puro e la coscienza monda da ogni pensiero di cattiveria, da ogni ombra d’invidia e di malevolenza, da ogni discordia e sospetto temerario, e da ogni altro cattivo desiderio e cattiva volontà. E le relazioni col prossimo siano discrete e con modestia”. Ed ecco il richiamo a una verginità per così dire “teologale”: sia lieta e sempre piena di carità, e fede, e speranza in Dio. E un’allusione – velata ma che sarà ripresa poco più sotto – all’edificazione del prossimo, che è un aspetto della maternità mericiana, il risvolto della nostra relazione sponsale. Ed ecco le raccomandazioni al negativo: “Non nominando Dio vanamente: Non giurando, ma solamente dicendo con modestia sì,sì, oppure no,no, come Gesù Cristo insegna. Non rispondendo superbamente. Non facendo le cose malvolentieri. Non stando adirata. Non riportando cosa alcuna di male. Non facendo atto né gesto alcuno indegno specialmente di chi ha nome di serve di Gesù Cristo”. E’ l’unica volta in cui Angela applica questo sostantivo alle sue figlie.


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“Ma tutte le parole, gli atti e i comportamenti siano sempre di ammaestramento e di edificazione di chi ci frequenterà, tenendo sempre nel cuore una ardente carità”. Testimonianza di vita e parola intese come mezzo di educazione e di edificazione del prossimo: esercizio della nostra maternità. E siamo alla povertà, che è il vertice della spiritualità mericiana. E’ importante rilevare che, mentre la Madre suppone e trova opportuno che la Compagnia come tale abbia dei beni, e che questi siano gestiti con buon senso e diligenza, per i singoli membri le sue esigenze non hanno limite: dipendono dalla grazia personale e dall’amore. Anche questo capitolo della povertà, prescrizioni e interdizioni, per sé apparentemente generiche e quindi poco o niente giuridiche, in realtà sconfinano nella mistica e assumono un contenuto preciso. Povertà per sant’Angela non è tanto una virtù che si esercita nell’ambito delle proprietà materiali, quanto piuttosto un esercizio che implica lo spirito e il cuore. E’ la “povertà di spirito” evangelica, della creatura che nella fede si fida del suo Creatore e a Lui si abbandona tutta nelle sue mani. La povertà mericiana non ci lascia più niente di nostro, più niente su cui contare, più niente che dia sicurezza. Tocca tre categorie di beni: quelli che già possediamo e che quindi amiamo; quelli che sogniamo di possedere e nei quali abbiamo posto le nostre speranze; e poi quello che siamo e di cui tante volte diciamo: “è tutto quello che mi resta”. E di tutto questo la Madre ci spoglia per renderci più libere di seguire Dio, più svelte nel tenegli dietro, più vuote per lasciarci riempire di Lui. La povertà secondo sant’Angela ci toglie tutto, ma in cambio ci offre il regno dei cieli. Quanta gente arriva a Dio solo per aver perso tutto! A noi è chiesto di gettare tutto, liberamente e volontariamente. Per ottenere Dio nello stesso momento. Dio posseduto subito nella fede. Poi, a poco a poco, a mano a mano che la vita si snoda di distacco in distacco, Dio può farci fare l’esperienza del possesso di Lui. “In Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede del tutto povero, un vero niente, mentre possedendo Dio ha tutto. Questo “Tutto” che è Dio , è Cielo, è reame, è signoria sulle cose e su noi stessi, è liberazione. Dio solo. Il discorso è chiaro, ineccepibile. Ma duro da tradurre in pratica. Suppone una vita teologale intensa che faccia vivere della fede in Dio: Lui sa, può, vuole il mio gaudio e il mio bene. Mi fido di Lui. Non mi metto in ansia: dove mi manderanno? Che cosa mi daranno da fare? Che cosa mi accadrà? No. Mi lascerò condurre da Lui. Vivere della speranza in Dio: Dio vede e Dio provvede. Mi affido a Lui e se non ne ho un incarico dall’obbedienza non mi preoccupo di metter da parte, di raccogliere per sentirmi al sicuro per l’avvenire. Vivere di carità, vivere cioè dell’amore di Dio. Per questo amore mi spoglio di me stessa, perché sia Lui che viene a vivere in me così che io, nella mia maternità spirituale possa portare Lui ai fratelli. Con la testimonianza non già della mia vita, ma


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della vita di Cristo in me; con una parola che non sia la mia, ma data a Lui perché sia Lui ad usarla per parlare. Nella nudità del mio distacco interiore da ogni cosa, per poter meglio perdermi e ritrovarmi in Lui. La povertà mericiana trova la sua più alta espressione nel finale della preghiera di sant’Angela. Prima di recitarla bisogna pensarci. Dio potrebbe prenderci in parola e farci passare per quello spogliamento. Sarebbe lo spogliamento totale di sé e delle cose, nel silenzio di sé e delle cose. Ma sarebbe l’incontro più intimo e più divino col Tutto: “Signor mio, unica vita e speranza mia, ti prego che tu ti degni di ricevere questo mio vilissimo ed immondo cuore, e di bruciare ogni suo affetto e passione nell’ardente fornace del tuo divino amore. T prego di ricevere il mio arbitrio e l’intera mia volontà… Ricevi ogni mio pensare, parlare e operare; insomma ogni cosa mia, sia interiore che esteriore. Tutto offro ai piedi della tua divina Maestà. E, ti prego, degnati di riceverlo, benché io ne sia indegna. Amen”.


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18. OBBEDIENZA MERICIANA Per una meditazione completa sull’obbedienza dobbiamo partire dalla concezione mericiana dell’autorità, quale si può dedurre dai Ricordi e dal Testamento: “Tenetevi sottomesse alle Madri principali, che io lascio al mio posto, come è giusto… Obbedendo a loro, obbedirete a me stessa, e obbedendo a me obbedirete a Gesù Cristo, il quale per sua bontà mi ha eletta ad essere madre e viva e morta…benché dal canto mio ne fossi indegnissima…” (Ric 3). E ancora: ”Volendo Dio con l’eterno suo consiglio…eleggere fuor dalla vanità del mondo molte specialmente vergini… ed essendo piaciuto, nella sua infinita bontà, adoperare me come strumento… fra i buoni e necessari mezzi di cui mi ha provvista, voi ne siete uno dei principalissimi: voi che siete trovate degne di essere vere e affettuose madri di così nobil famiglia…” (Ts,pr.). E per concludere: “Imparate dal Signor nostro, il quale, mentre fu in questo mondo, vi fu come servo, obbedendo al Padre eterno fino alla morte” (Ric 1,6). L’autorità nella Compagnia si fonda su una scelta da parte di Dio, il quale ha il proprio progetto sull’Istituto e quindi su di noi, e si fonda sulla missione specifica che Dio ha affidata a sant’Angela e che sant’Angela a sua volta delega a coloro che sono state chiamate ad esercitare questa autorità. Tutto questo va vissuto in un’atmosfera di fede, sia che si comandi (ma che brutta parola!), sia che si obbedisca; autorità e obbedienza esercitate in spirito di servizio; e tutto questo non distrugge, purtroppo, una incontestabile realtà: persistono dalle due parti i limiti personali e le tentazioni di autonomia e di individualismo. Principi fondamentali per chi esercita l’autorità e per chi deve obbedire sono, per sant’Angela, spirito di fede e dovere di giustizia. E sopra tutto – ed è fondamentale – conformità a Cristo, quello sposo di cui siamo state chiamate a condividere il destino. Il nostro “sì” nuziale ci lega indissolubilmente a lui. Incominciamo dall’esercizio dello spirito di fede. Un filo diretto lega la superiora a Dio passando per sant’Angela. Così, non è tanto la persona che conta, ma questo filo che lei è chiamata a intrattenere. Importa la missione che è chiamata a svolgere. Se guardiamo le cose “sub specie aeternitatis”, se il nostro sguardo si è abituato a considerare le cose alla luce di Dio, se ci sforziamo di conoscere il suo progetto per realizzarlo, superiore e suddite, Dio non ci verrà meno. Dio non ci ingannerà. Alla nostra fiducia corrisponderà la sua provvidenza. Dio sarà “dietro” l’autorità; allora Dio si farà trovare dietro l’obbedienza. Lo incontreremo nell’autorità, parola di sant’Angela!, anche nel peggiore dei casi. Potranno essere comando e obbedienza difficili; potranno essere comando doloroso e obbedienza lacerante, ma saranno profittevoli per la nostra santificazione. Del resto, anche l’esercizio dell’autorità, se l’autorità è stata assunta con cuore di madre, conoscerà le sue ore di sofferenza davanti al sacrificio imposto. Le superiore, cioè le persone in autorità nella Compagnia, sanno che un giorno saranno giudicate sul comando; le suddite sanno che un giorno saranno giudicate sull’obbedienza. (Lasciatemi usare il termine “suddite” tanto per intenderci; ma il termine esatto per la Compagnia dovrebbe essere “figlie” di fronte a “madri”).


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Sant’Angela conosceva le sue nobildonne scelte come matrone, sapeva le loro debolezze, le loro ostinazioni, forse anche il loro arrivismo. Conosceva le sue colonnelle, la loro semplicità popolana, la loro ignoranza, e forse anche il loro desiderio di emergere. Eppure non ha presentato l’autorità in termini di semplice struttura , inevitabile per il buon andamento della Compagnia. Ci ha tenuto, invece, a sottolineare il coinvolgimento delle superiore in un progetto concepito da Dio “nel suo eterno consiglio”, e ha raccomandato alle figlie di guardare più in alto, fino a trovare Cristo. Quel Cristo che, essendosi scelto la Compagnia di S. Orsola, e avendola affidata a Sant’Angela, ha provveduto alla fondatrice delle collaboratrici. “Quelle” collaboratrici. E poi si è messo dietro a loro. Qui subentra il dovere di giustizia: “così come è cosa giusta”. Giustizia verso Dio autore del progetto, e giustizia verso gli attori che lo devono realizzare. Bisogna corrispondere all’atto provvidenziale di Dio che ha scelto (o ha permesso che si scegliessero) certe persone a rappresentarlo. Proprio perché lo rappresentano meritano rispetto. Proprio per la missione che è stata loro affidata. E siccome non è una missione comoda, per giustizia meritano fiducia, collaborazione, amore. Così come meritano rispetto, fiducia, collaborazione, amore le figlie, implicate nel medesimo progetto di Dio sull’Istituto e sui suoi membri. Oggi psicologia, sociologia, antropologia ci portano a parlare dell’autorità in termini di “funzione”, “impegno” (per non dire “mestiere”). Psicologia, sociologia e antropologia sono ormai secolaresche. Mi sembra di poterle definire così: uno sguardo profano su un progetto divino. Uno sguardo irriverente e dissacratore in nome dei diritti dell’uomo e della sua libertà contrapposti ai diritti di Dio. Ma noi non possiamo secolarizzarci così. Pur senza fideismi ciechi, dobbiamo ritornare a considerare la responsabile come mediatrice della volontà di Dio su di noi, dal momento che responsabile e sorelle sono unite in una stessa obbedienza. L’obbedienza alla volontà di Dio, ricercata insieme e insieme compiuta. Sant’Angela aveva concepito la Compagnia come una famiglia spirituale. E per l’autorità aveva scelto la parola “madre”. In questa parola si incontrano il modo di governare e il modo di obbedire. Da questa parola prende forma lo stile dell’obbedienza mericiana. E’ una parola da riguardare alla luce della fede e dell’amore; da accettare senza per questo sentirsi diminuite o ridotte allo stato d’infanzia. Modello di obbedienza alla volontà del Padre, e quindi modello di obbedienza così per le superiore come per le semplici consorelle, inutile dirlo, è il Cristo, obbediente al Padre fino alla morte. Così come è modello di autorità intesa come servizio dei fratelli. Con tutto ciò, spirito di fede, senso della giustizia, retta intenzione, amore materno o filiale non impediranno all’obbedienza nella sua duplice relazione creata dal rapporto superiore-suddite, di essere talvolta un mistero di dolore, di spogliamento, di annientamento. Ma è ciò che è già accaduto ad un altro… “Christus factus est obbediens usque ad mortem, mortem autem crucis”. Tuttavia, a nostro incoraggiamento e conforto, “propter quod et Deus exaltavit illum, et donavit illi nomen quod est super omne nomen…Dominus Iesus Christus in gloriis est Dei Patris” (Phil 2,8-9. 11).


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Per il Padre e il Figlio, questo è il gaudioso ritrovarsi nell’unità dello Spirito, senza essersi lasciati mai, ma dopo aver conosciuto - e perfino sperimentato nella carne, quanto al Figlio – il terribile decreto di passione e morte che avrebbe riscattato l’umanità e l’avrebbe riportata a vivere nell’abbraccio trinitario. E passiamo, adesso, alla meditazione vera e propria sull’obbedienza, seguendo il testo della Regola. “Si esorta ancora ognuna a osservare la santa obbedienza, sola vera abnegazione della propria volontà, la quale è in noi come un tenebroso inferno”. Per questo dice Gesù Cristo: “Non veni facere voluntatem meam, sed eius qui misit me Pater” (Io 5,30)… Infatti l’obbedienza è nell’uomo come una grande luce, che rende buona ed accettabile ogni sua azione; per cui si legge: “Melius est oboedire quam sacrificare” (1 Sam 15,22)… E i sacri canoni dicono: “Nullum bonum est extra obedientiam” ; cioè: ogni cosa nostra, perché sia buona, dev’essere fatta secondo obbedienza. Rileviamo subito come Angela sappia tenersi al proprio posto: “si esorta”. E’ un’esortazione, non un comando. L’obbedienza riguarda la volontà, cioè l’atto libero dell’uomo, e lei non comanda alla volontà. Nel suo rispetto per la persona umana, consiglia, propone. Non impone. “Ognuna”: sempre questo discorso personalizzato, individualizzato. La “santa obbedienza”: doveva essere una locuzione corrente; apparteneva al linguaggio di un’epoca dominata da una religiosità magari più di maniera che non di ispirazione, però largamente diffusa. Un’epoca dottrinalmente modesta quanto a conoscenze teologiche, eppure ancorata alle verità fondamentali, e con un senso religioso del sacro. Oggi una locuzione così può anche farci sorridere. Eppure è vera ed è ricca di significato. Perché non si tratta dell’obbedienza per l’obbedienza, come può accadere di trovare nella vita quotidiana secolaresca; l’obbedienza per convenienza, per motivi di comodo, per forza di cose, perché non se ne può fare a meno, e magari ridotta ad esecuzione puramente formale e a denti stretti. Bensì dell’obbedienza come frutto consapevole di un dono a Dio della propria libera volontà. L’obbedienza è dunque, per sant’Angela, la maniera autentica di rinunciare alla propria volontà. E fin qui siamo tutte d’accordo. Ma che la volontà sia “in noi come un tenebroso inferno”… Confesso che nei primi anni non potevo capire questa affermazione. Come mai Angela, così rispettosa della persona e della personalità delle sue figlie, così attenta a non ledere i loro diritti, così vigilante sulla loro libertà di scelta, (lei che aveva posto come condizione per l’ingresso nella Compagnia la “propria volontà”), come mai poteva paragonare la volontà dell’uomo al “tenebroso inferno”? E come mai l’obbedienza, che mi violenta, che mi limita nell’esercizio della mia libertà, potrebbe essere in me “a modo d’una gran luce”? E’ soltanto più tardi che ho capito: La mia volontà può farsi inferno dentro di me quando essa si pone in antitesi con la volontà di Dio. L’inferno sta nell’opposizione della mia volontà a quella di Dio. Come fu nella beatitudine del cielo quando gli angeli proclamarono il loro “non serviam”, o nel paradiso terrestre quando i nostri progenitori rifiutarono di obbedire a Dio. E l’inferno fu. E’ il dramma che Cristo si portò dentro tutta la vita terrena: “Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella del Padre mio…” e che ebbe il suo culmine nel Getsemani: “Padre, se vuoi… tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42).


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Lo scontro della volontà umana con la volontà divina è evidente. E allora capisco. E’ quando mi riesce di aderire alla volontà di Dio, che l’anima si libera dalla nebbia della colpa o del mio giudizio; è quando entro nel progetto di Dio che in me si fa la luce. Lo spirito di fede, che mi fa incontrare Dio nella Regola e nelle sue prescrizioni, che mi fa incontrare Dio nella responsabilità è l’unica luce che può illuminarmi lo spirito nel buio di certe ore. L’obbedienza può essermi un limite e un freno che il mio giudizio personale rifiuta. Eppure è il criterio esatto di valutazione: “Melior est enim oboedientia quam victimae” è scritto nella Bibbia. Restare nella linea dell’obbedienza, della volontà del Padre, del suo progetto sull’Istituto e sui suoi membri come mi perviene attraverso la Regola e l’autorità, è migliore delle mie intenzioni, e perfino del mio profetismo. Angela dirà più avanti quali sono i criteri per evitare le confusioni tra profetismo autentico e illusioni. L’affermazione conclusiva di questo passo significa semplicemente: per noi, se vogliamo fare del bene dobbiamo agire secondo obbedienza, cioè secondo le prescrizioni e lo spirito della Regola. E allora, ecco le norme che sant’Angela prescrive alle figlie della Compagnia, “Ognuna voglia obbedire: prima ai comandamenti di Dio, poiché dice la scrittura: ‘Maledictus qui declinat a mandatis tuis’; cioè: maledetto colui che non osserva i tuoi comandamenti” (S 118,21). Angela, così mite pur nella sua energia, così “piazzevole e umana”, così comprensiva, non esita ad usare un linguaggio così forte: maledetto colui che… Perché i comandi di Dio non si discutono. La trasgressione conduce alla morte eterna. E lei vuol mettere in guardia le sue figlie contro quel rischio. Oggi che i comandamenti son passati un po’ di moda, forse anche noi dobbiamo rivedere un po’ le nostre posizioni, non già quanto alla pratica, ma quanto allo spirito con cui li pratichiamo. Poi, obbedire “a quello che comanda la santa madre Chiesa, perché, dice la Verità che è Gesù Cristo:’ Qui vos audit me audit, et qui vos spernit me spernit’ (Lc 10,16). “Terzo: obbedire al proprio vescovo e pastore, e al proprio padre spirituale”. Mettiamo insieme la Chiesa e i superiori ecclesiastici, e questi nella misura delle loro competenze. Angela richiama alla pratica dei precetti (oggi includerebbe anche gli insegnamenti del Concilio e del magistero pontificio). A noi adesso la Chiesa appare sotto un’altra luce. Ai nostri tempi ha riportato vittorie clamorose, ha conquistato stima ed ammirazione per alcuni interventi clamorosi, anche se troppo spesso gli “uomini di Chiesa”, e persino i religiosi, hanno perduto grandi battaglie e reso testimonianze non certo coerenti con quanto insegnano. Ai tempi di Angela le condizioni erano forse peggiori, ma per lei, nonostante tutto, la Chiesa è e rimane la “santa madre Chiesa”. Seguono le altre obbedienze: i governatori (cioè quei quattro uomini incaricati di sbrogliare le questioni materiali di qualche membro) e le governatrici della Compagnia. E’ una prescrizione che completa quanto abbiamo già detto nella premessa sull’autorità. Angela ha riassunto nel 3° Ricordo l’atteggiamento che le colonnelle devono avere verso le matrone, che erano superiori a loro. E noi possiamo applicare lo stesso insegnamento al nostro comportamento nei rapporti da suddita a superiora; e meglio – secondo lo spirito di sant’Angela – da figlia a madre. Ecco l’insegnamento: rendere loro un tributo d’onore e reverenza per la missione che svolgono; di rispetto per il carattere tutto spirituale che riveste la loro maternità; di sostegno di fronte agli


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altri; di apprezzamento del loro ruolo di mediazione della volontà di Dio, senza pretendere da loro la perfezione. E nello stesso tempo, tuttavia, un’obbedienza non cieca né irresponsabile: in casi particolari Angela riconosce il diritto di intervenire per chiarire una situazione, per far modificare una decisione. Pur sempre tutto con buon criterio e maturità di sentimento. “Dappertutto conservate onore e rispetto alle vostre madri, considerando che, se Dio comanda che si debba onorare il padre e la madre carnali, tanto più si devono apprezzare le madri spirituali. Pertanto, fate in modo che godano sempre di stima e di rispetto presso le vostre figlioline…” (3° Rc, 10-11). “Sappiate tuttavia che, se verrete a conoscere chiaramente che sono in pericolo la salvezza e l’onestà delle figliole, (e noi possiamo leggere ‘consorelle’ per quella maternità dello spirito che a nostra volta esercitiamo verso chi ci avvicina), non dovrete per niente consentire, né sopportare, né aver riguardo alcuno…”. Si può dunque dedurre il dirittodovere del dialogo: diritto e dovere da entrambe le parti. Sotto la mozione dello Spirito Santo; lo vedremo poi. Certo le superiore a loro volta hanno poi i Ricordi da meditare e praticare, e là troveranno la reversibilità del rapporto “figlie-madri” applicato al rapporto “madri-figlie”. “Inoltre: obbedire a padre e a madre, e agli altri superiori di casa, ai quali consigliamo di chieder perdono una volta la settimana in segno di sottomissione e per conservare la carità”. Per capire tutto il senso di questa prescrizione, dobbiamo riportarci al tempo di sant’Angela e alle origini della Compagnia, quando i suoi membri vivevano in famiglia o presso terzi; serve, contadine, soggette sempre a qualche autorità o familiare o di lavoro. Perciò dopo le autorità ecclesiastiche e religiose, Angela elenca le autorità domestiche: genitori, tutori, datori di lavoro. E chiede obbedienza nei loro confronti, chiede la debita sottomissione e persino l’umiltà di domandare perdono una volta la settimana. Immaginiamo quanto potesse costare questo atto che le faceva riprendere coscienza della loro dipendenza; però nello stesso tempo ristabiliva l’equilibrio domestico compromesso con qualche mancanza, così da ricostituire eventualmente un sereno legame di fraternità o di familiarità. “Piazzevole e umana” , la Madre, ma esigente ed energica. “Obbedire anche alle leggi e agli statuti dei reggitori, e ai governatori degli Stati”. Abbiamo qui una testimonianza del senso civile di Angela: il rispetto delle leggi civili stabilite da chi regge il governo del paese. Forse la riprendeva il rimorso delle infrazioni che aveva potuto commettere lei stessa o aveva visto commettere in famiglia, al tempo delle famose multe dei campari desenzanesi… Le infrazioni contro il dazio dovevano apparirle come peccati contro la giustizia. Di qui la raccomandazione di obbedire alle leggi civili. Che voleva dire: non frodare. Ci sono molti modi di disobbedire alle leggi civili: dal guidare male l’auto, al mancare di sincerità nelle denunce fiscali; dal comportarsi da pedone negligente, al non retribuire i lavoratori secondo giustizia… Oggi forse questi peccati non si commettono più per paura. E invece è per spirito di obbedienza che non si devono più commettere. Ricordiamo che l’obbedienza alle leggi del vivere civile rientrano anch’esse nell’osservanza dei comandamenti.


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“ E sopra tutto: obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo lo Spirito Santo ci suscita nel cuore; sentiremo la sua voce tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza”. Sopra tutto… l’obbedienza allo Spirito Santo, cioè la risposta alle proposte di Dio. Lo Spirito Santo consiglia e ispira; ha diritto di trovare ascolto ed esecuzione. Le nostre negligenze, la nostra indifferenza sono il tradimento dello Spirito, quando la sua voce cade nel vuoto. Ma c’è anche il rischio che la sua voce cada nel rumore della nostra ostinazione, del nostro gusto personale; e allora facciamo confusione. Non sappiamo più discernere. Sant’Angela dà i criteri per il discernimento: compiere anzitutto un atto di purificazione in noi, e poi tenersi in uno stato di purità. “Purificata” è un verbo; suppone un’azione compiuta. “Monda” è un aggettivo; suppone uno stato. Purificarsi è relativamente facile e svelto: coi sacramenti,coi sacramentali… Ma “tenersi” purificati non è altrettanto facile. Eppure, se non si è in questo atteggiamento interiore non si può essere sicuri di capire esattamente la voce dello Spirito Santo. Dobbiamo sforzarci di rimuovere gli ostacoli che si interpongono fra noi e Dio, cioè fra la sua volontà e la nostra… Dobbiamo ristabilire l’unità interiore della verginità mericiana che è verginità dello spirito… Dobbiamo spogliarci del nostro io-peccato, nella conquista di un io posto nel disegno di Dio. Bisogna che dalla disponibilità ed eseguire si passi alla disponibilità a “lasciarsi eseguire”; che si passi, cioè, dall’ “ecce” al “fiat” Una volta raggiunto il silenzio delle passioni interiori si può sentire la voce di Dio senza confusione, in piena verità. Perché lo Spirito Santo è colui che (come dice Gesù Cristo), “docet nos omnem veritatem…”. Senza dire che noi, per di più, potremo sempre contare sulla mediazione della responsabile della Compagnia, per non ingannarci. L’ultima raccomandazione della Madre può apparirci eccessiva, paradossale. Perciò va interpretata. “In conclusione: obbedire a Dio e a ogni creatura per amore di Dio, come dice l’Apostolo, purché non ci sia comandata cosa alcuna contraria all’onore di Dio e alla propria onestà”. Ecco: a me sembra che si dovrebbero prendere queste parole come una esortazione, un appello all’apertura agli altri. Un ascolto degli altri che non sia debolezza o complicità; una disponibilità, una capacità di accoglienza reciproca, così che ciascuna sia riconosciuta per se stessa, accettata ed amata così com’è. In tal modo, la fiducia reciproca contribuisce alla sincerità dei nostri rapporti, consentendo a ciascuna di esprimere liberamente il proprio pensiero nel rispetto di quello degli altri. Si tratta, cioè, di non tenersi sempre sul piede di difesa delle proprie idee personali come se si avesse il monopolio della verità, con un atteggiamento di chiusura ermetica alle spiegazioni, alle precisazioni, alle proposte degli altri. Solo dopo un ascolto onesto e disinteressato, dopo una considerazione oggettiva e non di parte, solo dopo tutto questo si può prendere posizione contro il pensiero altrui, e mantenere il proprio punto di vista, se esso si rivela giusto. Tutto questo discorso sull’obbedienza può sembrare, ed è, in contrasto con certi principi di certa psicologia che parla d’affermazione della personalità naturale, di realizzazione di sé, di responsabilità e libertà individuale, di diritto alla scelta del proprio ministero. E può essere vero, ed è vero, per chi non ha scelto di sposare Cristo. Ma chi l’ha sposato, e liberamente, l’ha sposato per la buona e la cattiva sorte, gli deve restare al fianco, condividendo il suo


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stesso destino, per l’estensione del suo Regno. E l’estensione si fa secondo il progetto del Padre, non secondo il proprio progetto. In un matrimonio ideale una sposa innamorata impegna creatività, intelligenza, volontà, tutta se stessa nel far riuscire il progetto del marito. Perché crede in lui. Perché si fida di lui. Perché vive per lui. Perché vive di tutto ciò che è lui. Ed è un discorso reversibile, reciproco. Di proprio, ciascuno dei due mette il proprio stile, la propria sensibilità, la propria maniera di amare, la propria misura di darsi all’altro. E quando, come accade per l’Orsolina, questo “Lui” è Cristo, vale la pena di impegnarsi totalmente per realizzare il suo progetto, sicure che da parte sua Lui ha fatto il meglio possibile per noi. Per di più, l’impegno d’obbedienza l’abbiamo assunto noi perché liberamente abbiamo voluto farlo. Obbedire è dunque anche una questione di coerenza, di dignità personale. Obbedire è, soprattutto, un atto di fede. Un atto d’amore. Un prestare a Cristo la propria umanità in quello che ha di più grande – la volontà e la libertà – affinché se ne serva per compiere il suo mistero di redenzione. La mia obbedienza è qualcosa che manca alla sua passione. La mia obbedienza totale è, anche, quello che manca alla realizzazione di me come sposa di Cristo; e Cristo è l’innamorato che, per sposare l’umanità, per sposare me, si è fatto uomo e poi è stato obbediente fino alla morte, e alla morte di croce.


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19. VERGINITA’ MERICIANA Non è facile parlare del consiglio evangelico della castità per il Regno dei Cieli se vogliamo attenerci all’insegnamento di sant’Angela, perché lei ha trattato questo argomento nella Regola, non con il linguaggio della moralista bensì con quello del mistico. E generalmente il linguaggio del mistico si sottrae agli schemi del discorrere quotidiano e alle logiche umane. Già il titolo del capitolo è di per sé inquietante, sconcertante, persino disorientante: “Della verginità”. E noi sappiamo che le prime figlie della Compagnia non tutte in assoluto erano vergini. Almeno una, la Pizza, che era anche “colonnella”, cioè responsabile di un settore cittadino della Compagnia, era una mamma. Aveva una figlia di nome Marta, che apparteneva a sua volta al numero delle prime vergini di santa Orsola, e che sarebbe morta prima della Fondatrice. La prima iscritta nel Registro delle defunte. Eppure sant’Angela non ha intitolato il capitolo “Della Castità”. Per questo ho detto “sconcertante, persino disorientante”. Nella Regola, poi, cercheremo inutilmente i termini “castità… casto… castamente…”, che più precisamente si riferiscono alla materia del 6° Comandamento; si incontrano invece ripetutamente “verginità… vergini… verginale…”. E quando poi arriviamo ad analizzare i contenuti che Angela dà alla parola “verginità” oggetto di prescrizioni, allora il fatto diviene inquietante. Perché la verginità, come la presenta la Madre, non è una questione di integrità fisica, non ha il semplice significato di “castità”; ma è uno stato di integrità interiore di per sé irrealizzabile. Una volta raggiunto, come può accadere dopo un’invasione di grazia e di Spirito Santo, è di per sé impossibile a mantenere, a motivo di quella fragilità congenita che abbiamo ereditato con la vita, a meno di un intervento particolare di Dio e della sua grazia, e di una attenta vigilanza e di una coraggiosa fedeltà. La “verginità” mericiana infatti è la “santità”. Questo spiega il contenuto di quel capitolo della Regola che dovrebbe trattare più genericamente della castità. Sant’Angela non si ferma alla castità: quella è il minimo necessario. Anche gli sposi devono praticare una loro castità coniugale! Le esigenze della Fondatrice vanno ben oltre! La castità mericiana è verginità dello spirito, che esclude tutto ciò che può essere colpa. Qualunque colpa. Particolarmente quelle che offendono la vita di Dio in noi, cioè la carità. Poiché Dio è carità. La carità in noi è la vita di Dio dentro di noi. Ci fa assomigliare a Lui per quanto ne è capace la natura umana. La carità è pienezza della legge. Nulla offende Dio più che la rottura della carità. Rompere o incrinare la carità, secondo sant’Angela, significa rompere o incrinare l’integrità interiore. Significa perdere la verginità dello spirito. La verginità per sant’Angela non è un bene da tutelare come sommo; non è fine a se stessa. E’ l’offerta di un dono d’amore destinata a realizzarsi mediante un processo di maturazione e di presa di coscienza, attraverso la sublimazione della maternità dello spirito. Maternità che, conservando l’integrità del corpo, raffina la purità interiore e potenzia la libertà del cuore indiviso fino a renderlo capace di abbracciare il mondo. Così la vergine diventa un valore positivo perenne, per così dire “fissata”, stabilizzata per sempre nel suo stato di grazia, di bellezza, di vitalità, di potenzialità di vita, di promessa d’avvenire.


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La verginità è, per sant’Angela, un’avventura stupenda proposta da un Dio che è amore, accettata con una risposta d’amore, attuata in un crescendo d’intimità favorito dalla purità interiore perseguita giorno dopo giorno con la fuga d’ogni genere di peccato. Con la fuga, soprattutto, dai peccati contro l’amore. La verginità per un rapporto d’amore sponsale, fatto di contemplazione e d’azione, di donazione e di rinuncia, di disponibilità e di scelte consapevoli e volute. Prendiamo dunque il capitolo della Regola, a partire dal titolo. “Della verginità”. Angela non sottilizza sul significato del termine, né sul suo valore intrinseco. Ma è evidente che è “presa” dal fascino della verginità intesa come integrità, totalità di consacrazione. Se non fa un preciso riferimento all’integrità fisica in questo capitolo, è perché questo riferimento potrebbe essere limitativo per rapporto al contenuto che lei dà alla parola “verginità”. Angela si tiene nella linea di quella verginità consacrata che costituisce già un patrimonio paleocristiano e che in seguito di era indebolita attraversi i secoli, ma incominciava ad essere riscoperta e rivalorizzata nel corso del Rinascimento. C’è il fondamento biblico del dono di sé al Signore. “Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore… Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito… Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni…” (cfr. I Cor 7,32-35). E c’è sicuramente la reminiscenza (più che una reminiscenza) della sequenza delle vergini dei primi secoli consacrate dal martirio e di cui Angela ha sentito leggere e ha letto lei stessa le storie-leggende, e di cui ha sentito raccontare dai predicatori. Tutti questi elementi portano Angela a considerare la verginità soprattutto in relazione a Dio, in quanto mezzo per vivere l’unione sponsale con Cristo e nello stesso tempo conseguenza di questa intimità; un darsi all’amore e un riceverne amore. E’ evidente che Angela è affascinata dalla verginità totale, assoluta: uno stato di integrità che non accetta contaminazioni, infiltrazioni, brecce. L’oggetto della verginità mericiana è la duplice carità, il cuore indiviso, cioè non incrinato, libero da ogni presa, trasparente e totalmente teso verso Dio. E’, insomma, quella carità che è la vita stessa di Dio partecipata all’umanità. Leggiamo dunque il testo, naturalmente dalla Regola trivulziana: “Ognuna ancora voglia conservare la sacra verginità, non già facendone voto per esortazione umana, ma facendo volontariamente sacrificio a Dio del proprio cuore. Perché la verginità (come dicono ancora i canonisti) è sorella degli angeli, vittoria sopra la concupiscenza, regina delle virtù, signora di tutti i beni”. La verginità mericiana è “sacra”, diversa da quella imposta o inevitabile, puramente fisica ed umana. Non appartiene alla pura sfera della sessualità. Abbraccia l’uomo tutto intero. E’ materia di un’offerta a Dio, di una liturgia dell’amore che va ben al di là della materialità della cosa. Concerne anche il corpo, certo! Ma implica prima ancora il “cuore indiviso”, offerto a Dio per amore. Un cuore-coscienza che non dà spazio alla colpa. La verginità consacrata


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diventa così una forza di contemplazione, facilita quel processo di liberazione che consente di appartenere esclusivamente a Dio. La castità tende a liberare il cuore da ogni ricerca egoistica e gli dà una maggiore capacità d’amare. Una verginità così, è umanamente impossibile da conquistare e da conservare. Bisogna essere in due: Dio con la sua grazia, noi con una continua azione di “ri-verginizzazione”. Questa è una parola che dovremo inserire nel nostro lessico, ma è soprattutto un’azione da ripetere costantemente, ad ogni momento, appena si avverte che qualcosa ci ha “dis-tratte” da Dio. La Madre ritorna di nuovo alla libertà di scelta della vergine di Sant’Orsola, e insiste sul valore sacrale della verginità: “volontariamente” e “far sacrificio”: il cuore donato è diventato cosa sacra, irrevocabilmente.

Col nostro impegno di castità noi esprimiamo il carattere radicale e personale della nostra unione con Gesù Cristo… E’ col dono di sé, del proprio essere indiviso, che l’Orsolina diventa la sposa dell’Altissimo, e partecipa a nuovo titolo a quella verginità specifica di Dio che è la santità. Dio è verginità poiché niente fa presa su di Lui, L’Orsolina cerca di evitare che qualcosa faccia presa su di lei, e lo fa in un atto d’amore continuato, che dà senso alla sua vita. E allora, anche se la sua consacrazione verginale implica la rinuncia e una certa solitudine del cuore, l’intimità con Dio compensa largamente i sacrifici che comporta. Angela non tralascia nemmeno di ricordare che la verginità ci immette, anche a un altro titolo speciale, nella vita eterna fin da quaggiù, poiché la vergine vive già sulla terra un’anticipazione di quella risurrezione della carne nella quale tutti i risorti saranno “sicut angeli Dei in caelo”. “Vittoria sopra la concupiscenza” vuol dire che dobbiamo combattere. “Signora di tutti i beni”: certo! Dal momento che sacra verginità vuol dire il “Cristo unico tesoro”, il “Signore sola vita ed unica speranza”, nello spogliamento delle cose create e da se stessi. L’anima che riesce davvero a incentrarsi su Dio, almeno a momenti, in quei momenti è ilbera da tutto ciò che non è Dio, nonostante le attività quotidiane. Allora è veramente sovrana di se stessa e possiede ogni bene, poiché possiede il suo Tutto che è Dio. “Ognuna deve dunque in ogni cosa comportarsi così da non commettere né in se stessa, né nei confronti del prossimo, cosa alcuna che sia indegna di spose dell’Altissimo”. Il richiamo alla dignità nuziale con Cristo introduce il discorso sulle applicazioni pratiche, concrete. E la prima è quella che si riferisce all’atteggiamento interiore ed esteriore: l’orsolina deve tenere come punto di riferimento precisamente questa dignità sponsale e la maternità che ne deriva. Questa si lega strettamente alla testimonianza dell’essere e dell’agire. Angela doveva sentire profondamente l’appello a questa maternità spirituale, attraverso anche la testimonianza oltre che attraverso l’essere, poiché più di una volta nei suoi Scritti fa riferimento agli “altri”, per i quali pregare e digiunare, ai quali dare buon esempio, presso i quali essere motivo di edificazione. Angela non specifica qui che cosa si debba evitare: rifiuta semplicemente qualsiasi impurità, o distorsione, o ombra di colpa che potrebbe distoglierci dall’intimità con lo Sposo.


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“Allora: sopra tutto tenga il cuore puro e la coscienza mondo da ogni pensiero cattivo, da ogni ombra d’invidia o di malevolenza , da ogni discordia e cattivo sospetto, e da ogni altro desiderio cattivo e cattiva volontà”. E qui incomincia quella simbiosi “verginità-carità che ha sorpreso molti, e che a me pare essere il riflesso di una profonda conoscenza del cuore umano. Angela ha appena menzionato la nostra dignità di “spose dell’Altissimo”, Il che suppone uno stato di’intimità con Dio. Ora, l’esperienza ci ha insegnato che, se c’è qualcosa che davvero rende impossibile il mettersi in preghiera, questo è il rimorso per una mancanza di carità. Particolarmente se è di fresca data e ancor più se altri, vittima o testimone della mancanza, se ne è accorto e potrebbe formulare un giudizio negativo sul nostro conto. E’ una tale bruciatura interiore che il nostro spirito non riesce a mettersi tranquillo. Se vogliamo riprenderci davanti a Dio, non ci resta che farci perdonare e riparare. Ebbene, proprio dopo l’accenno alla relazione sponsale dell’anima con Cristo, Angela incomincia ad elencare le colpe da cui dobbiamo rifuggire come se fossero contro la verginità, e sono, invece, colpe contro la carità. A me questa simbiosi “verginità-carità” dice moltissimo; mi viene anche in mente che il documento conciliare sulla vita consacrata non incomincia con “Perfectae castitatis”, ma con “Perfectae caritatis”. E mi tornano alla mente le condizioni poste dalla Madre per un’autentica comprensione della parola dello Spirito Santo dentro di noi: “una coscienza purificata e monda”. Mantenersi il cuore puro implica una purificazione così continuata da dar luogo ad uno stato di purità: uno stato di cuore indiviso e di coscienza monda. Ciò esclude ogni pensiero “cattivo”: dato il contesto, sembrerebbe di doversi interpretare come “ogni pensiero di cattiveria”. E non solo la fuga dal peccato, ma addirittura dall’ombra del peccato. La Madre sa bene che la colpa si insinua subdolamente. Sa bene che basta talvolta un certo disagio interpersonale, l’ombra di un malessere nei confronti di qualcuno, per disturbare l’atmosfera interiore di preghiera. Accondiscendere è già perdere la verginità mericiana. Angela elenca i sentimenti che rodono lo spirito (ed ecco perché dico “perdere la verginità”); rodono lo spirito e, offuscano lo sguardo interiore, impediscono di guardare negli occhi lo Sposo. Inoltre sono strumento di divisione dell’animo in se stesso (incrinatura dell’essere interiore: perdita della verginità dello spirito!), e di divisione fra noi e gli altri (attentato contro la verginità comunitaria!). Dividendo il cuore lo distolgono da Dio, lo fanno uscire dall’intimità sponsale. Altrettanto dobbiamo dire dei sospetti, dei desideri smodati che fanno vivere nell’ansia e nell’inquietudine. E quando, per disgrazia, si arriva al peccato concreto contro la carità, è la verginità della coscienza che se ne va. Una volta sgomberato cuore e coscienza dai peccati contro la carità, Angela indica i caratteri della verginità mericiana. “Invece sia lieta, e sempre piena di carità, e di fede, e di speranza in Dio. E il suo comportamento col prossimo sia giudizioso e modesto, come dice san Paolo: ‘Modestia vestra nota sit omnibus hominibus’, cioè: il vostro riserbo e la vostra prudenza siano visibili a tutti; di modo che ogni vostro atto e ogni vostro parlare siano onesti e misurati”. (Fil 4,5). La “letizia” è un sentimento d’allegrezza spirituale, di godimento per qualcosa che si possiede. Più intimo della gioia, meno rumoroso e più profondo. Le virtù teologali ( con un’inversione che porta la carità in primo luogo) sono dono di Dio che noi dobbiamo coltivare


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in noi con la nostra corrispondenza, in intimità di vita con Dio. Sono la verticale che riconduce tutto il nostro essere in Dio. Priorità assoluta del nostro rapporto con Dio. Segue immediatamente la dimensione orizzontale, cioè quella dimensione apostolica già accennata più sopra, legata alla nostra testimonianza. Si potrebbe tradurre “costumatezza” con pudore; pudore e prudenza per custodire l’intimità verginale con Dio e per alimentare negli altri il senso del pudore. “Non nominando Dio invano: Non giurando, ma dicendo soltanto con modestia sì, sì; oppure no, no, come Gesù Cristo insegna. Non rispondendo superbamente. Non facendo le cose malvolentieri. Non restando adirata. Non mormorando. Non riportando cosa alcuna di male”. Riprendono le prescrizioni negative. Riguardano il controllaodella lingua e dei gesti, la sorveglianza del proprio linguaggio e il coraggio morale delle affermazioni precise, senza ambiguità, secondo l’esempio data da Gesù (cfr. Mt 5,37; Giac 5,12). Ancora una volta un richiamo alla conformità a Gesù e ai suoi insegnamenti. Perché seguire Gesù comporta imitarlo. Dall’elenco delle mancanze da evitare emergono i coefficienti della carità fraterna; sono aspetti di quella “piacevolezza ed umanità” che Angela raccomanda tanto: Richiedono anch’essi forza morale, umiltà che dispone ad accogliere gli altri, garbo nel tratto, cortesia e gentilezza. Rapidità nel riparare uno scatto. Angela condanna non tanto il primo moto, che può sfuggire a chiunque, tanto da prescrivere: “Non stando adirata…”. Lo scatto può sfuggire, e sfugge a chiunque… Ma è il restare nello stato d’irritazione che la Madre condanna. Lo “stare” adirata… serbare rancore… il rimuginare dentro di sé le offese e i torti, veri o presunti… Seguono altri peccati contro la carità: sono testimonianza di un cuore ancora “discorde” dal cuore di Dio. Un cuore che non è ancora del tutto vergine o che fatica a ri-verginizzarsi. “Insomma, non facendo atto, né gesto alcuno che sia indegno in particolare di chi porta il nome di serve di Gesù Cristo. Ma tutte le parole, gli atti e i comportamenti nostri siano sempre di insegnamento e di edificazione per chi avrà a che fare con noi, avendo sempre nel cuore un’ardente carità”. E’ la conclusione riassuntiva degli attacchi mossi contro la verginità mericiana; atti, comportamenti indegni di chi ha l’onore dei servire un Signore così grande. Qui la dimensione apostolica si manifesta con maggior intensità. E’ chiaro che Angela annette un gran peso alla testimonianza proprio in vista dell’edificazione del prossimo. La sposa del Re gli vuol conquistare dei sudditi; la sposa vuol generare figli allo Sposo. E’ qui che la sposa si realizza: nella maternità. La sua sola presenza nella società deve bastare a suscitare interesse per il suo Signore. Qualunque sia il suo ambiente di vita, qualunque sia l’opera che le è assegnata, l’orsolina si realizza pienamente nella intimità con lo Sposo, ma nello stesso tempo nella maternità spirituale. Maternità che si attua col far conoscere la buona novella dell’amor di Dio mediante ciò che fa nella propria vita quotidiana. E con questa semplice testimonianza di vita costruisce, “edifica” negli altri il cristiano, il figlio di Dio e talvolta anche la sposa di Cristo.


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Verginità mericiana: un bene fragile e forte, che si può perdere facilmente, ma che per grazia di Dio si può rifare ogni volta. Nessuno scoraggiamento. Ogni ri-verginizzazione è una prova che abbiamo avuto la grazia di guardare lo Sposo negli occhi, e in quello sguardo d’amore abbiamo recuperato noi stesse; abbiamo ritrovato la forza di ricominciare. E questo è il trionfo dell’amore. La spiritualità mericiana è terribilmente sublime; la verginità mericiana non ha limiti nell’ascensione a Dio. E’ la verginità della Beata Maria dell’Incarnazione, la più grande mistica del ‘600 francese. Fu la prima missionaria insegnante; prima moglie e madre. Poi, rimasta vedova, monaca orsolina a Tours e finalmente fondatrice della missione in Canada. Fatta l’unità di tutte le sue potenze interiori, offre la sua rinnovellata verginità, la “vita nuova”, in dono nuziale a Cristo. Tutto il suo essere teso verso di Lui. E ne riceve in dono la maternità della Chiesa canadese. Maternità spirituale, frutto della verginità dello spirito. Vediamo la conclusione: “Inoltre ognuna voglia essere disposta a morire piuttosto che acconsentire mai a macchiare e a profanare un così sacro gioiello”. E’ la conclusione naturale dal momento che dalla custodia di “questa” verginità dipende la realizzazione di noi stesse secondo il progetto di Dio. Voglio però attirare la vostra attenzione sul verbo “profanare”, che si riallaccia all’aggettivo “sacro”. “Profanare” significa togliere ogni sacralità. E noi dobbiamo guardarci dal minimizzare la verginità mericiana riducendola solamente ad una integrità del corpo e alla castità del cuore; non possiamo spogliarla di quello che secondo Angela Merici fa la sua essenza: l’integrità di tutto l’essere teso verso Dio per un incontro senza ombre. Sappiamo che questo ideale si realizzerà solo, e per misericordia di Dio, nel varcare la soglia dell’aldilà. Ma noi dobbiamo sforzarci di costruirci a poco a poco questa “sacra verginità”.


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20. POVERTA’ MERICIANA Anche nei confronti della povertà, così come per la verginità, Angela non assume il tono del legislatore che scende ai particolari per separare il lecito dall’illecito, o per sottilizzare fra peccato grave e peccato veniale. Come per la verginità, la sua visione della povertà è quella del mistico. La stessa che avrà, qualche decennio dopo, san Giovanni della Croce: la povertà intesa come spogliamento di tutto in vista del possesso del Tutto. E il tutto è Dio. Il possesso del Tutto è una beatitudine che tocca a chi si è spogliato di tutto così da non avere e da non essere che niente. Niente! Il capitolo della Povertà della Regola di sant’Angela segna il culmine della sua spiritualità. L’orsolina, dopo aver detto di sì, si lascia afferrare da Dio e consumare nella fornace ardente del suo amore sponsale. Si “lascia fare” da Dio, avendo rinunciato a tutto ciò che possiede, anche di più intimo. Persino a ciò che è! E’ un discorso duro, che però si svolge sullo sfondo di quel Tutto che è Dio. Angela ha ricevuto la sua prima formazione alla scuola francescana, e per Francesco d’Assisi fu la povertà materiale ad avviarlo sul cammino della perfezione, il primo passo coraggioso e concreto con cui il figlio di ser Bernardone tagliò i ponti col passato; ma poi la Povertà diventò la sposa, la compagna della sua vita: Madonna Povertà. In un processo personale, Angela non parte dalla povertà, ma ci “arriva”, anche se la povertà sotto forma di sguardo fisso negli occhi dello sposo è stata la compagna, l’atteggiamento di sempre da cui come sposa non poteva prescindere. Ad ogni modo, il capitolo della Povertà costituisce l’ultimo della Regola; il capitolo che segue sarà infatti piuttosto lo “Statuto” sulla forma di governo. Leggiamolo dunque: “Esortiamo finalmente ognuna ad abbracciare la povertà, non solamente quella effettiva, riguardante cioè le cose temporali, ma soprattutto la vera povertà di spirito con la quale l’uomo si spoglia il cuore da ogni affetto e da ogni speranza di cose create, e di se stesso”. Ma a questo punto si capisce come Angela non abbia posto queste espressioni come punto di partenza del lungo itinerario in Dio della vergine di sant’Orsola. Avrebbe potuto far paura, scoraggiare le figlie. Perché con questa “povertà di spirito” siamo ai vertici di ogni spiritualità. Siamo al punto in cui la creatura si perde nel creatore e non vive più che di Lui. Più oltre non si può andare. Come già l’obbedienza e la verginità, anche la povertà è virtù completa, che si attua su due piani: quello effettivo delle realizzazioni concrete, che non si può sottovalutare, e quello affettivo, delle idee e dei sentimenti. E soprattutto questo, dice la Madre, dev’essere raggiunto. Della prima citazione vi prego di rilevare e di tener presenti tre parole: affetto – speranza – se stesso. E’ la prima parte dell’argomentazione: un sorta d’insegnamento preliminare di carattere generale sulle componenti fondamentali della povertà. La povertà affettiva, per Angela, verte su quello che si ha già (“affetto”), su ciò che si vorrebbe avere (“speranza”), su ciò che si è (“se stessi”). E’ una povertà radicale che al


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giudizio umano sembra andare contro natura e ledere i più sacri diritti dell’uomo, ferendolo nelle sue tendenze più istintive. Il bisogno di possedere viene infatti dalla nostra debolezza, dal nostro senso di precarietà; quando abbiamo in mano qualche cosa di valore ci sentiamo subito qualcuno. Inoltre le cose create, tanto più se sono belle e buone, esercitano una presa, un fascino che non lasciano scampo. Appena le vediamo, ci diventano necessarie. Tanto più che anch’esse sono opera di Dio. La povertà umanamente considerata va contro il nostro istinto di conservazione e frustra le nostre aspirazioni a vivere con sempre maggiore pienezza la nostra vita umana. E sono tanti i desideri umanamente legittimi, tanti quante sono le cose che non abbiamo. E quando ne conosciamo l’esistenza, e non le possediamo, istintivamente, più o meno secondo il temperamento, ne sentiamo la mancanza. E ci viene spontaneo desiderarle. Un desiderio si orienta sempre verso qualcosa che risponde a un vuoto che si è creato dentro di noi e che noi cerchiamo di colmare. Proprio l’esame spassionato dei nostri desideri, e sopra tutto l’analisi del genere dei beni che desideriamo, possono provocare in noi l’effetto di uno choc salutare, rivelando a noi stessi la qualità delle nostre aspirazioni e – ciò che più conta – manifestandoci la portata delle nostre debolezze, rivelando al nostro sguardo interiore di che genere è la pienezza cui aspiriamo. Già col battesimo, alla nostra dimensione umana si è aggiunta la dimensione divina propria del cristiano, che ha scavato in noi il bisogno di Dio. La nostra vocazione, poi, ci ha destinate a una forma particolare di possesso di Dio: quella della sposa. Da allora, Dio dev’essere “ciò” che manca alla nostra pienezza. Agli Efesini, san Paolo aveva scritto: “Cercate nello Spirito la vostra pienezza”. Il che suppone un’attività interiore di ricerca. Cioè, come del resto dice sant’Angela: “Abbracciare” la povertà. E abbracciarla in vista della nostra plenitudine da conseguire; e farlo non per motivi sociali, né per adattarsi alla moda del momento; e nemmeno con la tolleranza di chi trascina un peso increscioso per forza di cose, ma abbracciarla come frutto di una scelta consapevole per amore di Dio bene assoluto; il solo che possa e sappia colmare ogni nostra capacità di possedere. Dopo questa premessa di carattere generale bisogna subito dire che la povertà “effettiva” di cui Angela parlava non era però spinta fino alla miseria, perché la miseria per donne viventi nel mondo poteva tradursi in pericolo e diventare una cattiva consigliera. Angela non esclude nemmeno l’interesse sincero per le necessità temporali, per le quali raccomandava alle superiore di provvedere “nel migliore dei modi”. Aveva infatti dettato per le colonnelle: “Sarete sollecite e vigilanti per conoscere e capire il comportamento delle vostre figliole, e rendetevi conto dei loro bisogni spirituali e temporali. E così, provvedete voi meglio che sia possibile, se lo potete” (Rc 4,1-2). Sollecitudine, vigilanza, interessamento, decisione, intervento. Analoga raccomandazione nel 7° Legato, in riferimento alle riunioni quindicinali o mensili, chiedendo alle matrone di occuparsi delle loro “figlioline” anche per i loro bisogni spirituali e materiali (“corporali”, dice) e di provvedere secondo l’ispirazione dello Spirito Santo.


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Ora mi viene spontaneo di suggerire alle Responsabili e alle loro consigliere di verificare come si svolgono le nostre sedute di Consiglio. Infatti, se si vuole che sia lo Spirito Santo a ispirare le soluzioni da prendere, bisogna che la seduta incominci e si svolga tutta in stato di preghiera; solo in tal caso infatti si porterà in Consiglio un animo libero dai pregiudizi e dai partitismi; solo allora lo Spirito Santo non ci verrà meno. Ma non è questo l’argomento specifico di questa meditazione. Quanto allo “spogliamento di se stesse”, questo è meglio giustificato nel 1° Ricordo: “non inutilmente, né senza motivo il cuore di un vero e prudente servo di Dio si umilia ed annienta interiormente la considerazione di sé e il gusto della propria reputazione, ma perché spera e si aspetta da Dio altro gusto e più vera gloria ed onore” (Rc 1,12-13). Se il semplice “servo” dev’essere disposto ad annientarsi per lasciare al suo Signore tutto lo spazio, quanto più la “sposa” dev’essere pronta a svuotarsi di sé, a fare in sé tutto lo spazio possibile affinché il suo Sposo possa farsi in lei pienezza. Spogliarsi della soddisfazione di sé, della propria fama, non è facile. Anzi, è assai duro, ma è il vero mezzo per rivestirsi di Cristo. Annientarsi non avrebbe senso, se non fosse per lasciare Dio libero di venire a vivere dentro di noi… E Sant’Angela riprende, insistendo sull’atteggiamento fondamentale del povero secondo il Vangelo: “in Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede povero del tutto, e un vero niente, mentre con Dio ha tutto. Perciò dice la Verità: ‘Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum caelorum’; beati i poveri di spirito, perché di loro è il regno dei cieli” (cfr. Mt 5,3). Ora: se il mio spirito di povertà è autentico, mi fa trovare solo in Dio quello che mi manca; se corrispondo all’appello di povertà che Dio suscita in me, Dio diventa il mio bisogno, quel bisogno che dà la misura e la qualità delle mie aspirazioni e delle mie capacità di possederlo. Quando abbiamo realizzato il nostro spogliamento, Dio diventa il nostro Tutto. Allora povertà interiore vuol dire aver venduto il campo per comprare il tesoro; aver venduta la collezione dei preziosi per comprare la perla che vale quanto il Regno dei cieli. Lo dice Cristo-Verità. E Lui non può ingannarsi né può ingannare. Conseguenza naturale: “Pertanto ognuna si sforzi di spogliarsi totalmente e di mettere ogni suo bene, e amore, e piacere non negli averi, non nei cibi e nel soddisfare la gola, non nei parenti e negli amici, non in se stessa né in alcuna sua risorsa e sapere, ma in Dio solo e nella sua sola benevola ed ineffabile provvidenza” (Rc 10,8-13). Dopo averci introdotto nel discorso generale della povertà, sant’Angela indica i beni che potrebbero saziare, toglierci la fame di Dio. Non è detto che si tratti sempre di cose peccaminose, cattive. Tant’è vero che possono costituire a loro volta un bene, possono essere motivo d’affetto, fonte di piacere legittimo che l’uomo ricerca istintivamente nella vita… Sono beni che ci danno sicurezza. Ma questa “sicurezza” può diventarci pericolosa, poiché può distrarci da Dio nel quale solo riposano tutte le certezze dell’uomo. La “roba” ci dà sicurezza materiale; la “tavola” e la “gola” ci danno anch’esse una certa sicurezza materiale, fisica; ci fanno sentire bene. I “parenti” e gli “amici” ci danno la sicurezza affettiva, la sicurezza delle relazioni sociali. “Risorsa e sapere”, cioè le proprie capacità e la propria cultura, offrono una certa sicurezza di prestigio.


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Ma d’altra parte queste sicurezze possono appagarci diminuendo il nostro bisogno di Dio. Angela vuole perciò scardinare le nostre sicurezze che non poggiano in Dio. Non che voglia alimentare in noi uno stato d’incertezza, di preoccupazione; non per lasciarci isolati, vuoti, poveri. Lo fa per sostituire queste sicurezze in realtà tanto precarie, con l’unica, autentica certezza che è Dio. Si tratta sempre di un compenso che oltrepassa di gran lunga la misura della rinuncia. Dio, col suo amore e la sua provvidenza indicibili. Spogliamento totale, ma per rivestirsi di Lui. Spogliamento e rinuncia, ma per contare su di Lui. “Perciò dice il Vangelo: ‘Primum quaerite regnum Dei, et haec omnia apponentur vobis’; cercate prima il Regno di Dio, e tutte queste vostre altre cose vi saranno messe davanti” (cfr. Mt6,33; Lc 12,31 R 10,14). La priorità assoluta del Regno di Dio proclamata e voluta, di contro ai nostri desideri di affermazione personale, di possesso; Dio risponderà offrendoci i suoi doni. Del resto, l’Orsolina-sposa deve desiderare l’avvento del regno dello Sposo e l’affermazione dei suoi diritti prima di ogni altra cosa. Questa dev’essere la sua ambizione e la sua aspirazione: darsi per il Regno dello Sposo. Cercare prima di tutto il Regno di Dio vuol dire spogliarsi di sé, e mettere se stessi e le proprie cose almeno al secondo posto, lasciando il primo posto a Lui. E Lui poi, a sua volta, si occuperà di noi. Questo è un aspetto interessante. Nonostante la sua prima formazione francescana, Angela non esclude che la Compagnia, come tale, possa avere dei beni e del denaro “in comune”. Anzi, li considera come un dono di Dio per il bene dell’Istituto. Lo detterà nel capitolo sul Governo: “Se per volontà e liberalità di Dio accadesse che ci fossero denari o altri beni in comune, si ricorda che devono essere amministrati saggiamente, e che vanno dispensati con prudenza, specialmente in aiuto delle sorelle e secondo gli eventuali bisogni” (Rc 11, 22-24). Probabilmente erano già arrivate altre eredità (oltre quella di Girolamo Patengola) e i primi lasciti di familiari e benefattori. E subito il suo buon senso e il suo realismo suggeriscono una raccomandazione, amministrare bene e con prudenza, spendendo per i bisogni delle sorelle e della Compagnia. Non per nulla i beni materiali della Compagnia rientrano in un preciso disegno della volontà di Dio. Appartengono alla Comunità, vanno spesi per la Comunità. Ponderatamente, secondo lo Spirito Santo. Sono gli stessi concetti che ricorrono nel Legato 9°: “Dovete sapere che, se non fosse cosa utile e conveniente che questa Compagnia avesse qualche entrata, Dio non avrebbe incominciato a provvedergliela. Però vi avverto: qui siate prudenti, e siate buone e vere Madri, e quella entrata che avrete, dispensatela in bene e in aumento della Compagnia, secondo che la discrezione e l’amore materno vi detteranno” (T 9,1). Dunque è Dio stesso che permette le entrate, i beni comunitari; tocca alle superiore amministrarli con buon discernimento. E’ interessante rilevare come sant’Angela ammette e vuole due soli esperti: la carità e lo Spirito Santo. E’ l’unica volta che usa, con una fermezza insolita, l’espressione “non voglio”. “Qui non voglio che cerchiate consigli al di fuori; fate voi solamente fra voi, secondo che la carità et Spirito Santo vi illumineranno e detteranno” (Lg 9). Ovviamente, questo non impedisce che si faccia ricorso al commercialista… Anzi… E’ necessario, oggi, un esperto di leggi e di affari. Ma solo a motivo della sua competenza. Angela non vuole l’intromissione di altri che non siano le responsabili della Compagnia.


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La destinazione del denaro è esplicita: il bene e l’incremento della Compagnia. Perché questo comporta la gloria di Dio e il bene delle anime. Dunque, e questo contrasta oggi con una certa mentalità, la Compagnia può possedere, e la gestione dei suoi beni dev’essere attenta e intelligente, per una questione di giustizia davanti a Dio cui i beni risalgono come a principio e signore di ogni cosa. Oggi, invece, è di moda la testimonianza esteriore di povertà affidata all’Istituto, e si criticano magari le case in cui risiedono insieme membri della Compagnia perché possono dare l’impressione di ricchezza. Ma poi le singole non ne hanno mai abbastanza. E, soprattutto, tengono molto alla proprietà di se stesse rivendicata anche nei confronti dell’obbedienza. Tutto il contrario del messaggio mericiano. Per la Madre, l’Istituto può possedere, e così aiutare eventualmente i suoi membri a vivere la sintesi di azione e contemplazione connaturata con la loro vocazione, oppure le opere proprie della Compagnia, mentre la singola consacrata, chiamata a vivere una povertà evangelica privilegiata, deve rispettare certe norme di dipendenza e certe misure nel disporre di ciò che possiede. L’Orsolina, la vera orsolina, non sarà mai abbastanza distaccata dalle cose terrene; non sarà mai abbastanza spogliata di se stessa. Solo la consapevolezza di essere sposa di Cristo, e quindi di essere tenuta ad anteporre a tutto i diritti di Lui, può aiutarla a realizzarsi attraverso la pratica di una povertà coraggiosa e generosa. Spogliarsi non basta. Potrebbe essere il risultato di una semplice concezione ascetica della vita consacrata. L’orsolina non può vivere la povertà come un semplice atto penitenziale. Deve viverla come un atto d’abbandono al Padre dei cieli, come una fiducia amorosa in Dio. Angela ricorda che Cristo ha detto:” ‘Nolite solliciti esse quod comedatis, neque quod bibatis, scit enim Pater vester quia his omnibus indigetis’ (Mt 6,25) cioè non vogliate essere ansiose nel cercare quello che dovrete mangiare o bere, poiché il Padre vostro celeste sa bene che avete bisogno di tutto questo” (R 10,15). E’ questa fede nel Padre che Angela vuol vedere in noi. La giusta sollecitudine per il vivere quotidiano non deve trasformarsi in ansia, in una ricerca smodata e agitata di ciò che è pur tuttavia necessario. Per tutte noi, per tutte le circostanze della vita, Angela chiede un vivo abbandono alla Provvidenza, fatto d’amore e di spirito di fede. Ciò che Angela raccomanda è di non perdere la pace, di non mettere al primo posto la ricerca affannosa delle cose materiali. Quello che dobbiamo coltivare in noi è la fiducia nel Padre dei cieli, la certezza che lui conosce i nostri bisogni, e che dobbiamo quindi abbandonarci a lui. E nello stesso tempo dobbiamo fare per parte nostra quanto è doveroso per mantenerci col nostro lavoro e provvedere anche al nostro domani, con senso di responsabilità e secondo i principi della giustizia verso se stessi e verso gli altri, come pure verso la Compagnia. Però la “povertà” questo atteggiamento profondo del cuore: rendendoci impotenti; che si assottigliano…

abbraccia anche altri settori. Dobbiamo fare lo sforzo di mantenerci in anche di fronte a certe “miserie” che ci colpiscono anche nel più la vecchiaia che avanza e si porta via le nostre energie migliori le nostre opere che declinano per mancanza di soggetti; le nostre file


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Povertà affettiva vuol dire anche fidarsi di Dio e di Lui solo per quanto riguarda l’avvenire del nostro Istituto… vuol dire rimettere nelle sue mani le nostre condizioni di salute e non disperare quando la tremenda povertà della vecchiaia ci minaccia o ci prende. Fidiamoci di Dio… “Signore… tu sai tutto…”. Ripetiamo dentro di noi la finale del capitolo sulla Povertà: “Come se dicesse chiaramente: non vi affannate riguardo ad alcuno dei vostri bisogni temporali, perché Dio, e lui soltanto, sa, può e vuole provvedervi; lui che non vuole se non il vostro solo bene e la vostra gioia”. Il fondamento di questo abbandono è nella paternità di Dio. Dio sapienza, onnipotenza, amore. Ha fatto l’uomo per sé, per la propria gloria; ma a sua volta, impegna sapienza, onnipotenza e amore per la felicità dell’uomo. Il prezzo da pagare per possedere questa felicità? Spogliarsi di tutto ciò che non è lui, liberarsi “di dentro” (e nella misura del possibile) liberarsi “di fuori” di ciò che è superfluo. Povertà affettiva e povertà effettiva. Non è facile, perché il possesso, la proprietà dà sicurezza all’uomo, mentre la povertà lo fa più consapevole della propria precarietà. Perciò l’uomo si attacca a ciò che possiede, ed è deciso a mantenerlo ad ogni costo. Si aggrappa ai suoi “beni” come a una tavola di sicurezza. Allora ascoltiamo la Madre, che nel 5° Ricordo ci dice: “Abbiano Gesù Cristo come unico loro tesoro, perché così avranno in lui anche il loro amore” Cristo solo tesoro vuol dire Cristo unico amore e sola speranza. Ed è un’equivalenza reversibile: Cristo unico amore e sola speranza vuol dire Cristo solo tesoro. Allora: Cristo sola sicurezza. Col nostro impegno di povertà noi abbiamo fatto professione di possedere Cristo solo amore e solo tesoro e soprattutto, proprio perché orsoline, facciamo professione di lasciarci possedere da Cristo come la sposa è posseduta dallo sposo. E allora dobbiamo anche fare professione di povertà: effettiva, secondo la nostra condizione, nella linea dell’obbedienza e nello stile dell’Istituto; povertà effettiva, nella misura del nostro bisogno di Dio, della nostra sete di Lui. E nell’ambito della povertà affettiva non c’è limite, non c’è misura, se non la misura dell’amore. La povertà interiore consente uno spogliamento interiore, tale da lasciare ogni spazio a Cristo: Cristo che aspetta che ci facciamo capacità, per farsi nostra pienezza. La povertà consente la nostra assimilazione a Cristo, nella sua nudità sulla croce. Così san Paolo poteva scrivere ai Galati: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me… vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Ga 2,19-20). Per amore Lui si è dato a me. Per amore io mi sono data a Lui. Paolo scriveva ai Filippesi: “Quello che poteva essere per me un guadagno (e si trattava di valori positivi come la circoncisione, l’osservanza della legge, lo zelo nella difesa dell’ebraismo, l’irreprensibilità del comportamento) l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui… con la giustizia che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue


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sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,7-11). Quando la creatura ha raggiunto questo spogliamento spirituale, questo silenzio totale d’ogni potenza e d’ogni appetito interiore, allora, dice san Giovanni della Croce, “si è resa capace di ricevere stabilmente l’unione divina, che è lo sposalizio divino tra l’anima e il Figlio di Dio… Quando l’anima è immersa in questo sonno profondo rispetto a tutte le cose celesti e terrene, immediatamente la divina Sapienza si unisce all’anima con un nuovo nodo di possessione amorosa…” (Notte oscura, 1.2° , 24,3).


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21. LA DUPLICE CARITA’

Assisi 1990 Ci sono tre espressioni quasi uguali che abbiamo imparate a memoria e citate tante volte: “Et sforzateve siché solamente ve moviate per il solo amor de Dio et per il solo zelo delle anime” (Ric 2); “solamente se dovemo movere per la caritade et solo zelo delle anime” (Lg 3); “solamente siate mosse… per il solo amor di Dio et per il solo zelo della salute delle anime” (Lg 1). Ma forse non sempre teniamo presente allo spirito il significato mericiano di questo appello alla “duplice caritade” (ib.) Per questo dobbiamo rifarci al nocciolo della spiritualità orsolina: la relazione d’intimità con Dio fatta di contemplazione e d’amore, col suo riversarsi sull’umanità. Una relazione sponsale con la fecondità che ne consegue. La priorità di un movimento verticale che pone il nostro essere al suo posto davanti a Dio in funzione della sua gloria, e solo in un secondo tempo, e solo a motivo di questa verticalità, il suo darsi in senso orizzontale. Di questa priorità dello slancio verticale Angela ha dato l’esempio in un modo che potrebbe tornarci sconcertante. In un’epoca brillante di scoperte, di conquiste, di grandezze, col suo rovescio di grandi miserie e grandi piaghe sociali, un’epoca per tanti versi così simile alla nostra in cui dolore umano e ingiustizia gridano la loro rivendicazione, Angela si impegna a fondo in un’azione che potrebbe apparire fuori del tempo, o almeno non esattamente a proposito. Non fa appello al volontariato per un servizio caritativo o assistenziale, non predica la teologia della liberazione, non promuove strutture sociali giuste, eppure anche questo verrà in un certo senso come conseguenza secondaria della sua maternità. Alla luce di Dio e nel suo amore per Lui, avverte il desiderio di Dio che, amando per primo, aspetta d’essere amato in maniera esclusiva, e intuisce il bisogno di un amore esclusivo per Dio nascosto nel cuore di tante donne; e allora “crea” la possibilità d’incontro di questi due amori. Sposa di Cristo, fa propri gli interessi dello Sposo e gli genera figli. La sua donazione nuziale si completa così nella maternità. Angela interpreta la priorità dei diritti di Dio coerentemente con la propria condizione di sposa, alla quale soltanto consegue, e non precede, la fecondità. Questo è un principio da tener presente quando ci sorprende la tentazione di accordare il primato all’azione sociale, alla “opzione preferenziale per i poveri”, individuale e comunitaria, anziché al rapporto personale con Cristo. Quando ci troviamo nell’occasione di privilegiare l’agire sull’essere, e magari dobbiamo andare contro corrente per rivendicare a Dio e a noi il diritto al primato dell’essere sull’agire. Col bisogno che c’era di sanare la società e di riformare la Chiesa, Angela ha offerto Dio alla parte ritenuta la meno influente nel vivere civile, la donna, che secondo la mentalità dell’epoca valeva così poco, e quindi non sarebbe certo stata


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lei a riformare né la Chiesa né la società. Tanto più non avendo nemmeno quell’ombra di dignità che poteva venirle dalla condizione di moglie. Una donna nubile non era che una nullità sociale. E Angela nei suoi confronti non compie un’azione di promozione sociale che le garantisca l’autonomia nel lavoro, la sicurezza economica, l’indipendenza. Il bene che le offre è tutto spirituale. E quanto alla “stupenda dignità” che le conferisce la sua consacrazione a Cristo, quanto tempo ci vorrà prima che la società gliela riconosca! Ma intanto Angela indirettamente formava nella donna la coscienza della propria libertà interiore, e la guidava al possesso di Dio sommo tesoro, e la faceva madre nello spirito perché custodisse il cuore indiviso ai piedi della divina maestà. Si tratta ora di vedere quali sono i termini in cui la maternità della Fondatrice trova una continuità e una realizzazione nelle sue figlie. Il giorno in cui siamo entrate nel cuore della spiritualità mericiana, cioè il giorno in cui abbiamo capito che Cristo sarebbe stato l’Uomo, il “Tu” della nostra vita e gli abbiamo detto il nostro sì nuziale, quel giorno anche noi ci siamo aperte alla maternità dello spirito. E non per la carica o la mansione che ci avrebbero affidata in convento o nella scuola, ma perché spose. E quindi madri nello spirito. Madri di una fecondità misteriosa, non sempre visibile, eppure reale, frutto dell’azione di Cristo attraverso la nostra azione e proporzionata alla nostra disponibilità, alla nostra apertura all’amore. Certo siamo nell’ambito del mistero che sfiora la mistica. Voglio leggervi un passo che ho trovato presso un autore spagnolo, il p. Severino Alonso clarettiano “La vida consagrada”. E’ un passo che mi aiuta a chiarire le idee a me stessa, e forse sarà utile anche a voi. Dice: “L’ascetica è caratterizzata dal predominio dell’azione dell’uomo sull’azione di Dio, mentre la mistica si definisce col predominio dell’azione divina sull’azione umana. Così c’è un apostolato che può dirsi ascetico e uno che può dirsi mistico. Il primo si presenta come azione dell’uomo, aiutato e sostenuto dalla grazia divina. Il secondo è azione dello Spirito Santo attraverso l’azione dell’uomo”. Per la spiritualità di cui Dio ci ha fatto grazia, mi pare di poter affermare che noi siamo chiamate a svolgere il secondo. E quindi a portare frutti di salvezza che non dipendono dal genere d’apostolato che una può svolgere, ma dalla trasparenza con cui si lascia passare l’azione dello Spirito Santo. Frutti che dipendono dallo spazio che noi creature lasciamo allo Spirito creatore. Recita l’art. 50 delle Costituzioni: “Preghiera ed azione si armonizzavano in sant’Angela sotto la mozione dello Spirito Santo. La docilità allo Spirito, che aveva un così grande posto nella sua vita, deve ispirare anche la nostra, come lei stessa ci ha chiesto”. Non dimentichiamo che Maria è diventata madre per l’opera dello Spirito Santo. La maternità è opera d’amore, e lo Spirito Santo è l’amore che lega il Padre e il Figlio; e lo Spirito Santo è Colui che dà la vita (Gv 6,63). L’”apostolato mistico” di cui parla padre Severino Alonso è l’eredità che la Madre ci ha lasciato. Esso trae la sua linfa dalla formula che sintetizza la nostra vita: contemplazione nell’azione. La reciprocità d’amore fra noi e Cristo è il principio della nostra contemplazione. La nostra maternità trova la sua attuazione nella nostra azione apostolica e ci inserisce più intimamente in Cristo. Ricordiamo l’art. 93: “Dalla nostra unione con Gesù Cristo


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dipende la fecondità della nostra missione apostolica; e il nostro apostolato conferma ed alimenta questa unione”. E l’art. 1 definisce l’Unione Romana un Istituto “nel quale contemplazione ed apostolato si compenetrano e si vivificano reciprocamente”. Anche se non siamo chiamate alla maternità di una stirpe come i Fondatori, anche se non arriviamo allo sposalizio mistico come è arrivata la B. Maria dell’Incarnazione, anche se la nostra unione sponsale con Cristo sulla terra rimane per noi un’aspirazione di tutta la vita, e solo per sua misericordia il Signore ce ne dà una qualche consapevolezza in un istante di grazia, la nostra maternità si attua ugualmente, in maniera misteriosa, invisibile. Dice a nostro incoraggiamento l’art. 95: “Noi partecipiamo al carisma apostolico di sant’Angela, e continuiamo la missione di cui lei stessa ci ha aperto la strada. Evangelizzatrice con la parola e con la testimonianza della vita, ella rispondeva al bisogno più profondo d’ogni uomo: il bisogno di Dio. Sapeva comunicare le ricchezze della sua fede, ed offriva a chi la consultava, consolazione, consigli e pace”. C’è dunque l’azione diretta, quella della parola, e c’è l’azione indiretta, oscura, misteriosa, resa con la testimonianza della vita. Indiretta eppure di efficacia talvolta anche più immediata della parola. E c’è l’azione apostolica della preghiera: “L’adorazione di Dio, fondata su una umiltà profonda, e la contemplazione dei misteri di Cristo portavano Sant’Angela ad un’ardente supplica per la salvezza del mondo intero. Come lei, nella nostra preghiera noi abbracciamo tutta l’umanità riscattata dal Sangue di Cristo” (art. 48). E poi il sacrificio, il servizio reso a chi è impegnato nell’azione diretta. Sono forme d’apostolato diverse, ma che possono essere ugualmente feconde. Sono le forme della nostra maternità. Preferisco usare “maternità” anziché apostolato, perché mi pare che quel termine si addica meglio a una sposa. “Apostolato” vale per qualunque spiritualità ed evoca troppo il senso di un’azione specifica, di un “fare” in vista dell’estensione del Regno di Dio. Invece “maternità” si lega più precisamente all’”essere”, e noi siamo state elette ad “essere” vere e intatte spose del Figlio dell’Altissimo. Quindi madri per lo spirito. Allora, posto come punto di partenza che la fecondità dell’azione non dipende da quello che si fa, ma piuttosto da quello che si è, che non è in proporzione di quanto si fa, ma di come lo si fa, che essa dipende, insomma, dal nostro donarci a Cristo, dal nostro “essere spose”, dalla libertà d’azione che lasciamo allo Spirito Santo dentro di noi, rivediamo qualche aspetto della nostra vita rifacendoci agli Scritti di sant’Angela, col contributo di qualche altro testo delle nostre Costituzioni. Spose di Cristo, “con la nostra consacrazione religiosa noi partecipiamo a un titolo particolare alla missione di Cristo” (art. 93); “conquistate da Lui, siamo coinvolte con Lui nella sua missione di salvezza secondo la vocazione specifica del nostro Istituto” (art. 11). La missione di Cristo è quella di adorare il Padre e di salvare l’umanità. L’adorazione rimane il nostro primo dovere davanti a “sua divina Maestà”, ma rientra ancora nel nostro essere “spose del immortal Figliol del eterno Dio” (Lg 4). E subito dopo viene la nostra partecipazione all’opera di redenzione, mediante la preghiera. Prima di tutto con la preghiera ufficiale della Chiesa: Messa e Breviario.


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La messa, così contestata e svalutata a quei tempi non solo dai protestanti ma anche dal clero stesso, e la Madre ne raccomanda la partecipazione quotidiana, “con modestia et devotione”, perché “nella sacra messa se ritrovan gli meriti della passione del Signore nostro. Et quanto più se gli sta con maggior attentione, fede et contritione, tanto più se partecipa de quei benedetti meriti…”. Si tratta di interiorizzare una preghiera che potrebbe anche diventare abitudinaria; si tratta di non sprecare i frutti di quel sacrificio che si rinnova continuamente sui nostri altari. Si tratta di prendere il posto che ci spetta sull’altare vicino a Lui, al nostro Cristo; di non lasciarlo solo nell’offerta di sé, ma portando noi pure la nostra parte, offrendoci noi stesse. Si tratta di raccogliere il suo sangue e la sua passione, i suoi “benedetti meriti” e di offrirli come atto di adorazione del Padre e come mezzo di redenzione dell’umanità: “Memoriale della morte e della risurrezione di Cristo, il Sacrificio eucaristico ci fa entrare nel mistero pasquale e partecipare alla redenzione del mondo… Ricevendo Cristo che si è donato per noi, noi siamo chiamate a dare la nostra vita per gli altri” (art. 51, 52). E poi il Breviario: “La liturgia delle Ore ci fa entrare nell’adorazione, nella lode e nella supplica di Gesù Cristo. Offerta in nome dell’intera creazione, essa accoglie nell’unica voce della Chiesa le aspirazioni, gli appelli, le gioie e le pene dell’umanità intera. Essa dilata la nostra preghiera alle dimensioni del mondo…” (art. 57). Ma le sentiamo davvero, noi, le voci di questi figli che Cristo ha riscattato con la sua passione e morte, e che sono pure nostri figli secondo lo spirito? Sono le loro aspirazioni, i loro appelli, le loro gioie e le loro pene che dobbiamo accogliere nella nostra voce per offrirle nella preghiera di adorazione, di lode, di supplica. Noi siamo Unione Romana, e noi sappiamo tante cose sul mondo; Angela ne sapeva molto meno. Eppure ha chiesto perdono a Dio per i peccati del mondo intero, e ha pregato per “quelle meschine creature” che non conoscevano Dio e non si curavano di trar profitto dalla sacratissima passione di Cristo che le aveva riscattate. Ne aveva male al cuore, e si sentiva pronta a dare la vita per la loro evangelizzazione. E questo è veramente l’atteggiamento della sposa che soffre nello spirito il dolore della propria sterilità, o le doglie del parto per generare figli allo Sposo. E’ l’atteggiamento che dobbiamo avere noi nei confronti di quei figli che non conosceremo forse mai quaggiù, ma che non ci possono mancare se noi li chiediamo con la forza del nostro amore nuziale che dice di sì a tutto quello che vuole il Signore, e che poi vive questo sì lasciandosi condurre, fare e disfare da Lui secondo il suo proprio progetto per la gloria del Padre e la salvezza dell’umanità. La nostra preghiera dei momenti difficili, quando “contemplazione” è una parola svuotata di contenuto, e il cuore è arido, e la malattia impedisce di pensare… o quando si attraversa la notte della prova…Ma lo sappiamo noi quanto può valere la modesta, semplice giaculatoria ripetuta continuamente: “Signore, pietà! convertite i peccatori!”? E’ tutto il resto della vita che dà senso a quelle povere preghiere. E’ la relazione sponsale che le rende irresistibili. Vi ricordate di Ester che vuol salvare il popolo ebraico? Si fa bella per il re suo sposo, e così trova grazia ai suoi occhi. E salva un popolo intero. La richiesta della sposa è irresistibile se lei ha cercato di farsi bella per lui, se ha cercato di far piacere


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a lui. Solo Dio sa la portata della maternità delle nostre inferme, delle nostre anziane che “non fanno apostolato”. Così come solo Dio sa fin dove arriva la maternità di quelle che “non hanno fatto mai apostolato”, Una cosa è fare apostolato, ma tutt’altra cosa è essere madri secondo lo spirito. La pagina di Angela sul digiuno è forse ancora più chiara ed eloquente. Fra i molti digiuni, la Madre ne propone tre che mostrano nettamente come lei avesse fatto propri gli interessi dello Sposo e quanto si sentisse coinvolta nella sua missione di Salvatore. Il primo ha la durata di 40 giorni a partire dall’Epifania. Era una quarantena devozionale di cui si ha qualche certo indizio nel 2° Concilio di Tours celebrato l’anno 567. Angela gli dà subito una duplice intenzione; quella ascetica: per ciascuna delle sue figlie quel digiuno va considerato come un aiuto per conquistare un energico dominio di sé attraverso la mortificazione dei sensi e delle passioni, mentre il periodo del carnevale sembra legittimare ogni loro sfrenata liberalizzazione. L’intenzione apostolica : “per implorar, inanzi al throno della divina Altezza, misericordia per tante dissolutioni che in così fatti tempi da christiani sono comesse, come è più che palese a tutti”. E cioè per chiedere perdono per i peccati del carnevale commessi dai cristiani. E’ un digiuno di riparazione. Poi c’è quello delle rogazioni che precedono l’Ascensione. Si fa un balzo avanti. E’ un digiuno di impetrazione: implorare l’aiuto per il popolo cristiano. Non si tratta più di espiare per i peccatori, ma di aiutare i buoni ad essere ancora maggiormente buoni. Ad avvicinare di più i buoni cristiani al Signore. E’ un’intenzione più fine. E finalmente quel solenne digiuno della novena di Pentecoste, durante il quale la Madre prendeva un solo pasto a metà novena. Lo chiamerei un digiuno d’amore, un autentico atto d’amore, perché accompagnato da una profonda contemplazione. Ascoltiamo: “et insiema se stie in oratione con quanta forza de spirito se poterà, fina al giorno de la missione del Spirito Santo… domandando quella gran promissione fatta da Giesù Cristo a gli suoi eletti et ben disposti”. Digiuno e raccoglimento, sacrificio e intimità con Dio, per ottenere una novella effusione dello Spirito Santo sugli eletti di Dio, cioè sui suoi ministri e sulle anime consacrate; sulla Compagnia delle sue spose in particolare. E questo in un’epoca in cui i sacerdoti celebravano quando celebravano, e trascuravano il celibato e gli altri doveri del loro stato. E in un’ora in cui le vergini di sant’Orsola avevano bisogno di capire tutta la “stupenda dignità” della loro elezione a spose del Figlio dell’Altissimo. La sposa aveva guardato negli occhi lo Sposo; aveva seguito lo sguardo con cui Lui guardava i suoi eletti, e allora li aveva abbracciati nello stesso abbraccio d’amore. E’ un po’ quello che dovremmo fare noi secondo l’art. 49: “Sull’esempio di sant’Angela, il nostro cuore fisso in Dio si volge, in un unico moto di carità, verso la contemplazione di Dio e il servizio dei fratelli. Solo così possiamo amare Dio in tutte le creature e amare tutte le creature in Dio “, oppure l’art. 2: “In una fedeltà dinamica al carisma di sant’Angela, facciamo nostra la duplice ed unica carità che l’animava, in un’offerta tutta volta al servizio di Dio e alla salvezza del mondo intero, dirigendo tutto a lode di sua divina Maestà e a bene delle anime”. La pagina mericiana sul digiuno, come si vede, non è più soltanto un’esortazione a praticare questa forma penitenziale come semplice esercizio ascetico o atto


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d’espiazione, ma l’attuazione di un cammino di fede e d’amore verso una maggior intimità con Cristo, compiuto coinvolgendo lungo lo stesso cammino le anime di coloro che diventano i nostri figli spirituali. Nonostante tutto questo, preghiera e sacrificio non bastano, come non basta neppure l’azione diretta. Per questo le nostre Costituzioni affermano, all’art. 93: “Nostro primo apostolato è la testimonianza della nostra vita consacrata”. Bisogna che la nostra stessa scelta di vita diventi evangelizzazione. Bisogna cioè che la gente, vedendoci vivere, sia portata a pensare a Colui cui noi apparteniamo. Di qui il valore e il significato dell’abito religioso. Bisogna che la gente, vedendoci, sia portata a rendersi conto che noi valiamo proprio per quello che siamo: una creatura che si è lasciata conquistare da Dio, che se ne è innamorata, e che le valeva la pena di farlo, e che continua a vivere quella sua vita perché continua a valerle la pena di farlo anche se nel nostro secolo e nella nostra civiltà. Ma allora bisogna che noi, da parte nostra, diamo prova di aver talmente vissuto in intimità col nostro Lui, da aver incominciato a conformarci a Lui. Bisogna che anche la sola nostra presenza possa evocare il pensiero di Lui. Il miracolo del nostro cuore indiviso diventa già di per se stesso un requisito fondamentale della nostra maternità spirituale; ma bisogna che gli tenga dietro una testimonianza di vita. “Un amore indiviso ci permetterà di partecipare più pienamente alla fecondità spirituale della Chiesa, di manifestare il primato dei valori spirituali e la potenza della grazia di Dio nel mondo” (art. 20). Partecipare alla fecondità della Chiesa non sarebbe che presunzione se la nostra vita non manifestasse anche il primato dei valori spirituali, cioè se mancassimo di coerenza. Cioè se la nostra vita non fosse ciò che deve essere: quella di una sposa del Figlio di Dio. E scusate se lo ripeto, ma è questo che dobbiamo essere! Ripeto quindi l’art. 93 della Costituzioni: “Con la nostra consacrazione religiosa noi partecipiamo a un titolo particolare alla missione di Cristo. Nostro primo apostolato è la testimonianza della nostra vita consacrata”. Ed ecco l’insegnamento diretto di sant’Angela sulla testimonianza: “Et la conversatione col prossimo sia ragionevole et modesta, come dice san Paolo: ‘Modestia vestra nota sit hominibus’; cioè la costumatezza et prudentia vostra sia palese a tutti, sì che ogni atto et parlare sia honesto et costumato” (Rg 9). E’ la manifestazione di quello che siamo: creature riservate a Dio, anima e corpo. Persone sue proprietà riservata affinché Lui ci possa usare come vuole. Strumenti di Dio a suo diretto servizio, ed anche espressione di Dio, evangelizzazione. Essere anche noi “buona novella”, epifania di Dio, manifestazione di Dio, “bonus odor Christi” (cfr. 2 Co 2,15). La Madre deve aver ritenuto l’idea paolina e la parafrasa, raccomandando alle colonnelle incaricate della formazione delle loro sorelle. “Ditigli che, voglia dove se le trovan , le dian bon esempio. Et che le siano bon odor a tutti de virtude” (Rc 5). E’ una raccomandazione alla quale ritorna con una certa insistenza: “Ma tutte le parole, atti et movimenti nostri sempre sian in amaistramento et edificatione de chi harà pratica con noi, habbiando sempre nel cuore l’abbrasciata (= ardente come brace) caritade” (Rg 9). Si direbbe che Angela abbia considerato il comportamento esteriore come veicolo per la trasmissione di un messaggio. Oggi la parola


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“edificazione” ci urta, perché suggerisce l’idea di un certo formalismo comportamentale, ci evoca immagini di collo torto, ci fa pensare ad atteggiamenti esteriori svuotati di contenuto. Ma “edificare” ha un suo senso specifico e per niente negativo; vuol dire costruire, far crescere qualcosa dentro nell’uomo. Aiutare l’uomo a raggiungere la maturità interiore, la realizzazione interiore di ciò che egli deve essere; collaborare con Cristo affinché Cristo possa crescere nell’uomo, in modo che poi tutti insieme si pervenga a “edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,12-13). E’ tenendo presente questi concetti che noi dobbiamo “edificare”, cioè contribuire all’edificazione del prossimo, secondo il desiderio della Madre, “avendo sempre nel cuore un’ardente carità” (Rg 9). Sintetica la raccomandazione di sant’Angela alle colonnelle circa i loro rapporti con le sorelle: “fati che a vostro essempio ancora le se movano et se inanimen al viver virtuoso” (Rc 6). “Chi avrà pratica con noi” sono prima di tutto i nostri vicini: il prossimo. Coloro che ci frequentano, coloro che ci vedono vivere, da chi è oggetto immediato delle nostre cure ai loro familiari; dai nostri collaboratori ai nostri fornitori, agli operai che ci lavorano per casa… Ma prima di tutto – e ci vogliono talvolta molto coraggio per affermarlo e per comportarsi di conseguenza, e molta umiltà e semplicità per riconoscere i nostri errori – l’ambiente privilegiato per la nostra testimonianza dev’essere la nostra comunità. Infatti la testimonianza più difficile è proprio quella di ogni momento, quella del nostro “quotidiano” che ci sfugge di mano anche senza volerlo, e non è sempre né positiva né meritevole di imitazione. Ma su questo ciascuna di noi deve necessariamente e frequentemente e onestamente interrogarsi ed esaminarsi, secondo lo splendido art. 77 delle Costituzioni: “Ognuna di noi contribuisce in maniera particolare alla costruzione della comunità. Nei suoi confronti, tutte abbiamo una responsabilità di presenza. La crescita della comunità dipenderà dalla qualità di questa presenza”. “Riunita nel nome del Signore, la nostra comunità è apostolica per natura. Più essa è unita e fraterna, più profondo è l’influsso che essa esercita” (art. 86). E qui sta gran parte della nostra fecondità apostolica. Per concludere, non ci rimane che pregare: “Dammi, Signore, la grazia di comportarmi in ogni circostanza come un “ecce” nuziale, e che per questa reazione io mi conformi a te. Dammi la grazia, mio Signore, di lasciarmi possedere da te così intimamente che io possa abbracciare l’umanità intera come se tutti gli uomini fossero i figli del nostro amore. Amen”.


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22. LA “NOSTRA” PREGHIERA

Brescia 1994 Nel capitolo sul digiuno la Madre ha stabilito un rapporto da causa ad effetto fra il digiuno corporale e la lucidità dello spirito, definendo il digiuno corporale “mezzo e via per il vero digiuno spirituale, col quale si troncano via dalla mente tutti i vizi e gli errori”; cioè mezzo e via per raggiungere il vero digiuno spirituale grazie al quale si spazzano via dalla mente i capricci e le idee sbagliate. Il digiuno materiale – e potremmo sostituire quest’espressione col termine “ascesi” - ha dunque prima di tutto una funzione di freno delle passioni carnali disordinate, portatrici di morte; è un’arma di conquista della propria libertà interiore, del proprio affrancamento dalle deviazioni dell’intelletto. E tra le passioni e le deviazioni mettiamo la superbia, l’insubordinazione, il desiderio smodato di successo e di comodità. Il capitolo “Dell’orazione” riprende quel discorso sul digiuno, stabilendo subito una concomitanza con la preghiera: “Bona est oratio cum ieiunio”. Sono le parole di Raffaele a Tobi e Tobia (Tob 12,8). E la Madre aggiunge che il digiuno frena gli istinti carnali e l’orgoglio dello spirito (i “propri sentimenti” mi sembrano essere il sentimento di sé, la soddisfazione e il compiacimento di sé). Inteso così, il digiuno equivale alla confessione della propria fragilità morale e del bisogno di tenersi in guardia. Ha dunque una funzione preservativa, difensiva. La preghiera, invece, ha un’azione positiva, costruttiva, generativa. Non dovremmo frenare il suo slancio aspettando il momento della preghiera per rimettere in ordine la coscienza. Quella dovremmo rimetterla in ordine volta per volta, appena ci accorgiamo di aver mancato in qualche cosa, così da metterci poi più facilmente in preghiera. La preghiera ci ottiene la grazia della vita spirituale, dice sant’Angela. E siccome non si può vivere a puntate, siccome o si vive o non si vive, e non si può giocare con la vita, ecco la conclusione: dobbiamo pregare senza interruzione. La preghiera dell’Orsolina è consapevolezza di tutto questo, e accettazione delle implicazioni che tutto questo può comportare, perché il perno della sua spiritualità è la relazione sponsale col Figlio dell’Altissimo. Questa relazione suppone prontezza a riconoscere la voce dell’Altro che chiama la sposa quando la vuole incontrare, prontezza a farsi trovare aperte all’incontro; prontezza a incontrare l’Altro in persona, o in filigrana nelle cose, nelle persone, nell’obbedienza, nel dolore, nella sofferenza fisica, nella prova. Relazione che dovrebbe essere almeno come un’occhiata d’intesa, scambiata con un amico. E’ frutto di spirito di fede e di preghiera fedele.


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E poi, in certi momenti, la relazione sponsale vuole qualcosa di più che un’occhiata d’intesa; vuole un tenere lo sguardo fisso nell’Altro, lasciandosi “fare” da Lui, e tanto a lungo quanto dura quell’incontro nelle cose, nelle persone, nell’obbedienza, nel dolore, nella sofferenza fisica, nella prova. Senza ripensamenti; senza riprendersi ciò che si è dato. Non è più solo l’attimo dell’incontro nuziale, è il coraggioso, amante, fedele rimanere presente nel dono di sé fin che non sia consumato l’incontro, fino a che Dio non abbia preso ciò che voleva avere, e cioè fino a che non sia compiuta tutta intera la sua volontà. Sono momenti che vanno preparati nella contemplazione. Questi due tempi sono difficili da vivere: il primo perché tante volte l’incontro ci sorprende all’improvviso e può trovarci distratte, impreparate, immediate nella reazione di autodifesa istintiva; il secondo perché richiede accettazione consapevole, disponibilità al dono di sé, perseveranza, nonostante il tunnel che spesso ci si spalanca davanti, nonostante le stanchezze, la noia, gli scoraggiamenti. Ma se vogliamo che la nostra vita sia incontro d’intimità con Dio, bisogna che noi siamo creature vive di vita divina. Di quella vita che vive nella Trinità, e che la Trinità ci partecipa nel modo e nella misura di sua scelta. E per vivere di tale vita bisogna fare in modo che il male sia morto dentro di noi. Non per niente sant’Angela stabilisce quel parallelo fra il digiuno e l’orazione cui abbiamo accennato. Per lei il digiuno è un requisito condizionante, necessario per la vita spirituale. Ci sono momenti – e sono rari – in cui il Signore ci porta, ci attira a sé, ci solleva nella preghiera in un incontro che ci fa dimenticare o trascurare tutto ciò che non è Lui e la sua volontà. Allora noi lo “sentiamo” con una immediatezza maggiore del solito. E magari ci facciamo l’illusione di essere arrivate alla perfezione! Invece è soltanto un atto della sua misericordia che vuol darci il senso delle cose del cielo. E’ un’anticipazione di quello che ci aspetta lassù. E ci dà quel momento affinché noi lo conosciamo un po’ meglio e lo desideriamo di più, oppure perché sa che dovremo affrontare una difficoltà o sopportare un dolore che potrebbero scoraggiarci. Oppure ancora lo fa per darci un’esperienza del suo amore. Ma il più delle volte attraversiamo periodi che sembrano senza fine, durante i quali la preghiera, e ancor più l’orazione mentale, non sono che una fatica, un peso, una noia. Preferiremmo sacrificarci per il prossimo in qualche modo pur di non trovarci a tu per tu con un Dio che ci appare infinitamente lontano. Nelle ore in cui Dio si carica delle nostre impotenze e delle nostre stanchezze, e ci porta con la forza della sua grazia, tutto in noi diventa preghiera, anche le faccende più materiali o le occupazioni intellettuali più impegnative. Ma in quei momenti è Lui, è il suo Spirito che “sentiamo” operante in noi. Fuori di quelle ore noi “sentiamo” soltanto il nostro sforzo di preghiera, anche se – vivendo noi in grazia – lo Spirito Santo prega sempre dentro di noi. Per queste ore di aridità ci sarà di aiuto anche pregare secondo uno schema: quello stesso proposto dalla Madre nella sua preghiera dettata nella Regola. La mediteremo nel prossimo incontro.


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I vv. 5-8 ci manifestano la saggezza e l’acutezza di Sant’Angela, e insieme qualcosa che le ha insegnato l’esperienza. Poiché c’è fra anima e corpo un interscambio, un’interazione positiva, un supporto reciproco, dobbiamo cercar di tenere lo spirito sempre in Dio: e noi sappiamo che questo si fa con la retta intenzione, con la fedeltà alle norme ecclesiastiche e a quelle della regola, col compimento del nostro dovere, amando Dio e il prossimo, vivendo e agendo con spirito di fede, poiché senza una grazia “gratis data” non è possibile tenersi continuamente e consapevolmente in stato di preghiera. Ma la nostra componente materiale, cioè il nostro corpo, può contribuire a introdurci nel raccoglimento e a mantenerci in esso se noi ricorriamo alla preghiera vocale, alle giaculatorie rituali o inventate da noi. Ed ecco l’affermazione d’una psicologa che non ha studiato psicologia: “consigliamo anche la preghiera vocale frequente, con la quale si risvegliano i sensi e ci si dispone all’orazione mentale”. Ed ecco l’elenco delle preghiere vocali: l’Ufficio della Madonna e i sette Salmi penitenziali che mettono in dialogo con Dio. E per chi non sa leggere (e a quei tempi era molto raro che la gente sapesse leggere, uomini e donne senza distinzione), i 33 Pater-Ave in memoria della passione di Gesù, per Mattutino; e poi, per ciascuna delle altre Ore canoniche, 7 Pater-Ave. Sottolineo un particolare: non si tratta di fare il conto del totale, per poi recitare magari tutti di seguito i 75 Pater-Ave. Si tratta di santificare con la preghiera i diversi momenti della giornata, disseminando le invocazioni al ritmo delle Ore canoniche. E sottolineo ancora un altro particolare: l’invocazione a Dio per ottenere i doni dello Spirito Santo, il quale ha il suo posto inconfondibile nell’aspetto trinitario della spiritualità mericiana. Passiamo ora ai capitoli della Messa e della Confessione, nei quali la Madre esprime il suo andare contro corrente, il suo essere segno di contraddizione. Sappiamo che a quei tempi i sacerdoti non erano sempre modelli di virtù; molti erano concubinari, molti erano ignoranti. Sappiamo che il popolo era per lo più analfabeta e ignorante. Sappiamo che incominciavano a circolare anche in Brescia le teorie dei protestanti che contestavano la sacralità dei sacramenti e l’autorevolezza del Papa e della Chiesa. E invece la Madre chiede alle figlie di frequentare la messa ogni giorno. E questo non per un semplice atto devozionale, ma “perché nella santa messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signore nostro”. E non si tratta semplicemente di “andare” a messa, sia pure con modestia e devozione, con attenzione, fede e contrizione. La Madre usa un verbo che solo in questi ultimi decenni è stato riscoperto e utilizzato a proposito del sacrificio eucaristico: “partecipare”. Senza aver seguito corsi di teologia, ma per aver saputo ascoltare lo Spirito Santo, sapienza di Dio, Angela ha compreso il valore redentivo della messa e il significato della partecipazione intesa come una comunione spirituale. Ricordiamo per inciso che la comunione eucaristica quotidiana a quei tempi non era ancora permessa, di qui una forma di partecipazione che stimolasse il desiderio di in incontro personale con Cristo.


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Le disposizioni interiori raccomandate da Angela non hanno niente di puramente “devozionale”, prendendo “devozionale” nella sua accezione meno nobile. Si tratta invece di interiorizzare una preghiera che potrebbe forse diventare abitudinaria; si tratta di non sprecare i frutti di quel sacrificio che si rinnova continuamente sui nostri altari. Si tratta di prendere il posto che ci spetta sull’altare vicino a Lui, al nostro Cristo; di non lasciarlo solo nell’offerta di sé, ma di portare noi pure la nostra parte, offrendoci noi stesse. Si tratta di raccogliere il suo sangue e le sofferenze della sua passione, i suoi “benedetti meriti” e di offrirli poi come atto di adorazione del Padre e come mezzo di redenzione dell’umanità. Usando il linguaggio odierno si potrebbe dire che il sacrificio eucaristico, memoriale della morte e della risurrezione di Cristo, ci fa entrare nel mistero pasquale e partecipare alla redenzione del mondo. Noi, poi, abbiamo la grazia di poterci comunicare fisicamente col corpo e sangue di Cristo; ricevendo Cristo che si è dato per noi, siamo chiamate a dare, come Lui, la nostra vita per gli altri. Per interpretare esattamente il capitolo della confessione dovremmo richiamare alla mente i concetti fondamentali espressi da sant’Angela nel settimo Ricordo, in cui tratta della Chiesa. Li riassumiamo rapidamente. Le vergini di Sant’Orsola (potremmo dire: il popolo di Dio) hanno due potenziali nemici: coloro che hanno lo spirito del mondo, fossero anche religiosi, e gli eretici. I vv. 1-11 riguardano la prima categoria: religiosi e gente del mondo animati da spirito secolaresco sono i più pericolosi. Sono anche, spesso, i meno sprovveduti e pertanto più scaltri, più sottili. Coi loro sofismi mondani camuffati di spiritualità possono distrarre dalla verità vergini inesperte; possono distoglierle dai loro propositi. Con scuse capziose possono spingerle a lasciare la Compagnia per abbracciare altre strade. Vanno quindi tenuti a distanza e le figlie faranno bene a guardarsene. Perché – frase lapidaria particolarmente incisiva – “la troppa dimestichezza spirituale degli uomini quasi sempre si volta in familiarità carnale”. La seconda categoria è quella degli eretici: sarà bene dissuadere le figliole dall’ascoltarli; sarà bene che anche le superiore se ne tengano alla larga. “L’usanza comune della Chiesa”, cioè la tradizione ecclesiale non si tocca. E’ un patrimonio di verità che è sacro. Angela si sente Chiesa, Angela sa di essere ancorata alle verità di fede e – motivo di riflessione – pur così umile, così convinta di essere soltanto uno strumento nelle mani di Dio, esce in questa frase: quando sentite dire che un predicatore è eretico, e predica diversamente da quanto insegna la Chiesa, “e contro quello che avete avuto da noi”, allora lasciatelo perdere. State alla larga… Se ne deduce che, nonostante la sua umiltà, Angela ha la certezza che quanto lei ha dettato per noi rientra nel progetto di Dio sulla sua Chiesa oltre che sulla Compagnia. Vengono poi quei magnifici vv. 22-26: Tenete l’antica strada e usanza della Chiesa, forte della santità di molti Santi, sicura per ispirazione dello Spirito Santo. La Chiesa è depositaria delle nostre certezze.


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“E fate vita nuova”. Paolo aveva scritto ai Corinti: “il nostro uomo interiore si rinnovella di giorno in giorno” (2 Cor 4,16). Fate vita nuova non vuol dire buttar via tutto il passato, capovolgere principi, rinnegare strutture. Vuol dire spogliarsi dell’uomo vecchio e del suo modo di agire, e rivestirsi del nuovo, che si rinnova per una più piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato (cfr. Col 3,9-10). Rinnovare se stessi , essendo sempre più Chiesa. Senza pretendere di cambiare ciò che nella Chiesa ci può essere di limitato, di meschino, di riprovevole a motivo dei suoi ministri e dello stesso popolo di Dio “Ma pregate e fate pregare perché Dio non abbandoni la sua Chiesa, bensì la voglia riformare come a Lui piace, e come vede esser meglio per noi, e più ad onore e gloria sua”. Il capitolo della confessione con l’insegnamento che contiene va letto alla luce di questo 7° Ricordo. Quanto ho detto sul “sensus Ecclesiae” di Angela mira ad introdurci convenientemente nel capitolo della Confessione e a comprenderne lo spirito. I protestanti contestavano questo sacramento, accusandolo di essere invenzione dei preti, invenzione di una Chiesa divenuta ormai talmente peccatrice da aver bisogno d’essere riformata e ricondotta alla sua origine. Era un discorso che tornava molto comodo e convincente, poiché purtroppo le deficienze del clero secolare e di taluni religiosi erano sotto gli occhi di tutti. Malevoli e ignoranti vi avevano buon gioco; la fede del popolino poteva esserne scossa. Angela vede chiaro nella situazione e distingue la Chiesa di Dio dagli uomini di Chiesa. La “santa madre Chiesa” è santa; gli uomini di Chiesa possono essere anche grandi peccatori, purtroppo, ma questo fatto non intacca quella santità. Occorrerà essere prudenti nella scelta del comune padre spirituale; scelta che avverrà per elezione e dovrà cadere su un sacerdote “prudente e di età matura” al quale ognuna vorrà confessarsi almeno una volta al mese, e attorno al quale si riuniranno tutte per la comunione del primo venerdì del mese. E si capisce! In quei tempi di eresie era necessario che i membri almeno una volta al mese avessero a disposizione un confessore scelto dalla Compagnia e quindi sicuro per dottrina. Tuttavia ognuna poteva avere il proprio padre spirituale, ed è al proprio padre spirituale che, nel cap. 8° della Regola, Angela raccomanda di obbedire. Prendiamo dunque il capitolo della confessione. In questi ultimi decenni il rischio di considerare la confessione come necessaria solo in caso di colpe gravi o di una certa entità, oppure doverosa “una tantum” proprio per scrupolo. Questo non sembra proprio il punto di vista della Madre, la quale non parla di morte dell’anima, ma di ferite da guarire. E ne prevede il ricorso abbastanza frequente. Il che lascia supporre che, della confessione, avesse rilevato la funzione anche terapeutica, curativa dei nostri malanni spirituali. I vv. 2-4 hanno fatto inutilmente discutere sull’esattezza dell’affermazione che contengono: che cioè la confessione orale sia necessaria per ottenere il perdono di Dio, come se ciò negasse l’efficacia dell’atto di dolore perfetto per chi non potesse confessarsi.


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Discussione fuori luogo, poiché Angela non intendeva tenere una lezione su questo argomento, ma solamente ricordare alle sue figlie come dovevano accostarsi al sacramento al fine di riceverlo fruttuosamente. Richiamava perciò il dovere che ciascuno ha di esporre le proprie colpe in modo tale che il ministro del sacramento possa esserne giudice e dare un’assoluzione consapevole e valida. Seguono i consigli sul contegno da tenere nei confronti del confessore, e qui si manifesta la fede di Angela nel sacramento: “presentarsi al sacerdote come davanti a Dio eterno giudice”. E’ una professione di fede che noi pure dovremmo rinnovare ad ogni confessione. “E qui, dolente, schiettamente e in verità di coscienza confessi il proprio peccato e ne domandi perdono”. Quattro requisiti impegnativi: il dolore dei peccati che deve essere il movente di fondo del sacramento; la sincerità dell’accusa; lo scandaglio onesto del proprio stato di coscienza; l’umiltà da cui nasce la domanda di perdono. Chiarezza dunque nel guardare dentro di sé, con uno sguardo impietoso che scopra i risvolti segreti delle nostre mancanze, i sentimenti difettosi da cui provengono, le tendenze da “guarire” con la confessione. Il v. 14 si rifà alla prescrizione allora vigente di ricevere, in determinate circostanze e particolarmente a Pasqua, la confessione e la comunione nella propria chiesa parrocchiale o in cattedrale. E per il nostro esame? Do alla preghiera il primo posto? Cerco in qualche modo l’intimità con Dio? Rivediamo la nostra fedeltà alle nostre preghiere: Come recito il mio Breviario? Come va il mio colloquio con Gesù lungo il giorno? Com’è la mia messa nella “sua” messa? Porto qualcosa di mio all’offertorio? Vado a confessarmi per abitudine? O invece ho capito che, per la confessione, io “ritorno a casa” come il figlio prodigo, e mi rendo conto che il Padre è sempre in attesa di perdonarmi e di stringermi fra le sue braccia? Lascio lo Spirito Santo libero di gridare in me “Abbà… Papà…”?


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23. LA CONTEMPLAZIONE DELL’ORSOLINA

Verona 1988 - Roma 1990 Ho appena avuto l’occasione di leggere, in una recentissima biografia di Sant’Angela, tra diverse inesattezze di vario genere, anche questa frase: “La contemplazione… in lei [S. Angela] era un’assidua pratica di meditazione discorsiva…”. Ora, contemplazione e discorsività sono proprio due termini antitetici. Partiamo dunque dalla definizione: “contemplazione” è uno sguardo semplice sulla verità, sotto l’influsso dell’amore; non è un procedimento, ma un atto conoscitivo, un atto semplice che penetra la verità in maniera quasi intuitiva, senza ragionamenti, senza discorsi. Nasce dall’amore ed è finalizzato all’amore. Lo sguardo di un innamorato, che guarda e non ha più bisogno di parole. E’ l’amore, cioè, che porta lo spirito a rivolgere questo sguardo; è l’amore che semplifica questo sguardo e lo fissa sull’oggetto amato. La contemplazione ha forme e gradi diversi. C’è la contemplazione soprannaturale infusa di cui parla santa Teresa d’Avila e nella quale interviene direttamente l’azione di Dio sulle facoltà intellettuali. Allora le grazie mistiche e i favori straordinari possono condurre l’anima fino allo sposalizio mistico e all’unione trasformante. E c’è anche una contemplazione detta “teologica”: quella del cristiano che guarda, in un silenzio fatto d’amore, una verità soprannaturale che la fede ha rivelato al suo intelletto, oppure guarda un gesto di Gesù Cristo. Questa è la forma più elementare della contemplazione, ma è ricca di implicazioni e di conseguenze. Io non intendo addentrarmi nei meandri della teologia mistica. Mi fermerò alla soglia della vita mistica, a questa contemplazione teologica predisposta dalla fede che rivela all’intelletto le verità soprannaturali, perché questa è accessibile a tutti. Una premessa: il Battesimo ci ha introdotte nella vita divina per divina adozione. Diventando tempio vivo dello Spirito Santo siamo state travolte nel fiume di vita della Trinità beata. In quel momento è nata in noi, col dovere dell’amore verso Dio, la capacità dello sguardo contemplativo su Dio. Fu la nostra prima chiamata, sia pure inconsapevole, alla contemplazione. La nostra vocazione religiosa, rendendoci oggetto di un amore di predilezione da parte di Dio, dovrebbe aver intensificato la nostra capacità di contemplazione. Il nostro sguardo d’amore su Cristo: lo sguardo della sposa sull’amato. Vien da chiedersi: che cosa ne ho fatto, io, della mia chiamata alla contemplazione? Prendo le mosse dal termine “contemplazione” nel suo significato più generico, ma anche dottrinalmente esatto di “semplice intuito della verità soprannaturale accompagnato dall’esercizio dell’amore”.E semplificherei ancora: una centralità di


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Dio nel nostro quotidiano. Una centralità di Dio cui rapportare ogni aspetto della vita, ogni momento della vita, sotto l’azione dell’amore, sapendo che Dio è là col suo amore, con la sua provvidenza. Dio che diventa principio e centro e fine di tutto, e non tanto per motivazioni ragionate, quanto piuttosto per una tendenza istintiva di tutto l’essere verso di Lui, sotto l’azione dell’amore. Direi (anche se può apparire controsenso perché la fede e la visione finiscono per escludersi) direi che contemplazione è quello sguardo di fede che, pur tra le ombre della realtà umana, mi fa riconoscere Dio presente in ogni cosa e in ogni circostanza, e più è intenso il mio spirito di fede abituale, più la visione di Dio e l’incontro con Lui sono immediati e carichi d’amore e di slancio. Contemplazione… e poi – conseguentemente – azione dell’Orsolina… Il lago di Tiberiade e un uomo che grida qualcosa dalla spiaggia. E Giovanni, al quale l’amore ha acuito lo spirito di fede, lo riconosce immediatamente: “Dominus est”. Allora Pietro si butta in acqua. Giovanni e Pietro, riconoscimento di Gesù e slancio d’azione ad un tempo: questa è la parabola della nostra vita. Ecco che cos’è la nostra contemplazione: vedere il Signore in ogni cosa per amore, guardarlo a lungo (un “lungo” che è al di fuori del tempo e può durare anche un solo istante), in silenzio o con le parole degli innamorati, e buttarsi poi nella conformità a Lui. Tener vivo questo senso della presenza di Dio nella nostra vita equivale a vivere di spirito di fede; l’esercizio abituale dello spirito di fede ci conduce al riconoscimento immediato del Signore nel contesto della nostra giornata; lo sguardo d’amore che portiamo su di Lui è la nostra contemplazione. Riversare poi i frutti di questa intuizione di Dio, di questo senso di Dio sui fratelli è la nostra azione, il nostro apostolato. Vediamo l’esempio e l’insegnamento della nostra Madre Sant’Angela, senza tuttavia pretendere di ricostruire il suo itinerario fino ai vertici dell’unione trasformante. Io non sono teologo. La Madre ha incarnato in sé, come tutti i Santi che non si sono dati alla vita puramente contemplativa, la sintesi armoniosa di contemplazione e azione; ne ha dato l’esempio alle sue prime figlie e l’ha lasciato alla Compagnia come un legato da seguire. L’analisi dei suoi Scritti e quanto sappiamo della sua vicenda biografica ci lasciano intuire i termini di questa sintesi, espressa secondo una spiritualità che ha un timbro personalissimo. E anche questa spiritualità la Madre ha legato alle sue figlie, come maniera d’interpretare la sintesi fra contemplazione e azione. Mi sembra che noi potremmo riassumere così: ha vissuto da sposa la sua relazione con Cristo, e la sua contemplazione è stata un rapporto d’intimità con Dio. Da questa relazione sponsale è derivata la sua fecondità nell’azione. Una fecondità realizzata coerentemente come maternità dello spirito. Sponsalità e maternità non hanno mai costituito in lei una dicotomia, bensì il respiro della sua consacrazione. Sponsalità e maternità furono come il respiro del suo essere, e non momenti e aspetti distinti e alternativi, come purtroppo ci accade di dover constatare nella nostra vita. La contemplazione le mostrava il Cristo modello di vita (quante volte ci ricorda gli esempi di Cristo!); la sua azione esprimeva l’oggetto della sua contemplazione e ne era una spontanea conseguenza. Tentiamo di vedere come la componente primaria della sintesi contemplazioneazione si sia attuata storicamente in sant’Angela.


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Quando incomincia la vita contemplativa di Angela? Se ci atteniamo alle sue stesse confidenze raccolte dai testimoni, presto. A cinque anni. Siamo però a uno stadio iniziale., quello in cui si vuol bene a Gesù come possono voler bene i bambini aperti alle esperienze dello spirito e pronti a fare i fioretti per amore di Gesù. Anche se i “fioretti” di Angela sono già dell’ordine dei digiuni e delle lunghe preghiere. Dio le avrà elargito qualche tocco interiore per illuminarla, per preservarla da eventuali pericoli, per infonderle quella certezza dell’amore preveniente di Dio che avrebbe lasciato trasparire più tardi dalle sue parole. Ma non abbiamo elementi né per affermarlo né per negarlo. Le letture paterne devono averle parlato al cuore, e Dio se ne è servito largamente per introdurla nella vita spirituale. Dobbiamo arrivare ai suoi anni giovanili per trovare sicuramente due, forse anzi tre momenti che hanno costituito altrettante esperienze mistiche: la visione della sorella ormai beata in cielo, l’apparizione del demonio in veste d’angelo, la visione profetica del Brudazzo. E mi sembra che qui siano velate le prime tappe del suo cammino ascensionale in Dio. La prima visione è liberatoria. Le scioglie l’anima dal timore che la sorella morta sia esclusa ancora, o per sempre, dal paradiso. E l’angoscia doveva essere motivata, se Dio stesso è intervenuto a dissiparla! Forse questo fu l’impatto con la bontà e la tenerezza di Dio, che le si manifestavano in maniera imprevista e soprannaturale. L’apparizione del demonio potrebbe adombrare una prova cui Dio l’ha sottoposta perché facesse un atto libero e determinato di scelta fra Dio e l’io. Angela scelse con decisione rapida il primato della gloria di Dio. Su quell’atto d’umiltà posto a fondamento, Dio poteva costruire il capolavoro. Sopravvenne poi la visione del Brudazzo. Non le mostrava angeli e vergini nella gloria assorta dei cieli, bensì angeli e vergini fra terra e cielo. Le vergini erano già tradizionalmente considerate “spose di Cristo”, con un’espressione che rischiava di essere una frase fatta di un certo sapore oleografico. Angela nei suoi Scritti dimostrerà di non essersi inserita nel filone tradizionale in maniera stereotipa e meccanica. L’espressione “sposa di Cristo” avrà per lei un contenuto dottrinale e mistico quale poteva venirle solo da un’esperienza esistenziale. Forse il Brudazzo fu solamente uno squarcio aperto sull’avvenire e sopra una realtà non ancora intuita nella sua vera portata. Ma per Angela dovette segnare l’inizio di una dimensione nuova del suo tempo nel cammino della perfezione. Non era più soltanto mettere a servizio del proprio ideale tutte le energie intellettuali e morali, ma dilatare quel “senso degli altri” che già aveva innato, aprendosi alla prospettiva di quella maternità spirituale che le era stata promessa. Il suo ingresso nel Terz’Ordine francescano aveva sancito definitivamente, irreversibilmente, la centralità di Dio nella vita di Angela.Sicuramente dopo Brudazzo Angela scavò in se stessa, attraverso la rinuncia e il distacco, una più profonda capacità d’amare, in attesa che un segno dall’alto le facesse conoscere i particolari della missione da compiere presso le anime. Ma a questo punto Angela doveva aver già superato le prime tappe del suo itinerario in Dio. Un altro periodo dovette esserle particolarmente ricco di grazie straordinarie: il tempo del suo pellegrinaggio in Terra Santa. Non sappiamo che cosa esattamente


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avesse raccontato in proposito ad Agostino Gallo, né in quali termini si fosse espressa, Né che cosa avesse voluto significare. Sta di fatto che il Gallo rese questa testimonianza al Processo Nazari: Angela, sofferente per una grave infermità agli occhi, condotta per mano sui luoghi sacri alla vita di Gesù, aveva visto tutto con gli occhi dell’anima come se avesse guardato con gli occhi del corpo. Mi parrebbe legittimo chiederci: per quale altra esperienza interiore era dunque passata in quelle settimane? Passano gli anni. Angela cade malata a Cremona. Moribonda. Le parlano di paradiso, dell’imminenza del premio eterno. Lei interviene nel discorso, parla della beatitudine del cielo, e tale è la gioia di quella prospettiva, che si ritrova miracolosamente guarita. Ancora qualche tempo. E’ in San Barnaba a messa. La sua preghiera è profonda, intensa. Lei sa che “nella messa si ritrovan tutti i meriti della passione del nostro Signore Gesù”. Lei che ha così vivo il pensiero del sangue di Gesù, e lo menziona tante volte nei suoi Scritti… Non sappiamo se sia l’onda di quel sangue che la travolge, o qualche altro mistero dell’amore divino … ma i circostanti la vedono distaccata da terra, presa dall’estasi. Per quanto energica, la sua natura umana cede all’impeto del soprannaturale. Le accadrà qualche altra volta, pare, quando è assorta in preghiera. Ne fa cenno il padre Francesco Landini nella sua lettera del 1566 a Franceschino Visdomini. A questo punto potrebbe insorgere in noi un moto di santa (o meno santa) invidia: con tante grazie straordinarie, con l’azione dei doni dello Spirito Santo di cui danno testimonianza la sua vita e i suoi scritti, la santità doveva esserle facile. E invece sappiamo che dovette costarle cara, come sempre costa cara la santità. Arriverà a confessare nella sua preghiera, che l’avversità le è stata aspra, perché a motivo del suo poco amore di creatura umana ha sentito quanto fosse difficile essere fedele. Della componente ascetica di questa fedeltà noi sappiamo qualcosa grazie alle testimonianze rimaste. I suoi lunghi, reiterati digiuni incominciati quando era ancora fanciulla e protratti fini alla fine dei suoi giorni…Le sue veglie in preghiera. E il cilicio e la disciplina di cui i documenti notarili ci hanno tramandato la descrizione. Quella disciplina con quattordici stellette di ferro a otto punte, e con un ramo della catena armato di trentadue punte di ferro…Era un mezzo per una purificazione maggiore sotto lo stimolo dell’amore, così che lo sguardo interiore si facesse più penetrante. Ma era, sopra tutto, un modo per rendere più concreta la centralità di Cristo nella sua vita, inserendosi volontariamente nel mistero della sua passione e prolungandolo nella propria carne. Il suo modo per rispondere alle proposte d’amore di Cristo. Tutto ci dice che all’azione di Dio Angela ha corrisposto generosamente, fermamente, coraggiosamente. Nell’interscambio di doni e di corrispondenza è stato un dialogo incessante, senza discorsi o ragionamenti; un ricercarsi senza interruzione, un lasciarsi trovare sempre disponibile Dio e Angela, Angela e Dio. E l’interscambio si chiamava amore. Come avviene in ogni relazione sponsale; fino a che Cristo non sia stato così centrale nella sua vita da far sì che Angela si perdesse in Lui. Con tanto gaudio interiore e tanta sofferenza insieme. Croce e delizia, spasimo e gioia. Di questo amore Angela dovette avere un’esperienza diretta e reiterata.


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Il Cozzano, che le era stato vicino, che aveva scritto sotto la sua dettatura e che doveva aver capito bene le spiegazioni che la Madre gli dava nel frattempo, il Cozzano che l’aveva sentita chiamare Cristo suo “Amatore”, cioè innamorato (Rc 5° e ultimo), ha scritto che il Figliol di Dio “tante volte da lei era chiamato Amatore non già in spirito umano né per un sentimento ingannevole e vano, ma per la forza dello Spirito Santo, tanto quell’anima generosa e sublime era con Dio in amore legata”. Ed ecco un altro passo dello stesso Cozzano: “La Fondatrice era talmente annientata in se stessa, talmente spoglia di sé, che non poteva che avere in maniera mirabile lo Spirito Santo di Dio. E così, essendo la sua volontà quella stessa del Figlio di Dio, otteneva facilmente dal suo Sposo immacolato ciò che voleva”. La testimonianza del Cozzano si potrebbe sintetizzare così: Angela era tanto innamorata di Dio da perdersi in Lui. Perciò lo Spirito di Dio, non incontrando in lei alcun ostacolo, poteva effondersi liberamente in lei. La conformità al volere di Dio diventava la naturale conseguenza di questa unione nuziale. Il Cozzano aveva dunque intuito dove fosse arrivata la contemplazione in Angela Merici: all’unione trasformante. E qual era la contemplazione delle prime discepole di sant’Angela Merici? Parlando della Compagnia di sant’Orsola, il Cozzano insiste sulla sintesi di contemplazione e azione da loro realizzata. Non dice però quale gamma di esperienze spirituali volesse indicare col termine “contemplazione”. Ma le notazioni di carattere pratico che lui coglie esponendo il loro stile di vita suggeriscono l’idea di un atteggiamento spirituale che andava ben oltre la semplice preghiera, abbracciava sicuramente l’orazione, si allargava a coprire la vita quotidiana. Mi pare che “contemplazione” sotto la penna del Cozzano significhi proprio lo sguardo fisso sulla centralità di Dio, anzi su Dio centro di tutto. Uno sguardo che andava dritto alla presenza di Dio in ogni cosa e in ogni evento, per amore, senza perdersi in troppi ragionamenti. E questo è appunto lo sguardo del contemplativo, frutto di quello “spirito di fede” di cui dicevo prima, che permette di riconoscere istintivamente, come ha fatto Giovanni, il Signore, e che spinge a buttarsi in acqua per amore, senza paura. Ecco, il Cozzano che aveva visto da vicino vivere le prime discepole della Madre, aveva rilevato come lo loro attività quotidiana, il loro lavoro fossero impregnati di questo sguardo soprannaturale. Certo si sforzavano di imitare la loro Madre e maestra. Quando, nell’”Epistola confortatoria”, volle descrivere quale fosse la vita della Compagnia e dei suoi primi membri, ricorse ad una analogia. Evocò la memoria di Monica, di Tecla, Cecilia, Agata e Orsola e di altre sante e santi della Chiesa primitiva non inquadrati in una struttura, non guidati da una Regola, non determinati da un preciso orientamento spirituale, non avulsi dal mondo e dall’azione, ma animati dalla santità interiore. Una santità che si riversava sul loro quotidiano. Anche il Cozzano non era teologo; non era nemmeno prete. Eppure aveva capito che la vita santa di quei santi e la loro azione, talvolta eroica fino al martirio, derivavano dal loro essere santi “di dentro”, dal loro essersi stabiliti in Dio. E così, dopo aver menzionato alcuni dei più importanti santi e martiri dell’antichità, il Cozzano aggiunse: “Stando nella vita attiva eran nei cieli; e la contemplativa era nell’attiva, e l’attiva nella contemplativa. Mirabil sorte di vita! E così vivevano le vergini della Compagnia”. Quei


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santi, nonostante la loro vita ordinaria vissuta nel secolo, avevano salito l’arduo cammino della contemplazione e avevano poi coronato la vita con una morte santa o addirittura eroica. E questo era, a suo avviso, il disegno di Dio programmato per la Compagnia di Sant’Orsola, e Dio non avrebbe mancato di dare le grazie adeguate per realizzarlo. Ma c’è ancora un’altra pagina che tocca proprio noi da vicino, perché in quella pagina il Cozzano cerca di ritrarre l’immagine della Compagnia come l’ha conosciuta lui, o, almeno, come gli pareva che la Madre l’avesse concepita. La leggiamo in un altro documento, nella “Risposta contro quelli che persuadono la clausura alle vergini della Compagnia”. Ve ne faccio una parafrasi: “Coloro che denigrano o vogliono giudicare la Compagnia, vengano dunque a conoscerla. Allora vedranno più chiaro del sole che questo è quel modello di vita che Gesù Cristo, uscendo dal seno del Padre, portò dal cielo. E la volle correre Lui stesso. Quel tipo di vita che i suoi apostoli seguirono. E i martiri. E tante belle vergini della Chiesa primitiva. Questa è quella vita che è attiva, ma in modo tale da restare sempre con la mente in cielo… Si trovano nei fastidi e negli impacci umani, e tuttavia non abbandonano le serenità nella quale vivono pendendo di continuo dal sereno aiuto e dalla consolazione dello Spirito Santo. E poiché sono nell’atteggiamento di ricevere tutto come dato dalla mano di Dio, tutto accettano di buon grado. E le inevitabili amarezze si convertono in dolcezza celeste”. “E così, stando in mezzo al mondo e alla vita attiva, godono della vita contemplativa. E in modo mirabile vivono insieme nell’una e nell’altra. L’altezza della contemplazione non toglie di mezzo le faccende; e le faccende non impediscono il gusto celeste. E la luce celeste non impedisce l’azione. Così gli apostoli, tanti altri martiri e vergini e confessori, pur trovandosi in mezzo alle faccende che sbrigavano per solo e puro amore divino, erano in Dio assai più in alto di quanto non lo fossero altre che, liberatisi degli impacci umani, si dedicavano alla sola contemplazione”. “Questa è la vita di questa Compagnia. E così viveva la Fondatrice…”. Il Cozzano certo, non ha una conoscenza sperimentale di questo tipo di vita, l’ha soltanto vista vivere e pertanto la descrive dal di fuori, basandosi su quanto appare all’esterno di quella sintesi di contemplazione e azione che le vergini vivono nella loro realtà quotidiana. Ma noi, che ci siamo lasciate chiamare da Cristo a questa forma di vita, noi che abbiamo risposto di sì con una consacrazione vincolante, noi che abbiamo avuto il privilegio di una formazione spirituale approfondita e abbiamo la grazia di vivere nella casa del Signore, noi a che punto siamo con la nostra contemplazione? Forse, però, prima di rivedere la nostra posizione attuale considerandola alla luce degli insegnamenti della Madre, è opportuno fermarci un attimo. Un attimo solo. Per guardare indietro nel nostro passato… Ritroviamo nella memoria quella vita in cui ci è parso che Cristo ci baciasse l’anima…Fu insieme una ferita e una felicità. Quel giorno ci siamo date con slancio, con entusiasmo… E quanto è durato quel nostro donarci totalmente, incondizionatamente, nella fedeltà assoluta ai nostri doveri e alla Regola praticati per amore?


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Poi forse ci siamo stancate… però ci siamo riprese… poi stancate… poi riprese… è molto umano. E adesso, alla nostra età, come stiamo per rapporto alla nostra vita d’amore? Ci alziamo ogni giorno più innamorate del giorno prima? O ci sentiamo a disagio di fronte a questo linguaggio? Allora riprendiamo in mano ancora una volta il Prologo della Regola di Sant’Angela, e poi, attraverso le parole che la Madre ci rivolge, riconsideriamo come dovremmo vivere l’aspetto contemplativo della nostra vita orsolina. Poi rinnoviamoci e facciamo vita nuova, secondo le linee di forza tracciate dalla Madre. La contemplazione mericiana trova il suo fondamento, le sue caratteristiche, le sue motivazioni già nelle prime righe del prologo cioè di quella “lettera proemiale” che la Madre ha voluto dettare per tutte noi. Quali sono queste linee di forza? Possiamo dedurne alcune dalle prime righe di quella “epistola proemiale” che la Madre aveva destinato alle sue figlie e che fa da prologo all’intera Regola: “Poiché, figliole e sorelle dilettissime, Dio vi ha concessa grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo e di unirvi insieme a servire a sua divina Maestà, avete da ringraziarlo infinitamente che proprio a voi abbia concesso così singolare dono… Perciò, sorelle mie, vi esorto, anzi, vi prego tutte che, essendo state così elette ad essere vere e intatte spose del Figliol di Dio, per primo vogliate conoscere ciò che comporta tale cosa e che stupenda dignità sia questa”. Non mi soffermo sulla premessa: - “separarvi dalle tenebre di questo misero mondo”: rifiuto dello spirito mondano; - “unirvi insieme”: senso profondo di una vocazione comunitaria a vivere comunitariamente una esperienza dell’amore divino; - “servire a sua Maestà”: per rendere a Dio un tributo; Angela preciserà però subito di qual genere è questo “servizio”, e non userà troppo questo sostantivo né il suo verbo. Ma qui “servire” ha la funzione di ricordare che noi per natura saremmo in posizione di servi, di schiavi di fronte all’infinita grandezza del Signore dell’universo. Segnalo invece, quelle linee di forza che mi paiono fondamentali ed insieme più tipicamente mericiane: - alla radice di tutto sta una amore di predilezione da parte di Dio; sua è l’iniziativa; noi siamo soltanto delle elette, ma scelte in mezzo a tante altre; - per una nuova e stupenda e gloriosa dignità; - qual è quella di diventare spose del Figliol di Dio, destinate a una dignità regale, un giorno nel cielo. Ma “spose” in che senso? “vere” (2 volte) e “intatte”. Due premesse: “chiamate ed elette” e “spose del Figlio di Dio”. Chiamate ed elette: è un fatto su cui Angela insiste. E’ Cristo che per primo si è offerto a noi; è Lui che ha preso - o ha cercato di prendere – il posto centrale nella nostra vita. E’ Lui che rimane in quel posto, anche se noi svicoliamo per la tangente. Rimane sotto spoglie raramente grandiose; quasi sempre umili e modeste. Ci si offre attraverso gli eventi che la volontà del Padre dispone, e attraverso quelli che invece


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permette soltanto. Rimane nonostante le nostre fughe, i nostri sotterfugi per non riconoscerlo o per non incontrarlo. Rimane perché Lui è fedele. Non sappiamo quale fosse il grado d’amore con cui Dio ci ha amate, e nemmeno a quale grado d’intimità volesse farci arrivare… Sta di fatto che ci ha chiamate alla vita religiosa – a questa vita religiosa – e ci ha dato la grazia di abbracciarla. Scegliendoci fra tante ci ha proposto di fare la vita con Lui: la vita della contemplativa che lo riconosce di colpo nei vari momenti della giornata, per quanto banali possano apparire. Purché l’eletta tenga desto lo spirito di fede. Diversamente può accadere che Dio rimanga nella inutile attesa d’essere riconosciuto e amato, mentre lei cerca con ogni modo di cambiare quelle forme dietro le quali Lui sta aspettando. Quando allo spirito di fede si sostituisce lo spirito secolaresco, la voce di Dio che ci chiama per nome si perde nel deserto. E la parola d’amore che ci voleva dire si dissolve nell’aria, a vuoto… Abbiamo mai pensato alle frustrazioni di Dio che noi provochiamo? Spose del Figliol di Dio: Angela dice che ciò comporta una “nuova e stupenda dignità”. E noi sentiamo,in queste parole, l’incantamento amoroso di Angela che scopre di colpo che cosa significa essere state scelte per una storia d’amore, da un innamorato come Cristo. Vuol dire rottura con un modo semplicistico di dire “sposa di Cristo” per dare a queste parole un contenuto concreto. Vuol dire rottura col proprio passato di semplice ragazza in attesa di prendere stato, con la propria condizione sociale di donna da marito, per entrare in una realtà nuova, inaudita, inattesa, insperata. E tuttora forse incompresa nella sua profondità e nelle sue implicazioni. Bisogna chiudere gli occhi a tutto ciò che è esteriore, fare un gran vuoto di tutto, un gran silenzio interiore, e concentrarsi su quel fidanzamento che abbiamo accettato di stringere con Lui, per capire qualcosa del destino che il Signore ci aveva proposto di vivere. Ed è importante richiamare alla mente questa premessa, che pur sappiamo a memoria, dal momento che la contemplazione è uno sguardo silente su Dio, scaturito dall’amore. Dio, che è amore, aspetta questo nostro piccolo amore. Pronto a ricambiarlo da Dio. Ascoltiamo Gesù: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e anch’io lo amerò, e mi manifesterò a Lui” (Gv 14,21). Se uno lo ama, Gesù promette di manifestarsi a lui. Quando noi abbiamo accettato consapevolmente d’amare Dio al di sopra di ogni cosa, Cristo il Figlio di Dio ha incominciato a manifestarsi a noi. Cristo Figlio del Padre, ricco della sua umanità. Verbo fatto carne, uomo con una sensibilità umana, uomo capace d’amicizia e d’amore. Forse è così che l’abbiamo incontrato, conosciuto a poco a poco. Il Cristo del Vangeli. E abbiamo accettato di seguirlo e di imitarlo. E allora l’amore ha preso una connotazione più precisa. Dice ancora Gesù: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Alla fedeltà dell’amore Dio risponde con l’amore che gli fa prendere possesso della creatura, e questa diventerà così la sua vera dimora. Se la fedeltà è perfetta, il possesso della creatura da parte di Dio sarà definitivo e completo. I mistici nel loro linguaggio chiamano questo possesso coi termini di fidanzamento spirituale e matrimonio mistico. Io posso solamente ricordare le promesse di Cristo, perché mi sarebbe estremamente difficile definire la “sposa del


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Figlio di Dio”. Ma se leggiamo queste premesse e cerchiamo di interpretarle alla luce delle povere analogie umane, lo sguardo ci si schiarisce e vediamo meglio. Aggiungiamo subito, per aiutarci, le due qualità che Angela attribuisce (sempre nel Prologo) a questa sposa: deve essere “vera” e “intatta”. E qui la concezione mericiana della sponsalità si precisa. Vera: autentica, sposa per davvero, sposa sul serio, consapevolmente sposa. Intatta: tale che niente di umano possa più far presa su di lei; in una tensione di tutto l’essere teso allo sposo. Vergine di quella verginità interiore che Angela chiede alle sue figlie, nella nudità interiore che sola permette di trovare nel Cristo il Tutto. Nella Regola non mancano gli insegnamenti d’ordine morale. Però si compongono tutti in uno stile di vita assai più vicino a quello del mistico che non a quello del teologo o del moralista. Mi riferisco ai tre capitoli riguardanti i consigli evangelici, e alla preghiera quotidiana di sant’Angela. Dicevo che la contemplazione è la centralità di Dio intuita e mantenuta per amore. Centralità di Dio cui converge tutta la vita nelle sue multiformi manifestazioni. Ci sono, però, tempi e momenti ed eventi che sono delle occasioni privilegiate per un incontro d’amore. Il Signore è là; aspetta il nostro sguardo. Se il nostro spirito di fede è vivo, i nostri occhi lo scoprono. L’intimità con Lui si fa più stretta. L’amata si assimila all’Amato attraverso un processo di conformità, come avviene facilmente quando due convivono. E la nostra è e deve essere una autentica convivenza con Cristo. I momenti di contemplazione saranno tanto più frequenti quanto più avremo sete di Lui, quanto più desidereremo incontrarci con Lui, quanto più sapremo scoprire nelle grandi e nelle piccole cose che formano il tessuto della nostra vita. Certo le occasioni privilegiate ci sono offerte, nella sequela Christi proprio dai consigli evangelici. Essendo la strada per seguire più da vicino Cristo, ci mettono maggiormente nelle condizioni di incontrarlo, di riconoscerlo, di arrivare a conformarsi a Lui, di arrivare a perdersi in Lui. Prendiamo ad esempio l’obbedienza. Se siamo rimaste dei principianti, o se, pur essendo molto avanti nella vita spirituale il Signore permette che sperimentiamo la nostra debolezza, in alcune circostanze avremo bisogno di lunghi ripensamenti fra noi e noi, e con i Superiori, e con le consorelle, e poi ricominceremo il giro. E intanto valuteremo i pro e i contro di quel comando. E cercheremo di scoprire da dove è partita l’idea di quell’obbedienza, eccetera. E’ chiaro che non siamo in uno stato di contemplazione. Sant’Angela ci viene in aiuto mettendoci davanti agli occhi il Cristo di fronte alla volontà del Padre in un’obbedienza difficile. Se ho cercato di farmi una certa abitudine a vivere di fede, sopra tutto se amo Cristo, lo vedrò in quell’obbedienza che mi viene imposta. Cristo che aspetta me. Aspetta che la sua sposa gli stia vicino. Vedere di colpo, in quell’obbedienza, il Cristo del Getsemani col suo dramma tremendamente umano e la sua preghiera altrettanto tremendamente umana: fiat… Senza altri ragionamenti… In uno sguardo che può durare pochi istanti, o un’ora, e può anche riempire un’intera giornata, uno sguardo amante e doloroso, che mi farà intuire tutto il mistero di quell’ora della sua passione. Il mio amore di donna innamorata di Cristo si rinnovellerà in me, mi spingerà a buttarmi in quell’obbedienza senza paura, senza cercare altri perché. Quel momento di contemplazione mi


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lascerà pacifica, coraggiosamente obbediente, nonostante la ferita aperta nel mio spirito e nella mia volontà. Allora davvero l’obbedienza è in me come una gran luce. La mia obbedienza, invece, mi immergerebbe nella notte di una volontà personale, discorde dalla volontà del Padre. La luce nasce dalla vittoria della volontà di Dio su quella dell’uomo, quando l’anima si libera dalle tenebre della volontà propria per entrare nel gioco di Dio. L’obbedienza dell’Orsolina contemplativa non si riferisce soltanto alle grandi occasioni che richiedono in taluni casi un autentico coraggio, ma è un mezzo per scandire l’intera giornata con lunghi sguardi d’amore, e trasformare una giornata qualunque in una sequenza di momenti di contemplazione. Pensiamo alle varie “obbedienze” che fanno la trama della nostra vita: La carica, o l’ufficio, o il compito che ci è assegnato. Il mercenario può fare tutto questo per un guadagno. Ma la prospettiva di guadagnare il paradiso non sembra un movente abbastanza valido per sant’Angela; Lei che voleva che le sue figlie agissero solo per il solo amor di Dio e il solo bene delle anime. Lei che le voleva “vere e intatte spose”, e non serve, nemmeno serve dell’ideale. Allora la nostra contemplazione può trovare, oltre al motivo dell’amor di Dio, anche quello dell’amore del prossimo che dobbiamo aiutare a crescere spiritualmente. In cucina, in presidenza, in portineria: se non vi incontriamo Cristo, rischiamo di starci da salariati qualunque. Le soddisfazioni umane che possiamo incontrarvi non possono riempire il nostro cuore. Ma l’Orsolina contemplativa entrando nel proprio ufficio vi cerca Cristo. E’ un primo passo. Può accadere che Lui si faccia incontrare violentemente. O direttamente o attraverso una difficoltà, un ostacolo, un imprevisto… Se, cercando di vivere di spirito di fede, mi tengo nell’atteggiamento di cercarlo e di trovarlo in ogni cosa, mi sarà meno difficile reagire da consacrata. Un rapido o un lungo sguardo sul mistero del dolore nel mondo, sulla provvidenza di Dio, sul mio Cristo che aspetta la mia collaborazione per la salvezza del mondo… e il nostro legame nuziale si rinnova, si rafforza. Certo ci ho messo del mio nella ricerca, forse, ma non ci sarei arrivata senza la sua chiamata a questa spiritualità sull’amore nuziale e senza una grazia particolare del suo amore. Obbedire allo Spirito Santo, raccomanda sant’Angela. Non si può senza un rapido o un lungo sguardo sull’ospite interiore dell’anima… Lo Spirito Santo è là. Sempre Dio ci precede, si fa trovare sul posto prima ancora che noi lo cerchiamo. Ma lo spirito di attivismo ci fa assorbire dal lavoro; lo spirito di dissipazione ci fa riempire di rumore ogni pausa; lo spirito secolaresco ci fa cercare soluzioni di soddisfazione altrove; per fortuna lo spirito di fede ci tiene all’erta, spogliate di noi stesse e quindi più disposte all’incontro. A poco a poco ci porterà ad uno spirito contemplativo che renderà sempre più frequenti gli sguardi silenti su Dio in noi e nelle cose attorno a noi. Sarà però necessario curare il silenzio: quello esteriore necessario per coltivare l’intimità con l’Altro; quello interiore, necessario per immergersi nel mistero dell’Altro. Pause che possono durare anche un attimo, ma permettono quel lungo sguardo fuori del tempo, quel lungo sguardo immediato e silente che fa vedere l’Altro, che fa intuire il suo messaggio e che, rinnovandoci nell’amore, ci dà il coraggio di buttarci nell’azione senza perderlo di vista.


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Ci darà persino il coraggio di impegnare le nostre migliori energie e la nostra creatività per far riuscire bene un’obbedienza che contrastava con la nostra volontà Così, mentre la teoria della realizzazione di sé ha condannato a morte la rinuncia e lo spirito di sacrificio, e ha spento lo spirito di fede nell’obbedienza, la contemplazione fa trovare il coraggio di buttarsi in acqua per amore, cioè di assimilarsi a Colui che si è fatto obbediente fino alla morte di croce. Come si vede, la contemplazione non ha niente di idilliaco. Per vedere l’invisibile bisogna staccarsi dalle cose visibili; per sentire la voce di Dio bisogna chiudere le orecchie al rumore del mondo. Sono solo i puri di cuore che vedranno Dio. Tutto questo spiega lo stretto rapporto che corre tra l’ascetica e la contemplazione: L’ascetica come strumento di purificazione. Angela, lo abbiamo già visto, ne ha dato una dimostrazione pratica. E anche il contenuto del suo capitolo sulla verginità ci illumina sul rapporto tra la purificazione interiore e la contemplazione: Verginità che è molto di più che una integrità fisica E’ l’integrità del cuore e dello spirito. E’ la purità interiore che spoglia l’anima da ogni attacco per renderla sensibile alla luce divina. La minima imperfezione acconsentita distoglie lo sguardo da Dio spostandolo verso se stessi o verso cose materiali. Fino a che qualcuno si orienta così, accettando il peccato nella propria vita, questo qualcuno non può pensare di fare della contemplazione. La spiritualità mericiana interpreta in maniera suggestiva il carisma dell’Istituto, che è appunto quello di rendere presente nella Chiesa il volto di Cristo sposo. Quel volto “lucidissimo che contenta ogni cuore afflitto”. L’esistenza dello sposo suppone quella della sposa. L’esistenza dei due sposi suppone una relazione d’amore in cui l’incontrarsi, il riconoscersi, il donarsi reciprocamente è bisogno del cuore. Perciò i momenti di contemplazione devono essere un bisogno del nostro cuore. Talvolta ci scandalizziamo sentendo la gente del mondo parlare con leggerezza di “scappatelle extraconiugali”, alludendo a vicende che sono invece autentici tradimenti dell’amore. Ma… e le nostre “scappatelle”? Sono di tutt’altro genere, per grazia di Dio, ma anch’esse possono comportare una certa profanazione di quella santità nell’amore per la quale ci siamo fatte orsoline. Quella stupenda santità nell’amore che dovrebbe realizzarci anche come donne, dal momento che siamo fatte per l’amore. Dopo certe chiacchiere, o certe critiche, o certe letture inutili, di quali immagini si riempie la nostra solitudine? Di quali voci il nostro silenzio? Già la preghiera vocale ha le sue difficoltà. L’orazione ne ha ancora di più. Che ne sarà della contemplazione? Pensiamo ad Angela che ogni giorno prega: “rattieni i miei sentimenti e i miei sensi, così che non prevarichino né a destra né a sinistra, né mi distolgano dalla lucidissima faccia tua, che consola ogni cuore afflitto…”. Quale vigilanza deve aver esercitato sulle proprie facoltà, e con quale sete deve aver cercato quella “lucidissima faccia”… Poi con quale beatitudine deve essersi immersa nella contemplazione di quel volto… luce e splendore allegro di verità… L’amore ha i suoi diritti e le sue esclusività, le sue gelosie e il suo bisogno di manifestarsi. Le sue ore d’intimità. Povero amore quello che dà solo ciò che è dovuto!


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Ma il consiglio evangelico che più sembra disporre alla contemplazione perché tocca insieme le radici dell’essere, del possedere e del volere è la povertà. Se vogliamo viverla alla lettera, secondo l’insegnamento della Madre, non ci rimane più niente di nostro. Più nessuna certezza, nessun possesso, nessun appoggio. E’ il “nada”, il niente di san Giovanni della Croce. Il niente che mi consente di appartenere al Tutto e di possedere il Tutto. La povertà interiore si esprime come spogliamento volontario, come umiltà e distacco. Praticamente riassume in sé gli altri due consigli e fa oggetto di sacrificio beni materiali, volontà, libertà, gusti personali, desideri, speranze, capacità personali, cultura, famiglia: tutto dato in cambio del possesso di Dio. Quando si perde qualcuno di questi beni… quando ne veniamo spogliati ingiustamente o ne siamo defraudati, è allora che valutiamo quanto ci stanno a cuore. Quando il loro possesso e la loro conquista ci preoccupa… quando ci accorgiamo che ci legano… quando ci rendiamo conto che diventano il nostro appoggio e che ci danno soddisfazione e sicurezza… quando li sentiamo e li trattiamo come proprietà nostra… è allora che diventano una minaccia per la contemplazione. Bisogna disfarsene per amore. Allora la volontà si troverà interamente purificata dal gusto e dalla ricerca di tutto ciò che non è Dio, e si potrà dire che l’anima ha dato a Dio il suo intero consenso all’azione di Lui. E questo è il fidanzamento mistico, una delle vette della contemplazione, quando ormai Cristo è diventato veramente “il solo tesoro”. Non è detto che la nostra contemplazione debba necessariamente raggiungere i vertici della mistica. Non è detto che dobbiamo arrivare subito all’unione trasformante… Ci arriveremo forse al momento in cui la morte ci fisserà eternamente in Dio nostro bene. Però dobbiamo sforzarci di vivere unite al Signore. Lui poi ci concederà quelle grazie di unione che ha preparato per noi. Camminare, agire, operare da contemplative vuol dire vivere da innamorate di Dio, cercando di guardare frequentemente a Lui, difendendo la nostra intimità con Lui da qualunque intromissione o dissipazione volontaria. Sforzarci di essergli fedeli. Desiderare di amarlo con tutto il nostro essere e inventare ogni tanto qualche gesto d’amore, come accade quando si vuol bene a qualcuno. Lasciar da parte i nostri interessi per assumere e difendere i suoi interessi, “Habbien Iesu Cristo per il suo sol tesoro…”. Abbiamo fatto professione di possedere Cristo come solo amore e solo tesoro. Sopra tutto, come Orsoline, facciamo professione di lasciarci possedere da Cristo come la sposa è posseduta dallo sposo. Senza che nulla ci separi. A poco a poco si realizzerà un processo di assimilazione: arriveremo alla conformità a Cristo nella sua nudità sulla croce, prima di conformarci a Lui nella risurrezione. Lui e io. Io e Lui. Null’altro. Lui e io… io e Lui… fino a che non arriveremo a poter dire come Paolo ai Galati, “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me…” (2,20). Fino a che non potremo pregare, come pregava la Madre; “Signor mio, unica vita e speranza mia”. “Mia vita!”: le parole dell’amore di ogni tempo. “Mia vita”


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vuol dire: io non vivo che della tua vita, e tu vivi attraverso me, e io ti faccio vivere là dove vado, e porto te, e chi incontra me incontra te. La Madre ci direbbe, forse: “Per arrivare a dire così devi realizzare lo spogliamento di te stessa, senza paura di perderti dal momento che guadagnerai Cristo. E’ un’avventura alienante, dice il mondo. Ed è vero. Ma esaltante perché questa alienazione fa posto ,in te, a Cristo. “Allora, fa’ posto, in te, a Cristo, liberamente, gioiosamente, senza tema di spersonalizzarti; spogliati d’una volontà che talvolta può travolgerti, ingannarti. Non rifiutargli più nulla. Dagli tutto: l’agire, il possedere. Le facoltà interiori, le più intime come la libertà e la volontà; poi le altre: la mente, la parola, l’azione. E poi tutto quello che possiedi. Per una consacrazione che suggella questo tuo dono nuziale. “E prepara una comunione che è insieme intimità, conformità, contemplazione… amore… e sopra tutto silenzio. Il profondo silenzio del niente che si perde nel Tutto. Allora puoi dire come la Madre: “Signor mio, unica vita e speranza mia…” “Ti prego che tu riceva il mio libero arbitrio, ogni mia propria volontà, la quale da sé, per essere infetta dal peccato, non sa discerner il bene dal male. Ricevi ogni mio pensar, parlar e operare; ogni mia cosa, finalmente, così interiore come esteriore. Il che tutto offerisco davanti ai piedi della tua divina Maestà. E ti prego che tu ti degni di riceverlo, benché io ne sia indegna. Amen.”


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24. L’AZIONE APOSTOLICA DELL’ORSOLINA Verona 1988 - Roma 1990

Se volessimo tentare una ricostruzione cronologica della vita di Angela Merici per rapporto alla sua attività, dovremmo sintetizzare così: cinquantotto anni circa di azione privata, capillare, non sistematizzata anche se a raggio relativamente vasto; sette anni di azione sistematica, organizzata, finalizzata ad una realizzazione di carattere pubblico e di vasta portata. Tutta una vita per preparare la fecondità esplosiva della sua maternità spirituale. E, nell’attesa, un’azione “attiva” su se stessa per prepararsi; una contemplazione con le sue implicazioni attive, dirette al bene delle anime e al servizio dei fratelli. Ed è naturale, perché l’amore che si appagasse di se stesso diventerebbe ben presto egoismo. L’amore infatti ha bisogno di espandersi; la sponsalità si completa e prende senso nella maternità. Pensare unicamente all’intimità, all’unione con Dio, sarebbe ignorare la natura dell’amore, che appunto mira a diffondersi. Seguiamo allora Angela per periodi. Incominciamo dalla nascita fino a circa i venticinque anni di età: primo periodo desenzanese e periodo salodiano. Vita ritirata, da casalinga che aiuta fors’anche nel lavoro dei campi. Sono i suoi primi passi lungo la via dello spirito: la riflessione sulle letture paterne; l’imitazione dei santi nel gioco e più ancora nella vita quotidiana attraverso le prime preghiere, le prime mortificazioni toccanti il cibo, i primi fioretti. Il primo sbocciare dell’amore per Gesù. E insieme ci saranno stati i primi capricci e le prime disobbedienze. Guai se fosse nata santa! Non avrebbe capito niente della vita e non avrebbe potuto dettare quello che ha dettato. Poi, con l’adolescenza e la giovinezza, le prime esperienze della propria personalità, le prime analisi e i primi ripensamenti, il lavoro consapevole su se stessa, motivati dall’approfondimento della vita spirituale. Il primo zelo apostolico, espresso in maniera vivissima in occasione della morte della sorella col timore a riguardo del suo destino eterno. E doveva essere un timore angoscioso se Dio stesso interviene a placarlo. Quante preghiere e quante penitenze avranno accompagnato quel timore, e quale sarà stato il prezzo pagato poi in ringraziamento alla risposta ricevuta? Del soggiorno salmodiano e delle sue faccende domestiche in casa degli zii ha raccontato lei stessa al canonico Tribesco. Della sua entrata nel Terz’Ordine le prove sono molteplici. E da allora in poi suor Angela sarà tenuta a dare testimonianza di vita evangelica. E questa sarà la forma primaria della sua attività apostolica. Dai venticinque ai quarantadue anni circa (vi ricordo che date e periodi sono precisati in modo assai approssimativo) scorre il secondo periodo desenzanese, vissuto da terziaria francescana, da casalinga e da contadina. Ed è una vita senza storia, che non fa epoca e non ha lasciato traccia. Probabilmente quello fu il suo tirocinio di donna sola nella vita, di cui il Signore si sarebbe servito per prepararla alla sua missione. E nello stesso tempo il tirocinio della sua vita di contemplazione, che


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l’aprirà al disegno di Dio, davanti al quale però si sentirà incapace e insufficiente. Tant’è vero che aspetterà quasi fino all’ultimo per attuarlo. Certamente a Desenzano ha esercitato quelle opere di misericordia che la vita metteva sulla sua strada momento per momento: assistere un malato, dare una mano a una mamma con tanti bambini, vegliare un morto, accompagnare il prete col Viatico, dare ospitalità a un viandante, spartire il cibo coi poveri. E i compaesani, che la trovavano così disponibile, avranno anche talvolta approfittato di lei per scaricare su di lei qualche responsabilità in momenti d’emergenza. Sarà pure intervenuta in aiuto del fratello Giovanni, sposato a Desenzano, come si fa del resto in ogni famiglia… “Ha riunito intorno a sé delle giovani…” ipotizza qualcuno. Alle Grezze, così fuori di mano? Sembrerebbe un po’ inverosimile. Forse avrà radunato qualche bimbo o qualche giovane delle famiglie residenti nella cascina e al Machett, se ce n’erano. Frequentando la chiesa parrocchiale avrà incontrato delle giovani, le avrà ascoltate, avrà risposto dando buoni consigli, avrà cercato di mantenerle o di ricondurle sulla buona strada, ma nulla lascia pensare che si sia dedicata ad un’attività apostolica sistematica. E poi si sarà guadagnata da vivere filando, tessendo, coltivando il proprio appezzamento di terra. Ma in qualunque sua attività deve aver dato il primo posto alla preghiera, come una sposa che ha sempre lo sposo in cima ai propri pensieri. Nel 1516, quando Angela è sui quarantadue anni, lo Spirito la conduce, attraverso la voce dell’obbedienza, a Brescia. Incomincia l’ultima fase preparatoria alla fondazione. Durerà circa quindici anni. Dio la introduce nella “Brescia-bene”, dove le farà trovare le collaboratrici per la realizzazione della sua opera. Quale la sua attività in quel periodo? Presso Caterina Patengola, che ha solo quattro anni più di lei, quella di una dama di compagnia confortatrice, rasserenatrice. E’ il preludio a quell’apostolato della parola che le sarà proprio, e che le Orsoline religiose assumeranno in maniera ben più precisa e più qualificante di quanto non abbiano fatto le sue figlie secolari. Che cosa avrà fatto d’altro nei mesi passati in casa Patengola? Avrà dato un aiuto in caso di necessità, ma Caterina non aveva bisogno di una serva in più. Aveva bisogno di una buona compagnia. Angela le avrà letto qualche pagina, magari di quelle stesse letture che aveva ascoltato da bambina. Si sarà occupata un poco della piccola Isabella, la nipotina rimasta orfana presso la nonna. Avrà cercato di educare in lei i primi sentimenti di fede. Una piccola catechesi adatta a una bimba di tre anni e mezzo. E poi si sarà intrattenuta in conversazioni utili con le dame che frequentavano la casa. Una catechesi di portata diversa, come diverse erano le situazioni personali. Questi pochi mesi consentono ad Angela di conoscere un mondo ben diverso da quello di Desenzano, e anche da quello di Salò. Si allarga l’orizzonte delle sue esperienze, a contatto con quelle donne di ceto sociale elevato, di cui incomincia a conoscere le debolezze, le umiliazioni, le frustrazioni, accanto alle illusioni e agli effimeri trionfi del lusso e della nobiltà. Quando la sua missione volge al termine, è Giovan Antonio Romano che la prega di trasferirsi in casa sua. E’ un giovanotto poco più che ventenne, dedito alla mercatura. Al “Processo Nazari” affermerà di averla invitata “per affetto”. Angela non è dunque andata in casa Romano per fare la serva, come qualcuno ha scritto né a


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guadagnarsi il pane. Ha esercitato piuttosto la funzione di una massaia-maestra di casa. Si sarà occupata della servitù, dell’andamento domestico, delle elemosine da distribuire in nome e da parte del padrone. Presso di lui doveva passare poco più di dodici anni, nel quartiere di S. Agata. Buon uomo, ma senza cultura, il Romano non ha raccontato gran che dell’attività di Angela, e tuttavia ha detto abbastanza: conversazioni edificanti con lui, testimonianza di vita sobria e penitente, mediazioni pacificatrici e accoglienza del più vario popolo di Dio. Sono le stesse affermazioni che deporrà in processo Agostino Gallo, con maggior precisione e maggiori particolari, specialmente per rapporto all’apostolato della parola esercitato da Angela, che sapeva adeguarsi all’interlocutore. A tutto questo il Romano aggiungerà il riferimento ai pellegrinaggi della Madre; quei pellegrinaggi che erano opere di pietà per le difficoltà che comportavano, e insieme opere di carità per l’incoraggiamento, il conforto, le esortazioni cui davano occasione. Non c’era spazio né per spirito d’avventura né per curiosità turistica, né per divertimento, ma puro esercizio penitenziale ed esercizio di fede, arduo e non scevro di pericoli. Arriviamo così all’ultima parte della vita di Angela. Quella della fondazione della Compagnia di Sant’Orsola. Ma guai a noi se non considerassimo azione gli anni che l’hanno preceduta, e sopra tutto preparata. Inazione, se commisurata all’azione e allo sviluppo dei secoli a venire. O azione modesta, senza gran lustro, senza grandi realizzazioni apostoliche, senza grandi gesta. E invece la santità di Angela si matura, si compie, si esercita proprio nelle piccole cose che quotidianamente Dio le ha messo fra mano. Piccole cose oscure, piccole beghe familiari risolte, piccoli consigli alla piccola gente (non eran certo i grandi che andavano a farsi suggerire il modo di far testamento!). E tutto questo in un mondo in cui c’era tanto bisogno di grandi interventi. Non era forse tutto tempo perduto? Non era tempo perduto! Era il seme buttato nell’ombra silenziosa del terreno a macerarsi, a morire, prima di germogliare a nuova vita. Era la sposa che nell’intimità con lo sposo preparava la propria fecondità. Sarebbe diventata madre per un atto d’amore, proprio in quanto sposa. Per quello che era, non per quello che andava facendo. Angela darà vita alla Compagnia solo per aver contemplato a lungo lo Sposo, per essere entrata nell’intimità con Lui, per essersi conformata a Lui in un’intesa più profonda, per averlo portato dentro di sé. Perché solamente dopo tutto questo si può parlare di una vera maternità. Il segno di Dio è presente nella scelta stessa dell’opera da attuare. Dio ha fatto intuire ad Angela le grandi linee del suo disegno. Ma l’interpretazione e l’esecuzione nei particolari fu certo opera da una parte dell’ispirazione dello Spirito Santo, e dall’altra parte di un ascolto nell’orazione e di una risposta al di fuori e al di sopra delle convenienze. Una riposta coraggiosa e fuori dagli schemi consueti. In un’epoca brillante di scoperte e di grandezze, col risvolto di grandi miserie grandi piaghe sociali (un’epoca per tanti versi così simile alla nostra), si aprivano alla creatività i più diversi campi dell’attività caritativa e assistenziale. Alla luce di Dio Angela coglie invece il bisogno più drammatico del suo tempo, ma anche apparentemente, e solo apparentemente, il meno impegnativo dal punto di vista sociale: il bisogno di Dio. E offre Dio alla parte ritenuta la meno influente nel vivere civile, la donna, che secondo la mentalità maschilistica di quell’epoca vale così poco


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e quindi non sarà certo lei a riformare la società. E, per di più, nemmeno la donna nella sua dignità di moglie e di madre, ma la donna nubile; una nullità sociale, specie se destinata ad essere serva, esposta sovente al capriccio dei padroni… La donna indifesa, senza risorse proprie, e necessariamente rassegnata a un marito, o spedita in convento appena possibile. Angela non la riscatta con un’azione sociale (oggi si direbbe “sindacale”) che le offra l’autonomia nel lavoro, la sicurezza economica, l’indipendenza. Ma con un’azione tutta spirituale che le conferisce, sì, una dignità nuova davanti a Dio e davanti agli uomini, ma non le apporta gran che sotto l’aspetto umano. Solo alla luce di Dio se ne possono rilevare i vantaggi e sono spirituali. La Fondatrice la lascia in uno stato di dipendenza, rivelandole però la dignità della libertà interiore; la lascia nella sua povertà, ma la guida al possesso di Dio sommo tesoro; la fa madre nello spirito proprio per il suo cuore indiviso e la consacrazione a Dio della sua verginità. Angela realizza così pienamente quel carisma di fondatrice che le è specifico e che lei ha incarnato nella propria realtà di donna, di sposa di Cristo, di madre spirituale di un numero sterminato di discepole. Così, nel suo amore per Cristo, gli genererà delle figlie; innamorata di Lui, lo farà conoscere alla donna del suo mondo e oltre; consapevole che la donna si realizza nell’amore, e un amore scelto liberamente, offrirà alla donna questo amore, e farà in modo che possa sceglierlo liberamente. Consapevole della propria missione, parlerà dell’incontro della donna con Dio in termini di relazione sponsale più che di servizio, innalzandola così al di sopra della sua condizione sociale e operando in tal modo la sua autentica promozione umana. L’attività di Angela, incarnata nella fondazione della Compagnia di Sant’Orsola, assume perciò la multiforme connotazione di un’azione promozionale squisitamente femminile, di un’azione apostolica di diffusione del messaggio di Cristo che passa attraverso i tre consigli evangelici, e sopra tutto di una maternità dello spirito che si configura per analogia su quella della carne, ma la supera di gran lunga nel suo essere e nelle sue espressioni. Importante è ora, per noi, vedere se si possa parlare di una continuità tra Angela e le sue figlie. Se, cioè, si possano ritrovare in noi gli elementi che caratterizzarono la sua azione; e mi riferisco, naturalmente, agli elementi più qualificanti che ho menzionato qui: l’azione promozionale della persona, la diffusione dell’ideale della consacrazione, la maternità dello spirito. Parleremo sopra tutto di questa; il resto è un modo di attuarsi di questa maternità; è la naturale conseguenza di questa maniera di concepire l’azione apostolica. Che Angela abbia avuto il carisma della maternità è evidente e innegabile. Ma può non apparire altrettanto evidente e innegabile che esso si prolunghi anche nelle sue figlie. Sant’Angela ha avuto un carisma personale di maternità, legato alla sua missione di Fondatrice. Nella certezza d’essere stata scelta come madre e viva e morta della Compagnia, ha promesso di essere sempre presente tra le sue figlie, insieme a Colui che è “Amatore” suo e “Amatore” delle sue figlie. “Amatore”; cioè sposo innamorato. Qui sta la chiave, il perno, il perché e il “come” della maternità: E nostra e sua. Il campo d’azione di questa maternità sarà diverso: lei è fondatrice e


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noi no. Ma il perché, il modo, il fine di essa sono gli stessi. Per noi come per lei. Perché la relazione che ci lega a Cristo è la stessa, per noi come per lei: una relazione d’amore sponsale. Il giorno in cui siamo entrate nel cuore della spiritualità mericiana, cioè il giorno in cui abbiamo capito che Cristo sarebbe stato l’Uomo, il “Tu” della nostra vita e gli abbiamo detto il nostro sì nuziale, quel giorno ci siamo aperte alla maternità dello spirito. E non perché superiore, o insegnanti, o incaricate in qualche modo di altre persone, ma perché spose. E quindi madri nello spirito anche se cuciniere, guardarobiere, segretarie, infermiere, archiviste, portinaie. Madri di una fecondità misteriosa, non sempre visibile, eppure reale, e che è frutto dell’azione di Cristo attraverso la nostra azione ed è proporzionata alla nostra disponibilità, alla nostra apertura all’amore. Certo siamo nell’ambito del mistero che sfiora la mistica. Voglio leggervi un passo che ho trovato presso un Autore spagnolo (il p. Severino Alonso clarettiano, La vida consagrada, Ist. Teologico de Vida Religiosa, Madrid). E’ un passo che mi aiuta a chiarire le idee a me stessa, e forse sarà utile anche a voi. Dice: “L’ascetica è caratterizzata dal predominio dell’azione dell’uomo sull’azione di Dio, mentre la mistica si definisce col predominio dell’azione divina sull’azione umana. Così c’è un apostolato che può dirsi ascetico e uno che può dirsi mistico. Il primo si presenta come azione dell’uomo, aiutato e sostenuto dalla grazia divina. Il secondo è azione dello Spirito Santo attraverso l’azione dell’uomo”. La sua fecondità in frutti di salvezza, dunque, non dipende dal genere d’apostolato che viene affidato, ma dalla trasparenza dell’apostolo che lascia passare l’azione dello Spirito Santo. Dallo spazio che la creatura lascia allo Spirito creatore. Dalla priorità della contemplazione sull’azione. E’ difficile… certamente! Ma noi dobbiamo pur mirare in alto, se vogliamo tenerci almeno un po’ al di sopra della terra e dell’umano. Diversamente il peso stesso della nostra umanità potrebbe tenerci terra terra, compromettendo l’azione di Dio. Tendere verso l’alto, con l’umile consapevolezza di essere solo uno strumento nelle mani dell’Artefice divino. Gabriello Cozzano ha un’espressione efficacissima a questo proposito: “Il Figlio di Dio, secondo lei, il tutto con lei faceva”. E prosegue, alludendo alle vergini della Compagnia: “Lei, la vera e viva madre che nel Verbo di verità e nel sangue di Gesù Cristo le ha generate e rigenerate…” (Dichiaraz. Della Bolla, 974r). E questo mi pare il compendio del miracolo contemplazione-azione compiutosi in Angela Merici e per suo mezzo; è l’enunciazione della sua missione. Questo “apostolato mistico” rimane un modello da imitare, un ideale da raggiungere, per qualsiasi apostolo. Ma la spiritualità e l’atteggiamento interiore dei vari Istituti non sono gli stessi, non sono fra loro intercambiabili. Ognuno ha una finalità propria, un’indole particolare, una missione specifica, un modo inconfondibile per realizzarsi. Dobbiamo perciò richiamare alla mente la tipicità del nostro carisma, per confrontarci con esso in un esercizio di valutazione e, se occorre, di riforma. Lo Spirito Santo che agisce nel Fondatore, con l’azione vivificante e trasformante della sua grazia lo configura alla persona di Cristo in un aspetto particolare del suo mistero. Questo aspetto particolare del mistero di Cristo, per la famiglia mericiana (e lo sappiamo già) è quello del Cristo che ama la creatura d’un amore da parte sua


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indissolubile. Un amore che previene e invita, che si offre per un rapporto intimo, che ha i suoi momenti di tenerezza e di comunione nella reciprocità del dono di sé, e che è espressione personalizzata di quell’amore con cui Cristo ama la Chiesa sua sposa. La vergine di Sant’Orsola è, in un modo tutto particolare, a motivo della sua spiritualità, “segno e partecipazione di quell’amore col quale Cristo amò la sua Sposa e si è dato per lei” (LG V,41). Si potrà obiettare che questo si applica in generale ai coniugi cristiani. Ma il decreto “Lumen Gentium” afferma che anche le nubili danno “in altro modo” l’esempio di questo amore, e che i nostri vincoli religiosi rappresentano Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa (LG VI,44). E “Perfectae Caritatis” (12) conferma che davanti a tutti i fedeli noi religiosi siamo “un richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio e che si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per cui la Chiesa ha Cristo come unico suo sposo”. Quando noi consideriamo gli Scritti di sant’Angela, dobbiamo rilevare che Angela ha fatto, del Cristo-sposo e dell’orsolina-sposa, l’essenza della sua missione e del suo messaggio; in parole povere, l’essenza della sua fondazione e della sua relativa spiritualità. Non solo un richiamo, un simbolismo evocatore, ma una realtà da vivere. Un carisma d’Istituto che si può esprimere in questi termini: rendere presente nella Chiesa il Cristo-sposo. Questo è il Cristo che dobbiamo seguire radicalmente, per essere davvero orsoline. Cioè dobbiamo lasciarci amare d’un amore sponsale, dobbiamo riamare Cristo d’un amore sponsale, dobbiamo amare l’umanità con amore di madre, poiché Cristo stesso l’ha generata alla vita della grazia col sacrificio della croce. La reciprocità d’amore fra noi e Cristo è l’oggetto della nostra contemplazione. La nostra maternità trova la sua attuazione nella nostra azione apostolica. La maniera mericiana di conformarsi a Cristo ha la sua proiezione dinamica nell’azione evangelizzatrice di tutte le nostre congregazioni: una evangelizzazione esercitata di preferenza attraverso la parola, la catechesi. Che è, del resto, l’altro modo in cui Angela ha esercitato la sua maternità spirituale, dopo quello primario della fondazione della Compagnia. Già nei primi decenni dopo la morte della Fondatrice, le vergini della Compagnia a Brescia si erano dedicate alla catechesi nelle scuole festive della Dottrina Cristiana. Ben presto fecero altrettanto le Orsoline secolari a Milano, a Ferrara, ad Avignone… E, per facilitare l’apprendimento a memoria, insegnarono anche a leggere, e poi a scrivere. Infine, per attirare le alunne, avrebbero aggiunto altre materie scolastiche. Si andava delineando così un’attività apostolica che sarebbe diventata qualificante per le orsoline sopra tutto religiose, fino a far dire a Carlo Doneda verso la fine del ‘700 che dire “Orsolina” voleva dire “educatrice”. Ma l’intendimento non era quello di diffondere la cultura (l’istruzione, a quei tempi), bensì quello di far conoscere Cristo, di diffondere il suo insegnamento, di portare a tutti la buona novella. Fino ai confini del mondo. Chi sarà la prima missionaria insegnante che parte per il Mondo Nuovo nel 1639, se non un’Orsolina? E claustrale, e contemplativa, e mistica. La sua epopea missionaria, che la farà denominare “madre della Chiesa canadese”, nasce proprio dallo sposalizio mistico di cui Dio l’ha gratificata. Perché questa è l’Orsolina. Anche se non arriva allo sposalizio mistico come era arrivata appunto la B. Maria dell’Incarnazione. Anche se l’unione sponsale con Cristo


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sulla terra rimane per noi un’aspirazione di tutta la vita, e se ne può fare l’esperienza solo per brevi e rari momenti, l’orsolina dev’essere una professionista dello spirito. Una che insegna Cristo. Che “parla” Cristo. Come naturale conseguenza del suo amore per Lui. Una che sa di agire non in nome proprio, ma in nome della Chiesa, perché l’azione apostolica del suo Istituto porta il sigillo di un mandato ecclesiale. Quando ancora le religiose che vivevano in clausura conducevano una vita totalmente ritirata dal mondo e puramente contemplativa, la Chiesa riconobbe che la finalità propria delle Orsoline era quella di dedicarsi all’educazione cristiana delle fanciulle, e la assegnò all’Ordine di Sant’Orsola come sua missione. Era il 1612. Claustrali ed educatrici… fu la rottura di un sistema che sembrava intangibile. Da allora noi Orsoline siamo delle “inviate”. Non per l’esercizio di una professione o di un servizio assistenziale o comunque a sfondo sociale, ma per adempiere una missione. Nonostante la nostra coesistenza con un mondo secolarizzato, non abbiamo il diritto di vivere secondo lo spirito secolaresco. Evangelizzatrici siamo nate; evangelizzatrici dobbiamo restare. C’è un verbo biblico che ci coinvolge: “mittere”, col suo participio “missus”: inviare, mandare, mandato. Dice Isaia: “Ecce ego, mitte me” (6,8) E Gesù è il “mandato” del Padre; e il Battista è “missus a Deo”, e lo Spirito Santo è “mandato” dal Cielo, e gli Angeli e i Profeti sono “mandati”. E anche noi. Rientriamo così in un progetto di Dio che la Chiesa ha riconosciuto e poi ci ha dato il mandato di compiere in nome suo. Lo compiremo secondo lo stile e l’identità della nostra Congregazione, ma si tratta sempre di un servizio ecclesiale. E tutte ne siamo corresponsabili, qualunque sia la parte che ci viene affidata in questa missione. C’è l’azione diretta, l’attività apostolica immediata, e c’è l’azione indiretta, oscura, misteriosa, espressa con la preghiera e il sacrificio, col servizio reso a chi è impegnato nell’azione diretta. Sono due forme d’apostolato diverse, ma che possono essere ugualmente feconde.Infatti la fecondità dell’azione non dipende da quello che si fa, ma piuttosto da quello che si è. Non è in proporzione di quanto si fa, ma di come lo si fa. La fecondità dipende insomma (e bisogna continuare a ricordarcene per tutta la vita) dal nostro donarci a Cristo, dal nostro “essere spose”, dalla libertà d’azione che lasciamo allo Spirito Santo dentro di noi. E questo, per fortuna, non è legato né all’età, né alla salute, né alla cultura, né al posto che occupiamo. Su questo dobbiamo esaminarci, e valutarci, ogni volta che meditiamo sulla nostra azione apostolica. E diciamo queste verità, con rispetto e considerazione, a quelle nostre consorelle che per motivi vari non hanno mai potuto esercitare un apostolato diretto, oppure non lo possono più fare per l’età o la malattia o per un’obbedienza diversa. Diciamolo, e con convinzione, e facciamo sentire loro che ci crediamo veramente. Raccomandiamoci al loro spirito di servizio, alla loro preghiera, alla loro sofferenza, perché ci ottengano l’aiuto di cui abbiamo bisogno nell’esercizio dell’apostolato. Organizziamoci con loro per qualche preghiera o penitenza con una intenzione apostolica. Mettiamole a parte, nella misura del possibile e del conveniente, dei nostri problemi, facciamole sentire apostole vive e partecipi dell’apostolato dell’Istituto. E allarghiamo con loro la cerchia dei nostri figli spirituali. Ricordiamo a questo proposito l’esempio di apostolato indiretto (indiretto? ma come sono povere, e persino devianti talvolta le nostre distinzioni “diretto”


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“indiretto”!); dunque l’esempio di apostolato “indiretto” che ci dà la nostra prima Madre nella sua preghiera. Una preghiera che abbraccia tutti i figli spirituali possibili, cioè l’umanità intera: i familiari, gli amici, coloro che non conoscono Dio, e coloro che lo trascurano volutamente. Per tutti costoro Angela dirà al Signore: “me ne crepa il cuore, e volontieri – se potessi – spargerei il mio sangue per aprire la cecità della loro mente”. E il suo insegnamento nelle regole del digiuno? Digiuno, che è solo un elemento della vita penitenziale di Angela: 40 giorni di digiuno dopo l’Epifania. Ma per quale motivo? Per riparare i peccati del carnevale, quelli dei peccatori lontani da Dio e quelli commessi dai cristiani. E’ apostolato! Digiuno alle Tempora: “per implorare il divino aiuto per il popolo cristiano”. E’ apostolato! E finalmente il grande digiuno della novena di Pentecoste per ottenere l’effusione dello Spirito Santo “sugli eletti di Dio”. Qui ogni commento è inutile. E non trascuriamo di rilevare i motivi che Angela adduce a sostegno di questo slancio apostolico: l’esempio di “tutta la vita di Gesù Cristo, unica via al cielo”, e sopra tutto la sua sacralissima passione e il suo sangue prezioso. La sposa ha fatto propri gli interessi dello sposo e si è conformata a Lui nella maniera di prenderne cura. Sa bene che non è lei a generare la vita soprannaturale nelle anime: quello è compito di Dio. Sa però che la sua missione è quella di aiutarle a mantener viva questa vita dentro di loro, a far crescere Cristo dentro di loro, aiutandole a raggiungere “lo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13). Questa missione che Angela ha cercato di compiere con la vita, con l’esempio, con la sua istituzione, con la parola, è l’eredità che ci ha legato. Questa azione apostolica è l’espressione dinamica del nostro carisma d’Istituto; perché dovremmo proporci di realizzarla solo fuori di casa anziché incominciare in casa? La Comunità è l’ambiente privilegiato per esercitarla tutte e ciascuna, com’unitariamente e individualmente, dal momento che è l’ambiente naturale in cui riversare la ricchezza della nostra affettività, con la comprensione, la delicatezza, l’attenzione fraterna e discreta, l’accettazione di ciascuna, col suo temperamento, le sue qualità e le sue debolezze, i suoi bisogni. Una volta si parlava di edificazione (quante volte la Madre usa questo termine!), che voleva appunto dire far crescere il Cristo negli altri; oppure di buon esempio; oggi si usa “testimonianza”. Cristo ha usato esempio e testimonianza. Ad ogni modo siamo tenute a darli prima di tutto nell’ambito comunitario: e tutte sappiamo come… Coraggio di interrompere una mormorazione; aiuto ad accettare un’obbedienza difficile; fuga della critica per la critica, della contestazione per la contestazione; esecuzione serena di un servizio fastidioso; accettazione di ogni volontà di Dio; pratica generosa della carità e della pace. Questa è una splendida “maternità dello spirito” di stampo prettamente mericiano. Anche per la nostra Madre la Comunità era il luogo privilegiato per le grandi decisioni. Ricordate i criteri suggeriti per l’aggiornamento? Ultimo Legato: “E se, secondo i tempi e i bisogni, accadesse di fare nuovi ordinamenti o di far cambiare qualche cosa, fatelo prudentemente e con buon consiglio. E sempre il principal ridotto vostro sia il ricorrere ai piedi di Gesù Cristo. E lì, con tutte le vostre figliole, far caldissime orazioni. Perché così senza dubbio Gesù Cristo sarà in mezzo a voi, e vi illuminerà ed ammaestrerà come vero e buon maestro circa quello che dovrete fare”.


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Prudenza, buon consiglio, e poi tutte, in preghiera, per l’ascolto e il discernimento della sua volontà. A proposito di aggiornamento: è sicuro che il carisma non cambia: è un dono di Dio dato alla Chiesa per il bene della Chiesa stessa. Ma l’espressione in cui si traduce segue i tempi. Se è necessario imprimere qualche svolta alla nostra attività apostolica, e prudenza, buon consiglio, discernimento, preghiera ce lo suggeriscono, facciamolo. L’importante è che non si dimentichi mai che la nostra missione è prima di tutto proclamazione della buona novella, evangelizzazione. Né educazione, né istruzione, né assistenza sanitaria o sociale, né lavoro nella casa del Signore o nella Chiesa locale, e nemmeno la nostra santificazione personale possono costituire la nostra missione primaria. Molti laici possono fare questo assai meglio e con maggior preparazione di noi. Qualunque sia l’opera apostolica scelta, sempre dovrebbe mirare a far conoscere l’amore di Dio per l’umanità e a formare una élite dello spirito. In particolare dovrebbe tendere alla promozione della donna attraverso la sua risposta all’amore di Cristo. Tutto il mondo nella sfera della nostra maternità, ma la donna sopra tutto, e sopra tutto quella donna che nel nostro mondo moderno ha tuttora bisogno di incontrare Dio per realizzare se stessa. Se ci riesce di orientare così il nostro apostolato, possiamo applicare a noi quello che sant’Angela scrive alle Consorelle: “Avete da ringraziar Dio grandissimamente che si sia degnato di scegliere voi per guidare e custodire un tal tesoro che gli appartiene. Grazia certamente grande e fortuna inestimabile, se la vorrete riconoscere…” (Prologo). E, specialmente dirette alle Superiore, alle incaricate della formazione o dell’animazione vocazionale, altre parole di incoraggiamento: “Vorrei che apriste l’occhio interiore per considerare la grande grazia e fortuna vostra, essendosi Dio degnato di farvi madri di tante vergini, e di aver affidato alle vostre mani le sue stesse spose…” (Lg, prol.). L’apostolato… può anche arrivare il momento in cui la nostra missione ci viene a noia, ci torna pesante, non ci soddisfa più. Una “non si sente realizzata”, come si usa dire oggi. Abbiamo provato a guardare la missione con lo sguardo con cui la guarda Cristo, che la vede nel progetto del Padre e nel complesso della vita ecclesiale?. E sa che quella missione, sia pure servendosi dell’obbedienza, delle circostanze, della dialettica degli eventi, è Lui che ce l’ha assegnata per la salvezza del mondo? Non ci scoraggiamo delle sconfitte. Davanti alla più tragica disfatta che la Storia ricordi, Cristo ha provato lo scoramento, la nausea, la desolazione. Ma sapeva di non essere venuto sulla terra per fare la propria volontà, così si abbandonò a quella del Padre. Nel nostro esercizio di assimilazione a Cristo, cerchiamo di perderci con Lui nell’adorazione del Padre, che è il mandante della nostra missione d’Istituto. E ascoltiamo ancora la Madre: “Poi che, figliole e sorelle dilettissime, Dio vi ha concesso grazia di separarvi dalle tenebre di questo misero mondo e unirvi insieme a servire a sua divina Maestà, avete da ringraziarlo infinitamente…” (Regola, prologo). Vi aspettate forse che ora io tratti dello stile della nostra azione apostolica.Non lo farò. Rispetto dell’individuo, piacevolezza, educazione personalizzata, speranza, ottimismo, concretezza, senso della misura e del discernimento, cura della persona tutta intera anima corpo intelligenza, fiducia nelle sue risorse… sono tutti temi che


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certamente sono stati trattati e studiati e meditati. E, del resto, si possono sintetizzare in un’espressione semplicissima e ricca di contenuto: amor materno. Citerò solamente un passo del Cozzano: la Madre “con amor materno abbracciava ogni creatura. E chi era più peccatore, quello era più carezzato da lei. Che, se convertirlo non poteva, almeno con dolcezza d’amore lo induceva a far qualche bene, o a far meno male. Diceva che così almeno avrebbe avuto, in punto di morte, qualche refrigerio per quel pochetto di bene, e allo inferno un po’ meno di tormento”. (Dichiaraz. Della Bolla, 974v). Prenderò il “metodo mericiano” da un altro punto di vista. Prima di tutto consideriamo il nostro “essere” nella sua dimensione apostolica. Contemplazione non vuol dire ignavia, fuga dal reale, rifiuto dell’azione. Angela raccomanda: “Fate, movetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a Lui col cuor vostro, che senza dubbio vedrete cose mirabili, dirigendo tutto a lode e gloria di sua divina Maestà e all’utilità delle anime” (Rc, prol.). C’è un dinamismo nella contemplazione, che è esplosivo proprio perché la forza stessa dell’amore che lo alimenta è per sua natura espansiva. Bisogna però che questo dinamismo porti il segno della nostra consacrazione. Che noi portiamo cioè, nell’apostolato, la nostra personalità filtrata attraverso la pratica dei consigli evangelici. Ma… una pratica “mericiana”. Prendiamo per esempio l’obbedienza. L’azione apostolica deve svolgersi nella linea dell’Istituto, in accordo coi Superiori, tenendo presente lo scorrere del tempo, e cioè le esigenze di quell’aggiornamento prudente e intelligente cui abbiamo fatto cenno prima. Un aggiornamento finalizzato però sempre alla crescita di Cristo nelle anime, e non fine a se stessa. In questo campo più che altrove è necessario il discernimento. Le circostanze, le correnti innovatrici, lo zelo, la voglia di fare, la creatività individuale stimolano sovente a mutare, a correre, a inventare. Talvolta, o spesso, se ne serve lo Spirito Santo per “creare” nella Chiesa le opere di Dio. Ma se ne potrebbe servire anche l’ambizione, oppure un interesse economico, il capriccio, l’intraprendenza sprovveduta, l’affermazione di sé. E’ il momento in cui Superiori, Comunità, singole religiose attraverso un’opera di purificazione interiore devono mettersi all’ascolto dello Spirito di Dio, e poi decidere coraggiosamente. Ricordando che l’ultima parola spetta sempre alla Superiora. Così l’azione dello Spirito cammina per la strada più normale: quella dell’obbedienza ai superiori. Ma tutti devono mettersi in condizione d’ascolto. Tutti. Anche i Superiori. E anche la religiosa direttamente interessata. E questo ha un’impronta tipicamente mericiana. La creatività – una volta che le decisioni sono state prese – va impegnata nel far riuscire il progetto deciso, e farlo riuscire meglio possibile, sia che piaccia sia che non piaccia. Sul cuore indiviso non mi soffermo: c’è uno stile mericiano di verginità che è inconfondibile; è quella stessa verginità che è necessaria per riconoscere, individuare, interpretare la voce dello Spirito Santo. Consiste in una delicatezza di coscienza che rifugge da ogni ombra di colpa. Questa delicatezza si riflette nel comportamento e nella scelta degli strumenti e dei mezzi di formazione permanente. Certo non si può escludere a priori la lettura, l’ascolto della radio, la partecipazione a conferenze o convegni, la televisione; sono strumenti necessari, benché in modo e misura diversa, ai diversi livelli e ai diversi ambienti. Direbbe


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Ignazio di Loyola: “tanto-quanto”. Con discernimento alla luce dello Spirito Santo, nella misura e nel modo in cui ne ho bisogno per esercitare la mia azione apostolica, là dove l’obbedienza mi ha messa. Cercando di tenere a freno il gusto personale. Guardandomi dalla smania di leggere tutto quello che mi capita sott’occhio, e guardandomi dalla radiomania e dalla telemania. Una volta, quando preghiera, ritiro, silenzio regolavano l’intera vita comunitaria e facevano legge magari anche contro le esigenze dell’apostolato, si insegnava che occorreva saper “lasciare Dio per Dio”, cioè saper anche rinunciare a una preghiera per un serio bisogno apostolico. Oggi che la mentalità è stata rovesciata, e l’attività tende a prendere il sopravvento non solo sulla preghiera, ma sulla vita spirituale stessa, forse bisogna ripetere “lasciare Dio per Dio”, col significato di ridare all’intimità con Dio la priorità sulle lunghe chiacchiere di scarsa utilità, sulle visite di semplice convenienza, sugli spettacoli inutili, sulle letture superflue, su tutto ciò che è pura perdita di tempo, e in cui potremmo essere tentate a sproposito di veder Dio. E la povertà… il consiglio evangelico forse più difficile da praticare, anche se la sua osservanza è meno appariscente perché consiste sopra tutto, secondo la Madre, nel distacco, nello spogliamento interiore. E’ così naturale dire: le mie alunne, le mie educande, le mie malate, la mia catechesi, la mia missione, il mio impiego, la mia lucidatrice, il mio videoregistratore. Si arriva inavvertitamente alla convinzione che anche l’apostolato è mio, che l’azione apostolica è mia. Invece è quella dell’Istituto nella Chiesa. E’ quella di Cristo che si serve di me per agire, per farsi conoscere, per crescere nelle anime. Con questa mentalità la collaborazione è meno facile; è più facile la rivalità, l’arrivismo. O la mancanza di dipendenza. O la convinzione di detenere il monopolio di qualcosa che invece appartiene all’intera comunità. Alla povertà si sostituisce il senso della proprietà. Ed è facile anche approfittare della generosità di chi ci frequenta per ottenere qualcosa che forse è solo superfluo, ma che noi desideriamo solo per poterlo sentire nostro. Ascoltiamo la nostra prima Madre: “Esortiamo ciascuna ad abbracciare… sopra tutto la vera povertà di spirito, per la quale l’uomo si spoglia il cuore da ogni affetto, e speranza di cose create e di se stesso. E in Dio ha ogni suo bene, e fuori di Dio si vede povero del tutto, ed essere totalmente un niente, e con Dio avere il tutto… E pertanto ognuna si sforzi di spogliarsi del tutto, e metter ogni suo bene, e amore, e gusto non in quello che ha”, qui io direi: “non in quello che fa, o che ha scelto di fare… ma in Dio solo…”. Ho finito. E’ l’anno Mariano. A una distanza abissale da noi, come è la distanza che corre fra la grazia e il peccato, sta una figura di donna che è il capolavoro della Trinità Santa: la Vergine che per opera dello Spirito Santo ha concepito il Figlio incarnato del Padre e lo ha dato alla luce per la redenzione del mondo. Guardiamo a lei per un istante con umile e silenziosa ammirazione. Non meritiamo di prenderla a modello, ma lo facciamo ugualmente. Che cosa ha fatto di straordinario nella vita? Apparentemente nulla. Ma ha dato la vita a Cristo, ed ora tutte le genti la chiameranno “beata”. Chiediamole che ci aiuti ad accettare il lato oscuro della nostra azione apostolica e i suoi risvolti in certi momenti tanto difficili o dolorosi, e che ci ottenga la grazia di


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vivere generosamente e coraggiosamente, tutte e tutte insieme, il mistero della nostra maternità spirituale. Ave, Maria…

25. NOTE DI PEDAGOGIA MERICIANA Verona 1988 - Roma 1990

Prima di parlare di “pedagogia mericiana” bisogna fare una premessa che dissipi eventuali equivoci. Non intendo, cioè, dimostrare se e quanto le Orsoline siano all’origine di sostanziali innovazioni pedagogiche e didattiche, E’ uno studio che esigerebbe un’indagine attraverso quasi quattro secoli di storia. Invece non esito ad affermare che certamente le Orsoline hanno creato una spiritualità dell’educazione e che l’hanno incarnata in uno stile proprio. Questo per taluni aspetti ha precorso i tempi, e per altri ha fatto scuola. La spiritualità della pedagogia mericiana ha il suo fondamento nelle tre virtù teologali, cui si richiama frequentemente Angela Merici. Sotto l’azione di queste virtù, le Orsoline hanno dato un notevole duplice contributo alla promozione femminile. E lo hanno dato, prima di tutto, facendosi loro stesse protagoniste di una funzione sociale. E fu un protagonismo che le famiglie disapprovarono severamente, considerandolo disdicevole alle loro figlie, in un tempo in cui il mestiere del maestro era generalmente retaggio di clerici poveri e affamati. E diedero il loro contributo alla promozione femminile, in secondo luogo, avviando la donnaeducanda a una più qualificata competenza nella sua identità di sposa, di madre, di partner nella guida della famiglia. Hanno fatto, del processo educativo, il cuore di un globale processo di crescita umana e di rigenerazione morale e civile della famiglia, non sulla base di trattati scientifici, ma ispirandosi, semplicemente, alle pagine dettate dalla loro Fondatrice e al suo modello di vita. Una precisione E, a proposito della Fondatrice, si rende necessaria una precisazione di carattere storico. Angela non ha mai fatto la “maestra” secondo l’accezione più comune del termine, anche se talvolta l’iconografia la raffigura con una bambina al fianco. Non ha fondato una congregazione di insegnanti, anche se le Orsoline già dai primi decenni della loro storia si sono orientate verso l’educazione delle ragazze, passando attraverso la catechesi, e pervenendo oggi fino all’insegnamento di grado universitario. Non ha lasciato scritti pedagogici, anche se gli storici della pedagogia le hanno fatto posto nei manuali di scienza dell’educazione. Eppure Angela Merici è incontestabilmente maestra madre delle Orsoline insegnanti, formatrice di educatori. Della sua vita conosciamo soltanto i dati fondamentali, ma sappiamo che era tutta tesa verso Dio e la sua gloria, e per questo attenta alla realtà circostante. Sappiamo che avvertì con particolare acuità lo stato di disagio della donna del suo tempo, priva di libertà di scelta quanto al proprio stato di vita, ristretta nell’alternativa “aut maritus aut murus” , che voleva dire o matrimonio o clausura secondo la volontà del parentado. Accostando donne di ogni condizione sociale, Angela intuisce il dramma di vocazioni religiose frustrate per mancanza delle condizioni materiali necessarie per


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realizzarle. Forte della missione ricevuta da Dio, allora va contro corrente per rompere quel sistema imperante. Crea quello che nella Chiesa non c’era ancora: uno stato di vita canonicamente riconosciuto, accessibile a qualunque donna anche se povera, orfana, serva o contadina, senza dote, senza salute. Verginità per libera scelta, senza uscire dal mondo, e tuttavia vissuta come membro di un gruppo: la Compagnia di Sant’Orsola, con le sue strutture e i suoi vincoli di fraternità. Dobbiamo ricordare la composizione di questa Compagnia: alla base le vergini; poi al governo alcune di loro, scelte come superiore immediate e formatrici; più sopra ancora , alcune nobili vedove a livello civico-socio-ecclesiale. E finalmente, al vertice, una “Madre principale”. Per aiutare queste vergini e queste matrone nell’esercizio della loro missione di formatrici e di guide della base, Angela detta i “Ricordi” e il “Testamento”. Non si tratta di opere sistematiche, ma del sereno cuore a cuore della Madre con le sue figlie e le sue collaboratrici, per insegnare loro la difficile arte del governo della Compagnia. Ma la saggezza, la “intelligentia cordis”, l’equilibrio e l’elevata spiritualità che animano questi scritti ne hanno fatto più tardi un manuale di pedagogia, oltre che un prezioso sussidio di governo per le superiore. E le figlie di Angela Merici li hanno assunti come la “magna charta” del loro sistema educativo. Spiritualità dell’educazione mericiana Fatta questa premessa, ora sappiamo che – se vogliamo parlare di pedagogia mericiana – dobbiamo assecondare le Orsoline dei primi anni in quella trasposizione ardita, di cui forse loro stesse non si erano rese conto. Infatti, quelle Orsoline che in Francia erano diventate monache e insegnanti avevano preso con tutta naturalezza quei testi come una guida nel delicato esercizio dell’autorità verso le allieve, e avevano interpretato le norme dettate per la formazione spirituale dei membri della Compagnia come se fossero norme per l’educazione delle fanciulle a loro affidate. Sulle loro orme, dunque, dobbiamo noi pure metterci al posto delle superiore destinatarie dei Ricordi e del Testamento , sovrapporre alla figura della vergine da formare per la Compagnia, quella dell’alunno da formare per la società, e poi sostituire l’atto “educativo” a quello che era stato proposto, allora, come un atto squisitamente “formativo”. Ne consegue che noi educatori, laici o religiosi, che operiamo in ambiente mericiano, dobbiamo considerare il nostro “mestiere” di insegnanti “sub specie aeternitatis”, cioè alla luce della fede, che è la virtù teologale che ci introduce nel mistero di Dio-programmatore dell’universo. Allora la nostra professione di insegnanti ci appare per quello che è: un mandato sacro , oltre che una funzione sociale e culturale. A questo riguardo ci dice sant’Angela: dovete prendere la decisione di sottomettervi totalmente alla volontà di Dio, e con una fede viva ed irremovibile “da Lui ricevere ciò che havete da compiere per amor suo” (Lg. prol.). Le Orsoline hanno preso sul serio questo invito ad attualizzare la loro fede, riconoscendo da Dio la missione di educare, e ricevendo da Dio l’educando da educare. Da Dio, oltre che dalla famiglia e dalla società. E perciò hanno considerato le alunne con reverenza, accogliendole come un tesoro da far fruttificare, per restituirlo poi a Dio, alla famiglia e alla società, reso più maturo e completo dagli sforzi reciproci, dalla reciproca collaborazione dell’educando e dell’educatore.


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Ricorderà ancora la Madre che sono tutte creature di Dio e che noi non sappiamo che cosa Dio voglia fare di loro. Lui sa che cosa ne vuol fare! Allora noi dobbiamo prepararle a decifrare e a realizzare quel progetto che Dio propone loro, aiutandole a coltivare la volontà, il giudizio e la coscienza, e a darsi sani criteri di valutazione e di orientamento per la vita. La motivazione di fondo della nostra attività educativa si chiarisce dunque alla luce della fede. Per le Orsoline – come lo fu per Angela – l’azione educativa è il risvolto della loro relazione d’amore sponsale con Cristo; è la loro maternità. “Educare”, per loro, significa aiutare Cristo a crescere negli altri. E anche per voi laici “educare” è un’implicazione qualificante del vostro essere cristiani. Il Concilio Vaticano II ha detto che “la vocazione cristiana è per sua natura anche vocazione all’apostolato” (Apostolicam actuositatem, 2); e voi che avete scelto l’insegnamento (per vocazione o per il gioco delle circostanze), voi partecipate in modo particolare alla missione apostolica “Euntes, docete… (Mt 28,19). Possiamo dunque intenderci. Dal momento che la fede ci inserisce nel divino disegno della salvezza come operatori, la nostra presenza presso l’educando deve essere evangelizzazione, cioè annuncio di Cristo e della sua buona novella: deve essere richiamo e recupero dei valori perenni dell’uomo, prevenzione contro gli sbandamenti, preservazione della fede. Un testimone dell’epoca lasciò scritto di Angela: “A tutti predicava la fede del sumo Dio che tutti se innamorava de lei” (Pandolfo Nassino). E sappiamo bene che non “predicò” mai nel senso specifico del termine. Ma tutta la sua vita e ogni sua parola erano evangelizzazione. E’ indiscutibile la caratterizzazione religiosa del contenuto programmatico dell’educazione orsolina: educazione che comprende anzitutto l’istruzione religiosa col suo risvolto pratico che è la vita morale animata dalla carità. L’istruzione umana non è fine a se stessa, bensì veicolo e strumento per formare l’uomo per la vita, attraverso l’avvio alla cultura. L’approccio di Angela col prossimo mirava a far conoscere la buona novella dell’amore di Dio, ma nell’ambito della Compagnia mirava a formare i membri per quella relazione d’intimità sponsale con Cristo alla quale erano stati chiamati. Il nostro approccio deve essere sempre una testimonianza di cristianesimo, ma nell’ambito della scuola deve tendere a formare negli alunni il cristiano che vive il proprio battesimo con fedeltà consapevole, o comunque, in casi particolari, l’uomo onesto e coraggioso, il credente dalla coscienza retta ed illuminata. Aiutiamoli, i nostri ragazzi, a recuperare le sane tradizioni della nostra gente per non perdere i raccordi col passato; aiutiamoli a scoprire i valori della fede e a viverli, secondo l’insegnamento di Cristo di cui è interprete la Chiesa. Per la difesa della fede, Angela suggerisce un metodo che può essere trasferito poi in altri campi; potremmo definirlo un “metodo preventivo” ante litteram e potremmo parafrasarlo così: siate il buon pastore che difende le pecorelle contro i lupo e i ladri; preservate, cioè, i vostri figli spirituali dalle false ideologie che non lasciano più posto a Dio e contraddicono agli insegnamenti della Chiesa. State attenti alle loro compagnie; state attenti ai loro consiglieri, poiché qualcuno potrebbe trarli in errore. E se vi accorgete che qualcuno di dubbia fama attacca presso di loro l’integrità della fede e dei costumi, con bel modo tratteneteli dal frequentare tali persone. Perché accade spesso che si piantino nella mente certe cattive semenze


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che poi difficilmente si possono sradicare. Abbiate rispetto per tutti, ma siate prudenti quando si tratta del bene dei vostri figli… Seguite la vecchia strada ma rinnovate il vostro modo di vivere… vivete in novità di vita… E’ una “novitas” che viene dal di dentro, perché ha le sue scaturigini nel Dio che vive dentro di noi con la sua grazia, poi trova incentivi e mezzi di crescita nel nostro mondo interiore, e dovrebbe poterne attingere nell’ambiente familiare, di studio, di vita; una “novitas” che dovrebbe sapersi arricchire delle conquiste della nostra civiltà in cammino e che sottintende fervore di iniziative, vivacità di interessi, ma anche prudenza nella scelta delle esperienze (cfr. Rc 7). Se avesse scritto oggi, Angela avrebbe insistito per la prevenzione contro la droga, contro la liberalizzazione del sesso, contro la religione del successo ottenuto a qualunque costo. Il metodo preventivo, anima della pedagogia di San Giovanni Bosco e largamente applicato dai Salesiani, ha avuto un preconizzatore già nella Fondatrice delle Orsoline. Nel prologo dei Ricordi, Angela sintetizza la missione dell’educatore in termini di grazia e di fortuna: degnazione di Dio e atto di fiducia nei nostri confronti. E continua: “Avete da ringraziar Dio grandissimamente, che si sia degnato di scegliere proprio voi per guidare e custodire questo suo tesoro”… “Quanto avete da pregar Dio che vi illumini e vi diriga e vi insegni quello che dovete fare per amor suo in tale cura (e non ce n’è una che sia più degna)…Pregatelo, umiliatevi sotto la sua gran possanza: e senza dubbio, come vi ha dato tale impresa, così vi darà anche le forze per poterla eseguire; purché non si venga meno da parte vostra…”. Questa è un’assicurazione che si fonda sulla seconda virtù teologale, sulla speranza. Continua sant’Angela: “Abbiate speranza e ferma fede in Dio, e Lui vi aiuterà in ogni cosa”. Quando l’apostolato dell’insegnamento diventa per noi davvero un atto di fede, allora la speranza ci sostiene con la promessa dell’aiuto di Dio e diciamolo per inciso – con la promessa della ricompensa futura. Nello stesso tempo ci dilata il cuore con un sano ottimismo, ci mette in guardia contro i giudizi e gli zeli intempestivi, ci suggerisce una sapiente gradualità. E qui ci avviamo al discorso di quello che ho chiamato “stile” dell’educazione mericiana. Dice sant’Angela: “Amate tutte le vostre figlioline… perché tutte sono creature di Dio [questo è ancora uno sguardo di fede]. E non sapete che cosa Lui voglia fare di loro, perché come sapete voi se quelle che vi parranno da meno non diventeranno un giorno le migliori, e le più care a Dio? E chi può giudicare il cuore e i pensieri segreti delle creature? Allora accettatele e sopportatele tutte ugualmente, perché non tocca a voi giudicarle. Dio sa che cosa ne vuol fare, Lui che (come dice la Scrittura) dalle pietre può cavare dei figli del cielo… Voi però fate quel che dovete, correggendole con amore… e poi lasciate fare a Dio, il quale farà cose mirabili a suo tempo, e quando a Lui piacerà”. E’ la vittoria della speranza su tutte le refrattarietà che incontriamo e sugli scoramenti che ci assalgono davanti alle nostre apparenti inutilità. L’insegnante che ha spirito mericiano non dispera, non si scoraggia nemmeno di fronte alle autentiche sconfitte, non pretende le conversioni rapide e miracolose; dà tempo al tempo; dà fiducia all’intervento di Dio e alle imprevedibili risorse della


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persona umana. Si guarda dalle facili acquiescenze, alle debolezze e alle fragilità dell’educando, dalle segrete o palesi connivenze col singolo o con la massa, quando sono in gioco la verità e la dirittura morale. Temporeggia pur senza allentare la guardia e senza scendere al compromesso. Sa che il bambino, l‘adolescente, il giovane d’oggi mancano d’amore e di gioia; e allora nelle certezze della fede e nelle promesse della speranza attinge il segreto della gioia cristiana da comunicare loro. E nella propria capacità d’amare crea quell’atmosfera di calore umano e di comprensione di cui hanno tanto bisogno. Ebbene, tutto questo è prettamente mericiano. Come è prettamente mericiana la lezione di stile che Angela deduce dall’esercizio concreto della carità, cioè dell’amore teologale che si rivolge a Dio, e che si articola poi secondo una vastissima gamma di implicazioni. E’ più che un nobile sentimento, più che uno stereotipo raffinato: è la carità, virtù teologale, che ha la propria sorgente e il proprio fine in Dio, e si esprime concretamente nello zelo per la salvezza del prossimo. La carità, fondamento del comando che riassume tutta la legge e i profeti. E’ come una sinfonia in cui il tema principale, “amore”, tema per sé determinante, si sviluppa secondo multiformi variazioni: amorevolezza, relazione interpersonale ricca di “humanitas”, stima reciproca, rispetto del principio di libertà, conoscenza approfondita dell’alunno e quindi necessità di un adattamento del metodo educativo alla sua realtà. E poi una corona di codicilli di comportamento e di sussidi. Angela sintetizza così: sforzatevi di agire “per solo amor di Dio e per il solo zelo delle anime”. E precisa alle matrone: “perché tutte le opere e la vostra azione di governo, essendo così radicate in questa duplice carità, non potranno fare se non buoni e salutari frutti”. La Madre è generalmente sobria e scarna nel suo italiano elementare, nel modesto lessico a sua disposizione, nello stento di una lingua incerta fra il volgare ancora inesperto e il dialetto locale. L’impeto è nei contenuti, che talvolta sopraffanno il limite della parola. Sentiamola: “Allora, le mie cordialissime Madri, se amerete queste nostre figlioline con viva e sviscerata carità, impossibile cosa sarà che non le abbiate tutte particolarmente dipinte nella memoria e nello spirito vostro”. (Lg. 2°). Dove vorrei soltanto rilevare le punte della sua frase interiore: “le mie cordialissime Madri… queste nostre figlioline… Viva e sviscerata carità… Impossibil cosa…” e poi quel portarle “tutte… particolarmente… dipinte… nella memoria e nel cuore…” E’ il linguaggio di una madre-mamma che si sente ancora vivere in seno le proprie creature. E, come l’amore di una madre (l’amore d’un padre) abbraccia senza esclusione tutti i figli, ciascuno per quello che è, altrettanto dovranno fare gli educatori: “Amate le vostre figlioline egualmente né vogliate menar parte più all’una che all’altra, perché tutte sono creature di Dio. E non sapete che cosa il voglia far di loro”. Stile mericiano dell’educazione E’ da questo amore-carità vissuto nella fede e irradiato dalla speranza che nasce lo stile mericiano dell’educazione. Da qui deriva una prima lezione di comportamento: “Allora, abbracciatele tutte egualmente, che non sta a voi giudicare le ancelle di Dio”. Son tutte creature di Dio; e tutte Dio ce le ha messe fra mano. Fede! Tutte soggetto di un destino di cui Dio stesso si occupa.


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Speranza! “Tutte egualmente”, anche se poi io dovrò adattare il mio modo d’incontro alle circostanze specifiche e ai diversi temperamenti. Un “voler bene a tutte allo stesso modo” potrebbe essere un sentimento così generale da diventare generico, impersonale, svuotato del suo oggetto concreto. Per Angela si tratta invece di un sentimento davvero da persona a persona, che si traduce in una sorta di ansia affettuosa, in una attenzione sollecita, materna e amorevole, per ciascuna: “E impossibil cosa sarà che giorno e notte non le abbiate a cuore, e scolpite nel cuore tutte a una a una, perché il vero amore è così e fa così”. Di qui un interesse personalizzato, che va oltre la preoccupazione per l’acquisizione dello scibile, e invece si volge a tutto l’uomo, alla sua storia, alla sua realtà immediata, non per puro umanitarismo, ma per una più intelligente promozione della sua crescita integrale. Proprio come farebbero i genitori: “Si vede nelle madri carnali, le quali, se avessero mille figli e figlie, tutti li avrebbero nell’anima totalmente fissi ad uno ad uno, perché così opera il vero amore…”. Ma questo non può avvenire senza una conoscenza personale del singolo individuo, del suo ambiente, della sua situazione quotidiana, dei suoi bisogni materiali oltre che spirituali: “Vi supplico, poi, che vogliate tener conto, ed aver scolpite nella mente e nel cuore tutte le vostre figliole, ad una ad una, non solamente i loro nomi, ma ancora la condizione, la natura, ed ogni stato ed essere loro. Il che non vi sarà cosa difficile, se le amerete con viva carità”. (Lg.2°). Angela raccomanda alle colonnelle - le formatrici immediate -: ”Sarete sollecite e vigilanti nel conoscere e capire il comportamento delle vostre figliole e nell’avvertire il loro bisogni spirituali e temporali. E così provvedere ad esse nel miglior modo a voi possibile…” (Rc. 4°). E alle matrone, per le sedute di consiglio: valutate attentamente quanto venite a sapere “del comportamento delle vostre figlioline, e delle loro necessità e dei loro bisogni tanto spirituali quanto corporali. E provvedere a ogni cosa secondo che lo Spirito Santo vi ispirerà” (Lg. 7°). Anima e corpo, spirito e materia, tutto deve abbracciare il nostro interessamento. E poi ascoltare l’ispirazione dello Spirito Santo per sapere come intervenire. E’ un richiamo salutare ai due diversi livelli di responsabili perché evitino uno sguardo unilaterale, riduttivo, che si rivelerebbe inefficace. Questa conoscenza personale, se perseguita per amore, suggerirà i termini di adattamento del nostro metodo. Anche in questo la Madre si dimostra educatrice finissima, profonda conoscitrice dell’animo umano. Dice: “Le acerbità e gli aspri rimproveri si devono riservare solo a casi di necessità, e poi ancora, a tempo e luogo, e adeguandosi alle persone e alle circostanze. La carità stessa, che dirige ogni cosa all’onor di Dio e al bene delle anime, ben insegna tal discrezione, e muove il cuore ad essere, a luogo e a tempo, ora affabili, ora aspre, e poco o molto secondo le necessità. Se noterete che una sia paurosa, o timida, o propensa alla disperazione, confortatela, fatele animo, promettendole il bene della misericordia di Dio, apritele il cuore con ogni consolazione. Invece, se noterete che qualche altra sia presuntuosa e di larga coscienza, e poco timorata, a quella incutete timore e ricordatele il rigore della giustizia di Dio, e quanto il peccato sia insinuante, e come ci sia sempre motivo di star in guardia” (Rc 2°). Ho detto prima: Angela teme uno sguardo unilaterale, riduttivo. La formazione che lei auspica per le sue figlie è una formazione integrale: non solo per un orientamento


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di vita secondo la legge di Dio e secondo la vocazione spirituale di ciascuno, ma anche per lo sviluppo armonico della personalità e per l’acquisizione di virtù umane che giovino pure alla convivenza civile: “Raccomandate a loro che, in casa, si comportino bene, con buon senso, con prudenza e modestia, che siano accostumate e sobrie in ogni cosa. Mangino e bevano, non per diletto o per saziar l’appetito, ma solamente per il bisogno di sostentar la natura per meglio servire a Dio, Siano sobrie anche nel dormire, e dormano solo quanto richiede la necessità; ed anche nel ridere siano costumate e sobrie. Nell’ascoltare, non si dilettino se non di udire cose oneste, lecite e necessarie. Nel parlare facciano sì che le loro parole siano tutte sagge e costumate… dite loro che, in qualunque luogo si trovino, diano il buon esempio… sopra tutto siano umili e affabili; e tutto il loro comportamento, i loro atti e i loro detti siano secondo carità, e ogni cosa sopportino con pazienza…” (Rc 5°). “Dovete esser ardentemente desiderose nel dirigere ogni industria e cura nel far sì che le vostre figlioline siano adornate di ogni virtù e di buone e regali maniere, per poter quanto più possibile piacere a Gesù Cristo… e che in ogni loro atto e gesto si comportino con onestà e prudenza, e in tutto agiscano con pazienza e carità…” (Lg. 4°). Si coglie una punta d’ambizione per questi figli da crescere, una punta di compiacimento in vista del capolavoro che potrebbe risultare da un’azione educativa condotta con tanto amore: “Si vedono le madri porre tanta cura e tanto sforzo nell’acconciare, nell’adornare e nell’abbellire in tante varie fogge le figlie nate da loro affinché possano piacere ai loro sposi terreni… e porre ogni compiacimento nell’esser madri di figliole che piacciono tanto a sposi così gentili… quanto più voi dovete far altrettanto nei confronti di queste vostre figliole spirituali…” (ib.). Ogni virtù e buone maniere, anzi: “maniere regali”. Lei non si lascia fermare dalle apparenze: ha di fronte a sé delle ragazze semplici, alla buona, ignoranti e incolte. Ma le considera nella luce di Dio, per quello che Dio vuol farne anche di fronte agli uomini: le proprie spose. Come noi dobbiamo considerare i nostri ragazzi, figli di Dio per il battesimo, destinati al Regno dei Cieli, e quaggiù membri di una civile società umana in continuo progresso. Allora, per sant’Angela, la loro formazione non sarà mai abbastanza accurata; bisognerà aiutarli ad acquisire una certa finezza interiore da trasferire nella loro relazione con Dio, e una certa distinzione di tratto per i rapporti col prossimo. “Buone maniere” che non sono affatto perbenismo futile e artificioso, ma autentica esteriorizzazione di disponibilità interiore e di apertura all’altro, che vengono cioè da una vita di grazia coltivata “con intelletto d’amore”. “Buone maniere” che dovrebbero essere la risposta allo stile proprio della pedagogia mericiana, riassunto dell’espressione “Siate piazzevole et homane alle vostre figlioline” (Rc. 2). Un binomio che si sviluppa poi in espressioni diverse, ma sempre sullo stesso tono: è norma di comportamento per l’educatore; è materia d’apprendimento per l’educando: “più farete con le carezze e piacevolezze, che con acerbità ed aspre riprensioni; le quali solamente alle necessità si devono riservare…” (Rc.2). “Vi prego, di grazia, che vogliate sforzarvi di attirarli con amore, e con la mano soave e dolce, e non imperiosamente né con asprezza, ma in tutto vogliate esser piacevoli” (Lg 3).


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E la solita motivazione di fondo: è la carità che dispone l’animo ad un atteggiamento di benevolenza e di comprensione, che lo guida a cogliere quel sia pur piccolo bene che è nell’uomo e a farlo crescere (cfr. Rc 2); è l’amorevolezza del tratto che esprime questa carità. E ancora: “Imparate da Gesù Cristo che dice: ‘Discite a me, quia mitis sum et humilis corde’: imparate da me, dice, che io son piazzevole e mansueto di cuore” (Lg 3). Vi invito a rilevare un particolare che potrebbe sfuggire. Sarebbe stato assai facile, per la Madre, tradurre alla lettera la citazione evangelica: “mitis et humilis corde”, come si fa di solito: mite e umile di cuore. Invece lei traduce: piazzevole et mansueto di cuore. L’accento è posto con insistenza su quella cortesia del tratto che non allontana, non chiude il cuore, ma si fa ascolto e comprensione e dispone alla fiducia. A loro volta, le figlie dovranno apprendere ad essere “umili e piacevoli” (Rc 5). A parlare in modo tale che le loro parole “tutte sian sagge e costumate, non aspre, non crude, ma umane e induttive a concordia e carità” (Rc 5). E’ una sottolineatura della loro femminilità, ma è pure una nobiltà di tratto che non guasta. Con questo, non si vuol dire che Angela sia stata indulgente, fragile, cedevole. Femminile “piazzevole e umana”, cortese e cordiale ma pur sempre riservata, a l donna di Angela; sia essa educatrice o educanda. Ma questo non deve trarci in errore. La donna di Angela, cortese e artefice di pace, è forte, austera con se stessa, energica e coraggiosa. Del resto, già solo l’ingresso nella Compagnia di sant’Orsola richiedeva coraggio: si trattava di sfidare l’opinione pubblica rompendo un sistema sociale inveterato; si trattava di farsi segno di contraddizione per il mondo. E il programma di vita che la Madre aveva dettato era esigente, ardito, senza limiti al dono di sé e allo spogliamento interiore; senza spazio al compromesso, senza concessioni alle velleità. Basti questa citazione: “Animatele a portare a termine coraggiosamente l’impresa assunta…” (Rc 9). La Regola proponeva, infatti, un programma di vita che fa leva sull’amore sponsale, ma che va attuato con attenta vigilanza, con perseveranza ostinata, con combattività. Non per nulla Angela nel proemio rievoca una figura di donna che non esita sfidare il pericolo pur di salvare il popolo di Dio: Giuditta che tronca la testa ad Oloferne… Se l’educanda va cresciuta alla fortezza, anche l’educatrice dev’essere almeno altrettanto forte ed energica: prima di tutto perché le figlie devono poter guardare a lei per imitarla: “Vivete e diportatevi in modo tale, che le vostre figlioline si specchino in voi: E quello che volete che facciano, fatelo voi per prime… Fate che dal vostro esempio si sentano spronate al vivere virtuoso. (Rc 6). E poi perché la missione dell’educatore esige fermezza: “Non dico che alle volte non si debba usare qualche riprensione ed asprezza…”(Lg 3). Anzi, esorta: “Voi fate l’ufficio vostro, correggendole con amore e carità se le vedrete cadere in qualche errore per qualche fragilità umana, e così non cessate di potare questa vite che vi è stata affidata” Rc 8). Longanimità e benevolenza non devono infatti scadere nella debolezza. La Madre, che pure è tutta bontà e comprensione, arriva fino al punto di espellere dalla Compagnia colei che fosse recidiva: lasciatela a se stessa… forse questo gioverà a farla rientrare in sé… Anche Dio ha punito Adamo per farlo rinsavire!


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Ma… fermezza, non dispotismo. Perché, l’autorità, per Angela Merici, è servizio, non comando. E anche in questo la Madre precorre i tempi. Servizio nel convincimento dei propri limiti. Servizio nella consapevolezza dei diritti dell’altro e della sua libertà di discernimento: “non vi reputate degne di essere superiore e colonnelle, piuttosto consideratevi ministre e serve” (Rc 1). Servizio nella conformità a Gesù venuto fra gli uomini “come colui che serve”. Autorità discreta: “Vi prego, sforzatevi di attirare le vostre figlioline con amore, con mano delicata e dolce, e non imperiosamente né con asprezza” (Lg 3). Autorità creativa: “Fate, movetevi, credete, sforzatevi, sperate, gridate a Lui col cuor vostro, e senza dubbio vedrete cose mirabili, dirigendo tutto a lode e gloria di sua Maestà e a bene delle anime” (Rc, prol.) Autorità senza costrizioni: “Guardatevi dal voler far fare per forza, perché Dio ha dato ad ognuno il libero arbitrio, e non vuol forzare nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia, come fa per bocca di san Giovanni;’“ti consiglio di comprare la corona che non appassisce’. “Ti consiglio, dice, e non ti costringo…” (Lg 3). Lo stile letterario e la sintassi del pensiero di Angela ci danno una lezione di didattica: la Madre non formula mai una norma senza giustificarne il motivo, l’opportunità. Enuncia, poi spiega: “perché… poiché… infatti… Oppure esorta, chiarisce e poi conclude: dunque… sicché… pertanto… Sarebbe stata un’ottima maestra. Di quelle che accompagnano prudentemente e discretamente l’alunno alla conquista della verità. Del resto, il cancelliere della Compagnia Gabriele Cozzano dà testimonianza di questo modo di agire della Madre: “Proponeva alle sue figlie i suoi insegnamenti; le metteva in grado di attuarli. Poi ne trattava con loro, le esortava a proseguire e poi ne attribuiva a loro il merito. Proprio come fa Dio, che premia quanto di buono fa Lui stesso nell’uomo, con la collaborazione dell’uomo stesso” (Dichiarazione). Non potrei chiudere senza ricordare due altri insegnamenti di Sant’Angela rivolti ai membri del governo. In questo caso specifico (coerenti con la trasposizione ormai tradizionale), direi “rivolti al corpo insegnante”. Sono esposti con quell’equilibrio e quella saggezza, ma anche con quella incisività con cui la Madre suole parlare. Uno concernente i rapporti con l’autorità massima dell’Istituto: “Siate soggette alle madri principali che io lascio al mio posto, come è giusto che sia… Guardatevi dal lamentarvi per nessun motivo, dal mormorare o dal parlarne male, né con altri, né meno ancora con le vostre figliole. Fate in modo invece che siano sempre apprezzate e rispettate, specialmente presso le vostre figlioline. Sappiate tuttavia che, là dove vedrete chiaramente che possono venir compromessi il bene e l’onestà delle figliole, non dovete affatto consentire, né sopportare, né tollerare. Però sempre tutto sia fatto con buon criterio e ponderazione” (Rc 3). E’ una lezione di buon gusto: salvaguardare di fronte agli altri chi detiene l’autorità. Ci potrebbero essere modi diversi di compromettere il bene, la formazione intellettuale, il progresso culturale; e ci potrebbero essere anche misure diverse di questo rischio. E’ dovere intervenire presso l’autorità immediata o superiore, ma di fronte agli alunni mai. Non si deve scalzare l’autorità, bensì aiutarla e sostenerla. Non si deve neppure transigere quando sono in gioco i principi, la verità, la giustizia, la carità. Si deve avere il coraggio di prendere posizione, con fermezza, ma con stile: stile mericiano sempre.


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Vi prego di rilevare questo motivo di più per ammirare il dignitoso coraggio che Angela chiede alle sue figlie: le superiore maggiori sono dame della nobiltà cittadina; le vergini al governo invece sono umili popolane, semplici e ignoranti. Però sono incaricate della formazione delle loro consorelle: devono dunque proteggerle contro indebiti comportamenti delle matrone. Lo facciano: è loro dovere. Ma lo facciano con stile mericiano: piacevoli ed umane. E il secondo insegnamento è un’esortazione all’unità. Unità dei membri del governo. Unità della équipe educatrice: “L’ultima voce mia che vi rivolgo, e con la quale fin col sangue vi prego, è che siate concordi, unite insieme tutte d’un cuore e d’un volere… E vi dico che, stando voi tutte così unite di cuore insieme, sarete come una fortissima rocca, o torre inespugnabile contro tutte le avversità e persecuzioni e inganni diabolici” (Rc 9). Sentite l’accoramento, il tono supplichevole ed energico insieme: vi prego con la forza del mio sangue… concordi… unite… insieme… tutte d’un cuore e d’un volere… La ridondanza delle espressioni sinonimiche rivela una sorta d’ansia, d’angoscia. L’unità: bene necessario e fragile, testamento di Cristo e segno della nostra vita in Lui: “Né altro segno vi sarà che si sia in grazia del Signore che l’amarsi ed esser uniti insieme, perché Lui lo dice: da questo conoscerà il mondo che siete dei miei, se vi amerete fra voi” (Lg 10). Non sta a me dire quanto siano rapidi gli alunni a cogliere anche solo un’incrinatura, un’ombra di gelosia, una rivalità fra insegnanti. Non hanno ancora la maturità necessaria per distinguere fra diverse situazioni. Ignorano la frase agostiniana: “In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. Hanno bisogno di vedere l’unità in pratica. O, almeno, che la “libertas” si accompagni sempre alla “caritas”. Ma non voglio sciupare le parole con cui la Madre mette in guardia contro la divisione: contengono un insegnamento che possiamo applicare sia all’unione fra noi e con l’autorità, sia all’unione fra gli alunni e degli alunni con noi e della quale possiamo essere artefici: “E per niente non lasciate crescere simile semente nella Compagnia; perché sarebbe anche un morbo di cattivo esempio per la città… Poiché là dove è diversità di intenti, là c’è sempre necessariamente discordia; e dove è discordia è rovina; come dice il Salvatore: ‘ogni governo fra sé discorde andrà in rovina…’ Allora anche voi sforzatevi di essere unite con tutte le figlioline vostre, perché quanto più sarete unite, tanto più Gesù Cristo sarà in mezzo a voi…” (Lg 10). Con un ammonimento conclusivo: “E sempre il principal ridotto vostro sia ai piedi di Gesù Cristo; e lì, tutte, con tutte le vostre figliole far caldissime orazioni. Perché così senza dubbio Gesù Cristo sarà in mezzo a voi, e vi illuminerà e vi ammaestrerà come vero e buon maestro…” (Lg 11). E qui vorrei ricordare l’impatto che ha avuto nelle coscienze la giornata di Assisi del 1986, quando esponenti di ogni religione si sono incontrati per pregare per la pace, coinvolgendo milioni di telespettatori. Quanto può essere incisivo un incontro di preghiera tutti insieme, scolaresche e docenti, per una circostanza speciale! In quell’incontro Cristo è presente: lo ha detto Lui stesso, che non può tradire né deludere (Mt 18,20): “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, ci sono anch’io! Ibi


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sum!” parola di Cristo! E’ sicuro che gli alunni non lo dimenticheranno facilmente. Rientra anche questo nello stile mericiano della nostra educazione. Basta! Concludo con un augurio dettato da Angela Merici a tutti noi: “La fortezza e il vero conforto dello Spirito Santo sia in tutti voi, affinché possiate sostenere ed eseguire virilmente e fedelmente l’impresa che avete assunta; e insieme aspettare la rimunerazione che Dio vi ha apparecchiata: Non vi perdete d’animo nel dubbio di non sapere o non poter fare quello che è giustamente richiesto in così singolare governo, Abbiate speranza e ferma fede in Dio; Lui vi aiuterà in ogni cosa”. (Rc, prol.). E che Dio ci conceda di credere nonostante le difficoltà, di continuare a sperare nonostante la lunghezza delle attese, e sopra tutto di amare, anche quando sembra che si ami a vuoto. Dio è in fondo alla nostra strada, ad accogliere questo amore. E niente andrà perduto.


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26. LA MISSIONE ECCLESIALE DELL’ORSOLINA Note della conferenza tenuta al 2° Convegno di Suore Orsoline e Compagnie diocesane di S. Orsola (24-26 settembre 1977, Desenzano del Garda).

PREMESSA Parlando di “missione dell’Orsolina” (Per semplificare il linguaggio, userò l’appellativo “orsolina” per indicare qualunque membro della famiglia mericiana posta sotto la protezione di sant’Orsola, quale che sia il ramo cui ciascuna di noi appartiene. Questo mi consentirà di evitare ogni volta di ricorrere a perifrasi e a precisazioni ovvie), io vorrei farlo in termini di “profezia”. Profezia vuol dire parlare da parte di un altro, trasmettere un messaggio che un altro ha affidato. Nel linguaggio biblico vuol dire parlare da parte di Dio, portare la sua Parola. E’ quello che ha fatto sant’Angela istituendo la Compagnia, ed è in questa linea che le sue figlie hanno concretizzato la pratica della Regola. Nella Bibbia generalmente l’idea di missione è in funzione del disegno salvifico di Dio, e implica una chiamata positiva di Dio stesso. Questo è particolarmente evidente a proposito dei profeti, “Va’, Io ti mando…” è la parola al centro di ogni vocazione profetica, da quella di Mosè (Esodo 3,10) a quella del Battista (Mc 1,2). Ed ognuno dei chiamati risponde all’appello secondo il proprio temperamento personale. La consapevolezza di aver ricevuto una missione personale da Dio è un tratto essenziale del vero profeta. Ripensando all’insistenza con cui S. Angela parla del proprio compito di semplice intermediaria, e insieme alla sicurezza con cui lei afferma l’origine divina della Compagnia, mi pare fuor discussione che si possa parlare della missione di Angela in termini di profezia. Quanto a noi, la teologia post-conciliare ci ricorda in maniera esplicita che tutto il popolo di Dio è coinvolto nella partecipazione dell’ufficio profetico di Cristo. E indica le forme di questo profetismo nella viva testimonianza resa a Cristo soprattutto per mezzo di una viva fede e di carità e coll’offrire a Dio un sacrificio di lode (cfr Lumen gentium, 12). In questi termini noi vedremo la missione ecclesiale dell’Orsolina. Se una dimensione profetica caratterizza in modo generico il popolo di Dio, una dimensione profetica qualifica in maniera specifica l’Orsolina. Sant’Angela - dicevo - ebbe la netta consapevolezza di essere stata scelta da Dio, investita di un mandato, per trasmettere un messaggio di provenienza divina e per adempiere una missione, in quella Compagnia di Sant’Orsola che Dio stesso aveva piantata. Non possiamo dire fino a che punto questa consapevolezza fosse carismatica: è certo che essa conferisce alle sue parole ed alle sue promesse una forza persuasiva tale da dissipare qualunque dubbio.


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Ma quale fu la “missione” di Sant’Angela? Non voglio ripetere temi già da tutte approfonditi. Letture, studi, ricerche, soprattutto la meditazione degli scritti della Madre, devono non solo averla avvicinata al nostro cuore, ma anche avercela fatta meglio conoscere. Per quanto mi compete mi limiterò a sintetizzare: la missione di Angela fu quella di diffondere l’ideale della verginità consacrata per amore, senza rompere i legami materiali col mondo, come proposta di vita; una consacrazione che diventasse supporto di opere buone, e che facesse delle consacrate un segno vivente delle certezze della fede. Amore per Dio che diventava amore per i fratelli. Scoperta di un DioAmore, che a sua volta la vergine consacrata facesse conoscere ed amare. E tutto questo, stando anche alle asserzioni di Cozzano, con la certezza di non dire nulla di proprio, ma di essere solo strumento della realizzazione d’un piano divino. Secondo lo stile tipico del profeta, che è quello di agire in vece di Dio, di tradurre in immagini e parole un messaggio di Dio. E qual è la nostra missione? Il profetismo di Angela si perpetua nella missione delle sue figlie, benché in una maniera diversa, che si delinea a poco a poco e si precisa con l’evolversi della sua istituzione stessa. E per istituzione mericiana intendo tutto quello che è nato da questo messaggio trasmesso da Angela in nome di Dio. “Ma voi – chiede qualcuno – chi vi ha fondate?”. Non è che possiamo dire: “Ci ha fondate Sant’Angela”. Angela fondò di fatto soltanto la Compagnia di Sant’Orsola a Brescia e con una struttura che è stata anch’essa successivamente mutata. Eppure nessuna di noi dubita della maternità di Sant’Angela. In un certo senso ci ha fondate un’idea, ci ha fondate la Regola di Sant’Angela. Qui noi siamo rappresentanti di tutte le Orsoline in Italia. Ma i membri dell’istituzione mericiana nel mondo oggi sono press’a poco ventiquattro, ventiseimila. E sono tutte, in questo senso, figlie di Sant’Angela. E quando dico istituzione mericiana intendo tutto quello che è nato da Sant’Angela: la molteplicità dei virgulti non fa che provare la fecondità del ceppo. Noi consideriamo qui la “missione” dell’Orsolina in relazione alla Chiesa, come “mandato” della Chiesa stessa. Il “mandato” sta nell’approvazione della Regola da parte dell’autorità competente; sta nelle Bolle e nei Decreti, così come in appelli particolari che talora la Chiesa rivolge per bisogni particolari. Sappiamo quali condizioni pone il Concilio al rinnovamento: conservare la propria fisionomia e la propria funzione; interpretare ed osservare fedelmente lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori, come pure le sante tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto (cfr P.C. 2). A. LA “PROFEZIA” DEL GESTO La prima espressione esteriore di questo mandato, agli inizi, è forse quasi esclusivamente, quella della “testimonianza”, poiché alle sue figlie Angela non prescrive alcuna attività specifica, né apostolica né benefica, ma solo una regola di vita. E’ quella testimonianza che io chiamerei “profezia del gesto” Anche nell’Antico Testamento, il messaggio di alcuni profeti è preceduto o accompagnato da annunci gestuali: espressione simbolica o segno dell’azione con cui Jahvé compie ciò che dice. Tanta parte, oggi, della nostra missione ecclesiale è proprio in questo annuncio gestuale, in questa testimonianza tante volte senza parole. Anche il Cristo ha vissuto, ha operato prima che venisse l’ora di insegnare; ha certamente più vissuto che insegnato. Il Verbo eterno del Padre prima fu carne per noi, poi si fece Parola, rivelazione. Ma


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tutto in Lui: vita, azione, silenzio, parola, era volto alla rivelazione del Padre e all’annuncio della buona novella. Bisogna riconoscere che la missione delle prime Orsoline fu veramente una buona novella, così eloquente, così incisiva da attirare un gran numero di giovani alla Compagnia, nel giro di pochi anni. Per quel mondo, per quelle circostanze storiche fu un’idea rivoluzionaria, anticonformista, quella di Angela e il Cozzano dirà come l’opinione pubblica fosse ostile. Avere istituito delle vergini e averle lasciate nel mondo: un discorso inconcepibile! Eppure le vergini crescono: segno che l’idea faceva presa sulle anime, rispondeva a un bisogno. Questo è stato l’apostolato diretto delle prime figlie di Sant’Angela: carisma di profezia attraverso il gesto, la presenza; “profezia” in quanto segno delle realtà soprannaturali; veicolo attraverso il quale passava il messaggio dell’esistenza di Dio, della sua provvidenza, dell’amore personale di Cristo. A poco a poco si sarebbe sviluppato anche come carisma di profezia nel senso più proprio: cioè attraverso la parola detta in nome di Dio. Sarebbe diventato carisma d’Istituto che la famiglia mericiana, pur nelle sue molteplici forme di vita, avrebbe messo a servizio della società, ma soprattutto a servizio del Vangelo e della Chiesa di Cristo. Angela non aveva prefissato alle figlie alcuna attività specifica conseguente al loro ingresso nella Compagnia. Esse continuavano a vivere la loro vita, fatta di piccole cose quotidianamente ripetute, tra casa e chiesa; talvolta con una visita ai malati o ai poveri. Per qualcuna, impegni sociali di qualche importanza. Per Elisabetta Prato, ad esempio, la direzione dell’orfanotrofio a lei affidato. Esteriormente non era cambiato molto, per loro, salvo le preghiere di regola e gli incontri fraterni. La “solita vita”, un po’ più ritirata, più raccolta, più modesta. Ma dentro, la consacrazione a Dio trasfigurava le piccole cose; il legame battesimale stretto con Dio era diventato un vincolo nuziale con Cristo. Le figlie di Sant’Angela dovevano essersi sentite ancor più incoraggiate e sostenute nella loro scelta dopo che Paolo III, nella Bolla Regimini Universalis Ecclesiae del 9 giugno 1544 aveva riconosciuto che proprio questa scelta le costituiva in preciso “stato di vita”, con una conseguenza giuridica di notevole portata, quale il diritto di entrare in possesso della dote o dell’eredità, all’ingresso della Compagnia, proprio come se avessero preso marito o fossero entrate in monastero. Certo i parroci dovettero capire ben presto quale aiuto potevano costituire queste giovani consacrate della loro parrocchia. Non per nulla, ventisei anni dopo la morte della Madre, il Landini poteva scrivere: “Di questa Compagnia finora si sono serviti tutti gli Ospedali di Brescia, di questa si servono le scuole femminili dell’Istruzione Cristiana, di questa si serve Iddio nella conversione delle anime e per trarre molte famiglie, dove loro abitano, a servizio di sua divina Maestà” (Lettera del P. Francesco Landini, riport. In Ledóchowska, II, p. 407). In questo passaggio è alluso il momento in cui, alla testimonianza della vita si aggiunge quello della parola. Incomincia il “profetismo mericiano” vero e proprio, nella sua più completa espressione. Esso si esercita inizialmente nell’ambito ristretto delle scuole festive della Dottrina Cristiana: puro insegnamento delle verità della fede: Poi a mano a mano che questa forma di apostolato diretto sembra diventare specifica delle Orsoline, ed esse si specializzano in questa attività, prende consistenza una azione educativa di più vasta portata, che a poco a poco si avvale dell’istruzione profana, ne sceglie e organizza gli elementi più


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validi, componendoli in quella che sarà la “pedagogia dell’orsolina”, o la “maniera orsolina” di inserirsi direttamente nel servizio ecclesiale. Questa missione di “intermediaria” fra Dio-Verità e le anime, suppone però che non venga mai meno la testimonianza della vita. La “profezia” della santità In un’epoca in cui l’appartenenza alla Compagnia del Divino Amore era tenuta per lo più segreta, Angela non fa mistero della fondazione della Compagnia di Sant’Orsola, né del suo esistere in Brescia, né del ritrovarsi insieme delle sue figlie. Anzi, vuole che esse siano esemplari: veramente testimonianza “splendida e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle beatitudini” (cfr L.G. 31), e insieme affermazione indiretta che la donna non è mai più grande di quando dice il suo “Sì” al Figlio dell’Altissimo. Questa testimonianza va portata a livello di santità. Alle sue prime figlie – come a tutte noi – la Madre aveva detto: “Tenete l’antica strada e l’usanza della Chiesa ordinate e confermate da tanti Santi per ispirazione dello Spirito Santo”. I “fioretti” della santità spicciola delle orsoline hanno ormai la durata di qualche secolo; le Cronache ne sono ricchissime. Alcuni articoli di Regole antiche possono spiegarci il fiorire di tanta santità. Manca il tempo per approfondire. Ad ogni modo, nella Regola erroneamente detta di Sant’Angela del 1582 (che è invece un rimaneggiamento di gran lunga posteriore all’originale di Sant’Angela) possiamo leggere al cap. 19: “Poiché conviene che chi fa professione di sposa e serva di Cristo sia anche imitatrice delle virtù del suo Signore e Sposo, e poiché tra le altre virtù in Cristo furono in tutte le sue azioni molto illustri la carità, l’umiltà, la pazienza e la piacevolezza, per questo le esortino che in casa verso tutti si mostrino piene di carità, di pazienza, umiltà e piacevolezza… Poiché devono le vergini avere in mano le lucerne accese delle buone opere, con lo splendore delle quali illuminando edifichino quelli che le vedono; perciò le esortino che con ogni diligenza e studio si guardino dal dare scandalo…”. Più ancora esigente la Regola di Lione del 1674: “Del fine per il quale le Religiose di Sant’Orsola sono fondate e al quale devono aspirare”. “Le suore di Sant’Orsola sono stabilite nella Chiesa di Dio per la sua gloria; e per istruire le fanciulle e aiutarle a conservare la grazia battesimale come fonte di ogni bene… E perciò devono sforzarsi di tendere alla perfezione della loro vocazione mediante un alto grado di orazione e di unione a Dio… Quelle che saranno colmate dei doni perfetti che vengono dal Padre dei lumi, contemplando la sua grandezza, sono trasformate di chiarità in chiarità come dallo Spirito di Dio” (Costit. Cap. 1). “Si veda in loro splendere la modestia che s’addice alle spose di Gesù Cristo, le quali per conformarsi al Loro Sposo hanno disprezzato il mondo ed abbracciato la croce” (ibi, cap. 5). Le orsoline avevano preso sul serio queste Regole. Donde tutta una generazione di mistiche che rese alla Chiesa il servizio della testimonianza, dell’esempio. Furono segno di un tempo in cui il primato dello spirito veniva proclamato e professato con la vita: profezia del gesto che affermava con la vita i diritti di Dio, senza paura di nominare la santità, di perseguirla, di sacrificare ad essa le soddisfazioni umane. Per farci un’idea della fecondità di questa testimonianza della santità, basti pensare che solo in Francia, in meno di un secolo le Orsoline claustrali erano diventate circa diecidodici mila!


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C’è una costante che contrassegna l’Orsolina, e la costringe a guardare in faccia la santità non come un modo di dire, ma come una realtà: è la consapevolezza di aver risposto di sì alla proposta nuziale di Cristo, il che implica seguirlo lungo il Calvario, condividendone la missione di Salvatore, accettare la sofferenza sulla propria vita e sull’Istituto. La “profezia” del sangue Sappiamo che il martirio ha una funzione privilegiata nella Chiesa: quella di essere seme di altri cristiani. La nostra storia di famiglia incomincia a monte di Sant’Angela; incomincia a Colonia col martirio documentato di alcune vergini cristiane, che Angela sceglierà come patrone e capitane della sua Compagnia. Quella storia continua ancora. Perché, per l’Orsolina, la profezia del gesto porta il segno del sangue. Prima di tutto quello intimo, profondo, dell’adesione totale e amante a Cristo crocefisso. E’ un impegno che abbiamo ufficialmente assunto quando la Chiesa ha accettato la nostra consacrazione e l’ha ratificata. Ma c’è un altro segno del sangue che illumina la famiglia mericiana in quanto tale. Pensiamo alla Rivoluzione francese. Nel momento cruciale quando si trattò di “giurare” le nuove leggi della Repubblica, salvo rarissime eccezioni le circa diecimila Orsoline rifiutarono di giurare, e respinsero il ministero dei preti giurati. Spogliate dell’abito, espulse dai monasteri confiscati, rimandate in famiglia o disperse nelle campagne… un migliaio in prigione…, ghigliottinate non si sa esattamente quante: pagavano con la vita la loro fedeltà alla Chiesa. Le Cronache ci riferiscono quanto la loro fedeltà incrollabile sostenesse i compagni di sventura, incoraggiasse i parenti delle vittime, toccasse il cuore persino dei carnefici. Fu il loro modo di essere apostole. Se il ‘700 vide la croce sul patibolo, l’800 vide in Italia la soppressione degli Istituti religiosi, e persino della Compagnia, in seguito ai decreti napoleonici. Ma non ci fu soppressione della santità. La Compagnia si riprese nel 1866, ad opera delle Serve di Dio Sorelle Girelli. E nello stesso secolo dal ceppo mericiano, presero vita nuovi virgulti ad opera di Sante fondatrici e di Santi fondatori. Ma il segno del sangue si ripete periodicamente, qua e là attraverso il mondo: la Germania del Kulturkampf, la Francia del primo ‘900, e poi oggi ancora, e sappiamo bene in quanti paesi: altrettante stazioni di una Via Crucis che l’uno o l’altro membro della famiglia mericiana percorre. Lungo questo cammino, le “Orsoline del silenzio” continuano la loro missione di testimonianza. Dicono con la vita quello che non può essere detto con la parola: rivelano così il mistero del dolore che salva, dell’amore che trasfigura. Le Orsoline conoscono i campi di concentramento, il domicilio coatto, la prigione. Ma non ci si improvvisa martiri da un giorno all’altro: ci si prepara momento per momento con l’opzione generosa ed amante della volontà di Dio, ed in questa perseverante ricerca dell’incontro con Dio, si conquista la propria libertà interiore, si riafferma la propria personalità, si riscopre la gioia del mistero pasquale. Si potrà obiettare che la “profezia del gesto” non è esclusiva dell’Orsolina: in senso lato dovrebbe essere di tutti i cristiani. In senso specifico e nella sua portata apostolica, è di tutti gli Istituti di vita mista o di vita attiva, cioè di tutti coloro che sono chiamati a rendere testimonianza a Dio con la vita, in contatto col mondo. E’ vero. Non ho nulla da ribattere, se non che le Orsoline sono state le prime chiamate a vivere la loro consacrazione a Cristo in faccia al mondo. Le altre sono venute dopo.


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Viventi in famiglia o congregate in pieno ambiente parrocchiale, o moniali a contatto con alunne d’ogni ceto e coi loro famigliari, le Orsoline sono state chiamate fin dagli albori della loro esistenza a rivelare agli altri, mediante la propria vita, il “gusto dell’assoluto, frutto di una certa esperienza di Dio” (Evangel. Testific. 52). Per motivi storici e cronologici, potremmo applicare a noi quanto Paolo VI dice nella sua Esortazione Apostolica “Evangelica Testificatio”: “Una tale missione, che è comune a tutto il popolo di Dio, è vostra ad un titolo particolare…” (n. 52). Per conoscenza vediamo l’elenco delle Orsoline candidate alla santità canonicamente riconosciuta: la Ven. Maria dell’Incarnazione, prima missionaria insegnante (1599-1672); le Serve di Dio sorelle Girelli restauratrici della Compagnia; Suor Blandina Merten, della Federazione tedesca; la Serva di Dio Ursula Ledóchowska, fondatrice delle Orsoline del Cuore di Gesù Agonizzante; la Serva di Dio Caterina Cittadini, fondatrice delle Orsoline di S. Gerolamo di Somasca; Lucia Mangano, della Compagnia di Catania, Suor Maria Klaudia, croata, dell’Unione Romana; forse un giorno Suor Caia e suor Aquila, polacche, dell’Unione Romana, martirizzate nel 1945. E forse l’elenco è destinato a continuare.

B. LA “PROFEZIA” DELLA PAROLA L’evangelizzazione L’evangelizzazione è il campo d’azione specifico del profeta: chiamato da Dio a parlare in suo nome, a trasmettere agli uomini una parola che Dio gli affida spesso nell’intimità dell’essere teso verso il Signore. L’evangelizzazione, attraverso la catechesi e l’insegnamento, fu il servizio che le Orsoline resero alla Chiesa a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento. Le Bolle d’istituzione dei vari monasteri nel primo ‘600 approvando i primi sforzi nel campo educativo, conferirono loro il crisma del “mandato” della “missione”: “Lo scopo principale delle moniali di Sant’Orsola è quello di dedicarsi all’istruzione delle bambine, di educarle nella pietà cristiana, di formarle alla virtù e ai buoni costumi, di insegnar loro i lavori e le occupazioni che convengono al loro sesso” (Bolla d’erezione del monastero di Parigi, 1612). E’ così che incomincia la tradizione dell’Orsolina sinonimo di educatrice. La Bolla di Bordeaux scende ai particolari del programma (sui cui limiti e sulla cui portata non è mio compito soffermarmi, anche perché ciò richiederebbe una presentazione di tutta la situazione socio-culturale del tempo e insieme un apprezzamento particolare per il livello che raggiunse in concreto l’educazione impartita nei collegi francesi). Leggiamo nella Bolla (1618): “le madri si dedicheranno gratuitamente all’istruzione delle fanciulle, prima di tutto nella pietà e nelle virtù cristiane degne di una giovinetta… Insegneranno loro a governare la casa e a compiere i loro doveri di cristiane. Infine, per attirare le fanciulle a questa istituzione e toglierle dalle scuole eretiche e malsane, le istruiranno nei primi rudimenti del leggere e dello scrivere, nei diversi lavori di cucito e di ricamo, e nelle arti che si addicono ad una fanciulla onesta”. Il programma svolto nell’educandato è ovviamente, più curato e completo di quello svolto nella scuola gratuita, talvolta affollata di decine e persino di centinaia di alunne. In tre anni le Orsoline di Mons (Belgio) raggiunsero 600 alunne. E siamo nel secolo XVII!


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Il movente e l’orientamento sono i medesimi: educare le fanciulle come donne e come cristiane; insegnare a ben vivere e a salvare l’anima. Ma sempre e soprattutto nella fedeltà alla dottrina della Chiesa. La fedeltà al dogma Le Orsoline hanno adempiuta questa missione facendo tesoro degli ammonimenti contenuti nel VII Ricordo di Sant’Angela: “Quanto al riguardarle (le figlioline) dalle pestifere opinioni degli eretici, quando udrete che qualche predicatore o altra persona ha fama di eresia, o che predica delle novità oltre la comune tradizione della Chiesa…con bella maniera fate in modo che le vostre figlioline non prestino ascolto a simili persone… Tenete l’antica strada e l’usanza della Chiesa ordinate e confermate da tanti Santi per ispirazione dello Spirito Santo… Lasciate andare come non pertinenti a voi le altre opinioni che ora van sorgendo e che sorgeranno…”. Nella voce della Madre che parla alle figlie c’è l’eco dell’ansia di Paolo che scrive a Timoteo (II, 4,1-5): “Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo… predica il Vangelo, insisti a tempo e fuor di tempo… Perché verrà un giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie rifiutando di dare ascolto alla Verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi al tuo ministero”. La vita dell’Orsolina, appunto in funzione della sua missione in seno alla Chiesa, oggi come ieri deve essere testimonianza di adesione totale al dogma e al magistero della Chiesa. Parlando dei secoli passati e fino a che non si scriva una storia delle Orsoline in famiglia, devo rifarmi alle Orsoline moniali; resterebbe da fare una buona ricerca sull’apostolato della parola svolto dalle figlie della Compagnia e delle Congregazioni o pie unioni di Orsoline sorte in Italia. Come hanno realizzato la “profezia” della parola le consorelle che ci hanno precedute? Quali sono i nostri modelli per imparare a rendere testimonianza al dogma, nella nostra vita di impiegate, di operaie, di insegnanti? L’età della Riforma Cattolica, contemporanea e posteriore al Concilio di Trento, trova nelle prime figlie di Angela un baluardo contro l’infiltrazione dell’eresia luterana grazie alla loro azione di difesa organizzata, poiché le Scuole della Dottrina nel Bresciano, poi nel Milanese, e più tardi in Francia diventano nelle loro mani uno strumento di diffusione della verità. Dapprima forse solo coraggiosamente accettato, poi sapientemente maneggiato, e alla fine coscientemente scelto come mezzo privilegiato d’apostolato. Non dimentichiamo l’opera svolta dai “conservatori”, il cui scopo era appunto di “conservare” le fanciulle nella virtù. Quando il card. De Sourdis, arcivescovo di Bordeaux e Primate d’Aquitania, nella sua lettera pastorale del 1609 volle presentare ai suoi diocesani le “Vergini della Dottrina Cristiana dette di Sant’Orsola”, disse che il loro Istituto costituiva un aiuto e un mezzo mandato da Dio (ecco la missione, il profetismo) per istruire i bambini e le famiglie alla pietà, e pertanto una benedizione per la città intera. Questa è la denominazione che hanno le prime Orsoline a Bordeaux: “Vergini della Dottrina Cristiana, dette di Sant’Orsola”. Vivono ancora in famiglia, ma subito dopo sentono il bisogno di mettersi insieme per sostenersi meglio, per essere più coalizzate nell’apostolato. Quando l’onda del giansenismo si abbatté sulla Francia, travolgendo anche religiosi e prelati e Roma dovette intervenire sospendendo i Sacramenti agli incriminati, non si può


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affermare che l’Istituto sia stato assolutamente immune dall’eresia. Alcuni religiosi di indiscussa virtù, e persino alcuni Vescovi stessi – in veste di superiori giuridici – avevano trascinato diversi monasteri all’eresia. Va riconosciuto onestamente. Ma bisogna anche riconoscere – altrettanto onestamente – che la situazione delle Orsoline resta privilegiata: solo una ventina di conventi su 400 vennero temporaneamente colpiti. Le religiose più o meno simpatizzanti furono circa 200, mentre a quell’epoca le Orsoline erano circa dieci-dodici mila. Là dove aveva attecchito, l’eresia giansenista, col suo rigorismo, aveva trovato buon gioco nel fervore ascetico delle religiose, nel desiderio di abbandonarsi senza riserve al Signore annientando la propria libertà. Ma altrove, la resistenza divenne occasione di eroismo. A Caen, i Giansenisti mettono l’interdetto alla cappella, confiscano i beni temporali; vessazioni d’ogni genere si scatenano sulla comunità, ma la superiora, irremovibile, riesce a conservare intatto il deposito della vera fede nell’intera comunità. Nel 1709, quando Luigi XIV decise la dispersione delle religiose ribelli di Port-Royaldes-champs, il Vescovo di Blois gli andò a dire che le Orsoline della sua città erano sempre state inaccessibili alle influenze gianseniste. E fu così che la Madre Luisa du Mesnil, badessa di Port-Royal, la più ostinata e la più pericolosa del convento, fu mandata a Blois e affidata alle Orsoline. Le eroine della “profezia” La fedeltà al dogma e l’obbedienza al magistero della Chiesa portate nel campo dell’insegnamento, ebbero le loro vittime. Soprattutto durante la Rivoluzione francese. A Quentin, i magistrati vengono ad intimare alle Orsoline l’ordine di sostituire al loro insegnamento la dottrina contenuta in un libro intitolato “I diritti dell’uomo” (Leggo dagli Annali dell’Ordine di S. Orsola). Le Religiose rispondono che preferiscono lasciare l’insegnamento piuttosto che insegnare l’errore. “Ma che cosa insegnate?” chiedono allora i magistrati. “La fede dei nostri padri, la dottrina cattolica apostolica e romana!…”. La Beata Clotilde Angela, ghigliottinata a Valenciennes con altre sette beate Orsoline, conclude così il suo interrogatorio: “Muoio per la fede e la religione cattolica e romana che ho insegnato, perché è per questo che il nostro Istituto è stato fondato”. A Orange, altre sedici Orsoline martiri, anche loro beatificate. A Nantes, un giudice tenta di salvare la Madre Angelica: “Sconfessa di aver insegnato il catechismo ai bambini!”. “No! Preferisco morire!”. E viene ghigliottinata. Per lei, e chissà per quante altre, non si sono avute cerimonie di beatificazione. Ma la palma del martirio è già un buon biglietto di ingresso in Paradiso. Assai più recentemente, nel 1963, Suor Gabriella: morta in prigione in un paese europeo dopo 18 mesi di carcere e di maltrattamenti. L’accusa? “l’insegnamento clandestino della dottrina cristiana!”. E’ il segno del sangue che accompagna non solo “la profezia del gesto”, ma anche la “profezia della parola”. Ho citato qualche caso concreto, e mi pareva doveroso farlo. Appartengono alla storia mericiana, a noi tutte: sono glorie di famiglia, davanti alle quali dobbiamo chinarci riverenti. E chiederci: di che genere è la mia “profezia”? limpida, autentica, ecclesiale, così come certo me la detta dentro lo Spirito Santo se appena io gli lascio libertà di ispirazione? E qual è il nostro grado di fedeltà alla dottrina e al magistero della Chiesa? E il nostro atteggiamento di


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fronte alla marea delle nuove opinioni – e pestifere – che pullulano oggi, soprattutto circa la vita di consacrazione, il modo di vivere la consacrazione, l’uso della libertà? Incaricate dalla Chiesa di svolgere la nostra missione nell’ambito della Chiesa stessa, trasmettiamo veramente un messaggio ecclesiale”? Vien da chiedersi: conosciamo veramente i documenti più importanti del magistero pontificio? E facciamo conoscere al popolo di Dio, della cui educazione siamo incaricate, la parola del Papa? Ci sentiamo legate a Roma? E leghiamo a Roma quella piccola porzione di Chiesa locale che ci gravita attorno? La scuola Una larga parte della nostra missione ecclesiale si svolge nell’ambiente scolastico. Il documento edito recentemente dalla Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica – documento che deve diventate la Magna charta dell’Orsolina – mi esime dall’addentrarmi nel problema. Una linea raccorda il mandato delle antiche Bolle a quello che dovrebbe essere il nostro insegnamento odierno: un “riferirsi alla vera concezione cristiana della realtà. Di tale concezione Gesù Cristo è il centro. Nel progetto educativo della Scuola Cattolica il Cristo è il fondamento: Egli rivela e promuove il senso nuovo dell’esistenza e la trasforma abilitando l’uomo a vivere in maniera divina…” (33-34). Forse c’è qualcosa da rivedere nei nostri sistemi educativi: se non altro, verificare se il nostro insegnamento è ancora “profezia della parola”. La Sacra congregazione ci mette in guardia contro l’abbandono delle scuole in nome di un “apostolato cosiddetto più diretto, dimenticando l’eccellenza e il valore apostolico dell’attività educativa nella scuola” (74-75). Pagina grave e gravida di conseguenze per tutte noi. Certo la scuola è, oggi, compito ingrato più che mai. Nei momenti difficili pensiamo pure alla desolazione della voce che grida nel deserto! Ma nello stesso tempo crediamo che il Signore verrà. E che, alla sua venuta, il deserto fiorirà. “Euntes docete omnes gentes” Non si può parlare di “missione ecclesiale” dell’Orsolina, senza ricordarne la dimensione missionaria ed educativa. Universale come la Chiesa stessa. E qui sono rappresentati diversi rami di Orsoline che svolgono una attività missionaria. Non dimentichiamo che la prima missionaria insegnante – nella storia della Chiesa – fu un’Orsolina: la Beata Maria dell’Incarnazione, partita dalla Francia per il Canada nel 1639. “Madre della Chiesa canadese”, come la chiamano a Québec; “Teresa di Francia e del Nuovo Mondo”, come la disse Bossuet. Prototipo della figlia di Sant’Angela contemplativa-apostola, una, cioè, che a motivo del suo amore sponsale per Cristo diventa madre di anime. Vedova e mamma, amministratrice di una grande azienda di trasporti, quella del cognato. Scrive nelle sue relazioni: “Qualche volta era mezzanotte e io ero sulla banchina della Loira, con quaranta, cinquanta cavalli e gli uomini: scaricatori, facchini… e l’anima perduta in Dio”. Era una contemplazione che non aveva più paura di tutto il rumore dell’attività, perché era una contemplazione radicata in un amore sponsale per Cristo, vissuta in docilità all’azione dello Spirito e nutrita di sacrificio, di rinuncia. Io non so se una donna che realizza se stessa nella maniera che più è consona al suo temperamento, alle sue esigenze intellettuali e culturali, non so dico, se si senta più realizzata


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di quanto si sentisse Maria dell’Incarnazione, per la quale valeva la pena di rifiutare tutto il resto pur di vivere un rapporto personale d’amore con Cristo. Noi dobbiamo tornare a pensare a queste cose, a questa realizzazione di sé attraverso questo incontro personale con Cristo. Sì, la donna si completa nel rapporto con l’uomo, ma la vergine consacrata si completa nel rapporto con Cristo, l’Uomo-Dio che è Gesù. Ecco perché la vergine può trovare la pienezza della realizzazione di sé solo nella scelta continua e costante di Cristo, a prezzo di tutto il resto che lascia da parte. Torniamo a Maria dell’Incarnazione. Diventa Orsolina a Tours, la ritroviamo maestra in educandato, poi fondatrice in un paese primitivo… compositrice di grammatiche e vocabolari di lingue indigene… redattrice di qualche migliaio di lettere di direzione spirituale e di informazione sulle vicende della Chiesa canadese… Immersa in molteplici attività pratiche, sommersa mai! Sempre presente allo Sposo, sempre adorante, sempre perduta in Lui senza perdere di vista i doveri del proprio stato. Apro una parentesi: ella è qui fra noi, con Sant’Angela. E vi spiego il perché. (E’ bene ogni tanto che noi pensiamo a questa realtà della comunione dei Santi). Le era bruciato interamente il monastero. Aveva perduto tutto. Intanto le tribù degli Irokesi minacciavano massacri; la vita era diventata estremamente pericolosa per delle donne inermi. L’Arcivescovo di Tours le propone di rientrare in Francia. Maria risponde (pensiamo bene a queste parole, vi è implicita la “PROFEZIA DELL’UNITÀ” di cui in questo incontro stiamo vivendo un momento privilegiato, ma dalla quale siamo ancora lontane): “Sotto il cielo non c’è niente che sia capace di scuotermi e di farmi uscire dal Canada; a meno che non si tratti di lavorare all’unione delle nostre Congregazioni di Orsoline: unione per la quale sarei pronta a fare e a soffrire qualunque cosa” (cfr. Lettera CLXIX, fine 1655). Ecco perché sicuramente è qui in mezzo a noi in questa riunione!

***** Fin qui abbiamo cercato di considerare la “missione ecclesiale dell’Orsolina” in termini di “profezia del gesto e della parola”, cioè come mandato ecclesiale di presenza al mondo con la testimonianza della consacrazione personale o con l’azione diretta a livello di individuo o di istituzione, intese a far conoscere l’assoluto di Dio e il suo amore per l’umanità. Il nostro passato ci ha aiutato meglio a capire che cosa la Chiesa si aspetta da noi, e che cosa noi abbiamo cercato di dare alla Chiesa. Ma oggi? E domani?

C. LA “PROFEZIA NUOVA” Sant’Angela ci ripete: “Et fati vita nova!” un’espressione stimolante, incalzante che sottintende intuizione geniale, creatività, capacità di lettura dei segni dei tempi, disponibilità e ardimento nell’educazione. Anche lei era stata una pioniera (la storia del pionierismo mericiano nel mondo e nel corso dei secoli è ancora tutta da scrivere!) una pioniera che aveva reso alla Chiesa e alla società uno dei servizi più preziosi e più profetici: offrire ad ogni donna che ne sentisse la vocazione, la possibilità di consacrarsi a Cristo in un rapporto sponsale, e schiudere a queste donne, fatte libere in Cristo, il mondo da rinnovare. Sulle sue tracce, non dobbiamo temere di innovare “in accordo coi tempi e le necessità”. Perciò il servizio ecclesiale dell’Orsolina – pur senza tradirne la missione – si rinnova nei modi, si aggiorna, si adegua: questa è vita. Ma non muta nella sostanza. Poiché


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l’identità è sacra, intangibile; per rispetto a quella cellula primordiale – Sant’Angela – da cui abbiamo ereditato i caratteri genetici che fanno di noi una famiglia, “questa” famiglia! Lo stesso Dio che sa mutare il corso della storia per realizzare il suo piano di salvezza, riserva alle istituzioni i momenti carismatici del rinnovamento. Quest’ora della storia è ora di profeti, di novatori, di santi, e – lo sappiamo bene – di martiri. Ce ne restiamo ai margini, o ci siamo inserite consapevolmente, “con prudenza e buon consiglio” nel flusso prodigioso e fecondo di questa storia? Ogni congregazione può darsi la risposta. Per restare nel tema, vogliamo guardare la nostra realtà con occhio limpido, onesto, fiducioso ed insieme penetrante? Verifichiamo la nostra “profezia”: testimonianza di vita consacrata e di santità, per convincere il mondo dell’esistenza dello Spirito. Ma noi ci crediamo ancora? Oppure gli elementi caratteristici della cultura e del pensiero contemporaneo (ateismo, materialismo, pragmatismo, tecnicismo, relativismo) ci hanno sedotte? Le teorie moderne della psicologia, del personalismo esasperato, della libertà ad oltranza ci hanno forse travolte? E invece di vagliare i segni dei tempi, abbiamo finito per incarnarli, diventando noi stesse segno di tempi rilassati, confusi, svuotati dei valori fondamentali? Fare vita nuova significa accogliere l’appello racchiuso nel momento carismatico, interpretandolo alla luce dello Spirito e rispondendovi arditamente, senza temere di andare contro corrente. Ricominciare a parlare di santità, di rinuncia, di mortificazione, di Cristo Crocefisso, di obbedienza, di povertà effettiva ed affettiva. E tutto questo nella gioia e nell’entusiasmo che scaturiscono dalla certezza di possedere già fin da questa vita il pegno di quella corona di gloria e d’allegrezza che ci è preparata in cielo. Momento carismatico per rinnovarci nell’esercizio della nostra missione più direttamente apostolica. Il che non significa ritirarci dalla scuola, almeno fino a che le circostanze di forza maggiore non ce la tolgano con la violenza. Significa piuttosto cercare di vivificarla facendone un “luogo d’incontro per coloro che vogliono testimoniare i valori cristiani in tutta l’educazione (Scuola Catt., cit. 53), accettando le proposte di pianificazione della pastorale d’insieme, implicando i genitori in una collaborazione attiva e in una riscoperta della loro fede, soprattutto condividendo con le alunne la nostra esperienza di relazione personale con Cristo. Gli altri campi che si aprono oggi alla nostra azione apostolica, la quale non può mai disgiungersi da un intento prettamente educativo della fede, sono immensi e molteplici: basti pensare all’animazione parrocchiale: un termine moderno per indicare una attività svolta da sempre là dove le orsoline – magari nonostante la clausura – hanno avuto tra mano tutte le ragazze della Parrocchia per l’Oratorio festivo e le classi della Dottrina Cristiana. Oggi, comunque, il termine “animazione parrocchiale” comprende un lavoro apostolico più complesso, che va dalla partecipazione attiva ai Consigli pastorali parrocchiali, all’assistenza alle Associazioni cattoliche locali, alla educazione del popolo di Dio, a fare della parrocchia una cellula viva ed operante anche di opere di misericordia corporale. C’è poi tutta la preparazione liturgica, talvolta anche quella omelitica; l’organizzazione e il sostegno alle varie iniziative caritative. Ci sono settori nell’animazione parrocchiale che sembrano fatti apposta per le nostre sorelle della terza età che non sono più direttamente impegnate nella scuola o in attività che richiedono forze giovanili: alludo alla preparazione di famigliari e padrini al Battesimo di un neonato, per esempio. C’è la distribuzione dell’Eucarestia a malati ed anziani; la visita a malati nell’intento di prepararli a ricevere i Sacramenti e a fare il gran passo del ritorno alla


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casa del Padre. Le nostre consorelle anziane sanno trovare le parole giuste; si sentono ancora “orsoline”, cioè portatrici di una parola di fede e di vita. C’è la visita organizzata a case per anziani, con un programma fatto di chiacchiere amichevoli; di buone parole, di Rosario recitato insieme, e magari di una lettera scritta a un figlio lontano. E poi c’è tutto quello che voi già fate: l’assistenza alle ragazze in situazioni di disagio personale o familiare, il ricupero di ex drogate. C’è l’organizzazione del tempo libero per le ragazze, con biblioteca, discoteca, conversazioni amichevoli, tennis (magari per ragazze in attesa di corriera, o giovani operaie nell’intervallo del mezzogiorno), purché ci sia sempre, con l’accoglienza affettuosa, il consiglio illuminato. La gamma delle possibilità è varia. L’amore per Dio e lo zelo per le anime, quando sono veri e vivi, ci trovano “nuove” ad ogni risveglio, ad ogni Messa , ad ogni incontro con Gesù. E allora è tutta la vita che si fa nuova. E il modo di esercitare la missione si rinnova anch’esso. Il segreto per essere sempre nuove è quello di essere sempre innamorate di Cristo, sempre gioiose di esserci date a Lui per amore.

L’azione promozionale Quando si parla di recupero di ragazze drogate o pericolanti, di spostate siamo già nel dominio della profezia volta alla promozione umana e sociale, alla maturazione dei valori umani e cristiani della donna nel mondo del lavoro. Non è il lavoro che manca all’Orsolina. Il suo campo di lavoro è vasto come il mondo perché in ogni parte del mondo ci sono anime in attesa di Dio. E per tutte le strade del mondo Dio cammina alla ricerca delle anime. Ovviamente in terra di missione l’evagelizzazione delle Orsoline ha il suo risvolto promozionale. Così, accanto all’attività catechistica o di insegnamento, accade che si organizzi qualche forma di attività assistenziale. Ma “accanto”, non “invece di…”. Di qui l’apertura di ambulatori o di ospedali, che diventano ben presto un’anticamera del Vangelo. Si addice all’Orsolina, a condizione che essi non siano fine a se stessi, ma utilizzati come appoggio alla evangelizzazione diretta. In caso diverso bisognerebbe prendere il coraggio di riconsiderare queste forme di servizio. L’Orsolina è chiamata soprattutto ad essere evangelizzatrice, rivelatrice di Dio agli uomini attraverso il segno, la parola. Altro mezzo di promozione ed insieme evangelizzazione può essere l’organizzazione di cooperative agricole, basate sul comandamento della carità e sull’esempio dei primi cristiani. Oppure la collaborazione alla costruzione di un villaggio per instaurarvi una società su basi cristiane. È così che l’Orsolina diffonde la Buona Novella, porta Cristo al popolo di Dio, oppure prepara a Cristo le strade. E testimonia concretamente il valore della vita consacrata alla gloria di Dio, per amore di Dio e delle anime. L’educazione alla preghiera C’è ancora un servizio ecclesiale per l’Orsolina, apparentemente nuovo, ma in realtà vecchio come la nostra missione: ed è quello dell’educazione alla preghiera. Mai come oggi, forse, la gente ha sofferto il bisogno della preghiera: perché si sente disancorata e sperduta,


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angosciata, delusa, disperata e sola. Ha bisogno che la riprendiamo per mano, che l’aiutiamo a spogliarsi delle sovrastrutture dell’egoismo e dell’orgoglio e a liberarsi dalla piovra del successo o della violenza, e ad andare a Dio con semplicità e purità di cuore. E ad andarci “insieme” comunitariamente, per uscire dal dramma dell’incomunicabilità. Incontri di preghiera, giornate di ritiro, movimento carismatico, letture bibliche specialmente per le nostre alunne o ragazze della parrocchia, recita comunitaria del Breviario col popolo di Dio: sono tutte maniere nuove di trasmettere il messaggio evangelico. Che se, col messaggio evangelico, sapessimo trasmettere anche quello mericiano della gioiosa donazione di sé a Cristo, saremmo ancora più nella linea di Sant’Angela. Testimonia infatti il Cozzano (Epist. Confortat.) “Oh, gridava quel vivo desiderio che puramente procedeva dallo Spirito Santo nella madre nostra, gridava, dico, quello spirito infocato: piacesse a Dio che tutto il mondo venisse sotto l’ombra di questa Regola!”. Troverete che ho dimenticato i mass-media. Li ho solo lasciati da parte perché non sono specificamente per noi. Probabilmente siete deluse di quanto ho detto finora. Forse vi aspettavate per “missione” precisazioni, indicazioni concrete su quanto dovremmo fare oggi e sulle prospettive che si aprono a noi per il domani. Ma da parte mia sarebbe stato arbitrario. Benché della stessa famiglia, i diversi rami cui apparteniamo si differenziano per l’accento messo ora su un aspetto dell’educazione e ora su un altro. La spiritualità è la stessa, ma ogni ramo porta già nella propria denominazione una qualificazione che lo distingue. A maggior ragione nell’ambito delle attuazioni concrete la diversità è più che una sfumatura. Questo mi ha impedito di scendere a particolari ulteriori.

D. LA PERENNE “PROFEZIA DELL’ESSERE” Noi non possiamo adempiere la nostra missione se non siamo ciò che dobbiamo essere, secondo l’esempio e l’insegnamento dati da Sant’Angela. Tutto, in lei, e nella sua opera, è derivato dal primato della contemplazione e della glorificazione di Dio. La sua consacrazione totale all’amore di Cristo è stato il modo per realizzare contemplazione e glorificazione di Dio, ma anche il solo modo per realizzare se stessa e diventare madre di anime. Le sue figlie sono incitate ad imitarla. Dice una vecchia Regola (Tulle, 1846, riediz. Di quella di Limoges 1626): “Le religiose di Sant’Orsola avranno come fine di aspirare a rendersi il più possibile somiglianti e gradite al loro divino sposo, e atte a cooperare con Lui alla salvezza delle anime. Perciò si studieranno con tutto il cuore di acquistare la perfezione. Per giungervi, si dedicheranno ardentemente all’orazione e all ‘acquisto delle vere e solide virtù”. “L’alto grado di orazione e di unione a Dio” è indicato nel primo capitolo di diverse Costituzioni orsoline, come condizione necessaria per realizzare la propria vocazione. Noi siamo tutti soggetti al disorientamento provocato dall’urto delle ideologie moderne che minacciano l’integrità del patrimonio dottrinale di famiglia. Sant’Angela ha dato importanza prima di tutto all’essere; solo di conseguenza parla dell’agire. E quello che ci consiglia di fare scaturisce sempre da quello che ci ordina di essere. Oggi invece si rischia di dare il primo posto ai valori esistenziali a scapito di quelli essenziali. Così, anziché le certezze dell’assoluto, sperimentiamo le angosce del relativo. Siamo persino tentate di adeguarci al bisogno dei tempi al punto di adottare forme espressive, linguaggio, misura dei tempi (che è ben diverso dall’ascoltare, dal voler aiutare i fratelli dal far dire il peso che hanno sul cuore, dal volerli capire). La confusione intorno a noi si ripercuote dentro di noi. Nel momento in cui il nostro “agire” diventa quello del mondo, il


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nostro “essere” è esposto alla degradazione. Ci vuole una comunione fraterna più intensa e una preghiera prolungata nel tempo ed aumentata di intensità, quando ci si trova in certe forme di apostolato in cui l’adeguamento al mondo deve essere più forte. Ma anche, e soprattutto in questi casi, non dimentichiamo che se vogliamo vivere il nostro servizio come missione, se vogliamo avere qualcosa da dire al mondo d’oggi, bisogna che il mondo trovi ancora in noi un margine di mistero, un margine di indicibile che si sottrae alla sua comprensione, perché porta la dimensione dell’infinito. Quando questo margine di mistero è vitale, affascina, è allora che la ragazza lo vuol penetrare, ne vuol fare l’esperienza. E’ allora che nasce in lei la vocazione orsolina. Non aver più nulla di incomprensibile per il mondo, vuol dire essere già diventate “mondo”. Dobbiamo conservare lo spazio entro cui essere “segno di contraddizione”; e restare tali. Se la gente, se i giovani ci cercano, lo fanno per incontrare in noi una che vive con loro ma non è come loro, e perciò ha qualcosa da dire: il Cristo che vive in lei. Pena il rischio di una drammatica “deformazione professionale” della consacrata in quanto tale. Uno solo l’assoluto, il necessario, l’immutabile: Dio, Christus heri et hodie: di questo Cristo noi siamo le spose. A Lui ci indirizza la Madre: per le ore della confusione, del dubbio, dello sconforto, del pericolo. E’ Lui il capo della Chiesa: Lui che la protegge, che la riforma. Rifugiarsi ai piedi di Gesù Cristo per essere ammaestrate: è il gesto di Maria che ha scelto la parte migliore; il gesto dell’abbandono fiducioso, della disponibilità e dell’ascolto, dell’incantamento amoroso di chi si è lasciato chiamare ed affascinare, e in quel “guardarsi d’amore” che è l’orazione, si lascia modellare a somiglianza dell’amato. Il che non è facile, può talvolta diventare estremamente difficile, poiché l’amato è un crocefisso: uno che salva gli altri pagando di persona. E’ così che l’Orsolina compie la propria missione: lasciandosi travolgere nel gran fiume della redenzione per diventare a sua volta – proprio perché perduta nel Cristo – goccia viva di redenzione per i fratelli.


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27. LA “DIVINA ALLEANZA” Brescia 1994

C’è una realtà che fin dal Genesi percorre e anima la Sacra Scrittura: è quella dell’alleanza. La storia dell’umanità si presenta come una lunga, ininterrotta successione di proposte divine e di infedeltà umane, di patti e di infrazioni, di perdoni e di rivolte, di profferte d’amore e di tradimenti. L’alleanza fra Dio e Israele ha segnato – anzi, ha fatto – la storia del popolo eletto, e ha preparato la venuta di Cristo, ha fatto e fa la storia della Chiesa: l’alleanza sponsale che Dio stesso ha proposto a ciascuno di noi, fa la nostra storia. Perciò vorrei attirare la vostra attenzione su alcune pagine della Regola mericiana, per ricavarne gli elementi fondamentali che costituiscono il codice della nostra alleanza con Cristo: un’alleanza d’amore sponsale, che apre ciascuna di noi alla maternità verginale, alla maternità secondo lo spirito come è delineato nei Ricordi di sant’Angela. Della alleanza veterotestamentaria vorrei ricordare alcuni elementi o eventi fondamentali. E forse la loro evocazione suscita in noi reminiscenze mericiane, accostamenti con le parole della nostra madre. E soprattutto confronti con la nostra vita. L’alleanza è una forma d’intesa reciproca fra due uguali o quasi; un rapporto di reciprocità che può avere diverse sfaccettature secondo il movente da cui nasce: l’opportunità di stabilire un legame associativo, un bisogno di solidarietà per una cooperazione reciproca, l’intento di stabilire una unione che coniughi le forze, il semplice desiderio d’un rapporto d’amicizia. O, ancora più semplicemente, un atto d’amore che spinga a incontrare l’altra parte per legarla a sé. Di solito è la parte più debole a chiedere un’alleanza, ed è la parte più forte che la concede e nello stesso tempo ne detta le condizioni. Al partner più debole non rimane che accettarle. Tutte e due le parti, poi, devono stare ai patti e rispettarli. Nella storia sacra dell’umanità, l’alleanza non avviene fra contraenti uguali o di poco differenti fra loro: un abisso immenso distanzia i due firmatari che si giurano fedeltà reciproca; c’è una sperequazione incommensurabile tra le offerte generose di Dio e il povero apporto della controparte. E – cosa che davvero sconcerta e disorienta – lo scopo che Dio si propone stipulando l’alleanza è quello di condurre l’uomo a una vita di comunione con Lui. Vorrei riconsiderare con voi qualche momento di questo itinerario d’amore che Dio percorre per arrivare a stringere sempre più i nodi del legame fra Lui e l’umanità. E il primo di questi momenti è quello in cui Dio stabilisce di fare l’uomo a propria immagine e somiglianza. E’ così infatti che lo prepara ad essere parte – e parte dignitosa e entro certi limiti paritaria – di un’alleanza che associa Dio all’uomo e l’uomo alla divinità. Invece l’uomo si è arrogato il diritto di conoscere il bene e il male. Dio che scende nell’Eden alla brezza del meriggio (Gen 3,8) potrebbe annientarlo subito. Invece tenta il suo ricupero. Ma Adamo ed Eva, anziché accusarsi e chiedere perdono, incominciano il gioco dell’ambiguità. Ma, invece di abbandonarli per sempre alle tenebre del loro peccato in un castigo tutto giustizia, “Dio fece all’uomo e a sua moglie delle tuniche di pelli e li vestì” (Gen 3,21). Li riscatta nella prospettiva di Cristo.


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Quando arriviamo a Noè, arriviamo alla stipulazione esplicita dell’alleanza, coi suoi patti, le sue clausole, il suo rituale. In mezzo a un popolo corrotto, “Noè camminò con Dio” (Gen 6,9), e camminando con Dio ha il coraggio di andare contro corrente. Una sorta di segno di contraddizione: Allora Dio lo sceglie fra tutti, lo mette a parte. “Ecco che sto per mandare il diluvio… tutto quanto è sulla terra dovrà perire. Con te però stabilirò la mia alleanza…” (Gen 6,17-18). E quando l’arca è costruita e gli ospiti prescelti sono tutti entrati, Dio gli chiuse la porta dal di fuori (Gen 7,16). Un gesto di una tenerezza materna che mi fa pensare a una mamma che mette a letto i bambini e gli rincalza le coperte… Il linguaggio biblico è necessariamente antropomorfico: l’unico che possa aiutare l’uomo a conoscere il suo Signore attraverso le analogie con la propria esperienza umana. Dunque: Dio è corrucciato con l’umanità intera, ma per amore di Noè ne salva la razza. “Dio si ricordò di Noè…” (Gen 8,1) e allora fece prosciugare le terre alluvionate e posare l’arca sul monte Ararat. Quando Noè esce dall’arca si mette alla presenza di Dio, gli edifica un altare e vi immola sacrifici. Dio ne odora la soave fragranza e decide di conservare l’umanità sopra la terra. E’ come se fra i due, Noè e Dio, si intrecciasse un dialogo di sentimenti espresso nei gesti. E questa è la liturgia dell’alleanza: uno scambio, una reciprocità che ha molto di familiare, di amichevole. E Dio nel suo amore diventa debole, passa alle promesse. Una volta che Dio ha promesso, Dio non si ritratta più. Mantiene la sua parola fino in fondo. Rinnova il patto: “io stabilirò la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi…Io stabilisco la mia alleanza con voi…” e ne precisa i termini, e dà un segno che suggella l’alleanza: l’arcobaleno. Suggella l’alleanza, e nello stesso tempo ricorda, a lui che lo ha sospeso nei cieli, il patto che lui stesso ha stretto con gli uomini. Splendida semplicità del linguaggio antropomorfico ancora una volta: “L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra” (Gen 9,14). Come se Dio, davanti ai tradimenti dell’umanità, avesse bisogno di un pro-memoria per ricordare la sua promessa, il suo amore, la sua fedeltà, mentre san Paolo ci assicura:” se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché Dio non può rinnegare se stesso” (2 Tim 2,13). Le nostre infedeltà non fanno infedele Dio. Però io posso rifiutare la salvezza che Dio mi offre e posso rinnegare l’amicizia con Cristo. Allora nel punirmi, Dio non fa che ratificare la mia libera scelta. Ma non si riprende l’amore che mi ha giurato. Con Abramo l’alleanza sembra passare il segno. Non per niente si arriverà a dire: “il Dio di Abramo”. Dio se lo sceglie facendolo uscire da Ur (Gen 11,10-31), lo guida per itinerari sconosciuti: “e partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Fin dai primi approcci Dio gli fa delle promesse esaltanti: “farò di te un grande popolo, ti benedirò, renderò grande il tuo nome…” e, arrivato a Sichem, “alla tua discendenza io darò questo paese…” (Gen 12,1-7). Le vicende si susseguono nello scorrere degli anni. E Dio gli riparla promettendogli una posterità innumerevole. Umanamente sembrerebbe la beffa nei confronti di un nomade ricco solo di bestiame, senza fissa dimora, senza figli, e con una moglie vecchia e senza speranze di maternità. Come si fa a credere nel grandioso avvenire promesso? Eppure Abramo, che per certi versi potrebbe dirsi un fallito, continua a prestare ascolto a Dio e a credere in lui. Quando Jahwé gli mostra le stelle nel cielo come promessa di discendenza, Abramo crede al Signore, e il Signore glielo accredita a giustizia (Gen 15,6). La sua fede ha superato la soglia dell’irrazionale; Dio lo ripagherà.


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Quando ha già novantanove anni, e Dio gli riparla di alleanza, Abramo si prostra e ne accetta le condizioni: “Io sono Dio onnipotente cammina nella mia promessa e sii perfetto – stabilirò la mia alleanza fra me e te… - e stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione , quale alleanza perenne…” e poi la grande, divina parola: “ut sim Deus tuus”, “per essere il tuo Dio” (Gen 17, 1-7 passim). Anzi: “tuo e delle tua discendenza dopo di te…”. Ma, a suggello di questa alleanza, ci sarà il compimento di un rito: “sarà circonciso ogni vostro maschio” (Gen 17,10). L’alleanza è segnata da un battesimo di sangue. Un giorno, sul Calvario, un altro battesimo di sangue riscatterà l’umanità intera e la rimetterà a Dio purificata, suggellando così la “nuova ed eterna alleanza”, mistero di fede talmente oltrepassa le categorie umane. Ma già l’alleanza con Abramo aveva una dimensione senza misura. Non si limitava al patriarca fedele, ma ne abbracciava l’intera stirpe, coi suoi buoni e i suoi cattivi, le sue fedeltà e i suoi tradimenti, i suoi sacrifici d’adorazione e i suoi riti di perversione. Purché si riprendessero, purché si sforzassero di camminare davanti al Signore tenendosi puri e osservando i termini del patto. Di tutto il trattato di questa alleanza con Abramo, mi sembra che la parola più bella, il contenuto più grande, sia qui: “ut sim Deus tuus”. Che io sia il tuo Dio e il Dio dei tuoi posteri. Essere Dio per qualcuno! Fare che l’uomo possa dire: Dio, Dio mio! Come se Dio diventasse suo possesso, sua proprietà. Quando i patti arrivano al loro compimento, alla loro realizzazione, da una parte e dall’altra si può spingere oltre. E Dio chiede Isacco in olocausto.. E Abramo si dispone a sacrificarglielo, sacrificandogli la sua paternità e il sogno di una posterità numerosa come le stelle del cielo. Siamo nell’ambito della fede pura, dello spogliamento totale di sé. E così Dio potrà dire: “tu Israele… discendente di Abramo mio amico… ti ho scelto. Non ti ho rigettato. Non temere perché io sono con te; non smarrirti perché io sono il tuo Dio…” (Is 41,8-10). Dio amico dell’uomo impersonato da Abramo… E il popolo imparerà così bene questa debolezza di Dio, che per ottenere il suo aiuto implorerà: “Ricordati di Abramo, di Isacco e di Giacobbe tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso…” (Es 32,13). Prima di lasciare Abramo vorrei rilevare qualche aspetto di questa alleanza-tipo di grande valore simbolico, segnata da un suo rituale: giuramenti da parte di Dio, offerte sacrificali da parte dell’uomo. Dio elegge Abramo, Abramo cercherà di tenersi davanti a Dio in purità interiore; Dio renderà Abramo consapevole di coinvolgere con sé una posterità innumerevole: Abramo crede in Dio con una fede instancabile, tutta fiducia e abbandono in lui: Dio lo mette alla prova; Abramo risponde con la liturgia suprema del sacrificio di sé nell’olocausto di Isacco; Dio benedice con ogni benedizione Abramo e tutta la sua posterità, e nel suo seme benedirà tutte le nazioni. Ognuna di noi può riconoscere forse, adombrati in questa storia davvero emblematica, momenti analoghi della propria avventura con Dio. Poi dopo vicende controverse e varie, gli Israeliti sono usciti dall’Egitto, sono arrivati al deserto del Sinai, ai piedi del monte. E il Signore dà subito a Mosé un messaggio per il


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popolo: “Se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me un tesoro particolare fra tutti i popoli… Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa…” (Es 19,5-6). Dio rinnova l’alleanza con un rituale spettacolare, fra lampi e tuoni, e nube densa e suono di tromba, e fuoco e terremoto. Jahwé deve ricorrere alla violenza degli elementi per imprimere il senso della sua trascendenza nelle coscienze di un popolo di dura cervice, esaltato dall’ubriacatura della propria libertà. Jahwé detterà i suoi comandamenti, legge severa e austera. Ma il suo amore si manifesta sempre: “Io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso” (Es 20,5) che vuol dire: ti amo. Non ti perderò impunemente, non ti cederò a nessuno: semmai, sarai tu ad andartene, per tua stessa scelta. E Mosé preciserà nel Deuteronomio: “E ora, o Israele, che cosa chiede a te il Signore tuo Dio se non di temere il Signore tuo Dio, di seguire tutte le sue vie, di amarlo e servirlo con tutto il cuore e con tutta la tua anima, di osservare i suoi precetti…? Ecco, il cielo e i cieli dei cieli, la terra e quanto è in essa appartengono al Signore tuo Dio; eppure il Signore si è unito ai tuoi padri per amore loro, e ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi…” (Deut 10, 12-15). Dio si fa persino allestire una dimora portatile per accompagnare Israele attraverso il deserto: la tenda del convegno. Là, Dio scende a parlare con Mosé, a faccia a faccia, come un uomo che parli a un amico (cfr Esodo 33,11): “Io parlo con lui, a bocca a bocca, chiaramente e non per enigmi; egli contempla la sembianza del Signore” (Num 12,8). L’alleanza con Mosé si esprime ormai in termini di amicizia. E la tenda rimane il luogo dell’incontro con Dio, e “chiunque ricercava il Signore usciva verso la tenda del convegno” (es 33,7). A tu per tu con Mosé, nella solitudine del Sinai, Dio dirà il proprio nome, autodefinendosi “Il Signore, il Signore. Dio di pietà e misericordia, lento all’ira e ricco in grazia e fedeltà…” (Es 34,6). E più oltre: “Vivrò in mezzo a voi, sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Lev 26,12). Questo del “vivere in mezzo a voi” è una connotazione tipica dell’amore. Trovarsi insieme, restare insieme… Già a Giacobbe, che esitava a seguire i figli in Egitto, Dio aveva detto: ci vengo anch’io con te, e poi ti riconduco indietro (cfr Gen 46,4), Come se non avesse altro da fare, lui che regge e governa l’universo. Invece Dio si occupa in particolare dei suoi alleati. Al punto che, la notte in cui il popolo ebraico deve uscire dall’Egitto, Dio veglia con lui: “Fu una notte di veglia per il Signore, quando li fece uscire dal paese d’Egitto” (Es 12,42). Vorrei riassumere tutto quanto abbiamo detto, con le parole di Isaia: “Oracolo del Signore [e questo, lo sappiamo, è la firma di Dio]: Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno. Se dovrai passare in mezzo al fuoco non ti scotterai; la fiamma non ti potrà bruciare, perché io sono il tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore…Ho dato l’Egitto come prezzo per te… perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Non temere perché io sono con te…” (Is 43,1-5). Acqua… fuoco…Egitto… non sono soltanto le difficoltà inevitabili della vita; sono anche le nostre colpe, i nostri tradimenti, le nostre fughe… i nostri piccoli e grandi adulteri, sui quali la misericordia di Dio è sempre pronta a stendere il manto del perdono per una alleanza


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rinnovata. Come nella vicenda di Osea, ricca di simbolismo: Osea ha sposato una donna infedele; il profeta la riscatta, la riporta a casa, le impone un periodo di penitenza per poi ridarle il suo posto in casa: Nella propria esperienza coniugale, il profeta legge il mistero dell’alleanza sponsale che Dio ha stretto col suo popolo, il tradimento del popolo, il castigo con cui Dio lo purifica, il rinnovarsi dell’incontro d’amore: “…io la sedurrò, la ricondurrò al deserto e parlerò al suo cuore… Là ella canterà come ai giorni della sua giovinezza, come il giorno in cui salì dalla terra d’Egitto. In quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerà ‘mio marito’… Io ti unirò a me per sempre; ti unirò a me nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore; ti unirò a me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore” (cfr Os 2,1622). Passano i secoli e viene il tempo in cui questa unione e questa conoscenza del Signore passano dal simbolo profetico al segno storico e si realizzano in maniera ancor più visibile e concreta attraverso il mistero della croce, per rinnovarsi poi ad ogni sacrificio eucaristico: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è sparso per voi” (Lc 22,20).Anche noi siamo state e siamo a volta a volta Adamo, Noé, Abramo, Mosé e Osea, oggetto-soggetto della divina alleanza, coi risvolti che essa può assumere secondo i progetti d’amore di Dio o il peso delle nostre infedeltà. E nello stesso tempo così diverse da Adamo, Noé e tutti gli altri, dal momento che siamo state “elette ad essere le vere e intatte spose del Figlio di Dio”, e che i termini della nostra alleanza sono quelli di una relazione sponsale, con tutte le implicazioni che essa di pieno diritto comporta. Queste implicazioni fatte d’amore, di tenerezza, d’ascolto, di fedeltà d’attuazione, di dedizione nello spogliamento di sé, se le viviamo davvero da spose avranno una loro fecondità così come ogni alleanza sponsale che raggiunga la propria compiutezza nella maternità. Orsolina, sposa e partner di Cristo, butta via la paura del suo amore e dei momenti d’intimità con lui, ricupera consapevolmente e coraggiosamente la tua identità, accetta di esserne testimonianza in un mondo indifferente e materialista, va’ contro vento al soffio dello Spirito, e nel suo amore ritornerai ad essere madre per l’umanità di oggi e per quella di domani. Torneremo a cantare: “Filiae tuae de latere surgent… tunc videbis et affluens… et dilatabitur cor tuum quando conversa fuerit ad te multitudo…”


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28. LA “ALLEANZA MERICIANA” NEL PRIMO RITUALE Brescia 1994

Un’alleanza si codifica in un trattato, cioè in un atto giuridico che fissa norme diritti e doveri dei contraenti. Per quanto attiene alla sostanza e alle finalità dell’alleanza che Cristo offre alla Compagnia di Sant’Orsola, e che la Compagnia di Sant’Orsola accetta, Angela Merici ha provveduto lei direttamente a stipulare il documento ufficiale, che si chiama Regola della Compagnia di Sant’Orsola, Quanto alle forme espressive in cui tradurre formalmente i termini e gli impegni sottesi al patto, vi invito a considerare con me in quale modo le prime orsoline, le secolari, interpretassero e visualizzassero questi termini. Mi riferisco al Rituale pubblicato probabilmente nel 1572 col titolo: “Ordine et cerimonie che si fanno con le vergini che vogliono entrar nella Compagnia di S. Orsola di Brescia”. Sappiamo bene che esso non è stato dettato dalla Madre, però rispecchia la sua spiritualità, l’interpretazione che dovevano averne dato fin dalle origini i membri della Compagnia, e il riflesso che quella spiritualità doveva avere nella loro vita quotidiana. La ripartizione in tre periodi del tempo destinato alla preparazione deriva da una prescrizione del Concilio di Trento circa la vita religiosa: corrisponde del resto a esigenze di buon senso, ma anche alla pedagogia divina, la quale procede per gradi. Dio non sempre agisce come ha agito con Paolo di Tarso sulla via di Damasco! Non si arriva di colpo alla stipula di una alleanza né a un contratto di matrimonio! Come direbbe il cardinal Martini, ciò che ci definisce come spose, ciò che costituisce il nostro orizzonte di vita, è il nostro esistere in relazione a Cristo, in virtù di un reciproco atto gratuito. “E’ il mistero dell’Alleanza la cui formula fondamentale è: Io sono il tuo Dio, tu sei il mio popolo… Io sono tuo e tu sei mio…”. Ma quanto è lunga, generalmente, la strada per arrivare a capire esattamente le implicazioni di questa reciprocità di donazione e di appartenenza! [La presentazione] Ecco come il primo Rituale della Compagnia tratteggia il profilo delle candidate alle nozze quando si accingono al primo passo. Si tratta di una premessa introduttiva di capitale importanza; contiene i principi basilari dell’alleanza secondo la concezione mericiana sotto l’ispirazione di Dio. Sono gli stessi capisaldi che reggono l’intera Regola della Compagnia: “Tutte quelle vergini che, mosse per proprio e per celeste spirito, lasciano da una parte le vanità del mondo e le sensualità carnali, e dall’altra parte vestendosi di pazienza, obbedienza e umiltà, e solamente innamorandosi ardentemente di Gesù salvatore dell’universo e quello accettato per suo carissimo Sposo, desidereranno entrare nella presente Compagnia delle spose di Gesù…” I costitutivi dell’alleanza orsolina ci sono tutti: una proposta nuziale che viene da Dio stesso: la risposta dell’Orsolina mossa dallo Spirito Santo; l’accettazione di Gesù come


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sposo… I due contraenti, firmatari del patto, sono Dio e la Compagnia delle spose di Gesù. Da questa alleanza derivano l’identità dell’Orsolina e il suo programma di vita; qui prende tutto il suo significato il nome che Angela attribuisce a Cristo: : l’”Amatore”. Di qui l’origine delle nostre certezze , e quindi della gioia mericiana, perché Dio che l’ha proposta non si rinnega mai, non torna mai indietro. E anche le implicazioni dell’alleanza ci sono tutte. Basta considerare il profilo dell’Orsolina che ne risulta, la definizione della sua identità: vergine, cioè donna dal cuore indiviso e tutta protesa verso il Cristo-sposo; in risposta all’iniziativa di Dio; sostenuta dalla sua capacità di determinazione; libera dai criteri di valutazione puramente umani; in un costante sforzo di virtù; ma soprattutto innamorata ardentemente di Gesù salvatore dell’universo, accettato come Sposo carissimo; presa dal desiderio di essere una delle spose di Gesù… La sintesi della spiritualità mericiana mi pare completa e perfetta, così come mi pare esaltante la definizione della Compagnia di S. Orsola: Compagnia delle spose di Gesù. La nota della sponsalità qualifica dunque il tipo di alleanza che si stabilisce fra Cristo e l’orsolina, fra Cristo e l’intera Compagnia. Seguendo il Rituale, una prima condizione per accedere alla alleanza sponsale con Cristo consiste nell’acquisizione della pazienza, dell’obbedienza e dell’umiltà: tre virtù che oggi la nostra mentalità secolaresca, il nostro personalismo esasperato, la nostra smania di rivendicazioni hanno svalutato e persino rinnegato. Invece indicano che, se una ha scelto Cristo come punto di riferimento, assume queste apparenti limitazioni umane (pazienza, obbedienza, umiltà) come le ha assunte Cristo stesso; allora, conformandosi a Lui per amore, le abbraccia e le pratica trasfigurandole nello spirito delle beatitudini. Si profila già dall’inizio quella identificazione della sposa con lo Sposo alla quale deve condurre un vero amore nuziale. Perdersi l’uno nell’altro per ritrovarsi più e meglio se stessi. Vorrei far notare che la presentazione della candidata avviene alla presenza anche dei familiari, così che siano anch’essi istruiti sullo stato di vita scelto liberamente dalla vergine, e quindi si impegnino da parte loro a rispettarla e ad assecondarla. [L’accettazione] Superato il periodo dell’approccio, cioè il momento della reciproca conoscenza, la vergine secondo il Rituale deve sostenere un severo esame per ottenere l’ammissione al secondo grado della formazione. Viene accettata solo colei che è stata devota, umile, obbediente, modesta, di buon esempio, perseverante nella preghiera, osservante della Regola. E’ respinta colei che è stata negligente nella preghiera, poco fedele alla pratica della mortificazione, desiderosa di cose mondane, trascurata nell’obbedienza, non osservante della Regola… Sono gli elementi in base ai quali si è respinte, oppure ammesse al primo passo ufficiale verso la firma dell’alleanza. Pesando le parole, si rileva che non basta aver perseverato nella preghiera: bisogna esserci state attente e attive, “vigilanti”, cioè sempre in attesa dello Sposo; non basta aver praticato la mortificazione, se questa non è stata accompagnata da una sollecitudine d’amore; e l’obbedienza ha dovuto essere umile, non forzata o ostinata e nemmeno puramente formale; e le difficoltà devono averci trovate pazienti, cioè disposte all’accettazione. E il movente di


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questi atteggiamenti interiori, il loro incentivo, dev’essere il fervore, cioè l’ardore, il calore umano nell’amore incontro al Signore. Questo secondo esame costituiva per la vergine un passo ufficiale di grande responsabilità tant’è vero che si svolgeva alla presenza dell’intero governo. L’alleanza infatti non è un fatto puramente personale, un’intesa fra me e Dio, ma fra me orsolina nella Compagnia delle spose di Gesù, e Dio. Quindi è giusto che colonnelle e matrone vengano interpellate a una a una ed esprimano il loro giudizio di valutazione. Solo dopo un giudizio positivo la vergine viene ammessa, accettata. E tuttavia l’accordo non è ancora definitivo. Siamo nel periodo del fidanzamento. Un fidanzamento ufficiale, che verrà ratificato nella festa di Santa Caterina, nella chiesa della Compagnia, dopo la celebrazione eucaristica. Ma soltanto fidanzamento. Un gesto vorrei rilevare in questa celebrazione: le vergini ammesse sono invitate ad inginocchiarsi sul gradino più basso dell’altare. L’alleanza non è ancora compiuta. Non siamo ancora alle nozze. [L’accoglienza] E finalmente arriva la loro ora e ancora una volta nella festa di santa Caterina. Arriva per coloro che le governatrici , le superiori locali e le formatrici avranno giudicate essere “totalmente stabilite nell’ardentissimo amore del Signore”. Perché questa è la condizione irrinunciabile dell’alleanza mericiana di Dio. La cerimonia nuziale avviene di fronte a tutti i membri della Compagnia. Si apre al canto del “Veni Creator”: quanto spazio Angela ha dato allo Spirito Santo nella sua vita, e quanto ne chiede per lui alle sue figlie! Lo Spirito rimane il garante della alleanza, colui che, momento per momento, parlando dentro di noi, ispira parole, comportamenti. Segue poi la messa cantata. All’Offertorio, dopo l’esortazione tenuta dal celebrante la sposa si prepara a donarsi, mentre si invoca la protezione di tutti i Santi col canto delle litanie. Si canta poi l’inno “Jesu corona virginum”, con l’accompagnamento dell’organo. Da notare la solennità festosa dell’accompagnamento musicale prescritto dalla rubrica. Seguono la benedizione e la consegna di oggetti che nel loro simbolismo adombrano una realtà di vita; la loro figura significa una testimonianza personale: candela, cintura, crocifisso, corona nuziale esprimono modalità e stile dell’alleanza. Per ognuno di questi segni c’è una benedizione ed una ammonizione, che il celebrante recita in latino ma che io vi riassumerò in italiano. Le benedizioni vengono impartite sugli oggetti mentre l’assemblea si tiene nella navata della chiesa. La loro consegna comporta un altro gesto assai significativo. La vergine, che nella celebrazione del suo fidanzamento ufficiale si era inginocchiata sul gradino più basso dell’altare, ora che s’avvicinano le nozze al canto del “Veni sponsa Cristi” ascende fino al gradino più alto, più vicino all’altare. L’incontro con lo Sposo è imminente. [Il cero] Il Celebrante procede alla benedizione del cero e prega:”Quel cero che è dato al genere umano per dissipare le tenebre, Dio lo benedica. Siano preservati dal principe del


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male e dai suoi ministri i luoghi ove esso verrà acceso. Le forze del male non osino far danno ai loro abitanti”. Poi, consegnando la candela accesa, ammonirà: la vergine “Riceva la lampada e la custodisca irreprensibile, e così custodisca anche la sua innocenza fino alla venuta ultima dello Sposo. Allora gli andrà incontro nella celeste gloria”. Ricorre alla mente il versetto di Matteo: “Risplenda così la vostra luce davanti agli uomini affinché, vedendo le vostre buone opere, glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). E vengono alla mente le esortazioni di Angela a dare il buon esempio e a comportarsi in modo da edificare. Edificare vuol dire costruire, far crescere nell’altro il bene. Cioè far crescere il Cristo nell’altro. Non possiamo dimenticare che un’alleanza sponsale si compie e si completa nella maternità. E che per noi la maternità si realizza nello spirito e per l’azione dello Spirito Santo in noi. Quando accendiamo un cero per pregare, quando guardiamo le candele accese in cappella, cerchiamo di ricordare che abbiamo il dovere di irradiare intorno a noi, secondo ogni nostra possibilità, la luce della grazia e della gioia: la luce della fede nell’amore di Cristo. [La cintura] Ora il Celebrante benedice la cintura, prescritta dall’Ordinanza nell’aprile 1546 come segno di vera continenza e d’appartenenza alla Compagnia. “Su questo simbolo di mortificazione, frutto del lavoro umano, Dio onnipotente, datore d’ogni dono e d’ogni bene, faccia scendere la sua benedizione. E la forza dello Spirito Santo benedica, santifichi e custodisca queste cinture. Coloro che le portano siano al cospetto di Dio irreprensibili ed immacolate e possano meritare l’aiuto della sua misericordia”. La monizione si rifà a Lc 12,35: “Siano cinti i vostri lombi e siano ardenti le lucerne nelle mani vostre”. “La vergine di S. Orsola che cinge la cintura e la porta come segno di continenza davanti al mondo, ottenga la grazia della santificazione personale e sia trovata pronta al grande passo, coi fianchi cinti e la lampada accesa, quando il Signore busserà alla sua porta”. Questa cintura rappresenta la mortificazione che deve segnare la nostra vita; Angela afferma che il digiuno materiale favorisce la purificazione interiore e dispone alla preghiera. E suggerisce digiuno e preghiera per attirare la misericordia di Dio sull’umanità peccatrice. Inoltre bisogna offrire digiuno e preghiera per ottenere una nuova effusione di Spirito Santo sulla Chiesa e sugli eletti di Cristo. La penitenza per amore, la penitenza volontaria e gratuita, fatta anche delle nostre piccole cose, è il contributo che dobbiamo versare noi, la nostra partecipazione in solido al capitale costituito dal sangue che il nostro Sposo ha versato per la redenzione dell’umanità. E’ in questo modo che noi realizziamo la “comunione dei beni” che si usa fra i coniugi che si amano e si danno reciprocamente fiducia. [Il crocifisso] Veniamo alla consegna del crocifisso, distintivo ufficiale della alleanza. Il rosario di sant’Angela non aveva il crocifisso poiché ai suoi tempi i crocifissi di devozione personale ancora non esistevano, se non in materiale pregiato ed erano rarissimi. Ma all’epoca del Rituale il crocifisso era già un oggetto abbastanza diffuso. La novella sposa può dunque ricevere l’immagine del suo Sposo, ritratto per sempre nel gesto che lo fa salvatore e quindi signore del genere umano. Benedicendo il crocifisso, il celebrante domanda a Dio che esso sia strumento di salvezza per il genere umano e segno di redenzione della anime, oltre che


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conforto e protezione: forse a sottintendere che al vergine consacrata non è consacrata solo per se stessa, non può limitarsi a santificare se stessa. E’ come l’offerta sull’altare, che è là per l’intero genere umano. E’ la sposa che non può chiudersi in se stessa e nella propria felicità, ma deve aprirsi alla maternità se vuol pienamente realizzarsi nel suo nuovo destino. Consegnandole il crocifisso, il Celebrante le ricorderà che quella è l’immagine di Cristo. Ed è così che la vergine lo deve contemplare e portare nel cuore: “Solo questo ti è necessario… hai scelto la parte migliore che non ti sarà mai tolta in eterno”. Quando la vergine va sposa e a partire da quel momento non definisce più se stessa se non in relazione a Cristo, ne porta l’immagine in cuore. E Cristo le dice: “io sono tuo e tu sei mia!”. E lei gli fa eco: “io sono tua e tu sei mio!”. Questa alleanza, sancita dalla Chiesa al momento della sua consacrazione, durerà nei secoli eterni. [La corona] E veniamo ora alla visualizzazione dell’aspetto forse più poetico e più gioioso del contratto: la corona nuziale. Riallacciamoci ad una antica tradizione, il Celebrante benedice una corona di fiori da porre sul capo della sposa. Confesso che mi ha sempre sorpresa la frase iniziale dell’Oremus: “Benedic, Domine, coronas istas ut sint remedium salutare generi humano…”. Sono le medesime parole con cui si apre anche la formula di benedizione del crocifisso. Con una trasposizione ardita, la medesima funzione sacrale viene attribuita e al crocifisso e alla corona nuziale, entrambi simbolo e segno della nostra sponsalità con Cristo. Quasi ad affermare che, nel momento in cui Cristo ci associa indissolubilmente a sé col vincolo nuziale, anche il dono totale di noi stesse unito insieme alla sua passione ed offerto con esso al Padre, diventa “strumento di salvezza per il genere umano…”. E questo ci aiuta a comprendere che la nostra nuzialità si compie in maniera stupenda nella maternità spirituale. La formula dell’incoronazione, gravida a sua volta di implicazioni e di promesse, recita: “Piglia il segno di Cristo sopra il tuo capo, acciò tu sia sua sposa. E, se rimarrai in Lui, sarai coronata con la corona dell’immortalità”. [Fine del rito] Riprende il Rituale: “Poi riverentemente si ritirano dall’altare. E il reverendo Padre prosegue a cantare la messa fino alla fine. Finita la messa, tutte le ricevute ascendono di nuovo all’ultimo gradino della predella dell’altare; e così, con grandissima reverenza e devozione ricevono dal Padre il Santissimo Sacramento”. E’ l’incontro intimo con lo Sposo. Una intimità destinata a durare fino alla morte; una intimità che conoscerà gioie e rinunce, sforzi e debolezze, dialoghi e silenzi, ma conformerà giorno per giorno la sposa allo Sposo se lei cercherà di attuare i patti dell’alleanza sponsale attraverso l’osservanza della Regola. Siamo alla conclusione del rito. La Sposa, che era stata invitata all’altare col canto “Veni, sponsa Christi, accipe coronam quam tibi Dominus praeparavit in aeternum”, viene ora lanciata verso la sua avventura d’amore con un canto di congedo: “Vade, sponsa Christi, et sis humilis, et obediens usque ad mortem, ut Christo complaceas in aeternum. Alleluia!”. “Va’, sposa di Cristo, e sii umile e obbediente fino alla morte, così che tu possa piacere a Cristo in eterno. Alleluia!”. Si tratta, ora, di vivere l’alleanza: l’avventura d’amore dell’orsolina.


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29. “ECCE”… “FIAT”… Assisi 1990

Vi chiedete forse perché questa Annunciazione nella sala. Perché Maria, vera e intatta sposa dello Spirito Santo quaggiù, e in cielo regina gloriosa, ci dà una lezione di capitale importanza, proprio al suo primo apparire nel vangelo di Luca. In una circostanza imprevista e imprevedibile che l’ha colta di sorpresa ha veduto un angelo; con rapido discernimento ha capito che veniva da Dio, ha compreso il messaggio che le portava e ha pronunciato due parole sublimi, che sono alla radice della storia della nostra salvezza: “ecce”, “fiat”. “ecce” era il “sì” di un consenso nuziale, era la premessa necessaria al compimento della volontà divina; ma “fiat” era ancora di più. Era il lasciarsi prendere, il lasciarsi possedere, il lasciarsi “fare” da Dio fino a che fosse interamente compiuta l’opera da Lui progettata. Era la consumazione consapevole dell’atto d’amore nuziale, era l’aprirsi alla maternità. Era accettare liberamente le implicazioni del “sì” nuziale, e accettarle pienamente, senza porre limiti al partner della sua vita. Dio imprevedibile nella sua creatività, imprevedibile nei suoi disegni d’amore, imprevedibile nel suo progetto di salvare il mondo. L’”ecce” era dunque il consenso nuziale, il primo passo nel cammino della redenzione. Dio aveva trovato “la donna” che aveva detto di sì. Ma il “fiat” era l’accettazione nelle proprie carni del piano di Dio; era l’abbandonarsi interamente al suo beneplacito, il lasciarsi far madre del Figlio dell’Altissimo, il lasciarsi coinvolgere a fondo in una avventura di cui era impossibile ogni previsione e ogni valutazione. La sposa del Dio-amore, nell’oscurità luminosa della fede, accettava di abbandonarsi alla sua azione. Non sapeva di offrirsi al dolore. Accettava la maternità come conseguenza del dono di sé. Madre del Messia atteso dalle genti, ma avvolto di mistero. E Maria deve aver sentito su di sé gravare quell’ombra dello Spirito Santo che l’Angelo le vaticinava. L’ombra che già la avviluppava senza che lei potesse capire come: “Quomodo fiet istud?” “Come avverrà?”. Maria firmava un contratto in bianco: Dio ci avrebbe scritto una sequenza di difficoltà, di disagi, di dolori e di incomprensioni, fino alla morte di quel figlio, fino alla sua morte nel cuore, ai piedi della croce. Ma intanto Maria diventava Madre del Redentore, vera “madre di tutti i viventi”, nell’attesa di divenire “Madre della Chiesa”. E’ per quelle due parole, per ciò che è sotteso a quelle due parole e per ciò che ne consegue, che ho desiderato avere qui l’annunciazione. Perché quelle due parole possono adombrare ed esprimere la vita dell’Orsolina se è vissuta secondo l’insegnamento di Angela Merici, e cioè da sposa aperta alla maternità. Quelle due parole dicono quale dovrebbe essere il nostro atteggiamento nelle diverse circostanze della vita, quelle programmate e quelle che ci colgono di sorpresa: “ecce”: il nostro “sì” nuziale; “fiat” , il nostro entrare volutamente nel gioco di Dio per lasciarsi “fare” da Lui in una relazione sponsale consapevole assunta e portata fino alle estreme conseguenze. Perché non basta aver detto di sì, se quel sì non s’incarna in un prolungamento in noi del mistero di Cristo: mistero d’amore, di dolore, di redenzione: “Et Verbum caro factum est”. E’ soltanto dopo quell’”ecce” e quel “fiat” che il farsi della volontà di Dio in Maria, il farsi della “parola” di Dio in Maria prende carne e natura umana nelle sue viscere. “E il


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Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Nell’”ecce” nuziale si incontrano la proposta di Dio e la risposta di Maria; nel “fiat” dell’adesione irrevocabile e assoluta al piano d’amore di Dio si celebra e si compie in lei il miracolo divino dell’incarnazione. La sua maternità consente la comunione dell’Uomo-Dio con l’umanità. Maria diventa in pienezza creatura di comunione, di partecipazione. Maria diventa così il prototipo – perfetto perché “fatto” da Dio stesso col consenso di lei – il prototipo della consacrata chiamata a vivere nella vita comunitaria e a far conoscere Gesù alle genti. Dal sì nuziale, al fiat sponsale, all’incarnazione di un figlio offerto come dono, come buona novella, come redenzione all’umanità intera, Maria – creatura di comunione con Dio e di comunione con l’umanità – diventa il nostro modello per i nostri sì, per i nostri fiat, per quella nostra relazione sponsale con Cristo che ci deve condurre alla maternità. Con l’avallo sottoscritto da un esperto, teologo e mistico com’era, padre Valentino Macca, noi affermiamo con pudore, con trepidazione, con gioia e anche con rimorso, che il nostro carisma (io direi, l’aspetto principe del nostro carisma, che diventa il perno della nostra spiritualità) è quello di rendere presente nella Chiesa il volto del Cristo-sposo, prima di tutto attraverso il nostro essere spose, e poi con la testimonianza di una vita fatta di relazione sponsale: quella relazione sponsale alla quale Lui stesso ci ha chiamate. Da questa vocazione nasce per noi una grande responsabilità verso Cristo e verso la Chiesa; da qui nasce anche la nostra responsabilità nei confronti della società umana alla quale Dio ci invia per portare Cristo. Perché è per questo che Dio ha fatto le Orsoline. Perché fossero madri nello spirito e aiutassero Cristo a crescere negli uomini. Dall’intimità con Dio viene la fecondità del nostro essere. Del nostro essere, non del nostro fare. Il nostro ascolto di Dio, la nostra accoglienza alle sue proposte, il nostro vivere d’ogni momento dovrebbero avere questa connotazione, propria dell’Orsolina; questa connotazione che segnava intensamente, profondamente la nostra madre sant’Angela caratterizzando inconfondibilmente la sua spiritualità e che lei ci ha trasmesso come carattere genetico primario: Sposa del Figlio dell’Altissimo. La maternità spirituale non ne è se non la naturale conseguenza. Ogni evento, ogni momento della nostra vita dovrebbero essere occasione di un incontro nuziale con Cristo, e poi l’amore e la volontà dovrebbero prolungare quell’incontro e portare all’approfondimento dell’intimità con Lui, e poi il frutto di questa intimità dovrebbe riverberarsi nell’ambito comunitario e riversarsi nella nostra azione apostolica. Questa dovrebbe essere l’Orsolina: una donna innamorata di Dio, che reagisce in ogni evento con un “ecce” e un “fiat”, e li lascia tradursi, incarnarsi in una presenza più libera e più operante di Cristo dentro di sé. Quella presenza che la fa madre secondo lo spirito. E’ quella presenza libera e operante di Cristo che oggi tante giovani di buona volontà vanno a cercare nei monasteri di clausura. Perché là tutto è finalizzato, vistosamente finalizzato all’intimità con Dio. Ma perché noi non dovremmo testimoniare che anche nella nostra vita di orsoline tutto è finalizzato all’intimità sponsale con Cristo, e che la nostra fraternità comunitaria e la nostra azione apostolica non ne sono che la dimensione visibile e partecipata, il riflesso e la conseguenza di quella intimità? Forse anche noi facciamo qualche confusione…Ci siamo preoccupate della professionalità, dell’efficienza per rispondere alla “domanda di mercato” come si suol dire, facendo fronte alla concorrenza, o per rispondere ai bisogni della Chiesa locale. Lo abbiamo fatto generosamente, eroicamente perfino, da suore… stavo per dire “generiche”, dimenticando forse che abbiamo una fisionomia specifica. La particolarità che ci qualifica è


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inconfondibile, di una attualità sconcertante: proclamare l’amore sponsale di Dio per la sua Chiesa, l’amore sponsale di Dio per l’umanità in genere, l’amore sponsale di Dio per l’Orsolina in specie. Questo amore è il perno su cui si incentra tutto il messaggio mericiano. E noi dobbiamo darne testimonianza con la dimensione contemplativa della nostra vita quotidiana, un po’ sull’esempio della beata Maria dell’Incarnazione. Ho letto testimonianze di claustrali, ne ho ascoltate alla radio: donne che hanno scelto le clarisse o le carmelitane perché in quella forma di vita potevano incontrare Cristo come amore assoluto della loro vita. Avrebbero potuto incontrare Cristo come amore assoluto anche in noi se noi avessimo mediato l’incontro. Non basta qualificarsi solo come religiose educatrici: ce ne sono tante altre! e nemmeno basta dare una testimonianza di vita evangelica integrale o di dedizione nel campo sociale. Il cristianesimo vissuto integralmente lo possono trovare anche in parrocchia, in un gruppo neocatecumenale… la sollecitudine per i poveri, i malati, gli emarginati la possono trovare anche nel volontariato o nelle strutture assistenziali che offre la nostra società… la cultura è in mano anche a tanti laici che la trasmettono forse con maggior competenza di noi… Quello che oggi soprattutto può affascinare una ragazza è un modo di vivere e di pregare che sia una testimonianza d’amore; un amore che non sia solo un “voler bene”, ma un amore di donna, ricca di tutta la sua femminilità e votato a Dio nella verginità del cuore indiviso. Noi, che ci sforziamo di camminare sulle tracce di sant’Angela, per fedeltà alla Madre e alla vocazione dell’Istituto siamo “mandate” ad aiutare le giovani particolarmente sensibili ai valori dello spirito a comprendere che il cuore umano è inquieto fino a che non riposi in Cristo, e che questo riposo in cui possono placarsi gli impeti della carne e le più profonde aspirazioni del cuore è una relazione sponsale con Cristo. Cristo incontrato alla maniera orsolina, da spose. Ma… noi stesse lo conosciamo a fondo questo aspetto del nostro carisma? Conosciamo a fondo la spiritualità mericiana, con le sue implicazioni e le sue conseguenze? Certo che sì. Ma forse non sarà inutile ripassare questa lezione. Cercheremo di ripassarla nel corso di queste giornate, sotto la guida della nostra madre sant’Angela. Ho fatto cenno inizialmente alla Madonna dell’Annunciazione. Bene! Quando l’angelo del cielo porta a Maria la “buona novella” che le sconvolge la vita, non è lui, il messaggero, a sconvolgerle la vita. E’ Dio stesso che si china su di lei; Dio-Trinità che fa il suo primo ingresso nel Vangelo di Luca. L’Altissimo invia l’annuncio; lo Spirito Santo copre Maria della sua ombra, il Figlio dell’Altissimo prende natura umana nel grembo della donna. Il mistero dell’incarnazione si compie. I Tre, nel loro mirabile consiglio, riscatteranno l’umanità peccatrice attraverso la maternità di Maria e il sacrificio di Cristo. Abbiamo mai riflettuto sulla prima riga della Regola di S. Angela secondo il manoscritto trivulziano? “Nel nome della beata e indivisa Trinità”. Punto. Ebbene: quella è la dichiarazione che siamo di fronte alla “nostra” annunciazione. Tutto il testo della Regola sarà il messaggio che Dio manda a noi e Angela è il suo messaggero. Lo ha affermato indirettamente lei stessa quando si è definita non già “autore”, principio della Compagnia, ma semplicemente strumento nelle mani di Dio che, Lui sì, aveva piantato la Compagnia. La Compagnia apparteneva a Dio. Lei non aveva fatto che trasmettere il messaggio affidatole per noi. E’ un messaggio relativamente breve: poche pagine. Ma basterebbero a creare e a confermare in noi l’atteggiamento interiore che Dio cerca nella sposa mericiana, purché noi


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riuscissimo a tradurle in vita. Quelle pagine ci insegnano come comportarci di fronte alle innumerevoli situazioni in cui Dio stesso ci mette, o in cui permette che siamo messe dal prossimo o dagli eventi, scelti volta per volta a farci messaggeri di un imminente incontro con Dio. Per questo motivo è di capitale importanza che noi conosciamo bene alcune pagine della Regola di sant’Angela, per metterci bene in mente che Dio ci ha scelte per collaborare all’estensione del suo Regno, ma non da collaboratrice domestica, per quanto una donna di questo genere gli possa essere utile, né da esperta d’affari per quanto preziosa nella dilatazione del Regno; ma da sposa. E da sposa innamorata che lo ama, che cerca la sua intimità e vive col pensiero e il cuore in lui. Questa è la spiritualità che deve orientare la nostra vita. Questo lui vuole da noi Orsoline. Dio è amore. Con tutte le creature. Ma una sposa è una sposa! Dio ha fatto pazzie per amore degli uomini, ma forse la più grande pazzia l’ha fatta chiamando la creatura ad essergli sposa; l’ha fatta chiamando noi fra le Orsoline, dal momento che le Orsoline fin dal loro nascere sono segnate da questo destino: tu sarai mia sposa. Allora Lui ha diritto di trovarci innamorate quando arriva, nei momenti più imprevedibili, nelle circostanze apparentemente più banali. Ci capita invece, e più o meno spesso, di farci sorprendere da lui indifferenti, inacidite, deluse, annoiate… come zitelle! Innamorate… non vuol dire che si nuoti in una gioia sensibile come quando si gusta qualcosa che ci piace intensamente! E nemmeno che ci sia facile riconoscere lui in tutto ciò che ci succede e quindi accoglierlo con un sorriso… Innamorate nella fede, sicure della sua fedeltà nell’amore nonostante le ore di tenebra, di tedio, di sconforto. Innamorate nel senso che Lui sta sopra ogni pensiero, e che la sua volontà è al di sopra di ogni altra volontà, persino della nostra. E non per forza, nemmeno a motivo dei nostri voti, ma per amore. Innamorate e in attesa, per farci trovare disponibili quando verrà. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me” (Ap 3,20). Aprire: “ecce”! Cenare: “fiat”! Intrattenere la relazione sponsale per far posto a Cristo, in noi e nella nostra vita, e irradiarlo attorno a noi. Se non gli apriamo, se non stiamo a cena con lui, rischiamo di proiettare solo noi stessi e la nostra smania di fare, oppure scegliamo il progetto che piace a noi e che va bene a noi anziché il progetto che lui ha fatto per noi e che passa magari attraverso gli eventi più imprevedibili e attraverso l’obbedienza. Il rischio delle confusioni sta in agguato, ci minaccia. Il Signore talvolta potrebbe far dire anche a noi come all’angelo della Chiesa di Sardi: “Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te…” (Ap 3,1-13). Cioè: ricorda come hai accolto la parola (come è stato il tuo “ecce”); osservala! (falla diventare un “fiat”!). Vigila in attesa perchè io arrivo… Siamo portate naturalmente a fare di queste confusioni, e soprattutto a lasciarci andare. Per pigrizia, per stanchezza spirituale e fisica, per scoraggiamento. Lui, però, per fortuna, è là. Ci tende la mano. Dobbiamo sforzarci di capire e di vivere a fondo la Regola mericiana. E’ il messaggio della nostra annunciazione; ma, poiché siamo piccoli e peccatori, è un messaggio che si attua a lunga scadenza, I tempi e i momenti della sua attuazione sono distribuiti nel corso degli anni


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al ritmo che Dio ha scelto per ciascuna di noi. Il progetto nuziale contenuto nel messaggio Dio lo sminuzza a suo piacimento, cogliendoci spesso di sorpresa. Del resto, e lo sappiamo bene perché lo ha detto Gesù stesso, il Padre dei Cieli ha a disposizione almeno “oltre dodici legioni di angeli” (Mt 26,53). Non sono i messaggeri che gli mancano, ma piuttosto la nostra attenzione, la nostra prontezza di percezione, il nostro spirito di fede a riconoscerli: la superiora… le consorelle… gli alunni… i familiari… il personale… il popolo di Dio…i problemi materiali o finanziari da risolvere… E dietro tutto questo c’è Dio che bussa, in attesa che gli apriamo la porta e che gli diciamo il nostro “sì” nuziale. Dio: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, nell’unità inscindibile della sua essenza, nell’identità inconfondibile delle tre persone… il Padre che ci ha predestinate… il Figlio che si è fatto uomo, e ci ama con un cuore d’uomo, e riempie il nostro bisogno d’amore e la nostra capacità di dedizione… lo Spirito Santo che è Sapienza infinita, creatività infinita, amore che lega fra loro il Padre e il Figlio e che lega noi al Padre e al Figlio. Di questo mistero Angela deve aver avuto l’intuizione, e fors’anche l’esperienza. Ci porta l’invito a partecipare alla festa del loro vivere in noi e nella nostra vita: “Nel nome della beata e individua Trinità”… una beatitudine infinita che accetta di frastagliarsi nelle mille gocce di cui è fatta la vita, e ogni goccia rifrange il sole divino. Tutto sta a saper raccogliere queste gocce nel palmo d’una mano vuota, nel fondo d’un cuore indiviso.


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30. IL PROLOGO TRIVULZIANO Asssii 1990

Stiamo per entrare nel vivo della spiritualità mericiana, ma prima dobbiamo fare un piccolo esercizio che si chiama “lettura delle varianti”. Dobbiamo cioè considerare almeno qualcuna delle differenze che intercorrono fra il manoscritto della Trivulziana, cioè il testo più antico e più vicino a sant’Angela, e quello stampato da Damiano Turlino ventinove anni dopo la morte della Madre. Non sappiamo chi abbia preparato il testo da stampare rivedendo e correggendo il primitivo, ma per noi questo è di importanza secondaria. Prendiamo dunque la sinossi dei due testi. Osserviamo il paragrafo in corsivo: è il frontespizio dell’edizione Turlino. Presenta la Regola come un manuale di vita cristiana, da praticare per andare in paradiso. Ma per poco che si conosca la Regola, si capisce subito che questo titolo non è di Angela. La Regola non è solo un manuale di vita cristiana… è un autentico programma di vita consacrata! E poi, la Madre non fa questione di beatitudine eterna come finalità della Compagnia; per lei, la nostra relazione sponsale deve alimentarsi anche di fedeltà alla legge, ma dev’essere soprattutto reciprocità d’amore e di donazione. Scendiamo al paragrafo successivo. La variante è piccola, apparentemente tanto piccola! Una variante solo di punteggiatura, ma… Nel testo del Turlino un punto fermo è stato sostituito da una virgola che sposta l’interesse dal nome di Dio al Prologo della Regola: “Nel nome della Santissima Trinità comincia il prologo della vita delle vergini…” Nella Trivulziana invece tutto l’interesse e tutto il peso rimangono sul Dio-Trinità, nell’intestazione del documento come si richiede in una proclamazione solenne, in un atto giuridico: “Nel nome della beata e individua Trinità”. E’ in nome suo che lei parla. Qui c’è, inoltre, una sorta di atto di fede. Angela sa che la Compagnia ha la sua origine in Dio, e lo ripete spesso: la Compagnia non viene da lei. Ma allora anche il messaggio di vita non viene da lei; lei l’ha ricevuto da Dio. E nel nome di Dio lei lo affida alla Compagnia. Perciò detta: “Nel nome della beata et individua Trinità”. E questo Dio è il Dio dei cristiani, Dio indivisibile in tre Persone, uniche, senza confusione nelle loro relazioni reciproche “ad intra”. Vedremo, prima di lasciarci, quale è l’azione “ad extra” di ciascuna delle tre divine Persone e nei confronti della Madre e nei confronti di noi tutte. Nel manoscritto seguono due righe che invece l’editore ha soppresso. A torto, dal momento che esse indicano le destinatarie del messaggio: “Alle dilette figlie et sorelle della Compagnia di Sant’Orsola”. Parlando della Regola nella “Dichiarazione della Bolla” il Cozzano aveva affermato che Angela gli aveva fatto scrivere una epistola proemiale; non sarebbe per caso questa la lettera premiale dettata dalla Madre? E’ possibile, perché questo paragrafo che apre la Trivulziana si presenta come l’intestazione completa di una lettera: nome del mittente (la beata e individua Trinità), oggetto della lettera (Prologo concernente la Compagnia), nome delle destinatarie (le figlie). Non è il caso di fare un processo alle intenzioni; però possiamo fare una supposizione: forse “dilette figlie e sorelle” è parso fuori posto in un trattatello che doveva essere austero e


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sobrio per definizione, come si conviene a un documento giuridico. E così il revisore l’ha cancellato. Quando le stesse parole ricompaiono più sotto, non hanno più il significato di un destinatario. Ed ecco un’altra variante, ancora apparentemente piccola, ma gravida di conseguenze: è il titolo introdotto dal Turlino: “Prologo – capitolo 1”. Il termine prologo non ha più senso, assorbito com’è dalla aggiunta “cap. 1”. E’ una incongruenza che ha sempre suscitato in me una certa perplessità. Per fortuna oggi abbiamo il manoscritto che restituisce al prologo la sua funzione di lettera accompagnatoria, destinata ad illuminare il senso e la portata della Regola. Invece facendo di questa lettera il primo capitolo, l’edizione Turlino l’aveva come appiattita mettendola sul medesimo piano degli altri capitoli di contenuto normativo. Uno dei tanti capitoli, da mettere in pratica a seconda del momento, dell’occasione, delle circostanze… Una luce da accendere al momento necessario. Invece Angela aveva concepito questa pagina come “la luce” che doveva illuminare l’insieme delle norme contenute nella Regola. Un faro da tenere sempre acceso, mirante a indicare quale doveva essere l’atteggiamento interiore della vergine di S. Orsola in qualunque tempo, prescindendo da momenti, occasioni, circostanze specifiche. Insomma, il Prologo è la chiave di lettura dell’intero testo della Regola. ristabilimento filologico nel testo trivulziano gli ha reso il posto che gli aveva Fondatrice. Ciò determina un rovesciamento di prospettive nella ricostruzione dei delle finalità e delle caratteristiche della Compagnia di S. Orsola. Lo vedremo analizzandolo.

Questo dato la motivi, meglio

Nell’edizione a stampa ci sono altre varianti apportate sistematicamente. Così il pronome “ognuna”, consueto nel manoscritto Trivulziano, è diventato “ciascuna” nell’edizione Turlino. Il significato è lo stesso, ma per qualcuno ancora assai vicino al parlare latino e attento a precisare i propri pensieri, la parola italiana scritta come per esempio nella seconda riga del cap. I, risentiva fortemente della sua etimologia “omnes una”, cioè “tutte una per una”. Ogni unità, ogni individualità nella totalità dell’insieme. E’ a “ogni una” di tutte le sue figlie che Angela rivolgeva il suo messaggio. “Ciascuna”, di derivazione francese, sottintendeva sì “una per una”, ma aveva lasciato cadere la radice “omnes”, quella radice che faceva risaltare il senso: tutte, prese una per una; una a una, membri di un tutto. Un’altra variante anch’essa sistematicamente ripetuta riguarda il nome di Dio, sostituito dall’aggettivo “divino”. Nella Trivulziana troverete, per esempio, “l’aiuto di Dio”. Turlino dice “l’aiuto divino”. Così pure “l’amor di Dio” del manoscritto diventa “l’amor divino”. Il carattere sacro che segna così intensamente l’espressione mericiana ne rimane come diluito, mentre il nome di Dio riempiva il linguaggio mericiano di una presenza divina e gli dava maggior forza e dignità. Ritorniamo al Prologo e ancora alle prime righe (v. 6) “Imperocché quante persone grandi…” ecc. Il Turlino ha trovato un passo analogo nel 5° Ricordo: Quanti signori, regine et altre persone grandi sono che…”. Ma lo ha amplificato con una interpolazione che arriva addirittura a introdurre imperatrici, regine e duchesse. Questa amplificazione, di gusto barocco e completata con un’argomentazione che deforma il pensiero, non fa che appesantire il testo originale, per sé così sobrio e misurato.


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v. 8: Angela definisce “stupenda” la dignità della vergine di Sant’Orsola. E’ un aggettivo che sottintende lo stupore provocato dall’eccellenza e dalla bellezza di una cosa. E qui si tratta della vocazione orsolina! “Stupenda” significa l’incantamento della madre quando pensa alla gratuità e alla provenienza di Dio. Il Turlino, invece, ne abbassa inesplicabilmente il tono, con l’aggettivo “mirabile”. v. 10: Angela esorta a fare lo sforzo di “cercare e volere” i mezzi necessari per perseverare e progredire. Il Turlino diminuisce la forza dell’espressione con una sfumatura: “cercar di volere”; il che può rimanere nel desiderio astratto delle velleità: fate in modo di volere… Ciò che Angela chiede è che si facciano sforzi per realizzare volutamente il risultato della ricerca. v. 11: “La Verità dice…”. Questa espressione, propria della Trivulziana, diventa nello stampato “La Scrittura dice…”. Questa variante, che viene ripetuta anche altrove, potrebbe essere una concessione al crescente interesse per la Bibbia, suscitato dai Protestanti. Per Angela, “la Verità” vuol dire “il Cristo”, quel Cristo che non si inganna mai né può ingannare, e le cui parole per conseguenza non si discutono. v. 20: “… contra di noi se ha ad armare l’acqua, l’aer et la terra, con tutto l’inferno…”. Queste righe devono essere sembrate una enumerazione banale delle componenti fondamentali del mondo fisico. La persona che si occupava dell’edizione presso Turlino ha forse avuto la tentazione di rialzarne lo stile con un tocco di cultura, così si può notare anche in altri passi. E la frase è stata così modificata: “contra di noi si armaranno gli elementi et tutto lo inferno”. Prima di tutto: senza dubbio il termine “elementi” ha un sapore d’antichità filosofica greco-romana, ed è quindi un termine più colto. Ma allora bisognava sopprimere l’inferno perché qui, come sinonimo di fuoco, sarebbe già compreso nei quattro elementi del mondo fisico (come inferno è implicito nella menzione del demonio fatta più sotto). Seconda osservazione: Forse Angela li ha enumerati a uno a uno per averne sperimentato direttamente la violenza. Due corsi d’acqua bresciana, il Mella e il Garza, erano straripati negli anni 1527, 1531, 1532, inondando i dintorni. E il Garza non era lontano da Sant’Afra! Angela doveva saperne qualcosa. Senza parlare delle onde dell’Adriatico! L’aria: tempeste e venti violenti, Angela li aveva ben conosciuti anch’essi durante il pellegrinaggio in Terra Santa. Il fuoco: non abbiamo trovato testimonianze precise d’incendi spettacolari, ma Angela arrivando a Brescia nel 1516 aveva potuto vedere le rovine della città in seguito agli incendi della guerra appena finita. Quanto poi alla “terra”, alle forze che scatena quando si sconvolge, i tre terremoti che avevano colpito Brescia nel 1527 ne avevano lasciato ai Bresciani un ricordo non da poco. Angela pensava forse inconsapevolmente a tutto questo enumerando acqua, aria, terra e fuoco? v. 23: Le “vere spose del Altissimo” del manoscritto trivulziano sono diventate presso il Turlino “le spose del Salvatore”. Certo, il “Salvatore” può introdurre un discorso sulla dimensione salvifica della vita orsolina; ma questo discorso non è nell’intenzione di Angela, in questo passo. Nel Prologo Angela contempla Dio soprattutto nella sua divina maestà, la sua bontà infinita e la sua immensa grandezza.


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v. 32: “di gratia, state attente…”. Turlino ha trasformato l’espressione in “per gratia di Dio”, Non è più il pensiero della Madre, che a questo punto chiede umilmente alle sue figlie di volerla per favore ascoltare. Concludo questi esempi di lettura delle varianti. Potrete sempre continuare da sole, se ne avrete tempo e gusto. Vi avevo detto che il Prologo è la chiave di lettura della Regola tutta intera; che esso esprime l’atteggiamento interiore che deve avere l’Orsolina ad ogni momento, in qualsiasi occasione e in qualunque circostanza; e che esso presenta l’identità della vergine di Sant’Orsola. Ve lo dimostro brevemente facendovi notare una triplice affermazione, che proprio perché si trova nell’epistola accompagnatoria della Regola assume primaria importanza. v. 7: “… ellette ad essere vere et intatte spose del Figliol di Dio”. v.17: siemo chiamate a tal gloria di vita, che spose del Figliol di Dio siamo,et in ciel regine diveniamo”. v.23: “se vi sforzereti per l’avenire, a vostro gran potere, de viver sì come richiede alle vere spose del Altissimo, et servare questa Regola sì come via per la quale haveti a caminare…”. La prima frase enuncia quello che è il cuore dell’idea mericiana, cioè l’identità dell’orsolina: “vera e verginale sposa del Figliolo di Dio”. La seconda citazione inscrive la parabola della vita dell’Orsolina fra la chiamata gioiosa alle nozze col Figlio di Dio (chiamate a tal gloria di vita) e il coronamento regale di queste nozze nell’eternità (e in cielo regine). La terza ci mette di fronte al concreto della vita d’ogni giorno, con tutte le sue esigenze di sforzo, di volontà, di fedeltà e d’amore. Se cercheremo di vivere integralmente quel programma di vita che Sant’Angela ci offre con la sua Regola, nonostante la difficoltà, o l’aridità, o la tensione dei giorni che attraversiamo, ci realizzeremo come spose nell’intima sofferenza del reciproco donarsi con tutto quello che il donarsi comporta, ma anche nella gioia del reciproco incontrarsi con Colui che amiamo attraverso le piccole e grandi cose di cui è fatta la nostra realtà quotidiana.


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31. LA PREGHIERA DI SANT’ANGELA Brescia 1994

Per cercar di entrare nella preghiera di sant’Angela, ci mettiamo davanti a Dio per incontrarlo alla maniera mericiana durante questa meditazione sulla preghiera della Madre, invocando con la forza della nostra miseria e delle nostre aridità lo Spirito Santo, affinché si faccia nostra preghiera e gridi dentro di noi: “Abba”, “padre… Papà”. Ci mettiamo davanti alla Trinità di cui siamo diventate dimora al momento del nostro battesimo, adorando il Padre che in un eterno presente genera il Figlio. E questo mistero si compie dentro di noi. Adorando il Figlio, parola eterna del Padre, pronunciato dal Padre da tutta l’eternità e per tutta l’eternità. E questo mistero si compie dentro di noi. Adorando lo Spirito Santo, amore reciproco del Padre e del Figlio, da tutta l’eternità e per tutta l’eternità. E questo mistero si compie dentro di noi. Questa verità dovrebbe introdurci in un profondo silenzio e prostrarci in profonda preghiera. Ci mettiamo davanti alla Trinità con la quale da un certo numero di anni noi siamo in una relazione particolarmente intima: il Padre ci ha proposte al Figlio perché gli fossimo spose. Il Figlio ci ha fatto la sua proposta d’amore nuziale. Lo Spirito Santo ci ha aiutate a rispondere di sì, ed ha accettato di aiutarci ad amare, amando Lui stesso il Padre e il suo Verbo, e amandoli dentro di noi. Meditiamo, meglio, preghiamo insieme, allora, la preghiera stessa che la madre ci suggerisce di recitare quotidianamente. E’ una preghiera che scaturisce dall’identità di sant’Angela-sposa ed è impregnata della sua spiritualità. E’ espressione di una più intensa comunione con lo Sposo, in una vita d’unione e di reciproca donazione che non ammette discontinuità volontarie. Angela è la donna innamorata, sposa e madre, che ha fatto propri gli interessi dello Sposo e ne tratta con Lui, a partire da quelli che toccano anzitutto lui (priorità del verticalismo mericiano), per abbracciare poi gli interessi dei figli della propria verginità, vicini e lontani. L’orizzontalismo mericiano presuppone il primato del suo verticalismo e ne deriva. Poi la sposa fa il bilancio della propria collaborazione, e rinnova la messa in comune delle energie e degli intenti. E finalmente rinnova la propria disponibilità nel dono di Sé, per un amore più totalitario e per una comunione più feconda. Angela entra in preghiera con un atteggiamento umanissimo e tutto femminile, che la fede trasfigura: “Signor mio, illumina le tenebre del mio cuore, e dammi la grazia di morire piuttosto che offendere oggi la tua divina Maestà”. E’ l’incantamento dell’anima affascinata dalla grandezza e dallo splendore dell’amato. Angela si è fatta un’abitudine di pensarlo bello e grande e splendente. Quando parla di Dio, Angela gli dà i titoli che convengono alla sua divina essenza: Altissimo, divina maestà, Eterno, Signore. Appellativi espressi non certo a


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fior di labbro, ma con la partecipazione della mente e del cuore. Quindi nella preghiera le fioriscono spontanee: Signor mio… Ed è subito luce, grandezza, fortezza, splendore. Pregare è guardare la bellezza di Dio, ripassare nella memoria i suoi attributi, inventargliene di nuovi. Se, per colpa nostra o per misterioso disegno di Dio, l’anima è sorda, afona, facciamo agire l’intelletto, e teniamogli dietro coi sensi interiori. Incominciamo la preghiera mettendoci alla presenza di Dio. Sarà un atto personalizzato se ci saremo abituate a chiamare Dio lungo il giorno, magari solo per invocarlo, o per raccomandargli qualche cosa, o per farci aiutare. Le chiamate di sant’Angela, le sue giaculatorie? Eccole: “Signor mio!… divina maestà!… vita e speranza mia!… Perdonami, Signore… Prendi, Signore…”. Parlargli lungo il giorno vuol dire, a poco a poco, dapprima cercarlo, poi chiamarlo sempre più frequentemente, poi rivolgerci a lui sempre più consapevolmente. E’ importante. Se non lo chiamiamo per nome lungo il giorno, allora faremo fatica a incontrarlo a tu per tu nella preghiera. Dunque: prima di tutto, lo sguardo ammirato (e se fosse il caso, lo sguardo deluso, o angosciato, o addirittura disperato) che ricerca quella luce che illumina il nostro giorno o la nostra notte. Allora ci sarà più facile metterci al nostro posto: tu bellezza, io brutta; tu grandezza, io piccola; tu ricchezza, io povera. Tu santità, io peccato. Angela lo dice indirettamente: tu luce io tenebra. Tu grandezza di santità. Io talmente peccato che oggi stesso potrei offenderti. E’ vero che il mio posto è quello della sposa, ma è anche vero che posso esserti infedele. Nonostante il mio mettermi in preghiera. Sono fragile, sono povera, sono piccola. Tu mia forza. Mia guida. Mia dirittura. Il segno che la luce di Dio ha fatto luce nelle tenebre dell’uomo è questa umile cognizione della propria miseria. Questa verità sulla propria situazione, la consapevolezza che per natura noi siamo peccato, ma anche la certezza che per grazia noi possiamo fissarci in Dio. Sono consapevolezze e certezze che Angela non esplicita, eppure sono il tessuto della sua preghiera: dammi grazia di morire oggi stesso, se vedi che oggi potrei offenderti. Rendi sicuri i miei sentimenti e i miei sensi, perché potrebbero distogliermi dalla retta via. Che nulla mi distragga dalla contemplazione del tuo volto splendente, nel quale solo si placa il dolore umano. E’ l’umile richiesta di protezione contro il fascino dei falsi splendori che si possono incontrare lungo il cammino quotidiano. E’ l’umile confessione della sensibilità sempre viva; sensibilità al calore umano, alle cose belle della vita, alle gioie per sé legittime ma alle quali non abbiamo più diritto per la scelta che abbiamo fatto, o gioie che dobbiamo contenere entro limiti ristretti per non rischiare il dirottamento interiore lontano da quella “lucidissima faccia” che sola può fare la nostra beatitudine. “Ahi! Misera me che, entrando nel segreto del mio cuore, dalla vergogna non oso alzare gli occhi al cielo…” La consapevolezza della nostra fragilità comporta una confessione positiva, aperta, e soprattutto onesta. La madre ne dà l’esempio. Impietosa verso se stessa, non esita a denunciare le cattive tendenze che avverte nel profondo del suo essere. E questa autoaccusa è di conforto: non era nata né angelo né santa, ma creatura umana. Ascesi e preghiera, e persino l’intimità con Dio, non avevano annientato in lei la natura con le sue tendenze, le sue passioni, le sue tentazioni.


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Però di tutto questo lei aveva fatto un motivo per quel suo ininterrotto rivolgersi al cielo “di notte, andando, stando, operando, pensando…” Il grido dell’anima fragile si trasformava in un incessante sospiro verso il Signore della grazia e della misericordia. E certamente anche in preghiera vocale. Sapientemente lei stessa aveva affermato: benché si debba tenersi in preghiera con lo spirito e con la mente, tuttavia consigliava anche la frequente orazione vocale, per la quale si eccitano le potenze del corpo e ci si dispone all’orazione mentale. Ricca della propria esperienza, Angela aveva intuito la necessità di associare fisicamente tutto l’essere all’atto di preghiera. Il suo protendersi verso Dio le prendeva l’esistenza intera in tutte le sue dimensioni. “Degnati, o benignissimo Signore, di perdonarmi tante offese, e ogni mio fallo che mai abbia commesso fino ad ora dal giorno del santo battesimo”. Grido dell’anima, e grido dei sensi tesi nella conquista d’una purità sempre più limpida e trasparente, sempre più integra, sola condizione per vedere Dio: “Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt” (Mt 5,8). Verginità mericiana, verginità interiore che sola lascia libertà d’ispirazione e d’azione allo Spirito Santo. Ecco perché sant’Angela sente il bisogno di questa sorta di confessione generale: offese e colpe dal giorno del battesimo in poi, lentezze ed esitazioni… indugi… chissà… forse timore di non aver ben capito quel messaggio ricevuto in gioventù e di cui lei si sentiva indegna. Confessione d’aver mancato di generosità, lei che dall’età di cinque anni si era imposta penitenze e digiuni, e “vita spirituale e contemplativa”. Ricostituita questa integrità interiore, Angela può sedere da sposa davanti allo Sposo, guardarlo e lasciarsi guardare, e prendere a considerare con lui gli interessi di entrambi. Il perdono dei peccati dei suoi familiari, dei suoi parenti ed amici, che appartengono al mondo dei suoi affetti; il perdono dei peccati dell’umanità intera, la quale è retaggio di Cristo. Senza differenza di trattamento. Appartengono a entrambi. Per tutti loro Cristo ha dato la vita. Per tutti loro Angela è pronta a dare la vita. Da sposa e da madre. E implora pietà in nome di quella passione che Cristo ha sofferto per amore di tutti, lei compresa. Per quel sangue che è prezzo del riscatto di tutti, lei compresa. Per quell’amore che ha fatto di Gesù la proprietà di tutti, lei compresa. Angela può incantarsi in questa considerazione dell’amore di Cristo e dei frutti di redenzione che ne sono derivati. Può perdersi per un momento nella dolcezza e nella grandezza del nome di lui, scritto nell’universo intero: “sia esso benedetto sopra la rena del mare, sopra le gocce delle acque, sopra la moltitudine delle stelle.” Reminiscenze bibliche e ricordi autobiografici concorrono a dare a quel nome risonanze infinite: al di sopra della rena del mare, al di sopra delle nuvole gravide di pioggia, al di sopra delle stelle innumerevoli che punteggiano il cielo. Attimo di contemplazione. Lungo sguardo che si scambiano due che si vogliono bene… Ma in quell’attimo di contemplazione Angela valuta la distanza fra la prodigalità di Dio che si è dato anche per lei e la sua risposta di creatura, la distanza fra i diritti della divina Maestà e la pochezza del servizio reso dalla creatura: mi dolgo di aver aspettato tanto a mettermi all’opera… e quando poi l’ho fatto, non sono arrivata fino al sangue perché non ti


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ho amato abbastanza… e quando ho proprio dovuto affrontare le difficoltà, ne ho sentito tutto il peso, perché non ti ho amato abbastanza… Far nostre queste parole non vuol dire necessariamente che noi abbiamo commesso chissà quali peccati, e nemmeno che abbiamo respinto chissà quale martirio o quale patire. Siamo spose dell’Altissimo, e per noi è già una colpa anche solo non sopportare le punture di spillo dell’incomprensione, o i disagi della vita comune, o le difficoltà quotidiane inevitabili, spesso così meschine in confronto di quelle che devono affrontare certe madri di famiglia… Quante situazioni dovremmo accettare silenziosamente come strumenti di purificazione e trasformare in attimi di preghiera e d’amore, mentre invece ce ne lamentiamo per egoismo o per amore del nostro comodo. E, probabilmente, oltre a queste piccole sfumature d’infedeltà ci sono delle vere e proprie piccole o grandi ingiustizie. Pensiamo che la Madre ha sentito il bisogno di recriminare: “non sono stata obbediente ai tuoi divini precetti, e ogni avversità mi è stata aspra per il mio poco amore per te”. Eppure, se non sappiamo arrivare almeno a questo punto di confessione, pensiamoci prima di continuare la preghiera di sant’Angela. Perché a questo punto deve finire lo sguardo della creatura su se stessa; qui devono finire le parole del dialogo che fanno riferimento alle proprie impotenze e alle proprie colpe, o le recriminazioni sulle proprie sofferenze. Se invece il nostro colloquio con Dio abitualmente si aggira ancora intorno a questo argomenti e non abbiamo voglia di uscirne, allora dobbiamo fermarci a questo punto per non compromettere il seguito. Puniamoci interrompendo la preghiera proprio a questa ennesima constatazione del nostro “poco amore” di cui siamo tuttora prigionieri. E interrompiamola con profonda umiltà, risolute a uscire da noi stesse e a non fare, di questo perenne ripiegarsi sulla nostra miseria, la palude in cui fa naufragio il nostro destino di spose del Figlio dell’Altissimo. Ma se viene l’ora in cui, per un incontro felice di volontà e di grazia, noi decidiamo di passare oltre, allora benediciamo il Signore. Riprendiamo gli slanci del primo amore, ricominciamo con coraggio: Signore, tante volte ti ho detto di sì, ti ho detto il mio “ecce”; ma poi non sono passata al “fiat” del “lasciarmi fare da te” perché mi costava troppo. Però adesso basta! Basta anche accusare le mancanze di ieri; passiamo al progetto di oggi, per l’attuazione di oggi e di domani. Passiamo oltre il contratto nuziale, veniamo all’unione sponsale. E’ in questo momento che la preghiera diventa atteggiamento di consenso; liberatasi da se stessa, la sposa si dona allo Sposo perché faccia in lei ciò che gli piace. E lo Sposo può scavare in lei una più vasta capacità d’amore, e renderla feconda della maternità dello spirito. La dimensione apostolica della preghiera mericiana si dilata a dimensione missionaria; abbraccia gli inconsapevoli, i lontani dello spazio e nello spazio, e coinvolge la sposa totalmente e definitivamente. La sposa vede con chiarezza che Cristo ha messo nell’affare della redenzione del mondo un capitale immenso, e per questo soffre di vederlo sperperato inutilmente: “me ne crepa il cuore…darei la vita…vorrei dare il mio sangue…”.


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Ed ecco il seguito della preghiera. Quella parte che non abbiamo diritto di dire, se non siamo decise a vivere integralmente la nostra verginità del cuore e dello spirito: Signore, metto la mia parte di capitale… povera e modesta, ma è tutto quello che ho e tutto quello che sono. Disponibile al tuo beneplacito. Si faccia di me – secondo la volontà del Padre, sia che questa volontà venga espressa dai Superiori, o dai doveri del mio stato, o dalle circostanze. Ciò che importa è che il Padre mi trovi accanto a te, indissolubilmente legata a te. “Signor mio, unica vita e speranza mia…” prima di tutto consuma in me tutto ciò che non è ancora te. Sradica ormai anche le buone erbe, se sono soltanto mie; prenditi anche le mie legittime aspirazioni, i miei sentimenti casti, le mie buone attrattive; purifica e santifica tutto “nell’ardente fornace del tuo divino amore”, fino a che io non mi sia rivestita di te… Fino a che io non mi sia lasciata trasformare in te… E allora, ecco la conclusione: Non voglio più nulla per me. Non voglio nemmeno più appartenermi. Mi abbandono a te, al tuo amore, al tuo beneplacito. Che tutta io sia contemplazione di te, che io sia preghiera. E ti prego: prendimi. Non lasciarmi più a me stessa: “Ti prego: ricevi il mio libero arbitrio, ogni esercizio della mia volontà… Ricevi ogni mio pensare, parlare ed operare; insomma: ogni cosa mia, così interiore come esteriore. Tutto io offro ai piedi della tua divina Maestà…” • • • •

E’ il “Suscipe” mericiano. Il “Suscipe” di una donna che aveva il massimo rispetto per la libertà della persona umana, il massimo riconoscimento del libero arbitrio che fa la dignità dell’uomo. E proprio perché sa che il libero arbitrio è ciò che l’uomo ha di più grande, ne fa un dono d’amore, la materia di un sacrificio di lode offerto ai piedi dell’infinita maestà di Dio. Offerto a Dio il proprio essere con tutte le sue facoltà, la creatura non ha più che le mani vuote da tendere a Dio come sacrificio all’ora del tramonto. E’ l’incenso che sale dal suo essere fatto preghiera (cfr. S 140,2). Pronta a entrare nel talamo nuziale dell’infinita bellezza di Dio; pronta a perdersi nell’infinito abbraccio del suo Creatore. Disposta ad annientarsi come si è annientato lo Sposo, per arrivare finalmente a dire “non son più io che vivo, è lui che vive in me” (Gal 2,20). E’ solamente allora che la creatura ritrova se stessa, in quella realtà di grazia che, dopo averla fatta sposa, ora la fa madre nello spirito e per lo Spirito. E così sia, fino alla fine dei nostri giorni. Amen.


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32. ITINERARIO SPONSALE DI S. ANGELA MERICI Assisi 1990

I La fondazione di Angela Merici è frutto del suo incontro nuziale con Cristo.. Cristo è, per lei, l’”Amatore” di cui ha intuito un potenziale d’amore diverso dall’amore creatore del Padre, diverso dall’amore santificatore dello Spirito Santo. E’ un amore che si esprime con l’analogia dell’amore dell’uomo verso la donna e col simbolo dell’alleanza che ritornano nei testi profetici. La sua maternità nei confronti della Compagnia di Sant’Orsola è anche espressione della sua sollecitudine per la donna, è vero; ma per la donna in quanto oggetto dell’amore sponsale di Cristo; è maternità che è estensione del suo amore contemplativo per lo Sposo. Non si può sottovalutare il fatto che l’oggetto di tutta l’azione per così dire “apostolica” di Angela Merici non si trova nella sfera del sociale, ma è azione primariamente e squisitamente spirituale, meglio, mistico-spirituale. Cerchiamo, ora, di sollevare per quanto possibile il velo del mistero della relazione d’amore di Angela Merici. Devo aprire una parentesi per una precisazione. Le parole umane sono quelle che sono: povere, inadeguate a trattare argomenti spirituali. Così ho dovuto ripiegare sulla terminologia propria dell’amore profano: fidanzamento, nozze, fecondità… Le prendo per il loro significato, che ci consente di vestire di termini noti alcune realtà che sfuggono a una sperimentazione positiva e a qualunque criterio umano di valutazione, prescindendo dai riferimenti ad eventi straordinari che queste parole possono avere in un trattato di teologia mistica. Quanto al loro contenuto specifico nella vicenda spirituale di Angela Merici, non oserei pronunciarmi. “Fidanzamento”, “nozze”, “fecondità”, corrispondono a un progetto che Dio non ha reso pubblico se non per qualche aspetto, e sul quale lei non ha parlato. Ci sono Santi che hanno lasciato testimonianze precise del loro itinerario verso Dio e in Dio. Le loro autobiografie ricostruiscono la loro vicenda interiore, ci mettono a parte delle lotte e delle conquiste, talvolta con una ricchezza di particolari che permettono di seguire passo passo l’opera di Dio e la sua creatività d’amore. Altri Santi hanno avuto la fortuna di avere, nel loro direttore spirituale, un biografo attento che ha affidato a uno scritto le proprie osservazioni di testimone immediato. Su questi scritti si sono in seguito chinati i teologi e i maestri di spiritualità per fare l’anatomia delle esperienze spirituali e classificarle entro gli schemi classici delle varie Scuole. Per Angela Merici non abbiamo autobiografia, né diario spirituale, né annotazioni del padre spirituale. Non abbiamo neppure uno schema della spiritualità mericiana entro il quale poter classificare le vicende che la storia ci ha fatto conoscere o gl’insegnamenti che la Santa stessa ha dettato. Per questo, anche se a tutta prima sembra ovvio affrontare il tema della relazione sponsale della nostra madre, talmente salta agli occhi che quella relazione è la nota caratterizzante della sua spiritualità, diventa poi in realtà molto difficile considerarla nella sua realtà esistenziale di esperienza mistica. Così, nonostante il rispetto, la venerazione che abbiamo per sant’Angela, e quindi nonostante il nostro desiderio di penetrare entro il mistero


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della sua interiorità, dovremo rimanere al di fuori e limitarci a evocare, a guardare dall’esterno e procedendo per deduzione, gli scritti offerti dai dati biografici in nostro possesso e dall’analisi dei suoi scritti. Questa premessa era necessaria per ridimensionare il valore della ricostruzione che tenteremo di fare in questa sede. Ci aiuteranno, ho detto, le analogie dell’amore umano… ci aiuti soprattutto lei, che ha vissuto da santa, oltre che da donna, il dono dell’amore sponsale di Dio. Tutta la parabola di questo amore è racchiusa nella Regola che lei ha dettato, adombrata nella parabola d’amore della vergine di Sant’Orsola. Si apre con l’enunciazione del suo programma di vita: “vivere da vere e intatte spose del Figlio di Dio”, e si chiude con l’incontro senza fine tra la vergine della Compagnia e il “dolce e benigno sposo Gesù Cristo”. Come se, ancora una volta, lo Spirito e la sposa si dicessero: Vieni” (Ap 22,17). E’ l’incontro che lei ha vissuto; è il “Veni” che si sono scambiati lei e Cristo; è quello che ci scambieremo noi e Lui, quando sarà l’ora della nostra unione nuziale con Lui. Di questo incontro la Madre ha tracciato la strada per esperienza personale, perché è evidente che la parola dell’amore chiusa nella Regola è proiezione della sua vicenda interiore. Poi la nuzialità di Angela Merici va oltre, si consuma nella maternità della spirito e nella posterità molteplice e multiforme cui darà origine. Ognuna delle sue figlie le farà eco, nell’ambito variegato, modesto o importante del proprio vivere quotidiano, secondo la misura che il progetto di Dio avrà segnato per lei. Io non farò una trattazione accademica. Mi permetterò di considerare l’itinerario nuziale di Angela secondo tre tappe, facendo astrazione dal succedersi cronologico degli eventi e dalle schematizzazioni classiche perché nella vita spirituale non ci sono compartimenti stagni, e i diversi momenti possono intersecarsi e poi disgiungersi e poi di nuovo intrecciarsi. Tre tappe, tre comportamenti, tre fasi… lascio a voi di trovare un termine più esatto: 1. la scoperta e la reciprocità dell’amore; 2. la conformità per amore; 3. il rapporto di coppia. 1. la scoperta e la reciprocità dell’amore Quando Angela ha aperto gli occhi all’amore? Quando ha inteso la proposta d’amore di Cristo? E quando gli ha risposto di sì? C’è un fatto su cui Angela insiste: un fatto che è fuori discussione per ogni cristiano. Solo che è sovente trascurato: il primo ad amare è Dio; è Lui che prende l’iniziativa. Dio ha fatto il primo passo e l’ha scelta, l’ha “vocata”. Ma ciò su cui Angela insiste è il fatto che lui l’ha “vocata” per essere sposa, e quindi, e per ciò stesso, l’ha destinata alla maternità. E’ un’affermazione dello spirito tante volte invisibile, come sappiamo, eppure vera. Madri non per quello che facciamo nella vita quotidiana, ma per quello che siamo; per il nostro essere “spose” nella vita quotidiana. Su questa premessa poggia la Compagnia: l’Altissimo Dio, con privilegio singolare, si sceglie la sposa e le conferisce una dignità “nuova e stupenda”: quella di essere “vera e intatta sposa” quaggiù, e poi un giorno regina nel Cielo. La donna prescelta non ha che da considerare la grandezza del dono, sciogliere il suo canto di lode e di ringraziamento, e poi sforzarsi di tenersi all’altezza di quella vocazione mettendo in pratica i


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precetti contenuti nella Regola (cfr il Prologo della Regola); passando, cioè, dalla fase del primo innamoramento a quella dell’imitazione, per raggiungere così la somiglianza con l’Amato ed essergli poi unita per sempre. Il Prologo della Regola rivela lo sgomento di Angela davanti alla dignità di questa elezione e la sua intuizione del prezzo di fedeltà e di perseveranza sotteso alla dignità: “vogliate conoscere che cosa importa tale cosa… sforzatevi con ogni vostro potere di conservarvi secondo la vocazione ricevuta, e impegnarvi, e perseverare… si scatenerà l’inferno… ma potremo contare sulla infinita bontà di Dio…”. La forma di vita che Angela offre alle sue figlie l’aveva vissuta lei per prima; però lei aveva avuto il privilegio di una maternità che le veniva riconosciuta a gran voce. Come parlare, invece, alle sue figlie di dignità nuova e stupenda, dal momento che la Compagnia non avrebbe modificato il loro stato civile di donne considerate dall’opinione pubblica come un relitto della società, donne senza avvenire? Ecco: la realtà “nuova e stupenda” consisteva nell’amore che avrebbe trasfigurato la loro vita “dentro”: un amore totalitario, assoluto, che la società del tempo avrebbe fatto fatica a capire. Ma loro dovevano credere che era proprio vero. Chissà! forse Angela stessa ha potuto crederlo contro ogni apparenza, solo per la forza delle tre virtù teologali. Perché anche per i Santi (e forse soprattutto per loro) l’amore ha i suoi misteri, e i suoi tunnel, e le sue ore d’angoscia e d’eroismo. Angela darà vita alla Compagnia dopo aver superato lo stato iniziale della sua esperienza di Dio. Sarebbe interessante sapere quando Angela ha inteso la proposta d’amore di Cristo e quando gli ha risposto di sì. Possiamo fare solo delle illazioni. Forse il primo “sì” lo ha detto abbastanza presto, prima ancora di rendersi conto delle conseguenze e della portata di quel “sì”. Che poteva anche essere solo una imitazione di quel consenso che avevano dato le sante giovinette di cui parlavano le letture paterne. E poteva anche essere semplicemente lo slancio della ragazza che s’innamora dell’Amore e ne fa un ideale di vita. D’altra parte, nella Sacra Scrittura le evocazioni della figura dello Sposo non mancano, e Angela doveva conoscerle bene: gli invitati alle nozze dello Sposo (Mt 9,15): il regno dei cieli simile a un re che fa le nozze del figlio (Mt 22,2); la parabola delle vergini che vanno incontro allo Sposo (Mt 25,1); il Battista amico dello Sposo (Gv 3,29). E soprattutto il passo dell’epistola ai Corinti: “vi ho promessi a un unico Sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo” (II Cor 11,2) e poi, ancora, la visione della nuova Gerusalemme, sposa dell’Agnello (Ap 21,2). Ad ogni modo, e quali fossero i “sì” di Angela è certo che ve ne fu uno definitivo, risposta consapevole data “allegramente et di propria volontà”. Prima o dopo la visione della scala? Non sappiamo. Certo è che al Brudazzo Angela ha visto la nuova Gerusalemme scendere dal Cielo, da Dio, come una sposa adorna per il suo Sposo (Ap 21,2). Vergini e angeli: l’oggi e il domani. La vita nova incominciata quaggiù su prospettive d’eternità. Il fidanzamento prima delle nozze. Salvo eccezioni: (Paolo folgorato sulla via di Damasco), Dio prepara nelle anime l’ascensione verso le nozze. Le letture paterne che orientano Angela dall’età di cinque anni verso lo spogliamento interiore e il dono di sé potrebbero essere una delle prime iniziative di Dio per disporre la sposa ai profondi silenzi dell’intimità. La risposta di Angela fu completa. Scelta e ispirazione erano state l’iniziativa di Dio. Pratica e acquisizione delle virtù morali furono la sua risposta. Racconterà lei stessa al Romano che dall’età di cinque anni si era data


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a “vita sobria spirituale e contemplativa”. E quelli non erano che i primi passi mossi sotto la guida stessa di Dio e l’impulso della grazia. Si sa che il primo stadio è il più suggestivo e il più esaltante. Angela deve aver conosciuto il momento in cui una donna scopre di essere amata. E amata come donna, non solo come creatura. Amata di un amore personale come promessa sposa e non solo come cristiana figlia di Dio. Qui si può obiettare che “sposo”, sposa” potrebbero essere la semplice ripetizione di un lessico diventato tradizionale nella Chiesa quando si parla di verginità consacrata. Ma Angela usa pure un’altra parola, che toglie ogni genericità all’immagine nuziale: “Amatore”. Dioamante, Dio-innamorato. E all’innamoramento di Cristo Angela crede senza esitazioni. Questo dovrebbe scuoterci fin nel profondo, perché ci mette subito di fronte al sentimento d’amore nella sua accezione più autentica. Che Angela potesse innamorarsi di Cristo non fa storia. Anche noi ci siamo innamorate di Cristo! Ciò che fa storia – la nostra storia – è il fatto che Cristo si sia innamorato della sua creatura. “Amatore”: l’uomo che vuol bene, e vuol bene per sempre. Un amore che non conosce tramonto e che nemmeno la morte potrà fermare. Angela detterà nei Ricordi: “sono continuamente fra voi con l’Amatore mio, anzi nostro e comune di tutte…” (Ric 5). E’ il Cristo presente là dove due o più saranno riuniti nel suo nome (Mt 18,20), ma presente con la sua realtà di sposo. Un innamorato che si chinerà su di noi al punto estremo della morte, come supremo conforto (Rc 9). Angela, che ne è rimasta affascinata, si perde nella contemplazione del suo volto di luce “la “lucidissima faccia”), in cui si placa ogni ansia (Rg Orazione). Confesserà altrove con semplicità: “E chi è che a lui resister possa?” al pensiero della sua “luce, splendore allegro di verità” (Lg 11). Di quella luce lei aveva visto il riflesso al Brudazzo, nella visione della sua giovinezza, e ne era rimasta segnata per sempre. Il solo nome di Lui faceva vibrare le corde più intime del suo spirito, se le richiama alla mente le bellezze del creato e la fa pregare: “sia benedetto sopra la rena del mare, sopra le gocce delle acque, sopra la moltitudine delle stelle” (Rg Orazione) E’ un incantamento che è tipico di un cuore preso dalla bellezza dell’Altro; un incantamento che conserverà la freschezza della primavera anche quando Angela avrà passato i sessant’anni. Perché tanti ne avrà quando detterà la sua preghiera. Di Cristo come dell’”Amatore” Angela deve aver parlato frequentemente, almeno nell’intimità della Compagnia, tanto che il Cozzano lo ha rilevato. Nella “Dichiarazione della Bolla” ha scritto: “Tante volte, non per un modo di sentire umano, e non per spirito di leggerezza o di vanità, ma per la forza dello Spirito Santo, lei chiamava Cristo il suo Amatore, tanto quell’anima era legata d’amore con Dio”. Amore di donna, dunque. Amore personalizzato. E quando si ama così è naturale che si cerchi l’incontro con l’Amato. Non facciamoci illusioni. Prima delle nozze (parlo delle nozze mistiche per intenderci) non siamo ancora allo stadio dello sguardo fisso in Dio, come sarà invece nella fase terminale per una grazia gratis data. Siamo però alla consapevolezza che Dio tiene il suo sguardo fisso sopra la sua creatura e che alla creatura basti cercare quello sguardo per leggervi un messaggio. Così dovette svolgersi quel dialogo d’amore che a poco a poco sarebbe diventato per Angela sempre più cosciente, fatto dall’intrecciarsi degli sguardi: interroganti, consenzienti, gioiosi: una proposta dello Sposo, una risposta di lei. E poi di nuovo una proposta di Lui e una risposta di lei. E poi di nuovo… La “vita nova” che ricomincia ad ogni incrociarsi degli sguardi. Il gioco delle proposte-risposte, in cui l’amore si riaccende ogni volta per la gioia di donare. Solo così si spiega il fatto che Angela abbia potuto imporsi una disciplina ascetica


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tanto austera e severa senza inasprirsi, conservando invece quella piacevolezza che le conquistava i cuori. In questo gioco delle proposte nate dalla creatività di Dio e delle risposte lasciate alla libertà della creatura coadiuvata dalla grazia si delinea e si precisa l’itinerario nuziale, mentre la creatura approfondisce la propria conoscenza del Creatore. La reciprocità d’amore è proprio questo guardarsi, rispondersi, corrispondersi. La ripetitività di questo esercizio spoglia a poco a poco di sé. Perché sempre, quando l’individuo lascia a Dio la libertà di intervenire, e Dio può agire per la realizzazione del proprio progetto, Dio fa delle proposte scomode. Ma intanto, attraverso questa dinamica, si prepara il secondo momento: quello del riflettersi nell’Altro per potersi reciprocamente piacere, nel desiderio di trovare lo spazio comune entro cui intendersi. E’ allora che nasce la conformità di volontà fra l’anima e il Verbo. A sua volta questa conformità prepara, senza altre mediazioni, la comunione sponsale con lo Sposo. E questo sarà il terzo momento. 2. La “conformità” all’Altro San Bernardo attribuisce grande importanza a questo secondo momento, quello della conformità di volontà fra l’anima e il Verbo, e scrive: “Talis conformitas maritat anima Verbo… diligens sicut dilecta est. Ergo si perfecte diligit, nupsit” (Super Cant. Sermo 83,3). Cioè: questa conformità rende l’anima sposa, poiché si fa simile per la volontà a Lui… amandolo come ne è amata. Dunque, se ama perfettamente, è diventata sposa. In questa seconda fase non siamo ancora alla “comunione di vita”. Quando la conformità sarà raggiunta, ogni mediazione cadrà da sé e le nozze saranno immediate. Certo la strada non è facile. Ho detto prima che non dobbiamo considerare queste fasi in successione cronologica. Le esperienze delle due fasi possono interferire tra loro interagendo. Il momento entusiasmante della scoperta dell’amore può essere turbato da stanchezze, distrazioni, delusioni. A sua volta, l’esercizio della conformità all’Amato, per sé faticoso ed esigente, può conoscere sprazzi di luce gioiosa e inebriante. E anche la relazione sponsale può conoscere variazioni di temperatura, o addirittura di clima. “Conformarsi” vuol dire proporsi un modello, contemplarlo, e poi cercare di imitarlo nell’intento di arrivare ad assomigliargli. Quando si riesce poi a farsi gusti e interessi uguali, è più facile avere un’intesa piena e duratura. Noi non cerchiamo l’intesa; noi cerchiamo la sintonia per sentirci con lui e poter entrare con lui in una relazione d’amore. Certo non è ancora il perdersi nell’Amato: “conformarsi” vuol dire che si è ancora in due. Non è ancora il “vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus” (Gal 2,20). La creatura è ancora soltanto una eco alla parola e alla vita di Cristo; sta ancora cercando di conformarsi a Lui, ma non si è ancora “conformata”. Per la maggior parte dei credenti questa “conformità” si realizzerà pienamente alle soglie dell’altra vita, “in ictu oculi” 1 Cor 15,52). Avverrà sicuramente; avverrà anche per noi, perché Dio, “quelli che da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo…” (Rom 8,29). Se non ci lasciamo coinvolgere nel gioco delle proposte-risposte, se non accettiamo di vivere la reciprocità dell’amore, se non ci sforziamo di conformarci all’Altro, corriamo il rischio di arrivare all’unione nuziale col “dolce e benigno Sposo Gesù Cristo” (Rg, cap. del governo) proprio soltanto al momento di entrare nell’eternità. E allora sarà troppo tardi per farne l’esperienza nel tempo. Avremo perduto il meglio della vita… Invece per i Santi che amano d’amore il Signore, e accettano di essere amati da Lui, e gli corrispondono, questo incontro nuziale si realizza nel corso della vita, quando la somiglianza con lui è raggiunta. Ma come raggiungerla?


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Nella tensione dell’essere verso Dio, della sposa verso lo Sposo, la creatura si specchia nel Cristo, che è “l’immagine del Dio invisibile” (Cor 1,15), e sotto l’azione dello Spirito Santo, nei mille modi che l’amore suggerisce, cerca di ritrarre in sé i lineamenti dell’Altro. Nel suo bisogno di sentirsi in sintonia con Lui, di trovare un punto comune d’intesa, istintivamente si mette ad imitarlo. La somiglianza a mano a mano acquisita avvicina sempre più alla comunione di vita, all’unione trasformante. Questa somiglianza può raggiungersi prima di tutto attraverso la preghiera, come dice la Madre: “mediante la preghiera si ottiene da Dio la vera grazia della vita spirituale” (Rg cap. dell’orazione). E la vita dello spirito è la vita di Dio dentro di noi. E’ il ricostituirsi, a poco a poco, di quell’immagine di Dio e di quella somiglianza con lui che avevamo quando siamo rinati attraverso il battesimo; è l’approfondimento e l’intensificazione di questa vita attraverso la contemplazione dell’amato e il proiettarsi della contemplazione nella vita quotidiana. E l’immagine e la somiglianza si fanno sempre più vicine al divino modello quanto più si è vicini alla pienezza della conformità a Cristo. Che cosa sottintendeva quella sintesi di contemplazione e azione che il Cozzano ammirava tanto nelle prime vergini della Compagnia? Partendo dalla preghiera quotidiana che la madre aveva prescritto, dovevano essere andate ben presto al di là della semplice recitazione vocale. Dal saluto frettoloso d’un incontro a ore prestabilite, erano arrivate al cercarsi, al guardarsi… La pratica della Regola doveva averle fatte penetrare sempre più nello spogliamento interiore, proprio del radicalismo evangelico, che è la via più diritta e sicura per pervenire alla contemplazione. E la contemplazione era diventata un lungo sguardo d’amore che conservava, in fondo alle pupille dell’anima il volto di Cristo, e investiva poi la vita tutta intera. Era una contemplazione che non aveva bisogno di una cultura teologica e mistica specifiche. Bastavano alcuni richiami essenziali che la Madre aveva affidato ai suoi Scritti: la “beata e individua Trinità” nel cui nome si apriva la Regola; “sua divina Maestà…” e l’”immortal Figlio dell’eterno Dio”; lo Spirito Santo che parla continuamente di dentro e dà fortezza e vero conforto. Bastava sforzarsi di essere e sapersi, come è scritto nel primo rituale stampato intorno al 1571, “innamorate ardentemente di Gesù salvatore dell’universo accettato come carissimo Sposo”,e membri della “Compagnia delle spose di Gesù” (cfr. Ordine et cerimonie, Ordine 1). E’ nel senso di una tale preghiera che Angela aveva raccomandato: “Oportet sempre orare” (Lc 18,1) facendosi eco alle parole dell’Amato. Questo “farsi eco” delle parole dell’Altro nel proprio argomentare non è, per Angela, un approccio esteriore, né un esercizio puramente intellettuale, né uno sfoggio accademico, bensì il riaffiorare spontaneo di voci risuonate “dentro”, meditate, fatte proprie e incarnate nella vita. E allora si spiega la giustezza con cui le citazioni si calano come naturalmente nel contesto; e in particolare spiega qualche loro traduzione, che si stacca dall’assonanza letterale per formularsi come un’interpretazione frutto di esperienza. Il “farsi eco alla parola di Cristo”, in lei, è già passato dallo stato d’ascolto a quello di risonanza nella vita d’ogni giorno. Dall’”ecce” al “fiat”. E Angela vorrebbe (rileggere il Lg 4) che anche el sue figlie che vanno spose all’immortal Figlio dell’eterno Dio incarnassero, a loro volta, nella loro modesta vita quotidiana, gli insegnamenti di Cristo che lei stessa trasmette loro, dalla fedeltà alla Chiesa fino all’amarsi ed essere unite insieme, segno e garanzia che si è in grazia del Signore (Lg 10). Mi soffermerò su tre raccomandazioni di Angela che hanno per preciso oggetto l’imitazione di Gesù Cristo, e sono confortate tutte e tre da un riferimento preciso al Vangelo. Forse per lei dovevano costituire una connotazione tipica del nostro stile di vita. La loro


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pratica non è facile, d’altra parte si tratta di tre passaggi obbligati sul cammino della conformità a Cristo in vista della comunione di vita con Lui.

a) Conformarsi a “Gesù Cristo unica via al Cielo” nella penitenza Raccomandando in particolare la pratica del digiuno considerato come mezzo per l’acquisizione della libertà interiore, Angela detta così: “Si ricorda che ciascuna debba e voglia abbracciare il digiuno corporale come cosa necessaria e come mezzo e via al vero digiuno spirituale, per il quale tutti i vizi e gli errori della mente si troncano… E a questo ne invita chiaramente… tutta la vita di Gesù Cristo, unica via al cielo”. Astinenza e mortificazione liberano dalle cattive tendenze della carne e liberano dalle deviazioni dello spirito. E’ dopo il lungo digiuno di quaranta giorni e quaranta notti che Cristo vince la triplice tentazione di sensualità, d’orgoglio, di presunzione. Noi sappiamo quale lunga esperienza di vita ascetica e di austerità avesse sant’Angela, e le sue parole ci permettono di meglio intuire quali valori di liberazione lei ne avesse ricavati. Proprio per questa libertà interiore che le veniva dal distacco da cose e soddisfazioni materiali, poteva osar di proporre penitenza e digiuno alle sue figlie, immerse in un secolo in cui, nonostante la miseria di certe classi, tutta la vita e la società inneggiavano alle conquiste umane, alla grandezza dell’uomo che si andava svincolando dal trascendente, al lusso e ai piaceri della vita. In una situazione analoga, Paolo aveva scritto ai Filippesi: “Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù… per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose… al fine di guadagnare Cristo… E questo perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,8-11). Partecipazione alle sofferenze di Cristo e conformità a Lui nella morte, con lo sguardo interiore fisso sulle “feste allegre e nuove del Cielo, sui suoi beati ed eterni trionfi” (Rc 5).Così Angela aveva vissuto il suo fidanzamento fin dall’infanzia, preparandosi ad assomigliare a Cristo nella morte con la sua vita penitente, ma conquistando in cambio quella libertà interiore che invano cercavano i suoi contemporanei fuori di Dio. E grazie a quella libertà interiore lei avrebbe sfidato la mentalità del suo tempo, e avrebbe coinvolto anche altre nell’avventura di farsi segno di contraddizione evangelica. Del resto, come frequentare Cristo e non condividere la sua esperienza di sofferenza redentrice? E come intendersi con lui, senza parlare il suo medesimo linguaggio? Il mondo, quando si inebria di benessere, quando si appaga di consumismo e tutto giustifica in nome del diritto individuale assoluto, rinnega subito nel lessico e nei contenuti le parole “penitenza, mortificazione, rinuncia, croce, sacrificio”. Ma è proprio a quel momento che il mondo se ne va alla deriva, lontano da Cristo; e allora non può più contare sulla risurrezione. b) Conformarsi a Gesù Cristo nella rinuncia a se stessi “Imparate dal Signor Nostro il quale, mentre fu in questo mondo, vi fu come servo, obbedendo al Padre eterno fino alla morte” (Rc 1). Riguardiamo il capitolo dell’Obbedienza, in cui Angela sottolinea il prezzo e il premio di questo che è il massimo sacrificio che si possa chiedere all’uomo, e che sarebbe irrazionale se Cristo non avesse dato l’esempio. Prezzo: il rinnegamento della propria volontà quando si scosta dal volere divino; premio: la grande luce che investe tutto l’uomo allorché l’uomo entra nel gioco della divina


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volontà e collabora al suo compimento. Eppure chi tiene questo linguaggio è quella stessa donna che, con inaudita iniziativa, prima di ammettere alla Compagnia di Sant’Orsola un’aspirante, fa appello alla sua libertà di scelta: “entrerà allegramente e di propria volontà”. E l’aspirante, in nome di un diritto che tuttavia la società non le riconosceva ancora, si impegnava a sua volta, liberamente, a rinunciare alla volontà propria per farne dono a Dio nell’adesione alla sua volontà. Come aveva fatto Cristo, Sapienza incarnata, libertà suprema, santità infinita, che liberamente e per amore aveva scelto di fare la volontà del Padre rinnegando la propria. “Per questo, aveva scritto Paolo ai Filippesi (2,9-11), per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. Anche qui, prezzo e premio: il prezzo è l’obbedienza fino alla morte, e alla morte di croce (ibid 2,8); il premio è la signoria sull’universo, sugli inferi e nei Cieli. Per questo, Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo, per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose (ibid 3,21). Con questa prospettiva l’aspirante della Compagnia avrebbe dovuto vivere il proprio destino di fidanzata promessa sposa, in attesa della trasfigurazione che l’avrebbe conformata al Cristo-Sposo, regina per l’eternità. c) Conformarsi a Cristo nel comportamento “Attendete a Gesù Cristo che dice: ‘Discite a me, quia mitis sum et humilis corde” (Mt 11,29): “imparate da me, che son piazzevole e mansueto di cuore” (Lg 3). Affabile e mansueto. Apparentemente è una questione di stile, di comportamento esteriore più che di sostanza. Ma se guardiamo a fondo questo terzo Legato, scopriamo che racchiude non tanto una lezione di stile, quanto piuttosto una lezione di vita e di spiritualità. Dio dispone tutto con l’equilibrio che armonizza fermezza e affabilità, “Dio ha dato il libero arbitrio a ognuno, e non vuol forzare nessuno, ma solamente dimostra, invita e consiglia…”Io ti consiglio”,dice, e non “ti sforzo”.E Angela prosegue: “Non dico però che alle volte non si debba usare qualche riprensione e asprezza, a luogo e tempo… ma solamente dobbiamo agire sotto l’azione della carità e lo zelo delle anime”. Purtroppo la conformità a Cristo in questa armonizzazione di giustizia e di bontà nell’eseguire e sopra tutto nel far eseguire la legge, nel rispetto della libertà della persona umana, non è sulla nostra misura. Per Cristo era l’unione ipostatica che gli assicurava un controllo e un dominio perfetto di tutta l’attività delle sue facoltà e delle sue potenze; noi, invece, siamo molto umani. E non sempre quella “umanità” nel senso nobile ed elevato del termine, come lo usava sant’Angela. Possiamo solo tentare di avvicinarci al nostro modello attraverso una pratica attenta e costante della carità, mirando a raffinarla e a perfezionarla secondo i dettami del capitolo della verginità mericiana. Davanti alle nostre facili cadute ci sarebbe persino da scoraggiarsi, se non avessimo già imparato a cercare gli occhi di Cristo e, insieme, a lasciarci guardare da lui. A questo punto ci chiediamo: la conformità è forse impossibile? Forse no… C’è una forza, dentro di noi, sempre a portata di mano, sempre attuale: la grazia di Dio, la vita divina…. Non possiamo dimenticare che, per il battesimo, vive e agisce dentro di noi lo Spirito Santo che è la Carità per eccellenza. Lasciamo che lo Spirito di Dio invada il nostro essere, sostituendosi al nostro spirito proprio così facile a perdersi nelle piccinerie, così vicino tante volte sllo “spirito del mondo…” Lui che è la reciprocità d’amore del Padre e del Figlio.


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Lui che è “dentro di noi” la reciprocità d’amore del Padre e del Figlio. Lui che è lo Spirito dello Sposo. Se “nessuno può dire ‘Gesù è Signore’ se non per lo Spirito Santo” (1 Cor 12,3), allora è solo sotto la sua spirazione e grazie alla sua azione che l’anima può raggiungere l’unione trasformante e una somiglianza d’amore con Cristo Gesù. Prezzo di questa trasformazione che ci divinizza sono il distacco dalle cose e lo spogliamento di noi stessi come li ha vissuti Gesù e come li chiede la Regola di sant’Angela. Ma sono questa somiglianza d’amore e questa conformità con Gesù Dio e uomo che ci rendono partecipi della natura divina: “divinae consortes naturae” (2 Pt 1,4) e trasformano, senza distruggerla, la nostra povera e pur nobile natura umana. Tralci della vite divina (Gv 15,5), o via e ci getterà nel fuoco. Prendiamo questa riflessione come scelta decisiva che ci orienti per l’avvenire, E sia, ancora, una scelta d’amore come lo consapevole. Più sofferta. Più crocifissa. “stupenda”.

viviamo della sua vita, o il Padre stesso ci taglierà una divina proposta, come l’occasione per una che ci faccia passare dal fidanzamento alle nozze. fu quando dicemmo di sì per la prima volta. Più Ma proprio per questo più innamorata e più

II Itinerario sponsale mericiano Questa mattina abbiamo parlato della relazione di Angela Merici con Cristo in termini di fidanzamento. E, nella preghiera successiva, forse abbiamo preso questa relazione come punto di riferimento per valutare la nostra relazione con Dio, col buon proposito, evidentemente, di avvicinarci al modello. Una considerazione forse entusiasmante, generosa, coraggiosa anche, talmente appassionante da non farci sentire troppo il peso del suo prezzo. Oggi pomeriggio riprendiamo il discorso, in termini di nuzialità, di matrimonio, con quello che ne consegue. Bisognerebbe fare poi una buona verifica, che non dovrebbe esaurirsi in una breve riflessione, ma continuare nei giorni avvenire, fino al famoso ultimo incontro col nostro “dolce e benigno sposo Gesù Cristo”.Una verifica compiuta con una continua messa a fuoco che sia nel tempo stesso un atto d’amore. Non per niente all’inizio pensavo di poter scegliere come titolo per la prima parte “L’itinerario nuziale”, alludendo alla “prima”, che non è una parentesi che si chiude, bensì una parentesi che rimane aperta e si prolungo nel “dopo”, e, per la seconda, “L’itinerario sponsale”, proprio alludendo al “dopo”. E anche questo “dopo” non è un tempo chiuso; ha avuto i suoi tocchi anticipatori anche “prima”, e non finirà con la vita. Però è caratteristico del “dopo”, cioè dopo che il “sì” nuziale ha incominciato a trasformare la nostra vita da individuale a vita di coppia. Perché così dev’essere la nostra vita secondo sant’Angela: un consapevole rapporto di coppia. Poi ho soppresso la distinzione. Mi pareva artificiosa… E ho fissato così il titolo per le due parti: L’itinerario sponsale di Angela Merici”. Il nostro dovrebbe svolgersi secondo lo stesso tracciato. Perchè un’anima sia sposa di Cristo non è necessario che abbia avuto luogo una cerimonia nuziale, anche se l’agiografia ne tramanda alcune divenute ormai classiche, dove si ripete sempre uno stesso cerimoniale, sia pure con le varianti del caso (Caterina d’Alessandria, Caterina da Siena…). Angela viene prima di Teresa d’Avila, che nel “Castello interiore” schematizza le tappe delle ascensioni mistiche. E io non sono teologo per giudicare se la vicenda interiore di


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Angela appartenga al dominio della contemplazione o a quella della vita mistica, al di qua o al di là di quel crinale dove contemplazione e vita mistica si incontrano e si dividono. Stando ai pochi documenti mericiani in nostro possesso, forse sarebbe inutile pretesa, anche per un teologo, dirimere una simile questione. E lei, del resto, non era donna da sottilizzare coi diversi “distinguo”. Per lei Cristo è lo Sposo e la vergine di S. Orsola è la sposa. Questo le basta. Il resto è vita. Ed è vita a due. Questo è il senso della sponsalità mericiana: un rapporto di coppia, un rapporto di coppia attualizzato e personalizzato. Angela deve averla vissuta così. Con semplicità e naturalezza, nonostante la dimensione soprannaturale di una tale relazione. E così la propone a noi. 3. Il rapporto di coppia Per questo rapporto di coppia non si deve chiedere nulla alla sensibilità, ma buttarsi a capofitto nella fede. Una volta fatto il salto nel buio, tutto si chiarisce. Mi viene alla mente il versetto di Osea che tutti conosciamo, e che mi sembra interpretare esattamente il rapporto di coppia: tu sei la sposa, e IO sono lo sposo: “Et sponsabo te mihi in fide” (Os 2,22). Sposerò te a me. La reciprocità io-tu è messa bene in evidenza, anche nel testo ebraico. Io-tu nella fedeltà, nella reciprocità della parola data e del dono di sé, nell’aderire all’altro in comunione di interessi di spirito soprattutto. Che, nel nostro caso specifico, vuol dire in comunione di Spirito Santo, per una comunione di vita divina. Ecco praticamente alcuni punti per la nostra riflessione: a) Io-tu nella fedeltà, b) Nella comunione degli interessi, c) In comunione di Spirito Santo, d) Per una comunione di vita divina. Lasciatemi prima leggere un altro breve testo di Bernardo di Chiaravalle che si riferisce al modo di vivere di un’anima sposa del Verbo: “… da te stessa accedi con fiducia al Verbo, aderisci costantemente a Lui, lo interroghi con familiarità e lo consulti su ogni cosa, quanto capace di intelligenza altrettanto audace nel desiderio. Questo è veramente un contratto di spirituale e santo connubio. Ho detto poco, ‘contratto’: è un amplesso. Amplesso veramente dove il volere e non volere le medesime cose ha fatto di due spiriti un solo spirito”. L’amore dove arriva trasforma in sé e occupa tutti gli altri affetti. Perciò colui che ama ama, e non conosce altro. Egli stesso, il Verbo, che a buon diritto merita onore, che giustamente è oggetto di stupore e meraviglia, preferisce essere amato. Sono Sposo e sposa. Quale altro legame o relazione cerchi fra gli sposi al di fuori di quella dell’essere amati e dell’amare”? (Sermoni sul Cantico dei Cantici, 83,3). Sono Sposo e sposa. Come spiegare diversamente la loro relazione se non come reciprocità d’amore, di donazione, quindi di possesso? L’amore, però, ha le sue leggi e le sue modalità; queste si compongono e si configurano secondo uno “stile” che è proprio ed esclusivo dell’amore coniugale; diverso quindi dallo stile dell’amicizia e da quello familiare. La relazione di sant’Angela nei confronti di Cristo è segnata da questa connotazione specifica: sono Sposo e sposa: io-tu uguale Noi. Fino a che non venga l’ora ineffabile dell’io-tu uguale Tu. “iam non ego: vivit vero in me Christus…”. a) Nella fedeltà: Una prima caratteristica dello stile mericiano di questo amore è la fedeltà, che dovrebbe per se stessa comportare l’indissolubilità; la Madre la chiama perseveranza, e richiede una fedeltà a tutta prova. La Madre si richiama a questo principio fin dal “Prologo” della Regola: “Non basta incominciare… Beate quelle che custodiscono in


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cuore la luce della loro vocazione fino alla fine… beate quelle che si impegneranno a tenere vivo il desiderio della patria celeste dove un giorno saranno regine… Ma per questo dovranno abbracciare tutti i mezzi offerti loro per vivere da spose… in particolare dovranno praticare fedelmente la regola…”. Tutta la Regola, e fino alla fine, coraggiosamente. Il testo da citare è lungo. Trova la sua sintesi in uno più breve, al Ricordo 5°: “Quanto le hanno da giubilare e far festa perché in Cielo, a tutte, una per una, è preparata una nuova corona di gloria e d’allegrezza, purché le stiano ferme e salde nel proposito suo”. “Purché” (è la conditio sine qua non) purché siano fedeli, costanti, perseveranti nell’amore e in tutto quanto l’amore comporta. Forse ai tempi di Angela il “per sempre” non faceva paura; nella nostra civiltà del precario, dell’effimero, la prospettiva di un impegno a vita è ciò che sgomenta e trattiene molti dall’impegnarsi a seguire Cristo per sempre.Eppure l’amore di Cristo inteso nella sua essenza e nella sua realtà dovrebbe ancora affascinare. Ma ci vorrebbe da parte nostra il coraggio di rendere testimonianza al suo amore per noi, al nostro amore per lui, riverberando questo amore nella vita comunitaria e familiare, negli incontri col prossimo; e rendere testimonianza diffondendo una gioia schietta e comunicativa. La gioia pacata e serena della donna appagata nelle sue più intime aspirazioni, investita da un amore che la realizza anche come donna (è “sposa”) e completa la sua femminilità fino a farla raggiungere la pienezza (è “madre” per lo spirito). Certo l’indissolubilità-perseveranza non è possibile senza la grazia di Dio, ma ci vuole la nostra corrispondenza. E non si può corrispondere alla grazia, e corrispondere tutta la vita, senza una linea precisa di condotta che includa sacrifici e rinunce. La nostra civiltà dell’”usa e getta” non ne vuol sapere; trova irrazionale tutto ciò che limita l’autonomia personale e l’utilità immediata, e giustifica e legalizza qualsiasi “usa e getta”. Invece è nella logica delle cose, è secondo ragione che ogni scelta comporti la rinuncia a ciò che non si è scelto, mentre a loro volta i beni non scelti continuano a costituire dei valori, e quindi ad esercitare il loro fascino o a rivendicare i loro diritti.Nel Prologo della Regola, Angela accenna non solo alle sollecitazioni del demonio, ma alla “carne e sensualità nostra” e al recupero della propria libertà nei confronti della Regola. Poi in altri testi allarga il ventaglio delle proposte che la vita presenta alle sue figlie e alle quali bisogna che dicano di no: vedi i capitoli della frequentazione del mondo, del modo di vestire, della povertà, con l’indicazione di scelte ben precise. Non hanno per oggetto la fuga dal peccato, né il rifiuto di valori negativi, ma soltanto la rinuncia a valori per sé ambivalenti, né buoni né cattivi, negativi o positivi secondo le circostanze, che comunque diventano incompatibili con quella identificazione con Gesù che noi dobbiamo perseguire durante tutta la vita. Senza essere necessariamente cattivi, non sono più per noi. Sono “altro”, non sono lo Sposo. Adeguandoci alla mentalità di oggi possiamo mettere fra questi beni non-scelti, e incompatibili con la nostra identificazione con lo Sposo: il potenziamento della nostra personalità, la propria assoluta libertà di scelta, la priorità della missione sulla consacrazione, la fruizione incondizionata dei beni materiali, la realizzazione di sé secondo criteri soggettivi e liberi, e soprattutto l’utilità, il profitto immediato. Sono tutti elementi che oggi giustificano e persino legalizzano la morale dell’”usa e getta”. La rivendicazione indiscriminata di questi diritti ha spinto – nel mondo – tante coppie di coniugi all’adulterio, al divorzio, all’abbandono dei figli e – nella vita consacrata – ha spinto tanti, che pur erano stati “chiamati ed eletti”, a voltare le spalle a Cristo. E’ accaduto quando si è perduto il senso del Tu-io uguale a Noi; noi insieme per lo stesso destino. Sogni e


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ideali dell’incontro nuziale sono miseramente naufragati quando il rapporto di coppia è diventato il semplice contenitore di due vite che non si incontreranno più. E’ accaduto quando Cristo ha finito di essere l’”uomo” della nostra vita, l’unico partner per una autentica relazione d’amore. E il popolo di Dio e gli altri hanno intuito che noi non credevamo più all’amore e ci consolavamo con dei poveri surrogati: il successo, l’attività, l’immersione nel “sociale”, le soddisfazioni materiali e i beni terreni truccati di francescanesimo. Invece sant’Angela ha conservato l’incantamento amoroso anche quando gli entusiasmi della gioventù sarebbero potuti apparire fuori stagione. Ricordi e Testamento li ha dettati verso la fine della sua vita; eppure è in essi che troviamo la parola “Amatore” e espressioni come: “le spose dell’immortal Figliolo dell’eterno Dio” (Lg 4); e il consiglio di vegliare affinché “possano il più possibile piacere a Gesù Cristo loro sposo” (ib.) e l’esortazione a mettere il loro amore in Dio solo e in nessun’altra creatura (Rc 5) e avere “Gesù Cristo per loro unico tesoro e loro amore” (ibid). In campo civile dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà. E questo vale per i coniugi nonostante i limiti, le difficoltà d’intesa e di comprensione, la disparità di vedute; non dovrebbe forse valere anche per noi? L’importante è sostenere il rapporto di coppia e conservargli una sua freschezza e una sua quotidiana novità. “Et fati vita nova”, dice la Madre, e non ci sarà il rischio di cadere nella routine. b) La comunione di interessi. Considerata la fedeltà come condizione fondamentale dello stile mericiano nel rapporto di coppia, procediamo oltre. Si accenna spesso al dovere dei coniugi di “collaborare nell’interesse della famiglia…”. Ed è un fatto più che comprensibile. Ci si vuol bene, ci si conosce sempre più a fondo, a poco a poco si mettono in comune i gusti, si fanno i progetti per i figli, si prepara il loro avvenire. Ciascuno dei due coniugi mette il proprio contributo, secondo le proprie disponibilità. Succede lo stesso anche a noi. Cristo per primo ha fatto suoi i nostri interessi riscattandoci dal peccato, rispondendo al nostro bisogno d’amore e preparandoci un avvenire regale nei Cieli. E noi abbracciamo il mondo che lui ha redento come si abbraccia una famiglia propria; lo adottiamo nel nostro amore e ci mettiamo d’impegno per aiutare il nostro Sposo a conservare i frutti della redenzione. Mettiamo cioè in comune i rispettivi interessi per una collaborazione concreta. Certo ognuna di noi ha un proprio modo di collaborare con Dio secondo la propria personalità, il proprio temperamento, il proprio modo e la propria misura di amare e di essere sposa. All’interno di questa relazione umano-divina che noi viviamo, non siamo certo noi che possiamo portare il contributo maggiore; siamo così povere di tutto… e la nostra umanità, da sola, è talmente limitata… La maggior parte (tutto il capitale, anzi!) lo mette lui. Noi godiamo della partecipazione ai suoi beni; e quanto più amiamo Cristo, tanto più li apprezziamo e cerchiamo di farli fruttare mediante la nostra collaborazione fattiva. Angela, da vera sposa, non può dimenticare che il Figlio di Dio per lei ha assunto la natura umana (questo è un dono, per così dire, che lui si è preso dall’umanità), e nemmeno rimane estranea alla vita divina che Cristo ha portato sulla terra dal seno del Padre. L’incarnazione è il prezzo che Cristo ha pagato per amore. Allora la madre propone alle sue figlie, per l’Ora del Mattutino, i 33 Pater-Ave “per memoria dei 33 anni che Gesù Cristo visse in questo mondo per amor nostro” (Rg Orazione) Questo mi sembra provare che la madre ha sempre presenti allo spirito l’infinita distanza percorsa da Dio per farsi uomo come noi, per amarci con un cuore d’uomo, per capirci con la profondità di sentimenti dell’uomo, per poter soffrire di una sofferenza umana come soffriamo noi, anche se lui andrà al di là di ogni sofferenza umana. Questo pensiero si accompagna al desiderio di non perder nulla di tanto


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bene. Per questo Angela chiede che “ciascuna vada a Messa ogni giorno, e ne veda almeno una intera”, e con modestia e devozione così da trarne profitto, perché, “nella Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del Signor nostro… E quanto più si sta con attenzione, fede e contrizione, tanto più si partecipa di quei benedetti meriti…”. E’ chiaro che non è questione di una “pia” devozione, quanto piuttosto di una condivisione di beni che avvicina sempre più alla comunione di vita. “Si partecipa di quei benedetti meriti…”. Sposa che ha fatto propri gli interessi dello Sposo, Angela spazia al di dà del limite ristretto del proprio quotidiano, lasciandosi coinvolgere nell’azione senza confine della redenzione per apportarvi il proprio contributo. E chiede alle sue figlie di fare altrettanto. Così al sacrificio di Cristo, abbracciato per il riscatto degli uomini, partecipa con l’offerta del proprio digiuno per ottenere dallo Sposo prima di tutto il perdono per i peccati dei cristiani, poi per impetrare l’aiuto che Dio non farà mancare al proprio popolo e finalmente – particolare assai significativo – offrirà il grande digiuno della novena di Pentecoste per ottenere alla Chiesa l’effusione dello Spirito Santo. Il prezzo dell’amore pagato in solido rinsalda l’amore sponsale. Non mancheranno però i momenti difficili, quando non si ha più voglia di pagare la propria parte, o quando si trova che il prezzo è troppo caro; potrebbe venire persino l’ora tragica quando, di fronte a un grosso sacrificio imposto dalla vita, verrebbe spontaneo di preferire la separazione da Cristo. Ma… momento divino di purissimo amore se, nonostante tutte le ripugnanze della natura umana stanca e desolata, si ha la grazia di rinnovare il “sì” delle nozze. Perché il coinvolgimento dell’amore arriva a scavare nell’uomo una capacità di donazione che porta anche al sacrificio supremo. Ci viene in mente la preghiera di sant’Angela: “…perdona i peccati del mondo. Te ne prego per la tua sacratissima passione, per il tuo prezioso sangue sparso per amor nostro…volentieri, se lo potessi, spargerei il mio sangue per aprire la cecità di chi non ti conosce…” (ibid). c) La comunione dello Spirito Santo. La redenzione non è il solo bene che lo Sposo porta in dono alla sposa. La liturgia di Pentecoste canta: “O spirito Paraclito – dono nuziale e fonte – d’ogni bene profondo…” (Ufficio delle letture). Spirito Santo, “dono nuziale”, dono di nozze; “dono del Padre Altissimo – acqua viva, fuoco, amore – santo crisma dell’anima” che noi abbiamo ricevuto nel battesimo quando la Trinità ha posto in noi la sua dimora; Spirito Santo che ha preso possesso di noi in maniera particolare al momento in cui l’unzione crismale ci ha confermate nella fede, e che ha rinnovato la sua effusione in noi ogni volta che ci siamo aperte alla sua azione… Angela ha fatto largo spazio allo Spirito Santo. Gabriele Cozzano ha potuto scrivere che lei si moveva sotto la sua mozione; “essendosi annientata in se stessa in forza della fede in modo mirabile, non poteva non avere in modo mirabile lo Spirito divino e santo che di continuo singolarmente la guidava, la illuminava, la infiammava” (Dichiarazione della Bolla). Il Cozzano aveva intuito una grande realtà: Angela si era “annichilita”, annientata, e lo Spirito Santo si era sostituito a lei per esserle guida, luce, slancio; si era come “svuotata” di sé, e allora lo Spirito di Dio si era fatto sua pienezza. Mi sembra, del resto, che almeno due elementi biografici possano essere considerati come una riprova di questa affermazione. Infatti quando una creatura si lascia condurre da Dio, lo Spirito di Dio interviene nella sua attività umano-spirituale, e lo fa sostituendo la propria luce a quella della ragione umana, prendendo le iniziative pur senza sopprimere la di lei libertà, e lanciandola alla realizzazione dell’imprevedibile. “Imprevedibile”, perché lo


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Spirito agisce in maniera deiforme, e la sua misura è sempre fuori misura. Questa è la caratteristica dell’operazione dello Spirito Santo: una misura fuori misura. Nel caso di Angela, appunto, la visione del Brudazzo e la fondazione della Compagnia di S. Orsola – due eventi che si sottraggono a qualsiasi logica puramente umana – sono un segno manifesto di questo intervento diretto di Dio al di là della ragione umana, verso la realizzazione dell’imprevedibile. Sono il segno che il “dono nuziale” è stato accolto e corrisposto. Sant’Angela non ha studiato la teologia “de Spiritu Sancto”, ma deve aver avuto una certa intuizione del suo modo di operare nelle anime e delle condizioni necessarie affinché questa azione possa effettuarsi pienamente. Le condizioni sono nel capitolo dell’obbedienza: purità di coscienza (cioè quella verginità dello spirito che consiste nell’integrità interiore continuamente ripristinata), adesione del libero arbitrio, disposizione interiore volontaria a seguire la mozione dello Spirito che spira dove quando e come vuole: “E sopra tutto obbedire ai consigli e alle ispirazioni che di continuo manda nel cuore lo Spirito Santo. La cui voce udremo tanto più chiaramente quanto più purificata e monda avremo la coscienza”. Se poi Angela si sia resa conto, cioè se abbia avuto l’esperienza mistica dell’azione dello Spirito dentro di lei, potrebbe darsi. E’ certo che ha avuto la consapevolezza di non essere stata che uno strumento nelle mani di Dio, cioè di essersi lasciata muovere e adoperare da lui: “Essendogli piaciuto, per sua infinita bontà, di adoperare a tale e tanta sua opera me come mezzo suo…” (Ts, prologo). “Adoperare me come mezzo”: ha proprio il significato del servirsi di uno strumento. E lei sa bene di non aver “piantato” lei la Compagnia di sant’Orsola (Lg 11). Credo che, a questo punto, potremmo passare il rapidissima rassegna qualcuno dei doni dello Spirito settiforme, riferendoci poi ad essi per una lettura sommaria della vita della nostra Madre. Partiamo dal dono regale, quello della Sapienza. E’ il dono dell’esperienza mistica e procede per via d’amore. Sotto la sua azione la creatura tiene lo sguardo continuamente fissato su Dio, amato d’amore, e con lo stesso amore abbraccia in un unico slancio anche il prossimo. E’ l’innamoramento che si riflette nello sguardo, nelle parole, nel comportamento. Una forma eminente di questo dono non è forse proprio il “contemplata aliis tradere”? Cioè l’evangelizzazione e l’insegnamento delle verità divine, che presuppongono una contemplazione intensa e profonda. Angela, possiamo ben dirlo, ha amato Dio d’amore, come una sposa ama lo sposo. E si è anche lasciata amare d’amore da Colui che chiamava il suo “Amatore”. Un amore che l’attirava alla contemplazione, nei tempi senza sonno della notte (lo intuisce Agostino Gallo), e poi lungo il giorno la rendeva attenta a quanti avvicinava e al loro bisogno di Dio. Pandolfo Nassino scriverà che quella Sur Anzola predicava a tutti la fede del sommo Dio, e con espressioni tali da far presa su tutti. Contemplare l’Amato e far conoscere il suo amore. E “vedere le cose alla maniera dell’Amato”. Questo è il dono di sapienza. Ora, che cosa fu, per Angela, la fondazione della Compagnia di Sant’Orsola se non il riportare sulla donna del suo tempo lo sguardo stesso con cui Dio aveva guardato lei, e vedere la donna del suo tempo così come Dio la vedeva? Fu dunque sotto la mozione dello Spirito di Sapienza che Angela rivelò alla donna che anche lei poteva essere oggetto d’un amore di predilezione da parte di Dio. E, per riempirle la vita d’amore, la aiutò ad incontrarsi con Dio. La Compagnia non fu che questo. L’attuazione era di Angela, ma l’ispirazione era venuta in lei dallo Spirito Santo.


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Il dono d’Intelletto è l’intuizione che viene dall’amore, e legge, al di là delle parole e delle cose, i sentimenti che sfuggono agli estranei. E’ il segno dell’intimità di due che si amano e s’intendono reciprocamente. L’intelletto dà il senso del divino al di là degli ostacoli che lo nascondono; dà l’intelligenza delle parole divine al di là della lettera, dà la penetrazione del testo sacro. Non occorre che insistiamo su questo punto. La Regola sopra tutto, con la sua ricchezza di citazioni dà ragione a Giacomo Chizzola e ad Agostino Gallo, stupiti che Angela avesse il senso delle Scritture a tal punto da intrattenersi con predicatori e teologi su testi dell’Antico e Nuovo Testamento. Inadeguata la sua preparazione, inadeguata la sua cultura. Perciò la sua penetrazione della parola divina non poteva che essere frutto di un dono a misura di Dio. Un altro dono che i contemporanei dovettero riconoscere alla Madre a voce di popolo, anche senza individuarlo secondo le categorie della teologia mistica, fu quello del Consiglio. Secondo i trattati di mistica, esso ispira come conformarsi al piano divino nei vari momenti della vita; conferisce il senso degli uomini e delle cose; suggerisce le parole opportune e le decisioni anche imprevedibili. Noi sappiamo che lo Spirito Santo agisce in maniera deiforme, e che la sua misura è sempre fuori misura. Ora, il Consiglio è il dono che in maniera eminente rivela l’inesauribile capacità di inventiva propria di Dio. Ma appunto per questo presuppone che la creatura si sia spogliata di sé e dei propri paradigmi per lasciarsi guidare totalmente da Dio. Angela ebbe il dono del Consiglio in maniera e misura notevoli; ne diedero una testimonianza corale i semplici, i poveri, che ricorrevano a lei per farsi consigliare nelle molteplici vicissitudini della vita. Del suo dono di Consiglio dovettero fare l’esperienza persino i cortigiani di Francesco II Sforza sfollati a Cremona; molti dei quali non solo si convertirono trattando con lei, ma perseverarono nella conversione. Dai suoi Scritti, poi, vengono dei suggerimenti che rivelano una sorprendente conoscenza del cuore umano con le sue tendenze buone e meno buone. Si direbbero consigli da pedagogista consumata, e sono invece solo una proiezione nella vita quotidiana di quel dono che lo Spirito di Dio le aveva comunicato. Quanto all’inesauribile capacità d’inventiva di Dio, di cui questo dono è rivelatore, l’ispirazione di fondare una Compagnia così nuova e così ardita ne è una prova fuori discussione. Del dono di Scienza dirò solo che fa leggere Dio attraverso le creature; ognuna diventa un gradino per salire fino a lui. O, come direbbe la B. Elisabetta della Trinità, “ogni cosa è un sacramento che mi porta Dio”. Dio in filigrana, attraverso ogni evento. Il dono di Scienza fa sentire il nulla delle creature e aiuta a spogliarsi delle creature per andare verso il Tutto. Illumina sui comportamenti col prossimo in relazione alla sua salvezza eterna e si manifesta attraverso il discernimento degli spiriti. Mi piace pensare ad Angela mentre, contemplando la rena del mare, le nuvole e il cielo stellato, canta la lode del nome di Dio. Ma non posso non ricordare il suo rifiutarsi alle cose per amore, il suo liberarsene per correre più speditamente verso il Tutto. Liberarsene,per correre verso il Tutto… è l’anelito della sposa che tende all’unione con lo Sposo. E per questo non si gingilla con le facili, mediocri soddisfazioni della vita, non si perde dietro le piccole, stupide storie che vorrebbero sostituirsi alla storia divina della nostra sponsalità. Alla luce del dono di Scienza, Qoelet aveva esclamato: “Vanitas vanitatum et omnia vanitas…” (Eccl 2,11). E Angela gli fa eco: “questo mondo miserabile e traditore, dove non è mai riposo, né alcuna gioia vera. Ma ci sono solamente vani sogni, o aspri travagli, e tutto ciò che esiste di infelice e di meschino” (Rc 5).


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L’azione dello Spirito di Fortezza nella vita di Angela è evidente. La sua eroica penitenza… i suoi coraggiosi pellegrinaggi… ma soprattutto la sfida lanciata alla società del suo tempo con l’istituzione della Compagnia e la sua perseverante attesa dell’ora di Dio prima di passare all’attuazione. A questo punto mi fermo, per quanto riguarda i doni dello Spirito Santo, “dono nuziale”, e l’accoglienza del dono da parte di Angela. Mi fermo, anche perché le definizioni dei doni e delle loro proprietà appartengono all’ambito speculativo, mentre invece il dono è azione divina e vita. Attraverso i doni è Dio che si comunica all’anima, e Dio non si divide. Mediante ciascuno dei suoi doni, e quanto abbiamo detto basta per farci ammirare l’opera di Dio nell’uomo. Lo Spirito di Dio, “dono nuziale”, è già stato effuso su di noi; è dentro di noi! Secondo lo spazio che scavano per lui il distacco da noi stessi, lo spogliamento della nostra volontà, la rinuncia ai beni terreni e il silenzio delle rivendicazioni e dei desideri che non hanno per oggetto la sua gloria. d) La comunione di vita. La relazione sponsale di Angela con Cristo si completa e si perfeziona nella maternità e, persino, nella trasmissione agli eredi di un bene che diventa patrimonio di famiglia. Ma tutto questo processo – che adombra il nostro stesso processo di conformità, di unione, di intimità, di fecondità spirituale – è avvenuto per lei, e deve avvenire anche per noi, mediante la comunione di vita con Dio. Con Dio, e non solo con Cristo-Figlio di Dio. Con Dio uno e trino, nel cui ciclo di vita entriamo non solo per opera della redenzione, ma a motivo di quella elezione d’amore che attira su di noi le compiacenze del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La Trinità è la prima verginità e la prima fecondità, nella storia dell’eternità e in quella del tempo. E noi consacrati, per una comunicazione gratuita e graziosa, entriamo in particolare relazione con la sua verginità e con la sua fecondità. L’inabitazione di Dio in noi è il gran dono ricevuto al battesimo; poi esso dovrebbe aver assunto una modalità particolare dal giorno in cui, avendo scelto la castità verginale per il Regno, abbiamo accettato di lasciarci sedurre da Dio. A ciascuna di noi tocca guardarci dentro per verificare il nostro modo di lasciarci sedurre da Dio. Facciamo invece qualche considerazione di carattere generale. A tutti i battezzati Dio ha offerto la sua alleanza, ed è una offerta da gran signore. E’ tutta la Trinità che pone nel battezzato la propria dimora, per vivere insieme in amicizia; è una chiamata a vivere nell’intimità del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, onorando il Padre, amando il Figlio, lasciando libertà d’azione allo Spirito Santo. E’ una coabitazione d’amore, una comunione d’amore, che purtroppo sfugge alla maggior parte dei cristiani, quelli che hanno perduto il senso del loro battesimo. Per i cristiani alla buona, almeno, questo Dio inabitabile può diventare a poco a poco un amico e un compagno di viaggio (2 Cor 6,16). O un Dio in tre persone che rimangono spesso fra loro piuttosto confuse, ma ritrovano un po’ la loro fisionomia in occasione di certe solennità dell’anno liturgico. Ma, grazie a Dio, ci sono anche i cristiani-credenti, adulti nella fede quelli che vivono nell’intimità con le tre Persone che abitano in loro, e le ascoltano, e le amano ciascuna nella propria individualità, e imparano a conoscerle nella loro relazione interpersonale grazie alla illuminazione dello Spirito Santo. E instaurano con le tre persone divine un loro specifico rapporto d’amicizia. Senza confusioni. Angela è stata sicuramente di questi. Lo deduciamo dalla meditazione dei suoi Scritti. Non essendosi proposta di teorizzare sulla vita spirituale, non ne ha fatto una trattazione, ma quando si riferisce a Dio dimostra di portarne dentro una percezione distinta, frutto appunto di una illuminazione interiore, di una esperienza spirituale di una intimità di vita condivisa. La sua Regola si apre nel nome della “beata e individua


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Trinità”, e nel nome del Figlio e dello Spirito Santo si chiudono i Ricordi e il Testamento. Ma poi Angela manifesta di riconoscere anche il ruolo particolare delle tre divine Persone. Dio (ed è la concezione classica del “Padre”) è l’Altissimo, sua divina maestà creatore e giudice, termine del nostro servizio, oggetto delle tre virtù teologali e termine dell’obbedienza del Figlio. Col Figlio dell’Altissimo la relazione d’amicizia di Angela assume un orientamento privilegiato. Poiché lui è “l’Altro” di Angela, il suo partner in attesa di diventare il suo Tutto. Cristo è per lei il Figlio immortale dell’eterno Dio, via verità e vita, il Gesù storico che ha vissuto in terra trentatre anni per amore dell’umanità e che per l’umanità ha patito ed è morto; il modello d’obbedienza, d’umiltà e di penitenza da imitare. Modello e maestro di vita. Sposo, che l’ha scelta perché gli sia sposa. E’ per questa parità di denominazione “sposo-sposa” (ricordiamo ancora una volta Osea: “io sposo te a me”), e per la reciprocità sottesa ai due termini del binomio, che possiamo legittimamente usare l’espressione “rapporto di coppia” per definire la relazione sponsale di Angela Merici…la nostra relazione sponsale con Cristo. Lo Spirito Santo è, per sant’Angela, il dono promesso da Cristo ai suoi, Colui che ispira la santità della Chiesa, e che incessantemente muove noi a compiere azioni deiformi; è il datore dei sette doni, il grande pacificatore dell’anima nella fortezza e nel conforto, e nello stesso tempo Colui che presiede ai consigli di governo delle nostre Comunità (cfr. Lg 7 e 9), e suggerisce le soluzioni da prendere, purché lo si ascolti e lo si lasci agire. Seguendo gli insegnamenti che la nostra Madre ha dettato, noi dovremmo imprimere alla nostra vita spirituale un orientamento veramente da spose del Figlio dell’eterno Dio, attualizzando e personalizzando la nostra relazione con la “beata e individua Trinità” proprio in forza della nostra consacrazione. La “comunione di vita”… Noi che viviamo nell’atmosfera delle virtù teologali dobbiamo tenerci nell’abbraccio vitale delle tre divine Persone che vivono dentro di noi, con l’incantesimo amoroso, con la trepidazione e la gioia della sposa che si trova a vivere nella sua nuova, vera famiglia. Il Padre che in un eterno presente, dentro di noi, genera il Figlio, ci guarda con la tenerezza con cui si guarda la sposa d’un figlio prediletto. E noi dobbiamo andare al Padre con una fiducia nuova, con l’abbandono e la tenerezza che poggiano su questo nuovo legame fra noi e lui. Cristo, fratello per la natura umana da lui assunta, sposo per una pazzia d’amore che non abbiamo meritata, nostro “Amatore” per sua scelta e per nostra libera risposta, ci presenta al Padre e ci offre all’azione del suo Spirito divino… E viene dentro di noi nel sacramento dell’Eucarestia; e nel tabernacolo ci offre una presenza fisica immediata, e noi lo abbiamo sempre con noi… Lo Spirito Santo, reciprocità d’amore del Padre e del Figlio, è in noi il principio del nostro amore per Dio, è l’amore stesso di Dio. Come dentro di noi prega “Abbà, Padre”, (Gal 4,6), così dentro di noi continua ad essere questa reciprocità d’amore del Padre e del Figlio. E noi siamo il tempio vivo in cui si compie un tale mistero (1 Cor 3,17). E’ solo per la carità che lui effonde in noi che noi possiamo essere partecipi dell’abbraccio d’amore che unisce le tre divine Persone. Conclusione Quando si vive con questa consapevolezza, la relazione sponsale dispone dell’esperienza della maternità secondo lo spirito. Al passaggio dall’”ecce” al “fiat”. Alla realizzazione del “fiat”. Non facciamoci un motivo di pena o di frustrazione se la nostra vita trascorre, come si suol dire, in un buco, chiuso all’apostolato diretto. “L’amore sponsale, scrive Giovanni Paolo II nella ‘Mulieris dignitatem’ (n° 21), comporta sempre una singolare disponibilità ad essere riservato su quanti si trovano nel raggio della sua azione. Nel matrimonio questa disponibilità, pur essendo aperta a tutti, consiste in particolare nell’amore che i genitori donano ai figli. Nella verginità questa disponibilità è aperta a tutti gli uomini,


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abbracciati dall’amore di Cristo sposo… L’amore sponsale, il cui potenziale materno si nasconde nel cuore della donna-sposa verginale, è anche disposto ad aprirsi a tutti e a ciascuno…” E, con una notazione di grande rilevanza, che ci conforta qualunque sia la nostra posizione nella società, aggiunge: “La verginità, come vocazione della donna, è sempre vocazione di una persona, di una concreta ed irripetibile persona. Dunque, profondamente personale è anche la maternità spirituale che si fa sentire in questa vocazione…” Questa maternità “secondo lo spirito” è la nostra parte. E non proprio per quello che facciamo, ma per quello che siamo: spose verginali di Cristo. E non è maternità ristretta al nostro ambiente di vita. E per questa maternità dobbiamo essere disposte a “partorire nel dolore” (Gal 4,19) i figli e le figlie da generare a Cristo, come lo era sant’Angela. Angela che, guardando oltre la cerchia delle sue figlie secondo lo spirito, allargava l’abbraccio d’amore al mondo intero per portare tutti gli uomini a Cristo: “volentieri, se lo potessi, spargerei il mio sangue per aprire la cecità della loro mente…”(Rg Orazione). Fecondità della sponsalità mericiana nell’offerta di sé, in conformità con l’”Altro”. Perseveranza amante nelle oscurità della fede. Tensione di tutto l’essere verso l’amplesso eterno. In questa attesa terrena, facciamo nostra l’umile, appassionata preghiera della sposa del Cantico dei cantici: “Che Egli mi baci col bacio della sua bocca” (Cant 1,2). Dio-Padre, che ci ha dato il suo Verbo, ci introduca sempre più intimamente nella sua conoscenza; Cristo, il Verbo incarnato, ci unisca sempre più a sé; e lo Spirito Santo, che è il loro reciproco bacio d’amore, rinnovi continuamente, senza trovare ostacoli, la sua effusione dentro di noi. Questa divina comunione d’amore coinvolga e travolga ciascuna di noi, per fare, di ciascuna di noi, una autentica sposa verginale, e dunque una madre secondo lo spirito. E così sia.


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33. CRISTOLOGIA MERICIANA La “devotio moderna” Non è di mia competenza trattare della cristologia al secolo XVI. Da insegnante di lettere qual fui, arrischierei di citarvi col Tasso: “E se liciti m’è, o sommo Giove – che fosti in terra per noi crocifisso…” e altre espressioni analoghe, più proprie del linguaggio mitologico dei letterati e artisti che non dei mistici e dei santi. Tralascio quindi una introduzione di carattere generale sulle dottrine cristologiche conosciute e seguite nel Rinascimento, per soffermarmi un momento sulla “devotio moderna”. Più che una corrente, fu un’atmosfera, con una sua temperie spirituale, che a mio parere aveva dei motivi per essere diffusa nel Bresciano, e quindi per avere, se non determinato, almeno incoraggiato l’atteggiamento devozionale di Angela. La “devotio moderna” era sorta nei Paesi Bassi, nella seconda metà del ‘300, come movimento di rinnovamento religioso. Aveva esteso le sue propaggini nella Germania occidentale, e l’Imitazione di Cristo che ne era l’espressione più perfetta, ne aveva incarnato il messaggio e lo aveva diffuso largamente in Europa. L’età immediatamente precedente era stata contrassegnata da movimenti fortemente contemplativi ed aveva assistito a certe astratte dispute scolastiche che dividevano in fazioni diverse i teologi e gli spiritualisti, mentre lasciavano indifferente o disorientato il popolo di Dio. Contro le caratteristiche della “devotio moderna” saranno proprio l’importanza prevalente data alla pratica in cui deve tradursi l’amore, col nascere di iniziative benefiche di vario genere, e la tendenza antispeculativa con l’accento posto sull’affettività. Si rifugge dalle diatribe dottrinali per andare a Dio seguendo il bisogno del cuore, dando largo spazio alla meditazione corredata dall’esercizio delle virtù e dalla carità pratica, dall’attivismo ascetico, dall’esperienza pratica della preghiera che interiorizza la relazione con Dio e tende a risolverla spesso in una devozione privata. La devotio moderna si muove in genere nella linea affettiva che deriva da S. Agostino, attraverso l’elaborazione che ne danno i Canonici Regolari, e poi i Francescani. Io, per esempio, trovo fondamentale per la comprensione del rifiorire della pietà eucaristica, la conoscenza di Paolo Maffei, Canonico lateranense, che fa del mistero eucaristico il centro della vita cristiana. Paolo Maffei (1380-1453) visse a Venezia. E a Venezia nel 1498 si pubblica un suo libretto sulla santa comunione. Io non posso trattenermi dal collegare Venezia con Brescia, e il Maffei con i Canonici Regolari di S. Afra, per cui oltre che alla formazione francescana, io vedrei la devozione eucaristica di Angela legata anche alla devotio moderna, certamente diffusa nel Bresciano attraverso i Canonici Regolari Lateranensi, questo non vuol dire tuttavia che la preghiera al cap. 6° della Regola di S. Angela sia stata necessariamente influenzata dalle preghiere eucaristiche del Maffei. E nemmeno da quelle dell’Imitazione di Cristo. Anzi per ora mi par di poter affermare che si trovano in quella preghiera mericiana solo accenti personali. Vediamo le grandi linee della “devotio moderna”. Essa è tipicamente cristocentrica, con una accentuata devozione all’umanità di Cristo, per cui ben si inserisce nel solco a poco a poco approfondito dai Francescani. S. Angela vi aderisce pienamente, non solo con la sua devozione al Cristo, ma rifacendosi spesso agli esempi riferiti dai Vangeli, per proporne l’imitazione.


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Angela conserva accenti personali quando considera Cristo nella sua relazione col Padre o quando evoca l’azione dello Spirito Santo nell’anima pur senza entrare in disquisizioni dogmatiche, anche se questi temi non si possono escludere aprioristicamente da quelli contemplati nella devotio moderna. Certo Angela non si propone di fare della teologia, però dà prova di conoscere bene la dottrina della Chiesa cattolica,, e la sua semplicità spirituale non è superficialità né faciloneria, ma spontanea rispondenza a un clima spirituale assai diffuso. Lo stile della devotio moderna era semplice e sentenzioso, aderente alla realtà quale si trovava negli autori di morale e di diritto, in contrapposizione ai funambolismi di certa teologia speculativa e a certe spiritualità nebulose del secolo precedente. L’Imitazione di Cristo ha un’allusione esplicita a questa esigenza di autenticità: “Che ti giova il disputare a fondo dei misteri della Trinità, se non hai l’umiltà, e così tu dispiaci alla Trinità”? (I, 1). Di qui lo stimolo all’esercizio pratico della virtù a una credenza che non abbia soluzioni di continuità per rapporto alla vita, di qui l’invito a compiere sforzi concreti al fine di progredire nella vita spirituale. L’ascetismo costituisce dunque un altro degli aspetti propri di questo movimento spirituale, cui fa da supporto una “virilità” perseverante e fermamente raccomandata, pur senza eccessi nella pratica delle penitenze corporali. Il sano realismo che si riscontra nella devotio moderna è lo stesso con cui Angela commisura le penitenze delle sue “figlioline” alle loro reali capacità fisiche, invece, per sé, per la propria vita, Angela ha scelto una misura ascetica senza misure, suggerita dall’amore per Cristo e dal desiderio di conformarsi a lui, e sostenuta da grazie non comune che i suoi contemporanei le riconoscono largamente. Un’altra caratteristica della devotio moderna quale si afferma in Germania e nei Paesi Bassi è il biblismo. Lo sviluppo tecnico del Rinascimento con l’invenzione della stampa apporta un notevole contributo alla diffusione della Sacra Scrittura e dei Padri. Venezia è un centro di primaria importanza per l’arte della stampa, e Brescia prende ben presto un posto rilevante nella produzione editoriale. Nella Scrittura, così come nei Padri divulgati grazie ai caratteri mobili, il cristiano trova l’alimento per una pietà viva, affettiva, accessibile a tutte le anime di buona volontà. Il punto focale della devozione fiamminga era il concetto della necessità dell’”oratio de radice cordis”: l’affettività è forse la nota che maggiormente colpisce nella devotio moderna, e si esprime in una preghiera infiammata, nel fervore, nel desiderio di Dio. Da questo desiderio di Dio viene spontaneo l’esercizio del confronto, della verifica, dello sforzo per raggiungere il possesso di Dio. Il frequente riproporsi della realtà che è Dio, per rinnovare la propria devozione a lui. Questo comporta l’approfondimento dell’interiorità attraverso il continuo “reditus ad interiora”, cioè il rientrare nel proprio intimo per dedicarsi a Dio e alle cose spirituali, lanciando “ignitae orationes”, giaculatorie di fuoco, per richiamarsi a questa realtà del divino immanente. E, con questo rientrare in se stessi, si intensifica la vigile custodia del cuore che non può disperdersi, che non può dissiparsi, poiché “dissipazione” contrasta con “devozione”. Allora si capiscono l’esaltazione del silenzio e del raccoglimento nella propria cella; e ancor più si capisce la separazione del mondo e dai suoi pericoli, per raccogliere tutte le facoltà e farle tendere al servizio di Dio. Una delle prime conseguenze di questo approfondimento dell’interiorità congiunta con l’affettività fu, ed è cosa evidente – l’interiorizzazione della pietà, che diventò più personale e meno comunitaria nelle sue espressioni, e l’interiorizzazione di quelle che erano state osservanze tradizionali, nell’intento personale e


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cosciente di verificarle, di usarle come un mezzo d’incontro con Dio attraverso l’imitazione di Cristo. Tutto questo spiega l’efficacia della devotio moderna nel processo di rinnovamento religioso dei secoli XV-XVI, là dove la devotio moderna ha potuto affermarsi, e cioè soprattutto nel mondo tedesco e nel fiammingo, anche perché fu sapientemente diffusa negli ambienti religiosi. In Italia, l’influenza della devotio moderna, stando al Petrocchi, sembra essersi limitata all’area veneziana. Ma Brescia era appunto provincia “veneziana” all’epoca di Angela, e risentiva delle espressioni devozionali e culturali di cui si facevano portatori i mercanti e i pellegrini che dall’Europa centrale e settentrionale convergevano verso la Serenissima, regina dell’Adriatico. Non è pertanto da escludersi qualche influsso della devotio moderna nella regione bresciana , tanto più che proprio a Brescia ha luogo nel 1485, la prima ristampa dell’Imitazione di Cristo in latino; poi a Venezia si succedono tre edizioni della traduzione italiana (1488, 1489, 1491). Se Angela non l’ebbe fra mano (non lo sappiamo, per ora), dovette tuttavia averla conosciuta attraverso i predicatori e gli uomini spirituali del suo tempo. Per completare nelle grandi linee questa esposizione della devotio moderna aggiungerò ancora un dato che le è tipico: la sistematizzazione della preghiera attraverso il ricorso ai “metodi” che la strutturavano minuziosamente, regolandone la preparazione, lo svolgimento, l’applicazione delle potenze dell’anima, le conclusioni, la continuità dello stato di preghiera. Cosa che forse può anche contrastare con l’affettività cui ho accennato prima, e che invece si rivelò efficacissima nelle mani di quel grande maestro della vita spirituale che fu S. Ignazio da Loyola; essa può inoltre essere indice di equilibrio, di una esigenza di razionalità propria del Rinascimento. Affetto, non capriccio; spontaneità, non stravaganza.

Siamo appunto nel Rinascimento: l’epoca in cui si codificano l’arte, la bellezza, la politica. Anche la preghiera, dunque, trovò i suoi canoni, le sue norme; e ci fu chi li adottò alla lettera facendoli propri, e chi li filtrò attraverso la propria spiritualità e l’ispirazione personale. Certo Angela non poté ignorare questa atmosfera ardente e vivificante che i Canonici Lateranensi avevano aiutato a diffondere, e che probabilmente doveva trovare eco nei membri della Compagnia del Divino Amore; ascetismo, affettività, largo ricorso alla Sacra Scrittura, fuga dal mondo, interiorità, imitazione di Cristo, e le giornate scandite aritmicamente dal ripetersi di certe preghiere, sono elementi che noi possiamo riscontrare anche nella spiritualità mericiana, eppure le due spiritualità non si sovrappongono, non si confondono, anche a motivo della forte personalità di Angela, della eccezionalità della sua vocazione personale, dalla novità della sua istituzione. Del resto, una spiritualità è sempre una risposta alla domanda di Cristo: “Ma voi, chi dite che io sia”?( Mc 8,29; Lc 9,20) che Madre Judith paragrafa così: “Chi sono io per te”? E la risposta di Angela, anche se ricalca le linee classiche della dottrina cattolica su Gesù Cristo, per alcune interpretazioni e per le applicazioni cui dà luogo, fu inconfondibilmente sua. Decisamente cattolica, con accenti indiscutibilmente mericiani. La lunga introduzione sulla devotio moderna può parere inutilmente prolissa, tuttavia, per non deformare il giudizio sulla visione che Angela ha di Cristo, e sull’immagine di Cristo che lei consegna alle sue figlie come patrimonio d’Istituto, mi è parso necessario cercar di far conoscere l’atmosfera spirituale in cui questa immagine si è andata delineando.


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La relazione “Gesù-Angela” vista dai biografi “Chi”, o “che cosa” fu Gesù Cristo per Angela Merici? I biografi, i contemporanei che hanno guardato vivere Angela, hanno saputo darci solo indicazioni superficiali, stereotipe, ricorrendo al linguaggio tradizionale dell’agiografia corrente, senza approfondirne il senso, soprattutto trascurando di mettersi in relazione con gli Scritti mericiani che raccolgono il vero pensiero della Madre. Faccio eccezione per Mattia Bellintani, cappuccino di Salò, personalità eminente dell’Ordine Francescano ed oratore di notevole efficacia . Egli ha cercato di approfondire il senso e la portata della consacrazione vissuta da Angela, e ha una pagina molto bella sulla fecondità della Fondatrice, che lui attribuisce all’unione mistica di cui Cristo l’avrebbe gratificata durante il pellegrinaggio in Terra Santa. Ve la leggo perché il manoscritto del Bellintani è tuttora inedito, quindi inaccessibile per la maggior parte di voi. Nel cap. XIV il Cappuccino sta raccontando della cecità che colpisce improvvisamente la Madre. Per lui, questa cecità è un mezzo di cui Dio si serve per avere Angela tutta per sé, senza distrazione alcuna d’ordine materiale, immersa in altissima contemplazione (cfr. ms.f.12v – APC, t.2, f.1302v). Ve ne do una volgarizzazione in italiano corrente: “Qui (in Terra Santa) ella concepì lo spirito della purissima verginità, che avrebbe poi generato largamente in tante sue figliole. Qui, fra lei e Cristo si fece quella grandissima e strettissima unione per la quale ella è fatta Madre, ed Egli sposo di tanti angeli terrestri… Qui, ricevendo nel suo purissimo cuore il sacratissimo seme del sangue di Gesù Cristo e di tutta la sua passione, divenne feconda di copiosi frutti da lei in seguito prodotti. Qui insomma si cambiò tutta, prendendo un essere nuovo e una divina complessione, acciocché divenuta nuova creatura in Cristo, potesse edificare la Compagnia delle Vergini, che è come una porzione della celeste Gerusalemme discendente dal cielo”. Una illazione tutta da verificare, se volessimo prenderla alla lettera e datare in questo modo così la vocazione alla maternità di Angela. E tuttavia essa non è certo in opposizione con la realtà dei fatti e delle vicende biografiche di nostra conoscenza. E’ certo che contemplazione e dimensione apostolica della vita, per Angela, sono una cosa sola. La sua specificità è proprio la fecondità apostolica della contemplazione, priorità assoluta. Che il dono della maternità spirituale abbia avuto luogo in Terra Santa o altrove, per noi finisce per essere secondario. Il Bellintani potrebbe averne sentito raccontare in Brescia o a Salò… Certo è che le sole che avrebbero potuto parlare con cognizione di causa erano le prime figlie di Angela; loro che avevano in mano gli Scritti della Madre, e sapevano come interpretarli alla luce dei suoi esempi e dei suoi insegnamenti. E invece non risulta che l’abbiano fatto. Finora, almeno, non si son trovate tracce. Nessuna di testimonianze dirette alle figlie. Scrisse per contro Gabriello Cozzano, maestro di grammatica, segretario di Angela e cancelliere laico della Compagnia. Non ha scritto per lasciarci una biografia storica, e nemmeno per tracciare le linee della spiritualità della Madre, ma per difendere polemicamente la fondazione di lei dopo la sua morte e per rendere comprensibile alla Compagnia la Bolla di Paolo III del 1544, che approvava l’istituzione mericiana. Dalle sue tre opere si possono cogliere alcuni appunti interessanti. Conoscendo infatti la capacità di comunicativa di Angela, il suo senso degli altri, la sua disponibilità all’accoglienza e al dialogo,e conoscendo l’incarico di fiducia esercitato da Cozzano, possiamo ben credere che Fondatrice e segretario conversassero insieme con una certa frequenza e semplicità.Lui stesso afferma: non si può trovare altro cancelliere come me, perché non potrebbe conoscere il pensiero della Fondatrice come l’ho conosciuta io” (Dichiar. 979v; APC, t.2,387).


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Ebbene: l’affermazione più esplicita e ripetuta dal Cozzano riguarda la consapevolezza che Angela ha di essere stata solo strumento, ministra, esecutrice di un disegno, mentre autore e padrone è il Cristo. Ben cinque volte il segretario scrive che Angela usava dire che la Compagnia apparteneva al Figlio di Dio, era la “Compagnia del Figlio di Dio” (TL II, 337.360.365.366.372). Sentiamo una testimonianza del Cozzano: “Primieramente Dio stesso ha ispirata e insieme costretta la madre nostra fondatrice a piantare e fondare nel nome suo questa sacra regola di vita. E questo è talmente vero, che lei la chiamava Compagnia non sua, ma di Gesù Cristo. E le si dedicava non come padrona, ma come ministra (il che equivale a “serva”). E benché la Compagnia le fosse stata ispirata fin da quando era piccola, e divinamente indicata, e fatta grandemente desiderare, tuttavia mai l’ha voluta principiare fino a che egli non le ha gridato nel cuore e l’ha spinta e costretta ad incominciarla e fondarla. E questo, affinché mai si potesse dire da creatura alcuna, né in ciel né in terra, che lei ci avesse messo una sia pur minima parte di suo: ma fosse chiaro che tutto dipendesse dal puro consiglio dello Spirito Santo, in Cristo Gesù, unigenito Figlio del Padre eterno e della gloriosa vergine Maria”. (TL II,365). Questo passo è molto importante: ci chiarisce e conferma alcuni particolari biografici accolti dalla tradizione e da vari autori: la visione profetica, avuta probabilmente nella giovinezza (stando al Cozzano, si potrebbe addirittura retrodatarla alla giovinezza o all’adolescenza, ma comunque la questione non fa problema), col preannunzio della sua missione di fondatrice; le sue esitazioni protratte per diversi anni, e finalmente un evento non meglio precisato, ma risolutivo, che costringe Angela all’esecuzione. Forse, come qualcuno racconta, l’angelo fustigatore o Cristo stesso che la spinge a vincere le ultime resistenze. Di qui quel suo ripetere, come afferma il Cozzano, che la Compagnia era solo di Gesù Cristo, che lei non ci aveva niente di suo. Sottolineo le ultime parole del Cozzano, con un dubbio: sono sue? O le ha imparate nel conversare con la Madre? Le ripeto, aggiungendo che esse non costituiscono la sola allusione alla Santissima Trinità, il che va oltre il cristocentrismo della devotio moderna, e probabilmente non rientrava facilmente nel linguaggio del popolo minuto, dei semplici cristiani di cui sappiamo l’ignoranza religiosa generalizzata: “tutta l’opera dipendeva dal puro consiglio dello Spirito Santo, in Cristo Gesù, unigenito Figlio del Padre…” Il Cozzano non era prete. Non era teologo. Ed è probabile che la frequentazione di Angela abbia contribuito ad allargare le sue conoscenze religiose e a dare maggior precisione al suo lessico dottrinale. Così negli Scritti del Cozzano le tre Persone divine si trovano menzionate nella loro specificità individua; Padre, Figlio, Spirito Santo sono citati come operatori di azioni che sono loro proprie, anche se più spesso ricorre “Dio” quale termine indicativo della divinità nel suo essere e nel suo agire. E’ la stessa cosa che si riscontra anche negli Scritti di Sant’Angela. Ritornando alla pagina del Cozzano che vi ho letto, rileviamo allora la lealtà scrupolosa di Angela nell’attribuire a Cristo la paternità assoluta della Compagnia. Ma anche la testimonianza di una disponibilità difficile, dolorosa. Non per niente Angela si accuserà nella sua preghiera “Mi dolgo, ahimé, Signore, di aver tanto tardato ad incominciare a servire alla tua divina Maestà. Deh, misera me, che finora… non sono mai stata obbediente ai tuoi divini precetti, sicché le avversità mi sono riuscite aspre per lo scarso amore mio verso di te” (Rg cap. 6). A sua volta il Cozzano, con uguale lealtà afferma di essere stato soltanto il fido aiutante della Madre nella redazione dei suoi Scritti, rivendica ad Angela per così dire tutti i diritti


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d’autore, e rendendole ancora un’altra testimonianza: ha fatto tutto lei, ma insieme con Cristo che viveva dentro di lei. Il testo si trova nella “Dichiarazione della Bolla”, e in particolare nel passo che si riferisce alla Regola: “Fu scritta di mia mano propria, e tutta la composizione fu mia, ma i sensi (= il contenuto) furono dello Spirito Santo dettati attraverso la Fondatrice… Ella fra tutte (le sue prime figlie) era come un fuoco ed incendio d’amore che le infiammava. Era come un trono di Dio che le ammaestrava anzi il Figlio di Dio risiedendo in lei, tutto con lei faceva. Ella sola divinamente ispirata è stata la fondatrice di tant’opera. Ella la vera e viva madre che nel Verbo di Verità e nel sangue di Gesù Cristo le ha generate e rigenerate…” (Dich. 974 I°, APC 2°,379). E in altro punto: “in virtù del Sangue di Cristo ella ha concepito questa sacra Compagnia, l’ha partorita, l’ha nutrita e conservata e sempre la conserverà finché il mondo durerà”. (Dich. 970v; 2° 375). Qui l’origine della Compagnia è proclamata apertamente: se Angela ne è la Madre, è pur sempre Cristo che ha dato vita alla Compagnia a prezzo del proprio sangue, ed è di questo sangue che la Compagnia vive. Qui il Cozzano e il Bellintani coincidono: è dalla passione di Cristo contemplata e pregata da Angela, e sofferta nelle proprie carni attraverso i digiuni, le veglie e le macerazioni che nasce la Compagnia. La fecondità di Angela le deriva dal suo incontro con Cristo: un incontro attraverso un processo di purificazione, di spogliamento, di rinnegamento di sé per configurarsi allo Sposo, così che egli possa liberamente vivere ed operare in lei senza incontrare ostacoli da parte della natura umana. “Il Figlio di Dio risiedendo in lei, tutto con lei faceva…” “E’ in virtù del Sangue di Cristo che ha concepito la Compagnia…” C’è un abisso di sottintesi che noi dobbiamo avere il coraggio, la lealtà di portare alla luce, ci sono implicazioni che impegnano tutto l’essere: c’è lo spogliamento interiore frutto di una ascesi voluta e perseverantemente praticata; e c’è quindi il vuoto di sé per lasciare tutto lo spazio a Cristo; c’è un connubio misterioso ed indicibile fra Cristo e la creatura umana che lascia Cristo libero di permeare tutte le potenze; c’è un mistero di passione che rende feconda l’azione. Di più il Cozzano non ha saputo dire; gli mancava l’esperienza diretta della relazione sponsale con Cristo. Però doveva averne intuito qualcosa vedendo Angela vivere. E la Madre, nel suo parlare ardente, dev’essersi tradita in più di una circostanza. Ad ogni modo il Cozzano dimostra di aver colto certi accenti mericiani. Sentite: la Madre doveva avere in maniera mirabile “lo Spirito divino e Santo che di continuo singolarmente la reggeva, illuminava e infiammava. Perciò facilmente otteneva dallo Sposo immacolato ciò che ella voleva, essendo il voler suo lo stesso che quello del Figlio di Dio. Questo Figlio di Dio, non certo per sentimento umano né per spirito di vanagloria, ma per la forza dello Spirito Santo, lei lo chiamava suo Amatore, talmente quell’anima generosa e sublime era legata a Dio per amore” (Dich. 969v, 2° 375-375). Si sente l’ammirazione reverente e devota del buon magister gramaticae soggiogato da quella piccola donna che non è nemmeno andata a scuola, ma parla per opera di Spirito Santo, e dice e fa cose tanto più grandi di lei, per la potenza d’amore dello Sposo. Ed è così potente sul cuore dello Sposo. Lo Sposo suo “Amatore”, cioè innamorato. E’ il linguaggio dei mistici. E’ un termine che Angela stessa ha dettato per tre volte al Cozzano, riferendosi a Cristo. E il Cozzano l’ha imparato. Angela e l’Eucarestia Ma cerchiamo di penetrare più a fondo nel tema: “Chi fu Gesù Cristo per Angela Merici”? partendo da un altro evento biografico: l’aggregazione di Angela al Terz’Ordine Francescano dei Frati Minori dell’osservanza. Quando Angela si fa terziaria, sa benissimo che


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sarà per tutta la vita: è uno dei punti della Regola. Perciò ne porterà l’abito e il titolo fino alla morte. Abito e titolo l’impegnano ad una vita evangelica, a digiuni frequenti, a determinate preghiere lungo il giorno (e può essere che Angela abbia recitato l’Ufficio), e la privilegiano di fronte ai comuni fedeli, ponendola nettamente nel numero di coloro che facevano professione di vita spirituale. I biografi che riportano il fatto sottolineano che l’aggregazione al Terz’Ordine fu un mezzo per acquisire il diritto di una pratica religiosa più intensa comprendente la frequenza al sacramento dell’Eucarestia. La Regola francescana, per sé, consigliava che nella misura del possibile i Terziari assistessero quotidianamente alla Messa, e prescriveva che si accostassero alla confessione e alla comunione tre volte l’anno. E’ una misura che non sorprende, tre volte l’anno, per dei laici, quando si pensi che le monache si comunicavano una volta al mese come misura massima, che molti sacerdoti celebravano la messa giusto nei giorni festivi, che i tabernacoli erano talvolta persino sudici, che le chiese si trovavano spesso in stato d’abbandono, oppure servivano per incontri diversi: trattare cause giudiziarie, trattare affari o tresche amorose. Sta di fatto che Angela dà alla propria pietà un orientamento nettamente eucaristico, direi più vicino alla linea della devotio moderna che a quella francescana. L’aggregazione di Angela – divenuta così “Sur Angela” – al Terz’Ordine Francescano per aver motivo di accostarsi più frequentemente all’Eucarestia mi pare di capitale importanza per questa indagine sulla “cristologia” mericiana. E la chiarificazione ci viene proprio dalla Regola per la Compagnia, dove la Fondatrice stabilisce norme che vanno ben oltre la prassi corrente, tenuto conto sopra tutto che non si tratta di Regola per monache, ma per consacrate che vivono nel mondo. Per esempio al cap. VII: “Ciascuna vada a messa ogni giorno e ne veda almeno una intera (noi sappiamo che Angela passava lunghe ore della mattina in chiesa ascoltando più messe), e lì stia con modestia e devozione: perché nella santa Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del nostro signore Gesù: e quanto più vi si sta con la maggior attenzione, fede e contrizione, tanto più si partecipa di quei benedetti meriti, e se ne riceve maggior consolazione. Anzi, sarà un comunicarsi con lo spirito…” dunque: partecipazione ai meriti, consolazione, comunione nello spirito… C’è poi il capitolo VIII che esorta alla confessione frequente, prescrive la confessione mensile dal medesimo padre spirituale, ed aggiunge: e poi, ogni primo venerdì del mese voglia ciascuna congregarsi con le altre sorelle presso tale chiesa (la chiesa destinata alle riunioni della Compagnia) ed ivi, tutte insieme, vogliano ricevere la comunione dal detto padre. Oltre a questo, esortiamo ciascuna a confessarsi e a comunicarsi nella propria parrocchia, nelle festività solenni”. Segnalo solo: la frequenza inusitata ai sacramenti (comunione eucaristica almeno mensile più le solennità), la testimonianza e nel contempo la dimensione comunitaria di quel trovarsi “tutte insieme” attorno al medesimo padre spirituale. Invece vorrei soffermarmi sulla motivazione fondamentale della assistenza alla messa quotidiana: nella Messa si ritrovano tutti i meriti della passione del nostro signore Gesù. Questo dice la conoscenza dottrinale che Angela aveva della Messa: eucaristia come sacrificio e come applicazione dei meriti della passione. Gesù è colui che è morto per lei, prima ancora che per tutti gli altri. Vi farò notare per inciso che Angela non indugia mai sugli elementi esteriori dei misteri dell’incarnazione, passione e morte, come invece è facile trovare nella spiritualità francescana, nell’iconografia ad essa legata. Quando Angela richiama qualcuno di codesti elementi lo fa per allusione, andando all’essenza del loro significato, ed evitando ogni accessorio descrittivo.


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Basta talvolta un accenno rapido, apparentemente ovvio, e vi rendete conto che esso evoca un mondo di cose che devono essersi ben compenetrate con l’essere di Angela, tanto che hanno finito per diventare linguaggio, espressione pregnante di una realtà partecipata. Ve ne cito una sola, a mo’ d’esempio: chi non sa leggere, sostituisca il Mattutino con trentatré Pater-Ave, “in memoria dei trentatré anni che Gesù Cristo visse in questo mondo per amor nostro” (Rg 6); dove per amor nostro” dà subito una portata di intensa spiritualità a quel noverare i trentatré Pater Ave a uno a uno. Come siamo lontani dal fatto materiale del “contare”. Quell’apparente “paterare” prende subito l’interiorità di una risposta d’amore all’amore che per primo ci ha amati. Ritorno ai “meriti della passione”, perché la passione è il punto culminante della vicenda umana di Cristo, ed è strettamente espressa dal suo sangue. Quel sangue, per Angela, è la forza che tiene insieme le sue figlie, che le vincola come membri di un’unica famiglia, le “fa” famiglia: “le mie figlie e sorelle nel sangue di Gesù Cristo carissime” (Rc 1); “le mie cordialissime nel sangue di Gesù Cristo sorelle e madri onorande” (Lg pr). Il mistero (o il miracolo) dell’unità si realizza per Angela attraverso il flusso di quel sangue divino. Questo del sangue che “fa famiglia” dev’essere un concetto che Angela si porta dentro; lo esprimerà anche in prima persona con tutta la forza del morente che si sa di fronte all’eternità e che vuol lasciare il proprio messaggio: “L’ultima parola mia che vi dico, e con la quale fin col mio sangue vi prego, è che siate concordi, unite insieme, tutte d’un sol cuore e d’un sol volere” (Rc 9). Cristo eucaristico è il sangue che fa la nostra unità. Cristo eucaristico è passione da condividere. Angela si appella al sacrificio del Redentore per risvegliare e stimolare la fedeltà delle sue figlie. Ma è chiaro che conta sulla grazia di lui – lo ripete tante volte – come su una forza e un sostegno che non possono mancare. Nel testamento dirà alle Matrone:”Vi prego e vi supplico tutte, per la passione e il sangue di Gesù Cristo, sparso per amor nostro, che vogliate mettere in opera con ogni sollecitudine queste poche raccomandazioni…” (Lg pr.). E alle colonnelle, nei Ricordi: “Vi prego tutte, anzi vi supplico per amor della passione di Gesù Cristo… che vi sforziate di metter in opera questi pochi ricordi…” (Rc pr.). Dunque tre esortazioni alla fedeltà alla Regola e allo spirito d’Istituto, fatte in nome della passione di Cristo. Perché, per Angela, Cristo è una passione che interpella la nostra fedeltà generosa e amante. Non a caso sceglie il primo venerdì del mese per riunire tutte le sue figlie in una comunione generale: testimonianza comunitaria e comunione di grazia, in un giorno di passione. E Cristo eucaristico è redenzione in attesa. Si direbbe che Angela tema il formalismo, un certo pietismo di tradizione, di superficie o di sentimento. Di qui l’esortazione sempre nel cap. VII della Regola ad interiorizzare la preghiera eucaristica: attenzione, fede, contrizione sono antidoti sicuri al vano sentimentalismo o alla preghiera abitudinaria.Ci rivelano anche quale doveva essere l’atteggiamento interiore della Madre, che impegnava le potenze dello spirito, che prostrava ed esaltava insieme l’intelligenza nell’atto di fede, e soprattutto ravvivava il suo profondo senso d’umiltà nell’accusarsi peccatrice. I “meriti della passione” applicati ai suoi peccati… Contrizione… Per l’atteggiamento di contrizione di Angela non c’è che da prendere la sua preghiera, nella quale chiede perdono dei peccati.Notiamo che è una preghiera quotidiana, e pertanto quasi sicuramente recitata dopo o durante la santa Messa: chiede perdono per sé e per i suoi, e per parenti ed amici, e per tutto il mondo: “Te ne prego per la tua santissima passione, per il


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tuo prezioso sangue, sparso per amor nostro…” (Rg 6). Il pensiero delle proprie colpe richiama alla mente di Angela i peccati del mondo, l’inutilità di tanto penare per tutti coloro che rifiutano i meriti della passione del Salvatore; perciò nella sua preghiera continua: “Mi duole e mi si spezza il cuore per quelle meschine creature che, come cieche, non ti conoscono, né si curano di essere partecipi della tua santissima passione, per cui volentieri, se lo potessi, spargerei il mio sangue…” (Rg 6). Per Angela, Cristo è il redentore che aspetta il nostro ritorno, aspetta la nostra preghiera per il ritorno degli altri, i “lontani”. Cristo eucaristico è consolazione. C’è ancora un frutto della passione di Cristo che Angela deve aver sperimentato nella Messa, dal momento che ne parla: la consolazione. Bertolino Boscoli, nel Processo Nazari, affermò sotto giuramento di aver visto la Madre in estasi, sollevata da terra “quasi un palmo” (nessuna ricerca dello spettacolare dunque da parte del testimonio), in San Barnaba, durante la celebrazione della Messa all’altare di S. Nicola da Tolentino. Con lui l’avevano vista molti altri. E aggiunge: “e così si conobbe la sua santità”. Forse fu un’estasi di “consolazione”, o una più profonda compenetrazione col mistero di Cristo eucaristico: Angela non ne ha parlato. Ma certamente l’applicazione dei meriti di Cristo, la considerazione di Cristo nostra unità, sostegno della nostra fedeltà, perdono del nostro peccato, Cristo speranza, certezza, possesso, diventano fonte di consolazione spirituale. Cristo è il conforto che aspetta le nostre stanchezze, le nostre esitazioni, le nostre fragilità, le nostre miserie. Un’ultima riflessione sulla devozione eucaristica di Angela: le sue comunioni frequenti – forse quotidiane – e la sua pratica della “comunione spirituale” suggerite nella Regola (“sarà un comunicarsi con lo spirito”) vanno dunque considerate come il mezzo per partecipare più profondamente non già ad una celebrazione liturgica, ma ad una realtà salvifica; come il mezzo per una più intima adesione a Cristo nel compimento della sua missione di salvatore del mondo e quindi come impegno a una coerenza sofferta e scontata durante tutto il corso della giornata. Non viene messo in risalto, invece, l’aspetto latreutico del sacrificio eucaristico. Come si vede, la spiritualità eucaristica di Angela non è il risultato di un’indagine speculativa, ma è semplicemente il frutto di un’esperienza esistenziale per così dire “verificata” nell’ascolto dei predicatori, nella direzione spirituale, nelle letture spirituali e soprattutto guidata dallo Spirito Santo. La cristologia mericiana: Il Cristo del Vangelo Ma che è ancora Gesù per sant’Angela? Se “leggiamo” frettolosamente gli Scritti mericiani, rileveremo solo che la Madre si attiene strettamente al dogma cattolico nella elementarità delle sue formulazioni, non certo apprese da qualche catechismo perché essi non esistevano ancora, ma dal buon clero religioso che officiava in certe chiese, e da qualche predicatore di buona fama. Ma se approfondiamo la lettura attraverso lo studio e la preghiera, allora rileviamo anche nel lessico più comune e nel fraseggiare più consueto, sfumature e timbri di particolare risonanza che vanno ben al di là dell’apparente semplicità di linguaggio e manifestano un lungo approfondimento nella meditazione e nella preghiera. Così siamo colpite dal senso di viva ammirazione e di contemplazione estatica, che si coglie in alcune sue espressioni. Sono talmente vivificate dall’impeto della fede, tradiscono una tal vivacità di convinzione, che il dato puramente dottrinale si trasfigura e nello stesso tempo si rivela integrato nella vita. Così noi troviamo Cristo, o meglio, Gesù Cristo, menzionato come:


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“l’Altissimo”, il “Figliolo di Dio”,anzi, “L’immortal Figliolo dell’eterno Dio”, “il Re dei re e Signore dei signori”, Ma tutto il discorso, la sintassi esclamativa del contesto, la spontaneità immediata della frase in cui ricorrono questi appellativi costituiscono assai spesso come un gioiello in cui s’incastona la gemma, e appellativi e contesto s’illuminano e si arricchiscono reciprocamente. Prendiamo un esempio: nel 4° Legato Angela vuol far capire alle Matrone che non è la dignità dei loro titoli nobiliari che conta, quanto piuttosto la missione loro affidata di vegliare sulle vergini della Compagnia, e che queste vergini, fossero pure le loro serve o le loro cameriere, hanno una dignità che trascende i criteri umani della valutazione. Sentiamo il ragionamento ed apprezziamo il tono esclamativo: “O qual nuova bellezza e dignità essere governatrici e madri delle spose del Re dei re e Signore dei signore, e, in un certo senso, diventare suocere del Figlio di Dio, e così, per mezzo delle figliole, acquistare la grazia e l’amore dell’Altissimo” (Lg 4). Possiamo leggere un testo analogo nei Ricordi, destinati alle Colonnelle. Si intuisce che Angela crede a quel che dice, e che è soggiogata dalla grandezza infinita di Gesù-Dio, re, sovrano, e che la sua anima è assorta in adorazione profonda. Ed anche in profondo incantamento. Quante volte deve aver sperimentato il silenzio d’ogni cosa nella contemplazione della “lucidissima faccia tua, con la quale si contenta ogni cuore afflitto” (Rg 6), in cui il Cristo uomo-Dio sfolgora nella sua perfezione e bellezza. Frequenti citazioni bibliche e riferimenti a passi scritturali permeano gli insegnamenti di Angela; e la scelta, sempre pertinente, ci aiuta a precisare meglio i lineamenti di Gesù che più devono aver colpito la Madre. “Non veni facere vuluntatem meam, sed eius qui misit me Patris” (Gv 5,30); Rg 9). Gesù è il Figlio venuto per fare la volontà del Padre: Angela lo ripete nel capitolo dell’Obbedienza per farci meglio comprendere in qual modo e perché il rinnegamento di sé nella scelta della volontà del Padre possa diventare nell’uomo quella “grande luce” che ci fa più intimamente partecipi del progetto di Dio. Gesù è quegli che ha promesso lo Spirito Santo: e Angela lo ricorda a proposito del digiuno e della contrizione, quasi a riscattare con la promessa del “donum Dei altissimi” quanto può avere di increscioso la novena di penitenza che precede la Pentecoste. “Qui vos audit me audit” (Lc 10,16) ; Rg 9)… « Tibi dabo claves Regni caelorum » (Mt 16,19); Rg 8). Parla Cristo, il fondatore della Chiesa e del primato di Pietro. In questa occasione Angela gli dà un appellativo, “la Verità”, densissimo di sottintesi se pensiamo che siamo in pieno protestantesimo, in una Brescia che al tempo di Angela contava già almeno alcune cellule protestanti particolarmente efficienti, e la Madre cita “Cristo-Verità” proprio a proposito di due punti controversi quali sono la confessione sacramentale e l’obbedienza alla Chiesa gerarchica istituzionalizzata, nei capitoli 8 e 9 della Regola. Una professione di fede irrefrenabile in sant’Angela, per la quale la devozione alla “santa Madre Chiesa” è una passione che le detta il Settimo Ricordo, che è un autentico capolavoro di ecclesiologia. Quanto precede è strettamente già suggerito dal Vangelo, che Angela dimostra di conoscere molto bene; le citazioni le vengono spontanee ed appropriate. Non possiamo soffermarci su tutte, purtroppo, esse offrono un campo di ricerca aperto a tutte e facilmente accessibile. Prendo solo qualche testo. Ego fui in vobis non tanquam qui recumbit, sed ut qui ministrat” (Lc 22,27); Rc 1). Gesù, ricorda la Madre, ha vissuto trentatré anni in questo mondo per amor nostro, e vi ha vissuto come servo, “obbedendo al Padre eterno fino alla morte”: lo ricorda alle Superiore indicandolo come modello da imitare, perché non si lascino prendere dall’euforia dell’autorità


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(siamo ancora in tempo di assolutismo politico, nonostante i timidi esperimenti di democrazia comunale), bensì esercitino il loro mandato come un servizio di Dio e delle loro suddite, consapevoli che può anche costar caro. Questo Gesù-servo è modello anche per la Madre quando, a sua volta, Angela si definirà “indegna serva di Gesù Cristo” (Rc pr.; Lg pr.). “Discite a me quia mitis sum et humilis corde” (Mt 11,29) ; Lg 3) ; « Jugum meum suave… » (Mt 11,30) ; Lg 3). Anche queste sono parole di Gesù, riportate da Angela in funzione didascalica ; e le mette in relazione con quella « umanità » così esaltata nell’età rinascimentale, quella, « piacevolezza » che lei raccomanda tanto. Anzi, qui è particolarmente interessante la traduzione che Angela fa del “discite a me…”. Anche solo a orecchio sarebbe stato tanto facile tradurre. “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”, e invece lei dice “che son piacevole e mansueto di cuore”. E’ un’interpretazione mericiana dell’umiltà, che consiste nel non essere scostanti, né distaccati, né autoritari, e che ci propone da imitare un Gesù che conquista e convince con la bontà, con l’amorevolezza, col suo amore misericordioso, con le sue prevenzioni, senza ledere i diritti della libertà umana. Piacevolezza non è però debolezza o accettazione di compromesso. “Est, est; non, non” (Mt 5, 36-37). Cristo umano e comprensivo, ma fermo, chiaro, senza tergiversazioni né tentennamenti, nemmeno per far piacere. La citazione evangelica succede di qualche riga soltanto alla raccomandazione per una conversazione “ragionevole e modesta”, nel cap. 10 della regola; essa implica coraggio morale, dirittura. Come quelli di Gesù che, nemmeno per non alienarsi certe categorie di uomini, avrebbe mai ricorso a indulgenze di compromesso. Tutti i testi fin qui considerati non fanno che ricollegarsi alla cristologia evangelica; dobbiamo tuttavia riconoscere che la scelta o l’interpretazione di Angela ci dicono molto della sua spiritualità. Se potessimo analizzare tutte le citazioni bibliche, riusciremmo a completare la figura di Cristo a tutto tondo, mentre dobbiamo limitarci a coglierne alcuni aspetti. Ci vorrebbe una sguardo di teologo sugli Scritti della Madre, e allora Angela prenderebbe il posto che le spetta anche nella storia della spiritualità italiana. La cristologia mericiana: Cristo e l’Orsolina Vorrei cioè ritrarre la figura di Cristo secondo un’ottica mericiana. Per affrontare questo aspetto con autentica comprensione dovremmo poter ripercorrere l’itinerario di Angela in Dio, riviverne l’esperienza mistica. Facciamo un tentativo dall’esterno. Incomincerò dal punto più facile: Gesù-Maestro. Nella sostanza coincide col Gesù-modello del Vangelo, Gesù che è Parola e Vita, che si manifesta attraverso le varie citazioni che già abbiamo considerato e le molte che abbiamo lasciato da parte. Una analisi dell’insegnamento di Gesù che fosse separata da quella dell’esempio sconfinerebbe nell’artificioso, poiché per l’ammirabile, divina unità interiore, non c’è dicotomia fra il dire e l’essere, tra il Verbo e la Vita. Segnalo solo due passi: un testo nel Ricordo Settimo: “Non troverete altro rimedio a questi tempi pericolosi e pestiferi, che rifugiarvi ai piedi di Gesù Cristo, perché se lui vi governerà e vi ammaestrerà, sarete ben ammaestrate, come dice anche il profeta: ‘Beatus quem tu erudieris, Domine’ “. E’ solo un accenno. Voglio invece soffermarmi un istante sul Legato Undecimo, perché riguarda l’intera Compagnia anche se nella destinazione è dedicato alle Matrone responsabili: “E se, in accordo coi tempi e le necessità, accadesse di dar nuovi ordini e di dover fare altrimenti qualche cosa, fatelo prudentemente e con buon consiglio. E sempre il principal ridotto vostro sia il ricorrere ai piedi di Gesù Cristo, e lì con tutte le vostre figliole far caldissime orazioni. Poiché in tal caso senza dubbio Gesù Cristo sarà in


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mezzo a voi e vi illuminerà ed ammaestrerà come vero e buon Maestro su ciò che avrete a fare”. La prima a sperimentare l’azione diretta di Cristo è stata lei, la Madre, che fa risalire a lui ogni principio. Lei per prima, con fede viva e coraggiosa, ha “ricevuto da lui ciò che avrebbe dovuto fare per lui” (cfr. Lg. Pr). Quante volte abbiamo già meditato codesto ultimo Legato, nello sforzo di attuarlo. Io richiamo la vostra attenzione solo su una frase: “E sempre il principal ridotto vostro sia il ricorrere ai piedi di Gesù Cristo…”. Il principal “ridotto”,in italiana moderno “risorsa”. Ma “ridotto” richiama pure un’altra idea: quella del luogo in cui si incontra per “ritrovarsi insieme”, per “conversare”, come il ridotto di un teatro, o il ridotto letterario di Paolo Paruta a Venezia, e le accademie rinascimentali che erano salotti d’incontri eruditi. Cristo diventa così come il perno che fa rotare attorno a sé la vita tutta dell’Istituto, nel suo evolversi storico. Punto di riferimento, polo di orientamento. Come se Angela volesse dire: più che incontrarvi tra voi, per chiacchierare o discutere tra voi, incontratevi attorno a lui, in una preghiera unanime d’Istituto. E lui, il vero e buon Maestro, si farà parola, messaggio, buona novella. Vi farà capire che cosa dovrete fare. Gesù-Maestro Gesù-parola-di-vita, è continuamente presente negli Scritti mericiani: basterebbe contare le citazioni bibliche dirette e indirette. Accenno a un solo filone dell’insegnamento evangelico fatto proprio con particolare insistenza dalla Fondatrice: è il messaggio della carità, poiché gli accenti di Gesù hanno trovato una eco a ripetizione nel cuore della Madre. Già ne ho detto qualcosa a proposito della cristologia eucaristica di Angela, che vede in Cristo il principio della nostra “unità di famiglia”. Nella linea evangelica della sua cristologia, Angela insiste su Cristo segno e premio della nostra unità. Ce lo ripete con le parole stesse di Gesù: “In hoc cognoscet mundus quod eritis mei discipuli, si diligeretis invicem” (Gv 13,35); Lg 10), e lo commenta: “ecco che l’amarsi e l’andar d’accordo insieme è segno certo che si cammina per la via buona e gradita a Dio…”. Con l’esortazione accorata: “Anche voi sforzatevi di essere così con tutte le figlioline vostre, perché quanto più sarete unite, tanto più Gesù Cristo sarà in mezzo a voi a guisa di padre e buon pastore. Né altro segno vi sarà che si sia in grazia del Signore, che l’amarsi ed essere unite insieme”. E nell’ultimo Ricordo: “Siate legate col legame della carità l’una e l’altra, apprezzandovi, aiutandovi, sopportandovi in Gesù Cristo. Poiché se vi sforzerete di essere così, senza dubbio il Signore Dio sarà in mezzo a voi…” (Rc 9). Sono parole della Madre che dobbiamo leggere con particolare reverenza perché quando Angela scrive il Testamento e i Ricordi, è sicuramente alla fine della sua vita. Tant’è vero che una delle Matrone elette nel primo capitolo generale del 1537, Lucrezia vedova Luzzago non è già più nel numero delle destinatarie del Testamento, e che la carica di colonnelle nello stesso capitolo generale non era ancora prevista, mentre è a loro che sono dedicati i Ricordi. Ebbene, proprio nelle ultime pagine dell’una e dell’altra opera campeggia questa figura di Cristo segno e pegno e premio di unità , come accade nel discorso dell’ultima Cena. L’ultimo anelito della Madre prima di lasciare la vita terrena è per esortare all’unità in nome di Cristo, è per proclamare che essa è la sola soluzione al problema quotidiano del dolore, al dramma dell’incomunicabilità che avrebbero dovuto affrontare nella vita d’ogni giorno le vergini di Sant’Orsola, disperse com’erano nelle loro singole abitazioni. E’ per rendere esistenziale quel legame in Cristo che rischia tante volte di restare pura affermazione teorica, e per renderlo esistenziale attraverso una fraternità vissuta ed espressa, in forme molteplici, ma “espressa”: perché la verità che non si esprime non diventa vita.


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Fin qui, nonostante alcune sfumature (o qualcosa più che sfumature!) nettamente mericiane, ci siamo pur sempre mosse nell’ambito di una cristologia fondamentale. Lei può ben dire “Signor mio, unica vita e speranza mia, ti prego,,,”, e può dirlo in tutta sincerità e consapevolezza, come il respiro dell’anima, nella confessione umile e semplice di un’esperienza quotidianamente vissuta, perché ormai davvero per lei il “Cristo unica vita e speranza” è il “Cristo solo tesoro”, il “Cristo-tutto”. Siamo al vertice, alla conclusione di un processo di spogliamento interiore (rivediamo il capitolo 11 sulla Povertà), di purificazione interiore (cap. 10 sulla Verginità), di semplificazione interiore. E’ arrivata al possesso: “Signor mio” a prezzo dell’oblio e del rinnegamento di sé. Che non è annientamento, né morte, né alienazione, ma il trionfo e la pienezza della vita come dice Paolo: “non son più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20). Per Angela, Cristo è vita. E Cristo è l’Amore. Amore di Angela e Amore per Angela. Persino il Cozzano se ne era accorto, quando scrisse che Dio aveva fondato la Compagnia “per mezzo della sua amica” (Epist. Conf. TL 2°, 367), “essendo Dio suo, e il suo solo amore e bene” (Dich 974v; TL 2° 380). “Amore”, lo dice Angela stessa alle Colonnelle, in un Ricordo da far attuare dalle Vergini: “Dite a loro che vogliano desiderare di vedermi in cielo, dove sta il nostro Amore, non in terra” (Rc 5). “Abbiano Gesù Cristo come unico loro tesoro, perché in lui sarà anche il loro Amore…” (ib.). Amore come desiderio amore come forza di santificazione. Dice ancora il Cozzano: “Gesù Cristo, unico amatore della Madre nostra, suo e vostro e di chiunque amerà lei” (Ep. Conf. TL 2° 363). Questa parola, vi ho già detto prima, il Cozzano deve averla imparata dalla madre, che gliela detta tre volte. Vediamo le tre accezioni: nel Testamento è usata con un senso piuttosto generico, come sinonimo di Cristo che, nel suo amore per la Compagnia, farà posto alle Matrone in mezzo al gruppo delle vergini (Lg 11). Parlando invece alle Colonnelle, nel Ricordo Nono, Angela, dopo alcune promesse, al momento del passaggio all’eternità Cristo sarà presente: Cristo-Amatore, l’innamorato che si fa presente in maniera più tangibile quanto il momento è più difficile. Ma è specialmente nel 5° Ricordo che l’espressione mericiana tocca il culmine: “Direte a loro che ora son più viva di quanto mi vedevano corporalmente, e che ora le vedo e le conosco di più, e più le posso e le voglio aiutare, e che son continuamente fra loro con l’Amatore mio, anzi nostro e di tutte noi…”. Qui abbiamo l’affermazione della compresenza di Angela e Cristo, quasi della loro inseparabilità per sempre. La promessa del vivere di Angela oltre la morte, in comunione con le sue figlie, in un potenziamento della sua capacità di conoscenza e d’aiuto. Sentiamo subito un accento di maggior intimità nella relazione che si stabilisce fra Angela e loro e ciascuna delle vergini, si sa allora più conosciuta e più capita. E come se l’umanità della Madre si fissasse per sempre in un rapporto personale con ciascuna. Ma sopra tutto conta questa presenza inesprimibile, eppure reale e concreta, di Cristo-amatore, che ama d’un amore personale la Madre, ma è nel contempo l’innamorato di noi, di tutte noi: dove il correttivo “anzi nostro e comune di tutte” ha proprio questo senso di accentuazione e di personalizzazione. E’ il culmine delle promesse di Angela, questa presenza al nostro fianco. Qui siamo già entrate nel vivo dell’argomento considerato in un’ottica specificatamente mericiana: quella della relazione tra la Vergine di Sant’Orsola e Cristo. Tralascio volutamente altri aspetti: Cristo e Angela fondatrice della Compagnia; Cristo e Angela strumento della realizzazione del suo progetto, eccetera… Rilevo solo la sicurezza con cui Angela afferma che Cristo ha “piantato di propria mano la Compagnia e non l’abbandonerà mai” (Ultimo Legato). Allora mi vengono in mente due citazioni dagli Scritti di Chiara d’Assisi. E’ vero che la situazione storica è diversa; ma avrebbe potuto esprimersi in maniera analoga. Si tratta dell’evocazione del fondatore. Angela aveva legami spirituali coi Francescani


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dell’osservanza; aveva relazioni almeno d’amicizia e di buon vicinato coi Canonici Lateranensi. Però per la sua Compagnia non ha cercato né un fondatore né un superiore. Chiara si presenta: “Chiara, indegna serva di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco” (Reg.1). E nel suo Testamento: “Il Signore donò a noi il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore, piantatore e sostegno nostro nel servizio di Cristo… ed egli finché visse, ebbe sempre premurosa cura di coltivare e di far crescere noi , sua pianticella, con la parola e con le opere sue…” Angela invece può dire: “Tenete questo per certo che questa Regola di diritto è piantata per la santa man sua [di Cristo], né mai abbandonerà questa Compagnia finché il mondo durerà. Perché se egli principalmente l’ha piantata, chi sarà che la potrà dispiantare”? (Lg 11). E ricordo il filo, per così dire “gerarchico” che ricollega la vergine orsolina a Cristo: un filo ricco più di implicazioni esistenziali e spirituali, che non canoniche o giuridiche. Si tratta della raccomandazione espressa nel 3° Ricordo, che concerne la relazione suddite-superiore, ma riafferma che Cristo è il Superiore il capo della Compagnia, mentre le superiore dell’Istituto incarnano solo una autorità delegata. Autorità delegata, che però non si esaurisce in un simbolo rappresentativo, ma esercita una autentica funzione di mediazione attraverso la quale “Deve” passare l’obbedienza dell’orsolina: “State soggette alle madri principali, che io lascio al posto mio, com’è giusto. E ciò che fate, fatelo in obbedienza a loro, e non per seguire il vostro impulso. Perché, obbedendo a loro, voi obbedirete a me stessa, e obbedendo a me, voi obbedirete a Gesù Cristo il quale, per sua immensa bontà mi ha eletta ad essere madre da viva e da morta…” (Rc 3). Ed eccoci finalmente all’ultimo punto di questa chiacchierata: Gesù Cristo sposo della vergine di Sant’Orsola. Fin dal prologo della Regola, Angela ci mette di fronte a questo fatto essenziale della nostra vita: e lo fa in modo da dar risalto alla reciprocità d’amore che gli è sottesa: “Essendo voi state scelte ad essere vere ed intatte spose del Figliolo di Dio, vi esorto, o piuttosto vi supplico a voler in primo luogo riconoscere quale importanza abbia tale scelta e quale insolita e mirabile dignità rivesta la scelta stessa…poiché siamo chiamate a tal gloria di vita, da essere spose del Figliolo di Dio, e in cielo gloriose regine… Poiché se vi sforzerete, per l’avvenire, di vivere come si richiede alle vere spose del Salvatore, e di osservare questa Regola come via lungo la quale dovete procedere… io ho ferma fede e speranza nella divina bontà, che non solo supereremo tutti i pericoli e le gravi avversità, ma con grande gloria e gaudio nostro ne usciremo vincitrici…” ecc. Questo testo evoca i termini di un contratto nuziale tra uno sposo, l’Uomo-Dio, e una creatura che accetta la dignità e gli impegni che ne conseguono. Il contratto comporta la “comunione dei beni” come si dice nel linguaggio giuridico moderno, la qual comunione comporta a sua volta la partecipazione allo stesso destino. Lui è il Salvatore: per questo ci travolge nella sua carriera di redentore, cioè nel mistero del dolore che redime. Più in là, poi, ci sarà il possesso del Regno, nella gloria del cielo. Mi pare che il vertice della spiritualità orsolina sia proprio qui: Gesù Cristo, per Angela, è lo Sposo. Se anche non ci ha lasciato un diario spirituale, e nemmeno un trattato sull’intimità dell’Orsolina con Cristo, le norme e i consigli dati alle sue figlie per vivere la loro consacrazione sono tali da rivelare quali dovettero essere i suoi rapporti con Dio. Alcuni biografi, parlando di Angela, buttano là il termine “mistica senza dimostrarlo né approfondirlo. Io non sono teologa né spiritualista e perciò non potrei fare né l’una cosa né


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l’altra. Angela fu sicuramente una grande contemplativa, se per contemplazione intendiamo uno sguardo semplice sulla verità sotto l’influsso dell’amore, e contemplativa “cattolica”: precisazione importante oggi come allora, per la sua adesione alla verità formulata dalla Chiesa, in opposizione alle infiltrazioni del protestantesimo. Se poi prendiamo “mistico” per indicare qualcosa che va oltre l’esperienza ordinaria dello spirito rivolto verso Dio, allora sarebbe il caso di ricordare qui la visione profetica di Desenzano, l’estasi in San Barnaba cui allude mastro Bertolino Boscoli; e la visione in cui le appare il demonio camuffato da Angelo di luce, che molti biografi raccontano, ma soprattutto il linguaggio sponsale, che mi pare rivelatore di una situazione vissuta. Per tutto questo non avrei fatica a credere che Angela fu anche una mistica, o per lo meno che fu gratificata di tocchi mistici ripetuti. E’ ovvio che il rapporto col mistero varia secondo l’individuo, il substrato socio-culturale che si porta dietro, le forme devozionali del suo tempo, e che il mistico, come il profeta, nel tentativo di esprimere la propria esperienza per sé inesprimibile, ricorre a simboli, a figure, a metafore del tessuto esistenziale proprio del suo mondo.. La relazione nuziale è una di queste realtà esistenziali, pur nei limiti della formulazione mericiana, l’allegoria nuziale con le implicazioni che essa racchiude dice – a mio parere – che Angela deve aver sperimentato, almeno a momenti, l’intimità nell’unione spirituale con Dio. Ritorno dunque al Prologo della Regola, che ho citato, per chiedermi appunto in quale misura e in quale senso l’allegoria nuziale sottintenda una realtà esistenziale, concreta. Cristo, Figlio di Dio, è lo Sposo della vergine; lo sappiamo; e la vergine fin dai tempi di Ambrogio costituisce una sorta d’aristocrazia nella comunità dei fedeli. Quando poi il Rituale introdurrà la cerimonia della “velatio virginis” le si attribuirà il significato di una sorta di matrimonio mistico con Cristo. Tutto questo è già accolto dalla tradizione, al tempo di Angela, così come è entrato nel linguaggio delle “passiones” e delle leggende delle sante vergini.Ma quale conseguenza Angela annette a questo tipo di contratto sponsale cui alludevo prima? Cristo-figlio di Dio e sposo non è figura campata in aria, tra sogno, ideale e desiderio. E’ realtà concreta anche se immateriale. Perciò si rende necessario precisare alla vergine i costitutivi del nuovo stato di vita che si viene a creare con l’ingresso nella Compagnia. La Regola ha appunto questa funzione: indicare i termini, i modi, lo spirito con cui la vergine della Compagnia realizza la propria specifica vocazione. Così la Regola, con le sue prescrizioni diventa strumento per attualizzare la relazione con Gesù Cristo sposo attraverso un interscambio d’amore. La dimensione apostolica di questo interscambio verrà in seguito, come fu per Angela. Nei suoi Scritti non ne parla direttamente, eppure essa è presente; ma non possiamo parlarne ora. Ciò che ora importa, è rilevare come nel Prologo della Regola Angela cerchi di chiarire, con immagini e col ragionamento, che la terminologia “Sposo-sposa” non è pura espressione lessicale mutuata al linguaggio corrente dell’agiografia e codificata dall’uso, ma ha precisi significati e contenuti. Si potrà obiettare che forse Angela sia stata influenzata dalla leggenda di santa Caterina d’Alessandria, alla quale il Bambino Gesù mette al dito l’anello nuziale; leggenda che era una delle più diffuse e conosciute e persino raffigurate nel Rinascimento. Ma allora si può obiettare: Angela ha le idee chiare. Mentre alle Matrone fa considerare il dato più appariscente della grandezza e dignità delle nozze mistiche, a quelle che sono membri della Compagnia Angela espone le esigenze di tale stato. Non dimentichiamo che i membri della Compagnia costituivano una figura nuova nella società del ‘500, fuori delle strutture canoniche giuridicamente conosciute, e che perciò bisognava dare agli altri, ma ancor più a loro stesse, delle idee chiare sulla loro condizione di consacrate pur viventi nel mondo.


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Le Matrone dovevano capirlo per trattarle con rispetto e con stima, né come serve né come bambine. Le orsoline dovevano capire l’importanza della propria consacrazione per non sentirsi menomate in confronto con le consacrate viventi in monastero e perché non prevalesse il loro ruolo di serve, di contadine, di casalinghe o artigiane su quello di spose. Nello stesso tempo le esigenze spirituali di questa relazione nuziale immersa in una vita quotidiana usuale, dovevano impedire di montarsi la testa e di esaltarsi. La frase programmatica più esplicita, forse anche più incisiva è nel 5° Ricordo: “Che facciano onore a Gesù Cristo, al quale esse hanno promesso la loro verginità e se stesse”. Cristo domina nella vita, nello spirito, nell’essere dell’orsolina. E’ il Signore al quale spetta ogni tributo. E’ lo Sposo che reclama il possesso totale, integrale dell’altra. Perché, secondo Angela, aver promesso a Cristo la propria verginità è qualcosa ben al di sopra del significato corrente, della semplice custodia della verginità materiale. E’ vero che nel corso dei secoli il concetto di consacrazione verginale aveva fatto strada. Nell’alta antichità la vergine che aveva mantenuto la propria integrità fisica aveva adempiuto all’essenziale dei suoi obblighi. Con S. Ambrogio la consacrazione verginale aveva compiuto un salto di qualità, entrando appunto nella prospettiva di una unione più stretta con Cristo. Al tempo di Angela, l’unione affettiva intima con Cristo di cui abbiamo parlato in apertura, apre l’anima all’unione spirituale con la sua divinità. Così le nozze spirituali costituiscono il culmine cui possa aspirare una vita di preghiera. Ma bisogna pure aiutare i membri della Compagnia a vivere questa spiritualità. Infatti, c’è modo e modo d’essere spose dando o vivendo la propria verginità e secondo del contenuto che si dà alla verginità. Per Angela, verginità è forza, dinamismo. Non uno stato da conservare, come potrebbe accadere di una verginità che fosse fine a se stessa, ma tensione d’ogni momento, come un continuo rivolgersi verso Dio per una assimilazione alla sua vita stessa che è la carità. Dio è carità. Il capitolo della regola sulla verginità è un capitolo sconcertante, quando consideriamo il contenuto che Angela dà alla verginità. Eppure è proprio uno dei più mericiani; è forse quello che meglio configura il Gesù Cristo di Angela: Sposo, Signore e Dio, Amatore che vuole per sé l’amata totalmente e tutta, con esclusione di qualunque incrinatura che potrebbe dividerla in se stessa, e pertanto dividerla da Lui. Uno nella propria unità sostanziale, Dio ricerca nella sposa una unità interiore senza incrinature. Santo perché è la santità stessa, vuole nella sposa una costante, determinata partecipazione alla propria santità, attraverso il rigetto di qualsiasi ombra di colpa contro la santità per eccellenza che è la carità. Ho detto che è un capitolo sconcertante: infatti qualche traduttore l’ha tagliato o ridotto, non vedendo il nesso logico fra il titolo “della verginità” e il contenuto. Il fatto è che, qui, Angela ha superato se stessa, staccandosi dalla maniera tradizionale riconsiderare la verginità come castità. Par di sentire S. Agostino: Tu ci ordini la continenza… sì. La continenza fa in noi quell’unità che avevamo perduto scivolando nel molteplice. Infatti ti ama meno colui che ama, insieme a te, qualche cosa che non ama… di te”. (Conf. X cap. 29). La verginità mericiana è quella dei mistici (e in questo senso, Maria dell’Incarnazione ha raggiunto una verginità spirituale stupenda),che rifuggono da tutto ciò che potrebbe distogliere dalla contemplazione della “lucidissima faccia” di Cristo, e nulla distoglie più della mancanza di carità che, dividendo il cuore e lo spirito in se stesso, ne disintegra l’unità, gli fa perdere la verginità. Ecco perché ho detto che la verginità per Angela è dinamismo: si tratta di una forza unificante sempre in azione di una continua “ri-verginizzazione” dell’essere, di una continua


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ricostituzione dell’unità interiore per aderire più intimamente a questo Cristo sposo, Signore e Dio. Lo spogliamento richiestole da questa adesione è indicato soprattutto nei capitoli dell’Obbedienza e della Povertà, ma si trova anche altrove, talvolta in formule lapidarie: “Pongano la loro speranza e il loro amore nel solo Iddio e non in persona vivente” (Rc 5). “Abbiano Gesù Cristo come unico loro tesoro” (Rc 5). Cristo nel quale la vergine trova il proprio complemento, come la sposa lo trova nello sposo; Cristo è l’unica plenitudine che possa colmare le attese, i bisogni della vergine consacrata. E’ un discorso che facilmente scivola nel luogo comune, nella frase fatta che ormai non ha più molto da dire. Solo che Angela lo dice sul serio, e ci crede, e tutta la sua vita è orientata verso il possesso di questo unico tesoro. Che cosa hanno potuto significare parole come queste? “Ognuna si sforzi di spogliarsi di tutto e porre ogni suo bene, amore e diletto, non negli averi, non nei cibi, non nelle parentele, non in se stessa o in alcuna sua propria dote e sapere, ma solo in Dio e nella sua sola benigna ed ineffabile provvidenza” (Rg 11). Non contare più su nulla e su nessuno, e fare l’esperienza di questa nudità interiore, con la quale “il cuore d’ogni vero e prudente servo di Dio si umilia ed annienta in se stesso il proprio sentire e il compiacimento della propria reputazione…” (Rc 1). E’ il prezzo da pagare per trovare in Cristo il suo tesoro. Si capisce allora il “Suscipe” di Angela, alla fine della sua preghiera: “Signor mio, unica mia vita e speranza, ti prego di degnarti di ricevere questo mio vilissimo ed immondo cuore… T prego, Signore, che tu accetti il mio libero arbitrio, ogni mia volontà.. ricevi, o Signore, ogni mio pensiero, parola ed opera, ed infine ogni mia cosa, così interiore come esteriore: il che tutto offro ai piedi della tua divina Maestà…”. Dovrei concludere con una sintesi: ma è estremamente difficile, poiché la cristologia mericiana è come una gemma dalle molteplici sfaccettature. Cristo è l’infinito e l’immenso: l’intimità con lui discopre a volta a volta un aspetto, una sfumatura; è la novità d’ogni giorno, la riscoperta che si ripete ad ogni incontro. Cristo, l’eterno ed immutabile, novità inconoscibile, e multiforme e senza fine. Il Cristo di Angela è il Cristo dei cristiani, l’UomoDio, inesauribile nella sua infinita grandezza e santità, che affascina con la sua bellezza: imprevedibile nella sua maniera d’amare, sorprendente nelle sue tenerezze, sconcertante nelle sue procedure; il Cristo che ha tenuto Giovanni sul cuore, e la Madre ai piedi della croce. Il Cristo che sta alla porta e bussa per restare a cena da noi “insieme”. E nessuno saprà, salvo noi due, il dialogo, il cuore a cuore di questa cena, la reciprocità di questo incontro e il perché del nostro essere consacrate, l’intimità sponsale di questo incontro e il perché del nostro “essere Orsoline”.

Nota: Testo ritrovato fra le carte di Suor Luciana, con una data seguita da un punto interrogativo: “1975?” senza alcuna indicazione riguardante le destinatarie. Il testo è dattiloscritto, poi corretto a macchina e di nuovo largamente corretto a mano.


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34. IL “DIALOGO” DEL TUTTO E DEL NIENTE Assisi 1990

Questo titolo è per sé inquietante. Premetto che non intendo affrontare la questione dal punto di vista filosofico, cioè del niente ontologico e del suo non esistere. Non sono filosofa. Vorrei solamente tentare di trattare in termini mericiani. Lei lo ha alluso da santa e da mistica. Noi cercheremo di cavarne una lezione per il nostro rapporto con Dio. Il “Tutto” e il “niente” . E’ inquietante pensarli in dialogo. Il “Tutto” si capisce subito chi è: Dio. Ma il niente? E’ forse l’uomo? E come si fa a dire che l’uomo è niente, se sant’Ireneo ha scritto: “gloria est enim Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei…” (Adversus haereses, in Lit. Hor. 28 giugno)? “L’uomo vivente è gloria di Dio, e sua vita è la visione di Dio…”. Il Verbo non si è fatto angelo. Si è fatto uomo, “dispensatore della grazia dl Padre per l’utilità degli uomini, in favore dei quali ha ordinato tutta l’economia della salvezza, mostrando Dio agli uomini e presentando l’uomo a Dio” (ibid). E questo uomo, che è motivo della redenzione e figlio adottivo del Padre, sarebbe il nulla? Quando il Creatore si chinò sulla materia per infonderle lo spirito disse: “Facciamo l’uomo ad immagine e somiglianza nostra…” (Gen 1,26). “A immagine e somiglianza nostra”: di Dio, che è comunione d’amore, armonia infinita, intelligenza, volontà, libertà… Quel Dio che, sul far della sera, scendeva a passeggiare familiarmente con la prima coppia. Segno che si trovava bene con loro. Poi loro vollero fare l’esperienza del male. E i loro figli, e i figli dei figli li imitarono. Allora, guardandoli, “il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo” (Gen 6,6). Se ne addolorò, perché Dio, nonostante il loro peccato, non aveva finito di amare l’umanità. Disse Isaia: “Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse [del suo bambino], io invece non mi dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani…” (IS 49, 15-16). “Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché tu sei degno di stima e io ti amo” (Is 43,4). Anche Giobbe si era chiesto: “Che cos’è l’uomo perché Dio gli dia peso, e perché rivolga a lui la sua mente”? (cfr 7,17). Dio avrebbe potuto rispondere: “L’uomo è così grande per la nobiltà dei suoi sentimenti, per le virtù umane e sociali di cui sa essere capace, per l’altezza d’ingegno che lo fa collaboratore mio nell’opera della creazione, per l’intuizione artistica rivelatrice dell’armonia che è nel Creatore. L’ho fatto io stesso così; perché sia signore dell’universo; io stesso l’ho posto appena al di sotto degli angeli”. Allora, l’uomo può mai essere ritenuto un niente? E’ un niente se consideriamo che Dio è l’Essere infinito, il Creatore che esiste per se stesso, mentre l’uomo è un essere finito, creatura che dipende in tutto da lui. Nemmeno l’intimità cui Dio ci chiama può colmare l’abisso infinito che ci separa da lui. L’uomo non ha nulla che non abbia ricevuto; non è nulla che non gli sia stato fatto da Dio; nulla se Dio non gli mantiene l’essere; in nulla trova pace e beatitudine se non in Dio. Come confessa umilmente e gioiosamente Agostino d’Ippona: l’uomo, che porta in giro la propria mortalità e la testimonianza del proprio peccato, è pur sempre frutto della tua creazione. “Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto fino a che non si riposi in te” (Conf. I,1)


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“Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio”, dice la ‘Gaudium et Spes’ (19). E la ‘Dei Verbum’: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici, e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (D.V.2). Le diverse spiritualità suggeriranno diverse sfumature nel modo di intrattenere il dialogo fra Dio e la sua creatura, cioè nel modo di avvicinarsi alla comunione con Dio (lo scambio del primo sguardo d’amore), e poi di entrare in comunione con Lui col nostro “ecce”, e poi di vivere in comunione con Lui col nostro “fiat”. Noi cercheremo di cogliere, negli Scritti di sant’Angela, quali dovrebbero essere le caratteristiche mericiane del nostro dialogo con Dio. E’ un dialogo da intrattenere fino a che non si estingua nel profondo silenzio in cui l’uomo – come dice ancore la Gaudium et Spes – si stringa a Lui con tutta intera la sua natura in una comunione perpetua con l’incorruttibile vita divina (cfr. 18). Per dialogare con Dio l’uomo deve uscire da se stesso , deve liberarsi di se stesso. E questo gli è estremamente difficile, perché è quasi come un morire a se stessi. D’altra parte, fino a che l’uomo parla a se stesso non dialoga. Fino a che l’uomo ascolta se stesso non dialoga. Intendo per “dialogare” il rispondersi di due interlocutori. Non ci si risponde se non ci si ascolta reciprocamente; ci si perde soltanto nei monologhi. Fino a che l’uomo è centrato su se stesso, non potrà sentire la Parola dell’Altro. Eppure l’uomo ha tanto bisogno di incontrare un altro con cui intrecciare un dialogo, un altro da cui sentirsi ascoltato e da cui ricevere risposte pertinenti ai suoi dilemmi. Pensate anche solo a tutta quella gente che fa appello al “telefono amico”, o stazioni radiofoniche compiacenti, posta aperta di certi periodici… gente che, forse il più delle volte, finisce per rimanere delusa o esacerbata. L’unico, autentico interlocutore che si mette a disposizione di ogni uomo per un rapporto davvero personalizzato, a misura di ognuno, è Dio. Ed è ovvio. Lui solo sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo (cfr. Gv 2,25). Sa che cosa c’è nel mio cuore; e dunque è il solo che mi possa capire e mi possa rispondere. Dio è principio e termine del dialogo: lui prende l’iniziativa, lui che genera la Parola per eccellenza, il Verbo; lui al quale il Verbo ritorna senza esserne mai uscito: “vado ad eum qui misit me” (Gv 16,5), “ego in Pater et Pater in me” (Gv 14,10-11). L’altro interlocutore è la creatura; siamo noi. Sono io, quel famoso io così grande e nello stesso tempo così meschino, sempre attento a se stesso, sempre in colloquio con se stesso, prigioniero dei propri piccoli interessi, delle rivincite, degli egoismi, delle insoddisfazioni quotidiane, ecc. Dio è l’interlocutore perfetto; non ha bisogno di imparare a rispondere, né di cambiare il suo atteggiamento, né di rettificare i suoi giudizi. Non ha nemmeno difficoltà a trovare la parola della risposta. Noi, al contrario, siamo il peggior interlocutore e vogliamo guidare il dialogo alle nostre conclusioni. Invece dobbiamo metterci in giusta posizione di partenza, da quei piccoli e poveri che siamo. E per metterci al nostro posto giusto dobbiamo passare di spogliamento in spogliamento fino a perdere le nostre certezze sia materiali che spirituali e raggiungere un distacco liberatore. E’ il “nada” che San Giovanni della Croce presenta come unico sentiero per salire alla vetta del monte Carmelo.


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Allora mettiamoci alla scuola della nostra santa Madre per intrecciare il nostro dialogo con Dio e raggiungere a nostra volta la cima del “mons mericianus”. E questo “mons mericianus” è la vetta del perdersi in Dio, che ogni santo raggiunge per sentieri uguali fra loro anche se possono portare nomi diversi. Incominciamo con l’identificare l’interlocutore principale: Dio, “beata et individua Trinità”, Padre provvido, amante dell’umanità per la quale ha desideri di bene e di gaudio: “non vuole se non il solo bene e gaudio vostro” (Rg, povertà). Dio che formula per le sue creature dei progetti dettati dall’amore: “Lui sa che cosa ne vuol fare” (Rc 8). Dio, la divina Altezza, sua divina Maestà, l’Onnipotente, il Signore dell’universo, l’eterno Dio. Si tratta certo del linguaggio dell’epoca, ma Angela, che ha dato prova di avere il senso degli altri e il tatto per adeguarsi a ciascuno, sa come si deve trattare con Dio. Lei che aveva varcato la soglia dei Gonzaga e si era intrattenuta in conversazione con la corte di Francesco Sforza, sapeva che cosa significa “Altezza” e come ci si comporta davanti a un sovrano. Davanti a sua divina Maestà le era istintivo sentirsi una piccola cosa; davanti a un Dio tutto santità si vedeva miseria e peccato: le bastava guardare un attimo dentro di sé. Davanti a questo Dio pienezza le era naturale ritenersi un nulla vuoto, impotente, limitato, sprovveduto e povero. I due interlocutori del dialogo hanno così la loro rispettiva identità, inconfondibile come lo sono l’essere e l’esistere: Colui che è da se stesso, per se stesso, e la creatura che non esiste se non per opera del Creatore. Il Tutto e il nulla… E tentiamo di identificare questo “nulla” che nonostante tutto è stato elevato alla relazione sponsale con Cristo, eppure un “nulla” rimane. Un “nulla” come mi pare che lo abbia visto sant’Angela. Una creatura che la carne e la sensualità, tarate dal peccato originale e sempre rinascenti dopo ogni sconfitta, tentano di prostrare. A tal punto che occorre proporsi l’energia di Giuditta nel tagliar corto con le tentazioni. (Rg, prol). Angela dice di sé: “dalla vergogna non so alzare gli occhi al cielo” (Rg, Orazione). Una creatura ricca di una volontà propria, ma una volontà che spesso si oppone a quella di Dio, e il tal modo scava nell’animo un inferno tenebroso (Rg 8). Una creatura chiamata a grandi cose, che tuttavia constata le proprie incapacità, e perciò deve umiliarsi davanti all’Onnipotente e chiedere il suo aiuto (Rc, pr.). Una creatura tutta debolezze e bisogni, e guai se Dio non le provvedesse mirabilmente! (Rc 5).Una creatura intelligente e consapevole di esserlo, che tuttavia non può proporsi di riformare la Chiesa pur mettendosi al suo servizio; può soltanto cercare di rinnovarsi lei facendo vita nuova, ma deve affidare tutto il resto alla sapienza di Dio (Rc 7). Una creatura intelligente e consapevole di esserlo, che però non può far progetti sugli altri e nemmeno su se stessa, perché Dio ha i propri progetti, e allora deve accettarli, aiutarne la realizzazione lasciandosi usare come un semplice strumento nelle mani dell’artefice divino. Come una “insufficientissima ed in utilissima serva” Ts, pro.). Una creatura che “fuori di Dio si vede povera di tutto, e totalmente un niente, e con Dio tutto” (cfr. Rg 10). Un “niente” che però si riscatta riconoscendo la propria nullità, poiché così facendo, Dio lo esalterà tanto quanto si sarà abbassato” (Rc 1). Ora, questi due termini “Dio” e “creatura” infinitamente distanti fra loro entrano in dialogo, per iniziativa di Dio, E’ un dialogo anch’esso infinitamente distante da quel dialogo


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“ad intra” delle tre persone divine, e da quello di Dio che, pronunciato il Verbo, lo manda all’umanità a rivelare il suo amore di Padre. In questo dialogo individuale fra ciascuna di noi e Lui, è Dio che ha preso l’iniziativa progettando la nostra vocazione e noi abbiamo risposto dicendo di sì. Una prima risposta, condizionata, o generosa, o esitante. Ma intanto il dialogo è incominciato. Poi le sue parole riprendono a seconda delle nostre risposte. E le nostre risposte sono tante volte così diverse dalle sue proposte, perché noi tentiamo di deviare il suo discorso con le nostre pretese o le nostre paure, con le nostre pigrizie e le nostre infedeltà. Invece dovremmo lasciarlo parlare, e lasciarlo interrompersi liberamente, perché lui può portarci a conclusioni mirabili a suo tempo e quando a Lui piacerà (cfr. Rc 8). L’atteggiamento fondamentale che Dio vuol trovare in noi è quello dell’ascolto, della disponibilità, della consapevolezza: “essendo voi state elette ad essere vere e intatte spose del Figlio di Dio, per prima cosa vogliate conoscere ciò che comporta tale cosa, e che nuova e stupenda dignità sia questa. Poi, che vi sforziate con ogni vostra possibilità di conservarvi secondo la chiamata di Dio” (Rg, pr.) Conoscere ciò che comporta tale cosa… Consapevolezza… Chissà se davvero abbiamo subito capito che cosa voleva dire “vocazione”… seguire Cristo… consigli evangelici… amore sponsale… Forse no. E’ un destino talmente elevato, talmente “stupendo”, che solo col tempo e con lo stare insieme a Cristo si può arrivare a capire qualche cosa. Dio ci ha parlato con la formazione, col distacco e con le rinunce che chiedeva volta per volta, e anche con le gioie dello spirito, specialmente in principio del nostro cammino. Ma forse ce n’è voluto di tempo, prima che arrivassimo a capire che non eravamo arrivate in convento per fare l’insegnante o l’infermiera; che non eravamo entrate nella Compagnia solo per farci sante. E forse c’è voluto ancora un po’ di tempo per capire che la grande, prima parola che il Signore ci aveva detto era questa: “ti amo!” e voleva dire: “Come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo Creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così per te gioisce il tuo Dio” (Is 62,5). Adesso possiamo capire meglio, perché adesso abbiamo l’esperienza dell’amore di Dio, ma anche delle nostre debolezze, dei nostri tradimenti, delle nostre falsità. Adesso che, avendo conosciuto meglio la grandezza infinita di Dio e avendo sperimentato quello che Lui può darci in un momento d’intimità, possiamo valutare meglio che cosa siamo noi senza di Lui: un niente pieno di vuoto, di rumore, di distrazione, di desideri inconfessati e inconfessabili, di surrogati dell’amore. Pieno delle cose che ci fanno comodo, o che vorremmo possedere, o alle quali siamo attaccate. Un niente talmente pieno di “cose” da non aver più un angolino vuoto. E come fa, Dio a prendere possesso di Noi? Se siamo talmente pieni di rumore, come si fa a sentire la voce di Dio? A questo punto si sono interrotti dei dialoghi che Dio aveva incominciato coi suoi eletti. Consacrati, suore, persino preti hanno messo il punto fermo al dialogo e hanno chiuso con Dio. Noi no. Perché il suo amore è stato più forte della nostra miseria, e la sua pienezza si è fatta uno spazio nel nostro vuoto e lo ha colmato. Perciò dobbiamo essere grate a questo Sposo che ci ha preservate dal tradimento. “Avete da rendergli infinite grazie, che a voi specialmente abbia concesso un così singolare dono…” (Rg, pr.). A noi, che nonostante il paradosso di un meraviglioso microcosmo, nello stesso tempo siamo quel “niente” che abbiamo detto… A noi che, per grazia di Lui, non abbiamo disdetto il nostro “ecce”, il nostro “sì”…


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E Ange