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Si ringraziano per il contributo alla realizzazione della presente opera

ELLEAUTO s.r.l. GVG s.r.l. CONCESSIONARIA di Luigi Blasi – Manduria

Via Colombo, 52 – Taranto

Via Picardi, 21 – Taranto

Via Liguria, 68/a Taranto

Via del Tratturello Taranto


NELLO • DE GREGORIO

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SCORPIONE • EDITRICE


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© 2010 Scorpione Editrice Via Istria, 65d – 74100 Taranto Tel. / fax 099 7369548 web: www.scorpioneeditrice.it e-mail: info@scorpioneeditrice.it

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Stampa: StampaSud S.p.A. Mottola (Ta) Tel. 099 8865382 web: www.stampa-sud.it e-mail: info@stampa-sud.it


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P resentazio ne Passeggiando in Apulia

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uando nella scorsa primavera ho deciso di cominciare questa lunga passeggiata non avevo alcuna idea sull’approccio che avrei dovuto dare a questo mio lavoro. L’approccio del tipo di quello che continuo a ritenere, sia pur ormai abbondantemente datato, ancora oggi il più bel viaggio in Apulia, Pellegrino di Puglia di Cesare Brandi, mi pareva troppo impegnativo. Lo stesso pregevolissimo Viaggio in Puglia di Raffaele Nigro non poteva essermi di grande aiuto, sia perché la mia idea non era quella di un percorso teso a descrivere una terra di uomini più che di monumenti e dei profondi mutamenti intervenuti in epoca più recente sul piano economico, sociale e culturale, sia perché il mio lavoro, come peraltro i precedenti, aveva come principale obiettivo quello del linguaggio delle immagini. D’altro canto non potevo dimenticare che il mio percorso di viaggio, fatto di lunghe passeggiate nei fine settimana fra maggio e settembre del 2009, era un percorso dal di dentro, quello di un pugliese, di uno che ama visceralmente la terra che gli ha dato i natali e dove ha sempre vissuto, il che avrebbe portato chi scrive ad un approccio enfatico. Poi mi sono convinto che l’enfasi, che via via prorompeva nelle pagine del mio reportage, non era poi tanto fuori luogo; almeno questa è la mia sensazione, spero diffusamente condivisa, soprattutto nei miei conterranei. Perché dunque non raccontare la mia terra attraverso i suoi straordinari ed a volte originalissimi unicum? Già! Perché la Puglia, o come mi piace ricordare l’Apulia, allargandone i confini amministrativi di oggi, non è una terra qualsiasi: è la terra più antica d’Italia. Anzi, quando la Puglia nasceva, la nostra penisola era ancora ben lungi dal modellarsi come oggi. La Puglia era un corno d’Africa, e tutt’intorno l’immenso mar di Tetide da cui sarebbe residuato il Mediterraneo. Ottantacinque o forse 120 milioni di anni fa sul Gargano, e nel cuore di quella che è oggi la Murgia, vi passeggiavano i grandi dinosauri, i grandi mammiferi di età giurassica che un giorno di appena dieci anni orsono hanno voluto manifestarsi prima ad Altamura e poi a Mattinata ed in altre zone del Gargano. Poi il 7 ottobre 1993, proprio vicino alle piste che un giorno avevano percorso i dinosauri, si fa vivo “Ciccillo”, così lo battezzarono affettuosamente gli altamurani, L’Uomo di Altamura, il primo italiano a manifestarsi. Era caduto accidentalmente, forse mentre inseguiva una preda nella grotta di Lamalunga. Un esemplare a metà tra la forma dell’Homo Erectus e le forme tipiche dell’uomo di Neanderthal, stimato a circa 200.000 anni fa. Uno dei più straordinari rinvenimenti paleontologici mai avvenuti in Italia e in Europa. Quasi contestualmente a “Ciccillo” si sarebbe manifestata in una grotta nei pressi di Ostuni la prima donna, Delia, morta poco prima di dare alla luce un bambino. Il carsismo non è certo fenomeno solo pugliese, ma le sue manifestazioni spettacolari non sono presenti altrove: le grotte di Castellana,

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la dolina Pozzatina, la più grande dolina d’Europa, sita nei pressi di Sannicandro Garganico, e la più nota “Pulo” di Altamura, le maestose gravine dell’arco jonico. Terra e paradiso dell’arte pittorica il Bel Paese avrebbe avuto fra i suoi antesignani i cavernicoli, che si cimentarono con i graffiti ed il bovide di grotta Romanelli e, soprattutto, lo sciamano di Porto Badisco, che nel primo Neolitico dipingeva i misteriosi e fantasiosi cicli pittorici, utilizzando il guano dei pipistrelli, che oggi fanno concorrenza a quelli più famosi scoperti in Francia. Un giorno, come ci racconterà Virgilio, sulla costa apula nei pressi di Castro avrebbe avuto inizio, con l’arrivo di Enea, l’epopea italica. Intanto crescevano le prime civiltà indigene con le loro manifestazioni spettacolari, quanto ancor avvolte oggi nel mistero, dei dolmen e dei menhir di cui almeno in Italia non c’è alcuna traccia se non in Sardegna.

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ulla del classicismo ellenistico durante il periodo magno greco e terra di fiere ed avanzate grandi comunità locali come i Messapi, i Peuceti ed i Dauni, quando Roma era ancora agli albori di quella che sarebbe divenuta la Repubblica e poi il grande Impero, che avrebbe sottomesso e governato il mondo. Ben prima che Leonardo si cimentasse con i problemi del volo, Archita nel IV secolo a.C. aveva realizzato il suo prototipo di colomba volante. La Puglia, terra di cerniera, prima ancora che di frontiera fra Bisanzio e l’Occidente vive una stagione culturale particolarmente felice nell’Alto Medioevo. Pur nella successione di regimi diversi, dal bizantino al normanno-svevo all’angioino, essa si giova di un fecondo rapporto con modelli mentali, con correnti di pensiero, con movimenti artistici di varia e complessa provenienza. L’incontro con matrici esterne e tradizioni indigene approda a esiti culturali di una genuina originalità. Si pensi alla fioritura, così pregnante ed estesa a quasi tutto il territorio, del “romanico pugliese”. Da Troia fino ad Otranto trovi la vera Puglia di pietra, quell’Apulia maior che annovera le grandi cattedrali, che Pina Belli D’Elia, Stella Calò Mariani e Cesare Brandi hanno saputo raccontare con competenza, tutte frutto di una straordinaria vitalità artistica radicata nell’humus culturale di questa terra di Puglia. Si consideri l’unicum rappresentato dalle singolari espressioni storico-artistiche consegnate entro i catini absidali e sulle pareti delle chiese rupestri negli anfratti delle numerose gravine che scandiscono il suolo soprattutto sull’altipiano della Murgia e nell’anfiteatro dell’arco jonico, felice espressione di quella che conosciamo come civiltà rupestre grazie agli studi e le ricerche del prof. C.D. Fonseca. Si presti attenzione alla ricca produzione pittorica e architettonica sia religiosa che civile dei secoli XI-XIII per constatare in quale consistente misura la Puglia non fu passiva tributaria di esperienze sopravvenute dall’esterno, ma, nel contempo, mediatrice attenta di esperienze diverse e fucina operosa di contributi innovatori, fra i quali spiccano quelli di Rinaldo e Giovanni da Taranto, dell’Acceptus, maestro mirabile degli amboni di Monte Sant’Angelo e di Canosa, e quelle di Pantaleone da Otranto, autore dello splendido mosaico della cattedrale. Apulia, terra tanto cara ed amata da Federico II di Svevia, l’uomo che forse avrebbe potuto cambiare la storia d’Italia, che voleva fare un Regno d’Italia per Italiani, portare la capitale del Sacro Romano Impero nell’Italia centrale, consolidare quella politica di equilibrio mediterraneo, che, più ancora di Venezia, di Genova, di Pisa, aveva iniziato, con i suoi felici intrallazzi col Marocco, la Tunisia, l’Egitto. Non fece a sufficienza i conti con il Papato. Il percorso federiciano è quanto di più affascinante ed intrigante possa offrire un viaggio in Apulia. Federico è l’Apulia, e l’Apulia, nel bene e nel male, sarebbe stata altra cosa senza il passaggio del Puer Apuliae. Federico è Apulia in ogni crepa, in ogni merlatura, in ogni gola dove il vento si insinua e sembra dar voce alla sua anima per riaffermare in ogni tempo il vincolo indissolubile tra il puer e la mater Apulia. Come afferma Raffaele Nigro, la presenza di Federico l’avverti ovunque, anche in luoghi che non sono stati particolarmente investiti dalla sua diretta presenza. A Lucera, a Foggia, ad Andria, a Barletta, a Trani, a Bitonto, nell’intrico di vicoli medievali e nella splendida Cattedrale, a Giovinazzo, a Bisceglie, a Molfetta, a Ruvo, a Bari, ad Altamura, ad Oria, a Mesagne, fino a Taranto, da dove sarebbero partite le sue spoglie per l’ultimo viaggio prima di approdare a Palermo.

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Su tutta la Puglia architettonicamente più mastodontica e superba, quella dei due più splendidi castelli di Barletta e di Oria, quella tagliata nella pietra bianca, come un paese di luce o una muraglia di gabbiani, si staglia l’ombra mitica di Federico. Una presenza che, è sempre Raffaele Nigro a ricordarcelo acutamente, tutti gli Apuli sentono, siano essi pugliesi o lucani. Una presenza che è attestazione di nobiltà di radici ma anche bisogno di legame ad un mito che nella storia del Bel Paese ben due secoli prima della fine del medioevo lascia i germi sull’alba dell’Umanesimo e del Rinascimento. Come per il romanico pugliese, anche il barocco leccese ha una sua originalità assoluta. Intanto quando Gabriele Riccardi progetta lo splendido edificio di Santa Croce, dopo aver lavorato ad Otranto a quelle colonne oggi posizionate nella cattedrale nei pressi della cappella dei martiri, Bernini e Borromini non erano ancora nati. Il barocco leccese di Riccardi, di maestri come Francesco e Giuseppe Zimbalo, Giuseppe Cino e Cesare Penna non è solo uno stile e un’architettura, è una scenografia, è un grande teatro, è un’organizzazione spaziale che crea un effetto illusorio unico, ovvero la falsa prospettiva, uno spazio che si vede ma che in realtà non esiste. Trovatemi qualcosa di simile nelle grandi capitali del barocco italiano ed europeo. Poi arrivarono Corrado Giaquinto, il più conteso fra le corti europee che puoi andare ad ammirare al Prado a Madrid e che affrescò il palazzo reale e al cui stile si ispirò gente come il Goya, mica uno qualsiasi, e Giuseppe De Nittis il più grande impressionista italiano, uno che si contendeva la palma dei più grandi dell’epoca con gente come Degas o Manet. Entrambi al massimo della loro fama non dimenticarono mai di richiamare le proprie radici pugliesi

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uglia, terra di scenari naturali e paesaggistici che non hanno eguali in Italia, e se proprio vuoi trovare qualcosa di simile agli incantevoli tratti costieri del Gargano, o del basso adriatico da Torre dell’Orso a Santa Maria di Leuca, devi andare in Costa Smeralda in Sardegna; se vuoi immergerti in chilometri di spiagge bianche e dorate ed in un mare dai colori tipicamente caraibici, che da Ginosa a Leuca sul versante jonico scandiscono un territorio su cui si erge un cordone dunare a tratti di tipo sahariano, non sapresti proprio dove trovarlo altrove in Italia. Poi ti sposti appena verso l’interno in quella parte di territorio di Apulia così intimamente legato alla Puglia per scoprire scorci da favola, come le valli con le formazioni calanchive che sembrano d’estate quasi delle banchise polari o dei paesaggi lunari come a Tursi o come le piccole perle incastonate nelle dolomiti lucane di Pietrapertosa e Castelmezzano. Scenari e paesaggi unici, un inno alla natura che con noi pugliesi è stata così prodiga e benigna. Questo è il mio lavoro, il mio reportage, le mie impressioni. Un inno alla mia terra, la terra più antica d’Italia. Nello De Gregorio

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B ib liogra fia e s s e nziale Cesare Brandi – Pellegrino di Puglia – 1979 – Laterza raffaeLe nigro – Viaggio in Puglia – 1991 – Laterza Maria Laura Leone – La fosfenica grotta dei cervi – 2009 – gruppo editoriale L’espresso aa.VV. – Cattedrali di Puglia a cura di C.D.Fonseca – adda editore – 2001 aa.VV. – Itinerari turistico-culturali in Puglia – adda editore – 1986 aa.VV. – Civiltà e Cultura in Puglia – electa Milano –vol.1,2,3,4 – 1979/80/81/82 Manieri eLia – Barocco leccese – electa Milano – 1989 Pina BeLLi d’eLia – La Puglia – Jaca Book – Milano – 1986 aa.VV. – L’uomo di Altamura e la grotta di Lamalunga – 1996 soprintendenza archeologica della Puglia – università di Bari

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A mia madre

“…La Puglia è un meraviglioso, austero, paese arcaico. L’unico dove si assiste ancora allo spettacolo incontaminato, e per interminabili distese, di una flora anteriore alla calata degli indo-europei: sono ulivi e viti, viti e ulivi, le piante che nel nome, tenacemente conservato e trasmesso, rivelano ancora di essere state trovate sul posto dagli invasori ariani… Le olive si insinuano fino a terra; i fili d’erba puntano, entrano nell’aia, se ne fanno un astuccio, come il dito di un guanto. Ed è così dolce, quest’aria, ormai il fondiglio dell’estate: se si respira con la bocca, se ne sente il sapore, come di un frutto asciugato all’ombra ma carnoso di sole… Fantasmi solidi, sparso ovunque, inestirpabili, per quanti se ne raduni. Sono le pietre. Le pietre che la terra pugliese ha in sé come i fantasmi del proprio passato, di una storia ignota e preumana. Con un aratro fatto a spillo, un uncino tutt’al più, il contadino pugliese solca quell’ossario che è la sua terra, di quelle ossa, che, a volerle togliere tutte, sarebbe come pretendere d’esaurire la sabbia lungo il lido del mare: si fa una buca e quella risorge dal fondo, con l’acqua. Il contadino alza grandi mucchi: poi sceglie, distribuisce, compone a mosaico muri meravigliosi, cementati, senza calce…” Cesare Brandi

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Sommario 11

Capito lo I

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Capitolo V

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La dolina Pozzatina Lucera fidelis Troia la guelfa, la spina di Federico La costa del Gargano fra Mattinata e Vieste C’era una volta Siponto, Santa Maria e San Leonardo Al centro del Tavoliere

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Due perle nel cuore delle Dolomiti lucane C’era una volta Ad Aliano Tursi e il suo territorio, fra greci, romani, arabi e i Doria

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Capitolo V I

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Nell’anfiteatro delle gravine dell’arco jonico Da marina di Ginosa a Torre Colimena Da Porto Cesareo a Porto Selvaggio a Santa Maria al Bagno

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Capitolo V II

306 311 315 317 325 330 339 344 350 353 361

La chiesa di Santa Maria del Casale a Brindisi La costa adriatica del Salento Acaya, la città fortificata Le marine di Melendugno Nella terra dei menhir Ad Otranto Castro Da Castro a Santa Cesarea Terme, fra la Zinzulusa e Romanelli A Porto Badisco nel santuario dello sciamano Le grotte di Leuca Verso Gallipoli lungo la costa jonica del Salento

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Capitolo V III

370 381 385 393 405 408

Taras, Tarentum, Taranto Oria Manduria Lecce, punto e basta La guglia di Raimondello A Galatina nel pantheon degli Orsini

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Capito lo II

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Acerenza A casa di Orazio Canosa di Puglia A Barletta Trani è la cattedrale, e non solo Castel del Monte

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Capito lo III

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Dal duomo di San Corrado ai colori di Giaquinto Giovinazzo Il dolmen di Bisceglie Ruvo di Puglia Bitonto, inno al romanico e non solo Bitetto fra ulivi e cattedrale Bari è San Nicola, San Nicola è Bari Nel cuore antico di Apulia, lì dove nasce l’Italia

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Capito lo I V

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Conversano Polignano dipinta di blu Le grotte di Castellana Alberobello Martina Franca Nella città bianca

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Capitolo I

• La dolina Pozzatina • Lucera fidelis • Troia la guelfa, la spina di Federico • La costa del Gargano fra Mattinata e Vieste • C’era una volta Siponto, Santa Maria e San Leonardo • Al centro del Tavoliere

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• La dolina Pozzatina Una visita alla dolina più grande d’Europa l’avevo in mente da tempo, ma arrivare fin lassù non è da tutti i giorni né da tutti i fine settimana. In realtà però a pensarci bene la dolina non è poi così lontana da alcuni itinerari tradizionali che noi pugliesi non di rado nella nostra vita percorriamo. Si va sulla costa garganica e ancor più, devoti o non al santo di San Giovanni Rotondo, da quelle parti ci si arriva più di quanto uno lo sappia. E forse è proprio fra un viaggio e l’altro, dopo aver reso omaggio a San Pio, che occorre non perdere l’occasione di prendere la strada che porta a San Marco in Lamis e da qui verso Sannicandro Garganico. Cosa che mi decido a fare, proprio in un sabato di fine settembre al termine della mia lunghissima passeggiata apula. A circa 13 chilometri da questa cittadina un bivio ed un’indicazione ti orientano lungo una stradina asfaltata che ti conduce direttamente davanti alla dolina, in una posizione sopraelevata, da cui inizia il tracciato per la discesa. Dalla sommità della dolina lo spettacolo che si gode è di quelli mozzafiato. Di forma ellittica è lunga oltre 650 metri; ha un perimetro di 1850 metri e profonda oltre 100 metri. Non è l’imponenza e la maestosità che tuttavia ti colpisce, e qui sta la differenza con altre manifestazioni carsiche dello stesso genere, come il più famoso e conosciuto pulo di Altamura. È la solennità e la dolcezza delle superfici laterali ricoperte da un lussureggiante bosco di lecci e quercete ed il fondo, che puoi raggiungere senza grandi difficoltà attraverso una stretta mulattiera, quasi per intero coltivata.

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La Dolina Pozzatina, una delle piĂš vistose e spettacolari manifestazioni del carsismo di superficie sul promontorio del Gargano.

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• Lucera Fidelis Non sto parlando di Andria, sto proprio parlando di Lucera. Alla gentile funzionaria della Soprintendenza archeologica che accoglie i turisti davanti all’imponente e bellissimo anfiteatro augusteo piace molto questa mia affermazione. Fidelis la Luceria romana, fidelis la Luceria Saracenorum. “Quando t’apparirà da lontano l’arco ogivale di Porta Troia vedrai in un volgersi immenso di solitudine Lucera, dal chiarore infinito del grano, balzata sui suoi tre colli, potrà succederti che alcuni fra i più avventurosi fantasmi della storia vengano a mettersi allato”, così ricorda l’ingresso a Lucera nel 1934 Giuseppe Ungaretti cogliendo da grande poeta il respiro della storia tra i ruderi, le strade ed i palazzi della città. Il primo fantasma che mi viene incontro è Augusto ed infatti la mia prima tappa è proprio l’anfiteatro augusteo che rivedo rimesso a nuovo dopo i recenti restauri. Della importanza e della grandezza di Lucera, sono testimonianza i mosaici pavimentali e le sculture provenienti dalle domus rinvenute nell’area urbana, ma soprattutto il grande anfiteatro di età augustea, sorto fuori le mura grazie al magistrato del luogo Manlio Vecilio Campo, opera imponente e maestosa di cui si scorgono i riflessi perfino in alcune figurine fittili di gladiatori, rinvenute nei corredi delle necropoli, segno della grande popolarità goduta dai giochi che vi si svolgevano. Cicerone la definì una delle più fiorenti città d’Italia, Orazio e Marziale ne ricordavano la pregiata lana delle sue greggi. Fedelissima a Roma, specie al tempo delle guerre sannitiche (proprio nel tentativo di prestare soccorso a Luceria assediata dai Sanniti, l’esercito romano aveva subito la cocente sconfitta delle Forche Caudine) Luceria diventa Colonia iuris latini nel 314 a.c. e, per la sua lealtà riceve ampia autonomia e indipendenza d’azione: diritto di conio, proprie leggi, proprio fisco, propri magistrati. Il maggiore dei riconoscimenti fu l’assegnazione della sigla S.P.Q.L.: Senatus Populusque Lucerinus. Nessun’altra città in età romana potè fregiarsi di una tale onorificenza e di un tale status. Lo stesso Augusto si recava spesso a Lucera per assistere a combattimenti fra gladiatori o addirittura tra feroci belve. La Lucera musulmana, la Luceria Saracenorum, la Lugerah nata con l’arrivo di migliaia di musulmani che Fede-

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Anfiteatro romano di Lucera.


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Il grande anfiteatro di etĂ augustea, sorto fuori le mura di Lucera grazie al magistrato del luogo Manlio Vecilio Campo, opera imponente e maestosa.

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rico aveva fatto deportare dalla Sicilia, perché troppo turbolenti, restò fedele alla casa sveva e dopo la morte di Federico rimase al fianco di Manfredi nel 1254 e di Corradino nel 1267 rifiutando l’obbedienza a Carlo I d’Angiò. Carlo II nel 1300 ne cambiò i connotati dopo un lungo assedio condotto da Giovanni Pipino da Barletta che portò alla distruzione della città e al massacro dei musulmani o alla vendita di una parte di loro come schiavi. La crociata angioina aveva definitivamente cancellato Luceria Saracenorum facendola divenire Civita Sancte Marie con la cattedrale dell’Assunta in chiaro stile post romanico-gotico al posto della moschea principale. Del tempo in cui per le strade di Lucera camminavano donne velate e il canto dei muezzin risuonava dall’alto dei minareti; di quella Lucera bella e piena di moschee, definita dagli storici antichi più bella della Cordoba dei Califfi nulla è rimasto se non le due torrette di avvistamento, che vado a cercare in via Zunica e vico Granata, il quartiere che sorge nelle “Vie alle Mura” nei pressi di Porta Troia e piccoli frammenti di ceramica istoriata, in caratteri arabi, col monogramma di Allah conservati nel bel museo cittadino. Labili tracce di una storia singolare e piena di fascino. Paradossale è che la furia devastatrice che avrebbe cancellato ogni traccia della permanenza araba a Lucera, non annebbiò definitivamente la cultura che comunque il territorio aveva assorbito tant’è che sia Porta Troia che anche Porta Foggia edificate in età angioina, nonché la stessa cupola di Sant’Antonio Abate, risentono dello stile arabo. A Lucera a quel tempo c’era un castello senza porte dove era custodito un magnifico tesoro. Vi viveva un re di nome Federico, con tutta la sua corte: maghi, sapienti, cavalieri, cortigiane, servitori e danzatrici. E poi c’erano pavoni, elefanti e bestie feroci. A guardia di questo castello erano più di mille arcieri. Il castello di Lucera è così grande da sembrare una città esso stesso. Vi arrivo, dopo la visita all’anfiteatro potendo lasciare l’auto proprio davanti all’ingresso. Sul lato sinistro sorge la Torre della Leonessa, su quello destro la Torre del Leone. La seconda semplice nella struttura, la prima più grande e poderosa, merlata e bugnata nella parte inferiore. Entrambe componenti della fase angioina della fortezza che infatti è svevo-angioina allorquando vent’anni dopo la presa della città, Carlo d’Angiò la fece cingere da una poderosa muraglia, scandita da ventiquattro torri, e rendere inaccessibile da un profondo fossato. In realtà la fase sveva della fortezza sta nel palazzo che Federico fece costruire nel 1233 dopo che appunto fra il 1223 ed il 1233 aveva fatto trasferire a Lucera consistenti nuclei della irrequieta popolazione saracena della Sicilia. Del palazzo residua solo il basamento di forma quasi quadrata. Non si scorge nessun ingresso perché in realtà non ce n’erano. Alle milizie musulmane composte dai famosi temibili arcieri era affidato il compito di difendere il tesoro del Regno di Sicilia custodito all’interno del palazzo. A questo si accedeva con un sistema di carrucole che con

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Torretta saracena in via Zunica (sopra) e in vico Granata (sotto).


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La grande cinta turrita, lunga quasi un chilometro, della fortezza svevo-angioina. A sinistra la torre della Leonessa, in basso la torre del Leone.

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Resti del palatium federiciano.

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una sorta di ascensore medievale permetteva di raggiungere l’ingresso posto al secondo piano. All’interno della fortezza era situata anche la zecca, a conferma della grande fiducia posta da Federico II agli ex deportati divenuti sudditi fedelissimi. Le sue dimensioni attuali, per quanto rimaneggiata in epoca angioina, lasciano immaginare l’esistenza di qualcosa di simile a una città all’interno di queste mura. Lascio la fortezza svevo-angioina per andare verso Porta Troia, principale elemento architettonico d’epoca angioina della città, punto ideale per incominciare una passeggiata all’interno del centro storico di Lucera. Lungo la cinta muraria, conformemente al disegno urbanistico angioino, le case ed i giardini si collocano all’altezza degli antichi bastioni, mentre al di là della Porta, in posizione opposta rispetto ai bastioni è possibile osservare l’intricata trama urbanistica saracena. In via IV Novembre si trova il Convitto nazionale, anticamente Convento dei Celestini e del quale residuano la Chiesa ed il chiostro. Poco distante la cattedrale, simbolo della rinascita di Lucera dopo la cacciata dei saraceni. I lavori iniziarono nel 1300 e già due anni dopo veniva consacrata e, tra il 1303 ed il 1304, dotata di colonne marmoree e materiali di spoglio provenienti da altri edifici sacri e civili della città e del territorio. Tra questi, le colonne in verde antico e la mensa d’altare, sottratta all’arredo del palatium federiciano di Castel Fiorentino. La costruzione del Duomo di Lucera marcò in maniera significativa la svolta culturale imposta dagli angioini con l’introduzione dei modi francesi sull’architettura della regione, ancora permeata fino alla fine del XIII secolo da modelli tipicamente romanici e dalla cultura federiciana. Fu un vero e proprio trapianto del gotico già diffuso ormai nella capitale del Regno. In quella che veniva chiamata Città di Santa Maria, scomparse le austere madonne della tradizione romanica, si moltiplicarono le immagini della Vergine con Bambino, Madonne regine di tradizione francese. Il linguaggio nuovo, gotico in senso lato, venne diffuso in città per lo più dagli ordini monastici, come nel caso della chiesa di San Francesco, cui gli angioini furono particolarmente legati. La cattedrale di Santa Maria Assunta rappresenta il frutto della virtuosa interazione fra maestranze francesi e pugliesi. Elementi gotici si ritrovano nei contrafforti della parte absidale, nei costoloni interni delle absidi e nelle alte monofore. Il portale ogivale e il soffitto a capriate rappre-

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Il portale principale della cattedrale.


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La cattedrale di santa Maria Assunta, uno dei simboli della rinascita di Lucera all’indomani della parentesi "saracena", fu elevata a Basilica Minore dal Breve apostolico, documento pontificio, di papa Gregorio XVI nel 1834.

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Interno ed esterno della maestosa cattedrale edificata in sile gotico-bizantino sulle rovine di una moschea. In primo piano il campanile.

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sentano residuali elementi tipici dell’architettura pugliese di età federiciana. L’interno si presenta molto luminoso, ricco d’affreschi ed opere d’arte, tra cui la statua lignea della “Madonna con Bambino” ed il pregevole Crocefisso quattrocentesco di scuola renana. Gli archi ogivali poggiano su dodici colonne di marmo verde, le quali appartenevano alla moschea. Di fronte alla cattedrale c’è il palazzo vescovile mentre sulla destra palazzo Lombardi. Meritevole di essere visitata è anche la chiesa di San Domenico, di origine medievale ma ricca di elementi barocchi dovuti a restauri seicenteschi. In piazza del Tribunale, oltre al palazzo di Giustizia ha sede la piccola chiesa di san Francesco. Molto caratteristica è la zona di piazza Oberdan. Qui l’impianto viario romano è rimasto intatto. Oltre a numerosi edifici storici, in questa zona ha sede il Museo Civico “Giuseppe Fiorelli”. Infine corso Garibaldi, una delle più belle ed eleganti strade di Lucera, dove si trova palazzo Mozzagrugno, sede del Municipio, del Teatro Garibaldi e la bella biblioteca “Ruggero Bonghi”. Ritorno a Porta Troia dove fuori ho lasciato l’auto, lascio Lucera la ghibellina per andare verso la guelfa Troia. In alto la Porta Foggia, in basso la Porta Troia.

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• Troia la guelfa, la spina di Federico Si fa presto a dire Troia senza non pensare al famoso sito omerico, ma la nostra Troia di storia e di grande storia ne ha anch’essa da raccontare. Quanto al tesoro c’è da dire che non c’è stato bisogno di uno Schliemann per scoprirlo. È lì per essere goduto da tutti da circa mille anni nel centro cittadino di un bel paesello di capitanata: è la cattedrale di Troia. Si fa presto a dire cattedrali pugliesi; uno è in vacanza sul Gargano, vede il tempo incerto o il mare mosso e se ne va in visita a Barletta, a Trani, a Castel del Monte, fino a Molfetta e, forse a Bitonto. Lo stesso accade per salentini, tarantini o baresi che nelle belle giornate di primavera o autunno decidono di farsi una gira fuori porta. Nell’un caso e nell’altro spesso a Troia non si va perché è fuori strada, perché a Troia ci si deve andare per davvero, non per caso. Ma bisogna andarci. Ci arrivo dopo essere stato a Lucera in un’altra delle giornate caldissime di fine luglio. A Troia il clima è più gradevole, spira una leggera brezza dalle colline campane. Lascio l’auto in via Matteotti e percorro uno dei vicoli che portano a via Regina Margherita. Improvvisamente sulla sinistra si intravede lo splendido edificio. Non è una sensazione nuova, ci sono abituato. Non di rado, e non solo in Puglia o Basilicata, questi splendidi gioielli te li trovi davanti improvvisamente, pur trovandosi sempre al centro del paese o al termine della tortuosa via principale o nel mezzo del dedali di vicoli e viuzze. Troia dista poco più di venti chilometri da Lucera ma il destino della storia ad un certo punto ne ha fatto due capisaldi con ruoli e funzioni diametralmente opposti. Guelfa l’una, Ghibellina l’altra. Mentre Lucera, sempre più saracenorum si godeva gli sfarzi e gli splendori portati dal Puer Apuliae, Troia più che mai guelfa ed autonomista, sede vescovile dal 1031, di ben quattro concili e, dopo aver messo precocemente

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La cattedrale di Santa Maria, con due filari di splendide colonne di granito con capitelli di ispirazione classica. Nella pagina precedente: la porta bronzea di Oderisio da Benevento.

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da parte riti e liturgia greca, uno dei centri religiosi più importanti del mezzogiorno col privilegio di dipendere direttamente dalla Santa Sede, fedele ai pontefici ed ostile a sovrani ed imperatori, finiva per subire le ire di Federico II. Non era dolce di sale, come si dice dalle nostre parti, Federico. Nel febbraio 1221 per la prima volta visita la Puglia e viene anche a Troia, dove torna nei primi mesi del 1222. Il 4 settembre 1225 è di nuovo a Troia, dove trascorre il Natale. Nel luglio 1227 sosta a Troia, mentre fervono i preparativi per la Crociata. Parte da Brindisi, ma si ammala gravemente il 10 settembre, e alla metà del mese viene a Troia in convalescenza. Al suo ritorno nel 1229 dalla Terra Santa Federico si accorge che durante la sua assenza molte città si sono ribellate. Il 18 aprile del 1230 ordina la distruzione delle mura di Foggia, che i foggiani avevano eretto senza il suo permesso. Durante l’estate lo investe l’onta troiana. Alla richiesta di un consistente vettovagliamento per le sue truppe, superbamente i troiani gli inviano carri di pane duro, cipolle ed aceto, in spregio alla sua richiesta. Da quel momento Federico cova la sua vendetta, fregandosene della intercessione di papa Gregorio IX. Dal palatium lucerino inveisce chiamando Troia serpente furioso ripieno di molto furore e scrofa fangosa, madre e alunna del dolore pr omettendole di ridurla tronca di capo e di coda. Federico mantenne la sua promessa e, nel febbraio 1233 entrò in Troia e la mise a ferro e fuoco salvando solo le chiese e le case delle famiglie che lo avevano aiutato a farlo entrare in città. Per oltre trent’anni la città restò deserta fino a quando nel 1266 Guido di Monforte, maresciallo di Carlo I d’Angiò, fece riaprire le porte ai superstiti. Intitolata a Santa Maria, l’antica cattedrale era un edificio di modeste dimensioni. Intorno al 1093 Santa Maria subì un ampliamento direttamente collegato all’accresciuto peso della città nel quadro politico e militare del Mezzogiorno normanno. Una vera e propria rifondazione che la trasformò, nel corso del XII secolo, in un’aula basilicale tripartita da dodici colonne antiche più una abbinata alla prima di destra disposte su due filari; le murature, percorse da arcatelle su paraste, si articolarono giocando sulla raffinata alternanza cromatica del calcare e di una pietra verde simile all’arenaria, evocando atmosfere orientali ed analogie con le coeve soluzioni pisane, rafforzate anche dalla presenza di medaglioni intarsiati di gusto islamico che arricchirono all’esterno il fianco orientale della navata. Questa prima fase dei lavori venne conclusa con la splendida porta bronzea maggiore di Oderisio da Benevento cui seguì qualche anno dopo la porta laterale a suggello di un clima trionfale che in quegli anni circondava la cattedrale ed il suo vescovo, importante mediatore tra il papato e i baroni normanni all’interno del quadro della lotta per le investiture. Ma la crescita non si fermò solo all’edificio sacro giacchè il vescovo Guglielmo si prodigò per l’esecuzione e l’acquisizione di preziosi oggetti e di sontuose suppellettili sacre al fine di arricchire il Tesoro della cattedrale fra cui tre Exultet, di cui due più antichi ed incompleti, mentre il terzo è completo e meglio conservato. In esso le immagini non sono capovolte rispetto al testo, come succedeva in genere per altri Exultet. Il motivo era che il rotolo veniva letto e svolto a Pasqua, lasciandolo ricadere in basso, verso i fedeli che man mano vedevano comparire le immagini. Quello di Troia quindi era utilizzato per ostensione. Agli inizi del XIII secolo l’edificio veniva ultimato con la costruzione del capocroce, del braccio sinistro del transetto e l’esecuzione della decorazione esterna dell’abside. Risparmiata dal saccheggio federiciano, dopo il 1266 con la rifioritura della città, gli Angioini marcarono il premio alla guelfa Troia con il re-

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Il duecentesco rosone con le undici colonnine, inquadrato da una grandiosa arcata affollata di sculture.

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stauro dell’intera facciata, aprendo il trionfale rosone centrale e realizzando la copertura costolonata del coro. Per chi non lo sa è facile che possa sfuggire un particolare che fa del rosone della Cattedrale di Troia un unicum al mondo: ha undici spicchi divisi da altrettante colonnine. Di solito i rosoni erano divisi in sei o dodici parti, più facili da realizzare. Tra le colonnine vi sono undici transenne triangolari traforate, ciascuna con un disegno geometrico diverso; fra le transenne e la giunzione delle arcate, vi sono altrettante griglie trilobate, anch’esse l’una diversa dall’altra. Una cattedrale romanica è un libro segreto e nulla è lì per caso, è una foresta di simboli che si cerca faticosamente di interpretare. C’è chi sostiene che le undici colonnine rappresenterebbero i dodici apostoli meno Giuda, il traditore. Per altri la divisione in undici è realizzata da un incrocio di cinque più sei arcate che si rincorrono. Un simbolismo celato ma significativo: cinque e sei rappresentano microcosmo e macrocosmo, oppure Cielo e Terra. Undici quindi è il numero con cui si costituisce nella sua totalità la via del Cielo e della Terra. Continuando ad ammirare la facciata l’attenzione si sposta sui sei leoni della facciata superiore, anch’essi carichi di forte simbolismo. Due coppie simmetriche di leoni sono posti al di sopra del marcapiano della facciata. La prima coppia, in basso trattiene tra le zampe un agnellino difendendolo e proteggendolo. La coppia di leoni posta più in alto trattiene tra le zampe una testa di toro senza corna ed un volto umano. Un quinto leone, cavalcato da una figura umana, fa da chiave di volta all’archivolto del rosone. Ancora più in alto, al culmine della facciata, un uomo alato cavalca un sesto leone. Secondo l’interpretazione più accreditata la simbologia dei leoni richiama al Cristo: Gesù raccoglie e protegge gli agnelli (i fedeli); col sostegno dei quattro vangeli l’uomo sale più in alto, sempre protetto dai leoni; dopo aver vinto le tentazioni, i peccati, simboleggiati dalle mostruosità dell’archivolto del rosone, l’uomo riesce ad arrivare in cima: più che cavalcare il leone, lo domina, gli trattiene le zampe anteriori e guarda fiero, dritto innanzi a sé; l’uomo, giunto in cima, ha messo le ali della sapienza e può volare verso il Paradiso, sostenuto dal sesto leone. Interessante ed anch’esso carico di simbolismo è il prospetto retrostante della cattedrale con l’abside e la finestra dei leoni. L’abside è ornata da due file di quattro colonne sovrap-

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Sopra, l’abside della cattedrale; in basso, particolare dell'abside con i due leoni.


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Cattedrale, veduta generale dell'interno. In basso, la controfacciata.

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poste. Il numero otto è ricco di simbologia, e ci riporta alla resurrezione, al sorgere del sole, alla quadratura del cerchio. Nella finestra dei leoni, il leone di sinistra schiaccia la testa di un moro, quello di destra un serpente. E qui la simbologia si carica di significati più che terreni. È la lotta della città di Troia e le vicine Lucera e Foggia. I saraceni di Federico erano mori, e la città di Foggia, nonostante fosse stata scelta come sede imperiale, era stata definita, ad un certo punto, da Federico stesso “mala vipera”. All’interno un certo interesse suscita l’ambone di artista anonimo del 1169; si regge su quattro colonne mentre una quinta colonnina sorregge l’aquila del leggio. È di bella fattura anche se non regge il confronto con gli amboni dell’Acceptus o quelli di Bari e Bitonto. Reggono invece il confronto, eccome, rispetto a porte bronzee come quella di Barisano da Trani, del mausoleo di Boemondo a Canosa, di San Michele a Monte Sant’Angelo, le porte bronzee, quella principale e quella laterale della cattedrale di Troia realizzate da Oderisio da Benevento. La porta maggiore della cattedrale di Troia, costituita da ventotto formelle quadrangolari e venti rettangolari fisL’ambone del XII secolo, con scene di ispirazione orientale sate su un supporto ligneo, fu realizzata utilizzando tanto la mediate da fregi bizantini ed arabi. tecnica dell’agemina, quanto la fusione di pezzi anche a tutto tondo, con un effetto finale, tra il plastico ed il pittorico davvero sorprendente. Le immagini occupano i vari registri seguendo una precisa gerarchia che, partendo dal Cristo giudice nella mandorla, si snoda attraverso i santi Pietro e Paolo, il vescovo Guglielmo, due personaggi identificati come Bernardo ed Oderisio ed i santi protettori della città, tutti caratterizzati dalla lieve vibrazione cromatica conferita dall’agemina. Il continuo crescendo del ritmo si fa palpabile nelle croci fogliate a rilievo basso, che con il loro morbido chiaroscuro anticipano i violenti contrasti chiaroscurali delle maschere leonine reggi-maniglia, emergenti da dischi traforati a giorno e, ancor più, dei draghi alati avviluppati come molle pronte a scattare, espressione di massima tensione plastica e punto più alto dell’intera composizione. In un’epoca e in un ambiente culturale e geografico da sempre legato a Costantinopoli, indubbiamente Oderisio dimostrò una grande indipendenza mentale, trasponendo con inusitato fervore nelle porte troiane i segni inequivocabili della grande arte dell’Occidente ed una completa adesione a modi “moderni”, vicini in qualche modo alle coeve espressioni plastiche della Francia di sud-ovest, o alle miniature di area anglo-normanna. Ormai è sera e mi avvio a scendere da Troia verso Foggia e l’autostrada che mi riporterà a casa dopo questa lunga giornata trascorsa tra Lucera e Troia. Mentre scendo dalla collinetta posta a poco più di quattrocento metri mi giro per un attimo a pensare che in fondo da lassù mille anni ci guardano. Non sono i quaranta secoli di Napoleone di fronte alle piramidi, ma la cattedrale di Troia e la sua storia sono pur sempre un bel gioiellino nella collana delle perle del Bel Paese.

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Cattedrale, prospetto laterale.

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• La costa del Gargano fra Mattinata e Vieste È sabato 5 settembre, la giornata è a dir poco splendida, i raggi del sole fendono l’aria, che è pulita e priva di velature. È la giornata ideale per una bella passeggiata sulla costa garganica da Mattinata a Vieste. Usciamo alla periferia di Manfredonia per imboccare la litoranea che ci porterà fino a Vieste. Dopo 12 chilometri si arriva a Mattinata. Il porticciolo a un paio di chilometri dall’abitato è il punto più comodo per iniziare una bella escursione in barca lungo il percorso che in auto si fa percorrendo la litoranea. Un attrezzato scivolo in cemento e un parcheggio custodito permettono di abbandonare la terraferma per partire in tutta tranquillità con la barca. Il porto, riparato dai venti da un molo banchi nato di circa centotrenta metri, rimane scoperto dai venti di libeccio. Dalla litoranea un primo splendido colpo d’occhio, dopo aver percorso un paio di chilometri, si fissa sulla baia di Mattinata e su quella successiva di Mattinatella. Subito dopo, una profonda insenatura con due suggestivi faraglioni e un’acqua cristallina, caratterizzano la baia delle Zagare o baia dei mergoli. Sovrasta la spiaggia l’omonima struttura alberghiera, raggiungibile con due ascensori scavati nella roccia: una ferita ambientale degli anni sessanta per rispondere ad una domanda di turismo elitario. In pratica la spiaggia non è accessibile per chi non è cliente dell’albergo. Non resta che fermarsi poco più avanti sul ciglio della strada cercando il punto panoramico da dove poter ammirare la baia ed i suggestivi faraglioni. Lasciando la baia il paesaggio comincia a cambiare, agli uliveti a terrazza si sostituisce la tipica macchia mediterranea con pini che sfiorano l’acqua aggrappati alla roccia nuda delle alte pareti a strapiombo. E anche qui, troviamo segni lasciati dall’uomo o, per meglio dire, tracce di incendi anche recenti che hanno devastato molti ettari di macchia mediterranea, ma che pur tuttavia non sono riusciti a privarci di questo incantevole paesaggio. Dopo baia delle Zagare, la costa è caratterizzata da veri capolavori di architettura naturale marina scavate nella roccia calcarea. Esse rappresentano una delle attrattive più affascinanti e la grotta Campana nella punta nord delle

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Panorama della baia di Mattinata e Mattinatella.

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La baia delle Zagare, con la splendida spiaggia di soffice sabbia chiara, lunga circa un chilometro ed incastonata all’interno di un’insenatura incantata. Due enormi scogli emergono dal mare poco lontano dalla riva.

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Punta sud della baia di Vignanotica.

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Punta nord della baia di Vignanotica.

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Zagare ne è uno degli esempi più maestosi. Un’erosione stratificata e circolare ne ha modellato la volta dandole la caratteristica forma a cupola di campana alta una cinquantina di metri che termina con colori fosforescenti per l’azione riflessa dei raggi del sole. All’altezza del chilometro 19,500 occorre fermarsi per lasciare l’auto e percorrere a piedi la stradina che conduce alla baia di Vignanotica, la cui costa è a forma di “V”. È una bellissima cornice di rupi calcaree bianche, rigate orizzontalmente da strisce scure di selce, con piccole grotte costiere e una spiaggia con piccolissimi ciottoli che s’immergono nell’azzurro del mare. L’altissima costa tipicamente a falesia è davvero imponente. Il bagliore emesso dal bianchissimo calcare che la costituisce è quasi accecante. Per un attimo la visione mi riporta ad una delle prime scene del film Il pianeta delle scimmie. Superata Vignanotica, la costa assume toni sempre più caratteristici, costoni di roccia calcarea si alternano a baie vergini che nascondono decine di grotte. Gli accessi, spesso angusti, rivelano interni incredibili che si sviluppano anche per centinaia di metri. I loro nomi evocano leggende antiche di sirene e guerrieri legate alla storia di questa terra ancora viva negli usi e costumi delle genti garganiche. Ed eccoci a Pugnochiuso, la mitica località divenuta famosa nel mondo per la modernissima struttura alberghiera costruita agli inizi degli anni sessanta dall’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei, rimasto affascinato dalla bellezza di questi luoghi ove amava trascorrervi qualche periodo di riposo.

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Grotte sotto la falesia di Vignanotica. A sinistra in basso: scoglio di Pugnochiuso. Nella pagina seguente: scoglio di Campi.


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Proseguendo, superato Porto Piatto, sul profilo della costa si staglia imponente un’antica torre quadrangolare, la Torre dell’Aglio. Costruita nel 1600, è una delle meglio conservate torri saracene. Oggi queste torri costituiscono complessi monumentali degni di attenzione sul piano del recupero culturale. In epoche più recenti le torri svolgevano anche funzione anticontrabbando e di controllo medico, costituendo un vero e proprio cordone sanitario contro le epidemie di peste. Negli anni passati si ebbe un polemico sfruttamento della torre come ristorante e si spera che presto le venga ridata dignità utilizzando le sue strutture per ospitare un museo del mare. Sempre proseguendo verso Vieste, attorno al chilometro 25 ci si può

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fermare all’altezza di una recinzione metallica, ben visibile da ciglio strada, e scendere a piedi seguendo il percorso di un canale di raccolta delle acque, d’estate perennemente in secca, che porta giù alla baia di Porto Greco. Un tempo frequentata da nudisti, rimane senza dubbio una delle più belle baie del Gargano, protetta da nord a sud da altissime pareti calcaree a strapiombo sul mare. L’assoluta mancanza di strutture e il difficile accesso da terra, ne fanno un luogo ideale per un tranquillo campeggio. La spiaggia, in parte ombreggiata, il pungente aroma di resine e capperi, i colori contrastanti e la magnificenza del luogo fanno veramente dimenticare tutto e tutti. Pochissimi chilometri ed ecco la baia di Campi. Protetta a sud dallo scoglio di Campi, è una lingua di ghiaia e ciottoli, chiusa da alte rocce, e nascosta fra il verde dei pini d’Aleppo. Nel verde dei pini si intravedono due campeggi ben attrezzati, alle cui spalle il monumento alla vergogna: il fantasma della tangentopoli locale, è ormai parte integrante dell’archeologia degli scempi. Una gigantesca struttura in stile coloniale nata, così si racconta, come centro di una fantomatica scuola alberghiera ma completata anni or sono in veste di albergo e villaggio, opera mai utilizzata e ormai in degrado, brutta e senza un minimo di integrazione nel paesaggio naturale della più bella baia del Gargano. Baia di Campi nasconde anche alcune tra le grotte marine più belle e famose del Gargano come la misteriosa “Grotta dei due Occhi”, la mitica “Grotta Sfondata”, già leggendario approdo di Diomede, la “Grotta Calda”, chiamata così per le sorgenti di acqua calda, la “Grotta dei Contrabbandieri”, la “Grotta Campana Piccola”. Mi rimetto in auto sapendo che sto per raggiungere, mentre da lontano già si intravede all’orizzonte Vieste, l’icona del Gargano, l’immagine simbolo con la quale la costa garganica è conosciuta in tutto il mondo: l’Architello di San Felice. Ad 8 chilometri da Vieste in corrispondenza di una curva a gomito ci si può fermare nel piazzale antistante la torre di San Felice che campeggia sopra l’omonima baia e, lungo uno dei viottoli che si dipartono dalla torre si può raggiungere il mare. L’architello è una vera e propria opera d’arte della natura, scolpito nelle candide rocce della costa dal mare e dal vento. L’architello nasce e si tuffa in un mare dai colori incan-

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La baia di Campi.


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Le numerose grotte della baia di Campi, che è possibile esplorare in barca.

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Il maestoso Architiello di San Felice, nell’omonima ed incantevole baia.

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La baia di San Felice con l’Architiello, immagine simbolo del Gargano nel mondo. Ăˆ un arco scolpito dal mare e dal vento nella candida roccia della costa.

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Spiaggia ed isolotti di Porto Nuovo.

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Ancora grotte marine, un altro isolotto nei pressi della spiaggia di Vieste e, in basso, la lunga spiaggia verso Vieste.

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tevoli ed ammalianti, che variano dal turchese al blu intenso. Nella parte superiore della roccia in cui è ricavato, è abbellito da una vegetazione di un verde intenso che, invidiosa, sembra anch’essa voglia tuffarsi in mare. L’architello in tutta la sua bellezza poetica richiama alla mente paesaggi fantastici da sogno e da leggenda. Secondo la leggenda infatti, esso fu ricavato dalle rocce dalle ninfe marine e dai tritoni. Lo edificarono in onore del re del mare Nettuno e di sua moglie Anfitrite. Essi trascorsero infatti in queste terre una romantica vacanza, e le ninfe ed i tritoni cercarono di dar vita, in loro onore, ad un paesaggio che aggiungesse poesia al loro amore. Subito dietro la baia di San Felice con gli isolotti di Porto Nuovo, nei pressi del Centro turistico della Gattarella ha inizio la lunga spiaggia che arriva fino a Vieste e termina proprio ai piedi del famoso monolite detto Pizzomunno. Si tratta di un monolite di circa 25 metri che costituisce ormai il simbolo di Vieste. Di origine calcarea si trova a ridosso della città.

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Il Pizzomunno, un monolite alto circa 25 metri posto all’inizio della spiaggia detta del Castello.

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Intorno a questo curioso spettacolo, così come per le grotte e per le altre bellissime formazioni naturali di cui è disseminata la costa garganica, girano moltissime leggende che spaziano nella fantasia più assoluta. Si narra che Pizzomunno fosse un uomo molto bello, era così bello che una sirena chiamata Cristalda, se ne innamorò. Cristalda aveva due sorelle molto cattive che per invidia trasformarono Pizzomunno in una grossa roccia. Si racconta che ogni cento anni a mezzanotte Pizzomunno ritorna ad essere uomo per incontrare la sua amata Cristalda. Vieste è la città più orientale del promontorio del Gargano. Ebbe grande importanza come porto nel 1250, quando vi approdò Federico II che fece costruire il castello, in seguito ampliato. Distrutta una prima volta nel 1400 dallo spietato pascià Acomat, subì l’assedio delle settanta galee del terribile Dragut nel 1554, terminato con la distruzione della cittadina e il massacro dei settemila abitanti. Il nucleo dell’abitato sorge su una penisola rocciosa


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Vieste, porta d’ingresso nel centro medievale.

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dalla forma piĂš o meno simmetrica, caratteristica per le sue tre baie separate da due punte: San Francesco rivolta verso est, ripida, rialzata e rocciosa dove si trova il centro medievale. In questa parte ricca di vicoli, scalinate ed archi si trova la maggior parte dei piĂš prestigiosi edifici storici (cattedrale, chiesa di S.Francesco); Santa Croce dove ci sono i nuovi quartieri ed il porto che ambisce, grazie ai lavori di ampliamento ancora in corso di ultimazione a divenire un moderno porto turistico che nel prossimo futuro potrebbe diventare punto obbligato per molti croceristi sulle rotte della Grecia e della Turchia. La cattedrale di Vieste, a sinistra, e una strada della cittĂ vecchia.

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Vieste, finestra sul Mediterraneo.

Vicolo nella Vieste medievale.

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Veduta dell'abitato di Vieste sul ciglio della scogliera.

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• C’era una volta Siponto, Santa Maria e San Leonardo Per chi va o scende dal Gargano via Manfredonia non può non dedicare una sosta a Santa Maria di Siponto e San Leonardo. Anni fa il turismo religioso li annoverava come tappa obbligata. Col tempo la sosta più lunga necessaria per fermarsi, prima a San Giovanni Rotondo e poi a Monte Sant’Angelo, ha rarefatto la presenza di visitatori in parte compensata dai turisti che vanno a godere le bellezze della costa e delle spiagge garganiche. Sin dall’età antica dal territorio sipontino si sono irradiate espressioni di civiltà e di senso religioso per l’intera Daunia. Sbocco al mare della misteriosa Arpi, fiorente emporio che portò i romani a dedurla in colonia, Siponto ha svolto, come altre città portuali di collegamento con l’Oriente, un ruolo decisivo per la cristianizzazione delle regioni intorno ad essa orbitanti. È sede di antica diocesi; la tradizione attribuisce a San Pietro la consacrazione di San Giustino, suo primo vescovo. Annovera tra i suoi pastori San Lorenzo Maiorano, parente dell’imperatore d’Oriente Zenone e protagonista del racconto sulle apparizioni dell’Arcangelo Michele. Nelle alterne vicende che hanno visto il nostro territorio dominato e conteso da Goti, Bizantini, Longobardi, Arabi, Normanni, Siponto ha avuto un posto di rilievo, subendo spesso distruzioni, ma sempre risollevandosi, così come sempre si è ripresa dalle devastazioni prodotte dalle calamità naturali. Siponto raggiunse il suo massimo splendore fra il IV ed il VI secolo e fu sede di una diocesi che comprendeva tutto il Gargano con i suoi santuari, e nel 1067 ospitò perfino un concilio. Nel medioevo fu il più importante porto della Puglia settentrionale, punto d’imbarco per i crociati che si recavano in Terra Santa. Nel XIII secolo, però ripetuti fenomeni di bradisismo la ricoprirono di paludi, finché un terribile terremoto non la distrusse totalmente nel 1223 e i suoi abitanti si rifugiarono a Manfredonia, che nel frattempo Manfredi aveva cominciato ad edificare. Da allora, di una città che le leggende raccontano con magnifici palazzi dai tetti policromi, dalle cento chiese dai tetti d’oro, e che nell’immaginario dei viaggiatori del Gran Tour veniva definita la Ravenna del sud, non resta che la cattedrale di Santa Maria di Siponto e i blocchi di pietra squadrata testimo-

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Santa Maria di Siponto: il prospetto della chiesa medievale. Nella pagina precedente, altre inquadrature dell’antica chiesa.

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nianza delle antiche mura nonché la chiesa ed abbazia di San Leonardo. Dalla strada sembra quasi una villa, con il cancello e i pini sul fianco. Posto sulla via sacra dei pellegrini, il santuario, un edificio di forte suggestione, sorge attiguo ai resti di una basilica paleocristiana risalente ai tempi del vescovo Lorenzo. Le tradizioni locali anticipano la sua costruzione a San Giustino, e perciò al I sec. d.C.. Molto dibattuta è ancora oggi, fra gli studiosi, la questione circa l’inglobamento in Santa Maria di Siponto di un preesistente battistero e di altri edifici, ornati di mosaici, voluti dal vescovo Lorenzo. L’edificio di singolare pianta quadrata, fu eretto tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, quando era vescovo Leone e si lega alle lunghe battaglie sostenute per affrancare la diocesi dalla dipendenza beneventana. La sua esistenza già nel 1039 è testimoniata da un’epigrafe che documenta la presenza di un ambone monumentale, opera dello scultore Acceptus, che ha legato il suo nome a vari capolavori dell’epoca come la cattedrale di Canosa ed il pulpito di Monte Sant’Angelo, che, insieme ad altre dotazioni, sottolinea il ritrovato prestigio dell’antica diocesi pugliese; fu sede di sinodi locali celebrati dai papi Leone IX e da Alessandro

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Vano absidale di Santa Maria di Siponto. In basso, resti della basilica paleocristiana.


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Chiesa di San Leonardo di Siponto, che fu sede dell'Ordine Teutonico intorno ai secoli XI e XII.

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II e venne consacrato nel 1117 da papa Pasquale II. L’edificio, cui la continuità del culto ha permesso di sopravvivere, pur manomesso e sfigurato, sino ad oggi, ha una pianta quadrata, disposta in origine secondo un asse nord-sud, certo determinata da una situazione urbanistica ormai solo immaginabile. I quattro muri perimetrali, di cui solo tre sopravvivono, erano percorsi internamente ed esternamente da arcate cieche ricadenti su semicolonne in muratura addossate alla fabbrica. Cinque arcate per lato, di cui la centrale, di maggiore diametro e altezza, inquadrava a sud l’abside, sul lato opposto il portale (presto abbattuto da un terremoto con la parete che lo conteneva), mentre in quelle ad est ed ovest furono inseriti, nel secolo successivo, una nuova abside e un nuovo portale. Su questo, che costituiva il primo ordine, fu impostato un secondo piano, di cui si può solo congetturare la forma, perché nessuna traccia ne è scampata. Non aveva in origine la bella cripta che fu scavata posteriormente quando fu necessario rendere più stabile le strutture dopo che uno dei frequenti terremoti aveva fatto crollare la parete nord. Definire Santa Maria di Siponto solo un piccolo gioiello d’arte romanico-pugliese è troppo semplicistico, così come l’ipotesi di trovarsi di fronte ad una delle primissime espressioni del più definito e vario romanico pugliese, cosa solo in parte vera. Non è facile individuare le fonti della struttura della cattedrale sipontina: se ci sia stato un influsso di aree culturali molto lontane o addirittura un progetto costantinopolitano reinterpretato da maestranze daune secondo la tecnica costruttiva locale o solo un primo processo di rinnovamento delle migliori esperienze altomedievali rimane un interessante ed intrigante interrogativo. Sta di fatto che nessun altro edificio religioso pugliese raccoglierà l’eredità delle modalità costruttive e dell’impianto architettonico di Santa Maria di Siponto durante tutta la stagione del romanico. Una certa diffusione invece avrà l’apparato decorativo, il trattamento delle pareti, in particolare di quelle esterne, evidentemente già ben radicato nella tradizione locale: quel motivo delle arcate cieche realizzata con tecnica consumata dalla pratica dei maestri pugliesi che si trova diffuso con varianti un po’ in tutta la regione tra XI e XIII secolo in particolare in Capitanata (Troia e Foggia), nella parte più antica della cattedrale di San Cataldo a Taranto, a Brindisi (San Benedetto); a sfatare definitivamente il luogo comune di una

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San Leonardo di Siponto: il portale settentrionale e interno della chiesa.


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San Leonardo di Siponto: l’abside.

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occasionale e tanto più inspiegabile derivazione da modelli pisani. Appena tre chilometri separano San Leonardo da Santa Maria di Siponto lungo la strada che porta a Foggia. Non può sfuggire dall’auto la vista di questo bellissimo cassone di pietra sormontato da tre cupole bizzarre, come lo definì il Brandi. Chi scelse intorno al 1100 il posto dove costruire il complesso abbaziale e la chiesa non lo scelse a caso. La chiesa, insieme a quello che resta del complesso conventuale e dell’ospedale, si trova in una matina: una collina, che per la sua posizione e inclinazione viene irraggiata con particolare intensità. Un luogo adatto per studiare i fenomeni astronomici, e infatti nella chiesa ci sono ben tre fori gnomonici, cioè dei fori orientati in modo da misurare con precisione il tempo. È uno di questi che il 21 giugno, al mezzogiorno del solstizio d’estate produce il famoso fascio di luce che attira quel giorno centinaia di visitatori. Penetra all’interno della chiesa disegnando una rosa di luce ad undici petali in un punto esattamente a metà tra i due pilastri che si trovano di fronte all’ingresso dell’artistico portale laterale rivolto verso la montagna. Anche nella più famosa ed imponente cattedrale gotica di Chartres è presente questo fenomeno ma sicuramente il lavoro di calibratura astronomica del magister progettista del foro è stato maggiore a San Leonardo, in cui il raggio cade esattamente a metà tra due pilastri, piuttosto che cadere come a Chartres in un punto qualunque della navata, anche se evidenziato da una mattonella. Da una monofora circolare presente sulla facciata principale passa un altro raggio di sole, all’equinozio di autunno (23 settembre), che va a cadere nel punto centrale in basso dell’abside sinistra della chiesa. La chiesa fondata tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII dai canonici regolari di Sant’Agostino è a tre navate (la laterale di destra ha in parte cambiato il suo aspetto) con arcate ricadenti su semipilastri e pilastri cruciformi al centro. La navata centrale è coperta da due cupole diseguali. Sulla facciata laterale rivolta a nord c’è il pezzo più spettacolare dell’edificio: uno splendido portale, sicuramente tra i più belli del romanico-pugliese, che presumibilmente fu realizzato in un secondo momento, forse in epoca sveva. Nella parte più esterna due colonne poggiano sul dorso di due leoni stilofori che reggono, a loro volta, due animali alati che sostengono l’archivolto. Il leone di destra addenta una figura umana (il peccatore) che gli afferra una zampa

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in atteggiamento supplichevole; il leone di sinistra, mutilato, da quanto si intuisce dai resti sembra addentare un serpente. Gli stipiti e le cornici del portale, dell’arco e della lunetta sono scolpiti con ornamenti vegetali, zoomorfi e antropomorfi. I due capitelli interni sono costituiti da due blocchi trapezoidali con sculture aneddotiche. Quello di sinistra rappresenta un Arcangelo Michele che con la lancia trafigge il drago e un pellegrino sul dorso di un’asina la quale, alla vista dell’angelo con una spada china la testa. Secondo alcuni studiosi sull’asina sarebbe rappresentato Bàlaam. Era costui un mago babilonese, noto per un fatto descritto nella Bibbia ed era stato inviato a sgominare con la sua magia gli Israeliti, ma venne fermato da un angelo. Il capitello di destra raffigura i tre magi che vanno verso la Vergine con il Bambino e San Giuseppe. Nella lunetta è raffigurato Gesù benedicente in mandorla tenuto da due angeli. Nel frontone, tra il portale ed il baldacchino, a mò di protiro, si trovano due figure maschili con aureola, scolpite a mezzo rilievo. Quella di sinistra rappresenta Sant’Agostino anche se secondo alcuni potrebbe trattarsi di un pellegrino, mancando intorno alla testa l’aureola. Quella di destra, con cappuccio sulla testa, un libro in mano ed una catena, raffigura San Leonardo. Le pareti esterne sono caratterizzate da una serie di paraste collegate da archetti pensili, che suddividono la facciata in cinque scomparti di diseguale larghezza. Due alti tiburi ottagonali sono separati da un’ampia superficie coperta a tetto.

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San Leonardo di Siponto: particolare del portale. In basso, l’abbazia, che fu luogo di preghiera e ricovero per i pellegrini e per i cavalieri crociati.


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• Al centro del Tavoliere «Se il Signore avesse conosciuto questa piana di Puglia, luce dei miei occhi, si sarebbe fermato a vivere qui». Pressappoco al centro di questa piana così cantata da Federico II sorge Foggia, cuore agricolo di Puglia fin dai tempi di Arpi dove la prassi dell’agricoltura era abituale fra i dauni della zona, favoriti anche dalla fertilità del tavoliere e dalla sua conformazione completamente pianeggiante. Bonificata dai Normanni che ne impressero un primo impulso economico e civile, è il XIII secolo che segna un periodo molto importante nella storia di Foggia. Dovette amarla molto la città dauna, Federico II, a tal punto da farvi costruire un magnifico Palatium, che si estendeva su una vasta area nei pressi dell’attuale via Arpi, su cui vi era un’iscrizione (oggi conservata nel Portale di Federico II) che recitava: Hoc fieri iussit Federicus Cesar ut urbs sit Fogia regalis sede inclita imperialis (Ciò comandò Federico Cesare che fosse fatto affinchè la città di Foggia divenisse reale e inclita sede imperiale). Oggi del centro storico restano angoli, piccoli scorci, reliquie sparse nel mare di caseggiati popolari degli ultimi decenni. Terra di un’intera famiglia di architetti, fra cui il famoso Gualtiero, che hanno contribuito a fare la storia del Il Pozzo di Federico. In basso, il portale del palazzo federiciano. romanico pugliese, di età federiciana residua soltanto il pozzo di Federico II e l’arco di quello che dovette essere il Palazzo imperiale dell’imperatore svevo. Quel palazzo dove nel 1241 morì la terza moglie dell’imperatore, Isabella d’Inghilterra. Federico volle che venisse trasportata ad Andria e sepolta a fianco alla seconda moglie, Jolanda di Brienne. Qui si ammalò nell’inverno del 1250 prima di essere trasportato a Castelfiorentino ove dovette giungere già cadavere. Sempre su via Arpi sorgono alcuni palazzi seicenteschi di grande bellezza. Molto bello il Teatro Comunale dedicato al famoso compositore foggiano Umberto Giordano, recentemente soggetto ad una delicata fase di restauro che lo ha riportato al suo antico splendore. La cattedrale romanica, pur rimaneggiata nella parte alta del portale, e che ricorda in parte quella di Troia, ricorda coi suoi pochi resti normanni i fasti del passato. Nella cattedrale si trova la cripta dell’Icona Vetere. Un’icona bizantina, la Madonna dei Sette Veli, un’antichissima immagine della Madonna, dipinta su tavola, avvolta in sette veli e racchiusa in una teca rettangolare, dotata di una piccola finestrella ovale in corrispondenza del volto dell’effige, attorno alla quale ruota la stessa origine della città. Secondo la leggenda, nei pressi dell’attuale sito di Foggia, esisteva un villaggio stretto da paludi, Borgo del Gufo, a poca distanza da Arpi, l’antico insediamento dauno. Sulle paludi del Borgo, alcuni pastori videro attorno al Mille tre fiammelle galleggianti. Accanto alle fiammelle, galleggiava un quadro

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dell’Assunta avvolto da veli, l’Icona Vetere o Madonna dei Sette Veli. Il quadro chiamò devoti dai paesi circostanti e li convinse a costruire un nuovo abitato. Quella che nonostante le trasformazioni sociali è ancora il granaio del Mezzogiorno, capitale dell’agricoltura pugliese, sede di un’importante fiera del bestiame e dei prodotti della terra, per secoli fu un’attrattiva economica e finanziaria, una vera e propria cassaforte che contribuiva a mantenere il Regno di Napoli. Un periodo oscuro, tuttavia, quello iniziato da Alfonso d’Aragona con la Dogana della mena delle pecore in Puglia durata fino agli inizi del XIX secolo. Lo sfruttamento implacabile ed intensivo dei pascoli, con la proibizione di ogni coltura in tutto il tavoliere e l’imposizione di pesanti tasse nei confronti dei proprietari degli armenti che scendevano dalle montagne di Abruzzo e di Campania, si risolse in un arricchimento straordinario per le casse del Regno, circa 300.000 fiorini d’oro, una somma pari a tutte le entrate provenienti dal resto del Regno, senza alcuna L’epitaffio di Foggia, con in primo piano la statua in cima al monumento, ricaduta di sviluppo economico per il territorio che, che rappresenta il punto di incrocio tra due tratturi legati al fenomeno della transumanza, anzi, con la pastorizia forzata subì lo spopolamento l’uno proveniente da L’Aquila, l’altro da Celano. In basso, Palazzo De Vita. rurale delle campagne. L’intera capitanata divenne un’arida distesa incisa da tratturi retrocedendo ad uno stadio quasi pre- Neolitico. L’epitaffio è uno dei pochi monumenti che restano a Foggia dopo diversi secoli e che hanno resistito a terremoti e ai bombardamenti dell’ultima guerra. All’inizio di via Manzoni esso rappresenta il punto di incrocio tra i due tratturi, l’uno proveniente da L’Aquila, l’altro da Celano e quindi è legato al fenomeno della transumanza. Questa costruzione infatti indicava ai pastori abruzzesi la via per il ritorno a casa. Una politica, quella degli Aragonesi, continuata perfino dopo l’Unità d’Italia sino agli albori del Novecento che aveva distrutto tutta l’impostazione federiciana che invece aveva permesso il libero dissodamento dei terreni da pascolo per seminare grano o piantarci viti dando così impulso all’agricoltura e favorendo una residenzialità più diffusa nei pressi dei terreni che si coltivavano. Caro Federico, quanti guai hai fatto andandotene prematuramente senza aver prima fortificato e consolidato il tuo regno, lasciandolo in balia degli angioini e dei rapaci aragonesi, facendo regredire quella terra, che tu avevi amato come la pupilla dei tuoi occhi, dall’alba di un precoce Rinascimento alla notte della Civiltà Appenninica.

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Capitolo II

• Acerenza • A casa di Orazio • Canosa • A Barletta • Trani è la cattedrale, e non solo • Castel del Monte

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• Acerenza Vi sono dei luoghi, dice Cesare Brandi, che sono anche più remoti del posto dove si trovano, colpiti, si direbbe, da quello stesso fato che decretò il sotterramento di città e paesi, che in questo caso non maturò del tutto, rimanendo il luogo come seppellito nella memoria. Certo oggi arrivarci da Gravina, da dove sono passato, ci si impiega poco più di un’ora e non il triplo del tempo che impiegò il Brandi o addirittura l’intera giornata a cavallo che ci mise agli inizi del secolo il Bertaux. Tuttavia sta di fatto che Acerenza, che non è un posto qualsiasi, visto che è uno dei borghi più belli d’Italia, bisogna andarsela a cercare dato che non ci si passa per caso. Acerenza è un paese di poche anime, esattamente 3.010, su una rocca alle pendici del Vulture. Gli ultimi chilometri si percorrono seguendo una strada tortuosa ma complessivamente dignitosa. Arrivo nel giorno più caldo di tutta l’estate ma per fortuna siamo lontani dalle terribili folate sciroccose che ci siamo lasciati alle spalle. Un viaggio verso un luogo sospeso nel tempo dove tutto sembra fermarsi. Nel cielo azzurro coppie di falchi controllano con ampi volteggi ogni cosa in movimento. Man mano che avanziamo dal fondo valle la città dà l’impressione di una fortezza inespugnabile. Tale è Acerenza, una cima dominata da una città, a sua volta dominata da un edificio: la cattedrale. Il Brandi la vide come una sorta di arca sul monte Ararat. L’antica Acheruntia, citata da Tito Livio e Orazio e nel Medio Evo da Procopio come “Fortezza di guerra” e “Presidio”, fu davvero importante dal punto di vista strategico in quanto dominava le grandi arterie che collegavano il Sud a Roma: la via Appia, l’Appia Traiana e la via Erculea, che da Acerenza portava ad Eraclea sulla costa ionica. Arrivati in cima un’unica e tortuosa strada porta alla cattedrale, imponente per questo piccolo borgo medievale, quasi estranea, come atterrata qui chi sa da dove. Il costruttore di questa cattedrale ha un nome: Arnaldo da Cluny. Arnaldo era Arcivescovo di Acerenza fin dal 1063 e faceva parte di un gruppo di monaci scesi nel 1061 dalla Normandia assieme ad un noto costruttore di cattedrali: Roberto di Grantmesnil. Animi irrequieti come i loro fratelli cavalieri, erano tutti Normanni. I luoghi di provenienza erano i monasteri di Cluny e di Saint Evroult sul l’Oche. Li chiamavano “Normanni vestiti da monaci” a voler indicare il loro carattere irruento e guerresco. Educati fin da bambini ad essere cavalieri e a combattere, venivano poi avviati dalle famiglie nei monasteri benedettini per una carriera di abate. All’epoca, siamo attorno al 1060, essere abate o vescovo equivaleva ad essere principe. Quindi la loro fede si confondeva con una ambizione al potere da raggiungere con le armi o con la religione. Arnaldo consacrò solennemente il maestoso tempio nel 1080 portando a termine i lavori iniziati sotto il suo predecessore nel 1059 e ripresi nel 1067 e dedicandolo a Santa

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La cattedrale di Santa Maria Assunta e San Canio.


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Panorama di Acerenza.

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I bastioni di transetti ed abside e la cupola ottagonale.

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Maria Assunta e a San Canio. Ci menarono un sacco di soldi i Normanni per questa chiesa, nel solco della loro predilezione architettonica complicata e costosa. Acerenza condivide con Sant’Antimo di Montalcino, la Trinità di Venosa e il Duomo di Aversa la singolare disposizione tutta francese del coro solennissimo, con ampio deambulatorio e cappelle radiali, ma la possanza e la grandiosità del cerchio absidale non ha eguali in queste chiese. Per il Brandi Acerenza appartiene alla più elevata architettura. Ma il Brandi non scoprì ad Acerenza solo questa singolarità, si pose un interrogativo talmente grande che avrebbe meritato ben diversa attenzione da parte degli storici e degli esperti di arte. Ma di questo ne parleremo più avanti. La cattedrale, sorta sull’area della primitiva chiesa paleocristiana, a sua volta eretta sul luogo ove sorgeva un tempio dedicato ad Ercole acheruntino, nel suo complesso è di una semplicità grandiosa e severa. Ha pianta a croce latina, lunga 69 m. e larga 23 con una crociera di 39 m., 10 massicci pilastri, cinque per lato, 3 navate con transetto, tiburio ottagonale, 2 absidiole, coro con deambulatorio e cappelle radiali intorno all’abside centrale. Partendo dalla facciata lo sguardo si posa sull’elegante portale formato da due colonnine sorrette da scimmie unite a figure umane in atteggiamento osceno. Al di sopra dei capitelli due sfingi sorreggono sulle spalle un arco, oggi mutilo, ma che un tempo doveva essere formato da una teoria degli angeli. Mancano sotto le colonnine i due leoni di pietra che certamente c’erano all’origine. Gli stipiti della porta riccamente scolpiti con motivi floreali e zoomorfi. Le scimmie simboleggiano il male, il peccato che bisogna, entrando nel Tempio, lasciare fuori, per ravvivare la vita spirituale, ed elevare l’animo a cose di paradiso, di cui sono simbolo la vegetazione lussureggiante, i cerbiatti, i pavoni e i cavalli rampanti degli stipiti e gli angeli al di sopra delle colonnine e nell’archetto mutilo. A sinistra un piccolo portale mette nel museo dell’opera del Duomo. Sulla destra il possente campanile terminante a torre, con belle monofore, una finestra rettangolare e due stemmi. Poco più sotto degli stemmi è una finestrella quadrata che dà luce al vano sottostante le celle campanarie e le scalinate. Passando all’esterno a partire dal lato sinistro ci viene

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incontro pian piano il transetto sinistro, possente e delicato, per quell’efflorescenza di licheni, che dà un particolare tono cromatico a quella parte dell’edificio, e che cambia colore con le stagioni. Proseguendo su piazza Glinni, sulla cui sinistra è il bel palazzo settecentesco di quella famiglia, si profilano i meravigliosi bastioni di transetti e delle absidi, culminanti con la cupola ottagonale, le linee architettoniche rese snelle dalla svettante torre scalare, la fuga di archetti pensili che decorano il perimetro superiore del sacro edificio. Sulla parte che va dalla prima alla terza absidiola sono incastonate quattro colonnine marmoree, che ripetono il motivo decorativo di tutta la parte posteriore della Cattedrale: sono i frammenti dell’antico ciborio della cattedrale Paleocristiana, forse del VI secolo. Proseguendo verso sinistra si scopre l’altra torre e la cella a scalare che porta ai tetti e, tramite un bellissimo contrafforte, all’interno della cupola. Completato il giro esterno si entra nella cattedrale. Sulla navata di destra nella parete di fondo due porte, la prima immette nel vano del campanile, la seconda più piccola, immette alla scala a chiocciola che porta al campanile

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Foto dell’interno della cattedrale di Acerenza. In basso, l’ampio catino absidale.


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e alla cantoria. Oltre cento gradini portano alla cella campanaria. In fondo alla navata destra, all’altezza del transetto vi è un maestoso polittico, formato da un grande quadro centrale rappresentante la Madonna del Rosario, circondato da quindici tavole con i Misteri. La Madonna con in braccio il Bambino dona la corona del Rosario a San Domenico. Arriviamo ora al capolavoro dell’arte cluniacense della cattedrale di Acerenza: le tre absidiole radiali dietro il coro. La prima absidiola radiale contiene la cappella votiva di San Michele della nobile famiglia Cappetta. È davvero maestosa, è rimasta intatta con tutta la sua opulenta decorazione barocca di fine seicento. La seconda absidiola contiene la cappella di San Mariano, martire acheruntino sotto Diocleziano. Uno sguardo di insieme alla navata centrale di spalle all’altare di San Mariano consente di godere dell’elegante dinamismo di linee curve che sin rincorrono dal deambulatorio alla balaustra della cantoria, lungo quelle rette della navata, culminando nel tondo del rosone, sostenuto dalle canne dell’organo. Lungo il deambulatorio si incontra la terza absidiola in cui è l’altare barocco, anch’esso seicentesco, di San Canio.

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La barocca cappella di San Michele. In basso, la cripta.

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Ai lati della scalinata che porta al presbiterio gli accessi alla cripta del 1524. Elegante e barocca con quattro colonnine che poggiano su delle basi scolpite con simboli ed iscrizioni. Le colonnine in marmo sono diverse l’una dall’altra e sembrano materiale da spoglio. La cripta fu voluta dal Conte Giacomo Ferrillo e dalla moglie Maria Del Balzo Orsini. Il sarcofago dei Ferrillo è posto in un arcosolio con volta decorata con stelle, simbolo degli Orsini-Del Balzo e il cavallo dei Ferrillo. A sinistra in corrispondenza dei semipilastrini che delimitano e incorniciano gli affreschi sono scolpiti i ritratti dei due committenti e l’autoritratto dell’architetto-scultore Mastro Pietro di Muro Lucano. Sulle pareti laterali quattro bellissimi affreschi di Giovanni Todisco da Abriola rappresentanti Sant’Andrea, San Girolamo, l’Adorazione dei magi e infine la Donna dell’Apocalisse con ai piedi un enorme drago. Anche la volta è tutta affrescata. Al centro i quattro evangelisti e nei tondi San Francesco, Sant’Antonio, San Bonaventura, San Domenico e altri santi venerati anticamente in Acerenza. Infine nel museo campeggia il busto dell’imperatore Giuliano L’Apostata. Che ci sta a fare in questo luogo questo simbolo, che peraltro è stato per secoli sulla facciata della cattedrale, è uno dei misteri di questo edificio. Sarà stata la volontà del popolo acheruntino ad insignire di una riconversione postuma dall’apostasia all’ecumene cattolico dell’imperatore Giuliano in ricordo del benessere economico che nell’antica Acheruntia si registrò durante l’impero di Giuliano l’Apostata? Risolto il primo mistero passiamo al secondo. Di fronte al Presbiterio sul lato destro si intravedono due finestre delle quali una leggermente più alta. Il 25 maggio è il giorno in cui si commemora la traslazione del corpo di San Canio, patrono di Acerenza. Il 25 maggio due fasci di luce che entrano dalla finestra più alta e da quella più bassa a fianco, si incontrano in un preciso punto del Presbiterio, quasi a voler indicare qualcosa di importante. Se questo evento accade solo il 25 di maggio non è dato sapere con certezza. Sta di fatto che Arnaldo il costruttore della cattedrale nel cuore di quel buio medio evo del 1080, sapeva ciò che faceva. Saper focalizzarle luci in maniera così precisa a quel tempo voleva dire solo una cosa e cioè essere in possesso di conoscenze scientifiche straordinarie. Ma di questi misteri della focalizzazione delle luci ce n’è altri, come abbiamo già visto a San Leonardo di Siponto, un’altra cattedrale normanna. Se poi, per concludere, la Cattedrale di Acerenza abbia finanche ispirato Arnolfo, primo architetto di Carlo D’Angiò, nel disegno della tribuna di Santa Maria del Fiore a Firenze, interrogativo che il Brandi si pose, mai ripreso da alcuno, rimane non un mistero ma l’attestazione che la cattedrale di Acerenza appartiene davvero alla più elevata architettura.

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• A casa di Orazio “Mi avvierò verso il fiume Galeso, delizia delle lanute greggi, e verso le campagne su cui regnò lo spartano Falanto. Quell’angolo di terra mi è gradito più di ogni altro: colà il miele non è inferiore a quello dell’Imetto, e le bacche (dell’olivo) gareggiano con quelle della verdeggiante Venafro; a quel luogo Giove concede una lunga primavera e miti inverni, e le uve del colle Aulone, caro a Bacco che lo feconda, non hanno nulla da invidiare a quelle di Falerno”, (Orazio, Odi, lib. II, ode 6, vv. 9-20). Posso non andare a far visita a casa di chi ha cantato in tal modo la terra che mi ha dato i natali? A Venosa, 65 anni prima della nascita di Gesù Cristo, da uno schiavo divenuto liberto nacque Quinto Orazio Flacco. Il padre lo fece istruire in paese da certo Flavio, che educava i giovinetti delle più cospicue famiglie e, quando il figlio ebbe compiuto il dodicesimo anno lo accompagnò a Roma perché avesse nella grande città una istruzione completa. Da Roma Orazio andò ad Atene alla scuola dei sommi greci che ivi insegnarono. Dopo la morte di Giulio Cesare, Bruto prima di recarsi in Grecia diede ad Orazio il grado di Tribuno ed il comando di una legione che combattè a Filippi. Tornato in Italia, povero come ne era partito, si stabilì a Roma, dove Mecenate lo protesse e lo tenne con sé sottraendolo ad ogni disagio, ben lieto della gioia infinita che gli procurarono i divini canti del Poeta. Venosa, bella, elegante, semplice e ricca di storia e d’arte, uno dei borghi più belli d’Italia non è solo Orazio. Scendendo da Acerenza o salendo da Canosa, strade che ho percorso nelle due occasioni in cui sono stato quest’estate, Venosa la scorgi su di un piano con alle spalle il lontano Vulture. Venosa non è né pugliese né lucana. È apula nel senso più geologico e storico del termine.

La Casa di Quinto Orazio Flacco a Venosa.

È sicuramente il più bello ed interessante centro della Basilicata ma è anche la porta di Puglia. Costruita sull’alveo di un bacino lacustre pleistocenico a 415 m.s.m., il territorio, frequentato sin dalla preistoria, è un’area molto ricca di materiali paleontologici, che si possono ammirare nella bella od organizzata galleria del museo della Soprintendenza Archeologica di Basilicata all’interno dell’elegante castello di Pirro del Balzo, che testimoniano della presenza umana risalente ai primi due periodi del paleolitico. Le origini della cittadina risalgono all’insediamento di Venusia.

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Venosa: edifici ed eleganti porticati.

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Il castello di Pirro Del Balzo.

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Altre inquadrature del castello, costruito nel punto piĂš alto del borgo di Venosa, alla confluenza del vallone del Reale e del vallone del Ruscello.

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La Cattedrale di Sant'Andrea in Venosa.

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Il nome attuale appare nel 291 a.C., quando viene occupata dal console L. Postumio; diventa colonia romana e, dopo la battaglia di Canne, i romani ne fanno la roccaforte per la ricostituzione dell’esercito respingendo nel 207 a.C. un attacco di Annibale; diventa municipio romano iscritto alla tribù Orazia divenendo un importante centro commerciale e, in età repubblicana, ospita una fiorente comunità ebraica, della quale sono rimaste le catacombe in contrada reale e La Maddalena. Anche durante l’alto medioevo Venosa mantiene una posizione di privilegio. Nel 662 viene occupata dai bizantini e subito dopo è presa per due volte dai saraceni; nell’886 viene liberata dall’imperatore Ludovico, quindi è riconquistata dal duca longobardo di Benevento per essere poi, nel 976 ripresa dai bizantini e posta sotto il Catapano di Bari. All’avvento dei Normanni nel 1041 è contea di Drogone d’Altavilla. Il rapporto fra Venosa e gli Altavilla è forte nonostante l’insurrezione contro gli stessi costata l’abbattimento delle mura da parte di Ruggero II. Un legame forte sancito dalla costruzione della badia benedettina della SS. Trinità, consacrata nel 1059 dal papa Nicolò II e divenuta una sorta di Pantheon normanno. Altrettanto forte e significativo il rapporto con gli svevi. Nell’anno 1232 nel castello di Venosa, nasce Manfredi, figlio naturale di Federico II e di Bianca Lancia, forse l’unico vero grande amore di Federico. Nell’occasione l’imperatore riceve il sultano di Babilonia che gli porta in dono la sfera d’oro “che indica infallibilmente le ore del giorno e della notte”. Durante il regno federiciano diventa città regia ma nell’insurrezione ghibellina del 1268 si schiera contro Manfredi e passa agli Angioini. Dopo un continuo avvicendarsi di signori feudali la città venne concessa come feudo agli Orsini nel 1453 e fu portata quindi in dote da Donata Orsini al duca Pirro del Balzo, altro personaggio che ha lasciato una impronta forte nella cittadina venosina. Si deve a lui sia la realizzazione di uno dei più belli ed eleganti castelli stile aragonese, imperdibile per chi si reca a Venosa, che la cattedrale di Sant’Andrea col suo bellissimo campanile e dove, nella cripta, Pirro del Balzo seppellì la moglie Maria Donata Orsini. Storicamente sempre attiva ed effervescente rispetto ai principali eventi storici delle diverse epoche, Venosa prese parte nel 1647 alla rivolta masanelliana e agli inizi dell’Ottocento (1820/1821) partecipa ai moti carbonari per poi addirittura nel 1861 accogliere le bande legittimiste del brigante

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Interno della cattedrale di Sant'Andrea; in basso la controfacciata.


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Il bel campanile.

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rionerese Carmine Crocco. Fascino, mistero, assoluta difficoltà di comprensione nel leggere le stratificazioni che hanno interessato gli edifici religiosi sorti in età medievale sono diffusi un po’ ovunque nelle nostre terre. Poche realtà hanno comunque offerto e tuttora offrono una chiave di lettura così complessa ed articolata oltre che fascinosa del complesso della SS. Trinità e dell’Incompiuta di Venosa. Fino all’inizio degli anni ’80 parlare della Trinità di Venosa significava fare riferimento fondamentalmente al celeberrimo monumento noto come “L’Incompiuta” e, solo in tono minore, alla chiesa ed al complesso abbaziale ad essa collegata. Le ricerche archeologiche compiute negli anni ’90 hanno in realtà consentito di riportare alla luce una basilica altomedievale della fine del VI secolo. L’impianto di questa basilica, sorta forse a fianco di un’altra ancora più antica esistente nello spazio fra questa chiesa e l’Incompiuta dove esistono ambienti, uno dei quali rettangolare, con tutta la pavimentazione a mosaico, coincide per buona parte con il perimetro esterno dell’attuale chiesa vecchia. A tre navate divise da 7 pilastri collegati da archi a tutto sesto, con un ampio transetto contenuto, la facciata origina-

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La fontana angioina. In basso, il complesso abbaziale della SS. Trinità.


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Interno della chiesa della SS. TrinitĂ .

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ria, con uno degli accessi relativi a questa fase, è ancora visibile dall’esterno in corrispondenza della navatella di sinistra. L’abside era in origine aperta per mezzo di 8 grandi finestre, successivamente ridotte tompagnando la metà inferiore. La chiesa era dotata di una schola cantorum, sopraelevata di circa 33 cm. rispetto al piano pavimentale, che si estendeva per la lunghezza dell’intero transetto, probabilmente recintata da un parapetto marmoreo. La pavimentazione era costituita da mosaico nel deambulatorio absidale, in tutto il transetto, nella navata centrale e nella schola. All’esterno della soglia, rinvenuta per intero con tutti gli incassi di alloggiamento per il portale, un frammento di pavimento musivo lascia supporre l’esistenza di un nartece. La datazione di questa seconda chiesa al VI secolo è stata definita non solo da una serie di confronti a livello di schema iconografico e di decorazione pavimentale ma anche a seguito del rinvenimento di una moneta di Tiberio II (578-582). La chiesa della Trinità fa parte di un complesso abbaziale. All’arrivo dei Normanni l’intero complesso fu rifondato e la chiesa della SS.Trinità fu consacrata nel 1059 da papa Nicolò II in persona e trasformata da cattedrale in chiesa abbaziale assoggettata direttamente alla Santa Sede come l’intera abbazia. Con il declino degli Altavilla l’intero complesso, che nel frattempo per decisione di Roberto il Guiscardo era divenuto il Pantheon di famiglia a seguito del trasferimento delle spoglie dei fratelli e della ripudiata moglie Alberada, si avviò verso uno stato di decadenza fino a che nel 1297 Bonifacio VIII lo concesse all’Ordine ospedaliero di S.Giovanni in Gerusalemme. Il complesso abbaziale si presenta oggi con la foresteria al piano terra aperto su tutti i lati ed il piano superiore articolato in tre sale ed una cappella. Il piano terra è porticato con possenti volte e grandi arconi; secondo alcune ipotesi la foresteria in una prima fase sarebbe stata utilizzata come residenza ufficiale degli Altavilla nel periodo in cui si recavano in visita all’abbazia. Una scalinata, originariamente esterna ed oggi incorporata nell’atrio della chiesa conduce al piano superiore dove si apre una cappella romanica a croce greca. I saloni si aprono all’esterno con monofore, bifore ed una trifora. Ritornando alla chiesa vecchia in età medievale essa è giunta a noi nella forma in cui la si conosce oggi dopo diversi restauri e rimaneggiamenti. Il primo naturalmente avviene in pieno dominio normanno, con il prolungamento della navata centrale e la realizzazione di un nuovo pavimento, circa

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Interno della chiesa della SS. Trinità: frammento di mosaico e (in basso) navatella sinistra.


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60 cm. più in alto, con un tessellato policromo a motivi geometrici. Tra il periodo svevo e quello angioino si ebbe una lunga stagione di restauri che mutarono completamente la spazialità interna dell’edificio. Nella navata centrale furono inseriti grossi arconi trasversali e corrispondenti archi di controspinta nelle navatelle. Il passaggio dell’Abbazia dai benedettini ai cavalieri Ospedalieri di S. Giovanni in Gerusalemme coincise con altri rifacimenti. Tra la metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento una serie di restauri produsse la costruzione di cappelle e altari nelle navatelle e la nuova sistemazione del Guiscardo e dei suoi fratelli. Infine dopo il terremoto del 1851 furono rinforzati i muri della navata laterale sinistra con contrafforti esterni. Se le recenti ricerche archeologiche hanno potuto quasi per intero dare risposte alla storia della chiesa vecchia della SS.Trinità, una serie di interrogativi permangono, con il fascino ed il mistero che li accompagna sulla storia dell’Incompiuta. Costruita perfettamente in asse con la chiesa vecchia, costituisce uno dei più affascinanti episodi di “non finito” nella storia dell’architettura italiana. Rivedendola quest’estate ho riprovato le stesse sensazioni che molti anni fa provai dinanzi alla Sagrada Familia a Barcellona. Il particolare fascino dell’Incompiuta è dato anche, a parte la mancata compiutezza, dal riutilizzo nei paramenti murari di numerosissimi frammenti romani ed ebraici, che rendono questa chiesa una sorta di album da sfogliare, pietra dopo pietra, per rileggere la storia dei monumenti in disuso al momento della sua costruzione. Nel progetto iniChiesa della SS.Trinità: navatella destra.

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La tomba di Alberada, a sinistra, e la tomba degli Altavilla, qui sopra.

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La grande abside della SS. TrinitĂ .

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ziale doveva essere un impianto a tre navate, con ampio transetto sporgente e profondo capocroce concluso da tre cappellette radiali. Provenendo da Acerenza non mi riesce difficile cogliere subito questo particolare. Di fronte all’Incompiuta ancora oggi ci si interroga su chi ne iniziò la realizzazione e soprattutto i motivi che determinarono la sua interruzione. Tentativi di dare risposte li hanno fatti in passato il Lenormant ed il Bertaux giungendo a conclusioni profondamente differenti. Lo stesso Cesare Brandi cercò una sua risposta all’interrogativo. Ancora oggi non c’è una risposta univoca ma due teorie principali. La prima assegnerebbe l’Incompiuta all’età di Roberto il Guiscardo, in stretto rapporto con l’arrivo di una comunità di monaci dall’abbazia di Sain-Evroul in Normandia Esterno del complesso SS.Trinità e Incompiuta.

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Il campanile dell’Incompiuta e l’abside della SS. Trinità.

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e quindi con una derivazione francese diretta; la seconda ne vedrebbe il collegamento con il passaggio nel 1297 ai cavalieri di S.Giovanni e quindi con una derivazione da modelli francesi mediata attraverso la seconda ondata normanna di Sicilia. Unico dato certo è il raffronto con la Francia che suggerisce questo tipo di struttura, con un profondo coro, cappelle radiali e deambulatorio. Architettura diffusa nella Francia meridionale e soprattutto nella Borgogna, nelle aree delle chiese di pellegrinaggio, con una diretta dipendenza da Cluny. Se il disegno generale fosse importato è la tesi prevalente, mentre di converso altrettanto valida è l’ipotesi che l’esecuzione fosse affidata a maestranze locali, che utilizzavano materiali a disposizione sul posto a partire dal reimpiego di materiale proveniente dal vicino Anfiteatro e da altri monumenti classici di età romana. Ed anche le decorazioni realizzate ex novo sembrano ispirarsi ad un linguaggio locale, che trova confronti nei cantieri ancora attivi in periodo romanico in Puglia e non certo in Francia. Per il resto nulla più di certo si conosce se non che dopo la fase iniziale dei lavori nel XIV secolo fu aggiunto il portale con ricca decorazione lungo il fianco destro e nel XVI secolo il grande campanile a vela. Andando via dall’Incompiuta è sempre difficile sistemare nel labirinto della memoria con compiutezza le sensazioni e le emozioni provate anche perché il fascino, la sensazione di stupore e di meraviglia del primo impatto lascia il posto ad una sottile malinconia, quella che ti fa pensare a cosa sarebbe stata questa Incompiuta se tale non fosse rimasta, quella che ti consente di fissare in modo indelebile in un posto della memoria una visione sfumata ma che il tempo non cancellerà mai e resterà per sempre con te.

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Earth - la mia terra  

Passeggiando in Apulia Il mio percorso di viaggio, fatto di lunghe passeggiate nei fine settimana fra maggio e settembre del 2009, era un p...