Lib- #01 settembre 2022

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Edizione

Ajla Del Ponte a cuore aperto, la ragazza della porta accanto tra sport e vita oltre lo sport

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L’intervista di Ellade Ossola – pagg. 14 e 15

Un ritorno molto atteso tra segreti e misteri sull’isola dell’Apocalisse Il giramondo di Alberto Lotti – pagg. 18 e 19

Mensile del Partito Liberale Radicale Ticinese

Anno 31 GAB Camorino

Così ho affiancato Assange nella caccia ai segreti svelati da «Wikileaks»

Settembre 2022

La cultura di Ivan Braia – pag. 23

Inizia un viaggio di idee e confronti per costruire insieme un futuro di libertà

Editoriale

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Speziali – pag. 03 Foto di Loreta Daulte

Buoni discendenti e buoni antenati Alessandro Speziali Presidente PLR

Il confronto con gli altri è l’ingrediente essenziale della politica che la rende una forza in grado di aiutarci a trasformare il mondo e a capire meglio noi stessi. È l’ambiente naturale del liberalismo: uno spazio in cui lasciare agire lo spirito critico che da secoli ci permette di fare evolvere gli schemi di pensiero e liberarci di quelli ormai superati. Questo è il fondamento della culturale liberale, patrimonio della Svizzera: un’eredità di inestimabile valore che però, qui come altrove, non è in grado di autoalimentarsi ed è sempre esposta alle nostre fragilità, personali e collettive. Editoriale – pag. 3

Matilde Casasopra

L’attuale panorama internazionale è fortemente caratterizzato da incertezze e tensioni. Al punto che risulta difficile orientarsi per capire davvero quello che sta accadendo attorno a noi. Ci aiuta in questo percorso lo sguardo attento di Luigi Bonanate, professore emerito di Relazioni internazionali dell’Università di Torino, che ci guida attraverso un mondo disorientato e fintamente solidale, che è in perenne ricerca di un equilibrio difficilmente raggiungibile. L’unica via per trovare il bandolo della matassa, secondo Bonanate, sembra quella di seguire il sentiero tracciato dalla democrazia, ma senza cadere nella sua banalizzazione quale semplice sistema elettorale, dall’educazione dell’uomo e dalla formazione. L’ospite – pagg. 2 e 3

«Sebben che siamo donne» è una canzone diventata un inno. Ma è anche il titolo di questa rubrica che, mese dopo mese, vuol farvi conoscere una serie di donne davvero molto speciali. E il primo capitolo della serie parte da un incontro con l’ex procuratrice e ambasciatrice Carla Del Ponte, che racconta il suo modo di intendere lavoro e giustizia declinati con una visione femminile. Senza nascondere alcuni retroscena del lavoro da magistrato, che l’hanno portata a contatto in pratica con tutti i potenti del pianeta. Un lavoro delicato e spesso rischioso, come spiega la stessa Del Ponte, che ammette anche di avere avuto paura in una notte passata a a Mosca dopo l’intervento del governo russo a caccia di documenti. Rubriche – pagg. 10 e 11

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Matilde Casasopra

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La democrazia Carla Del Ponte (forse) ci salverà lavoro e giustizia

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Lib– #01, settembre 2022

«Soltanto la democrazia può salvare il nostro mondo»

Tempo di lettura 7’26’’

Di Matilde Casasopra Foto di Hansjörg Keller

Lo sguardo di Luigi Bonanate, professore emerito di Relazioni internazionali dell’Università di Torino, su un mondo disorientato e fintamente solidale che è alla ricerca di un equilibrio difficilmente raggiungibile. Il telefono squilla. Lui è a Torino. Noi a Lugano. È un giorno d’estate. È il 5 luglio, un martedì. È da qualche tempo che non ci sentiamo, ma il colloquio riprende come se si fosse interrotto qualche giorno prima. Qualche ricordo. Qualche rapido aggiornamento e poi… si passa al dunque. «Professore, cosa ne pensa di quanto sta succedendo in questi mesi? Ne possiamo fare un’intervista per «Lib-», una nuova iniziativa editoriale che vedrà la luce, in Ticino, nel settembre di quest’anno?». Risposta: «Proviamoci». E così… parte la prima domanda… C’è chi sostiene si stia vivendo in un nuovo disordine mondiale. Caduta del muro di Berlino e crollo delle Torri gemelle potrebbero essere considerati dei punti di partenza per questa situazione, ma… lei intravede possibili punti, se non d’arrivo, almeno di svolta? «Curiosamente, ciò che negli altri campi della storia umana viene sovente (anche se un po’ fuori luogo) chiamato «rivoluzionario», in politica internazionale viene chiamato «disordine», il che suggerisce che dapprima un ordine ci sia stato e che dopo un qualche evento lo abbia disin-

tegrato. L’elemento distruttivo sarebbe la guerra, che tutto distrugge ma che, paradossalmente, è destinata a dare vita a un nuovo ordine derivante dal fatto che chi l’avesse vinta avrebbe il potere di costruirne uno nuovo. Ma tutto ciò potrebbe essere pura e semplice routine, la ripetizione ad esempio, di meccanismi di funzionamento che fungono all’evoluzione delle relazioni internazionali tra una guerra e l’altra. Ora, dopo le grandi «scosse» subite (limitiamoci alla guerra in Afghanistan, all’Iraq, alla Siria e alle guerre mediorientali, africane e sudasiatiche), che sono state prevalentemente valutate come caotici prolungamenti di una sempre esistita anarchia internazionale, sembra che più nessuna grande potenza sia in grado di assumere un ruolo di guida (come compete alle grandi potenze) e si limiti a soccorrere chi si trova in difficoltà. Un esempio per tutti, e il più recente: molti sapevano che la situazione ucraina era estremamente conflittuale, ma nessuno ha fatto nulla per metterla sotto controllo. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi».

«Se continuiamo la vita di ogni giorno, non ne verrà nulla di buono» Luigi Bonanate Professore emerito di relazioni internazionali

Appunto. Gli occhi del mondo occidentale sono puntati, da 7 mesi, sul conflitto rus-

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Editoriale Editoriale

La sua mi sembra una visione piuttosto catastrofista e, a costo di sembrarle insistente, le chiedo se lei pensa davvero che la democrazia - oggi quasi una parola vuota di senso - sia l’unica via politica possibile e, in questo contesto, qual è, se c’è, il ruolo di una società che s’ispira ai principi liberali. «Vede, io non suggerisco alcun tipo di catastrofismo. Dico soltanto che se continuiamo la vita di ogni giorno, non ne verrà nulla di buono, non soltanto sul piano ambientale, come ormai sembra dimostrato, ma anche su quello socio-culturale. L’«educazione» (chiamo così la capacità umana di costruirsi uno stile di vita, consapevole dell’eguaglianza originaria che intercorre tra tutti noi) è l’ unica possibilità. Nessuno è sufficientemente democratico per rinunciare spontaneamente alla violenza, nessuno è disposto a preferire un compromesso a una vittoria, nessuno a ridistribuire parte di quanto di superfluo possiede. Puntare sulla democrazia, intesa non banalmente come sistema elettorale e alternanza di partiti, è - come ho scritto mille volte invano - l’unica possibilità: solo la democrazia salverà il mondo. La democrazia spinge a delle rinunce, impone delle trattative, suggerisce dei compromessi: non sarebbe, tutto ciò, sempre meglio di una nuova guerra?» ■

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Inutile dirle che non so risponderle. Mi consenta un’altra domanda: una rivoluzione planetaria (verde o armata), non potrebbe essere una soluzione? «Per rispondere a questa domanda dovremmo sapere se siamo semplicemente alla fine di un mondo o se, al contrario, tutto ciò sia l’inizio di un nuovo mondo. Non lo so; ma certo mi inquieta l’idea che la dominazione millenaria dell’Occidente non possa fare altro che autodistruggersi sotto i colpi di nuovi mondi, specie afro-asiatici, ai quali spetterà costruirne uno nuovo - non sappiamo se migliore, ma certamente diverso».

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so-ucraino, eppure le guerre sono - lo ricordava anche lei poco fa - una costante anche del XXI secolo. Sembra però che solo quest’ultimo conflitto sia, diciamo così, importante. Lei come lo spiega? Senza contare il silenzio che avvolge il Myanmar dopo il colpo di Stato militare del gennaio 2021 o l’altrettanto importante silenzio sceso attorno allo Sri Lanka dopo la rivoluzione (che alcuni hanno paragonato a quella francese) dello scorso mese di luglio. Nuovi segnali da un mondo interconnesso incapace di trovare un assetto comune e condiviso? «Ammesso - come a chiunque oggi tocca di accettare - che la politica internazionale stia vivendo una fase che direi «originale» (rispetto nientemeno che agli ultimi 5 secoli), nella quale non si riesce a individuare una direzione storica, si tratta di capire se siamo di fronte allo sgretolamento di un mondo che, perduta l’egemonia, si rivolge su se stesso nella disperata, ma vana ricerca di una via d’uscita, o se questa specie di fine del mondo (sensazione o percezione che molti oggi condividono) non sia altro che l’alba di un nuovo mondo. C’è del vero nell’una come nell’altra ipotesi. La prima ci dice che il mondo occidentale, dopo cinque secoli di dominazione mondiale, è esausto e ha perduto il senso di sé, che è stato legato all’idea esclusiva di progresso (ma esclusivamente materiale e sostanzialmente capitalistico). Dovrebbe succedere che i dominatori perdano la loro superiorità, del resto goduta per quasi un millennio. Qui si innesta la seconda ipotesi - ma non senza aver ribadito che la maggior parte del mondo aveva subìto, nel frattempo, uno sfruttamento estremo e spietato: ricchi (pochi) contro molti (poveri) -. Ora sarebbe illusorio pensare che i molti intendano rovesciare l’inerzia storica dei rapporti internazionali. Semmai, si tratta di un vertiginoso vuoto di potenza, che trascina con sé i ricchi, ma non è in grado di sostituirsi a loro. C’è un punto drammatico in questa ricostruzione. La prima ipotesi, (verosimilmente traumatica e violenta) è più facile da realizzare, ma sarebbe una vera e propria rivoluzione. La seconda, molto più complessa e difficile, si proporrebbe di dare vita a un mondo nuovo, potenzialmente più libero e pacifico. Certo un’impresa grandiosa. Ma… realistica?»

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Lib– #01, settembre 2022

Se guardiamo dentro i nostri confini, è evidente la necessità di difenderla ogni giorno contro le seduzioni del centralismo, contro lo statalismo collettivista e un nazionalismo che sembrava sepolto. Come stiamo dolorosamente sperimentando in questi mesi, non possiamo considerare definitiva nemmeno la vittoria della libertà sui dispotismi. È una conquista momentanea che può durare solo finché l’Occidente rimane disposto a difendere, a ogni costo, il suo stile di vita perché permette a ognuno di trovare liberamente il proprio posto nel mondo. Le pagine che tenete fra le mani sono un tentativo di agganciarci a questa riflessione. Siamo convinti che al Ticino serva più che mai un laboratorio di idee e anche il PLR sa di averne bisogno, in un Cantone spesso fermo su convinzioni ancestrali. Abbiamo quindi deciso di proporvi un prodotto editoriale nuovo, parlando di tante cose e in tanti modi. Con la giusta dose di umiltà, ma senza complessi, proveremo a contribuire al progresso di questo Paese: in questo, le risorse digitali ci aiuteranno a espandere i contenuti fissati nella dimensione cartacea. Non puntiamo a fare rivivere l’epoca dei «gazzettini di partito». LIB– sarà uno spazio libero, in cui l’ascolto di tutte le sensibilità sarà la regola. Solo con orecchie e cuori ben aperti, infatti, potremo sperare di capire quale sia la traiettoria di sviluppo del Ticino e della Svizzera (che non dobbiamo mai scindere). Il comitato redazionale porta con sé esperienze, profili diversi e voglia di osare. La veste grafica è all’altezza dei tempi, con una cura particolare per la scelta delle immagini. Ovviamente, da soli non potremo fare tutto: ogni abbonamento sarà determinante per aumentare la qualità e assicurare la sostenibilità del progetto. Care e cari ticinesi, care e cari liberali radicali, LIB– inizia oggi il suo viaggio con l’obiettivo di rimettere la persona al centro. Saremo attenti a trovare la giusta proporzione fra diritti e i doveri, misurando costantemente lo stato di salute del liberalismo. Scrivere su queste pagine sarà un onore ma anche una responsabilità, consapevoli come siamo di essere debitori in due direzioni: verso la nostra Storia, ma soprattutto verso chi verrà dopo di noi – i ticinesi del futuro che, già prima di nascere, meritano il nostro impegno per la costruzione di un Paese più giusto, prospero e solidale. Questa è la missione da portare a termine, tutti insieme: capire come essere buoni discendenti e buoni antenati. ■


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Opportunità e futuro nell’America «svizzera» di Jacques Pitteloud Tempo di lettura 10’08’’

Di Massimo Schira Foto di Shari Sirotnak/DFAE

L’Ambasciatore svizzero negli Stati Uniti è costantemente al lavoro per promuovere il nostro paese in un contesto dinamico e ricchissimo di possibilità. A livello economico, industriale, ma anche scientifico. Dove l’«American Dream» è più vivo che mai. I giornalisti svizzeri, nei primi anni del Duemila, lo avevano soprannominato il «James Bond svizzero». Oggi, però, non si occupa più di servizi segreti e di spionaggio, ma di diplomazia ai massimi livelli. Jacques Pitteloud, 59 anni, vallesano, dirige infatti l’ambasciata svizzera a Washington, incarico che ha assunto dal 2 settembre 2019. Dopo essere stato coordinatore dei servizi d’informazione federali tra il 2000 e il 2006, Pitteloud tra il 2010 e il 2015 è stato ambasciatore svizzero in Kenya, responsabile anche per il Ruanda e la Somalia. «Non penso di essere una persona eccezionale, ma penso di rappresentare un paese eccezionale. La Svizzera è un paese eccezionale e lo si sa anche negli Stati Uniti. Questo sebbene spesso gli americani ci vogliono bene senza sapere veramente il perché: la neutralità, gli orologi, le montagne, il cioccolato,… elementi tipici di una Svizzera che esiste, ma elementi che la rappresentano soltanto in parte». Il Club dei 1000 del PLR ha incontrato Jacques Pitteloud per una lunga chiacchierata sull’America, che l’alto diplomatico elevetico descrive innanzitutto come paese da osservare nella prospettiva di cogliere le enormi opportunità che è in grado di offrire ad una realtà come quella Svizzera. «L’altra Svizzera, quella dell’alta tecnologia, dell’economia, quella innovativa, si conosce un po’ di meno negli USA - spiega l’Ambasciatore -. Io considero uno dei miei compiti più importanti rappresentare questa Svizzera e la-

«Rappresento un paese eccezionale, che gli americani conoscono solo in parte»

voro per creare le condizioni affinché le aziende svizzere possano operare ancora di più nell’ambito economico degli Stati Uniti. La Svizzera è una potenza economica: in totale le aziende elvetiche hanno investito circa 350 miliardi di dollari negli ultimi 10 anni nell’economia amePubblicità

ricana. Siamo il settimo investitore estero in questo contesto davanti a paesi con economia e popolazione molto più grandi rispetto alla Svizzera. Come ad esempio Spagna e Italia. La Svizzera, per dirla all’americana «is punching above its weight» (pugilistico: colpisce più forte di quanto lasci presagire il suo peso, ndr.). Da due anni gli Stati Uniti sono diventati il nostro più grande mercato di esportazione. È la prima volta nella storia: gli USA hanno superato la Germania diventando il nostro primo partner commerciale (dopo l’Unione europea). Negli ultimi 15 anni, le nostre relazioni commerciali con gli americani sono cresciute del 15-20% all’anno. Quando ho iniziato la mia carriera al DFAE, nel 1988, gli Stati Uniti erano il nostro settimo partner commerciale, mentre adesso sono il primo. Nei settori ricerca e sviluppo siamo ai primi tre posti assieme a Germania e Giappone. Tutto il resto del mondo, compresi Cina e Regno Unito, sono dietro di noi». Un dato importante, perché permette di contestualizzare una relazione economica tra economie che hanno lo stesso livello di sviluppo, di tecnologia, di creatività, di innovazione. «Le filiali di compagnie svizzere negli Stati Uniti generano quasi mezzo milione di posti di lavoro, in tutti i 50 Stati dell’Unione, con uno stipendio medio di poco superiore ai 100’000 dollari l’anno conferma Pitteloud -. Si tratta della media più alta tra tutti i paesi investitori, segno che la Svizzera sta puntando su industrie di alto livello». L’esempio del Texas La vita dell’Ambasciatore in un paese sterminato come gli Stati Uniti, si compone anche di viaggi e di «scoperte»… «Nelle scorse settimane ho

avuto l’opportunità di visitare il Texas ed è impressionante vedere il livello raggiunto dalle aziende svizzere presenti in quello Stato, che rappresenta la seconda economia degli Stati Uniti (dopo la California) e la decima economia del mondo (ed è in ulteriore crescita) - racconta Pit-

«Le possibilità di investimento negli Stati Uniti sono in forte crescita per la Svizzera»

teloud -. Le nostre aziende in Texas impiegano 52’000 persone. Tra le altre attività, abbiamo organizzato un «lunch» con i professori svizzeri che insegnano all’Univeristà del Texas: sono 12! E insegnano nelle materie più diverse. È la dimostrazione che una collaborazione economica si costruisce non solo attraverso le industrie e la creazione di posti di lavoro, ma anche con la cooperazione accademica, che è un aspetto molto importante anche per l’Ambasciata e beneficia del prestigio delle nostre università e dei Politecnici». Una collaborazione efficace, che trova sbocchi molto concreti: «faccio un esempio: il prestigioso «fermilab» della University of Chicago sta attualmente costruendo il più grande «neutral collisioner» del mondo. Ma il lavoro pratico di messa in esercizio dell’acceleratore è in mano all’Università di Berna. Se ne


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I miliardi di dollari investiti da aziende elvetiche negli USA

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I professori svizzeri all’Università del Texas

52 mila Gli impiegati di aziende svizzere negli USA

167

Le lingue parlate a Houston

20% La crescita delle relazioni commerciali con gli USA

parla poco, ma questo dimostra una presenza svizzera di altissimo profilo negli Stati Uniti». Nuove opportunità da sfruttare Lo scorso anno, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una legge per un investimento da 1’200 miliardi di dollari per modernizzare infrastrutture. Si tratta di un investimento unico nel suo genere, pari a circa 1,5 volte il Pil della Svizzera. «È una grande opportunità per rafforzare la collaborazione e i nostri legami con gli USA, perché ci sono tante aziende svizzere che hanno la tecnologia, le competenze e i prodotti di cui gli Stati Uniti hanno bisogno - conferma l’Ambasciatore -. Ad esempio per le ferrovie. L’industria ferroviaria svizzera produce treni nello Utah e quindi avrà la possibilità di essere parte integrante dell’investimento per la riqualifica della rete americana. Dobbiamo vendere dei treni negli USA, insomma, perché la produzione è in America, ma poi le ricadute positive si faranno sentire anche in Svizzera». I settori di investimento saranno comunque moltissimi e per la Svizzera ci saranno opportunità anche nelle tecnologie «cleantech» per la tutela dell’ambiente. Perché questa volta l’America non si limiterà a sistemare strade, ponti, aeroporti e ferrovie, ma investirà in modo massiccio nel futuro del suo sistema infrastrutturale. «Tutti i settori verranno toccati, compresi l’intelligenza artificiale e l’internet a banda larga - osserva Pitteloud -. Ma anche l’ammodernamento della rete elettrica, che è molto vecchia negli Stati Uniti. Sono settori in cui la Svizzera ha una comprovata esperienza. Come ambasciatore svizzero negli Stati Uniti alle aziende elvetiche dico che questo è

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il momento per investire negli USA. Perché sono l’unico mercato che sta davvero crescendo, anche demograficamente. Senza dimenticare che i talenti del mondo intero continuano a venire negli Stati Uniti. Perché qui hanno l’opportunità di realizzare i propri sogni. Solo in una

«Gli Stati Uniti sono diventati il nostro primo partner economico dopo l’UE»

città come Houston, che ha circa la popolazione della Svizzera, si parlano 167 lingue! Secondo alcuni l’«American Dream» sarebbe morto… in realtà ogni anno ci sono milioni di persone che la pensano diversamente e scelgono gli Stati Uniti per vivere e lavorare. E non certo alla ricerca di prestazioni sociali…! L’America, insomma, funziona ancora piuttosto bene». Qualche problema da risolvere Chiaramente, anche in questo contesto molto dinamico, qualche problema c’è. «Anche perché siamo di fronte negli ultimi anni alla fine della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta fin ora - conferma l’Ambasciatore -. Perché questa globalizzazione molto spinta ha avuto anche conseguenze terribili, ad esempio sull’ambiente, ma anche nel rendere più vulnerabili le

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nostre economie. In questo contesto la posizione svizzera è molto importante, perché i paesi che operano seguendo le stesse regole non devono cominciare ad erigere nuove barriere. Ne va della nostra economia d’esportazione. Negli Stati Uniti, ogni volta che c’è una crisi economica, che torna l’inflazione, c’è la tendenza ad un maggiore nazionalismo economico. Non è certo la prima volta. L’impostazione «buy american», comunque, non rappresenta un problema per la Svizzera, perché comprare americano, in un certo senso, è anche comprare svizzero considerando la nostra presenza capillare sul mercato. Stiamo comunque lavorando a stretto contatto con l’amministrazione Biden per evitare che la Svizzera diventi un «danno collaterale» di misure in realtà rivolte contro altri paesi». Con gli Stati Uniti, insomma, le cose funzionano piuttosto bene per la Svizzera. «Ma il potenziale da sfruttare è ancora incredibile, perché questo è il nostro mercato del futuro. È chiaro che l’UE rimane il nostro mercato principale, ma viste le difficoltà che conosciamo e che dobbiamo assolutamente risolvere, il mio ruolo di ambasciatore mi porta a proporre gli Stati Uniti come una sorta di «compensazione» (in ambito economico e scientifico) alle difficoltà che abbiamo con l’Unione europea. Il nostro obiettivo nei prossimi 10 anni sarà quello di aumentare e diversificare il numero di aziende svizzere che investono e lavorano negli Stati Uniti. È un discorso che deve coinvolgere tutta la Svizzera e non solo alcune regioni e che comprende ovviamente anche il Ticino. Perché le opportunità ci sono», conclude Jacques Pitteloud. ■


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Lib– #01, settembre 2022

Mio figlio ha imparato a scrivere una lettera formale... ma servono competenze e cultura Tempo di lettura 4’17’’

Di Daniele Dell’Agnola Foto di Gabriele Putzu

I bambini e i ragazzi poveri nell’uso delle parole saranno adulti molto meno capaci di approfondire un argomento, perché non avranno gli strumenti linguistici, le parole giuste per esprimere quei pensieri. Una riflessione sul futuro della scuola ticinese. Con sfumature diverse, i gruppi politici presenti nel parlamento stanno cercando di approfondire il tema, riflettendo soprattutto sul tema dell’orientamento. C’è chi crede sia necessario che gli allievi sviluppino le loro attitudini e i loro interessi con percorsi opzionali differenziati, in classi più piccole e questo in più materie: saranno le allieve e gli allievi a decidere come orientarsi. Nella proposta del PLR si propone da un lato un approccio più astratto e con obiettivi d’approfondimento. Ad esempio, per l’italiano, per una parte delle ore di insegnamento, competenze letterarie basate sulla dimensione estetica, formale, culturale. Dall’altro, sempre per l’italiano, una formazione linguistica pragmatica e basata su di un uso funzionale e quotidiano della lingua. Quest’ultima proposta mette in discussione il senso di una disciplina, l’italiano, prestato al servizio di apparenti necessità concrete. Ai significati, alle interpretazioni, ai prolungamenti della letteratura non offrirei «l’uso funzionale della lingua» come alternativa anche perché l’uso funzionale non è affatto scontato, e con-

«Essere citoyens non è prerogativa degli intellettuali. Tutti gli usi della parola a tutti»

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In Ticino si è acceso un dibattito relativo agli ultimi due anni di scuola media, ordine scolastico nel quale si tende a integrare una didattica laboratoriale con un numero di allievi ridotto: undici per classe. Nell’orario settimanale della quarta media esiste da 17 anni un laboratorio di scrittura: la percezione dell’esperienza da parte delle/degli insegnanti e da parte di chi osserva queste esperienze anche attraverso colloqui, incontri formativi e visite è piuttosto positiva. Nonostante qualche battuta di spirito sull’analfabetismo diffuso tra i giovani di oggi (che mi è capitato si sentire al bar o in TV) in quasi un ventennio non sono stati pubblicati dati che dimostrassero l’insuccesso di questi laboratori. Per questo motivo nel 2020 è stato introdotto un laboratorio linguistico (due ore settimanali) anche in prima media. Si tratta di momenti privilegiati, ma molto impegnativi nella progettazione, per lavorare sulla scrittura, sulla lettura di testi funzionali e letterari, per riflettere sulla lingua.

siderare una «formazione pragmatica» come soluzione adeguata per coloro che desiderano svolgere un apprendistato è credo riduttivo. Un esempio: nella scuola media è utile per tutti approfondire i concetti di causa, effetto, fine, ipotesi? Direi di sì. Secondo esempio: dell’olocausto scompaiono i testimoni, ma rimangono testi letterari che devono essere letti dai bambini e dai ragazzi. Direi da tutti. Da chi «maneggia» motori, travi, farmaci, provette, mattoni, piani finanziari, cavi elettrici, numeri, leggi, teste, capelli, vite: essere citoyens non è prerogativa degli intellettuali, né degli studenti liceali. Tutti gli usi della parola a tutti. A questo deve tendere la scuola, non per ideologia, ma perché le parole hanno potere. E le parole sono ben situate anche e soprattutto nei testi di grandi autrici, grandi autori. Ogni allieva, allievo potrà cogliere dall’opera significati e restituirli con competenze diverse. Ci sono statistiche spaventose riportate da Maryanne Wolf in Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge (Vita e Pensiero, 2009, p.25), riferite ad un’indagine svolta in California: i bambini «linguisticamente poveri» ascoltano mediamente 32 milioni di parole in meno, rispetto a coloro che crescono in un ambiente familiare favorevole, dove sia possibile leggere, ascoltare storie, comunicare con l’adulto aldilà delle frasi utilitarie». In Ticino le cose non sono molto diverse e il ruolo della scuola credo sia fondamentale, nel sostenere la conoscenza, la cultura. I bambini e i ragazzi poveri nell’uso delle parole saranno adulti molto meno capaci di approfondire un argomento perché non avranno gli strumenti linguistici, le parole giuste per esprimere quei pensieri. ■


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Lib– #01, settembre 2022

La Svizzera accademica è sempre sul «tetto del mondo» e vuole restarci anche in futuro Tempo di lettura 4’42’’

Una chiacchierata tra l’ex rettore dell’Università della Svizzera italiana, Boas Erez e il Presidente PLR Alessandro Speziali, offre alcuni spunti di riflessione sul nostro universo Accademico. Uno sguardo ad un’eccellenza, che non è fatta «solo» di scuole politecniche.

Di Massimo Schira Foto di Gabriele Putzu

«A ottomila metri di quota nella troposfera, la quantità di ossigeno che giungeva al mio cervello era così ridotta che la mia capacità mentale era diventata quella di un bambino ritardato (...). L’orologio indicava l’una e diciassette del pomeriggio. Tutto compreso, avevo trascorso meno di cinque minuti sul tetto del mondo». L’incipit di «Aria sottile», racconto di una tragica ascensione all’Everest dello scrittore ed alpinista statunistense Jon Krakauer, forse non c’entra molto con il tema della formazione, della ricerca e dell’innovazione in Svizzera che l’ex rettore dell’Università della Svizzera italiana Boas Erez ha analizzato in un recente incontro con il Presidente PLR Alessandro Speziali. Pubblicità

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In realtà il concetto di «tetto del mondo» è stato protagonista a più riprese della chiacchierata. Sì, perché la Svizzera, sul tetto del mondo della formazione e della ricerca ai massimi livelli ha un suo posto stabile. Ne è ben cosciente lo stesso Boas Erez, che - forte anche di un’esperienza ad Harvard - basa la sua analisi su diversi elementi. «Dal profilo accademico, la Svizzera si difende benissimo sul piano internazionale - ha sottolineato l’ex rettore dell’USI -. Le 12 università svizzere sono stabilmente tra le migliori al mondo. Si pensa sempre in primo luogo alle scuole politecniche di Zurigo e Losanna, ma in realtà anche le università sono di primo piano, ad esempio quelle di Zurigo e Ginevra. Recentemente in Svizzera sono state vinte due medaglie Fields (il massimo riconoscimento internazionale per la ricerca matematica, paragonabile al premio Nobel, ndr.), una al Politecnico di Losanna e una all’Università di Ginevra. L’Università di Losanna ha appena vinto un premio Nobel e precedentemente era toccato a quella di Ginevra. L’Università di Zurigo vanta anch’essa una solida e prestigiosa lista di premi Nobel. Insomma, siamo sul tetto del mondo e non solo in un campo specifico, ma in diverse discipline». Sui fattori determinanti per questa condizione di assoluta avanguardia internazionale, Boas Erez non ha dubbi: «Ci sono diversi aspetti ha sottolineato -. Da un lato, la lunga tradizione accademica che contraddistingue il sistema svizzero, caratterizzato tra le altre cose anche dal ruolo preponderante dei Cantoni per quanto riguarda le università. Dall’altro il fatto di godere di condizioni quadro molto favorevoli e di beneficiare dell’aiuto del fondo nazionale per la

ricerca. Nel mezzo, la voglia di innovare e l’appoggio di un certo tessuto industriale che sostiene e spinge la ricerca. Ad esempio nel settore della biomedicina, ma non solo in quello. Abbiamo, insomma, tutto da perdere in questo campo». Come dire che, stare sul tetto del mondo - proprio come per Krakauer sull’Everest - non è affatto impresa semplice. Lo conferma lo stesso Erez, che cita un intervento a questo proposito del Presidente del Politecnico federale di Zurigo. «Per arrivare ad essere primi o secondi nella classifica internazionale la ricetta è abbastanza semplice - racconta Erez -: basterebbe «solo» moltiplicare per tre il budget annuo da 1,5 miliardi di franchi della scuola politecnica... La reazione di chi ha ascoltato questa affermazione è stata eloquente: «direi che possiamo accontentarci, per così dire, del dodicesimo posto». La chiacchierata Erez-Speziali ha poi toccato anche un altro aspetto legato al ruolo della scienza nella società moderna, soprattutto partendo dal ruolo preponderante che la scienza stessa ha assunto negli ultimi anni. «La scienza spesso è chiamata a portare soluzioni quando in fondo non ne abbiamo bisogno - ha affermato Erez -. Intendo dire che la scienza è grandiosa, ma dovrebbe stare al proprio posto. Verificare i fatti. Tocca semmai alla politica prendere delle decisioni, anche dal profilo morale.Si è effettivamente un po’ esagerato nel mettere in mano alla scienza le chiavi decisionali in alcune occasioni. Detto questo, la scienza si sta sviluppando in modo meraviglioso e tutti dovremmo avere una cultura scientifica migliore rispetto a quella che abbiamo». È una delle ricette per restare sul «tetto del mondo». ■


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«Purtroppo oggi il Ticino non è più una terra per giovani!»

Tempo di lettura 4’05’’

Di Massimo Schira Foto CdT

Formazione, lavoro, problemi economici, disagio sociale, mancanza di spazi aggregativi. La fotografia di Edo Carrasco. Dal suo osservatorio della Fondazione Gabbiano, che dirige dal 2005, e dove si occupa di prevenzione e progetti in favore di giovani e giovani adulti, Edo Carrasco non ha dubbi nello «scattare una fotografia» della situazione attuale per i giovani in Ticino. E risponde laconico: «No, purtroppo il Ticino non è più una terra per giovani. E i motivi sono diversi». È l’inizio di un’analisi a 360 gradi su un problema estremamente attuale e che richiede una reazione rapida. Edo Carrasco. Quali sono, allora, i motivi che rendono il nostro cantone una terra poco adatta ai giovani? «Al di là dei problemi sociali, scontiamo prima di tutto un deficit di attrattività economica. E mi spiego: i giovani accademici, quelli che vanno a studiare nel resto del Paese, poi non rientrano. E questo, a sua volta, è da far risalire a due ragioni. La prima è che la formazione nella Svizzera tedesca e romanda è (e resta) di ottimo livello. Il che ci suggerisce di rimbalzo che la nostra possiamo migliorarla. La seconda ragione è finanziaria. Un laureato che lavora a Zurigo o a Losanna, nella stessa funzione, guadagna tra il 20 e il 40% in più rispetto al Ticino. E non sempre tutti i parametri del costo della vita sono così distanti come si crede». E per gli altri? Giovani non significa per forza laureati... «Più in generale, vanno aumentate le opportunità. Non solo in termini di percorsi di formazione, ma anche, forse soprattutto, riuscendo a offrire ai giovani un ventaglio più ampio di percorsi professionali e di apprendistato. Il Cantone ha investito bene in progetti formativi, ma è necessario che con le aziende si faccia ancora di più. Osservando i dati, dal 2012 al 2021, la disoccupazione non è praticamente aumentata, ma i giovani occupati sono scesi da 17’000 a 14’200. Ciò significa che ci sono meno opportunità di lavoro ed è lì che bisogna agire!». Invece, in termini di socialità? «Un altro problema è rappresentato dagli spazi

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aggregativi. Che mancano in modo evidente, soprattutto nelle città. Non ci sono posti in cui uscire la sera con gli amici spendendo cifre ragionevoli o in luoghi informali frequentati da giovani e poter scambiare piacevoli momenti di vita. Per questo servono spazi aggregativi veri e città capaci di accogliere questi bisogni». Durante la pandemia, molti si sono accorti tardi del forte disagio giovanile. E adesso facciamo i conti con l’onda lunga. Quali conseguenze vede? «È come di fronte ad uno Tsunami: quando le acque si ritirano, lasciano dietro di sé le tracce. Ecco, siamo in questa fase. Sono piuttosto preoccupato, perché dobbiamo fare i conti anche con conseguenze psichiche. C’è poi anche un problema di natura economica, perché molti hanno scelto una scuola, ma ora si ritrovano in una zona grigia. Mi aspetto quindi una crescita nei prossimi

due anni della disoccupazione giovanile e della necessità di aiuti sociali per i giovani». Ci sono molte serie, ad esempio su Netflix, che parlano di giovani, ma criticano il ruolo dei genitori. Ecco, i genitori, oggi, sono all’altezza della loro «missione»? «Senza dubbio il contesto sociale delle famiglie è molto cambiato negli ultimi 20 anni. È evidente che il modello di riferimento è diverso, i valori sono diversi. La società deve quindi ritrovare i suoi equilibri. E non è semplice, perché la famiglia rimane una componente centrale e non può delegare il suo ruolo educativo alla scuola. Bisogna dedicare tempo ai figli e non è facile farlo, vuoi perché manca il tempo, vuoi perché il tempo manca per motivi economici. Bisognerà cambiare l’organizzazione famigliare e ci vorrà del tempo. Potremmo iniziare col guardare cosa succede a Nord delle Alpi…» ■


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Sebben che siamo donne

Lib– #01, settembre 2022

«Viviamo e lavoriamo per la giustizia» Oggi Carla Del Ponte Tempo di lettura 10’03’’

Di Matilde Casasopra Foto di Chiara Zocchetti

«Sebben che siamo donne» è una canzone diventata un inno. Ma è anche il titolo di questa rubrica che, mese dopo mese, vuol farvi conoscere una serie di donne davvero molto speciali. Fine Ottocento. La seconda rivoluzione industriale è partita da poco (1870), ma il lavoro di semina e raccolto nei campi è quello di sempre e, soprattutto nelle risaie, sono le donne ad essere impiegate da mattino a sera per pochi spiccioli. Sono proprio le donne a dare il «la» ad una rivoluzione che unirà lavoratrici e lavoratori in una lega che condivide aspettative e rivendica giustizia. «Sebben che siamo donne» diventa una canzone che si trasforma in inno. «Sebben che siamo donne» è il titolo di questa rubrica che, mese dopo mese, vuol farvi conoscere donne davvero speciali. Sintetica, precisa, essenziale. Così era quando, come giudice istruttore, Carla Del Ponte entrò in Procura a Lugano. Così è stata per tutti gli anni che l’hanno vista, una valigia dopo l’altra, lasciare il Ticino per Berna, Berna per l’Aja e, da qui, spostarsi per tutto il mondo fino ad avere un ufficio a New York, nel palazzo che ospita l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Così è stata quando ha raggiunto l’ Argentina come ambasciatrice svizzera. Così - sintetica, precisa, essenziale - lo è stata anche in occasione dell’ultimo atto della sua vita pubblica, nel settembre del 2017 quando, denunciando il «trionfo dell’impunità totale in Siria» definendolo «inaccettabile» riconsegna il mandato di magistrato della Commissione d’inchiesta dell’ONU sulla Siria conferitole nel 2011. Ed è così - sintetica, precisa, essenziale - che l’abbiamo ritrovata nel 2022, nel suo libro «Per la giustizia». Sa che in libreria c’è una pila dei suoi libri che viene alimentata costantemente? Carla Del Ponte, sorride. «Sono proprio contenta. Ho accettato di presentare questo libro anche in italiano perché il ricavato andrà a una fondazione che si occupa dei bimbi siriani». Non è un caso. La Siria ha un retrogusto amaro nella vita di questa donna, di questa magistrata, che in quali-

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tà di procuratrice ha operato per garantire giustizia ai cittadini vittime di coloro che hanno fatto strame delle leggi internazionali e del proprio Stato. «Nessuno, però, sembra interessato al diritto alla giustizia dei popoli della Siria. Così ho deciso di gettare la spugna. Come procuratore straordinario per la ex-Jugoslavia, ho capito in modo inequivocabile che, per le vittime, una condanna di chi ha calpestato la loro e l’altrui vita è importantissima. Continuare in Siria sarebbe stato un ignorare questa consapevolezza». La giustizia si realizza nella condanna? «In uno Stato di diritto sì. A volte è difficile capirlo e crederlo. Per questo non dimenticherò mai la madre bosniaca che fu ripetutamente violentata e che, in seguito, fu costretta ad assistere all’omicidio dei suoi tre figli eseguito con il coltello che le avevano intimato di andare a prendere in cucina. Venne a parlarmi per chiedermi che il processo si svolgesse davanti alla Corte internazionale. Così fu e quando l’autore fu condannato a 27 anni da espiare quella donna tornò. Mi abbracciò e mi disse: grazie. È lì che ho capito la potenza della giustizia. So anche che se fosse capitato a me non avrei avuto la forza di quella donna». E, diciamocelo, Carla Del Ponte non è certo una donna fragile. Scampata nel giugno del 1989 a un attentato nella casa di Palermo di Giovanni Falcone (con il quale collaborava da anni) una decina d’anni dopo si trova a vivere a Mosca, come procuratrice federale, una situazione che ha i contorni della Spy story. Motivo del viaggio a Mosca: il «caso FIMACO», ovvero la Financial Management Company Ltd, società diventata famosa

per una serie di scandali legati ai fondi di prestito del FMI (Fondo monetario internazionale). «Il procuratore generale russo Yuri Skuratov ed io avevamo organizzato un incontro per uno scambio di documenti e informazioni su persone coinvolte appunto nel «caso FIMACO». Skuratov mi disse che era meglio organizzarlo fuori Mosca e così fu. A riunione in corso arrivarono i militari inviati dal ministro degli affari interni della federazione russa - se non sbaglio Sergej Stepašin (30 marzo 1998 - 12 maggio 1999) - che da lì mi hanno prelevata. Io avevo pure provato a dir loro che prima finivo la riunione e poi li avrei seguiti,

«Il mio libro in italiano finanzierà una fondazione per i bimbi siriani»

ma… non è servito a nulla. Mi hanno fatta alzare e, di lì a poco, caricata su un’auto nera che, su un’autostrada deserta perché bloccata al traffico, stava sfrecciando verso Mosca. Mi sono detta che, con queste premesse, era meglio tenere i nervi saldi e informare l’ambasciata svizzera. Così ho telefonato chiedendo all’ambasciatore di farsi trovare davanti al ministero degli interni. Quando sono arrivata lui era lì: piuttosto pallido e tirato.


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Spilli Spilli Spilli Spilli

Io… decisamente più tranquilla visto che non ero più sola. Siamo entrati: i militari, l’ambasciatore ed io. Ad attenderci, in una sala con un lungo tavolo dietro il quale sedevano una quindicina di persone, il ministro in persona. «Adesso lei mi consegna i documenti che ha portato per Skuratov». «Non glieli posso consegnare - gli ho risposto perché non li ho più». Il seguito è stata una filippica in russo, urlata a pieni polmoni. Non ho capito cosa mi abbia detto, ma… penso di averlo intuito. Poi con l’ambasciatore, ci hanno congedati. Quella notte non ho dormito in hotel, ma in ambasciata». Ha avuto paura? «Sì, inutile negarlo». E il procuratore Skuratov? «Non so se ha avuto paura. So che, di lì a pochi mesi - a febbraio del 1999 - è stato rimosso dal suo incarico di procuratore generale. Poi, visto che aveva iniziato ad indagare su personaggi piuttosto in vista - Boris Eltsin, certo, ma anche Vladimir Putin - con un video, diciamo così, sospetto, è stato screditato pubblicamente. So che io ho avuto paura anche per lui e così ho telefonato al nostro ministro degli esteri - allora Flavio Cotti - e gli ho chiesto di intervenire per tutelare Skuratov. Non so cosa abbia detto o patteggiato con il suo omologo russo. So che Skuratov, lasciata la procura, ha potuto insegnare all’università». È, questo, uno dei tanti episodi che costellano la vita di Carla Del Ponte, una vita per la giustizia, ma anche una vita sempre all’attacco: del crimine, della corruzione, dell’ingiustizia. L’ha fat-

Sebben che siamo donne Spilli

Lib– #01, settembre 2022

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Indesiderabile sarai tu

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Di Duchessa Regresso Foto di Karsten Winegeart

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to in Ticino, dove ha vissuto gli anni Ottanta, quelli degli omicidi facili: da quello dell’orefice di Viganello, morto nel 1981 per mano di due giovani alla ricerca di soldi per un po’ di droga, a quello della direttrice del Casinò Kursaal, uccisa il 15 agosto del 1985, alla strage del marzo 1992 quando il Ticino visse una notte da incubo e un risveglio da trauma. L’ha fatto a Berna dove Arnold Koller, responsabile del dipartimento federale di giustizia e polizia, la chiama nel 1993 per coprire il ruolo di procuratrice federale. «Sapevo che la situazione era di quelle complicate. Si era in pieno scandalo delle schedature. Ricorda? Le quasi 900’000 persone sorvegliate a loro insaputa. Non era un buon momento, ma… era pur sempre un lavoro di procuratore e così ho detto sì. La mia prima valigia l’ho fatta per Berna ed è nel mio ruolo di procuratrice federale che ho conosciuto, a Davos, Kofi Annan, il segretario generale dell’ONU, colui che mi ha proposto per il ruolo di procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia». E non è che in quei Paesi si sia fatta solo degli amici… «No, direi di no. Soprattutto non me li sono fatti tra i potenti…». I potenti… lei ne ha conosciuti molti. «Sì, direi che, nei miei anni di lavoro, li ho proprio conosciuti tutti». Nessuno che l’ha evitata? «Due persone soltanto: Papa Woytila e Angela Merkel. Quest’ultima non so perché. Il papa penso mi evitasse perché sapeva che volevo che si attivasse per impedire che Ante Gotovina potesse essere ospitato nei conventi croati». C’è qualcosa che, tra i suoi ricordi, la fa sorridere? «Sicuramente la mia partenza per l’Aja, nel settembre del 1999, con una sola valigia, quasi andassi in vacanza o, ancora, la telefonata con la quale Kofi Annan mi consigliava di non andare in Montenegro. «Ci è arrivata notizia che se ci vai Milosevic ti fa arrestare». È stato come dirmi di andare e… infatti sono partita. Bagaglio: lo spazzolino da denti e il dentifricio che, se mi avessero arrestata…» Frammenti di una vita per la giustizia. La vita di una donna sintetica, precisa, essenziale. ■

Spilli

«Se a Mosca ho avuto paura? Sì, inutile negarlo. Quella notte ho dormito in ambasciata»

Prima di tutto vennero a prendere i pedofili e i mariti violenti, e nessuno protestò, perché le donne e i bambini non si toccano, neanche con un fiore. Poi vennero a prendere tossici e spacciatori: fui sollevato, perché nel quartiere cominciavo a sentirmi un po’ meno sicuro. Poi vennero a prendere gli ultras, e anche in quel caso nessuno protestò … a me la notizia arrivò con un certo ritardo, perché è da un pezzo che le partite le guardo alla TV. Poi vennero a prendere quelli che adesso chiamano «negazionisti» del cambiamento climatico: mi sembrò un po’ esagerato ma non dissi niente, perché comunque guido una Prius e la mia parte la faccio. Poi con la pandemia vennero a prendere i «no vax», e anche in questo caso mi stava bene - non ho mai capito tutta questa cagnara solo per evitare un paio di punture. So che poco tempo fa a Lugano sono venuti a prendere anche Fabri Fibra, per una storia di canzoni scritte vent’anni fa; ma io ascolto Bach, mica questa musica da disagiati. Quando hanno iniziato a venire a prendere chi si rifiutava di usare i «pronomi inclusivi», ho capito che era il momento di chiudere i profili sui social e diradare le uscite al bar. Sembra che prossimamente verranno a prendere anche chi mangia la carne, chi viaggia con l’aereo, chi spara fuochi d’artificio e chi lascia uscire di casa il gatto, che poi fa strage di uccellini.

Fino a qui per me è andato tutto bene, ma inizio a preoccuparmi: ho paura che prima o poi commetterò anche io uno sbaglio. E il giorno in cui verranno a prendermi, mi sa che non ci sarà rimasto nessuno per protestare. Videosorveglianza, riconoscimento facciale, DASPO, intercettazioni telefoniche, braccialetti elettronici con GPS, profilazione del DNA, castrazione chimica, tazer, proiettili di gomma. Ci scandalizzerebbe se queste «innovazioni» fossero applicate a noi gente normale. Quando però questi stessi strumenti di controllo fanno il loro ingresso nella vita quotidiana in modo discreto, selettivo, prendendo di mira solo una frangia di indesiderabili, eccoli allora recuperare l’innocenza e ricevere un’accoglienza festosa, in nome della sicurezza di tutti noi gente normale. Il fatto è che le misure repressive hanno la pessima abitudine di sfuggire al controllo dei loro ideatori. Come le armi chimiche nei film d’azione, prima o poi escono dal laboratorio dello scienziato pazzo e dilagano, ritorcendosi contro la stessa società che avrebbero dovuto proteggere. Prima di invocare riduzioni delle libertà personali, perciò, faremmo sempre bene a tenere a mente i loro effetti collaterali. E soprattutto, il tempo sorprendentemente breve che a volte basta a una persona per scivolare dal campo della gente normale a quello degli indesiderabili.


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Le buone idee del PLR

Lib– #01, settembre 2022

«Questa è un’iniziativa che valorizza molto le donne»

Tempo di lettura 2’47’’

Di Ivan Braia Foto di Edu Lauton

La Presidente delle Donne PLR commenta il successo dell’iniziativa sull’imposizione individuale, appena consegnata all’Amministrazione federale, forte di oltre 110.000 firme che chiedono un regime fiscale più equo per favorire la carriera professionale delle donne. Sei single (uomo o donna poco importa)? E allora i tuoi contributi allo Stato sono calcolati sul tuo reddito annuale. Sei single, ma convivi? È come se vivessi da solo/a. Le cose si complicano se vivi in regime di coppia registrata o sei sposato. A quel punto il tuo reddito viene sommato a quello della compagna o del coniuge e la tassazione schizza alle stelle. È per questo che a ottobre 2020, in piena pandemia, le Donne PLR svizzere si sono riunite decidendo di lanciare una raccolta firme per un’iniziativa fondamentale per le pari opportunità e per il futuro della nostra economia. Obiettivo: donne e uomini tassati indipendentemente dal loro stato civile. L’iniziativa si basa sul presupposto che le donne non ricoprono un ruolo di secondo rango sul mercato del lavoro, ma nell’attuale sistema le discriminazioni sono importanti. Un esempio? Il lavoro part-time - necessario a molte donne per far fronte agli impegni di casa e lavoro - si traduce in salari e pensioni ridotte e meno possibilità di far carriera. «L’iniziativa è un passo importante verso il futuro - ci dice una raggiante Susanne VincenzStauffacher, presidente delle Donne PLR svizzere e prima firmataria dell’iniziativa - Con que-

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sta iniziativa si metterà la parola fine alla penalizzazione matrimoniale, ma non solo, perché si andrà ad agire anche sull’occupazione femminile sul mercato del lavoro. Due piccioni con una fava perché - spiega - quando le coppie diventano genitori, nella maggior parte dei casi sono le donne a dover ridurre le ore di lavoro o addirittura abbandonare completamente la loro occupazione». Motivi, questi, condivisi non solo dalle donne liberali, ma anche da personalità di altri schieramenti politici: l’ex consigliera federale Ruth Metzler (Centro); il consigliere agli Stati Daniel Jositsch (PS); il presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori Valentin Vogt e Adrian Wütrich, presidente di Travail.Suisse. E Vincenz-Stauffacher, precisa: «Sia chiaro. Non si tratta di un’iniziativa vittimistica. Abbiamo preferito concentrarci sulla perdita di potenziale che l’economia sta sprecando a causa del sistema fiscale piuttosto che vittimizzare le donne. Siamo convinte che le donne hanno molto da offrire dal punto di vista professionale e sono in grado di contribuire in maniera importante alla nostra prosperità». Detto in altri termini: concentrarsi sulle forze anziché sulle debolezze. ■


Lib– #01, settembre 2022

Il personaggio

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Giovanni Kappenberger: «Sì, possiamo sfruttare anche i laghi glaciali»

Di Massimo Schira Foto di Giovanni Kappenberger

È sceso da poche ore dal «suo» Basodino. E i dati che porta con sé sono sconfortanti: «Penso che supereremo i dati di fusione del ghiaccio del 2003, anche se probabilmente quest’anno non raggiungerà il record assoluto di temperatura. Solo quest’estate, il ghiacciaio del Basodino ha perso 3-4 metri di spessore. Fino a qualche anno fa, stimavo che la sparizione del ghiacciaio sarebbe stata questione di 10-20 anni. Adesso tutto si è accelerato, la prospettiva è tra i 5 e i 10 anni». Per il glaciologo Giovanni Kappenberger l’attuale evoluzione climatica non è certo una novità. Nel senso che da anni con il suo lavoro e la sua conoscenza del territorio cerca di sensibilizzare il più possibile su una situazione che non esita a definire «drammatica». A rendere ancora più difficile la vita dei ghiacciai alpini, lo scorso inverno ci si è messa anche la mancanza - un po’ dappertutto - della «normale» copertura nevosa. «Rispetto al 2002-2003 la differenza principale è proprio quella - conferma il glaciologo -. Quella poca neve che ha ricoperto i ghiacciai, con le alte temperature, è sparita molto in fretta. Il che ha portato il ghiaccio ad essere esposto direttamente al calore. I risultati sono li da vedere». A livello politico, le attuali discussioni sono incentrate sull’iniziativa per i ghiacciai (e relativo controprogetto del Consiglio federale), con l’obiettivo di azzerare le emissioni di CO2 della Svizzera entro il 2050. «Dal mio osservatorio posso certamente dire che la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è la via giusta - osserva Kappenberger -. Credo però anche che gli orizzonti siano troppo lunghi. Le emissioni continuano a registrare valori in crescita sul piano globale e quindi la prima cosa da fare dovrebbe essere fermarsi. Per poi ridurli. Ma non mi faccio grandi illusioni, perché gli interessi in gioco sono molti e il freno verso il

cambiamento è evidente. Perché le leggi per migliorare la situazione vengono anche proposte, ma se poi vengono bocciate... In Svizzera potremmo dare il buon esempio, ma finché si ritiene che la crescita economica anche solo quantitativa sia sana (invece di quella qualitativa), ecco che sorgono evidentemente problemi». Anche perché, sottolinea Kappenberger, «l’uomo è abitudinario e accetta di cambiare soltanto quando la situazione diventa davvero traumatica e insostenibile. Quando non si può scegliere». Il rapido scioglimento dei ghiacciai alpini sta però anche generando alcune nuove prospettive. Ne è convinto, un po’ a sorpresa, anche lo stes-

«L’uomo è molto abitudinario, accetta il cambiamento solo quando non può scegliere»

so Kappenberger. «Io in realtà sono fondamentalmente un po’ verde - afferma -, ma vedo anche l’opportunità di sfruttare il potenziale dei laghi che si formano nelle zone in cui i ghiacciai si ritirano. È una risorsa importante di acqua in alta quota che può essere utilizzata per la produzione di energia e quale «fonte» per il pompaggio. Attualmente si insiste parecchio sull’energia solare, che secondo me rappresenta uno dei settori su cui puntare. Ecco, partendo dalla disponibilità di questa acqua in quota un po’ inattesa, si potrebbe pensare a centrali di pompaggio che utilizzano l’energia solare per funziona-

re e per poi produrre energia idroelettrica. Mi sembra una soluzione quanto meno intelligente e fatico a capire le molte resistenze che si sono sollevate di recente dopo che si è iniziato a discutere del tema». Proprio la formazione di questi laghi glaciali è stata all’origine dell’ultimo libro di Giovanni Kappenberger, «Gli iceberg del Gerenpass - Poetica del ghiaccio» (Salvioni Edizioni). «Si tratta di un evento eccezionale e probabilmente unico - afferma l’autore -, che testimonia il passaggio da ghiacciaio a lago. In una prima fase, il lago sul Gerenpass si è formato sulla superficie ghiacciata, per poi diventare un lago vero e proprio. A quel momento si sono formati gli spettacolari iceberg che documento nel libro. Non a caso, parlo di poetica del ghiaccio nel sottotitolo. Significa che anche in una fase di cambiamento come quellache viviamo attualmente e in mezzo a tanti cambiamenti negativi, ci sono delle opportunità, delle cose positive. Penso sia un buon messaggio anche per i giovani». Accanto al caldo che sta accelerando in modo estremo lo scioglimento dei ghiacciai, la carenza di acqua rappresenta infatti un altro aspetto centrale per la politica energetica (e climatica) di un Cantone come il Ticino. «Dal mio osservatorio, posso dire che i ghiacciai sono soltanto degli indicatori che mostrano che qualcosa di davvero grosso sta cambiando, che qualcosa di importante sta avvenendo - conclude Giovanni Kappenberger -.In Ticino e nelle Alpi rimaniamo per certi versi privilegiati anche in questa situazione, perché le precipitazioni possono cambiare di intensità, ma ci sono e l’acqua tutto sommato rimane parecchia. Vivremo insomma situazioni spiacevoli, ma meno che altrove, anche se i ghiacciai sparissero. Il discorso, però, non è soltanto ticinese e alpino. Lo sappiamo». ■


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Il personaggio

Lib– #01, settembre 2022

Ajla Del Ponte

Quella ragazza della porta accanto, ma così speciale. Dietro le quinte di successi e insuccessi di un’atleta che ha deciso di non mollare mai. Di Ellade Ossola Foto di Chiara Zocchetti


Lib– #01, settembre 2022

Il personaggio

Divorava libri fantasy, sognando di diventare un’esploratrice ed emulare le gesta di Indiana Jones quando, da piccola, giocava nei boschi di Bignasco. L’interesse per l’archeologia e la storia le è rimasto tanto da scegliere Storia e Italiano come indirizzo di studio. L’amore per l’atletica è invece stato preceduto da quello per il pattinaggio artistico. Dopo un 2021 straordinario, Ajla Del Ponte quest’anno ha vissuto mesi complicati a causa di un infortunio. La gestione di questa situazione, affrontata con la sua proverbiale tenacia, per lei è stata una vera lezione di vita. Diversi atleti, negli ultimi mesi, hanno parlato apertamente di salute mentale, di quello che succede quando mente e corpo non sono più connessi. Come è stato vivere un momento di crisi sulla propria pelle? «Ho dovuto vivere la situazione per capirla fino in fondo. Pensavo sarei riuscita a gestire bene la pressione che mi sono imposta alla ripresa degli allenamenti - da detentrice del record

«Vivo le emozioni in modo estremo. È la mia benedizione e anche la mia maledizione»

svizzero e da quinta nella finale olimpica - e invece mi stava schiacciando. C’erano periodi in cui continuavo a piangere e pensavo che fosse una disgrazia che vivevo solo io. Quando ho deciso di uscire dal mio guscio e di confrontarmi con altri atleti ho capito di non essere la sola». Ajla Del Ponte vive le emozioni negative in modo estremo come quelle positive? «Sì e questo è la mia benedizione ma anche la mia maledizione. Sono un libro aperto». Hai sempre sottolineato la forza delle donne della tua famiglia: dei veri pilastri nella tua vita, una caratteristica che ti è

servita quest’anno? «Il 2022 è un anno complicato anche per la mia famiglia, e ho avuto la riprova della loro forza. Mia mamma è andata in Bosnia, per assistere sua sorella. Le mie nonne, sia quella pa-

«La voglia di battermi sempre a prescindere viene dalle mie origini balcaniche»

terna sia quella materna, continuano ad andare avanti, a sostenere la famiglia, pur essendo anziane. Questa energia che riescono a trovare in ogni situazione, per me è una vera fonte di ispirazione». Tu sei molto legata alla Svizzera. Quale parte di Ajla rispecchia invece la cultura balcanica? «Per me ogni giorno è una continua scoperta di queste radici. Sono cresciuta in Svizzera e non ho avuto la possibilità di approfondire la storia della Bosnia. In famiglia abbiamo parlato poco della guerra. Quest’anno, poco prima che iniziasse il conflitto attuale tra Russia e Ucraina, ho letto un libro sulla guerra nell’ex-Yugoslavia. La guerra in Ucraina mi ha spinto ad approfondire quello che era successo nei Balcani. Il legame con la terra c’è, perché quando eravamo piccoli andavamo a casa dei nonni. Caratterialmente, lo dicono sia mio padre sia il mio allenatore, questa voglia di battermi sempre a prescindere viene dalle mie radici balcaniche. Sento di averla, è dentro di me». Qual è invece l’origine di questa paura costante di deludere gli altri, che spesso esterni durante le interviste quando le cose non vanno bene? «Penso di aver preso da mia mamma, che scherzosamente chiamiamo la crocerossina. Essendo un medico probabilmente nel suo caso è una cosa innata. Pratico lo sport per me stessa, ma ci sono persone che vivono delle emozioni quando mi vedono in pista. Quando i risultati non sono quelli attesi, penso anche alla delusione che potrebbero provare loro». Hai l’impressione di non bastarti mai? «Esatto. Già a scuola ero così. Se ricevevo un 5,5 e non era un 6 non ero contenta, cercavo sempre di trovare il dettaglio che mi aveva fat-

Biografia Classe 1996, originaria di Bignasco, in Vallemaggia, Ajla Del Ponte è una delle punte di diamante della nazionale svizzera di Atletica leggera per le discipline veloci. Le sue specialità sono i 100 e 200 metri piani, la staffetta 4x100 all’aperto e i 60 metri indoor, gara dove nel 2021 ha conquistato il titolo europeo. Tra i suoi risultati di maggiore prestigio c’è certamente il 5 posto alle Olimpiadi estive di Tokyo nei 100 metri, dove è stata la prima europea in una finale dominata dalle giamaicane. Il suo miglior tempo personale è certamente il 10’’90 sui 100 metri, ottenuto lo scorso anno a La-Chaux-de-Fonds.

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to perdere quel mezzo punto. Essere perfezionista non ti rende la vita facile, specialmente quando le cose non girano … anzi». Quanto è importante avere questa immagine della «ragazza della porta accanto» mai sopra le righe? «È quello che ho sempre voluto. Quando torno a Bignasco il villaggio di 300 abitanti dove sono cresciuta, voglio potermi comportare come quando avevo 8 anni. Non potrei mai guardare le persone dall’alto al basso solo perché ho avuto successo nello sport, non sarebbe la vera Ajla». La tua discrezione con i media - non li hai mai cercati - ti è stata di aiuto in questa stagione un po’ più complicata? «Quando vinci sei molto richiesta, quando sei in difficoltà un po’ meno. Cionostante penso che anche per i media potrebbe essere interessante capire i momenti di crisi di un atleta e mostrare al pubblico anche il rovescio della medaglia, e farlo non perché c’è una ricerca di

«Spesso si dimentica che corpo e mente sono legati indissolubilmente»

attenzione da parte dell’atleta, ma per sensibilizzare. Il corpo e la mente sono due fattori legati indissolubilmente e questo a volte lo si dimentica». Ad un anno da quello straordinario 5 posto nella finale olimpica di Tokyo è mutato il tuo sguardo su quel momento topico? «No e sarebbe stato sbagliato farlo. La pressione conseguita a quel risultato me la sono creata io. Cercavo una finale olimpica e ci sono riuscita. A oggi quella gara è la mia motivazione per ritornare a quel livello. Non so se ci riuscirò quest’anno o nel 2023, ma lotterò per riuscirci». ■

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Economia

Lib– #01, settembre 2022

Riformare un’imposta per rilanciare il mercato svizzero e l’intera piazza economica Tempo di lettura 5’58’’

Di Samuele Vorpe Foto di Giorgia Von Niederhäuseer

Il 25 settembre il Popolo sarà chiamato ad esprimersi sulla riforma dell’imposta preventiva. Ma che cos’è l’imposta preventiva e in che cosa consiste la riforma? Lo spiega Samuele Vorpe, Professore e Responsabile del Centro competenze tributarie della SUPSI.

L’imposta preventiva è un’imposta di garanzia che viene riscossa dal debitore della prestazione e che colpisce determinati redditi da capitali mobili (interessi, averi di clienti, dividendi e i redditi da investimenti collettivi di capitale), prestazioni assicurative e vincite alla lotteria. Il debitore della prestazione ha l’obbligo per legge di trattenere il 35% e versarlo all’Amministrazione federale delle contribuzioni (AFC). Per le prestazioni assicurative, l’aliquota ammonta invece all’8%. Il beneficiario del reddito deve, in un secondo momento, dichiarare il reddito assoggettato all’imposta preventiva, affinché possa recuperare l’imposta. In caso contrario, si perde automaticamente il diritto al rimborso, ma non solo: si commette anche una sottrazione d’imposta passabile di multa e recupero delle impo-

«La finalità dell’imposta preventiva è incentivare a dichiarare redditi e sostanza» ste, interessi di ritardo compresi. Da qui nasce la funzione di garanzia dell’imposta preventiva, legata in particolare al segreto bancario che non permette al fisco di accedere alle informazioni bancarie del contribuente. La finalità dell’imposta preventiva è, dunque, quella di incentivare i contribuenti svizzeri a dichiarare redditi e sostanza imponibili. I contribuenti esteri, invece, che hanno investi-

to il proprio denaro in Svizzera hanno diritto ad un rimborso integrale o parziale dell’imposta preventiva, a dipendenza della convenzione per evitare le doppie imposizioni (CDI) eventualmente in vigore tra la Svizzera ed il loro Stato di residenza. Nei casi in cui non vi fosse alcuna CDI, l’imposta preventiva non verrebbe rimborsata e costituirebbe un onere definitivo (questo accade, ad esempio, nei rapporti con il Principato di Monaco). Acquisito il meccanismo dell’imposta preventiva, veniamo ora alla riforma in votazione il prossimo 25 settembre. È risaputo che l’imposta preventiva può causare degli svantaggi per il mercato dei capitali di terzi in Svizzera: si pensi, in particolare, alle attività di finanziamento esterno ai gruppi, come l’emissione di obbligazioni, sia alle attività di finanziamento interno ai gruppi societari. Questo poiché gli interessi corrisposti sulle obbligazioni delle società svizzere sono sempre assoggettati al 35%. Di conseguenza, gli investitori non scelgono le obbligazioni svizzere, poiché il rimborso presuppone un certo onere amministrativo. Non da ultimo, vi è uno svantaggio, non indifferente, in termini di liquidità che si verifica nell’intervallo di tempo tra la riscossione e il rimborso dell’imposta preventiva. L’investitore, infatti, si trova privato per un certo periodo di tempo del 35% del suo reddito. Ne consegue una minore attrattività per le obbligazioni svizzere se paragonate a quelle estere, la cui imposizione è pari a zero o comunque inferiore al 35%, tasso da sempre considerato come uno dei più elevati al mondo. Non solo gli investitori scelgono altre piazze per acquistare obbligazioni, come ad esempio il Lussemburgo,

ma pure i gruppi svizzeri scelgono di evitare l’imposta preventiva emettendo le proprie obbligazioni attraverso società estere. Tutto ciò si ripercuote negativamente sull’intera piazza economica. Ciò detto, l’obiettivo principale della riforma è quello di rilanciare il mercato svizzero dei capitali di terzi. E come? Prevedendo l’abolizione in larga misura dell’imposta preventiva sui redditi di interessi. È prevista, tuttavia, un’eccezione: l’imposta preventiva sui redditi di interessi derivanti da averi di persone fisiche domiciliate in Svizzera e detenuti presso istituti finanziari (cd. averi di clienti) o presso imprese di assicurazione sottoposte alla vigilanza della FINMA verrà mantenuta. Se, quindi, i beneficiari sono persone fisiche domiciliate in Svizzera, la funzione di garanzia dell’imposta preventiva viene preservata per gli interessi da averi di clienti, venendo invece meno per gli altri redditi di interessi. Tutti gli altri investitori saranno esentati dall’imposta preventiva. Inoltre, relativamente agli investitori esteri la funzione di garanzia verrà assicurata dallo scambio automatico di informazioni. Agli investitori domiciliati all’estero, ritenuto che i redditi di interessi andranno esentati dall’imposta preventiva, non verrà più applicata l’imposta convenzionale secondo la CDI. Ad esempio, secondo la CDI tra Svizzera e Italia, l’imposta applicabile è del 12.5% sugli interessi da obbligazioni. Venendo meno nel diritto interno svizzero il prelievo di un’imposta preventiva su tali redditi, in caso di accettazione,

«Un rifiuto alle urne lascerebbe la Svizzera alla situazione del 1943» cadrebbe di conseguenza anche il prelievo convenzionale. Una CDI, infatti, non può mai istituire un’imposta; può solo restringere il campo di applicazione del diritto interno dello Stato! Per contenere le possibili perdite di gettito fiscale nel breve-medio termine, il Parlamento federale ha adottato una disposizione transitoria che limita la riforma agli interessi da obbligazioni emesse dopo l’entrata in vigore della nuova legge (verosimilmente il 1° gennaio 2023). L’imposta preventiva sarà, pertanto, abolita per gli interessi corrisposti sulle obbligazioni emesse dopo questa data. Per la Confederazione, la riforma dovrebbe consentire di compensare la diminuzione inziale di gettito fiscale dopo circa cinque anni dalla sua entrata in vigore. Questa riforma è senza dubbio da sostenere, perché consentirebbe di rilanciare la Svizzera sul mercato dell’emissione di obbligazioni. Un rifiuto da parte del Popolo, lascerebbe invece la Svizzera ancorata ad una legislazione che non trova cambiamenti strutturali dal lontanissimo 1943! ■


Lib– #01, settembre 2022

Politica

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Demografia, nuove sfide sociali e cronica mancanza di soldi dietro la crisi dell’AVS Tempo di lettura 4’20’’

Di Redazione LibFoto di Chiara Zocchetti

Riformare il Primo pilastro della previdenza vecchiaia in Svizzera è urgente e necessario di fronte all’aumento della speranza di vita e a casse sempre più in difficoltà. Ne va del futuro dell’intero sistema pensionistico e del livello delle future rendite.

Riformare l’AVS è necessario e urgente. Necessario per rispondere alle sfide di natura demografica, economica e sociale che la previdenza per la vecchiaia già oggi si trova ad affrontare e che sempre più gravose diventeranno nel tempo. Urgente in quanto la situazione finanziaria dell’AVS si sta progressivamente deteriorando. Approvare il progetto AVS 21, in votazione popolare il 25 settembre, costituisce un passo fondamentale per garantire il funzionamento del primo pilastro nel prossimo decennio, nell’attesa che una più ampia revisione dell’intero sistema previdenziale nazionale ne adegui la struttura e la performance alle esigenze di più lungo termine. La popolazione invecchia, l’AVS si confronta con un continuo aumento del numero dei beneficiari di rendite di vecchiaia, con una loro sempre più lunga speranza di vita, con un rapporto fra popolazione attiva e pensionata in rapido deterio-

ramento. Da parte loro, i tassi di interesse negativi, o comunque bassi e gli accresciuti rischi dei mercati dei capitali, limitano la redditività prospettica del fondo di compensazione, riducendone la capacità di bilanciare squilibri temporanei fra i contributi incassati e le prestazioni erogate. Al fine di stabilizzare il primo pilastro, il progetto AVS 21 prevede di armonizzare progressivamente l’età di riferimento per uomini e donne a 65 anni. Mira inoltre a flessibilizzare le modalità di riscossione della rendita, in modo che sia anticipabile fino a due anni e posticipabile fino a cinque anni, rispondendo in tal modo ad una manifesta esigenza di molti fra coloro che si avvicinano all’età pensionabile. Ne deriveranno benefici in termini di minori uscite e maggiori entrate, cui si andrà a sommare un finanziamento supplementare derivante dall’au-

mento dell’IVA di 0.4 punti percentuali (dal 7.7 all’8.1%). Questo in aggiunta ai 2 miliardi annui già assicurati con l’approvazione della RFFA nel 2019 e finanziati in modo paritetico dai lavoratori attivi e dai loro datori di lavoro tramite un aumento del tasso di contribuzione AVS di 0,3 punti. Come noto, l’Unione Sindacale Svizzera, il PS e un certo numero di associazioni femminili hanno indetto un referendum contro il progetto AVS 21, basandosi su tre argomenti: le difficoltà economiche, il divario pensionistico che oggi penalizza le donne, la lotta all’incentivazione a lavorare più a lungo. Un ampio fronte di associazioni economiche e di partiti svizzeri contesta queste motivazioni come estreme e fuorvianti. Nonostante la presenza di compensazioni, è prevedibile che sarà l’onere posto sulle donne a costituire il punto focale del dibattito. I calcoli di impronta attuariale, che giustificano questo provvedimento, sono peraltro chiari. È infine risaputo che il vero problema pensionistico per le donne sta nelle regole del secondo pilastro. L’attività a tempo parziale è infatti ad oggi sfavorita se non addirittura esclusa dalla possibilità di accedere alla previdenza professionale. Sotto il profilo tecnico, il 25 settembre saremo chiamati a votare su due progetti correlati: l’aumento dell’IVA (referendum obbligatorio) e la modifica della Legge federale sull’assicurazione per la vecchiaia e per i superstiti. La storia insegna che, in materia di riforma delle assicurazioni sociali, superare le votazioni referendarie non è semplice. I primi sondaggi di opinione indicano però che il popolo è cosciente dei rischi insiti nel mettere in pericolo la continuità delle prestazioni. Rigettare AVS 21 significherebbe, infatti, incrinare la solidità di quel patto fra generazioni che da sempre è alla base di un sistema previdenziale. Ricordiamo in conclusione che l’Assemblea dei delegati del PLR Svizzero ha preso una chiara posizione sulla riforma AVS 21, accettando il progetto quasi all’unanimità (217 sì e 2 no). ■

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Giramondo

Lib– #01, settembre 2022

Un atteso ritorno ricco di scoperte sull’isola dell’Apocalisse Tempo di lettura 9’11’’

Di Alberto Lotti Foto di xyz

Patmos non è la destinazione ideale per soddisfare le esigenze del turismo di massa. Arrivarci è anche piuttosto scomodo. Ma Patmos brilla di una luce unica, capace di trasmettere vibrazioni e sensazioni che hanno contribuito alla visione di Giovanni. La mia prima visita a Patmos risale agli anni della gioventù e sempre - oggi come allora - vi ho trovato un’energia diversa da tutte le altre isole greche. A quei tempi, come molti miei coetanei, ero solito girare l’Egeo e le coste del Peloponneso e della Ionia seguendo gli itinerari di Teseo e di Omero. Quella volta, invece, giunto al Pireo, mi imbarcai quasi per caso verso una meta cristiana.

Il visitatore respira le atmosfere evocative dei suoi luoghi simbolo

Va chiarito che Patmos non è la destinazione ideale per soddisfare le esigenze del turismo di massa. Le spiagge sono belle ma non sconfinate, la vita notturna è inesistente, i reperti del passato classico assenti. Arrivarci è pure scomodo: ancor oggi, Patmos non ha un aeroporto. I visitatori, però, non mancano, anzi: Patmos brilla di una luce unica, capace di attirare un variegato pubblico. È qui che Giovanni ebbe (o avrebbe avuto) quella visione dell’Apocalisse la cui trascrizione costituisce l’ultimo libro della Bibbia, è qui che nacque una simbologia destinata a durare nei millenni, che ancora oggi ci colpisce e ci seduce. La mente corre ai quattro cavalieri, ai sette sigilli, alle loro drammatiche trasposizioni pittoriche e cinematografiche. Sulla correttezza dell’ubicazione non vi è dubbio alcuno. È lo stesso autore a riferircelo in dettaglio Pubblicità

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BENESSERE del

vota

SI

alla RIFORMA dellʼIMPOSTA P REVENTIVA

in apertura del libro: «Io, Giovanni…mi trovavo nell’isola chiamata Patmos, a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù». Siamo nella metà degli anni 90 dopo Cristo, sotto l’impero di Domiziano, l’ultimo dei Flavi; Patmos è un luogo di confino per agitatori politici. I visitatori Il visitatore che percorre le strade di Patmos respira le atmosfere evocative dei suoi luoghi: una chiesa rupestre costruita intorno alla grotta della visione, un monastero bizantino voluto dall’imperatore Alessio I Commeno nel 1088, lo splendido villaggio di Chora sviluppatosi ai suoi piedi e le oltre 150 piccole chiese sparse per l’isola. Ci si muove ispirati da quel senso di attrazione e di vertigine che, nelle parole di Gianfranco Ravasi, ci deriva dalla stessa apertura del libro. Qui, è più probabile incontrare chi sia in precedenza transitato per le Meteore in Tessaglia, per il monastero «nascosto» del Prodromo (così i greci chiamano il Battista) nel Peloponneso o addirittura per il Monte Athos, piuttosto che per i locali notturni di Mykonos. Si tratta di un turismo colto o quantomeno attratto dalla cultura, misto per provenienza geografica e ancor più per profilo sociologico. Come sempre accade nei luoghi in cui si ritiene siano avvenuti fenomeni «miracolosi», non mancano

neppure i semplici curiosi. Quali che siano le sue motivazioni, una cosa è certa: chi sbarca sull’isola si ciberà non solo di visite a chiese e monasteri, di icone ed affreschi sacri, ma anche e soprattutto di sensazioni, di vibrazioni. È questo il motivo per cui, quale viatico, si raccomanda una lettura preventiva del testo dell’Apocalisse. La sua non immediata né scontata comprensione potrà essere facilitata da un commentario esplicativo. Per chi non fosse un esperto di filologia classica né di storia del primo cristianesimo, si comincerà così con lo sgombrare il campo da equivoci sul significato del termine greco apocalisse e sulla figura storica di Giovanni, allontanando quella nozione atavica che il testo contenga una visione distruttiva del futuro. Se in greco π indica separazione e π significa nascondere, allora l’Apocalisse è il togliere quel velo che copre la verità, quindi la Rivelazione. Per suo conto, Giovanni è sovente identificato con l’Evangelista. Se questo fosse vero, al momento della visione avrebbe avuto circa novant’anni e il suo stile di scrittura sarebbe notevolmente mutato nel tempo. Più probabilmente, Giovanni - detto il Teologo - è invece un autore autonomo, se pur partecipe di quegli stessi ambienti del cristianesimo di Efeso in cui si collocano il IV Vangelo, le Lettere di Giovanni e appunto l’Apocalisse.


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I luoghi sacri La prima tappa della visita consiste immancabilmente nel recarsi alla Grotta dell’Apocalisse. Per rendere l’itinerario più evocativo, si consiglia di raggiungerla a piedi, evitando la strada principale e percorrendo una scomoda ma ombreggiata via secondaria che da Skala sale verso Chora. Al termine della salita, si scorgeranno le mura color bianco calce di un piccolo monastero, detto dell’Apocalisse. Una costruzione del XVII secolo da cui, tramite una scalinata che fiancheggia le celle dei monaci, si scende nella grotta, trasformata in chiesa. Un ambiente piccolo, sacrale, denso di icone. Qui, Giovanni avrebbe avuto la visione. Secondo la tradizione, Dio gli parlò attraverso tre fenditure nella roccia, visibili alzando lo sguardo, che ci fanno pensare alla Trinità. La leg-

Dalle mura del Monastero si gode di una vista imprendibile sul Dodecaneso

genda delle fenditure è talora criticata come indice di superstizione, in particolare da quelle guide «on line» che sconsigliano la visita ai non credenti. I simboli della Trinità costituiscono peraltro una costante dell’arte sacra dell’isola, ne sono esempio due importanti affreschi presenti nel sovrastante monastero di San Giovanni: raffigurano l’Ospitalità di Abramo, il passo della Genesi in cui Abramo

Giramondo

e Sara ospitano tre viandanti, che, sotto forma di angeli, simboleggiano appunto il mistero della Trinità. Nel corso della visita al monastero, dalle cui mura si gode di una vista imprendibile sul Dodecaneso settentrionale e sulla costa turca, molti si soffermano sull’affresco di maggiori dimensioni, quello della cappella della Vergine, che condensa in un’unica immagine forza e mistero. Una volta lasciato il monastero, gradevolissima sarà la visita alle sottostanti case tradizionali di Chora. Insieme a Hydra e a Simi, Chora costituisce uno degli scorci più caratteristici dell’intera Grecia. Fra gli ortodossi, è un luogo gettonato per celebrare il matrimonio religioso, secondo solo a Costantinopoli (pardon, a Istanbul). Fra la gente delle isole Viaggiare significa non solo conoscere le bellezze naturali e i monumenti, ma anche capire le persone. È un’opportunità che mi si è offerta proprio nelle scorse settimane, nell’ambito di un programma di «Corporate social responsibility» attuato da un’organizzazione a me vicina. In una Grecia che pur si è risollevata con forza dalla crisi del 2009-2012 e dall’invadenza della Troika, le isole più lontane devono ancora oggi affrontare molte sfide, fra cui il progressivo spopolamento. Un medico locale mi ha fatto notare che, mentre gli emuli di Richard Gere e Julia Roberts comperano le più belle case di Chora, in molti se ne vanno, chi resta non è nella condizione di formare una famiglia. Ne sono per prime vittime le giovani donne che, nella mancanza di asili e in un contesto patriarcale, non riescono a conciliare lavoro e maternità e di

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conseguenza rinunciano ad avere quei figli che poi non saprebbero come accudire. Di qui la missione del programma: «adottare» dieci isole remote con l’intento di favorire l’assistenza alla prima infanzia anche tra-

Viaggiare non significa solo conoscere le bellezze, ma anche capire le persone

mite apertura di un asilo in ciascuna. A Patmos già si misura la concretezza dei risultati. È però nella vicina Lisso, un’isola adiacente con 700 abitanti, nessun albergo, apparentemente nessuna attività economica salvo il poco turismo, che il giorno dopo sbarchiamo per inaugurare il nuovo asilo. Di fronte ad una ventina di bambini e alle rispettive famiglie, fioccano i discorsi degli sponsor, del ministro della socialità, del sindaco. L’eroe della giornata sarà però il π π , il parroco. Munito di icona portatile e attorniato dai fedeli, canta una interminabile nenia in un greco arcaico, per giunta sotto il sole di 40 gradi. Benedice ripetutamente i presenti: in un’isola povera e contadina, non si usa un aspersorio d’argento, come avverrebbe alle nostre latitudini, ma un ramo di rosmarino. Sì, è nella semplicità di questo gesto che lo spirito di Giovanni il Teologo ancora aleggia nel Dodecaneso settentrionale, un arcipelago da visitare. ■


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Gastronomia

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«A tavola imbandita. Il pranzo (non) perfetto del futurista al grotto» Tempo di lettura 7’02’’

Di Pietro Filippini Foto di Chiara Zocchetti

Riflessione semiseria sul luogo di culto dell’enogastronomia ticinese. Tra sapori semplici, rustici, autentici, anche forti, intensi e ruvidi. Al tavolo dove si incontrano gli statisti e gli espertoni, i disillusi e i soluzionisti. I «migliori di» e tutti i salvatori della patria.

Ci si fosse chinato allora, ai tempi o forse qualche anno più in là del suo - nonché del poeta Fillia Manifesto della cucina futurista d’inizio Trenta, Filippo Tommaso Marinetti avrebbe storto il naso. Seduto, mica tanto comodo, a quei tavoli in granito vivo o legno vivente, il padre del futurismo si sarebbe confrontato con una realtà lontana da quella da lui idealizzata e propugnata. Altroché elogio dell’ottimismo a tavola, perché se «si pensa e si agisce secondo quel che si beve e mangia» (Marinetti), non è al grotto che l’uomo preparava mente e corpo a una vita più aerea e veloce, caposaldo del movimento d’avanguardia d’inizio Novecento. Lo scontro con un certo passatismo intrinseco nel vivere da e al grotto sarebbe stato frontale. E se la sintesi nell’eloquio (denso) sul campo di bocce era garantita, meno, decisamente meno, veniva a tavola. Il quotidianismo (mediocrista? Qui il giudizio è soggettivo) Pubblicità

era pane, sollazzo sì ma anche roba seria. E nel piatto? Poco o niente del futurismo. Né Placafame al salame, acciughe e ananas, né Aerovivande dal sapore di finocchio, il profumo di garofano, al tatto la carta vetrata e il suono di un motore. Non serviva un Percazzottare al peperone e grappa dare il la a uno scambio di cortesie, come per godere di Apparizioni cosmiche bastava l’oste generosa senza ricorrere a barbabietole, rape e capelli d’angelo. E all’Equatore + Polo nord (tuorli d’uova all’ostrica, pepe, sale e limone), ma anche un po’ più là, già si mandava facilmente il dirimpettaio per uno scopone balosso o una bocciata d’autore. Magari con giù un bicchiere (o due…) di quello «buono», che già allora sì, anche i futuristi apprezzavano a mo’ di Polibibite al Quisibeve. Perché qualcosa del Manifesto sfiorava infatti pure il grotto: del carneplastico (polpettona cilindrica di vitello e verdure, spalmata di miele e sostenuta da un anello di salsiccia che poggia su tre sfere dorate di pollo) più avanti (e senza la nobiltà che s’intendeva), del bando alla pastasciutta già allora, ma non perché causa di «fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo» (Marinetti), bensì per vocazione. Oggi perlopiù persa, perché diversa, forse evoluta. E allora cosa rimane nel luogo di culto dell’enogastronomia ticinese del pranzo perfetto raffigurato dal Marinetti? Poco. Forse ancora meno. Questo. La prima (delle undici) esigenze che il futurista aveva per il pranzo perfetto e la sua cucina (tendenzialmente salutista e vegetariana… ahi) risiedeva nell’armonia fra tavola, sapori e colori. Oggi, al grotto, la pietra la fa ancora da padrona, talvolta però svilita da un tovagliato a quadretti che sa di «Hoi zäme» sull’uscio e fa più Oktoberfest che spirito rustico ticinese. Vada ancora per il sottopiatto di carta, giusto per non scheggiare (ma anche se fosse…) piatti, tazzitt e boccalini. Tazzitt e boccalini, ecco, che non sono bicchieri di cristallo né tantomeno ampollosi; quelli lasciamoli ai ristoranti.

Tavola in armonia con i sapori, si diceva, quindi semplici, rustici, autentici, anche forti, intensi, ruvidi. Come la pietra. Non bocconi a sorpresa, fantasiosi né chissacché originali e dai venti sapori in uno, lamenterebbero gli avanguardisti. Ma così è. Vivande da gustare senza posate (invocavano Marinetti e proseliti): pane e formaggio e mazza nostrana, con le mani, per stimolare il piacere tattile prelabiale. Una concessione? Il cucchiaio per il minestrone, a viziarsi, che poi anche col pane ci sa stare e in cucina richiede sapienza e scarsa scienza. E prima ancora che saziare in tavola, deve aleggiare nell’aria e solleticare l’olfatto, il che rinfrancherebbe i futuristi. Profumi che s’intrecciano al tepore primaverile, l’afa estiva mitigata dalla natura che ristora o alla frescura autunnale, che se pungente è attenuata dal fuoco di un camino, il lusso nel rustico. Che dello scoppiettare fa melodia, non solo negli intervalli fra le portate ma nell’accompagnare l’intera sosta, durante la quale anche un canto popolare ha la sua ragione di esistere, al netto delle abilità vocali del (più o meno) improvvisato canterino. Che poi non provi però, come esige il pranzo perfetto, a parlare di politica a tavola. Missione fallita: il grotto è quella tavola rotonda dai patti segreti e le lunghe intese, dove spuntano tutte le spigolature e s’ergono gli statisti e gli espertoni, i disillusi e i soluzionisti. I migliori di e tutti i salvatori della patria. Ma torniamo al piatto del grotto. Semplice, della tradizione, tipico, che di futurista ha ben poco, come detto. Perché alla polenta e al risotto, che oggi hanno il loro posto, si trova talvolta

«Al grotto la pietra la fa ancora da padrona, talvolta però svilita da un tovagliato a quadretti...» pure la pasta: fumo negli occhi. E quel po’ di plastica. Ma non è il plastico delle forme, dell’arte, è la sensazione tattile e di sapore che in alcuni del centinaio di grotti ticinesi pregna vuoi l’affettato, vuoi il formaggio o formaggino. Vuoi, no, a dire il vero. Tuttavia, è una tendenza non così diffusa ma presente, da sradicare al pari di menu «esotici» e anti-tipici. Dal cibo al vino (ticinese, nei grotti ticinesi, no?). E prezzi anti-locali. Giusto pagare il giusto, per il giusto, che fa rima con qualità (dell’offerta, gastronomica e dell’accoglienza). Che poi il grotto mica dev’essere futurista, deve però cercare e trovare il suo posto anche in futuro. Un po’ passatista (ma sì), ma al passo con i tempi, senza tradire sé stesso. O non troppo. Perché il cliente (e gli affari) ha sempre ragione, ma alla ragione si può anche educare. E poi anche il Marinetti, quello del carneplastico, le polibibite e contro la pastasciutta, era filo-vegetariano e astemio. E addirittura beccato a mangiar spaghetti al ristorante. Non sempre chi predica bene ci razzola pure. Ops, scusate, s’era detto niente politica a tavola. Musica. ■


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Consigli di autore

Lib– #01, settembre 2022

«Il bene di un libro sta nell’essere letto»... I suggerimenti dei nostri «ospiti» Tempo di lettura 4’12’’

«Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere». L’aforisma di Gustave Flaubert introduce alla perfezione questa rubrica, che abbiamo voluto intitolare «Consigli d’autore». Non si tratta infatti di recensire libri, quanto di chiedere a chi interviene sulle pagine di questo mensile, di consigliare al lettore un libro imperdibile. Per motivi personali, professionali o per il «semplice» piacere di leggere. Questa prima puntata rispecchia alla perfezione l’intento della rubrica, con consigli adatti a tutte le età e a tutti i gusti. Buona... lettura!

Jacques Pitteloud

Ajla Del Ponte

Luigi Bonanate

Ambasciatore svizzero negli Stati Uniti

Atleta

Professore emerito di relazioni internazionali

«Dominion» - The Making of the Western Mind di Tom Holland. Purtroppo non è ancora disponibile in italiano

I libri per me sono sempre stati un modo per viaggiare con l’immaginazione, per staccare. Non amo molto leggere trattati di filosofia o biografie, prediligo i romanzi. Per me il libro è anche un modo per curarsi, per divertirsi. Un libro che per me è stato importantissimo è «La Storia infinita», che mio papà mi regalò quando avevo 10 anni. Il libro che invece penso si debba leggere nella vita è «Siddartha» di Hermann Hesse, una pubblicazione che ho sempre visto nella biblioteca di mia mamma. È un viaggio, una storia di evoluzione, di transizione che può dare tanto a chiunque.

Non ne può esistere uno solo! Cerco quindi di indicarne almeno due, uno dei più brevi e uno dei più lunghi. Il più piccolo è Il capolavoro sconosciuto, di Honoré de Balzac, e il secondo è La montagna incantata (o magica, secondo la più recente traduzione italiana). Unisce le due opere il dominante senso di sconfitta esistenziale che a un essere umano possa toccare di provare. Il primo caso affronta poeticamente il sogno della realizzazione di un capolavoro e il suo fallimento; il secondo, invece, si interroga sul posto dell’essere umano nella realtà, segnato irrimediabilmente quali che siano i destini di ogni essere umano - dalla malattia intese come metafora del fallimentare destino che a tutti tocca. Il capolavoro sconosciuto costringe il pittore a comprendere l’impossibilità di realizzarlo, e scoprirlo induce drammaticamente l’artista a distruggere il quadro a cui stava lavorando prima di gettarsi tra le fiamme del rogo che aveva fatto delle sue opere. Il sogno della creazione si trasforma dunque in tragedia. La montagna incantata è una storia di malattie e più precisamente, la tubercolosi - a cui Mann affida la consapevolezza dell’impossibilità che la nostra civiltà occidentale sappia «curarsi», per così dire, dai suoi mali, dello spirito ben più che del corpo, benché affidati alle cure (siamo sempre nella metafora) del sanatorio. Insomma, o a livello individuale e personale o a livello universale e collettivo, per l’umanità non c’è speranza di felicità, di amore o di gioia, così come impossibile è realizzare un capolavoro «conosciuto».

«Dominion» The Making of the Western Mind di Tom Holland

Daniele Dell’Agnola Autore di narrativa e docente SUPSI

Per i bambini «Gli uccelli» di Albertine e Germano Zullo, Topipittori 2015. Per i ragazzi «La guerra è finita» di David Almond, Salani 2021. Per gli altri «Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio» di Italo Calvino, Einaudi 1988. Tra meraviglia, incanto, visioni e riflessione.

«La Storia infinita» di Michael Ende

«Siddartha» di Hermann Hesse

Carla Del Ponte ex magistrato

Penso che quello che dovevo leggere l’ho letto. Non ho grandi consigli da dare. Quel che è certo che oggi come oggi consiglierei un bel triller, di quelli che ti permettono di conoscere l’altra faccia della realtà, ma in modo appassionante. Un esempio? «Il potere del cane» di Don Winslow.

«Gli uccelli» di Albertine e Germano Zullo

«La guerra è finita» di David Almond

«Lezioni americane» di Italo Calvino

«Il potere del cane» di Don Winslow

«Il capolavoro sconosciuto» di Honoré de Balzac

Giovanni Kappenberger

«La montagna incantata» di Thomas Mann

Glaciologo e meteorologo

Luca Mercalli, «Non c’è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali (Einaudi, 2020)». Mercalli è bravissimo, è un grande divulgatore e comunicatore. Il suo sito nimbus.it merita di essere visitato e offre spunti di estremo interesse.

Edo Carrasco Stefania Maurizi Giornalista d’inchiesta

James Risen, «Pay any price». Il premio Pulitzer spiega come negli USA dopo la crisi del 2008 il sistema finanziario è mutato, prendendo la strada della guerra. «Pay any price» di James Risen

«Non c’è pi ù tempo» di Luca Mercalli

Direttore della Fondazione «il gabbiano»

Herman Hesse, «Narciso e Boccadoro». Il libro parla di due percorsi opposti, quello di un uomo votato alla religione e uno che si dedica alla vita sfrenata. Facendoci capire l’importanza di star bene con sé stessi. «Narciso e Boccadoro» di Herman Hesse


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Cultura

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Stefania Maurizi Stefania Maurizi è una giornalista d’inchiesta italiana, che ha collaborato con il quotidiano LaRepubblica e con il settimanale L’Espresso. Attualmente scrive per il Fatto Quotidiano. Negli anni si è occupata di inchieste giornalistiche su diversi casi scottanti a livello italiano e internazionale. Maurizi è stata l’unica giornalista italiana a cui il «fondatore» dell’organizzazione WikiLeaks, Julian Assange, ha consegnato tutti i documenti segreti della sua famosa inchiesta. Nel 2011 a questo proposito ha pubblicato il volume «Dossier WikiLeaks: i segreti italiani».

«Solo l’opinione pubblica può salvare Julian Assange... Un uomo molto coraggioso!» Tempo di lettura 4’20’’

Di Ivan Braia Foto di Markus Spiske

A colloquio con la giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi, ospite del Festival Endorfine di Lugano e unica italiana ad aver collaborato con l’organizzazione WikiLeaks alla ricerca delle scomode verità su molte delle democrazie occidentali. È una Stefania Maurizi preoccupata per il suo amico e collega Julian Assange - il fondatore di Wikileaks, organizzazione che ha rivoluzionato il modo di fare informazione e ha portato alla luce alcuni aspetti oscuri dei segreti di Stato - quella che ci risponde al telefono. In questo momento Assange è ancora rinchiuso in una prigione di massima sicurezza nel Regno Unito e lotta per la libertà e contro l’estradizione negli USA da oltre un decennio. «L’aspetto più sconvolgente in questa vicenda è sicuramente il fatto che Assange non è un criminale, ma un giornalista che ha deciso di sfruttare le risorse della rete per rivelare al mondo i cortocircuiti delle democrazie occidentali», spiega la giornalista, unica italiana ad avere avuto accesso a tutti i dossier di Wikileaks. Di fronte a questa situazione, sorge spontanea una domanda: cosa spinge un giornalista a rischiare la propria incolumità? Stefania Maurizi è un fiume in piena: «il dovere di raccontare e rivelare fatti gravi come i crimini di guerra, perché l’opinione pubblica ha il diritto di sapere quello che è realmente accaduto in Iraq, Afghanistan o a Guantanamo». Il giornalista, spiega Maurizi, di fronte a queste scoperte ha due possibilità: girarsi dall’altra parte e fingere che niente sia accaduto oppure pagare il prezzo e avere

il coraggio di raccontare i fatti accaduti. «Julian Assange, come tutti i giornalisti che hanno partecipato al dossier Wikileaks hanno deciso di non voltarsi e di affrontare la verità, rischiando la loro incolumità - afferma -. Per uccidere Assange, ad esempio, la CIA ha preparato un piano…» C’è quindi da chiedersi: chi è davvero Julian Assange? Maurizi riparte spedita: «A livello umano è sicuramente una persona coraggiosa, perché per fare questo lavoro è necessario essere consapevoli dei rischi che si corrono», dice. Anche perché dopo aver rivelato al mondo i più atroci segreti di Stato, Assange non è più stato libero ed è stato dipinto come una persona instabile, narcisista e sinistra. Maurizi aggiunge che il fondatore di Wikileaks soffre della sindrome si Asperger e che questo sicuramente non lo ha aiutato nelle sue relazioni umane. Tuttavia, lei che lo conosce bene, assicura che è una persona altruista e sensibile e che pensa soprattutto al bene degli altri, tutto il contrario di come è stato dipinto, probabilmente per screditarlo. Wikileaks ci ha aperto un mondo, che sarebbe dovuto rimanere oscuro. Stefania Maurizi sottolinea l’importanza di questi documenti, perché permettono di comprendere meglio come funzionano le nostre democrazie quando non

sono sotto gli occhi di tutti, un po’ come in una pièce teatrale in cui ci godiamo lo spettacolo, ma non sappiamo cosa realmente accade dietro le quinte. «Quello che colpisce di questo dossier aggiunge Maurizi - è la brutalità delle azioni compiute. Colpisce anche il metodo con cui viene costruito il consenso per manipolare l’opinione pubblica e come le atrocità rimangano impunite». Questo meccanismo di manipolazione, secondo la giornalista, risulta semplice perché noi occidentali siamo cresciuti con l’illusione di essere sempre dalla parte dei buoni, senza sapere dell’esistenza di un lato oscuro, legittimando il segreto di Stato quale «male necessario» per la nostra sicurezza. Maurizi conclude lanciando un appello all’opinione pubblica a cui chiede di «mobilitarsi il più possibile in modo che tutti riconoscano l’innocenza di Assange e che tutti conoscano la sua storia. È l’unico modo per salvarlo». Stefania Maurizi sarà ospite del festival Endorfine, dedicato al pensiero e alla creatività, il prossimo 10 settembre a Lugano. Racconterà il caso Assange e i contenuti del dossier Wikileaks partendo dal suo libro «Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks». ■

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