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ISSN 2384-9029

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nov-dic 2016


OFFICINA* Bimestrale on-line di architettura e tecnologia N.15 nov-dic 2016 ISSN 2384-9029 Rivista consultabile e scaricabile gratuitamente su : www.officina-artec.com/category/publications/officina-magazine ≥

DIRETTORE EDITORIALE

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO:

Emilio Antoniol

Christian Bettin, Alice Brusa, Michele Cicala, Francesco Cerato, Tommaso De Paoli, Nicola Di Croce, Agnese Grigis, Francesca Luise, Laura Mazzei, Anna Merci, Massimo Mucci,

COMITATO EDITORIALE

Milena Giuseppina Murru, Chiara Oggioni, Marta Petteni, Alice Ranzini, Marianella Sclavi.

Valentina Covre Margherita Ferrari Francesca Guidolin Valentina Manfè Daria Petucco Chiara Trojetto

IMPAGINAZIONE GRAFICA Margherita Ferrari

REDAZIONE

TRADUZIONI

Paolo Borin

Anna Peron, Chiara Trojetto

Libreria MarcoPolo Carlo Zanchetta PROGETTO GRAFICO Valentina Covre Margherita Ferrari Chiara Trojetto

EDITORE Self-published by Associazione Culturale OFFICINA* info@officina-artec.com

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale ≥ L’editore si solleva da ogni responsabilità in merito a violazioni da parte degli autori dei diritti di proprietà intelletuale relativi a testi e immagini pubblicati.


Tra dire e fare… Nel linguaggio umano “il fare” viene espresso attraverso predicati verbali che consentono di tradurre azioni compiute, o da compiere, in concetti astratti espressi con parole. Quando parliamo di progetto, sia esso architettonico, artistico o culturale, è facile imbattersi in termini come costruire, realizzare, connettere, rigenerare, valorizzare, ecc., ma molto spesso le idee progettuali non garantiscono nella loro concretizzazione i risultati promessi. Come recita, infatti, il noto motto popolare da cui prende spunto questo editoriale “tra dire e fare c’è di mezzo il mare”, un mare fatto di esigenze e criticità specifiche che talvolta impediscono la trasformazione di un’idea in un processo reale. Una tra le cause principali di questo fenomeno è la distanza spesso esistente tra chi concepisce l’idea di progetto e chi poi la rende concreta, attuandola o vivendola. Progettare significa infatti “gettare in avanti” (dall’etimologia latina pro-jacere), proponendo soluzioni che potranno dare risposte ai problemi mediante azioni future. Non sempre però è facile indirizzare correttamente un’idea e il divario tra dire e fare può trasformarsi in un vero e proprio buco nell’acqua. A colmare questa lacuna possono però intervenire azioni quali la condivisione di esperienze di progetto o la partecipazione, ossia il coinvolgimento attivo nel processo progettuale di tutti gli attori che ne faranno parte: dai promotori dell’idea fino agli utenti finali. Il coinvolgimento dell’utenza e della cittadinanza diventa, in tal modo, uno strumento in grado di indirizzare gesti progettuali e parole verso soluzioni più facilmente attuabili ma soprattutto più efficaci. Tuttavia, anche i progetti partecipati possono produrre risposte e reazioni assai diverse in funzione a come essi vengono percepiti dalla comunità: la definizione delle modalità di partecipazione diviene quindi il requisito essenziale per colmare la distanza tra le proposte

Chiara Trojetto

e la loro realizzazione.


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nov-dic 2016

N.15 nov-dic 2016 in copertina: Talkins Hands immagine di Francesco Cerato*

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ESPLORARE Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo di Christian Bettin Ai Weiwei. Libero di Valentina Manfè Zaha Hadid. Grande retrospettiva a Venezia di Massimo Mucci

PROGETTO PARTECIPATO introduzione di Francesca Guidolin Saper ascoltare un territorio di Marianella Sclavi La partecipazione in un quartiere di edilizia pubblica di Alice Ranzini Storia del Ghetto di via Anelli di Tommaso De Paoli KAYMANTA Desde aquí di Agnese Grigis, Chiara Oggioni, Marta Petteni Cittadinanza, spazi e degrado di Milena Giuseppina Murru Quattro palme, tre galline e un po’ di umanità di Francesca Luise Il progetto G124 Marghera tra partecipazione e sussidiarietà di Nicola Di Croce, Laura Mazzei, Anna Merci

36 PORTFOLIO

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IN PRODUZIONE Scambio di fiducia di Margherita Ferrari

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VOGLIO FARE L’ARCHITETTO Da spazi ordinari a luoghi concretamente straordinari di Alice Brusa

* È tattoer e graphic designer. francescocerato.tattoo@gmail.com

2 OFFICINA*

Guardare Lisboa a cura di Margherita Ferrari


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BIM NOTES An effective BIM di Michele Cicala MICROFONO ACCESO Kanz Architetti a cura di Emilio Antoniol

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CELLULOSA Are you familiar with this area? a cura dei Librai della Marcopolo

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(S)COMPOSIZIONE Imprevisti e probabilità di Emilio Antoniol

N.15 NOV-DIC 2016 3


ESPLORARE

© Luke Hayes

Ferdinando Scianna. Il Ghetto di Venezia 500 anni dopo

Ai Weiwei. Libero

Zaha Hadid. Grande retrospettiva a Venezia

26 agosto 2016 - 08 gennaio 2017 Casa dei Tre Oci, Venezia www.treoci.org ≥

23 settembre 2016 - 22 gennaio 2017 Palazzo Strozzi, Firenze www.palazzostrozzi.org/mostre/ aiweiwei ≥

Ferdinando Scianna ci accompagna per le vie

La prima grande retrospettiva dell’arti-

Ancora pochi giorni per vedere la grande

del Ghetto ebraico di Venezia con cinquan-

sta Ai Weiwei è in mostra presso Palazzo

mostra retrospettiva su Zaha Hadid a Ve-

ta scatti inediti, realizzati per celebrare i 500

Strozzi a Firenze fino al 22 gennaio 2017.

nezia, a Palazzo Franchetti. Per chi non

anni dalla sua fondazione.

Esperienza particolarmente inedita per i

l’avesse ancora visitata, è un’occasione da

Una serie di istantanee in bianco e nero di

visitatori che per la prima volta vedono il

non perdere per vedere i disegni, dipinti e

street photography ci faranno immergere nella

Palazzo utilizzato come uno spazio espo-

modelli originali di uno tra gli architetti più

vita contemporanea nel ghetto.

sitivo unico; l’esposizione inizia all’esterno

noti e discussi degli ultimi anni. La mostra è

Le calli e i canali di Venezia, il forte colpo

con un’installazione che muove le coscienze

davvero ricca di materiali, sia perché copre

d’occhio dei costumi ebraici contrapposti

attirando l’attenzione sul tema drammatico

l’intera carriera di Hadid, sia per la varietà e

alla presenza quotidiana dei turisti, i lati

dei migranti. Ai Weiwei è il più famoso artista

quantità dei pezzi esposti.

più nascosti del Ghetto e le feste tradizio-

cinese vivente diventato un simbolo della lotta

Nelle varie sale alcune opere paradigmati-

nali ebraiche sono i principali elementi che

per la libertà di espressione muovendosi tra at-

che sono ben distinte dalle altre, organizzate

Scianna ha deciso di immortalare attraverso

tivismo politico e ricerca artistica.

cronologicamente e divise in lavori iniziali

il suo obbiettivo.

Nelle sue opere emerge il doppio rapporto

e recenti. Due grandi temi sembrano emer-

Fino all’8 gennaio 2017 alla Casa dei Tre

con il proprio paese dato da un forte senso di

gere: l’influenza su Hadid dell’avanguardia

Oci sarà possibile affacciarsi a questa spe-

appartenenza, che emerge dai riferimenti alla

russa insieme alle sperimentazioni sulla

ciale finestra, aperta da Scianna sulla vita

storia cinese passata e presente, e da un senso

composizione per frammenti e l’impatto

nel Ghetto e assistere alla proiezione di un

di ribellione manifestato dalla modalità con cui

delle tecnologie digitali sull’architettura. Il

documentario in cui il fotografo, in prima

tratta i materiali delle sue opere.

primo tema è testimoniato dal grande di-

persona, spiega il suo famoso modo di con-

Per Ai Weiwei “Il valore assoluto da rispettare è

pinto Malevich’s Tektonic (1976-77) e da una

cepire lo scatto fotografico, tanto intrigan-

l’umanità, quello dell’essere umano. Ho il mas-

serie di quadri e disegni altrettanto imper-

te da garantirgli un posto nella prestigiosa

simo rispetto per chi cerca la libertà e un futuro

dibili, realizzati per progetti non costruiti,

agenzia Magnum.

per i propri figli, anche con prezzi e rischi assai

come il Peak Club di Hong Kong (1982-83)

elevati: sono gli eroi del nostro tempo”.

o la Cardiff Bay Opera House (1994-95), tema

di Christian Bettin

4 OFFICINA*

di Valentina Manfè

27 maggio 2016 – 27 novembre 2016 Palazzo Franchetti, Venezia www.fondazioneberengo.org/zaha-hadid-exhibition ≥

che trova infine il suo coronamento nella


prima realizzazione di Hadid, la Vitra Fire Station a Weil am Rhein, Germania (199093). Il secondo tema inizia con una esaustiva esposizione del progetto per il MAXXI di Roma (1998-2009), il primo sviluppato con tecniche di modellazione digitale, e prosegue con molti sorprendenti progetti recenti e in fase di realizzazione. Le forme fluide e dinamiche che si possono apprezzare osservando questa grande varietà di opere sono un invito a comprendere meglio il parametricist o generative design, di cui parlano Hadid e il suo partner Patrik Schumacher. La loro tenacia nel perseguire questa sperimentazione è manifestata nella realizzazione concreta degli edifici e dimostra come con la ricerca, che oggi conducono anche attraverso il Zaha Hadid Computation and Design group (ZH_CODE), si può arrivare alla formulazione di un nuovo linguaggio architettonico. I principi di continuità e transizione tra le parti che compongono l’involucro architettonico prendono il posto di simmetria e sistemi proporzionali, e conducono a una nuova idea di integrazione tra forma e spazio. L’argomento non è dei più semplici, ma l’esibizione è articolata con l’uso anche di molti modelli, fotografie, video-documentari e interviste, ed è completata da un esaustivo libro-catalogo.

di Massimo Mucci

N.15 NOV-DIC 2016 5 © Luke Hayes


This issue of OFFICINA* deals with a topic that has a key role in the era of

you can be more productive” without the risk of being considered rude.

the “mending” and the regeneration: citizens’ inclusion and involvement in the

Marianella Sclavi introduces this small antholog y of the investment’s contri-

projects of transformation of public spaces at every level, the actuation of par-

bution to Marianella Sclavi, leaving many unanswered questions on the topic.

ticipatory processes, through roadmaps and specific instruments, with the objec-

The articles gathered here allow a reflection on the complexity of a project,

tive of transforming the design experience in a shared and inclusive activity.

whatever project, and on the activation of involvement and participatory pro-

The palimpsest of this issue doesn’t focalize on the participation instrument

cesses which, as the reader will realize, go along with the whole design develop-

tout court, being developed for the citizens empowerment - thus activated on

ment. The opening article is a contribution by Marianella Sclavi, carrying

decisions about the common good, but it tries to give voice to a series of col-

out some interesting questions on the theme. The other articles, far from being

lateral activities that accompany the decisional process: from the “association-

exhaustive of the huge theme, try to describe a part of the project: from the

ism” and the engagement for social and cultural activities, to the participatory

mapping requirements to the state of art analysis; form the initial planning

architectural design that includes rehabilitation and reuse, up to the manage-

phases to the mature development, up to the revitalization and the reuse of

ment of construction site; the architectural design can also include the use of

areas that seem to be at the end of their life cycle with the article by the G124

software for information sharing, up to the newest cultural and educational

team of Renzo Piano, that is nowadays at work for the Marghera area.

implications of open source design.

OFFICINA* tries to collect some opinions about participatory design:

To be involved in a participatory process - whether for a long-term project or

“there is participation, in fact, when everybody equally intervenes in the man-

a temporary experience - includes some rules that deal with equality, respect

agement of power, or - maybe it’s clearer - when there is no longer power

and confidence, but also on the answer flexibility to face a contingent situation.

because everyone is equally involved in the decision making process” (G. De

The OST (Open Space Technolog y), among the most interesting instruments

Carlo, L’architettura della partecipazione, Quodlibet, 2013).

for the participatory process development is identified with four principles: Whoever comes is the right people; Whatever happens is the only thing; Whenever it starts is the right time; When it’s over, it’s over. Beyond flexibility and equality openness, the OST activates a sense of responsibility for the individual. The “two feet rule” says that “if you realize that you’re not learning nor contributing to activities, you can move in another group where

6 OFFICINA*


Francesco Cerato

Q

uesto numero di OFFICINA* affronta un

un programma partecipativo, si fonda su quattro princìpi fonda-

tema che nell’epoca del “rammendo” e della

mentali: Whoever comes is the right people; Whatever happens is the only

riqualificazione assume un ruolo chiave: l’in-

thing; Whenever it starts is the right time; When it’s over, it’s over.

clusione e il coinvolgimento del cittadino nei

Oltre alla flessibilità e all’apertura egualitaria, lo strumento dell’OST

progetti di modificazione dello spazio pub-

attiva anche un senso di responsabilizzazione dell’individuo. Vige

blico a tutte le scale, l’attuazione di processi

infatti la regola dei due piedi: se ci si accorge di non imparare né di

partecipativi, realizzati attraverso percorsi e strumenti specifici con

contribuire alle attività ci si può spostare in un luogo in cui essere più

l’obiettivo di fare dell’esperienza progettuale un’attività condivisa e

produttivi, senza la paura di sembrare maleducati.

propositiva. La scelta del palinsesto dei contributi di questo nume-

Ad aprire questo numero sulla partecipazione il contributo di Maria-

ro non si focalizza sullo strumento della partecipazione tout court,

nella Sclavi propone una serie di riflessioni aperte sul tema. Le col-

sviluppato per l’empowerment del cittadino che viene così attivato su

laborazioni attivate con gli articoli che seguono, lungi dall’esaurire il

decisioni riguardanti il bene comune, ma cerca di dare voce a una

tema, descrivono ciascuna una parte del progetto: dalla ricognizione

serie di realtà collaterali che accompagnano il processo decisionale:

dei bisogni (mapping esigenziale), all’analisi dello stato dell’arte; dalle

dal ruolo dell’associazionismo e delle attività sociali e culturali, alla

fasi d’impostazione iniziali del progetto, allo sviluppo più maturo,

progettazione partecipata dell’architettura, dell’intervento di recu-

fino all’importanza dello strumento partecipativo per il recupero di

pero e di rifunzionalizzazione, o alla gestione del cantiere. Non da

spazi urbani, con il contributo del team G124 di Renzo Piano che

ultimo, è riconoscibile la pratica della progettazione architettonica

attualmente è al lavoro per l’area di Marghera.

che si avvale di software che ne prevedono la gestione condivisa, fino

OFFICINA* tenta di raccogliere varie opinioni sul tema ricordando

alle più recenti implicazioni culturali e formative del design open source.

che “Si ha partecipazione infatti quando tutti intervengono in egual

Partecipare a un’attività, sia essa un progetto a lungo termine o

misura nella gestione del potere, oppure - forse così è più chiaro -

un’esperienza momentanea, include alcune regole che si basano

quando non esiste più il potere perché tutti sono direttamente ed

sulla parità, sul rispetto e sulla fiducia reciproci, ma anche sulla

egualmente coinvolti nel processo delle decisioni” (G. De Carlo,

flessibilità nella risposta a situazioni contingenti. L’OST (Open Space Technolog y), tra gli strumenti più interessanti per lo svolgimento di

L’architettura della partecipazione, Quodlibet, 2013). ♦

di Francesca Guidolin

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Saper ascoltare un territorio Improvvisazioni e metodi per la democrazia urbana

Marianella Sclavi è docente di Etnografia urbana al Politecnico di Milano e Presidente di Ascolto Attivo Srl. e-mail: sclavi.marianella@gmail.com

L’

di Marianella Sclavi abilità di “ascolto del territorio” è ormai una competenza cruciale di una quantità di professioni (designer, urbanista, paesaggista, amministratore, facilitatore, operatore dei servizi sociali, ecc.) e va di pari passo con la trasformazione della pubblica amministrazione da

una struttura autorizzativa a una basata su politiche partecipative. La formazione di questo tipo di “professionista riflessivo” (la de-

A practitioner dealing with democratic governance nowadays needs an epistemological training in the Art of Listening, Emotional selfawareness and Creative Conflict Resolution and to get in touch with a collection of first hand accounts illustrating of the know-how of “very good” urban practitioners facing shared challenges in global and local urban environments. This article tells about one of such stories and shows how it can be used in teaching. It is taken from David Laws and John Forester’s last book: Conflict Improvisation Governance. Street level practices for Urban Democracy (2016).

nominazione di Donald Schon va proprio bene) procede su due gambe, su due binari: la parte epistemologica centrata su ascolto attivo, auto-consapevolezza emozionale e gestione creativa dei conflitti e quella di esercitazione e applicazione pratica, basata su una collezione più vasta possibile e in continuo aggiornamento di “storie” e situazioni di crisi comunicativa, leggibili alla luce dei loro possibili sviluppi, verso l’irrigidimento del conflitto o verso soluzioni creative di mutuo gradimento. Credo che chi si occupa dei piani di studio dovrebbe avere in mente che, nel complesso, ogni studente dovrebbe poter attingere ad almeno una decina di casi/storie che considera significative per ogni anno di studio. In questo articolo accenno a una delle storie di questo tipo. È presa da un libro che consiglio: Conflict, Improvisation, Governance. Street Level Practices for Urban Democracy, di David Laws e John Forester (Routledge, 2016). Il libro di Laws e Forester è una collezione di interviste ad amministratori pubblici e facilitatori di processi partecipativi olandesi conosciuti come “molto capaci”, per scoprire il segreto della loro abilità e del loro successo. La storia che sintetizzo è narrata nel capitolo 16 del libro (pp. 323-343) e il protagonista si chiama Douwe Wielenga ed è un facilitatore. La storia riguarda la ristrutturazione di un piccolo e prezioso parco urbano in una cittadina olandese. Il parco è circondato da abitazioni dell’inizio del secolo scorso che sono state acquistate e ristrutturate da giovani coppie in carriera che denunciano lo stato di abbandono del parco, divenuto luogo di spaccio e poco sicuro.

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L’Amministrazione comunale incarica i suoi uffici di occuparsene

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e un architetto e altri tecnici incontrano un comitato di abitanti, eseguono vari sopralluoghi e convocano una riunione degli abitanti per presentare il progetto di ristrutturazione/riqualificazione elaborato. I tecnici del comune si immaginavano un incontro di apprezzamento del meticoloso lavoro da loro svolto, invece si trovano di fronte una assemblea molto folta e molto tesa: agli abitanti non va bene niente o quasi. Li allarma l’abbattimento del 60% degli alberi, lo sradicamento di quasi tutte le siepi e la scarsità di spazi attrezzati per bambini. La dinamica dell’incontro peggiora le cose: alle obiezioni e rimostranze degli intervenuti, il capo architetto risponde difendendo a spada tratta le ragioni dei provvedimenti proposti e la serietà delle analisi sulle quali si basano. Gli alberi sono troppi e gettano una eccessiva cappa d’ombra sul terreno, molti sono malati, vanno

l’abilità di ascolto del territorio è ormai una competenza cruciale di una quantità di professioni e va di pari passo con la trasformazione della pubblica amministrazione da una struttura autorizzativa a una basata su politiche partecipative

abbattuti a prescindere; le siepi rispondono a criteri di design tipici degli anni ’70, quando era di moda costruire una molteplicità di piccole enclaves che oggigiorno hanno invece la funzione negativa di impedire il controllo del territorio e la sicurezza, i giochi per bambini sono nella norma rispetto il numero dei frequentatori del parco. E così via. Lui è offeso perché interpreta le critiche come giudizi negativi sulla sua professionalità, gli abitanti sono offesi

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perché si sono sentiti completamente ignorati e le repliche dimostrano che non c’è intenzione di ascolto. Finita l’assemblea nel malumore più completo, i cittadini organizzano un comitato allargato e la raccolta di firme di protesta. Questo è il momento della storia più istruttivo: cosa avreste fatto voi? Cosa consigliate per superare questo impasse? Gli studenti/ lettori sono invitati a fare dei piccoli gruppi di brainstorming e poi a comparare le loro proposte con il prosieguo della storia. Che è una storia vera di successo, di buona amministrazione. Ecco come prosegue. La Sindaca, nel vedere allargarsi il fronte delle proteste, si fa raccontare cosa è successo e, assieme all’architetto implicato e agli altri tecnici, decide che bisogna dare un segno di “nuovo inizio”, che consiste nell’assumere un facilitatore professionista (Douwe) e nominare un altro architetto paesaggista col compito di “ascoltare” gli abitanti prima di elaborare proposte progettuali.

il facilitatore spiega il suo ruolo di garante delle dinamiche dell’ascolto reciproco e della discussione dialogica e l’architetto presenta i disegni di tre possibili sviluppi, chiedendo di lavorarci in piccoli gruppi al fine di moltiplicare ulteriormente le possibilità

Il nuovo architetto chiede a gruppi di cittadini di accompagnarlo a visitare il parco e anche di andare con lui a visitarne altri nella stessa città e in altre città vicine. Anche il facilitatore si aggrega come osservatore a queste iniziative. Nel corso delle visite al parco viene appeso un cartello agli alberi “ammalati”, con sopra le analisi eseguite e le diagnosi.

La discussione passa così su un altro piano: come salvaguardare il

Su queste basi viene convocata una nuova assemblea, alla quale al-

massimo di verde (eventualmente piantando nuovi alberi)? Nel de-

cuni abitanti, niente affatto fiduciosi, arrivano con seghe e piccoz-

finire il progetto finale si tiene conto che nel giro di pochi anni una

ze (simboli della politica che osteggiano). Il facilitatore si presenta

buona percentuale dei bambini attualmente alle elementari sarà

e spiega il suo ruolo di garante delle dinamiche dell’ascolto recipro-

alla medie e vorrà dedicarsi a sport e spazi adatti a quella età e che

co e della discussione dialogica e l’architetto paesaggista presenta

il layout del parco deve accogliere persone di tutte le età.

i disegni di tre possibili sviluppi, chiedendo di lavorarci in piccoli

Nella riunione successiva il progetto viene messo a punto e appro-

gruppi al fine di moltiplicare ulteriormente le possibilità.

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vato all’unanimità. ♦


IMMAGINI 01 - Un giardino “ritrovato” a Santa Marta, Venezia, curato e gestito dal gruppo Anomalie Urbane. Crediti: Margherita Ferrari. 02 - Ascolto Attivo, percorso di progettazione partecipata “Garibaldi e l’isola partecipata”, promosso dal Comune di Milano (luglio 2012 - gennaio 2013). Obiettivo era la definizione con i cittadini di una proposta di riqualificazione del Cavalcavia Bussa, l’individuazione di una sede, contenuti e modalità di gestione per il centro civico. Grazie a questo processo, i cittadini hanno elaborato insieme ai tecnici del Comune quali elementi inserire nel bando ufficiale del Concorso internazionale indetto dal Comune. Crediti: Ascolto Attivo. 03 - L’orto di GodegoLab a Castello di Godego (TV), un piccola realtà associativa che ha saputo strappare all’abbandono un’area verde trasformandola in un orto produttivo. Crediti: Sofia Cappelletto. BIBLIOGRAFIA - Laws D., Forester J., “Conflict, Improvisation, Governance. Street level practices for Urban Democracy”, Routledge, London, 2016. - Sclavi M., “Bronx e Arte di Ascoltare. Per una sociologia dei patemi d’animo e la loro elaborazione creativa” in “La Signora va nel Bronx”, Milano, Mondadori, 2006. LINK www.ascoltoattivo.net ≥

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La partecipazione in un quartiere di edilizia pubblica L’esperienza del progetto Mapping San Siro a Milano

Alice Ranzini è ricercatrice presso il gruppo di ricerca Mapping San Siro. e-mail: alice.ranzini@gmail.com

I

di Alice Ranzini l quartiere San Siro è uno dei più grandi comparti di edilizia residenziale pubblica della città di Milano. Patrimonio dell’azienda pubblica regionale Aler, conta oltre 6.000 alloggi in cui vivono circa 11.000 persone. Il quartiere, edificato tra gli anni

‘30 e ‘40 del Novecento, benché non si collochi oggi in una posizione decentrata, è un margine della città, una “periferia inter-

Mapping San Siro is a action-research project of the Polytechnic of Milan coordinated by Francesca Cognetti within the Polisocial program - Didattica sul Campo. Since 2013 a multidisciplinary group of researchers, teachers, students and professionals in the fields of architecture and urban policies are questioning the forms of living in the neighborhoods of public housing, starting from the direct experience of a specific context. From May 2014, the project is based in the ERP area of San Siro (Milan), in a room at the ground floor of a residential building. Through the investigation of the living forms, Mapping San Siro aims to rebuild a deep knowledge of the territory and of the dynamics that cross it. A moving representation in continuous revision, with the dual objective of being aware and active in the description of new instances and visions.

na” (Cognetti, 2014) caratterizzata da un’elevata concentrazione di profili svantaggiati e popolazioni fragili. Famiglie straniere (45%), anziani soli, disabili psichici, famiglie monogenitoriali e monoreddito: un panorama di nuove vulnerabilità che convivono spesso in assenza di dispositivi di sostegno o mediazione, annoverando San Siro tra gli ambiti della segregazione (Cognetti, 2012; 2014). Al contempo, rispetto a un settore urbano dinamico e in trasformazione, San Siro mostra un forte degrado del patrimonio edilizio e un fenomeno di progressiva contrazione delle funzioni. Questa condizione di marginalità ha determinato l’affermarsi di un’immagine pubblica fortemente negativa, definita in modo univoco intorno al tema della convivenza tra abitanti storici e le nuove popolazioni, che le inchieste giornalistiche sulla gestione Aler dell’inverno 2014 hanno contributo a rafforzare. In questo contesto il progetto di ricerca-azione Mapping San Siro1 del Politecnico di Milano si propone di ricostruire una conoscenza in profondità del territorio e delle dinamiche che lo interessano attraverso un lavoro di interazione diretta e quotidiana con il quartiere. Quale partecipazione nella rigenerazione della città pubblica La domanda di rigenerazione dei quartieri ERP evidenzia un’incapacità delle politiche e del progetto di confrontarsi con una dimensione del bisogno ormai riconosciuta come frammentata e multidimensionale. Imbrigliata entro regolamenti e spazi dell’abitare non più attuali, la città pubblica appare oggi, in assenza di

12 OFFICINA*


finanziamenti a fondo perduto, un comparto destinato all’estinzio-

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ne. Gli interventi di riqualificazione, privilegiando l’aspetto edilizio, hanno determinato la riduzione degli spazi di partecipazione per gli abitanti a una dimensione animativa, senza una riflessione contestuale sull’evoluzione sociale dei diversi quartieri. Si è così generato uno scollamento tra la dimensione dell’abitare e quella della gestione del patrimonio che ha interrotto il dialogo tra il piano delle politiche per l’abitare e quello della domanda. I territori dell’abitare popolare come San Siro rimangono così in una condizione di inerzia in attesa di una, dichiarata o naturale, dismissione. Patrimoni “da buttare” (Cognetti e Padovani, 2015) in cui la sospensione della norma e del progetto permette la sopravvivenza di esistenze non riconosciute entro reti di relazioni e ordini informali (Maranghi e Ranzini, 2014). In questa prospettiva il progetto Mapping San Siro sperimenta uno

si sono attivate forme di indagine e progettazione a competenza mista la cui costruzione condivisa e collettiva ha sollecitato i soggetti locali e le agenzie del territorio ad identificare processi alternativi di costruzione di servizi e attività

spazio di partecipazione per gli abitanti e i soggetti locali di San Siro assumendo la prospettiva dell’abitare come guida per il progetto di rigenerazione, legittimando questa come sapere esperto e componente progettuale latente (Cellamare, 2008). I fulcri tematici della ricerca (la casa, gli spazi vuoti ai piani terra, gli spazi collettivi) costituiscono i contenitori comunicanti di un patrimonio ampio di dati che rimette al centro del dibattito sui quartieri di edilizia

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pubblica significati, vissuti e senso dei luoghi prodotti dall’abitare. Un osservatorio “multifonte” (Castelnuovo e Cognetti, 2014): una mappatura multidimensionale e multilivello di fenomeni, dinamiche e relazioni che nel quartiere sono compresenti e interagenti. Agire (con) la ricerca: le forme della partecipazione a San Siro Mapping San Siro sperimenta un approccio alla progettazione urbana che si nutre del reciproco apprendimento tra ricerca accademica e territorio. L’attivazione di uno spazio di lavoro all’interno di San Siro2 ha permesso una presenza costante e continuativa nel quartiere che è risultata centrale nel processo di radicamento, rafforzando la dimensione dell’azione. Si sono così messi a punto strumenti di indagine e interazione con il quartiere che possono essere interpretati, in una prospettiva di azione locale, come dispositivi di partecipazione. Partecipazione come costruzione di nuove narrazioni La dimensione dell’ascolto e della narrazione praticata dal progetto indaga i segni dell’adattamento delle comunità che ridefiniscono spazialmente e culturalmente i luoghi del proprio abitare. La raccolta delle storie di vita restituisce complessità al tema dell’abitare nell’edilizia pubblica, superando la parzialità del dato quantitativo. Dalla traiettoria individuale emergono una molteplicità di dinamiche relazionate che descrivono in profondità l’abitare contemporaneo: forme di accesso e uscita dall’ERP, nuovi profili sociali, reti di relazioni e

14 OFFICINA*

un lavoro di controrappresentazione ammette l’esistenza di molteplici visioni del territorio, offre uno spazio di inclusione a istanze e voci inascoltate


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04

assetti informali, forme di presidio e di controllo del territorio, ter-

ria. Attraverso un lavoro di raccolta ed elaborazione di dati prove-

reni di conflitto e pratiche di convivenza. La storia di vita, l’incontro

nienti da fonti differenti (istituzioni, enti e organizzazioni territoriali,

occasionale e l’intervista strutturata, sono strumenti sensibili, lenti

centri di ricerca, media) vengono messe a disposizione degli abitanti

per leggere attraverso le strategie di resistenza quotidiana indicatori

informazioni altrimenti inaccessibili. La mappa partecipata diventa

di nuovi bisogni e domande dal quartiere. In questo senso la ricerca,

strumento di autorappresentazione e auto-riflessione su diversità e

e il progetto di rigenerazione che essa richiama, assumono non più

specificità locali come risorse da valorizzare. Attraverso la ricerca

la prospettiva del progettista bensì quella dell’abitante - dwelling per-

circolano informazioni nuove che restituiscono la giusta rilevanza

spective (Ingold, 2000) - e dell’abitare come competenza, mettendo in

alle questioni, superando il percepito comune di intrattabilità (Infus-

luce elementi nuovi per comprendere il territorio.

si, 2011) per suggerire una visione nuova dell’ERP come “campo di

Il racconto così costruito permette agli abitanti di riconoscersi,

possibilità per rispondere ad alcuni elementi di crisi della città” (Co-

attivando un processo di riappropriazione della narrazione. Si raf-

gnetti e Padovani, 2015). Di fronte a un’immagine pubblica appiatti-

forza la visione dell’abitare come atto trasformativo e di sperimen-

ta e univoca le progettualità locali vengono fortemente influenzate e

tazione di nuove pratiche di convivenza e solidarietà. Attraverso

bloccate. Un lavoro di “contro-rappresentazione” ammette l’esisten-

questo percorso di rilettura delle storie di vita la ricerca restituisce

za di molteplici visioni del territorio, offre uno spazio di inclusione

al territorio una consapevolezza nuova e più profonda delle dina-

a istanze e voci inascoltate. Fare emergere differenze, risorse e po-

miche che attraversano San Siro. L’azione della rete locale trova

tenzialità, ma anche soggetti attivi e responsabilità, è un modo per

sostegno per riorientarsi su nuovi bisogni e popolazioni, nuovi ap-

orientare progetti di rigenerazione nuovi e più consapevoli.

pigli inaspettati per attivarsi sul territorio. Partecipazione come legittimazione degli attori locali Partecipazione come controrappresentazione

come attori di rigenerazione

Sul piano della rappresentazione, l’ambizione della ricerca è di de-

Mapping San Siro ha costruito uno spazio di scambio tra università,

strutturare l’immagine pubblica del quartiere come oggetto unitario.

quartiere e città in cui i soggetti locali sono coautori di un processo

Mettendo in luce differenze interne e cercando di porsi criticamente

di riformulazione delle istanze locali. Con l’intento di sollecitare una

rispetto alle visioni e agli immaginari (criminalizzanti) della perife-

riflessione critica rispetto alle risorse e alle strategie messe in campo

N.15 NOV-DIC 2016 15


dalla rete locale, Mapping San Siro ha promosso un percorso di co-

05

progetttazione di ipotesi di rigenerazione del quartiere attraverso incontri pubblici, workshop e discussioni durante tutto il corso dell’anno. In queste occasioni si sono attivate forme di indagine e progettazione a competenza mista la cui costruzione condivisa e collettiva ha sollecitato i soggetti locali e le agenzie del territorio a identificare processi alternativi di costruzione di servizi e attività. Questo lavoro ha infatti prodotto uno spostamento nella visione dei soggetti locali rispetto alla propria storia di attivismo sociale e alle risorse presenti nel quartiere che sta dando la forza per avviare nuove domande e visioni al futuro che sfidano le politiche a un ripensamento degli strumenti di rigenerazione a partire dal campo dell’attivazione dal basso. Attraverso la prefigurazione di scenari di sviluppo alternativi università e territorio hanno costruito un’alleanza per dare concretezza a strategie di valorizzazione delle competenze locali per tessere reti e sinergie allargate a supporto dei bisogni del quartiere. Mapping San Siro è dunque un’esperienza di ricerca che ha provato non solo a osservare le dinamiche in atto ma a entrare a farne parte, cercando talvolta di modificarne il corso. Il quartiere San Siro è passato così dall’essere oggetto a soggetto agente della ricerca, in un rapporto di scambio reciproco di saperi, competenze e visioni con l’istituzione universitaria, che sta ridefinendo i rapporti e le geografie locali di attori e risorse in campo. ♦

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il quartiere San Siro è passato così dall’essere oggetto a soggetto agente della ricerca, in un rapporto di scambio reciproco di saperi, competenze e visioni con l’istituzione universitaria


NOTE 1 - Progetto di ricerca azione coordinato da Francesca Cognetti (DAStU) nell’ambito del programma Polisocial – Didattica sul campo (www.polisocial.polimi.it ≥) Polisocial è il programma di responsabilità e impegno sociale del Politecnico di Milano. Nato nel 2012 si propone di avvicinare l’Università ai territori, mettendo a disposizione delle comunità e degli attori locali sapere e competenze prodotte all’interno dell’accademia in un rapporto di reciproco apprendimento. 2 - Lo Spazio 30METRIQUADRI si trova in via Filippo Abbiati 4. Da maggio 2014 il progetto ha sede nel quartiere di San Siro in uno spazio al piano terra di un edificio residenziale assegnato gratuitamente da Aler al Politecnico di Milano – DAStU. IMMAGINI Immagini dell’autore. Attività di ricerca e di partecipazione presso il quartiere San Siro di Milano, all’interno del programma “Mapping San Siro”, Polisocial - Didattica sul Campo (Politecnico di Milano). BIBLIOGRAFIA - Castelnuovo I., Cognetti F., “Learning in Action. Mapping San Siro: an Exploration into City/University Collaboration”, in 2nd Annual AAE Conference 2014 “Living and Learning” The University of Sheffield, 3-5 settembre 2014. - Cellammare C., “Fare città. Pratiche urbane e strorie di luoghi”, Eleuthera, Milano, 2008. - Cognetti F., “Dal progetto disegnato al progetto abitato. Abitare al ‘San Siro’”, in “Territorio” n. 71, 2014, pp.112-120. - Cognetti F., “Quale giustizia tra gli spazi scolastici della disuguaglianza? Un’esperienza di progettazione in corso”, in “Territorio” n. 63, 2012, pp. 133-142. - Cognetti F., Padovani L., “Ri-attribuire valore e senso ai quartieri di edilizia residenziale pubblica nella città contemporanea. Percorsi attraverso il quartiere San Siro a Milano”, in XVIII Conferenza Nazionale SIU “Italia ’45-’45. Radici, condizioni, prospettive”, Venezia 11-12 giugno, 2015. - Infussi F. (a cura di), “Dal recinto al territorio. Milano, esplorazioni nella città pubblica”, Milano, Mondadori, 2011. - Ingold T., “The Perception of the Environment. Essays on Livelihood”, Dwelling and Skill, Routledge, London and New York, 2000. - Maranghi E., Ranzini A., “Politiche e pratiche di accesso alla casa nella crisi. Il caso del quartiere San Siro a Milano”, in XXXV Conferenza Italiana Di Scienze Regionali, AISRe, Padova 11-13 settembre 2014. LINK www.mappingsansiro.polimi.it ≥ www.sansirostories.it ≥ Instant Report 2013 ≥ Mapping San Siro ≥

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Storia del Ghetto di via Anelli Passato e futuro di una ferita urbana a dieci anni dal Muro

Tommaso De Paoli è ingegnere edile, laureatosi presso l’Università degli Studi di Padova nel 2012. e-mail: tomdepaoli1985@gmail.com

U

di Tommaso De Paoli na serie di mini alloggi da dedicare agli studenti in un’area in prossimità degli istituti universitari. Pareva essere un modello urbanistico capace di adattarsi alle esigenze di una città il cui mercato immobiliare ha sempre visto protagonisti l’Università e i

suoi studenti. Un intervento che si è rivelato però, col tempo, un boomerang, un buco nero dal quale non si è ancora riusciti a uscire.

Via Anelli is a street in a suburban area in Padua, north east of Italy. In via Anelli, in the Seventies, a series of residantial buildings were built to increase the number of rooms for the student population of the university city. It was an experiment and it failed. Because of the migration wave in the first Nineties and due to this wave’s bad policy management. The situation got considerably worse when people living in this housing complex, reached the number of 1000. In 2006, the city administration decided to evacuate the buildings and to create a wall to separate the Ghetto from the rest of the city. In 2016, 10 years after the wall was raised, the new administration wanted to demolish the old buildings and to build a new campus for the students. This article talks about the evolution of the events that brought to the formation of the Ghetto and the future scenarios which will involve this area.

Il Ghetto Il Complesso Serenissima è un intervento edilizio dei primi anni Settanta, pensato per far fronte alla crescente richiesta di alloggi da parte degli studenti. I sei blocchi ospitavano 286 appartamenti da circa 30 m 2 . Fino agli anni Ottanta le cose sembravano funzionare, ma all’inizio degli anni Novanta cominciò la grande ondata migratoria che investì l’Italia. Si insediarono così, all’interno del Complesso Serenissima, i primi immigrati e il processo di sostituzione fu rapido: già nel 1995 il numero di stranieri superava abbondantemente quello degli italiani. Alcuni degli immobili, svenduti a basso prezzo, vennero acquistati da compratori con fini speculativi, perché l’idea di una possibile riqualificazione era sempre nell’aria in quegli anni. “Molti proprietari facevano finta di nulla, approfittando della situazione”, dice il presidente del Comitato Stanga, associazione spontanea di cittadini del quartiere, “molti altri però, non sapevano nulla”. Gli extracomunitari che arrivavano a Padova non avevano la possibilità di entrare nelle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari e nel privato si scontravano con la diffidenza dei proprietari. La carenza di politiche locali per la gestione dell’immigrazione è l’ingrediente da aggiungere per capire come questi fattori, tutti assieme, abbiano potuto dar forma al Ghetto di via Anelli. Gli immigrati si insediavano in attesa del permesso di soggiorno e, una volta ottenuto il prezioso documento, si mettevano alla ricerca di un’altra casa.

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La mancanza di lavoro (propedeutico al permesso di soggiorno, NdA)

Gli episodi di violenza cominciarono a entrare prepotentemente

consegnò inevitabilmente alla criminalità molta gente che, per como-

nelle cronache locali nel 1994, con l’omicidio di un giovane alba-

dità o per disperazione, si mise a guadagnare illegalmente. Perché nel

nese, e culminarono in veri e propri episodi di guerriglia, come

Ghetto non era difficile far qualche soldo con lo spaccio.

nel settembre del 1998 e soprattutto nel luglio del 2006. Quella

Negli anni 2000 gli affitti arrivarono a 6-700 euro per bilocale, un

sera fu necessario un dispiegamento di centinaia di uomini delle

valore del tutto sproporzionato per degli alloggi ormai deteriorati.

forze dell’ordine per sedare un regolamento tra bande, magrebini

Il degrado diventò l’attore principale della vicenda e i racconti dei

da un lato e nigeriani dall’altro, le due principali etnie che popola-

testimoni sembrano brani estrapolati da un romanzo noir. Il Ghetto

vano il Ghetto. Da quella nottata di guerriglia urbana scaturì l’idea

era degrado, sporcizia e criminalità ma, al contempo, ospitava fa-

dell’amministrazione comunale di innalzare il Muro.

miglie, bambini e lavoratori single, gente che trovava a fatica riposo dopo un massacrante turno in fabbrica: un microcosmo, un mondo

Il Muro

nel mondo. Ma tanti cercavano comunque di andarsene, soprattut-

Il Muro è una barriera di metallo alta 3 metri che impedisce il pas-

to le famiglie. In una serie di interviste raccolte ne Il ghetto disperso di

saggio tra il Complesso Serenissima e la retrostante via De Besi.

C. Mantovan e F. Faiella, si comprende come molti non amassero

Oggi è ancora lì.

stare in quell quartiere: “ [...] dopo il lavoro rimanevo fuori, perché

“Chiamarlo Muro è un’esagerazione”, dice la psicologa R. M., all’e-

non mi piaceva la zona di via Anelli. Non mi piaceva stare là”,

poca dello sgombero delle palazzine collaboratrice con Il Sestante,

dichiara B., un ragazzo marocchino.

la cooperativa incaricata dall’Amministrazione comunale di gestire l’inserimento dei migranti nelle altre aree della città. Il presidente

Un Bronx in salsa veneta

de Il Sestante, conferma con un aneddoto: “Quando ho accompa-

In quegli anni i media locali martellavano tutti i giorni con notizie

gnato una troupe tedesca sul Muro ci sono rimasti male, non capiva-

che raccontavano di degrado e criminalità: lo stigma per chi viveva

no il perché di tutta questa confusione per una barriera in metallo”.

nel Complesso Serenissima era cosa fatta: “Certo che mi capitava

Quando venne innalzato il Muro, la situazione era al culmine della

di essere discriminato: quando vedevano sulla carta di identità che

tensione: nelle sei palazzine vivevano più di mille persone e ormai

abitavo in via Anelli si spaventavano, ti vedevano come un violen-

le strutture erano pressoché inagibili. L’amministrazione aveva già

to, e io dovevo spiegare, quando potevo, che non tutti erano così”,

cominciato la fase di chiusura del Ghetto: il processo durò due

dice R., un altro marocchino.

anni, dal febbraio 2005 al luglio 2007, e venne sgomberata una

Il Complesso si trasformò nella centrale dello spaccio del Nordest:

palazzina ogni sei mesi.

“C’erano le vedette che stavano giù in strada”, conferma il presi-

“Il Comune, tramite l’Ater, metteva a disposizione dei migranti

dente del Comitato Stanga, “quando arrivava un cliente, salivano

una serie di alloggi temporaneamente sottratti ai regimi dell’edili-

ai piani superiori delle palazzine, prendevano la roba e la conse-

zia residenziale pubblica”, spiega il presidente de Il Sestante.

gnavano”. Il presidente racconta anche di un’azione di polizia con

E quali erano i criteri per il trasferimento? “Si è cercato di ragionare

agenti calati dall’alto, dagli elicotteri: “Feci delle foto quella volta,

su una distribuzione a macchia di leopardo, in modo da non ricreare

un giorno o l’altro le venderò a qualche giornale”.

situazioni analoghe al Ghetto, una distribuzione su tutta la città”.

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sarebbe più utile lasciare il Ghetto così com’è, un monito per tutti: guardate cos’è stato e ricordate gli errori che sono stati fatti

La riqualificazione

dalla volontà di collaborazione con Ater ed Esu. In secondo luogo,

Se si può affermare che il processo di desegregazione abbia raggiun-

in città c’è una forte richiesta di alloggi e noi dobbiamo sottrarre

to gli obiettivi che si era prefissato, non altrettanto si può fare con

al mercato nero l’affitto di stanze per gli studenti: è necessario che

la ristrutturazione architettonica del Complesso. È datato 2003 il

questo mercato sia più regolamentato”.

Protocollo d’intesa Regione - Comune per la riqualificazione dell’a-

“Ma il problema di quell’area, oggi, è la bruttezza”, dice un professo-

rea. Da allora, nulla è successo. L’attuale Sindaco di Padova dal suo

re di urbanistica della facoltà di ingegneria dell’Università di Padova.

ufficio a Palazzo Moroni, spiega che “l’errore è stato acquistare un

“È stata costruita senza pianificazione, con frammenti, pezzi aggiunti

appartamento alla volta: se la normativa ti permette di presentare

sulla base delle necessità del momento. Ci sono moltissime tipologie

un piano con il 75% della proprietà dei fabbricati (oggi siamo a circa

edilizie e destinazioni d’uso, messe assieme senza un disegno organi-

il 40%, NdA) e ne acquisti uno per uno, senza avere la certezza di

co”. Per il professore non è determinante il solo Complesso per una

raggiungere il numero necessario, sai di non poter ottenere alcun

riqualificazione dell’area: “Ha un potenziale enorme, ma è necessario

risultato”. Il Sindaco ha incontrato i rappresentanti dei proprietari

che si attui un progetto di più ampio respiro, che sia frutto di un dise-

appena insediatosi, nell’estate del 2014. L’incontro non è stato frut-

gno unitario. La zona dovrebbe avere il terziario innovativo come de-

tuoso perché, già nell’aprile del 2015, il Sindaco ha imposto un ulti-

stinazione ultima, un terziario legato all’economia della conoscenza”.

matum: “O accettano le nostre condizioni o si va con l’esproprio”.

Ma cosa bisogna fare per evitare che si riformi un nuovo ghetto? Se-

Ma quali erano le condizioni che l’Amministrazione aveva offerto ai

condo il presidente de Il Sestante “È fondamentale la partecipazione

proprietari? “C’erano varie possibilità, la migliore delle quali era quella

diretta dei cittadini, nella progettazione e nello svolgimento di attivi-

di individuare un terreno in cui calare la cubatura corrispondente con

tà: dove c’è operosità, c’è luce e c’è anche sicurezza. Bisogna rende-

un effettivo guadagno rispetto al valore dell’area di via Anelli. I 125

re le persone protagoniste del loro territorio. È necessaria anche una

proprietari, in base alle metrature dei rispettivi appartamenti, avrebbe-

riflessione su possibili strumenti legislativi finalizzati a un maggiore

ro dunque ricevuto una quota di terreno su cui avrebbero potuto co-

controllo sul mercato degli affitti: è importante far sì che non ci sia

struire o che avrebbero potuto vendere”. L’offerta è piaciuta ad alcuni,

un’eccessiva concentrazione di immigrati in un’unica area”. Per lo stu-

ma non alla maggioranza. “La situazione è veramente complicata per

dentato, in particolare, “Sarebbe interessante intercettare altri bisogni

cui io assieme all’Ater e all’Esu (azienda regionale per il diritto allo stu-

oltre a quelli degli studenti: lasciare ad esempio una quota da destinare

dio, NdA), proporremo un piano di esproprio su quell’area. I proprieta-

ad appartamenti per anziani e costruire una specie di progetto inter-

ri avranno, secondo normativa, il prezzo previsto e che verrà valutato”.

generazionale. Gli studenti, a fronte di un canone agevolato d’affitto potrebbero dare un supporto a questi anziani nelle piccole cose come

Il futuro: gli studenti

fare la spesa, commissioni, ecc.”.

Oggi il quartiere sembra vivere una sorta di quiete dopo la tem-

Intanto, mentre si progetta e si discute il futuro, il Complesso è lì, come

pesta, in attesa di capire quale sarà il futuro del Complesso Sere-

una cicatrice per la città. “Sarebbe più utile lasciarlo così com’è, un mo-

nissima. Sembra che l’amministrazione, dopo l’esproprio, sia real-

nito per tutti: guardate cos’è stato e ricordate gli errori che sono stati

mente intenzionata ad abbattere le vecchie palazzine e a costruire

fatti”, dice in tono provocatorio il professore di urbanistica. Un sorta di

un campus universitario. “Il motivo principale di questa scelta parte

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monumento sociale, una provocazione, fino a un certo punto. ♦


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IMMAGINI Crediti: Elisa Pregnolato. 01 - Sotterranei. 02 - Il Muro visto dal lato interno. 03 - Torre della Provincia dal cortile. BIBLIOGRAFIA - Faiella F., Mantovan C., “Il ghetto disperso. Pratiche di desegregazione e politiche abitative”, CLEUP, Padova, 2011. - Vianello F., “Ai margini della città”, Carocci Editore, Roma, 2006.

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KAYMANTA Desde aquí Global strategies for local synergies

K

di Agnese Grigis, Chiara Oggioni, Marta Petteni

Agnese Grigis, Chiara Oggioni, Marta Petteni sono tre laureate in Architettura al Politecnico di Milano. Dopo l’esperienza Erasmus in tre diverse città europee, nel 2015 partono insieme alla volta dell’America Latina. e-mail: chichioggioni@gmail.com

AYMANTA1 nasce da una sete di conoscenza che, combinata alla volontà di sperimentare sul campo, ci ha portato a viaggiare oltreoceano in America Latina, Ecuador. Ci siamo interrogate più volte su come l’architettura possa essere risorsa e strumento

utile al miglioramento delle condizioni di vita in paesi nei quali notevoli sono le risorse culturali e ambientali, ma diffuso è il degrado

How can architecture be a resource and a useful tool to improve living conditions in the countries with considerable cultural and environmental resources, but also with socio-economic degradation? We strongly believe that the potential of a place is inherent in the history of the area, the city and its connective tissue, in people who live there and in their culture. It’s through the exploitation “de lo que hay con lo que hay” that you can make the assets of any given settlement best known and usable, knowing that tourism is a key resource to enable the socio-economic development of the local population, if appropriately involved in the activation dynamics and in the management of tourism-related activities. KAYMANTA that means “from here” is our first built project, a hub that is part of a big network, a result of participatory workshops and participatory construction together with the Kitchwa community of Cachiviru, San Pablo Lake, Ecuador.

socio economico, arrivando a credere fortemente che le potenzialità di un luogo siano insite nella storia del territorio, della città e del suo tessuto connettivo, nelle persone che vi abitano e nella loro cultura. È attraverso la valorizzazione de lo que hay con lo que hay2 che è possibile rendere il patrimonio di un dato insediamento maggiormente noto e fruibile nella consapevolezza che il turismo sia una risorsa fondamentale per permettere lo sviluppo di una popolazione, se opportunamente coinvolta nelle dinamiche di attivazione e gestione delle attività connesse al turismo stesso. Bellezza paesaggistica, cultura Kichwa3 e la forte coesione della comunità sono le risorse e gli strumenti principali del nostro progetto: abbiamo ascoltato il genius loci considerando ogni aspetto delle tradizioni indigene radicate nella quotidianità degli abitanti e abbiamo coinvolto le persone stesse nell’intero processo, dal disegno alla costruzione. La strategia progettuale prevede la creazione di un masterplan che abbraccia il lago San Pablo4 su tre livelli morfologicamente differenti, sui quali s’insediano tre percorsi che uniscono punti d’interesse meritevoli di una valorizzazione, che avvenga attraverso un intervento architettonico o meno. L’obiettivo non è solo quello di rafforzare il tessuto connettivo e di coinvolgere direttamente la comunità affinché sia la principale beneficiaria delle ricadute economiche indotte dal turismo, ma soprattutto renderla consapevole del valore del proprio patrimonio, stimolandola alla sua conservazione e valorizzazione. KAYMANTA è il primo hub di questa rete pensato, progettato e costruito insieme alla comunità locale5.

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Crediamo che l’architettura debba servirsi di una risorsa preziosa, la collettività. E che il disegno partecipato sia uno strumento fondamentale per rafforzare un progetto dove la voce in campo non sia solo quella dell’architetto, ma dove tutti gli attori possano far parte di un coro unanime. Abbiamo collaborato con la comunità attraverso workshop partecipativi6 volti a supportare la nostra idea progettuale, affrontando gli aspetti non solo architettonici ma anche socioantropologici del rapporto architetto - comunità, diverso da quello architetto - cliente al quale siamo abituati a pensare in Europa. Il progetto che abbiamo sviluppato riguarda la riqualificazione di uno spazio pubblico, inteso prima di tutto come spazio d’incontro per la comunità e secondariamente per il turista. L’altro strumento di cui ci siamo servite è l’autocostruzione, con riferimento alla Minga 7

il disegno partecipato è uno strumento fondamentale per rafforzare un progetto dove la voce in campo non sia solo quella dell’architetto, ma dove tutti gli attori possano far parte di un coro unanime

insita nella cultura Kichwa; parliamo di autocostruzione progettata e guidata, dove il budget economico si abbassa e le mani che costruiscono aumentano. Abbiamo capito che l’architettura non può chiudersi in sé stessa dentro bordi rigidi e impermeabili, diventando ogni giorno sempre più specializzata e settoriale; la sua ricchezza

sono coinvolti, ma anche quelli storici, culturali, sociali, economici

sta nella ricerca costante, nella sperimentazione, esplorazione, ma

e politici. Abbiamo capito che gli architetti necessitano di molte

anche negli errori e nei fallimenti. Per questo motivo il processo,

altre figure secondarie e specializzate che possano supportarli.

più del prodotto finale, è la vera abilità di un architetto e il valore

“Ascoltare” (il luogo e le persone) diventa così la parola chiave della

centrale di questa disciplina. Durante la nostra esperienza abbiamo

nostra metodologia. Riteniamo sia necessario un approccio leggero,

toccato questo aspetto personalmente, chiedendoci più volte se la

che non significa superficiale. Essere leggeri significa essere permea-

figura dell’architetto fosse abbastanza in questa dimensione così

bili come una spugna, capaci di assimilare le idee degli altri e lavorare

multidisciplinare, dove non solo gli aspetti progettuali e costruttivi

come una squadra. Ecco perché abbiamo coinvolto la comunità in

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tutte le fasi del nostro progetto. Per noi questa metodologia è universale ma non assoluta. È un’equazione con alcune costanti ma molte variabili che cambiano in relazione al luogo, al tipo di progetto, alle persone coinvolte. Ed è qui il punto interessante: questa esperienza sarà sempre unica e irripetibile perché le stesse variabili non possono essere trovate altrove; magari simili, ma mai le stesse. Come i risultati che otteniamo. Il progetto partecipato è un processo che lavora sulla stratificazione

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della storia, della cultura, della società, della politica e dell’evoluzione di un popolo. Spesso, ciò che queste popolazioni vorrebbero, è qualcuno che arrivi imponendo la sua idea dall’alto, in nome di ricchezza e prosperità. La nostra metodologia, invece, pretende di lavorare prima di tutto sulla mentalità delle persone, rendendole coscienti del grande potenziale di cui dispongono e della loro identità, aiutandole così nella loro valorizzazione. È un processo lungo e fragile che molte volte, nella nostra esperienza, ci è sembrato inutile come una piccola goccia nell’oceano, che spera però di generare un’onda sempre più grande. KAYMANTA è solo un inizio. Per la comunità, nel miglioramento delle sue condizioni di vita e nella valorizzazione dei suoi paesaggi spettacolari; e per noi, che continueremo a muoverci in questa realtà in quanto architetti e cittadine del mondo, speranzose che questa esperienza sia stata solo la prima di molte altre incredibili avventure. ♦

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un progetto con una comunità Kichwa in Ecuador sarà completamente diverso dal progetto realizzato con la stessa metodologia (ma variabili differenti) in un piccolo paese della Sicilia


NOTE 1 - Parola Kichwa che significa letteralmente “da qui” e da cui prende nome il nostro progetto di Laurea Magistrale che, fisicamente, si traduce nella costruzione di un molo-mirador. 2 - Traduzione letterale dallo spagnolo “di quello che c’è con quello che c’è”. 3 - Cultura appartenente a differenti gruppi etnici presenti in Ecuador, Bolivia e Perù che hanno come lingua madre il Kichwa (o Quechua). 4 - Il lago San Pablo è localizzato nel cantone di Otavalo, provincia di Imbabura, Ecuador, 200 km a nord della capitale Quito. 5 - Comunità di Cachiviru appartenente alla Junta Parroquial di San Rafael de la Laguna, lago San Pablo. 6 - I workshop partecipativi, quattro in tutto, sono iniziati il 29 Maggio 2015 con la prima riunione comunitaria e si sono conclusi con l’approvazione del progetto da parte della comunità il 13 Luglio 2015. Ogni workshop, organizzato in varie attività, era relazionato a un argomento specifico: presentazioni e compromessi, identità e storia, tecniche di costruzione tradizionali e artigianato, proposta progettuale e approvazione. 7 - Lavoro collaborativo in cui amici e vicini offrono il loro tempo, impegno (e qualche volta fondi) per raggiungere un obiettivo comune per il miglioramento della comunità. La costruzione partecipata di KAYMANTA, durata 40 giorni, è iniziata il 24 Agosto 2015 e si è conclusa il 13 ottobre 2015 con la sua inaugurazione. IMMAGINI Immagini delle autrici. 01 - Discussione dell’idea progettuale, 4° workshop partecipativo, 13 Luglio 2015, San Rafael de la Laguna. 02 -Juego del hilo per conoscerci, 1° workshop partecipativo, 29 Maggio 2015, San Rafael de la Laguna. 03 - Niños in cantiere, 3° settimana di costruzione, Cachiviru. 04 - Utilizzo artigianale del carrizo, 7° settimana di costruzione, Cachiviru. BIBLIOGRAFIA - Aravena A., Iacobelli A., “Elemental. Incremental housing and partecipatory design manual”, Hatje Cantz, Stuttgart, 2012. - Arquitectura Ensusitio, “Con lo que hay II”, Ecuador, 2013. - Mastrojeni G., “L’arca di Noè: per salvarci tutti insieme”, Chiarelettere, Milano, 2014.

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Cittadinanza, spazi e degrado Giovani attivi e volenterosi, per far sentire la propria voce sulla questione del degrado nella periferia urbana - Associazione OPENSPACE

di Milena Giuseppina Murru Milena Giuseppina Murru è laureata in Ingegneria edile/architettura, ama l’architettura e molte delle sue sfaccettature. Si occupa di architettura tecnica, accessibilità e benessere dei luoghi. e-mail: milemurru@yahoo.it

Participation and degradation, two words commonly used in talking about urban planning and architecture. Recently different kinds of people try to take an active role in the transformation of the cities’ outskirts through the constitution of a social movement and association. Bergamo OpenSpace is an example of this phenomenon in which social changes pass through the commitment of the individuals.

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Nessuno può chiudere gli occhi di fronte all’edilizia che forma la scena della vita cittadina e porta il segno dell’uomo nella campagna e nel paesaggio” (Zevi, 2004). Il termine partecipazione è associabile dal verbo latino intersum: essere in mezzo, far parte. Nell’uso odierno, per estensione, chi partecipa è chi prende parte attiva, chi ha un interesse fattivo, chi interviene e collabora in gruppo, chi contribuisce a rendere comune la conoscenza. Degrado: sostantivo derivato dal verbo degradare, sta ad indicare un graduale passaggio da una condizione migliore a una peggiore. Accezione applicabile a un ventaglio di campi, culturale/sociale/economico/architettonico ecc., è sinonimo di abbandono, di incuria, di deterioramento. Concetti articolati e complessi, con sfaccettature molteplici e composite, trovano un ponte di congiunzione in una disciplina tanto normata quanto creativa quale è l’architettura ai giorni nostri. Senza essere esperto in materia, ciascun individuo è coinvolto nei processi urbani e architettonici, in quanto il solo vivere un luogo e uno spazio, fan sì che esso ne subisca influenze e ne conservi tracce per lungo tempo. Prendere coscienza di quanto la presenza di ognuno contribuisca ad arricchire e/o a deteriorare un luogo, consente di comprendere quanto sia significativo l’intervento e il coinvolgimento delle diverse parti che compongono un ambiente nella progettazione dell’ordine e dell’interesse collettivo presente e futuro. Rendere la cittadinanza una forma di condivisione favorisce la trasparenza e l’inclusione, e non per ultimo accresce un senso di appartenenza, che rafforza in modo rilevante il legame identitario ed affettivo con il territorio e con quanto ne è relativo. Se ci si sente parte di qualcosa, si è stimolati a prendersene cura e si è disposti a fare uno sforzo per mantenerlo in vita, se al contrario ci si sente estranei a un luogo, si rischia di viverlo con distacco e disinteresse e ciò, nel lungo termine, ha come conseguenza la trascuratezza e la noncuranza, proseguendo nella strada di un lento ma troppo spesso inesorabile degrado. Tra le diverse realtà che hanno compreso il valore della cittadinanza partecipativa a


Bergamo, è degna di nota l’associazione OPENSPACE costituitasi nel 2014 per volere di un gruppo di giovani attivi e volenterosi nel far sentire la propria voce sulla questione del degrado di alcuni angoli di periferia urbana di Bergamo. Partendo dalla riflessione riguardo una piccola area nei pressi del viadotto all’ingresso del loro quartiere, abbandonata dagli sguardi dei residenti ormai abituati al binomio sbandati-sporcizia, hanno creduto nella possibilità di dare nuova linfa a una striscia di asfalto considerata terra di nessuno, e quindi come tale dimenticata e bistrattata dai più. Armati di entusiasmo e voglia di fare, si sono rimboccati le maniche, per ripulire e riprendere possesso di quei pochi metri, dove hanno saputo riportare ragazzi, bambini e curiosi, attirati da musica, laboratori, bancarelle e attività di varia natura. Coinvolgendo persone, attività commerciali e associazioni culturali, si è ripensato quel luogo dandogli una nuova fisionomia, creando uno spazio vivo e dinamico per dimostrare come con l’aiuto di tutti si potessero sprigionare le potenzialità inutilizzate di quell’angolo di quartiere rimasto a lungo proprietà di nessuno. L’associazione, insieme al Comune, alla Parrocchia e ai cittadini ha quindi cercato di recuperare e riappropriarsi degli spazi urbani sottoutilizzati attraverso un processo di rigenerazione urbana dal basso, cercando di dare al parcheggio, spazio molto flessibile per le sue caratteristiche, una forma e una funzionalità mutevole a seconda delle esigenze. “Tutti per uno, uno per tutti” (Alexandre Dumas, I tre moschettieri): l’impegno a un patto di solidarietà che coinvolga cittadini, istituzioni e professionisti è forse la formula vincente per riconsegnare alle persone il luogo in cui vivono e farle sentire parte di una comunità, nel senso più esteso del termine. ♦ Crediti immagini: OPENSPACE. BIBLIOGRAFIA - Zevi B., “Saper vedere l’architettura”, Einaudi, Milano, 2004. - Sclavi M., “Avventure urbane: progettare la città con gli abitanti”, Elèuthera, Milano, 2002. - De Carlo G., “An Architecture of Participation”, Melbourne, Royal Australian Institute of Architects, Victorian Chapter, 1972. - Lynch K., “L’immagine della città”, Marsilio, Venezia, 2001. - Abis E., “Piani e politiche per la città: metodi e pratiche” Franco Angeli, Milano, 2003.


Quattro palme, tre galline e un po’ di umanità Il giardino di Awai a Venezia

Francesca Luise è presidente di Awai e gestisce il laboratorio di tessuti. e-mail: associazioneawai@gmail.com

G

di Francesca Luise ennaio 2016. Prendiamo in affitto un’ex agenzia viaggi a Venezia, siamo in sei e ci dividiamo l’affitto, una settima (musicista) è esterna ai laboratori. Facciamo lavori diversi, ma non inconciliabili, sotto l’egida dell’arte e dell’artigianato nelle varie decli-

nazioni. Fondiamo un’associazione culturale per la gestione degli aspetti comuni e perché abbiamo l’intenzione di organizzare corsi,

Awai Cultural Association (Venice, Santa Croce 201/A) was established in fall 2016. It’s core members are craftspeople, artists, photographers, programmers and musicians, all connected by the common need to share a collaborative studio space in Venice. After a few months, the possibility of managing, as volunteers, a large garden beside the studios, materialized. It is a former urban area very rich in vegetation, that was previously used as storage for about forty years but has fallen into neglect over the last few years. The Association feels that the positive opportunities presented by the connection of the Awai garden to the studio spaces and activities, effecting both the artistic and artisan dimensions, present not only a frame to the events that are organized in the garden, but the garden has become its true and connective tissue, a focal point for the Awai artists and the local Venetian community.

workshop e attività aperte. Due mesi dopo riusciamo a prendere in gestione anche il giardino dismesso attiguo al laboratorio, circa 300 m 2 di area verde a sambuchi, fichi e palme. Tante palme. Nasciamo per una serie di fortunate coincidenze per cui tutto sembra confluire verso un’unica direzione. Dalla ricerca quasi disperata di un laboratorio dove svolgere le nostre attività (perché a Venezia, si sa, la ricerca degli spazi è spesso disperata e infruttuosa), si è schiusa la possibilità di gestire un’ex area urbana nel cuore di una città il cui verde è sempre troppo spesso privato o privatizzato, assente dalla quotidianità. Chi siamo Studio Etra, Goofy Goober, Ambubar: metallo, fotografia, programmazione e digital art, stoffa, mosaico e pittura1. Quattro stanze ognuna con materiali, stili e modalità differenti. Facce che si guardano per la prima volta, iniziano i confronti, le tensioni, le affinità attorno ai temi, i grandi e piccoli temi, che scaturiscono dal vivere e operare comune. Non è scontato capirsi. Qualcuno arriva e qualcuno va. Nei locali al chiuso si snodano esperienze lavorative ed esistenziali distinte, che ci spingono comunque a raccoglierci attorno a un’unica realtà associativa. Eppure Awai2 acquisisce una vera e propria fisionomia nel momento in cui decidiamo di occuparci anche del giardino attiguo ai nostri studi. Il verde Awai per primo ci costringe a una prospettiva di condivisione e progettualità comune. Ci invita cioè a porci delle domande sull’agire comune e a tentare di capire se è possibile

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una via che, mettendo a frutto le nostre specificità, si apra anche alla città. Maria Luisa (la proprietaria) ascolta le nostre proposte, asserisce alle nostre richieste, ci basta poco per capire che è disposta ad accompagnarci in questa avventura e che le nostre esuberanti visioni lei le capisce a fondo o, almeno, le fanno allegria. Abbiamo noi tutti deciso di vivere a Venezia. Tanta antichità che dietro la parvenza internazionale e la patina romantica nasconde una linfa debole, ma presente. Venezia è uno di quei posti dove chi si alza ogni mattina per comprare il pane è sempre in numero minore rispetto alle ondate che la invadono, stravolgendone i tratti e perlustrandone solo la superficie. Ci piace pensare che chi opta per questo posto, nonostante le difficoltà negli spostamenti, il costo della vita e le scelte pubbliche spesso poco attente ad agevolare i

chi opta per questo posto, nonostante le difficoltà negli spostamenti, il costo della vita e le scelte pubbliche spesso poco attente ad agevolare i residenti, stia in qualche modo facendo la propria piccola - invisibile, forse - resistenza

residenti, sta in qualche modo facendo la propria piccola - invisibile, forse - resistenza. Il giardino

trasformato in roccambolesca avventura quando, una mattina d’e-

La vecchia corte degli Amai 3 versa in uno stato di semi abbando-

state, tra foglie e rami sono sbucate tre galline: Giudicocca, Pollo

no da quasi quarant’anni. Decennale deposito di materiali, è stato

Nord e Pollo Sud, le nostre mascottes.

immediato pensare che non poteva rimanere solo a nostro appannaggio. Diversamente, dovevamo trovare e capire la formula af-

24 maggio 2016: si apre

finché divenisse luogo aperto di incontro, dove accogliere espres-

Con la banda del Circo Paniko che solca a suon di tromboni i canali

sioni artistiche locali e internazionali. Tentativo, questo, assieme

di Santa Croce, trasportati a remi dalle tradizionali imbarcazioni re-

alle altre realtà presenti in città, di contribuire a ridurre l’atmosfera

staurate dall’Associazione culturale galleggiante Il Caicio, accogliamo

spesso asfittica che qui vige. Il primo passo è stato rimboccarsi le

decine di persone dagli sguardi increduli. Perchè Venezia non è solo

maniche e infilare le mani nel terreno, un’operazione che ha la-

bella, è magica e verace e chi la conosce si ricorda ancora bene degli

sciato il posto agli antichi masegni dissestati che caratterizzavano

scorci surreali che questo luogo sa far risuonare. Sono ormai alcu-

un tempo la pavimentazione di una parte della corte. Dopo aver

ni mesi che lavoriamo per questo, attanagliati dai classici dubbi che

ristuccato l’annesso, abbiamo parzialmente disboscato e cercato

affiorano, quando non si ha ancora un riscontro del proprio agire.

di dare forma e respiro a una vegetazione folta ma mai curata,

Questa serata sarà la prima di una serie di iniziative associative in cui

iniziando a riconoscere il nome e il profumo delle foglie e a so-

cercheremo di dare voce a quelle ricerche artistiche spesso difficili

gnare un pezzo di ingenua campagna in città come un orto. Uno

da ubicare, che siano un’esposizione, un palcoscenico per una prova

spontaneo tentativo di coltivare pomodori e melanzane che si è

aperta o un corso di erboristeria per mamme e bebè.

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I vicini

Adesso vorremo gradualmente andare nella direzione di un punto di

Ruvida la diffidenza che il contesto esprime verso chi ha la volontà

sutura, creativo e accogliente, tra i nostri studi e questa straordinaria

di vivere in una città normale, dove ci sono le parole, le voci, i suoni i

macchia verde tra le pietre. Il rinnovarsi degli obiettivi, dove l’espe-

ritmi e gli odori dei lavori e delle persone. Difficile e lento il processo

rienza stessa diviene per noi un motivo di ricerca, ci spinge a chieder-

che porta a riconoscere in un nuovo manifestarsi, non una minaccia

ci come conciliare la dimensione dell’intrattenimento, con i mestieri

ma una possibilità. Chiusura di fronte al dialogo, spesso farraginoso

che abbiamo scelto nella vita e con progetti di inclusione sociale.

e dispotico fin dai primi tentativi appena arrivati. Frequentemente

L’umanità addensatasi attorno al giardino ha dato spazio alle no-

il silenzio ha costituito la principale risposta ai nostri inviti, più o

stre abilità individuali e professionali ma ad un tempo è andata a

meno timidi, a trovare un punto di contatto, un compromesso, una

volte a discapito dei percorsi laboratoriali, ponendoci delle questio-

formula di mediazione che consentisse il rispetto delle esigenze di

ni sulle ragioni profonde che ci hanno portato a unirci in un unico

chi, per lo più anziani, vive attorno a noi. All’interno di ciò, piccoli

curioso e ora coeso co-working, inaugurando, per certi aspetti, una

segnali, germogli che solo il tempo può far fiorire e l’emergere di

seconda fase. E questo “domandarsi” è humus. ♦

una curiosità per quello che stiamo facendo, primi abbozzi di un interessamento che, infondendo speranza, danno vita a un progetto dedicato proprio ai condomini che confinano con noi. Jardino de Compostela, che si svolgerà durante l’inverno 2016/20174, vedrà nel giardino Awai costruiti una compostiera e un semenzaio. Un circolo virtuoso di recupero del rifiuto organico, che porterà Awai ad accogliere e trasformare i rifiuti in nuova terra fertile. Progetto che, nella sua carica simbolica, ci auguriamo possa consolidare quelle relazioni già iniziate e ammorbidire la perplessità che ci circonda, dando un segnale concreto e chiaro delle risorse che si stanno attivando. Ora La prima fase è stata all’insegna dell’urgenza di rientrare almeno in parte degli investimenti fatti come volontari. Ad un tempo, importante è stato raccogliere il consenso degli associati, affinché l’esigenza sorta in noi divenisse sempre più una voce collettiva che rispondesse alle richieste di gruppi eterogenei.

30 OFFICINA*

vorremo gradualmente andare nella direzione di un punto di sutura, creativo e accogliente, tra i nostri studi e questa straordinaria macchia verde tra le pietre


NOTE 1 - Per una descrizione più dettagliata dei nostri studi, con una sezione sul giardino, sugli eventi già organizzati e i contatti, si veda www.awai.info ≥ 2 - Associazione Culturale Awai: questo il nostro nome, per un gioco grafico di ribaltamento tra W e M, che richiama all’antico nome - Amai - di questo pezzo del sestiere di Santa Croce. 3 - www.venicexplorer.com/maps/streetorigins/Amai ≥ 4 - Grazie alla vincita del bando “Cittadini In…fatti” del Comune di Venezia, (Osservatorio Politiche di Welfare). IMMAGINI Crediti: Alessandro Descovi. 01 - Preparazione e semina del nuovo orto. 02 - Cinema Musicato di Roberto Durante. 03 - Banda del Circo Paniko su imbaracazione dell’associazione Caicio (inaugurazione spazi Awai). LINK UTILI Associazione AWAI www.awai.info ≥

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Il progetto G124 Marghera tra partecipazione e sussidiarietà Dalle buone pratiche collaborative a politiche condivise su ambiente, socialità e lavoro in tempo di grandi cambiamenti

I

di Nicola Di Croce, Laura Mazzei, Anna Merci

Nicola Di Croce, Laura Mazzei, Anna Merci sono architetti e costituiscono il gruppo di ricerca sulle periferie G124 del senatore Renzo Piano. e-mail: n.dicroce@renzopianog124.com l.mazzei@renzopianog124.com a.merci@renzopianog124.com

l mandato G124 dai beni comuni alle buone pratiche Il gruppo di lavoro G124 nasce nel 2013 dalla volontà dell’architetto e senatore a vita Renzo Piano di dedicare il suo incarico istituzionale allo studio e alla riattivazione delle periferie

italiane. Nel 2016 il gruppo si concentra su Marghera e, in linea col suo mandato, sceglie di lavorare sull’area urbana ben consapevole che

G124 is the Renzo Piano’s working group focusing on Italian suburban areas since 2013. During 2016 the group has been working on Marghera, in the mainland of Venice. The project aims at collaborating with the citizens and the associations which are dedicated, through their everyday actions, to the reactivation of abandoned and unused public areas and buildings. Within this frame, participatory design becomes an essential tool for the development of civic engagement with urban regeneration processes. G124 team’s work seeks a new dialogue between citizens and institution in order to introduce a new participatory way of managing the “commons”; as proclaimed by the Italian constitution through the principle of subsidiarity.

l’area portuale e industriale, pur non rientrando nella scala di lavoro, si lega fortemente allo sviluppo del tessuto urbano. Le parole chiave che segnano l’approccio al contesto in esame sono “buone pratiche” e “beni comuni”: la prima fa riferimento alle azioni di associazioni, gruppi informali e singoli cittadini impegnati volontariamente nel riutilizzo della seconda, ovvero di tutte le aree e gli edifici (soprattutto pubblici) inutilizzati e sottoutilizzati che possono trasformarsi in risorsa per l’intera comunità. Il progetto sceglie quindi di supportare queste buone pratiche per arrivare a stimolare politiche in sostegno dei beni comuni, ed è proprio per raggiungere questo obiettivo che attraverso il gruppo G124 ha contribuito alla costruzione della rete ORMA, Officina Riuso Marghera. ORMA nasce infatti per superare la mancanza di coordinamento tra le realtà già esistenti attive nel territorio e si presenta alla cittadinanza come uno strumento operativo, come un motore per le trasformazioni di recupero urbano condivise dalla cittadinanza. Coordinare le progettualità latenti Se è vero che sono varie le finalità e i livelli di coinvolgimento nella progettazione partecipata, l’intervento del gruppo G124 mira essenzialmente alla costruzione di pubblico e alla formazione di virtù civiche come ingredienti essenziali per direzionare il progetto di politiche pubbliche. Non si tratta quindi di intendere la partecipazione esclusivamente come tecnologia del processo di governo finalizzata all’efficacia delle politiche, ma soprattutto come esperienza di demo-

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crazia diretta e come forma di azione politica orizzontale. Da questa

Obiettivi e approfondimenti

prospettiva la rete ORMA rappresenta un dispositivo di empowerment

L’esempio dell’ex istituto tecnico Edison Volta di Marghera rap-

teso alla costruzione di un “potere” (bottom up) lontano dalle moda-

presenta il caso studio ideale per testare le ricadute di una proposta

lità del potere politico (top down) che mira a una “riallocazione” di

partita da un gruppo di associazioni e la sua capacità di richiamare

valori comuni che fanno capo allo stesso principio di sussidiarietà

l’attenzione dell’amministrazione attorno al tema dei beni comuni

orizzontale richiamato dall’articolo 118 della Costituzione italiana.

inutilizzati e alle possibilità di gestione condivisa degli stessi.

“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favorisco-

L’ex Edison è una scuola tecnica di proprietà comunale che ha ces-

no l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svol-

sato la sua attività nel 2007 e da allora è in stato di abbandono;

gimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di

alcuni spazi sono stati successivamente assegnati al Servizio Immi-

sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma).

grazione di Venezia e alla Protezione Civile, altri sono stati ricon-

La legge di revisione costituzionale del 2001 introduce questo principio

vertiti in un dormitorio Caritas, altri ancora ospitano una palestra,

non solo riconoscendo l’attività autonoma di cittadini volta all’interesse

rimasta attiva grazie al lavoro di diverse associazioni sportive.

generale, ma dichiarando che le istituzioni debbano sostenere queste

Alcune delle associazioni poi convogliate in ORMA si sono invece

progettualità proprio perché le ricadute da esse derivanti possono avere

interessate fin dal 2012 al recupero delle porzioni dell’edificio an-

effetti positivi sull’intera collettività. Il progetto G124 mira proprio alla

cora non attive, ottenendo con una delibera della Municipalità di

creazione di un asse tra cittadini attivi (autonomi, solidali e responsabi-

Marghera un’assegnazione temporanea che non si è finora trasfor-

li) e amministrazione per la gestione e la cura dei beni comuni. È partita così una mappatura partecipata delle aree abbandonate condotta dal gruppo G124 in collaborazione con ORMA prima attraverso il progetto fotografico Immagina...Inquadra...Fotografa!, poi durante il Boulevard della partecipazione, evento organizzato dal comitato Marghera libera e pensante per presentare alla cittadinanza lo stato dell’associazionismo margherino. La raccolta di fotografie scattate per riconoscere quelle aree e quegli edifici che la cittadinanza vorrebbe riutilizzare e la mappatura partecipata realizzata durante il Boulevard, confermano l’analisi urbana condotta dal G124 collegandola alla percezione diretta della qualità dello spazio pubblico percepita dagli stessi abitanti di Marghera. In sintesi il principio di sussidiarietà, di cui ORMA si fa portavoce, rappresenta quindi una leva per la partecipazione diretta che non parte da un “processo di governo”, organizzato spesso solo

l’intervento del gruppo G124 mira essenzialmente alla costruzione di pubblico e alla formazione di virtù civiche come ingredienti essenziali per direzionare il progetto di politiche pubbliche

allo scopo di generare consenso, bensì dalle esigenze di gruppi di attori informati e consapevoli che uniscono le proprie energie per raggiungere obiettivi indirizzati al bene comune.

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da un lato si tratta di stimolare l’operato di chi è già impegnato in prima persona nella riattivazione dei beni comuni inutilizzati, dall’altro invece di creare consapevolezza tra i cittadini non ancora attivi ma potenzialmente interessati al recupero del patrimonio inutilizzato di Marghera

mata in un’assegnazione ufficiale da parte del Comune. L’obiettivo

del patrimonio inutilizzato di Marghera. La passeggiata pubblica Sulla

del progetto sviluppato dal G124 è prima di tutto quello di ottenere

via del riuso è stata organizzata proprio allo scopo di raccontare alla

l’assegnazione delle aree inutilizzate dell’ex Edison da parte dell’in-

cittadinanza il ruolo strategico delle aree scelte dal gruppo G124 per

tera rete ORMA, assegnazione che porterebbe alla riqualificazione

il progetto di riqualificazione urbana. Attraversando a piedi l’intera

non solo dell’immobile ma dell’intero vicinato, e testimonierebbe

Municipalità e coinvolgendo un’ampia gamma di attori (dalle scuole

l’importanza delle ricadute economiche e sociali dell’associazioni-

alle associazioni e alla stessa Municipalità) si è raggiunto l’obiettivo

smo e del volontariato nei processi di rigenerazione urbana.

di sensibilizzare la comunità locale sul tema del riutilizzo di aree ed

Attraverso il caso Edison il progetto vuole inoltre dichiarare la

edifici inutilizzati. La grande partecipazione da parte di un pubblico

necessità per il Comune di Venezia di adottare uno strumento di

molto eterogeneo ha dimostrato l’importanza di estendere il più possi-

gestione dei beni comuni, seguendo l’esempio offerto dal “Regola-

bile l’impegno diretto della cittadinanza nella gestione e nella cura dei

mento per l’amministrazione condivisa dei beni comuni” promosso

beni comuni in stato di abbandono.

per primo dal Comune di Bologna nel 2014. Un regolamento che

In conclusione, il progetto portato avanti dal gruppo G124 insieme

valorizzi il principio di sussidiarietà e lo elegga a pratica comune è

alla rete ORMA vuol promuovere il riconoscimento di un modello

infatti quanto mai necessario se si intende stabilire un dialogo pro-

partecipativo reale tra cittadini e amministrazione: di un approccio

duttivo tra istituzioni, imprese e cittadini, e se si riconosce che dalle

alla riqualificazione urbana che affermi il principio di sussidiarietà

buone pratiche attivate da cittadini e associazioni possano emergere

e ribadisca la necessità di una sinergia tra l’impegno istituzionale

risposte innovative alle questioni di interesse generale.

e quello della cittadinanza responsabile. Marghera è un laboratorio perfetto per sperimentare la cura e la gestione condivisa dei beni

Dalle buone pratiche agli strumenti operativi di gestione

comuni e i suoi cittadini si stanno dimostrando pronti ad assumersi

collettiva dei beni comuni

direttamente le responsabilità nella sfera pubblica che gli competo-

In sintesi il progetto elaborato dal G124 intende operare su un doppio

no dalla Costituzione Italiana. Il progetto del G124 è alimentato da

livello partecipativo: da un lato si tratta di stimolare l’attività di chi

questa tensione positiva e si fa portavoce di un cambiamento che ci

è già impegnato in prima persona nella riattivazione dei beni comu-

si augura possa costituire un esempio e una spinta per tutte le realtà

ni inutilizzati, dall’altro si tratta invece di creare consapevolezza tra i

che hanno bisogno di riaffermare l’importanza dell’agire collettivo

cittadini non ancora attivi ma potenzialmente interessati al recupero

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nella riqualificazione urbana. ♦


IMMAGINI 01 - Il Gruppo G124 con Renzo Piano e il tutor Raul Pantaleo al parco di Marghera sud. Crediti: G124 Claudio Morelli. 02 - “Immagina…Inquadra…Fotografa!” La cornice distribuita ai cittadini per inquadrare le aree e gli edifici da riutilizzare a Marghera. Crediti: Angelo Pietrobon. 03 - Mappatura partecipata al “Boulevard della partecipazione”. Crediti: Nicola Di Croce. 04 - Il coinvolgimento delle scuole durante la passeggiata pubblica “Sulla via del riuso”. Crediti: Angelo Pietrobon. BIBLIOGRAFIA - Bobbio L., (a cura di) “A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2004. - Crosta P. L., “Pratiche. Il territorio è l’uso che se ne fa”, Franco Angeli, Milano, 2010. - Crosta P. L., (a cura di) “Casi di politiche urbane. La pratica delle pratiche d’uso del territorio.” Franco Angeli, Milano, 2009. - Friedman J., “Empowerment. The politics of alternative development”, Clark University Press, 1992. - G124, Periferie N.1 Diario del rammendo delle nostre città, Report 2013-2014 ≥ - Gelli F., “Politica e politiche. Lo studio di caso? Una domanda di ricerca”, Giuffrè Editore, Milano, 2002. - Paba G., Perrone C., (a cura di) “Il coinvolgimento degli abitanti nella costruzione della città.” Alinea, Firenze, 2002 - Weick K., “Organizzare. La psicologia sociale dei processi organizzativi.” UTET, Torino, 1993. LINK UTILI ORMA Officina Riuso MArghera www.officinariusomarghera.it ≥ G124 ≥

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PORTFOLIO

Guardare Lisboa Un racconto fotografico attraverso lo sguardo degli studenti

Margherita Ferrari è architetto e dottoranda di ricerca in Nuove Tecnologie per il territorio, la città e l’ambiente. e-mail: margheritaf@iuav.it

V

a cura di Margherita Ferrari iaggiare insegna a conoscere e a guardare. Saper osservare la realtà che ci circonda, significa focalizzare l’attenzione dai dettagli più minuti all’ambiente più complesso, osservando come la natura e l’uomo caratterizzano un luogo e come l’architettura ne

diviene l’interprete. Il viaggio dunque ha un ruolo formativo molto importante, motivo per cui all’interno dell’Università Iuav di Travel teaches watching. We learn to pay specific attention from small details to extended spaces and to understand the role of architecture between man and nature. Travel has a strong educational factor, for this reason the Iuav University of Venice supports this type of activity. In collaboration with ProViaggiArchitettura, a trip to Portugal was organized, in the cities of Lisbon, Cascais and Belem (7-10 april 2016), promotoed by prof. Valeria Tatano (Dipartimento di Culture del progetto, Università Iuav di Venezia). The idea to do an images contest was born from the interest of students. The aim is to describe the meaning of “Watching Lisboa”, through three topics: Construction detail VS Architectural details; Light and architecture; The architecural travel. A committee selected the best pictures taken by several students who partecipated to the Portugal travel and they are collected in this portfolio.

Venezia questa tipologia di attività viene promossa e riconosciuta attraverso il conferimento di crediti formativi. In collaborazione con ProViaggiArchitettura è stato organizzato un viaggio studio in Portogallo, presso la città di Lisbona e le località di Cascais e Belem (7-10 aprile 2016), promosso dalla prof.ssa Valeria Tatano del Dipartimento di Culture del Progetto (Università Iuav di Venezia). Il viaggio è stata l’occasione per conoscere lo straordinario territorio del Portogallo, ma soprattutto per allenare lo sguardo: porre l’attenzione su ciascun dettaglio in relazione al proprio contesto e riflettere dunque anche sul significato di qualità, sia materiale che sociale. Dall’interesse degli studenti nasce l’idea di indire un concorso di immagini, attraverso le quali raccontare cosa per loro significasse guardare l’architettura, appunto Guardare Lisboa. L’obiettivo è stato quello di interpretare tre possibili temi: Dettaglio costruttivo VS Dettaglio architettonico; Luce e architettura; Il viaggio architettonico. La partecipazione è stata numerosa e il materiale raccolto era prettamente di carattere fotografico, pochissimi i disegni. La selezione delle foto è stata effettuata tramite un giuria costituita dalla prof. Valeria Tatano, dal fotografo Umberto Ferro e da alcuni membri della redazione di OFFICINA*. La scelta non è stata facile, molti parimerito, ma un vincitore unanime: Un cortile nel cielo di Davide Bruneri (immagine accanto), la cui foto vuole raccontare il rapporto dell’architettura con la luce, regalando anche a noi un piccolo pezzo di cielo in questo numero. ♦


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06 01 - Un cortile nel cielo, di Davide Bruneri. 02 - Into the architecture, di Anna Sasso. 03 - Materiale e materia, di Linda Guariento. 04 - From darkness to light, di Alberto Balzan. 05 - Observador, di Pietro Franchin. 06 - Rapporto vivo, di Edoardo Turozzi. 07 - L’equilibrio, di Lifei Lai.

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08 - La curiositĂ di conoscere, di Edoardo Turozzi. 09 - Blades in the sky, di Alberto Balzan. 10 - Stairway to heaven, di Alberto Balzan.

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IN PRODUZIONE

Scambio di fiducia La costruzione di una rete attraverso la moneta complementare Venetex

Margherita Ferrari è architetto e dottoranda di ricerca in Nuove Tecnologie per il territorio, la città e l’ambiente. e-mail: margheritaf@iuav.it

The complementary currency is a particular payment form and it is supplementary to the official currency: today it also exists in Veneto and its name is Venetex. Venetex is a very young network and it’s operative from September 2016, but already more than 100 companies partecipate in the project. This complementary ccurrency originates from Sardex, that begun in 2010 in Sardinia from the idea of five Serramanna inhabitants. They had a specific aim: the reactivation of the local economy and the trust between professionals and companies. Within few yers they have been able to create a complex but efficient economic network. In this network every company is supported by a team of professionals, who help the company to use its untapped potential. It corresponds with goods or capabilities that don’t ciculate through the official currency. Thanks to this network, an economy, but specially a social model is reactivating.

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Q

di Margherita Ferrari ualche anno fa leg-

Trattasi di potenziale inespresso, ovvero

gevo un breve arti-

una capacità di fare o di essere che resta

colo riguardo una

lì, ferma, senza essere sfruttata o applica-

cosa (perché all’e-

ta. Questa realtà purtroppo la conosciamo

poca non capivo

bene, costituita da tutte quelle attività che

cos’era) denominata

chiudono e da tutti i disoccupati che non

Sardex. Accanto a me l’esperto di economia

trovano impiego nel proprio settore.

(mio padre) mi illustrava in cosa consisteva

Di fronte a tale situazione tante piccole real-

e soprattutto la differenza tra una moneta

tà si stanno comunque muovendo, sia priva-

complementare e una elettronica: nono-

tamente che pubblicamente, per continuare

stante l’abbia capito (coi miei tempi), non si

a mantenere vivo il proprio territorio. Tra

parlerà di questo aspetto, bensì di un mo-

queste è nata anche Sardex, a Serramanna,

dello economico prima di tutto sociale, di

nove migliaia di abitanti e una quarantina di

un modello nato in un piccolo paese della

chilometri da Cagliari: nasce qui il proget-

Sardegna, ma poi esportato nelle altre re-

to, con l’obiettivo di mettere in rete proprio

gioni, ora anche qui in Veneto.

quel potenziale inespresso, e nel corso di

Quante volte ci capita di vedere immobili ab-

pochi anni si struttura al punto da divenire

bandonati, che essi siano strutture produtti-

un modello da esportare e applicare nelle

ve o abitazioni in centro storico? O vedere la

altre regioni italiane, conosciuto come Cir-

bottega chiusa col cartello “Cedesi attività”

cuito di Credito Commerciale.

del nostro calzolaio di fiducia o della fioraia

Si tratta di un circuito basato sull’utilizzo di

che resuscita le piante di chi il pollice pro-

una moneta complementare, il Sardex ap-

prio verde non ce l’ha? Purtroppo molto

punto, utile ad attribuire a quel potenziale

spesso ci scontriamo con queste situazioni,

inespresso un equo valore e a riportarlo at-

dovute ai motivi più differenti. Il risultato è

tivo in un circuito slegato dall’Euro. La mo-

quello di un territorio che si sta fermando

neta complementare intesa come strumento

e paradossalmente omologando, dove solo i

di scambio non sostituisce la moneta uffi-

grandi produttori e i grandi distributori ri-

ciale, bensì integra tutti quei sistemi in cui

escono a sopravvivere. Questo andamento

questa non riesce ad essere efficace. Come

rischia di compromettere un’intera identità

ad esempio la crisi economica del 2008, con

italiana, fatta di migliaia di sfumature arti-

la bancarotta di Lehman Brothers, che mise

gianali, sfumature che caratterizzano gli abi-

in ginocchio l’economia mondiale andando

tanti del territorio e il proprio lavoro.

a intaccare anche la fattoria nella campagna


merose porte chiudersi davanti ai loro oc-

Sardex si inserisce esattamente qui, nel mo-

chi, probabilmente non immaginavano che

mento in cui tante realtà come quella fatto-

stavano costruendo non solo un esempio,

ria hanno bisogno di continuare a lavorare,

ma un modello economico da esportare. Il

lo sanno fare e i loro clienti ne hanno biso-

loro progetto è nato dalla volontà di aiuta-

gno, ma non dispongono della liquidità per

re il proprio territorio, costruito sulla base

farlo: la moneta complementare quantifica

delle esperienze, delle ricerche, e portato

questa capacità e la rende merce di scam-

avanti con fermezza e fiducia, mettendo a

bio. La fiducia tra i soggetti economici è la

disposizione il proprio sapere non solo per

premessa e la condizione necessaria per il

un’impresa ma per una moltitudine di pic-

funzionamento della moneta, il cui valore

cole realtà, che sono quelle che caratteriz-

si può esprimere esclusivamente all’interno

zano il territorio italiano ed europeo.

della propria rete e non ovunque.

L’inserimento di un’azienda all’interno del

Il primo obiettivo di Sardex è stato la costru-

Circuito di Credito Commerciale viene ac-

zione della rete, per mettere a sistema il po-

curatamente valutato sulla base del suo po-

tenziale inespresso del territorio. I primi anni

tenziale e sulle necessità della rete in quel

sono stati difficili, molte realtà locali avevano

momento. Le imprese, attraverso una quo-

bisogno di Euro e non di promesse: ma nel

ta annuale ponderata, attivano un proprio

2010 la prima azienda ha dato fiducia al pro-

conto corrente online all’interno del Circui-

getto e di seguito lo stesso anno oltre 230 im-

to: gli scambi della rete sono tracciabili, al

prese hanno aderito. Nell’arco di dodici mesi

fine di monitorare la condizione di ciascuna

è stata costruita una rete di imprenditori e

azienda e verificare le capacità di vendita e

professionisti, dove circolavano beni mate-

acquisto, e quindi di partecipazione al pro-

riali e servizi e riattivavano così l’economia

getto. In questo modo la moneta continua a

del territorio, offrendo nuovo potere d’acqui-

circolare e non viene accumulata, altrimenti

sto ed evitando a molti la cassa integrazio-

perde la propria efficacia e il potenziale re-

ne. Con Sardex si è ricostruito un modello

sta inespresso: si pensi che Sardex circola

economico basato sulla fiducia e il rapporto

10 volte più velocemente rispetto l’Euro. Si

umano e sul concetto di moneta intesa come

tratta di uno strumento complesso ma reso

mezzo di scambio e non di accumulo.

accessibile da un team di professionisti che

la moneta complementare non sostituisce la moneta ufficiale, bensì integra tutti quei sistemi in cui questa non riesce ad essere efficace e offre alle imprese un mercato aggiuntivo, con soluzioni concrete ai problemi di liquidità

EX

banca, la quale però era bloccata dalla crisi.

10 /

RD

datori di Sardex, quando hanno visto nu-

SA

Littera, Carlo Mancuso, e Piero Sanna, fon-

ti, ma che necessitava di un prestito dalla

RO

aveva nulla a che fare con questi investimen-

01

EU

Franco Contu, Gabriele Littera, Giuseppe

1

più sperduta della Sardegna, la quale non

VEN

ET

EX

02

N.15 NOV-DIC 2016 43


03

offrono un’assistenza costante e mirata. Tra

Venetex, ci raccontano durante un incontro

utilizzare le risorse del territorio che talvolta

questi troviamo anche i broker che affianca-

presso la loro sede di Padova come questo

non si conoscono neppure: attraverso Vene-

no le aziende nelle transazioni in Sardex e

modello economico sia basato essenzialmen-

tex c’è la possibilità di scoprirle e di lavorarci

che valutano l’ingresso o meno di un’azienda

te sulla fiducia, che negli ultimi anni è sva-

insieme, offrendo un bene o un servizio e ac-

nel circuito, al fine che l’uno possa essere ef-

nita, bloccando così numerose transazioni e

quistandone altrettanti, anche se di Euro sul

ficace all’altra. La conversione tra la moneta

investimenti. “Lo scambio commerciale av-

conto corrente non ce ne sono abbastanza.

ufficiale e quella complementare in questo

viene sulla base di una relazione umana” ci

L’obiettivo è di costruire una rete produt-

caso non necessita neppure di particolari

spiega Francesco Fiore “la persona partecipa

tiva, riattivando i consumi e le produzioni

tabelle: un Sardex corrisponde a un Euro.

a questa rete perché vuole partecipare all’e-

locali, e coinvolgendo fino a 20 mila realtà

Il fatturato in Sardex è aggiuntivo rispetto

conomia del territorio e perché in essa, e in

entro il 2022: ma Venetex vuole prima di

a quello in Euro, il quale viene comunque

ogni sua realtà, ripone la propria fiducia”. I

tutto esprimere l’utilità collettiva del terri-

mantenuto per i pagamenti al di fuori del cir-

broker di Venetex supportano quotidiana-

torio, affermando quel potenziale che oggi

cuito: in questo modo il potenziale inespres-

mente le aziende e per ciascuna di esse viene

è fermo perché mancano i mezzi di paga-

so nel circuito monetario ufficiale diventa

studiato un modello ad hoc per le transazioni

mento, ma che proprio adesso ha bisogno

prodotto o servizio di scambio nel mercato

con altri clienti o fornitori, sulla base delle

di restare attivo, per rispondere non solo

complementare. Sardex è dunque un credi-

esigenze di ciascun aderente, permettendo

ai bisogni degli abitanti, ma per mantenere

to reciproco, un sistema di diritti e doveri, a

così di mantenere in equilibrio il rapporto

vivo il carattere produttivo del nostro terri-

cui ciascuno deve sottostare: solo in questo

domanda-offerta all’interno del circuito. In

modo la rete può funzionare.

questo modo anche il legame col territorio si

Nel corso degli anni questo modello è emi-

rafforza, creando a sua volta maggiore sicu-

grato anche nelle altre regioni italiane e a

rezza all’interno degli scambi economici, ma

partire dal 2014 ha dato vita ad altri circuiti,

soprattutto tra le persone.

adattandosi alle differenti realtà territoriali e

Venetex ha un forte impatto sociale, stretta-

in alcuni casi mantenendo nel proprio nome

mente territoriale: la costruzione della stes-

il suffisso finale –ex per indicare ex-change, lo

sa rete si basa su incontri di presentazione

scambio. In Veneto infatti parliamo di Ve-

organizzati con cadenza settimanale (si pos-

netex: è un circuito giovanissimo, che ha da

sono trovare al sito circuitovenetex.net ≥),

poco iniziato a costruire la rete di aziende e,

occasioni in cui conoscersi e confrontarsi,

nonostante i tempi brevi, già 100 realtà han-

ed eventualmente fissare un appuntamento

no aderito al progetto e sono circolati oltre

per sviluppare una strategia più mirata per la

60.000 Venetex, che significa lavoro. France-

propria azienda.

sco Fiore, amministratore delegato Venetex, e

Quello che accomuna queste realtà, aziende

Daniele Ceschi, responsabile comunicazione

o liberi professionisti che siano, è quello di

44 OFFICINA*

torio, artigianale e innovativo. ♦

04


la moneta continua a circolare e non viene accumulata, altrimenti perde la propria efficacia e il potenziale inespresso non viene utilizzato

IMMAGINI Crediti: Venetex. 01 - Francesco Fiore durante un evento di presentazione di Venetex. 02 - La moneta Venetex circola rispetto l’Euro circa 10 volte più velocemente, poiché il suo valore sta nello scambio o nell’accumulo. 03 - Il gruppo Sardex. Immagine di Alessandro Toscano. 04 - Il modello Sardex a partire dal 2014 è stato esportato in altre regioni italiane: la mappa riassume i circuiti attivi nel 2016. 05 - L’incontro di Venetex lo scorso settembre ad Abano Terme (PD), organizzato presso il Birrificio Birdò.

www.circuitovenetex.net ≥

05


VOGLIO FARE L’ARCHITETTO

Da spazi ordinari a luoghi concretamente straordinari La progettazione partecipata come modello di rigenerazione urbana: il caso dell’Ex Plip di Venezia

di Alice Brusa Alice Brusa è stagista presso l’ufficio Nuove Sedi del Centro Medico Santagostino, una start up in ambito sanitario nata grazie ai finanziamenti di una venture capital sociale. Si occupa della ricerca, della progettazione e del project management per l’apertura di nuove sedi. Collabora con lo studio R2+ per concorsi di architettura. e-mail: a.brusa23@gmail.com

Traditional design projects typically include the paying client and professionals. In participatory design, members of the wider community - from the users who are directly affected by the design, to the local business owners who may be peripheral to it - are also recognised as legitimate stakeholders: the real impact is often made when we intentionally build up a person’s capacity to contribute at higher levels. As Alejandro Aravena said, participatory design is not a “hippie, romantic, let’s-all-dream-together-about- thefuture-of-the-city” kind of thing. It’s not even trying to find the right answer. It is mainly trying to identify with precision what is the right question. This is the main reason to involve people asking what kind of city do they want. This because the more complex the problem is, the more is the need for simplicity.

46 OFFICINA*

Cities have the capa-

sta dando i risultati migliori a livello europeo.

bility of providing so-

La Plip è un edificio che, sia geografica-

mething for everybody,

mente sia simbolicamente, si inserisce in

only because, and only

un contesto urbano non banale: le caratte-

when, they are created

ristiche e la dimensione attuale della città di

by everybody”. Jane

Mestre sono dovute alla sua trasformazio-

Jacobs, in Vita e morte delle grandi città, ci rac-

ne da piccolo centro di campagna di 20.000

conta di un approccio all’urbanistica che si

abitanti a un centro urbano che ospita una

fonda sulla dicotomia individuo-collettivi-

popolazione dieci volte maggiore. La rapi-

tà. Ci racconta in qualche modo di città co-

dità di questo sviluppo, avvenuto nell’arco

struite con due unità di misura, nella quale

di un ventennio, non ha permesso la co-

la necessità del singolo diventa il punto di

struzione di un sistema ordinato di espan-

partenza di un’azione volta a massimizzare

sione, con un conseguente stravolgimento

i valori collettivi. È con lo stesso principio

dal punto di vista urbano che, nel 1980, l’ha

che le pratiche partecipative concretizzano

portata a essere la città del cemento con

il concetto di swarm intelligence o, per così

soli 20 cm 2 di verde per abitante. Mestre ci

dire, intelligenza collettiva. Le parti atomi-

presenta un panorama in cui è impossibile

che, se prese a sé stanti possiedono poten-

tracciare una linea di demarcazione netta

zialità e funzionalità che le contraddistin-

tra ciò che è urbano e ciò che non lo è: la

guono in maniera lineare, ma, nel momento

trasformazione del territorio è frutto della

in cui si aggregano a formare un sistema e

ricerca del miglior lotto disponibile in rela-

raggiungono una soglia critica, cominciano

zione all’accessibilità, al costo, alla distanza

a manifestare delle proprietà e dei compor-

dal luogo di lavoro, alla malleabilità degli

tamenti collettivi differenti per effetto del-

strumenti urbanistici. Il concetto novecen-

le relazioni che si stabiliscono tra di loro.

tesco di periferia è stato sostituito da quello

In sostanza, intelligenze individuali, se

di sprawl: una sorta di continuum che diluisce

combinate tra loro, hanno la potenzialità di

il senso di appartenenza a una comunità in

produrre effetti massivi a livello culturale,

una sterminata e ininterrotta costellazione

sociologico, politico e antropologico.

di fabbricati alla cui disposizione sul terre-

L’avvio di un processo partecipativo per la ri-

no è impossibile associare la lettura di una

definizione del ruolo dell’ex Centrale del Lat-

qualsiasi gerarchia. È in questo momento

te Plip nella sua essenza costruttiva e urbana,

che si realizza un evento tipico della socie-

ha voluto sperimentare una delle pratiche che

tà mediatizzata: si scambia la cancellazione


della rappresentazione di un fenomeno con

hanno sostanziato la necessità di ridefinire

la scomparsa del fenomeno stesso. Se per

un nuovo modello di gestione e un nuovo

qualcuno il concetto di periferia non esiste

modello architettonico che fossero in gra-

più, la realtà ci mostra che esso è esploso in

do di sostenere la vocazione pubblica e ur-

mille periferie, difficili da inscrivere dentro

bana di questo spazio. Nuovi usi e una nuo-

i vecchi schemi urbanistici ma che sono in-

va veste sono stati indagati a partire da una

quadrabili in nuove figure sociali e nuove

fase di dialogo aperto con le associazioni,

comunità che, a fronte dell’assenza di ri-

con l’obiettivo di dare vita a un progetto-

sposte istituzionali, si costruiscono la pro-

ricerca. Gaston Bachelard ne La poetica dello

pria realtà con i mezzi che hanno. Allora la

spazio diceva che “Bisogna amare lo spa-

mappa diventa complessa, contraddittoria.

zio per descriverlo tanto minuziosamente

L’esplosione della città nei suoi mille cuori

come se vi fossero molecole di mondo” ed

genera disagi e micro-conflitti: l’assenza di

è proprio quello che si è cercato di fare: co-

spazi pubblici di qualità e l’alta percentuale

struire un’immagine della Plip attraverso i

di occupazione del territorio hanno matu-

racconti e i contributi delle persone che la

rato una crescente necessità di interventi

abitano quotidianamente. L’azione parte-

nella coscienza collettiva dei cittadini.

cipativa si è quindi evoluta da una fase di

L’idea alla base di questo progetto nasce da

ascolto attivo a una di residency1, rinnegando

una riflessione condotta sul potenziale sim-

l’osservazione passiva e facendo dell’osser-

bolico e d’uso dell’ex Centrale del Latte: la

vazione attiva, della produzione collettiva

gestione di questo spazio è affidata, dal Co-

di sapere, lo strumento principe per la co-

mune di Venezia, ad Aeres, un’associazio-

noscenza profonda di un luogo. Il presidio

ne di secondo livello che opera nel campo

fisico all’interno dell’edificio è stato fon-

dell’economia solidale. Le criticità rilevate

damentale al fine di comprendere le dina-

nel tempo, relativamente a questo edificio,

miche e i flussi, per poter costruire la base

01

l’idea alla base di questo progetto nasce da una riflessione condotta sul potenziale simbolico e d’uso dell’ex Centrale del Latte

N.15 NOV-DIC 2016 47


02

03

prodotto una fertilità creativa che è stata

bito di economia solidale, è stata inserita in

poi convogliata nella realizzazione e con-

un sistema urbano con le stesse ambizioni:

cretizzazione di diversi scenari. Il progetto

la sperimentazione si è protratta lungo un

finale ha individuato nella Plip la Centrale

chilometro che la collegasse al Parco Alba-

dell’altrAEconomia, una sorta di brand in

nese in un’ottica di scambio reciproco in-

grado di mantenere la vocazione di luogo

out, tra l’edificio e la città, per costruire de-

in cui convogliare elementi che vengono

gli spazi pubblici significanti e significativi.

elaborati in modo critico per poi essere

#Iocostruisco è lo slogan di una piccola

ridistribuiti alla città, con lo stesso princi-

campagna di interazione che si è cercato di

pio del ciclo produttivo del latte. Nel caso

creare per stabilire una relazione con i fre-

specifico si parla di cultura: le varie compe-

quentatori del parco, un’altra azione di natu-

tenze e conoscenze vengono canalizzate in

ra partecipativa volta alla costruzione di sce-

questo spazio unico e unificante per essere

nari: “io costruisco” diventa “io produco”.

esaminate, rielaborate, riorganizzate e poi

Attraverso le differenti azioni che le persone

distribuite sotto forma di servizi, eventi o

attuano in un luogo si possono produrre og-

conoscitiva su cui si è sviluppato un pro-

prodotti. Diventa dunque un mercato del-

getti, cultura, urbanità e infine anche città.

cesso di comunicazione attraverso i social

la sperimentazione, aperto a una città che

Il vivere collettivo non è unicamente un

media e poi un workshop-charrette . La dupli-

abbia la volontà di ricostruirsi a partire dagli

modo per relazionarsi al mondo contempo-

ce natura di questo evento ha permesso di

aspetti più genuini e quotidiani, riportando

raneo, sempre più globale e multietnico, ma

strutturarlo attraverso cicli di incontri con

l’attenzione su quelle attività e quelle politiche

è soprattutto una maniera di fruire la storia

esperti e professionisti, alternati a momenti

che influenzano il modo di vivere. Mercato di

del passato tutelata nello scrigno della città.

di lavoro tematizzati. In questo modo si è

prodotti, di conoscenze, di relazioni, di lavo-

La dimensione umana all’interno di quel-

espletata una prima fase di conoscenza dei

ro, di servizi e di luoghi attraverso laboratori,

la architettonica costituisce un elemento

temi proposti e delle problematiche in atto

spazi di co-working e di aggregazione.

imprescindibile per la comprensione della

che sono poi state concretamente discus-

In un’idea generale di rigenerazione però

qualità di uno spazio urbano e indispen-

se e risolte nella progettazione ai tavoli in

non si poteva prescindere da una visione

sabile per pensare una riprogettazione di

un continuo feedback loop3. Il capitale uma-

più ampia. La Plip, nella sua nuova confi-

quell’urbanità che è frutto della costruzio-

no concentrato in questo spazio unico ha

gurazione di animatore di imprese in am-

intelligenze individuali, se combinate tra loro, hanno la potenzialità di produrre effetti massivi a livello culturale e politico

2

48 OFFICINA*

ne da parte di una cattiva città sociale. ♦


NOTE 1 - Il riferimento culturale è quello delle artist in residencies, mutuato dal mondo anglosassone e dallo spazio dedicato alla cultura e all’arte come le risorse, in termini di tempo e spazio, che vengono messe a disposizione di un artista da una data fondazione perché egli sviluppi un processo creativo personale e convogli nel suo lavoro output provenienti da un ambiente diverso rispetto a quello a cui appartiene. 2 - La charrette è un seminario-laboratorio di progettazione e pianificazione partecipata che dura dai quattro ai sette giorni consecutivi. È specifica e avviene in un luogo preciso e coinvolge tutti gli stakeholder interessati in un processo decisionale critico. Sono eventi altamente fecondi, energetici e interattivi rispetto alla comunità cui si rivolgono: hanno la capacità di attirare grandi numeri di persone, anche coloro che solitamente non partecipano al disegno del territorio. 3 - Letteralmente significa ciclo retroattivo. In questo caso sta a indicare una modalità di revisione e modifica dei progetti e delle suggestioni sulla base dei consigli e delle considerazioni dei fruitori. In concreto il progetto viene sottoposto durante le sue fasi di sviluppo a una valutazione attenta da parte delle persone a cui è rivolto, in modo da incanalare le modifiche a seconda delle diverse necessità. IMMAGINI 01 - Le attività quotidiane all’interno dell’edificio dell’ Ex Plip. Foto di Leonardo Beccari. 02 - Rigenerazione urbana. Crediti: Leonardo Beccari. 03 - Suggestioni per il Parco Albanese. Crediti: Leonardo Beccari. 04 - Il workshop/charrette Ex Plip Magical Urban box: seminario. Crediti: Alice Brusa. BIBLIOGRAFIA - Jacobs J., “The Death and Life of Great American Cities”, Random House, New York, 1961. - Bachelard G., “La poetica dello spazio”, trad. di Giovannini M., Edizioni Dedalo, Bari, 2006. - Harvey D., “L’esperienza urbana. Metropoli e trasformazioni sociali”, Il Saggiatore, Milano, 1998. - Secchi B., “La città nel ventesimo secolo”, Laterza, Roma-Bari, 2008. - Ginsborg P., “Salviamo l’Italia”, Einaudi, Torino, 2010. - Stein G., “Everybody’s autobiography”, Random House Inc., Toronto, 1937. - Mazzette A., “Mutamenti di forma nei sentimenti del bello e del brutto urbano”, in Mazzette A., “La città che cambia. Dinamiche del mutamento urbano”, FrancoAngeli, Milano, 1998, p. 91. - Céspedes V., Zamuer D. A., “Dalla retorica partecipativa alla realtà quotidiana: lo stato attuale della democrazia partecipativa in America centrale”, in “Democrazia e diritto”, 2006, n. 3, pp. 36-37.

04


BIM NOTES

An effective BIM Parliamo di innovazione e di pratica nell’edilizia

Michele Cicala è coordinatore del gruppo BimLab Project Engineering e coordinatore gruppo innovazione d’impresa ANCE Giovani. e-mail: archmcicala@gmail.com

CAD, as it has been used to date, is past history. Traditional CAD does not allow wide-ranging arguments, does not help to make decisions and it does not promote a smooth transition of information between the actors of the project. It definitely is a system to which we are all accustomed to, it is familiar but, just like when we used the drafting machine, with CAD we have to concentrate to achieve a proper graphic design losing, however, the real goal of the project: design buildings, spaces, construction sites, etc. I think the BIM is an extremely useful and complex system, that requires the right method to deal with. Meaning that the potential and the goals that we can be fixed using BIM are many and so diverse that the same model can be created many times depending on the different purposes. However, all its uses can be hardly represented into one single usable file.

50 OFFICINA*

C’

di Michele Cicala era una volta il CAD.

Con questo voglio dire che le potenzialità

Potrei

cominciare

e gli obiettivi che ci possiamo prefiggere

così a raccontare a

sono molteplici e diversi a tal punto che lo

mio figlio la storia

stesso modello può essere creato più volte

di quando i proget-

secondo diverse finalità (presentazione agli

ti si completavano

enti comunali, computazione, direzione

disegnando linee su una tavolozza digitale

d’impresa, validazione ambientale, gestione

che altro non era la trasposizione elettroni-

varianti, ecc.). Tuttavia difficilmente riusci-

ca di quello che anni prima si faceva sulla

remmo a rappresentare tutti gli usi in un uni-

carta. Poi è arrivato il BIM. Non sono certo

co file “utilizzabile”. Si pensi ad esempio alla

qui a raccontarvi le origini di questo siste-

redazione di un computo metrico realizzato

ma di progettazione, però vorrei far passare

per la committenza, rispetto a un computo

il messaggio che reputo un punto fermo nel

realizzato con finalità di gestione di cantie-

mio lavoro: il CAD, come è stato usato fino

re, utile pertanto all’impresa per controllare

ad oggi, è storia passata. Il CAD tradizio-

i sub-appaltatori e preparare gli ordini. Pur

nale non permette ragionamenti ad ampio

condividendo lo stesso nome, sono attività

spettro, non aiuta a prendere decisioni, non

completamente diverse, che richiedono un

promuove un agevole passaggio di infor-

diverso livello di sviluppo del progetto oltre

mazioni tra gli attori del progetto. Certo è

che una impostazione diversa nella creazione

un sistema a cui tutti sono abituati, è fami-

degli abachi per le quantità, senza inoltrarci su

liare, ma proprio come quando usavamo il

questioni di controllo di tempi e fasi.

tecnigrafo, su CAD ci dobbiamo concen-

L’esperienza sul campo mi ha portato a con-

trare a realizzare un disegno graficamente

tatto anche con diversi tipi di modellatori.

corretto, perdendo però di vista l’obiettivo

È mia convinzione che, nonostante i più

reale, rappresentato dal progettare edifici,

giovani riescano a lavorare velocemente

spazi, cantieri, ecc.

e agilmente con il software, sono invece gli

Nei numeri precedenti di questa rubrica

utenti con esperienza già maturata sul cam-

si è più volte letto di quale sia il cambio di

po che riescono a capire le reali potenzialità

mentalità che il BIM comporta e quali siano

del BIM e a svolgere le migliori procedure

i suoi vantaggi. Credo che da me apprende-

nella modellazione. Molto spesso occorre

rete un punto di vista diverso: reputo infatti

infatti prefissarsi degli obiettivi: più questi

il BIM come un sistema estremamente com-

sono chiari, più è semplice andare a impo-

plesso, da affrontare con il giusto metodo.

stare le procedure e i sistemi per raggiungere


spesso cerchiamo di coinvolgere impresa principale e appaltatori non appena questi sono nominati, perché offrono un contributo fondamentale alle attività da realizzare

David Shepherd The BIM Management Handbook RIBA Publishing, 2015.

lo scopo. Al contrario, se le decisioni vengono

namento sul metodo. A tal proposito, spesso

cantiere (restando in attesa di un passaggio

prese “in corsa”, il raggiungerle diventa molto

cerchiamo di coinvolgere impresa principale

dalla tavola al tablet di cantiere).

più complesso. Questa è una conoscenza che è

e appaltatori non appena questi sono nomi-

Finora ho illustrato esempi di grandi cantieri

molto difficile da trasferire perché deriva dall’e-

nati, perché offrono un contributo fonda-

ma la vita è fatta anche di progetti a portata

sperienza e dai problemi riscontrati su campo.

mentale alle attività da realizzare. In questo

di tutti. A riguardo posso assicurare che il

In una commessa appena completata, per

senso, se è importante nel processo adattare

BIM dimostra la sua efficacia anche su di-

esempio, abbiamo dovuto modellare l’im-

il progetto alle esigenze dei contractor, è an-

mensioni minori come il progetto per i ser-

pianto antincendio di un centro commercia-

cora più significativo aggiustare la rappre-

vizi igienici di un impianto sportivo, per una

le (circa 186.000 m ), nel quale era richiesto

sentazione di cantiere alle esigenze di questi

superficie totale di soli 19 m2. In questo caso

un dettaglio tale da redigere un progetto co-

attori. Nel caso specifico del centro com-

è risultato più comodo realizzare un esecutivo

struttivo e il successivo as built direttamente

merciale erano proprio le imprese di posa dei

architettonico e strutturale con il BIM nell’ar-

dal modello BIM. Non me ne vogliano gli

sistemi antincendio a darci le indicazioni sul

co di una giornata, velocizzando il nostro la-

ingegneri meccanici che hanno progettato il

come realizzare dorsali, stacchi, ecc. Infatti

voro grazie alla semplificazione del sistema ed

sistema e che, correttamente, hanno impo-

quando l’uso del BIM implica la modellazio-

evitando incomprensioni con gli altri profes-

stato la linea progettuale in base alle norme

ne tridimensionale in 3D, l’esperienza di tec-

sionisti. Il servizio che offriamo non è la sola

vigenti, ma alcune scelte progettuali sono

nici e disegnatori tradizionali risulta limitata

rappresentazione dell’intervento da realizzare

state poi smentite in fase esecutiva per que-

e diventa più facile confrontarsi direttamen-

con computo allegato: vengono automatica-

stioni di semplicità e velocità realizzativa.

te con il personale operativo. La relazione

mente stimate anche la quantità delle tracce da

Secondo le regole del buon progettare, le

modellatori-imprese è particolarmente evi-

realizzare nei muri, del bagnato dei casseri per

diramazioni andavano a scalare di diametro

dente in una recente commessa, nella quale

l’armatura di travi e solai, ecc.

più ci si allontanava dalla dorsale principale,

stiamo agevolando la redazione del progetto

Spero che questi esempi presentino quanto

al diminuire delle pressioni. Tuttavia, duran-

impiantistico di una struttura ospedaliera,

ritenga importante l’adozione del BIM, an-

te la fase realizzativa, come già sospettava-

inserendo modelli e simboli che aiutino al

che solamente al fine di dimostrare come sia

mo vista la grandissima diversità di diametri

passaggio verso questo nuovo sistema. Spes-

uno strumento che premia e valorizza capa-

e connettori (posate 22.000 testine e oltre

so vengono organizzate riunioni tra proget-

cità e competenze progettuali. Allo stesso

30 km di tubo), è stato tutto realizzato con

tisti architettonici, strutturali, impiantistici,

modo risulteranno evidenti le carenze di

tubazioni di soli quattro diametri senza che

impresa principale e posatori specifici, in

professionisti inadempienti perché un errore

alcuno degli attori tra direzione lavori, pro-

modo da coordinarci il più possibile e ren-

nel modello o in una valutazione verrà im-

gettisti, assicurazione, committenza, vigili

dere esplicite le opinioni di chi realizzerà

mediatamente riconosciuto dagli altri sog-

del fuoco potesse avanzare l’ipotesi di er-

l’edificio. Sempre più spesso, inoltre, ci viene

getti, motivo per il quale il BIM è sinonimo

rori o non conformità. Ripeto, non voglio

chiesto di allegare alle tavole delle immagini

di qualità, competenza e trasparenza assolu-

con questo provocare malumori di qualche

3D per visualizzare più chiaramente alcuni

categoria ma cercare di impostare un ragio-

passaggi che dovranno essere realizzati in

2

ta del processo. ♦

N.15 NOV-DIC 2016 51


MICROFONO ACCESO Aspettando Ve.NICE STUFF 2016

Kanz Architetti a cura di Emilio Antoniol Emilio Antoniol è architetto Ph.D. in tecnologia dell’architettura. e-mail: antoniolemilio@gmail.com

Abbiamo intervistato Mauro Cazzaro e Antonella Maione dello studio Kanz Architetti di Venezia e abbiamo chiesto loro di raccontarci qualche anticipazione sulla terza edizione di Ve.NICE STUFF, un temporary showroom di design locale, artigianale e indipendente che vuole ridare a Venezia un ruolo centrale nella produzione di design di qualità. Chi sono i Kanz Architetti? Ci raccontate qualcosa di voi? I Kanz - Mauro Cazzaro e Antonella Maione - sono una coppia nel lavoro e nella vita. Siamo entrambi architetti laureati all’Università Iuav di Venezia, ma proveniamo da espe-

We interviewed Mauro Cazzaro and Antonella Maione - studio Kanz Architetti of Venice and asked them to give us some previews about the next Ve.NICE STUFF edition, a temporary showroom for local designers, that wants to underline the central role of Venice in the quality design production. Ve.NICE STUFF wants to state that Venice is still a city capable of creating and attracting a high quality creativity, as it happens in Europe’s major cities and all over the world. Kanz Architects wants to disclose these handcrafted realities and make them known to the pubblic. This year, the third edition of Ve.NICE STUFF will last four days, from the 8th to the 11th December, and will be held in Palazzo Donà Brusa, in Campo San Polo in Venice.

rienze professionali diverse, maturate dal 2000 ad oggi. Mauro ha lavorato quasi sempre nel campo del retail e dell’interior design, Antonella ha lavorato principalmente nell’edilizia residenziale e nel restauro in ambito veneziano. Ci siamo incontrati nel 2010 ed è stato un passo naturale quello di fondare insieme lo studio di progettazione Kanz Architetti nel 2014, poiché eravamo mossi dalla stessa idea di indipendenza e di libertà nell’affrontare le scelte e i rischi che spesso comportano. L’aspetto positivo di essere una coppia anche nella vita è la condivisione del rischio senza il peso della responsabilità verso gli estranei, il che può rendere molto coraggiosi e a volte un po’ incoscienti. Di cosa vi occupate principalmente? Lo studio oggi affronta tematiche legate sia alla progettazione edilizia residenziale, sia alla progettazione di interni commerciali, per scendere nel dettaglio della progettazione di oggetti d’uso. Siamo convinti che l’attività del progettista stia alla base della costruzione di qualsiasi oggetto complesso, sia esso un edificio o un prodotto, sia esso materiale o soltanto concettuale. Cerchiamo di affrontare tematiche a scala molto diversa con lo stesso approccio sperimentale e con la stessa attenzione al dettaglio e alla potenzialità delle tecniche di lavorazione e dei materiali. Quando ci occupiamo di product design quest’intenzione è particolarmente evidente, poiché già in fase di progettazione non possiamo prescindere dalla conoscenza della produzione artigianale, con tutte le sue possibilità e i suoi limiti, che ogni volta siamo tentati di superare. Il vostro studio ha sede a Venezia, quali sono gli aspetti positivi e quali quelli negativi della cosa? Gli aspetti positivi superano di gran lunga quelli negativi, a prima vista legati alla sensazione che vivere e lavorare in un’isola possa essere limitante, possa ridurre le possibilità

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di scambio e confronto con l’esterno, possa perfino impigrire. La verità è che Venezia è un’isola unica nel suo genere, forse il luogo con la più alta concentrazione di diversità per centimetro quadrato. Venezia attrae ogni anno decine di milioni di persone, mostre d’arte, di architettura, festival di musica, cinema e teatro aperti a tutto il mondo, su di una superficie che oggi conta appena 55.000 residenti. Il che da una parte è spaventoso, dall’altra consente ai pochi “sopravvissuti” a Venezia di vivere una dimensione cosmopolita molto rara per una città così piccola. Chi non vive qui inoltre è spesso spaventato dalla logistica, dalla difficoltà nel movimentare se stessi e le cose, ma chi vive qui si organizza, cambia testa e non ci fa più caso. Camminare ogni giorno 25 minuti per arrivare in studio, non dipendere dal traffico, è un lusso impagabile. Gli aspetti negativi della città sono il rovescio della medaglia di quelli positivi, stanno soprattutto in questo abnorme scompenso tra numero di residenti e numeri di visitatori, che si sta, ahinoi, traducendo in una sempre maggiore diminuzione dei servizi primari e della qualità, in favore di un’esagerata offerta di prodotti turistici senza dignità. E questo ci soffoca, soffoca e nasconde chi tenta come noi e molti altri come noi, di produrre qualità, di mostrarla, di raccontarla. Che cos’è Ve.NICE STUFF? Quando è nata l’idea di questo progetto? Abbiamo ideato Ve.NICE STUFF due anni fa, ospitando nel nostro studio di Campo San Giacomo dell’Orio una rassegna di design indipendente dedicata a una decina di designer nel settore del prodotto, del fashion e della grafica. L’idea di base non è cambiata,

Venezia è ancora una città capace di creare oppure di attrarre una creatività di qualità molto elevata

dare spazio e visibilità a prodotti di design virtuoso in una città come Venezia che, come dicevamo prima, può diventare soffocante per la sua sovrabbondanza di prodotti turistici di nessun valore.

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Quali sono gli obiettivi del progetto Ve.NICE STUFF?

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Vogliamo affermare, e crediamo che già le prime due edizioni abbiano trasmesso questo concetto ai tanti che hanno aderito e visitato la mostra, che Venezia è ancora una città capace di creare oppure di attrarre una creatività di qualità molto elevata, come accade nei maggiori centri di interesse in Europa e nel mondo, per quanto turistici possano essere diventati nel corso degli anni. Vogliamo svelare queste realtà, farle conoscere, incoraggiarle. Quali sono le novità dell’edizione 2016? Perché queste scelte? Quest’anno, forti del successo delle due precedenti edizioni, abbiamo deciso di “uscire” allo scoperto, coinvolgendo anche l’Università Iuav di Venezia, l’Ordine degli Architetti, la Confcommercio, il Comune e la Regione. Usciremo anche fisicamente dal nostro studio, lo SPAZIO KANZ, dove si sono svolte le prime due edizioni, per trasferire l’evento in una cornice più ufficiale e anche di dimensioni tali da poter ospitare un numero maggiore di espositori. Il primo anno i pionieri di Ve.NICE erano in 9, il secondo in 19, quest’anno saremo circa 25... proprio non ci entravamo più allo SPAZIO KANZ. Quest’anno Ve.NICE STUFF durerà 4 giorni, dall’8 all’11 dicembre, e si svolgerà all’interno di Palazzo Donà Brusa, in Campo San Polo. Inoltre affronteremo per la prima volta anche il difficile tema del rapporto tra design indipendente e imprenditorialità, a cui sarà dedicata una conferenza nel pomeriggio di venerdì 9 dicembre. Cercheremo di raccontare che la creatività e l’imprenditorialità possono andare insieme, cercheremo di stimolare la creazione di relazioni e la voglia di fare impresa 03

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dei creativi emergenti. ♦


IMMAGINI Crediti: Kanz Architetti. 01 - Antonella Maione e Mauro Cazzaro Kanz Architetti. 02, 04 - L’edizione 2015 di Ve.NICE STUFF svoltasi all’interno dello Spazio Kanz, sede dello studio di architettura di Mauro e Antonella. 03 - MUM, teiera in ceramica. LINK UTILI Kanz Architetti www.kanzarchitetti.com ≥

Ve.NICE STUFF 2016 www.facebook.com/ve.nicestuff ≥

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CELLULOSA

a cura di

Are you familiar with this area?

www.libreriamarcopolo.com ≥

Absolutely Nothing Storie e sparizioni nei deserti americani Giorgio Vasta, Ramak Fazel Humboldt Books 2016 (copertina di pupilla grafik)

Tam associati Taking care. Progettare per il bene comune Becco giallo 2016 “In città e villaggi senza centro, da Los Angeles a Bombay Beach costruiti a immagine e somiglianza del deserto, l’intervento umano non contraddice il vuoto ma lo protrae con mezzi leggermenti diversi [...]: laddove c’era il deserto si costruisce fino a quando [...] il deserto ritorna a reclamare ciò che è suo. L’antropizzazione in posti simili, è un comodato d’uso temporaneo”. Che cosa succede quando manca la colla? “La notte prima di partire [...] sogno di venire derubato, [...] ma non ho idea di che cosa mi sia stato rubato, so che mi manca qualcosa, non sono in grado di dire cosa, la denuncia è impossibile.” A raccontare un viaggio indescrivibile è lo scrittore Giorgio Vasta che, nel 2013, con il fotografo Ramak Fazel e l’editrice e fotografa Giovanna Silva, parte per l’America, tra California, Arizona, Nevada, New Mexico, Texas e Louisiana. “Continuando a parlare del viaggio Silva apre una grande mappa degli Stai Uniti [...] mentre Silva incolla il polpastrello dell’indice sulla California [...] seguo il dito [...]. Al centro della mappa c’è uno stato blu scuro, quasi nero, mi sporgo in avanti, è il Kansas, non è tra quelli che attraverseremo, ci terremo più a sud. Sopra la superficie del tavolino il Kansas sembra uno strappo, il foro in cui tutta la geografia può precipitare”.

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Resta Absolutely Nothing, storie e sparizioni nei deserti americani, storie di luoghi e di chi li ha fondati, abitati e poi abbandonati. A ricucire gli strappi è Ramak Fazel, americano di origine iraniana: “Ho capito di ammirare Ramak perché incarna le narrazioni che io riesco solo a immaginare”. Resta il racconto. Le persone che hanno incontrato “hanno raccontato per collegare [...]. Quello che è accaduto e quello che non è accaduto”. Resta il deserto. “Ascoltandola spiegare che in questo modo lei e suo marito sono riusciti a pagare l’affitto del deserto, mi domando come si disciplina la locazione dello smisurato”. Resta Los Angeles. “Andare per queste strade significa riconoscere la superficie come dimensione costitutiva. Non ci sono costruzioni verticali, solo edifici bassi [...] per isolati di grandezza costante [...]. La città è questa, per metterla a fuoco non occorre osservarla dall’alto [...]: Los Angeles è la planimetria di se stessa. [...] Los Angeles non è una città dissennata. Al contrario: l’assenza di un centro assoluto sembra essere liberatorio perché consente di leggere come centro momentaneo il pezzetto di spazio specifico in cui ci s trova. [...] il centro non è più dello spazio ma delle situazioni”.

a cura dei Librai della MarcoPolo

Rossiprodi Associati Social Housing. Milano, Via Cenni Quodlibet studio città e paesaggio 2016

Franco La Cecla Mente locale. Per un’antropologia dell’abitare Eleuthera 2015


(S)COMPOSIZIONE

Imprevisti e probabilitĂ Andate in prigione direttamente e senza passare dal Via!

Immagine di Emilio Antoniol


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