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ISSN 2384-9029

08 set-ott 2015


OFFICINA* Bimestrale on-line di architettura e tecnologia N.08 settembre-ottobre 2015 ISSN 2384-9029 Rivista consultabile e scaricabile gratuitamente su : www.officina-artec.com/category/publications/officina-magazine

DIRETTORE EDITORIALE

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO:

Emilio Antoniol

Elisabeth Antonaglia, Barbara Chiarelli, Luana Del Prete, Tommaso Di Bert, Silvia Grion, Elena Leonardelli, Michele Marchi, Serena Ruffato, Elisabetta Schiavone, Valeria Tatano.

COMITATO EDITORIALE Valentina Covre

IMPAGINAZIONE GRAFICA

Francesca Guidolin

Chiara Trojetto

Daria Petucco REDAZIONE Margherita Ferrari Valentina Manfè Chiara Trojetto PROGETTO GRAFICO Valentina Covre Margherita Ferrari Chiara Trojetto

EDITORE Self-published by Associazione Culturale OFFICINA* info@officina-artec.com ArTec - Archivio delle Tecniche e dei materiali per l’architettura e il disegno industriale Università Iuav di Venezia Copyright © 2014 OFFICINA*


Tommy can you hear me?

È il 1969 quando i The Who pubblicano una della prime opere rock della storia della musica:

Tommy.

Il doppio vinile, brillante e innovativo sul piano musicale, trova però il suo più marcato tratto di originalità nella trama. Il disco narra infatti le complesse vicende di un bambino divenuto cieco, muto e sordo dopo aver assistito alla morte dell’amante della madre per mano del padre. Il concept album di Pete Townshend si inoltra così, in chiave velatamente autobiografica, in tematiche considerate solo marginalmente in quegli anni, affrontando questioni quali la disabilità, l’emarginazione e la violenza sui minori. La gioventù di Tommy è infatti segnata dalla solitudine, dovuta alla sua condizione fisica, dai soprusi dei parenti e da strani personaggi che, nel tentativo di curarlo, lo sottopongono alle terapie più impensabili fino a spingerlo nel tunnel di alcol e droga. Durante questo travagliato percorso, il ragazzo troverà nel gioco del flipper la sua vera vocazione, diventando presto il nuovo campione mondiale – come racconta la celebre Pinball Wizard – estraniandosi cosí del tutto dal mondo reale. Questa situazione cambia però, nel momento in cui, in un gesto di disperazione, la madre del ragazzo distrugge lo specchio attraverso cui Tommy, da bambino, aveva assistito all’omicidio. Liberato dalla sua condizione personale e pervaso da una nuova forza vitale, il ragazzo si sente un miracolato e inizia a predicare il suo “credo” nel flipper, attirando poveri, storpi e disadattati in un campo estivo dove li guida alla ricerca della loro strada nel mondo. L’operazione viene però gestita dalla madre del ragazzo che ne fa un business economico provocando ben presto la rivolta dei fedeli e la morte della madre stessa. Tommy si ritrova così nuovamente solo ma anche libero di essere finalmente se stesso. Oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dall’uscita di Tommy, non si parla più solo di disabilità e di terapie ma anche e soprattutto di inclusività, di Design for All, di partecipazione e condivisione; oggi possiamo forse sostituire all’ossessiva domanda che ripercorre tutto il disco un nuovo

Margherita Ferrari

quesito: Tommy, how can I hear you?


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ISSN 2384-9029

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in copertina: Converso 2015 immagine di Margherita Ferrari*

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ESPLORARE Notte europea dei ricercatori di Emilio Antoniol Digital takes command di Emilio Antoniol Learn from Masters di Francesca Guidolin

IL PROGETTO INCLUSIVO introduzione di Francesca Guidolin Parole di Valeria Tatano Spazi urbani inclusivi e processi partecipati per una migliore qualità della vita di Elisabeth Antonaglia, Barbara Chiarelli, Silvia Grion Design for Duchenne di Michele Marchi Un museo per tutti di Serena Ruffato Turismo accessibile di Francesca Guidolin Progetto inclusivo di Elisabetta Schiavone PORTFOLIO OFFICINA* ad Expo 2015 foto di Valentina Covre, testi di Emilio Antoniol

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IN PRODUZIONE Tarta di Tommaso di Bert

*Margherita Ferrari è architetto e lavora nel campo della tecnologia e dei sistemi costruttivi a secco. e-mail: margheritaferrari27@gmail.com

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VOGLIO FARE L’ARCHITETTO Pensare e progettare in maniera sostenibile di Elena Leonardelli


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IMMERSIONE R.E.S.E.T. tre edizioni di un workshop nato per valorizzare patrimonio edilizio e territorio di Luana Del Prete

72 DECLINAZIONI

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Fosforescenze/wayshowing/wayfinding di Francesca Guidolin e Emilio Antoniol MICROFONO ACCESO Intervista a OUALALOU+CHOI a cura di Francesca Guidolin CELLULOSA Forma o funzione? a cura di Emilio Antoniol

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Ad agosto vado in ferie e stacco il telefono! di Valentina Covre

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ESPLORARE

Notte europea dei ricercatori

Digital takes command

Learn from Masters

Venezia, Padova, Verona 25 settembre 2015 www.venetonight.it www.iuav.it/Ateneo-cal/2015/ VenetoNigh/index.htm

Area ex-Faini Lecco, LC 30 luglio - 31 ottobre 2015 www.triennalextra.org/digitaltakes-command

Palazzo Bembo Venezia, VE 06 maggio – 22 novembre 2015 www.pantianshou.caa.edu.cn/ foundation_en.html

Dal 2005, anche quest’anno, venerdì 25 settembre si svolge in oltre 300 città europee la notte dei ricercatori: un evento di portata globale dedicato alla divulgazione scientifica e alla ricerca. La manifestazione è sostenuta dalla Commissione Europea nell’ambito del Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma dell’UE che mira ad accrescere l’attività scientifica dei ricercatori in Europa. Cultura, scienza, arte, musica e intrattenimento sono le parole d’ordine di questo avvenimento che si rivolge ad un ampio pubblico fatto non solo di studenti e docenti ma anche di giovani, bambini e famiglie. Come lo scorso anno, l’Università Iuav di Venenzia partecipa all’evento organizzando una serata di presentazioni, attività didattiche e visite guidate in cooperazione con altri atenei veneti, in primo luogo Ca’ Foscari, l’Università di Padova e l’Università di Verona. Un’occasione da non perdere per conoscere i temi e i volti della ricerca, per imparare e per condividere esperienze e opportunità.

Nell’ambito di un progetto espositivo che coinvolge tutti i capoluoghi lombardi nei mesi di Expo 2015, la Triennale di Milano mette in scena undici mostre di architettura, arte e design. Tra queste, si tiene a Lecco la mostra Digital takes command, un’iniziativa volta a illustrare i nuovi scenari di progettazione e produzione digitale in architettura. L’evento si compone di differenti momenti culturali tra cui una mostra permanete dal titolo Digitalizzare il reale dal mondo industriale all’industria globale a cura di Giulio Barazzetta, che affronta il tema della produzione digitale tramite testi, immagini, disegni, fotografie e modelli. Nei mesi di settembre e ottobre sono poi organizzati dei laboratori integrati di prototipazione e produzione digitale a cura di Pierpaolo Ruttico - Indexlab e di Ingrid Paoletti - Actlab. Conclude il palinsesto dell’evento la mostra fotografica sui luoghi e sugli spazi industriali a Lecco dal titolo Lecco luogo della produzione, il contesto del mondo industriale.

L’evento collaterale della 56. Esposizione internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, curato da Yang Jie di CAFA (Cina), presenta l’arte dell’inchiostro cinese. L’esposizione si compone di sei ambientazioni differenti, ciascuna delle quali presenta l’opera di un grande maestro antico: Gu Kaizhi, Fan Kuan, Ni Zan, Zhu Da, Wu –Changshuo, mentre l’ultima è affidata all’artista vivente Pan Gongkai. L’artista è l’attuale presidente del CAFA, China Central Academy of Fine Arts, l’accademia d’arte nata nel 1950 a Beijing. L’esposizione si apre con un gioco di riflessi tra suolo e cielo. Attraverso l’utilizzo di video interattivi, nelle stanze a seguire, il visitatore viene proiettato nell’immutabile atmosfera della tradizione cinese, dove l’arte dell’inchiostro rappresenta un vero esercizio di pratica mentale. In ciascuna stanza uno scrittoio, il tradizionale set di pennelli utilizzato per la scrittura, assieme all’inchiostro, contribuisce a creare il quadro di una scena intima e a calare lo spettatore nell’antico mondo della

di Emilio Antoniol

di Emilio Antoniol

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millenaria tradizione cinese. Il titolo della mostra, citazione di Kuo JoHsu, significa “tutto, tranne l’eco dello Spirito (Qi Yun), può essere padroneggiato attraverso l’insegnamento”. La scrittura, può essere riconosciuta come l’esplicitazione della cultura orientale e in questo percorso il visitatore può sperimentare la scena, le musiche, le ambientazioni tipiche della tradizione millenaria di tale pratica. La citazione d’ingresso introduce l’importanza della relazione tra mente e oggetto, tra la forma materiale e lo spirito, tipico della filosofia orientale, e lo stretto rapporto dell’arte con la natura: “Moving one’s mind into object, drawing one’s spirti from form…Learn from nature”… Per amanti della tradizione cinese e della calligrafia.

di Francesca Guidolin

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It’s not easy to talk about Inclusive Design: around this term there is an articulated network of human, cultural, technical and normative implications that determines its delicate complexity. However, I would like to start with a consideration. Too often, mistakenly, we consider the project thinking about a hypothetical universal standard we all , some more than others, yearn for. We got used to think that a unique symbol could identify a more varied form of uniqueness, creating a widespread culture of codification and inappropriate meanings. What this issue of OFFICINA* ties to do is to eradicate a possible pervasive sense of the concept of disability and restarting from the consideration of needs. This develops an increasingly strong belief to recognize the Person his own, individual sphere of needs and requirements. Talking about inclusiveness becomes an inversion of meaning, the search for a new codification of signifiers of common life because the meanings could be freely interpretable by each one, in his own way. So by all. It therefore becomes a rollover process and recall into question of a code, as the cover of this magazine exemplifies the opportunity, and the responsibility, to create a new vocabulary. The best way to do this is opening the possibility of considering the issue critically, through a varied - though not exhaustive - investigation of the themes associated with it. Opening with the words used in this field is a choice due to the need to clarify: Universal Design, Design for All, Inclusive Design have some - although minimal - differences. Using the right tools is the first step for the management of a project in a

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urban scale – in territorial, mobility and communities contexts – or in the architectonical scale – of architectural project and requalification – or in the design scale – as for objects, technologies and graphics. Inclusive Design is, for its own definition, multi-scaled and multi-disciplinary. Etymologically composed of pro- (forward) and iacere (throw), it indicates an intention to dispose in the future, to project forward. The inclusive design so cannot be separated from a suitable formative and training apparatus, which is by definition the most forward-looking pro-ject. It always fascinated me thinking about the project as a explicitation of the delicate structure of a text, an essay or, in the best case, a poem. Many are, especially in the world of architecture, the references to the textual structure in the drafting phases of a project. But this fact highlight a urgency, that as an architect, I personally feel. It is the urgent need to write a “text” that must be read. It’s the need to be able to provide the project a sense of agreeable and shared. It’s not sufficient to be able to watch, but it’s necessary to know how to look the complexity and in this sense, in some ways, perhaps, we are all a bit disabled.


Margherita Ferrari

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on è facile parlare di Progetto Inclusivo: attorno a tale termine si allaccia un’articolata rete di implicazioni umane, culturali, tecniche e normative che ne determinano la delicata complessità. Vorrei però partire da una considerazione. Troppo spesso, erroneamente, si intende il progetto pensando ad un universale e ipotetico standard omologato, a cui tutti, chi più chi meno, aneliamo. Ci hanno abituato che un simbolo può essere identificativo di una ben più variegata forma di unicità, creando una cultura diffusa di codificazioni e significati impropri. Ciò che questo numero di OFFICINA* cerca di fare è sradicare un probabile senso comune del concetto di disabilità, e ripartire dalla considerazione “dell’esigenza”. Si fa strada la convinzione sempre più matura di dover riconoscere alla Persona la sua propria, individuale sfera di necessità ed esigenze. Parlare di Progetto Inclusivo diventa quindi un capovolgimento di senso, la ricerca di una nuova codificazione dei significanti della vita comune, perché i significati siano liberamente interpretabili da ciascuno, a proprio modo. Quindi da tutti. Diventa quindi un processo di ribaltamento e di rimessa in discussione di un codice, come la copertina di questo numero ben illustra: la possibilità, e la responsabilità, di creare un nuovo vocabolario. Il modo migliore per poter fare questo, è aprirsi alla possibilità di considerare criticamente il tema, attraverso una varia – seppur non completa – indagine delle tematiche che lo attraversano. Partire

di Francesca Guidolin dalle parole che lo determinano è una scelta dettata dalla necessità di fare chiarezza: Universal Design, Design for All, Progetto Inclusivo presentano delle – seppur minime – differenze. Saper utilizzare gli strumenti adeguati è il primo passo alla gestione di un progetto, sia esso a scala urbana – nell’applicazione a contesti territoriali, di mobilità e comunitari – o a quella architettonica – di progetto o riqualificazione dell’esistente – o di design – oggetto, tecnologie, grafica. Il Progetto Inclusivo è di fatto, per sua natura, multiscalare e transdisciplinare: etimologicamente composto di pro- (in avanti) e iacere (gettare), indica l’intenzione di gettare di avanti, di proiettare in avanti. Il Progetto Inclusivo quindi non può prescindere dalla dotazione di un adeguato apparato formativo, che per antonomasia è il pro-getto più lungimirante. Mi ha sempre affascinato pensare all’esplicitazione di una progettualità come alla delicata strutturazione di un testo, un saggio o, nella migliore delle ipotesi, un testo poetico. Sono molti, soprattutto nel mondo dell’architettura, i riferimenti alla struttura testuale nella stesura di un progetto. Ma questo fatto denuncia un’urgenza, che in quanto architetto personalmente sento. È l’urgenza di scrivere un “testo” che deve poter essere letto. È la necessità di poter dotare il proprio progetto di un senso condivisibile e condiviso. Non basta poter guardare, bisogna saper guardare alla complessità e in questo senso, per certi versi, forse, siamo tutti un po’ disabili.

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Parole

Valeria Tatano, architetto, dottore di ricerca, professore di Tecnologia dell’architettura presso l’Università Iuav di Venezia, Dipartimento di Culture del Progetto. e-mail: valeria.tatano@iuav.it

Design in an inclusive way mean thinking about solutions to the small or large scale that can meet the characteristics of most people, excluding the least as possible. Inclusive design not only breaks down architectural barrier, but tries to overcome the boundaries of the field, without opposing solutions for able-bodied to the solutions for the disabled. It’s difficult to make objects or spaces that can be used by everyone, but if well designed, they will be used and experienced by many. The difference between this two approaches not only generates a measurable result in quantitative terms, but it determines above all a better quality of life for all.

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di Valeria Tatano

e parole racchiudono storie, alcune antiche, altre più recenti. In alcuni casi l’etimologia è chiara e sufficiente a spiegarne l’origine e il significato, in altri è necessario andare oltre gli aspetti puramente linguistici per rintracciare quei mutamenti, sociali e culturali, che hanno prodotto variazioni semantiche nelle parole stesse, determinando, in alcune situazioni, la loro modificazione o sostituzione. È il caso delle parole che sono state impiegate in passato per parlare di disabilità e delle espressioni utilizzate per definire il campo d’azione del progetto architettonico e del Design rispetto a questi temi. La terminologia adottata nelle prime norme italiane classificava le persone interessate come: “individui fisicamente menomati”, “spastici”, “persone impedite” (1967), “minorati fisici”, “mutilati e invalidi civili” (1971), definizioni che oggi paiono offensive, legate all’identificazione medica di una specifica patologia, modificatesi di recente in “individui con ridotte capacità motorie”, “disabili” o “categorie svantaggiate”. Similmente, nel tempo, è mutato il modo di definire l’ambito fisico, l’ambiente e gli elementi degli spazi costruiti che possono ostacolare la normale fruibilità. Nelle normative italiane si è utilizzato il termine “barriere architettoniche”, comparso per la prima volta nel 1967 nella Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n. 425, in cui venivano definite come “ostacoli che incontrano individui fisicamente menomati nel muoversi nell’ambito degli spazi urbani e negli edifici”, limitando il campo d’azione alle sole persone con disabilità fisica1. Oltre al linguaggio tecnico esiste poi un linguaggio diffuso, non meno importante del precedente, impiegato dalle persone comuni e dai mass media, le cui trasformazioni seguono dinamiche complesse, con mutamenti a volte più lenti rispetto al primo, perché dipendenti da retaggi culturali e sociali difficili da superare. Nel


linguaggio comune, dagli anni ’60 del secolo scorso, si è passati dall’utilizzo di parole quali “handicappato e costretto su sedia a rotelle”, a quella di “diversamente abile”, l’espressione più discussa e contestata tra le molte in uso, per giungere di recente a “persona con disabilità”, su cui si ravvisa un’ampia convergenza da parte di portatori di interesse, studiosi e professionisti 2 . Tale espressione è stata utilizzata nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità del 2006, con lo scopo di “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, e promuovere il rispetto per la loro intrinseca dignità”. Viene oggi assunta come una delle più idonee in quanto identifica prima di tutto la ‘persona’, intesa come individuo neutro e universale, e solo successivamente la presenza di una disabilità, tramite la specificazione - con disabilità -, che non nega la condizione di disabilità, ma la colloca come informazione accessoria e in una dimensione di relazione funzionale. La Convenzione riconosce anche come la disabilità sia un concetto in evoluzione, “risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri”. Una evoluzione che riguarda tutti i campi interessati e che vede l’ambito del progetto coinvolto nel rendere gli spazi di vita accessibili e sicuri, attraverso la realizzazione di architetture che garantiscano fruibilità e qualità formale nel contempo.

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nel linguaggio comune si è passati dall’utilizzo di parole quali handicappato e costretto su sedia a rotelle, a diversamente abile, l’espressione più discussa e contestata tra le molte in uso, per giungere di recente a persona con disabilità

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Se inizialmente il problema è stato dunque circoscritto all’abbattimento delle barriere architettoniche, oggi il tema ha perso i suoi confini di ambito, permeando la qualità formale di ogni spazio, sia interno che esterno. Superando l’idea che il progetto debba occuparsi solo di eliminare le barriere fisiche per alcune categorie di utenti, lo si è liberato da un confinamento che lo ha relegato ad adoperarsi esclusivamente sulla - funzione - dell’architettura, attraverso azioni specifiche e soluzioni riconoscibili in quanto destinate esclusivamente a persone con disabilità. Ricercatori, studiosi e soprattutto portatori di interesse per anni hanno sviluppato riflessioni (e battaglie) perché il progetto di spazi, edifici ed oggetti fosse questione che non riguardasse solo un sottoinsieme della popolazione e una parte del progetto. Le espressioni coniate negli ultimi trent’anni: Universal design, Design for All e Progetto Inclusivo restituiscono questo passaggio e hanno consentito di allargare lo sguardo dai disabili agli utenti. Usate spesso come sinonimi pur presentando connotazioni distinte, sono accumunate da un principio fondante: andare oltre la logica dei progetti specifici, pensati per categorie di persone, utilizzando standard particolari. Il termine “Universal Design” è stato introdotto nel 1985 dall’architetto americano Ronald L. Mace, secondo cui l’Universal Design è la progettazione di prodotti e ambienti utilizzabili da tutte le persone, nella misura più ampia possibile, senza il bisogno di adatta-

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menti o di progettazioni specializzate”3. Mace scrisse che l’Universal Design non è una nuova scienza, uno stile, e non è unico. È piuttosto “un approccio di buon senso perché tutti noi progettiamo e produciamo beni utilizzabili dal maggior numero possibile di persone”, riconoscendo che il termine universale non fosse ideale, in quanto avrebbe potuto creare l’aspettativa di soluzioni di fatto impossibili da realizzare. Tale approccio metodologico trova nel 1997 una ulteriore strutturazione con la definizione di sette principi di progettazione sviluppati dal Centro per l’Universal design, operante presso la North Carolina State University con un gruppo formato da architetti, designers, assistenti tecnici e ricercatori nell’ambito della progettazione ambientale. I sette principi si pongono come orientamenti generali alla progettazione, suggerimenti per una nuova modalità di approccio verso l’oggetto o lo spazio che superi la semplice ‘funzionalità’ alla ricerca di una fruizione uguale, semplice e sicura. La definizione di “Design for All” viene elaborata dall’Istituto Europeo per il Design e la Disabilità e presentata in occasione dell’Assemblea Annuale tenutasi a Stoccolma il 9 maggio 2004. Secondo l’EIDD, il Design for All “è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza4. Questo approccio olistico ed innovativo costituisce una sfida creativa ed etica per ogni designer, progettista, imprenditore, amministratore pubblico e leader politico. Lo scopo del Design for All è facilitare per tutti le pari opportu-


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nità di partecipazione in ogni aspetto della società”. Per realizzarlo, l’ambiente costruito, gli oggetti quotidiani, i servizi, la cultura e le informazioni devono essere accessibili, comodi da usare, capaci “di rispondere all’evoluzione della diversità umana”. Anche l’espressione “Inclusive Design”, di provenienza anglosassone, ha una data di nascita e una paternità precisa: di progettazione inclusiva si è cominciato a parlare negli anni ’90 e il termine è stato utilizzato per la prima volta nel 1994 da Roger Coleman che lo definisce come “a general approach to designing in which designers ensure that their products and services address the needs of the widest possible audience, irrespective of age or ability”5. Questi approcci partono dall’assunto che progettare tenendo conto dei bisogni e delle esigenze del maggior numero possibile di persone sia indispensabile per le persone con disabilità, e determini nel contempo un miglioramento della fruibilità e del comfort per tutti e hanno un orizzonte che include tutte le scale del progetto, perché sia il cucchiaio che la città possono essere progettati per risultare inclusivi. La progettazione inclusiva supera inoltre, anche terminologicamente, un passato fatto di esclusione, senza contrapporre misure e soluzioni per normodotati a misure e soluzioni per disabili, come accade quando si ragiona in termini di solo abbattimento delle barriere architettoniche. Il Progetto Inclusivo allarga lo sguardo dai problemi della disabilità e delle limitazioni a quelli dell’integrazione nello spazio, re-

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inizialmente il problema è stato circoscritto all’abbattimento delle barriere architettoniche, ma oggi il tema ha perso i suoi confini di ambito, permeando la qualità formale di ogni spazio

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Il progetto è utile e commerciabile per persone con abilità diverse. Il progetto consente una vasta gamma di preferenze e abilità individuali. L'uso del progetto è facile da capire, a prescindere dall'esperienza, dalle conoscenze, dalle capacità di linguaggio o dal livello corrente di concentrazione dell'utilizzatore. Il progetto comunica effettivamente le informazioni necessarie all’utilizzatore, indipendentemente dalle condizioni ambientali o dalle abilità sensoriali dell'utilizzatore. Il progetto minimizza i rischi e le conseguenze avverse di azioni accidentali o non intenzionali.

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Il progetto può essere usato efficientemente e in modo confortevole e con un minimo di fatica. Devono essere previsti dimensioni e spazi appropriati per l’avvicinamento, il raggiungimento, la manipolazione e l'utilizzazione a prescindere dalle dimensioni del corpo, dalla postura e dalla mobilità dell’utilizzatore.

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stituendo al progetto il compito di preservare il valore simbolico della forma oltre la sua destinazione pratica. La forma deve dare risposta alle funzioni, trasformando lo slogan funzionalista in occasione di legante delle potenzialità espressive in un progetto che possa essere vissuto dal maggior numero di persone, senza distinzione. Diversamente attuiamo una sorta di “ingiustizia spaziale” che confina le persone entro recinti costruiti e sicuri, ma ne enfatizza le distanze.

la progettazione inclusiva supera un passato fatto di esclusione, senza contrappone misure e soluzioni per normodotati a misure e soluzioni per disabili

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NOTE 1 - Circolare del Ministero dei Lavori Pubblici n. 425 del 29.01.1967, Standards residenziali. 2 - Un’interessante inchiesta-intervista sui termini della disabilità si trova in: Patete A., “Handicappato sarà lei”, in SuperAbile Magazine, Rivista sulla disabilità edita da Inail, n. 2 Febbraio 2012, pp. 8-14. Disponibile su: www.superabile.it/SFOGLIATORE/index.aspx?anno=2012&mese=02. 3 - Steinfeld E., Maisel J. (2012),” Universal design. Creating inclusive environments”, Wiley & Sons, New Jersey, p. 28. 4 - Accolla A. (2009), “Design for All. Il progetto per l’individuo reale”, Franco Angeli, Milano. 5 - Coleman R. (1994), “The case for inclusive design. An overview”, in Proceedings of the12 Triennial Congress, The International Ergonomics Association and The Human Factors Association of Canada, Toronto, Vol. 3. IMMAGINI 01 - Ponte sul rio Malpaga. 2001-2009: il “caregon”, prototipo di passerella telescopica progettata da Enzo Cucciniello per superare il canale. La struttura sperimentale, realizzata nel 2001, è stata smontata nel 2009 perché il suo funzionamento non è risultato agevole e sicuro. Gli studi e le sperimentazioni


non sempre approdano a risultati positivi, ma è anche questa la loro funzione: consentirci, al di là dei possibili fallimenti, di porre domande specifiche alla ricerca di soluzioni migliori. 02 - Diverse tecniche di realizzazione dei siste2009-2015: rampe provvisorie in tubi innocenti. Per rispettare la pendenza richiesta dalle norme lo sviluppo della rampa è molto lungo. 03 - 2015: rampa realizzata secondo il sistema del ‘gradino agevolato’, risultato delle ricerche condotte dal Comune di Venezia per superare i ponti, che utilizza sia una pedata allungata (con pendenza), sia un piccolo gradino opportunamente sagomato. 04 - I sette principi dell’Universal Design. Immagine di Chiara Trojetto. 05 - Accesso alla sede di Santa Marta dell’Università Iuav di Venezia. Soluzione inclusiva: il dislivello si supera attraverso gradini e rampa. 06 - L’assenza di attenzione per un’accessibilità inclusiva nel progetto del ponte della Costituzione ha determinato il ricorso alla realizzazione di una ovovia per il superamento del canale. L’ovovia, inaugurata nel 2013 e più volte oggetto di malfunzionamenti e guasti, è ora fuori servizio. Tutte le immagini sono di Valeria Tatano. BIBLIOGRAFIA - Accolla A. (2009), “Design for All. Il progetto per l’individuo reale”, Franco Angeli, Milano. - Arenghi A. (2007), “Design for all. Progettare senza barriere architettoniche”, Utet, Torino. - Clarkson J., Coleman R., Keates S., Lebbon C., a cura di, (2003), “Inclusive Design: Design for the Whole Population”, Springer-Verlag, London. - Design Council (2008), “Inclusive Design Education Resource.” Design Council, London, UK. - Goldsmith S. (1963), “Designing for the disabled: a manual of technical information”, RIBA, London. 1976 3th ed. fully revised. - Imrie R., Hall P. (2001), “Inclusive design. Designing and Developing Accessible Environments”, Spon Press, London; New York. - ICF, “Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, Erickson, Gardolo-Trento, 2002. - Imrie R. (2012), ”Universalism, universal design and equitable access to the built environment”, in Disability and Rehabilitation, 34, 10, pp. 873–882. - Ornati A. (2004), “Architettura e barriere. Storia e fatti delle barriere architettoniche in Italia e all’estero”, Franco Angeli, Milano. - Schianchi M. (2013),”Storia della disabilità. Dal castigo degli dei alla crisi del welfare”, Carocci, Roma. - Steffan I.T. (2012), “Design for all. Il progetto per tutti”, Maggioli, Rimini.

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Spazi urbani inclusivi e processi partecipati per una migliore qualità della vita Il caso-studio del Laboratorio Accessibilità della Provincia di Trieste

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di Elisabeth Antonaglia, Barbara Chiarelli, Silvia Grion Elisabeth Antonaglia, ingegnere. e-mail: eli.antonaglia@gmail.com Barbara Chiarelli, architetto. e-mail: barbarachiarelli@hotmail.it Silvia Grion, architetto. e-mail: slgrion@units.it Università degli Studi di Trieste, Dipartimento di Ingegneria e Architettura e collaboratori del progetto LabAc.

Public open space [Latin “ Pùblicus”, which belongs to people as a whole, accessible to all] is a term that refers to a deep sense of belonging: acting on a public space means to address the concept of designing to everyone, in order to guarantee everybody the usability of space, goods and services, regardless of their abilities and functional capabilities. It should be a common goal shared by designers and builders to achieve public spaces characterized by high levels of quality, according to the principles of Universal Design. This is the approach adopted by LabAc – Laboratory of Accessibility – a project developed in the Province of Trieste, that is conceived as an interdisciplinary experimental ground, where professionals and public administration can have an open dialogue with stakeholders, working simultaneously in order to optimize designing processes and operational tools.

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differenza di quanto comunemente si pensi la disabilità non è una condizione propria della persona, quanto piuttosto scaturisce dall’interazione del singolo individuo con l’ambiente circostante. Questa nuova consapevolezza, ascrivibile all’ICF1, porta a un ripensamento dell’azione progettuale al centro della quale non vi è l’uomo standard, bensì il cittadino reale2 con i suoi bisogni. Ridisegnare lo spazio pubblico in termini di accessibilità 3 richiede quindi una maggiore sensibilità e una serie di interventi programmati e pianificati. In quest’ottica si è avviata la sperimentazione del LabAc, che permette di raccogliere le effettive esigenze dell’utente finale attraverso lo strumento del processo partecipato. L’esperienza LabAc – Laboratorio Accessibilità LabAc è un progetto coordinato dalla Provincia di Trieste nell’ambito dei Piani di Zona (L.R. 41/96), siglato ad oggi dalla quasi totalità dei Comuni presenti sul territorio provinciale (4 su 6)4. Orientato allo sviluppo di processi ed azioni innovativi finalizzati al miglioramento dell’accessibilità degli spazi aperti, alla sensibilizzazione sui temi della fruibilità della città in autonomia e sicurezza e alla formazione di una cultura dell’inclusione sociale. LabAc è stato il primo caso di processo partecipativo avviato tra i Comuni della Provincia, una sperimentazione di successo che prosegue dal 2011 con crescente interesse da parte delle Amministrazioni e della moltitudine di attori coinvolti. La prima fase progettuale (2011-2013) ha riguardato la stesura del regolamento interno del Laboratorio e la pianificazione delle attività: stabiliti il metodo, le finalità, gli attori da coinvolgere e i risultati attesi, è stato fatto un check-up degli strumenti a disposizione, da cui poi uno studio di fattibilità degli strumenti da sviluppare. Il processo ha richiesto competenze di diversa natura5, saperi esperti afferenti a diverse discipline in grado di dialogare tra loro, istituzioni attente ed aperte alla sperimentazione e capaci di progettare


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e praticare concretamente nell’ambito delle nuove forme di politica pubblica. Questi, confrontandosi con le associazioni rappresentanti le categorie più vulnerabili, hanno lavorato in sinergia per mettere a punto gli strumenti operativi e redigere infine gli “indirizzi per la progettazione”6. Durante la seconda fase (biennio 2014-2015, e tuttora in corso) l’attività ha riguardato l’acquisizione dei dati su alcune aree-bersaglio suggerite dalle Amministrazioni, e i sopralluoghi guidati, finalizzati al rilevamento delle criticità, hanno inoltre svolto la funzione di test sul campo dell’intero processo partecipativo. Di fondamentale importanza il check-up degli strumenti attraverso la somministrazione di questionari la cui compilazione ha aiutato ad ottimizzare l’intero processo partecipativo. Attualmente il tavolo sta lavorando nell’ottica di un avanzamento verso la terza fase e gli obiettivi prefissati, in accordo con le esigenze delle Amministrazioni, riguardano: a) l’individuazione di più precisi supporti utili alla pianificazione degli interventi; b) l’informatizzazione degli strumenti testati finora; c) l’avvio di un programma già messo a punto e finalizzato ad attività di formazione e divulgazione della cultura dell’accessibilità, quale valore qualificante gli spazi pubblici e in generale la vita di chi ne può fruire.

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la disabilità non è una condizione propria della persona, quanto piuttosto scaturisce dall’interazione del singolo individuo con l’ambiente circostante

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L’importanza del processo partecipato La metodologia di lavoro del Laboratorio Accessibilità si configura come un processo partecipato, in cui risulta indispensabile coinvolgere tutti coloro che hanno un interesse rispetto alla tematica della vivibilità degli spazi pubblici e alla loro fruibilità da parte di un’utenza ampliata, sia in qualità di destinatari delle azioni promosse, sia come attori “attivi”. Si delinea così una molteplicità complessa e variegata di stakeholders, le cui singole opinioni possono oggettivamente favorire il raggiungimento degli obiettivi. Nell’ottica di una progettazione inclusiva risulta difatti necessario tenere in considerazione il punto di vista dell’utente finale, proprio per riuscire a ideare spazi realmente incentrati sui bisogni dell’uomo, inteso come essere umano che attraversa nelle varie fasi della sua esistenza condizioni fisiche diverse e diversi gradi di abilità. Il punto di forza del Laboratorio sta proprio in questo approccio bottom-up finalizzato a individuare soluzioni progettuali grazie al contributo di chi convive quotidianamente con le conseguenze di un ambiente ostile e disabilitante7.

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Tra i portatori di interesse del tavolo si possono individuare i destinatari finali delle azioni promosse dal LabAc, ovvero tutta la collettività e in particolare le fasce deboli della popolazione8 e coloro che svolgono servizi di pubblica utilità9. Alcune categorie dei destinatari finali possono beneficiare di tramiti che rappresentino e riportino i bisogni, le esigenze e i desideri, ruolo svolto dalle varie associazioni attive sul territorio10. Gli attori “attivi” sono quegli enti, istituzioni, comitati che risultano coinvolti nei processi decisionali e attuativi e/o che concretamente sono in grado di portare a compimento le azioni previste nei piani e programmi di loro competenza11. Gli stakeholders prendono parte alle varie fasi del lavoro, partecipando in modo attivo sia ai sopralluoghi finalizzati alla valutazione della qualità dello spazio pubblico e all’individuazione delle sue criticità, sia ai momenti di riflessione e messa a punto degli strumenti operativi. Fondamentale difatti è risultato il loro apporto per la semplificazione delle schede di rilievo al fine di renderle maggiormente comprensibili e snelle nell’utilizzo, così come il loro

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contributo nel redigere gli “Indirizzi per la progettazione”. La stretta interazione e collaborazione tra rappresentanti della comunità da un lato e amministratori e progettisti dall’altro svolge un ruolo di facilitatore nella comprensione delle problematiche degli uni e delle scelte degli altri, scambiandosi all’interno dello spazio del Laboratorio i ruoli e assumendo diversi punti di vista. Il tutto nell’ottica di riuscire ad ottenere sempre meno divario tra accessibilità “legale” e accessibilità “reale”12 , delineando un contesto urbano accogliente e fruibile in autonomia e sicurezza da parte di tutti.

LabAc, un processo partecipato che coinvolge tutti coloro che hanno un interesse rispetto alla tematica della vivibilità degli spazi pubblici

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Gli strumenti operativi Gli strumenti operativi di cui si avvale il LabAc e che nel tempo sono stati sviluppati e migliorati sono le schede di rilievo di tipo qualitativo e quantitativo, la cui compilazione ha come fine la costruzione di una mappa dei gradi di accessibilità e delle criticità del costruito urbano. “Schede di rilievo e di elaborazione dati” - Nei sopralluoghi partecipati viene chiesto ai partecipanti la compilazione di una scheda di rilievo lungo un percorso definito preliminarmente. Gli stakeholders, attraverso il contrassegno di più voci proposte e di note aggiuntive, sono quindi chiamati a dare un giudizio soggettivo riguardo il livello di accessibilità e ad evidenziare eventuali criticità lungo il percorso13. Accanto a questa tipologia di scheda (di rilievo “qualitativo”), si è accostata una seconda scheda (di rilevo “quantitativo”) ad uso esclusivo dei tecnici coinvolti nei sopralluoghi, che consente di raccogliere dati oggettivi e dimensionali necessari per verificare la rispondenza alla norma degli elementi analizzati lungo il percorso (pendenza trasversale e longitudinale, larghezza del marciapiede, etc.). I dati raccolti vengono successivamente inseriti ed elaborati in un foglio di calcolo il quale consente di “misurare” il grado di fruibilità di uno spazio pubblico. Attraverso un algoritmo14, esso assegna automaticamente un punteggio a indicatori parametrici degli elementi che compongono un percorso e che influiscono sulla sua accessibilità. Sommando tali punteggi, opportunamente pesati in relazione agli altri, viene infine determinato automaticamente un giudizio riguardante l’elemento, evidenziato poi con un colore che indica il grado di fruibilità. I giudizi finali elaborati dall’algoritmo sono quattro: percorso non accessibile (rosso), percorso critico (arancione), percorso accessibile (giallo) e percorso fruibile (verde)15. La particolarità del lavoro sta nel proporre un’integrazione di due tipi di giudizio: quello derivante da un’asettica valutazione tecnica e quello derivante da una valutazione soggettiva legata alla percezione dell’ambiente dei singoli individui, vista come valore aggiunto al giudizio dell’elemento urbano considerato. “Mappa dei gradi di accessibilità” - È lo strumento che consente di raccogliere tutte le informazioni e tutti gli output ottenuti dagli strumenti di rilievo, in modo da avere una panoramica e un’immediata leggibilità della fruibilità degli spazi pubblici esistenti, riportando attraverso l’uso di codici colore sulla carta i giudizi ot-

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tenuti precedentemente. Può essere usata da tutti gli attori in scena, perché serve ai tecnici per predisporre il piano d’azione e d’intervento per apportare delle migliorie, e serve anche ai cittadini per conoscere in maniera più approfondita lo stato di accessibilità della propria città. “Schede di approfondimento delle criticità” - Ulteriore strumento che raccoglie sistematicamente le criticità individuate durante i sopralluoghi, localizzandole puntualmente sulla mappa e riportando la tipologia di criticità e a quale macrocategoria afferisce16. Inoltre dà indicazioni sulla natura della problematica (se progettuale o se legata a scarsa manutenzione) e sul tipo di intervento per risolverla. Il LabAc si propone di considerare la pluralità dei cittadini e dei loro bisogni, di disseminare la cultura dell’inclusione e di fornire quel valore aggiunto alle amministrazioni che si muovono per dare maggiore qualità e vivibilità alle proprie città. Se da progetto sperimentale diventasse strumento applicativo adottato quotidianamente nella pianificazione e programmazione, consentirebbe anche l’ottimizzazione di risorse sia da un punto di vista economico che sociale.

RINGRAZIAMENTI Si ringraziano per il prezioso supporto: l’Assessorato alle Politiche Sociali e Disabilità della Provincia di Trieste, le Amministrazioni ed i tecnici dei Comuni di Trieste, Sgonico, Duino-Aurisina e Muggia, L’Università degli Studi di Trieste – Dipartimento di Ingegneria e Architettura, il Coordinatore del gruppo di lavoro per l’apporto scientifico prof.ssa Ilaria Garofolo; il Coordinatore del tavolo LabAc dott.ssa Antonia Zanin.

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NOTE 1 - International Classification of Functioning, Disability and Health. Il 22 maggio 2001 L’Organizzazione Mondiale della Sanità perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: “La Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, denominato ICF. All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato 192 governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità, tra cui l’Italia, che ha offerto un significativo contributo tramite una rete collaborativa informale denominata Disability Italian Network (DIN), costituita da 25 centri dislocati sul territorio nazionale e coordinata dall’Agenzia regionale della Sanità del Friuli Venezia Giulia. Scopo principale del DIN risulta essere la diffusione degli strumenti elaborati dall’OMS e la formazione di operatori che si occupano di inserimento lavorativo dei diversamente abili, in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche Sociali. 2 - Per persona reale si intende l’individuo che, con le sue caratteristiche antropometriche, psicologiche e cognitive, vive nell’ambiente antropizzato. Il concetto quindi non fa riferimento a uno stereotipo di uomo standard, quanto piuttosto a tutti i singoli individui nella loro eterogenea complessità. 3 - Intesa come la capacità di un ambiente di garantire ad ogni persona – a prescindere dall’età, dal genere, dal background culturale e dalle abilità psichiche, sensoriali e cognitive – una vita indipendente, secondo i principi di autodeterminazione e libertà di scelta. 4 - I comuni aderenti sono Trieste (dal dicembre 2011), Sgonico (dal febbraio 2012), Muggia (dal marzo 2012) e Duino-Aurisina (dall’ottobre 2012). 5 - Nel LabAc interagiscono le competenze e responsabilità di architetti, ingegneri, geometri, fisioterapisti, docenti, assistenti sociali, professionisti socio-sanitari. 6 - Si tratta di linee guida progettuali redatte sotto forma di check list prestazionali riferite a elementi indicatori della fruibilità degli spazi, utili soprattutto a delineare una raccolta articolata e sistematica di buone prassi da tenere in considerazione per gli interventi da attuare. 7 - Tale modello ben si allinea al motto “nulla su di noi senza di noi”, slogan delle organizzazioni delle persone con disabilità che vuole sottolineare il loro diritto a vivere una vita attiva e ad avere accesso a beni e servizi in condizioni di pari opportunità e non discriminazione. 8 - Ovvero persone che per svolgere le diverse attività quotidiane, hanno particolari esigenze, come disabili, anziani, gestanti, persone affette da traumi e malattie croniche, ecc. 9 - Come ad esempio farmacia, ambulatorio, consultorio, biblioteca, ecc.


10 - Associazioni disabili, associazioni genitori, altre associazioni private, ecc. 11 - Si parla di Municipalità, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, ATER, Azienda Sanitaria, ordini professionali, ecc. 12 - Con il termine accessibilità legale si intende il grado di accessibilità che deriva dall’applicazione delle mere norme vigenti e che rappresenta quindi il livello minimo di accessibilità da garantire per legge. Accessibilità reale invece indica il grado di accessibilità effettiva, di uno spazio o di un luogo, di cui ogni persona gode. 13 - Le criticità sono state raggruppate in tre macrocategorie: puntuale, lineare e spaziale. 14 - In particolare lavora facendo riferimento a determinati indicatori parametrici riguardanti i marciapiedi e gli attraversamenti pedonali e tiene conto dei limiti di legge e delle buone pratiche, calcolando automaticamente un punteggio (da -1 a 3) seguendo una scala lineare il cui benchmark è proprio il limite normativo. 15 - Per percorso non accessibile si intende che non è stato rispettato il limite normativo o che la soluzione non è ritenuta accessibile; per percorso critico si intende che non è stato rispettato il limite normativo in alcuni parametri marginali; per percorso accessibile si intende che è stato rispettato il limite normativo; per percorso fruibile si intende che la soluzione presenta delle notevoli migliorie rispetto alla norma, da cui risulta un elevato grado di fruibilità per tutti. 16 - Percorso, raccordo, segnaletica, indicatori sensoriali, finitura superficiale. IMMAGINI 01 - Momento di condivisione e lavoro al tavolo. Immagine di Gaetano Peluso. 02 - Logo del alboratorio di accessibilità della provincia di Trieste. Immagine del Dipartimento di Ingegneria e Architettura, UNITS. 03 - Prima bozza della mappa dei gradi di accessibilità. Immagine del Dipartimento di Ingegneria e Architettura, UNITS. 04 e 05 - Rilievi partecipati sul campo. Immagini di Silvia Grion. 06 - Rilievi partecipati sul campo. Immagine di Andrea Comuzzi. 06 - Immagine di Barbara Chiarelli. 07 - Compilazione delle schede di rilievo durante un sopralluogo partecipato. Immagine di Barbara Chiarelli. BIBLIOGRAFIA - Accolla A. (a cura di), “Design for all. Il progetto per l’individuo reale.” Collana Architettura e design, Franco Angeli, 2009 - Arenghi A.(a cura di), “Design for All.” Utet, 2010 - Laurìa A., (ed). 1993. “Persone “reali” e progettazione dell’ambiente costruito.” Rimini: Maggioli Editore, Collana Edilizia & Urbanistica. - OMS, 2001, “ICF, Classificazione Internazionale delle Funzioni”, Erickson, Ginevra.

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Design for Duchenne Linee guida per il progetto di costruzione o ristrutturazione di abitazioni per famiglie Duchenne

Michele Marchi, architetto, Ph.D in Tecnologia dell’Architettura presso il Dipartimento di Architettura di Ferrara. e-mail: michele.marchi@unife.it marchi_michele@hotmail.it

A partnership between the Department of Architecture and Parent Project Onlus for Duchenne and Becker made possible a specific financing for technical equipment and for a PhD grant. Duchenne is a rare form of muscular dystrophy that affects 1 boy out of 3500. The first symptoms appear around 2-5 years of age and result in a total muscles paralysis. A conclusive therapy has not been found yet, but there are many trial researches ongoing. This research aims to offer a practical guide to renovation or new-construction projects that can be useful for parents of DMD-affected children, designers and experts. The covered aspects include the design of residential buildings’ spatial and functional architectonic elements. Both aspects are conceived having in mind key accessibility requirements by users with limited mobility. The research follows the methodological approach called design for all.

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di Michele Marchi

a sindrome di Duchenne è una malattia rara1 e degenerativa dei muscoli che colpisce generalmente i bambini maschi (circa 1 su 3500) e i cui sintomi si manifestano solitamente tra i due e i cinque anni. Evolve verso una paralisi totale dei muscoli. Il paziente rimane su sedia a ruote dopo la perdita della deambulazione e diventa totalmente dipendente per tutti gli atti della vita quotidiana. Non è ancora stata trovata una terapia definitiva ma sono attive molte sperimentazioni e trial di ricerca; grazie a tali ricerche la vita dei pazienti si è notevolmente allungata e con essa anche la qualità di vita e le prospettive future. La normativa italiana relativa all’accessibilità di spazi e servizi è piuttosto obsoleta, di carattere generalista, e risulta deficitaria e non perfettamente attinente ed esaustiva per le specifiche esigenze delle famiglie dei bambini affetti dalla sindrome di Duchenne. Tra Parent Project Onlus2 e l’Università di Ferrara è stata attivata una convenzione che permette al Dipartimento di Architettura di Ferrara di destinare personale, attrezzature e risorse alla ricerca su case e ausili per bambini Duchenne e le loro famiglie. Nel quadro di questa convenzione sono state attivate due borse di studio per Dottorato di Ricerca della durata di tre anni. Gli obiettivi della ricerca sono stati finalizzati a creare un utile manuale applicativo destinato alle famiglie e ai tecnici professionisti in quanto gli strumenti informativi e normativi a disposizione di una famiglia Duchenne o di un tecnico che deve ristrutturare, progettare o rendere accessibile un’abitazione, ad oggi sono carenti. L’obiettivo era stato quello di creare un documento di semplice consultazione e lettura, ma nel contempo attendibile, aggiornato ed esaustivo, con chiari esempi e riferimenti bibliografici, in maniera tale da rendere la famiglia consapevole di quello che il mercato offre e di quello che realmente le serve per migliorare la loro qualità di vita. È da notare che, in virtù della estrema complessità del quadro


esigenziale derivante da una sindrome degenerativa severa come la distrofia muscolare di Duchenne, le soluzioni identificate per le problematiche di queste abitazioni possono essere considerate come inclusive per moltissime disfunzionalità deambulatorie e di accesso dovute ad altre cause, sia fisiologiche che di altra natura. I risultati della attività di ricerca possono essere quindi di grande interesse per tutti i ricercatori ed operatori impegnati nello studio ed nello sviluppo di soluzioni legate al tema della accessibilità. Il principio metodologico al quale si è attenuta l’attività di ricerca è stato quello del Design for All: metodo progettuale rivolto al soddisfacimento e all’inclusione della maggior quantità di utenti soddisfatti e coinvolti. Lo strumento analitico e procedurale applicato per la definizione delle specifiche tecniche delle Linee Guida è stato quello del Quality Function Deployment 3 (QFD); nato in Giappone alla fine degli anni sessanta è allo stato attuale uno degli strumenti più sofisticati e diffusi nell’ambito dello User Centered Design. Le caratteristiche delle Linee Guida sono così state definite sulla base di una accurata analisi dei bisogni sia delle famiglie sia dei professionisti, nonchè su un benchmarking completo della migliore bibliografia tecnica attuale. Il dottorato ha portato all’elaborazione di due linee guida, in forma di manuali applicativi, destinate una alle famiglie e l’altra ai tecnici professionisti. Il manuale rappresenta un utile strumento di conoscenza e indagine sulle tematiche relative all’accessibilità domestica, con consigli e raccomandazioni sulle possibili conformazioni

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planimetriche dell’alloggio e relative distribuzioni ed analisi degli ausili o arredi fissi e mobili presenti nell’abitazione. Sono stati inoltre valutati gli aspetti relativi al bagno, alla cucina, alla camera da letto e agli impianti domotici. Il lavoro di ricerca verteva anche sulla collaborazione e supporto tecnico alle famiglie iscritte alla Parent Project Onlus; una di queste ci ha chiesto alcune indicazioni in merito al progetto della loro nuova abitazione. La famiglia ha tre figli, di cui uno affetto da distrofia muscolare di Duchenne con ancora una mobilità sufficiente degli arti inferiori. Per problemi di carattere funzionale, morfologico e legati all’accessibilità, hanno optato per lasciare l’appartamento in cui vivevano e costruire ex novo un’abitazione a loro misura, partendo dalle loro reali necessità.

un buon progetto abilita, un cattivo progetto disabilita - Paul Hogan, Presidente Emerito di EIDD Design for All Europe

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Per noi è stata una grossa opportunità per poter studiare ed elaborare un metaprogetto che mettesse in pratica le teorie e le ricerche fino ad ora studiate. È stata una grande sfida, in quanto il lotto si presentava lungo e stretto e perciò riuscire a progettare distribuzioni flessibili non era semplice e scontato. L’abitazione si poteva disporre su due piani; tuttavia la famiglia preferiva, per il momento, tenere il piano primo al grezzo e concentrare le quattro camere da letto, i due bagni e la zona giorno al piano terra. La superficie calpestabile era di circa 200 m 2 per piano. La nuova abitazione doveva rispondere ad esigenze espresse da persone con peculiarità e specificità differenti e (alcune) molto complesse. Dunque la caratteristica fondamentale era quella della flessibilità: si conoscono le necessità presenti, ma purtroppo quelle future sono incerte e non sicure e pertanto l’abitazione deve essere in grado di possedere un grosso margine di cambiamento e personalizzazione, mutando in sinergia con le disabilità del ragazzo affetto da Duchenne. La sfida maggiore era quella di riuscire a non progettare corridoi o ampi disimpegni in quanto rendono molto rigido l’impianto e quindi di difficile modificazione negli anni a venire. La flessibilità andava applicata dunque alla forma, all’altezza, agli spazi esterni dell’abitazione. Dopo svariate ipotesi distributive, l’elaborato che ne è risultato ha una conformazione planimetrica in cui si è deciso di dividere e posizionare la zona notte nelle due estremità corte dello spazio a

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nostra disposizione per consentire la progettazione di uno spazio centrale molto ampio e flessibile. Inoltre abbiamo optato per creare un blocco da destinare a parte tecnica e impiantistica: infatti oltre ai collegamenti verticali (scale e predisposizione per ascensore), sono stati posizionati anche la cucina e il bagno di servizio. Oltre ad aspetti legati all’interior design è stato studiato anche il rapporto con l’esterno. Un ragazzo Duchenne, solitamente, non può o non riesce a vivere il giardino come i suoi coetanei. Per questo motivo abbiamo provato a portare il mondo esterno all’interno dell’abitazione; per fare ciò si è cercato di creare ampie aree vetrate nell’area centrale l’abitazione (protette da pensiline o sporti) e creare al piano superiore terrazze o logge protette da vento o pioggia. La strategia che ci ha permesso di dare risposta a tali requisiti è stata quella di creare un involucro-guscio protettivo all’abitazione vera e propria. Tale scelta ha il vantaggio di creare molti spazi e ambienti esterni di notevole altezza ma coperti e quindi più riparati. Scegliendo tale opzione, ci si è dovuti relazionare con problemi legati alla qualità e quantità di luce a nostra disposizione. Abbiamo pertanto analizzato il contesto con il quale ci confrontavamo e approfondito la tematica della “gelosia e traforo”, presenti nelle cascine o fienili circostanti. Rivisitando tale tecnologia in chiave moderna, è stato possibile praticare forature di diverse forme e grandezza, per creare un disegno divertente ed elegante in maniera tale da trasformare il setto di involucro in una membrana rarefatta che divide il dentro dal fuori, l’interno dall’esterno.


Nell’idea elaborata si è cercato di collocare le necessità e le aspettative delle persone al primo posto. Progettare per un’utenza dai bisogni specifici e complessi, risulta sicuramente più difficile ma di sicura soddisfazione. Riuscire a dare risposta con eleganza e bellezza a problemi reali delle persone, grazie alla studio attento delle distribuzioni, della luce, degli spazi di manovra, è compito del pro-

le soluzioni identificate per le problematiche di queste abitazioni possono essere considerate come inclusive per moltissime disfunzionalità deambulatorie e di accesso dovute ad altre cause, sia fisiologiche che di altra natura

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gettista con il quale ci si interfaccia. La ricerca di dottorato mi ha portato, inoltre, a conoscere e sperimentare contesti differenti da quelli usuali. Il tema dell’accessibilità e dell’inclusione sociale è in rapido sviluppo e dovrebbe rappresentare un punto di riferimento per le future scelte politiche ed istituzionali. A causa del cambiamento demografico degli ultimi anni, ad esempio, in Europa l’età media dei cittadini si sta sempre più alzando e perciò riuscire a garantire spazi e servizi pubblici e privati accessibili ed inclusivi dovrà essere una prerogativa indispensabile per tutte le persone, disabili o normodotate. In uno scenario di questo tipo, il design potrebbe e dovrebbe avere un ruolo importante in quanto riuscire a progettare in funzione dei bisogni, necessità ed aspettative delle persone è garanzia di qualità; se a questi aspetti sociali e culturali affianchiamo le innovazioni del settore ICT, l’ottenimento dei risultati preposti è garantito. Inoltre va affrontato anche un grosso lavoro di informazione e diffusione di informazioni qualitative. Molte, troppe persone, seppur interessate in prima persona, non sono a conoscenza delle nuove tecnologie e delle ultime ricerche relative all’abbattimento barriere architettoniche. Si è ancora legati al concetto che un servizio o prodotto dedicato e progettato per persone con disabilità, debba per forza essere non piacevole o poco elegante. Tutti hanno il diritto e il dovere di poter vivere in spazi piacevoli e accessibili, occorre solamente essere esigenti con sé stessi e con chi ha il compito di trasformare lo scenario urbano nel quale viviamo.

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04 NOTE 1 - Una malattia è considerata “rara” quando colpisce non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. La bassa prevalenza nella popolazione non significa però che le persone con malattia rara siano poche. Si parla infatti di un fenomeno che colpisce milioni di persone in Italia e addirittura decine di milioni in tutta Europa. Del resto, il numero di Malattie Rare conosciute e diagnosticate oscilla tra le 7000 e le 8000. Parlare di malattie rare nella loro totalità e non come singole patologie, serve a mettere in luce e riconoscere una serie di comuni problematiche assistenziali e a progettare interventi di sanità pubblica mirati e non frammentati che coinvolgano gruppi di popolazione accumunati da bisogni simili, pur salvaguardandone peculiarità e differenze. Quando si parla di malattie rare si deve parlare, e non si può non farlo, di farmaci orfani. Farmaci che, proprio a causa della frammentazione delle singole patologie, faticano ad incontrare l’interesse economico delle case farmaceutiche. A cura dell’Istituto Superiori Malattia Rare. 2 - La Parent Project Onlus di Roma è un progetto nato da genitori con figli affetti da distrofia muscolare di Duchenne e Becker; è attiva in Italia dal 1996 e lavora “per accelerare il raggiungimento di una terapia ed insieme garantire e diffondere le migliori opportunità di trattamento necessarie a far crescere la qualità della vita dei ragazzi affetti da tale patologia.” Ogni anno, a Roma, organizzano una Conferenza Internazionale, in cui vengono invitati medici, terapisti, fisioterapisti, aziende, architetti e designer nazionali e internazionali per parlare dell’avanzamento dei singoli lavori sulla sindrome per attendere i risultati dei trial medici specifici. In tale conferenza, sono invitati a partecipare anche tutti i genitori con i figli per una tre giorni intensa in cui poter rica-

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vare tutte le informazioni aggiornate che si desiderano. 3 - Il significato complessivo del termine QFD non è da prendere alla lettera (la funzione per la distribuzione della qualità) ma si intende una metodologia generale per lo sviluppo dei prodotti. Il Quality Function Deployment è uno strumento progettuale che riesce ad interfacciare più attori con diversi bisogni e necessità. Le origini di tale criterio non sono facili da rintracciare giacché le prime modulistiche specifiche risalgono al 1986 negli Stati Uniti, ma sappiamo che è una prassi consolidata già anni precedenti, in Giappone; il primo articolo contenente aspetti embrionali del QFD (Kogure e Akao) è stato pubblicato sulla rivista americana Quality Progress nell’ottobre del 1983 ma tale articolo risulta essere datato 1972, anno in cui gli ingegneri Nishimura e Takayanagi svilupparono la prima matrice delle caratteristiche, presso un cantiere navale della Mitsubishi Heavy Industries Ltd., a Kobe, in Giappone. L’idea generale di tale matrice era di far coesistere i bisogni espressi dal marketing, dalla progettazione e dalla produzione; dove nelle righe erano presenti i bisogni espressi e nelle colonne le soluzioni per soddisfarli. È una procedura decisionale visiva utilizzata dai team di progetto multifunzionali. In questo modo il team riesce a sviluppare una valutazione univoca delle richieste del cliente e un consenso comune sulle specifiche tecniche finali del prodotto. L’uso di questa tecnica permette di evitare lunghi processi decisionali e costose revisioni del progetto. IMMAGINI 01 - Giuseppe Marchi e Paola Rossi Architetti. Interno di un attico signorile a Ferrara. Gli spazi sono ampi e senza barriere.

Per la divisione tra zona pranzo e salotto è stata adottata la scelta di un camino con panca. Immagine di Adriano Pecchio fotografo. 02 - Schemi illustrativi presenti nelle Linee Guida. Nel primo caso specifico è illustrato un esempio di lavabo accessibile: spazio libero sotto il lavabo per posizionamento sedia, spazio laterale per appoggiare gli avambracci, catino per raccolta acqua molto vicino al bordo, profondità del catino minimo 50 cm dall’elemento più sporgente, rubinetteria comoda ed accessibile. Nel secondo schema è rappresentato un esempio di piano cottura accessibile in una cucina a isola. Per tale conformazione è necessario avere molto spazio in quanto gli spazi di manovra sono superiori rispetto una conformazione più semplice, come ad esempio in linea o a “L”. È consigliato posizionare il piano cottura vicino al lavello in quanto se ne semplificano i trasferimenti e la sicurezza è garantita. Immagine di Marchi Michele architetto. 03 - Planimetria preliminare della proposta finale con evidenziato il rapporto con il giardino, le pertinenze e gli accessi carrabili e pedonali. Si possono osservare anche le distribuzioni e la scelta progettuale di costituire una “scatola di servizio” strutturale. Immagine di Marchi Michele architetto. 04 - Vignetta satirica. “L’unione fa la forza”. Rendere un ambiente, uno spazio o un prodotto accessibile ed inclusivo richiede l’aiuto e la collaborazione di entità differenti e competenti nel loro specifico settore di indagine. Per progettare un’abitazione è necessaria la sinergia di professionisti diversificate: dall’architetto al terapista occupazionale, dall’ingegnere domotico al fisioterapista. Immagine di Marchi Michele architetto. 05 - L’immagine rappresenta una ipotetica


vista fotorealistica del progetto. Da osservare inoltre le molteplici varianti sull’uso dei materiali come finitura superficiale o rivestimento. Nel primo caso si è scelto di adoperare intonaco bianco per proteggere l’edificio principale e di utilizzare il mattone pieno per l’involucro esterno. Nel secondo caso si è invece optato di rivestire l’involucro protettivo con legno e calcestruzzo graffiato. L’opzione con “scatola” permette la progettazione di spazi aperti ma coperti, grazie all’uso di terrazze, logge e balconi protetti. Immagine di Marchi Michele architetto. BIBLIOGRAFIA - Center for Inclusive Design and Environmental Access, University at Buffalo, The State University of New York, Danise Levine, M.Arch. “Universal design New York 2”, Idea Publications, 2003. - Franceschini F., “Quality Function Deployment. Uno strumento progettuale per coniugare qualità ed innovazione”, Il Sole 24Ore, prima edizione 1998. - Mincolelli G., “Customer/user centered design. Analisi di un caso applicativo”, Politecnica, 2008. - Mincolelli G., “Design accessibile. Esperienze progettuali e didattiche sul tema del Design for all”, Maggioli Editore, 2008. - Del Zanna G., “Progettare l’accessibilità”, edizioni Grafil, 2005. - Fantini L., “Progettare i luoghi senza barriere. Manuale con schede tecniche di soluzioni inclusive”. Maggioli, 2011. - The City of New York. Michael R. Bloomberg, Mayor, “Sustainable New York. Implementing sustinable design in the city’s public works”. - Trioschi D., “Una casa su misura. Domande e risposte per migliorare l’accessibilità domestica”, Centro regionale ausili Bologna, Regione Emilia Romagna.

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Un museo per tutti Tooteko è la startup che rende l’arte accessibile ai non vedenti, attraverso il tatto e l’udito

Serena Ruffato, laurea in Architettura e Master in Architettura Digitale all’Università Iuav di Venezia con la tesi “Architettura e non vedenti: prototipazione rapida per l’integrazione”. Co-Founder di Tooteko, start-up innovativa a vocazione sociale. e-mail: serena@tooteko.com

Tooteko is an innovative startup born within the MADI Master in Digital Architecture of the IUAV University in Venice. 3D printing, rapid prototyping and museum accessibility are the key words of this project which aims to make available the works of art to those who do not see. Tooteko is a hi-tech bracelet, based on NFC technolog y, able to recognize special sensors and to make audio information. The bracelet is associated with 3D printed replicas of works of art: the museum experience becomes multisensory, I can touch the artwork and listen to what I’m actually touching. It ‘a system designed for the blind, but that is stated as a technolog y for the knowledge of all, in order to rediscover the pleasure of touching things, to awake a forgotten sense, that of touch, in a museum where it will be “obligatory to touch”. In addition to the museum and the art sector, Tooteko find applications in other areas: games and books for children, daily life and the pharmaceutical industry. Tooteko is an example of how universities can rhyme with business, of how architecture can rhyme with innovation.

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di Serena Ruffato

orenzo Ghiberti (1378-1455) alla presenza di una statua classica veduta a Padova ebbe a dire: “... ha moltissime dolcezze/le quali il viso non le comprende/né con forte luce/né con temperata/solo la mano a toccarla le trova”. Ed ancora estasiato e commosso, davanti ad una statua classica vista a Roma: “..in questa era moltissime dolcezze/ nessuna cosa il viso scorgeva/se non col tatto la mano la trovava”. (Commentari, III libro, 3° capitolo). Viviamo in un mondo di immagini, in cui il senso della vista sembra fare da egemone. Ma se ribaltassimo la prospettiva in cui guardiamo il mondo e pensassimo di fruirlo in maniera esperienziale, ci accorgeremmo che “tutti i sensi, vista compresa, sono estensioni del senso del tatto”1. Ci rendiamo conto dell’importanza del senso del tatto, solo in casi eccezionali, quando per esempio, d’improvviso ci troviamo al buio e per orientarci utilizziamo le mani, o quando ci viene negata la possibilità di toccare. Quante volte in un museo abbiamo provato l’incontenibile desiderio di toccare un’opera d’arte? E se al museo fosse obbligatorio toccare? Questa è la mission di Tooteko, un progetto che mira a rendere fruibile il mondo dell’arte in maniera interattiva e multisensoriale, attraverso l’esperienza tattile integrata con contenuti audio-visuali. Un’esperienza accessibile a tutti, anche a coloro che non vedono ma che “guardano” il mondo con il tatto e con l’udito. Cos’è Tooteko Ho davanti a me un modello in scala ridotta di una architettura, o di un’opera d’arte, o di una porzione di città, o di una parte di territorio. Lo posso toccare, ne posso sentire i materiali, distinguere i dettagli con i polpastrelli. Immaginiamo adesso che, mentre sto “navigando” questo oggetto con le mani, io ne possa ascoltare anche la voce: qualcuno mi racconta, di quell’oggetto, delle storie. Comincio a far scorrere le mani


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sulla superficie del modello, il mio bracciale vibra, mi soffermo più a lungo e in quel momento inizia la spiegazione: “Ciao! Mi chiamo Nike, sono una giovane dea alata, vuoi conoscere la mia storia? Ti basterà toccare i dettagli della mia statua ed io ti svelerò chi sono, da dove vengo e per quale motivo ho perso la testa!...” Questa è l’esperienza che Tooteko dà la possibilità di fare a tutti, al bambino che ama sentire storie e usare le mani per capire davvero, all’appassionato di arte e scultura, al semplice curioso che visita un museo della scienza, e anche a chi, non vedente, per la prima volta può toccare e sentire allo stesso tempo senza un accompagnatore al fianco, in completa autonomia. Tooteko consiste di due elementi di base: una replica in scala dell’opera d’arte con sensori che rilevano la posizione della mano del visitatore e un bracciale intelligente in grado di interagire via Bluetooth con tablet o smartphone. Si basa sulla tecnologia NFC (Near Field Communication) una tecnologia per l’identificazione automatica di informazioni basata sulla capacità di memorizzazione di dati da parte di particolari etichette elettroniche, chiamate tag e sulla capacità di queste di rispondere all’interrogazione a corto raggio (massimo 10 cm) da parte di appositi apparati fissi o portatili, chiamati reader. L’identificazione avviene mediante radiofrequenza, grazie alla quale un reader è in grado di

ci rendiamo conto dell’importanza del senso del tatto solo in casi eccezionali

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l’idea è quella di creare un museo accessibile, un percorso espositivo costituito da modelli tridimensionali tattili posizionati di fronte all’opera d’arte originali

comunicare le informazioni contenute nei tag che sta interrogando; il lettore emette un campo elettromagnetico che eccita il tag permettendogli di comunicare le informazioni in esso archiviate. Nello specifico, il bracciale di Tooteko contiene un lettore NFC e un trasmettitore Bluetooth. È dunque in grado di riconoscere e leggere tag NFC e di trasmettere via Bluetooth informazioni audiovideo a dispositivi mobili, come tablet o smartphone. L’idea è quella di creare un museo accessibile, un percorso espositivo costituito da modelli tridimensionali tattili posizionati di fronte all’opera d’arte originale. I modelli saranno dotati di sensori NFC e il visitatore grazie al bracciale connesso ad una audioguida (o al proprio smartphone), potrà fruire dell’opera d’arte in maniera multisensoriale, toccando la superficie tridimensionale e ascoltandone i contenuti descrittivi. Obbiettivo a medio-lungo termine del progetto è quello costituire una rete di musei che ospitino le repliche audio tattili delle proprie opere più significative. Questo per far sì che anche i disabili visivi possano accedere alle opere d’arte nel loro contesto originario, e non in un “museo delle repliche” riservato ai non vedenti. I musei che aderiranno al progetto entreranno a far parte della rete dei musei accessibili ai disabili visivi, alle loro famiglie, alle scuole, alle associazioni, e in generale al “turismo 2.0” che sta nascendo intorno al mondo della disabilità. “ La cecità non è mutilazione ma apertura dello sguardo sul tempo ancora incognito degli uomini, e conferisce l’abilità di vedere al di là del visibile cui si fermano gli occhi di coloro che non vedono

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abbastanza lontano” (Le Breton)2 . Nel progetto Tooteko il coinvolgimento delle categorie deboli è una necessità e non un adempimento, le categorie deboli diventano forti in quanto indispensabili e insostituibili per il corretto funzionamento del sistema. A differenza della maggior parte dei progetti che riguardano le disabilità, o che devono prevedere la possibilità di accesso da parte di disabili, in Tooteko si coinvolgono i soggetti direttamente interessati fin dalla fase di concept del progetto. Vale a dire che i disabili visivi sono chiamati a fornire la loro consulenza diretta in tutte le principali fasi di produzione, al fine di garantire un prodotto efficace, funzionale, veramente utile, “usabile” e non un semplice adeguamento alla legislazione per la parità di accesso ai beni pubblici. I disabili visivi sono chiamati a mettere in comune il loro sapere e la loro competenza tiflologica specifica in almeno due aspetti fondamentali della filiera: in quanto esperti di percezione tattile, hanno il compito di dare indicazioni al modellatore sulle operazioni da svolgere sul modello per renderlo accessibile all’esplorazione, di verificare l’efficacia della copia e di segnalare eventuali anomalie. In qualità di addetti alla compatibilità dei testi hanno il compito di verificare i contenuti audio relativi all’opera con l’immaginario percettivo dei non vedenti. Una ricaduta non secondaria di questo coinvolgimento riguarda il fatto che le repliche audio tattili di Tooteko sono pensate con e per i ciechi, ma possono essere “usate” da tutti: ne consegue che anche le persone che non hanno disabilità visive avranno l’opportunità di conoscere la straordinaria profondità che una esperienza non (esclusivamen-


te) visiva può assumere, e di apprezzare le infinite sfumature che può restituire una traduzione che si basa su sensi meno olistici della vista ma fondati su una dimensione narrativa che si svolge nel tempo. Ecco che allora “si scoprono nuove possibilità di lettura e di fruizione dell’opera d’arte, capaci di sollecitare ed integrare tutta la nostra sensorialità, dai valori visivi ai valori tattili, da quelli uditivi a quelli olfattivi. Si arricchisce, dunque, la nostra capacità di vedere e sentire il mondo, di prestare attenzione ad aspetti prima non considerati, dandoci così nuove possibilità di stupore e di commozione!”3. Grazie al network offerto dall’incubatore di impresa “Eye Focus Accelerator” di Berlino, Tooteko sta testando altri mercati potenziali a cui applicare il sistema, ed in particolare la possibilità di applicare i sensori NFC alle scatole dei medicinali. Attualmente la normativa Europea prevede l’obbligo per le case farmaceutiche di apporre alle confezioni il nome del medicinale in codice Braille. Questo tipo di convenzione presenta delle limitazioni evidenti: per un non vedente, minorato visivo o ipovedente il foglietto illustrativo, la data di scadenza, la posologia e il contenuto della confezione risultano totalemente inaccessibili. Se si potesse accedere, con un semplice gesto, a tutte queste informazioni? L’idea è quella di applicare sensori NFC alle confezioni, e attraverso il bracciale Tooteko o uno speciale device pensato per le categorie meno digitalizzate (per esempio gli anziani) rendere accessbili le informazioni relative al medicinale e consentire l’interazione con esso. Sono molti i prodotti nati e concepiti per risolvere problematiche

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legate alle disabilità e diventati ben presto oggetti di uso comune per tutti. Oggetti che utilizziamo quotidianamente come il pelapatate, la cannuccia, il trolley o ancora il telecomando. Stiamo ampliando le prospettive di applicazione del sistema, per far sì che anche Tooteko, nato e pensato per i non vedenti, diventi uno strumento utile a tutti. Secondo il principio del Design for All: se un oggetto è funzionale e fruibile da persone con disabilità, a maggior ragione lo sarà anche per una persona normodotata.

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nel progetto Tooteko il coinvolgimento delle categorie deboli è una necessità e non un adempimento

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IL PROGETTO TOOTEKO nasce dalla tesi di Serena Ruffato per il Master Universitario in Architettura Digitale dello IUAV di Venezia. Il primo prototipo utilizzava dei sensori di prossimità ad ultrasuoni e Arduino. Il sistema si è poi evoluto passando per diverse tecnologie, da sensori capacitivi in grado di dialogare via infrarossi con una cuffia wireless, fino al prodotto attuale: un bracciale in grado di riconoscere sensori NFC e di trasmettere via Bluetooth informazioni audio-video a dispositivi mobili. Dal primo prototipo ad oggi l’idea di base è rimasta la stessa: quella di associare il tocco di un oggetto tridimensionale con informazioni audio pertinenti a ciò che effettivamente sto toccando. Un’idea semplice, la conferma che non esistesse nulla di simile è arrivata da Lucilla, una ragazza non vedente che, posando le mani su un modello tridimensionale di una chiesa Palladiana e ascoltandone la descrizione, ha detto: “Mi sembra di sognare. Neanche immaginate cosa significa per noi, fatelo presente quando dovete farvi ascoltare”. Tooteko ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti . Nel febbraio 2013 è stato selezionato per un periodo di incubazione all’interno del programma “Changemakers for Expo Milano” finanziato da Telecom Italia ed Expo 2015. Nel settembre 2013 guadagna il secondo posto alla competition “Start Cup Veneto”. Nel 2014 vince il premio della critica come “Miglior startup ad alto impatto sociale” del Sole 24 ore, viene selezionato da Focus per il “Premio Innovazione 2014” e si aggiudica la finale del premio “Audi Innovation Award 2014” indetto dalla rivista Wired. Recentemente è stato selezionato da due importanti incubatori di impresa: Eye Focus Accelerator a Berlino e Working Capital Accelerator di Telecom Italia a Bologna. NOTE 1 - Pallasmaa J., “Gli occhi della pelle. L’architettura e i sensi”, Jaca Book , 2007. 2 - Le Breton D., “Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi”, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2007. 3 - Socrati A., “Per una pedagogia speciale dell’arte_In L’arte a portata di mano. Verso una pedagogia di accesso ai Beni Culturali senza barriere”, Museo Omero, 2005.

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IMMAGINI 01 - Esperienza tattile con un modello tridimensionale. 02 - Il bracciale è in grado di leggere sensori NFC e di inviare via bluetooth contenuti audio/video su smartphone o tablet. 03 - Il bracciale Hi-Tech: contiene una antenna NFC e un trasmettitore Bluetooth. 04 - Supporti tattili: schede Teromformate e Modello 3d. 05 - Logo Tooteko. 06 - Tooteko Team: Gilda Lombardi, Serena Ruffato e Fabio D’Agnano. 07 - Il beta testing del secondo prototipo di Tooteko. Tutte le immagini sono di Tooteko LINKS UTILI www.masterad.it www.arduino.cc www.wcap.tim.it statics.wired.it/files/site/20141203/ wiredinnovationawrd.pdf BIBLIOGRAFIA - Bellini A. (a cura di) “Toccare l’arte: l’educazione estetica di ipovedenti e non vedenti” con scritti di D. Bresciamorra, A. Casalino, A. Grassini, P. Gualandi, L. Secchi, Roma, Armando, 2000. - Associazione dell’Accademia Canova Onlus “L’arte vista sotto un’altra ottica”. - Grassini A. (a cura di) “I ciechi e le arti plastiche: aspetti psicologici e pedagogici dell’aesperienza estetica”, 2003. - “L’accessibilità museale e l’educazione artistica ed estetica delle persone con minorazione visiva”, Museo Omero, 2008. - Grassini A. (a cura di), “Non solo con gli occhi, le frontiere del turismo sociale”, 1995. - “L’arte a portata di mano. Verso una pedagogia di accesso ai beni culturali senza barriere”. - Devlieger P., Renders F., Froyen H. and Wildiers K. (eds.), “Blindness and the Multisensory City, Antewrp-Alpeldoorm”, Garant 2006. - Keats S. and Clarkson J. “Countering Design Exclusion. An Introduction to Inclusive Design”, London, Springer 2004. - Pallasmaa J., “The Eyes of the Skin. Architecture and the Senses”, Wilet, Chichester (England) 2005. - Paterson M., “The Senses of Touch. Haptics, Affects and Technologies”, OxfordNew York, Berg, 2007. - Secchi L., “L’educazione estetica per l’integrazione. Percorsi di lettura ottica e tattile delle immagini artistiche”, Museo Tattile di pittura antica e moderna Anteros, Istituto per ciechi Francesco Cavazza, Bologna. - Le Breton D., “Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi”, Milano, Cortina Raffaello Editore, 2007.

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Turismo accessibile Quando è un servizio ad essere inclusivo

Francesca Guidolin, dottoranda di ricerca in tecnologia dell’architettura presso l’Università Iuav, frequenta nel 2015 il corso di alta formazione “Universal Design” promosso dalla Regione Veneto, grazie al quale si avvicina ai temi dell’accessibilità e del design inclusivo nell’ambito del turismo. e-mail: arch.francesca.guidolin@gmail.com

This article tries to highlight the importance of accessibility not only in terms of spatial environment, but also in terms of services and experiences that can be offered to people. In particular, the tourism sector is a key area for this purpose, because it is a multidisciplinary field in which the spatial rehabilitation of structures needs to relate with the training of tourism operators, the availability of information must relate with its clarity, and cultural and leisure experiences should be thought as universally accessible. Among the experiences in tourism accessibility, the Veneto Region is supporting a series of initiatives that could implement the potentiality of this field. We reached two projects, the Village4All quality brand and the Gondolas4All project, asking them some questions, in order to understand the situation in this sector, and what are the basic requirements the started from.

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di Francesca Guidolin

al 2001, il concetto di disabilità è stato oggetto di una (dovuta) transizione, grazie all’ICF, dalla sfera soggettiva a quella relativo piuttosto al rapporto soggetto-contesto multidimensionale (sociale, familiare, lavorativo). Questo spostamento, come esplicitato nelle “Linee guida per il superamento della barriere architettoniche nei luoghi di interesse culturale” emesse dal MiBAC1, conferisce una maggiore importanza al contesto ambientale. È proprio per questo motivo che è necessario porsi criticamente nel pensare al progetto di riqualificazione, di aggiornamento, di miglioramento non solo in termini architettonici e urbani - dello spazio - ma anche dei servizi. La “Dichiarazione ONU sui diritti delle persone con disabilità” intende per “progettazione universale” “la progettazione di prodotti, strutture, programmi e servizi utilizzabili da tutte le persone, nella misura più estesa possibile, senza il bisogno di adattamenti o di progettazioni specializzate. La “progettazione universale” non esclude dispositivi di sostegno per particolari gruppi di persone con disabilità ove siano necessari”2 . Tale dichiarazione impegna tutti gli Stati firmatari ad “intraprendere o promuovere la ricerca e lo sviluppo di beni, servizi, apparecchiature e attrezzature progettati universalmente”, promuovere la disponibilità e l’uso di nuove tecnologie, così come forme di assistenza, e attrezzature”3. E il settore del turismo è in primis deputato alla fornitura di un servizio. L’accessibilità in quanto esigenza trasversale, investe anche l’ambito del turismo, in tutte le sue forme. L’Enea ha stimato essere all’incirca 31 milioni il numero di persone che effettuano almeno un viaggio durante l’anno. Tra di questi, il 2,9% è costituito da persone con esigenze speciali4. L’indagine “Osservatorio Vacanze Italiani” condotta da Doxa Europcar nel 2015, ha stimato che quasi 10 milioni di persone in Italia riscontra-


no problemi di accessibilità. Di fatto sono molti i tipi di esigenze speciali e le persone interessate (famiglie con bambini, anziani…), viene stimato ad 11,7 miliardi di euro l’impatto sul PIL di questa frangia di mercato5. La necessità di garantire l’accessibilità turistica trasparente ad un’utenza allargata si è fatta nel tempo sempre più importante con dei risvolti anche nel campo della ricerca e dei progetti per l’accessibilità. Un esempio di questo è il progetto CARE, (Accessible Cities of European Regions), che prende avvio nel 2004 nell’ambito dell’Iniziativa Comunitaria Interreg III CADSES, e l’ENAT (European Network for Accessible Tourism), associazione no profit per la promozione del turismo accessibile, nata nel 2006. Nell’intento di illustrare la declinazione di un tema importantissimo nell’ambito turistico, soprattutto a Venezia, abbiamo cercato gli interlocutori su questo tema: in risposta alle esigenze di trasparenza e qualità dell’ospitalità, nel 2008 nasce il progetto Village for all – V4A®, che mira a conferire un Marchio di Qualità Internazionale per l’Ospitalità Accessibile. Nel 2012 prende poi avvio a Venezia un’iniziativa che propone di rendere accessibile ad un’utenza allargata anche un servizio, l’esperienza veneziana per eccellenza: un giro in gondola.

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porsi criticamente nel pensare al progetto di riqualificazione, di aggiornamento, di miglioramento non solo in termini architettonici e urbani - dello spazio - ma anche dei servizi

Due esperienze di turismo accessibile Abbiamo intervistato Roberto Vitali, presidente di Village for all – V4A®, e componente della Commissione per la Promozione e lo Sviluppo del Turismo Accessibile presso il Ministero del Turismo, A lui abbiamo posto delle domande che riguardano la sua attività,

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per capire quale sia lo stato attuale dell’accessibilità nell’ambito turistico, quali siano le problematiche ancora irrisolte. Accessibilità nell’offerta turistica: come si declina? Quando si pensa al turismo accessibile viene subito in mente tutto ciò che rappresenta una barriera architettonica per persone con limitata capacità motoria. Purtroppo pensare che l’accessibilità sia una esigenza solo per persone con disabilità motoria, è il risultato di un retaggio culturale che ci portiamo dietro da anni. L’accessibilità è espressa con il logo dell’omino in carrozzina, ma è impossibile riassumere tutta una serie complessa di esigenze con un unico simbolo. Proprio per questo il nostro metodo di lavoro è basato sulle informazioni che consentono alle persone (con disabilità - tutte - o bisogni specifici) di poter fare una scelta basata sulle proprie esigenze. Significa dare alle persone la possibilità di scegliere, restituendo loro il ruolo di consumatori consapevoli. Smettendo di offrire “il rispetto della norma sulle barriere architettoniche”, ci concentriamo sulla effettiva qualità del servizio turistico di ciò che viene offerto. Come nasce la necessità di una certificazione sull’accessibilità turistica? L’idea del progetto è nata dopo l’esperienza nel 2005 con Franco Vitali (proprietario Holiday Village Florenz), che mi contattò come professionista del Turismo Accessibile per risolvere una serie

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di problematiche connesse con l’accessibilità nel suo villaggio. È stata pianificata una serie di interventi come l’eliminazione pendenze eccessive, la dotazione di carrozzina da spiaggia e l’inserimento di passerelle amovibili, la progettazione di una casa mobile accessibile ma con un aspetto formale che si discostasse dai canoni del design specificatamente orientato alla disabilità, con un’accessibilità trasparente), il cui gradimento da parte del mercato fu rilevante e immediato sia per l’estetica che per l’accessibilità degli ambienti (soprattutto dalle famiglie con bambini piccoli). Questi riscontri hanno indotto Franco Vitali, anche in veste di Presidente FAITA - Federcamping Emilia Romagna, a far conoscere questa sua esperienza ad altri imprenditori turistici, che hanno poi evidenziato l’esigenza di potersi distinguere sul mercato turistico con la promozione di un marchio di qualità che li rendesse riconoscibili. Si è rilevata la necessità infatti, di distinguere un processo di autocertificazione (spesso contrassegnato dal simbolo dell’omino in carrozzina) con un marchio che potesse corrispondere a degli effettivi criteri di qualità accessibile, in modo valorizzare gli investimenti fatti dalle aziende e soddisfare le necessità anche comunicativamente, in modo completo e approfondito. Da queste considerazioni ha preso avvio il marchio V4A®, la cui mission è “a ciascuno la sua vacanza”. Quali sono le carenze maggiormente presenti nel territorio veneto, i margini di miglioramento? La parte più difficile è far comprendere agli imprenditori turistici


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che “rispettare le leggi sulle barriere architettoniche” non può essere considerato Ospitalità da offrire. Bisogna migliorare la qualità della propria offerta pensando al benessere e alle esigenze di questi clienti che rappresentano oggi un mercato in pieno sviluppo, e quindi una grande opportunità economica. Obiettivo del nostro lavoro è quello di offrire competenze e consulenza per la formazione del personale, e le informazioni da offrire ai clienti. Offrire Ospitalità Accessibile significa saper fornire risposte, attenzioni e competenze adeguate e non solo il mero “rispetto delle norme”, quali esse siano. Vorrei ricordare che il 16,4% delle famiglie italiane ha oggi esigenze di accessibilità nello svolgimento delle proprie vacanze (indagine Doxa-Europcar 2015). Come avete preso parte al progetto Gondolas4All? Abbiamo conosciuto Alessandro Dalla Pietà e Enrico Greifenberg - ideatori del progetto e della Onlus Gondolas4All - sviluppando con la Regione del Veneto il Progetto di Eccellenza Turistica. Abbiamo da subito creduto nella qualità e nella necessità di questo progetto leggendovi una interessante proposta e rappresentazione del Turismo Accessibile italiano. Come si sta sviluppando questo progetto, quali sono i traguardi per ora raggiunti? Il progetto ha raggiunto obiettivi importanti: non hanno ancora raccolto tutti i soldi necessari alla realizzazione del progetto, ma è

stato fatto un importante tratto di percorso grazie al quale è garantita la partenza del progetto nella prima fase esecutiva. Gondolas4All è stato presentato alla Camera dei Deputati, al Sottosegretario di Stato Alla Difesa, On. Domenico Rossi, e ha ottenuto l’appoggio del Comitato per la Promozione e lo Sviluppo del Turismo Accessibile (CPSTA)6 presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT) e ha ricevuto il sostegno di SKÅL International7. Stiamo continuando a raccogliere fondi perché l’obiettivo finale non è ancora stato raggiunto8. Spinti dalla curiosità per questo progetto di alto profilo sociale, abbiamo posto qualche domanda sullo sviluppo pratico del progetto Alessandro Dalla Pietà e Enrico Greifenberg - ideatori del progetto e della Onlus Gondolas4All, di cui V4A® è sostenitore.

significa dare alle persone la possibilità di scegliere, restituendo loro il ruolo di consumatori consapevoli

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valore aggiunto per Venezia e per il rilancio del turismo in Italia

Che cos’è Gondolas4all e come è nato il vostro progetto? Gondolas4all è un’idea innovativa di turismo per rendere accessibile a tutti il viaggio in gondola a Venezia. Il progetto è nato dall’idea di poter interessare tutti i campi dell’accoglienza a 360 gradi, con la consapevolezza di dare un’immagine internazionale e quindi una spinta positiva per far si che altre strutture ricettive ci seguano nell’intenzione. Anche un servizio come un’esperienza dovrebbe essere accessibile da tutti. Chi sono i partner del progetto, e come è sviluppata la tecnologia di cui si compone? Il progetto per rendere accessibile un accesso alla gondola si compone di diversi elementi. Primo fra tutti una pedana speciale. Questa pedana è realizzata da un’azienda leader nel settore della tecnologia per le persone con disabilità, fadiel italiana. Dovrà poi essere ancorata ad un pontile galleggiante, la cui realizzazione è affidata all’azienda Rein di Venezia. Si tratta di una pedana con due motori dedicati, progettata ex novo, che permetterà in due movimenti (il primo laterale e il secondo verticale di discesa) di far salire in completa sicurezza e autonomia chiunque. Il passetto, il pontile galleggiante, interamente costruito in plastica riciclata, ospiterà la pedana, estraibile in caso di necessità. Il progetto è seguito dall’Arch. Silvia Dabrilli e dall’ Ing. Pierluigi Moro dello studio Moro di Venezia.

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Siamo molto soddisfatti dell’iniziativa e della visibilità che sta avendo il progetto che è patrocinato dalla Regione Veneto (Assessorato al turismo) e dall’Ermitage medicalcare Hotel Terme di Abano. Quali sono state, o sono le fasi più difficili per la messa a punto del progetto? Non le chiamerei fasi difficili, nel senso che, l’intenzione di realizzare un opera “innovativa” così come è stata più volte definita alla fiera del turismo accessibile di Vicenza, e “valore aggiunto” per Venezia e per il rilancio del turismo in Italia, ci ha confermato che stavamo percorrendo la strada giusta e aggiunto entusiasmo al lavoro svolto.


NOTE 1 - MiBAC, Ministero per i beni e le attività culturali, Linee guida per il superamento delle barriere architettoniche nei luoghi di interesse culturale, Gangemi editore, Roma, 2009. La pubblicazione ha lo scopo di agevolare la comprensione delle Linee Guida, adottate con il D.M. 28 marzo 2008. 2 - La Convention on the Rights of Persons with Disabilities and its Optional Protocol (A/ RES/61/106) è stata adottata il 13 dicembre 2006, nel quartiere generale delle Nazioni Unite a New York e aperta alla firma il 30 marzo 2007, ci sono stati 82 paesi firmatari, il più alto numero nella storia in una convention delle Nazioni Unite (fonte, www.un.org/disabilities/) art.2 - definizioni 3 - Op.cit. art. 4 – obblighi generali 4 - Presidenza del Consiglio dei Ministri, struttura di missione per il rilancio dell’immadine dell’Italia, Accessibile è meglio, primo libro bianco sul Turismo per tutti in Italia, 2013, riferimento allo studio ENEA-ITER “Progetto STARe – Studio sulla domanda di turismo accessibile. Report conclusivo”, 1999, (p.18) 5 - Indagine “Osservatorio Vacanze italiani” di Doxa con Osservatorio Europcar. (www.doxa. it) 6 - Il Comitato si occupa di delineare e promuovere politiche, strategie e progetti in materia di turismo accessibile, anche in attuazione e sulla base dei principi enunciati dell’art. 30 della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dal nostro paese con la legge n. 18 del 24/02/2009, Da Il Corriere della Sera, 28 giugno 2012). 7 - SKAL international italia, internazionale professionisti del Turismo. 8 - Cerchiamo ancora finanziatori e supporter che ci possano aiutare a raggiungere il goal finale della copertura complessiva del progetto. Per informazioni, www.gondolas4all. com). LINKS www.godolas4all.com www.villageforall.net IMMAGINI 01 - Carrozzine e passeggini stessi bisogni sulla sabbia. Immagine di Roberto Vitali. 02 - Alessandro Dalla Pietà e Enrico Greifenberg con il sottosegretario di stato alla difesa, On. Domenico Rossi. Immagine di Gondolas4All. 03 - Fotoinserimento del progetto della nuova passerella. Il progetto è dell’Arch. Silvia Dabrilli e dell’ Ing. Pierluigi Moro dello studio Moro di Venezia. Immagine di Studio Moro. 04 - Render del progetto di Gondolas4All, realizzato da Aldo Bisacco, regista del video del progetto. Immagine di Aldo Bisacco. 05 - Alessandro Dalla Pietà e Enrico Greifenberg (Gondolas4All) con Roberto Vitali (Village4All) alla Camera dei Deputati a Roma, dove hanno presentato il loro progetto. Immagine di Gondolas4All. 06 - I canali di Venezia. Immagine Francesca Guidolin.

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Progetto inclusivo L’inclusione da aggettivo a pratica progettuale attraverso la formazione

Elisabetta Schiavone è architetto, DdR in Cultura Tecnologica e Progettazione Ambientale, Dipartimento di Architettura, Università d’Annunzio di Chieti e Pescara. CERPA Italia Onlus e-mail: elisabettaschiavone@live.it

People are our first caller in the architect profession of and for this reason we must learn to know them, almost one by one, since they are all different as for their needs: some common, and other specific, some singular, and other collective. Just different as expectations, wishes and goals. The quality of life and safety of citizens depends largely on our work and only through an interdisciplinary, participated and experiential training we could learn to formulate inclusive design solutions. To delegate to the standard and the handbooks the responsibility of preconfigured solutions would be a failure for the architect that on the contrary, though the inclusive design can express a new paradigm in contemporary architecture.

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di Elisabetta Schiavone

entro al progetto si possono leggere una molteplicità di fattori tra cui la forma, la funzione, le tecnologie, i linguaggi, le prestazioni. Queste ultime, in particolar modo, determinate in risposta alle esigenze rilevate. E ancora si possono leggere significati, obiettivi, il dialogo con il contesto e con i fruitori. Questi ultimi, in particolar modo, sono i primi interlocutori dell’architetto il cui operato si ridurrebbe a mero esercizio progettuale, se non riferito all’utente finale – o intermedio – sia esso singolo o collettività, a seconda degli ambiti e delle scale di contesto. Di esigenze reali espresse da persone reali tratta il progetto inclusivo, per quanto pletorico possa risultare l’aggettivo, presumendo che inclusivo il progetto lo sia per definizione: l’architetto non dichiara alcuna selezione all’ingresso, sia essa in base a sesso, età, etnia o abilità, a meno della designazione di spogliatoi e bagni pubblici, in cui la distinzione uomo/donna trova ancora la sua convenienza. La presunzione di inclusività del progetto andrebbe tuttavia dimostrata, considerato il numero sempre più ampio di utenti insoddisfatti dall’operato di tecnici che, per una disattenzione reiterata e perseverante, al limite del diabolico, seguitano a “disegnare” edifici, arredi, utensili e intere città, inclusi servizi, mezzi di trasporto e sistemi di comunicazione, la cui fruizione risulta impossibile per alcuni, difficoltosa e pericolosa per molti, decisamente poco confortevole per chiunque. Osservando e analizzando con maggiore attenzione il costruito, la risposta alle esigenze delle persone reali, ovvero diverse per le caratteristiche di cui sopra ma anche per aspettative e desiderata, sembra essere del tutto secondaria per l’architetto che, evidentemente, ha orientato le priorità del progetto verso altri cardini sui quali varrebbe la pena interrogarsi. Per comprendere cosa non ha funzionato in ciò che abbiamo rea-


lizzato dovremmo dedicare un po’ del nostro tempo ad osservare le persone e le difficoltà che queste incontrano nel relazionarsi con edifici e città all’interno delle quali risulta complicato muoversi e orientarsi, magari per la mancanza di informazioni o perché quelle presenti si esplicitano unicamente mediante il testo scritto, in assenza di simboli o segnali sonori, utili per le persone con difficoltà cognitive o deficit visivi (img. 01). Ci accorgeremmo che la comunicazione iconografica supera anche l’ostacolo della diversità linguistica, poiché non è sempre possibile tradurre ogni informazione nelle diverse lingue e, oggi più che mai, in un Paese come l’Italia con una forte vocazione turistica, la presenza di un fenomeno migratorio in atto altrettanto importante e dove la lingua principale resta l’italiano, questa esigenza si fa sentire. Ecco dimostrato come soluzioni che incontrano esigenze fuori dallo standard ampliano notevolmente l’insieme di utenti soddisfatti dal nostro progetto: aggiungere un’icona al testo è una risposta qualitativa che rende comprensibile l’informazione ai bambini, in particolar modo in età pre-scolare, a persone con deficit cognitivi e al turista croato o americano in visita nella nostra città1. Similmente, un ascensore di dimensioni adeguate può garantire al papà con due gemelli (img. 02) di spostarsi con il passeggino al seguito per raggiungere la propria abitazione, andare a trovare i nonni o recarsi dal pediatra che ha l’ambulatorio al secondo piano. E al contempo avremo reso accessibile il collegamento verticale fra i piani anche alle persone in sedia a ruote, agli anziani o al ragazzo del quinto piano che ha una gamba ingessata in seguito alla fatidica partita a calcetto. Applicando questi principi 2 a tutte le scale del progetto ci accorgiamo di aver eseguito l’operazione sulla quale la nostra professione pone le sue fondamenta. Essa consiste nell’analisi delle

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la professione di architetto ha come unità di misura il benessere delle persone prima ancora del metro

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esigenze, nell’individuazione di requisiti e risposte prestazionali, attività evidentemente trascurata e che ritroviamo implicita nella definizione di “progettazione universale” riportata all’interno della “Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità” (2006), recepita dallo Stato italiano con la Legge 18/2009. Delegare a normativa e manualistica la cultura dell’accessibilità e della sicurezza, requisiti che si presentano nel progetto come binomio inscindibile, è ciò che nel tempo ha distolto l’attenzione dalle esigenze reali dell’utenza. Tutto ciò in favore di una semplificazione tradotta in ulteriore standardizzazione alla quale sono stati elevati i minimi dimensionali, espressione dei decreti 3 susseguitisi in materia, stabiliti intorno a misurazioni piuttosto approssimative. Approssimative in quanto rilevate su un campione non rappresentativo delle diversità che caratterizzano la popolazione, in assenza di attività (misurazione statica e non dinamica) e senza considerare che le persone non sempre si muovono singolarmente nello spazio come nelle simulazioni, ma il più delle volte insieme. Quando l’insieme prevede un caregiver ci accorgiamo che diventa indivisibile, praticamente un’unità “più grande” e complessa che mette in discussione tutte le certezze racchiuse nei manuali di ergonomia. Nella misurazione classica scompare anche il processo evolutivo di ognuno, per cui le abilità e conseguenti esigenze mutano nel tempo, dall’età evolutiva all’invecchiamento. (img. 03) In mezzo c’è un mondo, o meglio mondi diversi fatti di condizioni di salu-

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te che possono influire sul funzionamento determinando livelli di abilità differenti che non interessano unicamente la mobilità e ai quali non corrispondono livelli di performance in rapporto proporzionale. Ce lo spiega l’ICF mediante l’esplicitazione del modello biopsicosociale che non si limita a misurare le prestazioni di un individuo per valutarne le condizioni di salute psicofisiche, bensì analizza il funzionamento della persona in relazione al contesto sociale ed ambientale.4 L’ambiente costruito in questa relazione si pone, a seconda delle sue caratteristiche, come barriera o come facilitatore, determinante nello stabilire la condizione di autonomia o di handicap della persona, che non è più funzione della sua abilità ma dell’intero insieme di fattori che la circondano. Va da sé che tutto ciò non può essere inscritto in un cerchio dal diametro di 150 centimetri o riportato ad un marciapiede di 90 centimetri che impedisce perfino a due persone di scambiarsi il passo. Non può essere banalmente disegnato, campionato da una libreria. Va esperito, come il cantiere. E se per il dimensionamento di arredi e ambienti ci si può illudere di far ricorso alle indicazioni contenute nei criteri dimensionali riportate nella norma (che rammentiamo essere minimi e non standard), di fronte alle specifiche necessità di una persona sorda, cieca, ipovedente, di un soggetto autistico o di una persona reduce da ictus non troveremo certo soluzioni preconfigurate.


delegare a normativa e manualistica la cultura dell’accessibilità e della sicurezza è ciò che nel tempo ha distolto l’attenzione dal conoscere le reali esigenze delle persone

Alla formazione e non alla norma va imputato l’apprendimento di concetti fondamentali per una professione sociale oltre che tecnica, che ha come unità di misura il benessere delle persone prima ancora del metro. Ce lo dice anche il Codice Deontologico della professione di Architetto5 pur senza riferimenti espliciti a concetti quali accessibilità, barriere architettoniche o quant’altro possa suggerire l’alibi - sebbene ingiustificabile - di una progettazione dedicata. E lo fa semplicemente richiamando, tra gli altri, gli obiettivi di qualità della vita e sicurezza che il progettista deve garantire all’utente finale. Non occorre dunque far ricorso ad altri elementi a supporto di una tesi che vede la persona al centro del progetto poiché da sempre è il presupposto della nostra professione. Una professione che prima ancora di essere regolamentata deve essere insegnata e sulle modalità e i contenuti di questo insegnamento si ritorna nel tempo ad interrogarsi e a discutere. Nel 2008 Casabella ha pubblicato una serie di contributi che riportavano i punti di vista di grandi maestri, tra cui Le Corbusier, Eisenman e Siza, sull’insegnamento dell’architettura6. Le Corbusier ci rammenta che l’architetto è “un organizzatore non uno stilista da tavolo da disegno” e il messaggio agli studenti è quello di abbandonare le certezze in favore del dubbio, di sperimentare diverse ipotesi nella ricerca della soluzione, tra le tante plausibili, della più confacente alla soddisfazione degli obiettivi del progetto e delle aspettative del committente.

Lo svuotamento di significato dell’architettura contemporanea è fotografato da Eisenman che paragona l’architettura a un media, in un’epoca che ci vede schiavi di forme di comunicazione digitali, veloci, in cui la sintesi il più delle volte anziché riportare l’essenza si limita a tagliare brani la cui estrapolazione stravolge completamente il senso delle cose “se l’architettura è un tipo di media, essa è certo un media debole. Per combattere l’egemonia degli altri media l’architettura è dovuta ricorrere a immagini sempre più spettacolari. Le forme generate attraverso processi digitali diventano icone costruite, prive di significato. Basta sfogliare una qualsiasi rivista che dovrebbe occuparsi di architettura, per rendersi conto che, invece, essa tratta di media”. Ripensare il percorso formativo degli architetti, dai contenuti alle modalità di apprendimento, sembra essere l’unica via perseguibile per fornire ai professionisti di domani la conoscenza e gli strumenti per il progetto inclusivo. Una conoscenza che non si esaurisce nell’inserimento di una nuova disciplina dedicata all’interno del percorso, bensì nella integrazione dell’approccio inclusivo nei diversi settori disciplinari7, che dovrà interessare anche l’aggiornamento professionale degli architetti in attività. E la modalità più adatta a trasferire conoscenze che trattano la materia umana - anziché materiali e tecnologie cui siamo senza dubbio più avvezzi - è la strutturazione di un percorso interdisciplinare all’interno del quale troveremo, fra le altre, la fisiologia, la psicologia e la sociologia urbana, affrontate insieme ad antropolo-

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quale formazione per il progetto inclusivo? Interdisciplinare, partecipata ed esperienziale

gi, biologi, terapisti occupazionali e figure a completamento di un quadro altrimenti in bianco e nero. Imprescindibili in tale contesto le attività esperienziali (img. 04), certamente più efficaci di un saggio di ergonomia, seminari e workshop con la partecipazione dei portatori d’interesse, ovvero i cittadini, con l’opportunità di riaprire il dialogo tra l’architetto e i suoi primari interlocutori, ormai da tempo diminuito a monologo, quando “nella società in cui viviamo è impensabile il progetto senza dialogo, senza conflitto e incontro, senza dubbio e convinzione, alternativamente” (Siza, Casabella 770, 2008). Forse in risposta alla perplessità di Eisenman sulla capacità di quest’epoca di trovare nuovi paradigmi dell’architettura possiamo candidare l’inclusione come tale. La vera innovazione è rappresentata dal progetto inclusivo e da una formazione che accantona la cattedra per far spazio alle persone, fin dentro le aule.

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NOTE 1 - Lo studio dell’informazione iconografica ha condotto a quella che oggi viene definita come comunicazione aumentativa. Viene impiegata, ad esempio, nei percorsi di autonomia delle persone con sindrome autistica. L’identificazione di simboli grafici e/o fotografici è frutto di un progetto interdisciplinare (non delegato al grafico, come accade sovente per la segnaletica) basato sull’analisi delle diverse caratteristiche percettive e cognitive dell’utenza e sulla sperimentazione. 2 - L’approccio al progetto nel rispetto della diversità è definito attraverso i principi dello Universal Design, filosofia progettuale nata negli anni ‘60 del secolo scorso che ha dato vita a scuole importanti come tra cui The Center for Universal Design (CUD) presso l’Università di Raleigh in North Carolina. 3 - Il riferimento è al DM 236/89, decreto attuativo della Legge 13/89, e al DPR 503/96. 4 - ICF è l’acronimo di “Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, sviluppato dall’OMS e pubblicato nel 2001. Tra gli obiettivi vi è quello di fornire un linguaggio comune utilizzabile per migliorare la comunicazione fra operatori sanitari, ricercatori, pianificatori, amministratori pubblici e popolazione. 5 - “Con la sua attività, il Professionista nel comprendere e tradurre le esigenze degli individui, dei gruppi sociali e delle autorità in materia di assetto dello spazio concorre alla realizzazione e tutela dei valori e degli interessi generali (...)”. 6 - I contributi editi da Casabella sono riportati integralmente alla pagina insegnarearchitettura.blogspot.it dell’Università Roma Tre. 7 - Settori disciplinari dell’Area 08 - Ingegneria civile e Architettura (ICAR). IMMAGINI 01 - L’assenza di barriere fisiche non soddisfa la condizione di accessibilità: i sistemi di orientamento e comunicazione devono prevedere diversi linguaggi e modalità espressive per le persone con specifiche necessità. Immagine di Ivan Anisimov. 02 - Il progetto deve essere articolato e dimensionato intorno alle persone reali e considerando stili di vita, comportamenti, modalità di fruizione e ausili. Immagine dal web. 03 - L’autonomia di bambini e anziani, anche in buone condizioni di salute, può essere limitata da condizioni ambientali non adeguate ai livelli di funzionamento che caratterizzano le diverse età della vita dell’uomo. Immagine dal web.


04 - I percorsi esperienziali sono fra le attività formative realizzate dal Gruppo di Lavoro Accessibilità dell’Ordine degli Architetti di Ascoli Piceno, in collaborazione con le associazioni delle persone con disabilità della provincia. I professionisti sperimentano le difficoltà di fruizione e orientamento mediante ausili che ne limitano le abilità: un gruppo di partecipanti indossa le cuffie antirumore per esperire la sordità. Immagine di Luca Troiani. LINKS 1 - www.cerpa.org/index.html 2 - www.universaldesign.ie/ What-is-Universal-Design/ The-7-Principles/ 3 - www.lavoro.gov.it/AreaSociale/Disabilita/Documents/Libretto_Tuttiuguali. pdf 4 - www.lavoro.gov.it/AreaSociale/Disabilita/Documents/RatificaconvenzioneONU.pdf 5 - www.who.int/classifications/icf/en/ 6 - www.awn.it/component/attachments/ download/158 7 - www.ncsu.edu/ncsu/design/cud/ 8 - www.mit.gov.it/mit/mop_all. php?p_id=12648 9 - www.gazzettaufficiale.it/eli/ id/1989/06/23/089G2547/sg 10 - www.normattiva.it/atto/ caricaDettaglioAtto?atto. dataPubblicazioneGazzetta=1996-0927&atto.codiceRedazionale=096G0512&c urrentPage=1 11 - www. insegnarearchitettura. blogspot.it BIBLIOGRAFIA - AA.VV., 2013, “Design for All in progress, dalla teoria alla pratica”, EuCAN c/o InfoHandicap, Lussemburgo. - Schianchi M., 2009, “La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà.”, Feltrinelli, Milano. - Delsante I., (a cura di) 2007, “Rinnovo urbano, identità e promozione della salute. PRIN Qualità urbana e percezione della salute”, Maggioli Editore, Rimini. - AA.VV., 2006, “The principles of inclusive design. (They include you.)”, CABE Space, London. - AA.VV., 2003, “European Concept for Accessibility. Technical Assistance Manual”, EuCAN c/o Info-Handicap, Lussemburgo. - OMS Organizzazione Mondiale della Sanità (a cura di), 2002, “ICF - Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute”, Erickson, Trento. - Mace R.L. (a cura di) 2000, “Universal Design. Housing for the lifespan of all people the center for universal design”, seconda edizione, The Center for Universal Design, North Carolina State University, Raleigh, North Carolina.

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PORTFOLIO

OFFICINA* ad Expo 2015

Emilio Antoniol è architetto Ph.D. in tecnologia dell’architettura. e-mail: antoniolemilio@gmail.com Valentina Covre, architetto, dttoranda in Nuove tecnologie per il territorio, la città e l’ambiente - Tecnologia dell’architettura. e-mail: v.covre@gmail.com

Expo 2015 is surely the biggest mediatic event of the year and certainly OFFICINA* could not miss a trip to the Universal Exhibition in Milan. The two-day visit was spent in the name of food, entertainment, music and architecture, with a lot of pavilions that tell us tastes, smells and traditions of the different participating countries. The visit to Expo 2015 was also marked by the queues at the pavilion entrances. The long waits have been marked by cordoned paths but especially by long ramps able to convey the visitors flow to the exhibition. This portfolio retraces our trip at the Universal Exhibition through its doors, stairs, ramps, corridors and queues.

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foto di Valentina Covre testi di Emilio Antoniol

xpo 2015 è sicuramente l’evento mediatico dell’anno e OFFICINA* non poteva certamente farsi mancare un’escursione all’esposizione universale di Milano. Le due giornate di visita sono trascorse all’insegna di cibo, spettacolo, musica e architettura, con un continuo susseguirsi di padiglioni che raccontano sapori, odori e tradizioni dei vari Paesi partecipanti. L’impatto positivo della prima impressione ha però progressivamente lasciato il posto alle perplessità riguardanti, in primo luogo, l’eccessiva dimensione del sito espositivo e dei padiglioni stessi. Nonostante le due intese giornate di esplorazione, Expo è parso troppo vasto e “labirintico” per poterne effettivamente cogliere con pienezza valori e contenuti. Questi ultimi risultano poi dispersi in enormi padiglioni, spesso troppo ampi per consentire una reale lettura del tema proposto dalla nazione ospitata. Si distinguono per chiarezza e coerenza con il tema generale il padiglione del Regno Unito, dedicato alle api, quello Svizzero con le sue “torri” e le tre esposizioni permanenti e quello statunitense con un’interessante sequenza video che racconta usi e costumi alimentari americani. Architettonicamente apprezzabili anche Bahrain, Marocco, Francia e Germania, quest’ultimo soprattutto per la promenade superiore particolarmente godibile la sera. A caratterizzare la nostra visita a Expo 2015 sono state poi le code agli ingressi dei padiglioni. Le lunghe attese sono state scandite da percorsi transennati - alcuni improvvisati, altri attrezzati con materiali informativi come nel caso dell’Uruguay - ma soprattutto da lunghe rampe in grado di convogliare il flusso dei visitatori all’interno dei padiglioni. Giappone, Spagna, Messico e Argentina sono solo alcuni degli esempi più eclatanti di questa tendenza, dove l’intero padiglione risulta pervaso dai percorsi di risalita. L’attesa ci ha così portato ad investigare anche questo lato di Expo, fatto di scale, rampe, ascensori, porte, accessi e uscite. Questo portfolio ripercorre la nostra vista all’esposizione universale attraverso le sue porte, scale, rampe, corridoi e code.


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01 – Scala di accesso al padiglione estone. 02 - Un telaio di elementi in legno incanala verso l’accesso al tetto giardino del padiglione della Polonia. Un cartello posticciosegnala invece l’accesso alternativo per le persone disabili.

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03 - Un susseguirsi di rampe interne ed esterne conduce fino al tetto del padiglione del Messico.

04 - La rampa che conduce all’uscita del padiglione del Giappone è segnalata da frecce metalliche a raso con il pavimento. 05 - La rampa di uscita dal padiglione del Cile sostenuta dalla colossale struttura esterna in legno. 06 - Le “torri” del padiglione svizzero viste dalla rampa di accesso. Le torri sono in realtà degli enormi ascensori i cui piani si spostano abbasandosi di un livello ogni due mesi. 07 - Corridoio di accesso al padiglione uruguaiano.

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08 – Un inconveniente limita ad alcuni la possibilità di salita ai piani superiori del padiglione estone.

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09 – Ripetuti incidenti hanno condotto alla segnalazione del primo gradino di accesso al padiglione austriaco tramite cartelli appesi in maniera grossolana.

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10 – Ingresso al padigliore del Turkmenistan ricco di insidie. Il pavimento bagnato dall’acqua della fontana necessita di cautela e segnalazione. 11 – Scala di emergenza? Scala di accesso? Di sicuro scala inaccessibile al pubblico tramite fettucce e birilli distanziatori.

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12 – L’ingresso al padiglione del Marocco tra transenne, code e diaframmi. 13– La lunga fila per salire al primo piano del Palazzo Italia; i gradini della scala di accesso permettono se non altro di sedersi durante l’attesa.

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IN PRODUZIONE

TARTA Reshapes Life

Tommaso Di Bert, responsabile marketing. Curatore dell’immagine aziendale promuovendo il brand Tarta® nei vari settori di applicazione. e-mail: t.dibert@tartadesign.it

Tarta®. An idea that becomes a patent, a patent that gives rise to a company. Flexibility, adaptability, comfort, design and customization; these are the characteristics that distinguish our ergonomic backrests. An universal product, which aims at the welfare of the people. The modular system Tarta® is the answer to all needs, from the world of disability to the design. Born in REHA the world, Tarta® summarizes the experience of Marco Galante and his team, who work every day to find new solutions and applications for this product. Tarta Design S.r.l. is a young and creative brand on the market, always looking for innovative solutions and new partnerships.

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arta Design S.r.l. nasce nel 2010 grazie a Marco Galante, inventore del brevetto Tarta®. L’avventura della Tarta Design parte, come in molti casi accade, da un’illuminazione e da un’aspirazione coltivata in molti anni di duro lavoro; un’idea innovativa e funzionale può nascere solamente dall’esperienza e dal desiderio di cambiare qualcosa che ti sta sempre più “stretto”. In questo caso si tratta di un settore, quello della disabilità, ancora troppo fermo dentro i suoi limiti e le sue barriere. È così che dopo vent’anni di esperienza nel settore della postura e riabilitazione Marco Galante comincia a lavorare ad un’idea innovativa che un anno dopo porterà alla luce il brevetto Tarta®. Il sistema Tarta® Tarta® è un sistema modulare, ergonomico e flessibile che permette di realizzare uno schienale posturale ideato e progettato per poter essere applicato a qualsiasi tipo di seduta. Per poter sviluppare uno schienale adattabile al corpo umano, in fase di ideazione ci siamo fortemente ispirati alla natura e alle nostre abitudini quotidiane. Da qui nasce anche il nostro logo, una tartaruga: lo schienale viene inteso infatti come un guscio che seguendo la nostra conformazione, ci sostiene e ci protegge donandoci una

di Tommaso Di Bert sensazione di benessere e comfort costante. Oltre alle innovative caratteristiche tecniche è proprio il principio con cui è stato ideato a rendere questo schienale un prodotto unico. L’idea di fondo era di realizzare un prodotto designed for all, che eliminasse le barriere esistenti tra il mondo del disabile e quello dell’abile, creando quindi un punto d’incontro tra due mondi che spesso risultano ancora troppo confinati e distanti tra di loro. Da qui l’esigenza di sviluppare un prodotto funzionale e confortevole ma che, allo stesso tempo, rispondesse alle esigenze di tutti, quindi altamente personalizzabile ed esteticamente apprezzabile. Per questo motivo nella progettazione di Tarta® sono stati coinvolti numerosi professionisti tra cui fisioterapisti, posturologi, ingegneri e designers; un gruppo di lavoro costruito per creare un prodotto efficiente e completo. Le applicazioni di Tarta® sono quindi molteplici e vanno dalle sedute per ufficio alle poltrone d’arredo fino al settore dei supporti ed ausili per la riabilitazione o la disabilità. In questo settore un ambito di applicazione di Tarta® è quello della mobilità, con lo sviluppo di una collaborazione con Genny Mobility. Il risultato è stato Genny™, un nuovo sistema di movimento a due ruote autobilanciante che ha scelto Tarta® come unico schienale. Per questo progetto è stata disegnata una linea dedicata, esaltando ancor più l’aspetto essenziale e caratteristico delle forme Tarta®. La linea Concept riassume perfettamente la


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Tarta® è un sistema modulare, ergonomico e flessibile con cui è possibile ottenere schienali dalle molteplici forme mantenendo come parola d’ordine il comfort, la funzionalità e la bellezza

filosofia di Tarta®, ovvero la sua caratteristica intrinseca di essere un prodotto universale, adattabile a qualsiasi seduta ed esigenza e quindi trasversale a tutti i settori. Con lo stesso concetto infatti è possibile ottenere schienali dalle molteplici forme e peculiarità mantenendo come parola d’ordine il comfort, la funzionalità e la bellezza. Partendo dalla colonna centrale, come elemento portante del sistema Tarta®, siamo in grado di personalizzare ogni singola linea di produzione modificando completamente il disegno dello schienale grazie alla tecnologia del taglio a laser. Le doghe in alluminio, infatti, possono essere ridisegnate e ridefinite per le esigenze più particolari. Il nostro scopo è si quello di proporre delle soluzioni sempre nuove, ma anche e soprattutto quello di stimolare la fantasia di possibili co-workers e produttori, avviando così nuove collaborazioni.

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Nel 2011, dopo numerosi prototipi, l’idea Tarta® prende forma e si materializza nel suo primo schienale Tarta® Original pensato appositamente per il settore REHA. Il brevetto si compone di tre elementi principali: le vertebre, le molle in acciaio armonico e le doghe. La colonna centrale, fulcro del sistema Tarta®, è formata da vertebre collegate tra di loro attraverso due fasce di molle. La modularità delle vertebre e le caratteristiche specifiche dell’acciaio armonico permettono alla colonna di flettersi e torcersi quando sollecitata e di tornare alla posizione di partenza nel momento in cui la sollecitazione termina. La colonna, può anche essere bloccata completamente lungo tutta la sua estensione oppure solamente in certe parti, alternando quindi le zone di supporto ad altre flessibili. Un’altra importante caratteristica della colonna centrale è la sua orientabilità. Infatti è possibile variare l’angolo di orientamento di

ogni singolo modulo verso sinistra o destra fino a 10° per poter seguire i diversi gradi di scoliosi o soddisfare specifiche esigenze posturali. Questo meccanismo permette quindi di creare un sostegno alla colonna vertebrale flessibile, ergonomico ed altamente personalizzabile. Alle vertebre vengono successivamente ancorate delle doghe in alluminio di varie profondità ed ampiezze. Anche le doghe possono essere orientate con estrema precisione per soddisfare tutte le esigenze dell’utente. Infine, le doghe in alluminio possono essere piegate per seguire perfettamente la forma della schiena dell’utente e per consentire una totale possibilità di personalizzazione. Lo schienale viene completato con l’inserimento dei pad che vengono fatti aderire alle doghe mediante l’uso di velcro. Anche nel caso dei pad sono state studiate numerose forme e misure al fine di poterli adattare alle

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l’idea di fondo era di realizzare un prodotto designed for all, che eliminasse le barriere esistenti tra il mondo del disabile e quello dell’abile

diverse configurazioni della schiena. Grazie alle combinazioni degli elementi che compongono lo schienale, Tarta® Original si presenta con 24 modelli di base che possono essere più o meno ampi e profondi e con un’infinita possibilità di modelli custom, personalizzabili caso per caso sia sul piano delle perfomance che su quello del design. L’aspetto estetico è stato infatti particolarmente curato e studiato per il Tarta® Original. È stato appositamente sviluppato un design accattivante che prendesse spunto dallo scheletro umano per conferire una sensazione di solidità. Il sistema Original viene completato, a scelta, con verniciature di ogni tipologia o con aerografie fatte a mano così da rendere lo schienale un pezzo unico, altamente personalizzabile sia sotto l’aspetto strutturale che estetico. Innovazione futura Entro la fine del 2015 è stato programmato il lancio del nuovo modello EMYS che renderà la gamma dei prodotti Tarta® ancora più completa sia dal punto di vista tecnico-funzionale, con l’introduzione di nuove possibilità di regolazione, che da quello estetico, con un design ottimizzato per le personalizzazioni grafiche.

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TARTA DESIGN Partendo nel 2010 da un’idea ci ritroviamo oggi con un’azienda avviata e che distribuisce i propri prodotti in più di venti Paesi in tutto il mondo. Per la crescita del brand Tarta® lavorano, attualmente, il titolare Marco, Maurizio (Consulente aziendale) Stefania e Lucia (Amministrazione), Marco e Vanni (Produzione), Bruno (Responsabile vendite), Tommaso (Marketing) e Riccardo (3D maker). Nella sua brevissima storia la Tarta Design ha partecipato con importanti stand nel 2010-2012-2014 alla REHACARE di Dusseldorf, la più grande fiera europea per il settore della disabilità e ad altre fiere minori raccogliendo l’entusiasmo del pubblico. Anche la via dei concorsi di design ha regalato grosse soddisfazioni. Il nostro schienale Tarta® Original ha infatti vinto nel 2011 la menzione Speciale della Provincia di Milano al Well Tech Award, nel 2013 l’importante premio internazionale RED DOT AWARD sezione Product Design e nel 2015 il Premio Muse e il Premio Prezi al concorso OPEN DESIGN ITALIA 2015. Nonostante le piccole dimensioni dell’azienda, gli obiettivi prefissi sono molto alti. Seguendo la via dell’innovazione e dell’eccellenza il marchio Tarta® si sta imponendo sul mercato con ottimi risultati interpretando nel migliore dei modi la filosofia del Made in Italy. IMMAGINI 01,02 - Schienale “Concept” dal design futuristico. Immagine di Tommaso Di Bert. 03 - Tarta® Reha. Tassoto e Max 04 - Tarta® office. Immagine di Tassotto e Max (Studio fotografico di Udine). 05 - Il comfort di Tarta® Original. Immagine di Tommaso Di Bert. 06 - Tarta® minimal design. Immagine di Tassotto e Max (Studio fotografico di Udine). 07 - Genny Mobility e Tarta Design. Una collaborazione che sfida i limiti. Immagine di Enrico Pagano. 08 - Struttura del nuovo schienale Emys. Immagine di Tommaso Di Bert. 09 - Tarta® Original. Tassotto e Max CONTATTI AZIENDA Tarta Design S.r.l. Via Cotonificio, 56, 33037 Pasian di Prato, Udine www.tartadesign.com tel. +39 0432 722 533 info@tartadesign.it

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VOGLIO FARE L’ARCHITETTO

Pensare e progettare in maniera sostenibile L’architetto come consulente per la sostenibilità

Elena Leonardelli, architetto, laureata in Architettura presso l’Universität Innsbruck. Collaboratrice presso Macro Design Studio. e-mail: elena.leonardelli@gmail.com

This article is about the necessity and the opportunity of the young architects generation to change their minds and to design in a more sustainable way to restore and protect the earth. As told by Italo Calvino in the book “Invisible cities”, written in year 1972, we have to choose to be part of a sick world or we can try to change it. Some voluntary but also regulatory interventions have already been done, but we can do more. The sustainable and energ y certifications like LEED, BREEAM and DGNB are good instruments that help the architects to do the right choices about energ y, water, materials, site management, and indoor quality. And at the same time the architects and engineers have the opportunity to get involved in this protocols, work and coordinate the design and construction team in order to make the buildings sustainable and green.

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iamo una generazione di architetti un po’ confusi e perplessi. Siamo quei ragazzi diventati professionisti nell’apice della crisi d’Europa, in un momento di forte cambiamento in cui non ci si può più permettere di essere gli architetti come si faceva 50 anni fa: progettare il bello, lasciarsi andare a sogni e illusioni. Oggi dobbiamo fare i conti con un mondo inquinato e costituito da risorse “finite”. E allora noi per primi dobbiamo farci promotori del cambiamento, partire con una marcia diversa e con una predisposizione più attenta e più “delicata” nei confronti della nostra terra. Il libro Le città invisibili, scritto da Italo Calvino nel 1972, appare profetico se letto ora. Le città descritte da Marco Polo ad esempio non sono altro che l’emblema della nostra società moderna, il simbolo della complessità, del caos, il capolinea di una politica edilizia volta allo sfruttamento delle risorse e non alla sua salvaguardia dell’ambiente e della salute dell’uomo. Allo stesso modo Calvino alla fine del libro scrive “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diven-

di Elena Leonardelli tarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Forse è il caso di scegliere il secondo modo suggerito da Calvino e farci promotori di questo cambiamento, di un vero stravolgimento del modo di pensare ed agire per cambiare la rotta. Noi architetti possiamo fare molto soprattutto perché facciamo parte del mondo delle costruzioni che da solo rappresenta l’11% del PIL europeo, dà lavoro a 17 milioni di persone e utilizza circa il 40% dell’energia elettrica europea. Facciamo un veloce riassunto di come si è arrivati a questo momento storico e quali sono le previsioni future. Dopo un secondo dopoguerra caratterizzato da uno sfruttamento sconsiderato di risorse e territorio, e una prassi costruttiva troppo spesso volta al risparmio piuttosto che alla realizzazione di strutture “performanti”, a seguito della crisi del petrolio ed energetica del 1973 ci si è resi conto che il nostro pianeta contiene risorse finite. Sulla base di questa considerazione nel 1987 è stato definito il concetto di “sviluppo sostenibile” (lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che risponde alle esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie) e si è lentamente messo in moto un proces-


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so di approccio professionale decisamente diverso. Alcune cose sono già state fatte: numerosi sono gli interventi a livello normativo e legislativo emanati dall’Unione Europea ma anche dai singoli stati. L’obiettivo consiste sia nell’arginare il problema della finitezza delle risorse sulla terra e l’esagerato sfruttamento di suolo e risorse da parte dell’uomo, sia promuovere un sistema edilizio sostenibile. Per ciò che concerne il futuro più prossimo la Direttiva Europea 2010/31/UE prevede che dal 2019 gli Edifici ad Energia quasi Zero (NZEB, Near Zero Energ y Buildings, edifici che producono quasi la stessa quantità di energia che consumano) diventino lo standard per tutti i nuovi edifici pubblici, e dal 2021 questo requisito verrà esteso anche alle nuove costruzioni private. Lo standard degli Edifici ad Energia quasi zero e delle Case Passive è già un passo in avanti, ma va rilevato che si tratta di un sistema “monodimensionale” dal momento che prende in considerazione il solo tema dell’energia e non altri parametri altrettanto rilevanti al fine di una progettazione “sostenibile” sotto ogni punto di vista. Per questo, a partire dalla seconda metà degli anni novanta alcune associazioni fondate proprio con l’obiettivo di promuovere la sostenibilità in edilizia, hanno cominciato a sviluppare anche i così detti protocolli di sostenibilità, documenti più complessi che

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oggi dobbiamo fare i conti con un mondo inquinato e costituito da risorse “finite”

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sono nate delle nuove figure professionali abilitate a guidare e coordinare il team di costruzione e progettazione verso l’ottenimento della certificazione di sostenibiltà

oltre al tema del risparmio energetico analizzano anche i parametri relativi alla scelta dei materiali, al risparmio del suolo, all’utilizzo di acqua proveniente da sistema idrico e alla qualità ambientale interna. Al giorno d’oggi queste associazioni, chiamate GREEN BUILDING COUNCIL, si trovano in quasi tutti gli stati ed ognuna di esse sviluppa o promuove all’interno dei propri confini nazionali le certificazioni di sostenibilità; tra le più conosciute si possono ricordare l’americana LEED (Leadership in Energ y and Environmental Design), la DGNB (Deutsche Gütesiegel Nachhaltiges Bauen) tedesca e l’inglese BREEAM (Building Research Establishment Environmental Assessment Methodolog y). A livello italiano è stato sviluppato il protocollo ITACA oltre al protocollo GBC. Parallelamente a questi protocolli di sostenibilità, e grazie ad essi sono nate anche delle nuove figure professionali: ingegneri e architetti (ma non solo) possono ottenere le credenziali per diventare professionisti abilitati a guidare e coordinare il team di costruzione e progettazione verso l’ottenimento della certificazione di sostenibiltà. A seconda dei protocolli questa figura professionale assume nomi diversi: LEED AP (Accredited Professional ) nel caso del protocollo di USGBC, BREEAM Auditor nel caso della certificazione inglese e DGNB Auditor per quanto concerne il rating system tedesco. 03

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ognuno ha la possibilità di contribuire in prima persona a questo cambiamento, e noi giovani, abbiamo l’opportunità di metterci in discussione

Grazie a questa occasione ci si può reinventare, mettendo a disposizione tutte le proprie conoscenze e la voglia di ampliare i propri orizzonti con l’obiettivo di rendere il mondo dell’edilizia, nel proprio piccolo, più sostenibile. Avvicinandosi al mondo dei protocolli, fatto di aree tematiche, crediti, parametri, tabelle e punteggi ci si rende conto che il ruolo di gestore e coordinatore del processo che porterà alla certificazione dell’edificio, aiuta a crearsi un bagaglio culturale fatto di conoscenze trasversali estremamente vario. Esse spaziano infatti dalle tematiche legate alla gestione del cantiere, al la scelta dei materiali, alla progettazione degli impianti, al risparmio energetico ed idrico fino alla

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qualità degli ambienti e al benessere degli occupanti. Ognuno ha la possibilità di contribuire in prima persona a questo cambiamento, e noi giovani, in particolare, abbiamo l’opportunità di metterci in discussione e di dire la nostra, lavorando per rendere gli edifici ambientalmente più sostenibili ed efficienti e dando un’impostazione e una connotazione diversa alla figura dell’architetto rendendola completa, dinamica e capace di farsi largo in questo mondo in così veloce evoluzione.

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IMMAGINI 01 - Beautiful Commute, 2004, conte and acrylic on canvas. Immagine di Tad Lauritzer Wright. 02 - Tanti nomi per esprimere un solo concetto. Immagine di Elena Leonardelli. 03- Diffusione su scala globale dei protocolli di sostenibilità. Immagine di Elena Leonardelli. 04 - Utilizzo giornaliero mondiale di risorse. Immagine di Elena Leonardelli. 05 - Il ruolo del professionista accreditato. Immagine di Elena Leonardelli. BIBLIOGRAFIA - Calvino I., “Le città invisibili”, Einaudi, 1972. - Bologna G., “Manuale della Sostenibilità. Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro”, Edizioni ambiente, Milano, 2005. - Ebert T., Eßig N., Hauser G., “Green Building Certification System, Assessing sustainability, International system comparison, Economic Impact of Certifications”, Detail Green Books, München, 2011. - Meadows D.H., Meadows D. L., Randers J. e Behrens III W., “I limiti dello sviluppo (Die Grenzen des Wachstums)”, Club di Roma, MIT, 1972.

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IMMERSIONE

R.E.S.E.T. tre edizioni di un workshop nato per valorizzare patrimonio edilizio e territorio

Luana Del Prete, architetto, staff R.E.S.E.T. e-mail: workshopreset@gmail.com

R.E.S.E.T. is a workshop that deals multidisciplinary contents ranging from lighting design to environmental requalification, from preservation of historic buildings to installations. The goal is to work together with universities, companies, local governments and professionals to have different points of view. The didactic organization includes two days of lectures held by professors and experts. These lessons prepare the participants to develop a project proposal -to be held in the days to follow- about the case study. The results are presented on the last day of workshop during a conference in presence of the professional community and the local authorities that support the event. R.E.S.E.T. is a new way to combine professional training, scientific and technical approach and cultural debate on construction and territory, serving local communities.

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rbino è stata da sempre oggetto di attenzione da parte di studiosi di vari settori - in particolare nel campo dell’architettura - che l’hanno sempre considerata un luogo da cui trarre ispirazione ed esempio e in cui è stato possibile occuparsi di problemi che a varie scale interessano tutte le città italiane. A partire dall’ILAUD di Giancarlo De Carlo molte università di sono occupate di questa città fino ai giorni nostri; ancora oggi diversi gruppi di studenti - italiani e stranieri - e i loro docenti la trovano attrattiva per sviscerare problemi di natura urbana e architettonica; propongono idee e soluzioni e alimentano il dibattito. R.E.S.E.T. Da ormai tre anni, nella seconda settimana di settembre si rinnova ad Urbino un appuntamento fisso che nasce in questo contesto. R.E.S.E.T., Riqualificazione Energetica e Sostenibilità nell’Edilizia e nel Territorio, è un laboratorio di idee che ha l’obiettivo di contribuire allo sviluppo sostenibile, economico e sociale dei territori, del patrimonio architettonico e delle ricchezze ambientali e paesaggistiche. R.E.S.E.T. vuole mantenere viva l’attenzione su tematiche legate alla riqualificazione del patrimonio edilizio e alla rigenerazione

di Luana Del Prete urbana fornendo a studenti, professionisti, pubbliche amministrazioni ed aziende strumenti per poter operare attivamente in questo ambito. Con il contributo scientifico, didattico ed operativo di accademici, professionisti e aziende qualificate, R.E.S.E.T. si fa promotore di iniziative formative, di incontri e dibattiti per la diffusione di best practices nella riqualificazione architettonica e urbana. Da un nucleo iniziale formato dall’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, l’Università di Urbino e l’Università Politecnica delle Marche, R.E.S.E.T. è cresciuto con il coinvolgimento degli ordini provinciali di architetti ed ingegneri e, da quest’anno, del centro ricerche “Architettura ed Energia” della facoltà di architettura di Ferrara e dell’Università Roma Tre, nell’ottica di un’apertura che vada oltre le mura di Urbino. Nelle tre edizioni anche alcune aziende hanno creduto al progetto partecipando esse stesse con dei relatori e contribuendo a uno degli obiettivi del workshop che è quello di avvicinare il mondo della formazione a quello delle attività professionali, produttive e di amministrazione del territorio. Il fulcro dei lavori è, appunto, il workshop della durata di una settimana che si svolge nella città di Urbino e che ogni anno affronta una tematica diversa. Questo evento è caratterizzato dalla multidisciplinarità dei contenuti ed è costituito da circa due giornate di lezioni frontali su varie tematiche


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collegate al progetto che verrà poi sviluppato nei giorni rimanenti. L’ultima giornata prevede un convegno pubblico in cui i gruppi di lavoro presentano alla città il loro progetto che successivamente verrà anche diffuso su riviste di settore e in una pubblicazione monografica. I gruppi di lavoro sono multidisciplinari e formati da studenti e professionisti che nel poco tempo a disposizione elaborano una proposta progettuale a cavallo tra linea guida di intervento e progetto definitivo. Tutti i gruppi lavorano sullo stesso edificio focalizzandosi però su tematiche differenti che vanno dal lighting design agli impianti, dalla riqualificazione architettonica e urbana a quella energetica. I gruppi vengono aggregati con lo scopo di far lavorare insieme persone con profili culturali diversi: questo garantisce una eterogeneità che giova alle proposte finali in termini di originalità e ricchezza dei contenuti.

In questi tre anni i casi studio scelti sono stati individuati tra edifici particolarmente significativi esistenti nella città di Urbino che necessitano di un upgrading. Il passare degli anni che ha cambiato le abitudini di vita - e quindi anche le peculiarità della fruizione di questi edifici - e le tecniche costruttive utilizzate per la loro edificazione rendono inevitabile un ripensamento in termini di riqualificazione architettonica ed ambientale di questi grandi contenitori in cui convivono diverse funzioni. Di seguito verranno descritti brevemente i casi studio che i partecipanti al workshop hanno approfondito in queste tre edizioni. Sono edifici molto diversi tra loro ma in essi possono essere riscontrati alcuni punti di contatto: i tre dialogano in modo diretto con il territorio e la città, sono landmark che caratterizzano il paesaggio urbinate, sono grandi contenitori dove dimorano varie funzioni e a vario titolo necessitano di un

la riqualificazione delle architetture e dei territori è la strada da percorrere

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aggiornamento. Nelle due prime edizioni ci si è occupati di due complessi edificati nel ‘900, mentre nell’edizione 2015 l’edificio oggetto di studio ha origine nel Rinascimento come “appendice” tecnica di palazzo ducale, dettaglio che pone in essere diverse questioni inerenti al rapporto con l’edificio storico. R.E.S.E.T. 2013_ Campus scientifico “E. Mattei”, ex Sogesta Nell’anno 2013, prima edizione di R.E.S.E.T., si è deciso di intervenire sul campus scientifico tecnologico Enrico Mattei ex SOGESTA1 dell’Università di Urbino. Collocato sulle colline in prossimità del centro storico di Urbino, il complesso progettato negli anni 70 dall’arch. Antonio Foscari, era destinato a centro di formazione per i quadri aziendali dell’ENI. Esaurita in breve tempo tale funzione, è stato riconvertito nel periodo della crisi petrolifera a centro di ricerca per le energie alternative. Nel 1994, acquistato dall’Università di Urbino, diventa polo scientifico tecnologico. Con una superficie di circa 12.000 m 2 , è dotato di tutte le funzionalità necessarie alla sua gestione e all’accoglienza degli ospiti (aule studio, uffici, laboratori, mensa, i collegi per l’alloggio, campi sportivi ed un eliporto)2 . Dal punto di vista costruttivo, l’edificio è frutto della cultura edilizia degli anni

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‘70, aperta alla prefabbricazione; realizzato con struttura mista in cls e acciaio, esso si caratterizza per ampie superfici vetrate non apribili. Inusuale è la soluzione di copertura, in cui le travature reticolari in acciaio vengono tamponate da carter in vetroresina stampato. Il sistema ha quindi un involucro “leggero” sia dal punto di vista matericoarchitettonico che dal punto di vista delle prestazioni energetiche ed acustiche. Il complesso tenta un dialogo con il territorio circostante sebbene il carattere tecnologico sia dominante: il posizionamento dei collegi sul declivio verso la vallata e l’inserimento di ampi terrazzi in prossimità degli spazi comuni stabiliscono un rapporto di continuità tra interno ed esterno, mentre l’utilizzo di murature a due teste di mattoni a vista in grandi parti del paramento, riprende i tematismi architettonici delle case rurali circostanti. La complessità e vastità del tema insieme al ridotto tempo a disposizione, hanno imposto una divisione del campus in blocchi funzionali su cui poi far svolgere le attività progettuali ai singoli gruppi. Per ottenere un lavoro complessivamente omogeneo sono stati individuati alcuni temi trasversali di progettazione che hanno fornito una linea guida comune: rispetto dei caratteri architettonici e funzionali del complesso, recupero del “verde negato” (continuità spaziale-funzionale interno/esterno),


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gestione delle dispersioni di calore e dei sovraccarichi termici estivi, implementazione dei sistemi passivi ad integrazione della meccanica per la ventilazione, messa a punto del daylighting ad integrazione della luce artificiale, riqualificazione funzionale e ambientale degli spazi indoor. R.E.S.E.T. 2014_ Upgrading Colleges 1.0, Collegio Universitario il Tridente Il tema di R.E.S.E.T. 2014 ha previsto l’upgrading del complesso noto come “collegio del Tridente”, sistema ricettivo universitario facente parte del più ampio campus studentesco a servizio dell’Università Carlo Bo’ progettato dall’arch. Giancarlo De Carlo. Per “upgrading” si intende il tentativo di aggiornare le funzionalità e le prestazioni del complesso in modo da soddisfare i nuovi bisogni manifestati negli anni sia dall’ente gestore che dai suoi fruitori nel rispetto delle peculiarità architettoniche dell’edificio. “L’impianto organizzativo dell’opera si compone di cinque blocchi. Dall’alto della collina il polo di attrazione di tutto l’insieme architettonico risulta l’organismo a emiciclo. Funge da proscenio la piazza, che per proporzioni e distribuzione dei vuoti e dei pieni riporta alle speculazioni neoplatoniche quattrocentesche e agli spazi pittorici pierfrancescani, riproponendo in un certo senso quello che nel novecento verrà definito spazio metafisico. La struttura ortogo-

nale adiacente alla piazza, da cui si accede agli alloggi, contiene, su più piani, gli spazi di soggiorno, il bar e, al livello più alto, le sale di lettura e uno spazio teatrale. Gli ambienti distribuiti nel piano inferiore si affacciano su un patio interno. Da qui partono i tre rami residenziali che digradano verso valle in tre differenti direzioni, assecondando la pendenza della collina”3. L’articolazione dei volumi interni, con gli spazi distributivi dotati di zone sosta, i giochi di affacci tra i vari livelli, l’uso della luce naturale zenitale, restituisce a tutto il complesso una dimensione urbana evidentemente inspirata al complesso tessuto della vicina città storica. Sulla base delle analisi effettuate sono state individuate cinque macrotematiche di progettazione affrontate anche da più di un gruppo di lavoro. Trasversalmente, a prescindere dalla tematica, ogni gruppo ha posto attenzione ai temi dell’efficienza energetico-ambientale dei materiali e delle soluzioni ipotizzate nonché della valorizzazione del bene architettonico. Le macrotematiche sono la progettazione di soluzioni architettoniche per la zona dei servizi, per la zona degli alloggi, la riqualificazione del sistema edificio-impianto, la riqualificazione dei sistemi di illuminazione e l’accessibilità al complesso del Tridente con proposte per la riprogettazione del sistema di mobilità.

un workshop per avvicinare università, professionisti, aziende e amministrazioni

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R.E.S.E.T. 2015_ Analyzing DATA, ex scuderie ducali Il workshop ha affrontato quest’anno la riqualificazione della DATA, le ex scuderie del duca da Montefeltro, originariamente progettate da Francesco di Giorgio Martini alla fine del 400 e parzialmente recuperate da Giancarlo De Carlo negli anni 2000, con un intervento ancora non completamente compiuto e da più parti aspramente contestato. La DATA, cerniera urbana tra il sottostate Borgo Mercatale e il sovrastante Palazzo Ducale, è oggi un grande contenitore che non ha ancora trovato una sua funzione specifica. In bilico tra la memoria storico-artistica dell’opera del Martini e la possibilità di riconversione in spazio a servizio della città contemporanea, essa rappresenta una grande opportunità per la città di Urbino ancora non pienamente colta. Attualmente l’amministrazione comunale ha deciso di ospitarvi le manifestazioni collegate all’EXPO di Milano, destinandola a temporanea vetrina di tutte le risorse del territorio marchigiano. Esaurita questa funzione bisognerà cercare di rendere questo vuoto un “pieno” quanto meno funzionale, in cui memoria storica e necessità contemporanee possano convivere proficuamente. Sulla base dei sopraluoghi preliminari effettuati, nonché dalle indicazioni raccolte presso l’amministrazione comunale di Urbino, sono state individuate tre principali

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aree di criticità e quindi di intervento per la riqualificazione e il riuso della DATA: la rifunzionalizzazione degli spazi, la valorizzazione della sua posizione centrale e privilegiata come nodo urbano nel sistema Albornoz-Mercatale-palazzo Ducale e infine il comfort e l’efficientamento energeticoambientale in ambito vincolato e quindi applicazione del protocollo GBC Historic Building a questo caso studio. I progetti frutto di queste tre settimane di intenso lavoro sono visionabili sul sito www.resetworks.net e sulle pubblicazioni ad ora realizzate. Sono inoltre molto attivi i canali social in cui viene condivisa questa esperienza: Facebook, Linkedin e Vimeo. Si è deciso di non pubblicare immagini dei progetti in questo articolo visto che sarebbe riduttivo diffonderne solo alcuni trattandosi di un discreto numero di elaborati che affrontano tematiche anche molto diverse; per cui invitiamo il lettore a visitare il sito e i canali social per averne una visione più ampia, in essi troverà anche altri contenuti come interviste e articoli che riguardano il mondo di R.E.S.E.T., gli eventi passati e le novità. L’obiettivo che ci anima per il futuro è quello di continuare a mantenere vivo l’interesse e il dibattito sulle tematiche che trattiamo condividendole sia nel web che con l’organizzazione di eventi strutturati come i workshop o i convegni.

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Ci auguriamo inoltre di avere risvegliato una certa curiosità nel lettore e di ritrovarlo quindi durante il nostro appuntamento fisso ad Urbino la seconda settimana si settembre del prossimo anno; salvo imprevisti noi saremo lì.

R.E.S.E.T. è un progetto aperto e social


NOTE 1- L’acronimo SOGESTA sta per “Società di gestione di sistemi tecnologici avanzati”. 2- L’operazione ha delle similitudini con quelle condotte nel 900 dalle big company per la progettazione e realizzazione sia di siti produttivi con servizi integrati sia di colonie vacanze per i propri dipendenti (vedi le esperienze di Gabetti e Isola per l’Olivetti di Ivrea o le colonie Marittime dell’Eni a Cesenatico di Giuseppe Vaccaro) 3- Fonte: associazione culturale Ca’Romanino, www.caromanino.altervista.org/ tridente.html LINK www.resetworks.net www.facebook.com/workshopreset BIBLIOGRAFIA - Baratin L., Bonvini P., Di Fabio D., Pietropaolo M.(a cura di ), “Campus scientifico tecnologico Enrico Mattei: proposte per la riqualificazione architettonica e ambientale” in Il Progetto sostenibile n.33 -Consumo di suolo e gestione del territorio, Edicom Edizioni, Gorizia, Dicembre 2013. - Baratin L., Bonvini P., Di Fabio D., Pietropaolo M. (a cura di), “Upgrading Colleges 1.0”, Aras edizioni, Fano, Giugno 2015. IMMAGINI 01 - Campus scientifico Enrico Mattei. Immagine di Paolo Bonvini. 02 - Alloggi del collegio Tridente. Immagine di Paolo Bonvini. 03 - Momenti del workshop Upgrading Colleges 1.0. Immagine di Luana Del Prete. 04 - L’interno della Data durante la mostra di Matteo Basilè “Pilgrimage”. Immagine di Vittoria Mencarini. 05 - Vista della Data dall’esterno. Immagine di Francesca Ottavio. 06 - Invito al convegno di sabato 12 Settembre 2015 in cui sono stati presentati gli elaborati del workshop “Analyzing Data”. Immagine di Vittoria Mencarini.

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DECLINAZIONI

di Francesca Guidolin e Emilio Antoniol La fotoluminescenza indica un fenomeno di tipo chimico o fisico che permette a determinate sostanze, dette appunto luminescenti, di emettere la radiazione luminosa dopo averla ricevuta dall’ambiente circostante. Il fenomeno presenta due declinazioni: fosforescenza nel caso in cui il fenomeno emissivo perduri anche a seguito dell’interruzione della fonte di energia luminosa e fluorescenza nel caso in cui essa si interrompa . Più che di declinare, questa volta si tratta di coniugare: attività e substrati materici. Il termine Wayshowing, introdotto da Per Mollerup in Wayshowing>wayfinding (2005), indica la possibilità di introdurre dispositivi e strumenti per l’attività di wayfinding. “Good wayshowing is user-led, build on how we practice wayfinding.” Il termine Wayfinding, utilizzato per la prima volta negli anni’60 da Kevin Lynch in Image of the city, indica la capacità di “trovare la strada” nello spazio. Tale abilità non è passiva ma dipende dalla capacità di codificazione soggettiva di informazioni spaziali oggettive (punti di riferimento, ostacoli, landmarks). In un ambiente spaziale ciascuno di noi è in grado di creare una propria mappa mentale di individuazione dei percorsi, per il raggiungimento di determinati punti all’interno di un contesto edificato conosciuto. Tuttavia tale attività può in certe circostanze risultare difficile: situazioni di black out, di emergenza con la comparsa di fumo o panico, presenza di persone ipovedenti…o semplicemente poca familiarità con l’ambiente e la sua conformazione fisica. L’azienda norvegese Glowway presenta prodotti e materiali fotoluminescenti per il wayshowing facilitato in situazioni in cui l’attività di wayfinding potrebbe essere compromessa, come in notturna o in ambienti a bassa illuminazione. La codificazione del linguaggio relativo al dato spaziale e dell’attività (arresto, pericolo, alzata della scala, delimitazione di ostacoli spaziali) viene definita dalle diverse forme di piastrelle fotoluminescenti allo scopo di rispondere ad esigenze di sicurezza, accessibilità, chiarezza. In presenza di scale, la Low Location Lighting ha un ruolo rilevante per la chiarezza dell’informazione, la riduzione della possibilità di errore in caso di emergenza. Le Multi-Sensory lines e Guiding Systems grazie all’alto contrasto cromatico permettono una visibilità aumentata. Le immagini nel video presentano gli interventi di applicazione di Glowway Step-fronts, nell’ University of Washington Medical Center (Seattle 2013), il Multi-Sensory Guiding System presso l’Helsinki Music Centre (2011), il progetto per l’ Aviapolis Train Station a Vantaa, che sarà aperta nel 2015.

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fotoluminescenza, fosforescenza, fluorescenza, wayshowing e wayfinding... Più che di declinare, questa volta si tratta di coniugare: attività e substrati materici


Fosforescenze/ wayshowing/wayfinding

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MICROFONO ACCESO Un’intervista allo studio Franco-marocchino: la loro filosofia, il loro modo di lavorare e le esperienze progetto.

Intervista a OUALALOU+CHOI a cura di Francesca Guidolin Francesca Guidolin, architetto, dottoranda di ricerca in Tecnologia dell’Architettura presso L’Università Iuav di Venezia. e-mail: arch.francesca.guidolin@gmail.com

Oualalou+Choi is a firm based in Paris and Casablanca. OFFICINA * met the partners, the architects Tarik Oualalou and Linna Choi, who kindly answered some questions. In this extract from the interview, the architects answer questions about their work and brand, their conception of architecture and philosophy of work. The firm works on various types of buildings and scales of projects. Here some of them are investigates: Volubilis Museum, the Flij/Institute du Monde Arabe, the Pavilion of Morocco at the Venice Biennale, and the Pavilion of Morocco at Expo Milan 2015. Starting from the work, which reveals a particular way to conceive the architectural project, the dialogue moves towards the philosophy of the office in relation to time, economic implications, the substance of architecture, and the approach of the office to technolog y. A plunge into the primordial materiality of Moroccan architecture .

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Che cosa distingue il vostro lavoro: qual è il marchio di fabbrica di OUALALOU+CHOI? Il nostro lavoro è un po’ strano. Ha una grande dimensione pre-architecturale e post-architecturale e invece la dimensione architecturale è importante ma non è primordiale: la dimensione formale non è sempre ciò che è principale, lo sono anche tutte le cose che permettono il progetto. Nel caso del museo Volubilis, nessuno ci ha chiamato per darci l’incarico. Abbiamo costruito le condizioni per le quali il progetto potesse essere fatto, abbiamo deciso il programma con il maitre d’ouvrage, lo abbiamo accompagnato nella relazione con l’UNESCO, abbiamo definito il perimetro nel quale il progetto poteva essere fatto. Abbiamo creato l’operazione. Se avessi atteso che qualcuno ci chiamasse, può essere che il museo non sarebbe mai stato fatto, o sarebbe stato fatto da un’altra parte, più piccolo, non inserito nel contesto, o con un programma sbagliato. Questo lavoro di creazione dell’operazione all’inizio lo facevamo spesso, adesso meno, ma in modo diverso: sono le persone che vengono da noi a trovarci, perché è il marchio di fabbrica della nostra agence. Sono preoccupati del modo in cui il progetto si inserisce nel contesto politico e culturale in cui viene fatto. Quindi ad un certo punto, abbiamo dovuto uscire dal perimetro del nostro mestiere. Ma ciò non significa che l’oggetto architettonico non è importante: abbiamo fatto tutto ciò non solo perchè il progetto fosse possibile, ma soprattutto perché fosse giusto. Guardiamo il progetto non come una soluzione a un problema (troppo spesso l’oggetto architettonico diventa il problema), ma come qualcosa che quando arriva sia già sentito necessario...sia già accettato. Voi avete due sedi, Parigi e Casablanca, in Marocco. Si, lavoriamo in molti contesti diversi. Ci siamo trovati a lavorare molto in Marocco, quindi la nostra sede lì si occupa esclusivamente del cantiere: è impossibile, quando si hanno 15-20 cantieri in contemporanea, non essere presenti nel luogo, poiché è una fase che richiede moltissimo tempo. Ci sono delle differenze nei modi di lavorare in questi due luoghi, che si trasferiscono poi anche al modo di concepire il processo architettonico? Il contesto di ciascuno dei luoghi dove lavoriamo è alla base della nostra riflessione sul progetto. Se prendiamo per esempio Marocco e Francia c’è moltissima differenza; se si utilizzasse lo stesso modo di pensare si sbaglierebbe il progetto; non l’edificio, ma il progetto,


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non lo si centrerebbe. Ti faccio un esempio: Il rapporto tra materia e il lavoro. In Francia la materia costa poco, il lavoro costa molto. Quindi si concepisce un’architettura spesso molto tecnologica, per cercare di velocizzare il cantiere, e si punta sullo sviluppo industriale; pensiamo un’architettura con materiali molto sofisticati, che devono essere messi in opera molto velocemente per diminuire la forza lavoro in fase di cantiere. In paesi come il Marocco è diverso: il lavoro non costa niente, la materia costa molto. Quindi si lavora in modo più artigianale. Per esempio un progetto come Volubilis, è impossibile da costruire in Francia: è fatto interamente di calcestruzzo facciavista; il legno che abbiamo utilizzato per la costruzione del calcestruzzo (le casseforme n.d.r.), lo abbiamo recuperato, piallato e lucidato, fatto asciugare e infine utilizzato per le facciate. Se si cerca di imporre un progetto con dei modi di metterlo in opera inadatti, si finisce per essere frustrati. D’altro canto però utilizziamo delle esperienze che abbiamo avuto in certi Paesi e le trasferiamo in altri. La vostra architettura quindi risente del contesto del Marocco, nell’utilizzo della materia, nella composizione, nel concept? La nostra architettura è spesso primitiva, siamo anti feticisti, anti high tech, siamo anti dettaglio. L’architetto secondo noi deve avere una relazione con la tecnica, ma non si significa che deve avere una relazione con la tecnologia: non sono la stessa cosa. Noi pensiamo alla tecnica (io sono ingegnere quindi curo molto la parte di strutture), ma amiamo architetture primarie, spesse, abbastanza brutali, nel senso dell’estetica della materia lavorata… bisogna che si senta il lavoro nella materia, la mano dell’uomo dentro; un edificio in cui non si percepisce la mano dell’uomo manca d’anima. Per esempio io adoro questo luogo (Tarik Oualalou fa riferimento alle aule dei Magazzini Ligabue, presso l’Università Iuav di Venezia n.d.r.), perché tutto è lavorato, il mattone… tutto ha una storia: ci sono dei mestieri, a monte c’è un apprendistato, una struttura sociale. Se questo non esistesse più, ancora una volta si toglierebbe l’anima all’architettura, perché il primo modo di abitare un edificio è la sua costruzione. Il mio rapporto con la tecnica per me è primordiale, perché io penso che bisogna pensare la tecnica, pensare l’innovazione, ma non a scapito della mano dell’uomo nella costruzione dell’edificio.

guardiamo il progetto non come una soluzione a un problema ma come qualcosa che quando arriva sia sentito già necessario, sia già accettato

Se dovesse indicare un esempio di questo utilizzo della tecnica? Per me la risposta ultima di questo è Renzo Piano. È la risposta ultima del pensiero della

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tecnica e dell’artigianato allo stesso tempo. La sua cultura del prototipo per esempio è per me il più grande contributo della seconda metà del XX secolo. È riuscito a utilizzare il progetto per sperimentare la scala industriale. Mette a punto dei dispositivi che sono poi trasferiti al processo industriale. Per esempio, ha creato il quadro in acciaio per sorreggere i mattoni nel progetto dell’IRCAM. Oggi tutti lo usano ed è stato prima inventato, pensato nella tecnica, creato dalla mano e poi industrializzato. Oggi l’architettura utilizza dei prodotti come se si andasse in un supermercato: si prende da catalogo, lo si installa. Tutto diventa un assemblaggio di prodotti.

noi pensiamo alla tecnica, ma amiamo architetture primarie, spesse, abbastanza brutali, nel senso dell’estetica della materia lavorata…

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Il Padiglione del Marocco ad Expo 2015. Cosa ha ispirato l’idea progettuale, la scelta del materiale, delle cromie, e poi come si sono svolti i lavori in cantiere? Ci sono delle cose su cui vi siete riproposti di continuare a lavorare per il futuro, e altre invece che non farete più? Ci sono molte cose che ci siamo tenuti per il futuro di questo progetto. C’è una sola cosa che sappiamo non utilizzeremo più, ed è l’impresa italiana. È stato un cantiere eccessivamente complicato, perché ci siamo dovuti confrontare con tre parametri opposti: prima, un sistema, Expo, straordinariamente pesante e burocratico, la seconda, parametri di tempo molto ristretti. La struttura burocratica ha reso impossibile fare un’opera perfetta nei tempi che erano stati dati; quindi da una parte la burocrazia, dall’altra il tempo, e in seguito, il problema di poche imprese autorizzate a lavorare nel sito (poiché c’era un sistema di selezione complesso). Non siamo riusciti a trovare un’impresa che avesse l’esperienza per fare un edificio in terra nel modo corretto. L’edificio ha tre caratteristiche particolari: fatto in terra, in legno e non ha limitazioni termiche, non ha finestre, né porte. Ciò significa che quando si entra dentro c’è l’aria, l’acqua della pioggia che entra, non l’abbiamo pensato come un edificio chiuso: è un’atmosfera, dove la materia permette che se fuori sono


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37°C, dentro ce ne siano 30°C, se fuori ce ne sono 18°C, dentro 24°C. È uno spazio dove abbiamo voluto che le persone, attraverso tutte le esperienze nel padiglione, provassero, attraverso la luce e l’atmosfera, un’esperienza marocchina. Teniamo per il futuro la sperimentazione tecnica di prefabbricazione del pisé. È uno dei materiali più ecologici: non c’è niente, è terra, un po’ d’acqua e poi si pressa, ma non è adatto ad essere usato e messo in opera a Milano come lo si usa a Marrakesh. Con che tecnica è costruito il Padiglione del Marocco? Abbiamo sviluppato l’edificio in un modo molto semplice che abbiamo cominciato a pensare ma che continueremo a sviluppare. Sono dei moduli di 2,10 x 2 m, in legno, riempiti di terra e in seguito rivestiti di intonaco. Sono fabbricati in atelier, e poi con delle gru sono posti in opera. L’insieme di tutto il padiglione è costruito in questo modo, con quest’unico modulo. La sola cosa che varia è lo spazio tra di essi, che consente la presenza di contrazioni, di fessure, che sono più o meno piccole e che permettono l’ingresso della luce all’interno. È un edificio di una grande semplicità costruttiva, (lo abbiamo costruito in 7 mesi) e che è riuscito in due cose: una è dare espressione di se stesso senza essere caricaturale nel senso che è, sì marocchino, per la materia, per la luce, per la composizione, ma anche straordinariamente contemporaneo: non è l’imitazione di un edificio esistente non è una casbah, non è qualcosa che esiste, ma un’invenzione. Nessuno vedendolo può dire “no, questo non potrebbe essere il Marocco”. È importante questa cosa... perché è il padiglione del Marocco. L’architettura effimera: avete realizzato anche la tenda davanti all’IMA. Il vostro processus de conception è lo stesso per l’architettura effimera che per quella permanente?

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è necessario che il prezzo del gesto architettonico consideri il dato temporale

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Ti rispondo in due tempi, molto semplicemente. Prima di tutto abbiamo sempre considerato l’architettura come effimera. Non consideriamo l’edificio come eterno. Il nostro rapporto con il tempo e la materia (e questa è un’ossessione legata alla rovina... all’archeologia) fa in modo che molto spesso il nostro progetto esprima la temporaneità della materia e la sua scomparsa. È il caso per esempio di Volubilis tra calcestruzzo, pietra e legno vi sono delle durate differenti. Inoltre, non consideriamo l’edificio come qualcosa di finito una volta che lo abbiamo consegnato, ma come qualcosa di cui gli abitanti si appropriano, che è trasformato, spostato, scontornato: che non ci appartiene più. I progetti che non hanno vocazione alla permanenza li si guarda diversamente per una ragione: la loro economia. Non sopporto di spendere troppi soldi per qualcosa che non dura per molto tempo, e questo è importante perché con il nostro lavoro possiamo avere un enorme impatto, ma non bisogna che il prezzo al metro quadro si quello di un edificio che dura a lungo, perché non può essere ammortizzato. È necessario che il prezzo del gesto architettonico consideri il dato temporale. È la ragione per cui a Milano non abbiamo messo l’impianto di riscaldamento, finestre, porte…abbiamo fatto un edificio che possiamo smontare e rimontare in Marocco. Per finire: tre parole per definire la vostra architettura, il vostro modo di intendere il processo di concezione architettonico. Radicale, primitiva, necessaria.

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IMMAGINI 01 - Gli architetti Tarik Oualalou e Linna Choi, dello studio Oualalou+Choi. Immagine di Oualalou+Choi. 02 - FLIJ, la struttura temporanea esposta presso l’IMA (Institut du Monde Arabe), ottobre 2014 – gennaio 2015, Parigi. Immagine di Luc Boegly. 03 - Interno del Padiglione del Marocco presso l’Expo 2015 a Milano. Immagine di Luc Boegly. 04 - Il Museo Volubilis, Meknes, Morocco, 2011. Immagine di Elio Germani. 05 - Il padiglione del Marocco alla Biennale di Architettura di Venezia, 2014. Immagine di Luc Boegly. LINK UTILI www.kilospace.com

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sullo scaffale

CELLULOSA

Forma o funzione? Ricerca della comodità in una poltrona scomoda Bruno Munari Corraini 2013

“Uno torna a casa stanco per aver lavorato tutto il giorno e trova una poltrona scomoda”. Inizia così il brillante pamphlet che nel 1944 Bruno Munari pubblica sulle pagine di Domus. Nel 2013, la Corraini Edizioni, casa editrice forte di una lunga storia di collaborazione con il designer milanese, riedita il breve saggio in un nuovo formato a sedici pagine, con traduzione in inglese, e corredato dalle 14 foto che accompagnavano l’articolo originale sulla rivista. La tesi sviluppata dall’autore si presenta come un’ironica e a tratti sarcastica provocazione rivolta al mondo del design che, sempre più spesso, trova il suo fine ultimo nell’“inventare una nuova forma”. Munari contrappone a questo “modo di lavorare” un’impostazione del progetto basata sulla funzione dell’oggetto. Lo scopo del design diventa così quello di perfezionare ciò che già esiste, senza dover ogni volta “farsi scoppiare la testa” per inventare un nuova poltrona. Ed è proprio questo il soggetto scelto dal designer milanese per argomentare la sua tesi. La poltrona: uno tra gli oggetti d’arredo più ridisegnati, personalizzati e disponibile in infinite varianti di forma, colore, materiale e dimensioni. Eppure, già nel suo più comune

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archetipo, la sedia a sdraio, essa incarna una precisa funzione, ossia rendere confortevole il riposo di chi, stanco, ritorna a casa dopo una giornata di lavoro. Le immagini che accompagnano il testo ricalcano umoristicamente il tema di fondo del brano, presentando quattordici improbabili modi per usare una poltrona scomoda, fino a portare il lettore alla domanda finale posta da Munari: “[…] la comprereste anche voi una poltrona dove siete sicuri che vi potete riposare anche se questo modello lo hanno tutti?”. Viene così ribadito il primato della funzione rispetto al pezzo unico, alla personalizzazione della forma legata alla moda. Un concetto che oggi, in un mondo in cui la progettazione digitale e la customizzazione stanno progressivamente invadendo ogni ambito del design e della produzione, sembra di nuovo essere messo in discussione. E allora, ecco che Munari conclude lasciandoci un’ultima definizione su cui riflettere: “Mi pare di capire che arredare non vuol dire inventare una nuova forma di un certo mobile ma ambientare un mobile comune, una volgare sedia a sdraio.”

di Emilio Antoniol

Andrea Antonello Baci a tutti Sperling&Kupfer, 2015

Paola Bonora Fermiamo il consumo di suolo. Il territorio tra speculazione, incuria e degrado il Mulino, Bologna, 2015

Gianni Silvestrini, 2°C. Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia Edizioni Ambiente, Milano, 2015


(S)COMPOSIZIONE

Ad agosto vado in ferie e stacco il telefono!

Immagine di Valentina Covre

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OFFICINA* 08  

Settembre - Ottobre 2015

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Settembre - Ottobre 2015

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