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CARVR Manuali, Bottoni, ElettricitĂ


Carvr è una progetto di Fabrizio Festa. Con il contributo di Zagor Camilla e Ruben Camilla I testi sono di Zagor e Ruben Camilla Le illustrazioni di Fabrizio Lascimmia


Manuali, Bottoni, Elettricità

Manuali Zagor Camillas non avrebbe mai pensato che quella cosa infilata lì sotto il suo tergicristallo era un manuale per utilizzare un oggietto. L’oggietto è un oggetto inutile, tecnologicamente fallimentare. Però esso non lo sa ... esso continua a dire “ io sono un oggetto! Io sono un oggetto!!”, però noi, che lo sappiamo, facciamo di tutto per farlo notare ed allora lo scriviamo ‘oggietto’. Però non glielo diciamo proprio in faccia, per un doppio ordine di problemi: uno, abbiamo paura di lui; due, non sappiamo dove abbia la faccia. E così Zagor dice a Ruben, tò, guarda un manuale per utilizzare un oggietto! E Ruben, sì ma parla piano...vediamo cosa c’è scritto....uuuuuuuu guarda qui! E Zagor infatti guarda lì. Questo è un manuale pratico di ricerca di sé attraverso la dispersione nel mondo. Non è un manuale che dice la verità, non si pone questo problema. Non è un manuale che rivela cose nuove mai sentite. come altre cose, è fantasticamente fisso su di una ripetizione. Non è un manuale che ti dice cosa si sta ripetendo: qui troverai soltanto la stessa cosa che avviene una volta dopo l’altra, ottusa nel suo evitare di fermarsi, dolcissima nel suo avvicinarsi ed allontanarsi dalla tua pelle. Non è un manuale che insegna come provare piacere, perchè nel momento stesso in cui si da, all’interno di una storia che è luce e lampo e timore, in quel momento lì

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esaurisce tutte le sue energie e non ne trova più per i momenti che contano. Ed infatti spesso ha un fiatone inspiegabile. Non è un manuale che puoi leggere correntemente, che puoi rigare di matita, che puoi imparare a memoria, che puoi sperare di ritrovare uguale ogni volta che lo riapri. Non è un manuale che ha rispetto di sè e ciò ti potrà essere d’aiuto. Non è un manuale che è stato scritto per consolare per coccolare per convincere per corteggiare per continuare per coprire per cominciare. Lo scopo non fa parte della sua esistenza e questo sia chiaro. Non è un manuale dignitoso.

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Non è un manuale salmastro. Il sudore è salmastro. Il mare è salmastro. L’approccio tecnologico alla propria condotta di vita ed alla proprie rappresentazioni del mondo è sempre complesso, disse Ruben a Zagor, che fece sì con testa, ma in maniera talmente esagerata che l’aria gli fischiò nelle orecchie. Non è un manuale che prescrive condotte. Indica luoghi e limiti, altezze e discese, posture delle mani, prossemica del desiderio ridente, reclinìo del capo, modestia, autoignominia, franchezza impossibile e languidezza, soprattutto. Non è un manuale sentimentale, non ti fornisce tracce per muoverti all’interno di te, nè spiegazioni confezionate. Non è un manuale trasandato, il suo spirito è una canna robusta che sale dignitosa e se ne sta lì, ad aspettare. Il suo spirito sono rami da appendersi. Non è un manuale che fornisce un aiuto particolare. Pone questioni che hai già affrontato mille volte e mille volte ancora senza venirne a capo. Non è un manuale che si arrende davanti alla certezza delle illusioni. Se le tiene tutte strette sulle ginocchia e le fa dondolare con amore. Non è un manuale che può reggersi sull’odio e sulla contrapposizione: sulla copertina, circondata da fiori di campo ed alcuni disegni, brilla una stellina dorata, circondata di profumi. Non è un manuale costoso. a patto che ci si accordi bene su cosa si metta a disposizione, fino a che punto si può arrivare. Sulle nuvole, in alto, luccicavano macchinari impietosi, carne e metallo, ma dalle sfumature molto delicate, indolori. E pulsanti

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disposti su file irregolari. Zagor mangia verdure. Ruben verdure diverse. Non è un manuale di ricette. Non è un manuale di bricolage dell’anima. Pretende di comporsi lasciando alla frammentazione dell’esistere la sua giusta e meritata dignità. Non puoi stenderti sui cocci delle migliaia di tazze da caffelatte che hai frantumato o dimenticato negli scaffali, non puoi stenderti senza aspettarti delle ferite. Non è un manuale che pretenda di unire ciò che è diviso. Insegna a contare coprire coccolare le ferite. Ha ben altri scopi che far tacere il dolore o dargli voce. Non è un manuale che ti possa accompagnare sempre e dovunque. Fiero della sua discontinuità, saprà darti l’aiuto che tu vorrai chiedergli e la sua forza sarà perfettamente coincidente con la misura della distanza a cui tu sarai in grado di porti dal mondo. Verso il 10 di dicembre che sembrava nevicasse, poi no invece, Zagor spostava compactdisc in negozio e Ruben ciondolava sul

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pavimento in legno, umido. Dove l’hai messo quel manuale dell’oggietto che avevamo trovato st’estate? ...Boh... Bottoni Zagor fingeva di essere sulle giostre a 78 giri e si lasciava andare. Adorava il suo modo di ciondolare la testa all’indietro. Il suo proprio modo. Una scheggia emozionata che vortica sul calcinculo, al ritmo estenuante di “Gloria” rifatta dalla Estefan. Ruben preferiva di gran lunga il tiro a segno. Guardava gli uomini con il fucile e scuoteva la testa e schioccava la lingua. Un disappunto leggero, una critica sottile, una valutazione severa ma giusta. ‘Oh bello, ma andare a giocare col tuo amico sulle giostre? Guarda che bello! Dai, dai...scorri...via...’. Ruben guardò quel signore con intensità, la stessa che esprimono i delfini negli acquari, e pensò a Sandro: chissà se vuole sapere qualcosa di Ddio? La tecnologia si basa su alcuni assunti tecnici di base. Su strutture ricorrenti che ne determinano l’essenza. Il suo proprio modo di essere al mondo. Il Gewuttermunsterwelt. Una di queste strutture ineliminabili è il PULSANTE. Senza pulsanti non c’è tecnologia. Mi sembra chiaro. Il pulsante è il simbolo mobile e tattile della connessione tra il volere (il dito che indica) ed il potere (l’attivazione del contatto). La tecnologia produce sostanzialmente pulsanti e facilita l’esercizio del potere, attraverso la riduzione del movimento corporeo e la sua condensazione nel dito. Possibilmente l’indice, ma sostenerlo con insistenza mi sembra una forzatura.

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Il pulsante l’ha inventato Ddio. Già. E’ stata una grande operazione creativa e di design, articolata in due momenti fondamentali. Inizialmente per lui era stato tutto facile: avendo il nulla a disposizione, ha scelto fra tutto quello che poteva fare (cioè tutto) per trasformare questo nulla. Produsse così il sopra e il sotto. E così nella tarda mattinata di lunedì, dopo un briciolino di gioia e soddisfazione, Ddio era già in difficoltà. Infatti, indossata una comoda tuta usata e già macchiolata di vernice, si accorse che adesso le cose potevano avere una posizione nello spazio e quindi essere vicine o lontane, a portata di mano o lontanissime nel cielo. ‘Cosa? Cioè io adesso dovrei muovermi per creare il mondo? Ma chi comanda qui?’ Era già ad un passo (‘nooooooo...ho creato anche i passi? ma sono un coglione!!!’) dalla disperazione, quando gli sovvenne l’idea del pulsante. Disporre un sistema di connessione ed un punto in rilievo, agendo sul quale il circuito si chiuda ed avvenga la creazione! E così (ma possiamo solo immaginarcelo) nello spazio dimensionale apparve un pulsantone, probabilmente rosso (da dove credete che abbia preso ispirazione Lucifero, dopo aver dismesso la sua camiciola con le ali??), che Ddio comodamente pigiava in accordo con i suoi pensieri. Clic, il mare. Clic, le nuvole. Clic clic, l’uomo. Comodissimo. Non a caso lui è Ddio. Zagor!! Quanti gettoni hai ancora? 56, perchè? ho anche preso la codina della scimmia tre volte!! Niente niente, tranquillo. Gira gira. Chiesa di campagna, acqua nel deserto, lascia aperto il cuore. Da allora il pulsante è rimasto sempre lo stesso. Può cambiare per alcuni elementi accessori (dimensioni, colori,

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materiale, resistenza alla pressione, fluidità nello sparire e ricomparire....), ma lo trovate ad accompagnare ogni prodotto tecnologico. A livello iconografico esistono varie fonti, che ci permettono di ricostruire la valenza archetipica del pulsante nella storia dell’umanità. E’ chiaro che l’origine vera è quella in cui Ddio ha riversato tutta la sua design creativity: perchè ad inventare il pulsante siamo buoni tutti, ma per dargli quella forma che conosciamo tocca essere Ddio, poche storie. Zagor scese dalla giostra che sembrava molto più giovane. Ruben, rannicchiato nel frattempo, gli urlò qualcosa. ‘Mi riassumi sta storia del pulsante?’ Zagor salì sull’elicottero, inserì quattro gettoni, e disse: Il compuder è un nuovo amico che ti porta in giro per il mondo, ti apre sempre: tutte le finestre. Al compuder piace stare con te. A te piace stare col compuder. Il WWW è sempre li che ti aspetta. Il compuder è un nuovo cane o gatto. Al compuder piace innovarsi e farti vedere cos’ha imparado. Il compuder ha i “social network”. SOCIALN ETWORK. Loro sono gli amici del tuo migliore amico: il compuder. Si è vero, sul compuder puoi scriverci, progettarci, suonarci, disegnarci e tante altre cose che richiedono IMPEGNO, ma ciò che il compuder preferisce:

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è star con te, andare in giro a conoscere belle ragazze, vedere videoffilmatieffilms, ascoltare le nuove musiche, comunicare, confrontare. Il compuder non ama, non ha sentimenti ma: per osmosi prova tutto ciò che tu provi. Se non lo usi per un po’ vedrai che al tuo ritorno sarà felice di rivederti . Ti aspettava. Stava lì. Freddo. Solo. Ma non piange: mai ! Al limite muore. Rallenta, invecchia, è meno bello dei nuovi compuder, si affatica, non funziona più bene, prende peso. Se ne va. E tu ? Avanti un altro ! Un nuovo amico ! Un nuovo COMPUDER ! Più leggero veloce ed efficace del tuo vecchio amico che non c’è più. Nonostante questo: il tuo vecchio compuder non ti mancherà poi più di tanto. Perchè la tecnologia è MERAVIGLIOSA ! La tecnologia. Muore senza crearti dispiaceri e ti regala nuovi entusiasmi che ti faranno star meglio. Ruben era ancora lì che cercava di trascrivere la poesia di Zagor sulle superfici lisce che il mondo gli metteva a disposizione. Zagor cavalcava già sopra nuove avventure e brividi.

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Elettricità Saliva piano piano, ’ascensore. Sembrava un pendolo sfuggito al tempo e diretto verso nuovi infiniti dondolii verticali, dritto verso il piccolo cucù, imprigionato lassù nella sua torre tirolese. Zagor scosse Ruben dalle sue fantasie temporalesche, giusto un attimo prima che Cappa tirasse il freno di emergenza dell’ascensore. Forti colpi di testa, perturbazioni umorali, i corpi dei nostri eroi della conoscenza messi sottosopra dall’inavvertito gesto ribelle. Tecnologia, questione di flussi di corrente. Qualcosa di teologico, se tiri le somme, disse Zagor togliendosi dal panciotto ciuffetti di capelli, abbandonati sul pavimento dell’ascensore da chissà quanti viaggiatori. Sbfff Fffnnff anff anfff, disse Ruben. Togliti quei capelli dalla bocca, disse Zagor. Adesso erano lì, bloccati in un ascensore a chissà quale piano della loro esistenza. Avevano esagerato, la sera precedente. Adesso si trattava di smetterla.

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L’elettricità per me è sempre stata un mistero. Non la vedo però c’è. La sento. Quando andavo a scuola mi hanno anche spiegato come funzionava. Zagor stava dialogando con la vocina automatica del bottone di sicurezza dell’ascensore. Ma probabilmente non ci credevo. E comunque l’elettricità è ovunque: nei lampioni, nei compuder, nelle scuole, nelle chiese. Tu non la vedi ma lei è li che corre dentro i cavi di metallo. Corre velocissima. E non ha paura quasi di nessuno. É difficile fermarla. Le piace correre. Le piace molto illuminare. E poi l’elettricità è un po’ Dio. Non la vedi, ma devi crederci che c’è. E’ Dio che scorre in quei cavi . Dio è luce . Ma io ancora non so se credo in Dio. Ma in Ddio sì. Tutti seguivano Zagor incantati, chi dondolando le gambe, chi accartocciando bordi di fogli di quaderno, chi accarezzandosi le mani. Rimarrò al buio? No, ci sono sempre le candele. Immagino città con candela gigante al centro. Meravigliose torte urbane. E quando il vento la spegnerà tutto il popolo griderà “Auguri !” e applaudirà e si farà festa e ci si scambierà regali. Sì, perchè tutti hanno paura del buio. L’uditorio mormorò all’unisono e falchi malinconici apparvero sullo sfondo. Ma se si è in tanti, il buio va via. Va a farsi un giro. Da solo. Triste. Va a cercare lampioni, compuders. E si ferma li ad ammirarli. Perche’ in fondo in fondo il buio è un gran estimatore della luce. Scrisse anche un libro sulla luce, ovviamente sotto falso nome. Se non sbaglio si chiama “La Bibibbia”. Quindi la corrente, l’elettricità, quella cosa che strapassa i muri i fili e brucia, toccata con troppa convinzione, ecco tu dici che quella cosa ha a che fare con Ddio? Zagor rotolò fino

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al bordo esterno dell’ascensore e guardò giù: la città gigante si stendeva oltre tutte le montagne disponibili, attraversata da cavi sospesi a milioni di chilometri, agganciati a tralicci immensi e poderosi, fatti dei pensieri e dei desideri di tutti gli abitanti della città gigante, omini e donnine troppo spesso incastrati in rituali inconsapevoli, corpi privi di movimenti originali, vite vissute come se fossero a due dimensioni. Ruben intonò sommessamente il mantra di S.Reich (it’s gonna rain it’s gonna rain it’s gonna rain), cercando di riprodurre le sfasature originali e sintonizzandosi sui gricchiolii delle decine di migliaia di moltitudini di uccelli elettrificati, in uno sfolgorio di Do diesis e La bemolle. Un urto sonico. Bach e Messiaen tutti e due nello

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stesso momento. Come facevano quando non c’era l’elettricità?, disse Zagor cambiando discorso. Facevano chi?, replico Ruben, i cui risultati sonori erano prossimi alla perfezione. Quelli là, quelli laggiù della città gigante...si annoiavano? Pregavano di più? Suonavano forse con maggiore frequenza? Facevano più bambini? O bambine? L’ascensore riprese lento la sua corsa, però adesso scendeva. Piano piano. Iniziava la pioggia. I primi picchiolitolii tennero compagnia a Ruben e Zagor. Sembrava di essere in vacanza. L’aria nell’ascensore era diventa pochissima. Tutti quei discorsi, tutta quell’agitazione, tutto quello strofinarsi di pellicce e code e criniere e creste e zampe; proboscidi artigli unghie speroni; nasi umidi. Fuori pioveva sempre di più. La città gigante era percorsa dai flash delle sue centraline elettriche, che una dopo l’altra saltavano allegramente, lasciando toast a metà, acconciature non asciugate, stampe a metà, frigoriferi indecisi, televisioni cieche, radio inscatolate in loro stesse. Te e tutti quei discorsi su Ddio, disse Ruben a Zagor, senza sgridarlo. L’ascensore si fermò e ricominciò a salire. Tutti sospirarono. Quindi te sei sicuro di avere capito così?, chiese Ruben a Zagor. Ma sì, certo....prendete tutti gli animali e salvateli. Costruite un ascensore e salite. Poi vi darò istruzioni....ecco, così aveva detto!! Ruben non era convinto. L’ascensore era molto stretto ormai, e toccava fidarsi dell’elettricità. Oppure non pensarci. Oppure contare gli elettroni concentrandosi molto. Tante opzioni. Non ci si può annoiare in questo ascensore. Mentre fuori la pioggia scendeva a gocce grandi come palloni da calcio, si misero tutti a cantare.

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I Camillas Ruben e Zagor Camilla hanno un gruppo che sono i Camillas. Fratelli per finta si reinventano surreali narratori in tre episodi basati di riflessione sulla teconologia. Creano piccoli scenari sbagliati in cui personaggi astratti e metafisici si confrontanto con l’elettricità, i manuali d’uso, i bottoni, ddio e gli oggietti. Fabrizio Lascimmia è un illustratore in incognito che si lascia trasportare dalle sensazioni irreali e oniriche dei due fratelli spirituali creando illustrazioni automatiche che accompagnano elefanti in ascensore, manuali d’istruzione e camilli sulle giostre.

Carvr: Manuali, Bottoni, Elettricità  

Progetto di tesi. Testi: i Camillas Disegni: Fabrizio Lascimmia tutti i contenuti sono apparsi originariamente su www.rockit.it

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