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Ipertrofia Prostatica Benigna L’Osteoporosi Alluce valgo: che fare? Olio di oliva e gravidanza MODELLO SANITÀ: Intervista all’On. PierPaolo Vargiu

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Sommario 6

Ipertrofia Prostatica Benigna

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Il gelato...che bontà

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La Congiuntivite Allergica: affrontiamola (anche) con i comportamenti

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Acido Folico e gravidanza

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Dieci regole per conservare la voce

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L’Osteoporosi

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Alluce valgo: che fare?

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Fitness metabolico

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C’era una volta… storia di una tiroide in difficoltà e del suo amico cuore

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Olio di oliva e gravidanza: dalla nostra tradizione un aiuto al benessere della mamma e del bambino

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Allergici alle punture d’insetto senza saperlo: attenzioni e precauzioni

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Modello Sanità: Intervista all’On. PierPaolo Vargiu

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Il Linfedema

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Orvinio

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Il Castello di Collalto Sabino

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La Transavanguardia tra Lüpertz e Paladino: opere nella Collezione Würth

SALUTE PIÙ - BENESSERE CULTURA COSTUME Anno IV - Num. 19 - Agosto/Settembre 2013

Direttore Responsabile Fabrizio Sciarretta Segreteria di Redazione Filippa Valenti valenti@laboratorionomentano.it T 06 90625576 Art director e impaginazione Alessia Gerli a-gerli@libero.it Editore Laboratorio Clinico Nomentano Srl Via dello Stadio 1 00015 Monterotondo (RM) Iscritto al registro della stampa e dei periodici del Tribunale di Tivoli n. 97/2009 Stampa Graffietti Stampati S.n.c. S.S. Umbro Casentinese km.4.500 01027 Montefiascone (VT) Per la pubblicità su questa rivista rivolgersi a: GERLI COMUNICAZIONE a-gerli@libero.it T 338 5666568

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Hanno collaborato

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Fabrizio Sciarretta Direttore Responsabile

LA CONGIUNTIVITE ALLERGICA Dott. ALDO CANZIO

ALLUCE VALGO: CHE FARE?

OLIO DI OLIVA E GRAVIDANZA Dott. ssa CAROL DETTORI

LINFEDEMA Dott. MARCO DECUZZI

La Dr.ssa Carol Dettori si è specializzata in Ginecologia e Ostetricia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Ha conseguito successivamente la Specializzazione in Omeopatia Clinica che utilizza nella sua pratica quotidiana. Autrice di numerose pubblicazioni, ha partecipato a numerosi Congressi e Corsi di Aggiornamento in Ecografia Ostetrica e Ginecologica. Attualmente opera come libera professionista in diversi studi di Roma e presso il Poliambulatorio Specialistico “Laboratorio Clinico Nomentano” nell’ambito della diagnostica per immagini ostetrica e ginecologica.

Il Dr. Marco Decuzzi, si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di Bari, e successivamente si è specializzato in Medicina Nucleare. Ufficiale Medico dell’Esercito, assistente di reparto di chirurgia vascolare presso il Policlinico Militare di Roma “Celio”, ha conseguito il diploma nazionale di ecografia clinica Siumb (Società Italiana di Ecografia in Medicina e Biologia), ed ha frequentato il corso specialistico di EcocolorDoppler Siumb, il corso di ecografia di medicina di base Siumb, e si è perfezionato in dietetica e dietoterapia presso l’Università degli Studi di Padova. Ha al suo attivo 40 pubblicazioni in riviste nazionali ed internazionali su argomenti di ecografica clinica e diverse presentazioni sui medesimi temi in congressi nazionali ed internazionali.

Dott. FABIO SCIARRETTA

Il Dr. Aldo Canzio si è laureato in Medicina e Chirurgia e si è specializzato in OCULISTICA presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “LA SAPIENZA” di Roma. E’ Dirigente Medico di I Livello presso l’Ospedale San Giovanni Addolorata di Roma dove svolge la sua attività professionale e dove è il responsabile della sezione di diagnostica retinica con l’O.C.T.

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Il Dott. Fabio Sciarretta è specializzato in Ortopedia e Traumatologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Chirurgo ortopedico, ha prestato servizio in qualità di dirigente sanitario presso l’Ospedale San Giovanni Battista di Roma, presso il Reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Civile di Velletri e presso l’Ospedale Israelitico di Roma. Svolge attualmente la sua attività professionale presso diverse case di cura romane. E’ stato relatore in oltre 40 congressi nazionali ed internazionali ed ha al suo attivo 38 pubblicazioni.

L’OSTEOPOROSI Dott.ssa CLAUDIA ANNOSCIA

IPERTROFIA PROSTATICA BENIGNA Dott. ANTONINO GATTO

Il Professor Antonino Gatto, gIà Primario Chirurgo del Presidio Ospedaliero SS. Gonfalone della ASL RMG; è specialista in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso, in Urologia ed in Chirurgia Plastica e Ricostruttiva. Nell’ambito della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale dell’Università degli Studi di Tor Vergata di Roma è titolare dell’insegnamento di Chirurgia d’Urgenza. E’ autore di oltre 60 pubblicazioni scientifiche di interesse chirurgico e la sua la sua casistica operatoria consta di oltre 6.000 interventi chirurgici di media ed alta chirurgia generale, vascolare, toracica, urologia 4

ACIDO FOLICO E GRAVIDANZA Dott.ssa EMANUELA FERAUDO

FITNESS METABOLICO Dott. MAURO FIORENTINO

L’OSTEOPOROSI Dott.ssa LARA GUERRINI

La Dr.ssa Emanuela Feraudo, si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, ove si è successivamente specializzata in Ginecologia ed Ostetricia con il massimo dei voti. Esercita la sua attività presso diverse case di cura ed ambulatori specialistici della Capitale nonché nell’ambito del Servizio di Radiologia del Poliambulatorio Specialistico Nomentano per quanto attiene l’ecografia ginecologia ed ostetrica.

Il Dott. Mauro Cipullo Fiorentino ha conseguito la laurea in Pedagogia presso l’Università degli Studi di “Roma Tre”. Successivamente, si è laureato in Scienze Motorie e specializzato in Attività Motorie Preventive ed Adattate presso l’Università degli Studi di Roma Foro Italico “Roma 4”. Ha operato in diversi centri fisioterapici in qualità di massofisioterapista, e svolge attualmente la sua attività professionale presso il suo studio di Monterotondo.

La Dott.ssa Lara Guerrini si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Endocrinologia e Malattie del Ricambio con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. E’ autrice di diverse pubblicazioni scientifiche in ambito endocrinologico. E’ Responsabile della Branca di Endocrinologia presso lo Studio Medico Cappuccini.

La Dott.ssa Claudia Annoscia si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti e nel medesimo ateneo ha conseguito la specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Ricambio presentando una tesi sperimentale dal titolo “Obesità ed Osteoporosi: Quale Relazione?”. Ha successivamente conseguito un Master in Prevenzione e Assistenza al Sovrappeso, Obesità e Disturbi dell’Alimentazione. Ha collaborato con la Cattedra di Endocrinologia e Medicina Interna dell’Università di Roma “La Sapienza“ presso il Policlinico Umberto I ed altre strutture della Capitale. Attualmente svolge la sua attività professionale presso il Centro disturbi del comportamento alimentare ”Villa Pia” – Italian Hospital Group – di Guidonia e nell’ambito della Branca di Endocrinologia dello Studio Medico Polispecialistico Cappuccini di Monterotondo.

C’ERA UNA VOLTA… STORIA DI UNA TIROIDE IN DIFFICOLTÀ E DEL SUO AMICO CUORE Dott. FRANCESCO RUGGIERO

ll Dott. Francesco Ruggiero si laurea con lode in Medicina e Chirurgia presso la Seconda Università di Napoli nel 1996. Nel 1997 consegue la specializzazione in Cardiologia presso l’Università di Tor Vergata. Dal 1999 è Ufficiale Medico dell’Esercito ed attualmente in servizio presso l’Unità di Terapia Intensiva Coronarica del Policlinico Militare “Celio” di Roma e Responsabile della Branca di Cardiologia del Poliambulatorio Specialistico Nomentano. Svolge inoltre la sua attività professionale presso diversi poliambulatori e case di cura romani. Dal 1996 è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti Pubblicisti.

IL GELATO...CHE BONTÀ Dott.ssa MAYME MARY PANDOLFO

La Dott.ssa Mayme Mary Pandolfo si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Scienza dell’Alimentazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con il massimo dei voti. Responsabile del Programma di Educazione Terapeutica Strutturata (ETS) in Diabetologia presso la UOC Diabetologia, Dietologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma ove svolge anche attività di ricerca in campo diabetologico. Esercita, inoltre, la sua attività professionale presso diverse strutture mediche della Capitale. E’ co-autrice di diversi articoli scientifici pubblicati su riviste mediche internazionali ed ha presentato relazioni in congressi nazionali ed internazionali. E’ Responsabile della Branca di Scienza dell’Alimentazione presso lo Studio Medico Polispecialistico Cappuccini.

ALLERGICI ALLE PUNTURE D’INSETTO SENZA SAPERLO: ATTENZIONI E PRECAUZIONI Dott. MARCO GARUFI BOZZA

Il Dottor Marco Garufi Bozza si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ove, sempre con il massimo dei voti, ha anche conseguito le specializzazioni in Tisiologia e Malattie dell’Apparato Respiratorio ed in Medicina del Lavoro. Ha partecipato e presentato relazioni in numerosi congressi scientifici nazionali ed internazionali. Svolge la sua attività professionale presso numerose strutture mediche della Capitale ed è il Responsabile della Branca di Allergologia e Pneumologia del Poliambulatorio Specialistico “Laboratorio Clinico Nomentano” di Monterotondo. 5


IPERTROFIA PROSTATICA BENIGNA Prof. Antonino Gatto Specialista in chirurgia d’urgenza e pronto soccorso Specialista in urologia - Specialista in chirurgia plastica e ricostruttiva - già Primario chirurgo del presidio ospedaliero di Monterotondo della ASL RMG. Resp. branca di Chirurgia Generale ed Urologia Studio Medico Polispecialistico Cappuccini

L’Ipertrofia Prostatica Benigna è una patologia caratterizzata dall’ingrossamento della prostata. Tale ingrossamento spesso comprime l’uretra e ostruisce il flusso urinario causando dei conseguenti disturbi urinari. Si tratta di una patologia particolarmente diffusa nei paesi occidentali, soprattutto con l’aumentare dell’età delle persone: infatti oltre i 70-80 anni di età la frequenza di tale malattia può interessare l’80% degli uomini mentre si ferma tra il 5 ed il 10% per i quarantenni. 6

Tale patologia è causata sia da una predisposizione genetica sia dall’insulto determinato dall’ormone maschile (testosterone). Nel tempo, l’Ipertrofia Prostatica Benigna (o IPB) può anche generare complicazioni, come la “ritenzione urinaria acuta”, e può richiedere un intervento chirurgico.

Quali sono i sintomi? I sintomi possono essere suddivisi in due grandi categorie: i sintomi irritativi (o “di riempimento”) ed i sintomi ostruttivi (o “di svuotamento”). Sintomi Irritativi Nelle fasi iniziali l’IPB non è associata a ostruzione, ma può essere associata ai seguenti sintomi: • bisogno di urinare spesso durante il giorno • risvegli notturni per la necessità di urinare (nicturia) • bisogno urgente e improvviso di urinare • incontinenza urinaria da urgenza

Sintomi Ostruttivi Quando l’ingrossamento provoca un’ostruzione dell’uretra e del collo vescicale si possono avere i seguenti sintomi: • lusso urinario debole o intermittente • difficoltà a iniziare la minzione • necessità di sforzo per urinare

• fase finale della minzione prolungata e ridotta a sgocciolamento • sensazione di svuotamento incompleto (disuria) • perdita involontaria di urina immediatamente dopo la minzione

Come avviene la diagnosi? La diagnosi di IPB è basata sulle seguenti valutazioni: • valutazione dei sintomi medianti compilazione di un questionario • esplorazione rettale per valutare le dimensioni, la forma e la consistenza della prostata • flussometria per valutare l’entità dell’ostruzione • ecografia per valutare la quantità di urina rimasta in vescica dopo la minzione e l’eventuale presenza di calcoli vescicali • esame delle urine per diagnosticare eventuali infezioni • esame del sangue per misurare i valori di PSA, antigene prostatico specifico

al giorno • evitare di ingerire molti liquidi (soprattutto caffè e tè) prima di dormire • seguire una dieta che aiuti una evacuazione regolare in quanto condizioni di irritazione del retto generano effetti negativi anche sulla prostata

Attività motoria • praticare attività fisica con regolarità, anche passeggiando all’aria aperta • evitare di restare a lungo in posizione seduta ed effettuare frequenti pause • viceversa, qualora si soffra di ipertrofia prostatica, evitare sport, quali il ciclismo, che possano causare traumi a livello pelvico

Controllo dei sintomi

Consigli per la prevenzione e il controllo dell’IPB

• prestare attenzione ai primi segnali dell’IPB, come la difficoltà a urinare, bruciore durante la minzione, bisogno improvviso di urinare • in presenza di disturbi consultare il proprio medico • dopo i 45 anni può essere utile sottoporsi a una visita di controllo urologica almeno una volta all’anno

Alimentazione

Terapia

• evitare l’assunzione di grassi animali e l’eccessivo consumo di alcol • seguire un’alimentazione ricca di fibre integrali, con molta frutta e verdura • evitare, viceversa, una dieta ricca di carne e, conseguentemente, di proteine, nonché cibi elaborati e speziati in quanto questi ultimi potrebbero causare irritazione delle vie urinarie • assumere ogni giorno un’adeguata quantità di liquidi, 1-2 litri di acqua

In una prima fase, la terapia è farmacologica. In caso di insuccesso di quest’ultima è necessario l’intervento chirurgico che può essere endoscopico (per prostate non particolarmente grandi) oppure tradizionale. Con tale intervento, si asporta la parte ingrandita della ghiandola (adenoma) risolvendo in questo modo definitivamente la sintomatologia. Tale intervento, normalmente, non comporta successivI disturbi quali impotenza o/e incontinenza. 7


Il gelato fa sempre bene a tutti?

Per chi soffre frequentemente di diarrea e di colon irritabile è bene ridurre l’assunzione del gelato ad occasioni sporadiche. Infatti il freddo stimola il riflesso della peristalsi del colon e l’attività muscolare dell’intestino tenue. Fortunatamente, anche se questo disturbo può variare da individuo a individuo, degustando il gelato lentamente, gli effetti gastro-colici del freddo possono essere notevolmente ridotti. I gelati a base di cioccolato, uova, panna, in quanto grassi, stimolano anche l’attività della colecisti e potrebbero peggiorare l’eventuale sintomatologia dolorosa in chi è soggetto a coliche epatiche.

Infine, anche le persone con diabete possono godersi un buon gelato, specie se povero in zuccheri semplici, come quello alle creme, prestando attenzione alla porzione (meglio il cono piccolo) e all’orario di assunzione. In genere è preferibile assumerlo come spuntino e non a fine pasto per evitare un carico elevato di zuccheri e la cosiddetta iperglicemia post-prandiale. Per tutti i casi clinici complessi, comunque, tra cui anche il sovrappeso e l’obesità, è bene concordare col medico nutrizionista lo schema alimentare più adatto ai singoli casi. Ciò includerà sicuramente il gelato al momento e nel modo più salutare e gratificante ! NB: per la tabelle nutrizionali potete consultare www.inran.it

MEDICINA DELLO SPORT Dott.ssa Mayme Mary Pandolfo Responsabile Branca di Scienza della Nutrizione Studio Medico Polispecialistico Cappuccini

Il gelato è nutriente come un pasto?

Quante volte nella stagione estiva abbiamo pensato di pranzare o cenare col gelato? Generalmente, con le alte temperature l’appetito si riduce, abbiamo bisogno di alimenti freschi, digeribili e - perché no? - anche gustosi e magari dimentichiamo di verificare come ci nutriamo.

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Per la verità il gelato è nutriente come uno spuntino e non come un pasto ma con gli opportuni accorgimenti potremmo occasionalmente goderne anche a pranzo al mare o a cena nelle afose sere estive. Come carico energetico, infatti, un gelato può apportare dalle 130-140 kcal (calorie adeguate per uno spuntino) fino a 300 kcal (calorie adeguate ad un pasto un po’ povero). In ogni caso i nutrienti di cui è composto il gelato possono essere spesso sbilanciati a favore degli zuccheri semplici o dei grassi, privandoci invece di zuccheri complessi e di proteine. Pranzare o cenare stabilmente col gelato, quindi, porterebbe col tempo a nutrirci in modo scorretto e insufficiente ai nostri fabbisogni.

Di cosa è composto un gelato tipico italiano? Il gelato industriale è a composizione nota, riportata in tabella nutrizionale. Anche per quello artigianale è previsto che le gelaterie espongano gli ingredienti ma essendo un prodotto della creatività del gelataio, appunto, la composizione dei nutrienti in questo caso può variare molto. Sia che si tratti di un gelato artigianale che di uno industriale il gelato fornisce soprattutto zuccheri semplici e acqua quando è composto di sola frutta, con un apporto massimo di zuccheri (100%) nel caso dei ghiaccioli, che sono peraltro i gelati meno ricchi in calorie. Quando preferiamo invece i cosiddetti gusti alle

creme avremo tutti i nutrienti del latte e delle uova (proteine ad alto valore biologico, grassi, zuccheri semplici come lattosio e saccarosio). Il contenuto in lipidi potrebbe essere molto maggiore di quello di zuccheri semplici come accade nel gelato di stracciatella, nocciola, cioccolato, panna. Volendo schematizzare un po’ rigidamente ma forse in modo utile e pratico, il gelato alla frutta può incontrare le esigenze di chi deve controllare l’assunzione di grassi ossia le persone sovrappeso od obese che possono godersi quindi un cono alla frutta come dessert o come spuntino. Un gelato composto prevalentemente di frutta, senza latte, né uova è perfetto per le persone intolleranti al lattosio e per chi abbia bisogno di energie di rapido utilizzo come gli sportivi, i bambini, gli anziani specie se affetti da anoressia senile o problemi di masticazione e deglutizione. Viceversa il gelato alle creme può essere un valido spuntino o anche un sostituto del pasto per chi ha problemi di iperglicemia, in quanto i grassi non aumentano il livello di zuccheri nel sangue (glicemia). Ovviamente, in chi fosse anche sovrappeso oltre che affetto da iperglicemia, la porzione di gelato alle creme deve essere congrua al suo fabbisogno calorico e non esagerata.

E se volessimo pranzare o cenare col gelato?

Per chiunque decida di farlo sarà bene scegliere un cono medio (130 g circa) o grande (160-180 g) composto dei cosidetti ‘gusti alle creme’, che forniscono un adeguato apporto di proteine e grassi e un minore apporto di zuccheri semplici. Se inoltre si ha cura di aggiungere la cialda del cono ed eventuali cialde decorative, si otterrà dal pasto anche una discreta quota di carboidrati complessi. Un gelato composto quindi di latte, uova e cialde fornirà nelle ore successive i nutrienti necessari all’ organismo. Bisogna sempre ricordare però che anche il miglior gelato, dagli ingredienti genuini, non aggiunto di preparati preconfezionati, fornisce nutrienti in modo sbilanciato verso zuccheri o grassi quindi gli altri due pasti principali della giornata dovranno bilanciare correttamente i fabbisogni nutrizionali.

laboratorionomentano.it salutepiu.info LABORATORIO CLINICO

NOMENTANO

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LA CONGIUNTIVITE ALLERGICA: affrontiamola (anche) con i comportamenti

Dott. ALDO CANZIO Responsabile Branca di Oculistica Studio Medico Polispecialistico Cappuccini

La Congiuntivite è un’infiammazione della “congiuntiva”, cioè di quella membrana mucosa, che protegge, ricoprendolo, il bulbo oculare. Esistono diverse possibili cause alla base dell’infiammazione ma, certamente, in alcuni mesi dell’anno le allergie la fanno da padrone.

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Infatti esiste una forma specifica di questo disturbo, la congiuntivite allergica, che trova la sua causa nei medesimi allergeni che provocano le forse più conosciute allergie respiratorie. In realtà, la congiuntivite allergica è una malattia in generale molto diffusa che si stima interessi circa il 40% della popolazione nei paesi occidentali. Forte prurito agli occhi e lacrimazione sono i suoi inconfondibili sintomi. Esistono due grandi categorie di congiuntiviti allergiche: le acute e le croniche. Quelle provocate dai pollini o dalle polveri, sono le acute – delle quali ci occuperemo in questo articolo – ed annoverano due forme, la stagionale e la permanente. La stagionale, come dice la stessa parola, è tipicamente primaverile, è associata alla rinite allergica, ed è causata dai pollini delle piante, soprattutto graminacee e parietarie. I sintomi più frequenti sono prurito, bruciore, lacrimazione, fastidio alla luce (fotofobia), annebbiamento visivo. I segni tipici oculari sono l’iperemia congiuntivale (rossore degli occhi) e l’essudazione mucosa (secrezione). La congiuntivite allergica permanente, viceversa, dura tutto l’anno, ed è causata più frequentemente da acari della polvere e spore fungine. Anche se di natura diversa, in quanto “cronica”, un’altra forma diffusa di congiuntivite allergica è quella scientificamente detta “congiuntivite gigantopapillare” la quale ha una causa tipica e precisa: ovvero è la congiuntivite dei portatori di lenti a contatto. È denominata così in ragione delle papille tarsali che da ipertrofiche diventano papille giganti. I sintomi tipici sono la sensazione di corpo estraneo, la secchezza oculare, e l’intolleranza alle lenti a contatto. La terapia delle congiuntivite si avvale di “far-

maci topici”, ovvero dei colliri, appartenenti a classi diverse, ovvero antistaminici, stabilizzatori di membrana dei mastociti, corticosteroidi, e vasocostrittori. Nei casi più gravi si può associare una terapia generale, con antistaminici e steroidi per bocca. I colliri antiallergici possono anche essere utilizzati per prevenire l’allergie impiegandoli un paio di settimane prima del momento di diffusione dei pollini. Per alleviare i sintomi e ridurre il fastidio, possono essere utili le cosiddette “lacrime artificiali”. Esistono poi in farmacia salviettine umidificate per la pulizia del bordo palpebrale le quali sono indicate per la rimozione degli allergeni dagli occhi. La buona notizia è che, trattandosi di un’allergia, esistono comportamenti che ci permettono di limitarne gli effetti. Vediamone alcuni: • innanzitutto è essenziale capire a cosa si è allergici, onde cercare di esporsi il meno possibile a quell’allergene. Lo specialista allergologo, attraverso gli esami diagnostici specifici (prove allergiche, ecc.), è la persona giusta a cui rivolgersi; • durante il periodo di fioritura limitare l’uso delle lenti a contatto. I granuli di polline possono rimanere intrappolati fra la lente e l’occhio. Meglio gli occhiali normali. • evitare di soggiornare in luoghi con vegetazione, durante il periodo d’impollinazione della pianta alla quale si è allergici. • chiudere porte e finestre quando il livello dei pollini nell’aria è più alto. Per converso, arieggiare la casa in tarda serata perché il polline raggiunge la sua massima concentrazione nell’aria tra le ore 10.00 e le 16.00. Non stendere le lenzuola all’aperto per evitare che raccolgano pollini • cambiarsi i vestiti appena rientrati in casa, non in camera da letto, e lavarsi i capelli ( anche solo con acqua ). in questo modo si eliminano i pollini attaccatisi ai capelli nel corso della giornata, evitando così l’esposizione notturna. • limitare le gite in campagna nei periodi di massima fioritura. Meglio il mare o la montagna. • quando si va in moto o in auto usare un casco integrale nel primo caso, e un filtro antipolline efficiente nel secondo. • ricordare che le concentrazioni di pollini sono maggiori nelle giornate ventose e soleggiate e calano invece con la pioggia. • chi possiede un animale domestico dovrebbe ricordarsi che il polline può attaccarsi al pelo ed essere veicolato in casa.

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L’Acido Folico è una vitamina la cui funzione nell’organismo umano assume una importanza specifica durante la gravidanza. Infatti, l’acido folico “collabora” alla creazione delle nuove cellule, in primis i globuli rossi e le cellule dell’embrione.

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Dott.ssa Emanuela Feraudo Specialista in Ginecologia ed Ostetricia Branca di Diagnostica per Immagini Poliambulatorio Specialistico Lab. Cl. Nomentano

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icerche recenti ci hanno permesso di capire che l’acido folico - assunto prima della gravidanza e durante il primo trimestre – non solo consente di evitare l’instaurarsi dell’anemia (causata dalla rapida riproduzione delle cellule dell’embrione e, dunque, dal maggior “consumo” di globuli rossi) ma abbatte di circa il 50% il rischio della comparsa di due malformazioni del nascituro, cioè l’anencefalia (cioè il mancato sviluppo della calotta cranica) e la spina bifida (la chiusura incompleta dei corpi vertebrali con malformazioni del midollo spinale). Inoltre, le ricerche più recenti mettono anche in luce un ruolo dell’acido folico nella riduzione del rischio di cardiopatie congenite e labio-palatoschisi ovvero la malformazione del palato e del labbro superiore (“labbro leporino”). Come si fa ad aumentare la quantità di acido folico quotidiana ? Innanzitutto – ma questa è buona norma in ogni caso – adottando la famosa “Dieta Mediterranea”, ovvero un’alimentazione ricca di frutta e verdura. La Dieta Mediterranea da sola, però, se è da un lato sufficiente a prevenire l’anemia, non basta a far fronte al fabbisogno di acido folico richiesto dalla gravidanza. Se non vi sono indicazioni diverse, sarà quindi semplicemente necessario prendere una pasticca al giorno di acido folico da 0.4 mg da quando si decide di concepire il proprio figlio fino alla conclusione del terzo mese di gravidanza. A questo proposito, l’acido folico può anche essere assunto attraverso un preparato polivitaminico che potrà dare un supporto più generale alla

gravidanza: consigliandosi con il proprio ginecologo, si potrà individuare il prodotto più adatto Situazioni particolari Va tenuto presente come, qualora la futura mamma soffra di diabete o epilessia, o si trovi in condizioni di obesità o, in una precedente gravidanza, si sia verificato un caso di anencefalia o spina bifida, la quantità di acido folico vada elevata – sotto il controllo e su prescrizione del medico specialista – fino a 4 o 5 mg al giorno. Purtroppo, anche l’assunzione di quantitativi supplementari di acido folico, non elimina completamente il rischio delle malformazioni in questione poiché vi sono forme resistenti all’acido folico ma si tratta comunque di una misura di prevenzione da adottare senz’altro.

Piccole donne crescono... Infanzia ed adolescenza sono due fasi della vita delicate e caratterizzate da problematiche specifiche. Dal punto di vista dello sviluppo femminile, il supporto di una specialista ginecologa può essere importante sia per prevenire potenziali malattie che stili di vita sbagliati i quali, alla lunga, risultano causa a loro volta di patologie specifiche. In questo ambito, lo specialista ginecologo deve occuparsi sia della diagnosi e della cura, laddove necessario, ma anche dedicare particolare attenzione agli aspetti psicologici ed all’impatto che tali problematiche possono avere sulle giovani pazienti. Il LABORATORIO CLINICO NOMENTANO, dedica a bambine e ragazze ed ai loro genitori, un momento d’incontro pensato per le loro esigenze nell’ottica della prevenzione medica e dell’impostazione di corretti stili di vita.

Bambine e ragazze tra i 10 ed il 16 anni di età, accompagnate dalla propria madre, potranno incontrare le specialiste ginecologhe, eseguire un’ecografia pelvica a fini della prevenzione di possibili patologie specifiche della loro età, e ricevere dalla specialista consiglio sugli stili di vita e le condizioni alla base di uno sviluppo femminile sano e rispettoso della propria fertilità.

Incontro ed ecografia pelvica sono proposti alla tariffa di favore di 60 euro.

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10 regole per conservare la voce

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e malattie legate alla voce sono più diffuse rispetto al passato: il 30% degli insegnanti, ad esempio, arriva a sviluppare un disturbo cronico ma oltre a coloro che usano le corde vocali “per lavoro” anche chi ne fa un uso normale è più a rischio. “Viviamo in una società in cui il rumore di fondo che accompagna le nostre giornate è in costante aumento – spiega la Dr.ssa Giovanna Cantarella, dell’Unità di Otorinolaringoiatria della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano – e per farci sentire siamo costretti ad aumentare il volume della nostra voce per sovrastarlo. E non ci concediamo pause adeguate di riposo vocale: un tempo, ad esempio in auto o in treno, le corde vocali godevano di momenti di riposo. Adesso anche in queste situazioni trascorriamo molto tempo parlando al cellulare, e spesso sforziamo il parlato”. Dunque, dobbiamo stare tutti un po’ più attenti: “La nostra vita spesso viene vissuta in modo 14

convulso ed è ricca di occasioni di stress emotivo - aggiunge il Prof. Lorenzo Pignataro direttore dell’Unità di Otorinolaringoiatria del Policlinico di Milano - la tensione emotiva può contribuire allo sviluppo di patologie delle corde vocali a causa dello stato di tensione della muscolatura della laringe, del collo e della respirazione che accresce lo sforzo fonatori. E’ necessaria la la consapevolezza di certi comportamenti errati che danneggiano le corde vocali. La voce va usata in modo parsimonioso: l’uso continuativo senza pause adeguate di riposo, il vizio del fumo e la scarsa assunzione di liquidi sono solo alcune delle condizioni che predispongono allo sviluppo di patologie delle corde vocali”. Così la Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano ha creato il DECALOGO DELLA VOCE SANA che trova la sua parola d’ordine nella prevenzione.

1. Non parlare mai troppo in fretta, e fare pause per riprendere fiato 2. Bere almeno 1,52 litri di acqua al giorno, per non disidratare le corde vocali. 3. Non bere troppo caffè, tè o bevande contenenti caffeina: favoriscono la diuresi e la disidratazione 4. In casa e in ufficio tenere un tasso di umidità minimo del 40%: l’aria troppo secca è dannosa per la voce 5. Non alzare la voce per richiamare l’attenzione, ma usare modi alternativi 6. Non cercare di superare il rumore ambientale, ed evitare di parlare a lungo in luoghi rumorosi 7. Sul lavoro, per farsi sentire da molte persone è meglio utilizzare un microfono, quando possibile 8. 8. Non chiamare gli altri da lontano, ma avvicinarsi alle persone con cui si vuole comunicare 9. Evitare di parlare durante l’esercizio fisico: non si ha abbastanza fiato per sostenere la voce senza sforzo 10. Cercare di avere sane abitudini di vita: niente fumo, alcolici con moderazione, alimentazione ricca di frutta e verdura, pasti regolari e non troppo abbondanti, numero adeguato di ore di riposo

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L’osteoporosi è una malattia scheletrica sistemica caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura del tessuto osseo, fenomeno questo legato prevalentemente al processo di invecchiamento e che porta a un aumento della fragilità ossea e conseguente aumento del rischio di fratture (in particolare nelle zone del polso, delle vertebre e del femore prossimale)

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Dott. ssa Claudia Annoscia Branca di Endocrinologia Studio Medico Polispecialistico Cappuccini

Dott. ssa Lara Guerrini Responsabile della Branca di Endocrinologia Studio Medico Polispecialistico Cappuccini

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ella maggior parte dei casi la malattia colpisce le donne in menopausa, questo dipende in parte dal fatto che la donna possiede una minore massa ossa rispetto all’uomo e, secondariamente, dal fatto che, in menopausa, viene progressivamente a diminuire la concentrazione degli ormoni estrogeni determinando una perdita di massa ossea più precoce e maggiore nella donna rispetto agli uomini. Ci sono diversi fattori predisponenti all’insorgenza dell’osteoporosi: • menopausa precoce • comparsa tardiva del primo ciclo mestruale • asportazione chirurgica in età fertile delle ovaie • età avanzata • periodi prolungati di scomparsa del ciclo conseguenti ad alimentazione o nutrizione inadeguate (anorresia) • trattamento prolungato con alcune categorie di farmaci (ad esempio, diuretici, cortisonici, ormoni tiroidei, lassativi, antiacidi contenenti sali di alluminio) • prolungata immobilizzazione conseguente a ricoveri In generale possono essere considerate “primitive” le forme post-menopausali e senili e osteoporosi “secondarie”

quelle determinate da un ampio numero di patologie e farmaci. L’osteoporosi è una patologia che sta acquisendo sempre più rilievo per l’aumento dell’età media della popolazione in generale nonché per l’aumentata aspettativa di vita della donna; tra l’altro giova ricordare che circa una donna su due non sa di essere affette da osteoporosi ma, d’altro canto, la stessa mancanza di consapevolezza riguarda un uomo su cinque. L’osteoporosi determina un aumentato rischio di fratture le cui conseguenze dal punto di vista dei costi socio-economici sono molto pesanti: in particolare le fratture del femore (tipiche di donne anziane) possono determinare una mortalità del 15-25%, ed una disabilità motoria che colpisce più della metà dei pazienti nell’anno successivo alla frattura; solo il 30-40% di queste persone riprende autonomamente le attività quotidiane. Un problema simile è costituito dalle fratture vertebrali, spesso spontanee, la metà delle quali non sono diagnosticate e la cui incidenza è paragonabile a quella del femore. Contrariamente a quanto si possa presumere, gran parte dei costi sociali e sanitari conseguenti all’osteoporosi e alle sue complicanze (ad esempio, fratture) non sono legati ai costi farmacologici (all’incirca pari

al 20% dei costi totali), ma alle conseguenze di osteoporosi misconosciuta (invalidità transitoria e/o permanente, mortalità precoce e quindi evitabile, cura e riabilitazione, ecc.). Per tentare di ridurre l’impatto sanitario e sociale di una patologia per lo più asintomatica progressiva e potenzialmente invalidante quale è l’osteoporosi, diventa prioritario perseguire un approccio di promozione della salute e di sensibilizzazione della popolazione sui vantaggi collegati all’adozione di stili di vita sani durante l’intero corso della vita (vedi tabella). Prevenzione, che, nel caso dell’osteoporosi deve cominciare quanto più precocemente possibile, soprattutto nell’adolescenza quando, ad esempio, l’apporto di calcio attraverso gli alimenti viene assorbito efficacemente dall’organismo e contribuisce attivamente al consolidarsi della massa ossea. Assumere regolarmente cibi che contengono calcio (ad esempio, il latte a colazione) garantisce una migliore performance dell’osso del soggetto adulto. L’eccessiva magrezza va evitata, in quanto alla perdita eccessiva di peso si accompagna anche la rarefazione dell’osso con conseguente minore resistenza ed elasticità agli stimoli esterni, anche accidentali. Allo stesso modo andrà evitato il sovrappeso, in particolare nelle donne anziane, che sottopone a un incrementato rischio di frattura (anche spontanea, più

frequentemente vertebrale e femorale). Occorre ricordare che un’esposizione ai raggi solari nei periodi primaverili ed estivi, momenti in cui la pelle è più esposta ai raggi solari, incrementa la produzione e la disponibilità di vitamina D utile per il fissaggio del calcio alimentare alla massa ossea. L’evidenza scientifica dimostra inoltre che l’abuso di alcol e il fumo sono fattori di rischio per lo sviluppo dell’osteoporosi. Inoltre nel soggetto già anziano ed osteoporotico bisognerà fare attenzione a evitare tutti quei fattori domestici (tappeti, calzature non idonee…) che possano creare intralcio alla deambulazione e favorire così le cadute accidentali. Una gestione corretta del paziente prevede una visita medica con la raccolta della storia della persona (malattie, farmaci…) e l’esame clinico cui seguirà la prescrizione di analisi del sangue ed esami diagnostici radiologici come la radiografia della colonna vertebrale dorsale e lombare e soprattutto l’esecuzione della mineralometria ossea computerizzata (MOC) esame principale nella valutazione della massa ossea. Attraverso queste indagini lo specialista potrà valutare se e quando sottoporre il paziente a terapia farmacologica volta a contrastare la perdita di massa ossea ma sicuramente cercherà di intraprendere un percorso che coinvolga il paziente nel seguire uno stile di vita più sano per le sua massa ossea

Fattori modificabili legati agli stili di vita (prevenzione osteoporosi) • Garantire nel periodo della crescita un apporto adeguato alimentare di calcio (alimenti ricchi in calcio sono, ad esempio, latticini, broccoli, spinaci, fagioli, soia,salmone conservato, mandorle, ecc.) • Favorire uno stile di vita non sedentario e praticare regolarmente attività fisica (anche leggera) • Prevenire possibili cause di fratture (ad esempio,domestiche) che possono incrementare la probabilità di sviluppo di osteoporosi su ossa già “fragili” (in particolare del femore) • Evitare di fumare • Favorire un’alimentazione adeguata in modo tale da evitare una struttura corporea gracile e un’evitabile eccessiva magrezza • Garantire adeguati introiti alimentari di vitamina D • Evitare l’abuso di alcol e/o caffè 17


ALLUCE VALGO:

che fare?

Iniziamo dalle basi, cos’è e come si presenta l’alluce valgo? Con questo termine si identifica la deviazione del primo dito del piede, ovvero l’alluce, in genere progressiva e più frequente nelle donne, in cui la base del dito (il primo metatarso) si sposta verso l’interno, mentre la punta, la falange prossimale, si porta verso le altre dita, cosa che con il tempo può portare alla deformità delle dita vicine, soprattutto del secondo dito che si ripiega su se stesso, diventando un “dito a martello”.

Dott. Fabio Sciarretta Chirurgo Ortopedico Responsabile della Branca di Ortopedia Poliambulatorio Specialistico Nomentano n genere lo sviluppo di un alluce valgo può riconoscere diverse origini: la familiarità, una forma del regione metatarsale e quindi le piede predisposta a tale altre dita. Sarà quindi possibile, affezione, l’utilizzo di calzature una volta visionati gli opportunon idonee (come ad esempio ni esami diagnostici, decidere le scarpe femminili con tacco come procedere: ovvero se sia alto e punta stretta). sufficiente pensare a miglioraI comportamenti per evitarlo Per re l’appoggio tramite specifici prevenire e rallentare il decordispositivi ortopedici (plantari, so della deformità, si possono tutori, ecc.) realizzati con i sisteconsigliare diverse opzioni: mi e nei materiali più opportuni • l’utilizzo di calzature comoe più moderni, come risolvere de e funzionali il dolore attraverso farmaci lo• evitare il soprappeso cali o per via generale o tramite • utilizzare le speciali “ortesi” l’applicazione di specifiche in(ovvero dispositivi ortopenovative applicazioni di fisiotedici) appositamente studiarapia oppure se sia necessario te per ridurre i sintomi da programmare e ricorrere all’insovraccarico o da attrito tervento chirurgico. L’interventra le dita to potrà richiedere il ricorso ad • ricorrere ai trattamenti fiuna tecnica specifica piuttosto sioterapici antinfiammatori che ad un’altra a seconda delper ridurre, appunto, quela deformità individuale e del ste manifestazioni ed ai grado di deviazione del dito e trattamenti fisioterapici didi coinvolgimento delle dita vicinamici che si avvalgono di ne. Oggigiorno, si cerca, quanesercizi attivi che possono do possibile, di evitare sempre attenuare la sintomatologia di pi’ le tecniche demolitive del dolorosa. passato e realizzare le osteotomie, ovverossia tagli dell’osso che consentano di riallineare il primo dito attraverso tecniche chirurgiche percutanee le quali, La prima visita specialistica con senza effettuare incisioni chil’ortopedico consentirà di derurgiche (tagli), permettono di terminare il percorso terapeuintervenire attraverso piccolissitico da seguire: tramite essa mi forellini attraverso i quali mesarà possibile valutare appieno diante strumentari dedicati si efla forma del piede e soprattutto fettuano gli stessi tagli correttivi dell’avampiede, il tipo di appogsenza, però, applicare nessun gio, il tipo di deformità, se essa mezzo di sintesi ma ricorrendo interessi solamente il primo solamente a particolari bendagdito, cioè l’alluce, oppure coingi post-operatori. volga in maniera più estesa la

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Diagnosi e Terapia

Diagnosi e Terapia

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FITNESS METABOLICO 20

Termini quali “metabolismo” e “fitness metabolico” sono ormai entrati nel linguaggio di tutti i giorni, ma un rapido “ripasso” può sempre far comodo: vediamo un po’ di che si tratta effettuare, in una seduta di Fitness Metabolico ponendoci le domande che servono. prevedono un’attività fisica aerobica ad intensità

Dott. Mauro Fiorentino Fisioterapista

Cos’è il metabolismo?

La trasformazione dell’energia che il nostro corpo ricava dagli alimenti in movimento ed in tutte quelle reazioni chimiche interne al nostro organismo, indispensabili per la sopravvivenza, le quali, per avvenire, richiedono energia. In termini più scientifici, il metabolismo è l’insieme delle reazioni chimiche e fisiche che avvengono in un organismo. Tali reazioni comportano la trasformazione (o “degradazione”) di molecole come gli zuccheri, i grassi e le proteine in molecole più semplici con produzione di energia, parte della quale serve, come detto, per il movimento.

Cos’è il “Fitness Metabolico”?

Il fitness metabolico è un esercizio fisico che ha come finalità quella di migliorare il metabolismo (o “funzionalità metabolica”). E’ caratterizzato da programmi di esercizi fisici a moderata intensità che impiegano attrezzature quali il tapis roulant , o treadmill, e la cyclette, o cicloergometro. Ciò che è importante non è la quantità di esercizio che si fa, ma la frequenza cardiaca a cui la persona compie questi esercizi perché è proprio la giusta frequenza cardiaca la chiave per stimolare i meccanismi metabolici. Di qui la necessità di avvalersi di fisioterapisti competenti e di macchinari professionali che garantiscano un esatto rilevamento e gestione della frequenza cardiaca. L’attività motoria, inoltre. migliora la sensibilità all’insulina la quale è una condizione che favorisce una difesa contro il diabete

A chi è utile il Fitness Metabolico?

Il fitness metabolico è particolarmente indirizzato a coloro che abbiano un fattore di rischio elevato nei confronti di malattie causate da un cattivo funzionamento del metabolismo come la Sindrome Metabolica (la quale è responsabile di malattie molto più gravi quali obesità addominale e viscerale), il diabete mellito, l’insulinoresistenza e le patologie cardiovascolari quali l’ipertensione.

Come è fatta una seduta di Fitness Metabolico?

Le “prescrizioni motorie”, cioè gli esercizi da

moderata. Un’attività è detta “aerobica” in quanto lo sforzo prodotto dalla persona durante l’attività non arriva a generare acido lattico poiché l’ossigeno respirato dall’individuo è sufficiente ad innescare le reazioni chimiche per la produzione di energia. Pertanto, la condizione fondamentale è quella di individuare il ritmo cardiaco corretto affinché l’ossigeno sia in grado di essere utilizzato per la fornitura dell’energia necessaria. La frequenza cardiaca più adeguata viene calcolata partendo dalla frequenza cardiaca a riposo e valutando una serie di parametri tra i quali l’età e il peso. Si inizia così con esercizi che arrivino ad un’intensità del 40-45% della frequenza cardiaca massima per una durata di 3 – 5 minuti per 4 -5 ripetizioni per poi crescere nel tempo. Queste indicazioni motorie vengono consigliate valutando attentamente il paziente personalizzando il più possibile l’attività fisica proposta.

Quali benefici porta il Fitness Metabolico?

La pratica degli esercizi in questione porta alla diminuzione dei fattori di rischio rispetto alle malattie cardiovascolari, diabete, obesità, ipertensione, ecc. L’attività andrebbe praticata con costanza nel tempo come un’abitudine di vita: tre volte a settimana per un’ora rappresenterebbero una quantità di lavoro sufficiente per apportare i benefici fin qui descritti.

Piccolo Dizionario

Sindrome Metabolica o MetS: si tratta di una condizione caratterizzata da aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari (2-3 volte rispetto alla popolazione generale) e diabete mellito di tipo II (5 volte rispetto alla popolazione generale) e viene definita come la presenza in un individuo di tre o più fattori di rischio, quali obesità viscerale, ipertensione arteriosa, alterata glicemia e dislipidemia Insulinoresistenza: si tratta di una “condizione” in cui il corpo non può utilizzare la sua insulina in modo appropriato. L’insulina è un ormone che l’organismo utilizza per favorire la conversione del glucosio nel sangue in energia. La resistenza all’insulina può portare ad alti livelli di glucosio nel sangue ed è collegata a sua volta con il sovrappeso o l’obesità. Diabete di tipo 2” o “Diabete Mellito”: è anche detto non insulino-dipendente. Si manifesta in persone di età più avanzata, tipicamente in sovrappeso con un esordio poco evidente, infatti spesso viene diagnosticato casualmente dopo molti anni dall’inizio. È la forma più comune di diabete ed è caratterizzato da insulino-resistenza e diminuzione della secrezione di insulina da parte del pancreas.

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C’era una volta…

storia di una tiroide in difficoltà e del suo amico cuore Questa è la storia della difficile convivenza tra una tiroide malata ed un cuore affannato, ovvero la versione narrata e parodiata del “mal di cuore” che consegue ad un aumento dell’attività della ghiandola tiroidea.

Dott. Francesco Ruggiero Cardiologo - Responsabile Branca di Cardiologia, Poliambulatorio Specialistico Lab. Cl. Nomentano

L

a scena si svolge in un corpo (quello del lettore?) dopo una notte calda ed agitata. “Ma che terribile caldo” disse infastidita la tiroide “e che rumore incessante!”. Poi, rivolgendosi di sbieco al cuore: “E si, dico proprio a lei signor cuore.! E basta con questo bum bum bum incessante, rapido e frastornante”. Il cuore, dal basso, affannato e sudato volge lentamente lo sguardo verso la tiroide “E proprio lei ha qualcosa da ridire? Guardi che è colpa sua se siamo in questa condizione”. Perplessa la tiroide si affretta a dire “Non è possibile! Ma se è lei che continua a pompare velocemente producendo calore, palpitazioni, tremore. Vuole dimostrare di essere il più bravo degli organi?”. A questo punto il cuore, solitamente paziente e cauto, sbotta “E infatti se non poniamo rimedio ai suoi eccessi tra breve andrà tutto alla malora in questo corpo ed anch’io che normalmente resisto alla fatica andrò incontro allo scompenso. Infatti, è già comparso l’affanno da sforzo e la pressione è aumentata”. Riprende fiato per un attimo e quindi perentorio “Ribadisco che è colpa sua”. All’improvviso una serie di sussulti, le palpitazioni, stravolgono il ritmo del cuore che sembra seriamente preoccupato per la situazione. Dinanzi a tanta ferrea convinzione ed alla gravità del momento anche la tiroide comincia a sospettare che la causa dello squilibrio potrebbe essere lei. “Ammettiamo che tutti questi sintomi dipendano da me. Ammettiamo dico. Come potrebbe essere accaduto?”. Il cuore, finalmente rinfrancato dal “dietro front” dell’ostinata tiroide, comincia a spiegare: “Sono alcune settimane, cara tiroide, che ha cominciato a produrre più ormoni di quanto sia necessario. Queste due molecole, l’FT3 e l’FT4 agiscono su di me attraverso il circolo ematico ed il sistema nervoso simpatico aumentando le mie funzioni: ritmica, contrattile, pressoria … Normalmen22

te è un meccanismo fisiologico, “di compenso” in condizioni di aumentata esigenza da parte del corpo, ma adesso questa stimolazione è veramente eccessiva”. La tiroide scoppia in un pianto di vergogna disperato “Sigh, sigh, mi dispiace … non credevo … non potevo immaginare che anche a distanza con gli ormoni potevo creare questo disastro. Per rimediare smetterò di produrre FT3 e FT4”. “Assolutamente no”, si affretta a rispondere il cuore “i suoi ormoni sono necessari all’organismo, altrimenti tutto, anch’io, sarebbe rallentato, quasi fermo”. “No no la soluzione è un’altra!” continua rassicurante il cuore “Prima di tutto dobbiamo capire la causa di questo suo malfunzionamento … Per caso ha notato se da qualche parte, mi scusi l’ardire, sono spuntati dei noduli?”. Pensierosa risponde la tiroide “Effettivamente da alcuni mesi ho notato dei bozzetti fastidiosi. Dice che potrebbero essere quelli?”. “Non sono un esperto, ma credo di si. Sicuramente dopo il prelievo per gli ormoni ed un’ecografia, un endocrinologo potrebbe inquadrare la situazione ed iniziare una terapia farmacologica”. “E lei nel frattempo signor cuore? Come resisterà allo sforzo?” replicò sempre più contrita la tiroide. “Non si preoccupi! Ho le spalle larghe io. E comunque con un’ECG e forse un’ECG Holter ed un buon cardiologo potrò tirare avanti fino a quando non la sistemano. Ma la soluzione è sempre la sua guarigione”. “Oh! Speriamo che non ci sia bisogno di levarmi con la chirurgia: sono affezionata a questo corpo” aggiunse preoccupata la gozzuta tiroide. “Non credo e comunque io le sarò sempre accanto. Se non servono a questo i vicini!”

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OLIO DI OLIVA E GRAVIDANZA dalla nostra tradizione un aiuto al benessere della mamma e del bambino Nel periodo della gravidanza, ogni futura madre deve nutrirsi in modo tale da mantenersi in buona salute e consentire, nel contempo, ai tessuti fetali di formarsi e svilupparsi nella maniera migliore. In pratica, la corretta alimentazione in gravidanza non si discosta molto da quella normale, con la differenza che l’apporto calorico deve essere più alto (sempre valutando il Body Mass Index, come vedremo tra un attimo) e che alcuni nutrienti particolari devono essere sempre presenti mentre altri andrebbero evitati.

Dott. ssa Carola Dettori Specialista in Ginecologia e Ostetricia Branca di Diagnostica per Immagini Poliambulatorio specialistico L. C. NOMENTANO

È

importante, innanzitutto, conoscere il proprio peso e valutarlo in funzione dell’altezza già prima del concepimento, ad esempio calcolando il Body Mass Index (BMI) con l’aiuto del proprio ginecologo o nutrizionista: valori inferiori a 20 indicano sottopeso, tra 20 e 25 normopeso, tra 25 e 30 sovrappeso e superiori a 30 obesità. Una donna non gravida normopeso e con normale attività fisica necessita di circa 2.500 kcal al giorno, nel primo trimestre di gravidanza le necessità caloriche salgono a 2.650 (+150) e nel secondo e terzo trimestre a 2.800 (+300). L’incremento di peso in una donna normopeso al concepimento, nei nove mesi di gestazione dovrebbe essere intorno ai 12 - 13 Kg; se si è invece sovrappeso dovrà essere contenuto tra 7 e 11 Kg; nelle donne sottopeso è auspicabile un incremento di 14 - 16 Kg. Bisogna prendere l’abitudine di pesarsi sempre sulla stessa bilancia, alla stessa ora del giorno, preferibilmente al mattino, a digiuno, dopo aver vuotato la vescica. L’eccessivo aumento di peso comporta un affaticamento per la madre e può predisporre al diabete gestazionale (con accrescimento disarmonico ed eccessivo del feto e rischio per la madre di sviluppare il diabete di tipo 2 anche a distanza di anni) ed alla gestosi, condizione tossica nella quale compaiono alterazioni quali l’aumento della pressione arteriosa ed edemi. L’eccesso di peso in gravidanza si associa di per sé ad un aumentato rischio di morte intrauterina, parto prematuro e ricorso al taglio cesareo. Inoltre può favorire altri problemi quali smagliature cutanee e varici alle gambe. Quindi, sottolineamo nuovamente l’importanza di una corretta alimentazione in gravidanza!

Come nutrirsi in gravidanza Il modo corretto di alimentarsi in gravidanza è, come ovvio, soggettivo e dipende dalla condizione fisiologica e/o patologica specifica di ciascuna donna gravida, infatti, se sono presenti malattie specifiche sarà necessario seguire regimi alimentari altrettanto specifici. Ciò detto, è però possibile fissare alcune regole generali per una corretta alimentazione in gravidanza. Innanzitutto, è bene fare pasti piccoli e frequenti, evitando lunghi periodi di digiuno (cosiddetta dieta a 5 pasti dei quali 2 corrispondono a piccoli spuntini durante il mattino ed il pomeriggio). Mangiate lentamente evitando così l’ingestione di aria che può dare senso di gonfiore addominale e distribuite i cibi più calorici al mattino ed a pranzo nei giorni nei quali la vostra attività è molto ridotta. Vi sono poi alimenti importanti che vanno comunque dosati in base alle proprie caratteristiche: • Zuccheri complessi: pane (meglio integrale), pasta, riso, cereali, legumi. In gravidanza è importante alternare cereali integrale con quelli raffinati. Sarebbe preferibile invece eliminare gli zuccheri semplici (zucchero, dolci, bibite zuccherine). I dolci infatti sono ricchi di zuccheri raffinati, scarsi in nutrienti, ricchi di grassi saturi e alzano velocemente

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il peso corporeo. • Proteine: preziose per l’accrescimento fetale; carne (preferire carni bianche), pesce (soprattutto pesci di piccola taglia), uova, soia, legumi. Alcuni amminoacidi essenziali si trovano unicamente nelle carni animali. Le donne vegetariane o vegane non debbono modificare le loro scelte ma sopperire con altre fonti proteiche • Vitamine e minerali: tutta la frutta; meglio quella fresca di stagione e ricca di vitamina C preferibilmente negli spuntini; consumare quotidianamente la verdura; latte parzialmente scremato e formaggi magri (preziosa fonte di calcio) • Sale da cucina: in modica quantità; è preferibile non consumare dadi per il brodo. Ricordate che una delle principali fonti di sale alimentare è il pane. • Bevande: preferite l’acqua di rubinetto, sicura in tutte le nostre città. Le acque oligominerali sono, per definizione, povere di calcio, uno dei minerali più importanti in gravidanza. Da evitare, invece, alcolici e superalcolici. Bevande nervine: caffè, molta cautela con the e cioccolata. Carne cruda, molluschi e selvaggina (pericolo per trasmissione di malattie quale in primis la toxoplasmosi al feto). Cibi a temperatura troppo alta o troppo bassa. Dolcificanti di sintesi. Cibi piccanti, cibi in salamoia o affumicati. Limitare il consumo di burro e margarina. Per quanto riguarda salumi ed insaccati, questi vanno assunti con moderazione evitando comunque quelli che possano essere fonte di contagio per la toxoplasmosi. Si a prosciutto cotto, speck, bresaola.

Il nostro amico olio di oliva E veniamo ai grassi: è da preferire sempre l’olio extravergine di oliva, ovviamente di qualità e spremuto a freddo. L’olio di oliva era considerato nei tempi passati una sostanza a metà tra l’alimento e il medicinale e infatti, anche in relazione alla gravidanza, i benefici che genera sono importanti. Alla base vi è il fatto che l’olio d’oliva presenta un equilibrio ottimale tra acidi grassi polinsaturi e saturi-monoinsaturi. Parliamo dell’acido oleico (che ha un effetto benefico sul colesterolo e stimola la contrazione della cistifellea), dell’acido linoleico e dell’acido linolenico che il nostro corpo non produce e assume dagli alimenti. Ma quanto consumarne ? Possiamo dire che il quantitativo indicato per una donna in gravidanza sia di due o tre cucchiai al giorno, a crudo, e che questa quantità possa sopperire per intero alle esigenze di grassi nella dieta. Vediamo in sintesi quali siano i benefici principali dell’olio d’oliva per mamma e nascituro. L’olio di oliva riduce l’acidità gastrica, migliora in generale il funzionamento dell’apparato digerente e regola le funzioni intestinali. Consente dunque, da un lato, alla mamma una migliore assimilazione degli alimenti e aiuta quelle problematiche frequenti durante la gestazione quali la stipsi. Rimanendo nell’ambito dell’apparato digerente, l’olio d’oliva protegge la mucosa gastrica e limita l’ipercloridria alla base delle esofagiti da reflusso. Sempre dal punto di vista della mamma, aiuta anche a prevenire il diabete gestazionale. Dal punto di vista del bambino, è invece importante l’apporto delle vitamine presenti nell’olio d’oliva ai fini della mineralizzazione delle ossa e per prevenire i rischi di emorragie. Infine, questo alimento ha anche un ruolo nello sviluppo del sistema nervoso fetale Va detto infine che la convinzione per la quale gli olii di semi (arachidi, ecc.) siano più leggeri e dietetici è in realtà inesatta in quanto questi conferiscono, analogamente all’olio di oliva, 9Kcal/gr.

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Allergici alle punture d’insetto senza saperlo: attenzioni e precauzioni

Dott. MARCO GARUFI BOZZA Specialista in Malattie dell’Apparato Respiratorio Responsabile della Branca di Allergologia e Pneumologia del Poliambulatorio Specialistico “Laboratorio Clinico Nomentano”

Allergici alle punture d’insetto senza saperlo: attenzioni e precauzioni Api, vespe, calabroni, bombi ( … le api “pelose”) possono tutti essere – soprattutto d’estate – causa di fastidiose punture ma anche, in determinate circostanze, di problemi seri o molto seri.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci dice, infatti, che – a seconda delle località e delle situazioni in cui si vive - tra il 56 ed il 95% degli individui viene punto da un insetto almeno una volta nella vita. In tema di “reazione anafilattica” (cioè la reazione allergica dell’organismo avversa ad una data sostanza, in questo caso al veleno degli insetti) sempre l’OMS afferma che in Europa queste reazioni arrivano al 7.5% delle punture mentre negli USA non si supera il 5%. La reazione anafilattica può avere conseguenze tanto gravi da procurare la morte dell’individuo: l’Italia – per fortuna – è il paese in cui si verifica il numero minimo di “reazioni fatali” alla puntura d’insetto, con una media di due casi all’anno, ciò, forse, in funzione di diversi livelli di predisposizione genetica delle varie popolazioni. Per coloro che non sono allergici al veleno degli insetti, la puntura rappresenta solo un’esperienza spiacevole con arrossamento, dolore, gonfiore nel punto di puntura. Si tratta di danni passeggeri sui quali si può intervenire con impacchi di ghiaccio sulla sede e con l’assunzione di antistaminici e cortisonici. Nei soggetti allergici i sintomi possono invece essere preoccupanti: gonfiore e prurito in vaste zone del corpo, anche in zone lontane dalla puntura; gonfiore della lingua, labbra e gola; respiro affannoso; a volte, crampi allo stomaco, nausea e diarrea. Nei casi più gravi si può arrivare allo “shock anafilattico”, ovvero perdita della coscienza, improvviso calo della pressione arteriosa, ed addirittura la morte se non si interviene rapidamente iniettando adrenalina. Chi è ipersensibile alle punture d’insetto dovrebbe sempre

portare con se l’occorrente per auto iniettarsi l’adrenalina (jet pen). Devono prendere precauzioni sia coloro che hanno precedenti in questa problematica sia coloro che per motivi professionali siano più esposti agli insetti: chi operi nelle serre, apicoltori, giardinieri, ecc. ma anche chi soffra di asma, chi assuma beta-bloccanti o ace-inibitori o sia affetto da grave insufficienza cardiaca o polmonare. Di seguito alcuni suggerimenti che sicuramente non costituiscono una garanzia assoluta ma possono essere adottati per tenere lontani la maggior parte degli insetti: • evitare innanzitutto di disturbare gli insetti nel loro territorio in quanto pungono con maggior frequenza se si sentono minacciati in quanto ci si avvicina alle loro “abitazioni”; • non dimenticare che api, vespe, calabroni, bombi e formiche sono attratti da qualsiasi cibo. Quindi, se si mangia all’aperto, tenere chiuse le bevande (soprattutto zuccherine) e coperte le vivande fino al momento di consumarle. Anche i contenitori di rifiuti dovrebbero essere tenuti chiusi; • non usare cosmetici (profumi, ecc.) che potrebbero attrarre gli insetti; • non impiegare abiti troppo ampi all’interno dei quali gli insetti potrebbero infilarsi entrando a contatto della pelle; • poiché gli insetti sono attratti dai fiori e dai loro colori, i vestiti di colore chiaro sono quelli che meno il attraggono; • non andare a piedi nudi sui prati e occuparsi di giardinaggio adeguatamente vestiti; • all’avvicinarsi di un insetto, allontanarsi con calma senza scacciarlo con gesti delle braccia Per quanto attiene le punture degli insetti è possibile effettuare una terapia desensibilizzante la quale – attraverso l’iniezione di dosi crescenti della sostanza a cui il soggetto è sensibile – consente al sistema immunitario di divenire tollerante rispetto all’allergene a cui prima era sensibile. Ovviamente, tale terapia andrà condotta dallo Specialista Allergologo il quale dovrà prima individuare quale sia la specifica sostanza a cui la persona è allergica per poi concentrare su tale sostanza la terapia. 27


Interviste di FABRIZIO SCIARRETTA

Intervista all’On. PierPaolo Vargiu PierPaolo Vargiu, medico radiologo, specializzato anche in medicina legale e odontostomatologia nonché master in Management delle Aziende Sanitarie di SDA Bocconi, è da due mesi il nuovo Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati. SalutePiù lo ha incontrato per fare il punto sui temi che la commissione da lui presieduta si troverà ad affrontare nel prossimo futuro.

Onorevole Vargiu, quali sono gli ambiti su cui si focalizzerà nei prossimi mesi il lavoro della Commissione? Credo che questo debba essere un momento di grande concretezza per chi si occupa di politica sanitaria, quindi anche la commissione che ho l’onore di presiedere intende lavorare con questo spirito. Il primo dei problemi con cui il nostro paese si deve confrontare è quello della sostenibilità del welfare sanitario, in altre parole come si possono garantire prestazioni crescenti in termini di quantità e qualità ai pazienti in un quadro di risorse economiche che vanno restringendosi. Propriopercomprendereappieno la natura e la portata dei problemi

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chedobbiamoaffrontare,abbiamo chiesto al Presidente della Commissione Bilancio Francesco Bocciadisvolgerecongiuntamentetra le due commissioni un’indagine sulla sostenibilità del sistema sanitario. Il fatto di muoversi congiuntamenteèimportanteperché l’obiettivo è di unificare le prospettive tra la commissione che si occupa di risorse economiche e quella che si occupa di sanità. Il termine che prevediamo per la conclusione dell’indagine è il mese di settembre, in tempo per la discussione della legge di stabilità nell’ambito della quale contiamo di essere propositivi. Quali sono gli elementi fondamentali che vi proponete di trarre da questa indagine? L’indagineè finalizzata fondamentalmente a mettere in mano ai decisori delle politiche sanitarie che siedono in Parlamento, delle informazioni condivise. Oggi uno dei problemi è che spesso anche nei decisori politici non vi è una pienaconsapevolezzadell’attuale organizzazione del sistema e delle su prospettive di breve, medio e lungo termine.

Uno dei temi più dibattuti nell’ambito sanitario è il cosiddetto “federalismo” il quale ha attribuito ampie competenze alle Regioni. Purtroppo, questo ha condotto, da un lato, a diversi livelli di efficienza dei sistemi sanitari regionali nell’erogare prestazioni ai cittadini e, dall’altro, a diverse normative e possibilità operative per quelle strutture sanitarie che operano nell’ambito della sanità privata e privataaccreditata. La Commissione opererà per modificare questa situazione e come? La Commissione può avere un’opinione in merito ma non può intervenire nello specifico in quanto il dettato del Titolo V della Costituzionecreaunacompetenza concorrente per quanto attiene la sanità tra Stato e Regioni. Allo Stato sono attribuite alcune funzioni che sono quelle di coordinamento e di determinazione dei Livelli Essenziali di Assistenza mentre le Regioni sono autonome nel darsi il sistema di erogazione delle prestazionicheritengonopiùadeguato rispetto alle loro esigenze. Quello che lei indica è però uno dei problemiprincipalioggisultappe-

to perché le differenze strutturali tra i sistemi fanno si che ci troviamo ad avere tanti sistemi regionali diversi più o meno quante sono le regioni e questi sistemi rispondono in maniera differente alle esigenze dei cittadini. Il cittadino non è però obbligato a servirsi del sistema sanitario della sua regione, ma è anzi libero di andare verso sistemi sanitari che gli garantiscano livelli di efficacia ed efficienza maggiori. Questo fatto però porta i sistemi sanitari più poveri ad impoverirsi ancora di più mentre i sistemi sanitari più performanti si ritrovano ad avere l’opportunità di migliorare ulteriormente le loro capacità. Tutto ciò rischia di creare sistemi sanitari a diverse velocità ed, a lungo andare,puòimpoverireinmaniera preoccupante alcuni territori. Credo che il legislatore debba tenere tutto questo bene a mente, come penso che in realtà lo abbia, quando andrà alla rivisitazione dell’assetto strutturale del sistema. Presidente Vargiu, noi sappiamo ormai che la prevenzione in medicina offre non solo la possibilità di salvare vite umane ma anche di ridurre la spesa sanitaria in funzione della riduzione dell’incidenza delle malattie. Dobbiamo attenderci nuove iniziative in questo campo? Guardi, io credo di essere tra quelli che non ha la stessa convinzione che ha lei. Infatti, la prevenzione rappresenta un costo: è un obiettivo ma anche un costo del sistema perché facendo prevenzione si riducono le patologie e quindi si allunga la durata media della vita e dunque è poi necessario sopportare costi crescenti che sono quelli della cronicità. Però la prevenzioneèfinalizzataproprioall’obiettivo principe del sistema cioè quello di garantiremaggiorlunghezzadella

vita media nelle migliori qualità di vita possibile. E’ evidente che un sistema che è costantemente in affanno dal punto di vista finanziario, poi sposta le risorse che dovrebbero essere destinate all’unica componente del sistema che non ha risultati di breve periodo per utilizzarli all’interno della gestione corrente. In poche parole: credo che in tutti i piani sanitari regionali sia sottolineato che il 5% almeno delle risorse debba andare verso la prevenzione, poi credo anche però che nessuno riesca a mantenere questo 5% perché alla fine ci sono le esigenze operative a cui far fronte. Per cui diventa difficilissimo salvaguardare queste risorse che noi sappiamo benissimo quanto siano importanti ma che non dando risultati immediati vengono spese altrove. Un’ultima domanda, la legislatura precedente ci ha lascito in eredità argomenti di significativa valenza etica per i quali è necessario definire un adeguato quadro normativo, penso all la fecondazione assistita ed al testamento biologico. Ritiene che questa legislatura porterà risultati conclusivi in questi ambiti? Questi temi sono temi forti nella sensibilità del paese e quindi anche nella sensibilità dei componenti della commissione. Ovviamente, i temi della bioetica sono temi che suscitano dubbi e rischiano di scatenare rigidità contrapposte. La mia personale sensibilità è quindi quella di gestire questi argomenti con la grande attenzione e la cautela che temi in grado di dividere il paese richiedono poiché senza attenzione e cautela si rischia di dividere e non di raggiungere risultati concreti.

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IL LINFEDEMA I termini “sistema venoso” e “sistema arterioso” sono ormai entrati nel linguaggio comune e tutti noi sappiamo come il nostro corpo sia percorso da un fitto reticolo di vene ed arterie che consentono al sangue di scorrere nel nostro corpo andando e venendo dal cuore per ossigenarsi. Meno conosciuto è invece un loro “cugino”: il sistema linfatico.

E

sso è costituito dalle cosiddette vie linfatiche le quali drenano il liquidi dai tessuti periferici fino a versarli nel cuore. Lungo le vie linfatiche si susseguono le stazioni linfatiche: ovvero i linfonodi o linfoghiandole che hanno il compito di purificare i liquidi drenati. Come tutti i sistemi del nostro organismo, anche quello linfatico ha i suoi problemi specifici: infatti il sistema linfatico può funzionare in modo limitato o bloccarsi del tutto. Se ciò accade, la malattia che ne consegue è detta linfedema e consiste in una condizione clinica caratterizzata da un enorme accumulo di linfa nei tessuti. Il linfedema è una malattia vascolare e rientra pertanto nel campo di competenza dell’angiologo o del chirurgo vascolare. In genere il linfedema è asimmetrico, cioè interessa un solo arto, o comunque maggiormente un lato del corpo rispetto all’altro.

Quali sono i sintomi?

Il gonfiore cronico degli arti (detto edema), di entità variabile, è il sintomo evidente caratteristico del linfedema. Altri sintomi obbiettivabili, cioè presenti in modo evidente, del linfedema sono: l’alterazione del colore della pelle (discromia), che diventa più scura e lucida e l’aumento del suo spessore. Al tempo stesso, però, la pelle diviene più fragile e facilmente lesionabile dopo urti anche di scarsa entità. Sintomi soggettivi, ovvero avvertiti dal paziente, sono la sensazione di peso e costrizione dell’arto affetto, il prurito, il dolore.

E le cause?

Le cause del linfedema possono essere “primitive”, cioè non dovute ad una causa esterna scatenante. E’ questo il caso di malattie genetiche che spesso si manifestano in età giovanile. Vi possono poi essere cause “secondarie”, cioè conseguenti ad altro. Queste sono le più frequenti e sono la conseguenza di infezioni, di malattie neoplastiche, dopo interventi chirurgici, dopo radioterapia. 30

La Diagnosi

La diagnosi del linfedema è sostanzialmente clinica ovvero avviene attraverso l’osservazione diretta dell’arto coinvolto da parte del medico. Il linfedema tende a colpire un unico arto (e ciò si definisce unilateralità o asimmetria della malattia): questo aspetto è di grande importanza per distinguere il linfedema da altre patologie più gravi. Infatti, per stabilire che si tratti di linfedema, il medico valuta anzitutto le differenze esistenti tra il caso che sta esaminando ed i sintomi tipici di tutte quelle patologie che potrebbero sembrare simili ma le quali, invece, sono caratterizzate dalla presenza di gonfiore “simmetrico”, cioè contemporaneo di tutti e due gli arti. Questo è il caso di malattie quali l’insufficienza cardiaca congestizia (il cuore non riesce più a pompare il sangue nelle arterie con sufficiente forza, per cui si accumula il sangue nelle vene provocando il ristagno di liquidi nei tessuti periferici e nei polmoni); l’insufficienza renale (i reni producono una minor quantità di urina, creando un sovraccarico di liquidi con gonfiore alle mani e alle caviglie); l’insufficienza epatica (il fegato produce meno proteine del plasma, causando riduzione della pressione nel sangue con fuoriuscita di liquidi nei tessuti); disturbi posturali (chi non cammina bene per patologie osteo-articolari: scoliosi, ernie vertebrali, gonartrosi, valgismo e varismo arti inferiori, alluce valgo non flette adeguatamente il plantare causando stasi idrica e gonfiore agli arti inferiori). La muscolatura, infatti, permette il movimenti degli arti ma indirettamente spreme tutti i vasi venosi e linfatici spingendo il sangue verso il cuore, opponendosi alla forza di gravità. E’ facile intuire come una persona che non cammini bene prima o poi presenterà gonfiore degli arti inferiori. Quindi è spesso utile la collaborazione tra angiologo/chirurgo vascolare con il cardiologo, l’ortopedico ed il fisioterapista, l’internista/nefrologo per le malattie renali ed epatiche, ed il medico di laboratorio. Il medico, dunque, attraverso la cosiddetta “anamnesi”, cioè la raccolta di tutti i dati e le informazioni relative al Paziente (per conoscere se esistono patologie cardiache, epatiche, renali ed ortopediche) ed un buon esame obbiettivo degli arti può avvicinarsi molto alla diagnosi definitiva.

Dott. Marco Decuzzi Chirurgo Vascolare Branca di Diagnostica per Immagini, Poliambulatorio Specialistico Lab. Cl. NOMENTANO

Poi, effettuando un EcocolorDoppler, il medico può arrivare ad una diagnosi ancora più precisa. Infatti, l’EcocolorDoppler permette di studiare i tessuti dalla pelle fino alle ossa, i vasi venosi, arteriosi e linfatici, escludendo o confermando il sospetto di quale sia la malattia causa del gonfiore. E’ così possibile valutare – anche avvalendosi di specifiche analisi di laboratorio malattie come le trombosi, le insufficienze venose, le patologie delle arterie, del sistema linfatico ed ortopediche. Inoltre mediante l’esame di alcune zone particolari (regione inguinale, ascellare, poplitea) è possibile individuare un aumento del volume dei linfonodi (i quali hanno, come si è detto, il compito di purificare i liquidi drenati dal sistema linfatico), spesso avvertibili dal paziente al tatto. Attraverso questo esame ecografico è possibile escludere la presenza di patologie infettive, tumorali o di altra origine e, quindi, inquadrare più congruamente il linfedema dell’arto, secondo la sua natura primitiva o secondaria, sino eventualmente alla individuazione della causa scatenante della stasi linfatica.

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Terapia

L’edema linfatico può essere affrontato con una pluralità di cure a seconda delle cause e della gravità della malattia stessa. L’elastocompressione con calze elastiche costituisce uno dei pilastri della terapia. Essa può essere coadiuvata dal massaggio manuale o con apparecchiature elettromedicali per stimolare meccanicamente il drenaggio della linfa. L’utilizzo di farmaci diuretici, antimicotici e farmaci di nuova generazione che agiscono aiutando il drenaggio linfatico nonché la dieta alimentare sono di indiscutibile valore. Qualora la causa sia un’infezione, si procederà attraverso una terapia antibiotica specifica. La chirurgia per rimuovere eventuali ostacoli al deflusso. Nel caso di vasi linfatici ostruiti o insufficienti bisogna ricreare condotti funzionanti in cui venga drenata la linfa. Allora tecniche di microchirugia permettono, in casi selezionati, di creare delle giunzioni tra vasi linfatico funzionanti e vasi venosi così da “bypassare” il segmento linfatico patologico. Il risultatoè la decongestione del tessuto edematosa. 31


come molti altri comuni, mutò il suo nome al fine di ricollegarsi a vere o presunte antiche origini. In questo caso, si trattava della Orvinium sabina e romana di cui parlano Terenzio Varrone e Dionisio di Alicarnasso attribuendole “un antico tempio di Minerva ed il tempio di Atena eretto sull’Arce”. Viceversa, però, non abbiamo prova delle affermazioni seicentesche che vorrebbero l’Orvinio di oggi posta nel luogo ove sorgeva quella antica. Suscita però curiosità la particolarità del nome Canemorto. A questo proposito esistono diverse leggende, ed Amaranto Fabriani ben le sintetizza nel suo “Il Libro di Orvinio”: il nome Canemorto nacque “ … allorché, nella Valle Nuzia, in prossimità della antichissima e celebre Chiesa Abbaziale di S. Maria del Piano, le truppe di Carlo Magno riportarono una strepitosa vittoria sui Saraceni, facendone una vera strage. Sembra che ai primi tempi il nome si pronunciasse in plurale e cioè Cani Morti, alludendo al massacro dei Saraceni. Altra versione sarebbe, che il comandante delle truppe di Carlo Magno si chiamasse di nome Can oppure si riferiva alla qualifica del suo alto grado di comando … e che tale comandante venuto a morte, l’Amministrazione Civica di Orvinium, … decise di sostituire il nome di Orvinium con quello di Can è morto, poi divenuto Canemorto. Però la versione più diffusa … è la seguente. Sembra che Orvinium fosse dominata da un crudele tiranno che era il terrore degli abitanti. Avvenutane la morte, il popolo ne avrebbe esultato dalla gioia, gridando: Finalmente il cane è morto! Il cane è morto!”.

GALILEO FABRIZIO SCIARRETTA

La visita di Orvinio è di quelle che danno soddisfazione: il passare dei secoli ha regalato a questo antico borgo – già dotato dalla natura di una bella posizione e di “aria fina”, come si sarebbe detto un tempo – testimonianze d’architettura e d’arte che vi lasceranno impressionati. Parte di ciò proviene anche dal fatto che Orvinio è la patria di Ascanio e Vincenzo Manenti, i maggiori pittori sabini del seicento, i quali non si tirarono indietro nell’adornare le chiese del luogo. Il castello ed il borgo, le chiese di Santa Maria dei Raccomandati, di San Giacomo disegnata dal Bernini, la parrocchiale di San Nicola, Santa Maria di Vallebona, i suggestivi resti dell’abbazia di Santa Maria del Piano, sono tutte mete da inserire nella vostra visita. In sovrappiù, per nutrire il corpo oltreché lo spirito, ad Orvinio si mangia bene dappertutto, aspetto da non sottovalutare in una gita del finesettimana come si deve. La leggenda di Canemorto L’odierna Orvinio fa il suo ingresso nella storia – in un qualche momento del X secolo – con il nome di Canemorto e così venne chiamata fino al 1863 quando, a valle dell’Unità d’Italia, 32

Risulta difficile risalire alle origini di Orvinio: di certo, nel 1078, il Regesto dell’abbazia di Farfa nomina un Ratterio “habitatorem in Canemortuo”. Dei secoli fino al XIII sappiamo poco: fu o possesso di nobili locali o dell’Abbazia di Santa Maria del Piano allora fiorente come si potrebbe intendere dal Registrum Iurisdictionis Episopatum Sabinensis che nel 1343 indica per l’abbazia di Santa Maria del piano un ruolo di controllo sui castra a lei vicini. Divenne poi feudo degli Orsini: il primo documento che lo attesta risale al 1480-81. Quando, nel 1558, Maria Orsini sposa

Vincenzo Estouteville il feudo passa nel patrimonio di questa famiglia. Nel 1573, Muzio Estouteville, figlio di Vincenzo, vende il feudo (congiuntamente a Montorio in Valle, Petescia, l’attuale Turania, e Pozzaglia) a Carlo Muti il quale vi unì Vallinfredda e creò un “fedecommesso”, cioè un feudo unico che doveva passare indiviso agli eredi. Michelangelo Muti nel 1632 lo cedette poi a Marcantonio Borghese che nel 1634 ottenne per il feudo il titolo di ducato. Canemorto rimase proprietà dei Borghese fino alla soppressione napoleonica del sistema feudale. Il borgo e le chiese Il borgo di Orvinio è dominato dal suo possente castello, oggi di proprietà dei marchesi Malvezzi Campeggi. Il suo sviluppo urbanistico avvenne in (almeno) due grandi fasi. La prima, medievale, limitava l’abitato ad un numero ridotto di case poste intorno al castello e protette da mura. La seconda, nel XVI secolo, vide invece l’ampliamento significativo del borgo con l’arrivo ad Orvinio degli abitanti del castello di Vallebona che venne allora abbandonato e 33


del quale è possibile ancora vedere i resti introno alla chiesa di Santa Maria di Vallebona edificata successivamente nel 1643. All’ampliamento rinascimentale di Orvinio seguì la costruzione di un nuovo sistema di difesa, ancora oggi rintracciabile nel centro storico e perfettamente descritto da Amaranto Fabriani ne’ “Il Libro di Orvinio” (che potete leggere in rete). L’elemento di questo sistema che oggi balza agli occhi del visitatore è la grande porta Porta Romana (che apre l’attuale corso di Orvinio) guardata da due torri laterali. La bellezza dei suoi edifici sacri sono il “pezzo forte” di Orvinio, in buona misura per l’impegno profuso dai Manenti. Purtroppo, il suo più grande gioiello è ormai ridotto in rovina: l’Abbazia di Santa Maria del Piano, che si vuole fondata nell’817 d. C., aveva resistito per mille anni fino all’arrivo delle truppe napoleoniche: a quel punto fu acquisita al demanio ed i monaci costretti ad abbandonarla. Poi una serie di scelte (a di poco) infelici portarono l’abbazia, nel XIX secolo, ad essere utilizzata come cimitero. Gli sciacalli hanno fatto il resto. Vale però la pena di recarsi a renderle omaggio, magari a piedi per le ultime centinaia di metri, dove il sentiero di campagna rivela ancora tracce di basolato. La follia umana ci ha privato così per sempre di una delle sei grandi abbazie sabine. Santa Maria di Vallebona, dalla quale si vede perfettamente il Monte Velino, è anche’essa adorna delle opere di Vincenzo Manenti recentemente restaurate. Santa Maria de’ Raccomandati, è però il vero gioiello seicentesco di Orvinio e ad essa dedichiamo l’articolo qui di seguito. Per chiudere in bellezza, San Giacomo è la chiesa giusta. In Sabina la sua facciata rappresenta un unicum e, se non si trattasse di una chiesa, “bomboniera” sarebbe l’appellativo giusto. Venne realizzata nel 1614 per volontà del barone Giacomo Muti e si è soliti attribuirla per lo stile della bella facciata al Bernini anche se di ciò non vi è prova documentale. Viceversa, essendo i Muti vicini ai Borghese ed avendo il Bernini lavorato per questi ultimi, nulla vieta che abbia effettivamente progettato anche San Giacomo. All’epoca della sua costruzione, San Giacomo era la “perla” che andava a completare la sistemazione rinascimentale dell’urbanistica di Orvinio con la creazione di quell’asse nord – sud, perpendicolare a Porta Romana ed al corso del borgo, che ancora oggi rappresenta il punto focale della scenografia d’ingresso all’abitato e di cui San Giacomo rappresenta il termine a sud dell’asse stesso. Purtroppo, terminata la munificenza dei Muti e dei Borghese, anche San Giacomo ha subito l’ingiuria del tempo, tanto da far esclamare (e scrivere) ad Amaranto Fabriani: “Qualche anno fa (siamo all’inizio del ‘900) è crollato il soffitto e il tetto, ma l’anno scorso è stata riscoperta; allo stato attuale è in completo abbandono, preda della polvere ed è fatiscente. Un piccolo gioiello che non meritava la sorte che gli è stata riservata. Il colpevole di tanto scempio, dovrebbe essere segnato al libro nero con lettere maiuscole”. Purtroppo, in Italia, la lista di coloro che andrebbero segnati al libro nero è molto lunga. Per fortuna, invece, a restaurare San Giacomo è intervenuto il Comune di Orvinio e la chiesa è tornata ad ornare il bel palcoscenico di questa gemma della Sabina.

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L

a seicentesca chiesa di Santa Maria dei Raccomandati da sola varrebbe la visita ad Orvinio: è il trionfo di Vincenzo Manenti (1600–1674) il quale, conscio della sua fama nel reatino ed oltre, vi si autoritrae addirittura in vesti papali. Ma andiamo per ordine: nel 1648 Padre Bonaventura Theuli di Velletri ci racconta la nascita di questa chiesa, che era anche convento: “Il Convento di Canemorto è sotto il titolo di S.Maria de’ Raccomandati, fuora della Terra, congiunto alle Mura di essa; era Hospidale, fu dato alla Religione, e per essa al P.F. Massimo Pirchio dal Borghetto Diocesi di Civita Ducale, ma perché spettava al Vescovo Cardinal Sabinense a prestarvi il consenso, fu necessario ricorrere alla di lui benignità per ottenerlo, quale s’ottenne nel 1582 …. “. Giambartolomeo Piazza nella sua “Della Gerarchia Cardinalizia” (1703) aggiunge un ulteriore elemento: “ … Chiesa, con un Convento de’ Padri Conventuali di S. Francesco, nel quale abitano per il governo di essa sei Religiosi; con una Confraternita del Confalone, aggregata all’Arciconfraternita di S. Lucia di Roma ..“ Insomma, quando nasce la chiesa nel 1582 è fuori dalle mura di Orvinio ed ancora non esiste la strada che oggi vi conduce. Ma quando, nel ‘700, via Salita del Borgo viene realizzata, ci si accorse che il frontale della chiesa non è in asse con il corpo della stessa ma, al contrario, vi forma un angolo. Detto fatto, la facciata venne rifatta per renderla perpendicolare alla strada: ciò avvenne prolungando la chiesa tanto da potervi inserire anche l’attuale campanile. Al suo interno, l’edificio si articola in un’unica navata a croce latina. Entrando sui lati due altari, quello di sinistra sormontato da un affresco di San Francesco che riceve le Stimmate, quello di destra da una Madonna del Rosario. Amaranto Fabriani, ne’ “Il Libro di Orvinio”, ci racconta particolari formidabili: “ … un grandissimo affresco rappresenta

S. Francesco di Assisi che riceve le Stimmate. Ai lati fanno corona dei piccoli riquadri ove sono riprodotte le Virtù Carnali e Teologali opera poderosa del Cav. Vincenzo Manenti. La figura con la barba bianca col capo volto un pò a destra, vestita da Papa e indossante pividie con ai piedi la tiara (in basso a sinistra) è l’autore del quadro cioè il Manenti … Quello di destra è sormontato da grandissima e magnifica tela con classica cornice dedicato alla S.S. Vergine del Rosario contornato da piccoli riquadri rappresentanti i quindici misteri; anche questa è un’opera insigne e probabilmente anche essa sarà uscita dal pennello del celebre Manenti. Su questo altare, negli ultimi anni del secolo scorso (XIX), … furono rimossi i gradini di legno dove poggiano i candelieri per scrutare sotto la grande tela ... Con grande stupore fu notato che la parete sotto la grande tela era anch’essa (o meglio è)

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affrescata allo stesso modo dell’altare di fronte di S. Francesco e riproducente, credo, la Vergine del Rosario come la tela che lo nasconde alla vista dei visitatori”. Oggi, in realtà la tela è posizionata diversamente in modo che sia possibile vedere l’originale affresco. Arrivati alla crociera della chiesa, vi si aprono due cappelle affrescate. Quella di sinistra appartiene alla famiglia Cervelli e così ce la descrive il Fabriani: “Sovrasta l’altare una grande tela con cornice dorata rappresentante S. Lucia, dipinta da mano maestra e quasi certamente nel XVII secolo. Tanto le pareti che la volta sono state affrescate mirabilmente dal cav. Manenti … Nella parete di destra è rappresentato un sposalizio (forse di qualche membro della famiglia Cervelli); è molto interessante perché riproduce fedelmente i costumi dell’epoca. Nella facciata di fronte, sotto l’unica finestrina, S. Rocco, dinanzi al quale prostrasi inginocchiato un Orviniense”. Secondo successive interpretazioni, questa cappella potrebbe essere opera non di Vincenzo ma di Ascanio Manenti (1573-1660), suo padre La cappella di destra appartiene alla famiglia Basilici e gli otto personaggi affrescati negli altrettanti medaglioni, sono suoi rappresentanti. Sopra i medaglioni, in un ovale, Sant’Andrea, forse anch’esso del Manenti. Di fronte l’Apparizione della Vergine a S. Domenico. L’Altare Maggiore è dedicato alla Vergine di S. Maria dei Raccomandati e circondato da affreschi. Sopra l’altare, in una cornice di stucco quadrata, un affresco, anch’esso del Manenti, rappresenta l’apparizione di un Angelo alla Madonna. Nell’ammirare gli affreschi, non trascurate gli splendidi altari in marmo policromo di cui la chiesa è adorna: probabilmente settecenteschi, sono veramente degni d’attenzione. (1) “Apparato Minorico della Provincia di Roma”

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IL CASTELLO DI COLLALTO SABINO Il confine con l’Abruzzo è lì sotto, a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla sommità delle mura del castello. Sullo sfondo il Monte Velino: una visione inconfondibile che attesta come ci si trovi ai limiti estremi di quella parte di Sabina che guarda verso quello che un tempo fu il Regno di Napoli. Collalto, infatti, è a poche “miglia” dalla Piana di Carsoli ed a questa sua posizione di porta d’ingresso allo Stato Pontifico si deve l’originaria costruzione del suo castello. 40

Non a caso, esso nasce come rocca con scopi prettamente di presidio militare: fatto che, in realtà, non traspare immediatamente al visitatore poiché, entrati dalla porta entro le mura del paese e raggiunta la piazza della fontana ottagona, ci si trova come soprafatti dalla mole del castello al quale gli interventi effettuati tra la metà del XIX secolo ed i primi decenni del XX, hanno dato sembianze “neomedievali”, un pò, se volete, ma non così all’estremo, come il famoso Neuschwanstein di Ludovico di Baviera. L’originaria rocca, con le sue mura a scarpa, costruita tra il XIV ed il XV secolo, si trova invece alle sue spalle, al centro di quello che è oggi il parco dal castello e può essere apprezzata completamente solo da lì. Si tratta di un’opera spiccatamente militare: la massiccia torre quadrata centrale, le torri rotonde angolari, e poi le garitte e le postazioni per i cannoni che arrivarono al numero di 39. Se la rocca è ancora possente, il castello con i suoi vezzi romantici – è veramente un incantevole piacere per la vista. Credo che ciò

che lo renda così particolare stia nel fatto che ogni suo proprietario, negli ultimi cinque secoli, abbia provato ad adattarlo al suo gusto. Iniziò Alfonso Soderini che nel 1568 aveva acquistato il feudo da Roberto Strozzi. Ai Soderini, che ne furono proprietari per quasi un secolo, è dovuto il primo grande intervento di restauro dell’edificio che andava sempre più sviluppando la sua connotazione di dimora aristocratica. Nel 1641 la baronia di Collalto viene venduta dai Soderini ai Barberini ed è all’inizio del XVII secolo (nel 1712 come riporta un’iscrizione nel cortile del castello) che il Cardinale Francesco Barberini mise mano in modo importante agli interni sia dell’antica rocca che del castello. Del resto il Cardinale Barberini si trovava a confrontarsi con due aspetti: da un lato la necessità di disporre di una dimora adeguata al rango suo e del suo casato e, dall’altro, l’importanza strategica di Collalto, situato al confine tra 1o Stato Pontificio ed il Regno di Napoli. Infatti, fino alla fine del ‘700, il complesso era sede di una ben munita guarnigione. 41


essere presenti nel periodo in cui l’edificio fu proprietà dei Soderini e dei Barberini, come anche riferito da testimonianze dell’epoca. Tra i due corpi di fabbrica corre un ampio cortile, munito delle strutture un tempo necessarie a garantire 1o svolgimento delle operazioni di sorveglianza, ammassamento e difesa”. I Barberini rimasero proprietari di Collalto fino alla soppressione del regime feudale all’inizio dell’800. Per il castello, i problemi arrivarono però nel 1861 quando, insieme al paese, fu saccheggiato da una banda di reazionari borbonici ai comandi dell’avvocato abruzzese Giacomo Giorgi e del colonnello dell’esercito borbonico Francesco Luvarà e ridotto in uno stato di estremo degrado. La sua bellezza, però, gli valse la fortuna di trovare sempre estimatori in grado di riportarlo ai suoi passati splendori: tra il 1890 ed il 1895 venne fatto

Si venne così a creare quella dualità di nature che si abbelliscono a vicenda e che ammiriamo ancora oggi: nella parte più alta (e più larga) del colle, l’antica rocca; davanti ad essa lo sviluppo del castello (prima) che si evolve in palazzo patrizio (poi) con una forma rettangolare che privilegia fortemente i lati lunghi per adattarsi al crinale su cui venne costruito. Carlo Grappa, nella sua “Sabina Sacra e Civile” lo descrive benissimo: il castello “… presenta una facciata mossa da torrioni sporgenti ai lati dell’ingresso, che si apre su un portale dotato di ponte levatoio; i torrioni sono completati da merlature e l’intera facciata è alleggerita da numerose finestrature. Attualmente esso presenta, dal punto di vista architettonico, un aspetto prevalentemente tardo-rinascimentale, anche se non mancano elementi (in particolare la sistemazione dell’accesso da sud) riconducibili ad epoche successive; caratteristica della sua condizione attuale è la totale mancanza di decorazioni murali interne, che invece dovevano

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restaurare dal conte polacco Corvin-Prendowski, discendente del re d’Ungheria Mattia Corvino, nello stile neo-medievale di cui abbiamo detto. Successivamente, la famiglia Giorgi-Monfort tra il 1932 ed il 1934 condusse ulteriori restauri sempre nella medesima concezione romantica. Da ultimo, negli anni ’90, il castello si è giovato di ulteriori interventi che ne hanno garantito il perfetto stato di conservazione in cui lo possiamo ammirare. A raccontarvi di questo castello, della sua particolare – forse discutibile – ma certamente affascinante tendenza “neo romantica medievale”, dell’aspra e forte natura che lo circonda, dello spettacolo del Velino innevato, potrei andare avanti a lungo. Il mio consiglio, invece, è quello di lasciarvi tentare dalle sue immagini e regalarvi un week end in giro per quest’ultimo lembo di Sabina quasi abruzzese iniziando con la visita del Castello di Collalto. 43


IL CASTELLO DI COLLALTO SABINO

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TRA LÜPERTZ E PALADINO

LA TRANSAVANGUARDIA

OPERE NELLA COLLEZIONE WÜRTH Per più di un anno, fino al 15 marzo 2014, la nuova iniziativa dell’Art Forum Würth Capena arricchisce la Sabina di una raffinata ed importante proposta culturale. Infatti, la mostra “La Transavanguardia tra Lüpertz e Paladino” riunisce circa sessanta lavori tra dipinti e sculture degli artisti Mimmo Paladino e Markus Lüpertz, due dei maggiori rappresentanti della Transavanguardia, in un ideale dialogo Italia – Germania. Grazie all’interesse da parte del collezionista e imprenditore Reinhold Würth rispetto ad una delle tendenze caratterizzanti l’arte degli anni ‘70 e ‘80 del Novecento - la Transavanguardia, appunto - la Collezione Würth si è arricchita nel tempo attraverso numerose opere di esponenti di tale orientamento sia italiani che tedeschi. I lavori esposti permettono di seguire, tra affinità e specificità, le diverse fasi della carriera di Mimmo Paladino e Markus Lüpertz fino al primo decennio degli anni Duemila. Teorizzata dal critico Achille Bonito Oliva – che ha aperto la mostra con un suo intervento alla presenza dei due artisti - la Transavanguardia fu presentata ufficialmente alla Biennale di Venezia nel 1980 come un movimento di reazione ad una 46

crisi che non investiva solo l’arte, ma anche la sfera economica e culturale del mondo occidentale. In opposizione al concettualismo e all’Arte Povera, allora imperanti, la Transavanguardia propose un ritorno alla pittura e una concezione dell’arte non più fondata sulla “certezza anticipata di un progetto e di un’ideologia”, ma sulla possibilità di muoversi liberamente in tutte le direzioni, facendo confluire nell’opera “immagini private e immagini mitiche, segni personali, legati alla storia individuale, e segni pubblici, legati alla storia dell’arte e della cultura.” (A. Bonito Oliva). Alla luce di talune affinità con alcuni artisti tedeschi operanti in quegli anni, tra i quali Markus Lüpertz, nel 1982 fu proposta in Italia la mostra, a cura di Achille Bonito Oliva, “La Transavanguardia tedesca”. Markus Lüpertz (Liberec, 1941) è pittore, scultore e poeta. Nel suo lavoro si intrecciano molteplici suggestioni derivanti dal mito, dai grandi maestri del passato, dalla letteratura, ma il suo universo di forme è indipendente, rispondendo unicamente alla visione del proprio creatore ed alle leggi interne alla realtà pittorica. L’opera del pittore e scultore Mimmo Paladino (Paduli, 1948) è guidata da una grande libertà e ricchezza di riferimenti, legati sia all’esperienza personale sia alla storia dell’arte e della cultura. Nella sua opera vivono in simbiosi figurazione ed astrazione, confluendo in un universo di segni enigmatici e misteriosi.

La Collezione Würth Arte e cultura rappresentano un importante valore aggiunto della filosofia aziendale del Gruppo Würth. La Collezione Würth, iniziata da Reinhold Würth, è attualmente una delle più importanti collezioni d’arte tedesche. Fin dal 1991 l’azienda è stata la prima a livello internazionale ad introdurre spazi per l’arte all’interno di alcune sue sedi. Oggi sono 14 gli spazi espositivi Würth presenti in dieci nazioni europee (di prossima apertura il Forum Würth Rorschach in Svizzera). In Italia l’Art Forum Würth Capena dal 2006 presenta al pubblico mostre temporanee incentrate sulle opere della Collezione Würth, che comprende ad oggi più di 15.500 opere di pittura, grafica e scultura principalmente del XX e XXI secolo.

Art Forum Würth Capena Viale della Buona Fortuna, 2 00060 Capena (Rm) fino al 15.2.2014 apertura: lunedì – sabato 10.00 – 17.00 domenica e festivi chiuso Ingresso gratuito T. 06 90103800 art.forum@wuerth.it www.artforumwuerth.it

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