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GIUGNO 2014

RUSSIA LE COSACCHE A CAVALLO BIOETICA E BIODIRITTO LE NUOVE FRONTIERE DELLA MATERNITÀ

CULTURA&FUTURO, prezzo sostenitore 3,00 euro Anno 69 - n.6 ISSN 0029-0920

ADDIO


Le possibilità di abbonamento a NOIDONNE sono le seguenti: ordinario 25 euro straordinario 60 euro (hai diritto a 3 indirizzi o 3 copie) sostenitore 100 euro (hai diritto a 6 indirizzi o 6 copie) 1+1= 40 euro Due abbonamenti - almeno una nuova abbonata con un unico bollettino di soli 40 euro (anzichè 50 euro) Il versamento può essere effettuato con un bollettino di c/c postale sul conto nr. 000060673001 oppure con Bonifico su BancoPosta intestato a: Società Coop. Libera Stampa a rl c/o Studio Berto Fabio IBAN: IT57 D076 0103 2000 0006 0673 001


Giugno 2014

DELFINA

di Cristina Gentile

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www.noidonne.org

SOMMARIO

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12/21 FOCUS/ CULTURA&FUTURO, ADDIO

01 / DELFINA di Cristina Gentile 03 / EDITORIALE di Tiziana Bartolini SPECIALE 70 ANNI sesto inserto: 1981/1990 di Silvia Vaccaro

4/7 ATTUALITÀ 04 TUTTI I MODI DI ESSERE FAMIGLIA di Giancarla Codrignani 06 CHIESA, PAROLE CHIARE CONTRO LE MAFIE di Stefania Friggeri

12 AFFASCINANTE ITALICA DUPLICITÀ INTERVISTA A MELANIA MAZZUCCO di Tiziana Bartolini 14 IL DELITTO DI UN PATRIMONIO DISPREZZATO INTERVISTA A GIOIA DI CRISTOFARO LONGO di Tiziana Bartolini 16 ISTITUTO DI CULTURA ITALIANA A FRANCOFORTE LETTERA AL PRESIDENTE MATTEO RENZI di Liana Novelli 17 CHIUDONO OTTO ISTITUTI DI CULTURA ALL’ESTERO di Marta Mariani

8/9 BIOETICA LE NUOVE FRONTIERE DELLA MATERNITÀ. E DEL BIODIRITTO di Luisella Battaglia

18 ISTITUTO DI CULTURA ITALIANA A SALONICCO di Maria Fabbricatore

10/11 INTRECCI 10 CHIOGGIA. IL MANDALA DELLA FESTA DELLA RICONOSCENZA. INSIEME ARTE AMARE CHIOGGIA E IL SUO TERRITORIO

19 WELL_B_LAB*/CULTURA E DONNE IL LATO ‘B’ È QUELLO DELLA CURA di Giovanna Badalassi e Stefania Saltini

Mensile di politica, cultura e attualità fondato nel 1944

DIRETTORA Tiziana Bartolini

Anno 69 - numero 06 Giugno 2014

EDITORE Cooperativa Libera Stampa a.r.l. Via della Lungara, 19 - 00165 Roma

Autorizzazione Tribunale di Roma n°360 del Registro della Stampa 18/03/1949 Poste Italiane S.p.A. Spedizione abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv. In L.27/02/2004 n°46) art.1 comma 1 DCB Roma prezzo sostenitore 3.00 euro Filiale di Roma

PRESIDENTE Isa Ferraguti

La testata fruisce dei contributi di cui alla legge n.250 del 7/8/90

GIUGNO 2014 RUBRICHE

STAMPA ADG PRINT Via Delle Viti, 1 00041 Pavona di Albano Laziale tel. 06 45557641 SUPERVISIONE Elisa Serra - terragaia.elisa@gmail.com ABBONAMENTI Rinaldo - mob. 338 9452935 redazione@noidonne.org

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22/23 JOB&JOB 22 DE@ TERRA, PREMIO ALL’IMPRENDITORIA AGRICOLA FEMMINILE di Paola Ortensi 23 DONNE IN CAMPO / CIA. VANDANA SHIVA: SEMENTI E NON BREVETTABILITÀ

26/27 EMILIA ROMAGNA

28 /31 MONDI 28 RUSSIA/COSACCHE A CAVALLO E CON LA SPADA di Cristina Carpinelli 30 BANGLADESH / UN ANNO DOPO IL CROLLO DEL RANA PLAZA di Barbara Antonelli

32/43 APPRODI LIBRI 32 ESSERE DI PIÙ / ELENA ZIZOLI di Elisabetta Colla

AMICHE E AMICI DEL PROGETTO NOIDONNE

Clara Sereni Michele Serra Nicola Tranfaglia

Laura Balbo Luisella Battaglia Francesca Brezzi Rita Capponi Giancarla Codrignani Maria Rosa Cutrufelli Anna Finocchiaro Carlo Flamigni Umberto Galimberti Lilli Gruber Ela Mascia Elena Marinucci Luisa Morgantini Elena Paciotti Marina Piazza Marisa Rodano Gianna Schelotto

Ringraziamo chi ha già aderito al nuovo progetto, continuiamo ad accogliere adesioni e lavoriamo per delineare una sua più formale definizione L’editore garantisce la massima riservatezza dei dati forniti dagli abbonati e la possibilità di richiederne gratuitamente la rettifica o cancellazione contattando la redazione di noidonne (redazione@noidonne.org). Le informazioni custodite nell’archivio non saranno né comunicate né diffuse e verranno utilizzate al solo scopo di inviare agli abbonati il giornale ed eventuali vantaggiose proposte commerciali correlate. (L.196/03)

32 MIA PICCOLA LIBERTÀ / PATRIZIA CAPOROSSI 32 STORIA DELL’AIED/ GIANFRANCO PORTA di Eleonora Cirant 34 PETILIA POLICASTRO IN SENATO DAL PRESIDENTE GRASSO MONUMENTO A LEA GAROFALO 36 ARGENTINA ALTOBELLI. PASSIONE E CORAGGIO di Sofia Trentini 38 SUICIDIO. PARLIAMONE SENZA VERGOGNA di Camilla Ghedini 39 SUICIDI, LE STATISTICHE di Marta Mariani 40 GINA PICART, CUBANA di Luce Fastiggi 41 VIOLENZA A TEATRO. UOMINI CHE ODIANO AMANO LE DONNE di Monica Lanfranco 42 L’ALTRO HORROR È AL FEMMINILE INTERVISTA A ROSSELLA DE VENUTO di Elisabetta Colla

05 Le idee di Catia Iori 07 Versione Santippe di Camilla Ghedini 09 Il filo verde di Barbara Bruni 21 Strategie private di Cristina Melchiorri 24 Life coaching di Catia Iori 33 Salute BeneComune di Michele Grandolfo 44 Donne&Consumi di Viola Conti 45 Spigolando di Paola Ortensi 46 Con ago e filo Fondazione Cerratelli 46 Famiglia, sentiamo l’avvocata di Simona Napolitani 47 L’OROSCOPO DI ZOE 48 POESIA Sandra Maria Notaro La poesia che salva la vita di Luca Benassi

43 MARINA, DI STIJN CONINX di Elisabetta Colla

RINGRAZIAMO LE AMICHE E GLI AMICI CHE GENEROSAMENTE QUESTO MESE HANNO COLLABORATO

Daniela Angelucci Barbara Antonelli Giovanna Badalassi Bruna Baldassarre Tiziana Bartolini Luisella Battaglia Luca Benassi Barbara Bruni Cristina Carpinelli Eleonora Cirant

Giancarla Codrignani Elisabetta Colla Viola Conti Maria Fabbricatore Luce Fastiggi Miro Fiammenghi Stefania Friggeri Cristina Gentile Camilla Ghedini Michele Grandolfo Catia Iori Monica Lanfranco Marta Mariani Cristina Melchiorri Simona Napolitani Liana Novelli

Paola Ortensi Stefania Saltini Luciana Serri Sofia Trentini Silvia Vaccaro

‘noidonne’ è disponibile nelle librerie Feltrinelli ANCONA - Corso Garibaldi, 35 • BARI - Via Melo da Bari 117-119 • BOLOGNA - Piazza Galvani, 1/h • BOLOGNA - Via Dei Mille, 12/a-b-c • BOLOGNA - Piazza Porta Ravegnana, 1 FIRENZE - Via dei Cerretani, 30-32/r • MILANO - Via Manzoni, 12 • MILANO - Corso Buenos Aires, 33 • MILANO - Via Ugo Foscolo, 1-3 • NAPOLI - Via Santa Caterina a Chiaia, 23 PARMA - Via della Repubblica, 2 • PERUGIA - Corso Vannucci, 78 - 82 • ROMA - Centro Com.le - Galleria Colonna 31-35 • ROMA - Via Vittorio E. Orlando, 78-81 • TORINO - Piazza Castello, 19


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C COME CRISI. C COME CULTURA

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ffascinante. Parlare e scrivere di cultura é così: ti rapisce la parola, ti inebriano le atmosfere che il suo suono suscita e i paesaggi umani che evoca, le sensazioni che muove. E poi ti torna in mente la ‘fase celebre’, la teoria meta-politica secondo cui ‘con la cultura non si mangia’. E tutte le magnifiche sequenze che stavamo inanellando crollano miseramente. Bentornate nella cruda realtà, quella che impone i tagli a tutto ciò che non sia strettamente ‘commestibile’ o gradito agli algidi controllori dell’euro-PIL che sono poco inclini a lasciarsi rapire dalle rime poetiche o dai chiaroscuri delle rovine archeologiche. Neppure da quelle più che imponenti dell’antica Roma. Ma, se tra cultura e costi la frattura non è ricomponibile, non se ne esce. Oppure facciamoci un’altra domanda. Come possiamo tramutare in risorsa economica le nostre straordinarie bellezze, amate e celebrate nel mondo e piuttosto bistrattate in casa propria? Prima di tutto rifiutiamo la retorica del ‘potremmo vivere di solo turismo’ perché non é vero e perché per far diventare realtà una banale e abusata affermazione ci vuole molto tempo e molta convinzione. E noi non abbiano né l’uno né l’altra. Poi cominciamo a guardare - con attenzione - ciò che ci circonda. Questo non dovrebbe costarci molta fatica: sicuramente abbiamo a portata di mano un angolo caratteristico o uno scorcio curioso; oppure spostandoci un poco - qualche fermata di autobus o al massimo un paio d’ore di treno - possiamo consentirci di passare una

giornata godendo del fior fiore dell’arte a livello internazionale. Una volta auto-ri-educati all’apprezzamento dei tesori che abbiamo dietro l’angolo, potremo cominciare a rispettarli, a sentirli anche davvero un po’ nostri. L’esercitazione terminerà quando ci renderemo conto di provare amore per le atmosfere in cui siamo immerse/i, per le mani che hanno guidato geniali pennellate, per le menti cresciute nei nostri borghi e che hanno aperto strade in tante discipline al mondo intero. Se e quando saremo capaci di sentire nostro quell’insieme, gigantesco, che é definito ‘patrimonio culturale’, avremo anche imparato a rispettarlo. Sarà naturale, a quel punto, imporlo nei bilanci dei Comuni e dello Stato come uno dei capitoli fondanti a sostegno del nostro sentirci comunità. Smaltita la sbornia ‘dell’egoistico apparire’ degli ultimi decenni, ci siamo risvegliati più poveri, soli e smarriti. Pensarci come appartenenti ad un insieme, ad una collettività che ha il privilegio di poter ripartire da un tesoro condiviso renderebbe più agevole la risalita che ci aspetta. Un cammino così impegnativo è impensabile senza il contributo decisivo delle donne, principali fruitrici delle varie espressioni culturali nel nostro Paese. Di più: è indispensabile un loro maggiore apporto alla produzione culturale, da cui continuano ad essere troppo escluse. Impossibile, senza le donne, cambiare il passo e uscire dalla crisi. Tiziana Bartolini

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TUTTI I MODI DI

ESSERE FAMIGLIA Istituzionale, naturale, aperta, tradizionale. Certamente non più indissolubile, il legame familiare è andato ‘oltre’ le convenzioni e si riprogetta ogni giorno di Giancarla Codrignani

La Chiesa fa bene a indire gli Stati Generali sulla famiglia: vedremo come andrà a finire dopo un questionario di consultazione tornato in aticano carico più di dubbi che di certezze. Sarebbe bene che anche la società civile si interrogasse sulla struttura ormai priva delle caratteristiche tradizionali, anche se, da quando esiste la storia, non è mai stata la stessa secolo dopo secolo. ggi sembrano in crisi proprio l’istituzionalità e perfino la naturalità di ci che chiamiamo famiglia . nche perché in talia domina il familismo , che non ha a che vedere con la famiglia, ma con il sistema delle raccomandazioni, della falsa solidarietà, del sistema mafioso. E dei figli che restano a cuccia dalla mamma. omunque, fin qui siamo vissuti con l’idea che fosse normale, prima o poi, mettere su famiglia. on era altrettanto normale che il primo requisito fosse l’amore e ancor meno - soprattutto per le donne - la libertà. resunta l’unicità solidale della famiglia, indissolubile per i cattolici anche per i laici bigotti , ma indulgente purché non ci fosse scandalo. rmai le unioni sono felici e amorose sul piano relazionale finché restano tali, ma il diritto non si ferma più sulla soglia di una famiglia che poteva anche essere l’inferno dei maltrattamenti e dei femminicidi non indagati. Ma i genitori vegetano davanti alla tv e i ragazzi, se non escono, passano la sera ognuno davanti al proprio pc: in famiglia non ci si conosce, perché non ci si parla. emmeno le chiese possono ripristinare né il rito una festa poco simbolica , né la nuzialità tutti si sono già giustamente conosciuti in senso biblico , né il vincolo superiore ad accadimenti o fallimenti umani. l femminismo ha chiaramente perduto l’occasione di contribuire a rinnovare le analisi partendo dal senso di ruoli che intrigano ancora, proprio a partire dalla famiglia, donne e

uomini nella loro voglia di costruire mondi. orse anche le vergini guerriere non si sarebbero illuse sulla fine del patriarcato. orse avremmo intravisto il rischio di mutazioni biotecnologiche dei corpi e, con la conservazione del materiale riproduttivo, la riproduzione degli embrioni in vitro e l’ormai ultraventennale ricerca dell’utero artificiale, della


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IDEE di Catia Iori

AMORE NON È MAI SOPRAFFAZIONE

N gravidanza. nche la fecondazione assistita e la ricerca del dna non sono prive di ombre giuridicamente inquietanti. nche il riconoscimento delle coppie omosessuali comporta ri essione su nuove genitorialità. La libertà sessuale è, almeno potenzialmente, completa ma il corpo sta diventando merce, dalla pubblicità alle prestazioni adolescenziali prive di erotismo. Le convivenze sono transitorie o durevoli senza nuova etica delle responsabilità personale e sociale i matrimoni religiosi cedono al divorzio rotale, la natalità risponde a strana cultura del desiderio. Mancano gli approfondimenti culturali e l’educazione alla vita di coppia e della piccola comunità che si chiama ancora famiglia . oi donne che cosa ci facciamo l dentro li Stati continuano a fare della famiglia, cioè di noi, il più funzionale degli ammortizzatori sociali, mentre partiti, sindacati, enti e governi continuano a chiedere e ad erogare nuovi interventi per la famiglia senza chiedersi se la famiglia è contenta di riduzioni fiscali che non compensano neppure le spese scolastiche dei figli o se preferirebbe servizi e misure per incentivare il lavoro femminile, come richiesto dal censore europeo. La maternità condizionata dimostra che la libertà femminile vale zero. a rumore la notizia ricorrente che in ndia, in ina o in frica nascono meno bambini del previsto come se con l’accesso alla contraccezione, le donne vogliono fare meno bimbi e farli studiare. Se fossimo ovunque una risorsa politica - a prescindere dalla sopravvivenza della famiglia - il ben vivere sarebbe la priorità e anche una ministra della difesa si occuperebbe prima degli asili nido e dopo degli : il nostro riformismo non è l’adeguamento al modello unico. ❂

on esiste solo la violenza fisica di cui si parla sempre mai abbastanza. Esiste pure - ed è molto più subdola ma diffusissima - anche la violenza manipolatoria che nell’ambito di relazioni malate che spesso si trascinano impunite anche per molto tempo , si scambia per amore quello che amore non è: perché quello che lascia i segni sulla pelle, sulle ossa oltre che nell’anima, quello che crea continuamente grandissimo dolore certamente non lo è. L’amore non è mai sopraffazione. ell’ambito della triste e odiosa casistica di botte, occhi neri, braccia fuori uso, costole rotte, urla, alcool, droga, piatti rotti, un settore sfortunatamente non di nicchia è rappresentato da una manifestazione molto più subdola e diremmo anche viscida di violenza, che spesso non lascia segni esteriori sulla pelle della malcapitata o del malcapitato , a volte è invisibile o difficilmente ravvisabile da parte dei familiari o dei conoscenti dinanzi ai quali, per molto tempo, il nostro personaggio squallido si traveste da pecorella indifesa, anziché da lupo dotato di denti aguzzi , in un vero e proprio festival della falsità e della vigliaccheria. onosco giovani ragazze ma anche donne più mature sposate da tempo che fanno fatica a distinguere la vischiosità di una relazione che dopo un lasso di tempo di amoroso non ha sostanzialmente più nulla ma che alita continuamente tensione e prepotenza. ra le molestie morali rientrano il rifiuto dell’altro, la derisione, il disprezzo fino alla negazione della stessa esistenza, della donna che magari continua ad incassare e fare finta di niente per non rompere la relazione ma che giorno dopo giorno fa poi i conti con l’umiliazione di vedere denudati di ogni valore i suoi stessi sentimenti. Si tratta di una subdola forma di manipolazione psicologica una sorta di plagio che produce danni a livello psico-fisico, che possono essere ugualmente molto gravi, e in alcuni casi anche più profondi di quelli connessi alla violenza fisica. Di queste storie perlopiù si parla soltanto quando la violenza psicologica diventa come molto spesso succede quando la vittima faticosamente pone o tenta di porre termine alla relazione malata vero e proprio stal ing. uando tuttavia la donna non ne parla, il perverso circuito si trasforma in disistima di sé, depressione e rabbia repressa che nuoce pesantemente sia alla salute fisica che a quella mentale. Meglio stare sole allora piuttosto che doversi misurare con questi tipi di relazioni. i pu essere prevenzione in questo particolare settore ell’ambito dei rapporti interpersonali la parola d’ordine deve essere rispetto , che di per sé è antitetico rispetto all’individualismo e alla prepotenza. Ma il primo antidoto contro la violenza psicologica è l’amore quello sano per sé stessi, e di conseguenza il recupero dell’autostima. ome è stato efficacemente scritto in un bel libro non si maltratta, per , solo il prossimo. i manchiamo di rispetto e ci facciamo del male quotidianamente in molteplici modi. no di questi consiste, appunto, nel non farci rispettare .


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CHIESA, PAROLE CHIARE

CONTRO LE MAFIE di Stefania Friggeri

Papa Francesco ha chiamato accanto a sé don Ciotti, il quale ha incitato gli uomini di Chiesa a non collaborare più con le mafie

La lettera a Denise Cosco (“Noi Donne” gennaio c.a.) testimonia una profonda e commossa ammirazione per Lea Garofalo, donna “molto più che coraggiosa” perché ha avuto la forza di compiere una scelta che “richiede eroismo una scelta definitiva che non consente ripensamenti e che implica rotture traumatiche anche dei rapporti familiari”. E infatti la ferma volontà di sottrarre la figlia alla maledizione del mondo criminale ha condannato Lea a vivere nel terrore, consapevole che il codice mafioso esige la vendetta. Vedi il caso paradossale di Serafina Battaglia che decide infine di farsi collaboratrice di giustizia dopo aver tentato inutil-

mente di vendicare il figlio, ucciso dopo che lei stessa lo aveva indotto, da uomo d’onore, a vendicare il padre. Se diversi sono i motivi che spingono le donne a collaborare con la giustizia, la maggior parte di loro trova la forza di ribellarsi dopo un trauma, un terremoto emozionale che le sconvolge nel profondo e le rende incapaci di continuare a vivere asservite ad un potere totalizzante, al di sopra anche dell’amore viscerale per i figli o per una persona molto cara. Famoso il caso di Rita Atria, suicida a 18 anni: era obbligata a vivere nascosta, nella solitudine affettiva, maledetta dalla stessa madre la quale, nella tipologia delle donne di mafia, rappresenta lo stereotipo della “fedele compagna” che, avendo interiorizzato la cultura mafiosa, dipinge come esemplare il proprio quadro familiare dove i figli vengono educati cristianamente da una madre “tutta casa e chiesa”. Come Antonietta Brusca che, senza scrupolo alcuno, insieme al marito accoppia le pratiche religiose con l’illegalità e la violenza. Perché l’osservanza dei riti fa di un mafioso un bravo cristiano, un semplice peccatore cui la Chiesa non nega il suo perdono. Il ruolo storico della Chiesa nella gestione del potere, e dunque la sua connivenza con l’ambiente mafioso, è stato indagato da vari studiosi, fra cui Umberto Santino in “Storia del movimento antima-

fia”: si parte dai Fasci siciliani, il movimento che, con l’appoggio di socialisti e comunisti, ha tentato alla fine del secolo di togliere dalla miseria le plebi contadine. Ma i fasci sono stroncati e il vescovo di Noto propone “caritatevolmente” di rinchiudere in manicomio “i mestatori anarchici e socialisti”. Negli anni seguenti tuttavia vengono promosse molte iniziative di carattere assistenziale (esempio le Casse Rurali di don Sturzo) anche se rimane forte la potenza di vere famiglie “sacerdotali”, come quella di Calogero Vizzini: due vescovi, un arciprete e due preti. Nel primo dopoguerra gli ambienti reazionari e la mafia soffocano ogni tentativo di rinascita del Sud con la strage di Portella della Ginestra, un crimine esecrando definito da Ruffini, cardinale di Palermo, un atto di resistenza “di fronte alla prepotenza, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie anti italiane e anticristiane dei comunisti”. Nel progressivo sgretolamento delle forze progressiste, comprese quelle cattoliche come la voce di don Primo Mazzolari, nel secondo dopoguerra prosegue la collaborazione fra i centri di potere; qualcosa si muove solo negli anni ’80 e ’90 quando l’opinione pubblica viene sconvolta dal sangue delle guerre di mafia e da quello sparso dai servitori dello Stato”. Anche la Chiesa ha i suoi martiri (don Puglisi e don Diana) ma “le omelie del cardinal Pappalardo e del


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Papa si sono fermate quando era chiaro che bisognava affrontare il nodo del potere democristiano e il ruolo della Chiesa al suo interno. Le reazioni all’omicidio di don Puglisi sono state sottotono, la Curia e la parrocchia non si sono costituite parte civile… alla Chiesa interessa la conversione dei peccatori e quindi la giustizia terrena non ha molta importanza, una valutazione che rischia di somigliare al non riconoscimento del monopolio statale della forza e della giustizia, teorizzato e praticato dai mafiosi . Storicamente insomma la Chiesa ha individuato l’Anticristo nel proletariato ribelle, non nel mafioso devoto che viene iniziato a Cosa Nostra con dei riti pseudo religiosi e adora le processioni. apa rancesco è insorto contro l’idolatria dei mafiosi ed ha chiamato accanto a sé don Ciotti il quale ha incitato gli uomini di Chiesa a non collaborare più con la mafia, anche con il silenzio e la smemoratezza. Dunque quel “convertitevi” lanciato da Papa Francesco, e prima di lui da Woityla, non va riferito solo ai mafiosi ma anche a quella parte del clero che ha ignorato colpevolmente la contraddizione fra compiere un crimine e invocare i santi. Perché la Chiesa non vive nella “Civitas Dei” ma nella città terrena dove l’uomo, il cittadino, compreso il prete, non può mettersi fuori dallo Stato, come nel caso dei preti pedofili. Ma qui, secondo Isaia Sales, sta appunto la consonanza intima fra la Chiesa e la mafia, due mondi i cui membri devono seguire le regole vigenti all’interno, quasi non fossero cittadini, ma solo fedeli o associati al clan mafioso. E infatti la stessa Filippa Inzerillo, autrice di un appello rivolto alle donne di mafia affinché si ribellino, così risponde a chi le chiede se ha perdonato anche Totò Riina: solo un figlio di Dio che ha sbagliato… dovrebbe pentirsi non dico davanti ai magistrati ma davanti al Signore.” ❂

di Camilla Ghedini

C

erto innamorarsi di un cretino non è il massimo. Eppure succede, a qualsiasi età. E hai voglia tutti i discorsoni fatti con le amiche sul fatto che se lui non ti vuole allora ‘non ti merita’, ‘non sa quel che si perderà’, ‘ti rimpiangerà’, ‘si ricorderà di te quando è troppo tardi’. Frasi stucchevoli che ti farebbero venire voglia di incartare il cioccolatino in cui le hai trovate, se non fosse che a pronunciarle, per farti stare meglio, sono le persone che ti conoscono da sempre, o comunque in profondità, e vorrebbero saperti felice e contenta. Anche perché, diciamolo, ‘se va bene a lei’, pensano, ‘prima o poi andrà bene anche a me’! Io per fortuna ho amiche piuttosto concrete. Caterina, ad esempio, che sono certa mi vuole molto bene, in riferimento a un tipo tempo fa mi ha scritto che ‘è vero che al peggio non c’è limite, ma peggio di lui non credo ci sia nessuno’. Il senso era ‘#stai serena, passerà’. Una franchezza che in quel momento mi ha permesso di evitare derive sentimentali e mi ha riportato immediatamente in carreggiata. Brunella e Gisella amano invece interpretare parole e segni, consultandosi tra di loro. Essendo molto protettive nei miei confronti, non arrivano mai a dirmi che il mio desiderato, di me, se ne frega altamente. Immaginano anzi scenari di vita difficilissimi, in cui lui, traumatizzato per comportamenti di sue ex - talvolta tirano in ballo addirittura le madri - , non è che non voglia stare con me, ma è proprio incapace di avere relazioni! Poi c’è Claudia, che il più delle volte giustifica il mio ‘lui’ perché le sta simpatico e in fin dei conti non siamo fatti per stare assieme! E poi tante altre, ciascuna con proprie particolarità. Insomma, l’amicizia femminile ha davvero una grande intensità. Comunque la giri, c’è partecipazione, condivisione. Le amiche tifano per te, si sostituirebbero a te, hanno paura per te. Quando stai male,

MEGLIO L’AMORE O L’AMICIZIA? anche fisicamente, arrivano con la lista degli specialisti in ordine alfabetico. E se non basta, ti cercano il numero di uno stregone, di un santone, di un mago. E se non è ancora sufficiente, pagano qualcuno che preghi per te! Ho preso ad esempio l’amore perché è un tema universale, bipartisan direbbero in politica, che rende tutti più fragili e più stupidi. Perché di un cretino, appunto, ci si può invaghire senza motivo L’amicizia invece rende più forti e assennati perché si coltiva sulla complicità. Un tempo sostenevo che mi trovavo meglio coi maschi, che li sentivo più affini perché pragmatici. Ora riconosco in loro la capacità di volersi bene, di raccontarsi incredibili bugie - soprattutto storie di corna - fingendo di credersi l’un l’altro, abbondando magari in particolari che poi dimenticheranno, sospesi come sono tra il ‘sogno’ e la ‘realtà’. Ma nell’intimità con difficoltà entrano, forse per quell’atavico pudore per cui un uomo non deve soffrire, non deve aspirare alla felicità. Chissà se Santippe aveva amiche. Non credo che nel IV secolo ci fosse tanta libertà. Chissà come sarebbe stata la sua vita se avesse potuto sfogarsi con qualcuno su Socrate. Magari avrebbe ammesso di essersi pentita di averlo sposato. O magari avrebbe ammesso che nonostante lui fosse così ‘preso’ dalla dialettica e dalla maieutica, lei vedeva la sua vita solo con lui. Chissà. Quanti interrogativi nella nostra esistenza rimangono senza soluzione. Però quanto è bello avere amiche che ti offrono risposte un po’ crude per non farti soffrire, che edulcorano il tuo dolore cercando ragioni inesistenti o che ti danno responsabilità perché conoscono te, e non lui. Alla fine è vero che l’amour c’est toujours l’amour, ma l’amitié c‘est magnifique!

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Luisella Battaglia Istituto Italiano di Bioetica www.istitutobioetica.org

LE NUOVE FRONTIERE

DELLA MATERNITÀ

E DEL BIODIRITTO I GEMELLI CHE NASCERANNO DOPO previsto dalla legge itagrado. Esistono, come LO SCAMBIO DI EMBRIONI liana - o colei che ha è noto, madri per ALL’OSPEDALE PERTINI DI una parentela gecontratto che si imROMA AVRANNO IN TEORIA netica coll’embriopegnano a consene? Il nostro codice gnare il bimbo al terQUATTRO GENITORI, civile stabilisce infatti mine della gravidanza DUE BIOLOGICI che la fi liazione si prova alla coppia committente: E DUE SOCIALI

è il caso del cosiddetto ‘utero in affitto’ che prevede un compenso in danaro e che considera la gestazione come una sorta di lavoro retribuito. Ma vi è anche o scambio di embrioni avvenuto chi diventa madre portatrice per un atto nel Centro di fecondazione assidi amore, specie nell’ambito familiare, il stita dell’Ospedale Pertini di Roma che colloca il gesto sul piano oblativo. ha creato una situazione senza preceTuttavia, nel caso in questione, la donna denti sia dal punto di vista umano che è una madre portatrice ‘involontaria’, in giuridico. Una situazione - occorre tuttaquanto ha subito una maternità surrovia aggiungere - imputabile non all’imgata e si trova coinvolta suo malgrado piego di una tecnica ormai ampiamenin una storia familiare che non le apparte collaudata ma ad un terribile errore tiene. Ciò apre scenari totalmente inediti umano, per certi aspetti vicino - come sul fronte del diritto: i gemelli che nascetaluni hanno suggerito - allo scambio di ranno avranno in teoria quattro neonati in culla. Le differenze genitori, due biologici e due sono tuttavia evidenti e tali sociali. ome configurare da sottolineare la novità CHI È LA ‘VERA’ sconvolgente dell’evenMADRE? QUELLA CHE questi rapporti sul piano legale e soprattutto, to: l’impianto in utero PARTORISCE - COME È umano? E ancora, di embrioni di un’alPREVISTO DALLA LEGGE chi è la ‘vera’ matra coppia rende la ITALIANA - O COLEI CHE HA dre? Quella che donna una ‘madre UNA PARENTELA partorisce - come è portatrice’, suo mal-

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GENETICA COLL’EMBRIONE?

con l’atto di nascita in cui è annotato il nome della donna che ha partorito: per il legislatore del 1942 - ma anche per i legislatori successivi che non hanno ritenuto di dover intervenire su questo punto - non vi sono dubbi: madre è colei che ha partorito perché è anche colei che ha concepito il figlio. Sennonché, con le nuove tecnologie riproduttive, la dissociazione della sessualità dalla procreazione ha creato nuovi situazioni, rendendo possibile la non coincidenza tra chi ha partorito e chi ha generato il figlio come, appunto, nel caso della maternità surrogata, peraltro non ammessa nel nostro ordinamento). La vicenda drammatica del Pertini polverizza dunque decenni di certezze giuridiche chiamando il pigro legislatore a regolare il rapporto straordinariamente complesso tra la coppia che farà nascere i gemelli e quella che, avendo fornito il materiale genetico, si sente compren-


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Il filo verde coraggiosa elaborazione del ‘lutto’ che sibilmente legittimata nel chiedere la rele accomuna. stituzione dei figli che nasceranno. osa In tale ottica non si può non rilevare che prevarrà - ci si è chiesti - la legge del la donna che ha scoperto di aver ricecordone ombelicale o la legge del DNA? vuto l’impianto di embrioni non suoi ha Come decidere delle buone ragioni di subito un danno incalcolabile sul piano entrambe le coppie? Ma, soprattutto, biologico e affettivo ma, assumendosi qual è l’interesse primario da tutelare? l’impegno di portare a termine la graviCerto quello dei neonati. Ma chi potrà danza, sta dando prova di una con certezza stabilirlo? Si tratta di interrogativi che ci LA DISSOCIAZIONE generosità non comune. Si ‘prende cura’ di embrioni danno il senso della comDELLA SESSUALITÀ altrui, li custodisce in sé, plessità delle sfide che DALLA PROCREAZIONE li porterà alla nascita, siamo chiamati ad afGRAZIE ALLE NUOVE da vera madre. “Quefrontare, nella consaTECNOLOGIE RIPRODUTTIVE sti bimbi - ha dichiapevolezza che ogni HA RESO POSSIBILE LA NON rato - vivono dentro di progresso scientifico COINCIDENZA TRA CHI HA me, li ho sentiti battere rende più difficile il diritto PARTORITO E CHI HA sul mio cuore, crescono e e la morale. In casi come GENERATO IL FIGLIO sono sani. Come posso deciquesto avvertiamo l’insuffidere del destino di due creatucienza delle regole generali e re così attese?” Da qui la sua decisione la necessità di un attento discernimendi continuare la gravidanza: ”I nostri vato che consideri le condizioni concrete lori sono questi”. È impensabile, pertanin cui un evento si svolge. Certamente to, che non possa essere considerata un nuovo diritto, il biodiritto, dovrà dare anch’essa ‘madre’ nella prospettiva - aurisposte alle situazioni non previste dai spicabile - di una famiglia allargata che vecchi codici, prendendo in seria consappia trovare le ragioni della solidarietà siderazione le nuove realtà create dalle e della condivisione degli affetti. Certo, biotecnologie e configurando doveri, perché ciò possa avvenire, occorrerà diritti e responsabilità per il mondo che l’intervento mirato e puntuale del legislaci attende. Sul piano propriamente etitore, chiamato a regolare in modo speco e bioetico credo tuttavia che questo cifico tutti gli aspetti problematici della caso, per la sua stessa drammaticità, ci vicenda, ma anche quello di un’équipe chieda di uscire dalla logica stringente che segua le coppie per sostenerle e dei diritti in competizione per accedere assisterle, se lo riterranno opportuno, sul alla dimensione della cura, di quell’etica piano psicologico e sociale. Vedremo se della responsabilità che il pensiero delle vincerà, al di là del diritto, sul piano etico donne ha valorizzato e rivendicato come e affettivo, il principio della responsabilipropria del mondo femminile e legata tà e della cura. all’esperienza della maternità. L’etica del prendersi cura ci ricorda che siamo soggetti in relazione, non atomi isolati gli uni dagli altri, e che la vita stessa è un tessuto di relazioni a cui tutti apparteniamo. Le due coppie, che hanno intrapreso la stessa trafila biomedica per realizzare il loro desiderio di genitorialità, si trovano loro malgrado protagoniste di una storia dal futuro incerto che potrà generare o un con itto doloroso, quale ne sia la soluzione sul piano giuridico, o una condivisione responsabile fondata su una

di Barbara Bruni

ANCHE L’EUROPA FRENA SULLE SHOPPER IN PLASTICA

L’Europa si allinea all’Italia e riduce drasticamente l’uso di shopper in plastica. Entro il 2019 in tutta Europa si dovrà tagliare dell’80% l’uso dei sacchetti non biodegradabili. Il divieto - scattato da noi nel 2010 - prende spunto da una ricerca secondo la quale in Europa quasi il 90% dei sacchetti utilizzati in un anno - circa 8 miliardi di pezzi! - finiscono nei rifiuti generici e non vengono riciclati. Se in media ogni cittadino europeo utilizza annualmente 198 shopper, esiste però una grande differenza su base nazionale: dai 4 sacchetti a testa in Danimarca e Finlandia, si passa ai 466 di Polonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchi e Paesi Baltici.

ECOMAFIA

Tonnellate di rifiuti speciali, prodotti nelle province di Salerno e Caserta e sotterrati in una mega discarica ad Ordona, nel foggiano, sono stati portati alla luce dai carabinieri. Le ruspe - impegnate a scavare in un’area agricola - confermano un’inchiesta che ha già portato all’arresto di 14 persone coinvolte nel traffico illegale di rifiuti tra la Campania e la Puglia. Si stima che a Ordona siano state interrate oltre 500mila tonnellate di rifiuti, anche ospedalieri. Se gli scavi confermeranno i dati, significa che circa 20mila camion avrebbero transitato tra Campania e Puglia per depositare rifiuti. Secondo Legambiente “solo l’inerzia diffusa delle istituzioni, la disattenzione di chi doveva controllare, e una fitta rete di collusioni e omertà possono aver consentito l’invisibilità di una colonna di 20mila tir”. Sembra sempre più urgente approvare il disegno di legge sui reati ambientali, per colpire in maniera efficace chi specula contro l’ambiente e la salute dei cittadini.

IL CAMOSCIO APPENNINICO

Dal 17 al 22 giugno, nel Parco della Majella, studiosi di tutto il mondo si riuniranno per fare il punto sullo stato di conservazione del camoscio appenninico. Definito dagli zoologi come “il camoscio più bello del mondo”, il camoscio appenninico rappresenta un caso di successo internazionale per le politiche di tutela e di conservazione di una specie a rischio. Considerato praticamente estinto agli inizi del ‘900, oggi è tornato a popolare i parchi dell’Appennino centrale. Questo camoscio - il cui nome scientifico è Rupicapra pyrenaica ornata - si trova esclusivamente nel nostro Paese e vive all’interno di aree protette del centro Italia.

USA: AUTOSTRADE DEL FUTURO

Sostituire il manto d’asfalto delle autostrade con pannelli a energia solare: oggi si può. Il progetto Solar Roadways - ha già ricevuto un finanziamento del Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti e si pone come obiettivo la realizzazione di strade che offrano la possibilità di viaggiare sicuri e in modo sostenibile.


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CHIOGGIA L’ORIENTAMENTO DELLA RICONOSCENZA

È domenica, la seconda domenica del mese di maggio. Un gruppo di signore si muove rapido in

Ultimi ritocchi al mandala

Piazza Vigo (Chioggia, Venezia), lo spazio più bello della città, sullo sfondo del magnifico ponte in pietra d’Istria che biancheggia nell’aria non perfettamente tersa del primo mattino. Siamo noi, le donne dell’associazione Insieme ArTe - Amare Chioggia e il suo territorio, intente alla preparazione dell’annuale Festa della Riconoscenza, evento pubblico che prevede l’allestimento di un grande mandala, realizzato su temi che coinvolgono l’interesse, l’inventiva artistica e la scommessa politica per nuovi e più felici modi di abitare. Il mandala, simbolo sacro di unione cosmica, rappresenta l’universo e le sue origini, dunque la vita, cui la festa vuole rendere omaggio: omaggio alla madre che la dona e, insieme al padre, la nutre di affetto, di parole,

di senso; a chi la sostiene coi suoi comportamenti quotidiani; alla natura che ci offre nutrimento e bellezza; alla città che ci ospita, luogo in cui la trama delle buone relazioni permette una buona convivenza. Volendo dare un contributo positivo alla vita comune, la nostra associazione - costituita da donne che a partire da sé e dalla propria creatività mettono in gioco libere relazioni e si impegnano come cittadine pensanti nella vita del nostro contesto urbano - da otto anni propone la Festa della Riconoscenza. Siamo infatti convinte che l’espressione della nostra gratitudine accresca il desiderio di avere cura e preservare l’integrità di quei beni che costituiscono l’autentica ricchezza dell’esistenza e di cui tutte/i godiamo gratuitamente: l’amore, le relazioni, l’armonia dello spazio fisico e umano che ci accoglie. In questa società, in cui il mercato, il danaro, il possesso, dominano incontrastati mettendo a rischio gli equilibri del pianeta, la riconoscenza, considerando con amore le cose attorno a noi, assume forza politica e costituisce un orientamento simbolico, capace di porre le basi di un nuovo patto tra umanità e mondo e farci sentire abitanti del cosmo, ospiti di un corpo celeste ricolmo di meraviglie, quale il nostro pianeta è. Durante i mesi che precedono l’appuntamento in piazza, nel laboratorio di preparazione dell’allestimento ognuna è partecipe di ideazioni: dalla messa a punto del tema, all’ordine che le forme decise avranno entro il cerchio; dalla proposta dei materiali e dei colori da usare, alle modalità tecniche da adottare per il concre-

Chioggia. Festa della Riconoscenza 2014: La danza delle relazioni

L’opera rappresenta i fili colorati delle relazioni tra donne che scorrono sulla trama della libertà femminile, contributo delle Vicine di Casa di Mestre all’istallazione

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to compimento di ogni parte. All’esecuzione dell’opera partecipano donne con esperienze d’arte molto diverse e queste differenze sprigionano risultati impensati e originali è molto gratificante lavorare assieme, autorizzandosi a dire e fare per la città secondo le proprie visioni. Procediamo avendo come misura la realizzazione di qualcosa di bello e, seguendo questo criterio, di volta in volta, i diversi punti di vista sulla strada da seguire alla fine concordano. Tanti sono stati i temi affrontati nelle varie edizioni della Festa attraverso la rappresentazione visiva del mandala. Ne ricordiamo alcuni: il nutrimento offerto dal territorio e dalla cura di chi ogni giorno prepara il cibo (2010: L’amore apparecchia la tavola); il mare e i suoi misteri consegnati nelle strane forme dei legnami restituiti dalle onde (2012: I tesori del mare); la tradizione locale del merletto (2013: Abitare e creare); le relazioni come perno del buon vivere (2014: La danza delle relazioni).

li argomenti trattati e raffigurati nel grande circolo (circa 10 metri di diametro), anche se scelti col desiderio di mantenere un radicamento nella identità del territorio, intendono significare un rapporto con l’ambiente valido in ogni luogo. La realizzazione dell’evento, oltre al Gruppo Festa, coinvolge amiche, amici, associazioni - in particolare, vogliamo ricordare Le Vicine di Casa di Mestre, con cui abbiamo da tempo una continuativa collaborazione - e sta diventando motivo di visita alla città per chi è lontano o di ritorno per chi è legato a noi. ❂ Insieme ArTe – Amare Chioggia e il suo Territorio

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AFFASCINANTE

ITALICA DUPLICITÀ di Tiziana Bartolini

SPAGHETTI, MANDOLINO, MAFIA: SIAMO ANCORA VISTI COSÌ, UN PAESE SENZA REGOLE. MA ESERCITIAMO SEMPRE UNA PARTICOLARE ATTRATTIVA. UNA CONVERSAZIONE CON LA SCRITTRICE MELANIA MAZZUCCO

“L

o scrittore è un grande veicolo della cultura del suo paese perché con i suoi romanzi lo descrive, attraverso le storie che racconta ne narra aspetti particolari, del passato o del presente”. Melania Mazzucco gira il mondo presentando i suoi libri, tradotti in 24 lingue, e il suo è un punto di vista che ha un respiro internazionale. “Con sorpresa e rammarico mi sono resa conto della differenza: in Italia non ci sentiamo minimamente considerati. Infatti non siamo punto di riferimento per commentare fatti politici o di costume. Sono invece interpellati gli opinion maker , che però ragionano sul presente. Devono commentare ciò che accade, mentre accade. Gli scrittori hanno la fortuna di poter lavorare nel tempo, di lasciar sedimentare. Talvolta riescono anche a prevenire tendenze proprio perché possono osservare con un certo distacco”. È accaduto così per il suo ultimo romanzo, ‘Sei come sei’ (ed Einaudi) sul tema - oggi cruciale - dell’omosessualità e delle nuove dimensioni della famiglia. Tornando alla ‘cultura’, parola abusata ma su cui poco si ri ette, abbiamo voluto interpellare lo sguardo e la sensibilità di un’intellettuale portatrice di un’esperienza umana e professionale ‘globale’, chiedendole una definizione sintetica. “La cultura è la relazione che c’è fra me, quello che sono, il luogo in cui sono nata o in cui scelgo di vivere, la sua storia e memoria, che è memoria personale e familiare, artistica. È ciò che mangio e la luce con cui mi rapporto. Tutto questo insieme è parte, costituisce, la cultura di un Paese”. Inevitabile chiederle come è percepita la cultura italiana all’estero e se siamo ancora inchiodati alla famosa copertina raffigurante il piatto di spaghetti e la pistola fumante, simboli della mafia e della buona cucina. Spaghetti, mandolino, mafia s , s sempre. uando dici Italia dici anche questo e il ventennio berlusconiano ci ha regalato anche altro. Ma l‘Italia è un paese strano, che provoca una doppia percezione. Da una parte c’è

lo stereotipo negativo di un Paese pensato sostanzialmente senza regole e senza legge, ma che continua ad esercitare un’attrattiva irresistibile perché accanto offre un sentimento della bellezza. Siamo un’anomalia proprio per questa duplicità, che continua ad affascinare. È un’aura particolare, unica, di cui abbiamo perduto la consapevolezza. Forse dovremmo accettare questa duplicità, che ci rende così speciali. Forse la nostra cultura è questa”. Arriviamo al nodo della crisi attuale, o meglio delle crisi, che stiamo vivendo da anni. Il tunnel di cui non si vede la fine e che non è solo il L e il debito pubblico a rendere così buio. Come è successo che abbiamo perduto la fiducia in noi stessi ’è stato un collasso totale dell’idea di comunità. L’Italia non è più una sola e abbiamo perduto il sentimento di essere un Paese e di appartenere ad una cultura, appunto. Un individualismo deteriore ha provocato uno sbriciolamento complessivo.


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Se non c’è più l’Italia, se quello che sei non ti appartiene, come puoi comunicare o trasmettere il bello che hai o che sei . Eppure ci sono tanti esempi positivi: dal Made in Italy alle buone pratiche locali. “Ognuno pensa al ‘suo’ pezzetto, magari con successo. L’azienda esporta il proprio prodotto, il comune riesce ad attirare un buon usso turistico, ma non si fa sistema. l collasso vero c’è stato quando è arrivato il benessere, che non poggiava su una struttura capace di tenere, in assenza di un’idea dello Stato. È mancata la cultura, appunto. Ovunque nel mondo riscontro un forte attaccamento all’idea del proprio paese, e orgoglio di appartenenza. uesto è un sentimento che non conosciamo. Tra i responsabili vi è certamente lo Stato, nelle modalità in cui si è manifestato agli italiani e poi la politica, percepita come una sorta di associazione gangsteristica...!” Un’analisi certo cruda, e difficilmente contrastabile, che sollecita una ri essione sulle possibili vie d’uscita e sugli scenari futuribili. “Forse dobbiamo ripartire dal piccolo, visto che l’unico sentimento di appartenenza rimasto è quello del campanile. Un campanilismo che potrebbe essere reinterpretato positivamente”. Da queste considerazioni non può essere esclusa la scuola, luogo che hai modo di frequentare spesso. “La cultura in Italia è associata al titolo di studio, all’università. Poiché ha accesso allo studio prevalentemente la classe agiata, si pensa che la cultura sia appannaggio di chi ha il privilegio di studiare. Così non è all’estero, dove tutti leggono tutto. Non a caso noi leggiamo pochissimo e ormai le statistiche ci dicono che in Italia quelli che non leggono sono la maggioranza della popolazione. Internet sarebbe una straordinaria risorsa, ma vi accede solo chi sa cosa cercare, autentico paradosso ora che c’è tutto a disposizione. La scuola va un po’ come tutta l’ talia: è affidata alla buona volontà delle persone. Alcuni insegnanti sono di livello o spesso di straordinaria qualità, trasmettono conoscenza e buona cultura per loro volontà e non perché siano premiati. uindi per i ragazzi l’incontro con insegnanti motivati e che li motivano è una questione di fortuna. Altrimenti i

giovani si spengono e devo dire che mi colpisce molto lo scoraggiamento, la forte demotivazione che il clima generale trasferisce su di loro. Non puoi vivere da adolescente come un vecchio che pensa che non troverà lavoro, che sarà povero. È passato il messaggio negativo che con le proprie passioni non si vive”. Che gioventù vedi all’estero n tanti paesi c’è una vitalità incredibile, mentre da noi il clima è mortifero. Penso alla Turchia o al Sudamerica, agli stessi africani. Il lavoro grande che va fatto è ridare coraggio ai giovani, perché è il coraggio che ti fa cambiare le cose”. Sempre rimanendo all’estero, come sai molti Istituti di cultura italiana stanno chiudendo o sono in gravi difficoltà e ho girati tanti e direi che svolgono assai bene la funzione dell’insegnamento della lingua italiana.. Poi, certo, potrebbero diventare qualcosa di più, comunicare ciò che l’Italia è adesso, è stata o sarà. Insomma dovrebbero far conoscere la nostra cultura. uesto dipende dalle persone che li guidano, dal loro entusiasmo. Negli ultimi anni ho incontrato persone giovani che probabilmente a seguito di concorso sono arrivati a dirigere istituti, sono motivati e, fatto importantissimo, parlano benissimo le lingue. È vero, i tagli non aiutano, ci vorrebbero anzi più risorse meglio distribuite”. L’ultimo affondo lo concentriamo sull’universo femminile in relazione alla cultura. La situazione è diversificata. Nelle scuole vedo ragazze forti e preparatissime. Le differenze si stanno scavando con le giovani che non possono studiare e che regrediscono ai livelli delle nostre madri, agli anni cinquanta. Lì vedo il riformarsi della società patriarcale e il discrimine è veramente l’istruzione. La mia generazione ha avuto gli stessi diritti nell’accesso, che è stato davvero paritario. Poi ciascuna si è scontrata con i vecchi retaggi culturali e abbiamo dovuto lottare, ma lo abbiamo fatto in solitudine e pensando che fosse un problema individuale. In generale sulle donne c’è il problema che consumano cultura, ma che non sono tante quelle che la producono: le registe, le editrici, le autrici. Insomma, c’è parecchio da conquistare, ancora”. Una battaglia da combattere oggi, assolutamente, in relazione alla cultura del nostro aese Le disuguaglianze sociali sono troppe e troppo forti e quindi l’obiettivo primario deve essere la giustizia sociale. Se lo Stato si mangia i soldi che invece dovrebbero essere investiti sui giovani e sulle opportunità, la comunità non tiene”. E se non c’è senso di appartenenza non c’è comunità né cultura. E questo Melania Mazzucco ce lo aveva già detto all’inizio della nostra conversazione. Foto: Melania Mazzucco a L’Avana (Cuba), ritratta accanto alla statua di Ernest Hemingway. Foto di Tiziana Bartolini

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IL DELITTO DI UN PATRIMONIO DISPREZZATO di Tiziana Bartolini

PER CONTRASTARE IL “SUICIDIO CULTURALE” DI UNA RICCHEZZA SPERPERATA HANNO IDEATO LUNID E L’OSSERVATORIO TESTIMONIANZE DI SUCCESSI. CI SPIEGA DI CHE SI TRATTA UNA DELLE FONDATRICI, L’ANTROPOLOGA GIOIA DI CRISTOFARO LONGO

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ultura è il modo di pensare, agire, sentire delle persone all’interno dei propri gruppi di appartenenza. La cultura ci dice ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è bello o brutto, buono o cattivo. Anche i sentimenti, che siamo abituati a censurare, sono costitutivi di ogni esperienza umana e non c’è esperienza umana che non sia accompagnata da un sentimento. Ogni gruppo ha la sua cultura di riferimento, che è condivisa e che inevitabilmente è presente anche nei processi di contestazione. uesto significa che la cultura diventa anche elemento di identità, caratterizza storicamente un gruppo culturale e definisce un’appartenenza . Gioia Di Cristofaro Longo, antropologa, non poteva essere più chiara nella definizione, e altrettanto lo è nell’individuare un equivoco legato al termine, quello secondo cui si identifica cultura solo con il concetto di erudizione o somma di conoscenze, che invece ne è una parte”. Una precisazione assai utile e che introduce il passaggio successivo, riguardante il ‘patrimonio culturale’ di un gruppo, di un Paese. “La storia culturale di un determinato gruppo umano - italiano nel nostro caso - è composta di un patrimonio frutto del percorso compiuto da quella comunità. Noi siamo ricchissimi da questo punto di vista, ma viviamo un paradosso: abbiamo un patrimonio culturale enorme ma abbiamo una incredibile capacità - quasi un’arte, direi - di disperderlo e non utilizzarlo. uesto comporta una perdita di valore anche dal punto di vista identitario e ha come conseguenza la

continua erosione del nostro orgoglio di appartenenza. Il nostro è un autentico SUICIDIO CULTURALE. È un delitto, ed è davvero incomprensibile. Dobbiamo ri ettere su questo quando pensiamo alla attuale grande crisi valoriale”. Per cercare la soluzione di un problema è indispensabile individuare le responsabilità, e Longo sa dove trovarle. “Il grande imputato, il nemico anzi, sono i mass media e soprattutto la televisione nelle modalità di programmazione prevalentemente offerte. Dobbiamo pensare che per la prima volta nella storia dell’umanità la comunicazione di ciò

LIBERA UNIVERSITÀ DEI DIRITTI UMANI - LUNID LUNID nasce nell’intento di contribuire al superamento dell’insostenibile discrasia nel campo dei diritti umani tra il piano teorico e quello operativo, tra parole e fatti. L’obiettivo è quello di costituire occasione, opportunità e strumento della fondazione di una cultura dei diritti umani, intesa come condivisione di valori, aspirazioni e comune orientamento volto a promuovere realtà ispirate al rispetto di tutte e tutti, condizioni di giustizia e libertà in una prospettiva di solidarietà, di operare per una universalizzazione dei diritti umani, promuovendo l’indispensabile processo di inculturazione di tali diritti intesi come principi universali, oggi riconosciuti ed approvati a livello teorico dalla comunità mondiale.


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OSSERVATORIO DI TESTIMONIANZE DI SUCCESSI

che è bene e ciò che è male avviene anche attraverso i mass media, che esercitano un’in uenza enorme nei sentimenti, nei desideri, nelle percezioni. Dobbiamo prendere atto che c’è uno squilibrio nella rappresentazione della realtà, uno squilibrio a favore degli eventi negativi. Il positivo, che pure esiste nel quotidiano, è assente dalla narrazione. È giustissimo rappresentare i problemi, ma abbiamo il diritto di conoscere anche il resto, non può mancare l’altra faccia della medaglia. E il buonismo non c’entra nulla, quello che rilevo è che siamo defraudati del diritto/dovere di usufruire di una informazione completa”. Siamo scivolati in questa situazione piano piano, ma inesorabilmente... uando e come è iniziato tutto Senza dubbio gli ultimi decenni sono stati devastanti per varie ragioni, ma prima di tutto è stato il cambiamento (in negativo) della scuola. I tagli alle risorse sono stati micidiali, ripetuti, e hanno sottratto risorse preziose alla formazione, all’istruzione, alla ricerca. Non possiamo non pensare che non abbiano inciso in maniera profonda, anche se si incontrano esperienze eccellenti che per non riescono a modificare la situazione ormai compromessa. Siccome la cultura si forma nella scuola, oggi paghiamo le conseguenze e, non a caso, abbiamo meno del 20% dei laureati mentre in Spagna sono il doppio. Spero che si possa presto invertire la rotta, ripensare l’istruzione e le istituzioni formative. Ma dobbiamo sapere che pagheremo comunque uno scotto pesante ancora per molto tempo perché i processi sono lunghi”. La professoressa Gioia Di Cristofaro Longo ha preso un’iniziativa - che arriva dopo molte altre già ideate e realizzate negli anni, come il Tribunale 8 marzo, ad esempio - che punta dritto al cuore del problema: la Libera Università dei Diritti Umani (LUNID) e l’Osservatorio Testimonianze di Successi. uest’ultimo è stato presentato ufficialmente lo scorso mese di maggio a Roma. uesta nuova scommessa consiste nel raccogliere e dare visibilità ai soggetti e alle realtà in cui sono applicati i Diritti Umani. Il successo che la nostra iniziativa sta riscuotendo, anche con contatti che arrivano da Continenti e Paesi lontani (Cina, Australia, USA), ribadisce che l’affermazione dei Diritti Umani è un’aspirazione universale e che tutti tenevano dentro. Con l’Osservatorio diamo la possibilità di valorizzare ciò che si fa con l’obiettivo di mettere a regime le buone pratiche e provocare contaminazioni e propagazione”. Giusto ciò che serve per superare quel peso del vivere che ci opprime e che, abbiamo capito, deriva dalla mancanza di ossigeno di cui il positivo è generatore primario.

Con l’istituzione di un Osservatorio di Testimonianze di Successi LUNID - Libera Università dei Diritti Umani si propone di costituire un’occasione ed un’opportunità di portare a visibilità e rappresentazione esperienze a livello micro e macro che possano essere percepite e lette come successi nell’accezione di esito positivo. La proposta nasce dalla duplice considerazione fondamentale che: oggi siamo in presenza di un grave squilibrio a livello di rappresentazione della realtà attraverso i media, con particolare riferimento alla televisione, nella direzione della violenza, violenza subita, violenza agita, violenza individuale, violenza collettiva; se è senz’altro opportuno e doveroso dare visibilità ad eventi negativi e violenti, si ritiene, però, una grave carenza quella di non dare altrettanta rappresentazione all’esperienze di successo. I processi di costruzione dell’identità culturale risultano in tal modo gravemente compromessi da tale anomalia: essi, infatti, si producono per scelta e adesione a modelli culturali assunti, pur nella consapevolezza della possibile criticità e problematicità, nella loro dimensione costitutiva in termini positivi. La sfida che oggi ci troviamo ad affrontare riguarda proprio la capacità di produrre idee, liberare la creatività, far esplodere le potenzialità insite nelle iniziative realizzate. Le esperienze già concretizzate e quelle in atto sono, al contempo, memoria e mutamento, tradizione e innovazione e costituiscono un tessuto la cui trama rende possibile il riconoscimento ed il confronto. La lettura assemblata e sistematica di tali esperienze offre una documentazione preziosa dalla quale è possibile trarre indicazioni di crescita, sviluppo, valorizzazione, in una parola: risorsa. L’Osservatorio intende svolgere la funzione di catalizzatore delle esperienze considerate e percepite di successo, analizzate per contenuti, professionalità, dinamiche di relazione, destinatari e risultati, operando nel contempo per una loro diffusione e contaminazione, anche costituendo reti. L’Osservatorio si propone di: acquisire le “storie” di protagonisti, individuali e collettivi, a livello micro e macro, formando un vero e proprio mosaico le cui tessere vanno costituendo un inedito disegno, ispirato alla cultura dei diritti umani; divulgare, offrendo la massima visibilità, le esperienze di lavoro e di vita positive che presentino coerenza tra obiettivi e risultati; catalogare i beni audiovisivi e cartacei offerti a documentazione delle esperienze comunicate all’Osservatorio; organizzare seminari, convegni, congressi, mostre, ecc., attraverso i quali i protagonisti e le produzioni delle realtà inserite nell’Osservatorio svolgano la funzione di ponte comunicativo tra generi, generazioni e culture diverse; promuovere concorsi, rivolti in particolare alle scuole, alle varie strutture formative ed associative, ecc. su produzioni audiovisive, multimediali e di scrittura che documentino la memoria dei testimoni di ieri e le buone pratiche di oggi. Info:lunid@libero.it - Sito: http://www.lunid.it/index.php


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LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO MATTEO RENZI A PROPOSITO DELLA CHIUSURA DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI FRANCOFORTE PUBBLICHIAMO LA LETTERA APERTA DI ‘PIAZZA FRANCOFORTE E.V’ INVIATA ANCHE AI PARLAMENTARI

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gregio Presidente, a questa lettera, che ha per oggetto la prevista chiusura dell’Istituto di Cultura di Francoforte, uniamo i pareri in proposito di autorevoli cittadini di Francoforte sul Meno e di altri, che ci hanno voluto inviare le loro ri essioni sul danno culturale che la soppressione dell’Istituto italiano di Francoforte arrecherebbe alla città - una città non solo importante per la sua centralità geografica ed economica, ma anche per una vocazione internazionale vecchia di secoli, testimoniata dall’attuale presenza di circa 180 lingue ed altrettante nazionalità. Proponiamo alla Sua attenzione le concrete ed immediate conseguenze di questa decisione e cioè le brutte figure che faremo a fronte dell’attuale clima di collaborazione con enti ed istituzioni della città e nel contempo l’abbandono di iniziative a vantaggio della locale comunità italiana. La spesa più consistente a carico dell’istituto è quella dell’affitto dei locali: un appartamento di cinque stanze, in cui si svolgono i corsi di lingua organizzati dall’associazione “Italiani in Deutschland”. In mancanza di locali i corsi verrebbero cancellati, sia quelli per adulti sia quelli per bambini in età prescolare, propedeutici, questi ultimi, per accedere alle classi bilingui di alcune scuole della città. Di conseguenza si mette in pericolo l’esistenza delle classi bilingui, che sono la via principe per rendere possibile ad italiani, anche poco scolarizzati (la maggioranza tra i 16.000 italiani residenti a Francoforte),

crescita culturale e spesso il conseguimento della maturità bilingue. Inoltre si compromette la diffusione dell’italiano tra i tedeschi, che sono i principali estimatori e fruitori dei beni culturali d’Italia, con una spesa complessiva di 6,4 miliardi di euro nel 2012. Dato che per l’attuale ristrettezza dei locali le manifestazioni culturali dell’istituto hanno luogo altrove - la biblioteca centrale di Francoforte, il Goethe-Institut, l’Istituto Cervantes, solo per nominarne alcuni - verrebbe a cessare una collaborazione, che ha confermato il carattere multiculturale della città e che tra l’altro all’Italia non costa nulla. L’associazione ”Italiani in Deutschland” ed il Kulturamt della città, per esempio, organizzano annualmente un programma di visite guidate di musei per famiglie italiane con bambini, sempre nell’ottica di una progressiva acculturazione della comunità italiana locale. Forse in Italia non ci si rende conto di quanto siano necessarie simili strategie per avvicinare alla cultura gli italiani emigrati in Germania, oramai alla terza generazione ma rimasti pericolosamente al di fuori dall’ascesa professionale e sociale che contraddistingue invece altre nazionalità. Se anche la nostra esperienza non ce lo dicesse, i dati dello Statistisches Bundesamt ci confermano che la percentuale di scolari italiani è la più alta nelle scuole differenziali e la più bassa nei ginnasi/licei. L’Istituto di Cultura è sempre stato molto sensibile a questa problematica e ci ha aiutato in tutte le iniziative che le nostre associazioni hanno


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intrapreso per sostenere l’identità culturale dei connazionali. Ricordiamo, a titolo di esempio, le manifestazioni per il esimo dell’ nità, la mostra donne e mafia e la fondazione di una biblioteca italiana, in cui il sostegno e l’aiuto logistico dell’Istituto è stato fondamentale - mentre quello finanziario è sempre venuto da parte tedesca. Se queste iniziative verranno, come è prevedibile, ridotte per la mancanza dell’Istituto, ne soffrirà anche la collaborazione con la città, le sue istituzioni e le fondazioni che finora ci hanno sostenuto. È impensabile che questo non comprometta i buoni rapporti e i contatti che in decenni di volontariato abbiamo stabilito con i tedeschi, i quali non possono capire che si metta a rischio tutto ciò per un risparmio di 110.000 € all’anno. Equiparare gli stipendi dei manager pubblici italiani a quelli della Repubblica Federale (dove la cancelliera ha un mensile di 13.000 € circa) è la prima cosa che viene in mente a un tedesco. Che invece si preferisca chiudere un Istituto di Cultura non farà che rafforzare i pregiudizi sull’inaffidabilità delle istituzioni dell’ talia e del suo governo. Nel rivolgerci a Lei, che ha dimostrato una particolare sensibilità per il tema della scuola e della cultura, non possiamo fare a meno di sottolineare che quel divario storicamente presente in Italia tra una massa che non legge ed una elite intellettuale che non ha pari in Europa - confermata giustappunto da una indagine della UE di qualche anno fa - si è riprodotto pari pari tra gli italiani in Germania. A fronte di una maggioranza incolta abbiamo oggi un numero di ricercatori e professori che lavorano nelle università tedesche secondi solo ai cinesi e davanti agli austriaci, francesi e inglesi. Se a questi aggiungiamo la nuova emigrazione di laureati in cerca di occupazione, avremmo ora le persone adatte a fare da tramite tra le istituzioni locali e gli emigrati poco scolarizzati, una situazione, per noi nuova, che ha agevolato la crescita di altre nazionalità. queste condizioni potremmo continuare più proficuamente il nostro lavoro per la crescita culturale e sociale della comunità italiana - che rimane comunque una risorsa economica importantissima per il marchio italiano in tutti i campi, come hanno riconosciuto già precedenti governi ma per questo è inderogabile che continui ad esistere chi ci rappresenta, aiuta e sostiene nella nostra identità di origine storica e culturale, l’Istituto Italiano di Cultura. Liana Novelli, Presidente di Piazza Francoforte e.V. Francoforte, 26 marzo 2014 Piazza Francoforte e.V.- c/o Comunità italiana Bettina Strasse 26 - D-60325 Frankfurt

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OTTO ISTITUTI DI CULTURA ITALIANA PER UN PIATTO DI LENTICCHIE L’INDIFENDIBILE BARATTO DEL MINISTERO “Guardate, Signori, noi viviamo in un paese veramente speciale... Ci ho una soddisfazione addosso che non resisto!” diceva Benigni riferendosi con orgoglio al nostro patrimonio culturale. È comprensibile il suo compiacimento, perché “non si possono contare i regali che il cielo ha fatto a questo paese ‘piccinino’ nel mondo”, regali che a sua volta l’Italia ha devoluto al globo con altrettanta generosità. Questa è l’importanza del nostro patrimonio culturale italiano. Tuttavia, è vero anche che l’Italia non sa rivivere di sola gloria passata; ed è per questo che guardare indietro ad un passato così trionfale, oggi, in questa crisi generale (e non solo economica) dà per forza qualche vertigine. I criteri della spending review del Ministero degli Esteri sono (inevitabilmente?) perentori ed austeri. Otto Istituti Italiani di Cultura saranno chiusi entro l’estate. Nessuna rappresentanza culturale italiana, in altre parole, sarà più incentivata nelle metropoli di: Ankara, Vancouver, Francoforte, Lione, Stoccarda, Lussemburgo, Salonicco e Wolfsburg. Gravi, le perdite, ma ben più gravi i sintomi dell’impoverimento, come direbbe l’UNESCO, “immateriale”. Gli Istituti Italiani di Cultura sono proprio quei luoghi pubblici in cui la bellezza dell’italianità viene rimessa in circolazione, e rianimata attraverso il cinema, la letteratura, l’arte figurativa, la scienza. Non si tratta, sia inteso, solo di Istituti in cui campeggiano i grandi “busti” dei nostri defunti padri e patrioti, ma si tratta di ambienti in cui un qualunque cittadino interessato può in ogni momento incontrare l’Italia e gli “italiani di oggi”: registi, attori, uomini e donne di teatro e di letteratura che sono, attualmente, fautori e difensori di quello che ancora siamo - senza soluzione di continuità, a partire dalla nostra tradizione. Premesso che è molto difficile fare i conti in tasca allo Stato, e dato per scontato che molte scelte politiche sono di fatto “scelte di campo”, ci si può domandare a ragione se valga la pena, per l’Italia, risparmiare circa 800mila euro l’anno al prezzo di questa mortificazione culturale. La risposta della nostra schiera di colti e intellettuali è ovvia, obbligata, ma anche onesta, si direbbe: scandalizzata. In effetti, una misura finanziaria e governativa di questo tenore è miope, più che altro. Specie se si pensa che, storicamente e generalmente, non c’è mai stato altro nutrimento che la cultura per corroborare un paese in fin di vita. Un paese, cioè, che ha un disperato bisogno di idee, di “rinascimenti”, di vigore mentale e intellettuale. Marta Mariani


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SALONICCO, FINE CORSA di Maria Fabbricatore

CON LA CHIUSURA DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI SALONICCO FINISCE LA STORIA DI UNA PRESENZA FORTE E SIGNIFICATIVA PER TUTTI GLI SCAMBI TRA TRA ITALIA E GRECIA

L’

Istituto Italiano di Cultura di Salonicco è stato chiuso dopo 51 anni lo scorso febbraio. Era un’importante roccaforte culturale non solo per la Grecia e per la stessa città, ma soprattutto per la presenza culturale italiana nel mondo. La tradizione delle scuole italiane a Salonicco risale alla fine del secolo, e ha dato nel tempo un contributo enorme che ha consentito di veicolare e intrecciare le culture dei due Paesi, che corrispondono alla cultura del mondo intero. Un patrimonio che oggi viene sacrificato dalla crisi con i tagli di bilancio decisi dal governo italiano e da anni di mancata programmazione.

Ultima istituzione in ordine di tempo di una prestigiosa tradizione di scuole italiane attive nella città portuale ellenica già alla fine del secolo, appunto, e - come evidenzia la stampa ateniese - è stato sacrificato sull’altare della crisi economica che af igge anche il aese vicino . ommentando la chiusura, il sindaco di Salonicco, Yiannis Boutaris, l’ha definita una grave perdita per la città. Per mezzo secolo l’Istituto è stato un punto di riferimento per la folta comunità italiana di Salonicco e per migliaia di studenti ha rappresentato una sorta di passaporto privilegiato per andare a continuare gli studi in Italia. Nel 2000 era già stato chiuso il Consolato Generale a Salonicco e la numerosa comunità italiana si è ritrovata ad avere come punto di riferimento istituzionale l’Istituto di Cultura, che si è confermata sede di confronto di realtà e cultura, di valorizzazione, di scambi e di esperienze. Ora che l’Istituto è stato chiuso e l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole greche è stato abolito dal governo ellenico nel quadro delle politiche di risparmio, di Italia rimarrà ben poco, almeno in questa vasta parte di Grecia che va dalla Macedonia, alla Tracia, alla Tessaglia. Moltissime manifestazioni che si svolgevano durante l’anno andranno perse: mostre, concerti, proiezioni, conferenze, seminari di aggiornamento, attività didattiche e tutto ciò che è, di fatto, Made in Italy. Nonostante la crisi l’Italia, nella Grecia del nord, continua a rimanere uno dei partner commerciali più importanti e questo risultato lo si è potuto raggiungere e mantenere anche grazie ai secolari rapporti culturali e di amicizia tra i due paesi. L’istituto di cultura dal 1963 è sempre stato all’avanguardia nella tradizione culturale italiana non solo a Salonicco, ma in tutta la Grecia del nord. La presenza italiana a Salonicco è stata importante e ha in uenzato in modo determinante lo sviluppo culturale, economico e architettonico della città. La sede dell’e consolato italiano fino al , ad esempio, svolse un ruolo fondamentale negli anni ’42, ’43 per la salvezza di centinaia di ebrei grazie all’opera dei consoli italiani. E proprio l’Istituto ha mantenuto i rapporti promuovendo scambi tra l’Italia e Grecia, in particolare con la comunità israelitica di Salonicco. Di recente, poco prima della decisione del governo di chiuderlo, l’Istituto ha ospitato una cerimonia nel corso della quale diplomi di maturità di altrettanti studenti ebrei, nati tra il 1912 e il 1928, conseguiti presso la Scuola Italiana di Salonicco e fortunosamente ritrovati negli scantinati della scuola, sono stati consegnati ai titolari sopravvissuti alla Shoah e ai loro familiari.


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IL LATO ‘B’ È QUELLO DELLA CURA di Giovanna Badalassi e Stefania Saltini

UNA LETTURA AL FEMMINILE DELLA CULTURA CI PUÒ AIUTARE A CAPIRE PERCHÉ QUESTO SETTORE È PRESO COSÌ POCO IN CONSIDERAZIONE NELLE STRATEGIE POLITICHE PUBBLICHE E COME POTREBBE INVECE CRESCERE ANCHE VALORIZZANDO LE DIFFERENZE E I TALENTI CULTURALI DELLE DONNE

di genere, che aiuterebbe invece a capire molti aspetti di questo problema e a svelarne alcune contraddizioni. Ad esempio, un primo paradosso è che in un paese maschilista come il nostro per sviluppare un settore strategico come la cultura occorrerebbe investire ingenti risorse nell’attività di cura, che rappresenta un valore e una dimensione soprattutto femminile. Si parla in questo caso infatti di cura e attenzione per le persone (l’accoglienza nel turismo, nei musei, negli alberghi, nei teatri, l’organizzazione di eventi culturali, l’istruzione dei ragazzi nelle scuole), ma anche di cura per le “cose”, per il nostro patrimonio artistico, ad esempio (il restauro, la conservazione dei beni architettonici, la manutenzione dei monumenti e del patrimonio, le biblioteche, le esposizioni,ecc).

U

na recente ricerca ha stimato che la cultura in Italia ha un peso sul PIL di 36 miliardi, che potrebbe salire a miliardi con una politica attenta, facendo aumentare gli occupati del settore da mila addetti attuali (il 2% del totale) a oltre un milione. Nonostante simili potenzialità, nel nostro paese la cultura è storicamente molto trascurata dalle politiche pubbliche. Perché questo settore, assieme al turismo, non è considerato prestigioso e strategico, dato il patrimonio artistico e culturale di cui gode l’ talia Se, ad esempio, l’ICT negli USA gode giustamente di ogni attenzione poiché rappresenta il settore economico di punta di quel paese, perché la cultura, così preziosa e potenzialmente redditizia per l’ talia, non lo è altrettanto per noi Dietro a una simile sottovalutazione politica vi sono certamente numerose ragioni. Tra queste, un punto di vista spesso ignorato è quello relativo alla prospettiva

La capacità di cura è stata infatti per secoli un’attività femminile non remunerata, che solo in età moderna è stata in parte trasformata in lavoro pagato. uesto connotato storico di gratuità, che anche le professioni culturali legate alla cura si trascinano in parte dietro, spiega sia il ridotto valore economico che viene ad esse attribuito in termini di remunerazione, sia la scarsa attenzione a livello politico dedicata al settore. n’altra ri essione di genere sulle politiche culturali riguarda la possibilità di far crescere il settore riconoscendo le differenze tra donne e uomini in termini di fruizione culturale.

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egli ultimi due secoli vi è stato un significativo aumento delle donne tra i fruitori (e consumatori) di cultura. Se per secoli questa è stata pressoché riservata agli uomini, pure di un certo livello di censo, a partire dai primi dell’800 la situazione si è invece capovolta. Non solo il nostro paese ha conosciuto l’istruzione di massa, ma le donne hanno oggi raggiunto la parità con gli uomini nel livello di istruzione e, nelle generazioni più giovani, lo hanno anche superato. Una preparazione che le ha fatte diventare in poco più di un secolo forti fruitrici di cultura, anche disposte a viaggiare e a spendere per alimentare questo interesse. Le donne sono infatti presenti in modo equivalente agli uomini, se non in misura superiore, in numerose manifestazioni di cultura: nel 2011 hanno frequentato musei il , delle donne e il , degli uomini, sono andati a teatro il delle donne e il , degli uomini, ai concerti di musica classica il 10,2% delle donne e il 10% degli uomini, hanno visitato siti archeologici e monumenti il 22,4% delle donne e il 23,5% degli uomini. Le donne leggono inoltre più degli uomini: le lettrici, infatti, sono il 53,1% rispetto al 40,1% dei lettori; tra i 20 e i anni la quota di lettrici sfiora il , mentre quella dei lettori si attesta al 41,3%. Un approfondimento di Istat (2011) mette inoltre in

tanei di 8 punti in più nel primo caso e 4 nel secondo); vanno di più a teatro (25,8% contro 19,5% dei coetanei); dati analoghi si rilevano anche per la radio, seguita dal , delle giovani contro il , dei loro coetanei. ueste differenze hanno cominciato negli anni ad essere prese sempre più in considerazione dalle imprese culturali, che hanno diversificato le proposte editoriali, nonché quelle teatrali e cinematografiche. Se a livello di marketing le imprese sono dunque diventate ben consapevoli di tali differenze, non altrettanto si può dire nelle scelte strategiche di politica culturale, che potrebbero invece creare valore aggiunto e ricchezza prendendo nella giusta considerazione questo approccio. Ad ostacolare una maggiore presa di coscienza del dato di genere nelle politiche culturali vi è certamente la questione relativa all’empowerment nelle cariche di potere: se le donne sono la metà e più degli utenti di cultura, non altrettanto si può infatti dire per chi, a vario titolo, si trova in posizioni manageriali e di vertice nel settore, o comunque ha il potere di produzione culturale. La prevalenza maschile, in questi casi, è ancora evidente. Più raramente, infatti, le donne occupano posizioni di elevata responsabilità all’interno delle grandi istituzioni culturali e tali disuguaglianze comportano

evidenza dati interessanti sui consumi culturali delle giovani donne italiane tra i 18 e i 29 anni: leggono di più libri nel tempo libero (il 64,4% dei casi contro il 41,3% dei coetanei); visitano più musei, mostre e monumenti (39,6% delle giovani visita nell’anno musei e mostre, il , monumenti, con una differenza rispetto ai coe-

spesso anche differenze in termini di remunerazione. Anche le carriere artistiche non sono esenti dalla persistenza di forti disuguaglianze tra uomini e donne. D’altro canto, il ruolo svolto dalle donne nella creazione, passando attraverso l’apprendimento e la professionalizzazione nei settori culturali, solleva la questione della


STRATEGIE

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PRIVATE

di Cristina Melchiorri

SGOMBRA LA MENTE! Sono Anna Elisa e lavoro da tre anni nel settore amministrativo di una società multinazionale. Tutto bene, a parte che lo spazio di lavoro è limitato, le scrivanie sono condivise da più persone negli open space, una soluzione bella dal punto di vista dell’arredo ma spesso è difficile gestire il microcosmo di personalizzazione che ciascuno fa del suo quadratino, fatto da ritratti dei bimbi o dei cani, carte sparse, fiori finti, penne mangiucchiate e puntatrici, foglietti, ecc.. Spesso arrivo in ufficio al mattino e sono stanca solo a vedere il disordine che mi aspetta nello spazio che sono costretta a condividere e spesso faccio fatica ad avere le idee chiare per cominciare..d’altra parte non voglio litigare con le colleghe.... Che faccio? Anna Elisa Quadroni, Milano

Cara Anna Elisa, ti capisco perfettamente. La confusione dello spazio di lavoro non crea solo un fastidio “estetico”, ma colpisce gli occhi, che mandano al cervello segnali di caos, che affaticano la mente e assorbono energia. Oltre al danno psico-fisico su ciascuno di noi, la scrivania in disordine rimanda di chi lavora in quella postazione un’immagine di carente ordine mentale, che in alcune attività, come la tua, amministrativa, sono fondamentali! Ci sono persone che spacciano il disordine per creatività, ma non è quasi mai vero. Sono solo disordinate. E se le vedi al lavoro noterai che fanno spesso degli errori di “distrazione” e sono sempre in arretrato con le loro attività. C’è una vera e propria disciplina, che si chiama Space clearing, che teorizza l ‘utilità di fare spazio, piazza pulita, di tutto ciò che è inutile, che non usiamo al momento, che non amiamo, che teniamo perché ..non si sa mai...quindi meglio eliminare quello che non ci serve, e liberare il piano di lavoro, meglio se completamente, la sera prima di lasciare l’ufficio, e riporre tutti gli oggetti nella cassettiera. È utile anche fare una lista dei punti da trattare la mattina dopo, per non lavorare rincorrendo le emergenze o le priorità degli altri... Comincia tu a sistemare la tua postazione la sera e fallo ogni sera, per abitudine. Ti accorgerai che anche la tua mente diventerà più chiara. E vedrai che pian piano anche le altre colleghe seguiranno l’esempio. Un altro argomento? Fare ordine fa dimagrire!

differenza di genere, della ripartizione del lavoro tra uomini e donne e delle relative rappresentazioni e immagini legate allo stato della società, alle sue strutture e alla sua storia. Si viene così inevitabilmente a creare un divario tra i valori e le preferenze dei fruitori/consumatori di cultura, equamente divisi tra donne e uomini, e quelli filtrati e percepiti da decisori del settore, in larga parte uomini. Una maggiore attenzione ad una equa presenza di genere anche a livello di ruoli e cariche di potere apporterebbe nuove prospettive e benefici, anche in termini economici. Anche per la cultura, dunque, come per numerosi altri settori, un cambio sia di valori e di prospettiva, anche favorita da un ricambio della dirigenza in senso femminile, permetterebbe di maturare una più lucida sensibilità politica e amministrativa, favorendo così una crescita sociale ed economica a vantaggio di tutta la collettività. Well_B_Lab*

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DE@ TERRA, IL PREMIO ALL’AGRICOLTURA Tredicesima edizione FEMMINILE del riconoscimento del Ministero di Paola Ortensi

Sei imprese agricole, a titolarità femminile, Roma sono state le protagoniste belle e indiscusse del remio De erra, che da tredici anni il Ministero delle olitiche gricole limentari e orestali dedica all’imprenditoria femminile. er questa edizione maggio sono stati valorizzati gli aspetti innovativi nella conduzione dell’azienda e l’attenzione alla salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio naturalistico, grazie ai quali è stato apportato un contributo significativo alla crescita economica, sociale e culturale delle aree rurali in cui le aziende operano. Se la premiazione si collega, come è giusto che sia, alla realtà economica e di lavoro del aese, le singole storie costituiscono una speranza e lasciano una ventata di ottimismo, a cui si aggiunge la piacevolissima sensazione che l’agricoltura di successo è capace anche di rappresentare un’ talia più unita ed omogenea da sud a nord nella sua capacità di traino allo sviluppo, forse più di qualunque altro settore. l dr iuseppe acopardi, Direttore enerale allo Sviluppo Rurale, ha riassunto le caratteristiche delle aziende premiate e ha sottolineato come anche queste, per le loro specificità, confermino la tendenza femminile all’innovazione e l’apertura alla collaborazione col ter-

attribuito all’imprenditoria agricola femminile e che valorizza l’innovazione e la tutela delle tradizioni

ritorio, con altre imprese ed altro ancora concetti ripresi poi dalla dott.ssa raziella Romito, dirigente responsabile dell’ufficio di programmazione dello sviluppo rurale nonché della valorizzazione dell’imprenditoria femminile. Le donne premiate hanno descritto, con articolate e colorate presentazioni, la quotidianità delle loro imprese e il percorso compiuto per raggiungere i traguardi attuali accanto alle ambizioni per il futuro e ai valori alla base delle scelte compiute. Mariangela Costantino dopo una laurea in agraria ed esperienze molto utili in Europa è tornata in Calabria. n provincia di atanzaro ha fatto di un antico villaggio rurale della sua famiglia un nuovo luogo di multifunzionalità agricola dove prodotti freschi, trasformati, cucinati, turismo e tempo per l’ambiente e per la cultura costituiscono un’attrazione di successo. astelrotto in provincia di Bolzano Martha Gasslitter Mulser ha organizzato nel suo maso biologico egerhof la coltivazione di ben varietà di piante, dopo anni di lavoro e grazie alla collaborazione ed il supporto di tutta la sua numerosa fami-


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glia. n elenco senza fine di piante di cui fanno parte tipi di menta e quasi tipi di salvia ed una vetrina spettacolare di tisane, miscele di spezie, condimenti, sacchetti profumati magnificamente lavorati e confezionati che Martha ha portato come campioni porgendoli ai presenti insieme ad amiche, che come lei indossavano il loro costume tradizionale. L’azienda di Manuela Pagani, Dogville, è stata recentemente ribattezzata con il nome L’Ortica perché in questa pianta selvatica ha rintracciato una sintesi delle qualità della sua impresa . nteressante come Manuela ha raccontato come abbia ritenuto di poter applicare al mondo agricolo la sua professionalità d’ambientalista ed esperta di animali domestici, d’allevamento e selvatici cos che l’azienda, ubicata a Castelvetro in rovincia di iacenza, tra l’Emilia e la Lombardia, è oggi un laboratorio che oltre a produrre ortaggi attua politiche d’impatto ambientale di ottimo livello e propone un’offerta didattica - scolastica e non solo - che punta a sviluppare responsabilità individuali e collettive verso l’ambiente. otevole infine l’impegno di alcune aziende dell’ ppennino nell’affrontare in modo specifico il problema della predazione del lupo. Dalla ianura adana si passa al Medio Campidano in Sardegna dove, tra boschi di lecci e sughere, Monica Saba nella sua azienda Gennè Sciria ha un gregge soprattutto di capre a cui si aggiungono oggi pecore nere di razza arburese salvate dall’estinzione proprio da un progetto di Monica. ltre a produrre formaggi in un caseificio aziendale, Monica si è specializzata nella lavorazione della lana di pecore sarde che trasforma per vestire i suoi formaggi con modalità davvero originale oltre ad avere ripristinato l’uso antico dell’argilla in sostituzione del frigorifero. La tradizione, come recupero rivisitato del passato e come filo rosa di tutte le aziende premiate, la troviamo di nuovo nell’azienda di Paola Maria Sfondrini, in provincia di Lodi a Terranova dei Passerini. L’azienda, situata in una cascina Lombarda a corte chiusa con fabbricati costruiti dalla fine all’inizio del , è ad indirizzo cerealicolo zootecnico e l’allevamento è di razza Limousine. Dato il notevole impegno come azienda didattica, sono presenti in azienda anche varie altre tipologie di animali. L’impegno didattico è considerato cos importante che l’azienda è riuscita ad aggregare e coordinare tutte le fattorie didattiche provinciali producendo un opuscolo congiunto. n vero esempio di rete dove la competizione per il successo prevede la sinergia e non la divisione delle imprese in campo. li ultimi impegni su cui aola Maria e famiglia hanno posto grande entusiasmo riguarda lo sviluppo della fattoria sociale, ovvero porte aperte alla disabilità con lavoro e l’attività di pesca sportiva nel Laghetto delle ascine. Rimanendo in al adana conosciamo il “Fondo Prognoi” a Montorio in provincia di erona di Laura Tinazzi.

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La terra qui produce vigna, seminativi, un piccolo frutteto dove rinascono alberi di antiche cultivar come i peri trentossi e i pomi dessi . La caratteristica dell’impresa di Laura risiede nell’essere la prima azienda agricola del veronese ad essere certificata iodiversit riend dall’ente certificatore S . n sintesi è proprio la difesa e sviluppo della biodiversità il vanto aziendale. ’è poi una ri essione interessante presentata dall’imprenditrice che riguarda l’esigenza di tutte le aziende che come la sua sono ai margini dell’abitato cittadino, di vivere questa situazione come una opportunità e non come elemento di disagio. er finire, lasciando alla curiosità di ciascuno la possibilità di saperne di più su queste belle aziende tutte rintracciabili via eb , l’augurio è che - al ritorno dal viaggio in Spagna, dove andranno tutte insieme a conoscere esperienze agricole locali, quale parte integrante del premio del Ministero per lo scambio di buone prassi - queste imprenditrici ci riportino un nuovo risultato: la costruzione di una rete d’amicizia e conoscenza fra di loro che si trasformi in scambio di competenze, informazioni e, perché no, anche di viaggiatori appassionati all’agricoltura e al territorio. ❂

SEMENTI

EVVIVA LA NON BREVETTABILITÀ PAROLA DI VANDANA SHIVA Peperoncino marchigiano, grano marzolino, orzo, rucola selvatica, insalata primavera e peperoncino dall’Emilia Romagna; cipolla di Certaldo, cece piccolo Pergentino e cece del Casentino, girasole e zucca gialla dalla Toscana: sono i semi che le Donne in Campo della Cia-Confederazione italiana agricoltori hanno portato a Firenze per lo scambio simbolico con agricoltori e cittadini in occasione del ‘Festival dei semi del Cibo e della Democrazia della Terra’, evento internazionale svoltosi a fine aprile allo scopo di tutelare il libero scambio delle sementi tra gli agricoltori e la loro non brevettabilità a tutela della biodiversità. Il capoluogo toscano ha ospitato una delle tappe della “Carovana dei semi”, evento ideato da Vandana Shiva per una nuova economia e che ha coinvolto i giovani con la firma della Promessa tra i bambini e Vandana Shiva, insieme agli agricoltori custodi quale gesto simbolico che ha voluto richiamare le più antiche tradizioni di condivisione dei saperi. Navdanya International è impegnata da anni nella “Campagna Globale per i semi della libertà”, a cui aderisce Donne in Campo, per sensibilizzare l’opinione pubblica e i governi sull’importanza di difendere le sementi native, un bene pubblico e quindi libero da brevetti e da monopoli. Promosso da Seed Freedom, Navdanya International, la Fierucola ha avuto il Patrocinio della Regione Toscana e di Banca Popolare Etica e ha coinvolto numerose associazioni e istituzioni che lavorano sui semi e sul cibo. onne in ampo ha affermato la vicepresidente nazionale Maria Annunziata Bizzarri - vista l’importanza che le donne rivestono nella cura e conservazione delle colture e delle tradizioni locali, è impegnata da tempo nella difesa delle varietà vegetali e ha aderito a questa iniziativa con la partecipazione di molte sue imprenditrici. La nostra associazione, in linea con la risoluzione della deputata Susanna Cenni, ritiene fondamentale mettere in atto tutte le iniziative utili ai fini di tutelare il libero scambio delle sementi tra gli agricoltori e la loro non brevettabilità a tutela della biodiversit .


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LIFE COACHING [ Quinta puntata ]

di Catia Iori

IL MERCATO DELLE RELAZIONI INTIME

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iamo tutti alla ricerca di madri e padri, chi più chi meno. È un periodo di relazioni parallele in cui si cercano mentori, punti di riferimento stabili e affidabili. I leader fanno paura: sono troppo aggressivi e poco affettivi: meglio rifugiarsi come ci indica la fascia di più giovani nelle relazioni private se ci possono dare sostegno e la giusta dose di amore. Tuttavia sentiamo, a essere sinceri, che dobbiamo tornare noi donne in primis ad occuparci della qualità delle relazioni. E non mi sto riferendo chiaramente solo a quelle sentimentali, ma a tutta la cura che in generale attraversa la nostra vita. La tendenza di oggi invece, ce ne stiamo accorgendo solo ora, è quella di affidare i nostri bambini alle baby sitter, gli anziani alle badanti, la casa alle colf, la preparazione del cibo alle gastronomie, le feste dei bambini alle agenzie che se ne incaricano, persino i matrimoni a ben vedere. Insomma l’attenzione all’altro è diventata merce dove l’unico generatore simbolico è il

tempo pagato col denaro e deferito ad altri che non sia io. Ma la mia domanda è: quante parti della nostra vita intima, familiare ed emotiva vengono vissute da altri? e qui penso all’educazione dei bambini affidati a quelle strutture, nidi e asili, scelti non in base a criteri educativi, ma quasi esclusivamente in base al tempo in cui trattengono i nostri piccini, penso agli adolescenti affidati alla scuola di cui ci si occupa solo in ordine ai voti o ai risultati, penso ai genitori separati che non si occupano dei problemi di crescita perché ci penseranno gli psicologi. Penso a quelle coppie dove l’assenza di comunicazione, la scarsa dialogicità, il reciproco disinteressamento viene supplito con regali all’occorrenza, con l’offerta di qualche pizza al ristorante ultimo grido, o con sette giorni di vacanze in paesi esotici comprati low cost su Internet. Il denaro, infatti, guadagnato nel tempo sottratto alla cura (ma nella cura c’è anche il vissuto emotivo da cui ci dispensiamo, diventando apatici quando non analfabeti emotivi), può tutto. Può restituirci a pagamento tutto quello che non abbiamo acquistato vivendo. Ma vi pare possibile? A dissolvere la famiglia o la stabilità delle relazioni affettive non è stata questa o quella ideologia ma la competizione sfrenata che ha sottratto ai padri e alle madri quell’unica cosa necessaria alla cura e alla crescita emotiva che è il tempo. Il mito dell’efficienza a tutti i costi che il taylorismo aveva applicato alla catena di montaggio per eliminare i tempi morti, oggi si è trasferita dalla fabbrica alla famiglia, alle coppie in cui gli adulti e noi donne in particolare non abbiamo “tempo”. E allora viene in soccorso il mercato, che con i suoi prodotti già pronti evita alla madre di combattere con il suo bambino la scarsità di tempo. E per toglierci i sensi di colpa le donne si affidano al tempo qualità rivendicando il fatto che, insomma, alla fine ciò che conta è quell’oretta passata insieme con serenità la domenica, se intensamente voluta e condivisa. E invece il tempo non è solo qualità è anche quantità di ore necessaria a fare le cose insieme, a seguire i processi di crescita, a scoprire i problemi, a creare quella base di fiducia per cui i genitori “ci sono” non solo quando si compiono gli anni. Cura dei figli, cura degli anziani, cura delle relazioni familiari reciproche e di vicinato, cura della propria vita emotiva. Questo è quanto ci manca. E se il mercato ci soccorre per tutto quello che non riusciamo più a curare, non dimentichiamo che il denaro non vale uno sguardo accogliente, una carezza tranquilla, un sentimento gravido di passione, un tratto umano iscritto nel “prendersi cura” che come ci ricorda Heidegger, è altra cosa del pro-curare qualcosa a qualcuno.


1981 1990

LA SOCIETÀ ITALIANA È DAVVERO CAMBIATA DOPO IL ’68 E IL MOVIMENTO FEMMINISTA? QUESTO È L’INTERROGATIVO sesto inserto PIÙ FREQUENTE. INTANTO È ORMAI CHIARO CHE IL BENESSERE CONSOLIDATO DELL’OCCIDENTE PRESENTA LE PRIME CREPE EVIDENTI. E UN CONTO SALATO. Testi e ricerca iconografica a cura di Silvia Vaccaro

“La donna del 2000, si spera, è una donna che ha vinto le sue battaglie, una donna che non ha più bisogno di slogan. Una donna alla quale viene riconosciuto, senza più discriminazioni, il suo valore in quanto persona, nella società, nel lavoro, nei rapporti affettivi”. Sono gli anni ’80 e su Noi Donne si fantastica su cosa succederà allo scoccare del nuovo millennio. Una visione ottimista che purtroppo non si è ancora avverata del tutto. Ma all’epoca la si credeva possibile perché il femminismo era passato come uno tsunami sulla società italiana, scompaginando in maniera netta la percezione che le donne avevano di se stesse. Un mondo nuovo era venuto alla luce, un ordine simbolico della realtà in cui si affermava che le donne erano portatrici di una differenza che scongiurava per sempre la loro assimilabilità agli uomini o l’esistenza di un soggetto ‘neutro’. Durante gli anni ’70 movimenti e pensatrici hanno prodotto riflessioni teoriche e pratiche femministe incandescenti, che negli anni ’80 si consolideranno come patrimonio di senso da cui costruire il futuro delle donne. Ma quanto è cambiato nel tessuto profondo della società? Negli anni ’80 si dovrebbero cominciare a raccogliere i frutti del femminismo, Nel 1981 Noi Donne parla per la prima volta in modo esplicito dell’amore tra donne. Un argomento sentito e naturale dato che il movimento le-

Valentina Donna del 2000, n. 3, marzo 1988 Lei ama lei, n. 7, luglio 1981

continua >

da 70 anni NOIDONNE guarda al futuro


sbico era parte importante e attiva del mondo femminista. Ma il pubblico della rivista non era abituato a questi temi e il sodalizio storico tra lettrici e abbonate e la redazione della rivista vacilla. Il femminismo produce frutti meravigliosi che si chiamano autocoscienza, etica della differenza, sorellanza. Ma, in alcuni casi, le donne, proprio partendo da sé si dividono. L’UDI nel 1982, dopo il congresso si sgretola in tanti comitati territoriali. Noi Donne è diventato un mensile e nel corso del decennio, rimasto più solo senza l’appoggio dell’UDI, subirà tanti cambiamenti. Tutto, di fatto, è definitivamente mutato.

Il dialogo tra il femminismo e la politica non è semplice. Livia Turco prova a riportare nel PCI alcune definizioni proprie del linguaggio femminista “rappresentanza sessuata”, “etica della differenza” e pur ammettendo “una qualche difficoltà di linguaggio” rivendica la complessità dell’apporto femminile all’interno del partito.

Margherita Hack, n. 9, settembre 1981 Copertina marzo 1990 Fellini, n.1, gennaio 1982 Migranti, n.1, gennaio 1984

“Non è affatto un vezzo ideologico, è che la politica del femminismo ha per oggetto una nuova materia, la scoperta e la costruzione dell’inedito. Rivendico però anche il ruolo dello sbalordimento: introdurre nel partito alcune parole forti del femminismo è stata un’operazione politica voluta e consapevole.” Intanto nelle Università fioriscono convegni e dibattiti sulle prospettive degli studi femministi in Italia, con un ritardo di oltre vent’anni sull’America dove già nel 1965 si era tenuto il primo corso sulle donne alla Free University di Seattle. Nel Belpaese l’elaborazione teorica e la ricerca, trainate dal femminismo, avevano trovato uno spazio ma solo fuori dalle Istituzioni accademiche. Un gruppo di docenti e teoriche timidamente comincia a immaginare uno sviluppo del sapere “delle donne-sulle donne” all’interno degli Atenei. In un incontro di varie studiose nella redazione di Noi Donne, nel 1987, Marina D’Amelia storica e redattrice della rivista ‘Memoria’ descrive così la possibilità di istituzionalizzare


il sapere: “Credo che l’università possa mettere in moto potenzialità di collegamento e possa svolgere un ruolo specifico: quello del ‘custodire’ ciò che il movimento ha fatto e quello che la conoscenza femminile ha finora prodotto. Custodire in due sensi: sia per darne sistematicità e continuità e sia, soprattutto, custodire per le generazioni successive”.

Cosa resterà dunque di questi anni ’80? Le pensatrici (e i pensatori) più illuminate cominciano a capire che la società è resistente al cambiamento che hanno portato le donne con le loro battaglie: da un lato il femminismo, incisivo e decisivo nel miglioramento della legislazione sull’aborto, l’istituzione dei consultori, il diritto di famiglia, il divorzio, dall’altro la cultura nazionale, prevalentemente cattolica e conservatrice.

È di Leila Di Paolo un’intervista apparsa su Noi Donne del giugno 1983 a Elena Gianini Belotti, autrice di numerosi volumi sull’educazione dei bambini, tra cui il celeberrimo “Dalla parte delle bambine” del 1973. Nel confronto con la giornalista, la scrittrice commentava così i traguardi del femminismo: “Alcune idee sono passate, per esempio abbiamo ottenuto delle leggi diverse. Ma nel quotidiano è cambiato molto poco”. Lei si occupava prevalentemente di maternità, smontando nei suoi libri i miti che ruotavano (e di fatto ruotano) attorno a questa esperienza di vita, duri a morire nonostante i movimenti politici delle donne: “dobbiamo lottare ancora molto: non per avere medici migliori ma per gestirci completamente la maternità e imporre le nostre condizioni. Deve essere la singola donna a esprimere i suoi bisogni”. Accusata di essere troppo critica e dura nei confronti della realtà, dichiarava di credere nell’utopia e di essere un’inguaribile ottimista. “Credo soprattutto nella forza delle donne, nelle nostre battaglie, e per questo sono disposta a spendere fino all’ultimo giorno della mia vita”.

Elena Gianini Belotti, n.6, giugno 1983 Benigni sostiene Noidonne, n. 2, febbraio 1984 Gianna Nannini, n.8, agosto 1985 Marina D’Amelia, n.3, marzo 1987

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Già si aveva il sentore che il cambiamento non era stato profondo come si era pensato, e che, nonostante le donne avessero acquisito coscienza di sé come singole e come comunità, la politica e il potere restavano in mani maschili, pronte a “regalare” qualche briciola, ma non di più, e soprattutto, poco inclini a dare spazio e autonomia vera alle donne.

Rossana Rossanda, n.1, gennaio 1989 Partito femminista spagnolo, n.8, agosto 1983 Aerobica, n. 11, novembre 1983

Nel gennaio 1989, Rossana Rossanda parla di violenza sulle donne. Con la sua proverbiale lucidità e il suo approccio critico, Rossanda condanna l’approccio giustizialista e la logica dell’inasprimento delle pene. “Il carcere, non mi stancherò mai di dirlo, non solo non funziona come deterrente del delitto, ma, pur essendo nato come privazione della libertà di movimento degli individui fuori dalla legge, è privazione della libertà del corpo nel senso più esteso, è inumana privazione di affettività e sessualità”. Le donne non vanno protette, né tantomeno controllate, e il tema della violenza contro le donne non va affidato semplicemente a leggi e tribunali. “Noi donne ci dobbiamo guardare da un vero e proprio inganno: credere che il riconoscimento del nostro diritto avvenga solo quando ne viene sanzionata la sua violazione”. E più avanti: “Le donne sono ancora culturalmente un soggetto troppo debole. La grande forza del femminismo che ha restituito al sesso il valore di fatto umano complesso, da scoprire nella sua verità, non è diventata senso comune culturale. Il senso comune dice che il sesso è uno solo, ed è maschile, e che la vera donna è solo quella eterosessuale, e che la eterosessuale ‘normale’ è perfettamente e placidamente complementare al desiderio di lui”.

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Il disagio sociale cresce nell’Italia anni ’80. Il tema dell’Aids dilaga nella cronaca nazionale e nelle pagine di Noi Donne: tempi cupi dopo l’esplosione di vitalità e carica sessuale dei decenni precedenti. La droga, la violenza, il degrado urbano, l’inquinamento: il benessere e l’opulenza da una parte, e dall’altra la mancanza di consapevolezza dei cittadini e della classe politica che crea i disastri che in Italia ad oggi non sono ancora stati sanati.

Proprio in questo decennio, si comincia a parlare di migranti, del razzismo diffuso tra la gente che si accorge dell’”emergenza”, delle politiche insufficienti per creare le giuste condizioni per una convivenza tra italiani e stranieri. Laura Balbo, sociologa e deputata della Sinistra Indipendente nel 1989, scrive così “Il contesto politico italiano ha eliminato le politiche sociali. In modo riduttivo, si governa come se priorità fosse l’economia e la finanzia di Stato, i problemi sociali restano fuori dall’agenda di governo, sono annullati nella loro specifica rilevanza”. Il decennio si chiude con l’evento epico della caduta del muro di Berlino che avvicina finalmente i popoli dell’est ai paesi dell’Europa occidentale: sono gli albori del continente come è oggi. E l’Italia? Sulle pagine di Noi Donne si parla di imprese cooperative, di nuove professioni, in un progressivo distacco dai temi della rappresentanza politica nei governi e all’interno dei partiti, che, progressivamente diventeranno sempre meno importanti, a favore di lobby economiche e finanziarie trasversali. Nel 1981, viene fuori il potere della massoneria: il caso P2 inquieta la società, ancora ignara del periodo turbolento e di cambiamenti che si stanno preconfigurando. Chiara Valentini scrive nel 1990 a proposito del potere che il Cavalier Berlusconi, presente nella lista di Gelli, ha intenzione di esercitare sulla televisione pubblica e sulla stampa: “Ci si indigna perché si ha ben chiaro nella propria mente che ci sono cose giuste e ingiuste, non solo nuove o vecchie, come vuole una retorica che sta trovando spazio anche a sinistra. Che c’è una gerarchia di valori, un’etica appunto a cui una comunità civile non può non riferirsi, pena il suo imbarbarimento”. Nessuno si opporrà a questo progressivo decadimento di valori etici e di lì a pochi anni, il Cavaliere farà il suo ingresso in politica per rimanerci a lungo.


Una rete attorno a Noi Donne

È

una mattina di sole quando Anita Pasquali apre la sua casa nel cuore di Roma, nella stessa strada che ospitava la storica sede di Noi Donne. Quadri, foto, ricordi appesi alle pareti e sparpagliati in giro, una casa che contiene la memoria di una vita in politica. Anita, ex-dirigente del PCI, ha speso i suoi anni nel partito, e nell’UDI, quell’Unione delle Donne Italiane che, negli anni d’oro, è arrivata a contare oltre 200mila iscritte. Prima di trasferirsi a Roma Anita, nella sua Verona, è stata diffonditrice di Noi Donne. Lei come tante altre era uno di quei minuscoli fili che crearono attorno alla rivista una rete immensa capace di farla vivere nei suoi primi quarant’anni. Ad occuparsi di quel mondo, di quella organizzazione alternativa e complementare che erano le diffonditrici e le lettrici di Noi Donne, è stata un’altra splendida donna, di nome Renata Muliari, che le siede accanto in questo salotto antico e pieno di ricordi. È Renata che fino al 1982 cura le campagne abbonamenti della rivista. “Le collettrici erano in grado di trovare continuamente nuove abbonate. Erano oltre mille e trecento e lavoravano moltissimo durante le campagne abbonamenti a differenza delle diffonditrici che portavano Noi Donne in giro tutto l’anno. E per conoscere meglio le donne della rete, noi dell’ufficio abbonamenti preparammo e inviammo delle schede in cui chiedevamo età, professione e interessi delle lettrici, delle abbonate, delle collettrici. Questo ha permesso a tutti i settori di lavoro - abbonamenti, diffusione e redazione - di conoscere da vicino le abbonate e di capire quali temi raccontare e come farlo. Il rapporto con loro era uno scambio umano vivo e costruttivo, fatto di vera partecipazione alla costruzione dei contenuti della rivista. Ad

un certo punto, abbiamo anche pensato che bisognasse premiare le collettrici per riconoscere il lavoro straordinario che facevano sui territori. Organizzammo dei viaggi: il primo fu nel 1968 in Jugoslavia”. Anita ricorda bene quegli anni e il suo impegno con la rivista. “Io ero la responsabile femminile del PCI di Verona e avevo un grande registro con oltre mille nomi, quelle erano ‘le mie donne’. Le chiamavo per le fare le riunioni nelle case, ed essendo iscritta all’UDI, mi facevo dare un certo numero di giornali, poi prendevo le buste gialle per lettera, le aprivo, le arrotolavo intorno a Noi Donne e li portavo in giro. La nota dolente arrivava al momento del pagamento: era difficile riscuotere i soldi delle lettrici da consegnare all’UDI! Ma il giornale aveva davvero un ruolo importantissimo, rappresentando l’unico modo per far arrivare alle donne del PCI i temi dell’emancipazione femminile, raggiungendo anche posti isolati e lontanissimi e rompendo schemi e preconcetti della morale comune dell’epoca”. Le storie dell’UDI e di Noi Donne vanno avanti di pari passo, alimentandosi a vicenda, almeno fino agli anni settanta. Dopo la battaglia comune per la legge che riconosce lo stupro come un reato contro la persona e non contro la morale, durante la quale il femminismo romano e l’UDI lavorano intensamente insieme, le cose cambiano. Il femminismo porta degli scossoni all’interno questa macchina organizzativa così perfetta: sorgono nuovi centri di elaborazione del pensiero femminile e femminista e l’UDI dopo il congresso del 1982 cambia forma. Il rapporto con il movimento lesbico e femminista non è semplice, perché il pubblico di Noi Donne non è abituato a questi temi, ma a un racconto e a una visione più tradizionale della realtà. E invece il giornale decide di parlarne, seguendo l’evoluzione del pensiero e delle pratiche femministe. Tutte partono da sé, ed è così che l’UDI si rifonda a livello territoriale. A Roma nel 1984 nasce l’UDI romana La Goccia, di cui Renata e Anita - oggi due splendide ultraottantenni - fanno parte, felici di poter dare ancora il loro contributo alla causa femminile.

Viaggio con le collettrici in Jugoslavia, 1968

Anita Pasquali (a sinistra) e Renata Muliari durante l’intervista. Il tegame al centro è stato un premio per la diffusione di Noi Donne che ha vinto Pasquali

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LE RIFORME ISTITUZIONALI HANNO BISOGNO DI GAMBE ROBUSTE di Luciana Serri, Consigliera regionale PD

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REDAZIONALE

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on l’approvazione in Senato a fine marzo del disegno di legge del Ministro Delrio, le province sono diventate “enti di secondo livello”, cioè non più istituzioni ed organi elettivi ma “agenzie” al servizio dei Comuni del territorio. Questa legge non rappresenta ancora il punto di arrivo ottimale, piuttosto una tappa necessaria del percorso di riforma e semplificazione del nostro assetto istituzionale, con l’obiettivo di realizzare sia un significativo risparmio per le finanze dello Stato sia, soprattutto, una maggiore efficienza ed efficacia del sistema pubblico dei servizi. Intanto al posto di 107 Consigli e Giunte provinciali abbiamo 97 enti di area vasta, guidati a costo zero dai presidenti uscenti fino a fine anno; e, per la prima volta, i cittadini italiani non hanno votato per le province, né più lo faranno dal momento che è stato avviato l’iter per la loro eliminazione dalla Carta Costituzionale. Tutto bene allora? Sì, a patto però di fare le cose perbene. L’Emilia-Romagna, come le altre Regioni italiane, ha delegato nel tempo molti compiti importanti alle Province, che li hanno svolti mettendo a punto modalità operative ormai rodate e ben funzionanti anche grazie alla professionalità dei loro dipendenti. Parliamo di circa 60.000 persone a livello nazionale, impegnate quotidianamente in settori come l’istruzione e la formazione professionale, la programmazione territoriale e ambientale, i servizi alle imprese. È del tutto evidente che queste migliaia di lavoratrici (in maggioranza) e lavoratori, rappresentano un patrimonio di competenza ed esperienza davvero strategico nel pro-

cesso di riforma in atto, da utilizzare al meglio per una maggiore produttività e qualità della spesa pubblica. Per non depotenziarlo o peggio disperderlo dobbiamo offrire ai dipendenti provinciali, in tempi brevi, un quadro definito delle mansioni che andranno a svolgere, con quali interlocutori, partner e finalità istituzionali. Al momento questi elementi non sono noti e la legge Delrio prevede solo che entro il 31 dicembre 2014 dovranno essere approvati gli statuti delle nuove province e delle 10 Città metropolitane. I tasselli ancora mancanti ci costringono ad uno standby che non ci possiamo permettere, perché mai come ora le politiche per il rilancio economico e sociale del Paese richiedono una macchina amministrativa oliata, motivata e funzionale. Credo sia responsabilità di tutti contribuire ad una maggiore chiarezza, alla razionalità e certezza del progetto di riordino, alla sua coerenza con i percorsi di fusione e unione dei Comuni che la Regione sta portando avanti con determinazione, ma anche con le annunciate riforme della Pubblica Amministrazione e del Senato.

Occorre perciò che il governo completi al più presto il processo di delega statale e metta le Regioni e gli enti locali nelle condizioni di fare ognuno la propria parte in un disegno organico di riordino dei poteri. Abbiamo per questo sollecitato la giunta Errani a presentare una proposta di riassetto istituzionale regionale che dia certezze sul piano delle funzioni (chi fa cosa) ed allo stesso tempo sicurezza ai lavoratori, sulla loro collocazione e per ciò che riguarda la valorizzazione della loro professionalità. Ricordiamoci sempre che le riforme camminano sulle gambe delle persone e che l’Italia ha necessità di correre su gambe robuste.

Circa 60.000 lavoratrici e lavoratori a livello nazionale sono impegnate quotidianamente in settori come l’istruzione e la formazione professionale, la programmazione territoriale e ambientale, i servizi alle imprese. Un patrimonio di competenza ed esperienza strategico per la riuscita delle riforme.


VOLONTARIATO E CITTADINANZA SOLIDALE, VALORE OLTRE LE REGOLE di Miro Fiammenghi, consigliere regionale PD

Il volontariato sociale in Emilia-Romagna è una realtà

importante in continua espansione, con oltre 3.000 associazioni iscritte ai registri regionali, più di 100.000 volontari attivi e 600.000 tra aderenti, sottoscrittori e sostenitori. Partiamo dai numeri - che poi sono persone per spiegare perché la nostra Regione interviene con un progetto di legge che semplifica e al tempo stesso valorizza questo mondo. La promozione del volontariato e il suo coinvolgimento nelle politiche pubbliche non è una novità, tanto che più normative regionali sono state fatte in materia sin dagli anni ’90. Sempre, siamo stati consapevoli sia della necessità di rispettare l’autonomia di queste organizzazioni che si fondano sulla libera scelta individuale, sia della loro capacità di conoscere le esigenze del territorio, di attivare reti di auto-aiuto e portare una propria progettualità nella soddisfazione di nuovi bisogni sociali. Innovare il sistema, compreso l’associazionismo c.d. di promozione sociale e il servizio civile, si rende ora urgente per stare al passo con una serie di cambiamenti che non vogliamo subire ma, al contrario, governare con intelligenza. Ecco perché sono particolarmente soddisfatto di essere relatore di una legge che riconosce l’importanza della “cittadinanza solidale”, renderà più semplice l’attività di volontariato e integrerà più giovani nel servizio civile regionale. Andiamo con ordine. L’obiettivo della

semplificazione lo raggiungeremo prima di tutto adeguando i registri, cioè gli strumenti ufficiali di certificazione e “riconoscimento” delle organizzazioni e delle associazioni onlus. Mettendoci dalla parte di chi promuove e svolge le attività sociali, significa poter iscriversi con procedure informatiche finalmente rapide, senza carte da bollo e trafile, senza più sottoporsi e aspettare controlli preventivi di conformità alle regole, ma con la certezza di una autorizzazione rilasciata -o meno- in tempo reale. Anche perché i registri saranno consultabili e aggiornati on line. Tra l’altro, in coerenza con la trasformazione delle Province in enti strumentali del territorio, la legge assegna al solo livello regionale la loro gestione. Creiamo però il presupposto di istituire registri comunali, disciplinati con propri regolamenti, atti ad individuare i soggetti idonei a possibili collaborazioni per costruire forme di coesione sociale e produrre reti di solidarietà. Anche le modifiche in materia di servizio civile regionale seguono la logica della semplificazione. Ad esempio si tiene conto che i progetti nelle scuole e nelle emergenze hanno durate differenti (qui in Emilia dopo il sisma ne sappiamo qualcosa), perciò eliminiamo i

vincoli temporali già previsti per i diversi progetti e individuiamo i partecipanti non più sulla base delle fasce d’età 15-18 e 18-28, bensì sull’adempimento in corso del diritto-dovere all’istruzione e formazione. Insomma l’esperienza del servizio civile sarà flessibile e integrata nel percorso formativo della ragazza o del ragazzo. Abbiamo voluto dare un segnale chiaro e in controtendenza rispetto al numero sempre più ridotto di giovani che possono di fatto partecipare al servizio civile nazionale, a causa di risorse statali in forte calo e una domanda invece in grande crescita, determinata purtroppo anche dalla crisi economica. Il servizio regionale diventerà più accessibile in virtù di due ulteriori disposizioni: la sua apertura ai giovani cittadini di qualunque nazionalità e la possibilità dei soggetti pubblici e privati di concorrere al finanziamento del Fondo dedicato. Concludo con la “Giornata del Cittadino (e cittadina) solidale”, istituita con questa legge per iniziativa dell’Assemblea che la propose nel 2011, Anno europeo del volontariato. Cadrà l’ultimo sabato di settembre e sarà da quest’anno un’occasione speciale di informare e sensibilizzare sulle attività che migliaia di persone scelgono di svolgere a beneficio degli altri, per instaurare relazioni autentiche e sentirsi parte di una comunità che merita il nostro contributo. Il confronto sulla legge avviato con Comuni e associazioni di volontariato è positivo e continua in queste settimane per condividere con loro il testo definitivo.

Innovare il sistema del volontariato, l’associazionismo sociale e il servizio civile si rende urgente per stare al passo con una serie di cambiamenti che non vogliamo subire, ma governare con intelligenza. Abbiamo voluto dare un segnale in controtendenza rispetto al numero sempre più ridotto di giovani che possono di fatto partecipare al servizio civile nazionale.

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COSACCHE:

FIERE E LIBERE VANNO A CAVALLO E USANO LA SPADA RUSSIA

di Cristina Carpinelli YULIA TKACHENKO, 66 ANNI E UN FIGLIO, È L’ATAMANA ALLA GUIDA DELLE TRUPPE COSACCHE CHE INCARNANO LA RINASCITA DI UNO SPIRITO NAZIONALE RUSSO che sono molti di più. Forse sino a 3 milioni. La terra dei cosacchi è la “Madre Russia”, una patria personificata e santificata, materna e protettiva. Il motto del cosacco è “Gloria alla Grande Russia”. Dopo la repressione dei cosacchi “controrivoluzionari” nella Russia bolscevica, la loro riapparizione nella Russia contemporanea la si deve al nazionalista V. Putin, che li sostiene e li finanzia. Putin vede nel loro fervente patriottismo, nella loro ferrea fede religiosa e disciplina una fucina per le future Le cosacche, nate schiave e sottomesse al generazioni. Dal 2000 nella zona tra il Don e il Kuban’ sono decine di scuole militari, con lo scopo di recuperare la marito, vanno a cavallo e usano la spada sorte cultura e l’eredità cosacca. Esistono, inoltre, speciali unità cosacche nell’esercito russo. Molti villaggi nel sud come gli uomini. Anche se nella steppa non è della Russia hanno un’amministrazione parallela, rimasto più spazio per il galoppo. Le cosacche sono con compiti quasi-militari. fiere, indomabili, libere (la parola kazak tradotta L’epopea cosacca nasce grazie alla zaridal turco significa “uomo libero”) e pronte a NEL 2006 na Caterina II di Russia. Per ricompensare dar la vita, come quelle del “Battaglione della PER LA PRIMA VOLTA i meriti dei cosacchi del Mar Nero nelMorte”, che morirono per lo zar durante la UN COLLEGIO la guerra turco-russa del 1787-1791, guerra civile russa. PER CADETTI MILITARI Caterina II con l’editto del 3 giugno 1792 Dal 2006, a Belaja Kalitva, nella regione di OSPITA 80 RAGAZZE regalò ai cosacchi le terre comprese tra la Rostov, che dal 1991 è il cuore della rinascita A TEMPO PIENO penisola di Taman’ e la riva destra del fiume cosacca in Russia, per la prima volta un Kuban’. Il trasferimento dei cosacchi in quecollegio per cadetti militari ospita 80 ragazze ste terre iniziò da subito. Qui i cosacchi del Kua tempo pieno. Il colonnello Jurij Leonov, direttore ban’ fondarono nel 1793 Ekaterinodar (l’odierna della scuola, confessa che sono più brave dei Krasnodar , che significa dono di aterina . maschi nello studio, e alla pari negli sport. Per cadetti Le cosacche russe del Don sono discese sino all’estree cadette sono previste stesse materie di addestramenmo lembo nord-orientale dell’Italia, il Friuli e la Venezia to fisico: equitazione, alpinismo, parapendio, immersioni, Giulia, nel corso dell’ultima guerra. Fu Hitler a trasferire i combattimento corpo a corpo, judo, corsi di sopravvivenza cosacchi collaborazionisti in queste terre, con la promese addestramento tattico, gare di lancio di coltelli e tuffi. Nel sa di fondare una “Kosakenland in Nord Italien”. Lo storicollegio militare si formano delle autentiche cosacche. co e giornalista Pier Arrigo Carnier testimonia nel suo libro I cosacchi non sono una razza, né un’etnia, piuttosto incarL’armata cosacca in Italia, 1944-1945 che ai primi di magnano la rinascita di uno spirito nazionale russo. 740mila sono gio del 1945 a Ovaro (Comune in provincia di Udine) una quelli registrati ufficialmente in Russia, ma c’è chi sostiene


donna cosacca in uniforme da ufficiale si era presentata al cospetto dell’atamano generale Pëtr Nikolajevic Krasnov, dichiarando: “Sono il comandante del battaglione ‘Nina Bojko’. Si trattava di un battaglione cosacco di sole donne, fresco di costituzione, il cui nome “Nina Bojko” evocava un’eroina cosacca, ufficiale della controrivoluzione (1917-1918)”. Detto battaglione di soldatesse cosacche, in bella uniforme, proveniente dal Reich, era giunto in Italia, destinato alle spalle della linea contrapposta dai tedeschi all’avanzata alleata sul fronte del Po. Nel dopoguerra, con le truppe in ritirata, LA PAROLA DI YULIA cristiano-ortodossa è per tutti i cosacchi la nel capoluogo di Tolmezzo (Comune NEL VILLAGGIO “legge principale”. in provincia di Udine) furono viste “... È “LEGGE”, MA NELLE Ma com’è potuto accadere che sia stata donne gagliarde, cosacche del Kuban’, MURA DOMESTICHE scelta come capo dei cosacchi una dondell’Orenburg e delle steppe boscose della CHI COMANDA na? Racconta Yulia Tkachenko: “Siamo Chopra e Medvediza del Don settentrionale, È SUO MARITO giunti nella regione di Vladimir nel 1999. Aruomini fieri, e donne tipiche del Kuban’ rivavamo dalla provincia di Pavlodar, e poiché imperiose nell’aspetto ma dolci nel linguaggio, discendiamo dal cosaccato di Ermakovskaya dal capo avvolto nelle sciarpe e nei ‘foulars’ abbiamo deciso di fondare anche qui una comudai disegni rosso-blu e dalle vesti e lunghe gonne nità di cosacchi. Ci siamo recati a Mosca, per registrarci inzuppate di pioggia”. Fra le cosacche transitate in ritinell’esercito centrale dei cosacchi. Hanno controllato i nostri rata per Ovaro vi fu “Tatiana Danilewitsch (…), dirigente documenti, poi un funzionario rivolgendomi la parola mi ha della Scuola allievi ufficiali cosacchi (Junker), insediata a chiesto: ‘Yulia vuole essere lei il capo’? Io ho risposto: ‘Ma Villa Santina. Passò ugualmente per Ovaro la cosacca E. sono una donna’. Gli uomini che erano con me si sono guarKriklenko, dottoressa, membro dell’equipe medica dello Stato dati in faccia e poi hanno detto: “Va bene, Yulia, tu sarai il maggiore cosacco. (…) Tatiana De Dubrowsky, comandante nostro capo, noi ti eleggeremo. È andata così. E una volta dei cosacchi a Tauriano sulla sponda destra del Tagliamento, che vieni eletta taman, nessuno osa più sfidarti . Di solito le Kati Ilikeria Lietschenko, galiziana aggregata ai cosacchi, donne non sono cosacche Ataman. Yulia T. è un’eccezione. Fatianow Pelageja, cosacca del Kuban’ che fu a Osoppo, on fierezza sostiene che i cosacchi maschi non la temono, Tamara Koval’skaja, Zinaida Zaretskaja e molte altre ancora”. anzi la rispettano”. La sua parola nel villaggio è “legge”. AnTransitò in ritirata per Ovaro anche il Battaglione femminile che se dentro le mura domestiche chi comanda è suo marito, cosacco della morte “Maria Bochkareva”, che proveniva come vuole la tradizione. dalle retrovie del fronte del Po. Quando s’incendiano i boschi (la steppa è una pianura Ancora oggi esistono delle cosacche. Yulia Tkachenko è secca , i primi a estinguere le fiamme sono i guerrieri l’unica donna Ataman a capo di truppe cosacche cosacchi. Al loro seguito c’è sempre l’Ataman, da oltre 10 anni. Sotto di lei ha 380 “guerrieri”. il capo delle truppe, che ha una funzione di Ha 66 anni, è sposata e ha un figlio. Vive nel YULIA TKACHENKO comando. Yulia Tkachenko in genere non si villaggio boschivo di Machra (distretto di È L’UNICA DONNA addentra nei boschi. Segue le operazioni Aleksandrov, regione di Vladimir) a circa ATAMAN A CAPO di spegnimento dell’incendio dal villaggio, 200 km. da Mosca. Indossa dei pantaloni DI TRUPPE COSACCHE consigliando e disponendo sul da farsi. a strisce rosse (o una divisa militare femmiDA OLTRE 10 ANNI. In tempi passati, era esistita anche un’alnile) e un cappello di pelliccia alto, ha il suo SOTTO DI LEI HA 380 tra donna atamana. Prima di diventare cavallo, perché come lei stessa afferma “un “GUERRIERI” cosacca era stata monaca. Si chiamava cosacco senza cavallo, non è un cosacco”, Alëna Arzamasskaja ed era vissuta ai tempi e tira di spada. Possiede anche una frusta di di Stepan Razin. Quando nei pressi di Simcuoio nero, simbolo di potere. È il Consiglio debirs le forze ribelli furono sconfitte nel , gli anziani cosacchi del villaggio, da lei diretto, che Alëna radunò 600 cosacchi e li condusse attraverso decide verso chi usare la frusta. In genere, per punire i tepi boschi nella città di Temnikov, dove si unirono con le pisti. Ed è sempre questo Consiglio che decide chi arruolare truppe di S. Razin, occupando la città. Secondo alcune nell’esercito cosacco (donne incluse). È lei che presiede il testimonianze dell’epoca, nessun uomo fu in grado di rito d’iniziazione dei giovani: questi devono prestare giuracompetere con lei nell’arte di tirare con l’arco nel corso mento, ricevere un numero simbolico di colpi di frusta e badella battaglia. Miti, leggende Eppure queste figure di gnarsi presso la sacra fonte. Oltre al Consiglio degli anziani, eroine che accendono la fantasia non sono leggenda ma un’altra istituzione di primo piano è il Sacerdote di rito russo una realtà, anche attuale. ❂ ortodosso scelto dal Consiglio stesso. La fede nella religione

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BANGLADESH

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VITE SPEZZATE

UN ANNO DOPO IL CROLLO DEL RANA PLAZA UN ANNO DOPO IL CROLLO DELLA FABBRICA TESSILE IN BANGLADESH, GLI OPERAI E LE OPERAIE SOPRAVVISSUTE PORTANO ANCORA SULLA PELLE E NELLA TESTA I TRAUMI DI QUELLA TRAGEDIA. UNA RICERCA DI ACTIONAID

di Barbara Antonelli

Riahna Khatum, anni, lavorava come cucitrice al settimo piano del Rana laza. Le hanno dovuto amputare entrambe le gambe e adesso è quasi un anno che si trova presso il R entro per la Riabilitazione dei aralizzati . gni giorno rimpiange di non essere morta nell’incidente. on ha un marito, suo padre è morto e sua madre vive lontano da Dacca. hi si sposerebbe una donna senza le gambe ripete con estrema tristezza. Sta frequentando un programma di riabilitazione fisica. gni mattina le insegnano a coordinare i movimenti per camminare con i suoi arti artificiali. n anno dopo la tragedia del Rana laza, in angladesh, tre quarti dei sopravvissuti vive ancora sulla propria pelle il trauma fisico o psicologico dovuto al crollo della palazzina dove avevano

sede diverse fabbriche tessili. questo il risultato di una ricerca sul camL’INDAGINE DI po condotta da ction id: oggi la ACTIONAID MOSTRA LA maggior parte dei sopravvissuti DISPERATA VULNERABILITÀ DEI SOPRAVVISSUTI E DELLE non è in grado di poter tornare al FAMIGLIE: OLTRE IL 70% lavoro. Esiste inoltre un enorme DEGLI INTERVISTATI NON SONO divario tra le promesse di risarRIENTRATI AL LAVORO E IL 95% VIVE IN GRAVI CONDIZIONI cimento fatte alle vittime e la reDI DISAGIO ECONOMICO altà. L’indagine sul campo mostra infatti la disperata vulnerabilità dei sopravvissuti e delle loro famiglie: oltre il degli intervistati non sono rientrati al lavoro nel , dei casi per gravi problemi fisici riportati in seguito al crollo nel per traumi psicologici difficoltà di concentrazione, depressione . Di fatto, un anno dopo il crollo del Rana laza, il degli intervistati vive in gravi condizioni di disagio economico. ra loro c’è anche Sajal Das di anni. a dovuto lasciare tre diversi posti di lavoro negli ultimi sei mesi: la sua resa lavorativa infatti non è più soddisfacente . Le ferite riportate nel crollo della fabbrica del Rana laza hanno cambiato il corso della sua vita. on posso


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lavorare per più di due ore consecutive - racconta Sa al - ho ottenuto un posto in una fabbrica del gruppo l-Muslim due mesi fa, ma sono stato in grado di consegnare solo metà della produzione che mi era stata richiesta. capi non erano soddisfatti, non mi è rimasto che lasciare il lavoro. o continui dolori alla schiena, all’inizio non erano cos forti, ma adesso da quando ho ripreso a lavorare sono diventati insopportabili . Solo un anno fa Sajal lavorava nel laboratorio tessile di e ave St le al sesto piano del Rana laza. u soccorso tra le macerie ore dopo il crollo. Ero ferito alla schiena e alla vita, ma pensavo non fosse nulla rispetto ad essere stato sepolto per ore sotto le macerie. edevo corpi di persone schiacciate sotto il cemento armato. o visto il mio collega morto, in una pozza di sangue . a affrontato cure mediche in un centro specialistico. Sono stato a riposo per alcuni mesi e ho preso medicinali fino a quando le mie risorse economiche me l’hanno permesso. Ma come avrebbe potuto sopravvivere la mia famiglia senza alcuna entrata . ggi vive con i suoi famigliari in una piccola abitazione di Savar, nel quartirere di an olon ha ricevuto gli ultimi due stipendi pari a . ta a bengalesi circa euro e una quota di . ta a circa euro come sostegno finanziario da R M R . ell’ultimo mese con questi soldi ha potuto pagare alcune spese della famiglia, estinguendo anche dei prestiti che aveva preso prima e dopo il Rana laza. Ma ora quasi tutta la somma è stata spesa. l aprile morirono circa . lavoratori e furono oltre . i feriti. n anno dopo, la maggior parte di questi operai ha gravi difficoltà a pagare affitto, beni di prima necessità o addirittura un pasto decente. Molte famiglie, sono ancora in attesa di ricevere i dovuti risarcimenti e allo stesso tempo non sono in grado di ripagare i debiti. Mentre molte aziende internazionali continuano a rifiutarsi di versare gli indennizzi dovuti, la ricerca ha evidenziato come alcuni operai intervistati abbiano ricevuto risarcimenti pari a circa . dollari, ma tra loro ci sono alcuni che hanno ricevuto appena dollari. Solo milioni di dollari, sui previsti, sono infatti stati versati nel Rana laza Donors rust und, il fondo che servirà per risarcire tutte le vittime, come stabilito dal Rana laza rrangement, supervisionato dall’ nternational Labour rganization L . Le condizioni di Sa al sono comuni a centinaia di operai tessili che non hanno potuto riprendersi fisicamente e psicologicamente dal trauma subito. ncora adesso se penso alla tragedia del Rana laza, non riesco a dormire. Se sento rumori forti o urla, tremo di terrore. on ho più capacità di concentrazione sul lavoro. La tragedia del Rana laza ha cambiato il corso della mia vita dice Sa al. ersare moneta liquida nelle

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Credit foto: Annalisa Natali Murri

BANGLADESH

SOLO 15 MILIONI DI DOLLARI, SUI 40 PREVISTI, SONO STATI VERSATI NEL RANA PLAZA DONORS TRUST FUND, IL FONDO CHE SERVIRÀ PER RISARCIRE TUTTE LE VITTIME, COME STABILITO DAL RANA PLAZA ARRANGEMENT, SUPERVISIONATO DALL’ILO

MIGLIAIA DI LAVORATORI E LAVORATRICI NON SONO PIÙ IN GRADO DI LAVORARE A CAUSA DEI TRAUMI FISICI E PSICOLOGICI SUBITI NEL CROLLO

mani delle famiglie dei sopravvissuti non significa risarcire le persone del trauma e delle perdite subite - dichiara arah abir, Direttrice di ction id angladesh - è offensivo che grandi multinazionali possano paragonare questi esigui risarcimenti ad una tragedia cos grande come quella del crollo del Rana laza che ha cambiato per sempre la vita di questi operai. uello di cui i sopravvissuti hanno bisogno è di un giusto risarcimento, quindi misure di lunga durata e un sostegno che consenta loro di vivere per i prossimi anni, se non sono in grado di lavorare. Migliaia di lavoratori e lavoratrici non sono più in grado di lavorare, a causa dei traumi fisici e psicologici subiti, non riescono a dormire la notte, non riescono a condurre una vita normale, mentre alcuni marchi della moda fanno ancora orecchie da mercante sulla questione dei risarcimenti . ❂


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LIBRI a cura di Tiziana Bartolini

questo contesto le pratiche formative svolgono una funzione determinante e decisiva”. Un libro di lettura e di studio al tempo stesso, che si legge tutto d’un fiato. Elisabetta Colla Elena Zizioli ESSERE DI PIÙ. QUANDO IL TEMPO DELLA PENA DIVENTA IL TEMPO DELL’APPRENDERE

APPRENDERE E STUDIARE IN CARCERE Fresco di stampa il bel volume ‘Essere di più: quando il tempo della pena diventa il tempo dell’apprendere’, di Elena Zizioli, ricercatrice e docente presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre - dove insegna Letteratura per l’Infanzia e collabora col CREIFOS - inaugura la collana di Pedagogia e Scienze dell’Educazione della Casa editrice Le Lettere (diretta da Fabio Bocci e Massimiliano Fiorucci). Con passione, lucidità e non comune capacità di descrivere un argomento estremamente serio - quello del carcere e del come e perché sia importante promuovere e sviluppare una ‘società della conoscenza’ nei luoghi di confine - l’autrice esplora il pianeta della scuola ‘ristretta’ dal punto di vista dei riferimenti teorici, dei significati trasformativi e delle più attuali pratiche operative, oltre ad ampliare lo sguardo sulle prospettive del settore. Viene inoltre raccontata, anche attraverso le parole dei protagonisti, l’esperienza portata avanti nella Casa Circondariale di Rebibbia, mediante il progetto ‘Teledidattica-Università in carcere” (2007-2012), che ha permesso all’autrice un “confronto diretto, continuo, sistematico con soggetti in regime di detenzione”. La scommessa pedagogica di cui parlava Edgar Morin (uno dei riferimenti dell’autrice, insieme a Freire, Demetrio e molti altri) si declina allora nell’intenzione condivisa di trasformare il tempo della pena in ‘tempo dell’apprendere’, dove ogni persona può sottrarsi a processi di ‘oggettivazione’ e “realizzarsi - come afferma la Zizioli nell’Introduzione - come essere pienamente umano anche in contesti disumanizzanti, dove si genera un essere di meno, per dirla con Paulo Freire. Essere di più, in sostanza, non è una formula o un titolo suggestivo di un progetto, ma una disposizione dell’essere umano, che conscio della sua limitatezza e della sua in conclusione, come insegna ancora Freire, si impegna per cambiare: in

Ed Le Lettere, euro 18,00

UNA LEZIONE DEL SÈ Una raccolta di bozzetti che si allungano su tutto il 1988 “con una scrittura, quasi sperimentale, di narrativa poetica e, viceversa, di poesia narrativa . atrizia aporossi - filosofa e storica delle donne, saggista e poetessa - ci introduce al suo ultimo libro (edito da Guasco, Ancona 2014) spiegando che “Mia piccola libertà, ti chiamo per nome” intende essere un testo ‘politico’ “per la risonanza che lancia e richiama a quel contesto vitale che è la polis umana” e in cui la protagonista della scrittura è la “soggettività femminile” o meglio la “coscienza-di-sé” che soprattutto nel secondo Novecento ha rivoluzionato il “senso-di-sé”, nella dimensione “pubblica” e “privata”. Lo slogan era e rimane “il personale è politico”, “come valenza della storia di una persona che può essere o diventare la storia soggettiva di tutta una società”. Un libro che scaturisce da un vissuto personale riletto nell’intersecazione con le esperienze pubbliche e sono le parole dell’autrice a darne spiegazione. “Nell’esperienza personale e ritmata dalle stagioni della vita, dove l’elemento autobiografico segna, come in ogni animo, gli accadimenti, nelle pagine diventa l’occasione per una ri essione, ad ampio raggio, su tanti momenti dell’esistenza umana, inevitabili spesso, che ci attraversano e non ci lasciano (mai) indifferenti, per quanto ‘tangenti’. Anzi. Gli anni ‘80, poi, fanno da cornice al dato esperienziale trascritto nelle pause, nella punteggiatura che nelle parole scelte, a una a una e dà il proprio ritmo alle vicende narrate di cui sono paradossalmente protagonista. Sono (stati) anni vissuti come un ‘ri usso’, proprio dell’elemento politico, per quella generazione che ha attraversato le speranze del ‘68 e, soprattutto, la durezza degli anni ‘70 con la veemenza di un sogno possibile di cambiamento e che qui emergono, invece, non come una ‘ritirata’ nel privato, ma in cui matura qualcosa di più nella forte consapevolezza di sé rispetto alla vita e alle vicende umane”. Un libro da maneggiare con cura perché con cura affronta il passato “senza veli e tentando di trovare ‘le parole


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per dirlo’, come il bel titolo di un libro di Marie Cardinal, parole che possano ‘dire’ e ‘dare’ dignità a ogni piccola piega o sfumatura della (nostra) vita”. Patrizia Caporossi MIA PICCOLA LIBERTÀ, TI CHIAMO PER NOME Ed Guasco, Ancona 2014

AIED, UNA BELLA STORIA Si torna spesso sugli anni Settanta. Meno si dice e si sa degli anni Cinquanta e Sessanta. ‘Amore e libertà’ è un libro importante ed utile per colmare questa lacuna. È la storia dell’Aied, la storia dei pionieri della libertà sessuale e dei primi consultori autogestiti, ricostruita dall’autore con vivacità e precisi riferimenti d’archivio. L’Associazione italiana educazione demografica è fondata nel , ma di controllo delle nascite si parla già ai primi del ‘900. Il fascismo mette al bando la contraccezione. È nella giovane democrazia che si ricomincia a parlarne. Sul piano politico, l’Aied lotta per l’abolizione dell’articolo del Codice penale. Sul piano culturale svolge attività divulgativa. Sul piano sanitario, medici volontari tengono aperti gli ambulatori. Sul piano sociale, le volontarie Aied sviluppano una pratica innovativa di educazione sessuale “porta a porta”, svelando gli orrori degli aborti clandestini. La censura degli anni Cinquanta si stempera un poco nell’Italia degli anni Sessanta. L’Aied è ancora isolata ma nell’opinione pubblica il muro si è incrinato. Nel passaggio agli anni Settanta il tema della liberazione sessuale esplode insieme ai movimenti di contestazione giovanile e al femminismo. Di questo passaggio, Gianfranco Porta riferisce le continuità piuttosto che le rotture. Il libro si chiude con un scorcio sugli anni Ottanta, lasciando intravedere gli effetti delle vittorie ottenute e delle nuove sfide che da esse scaturiscono. Quelle, appunto, della libertà. Eleonora Cirant Gianfranco Porta AMORE E LIBERTÀ. STORIA DELL’AIED Ed Laterza (2013), pagg 267, euro 18,00

Ricordiamo con affetto Grazia Porro, deceduta a maggio, una grande protagonista delle battaglie per la parità uomo-donna sul lavoro. Vice Presidente di Ancorpari, Associazione Nazionale delle Consigliere di Parità, quando l’associazione è stata chiusa ha donato i materiali al Centro Documentazione Donna di Modena. La Redazione di NOIDONNE si unisce al cordoglio delle Consigliere di Parità di Modena Isa Ferraguti e Mirella Guicciardi, della Consigliera di parità di Como Paola De Dominici e del Centro Documentazione Donna di Modena.

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ANCORA SULL’APPLICAZIONE DELLA LEGGE 194/78

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e lamentazioni sulla difficoltà di applicazione della legge raramente identificano specifiche responsabilità di ordine politico, amministrativo, dirigenziale ed esecutivo. L’obiezione di coscienza viene assunta come fattore ostativo all’applicazione della legge senza entrare nel merito della valutazione delle risorse necessarie, umane, strutturali e infrastrutturali per l’esecuzione delle IVG, anche in termini di integrazione dei servizi impegnati nell’intero percorso, alla luce delle evidenze scientifiche riguardo le attività e le modalità operative raccomandate dal rapporto dell’OMS (http://apps.who. int iris bitstream eng.pdf . Riguardo le responsabilità politiche va ribadito che la legge indica esplicitamente la responsabilità del governo regionale nell’applicazione della legge stessa, poiché è lì che sono nominati i direttori generali delle ASL, da cui dipendono i presidi ospedalieri, i sevizi territoriali, i direttori generali delle aziende ospedaliere. Sono evidenti le catene di responsabilità politiche, amministrative e dirigenziali nell’assicurare un servizio pubblico, la cui interruzione è penalmente rilevante. Per avere un’ idea delle risorse necessarie e della modalità di messa in rete dei servizi è utile quantificare quante sono attese attualmente, in media, in un distretto di 100mila abitanti. Le donne in età feconda sono circa il , quindi mila assumendo un tasso di abortività di 10 IVG per mille donne in età feconda, sono da attendersi circa anno, cioè circa IVG/settimana. lla luce delle evidenze scientifiche le dovrebbero essere effettuate nella quasi totalità in anestesia locale per salvaguardare maggiormente la salute delle donne. n talia oltre l’ delle IVG vede il ricorso all’anestesia generale, nonostante la costante sollecitazione dell’Istituto Superiore di Sanità e delle relazioni ministeriali annuali almeno dal ad attenersi alle raccomandazioni internazionali. Oltre al danno per la salute sono evidentii maggiori impegni derivanti da tale inappropriatezza: dal maggior numero di analisi pre-IVG, all’impiego di risorse strutturali e professionali da condividere per altre attività, per le quali tali risorse sono indispensabili. Se l’obiezione di coscienza costituisce un limite, quella degli anestesisti non avrebbe implicazioni operative, se non in minima parte. Se si facesse la scelta di indicare il consultorio familiare come luogo di prenotazione (anche uno per tutti, messi in rete), anche per assicurare una migliore applicazione della legge anche nel counselling post IVG, non dovrebbe essere una impresa titanica identificare le sedi ed assicurare le risorse necessarie per l’effettuazione delle IVG. Il ricorso all’intervento farmacologico, anche superando la restrizione a 7 settimane portando il limite a 9, come raccomandato, almeno un terzo delle IVG attese potrebbe essere effettuato con tale modalità, con una riduzione estrema dei carichi di lavoro ed è quindi da apprezzare la decisione della regione Toscana di individuare la sede consultoriale come più appropriata per tale alternativa. nfine, non dovrebbe essere difficile condividere le scelte con le donne, alla luce dei rischi e dei benefici in gioco, secondo il peso che le donne stesse danno loro, dopo valido counselling, che i consultori familiari possono fare meglio di altri servizi.


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DA PETILIA POLICASTRO A ROMA

UNA GIORNATA PARTICOLARE. ANZI DUE

IL 3 MAGGIO A PETILIA POLICASTRO INAUGURATO UN MONUMENTO ALLA MEMORIA DI LEA GAROFALO, VITTIMA DELLA ‘NDRANGHETA. QUALCHE GIORNO PRIMA UNA DELEGAZIONE DEL LICEO È STATA RICEVUTA IN SENATO DAL PRESIDENTE PIETRO GRASSO

“L

a sua è una storia di dolore, ma anche di grande coraggio e di determinazione come donna e come madre di una bambina, Denise, alla quale voleva regalare e assicurare non ricchezza, ma un futuro migliore, un futuro di legalità. Il ripudio dell’ambiente in cui viveva, l’assoluta solitudine per la sua scelta di denunciare quel mondo che non le apparteneva nell’animo e nello spirito, non la spaventarono, ma alimentarono il suo anelito alla libertà. Oggi Lea Garofalo rappresenta un esempio, un messaggio di speranza che ci indica la via in nome della giustizia, in nome della legalità, in nome di un futuro migliore. Un abbraccio affettuoso vorrei giungesse a te Denise, figlia altrettanto coraggiosa di una madre che con il suo sacrificio ti consentirà un giorno di respirare finalmente il vero profumo della libertà. Entrambe, per tutti noi, rappresentate un insegnamento e uno stimolo a preservare la speranza nella lotta alla criminalità dinanzi alla quale non dobbiamo mai abbassare la guardia”. Con queste parole il Presidente del Senato Pietro Grasso ha

voluto salutare Petilia Policastro in occasione della Giornata dell’orgoglio femminile indetta dall’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco Amedeo Nicolazzi al fine di valorizzare gli esempi di donne simbolo del coraggio… che hanno difeso col proprio esempio i valori della legalità e della convivenza democratica” e di promuoverli “nella popolazione cittadina e particolarmente nelle giovani generazioni e nelle istituzioni scolastiche”. Il 3 maggio scorso la città natale di Lea Garofalo, collaboratrice di giustizia uccisa nel , ha celebrato le scelte di vita, e la morte, di una sua figlia, dopo che a Milano il ottobre le autorità municipali avevano organizzato i suoi funerali laici. Dalla alabria alla Lombardia e poi di nuovo a Petilia Policastro - a simboleggiare le vicinanze più che le distanze geografiche - il gesto di una rottura definitiva di una giovane madre immette energie, produce effetti. Oggi. E probabilmente domani. La piazza colma ed emozionata


iovanni erardi e la delegazione del Liceo.

del maggio ha testimoniato che quella morte non è stata inutile. Il monumento a lei dedicato, realizzato da Romolo Rizzuti ed eretto nel suo paese simboleggia l’amore che quella terra - in cui “crescono insieme l’olivo e l’olivastro” - ha voluto tributare a Lea, ‘madre universale che con la parola e il gesto ha frantumato per la libertà la roccia ottusa della violenza’, come recita l’epigrafe. Libertà e coraggio, dunque, le parole al centro di una Giornata in cui “si coniugano disagio e forza d’animo, sacrificio e volontà di riscatto, dolore e senso del futuro. Lea Garofalo ne costituisce la sintesi e il simbolo universale. Siamo orgogliosi di essere suoi concittadini”. Così Giovanni Ierardi, della Commissione ad hoc costituita dall’Amministrazione comunale, ha illustrato il senso di un’iniziativa che “rappresenta un forte gesto di riappropriazione collettiva e che dà slancio a un processo di ricomposizione civile e morale, di cui a Petilia e nel territorio si avverte forte l’esigenza” precisando che occasioni come queste servono per ri ettere sulle violenze subite ma anche sulle violenze compiute... su quel meccanismo autoassolutorio dell’altrove, per cui la colpa è sempre degli altri e noi siamo sempre vittime innocenti . l rifiuto di erardi è netto: è qui, in questa terra, che dobbiamo saper dimostrare la nostra capacità di vivere”. E il cammino, non facile, può essere meno incerto se accompagnato dall’affettuosa e ferma guida di Don Ciotti, presente alla cerimonia e ringraziato “per tutto quello che è e che rappresenta nella vita dell’Italia, per quel capitale di umanità e di tensione civile che è Libera e che ha voluto con la sua presenza portare in dono al nostro paese”. La partecipazione della Ministra Maria Carmela Lanzetta, con tutto il portato della sua esperienza umana e amministrativa, ha firmato la vicinanza del Governo affinché l’appuntamento non resti

atto meramente simbolico. Il Liceo Raffaele Lombardi Satriani ha attivamente partecipato con Madri a Petilia, spazio che ha voluto assumere la madre “come categoria universale che trascende il luogo”. Gli stessi ragazzi e ragazze - guidati dal Prof. Ierardi e accompagnati dalla Direttora di NOIDONNE Tiziana Bartolini - che il Presidente rasso ha voluto ricevere nel suo ufficio in Senato il aprile, sottolineando la vicinanza dello Stato e l’importanza delle “sensate utopie” che sempre devono accompagnare la vita e l’affermazione dei valori che contano davvero. L’ufficialità dell’incontro romano non ha impedito al residente di scherzare, sorprendendo la delegazione con la richiesta di un selfie. Autoscatto prontamente realizzato e che rimarrà agli atti della comunità petilina, che molto deve a Lea Garofalo. E alla sua giovane e coraggiosa Denise, che di nuovo salutiamo con affetto da queste pagine (vedi NOIDONNE, gennaio 2014). ❂

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l residente del Senato ietro rasso con il rof rchivio fotografico - Senato della Repubblica

La Ministra Maria

armela Lanzetta

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ARGENTINA ALTOBELLI PASSIONE E CORAGGIO di Sofia Trentini*

UN RICORDO DI UNA STRAORDINARIA FIGURA DI DONNA CHE HA LOTTATO PER I DIRITTI DEI CONTADINI. PRIMA SEGRETARIA DI FEDERTERRA

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asce ad Imola (BO) nel 1866 in una famiglia benestante, anche se non ricca, i Bonetti, che le permette di studiare e di formarsi. Da giovinetta Argentina Altobelli affidata a degli ii paterni e con loro si sposta tra Parma e Bologna mentre segue i suoi studi in Giurisprudenza, godendo di una certa libertà di movimenti. In quei tempi la donna era sottoposta alla vigilanza della figura maschile della famiglia, il padre, uno zio, un fratello; quando si sposava “passava” sotto la tutela del marito e non poteva stipulare contratti, non poteva ricevere dote, ma solo e sempre tramite la figura maschile della famiglia a cui “apparteneva”, senza personalità giuridica. Conosce Camillo Prampolini, noto socialista reggiano, grazie al quale si impegna con successo nell’attività di propaganda politica a cui si appassiona e diverse società operaie di Parma la nominano Presidente onorario. Si sposa nel 1889 con Abdon Altobelli - uomo ispirato ed intelligente che l’ha amata e rispettata - e ha figli nel mentre viene eletta Presidente della società operaia di Bologna. Inizia la sua attività politica intervenendo ai comizi con passionalità, e tante famiglie chiamano con il suo nome le bimbe nate in quegli anni: tante piccole “Argentine”, quasi fosse un buon augurio per loro di te-

nacia, forza, determinazione e futuro positivo. Inizia presto a perorare la causa dell’emancipazione femminile e di difesa dei contadini, al tempo la categoria principale, che vivevano quasi in “schiavitù”. Erano sottoposti al regime della decima, che imponeva di versare il realizzo del loro duro lavoro al proprietario del fondo dove vivevano senza alcuna sicurezza perché in qualsiasi momento potevano essere cacciati con tutta la famiglia. All’epoca i contadini, lavoravano dall’alba al tramonto, senza garanzie, senza periodi pagati per le malattie, senza riconoscimento maternità per le donne; lavoravano nei campi anche i bambini e fanciulli ancora in fase di crescita. Nel 1901 Altobelli partecipa come delegata della Lega contadina di Malalbergo (BO) al congresso costitutivo di Federterra e l’anno successivo è eletta Segretaria della Federazione provinciale dei lavoratori della terra di Bologna. Nel 1906 è Segretaria Nazionale di Federterra, prima donna nella storia. Nel 1908 entra anche a far parte della Direzione del Partito Socialista. È stata la prima donna che si è battuta per il riconoscimento di condizioni di vita migliori nelle campagne, per le 8 ore giornaliere e per il riposo compensativo. Ha


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tenuto sostenuto le lotte salariali delle mondine e le prime donne organizzate in leghe sindacali che hanno manifestato nelle zone dell’Argentano, riconoscendo valore alle tristi vicende dell’eccidio di Maria Margotti a Molinella (BO). Quando Altobelli dichiarava “che desiderava che le donne conquistassero il voto non per le viottole contorte delle distinzioni e dei privilegi, ma per la gran via maestra del suffragio universale” la diceva lunga sullo scarso riconoscimento della donna come soggetto giuridico pensante e decisionale per la società. I principi che reggono la sua vita sono legati alla terra: concretezza, forza, buon senso, capacità di sacrificio. Una donna semplice, ma tenace, che ha seguito non la via più semplice ma quella più gratificante per il senso della propria vita, appunto “sempre per la via maestra”, rivendicando i diritti che non hanno un sesso, ma solo uno status di appartenenza. Sono gli anni della crisi agraria, delle lotte contadine che si scatenano in questi anni e il cui epicentro si sposta in Emilia a partire dallo sciopero delle risaiole della Bassa Bolognese nel 1886, 1887 e nel 1890. Nello stesso congresso costitutivo della Federterra, in cui si definisce con chiarezza la natura di classe dell’organizzazione, la piattaforma politico-rivendicativa, si afferma come specifico dell’azione sindacale il ricorso allo sciopero. Al Congresso di Bologna del 1901 sono presenti 704 Leghe in rappresentanza di 152.022 iscritti; e già l’anno successivo Federterra conta l’adesione di 1.293 leghe in rappresentanza di 240mila lavoratori, diventando la più grande federazione del sindacato italiano. L’esperienza di Federterra rappresenta un caso unico in Europa per la valenza di questa rappresentanza. Le funzioni che deve svolgere il “sindacato” sono riportate dalle parole della futura Segretaria: “L’organizzazione è l’arma di difesa del lavoratore debole contro la forza del capitalismo. L’organizzazione educa i lavoratori

alla solidarietà verso i compagni di lavoro; insegna a essere capaci e forti nella difesa dei propri diritti economici, civili e umani”. Argentina, che nel 1906 viene eletta segretaria di Federterra - carica che ricopre per quasi venti anni, fino allo scioglimento, ad opera del regime fascista - e sin dall’inizio dà un contributo importante all’organizzazione e alla sua evoluzione politicoorganizzativa. Instancabile organizzatrice del lavoro e delle lotte nelle campagne, porta l’organizzazione a una serie di conquiste significative: a i salari definiti ad ora e non più a giornata; b) l’abbandono dell’orario “da sole a sole” e l’affermazione delle otto ore; c) abolizione del lavoro a cottimo d riconoscimento degli uffici di collocamento e dell’organizzazione dei lavoratori; e) l’impegno da parte dei proprietari di assumere mano d’opera in proporzione ai fondi coltivati, per salvaguardare i lavoratori dalla disoccupazione. Dal 1912 al 1914 è Consigliere del lavoro e rappresentante dei contadini nel Ministero per l’agricoltura, l’industria e il commercio. Dopo le vittorie del movimento sindacale Argentina descrive il ritratto del nuovo contadino: “Ora i contadini si lasciavano crescere i baffi e il servo cominciava a diventare uomo libero, padrone dei propri destini; cosciente dei suoi diritti, libero da tutti i pregiudizi e dalla schiavitù dell’ignoranza, deciso a farsi rispettare a discutere con il padrone sui vari problemi dell’azienda”. Finita la Grande Guerra la Federazione viene sciolta e in questa fase Altobelli lascia Bologna e si rifugia a Roma, dove sino al 1925 fa parte dell’Associazione romana di cultura a cui aderiscono numerosi socialisti e antifascisti. Conduce una vita ritirata, svolgendo umili lavori, scrive il suo diario e muore all’età di 76 anni, nel 1942. Questo straordinario personaggio, una delle nostre belle donne emiliane, mi ha portato a ricordare un discorso che mi fece mio padre una volta: “in politica non affezionarti mai troppo alle persone, uomini o donne che siano, prima o poi ti deluderanno, perché avranno interessi personali o semplicemente perché cambiando nella società che cambia perdono la diritta via. Rimani sempre ferma nell’ideologia però, perché è quella che ti fa alzare la schiena da terra e rivolgere gli occhi al cielo, camminando diritta, un passo dietro l’altro saldamente ancorata alla tua terra . La figura di rgentina ltobelli è stata recentemente valorizzata dall’Associazione Donne in Campo (CIA). ❂ *Presidente Donne in Campo Emilia Romagna

Foto gentilmente concesse dalla Fondazione Argentina Altobelli di mola. Si ringrazia in particolare nna Salfi

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SUICIDIO PARLIAMONE SENZA VERGOGNA di Camilla Ghedini

DOLORE, STUPORE, SENSO DI COLPA. TANTI I SENTIMENTI CHE SUSCITANO E AVVOLGONO IL SUICIDIO, ATTO CHE CHIEDE LUCIDITÀ A CHI LO COMPIE E INDULGENZA A CHI RIMANE. PAOLA DE GENNARO LO AFFRONTA PER SUPERARE I PREGIUDIZI E L’IPOCRISIA

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ella foto di loro bimbi, lui la circonda col suo braccio, in un gesto d’istintiva protezione fraterna. In una delle ultime immagini scattate da adulti, lei lo guarda, lo aspetta, seduta su una roccia. Come roccia talvolta è il suo cuore. Controlla che lui, che si volta indietro a sorridere di fronte allo scatto, la raggiunga e non precipiti nel vuoto. ome vuoto si è sentito dentro fino al giorno in cui ha deciso di liberarsi dai lacci della vita e di smettere di camminare nella ‘giusta’ direzione. Ha deciso che le montagne, le valli, le pianure non facevano per lui. Ha scelto la libertà di andare altrove, in quel mondo sconosciuto su cui tutti da millenni ci interroghiamo. Massimo ora è là. Paola è qua. A dividerli una caduta dal quarto piano di una palazzina di Roma. Lui, fratello maggiore, si è buttato guardando avanti, guardando sotto, guardando la profondità. Lei, sorella minore, non ha potuto impedirlo, non ha potu-

to trattenerlo, non ha potuto proteggerlo. Sono Paola e Massimo De Gennaro, classe 1969 lei, 1966 lui. Tanto decisa, apparentemente, lei. Quanto fragile, apparentemente, lui. Perché per sopravvivere al suicidio di un famigliare serve indulgenza. Ma per scegliere la morte, oltre alla disperazione, serve lucidità. Siamo nel 2011. Paola e Massimo, che nel 2008, avevano subito il lutto della mamma Silvana, perdono la nonna Anatolia, con cui sono cresciuti. È il 5 ottobre. Paola va al camposanto col papà Luciano. Tornano, la tragedia si è già consumata. Non c’è più nulla da fare. Rimangono solo impotenza e frustrazione. E la distanza. La distanza che Paola comincia a mettere dagli altri, dagli amici comuni, dai parenti più stretti. Perché lei vuole parlarne: per capire, per sfogarsi, per cercare risposte. Per comprendere cosa di Massimo non ha ascoltato, ha sottovalutato. Ha la testa che rimbomba di quesiti, sensi di colpa, rabbia verso se stessa. Perché forse si è persa una parola, un’espressione del viso, qualcosa che potesse rivelarle le sue intenzioni. Vive per mesi come sulle montagne russe, col senso di vertigine - lo stesso che forse ha provato lui - e il malessere per un’esistenza che deve continuare ad affrontare sola. E la nausea, soprattutto, per non essere riuscita a togliere a Massimo quel dolore che gli ha impedito di nutrire qualsiasi speranza nel futuro. Sente però che gli altri preferirebbero il silenzio, il suo silenzio, perché del suicidio non si deve discutere. Massimo stava male da anni, c’era una diagnosi di schizofrenia paranoidea, e gli altri vorrebbero che questo le fosse sufficiente per farsi una ragione dell’accaduto. Paola sa invece che il punto è altro. “Il punto è la vergogna che secondo gli altri io


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dovrei provare. Il punto è il rispetto che secondo gli altri io dovrei riservare a mio fratello. Il punto è che lui era malato e secondo gli altri certe cose non vanno rivelate”. I panni sporchi si lavano in casa, non fuori. Questo è il succo. E Paola non ci sta, si arrabbia, si ribella, si sfinisce, si rialza. oi decide di fregarsene. erché io a Massimo non ho tolto amore. Non ho inquinato negli altri il suo ricordo”. Anche per questo ce ne parla, per squarciare un inutile velo. Eppure si sente ferita da chi circondava entrambi. “La mia più grande angoscia è che Massimo implorava i medici che lo hanno soccorso di lasciarlo andare. Questo da un lato mi distrugge, dall’altro mi fa capire che per lui la morte è stata una liberazione. Prima di andarsene ha scritto un racconto in cui descriveva i suoi tormenti. Le delusioni lavorative, sentimentali. Lui voleva renderlo pubblico, quindi lui non aveva timore del giudizio del mondo”. Paola nomina suo fratello ogni volta che può. Certe volte per un bisogno impetuoso e naturale di affermare la sua presenza, altre volte - forse - per provocazione, per vedere le reazioni degli interlocutori, per sentirsi rivolgere quel ‘basta Paola’ che è diventato un ritornello. “Perché c’è questa ipocrisia, questa necessità di non pronunciare il sostantivo ‘suicidio’? Dove nasce questo fastidio?”. Paola la risposta se la dà lei stessa. “Quando il dolore degli altri è troppo grande, è ingestibile, allora bisogna fare finta di nulla . La sua ri essione va oltre. l suicidio non è un problema solo della famiglia, degli amici, dei cari. È un problema della società. Perché sono tanti gli interrogativi che rimangono senza soluzione”. Paola non accusa nessuno, questo lei lo premette e lo ribadisce, ma il dubbio, quel dubbio che forse l’epilogo avrebbe potuto essere differente avanza dentro di lei. “Quando vedo un cane mi chiedo se con un animale in casa sarebbe stato meglio. Quando vado in montagna mi domando se avrei dovuto insistere per portarlo più spesso con me. Quando cucino mi dico che se fossi stata più accudente, lui …. Poi mi fermo perché ho coscienza che nulla sarebbe stato mai abbastanza”. Paola ha perdonato sia se stessa che Massimo. Si è conciliata con quella sensazione di sospensione con cui dovrà presumibilmente continuare a convivere. Però quell’istinto di protezione è sempre in allerta. Emerge quando vede una persona che passeggia sul cavalcavia guardando un fiume e lei teme stia per compiere un atto inconsulto. ffiora di notte, quando sogna di abbracciare Massimo e si sveglia piangendo perché non c’è. Irrompe nell’ansia che ha di voler togliere le sofferenze agli amici. Ma ciò di cui proprio non riesce a darsi pace è quel senso di profonda solitudine che l’attanaglia, quell’incapacità di una condivisione che

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vada oltre le frasi di rito che lei ormai non tollera più. “Se parli di amore tutti ti dicono la loro. Se posti su Facebook la foto di un dolce tutti intervengono. Se scrivo che mi manca mio fratello, privatamente mi incitano a smetterla”. Attenuato il dolore, attenuata la colpa, cresce la rabbia. “Perché si può morire di malattia e non di suicidio? Perché per chi compie questa scelta c’è poca pietà erché fingiamo tutti che il suicidio non esista Io voglio urlarlo, perché nelle mie grida c’è l’amore per mio fratello”. ❂

DICONO LE STATISTICHE Atto estremo, il suicidio è una delle cause di morte più difficili da comprendere, interpretare, accertare e certificare. Inevitabilmente - per la complessità delle situazioni e per il rispetto dovuto - la sua lettura non può esimersi dal dubbio e dal mistero, che difficilmente riescono a dissiparsi. iù che il commento, i dati statistici vanno acquisiti ‘per presa d’atto’, poiché il suicidio come simbolo e come gesto resta ambiguo fino alla fine. ino ai grafici, agli istogrammi, alle percentuali. Fra i paesi dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’Italia - tra il 1990 e il 2010 era uno dei paesi con il più lieve tasso di mortalità suicida. Negli ultimi quattro anni, l’indice di mortalità per suicidio sta lentamente salendo anche per via della recessione: da 6,7 suicidi ogni 100mila abitanti (nel 2010) all’8,5 degli ultimi due anni. Le indagini Istat chiariscono che nel Settentrione si riscontrano più morti per suicidio rispetto al Meridione; anche se sia al Sud, sia al Nord il trend permette di rilevare che gli uomini sono più inclini ad intenzioni suicidarie rispetto alle donne. D’altro canto, sia i primi che le seconde tentano di in iggersi la morte con maggiore frequenza se appartengono ai livelli socio-economici più bassi. Perlopiù, uomini e donne scelgono di morire per impiccagione (il 52% circa) o per precipitazione (35% circa). Dal punto di vista sociologico, tuttavia, le statistiche parlano chiaro: il suicidio italiano, come in generale il suicidio occidentale, rientra nell’etichetta di “suicidio anomico” - una definizione stilata dallo studioso Emile Dur heim. Si tratta del cosiddetto “suicidio egoista”, causato da un vuoto di fiducia e da un traumatico allentamento dei legami relazionali e sociali, a causa del quale la vita umana si impoverisce di senso e di ricchezza interiore. Niente a che vedere, quindi, con il suicidio del kamikaze orientale: un suicidio invasato, “altruistico” e paradossale dettato da un fervore religioso e da un rafforzamento del moralismo religioso e socio-culturale. Marta Mariani


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FANCIULLA MADRE STREGA di Luce Fastiggi

SESSO, SOGNI, SPIETATEZZA, POTENZA. E ANCORA INQUIETUDINE E GIRONI DANTESCHI. QUESTO E MOLTO ALTRO NELL’OPERA DI GINA PICART, SCRITTRICE CUBANA ESTRANEA A QUALSIASI CANONE LETTERARIO

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ina Picart, scrittrice cubana, è quanto da Cuba non ti aspetti. Non si dedica all’attualità dell’isola, non racconta i suoi scorci decadenti e bellissimi, il suo mare azzurro, le sue donne solari ed energiche. Visita invece un mondo onirico, in cui sogni tormentati si avvolgono su se stessi fino a trasformarsi in incubi, in cui il sesso, esplicito e spudorato, ha sempre dei tratti spietati ed inquietanti, in cui i personaggi come affreschi disegnati su un muro parlano da un tempo lontano. Nova Delphi ha appena pubblicato Olio su tela, vincitore del Premio Alejo Carpentier nel 2008; la sua prima opera tradotta in italiano. Quanto c’è di te nei tuoi personaggi? Quando mio madre si arrabbiava mi diceva convintamente che ero fatta di una ‘lega cattiva’. n amico mi ha definito un ‘angelo con gli artigli’ e mia figlia mi vede come un angelo con la spada. Suppongo che ciascuno di noi non è nella posizione migliore rispetto al resto del mondo per guardarsi dentro con chiarezza. Se dovessi dare una

definizione della mia vera sostanza ontologica direi che ho un aspetto angelico, però androgino, con un lato tenebroso; il tutto mascerato da vecchia bambola. Pensi che un personaggio letterario possa rimanere incontaminato rispetto ad una condizione umana come questa? uba difficilmente scenario dei tuoi racconti ma uanto c dell isola nella carnalità e nell in uietudine dei tuoi testi? In Olio su tela Cuba appare solo nel racconto Areté para Vlad de Rais, la storia di uno scrittore frustrato con la testa persa tra sogni di grandezza oscuri e tenebrosi anche se dei tratti ‘cubani’ sono anche nel racconto Il principe dei gigli per il suo grado altissimo di temperatura erotica e per la presenza dei sigari, del tabacco. Io ho una formazione europea e non ho mai considerato la mia realtà quotidiana come riferimento per la mia opera letteraria. Io vivo l’ansia dell’universalità, e il mio spaziotempo non è legato ad un luogo tangibile, identificabile, ma a un territorio dello spirito.Per quanto riguarda l’immagine che gli europei hanno di Cuba come un paradiso di spiaggie, mulatte e sole, mi dispiace deluderli ma questa è solo una rappresentazione dedicata al turismo. L’isola potrebbe essere, e di fatto è, un circolo infernale de La Divina Comedia. Lo è da quando ci ha scoperto Colombo e noi giustamente, nascondiamo la nostra vera natura dietro i nostri balli, la nostra sessualità sfrenata, i nostri rum e il nostro fumo. e donne dei tuoi racconti hanno dei tratti tormentati, irre uieti, dominanti celano un anima oscura ome vedi le donne Io creo delle donne con le quali mi piacerebbe passare il tempo, donne che posso ammirare e che possono trasmettermi la loro forza e la loro condizione di illuminate. Mi interessa la donna nella sua sfera epica e magica, mai schiava. Creo nei miei libri donne oscure e potenti, senza scupoli. E quando mi allontano da questo canone, mi ritrovo a raffigurare caratteri tragici e fatali. erchè cosa ci può essere di di più drammatico che appartenere ad una razza lunare di esseri profondamenti connessi alla Natura e all’Arte? Le mie donne, anche se vinte, sono delle autentiche giganti della resistenza dell’anima. Sono e saranno sempre l’incarnazione della Grande Dea nei suoi simulacri di fanciulla - la sensualità, madre - la creazione e strega - la potenza. ❂


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VIOLENZA UNA FEMMINISTA E LE PAROLE DEGLI UOMINI di Monica Lanfranco

UN PROGETTO TEATRALE E UOMINI CHE DAL PALCOSCENICO PARLANO DELLA VIOLENZA, DELLA VIRILITÀ E DELLA SESSUALITÀ. TUTTO È COMINCIATO DA UN BLOG…

M

anutenzioni-Uomini a nudo è un progetto unico in Italia: è teatro sociale per uomini nato da un libro scritto da una femminista che diventa pièce teatrale recitata da uomini comuni, e non da attori professionisti. La pièce attinge dal libro Uomini che odiano amano le donne - virilità sesso violenza: la parola ai maschi, nel quale sono raccolte le 1800 risposte a 6 domande mandatemi da 300 lettori, intercettati attraverso il mio blog sul Fatto: che cosa è per te la sessualità? pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? essere virile: che significa la pornografia in uisce, e come, sulla tua sessualità? Per una volta, invece che parole di donne sulla sessualità e la violenza, si è chiesto agli uomini di esporsi, di mettersi in relazione, di soffermarsi a pensare su di loro, il loro corpo, il loro desiderio, i lati oscuri del loro genere. Il libro, uscito a marzo del 2013, è stato letto dall’autore teatrale vano Malcotti: è bastata una sua telefonata e in poco tempo è nata la pièce, già rappresentata nel 2013 da oltre 70 uomini (poliziotti, baristi, insegnanti, studenti, pensionati.. a Sussisa, Modena, inerolo, Macomer, Atzara, e nel 2014 a Sanluri, Bagnacavallo, Bassano del Grappa, Recco, Torino. Il prossimo appuntamento è a Imola, il 3 giugno, e, come già ad aprile con la squadra di rugby del Pro Recco, anche qui ci sarà una

squadra, ma un po’ particolare: si tratterà infatti dei consiglieri comunali, convinti a partecipare dall’instancabile e determinata Presidente del Consiglio Paola Lanzon. Con la prima rappresentazione non avevo colto la portata potenziale della proposta di teatro sociale per uomini: creare un copione dal libro, non inventando nulla ma attingendo da esso per le frasi, i pezzi più incisivi ed emozionanti, era ci che doveva essere fatto. Era l’evoluzione necessaria di un percorso di relazione che prendeva il largo, verso approdi inediti. Il libro è la restituzione scritta senza mediazione delle risposte, la pièce è il suo lato fisico, l’acting out materiale del usso emotivo che il testo offre, il corpo reale dell’emotività che le parole scritte sono impossibilitate a fisicizzare. Si è realizzato qualcosa che in Italia non era mai accaduto: uomini comuni, la cui maggioranza non fa teatro e non si è mai rapportata con il lavoro di una femminista hanno coinvolto, oltre a loro stessi, altri uomini, le loro famiglie, pezzi di collettività. Se è vero che la politica è tale se comprende e si nutre della relazione con i corpi allora Manutenzioni-Uomini a nudo è il frutto politico maturo, ricco e fecondo di questo intreccio. scire dal silenzio maschile, dalla tradizionale reticenza degli uomini a confrontarsi con le emozioni, dalla tentazione di svicolare dagli oneri che la relazione e il dialogo chiedono, questo e molto altro significa la scelta di far parte del progetto della pièce teatrale, che trovate qui manutenzionilapiece.wordpress.com. ❂


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A TUTTO SCHERMO

L’ALTRO HORROR È AL FEMMINILE di Elisabetta Colla

ESCE NELLE SALE ‘CONTRORA–HOUSE OF SHADOWS’, IL LUNGOMETRAGGIO DI ROSSELLA DE VENUTO

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inconsueta la scelta dell’horror per una donna regista, ed è proprio questo ad aumentare la curiosità verso Controra–House of Shadows, l’opera prima di Rossella De Venuto la quale, nata a Trento da famiglia pugliese, ha deciso di studiare regia e sceneggiatura a e or . l film, prodotto da Maurizio ntonini per Interlinea Film e presentato a Bari International Film Festival, racconta la storia di un architetto italiano che vive a Dublino con sua moglie Megan, finché la morte di uno zio e la notizia di aver ereditato l’antico palazzo di famiglia ove abitano misteriose presenze , spingeranno la coppia a tornare in Italia. NOIDONNE ha intervistato la regista. Come hai deciso di diventare regista e qual è la tua formazione? È una cosa che ho sempre voluto fare, ma che per molto tempo non ho osato ammettere. nche perché vengo da una piccola città, Trento, dove il cinema era qualcosa di molto lontano, diciamo un sogno. Dopo aver studiato filosofia e aver fatto lavori diversi, ho deciso di provare. Mi sono iscritta a e or ad una scuola di regia, e di l è iniziato tutto. Rossella De Venuto, laureata in ilosofia all’ niversità Statale di Milano, ha studiato Film Direction and Creative Writing alla New York ilm cadem . Durante il suo soggiorno a e or scrive e dirige il cortometraggio Bambi e altre sceneggiature. Tornata in Italia lavora come aiuto regista in diversi film e progetti di documentari internazionali. Scrive la sceneggiatura di Mai dire gatto, cortometraggio diretto nel 2001 da Giorgio Tirabassi, premiato in molti festival che vince il David di Donatello come miglior corto. Ha lavorato a numerose sceneggiature, tra cui Biancaneve, acquistata dalla ubla han films. el 2008 ha scritto e diretto Wanted In Rome, corto premiato in molti festival e selezionato come rappresentate italiano dalla E. stata inoltre assistente alla regia di Renato de Maria in Hotel Paura e di Sergio Citti in Esercizi di Stile. Controra è il suo primo lungometraggio.

erch hai scelto, per il tuo primo film ontrora ouse of Shado s il genere thriller con risvolti paranormali L’horror è il mio genere cinematografico preferito, da sempre. mo i film dove ci si tappano gli occhi per la paura, quelli che ti fanno uscire dal cinema sollevati di essere ancora vivi! Per questo mi è venuto naturale iniziare cos , e spero anche di andare avanti così. ualcosa di te nelle donne del film redi nella magia e nel soprannaturale, almeno come fascinazione? Si, sicuramente in Megan, la protagonista c’è un po’ di me. Come ho detto sono cresciuta al Nord, ma la mia famiglia è pugliese per cui ho trascorso tutte le mie vacanze in questa terra bellissima e difficile. l caldo soffocante, le ore del pomeriggio chiusi in casa, lo sguardo diffidente della gente del luogo, per me che ero in qualche modo diversa, sono elementi personali, autobiografici che ho utilizzato nel concepire il personaggio. Riguardo al soprannaturale non ho mai avuto esperienze in prima persona ma ne sono molto attratta. uesto probabilmente perché il soprannaturale ha un enorme potenziale narrativo, non solo nel meccanismo di un racconto, ma anche rispetto ai livelli del racconto. Un buon film dell’orrore non è mai fine a se stesso. Diciamo che l’orrore permette di spingere l’acceleratore su certi temi classici, come l’estraneità, la maternità, la coppia e via dicendo, portandoli all’estremo nella narrazione.


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MARINA

STORIA DI MUSICA E IMMIGRAZIONE

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hi non ricorda il ritornello ‘Marina Marina Marina, ti voglio al più presto sposar…’, entrato prepotentemente nella memoria collettiva anche di chi era troppo giovane per conoscere la canzone da cui è tratto, intitolata, ça va sans dire, ‘Marina’ Ma forse pochi sanno che il suo autore si chiamava Rocco Granata ed era figlio di una delle tante famiglie italiane del Sud immigrate in elgio negli nni inquanta per lavorare nelle miniere di carbone. proprio questa la storia raccontata dal filma er belga Stijn Coninx, nel film Marina, distribuito dalla Movimento Film, all’interno di una ricostruzione storica ed ambientale curata ed efficace. l padre di Rocco, Salvatore un cupo ed intenso Luigi Lo ascio , che da giovane suonava la fisarmonica, abbrutito dalla vita delle miniere, fatta solo di fatica, miseria e razzismo, ostacola in tutti i modi il sogno del figlio: suonare e scrivere canzoni. Ma la determinazione di Rocco, la sua passione giovanile e la sua ansia di riscatto ottimamente rese dall’attore Matteo Simone , sostenute dalla madre una brava e malinconica Donatella inocchiaro e moti-

vate dall’amore per una biondissima autoctona, avranno la meglio. Lavorando come meccanico, il giovane riuscirà a comprare una costosa Stradella ed a partecipare e stravincere un concorso: sarà l’inizio di una carriera tutta in salita che lo condurrà fin nella mitica arnegie all di e or . Sentimentale e nostalgico, il film arriva dritto al cuore, che si stringe ancor oggi per le condizioni umilianti di vita degli immigrati all’estero, allora come oggi.

ome hai scelto i luoghi del film rlanda, uglia e Alto Adige La storia nasce in Puglia, dove ci sono ricordi personali, elementi della superstizione e paesaggio che hanno dato origine al racconto. cominciare dalla ontrora, questo momento della giornata, da mezzogiorno alla cinque del pomeriggio circa, in cui la gente del sud ha soprattutto in estate l’abitudine di chiudersi in casa. I paesi sono deserti, non vola più una mosca. Tanto tempo fa, nel mondo mediterraneo, si diceva che era l’ora dei demoni meridiani, i fantasmi che venivano di giorno a tormentare i vivi. Mia nonna mi raccontava di queste storie. E i fantasmi avevano la forma dell’ombra. L’ lto dige l’ho scelto perché in talia avevo bisogno di un luogo a forte contrasto con la Puglia, sia dal punto di vista paesaggistico che culturale- linguistico: dal bianco abbagliante delle architetture romaniche al verde dei prati e ai colori pastello e riposanti del irolo. L’ rlanda è il paese più lontano geograficamente ed irlandese è la nazionalità della protagonista del film: pelle bianchissima, soffre il sole. Mi serviva un personaggio che venisse da lontano, anche questa volta in forte contrasto con la uglia, allo stesso tempo ci sono vicinanze culturali che rendono Megan capace di capire il Sud. Mi riferisco alla religione cattolica in cui sopravvivono elementi superstiziosi di un passato pre-cristiano. Credi che le donne registe abbiano maggiori problemi ad affermarsi nel mondo del cinema e dello spettacolo in genere Premesso che come in molti altri i campi le donne registe sono ancora una minoranza, nel mio caso specifico, le maggiori resistenze nel fare il film sono state legate al fatto che fosse un film di ‘genere’ horror. Mi sono sentita discriminata più su questo che non sul mio genere scusate il gioco di parole sessuale. ondamentalmente credo che il mestiere di regista non sia né maschile né femminile: raccontare storie appartiene all’essere umano e aiuta tutti a vivere meglio. ❂

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LEGGERE L’ALBERO DI BRUNA BALDASSARRE

DONNE

E CONSUMI di Viola Conti

PER MANGIARE VERSO UNA SECONDA NASCITA Cara Bruna, sono un ex insegnate di 68 anni e ti mando uno schizzo del mio albero preferito, un olivo. La mia vita è chiara e l’unica contorsione che amo è quella dell’olivo! Non è facile sintetizzare un’esistenza, ma ci terrei a una tua lettura del mio albero. Nik Caro Nik, è chiaro che si tratta dell’albero di un artista! Per il resto hai un passato che occupa il tuo presente in ogni passaggio della vita, proprio come le radici che vorrebbero sostituirsi al tronco, un po’ come avviene nella pianta reale, così differente da tutte le altre per la sua autonomia. Albero essenziale per l’uomo, simbolo della pace e della vita. L’elemento saliente del tuo albero è la tensione, lo stato spasmodico, che ri ette una sorta di autocostrizione - nel senso di adattamento voluto -. In sintonia con il movimento delle tue radici emerge dal disegno una mistura di timidezza, irrigidimento - con tendenze ossessive -, testardaggine, rimozione, che portano a rifuggire dagli affetti, pur avendo bisogno di corresponsione e considerazione. L’aspetto traumatico è presente nel corso della tua vita, particolarmente negli anni 11, 20, 27. Il tuo albero, pur essendo carico di contenuti, con un significativo desiderio di socialità dall’incrocio dei rami , rivela anche ambivalenza e lotta tra affettività e autocontrollo. uasi come l’albero di Van Gogh, il tronco contorto evidenzia una vita emotiva tormentata e sofferta, ma allo stesso tempo la chioma aperta e aerea è espressione del peculiare talento artistico. L’olivo, simbolo d’eternità, albero divino , anche nel senso di benevolenza divina verso l’umanità, asse cosmico e albero della conoscenza, sopravvive a qualsiasi avversità. La funzione protettiva nei confronti dell’infanzia era già nota dall’antica recia, quindi è una buona scelta quella di amare la contorsione dell’olivo! Da un punto di vista biografico, dopo i anni ci liberiamo sempre più dell’intreccio del nostro destino, e questa fase può essere vissuta come una seconda nascita. La coscienza pu ampliarsi all’infinito per raggiungere nuovi punti di vista. iuta molto la capacità di meravigliarsi, tipica dell’infanzia, alla quale occorrerebbe attingere per ritrovare il senso della gratitudine, soprattutto per far rinascere in noi il bambino che siamo stati. Pazienza e autodisciplina possono essere d’aiuto nel superamento di ostacoli e momenti difficili.

SPENDIAMO IL 3% IN PIÙ

I

prezzi aumentano e la spesa essenziale di una famiglia nel 2014 costa 124,04 Euro a settimana, il rispetto al . ome emerge dalle principali rilevazioni economiche, la grave crisi dei consumi ha intaccato ormai persino il settore alimentare. Si tratta di un segnale estremamente allarmante, dal momento che la domanda relativa al comparto agroalimentare è, per definizione, l’ultima ad essere colpita in una situazione di crisi. Secondo le stime dell’ . . . sservatorio azionale Federconsumatori), in assenza di un serio intervento teso a risollevare il potere di acquisto della famiglie, specialmente quelle a reddito fisso lavoratori e pensionati , nel una famiglia di persone ridurrà la propria spesa alimentare di circa Euro. n andamento dovuto non solo alla contrazione della capacità di acquisto, ma anche all’aumento spesso ingiustificato dei prezzi. Dalle rilevazioni è emerso, infatti, che la spesa minima per i prodotti alimentari di una famiglia tipo composta da persone ragazzi e adulti , è di , Euro alla settimana, il rispetto al . urtroppo l’impossibilità a sostenere tali spese comporta cambiamenti sempre più radicali nelle abitudini alimentari delle famiglie: si acquista sempre meno carne soprattutto rossa e pesce, prediligendo invece piatti a base di uova o carboidrati sicuramente più economici . noltre, si è tornati alla vecchia abitudine di produrre in casa pane, pasta e dolci per le merende dei ragazzi), abbattendo così i costi anche dei oltre il . Ecco la tabella con i costi in dettaglio per la spesa settimanale per una famiglia composta da adulti ragazzi per giorni: Latte fresco l. 1 Pane al Kg. Pasta 500g Uova conf. da 10 Fettine di vitello al kg. Nasello al kg Pomodori pachino Zucchine al kg. Patate al kg. Banane al kg. Mele Golden al kg. Passata di pomodoro Prosciutto crudo/hg Cereali da colazione Olio Caffè TOTALE

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1,55 23,03 6,30 2,99 26,50 21,00 3,90 3,30 1,45 2,40 2,60 3,87 7,00 3,69 2,70 1,76 124,04


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SPIGOLANDO tra terra, tavola e tradizioni DI PAOLA ORTENSI

CAPPERI, CHE ASPARAGI! Capperi! Una manifestazione di sorpresa, di meraviglia che forse richiama la sorpresa che i capperi quei boccioli messi sotto sale, sott’olio o sott’aceto - regalano a chi sapientemente li aggiunge ad alcuni piatti per ottenerne un originale personalità. Personalità non meno forte degli asparagi, che a differenza dei capperi non danno un tocco di profumo e aroma ma rappresentano un prodotto completo. Capperi e asparagi in comune hanno l’essere tipici del mediterraneo, di colore verde, ancora diffusi come piante spontanee oltre che coltivate, ma anche il periodo (la primavera inoltrata) che per i primi vede l’inizio di una raccolta che si protrarrà fino all’autunno e per i secondi

l’apice della maturazione. Altro elemento non banale è che entrambi possono costituire motivo di passeggiate, a caccia e raccolta di frutti, magnifico regalo della natura. Gli asparagi selvatici sono noti per essere filiformi e sono l’ultima punta dell’asparagina, la pianta aerea alla cui cima è possibile “rubarli”. I capperi, arrampicati ai muri, porgono i loro boccioli e fiori; ma in alcuni territori caldi e assolati possiamo scorgere come piccoli covoni verdi. Dei capperi i più famosi sono quelli di Pantelleria, che nell’isola si affiancano ad un altro prodotto d’eccellenza: il passito. Ma tanti sono i luoghi dove ovunque è possibile cercarli ai margini dei boschi e

RICETTE CAPPERI Ottimi accostati agli spaghetti, al tonno, al baccalà, alle patate lesse, alla pizza, alla carne alla pizzaiola - tanto per fare esempi - e poi decisivi in quella salsa che unisce sapori del sud e del nord: la salsa del vitello tonnato, tipico piatto piemontese. Dosi di base replicabili: 50gr tonno, 50gr capperi, sott’aceto, 20gr acciughe, 80gr prezzemolo, succo limone e pepe il tutto da frullare con la maionese.

dei campi abbandonati. Oltre Pantelleria ne sono ricche quasi tutte le isole, interessanti sono le isole Pelage citate sempre per altro. A Lampedusa - e in particolare a Linosa per la sua terra vulcanica - il raccolto di capperi è una vera ricchezza che si affianca alla finocchiella e a tante altre aromatiche. Naturalmente di capperi ce ne sono di diverse varietà e di varie misure: piccoli o piccolissimi, oppure più grandi e poi a forma d’oliva allungata molto usati come accompagnamento agli aperitivi. Tornando agli asparagi, pare che fossero noti e utilizzati già al tempo degli antichi romani. Hanno diverse proprietà salutari e sono particolarmente diuretici. La loro versatilità in cucina è notevole, al punto che è stata disegnata una pentola pensata specificatamente per la loro cottura. Importante comunque è che messi nell’acqua dritti, la parte del fiore sia lasciata fuori dall’acqua con l’ambizione che data la loro tenerezza si possano cuocere in punta solo col vapore che sale dall’acqua che bolle avvolgendo i gambi più duri. Gli asparagi sono ottimi anche crudi.

ASPARAGI Carbonara vegetariana: cotti gli spaghetti e seguite le dosi di un cucchiaio di pecorino (anche parmigiano) per ogni uovo, si tratta di aggiungere le tenere cime degli asparagi, crudi o appena sbollentati e la parte tenera dei gambi tagliati piccoli e in quantità al posto della pancetta. Mescolare gli spaghetti col tutto e servire. Insalata di asparagi crudi: tagliate le punte e i gambi teneri, unire a scaglie di parmigiano o anche altro formaggio a piacimento, condire con olio, limone sale e pepe. Asparagi fritti: scegliere i più grandi e come per i carciofi ricoprire prima nella farina e poi immergere nell’uovo. Asparagi gratinati al forno: burro e pan grattato. Asparagi e uova: lessati, accompagnati da uova al tegame, in camicia, sode. Risotto. Frittata d’asparagi e poi e poi..


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FAMIGLIA

Sentiamo l’Avvocata DISPREZZO E OFFESE AL CONIUGE

L’ABITO ELEGANTE È QUELLO ADEGUATO

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sservando i continui cambiamenti della moda dovuti sempre, e non lo dobbiamo mai dimenticare, ad esigenze fisiche, il pensiero giunge agli anni ‘70 del novecento quando per il crescente impegno sociale e lavorativo le donne avevano bisogno di un abbigliamento disinvolto, comodo e sobrio. Le donne cominciarono a ricoprire ruoli fino a quel momento affidati ad uomini ed ecco l’esigenza di abbandonare i tratti della femminilità colorata e frivola a favore di tailleur scuri, camicie e al posto della cravatta maschile le signore indossano foulard. Il progetto dei nostri grandi stilisti - Giorgio Armani, Walter Albini, Gianfranco Ferrè - era vestire la donna nel quotidiano mondo del lavoro. Furono le giacche perfette prese in prestito dal guardaroba maschile a renderli celebri nel vestire le grandi dignità manageriali. Ricordiamo, per tutte, l’eleganza di Marisa Bellisario. E poi per giusta imitazione tutti gli strati sociali si adeguarono ad un abbigliamento che defin l’entrata nel mondo del lavoro delle donne. La vera eleganza sarà un segno indelebile nel mondo quanto più rappresenterà il ruolo, la circostanza, l’uso, il rispetto dei luoghi. estirsi al mattino in ufficio come una conduttrice televisiva, non è un segno né di eleganza né di libertà personale , definizione quest’ultima che meriterebbe un ampio dibattito. tacchi a spillo bellissimi se adeguatamente usati, è ridicolo vederli sul tram al mattino o indossati dalle mamme che di corsa accompagnano i figli a scuola. Ecco che tutto deve essere adeguato, alle ore del giorno, al lavoro svolto, e persino al luogo dove ci troviamo. Possiamo parlare di una vera e propria geografia dell’eleganza: non si veste a Milano come a alermo nella medesima circostanza. i sono delle regole, un tempo si chiamavano normative suntuarie, che ci indicano i colori, le fogge che si possono indossare per essere adeguati. Non si andrà mai davanti al Santo Padre con scolli vertiginosi e gonna sopra il ginocchio e in visita ad un apo di Stato con una cravatta sgargiante e un abito chiaro, ma più semplicemente non si uscirà al mattino con la gonna corta e le calze velate nere. Sarebbe bello rivedere al mattino donne con le calze chiare e la gonna, uomini con l’abito blu e la cravatta con piccola fantasia operosi a lavoro come un tempo. Non è un sogno… ma una speranza per un mondo bello, adeguato ed elegante!

di Simona Napolitani mail: simonanapolitani@libero.it

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a violenza domestica si manifesta nelle più diverse forme, da quella fisica, a quella verbale a quella morale molte sono le donne che raccontano le vessazioni e i maltrattamenti subiti, a volte certificati da referti ospedalieri, a volte testimoniati dal volto delle stesse donne, ormai spento e privo di vita, per essere state quotidianamente mortificate da frasi del tipo sei una nullità , non vali niente , fai schifo . uesti gli apprezzamenti più correnti. Recentemente la Corte di Cassazione ha affermato che nello schema del delitto di maltrattamento contro familiari e conviventi non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, le privazioni e le umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvono in vere e proprie sofferenze morali”. ella motivazione il iudice dichiara che non si pu parlare, come sostiene il marito, di con ittualità reciproca, ma di gravi condotte dell’imputato volte a disprezzare e offendere la dignità della moglie, screditandola agli occhi del figlio, che le hanno comportato delle vere e proprie sofferenze morali. Principi assai importanti che meritano una riessione: innanzitutto la violenza domestica, in qualunque forma si manifesti, non rientra nell’accezione comune che si dà al temine con itto sul punto, c’è una grave carenza degli operatori del diritto e delle istituzioni preposte a sostegno delle famiglie: questi confondono il concetto di violenza domestica con quello di con itto tra coniugi tale errata impostazione è frutto di una grave lacuna culturale. altres importante valutare come sofferenza morale, e quindi risarcibile, gli atti di disprezzo alla dignità delle donne, nel rispetto dei principi costituzionali. Ancor più se commessi dinanzi ai figli. Situazioni difficili da provare, per cui non sempre è possibile ottenere una giusta tutela e una giusta risposta giudiziaria.


Giugno 2014

L’OROSCOPO DI

ZOE Giugno CARA ARIETE, per questo mese Caroline Rémy de Guebhard, scrittrice e giornalista francese femminista, conosciuta anche come Séverine, sarà il tuo spirito guida. Così scrisse nel 1887 a proposito dell’anarchico Clément Duval: “Ho troppo orrore [...] delle dottrine e dei dottrinari, dei catechismi scolastici e delle grammatiche settarie per [...] cavillare a perdita d’occhio sull’agire di un uomo che il carnefice tiene già per i capelli”. Fai come lei: si può essere insieme indulgenti e rivoluzionari. CARA TORO, lo scrittore Gustave Flaubert si definiva un “uomopenna”, in grado di vivere e di sentire solo attraverso di essa. Mi ha sempre fatto un po’ ridere questa descrizione, dato che in francese suona “hommeplume”, il che contrasta singolarmente con l’aspetto di Flaubert che i suoi ritratti ci hanno tramandato. Ma, a parte questa stupidata (per cui chiedo perdono...), le parole dello scrittore francese fanno al caso tuo. È arrivato il momento di aderire con tutta te stessa alla tua vera passione. CARA GEMELLI, “ci mettiamo dalla parte del torto, in mancanza di un altro posto in cui metterci”, diceva, come forse avrai già sentito, l’implacabile Bertolt Brecht. Mercurio è in posizione a te favorevole in questo mese di giugno, e dunque potenzia ed elettrizza la tua intelligenza. D’altro canto, purtroppo, accende anche il tuo spirito polemico. Ci sarà qualche altro posto libero, oltre alla parte del torto! Per favore, cambia posizione per evitare che, più che acuta e battagliera, si arrivi a definirti irritante. CARA CANCRO, nel film Her di Spike Jonze, la protagonista femminile - la Lei del titolo, appunto - è la voce di un programma operativo in grado di entrare in contatto con gli esseri umani e di avere relazioni sentimentali con loro. Il punto è che il programma operativo ha molte più potenzialità degli esseri umani: può parlare contemporaneamente con migliaia di utenti e, come scoprirà con grande rammarico il protagonista del film, avere una storia d’amore con centinaia di loro, nello stesso tempo. Cosa altro devi dirti? Nel mese di giugno hai Venere dalla tua, fanne buon uso.

PREDIZIONI SEMI-SERIE E PRONOSTICI POSSIBILI

CARA LEONE, queste sono le parole che lo scultore Rodin disse della scultrice Camille Claudel: “Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio”. “Respinge per il temperamento selvaggio”? Ma cosa sta dicendo? Sarai energica e sensuale, nel corso di questo mese, dunque non lasciarti impressionare da chi vuole temperare il tuo carattere impetuoso. Evviva Camille Claudel! CARA VERGINE, scriveva Marcel Proust che la costanza di un’abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità. Se sei una tipica rappresentante del tuo segno, dovresti capire immediatamente cosa intendeva il buon Proust, poiché mantenere alcuni bizzarri rituali o collezionare certi strani oggetti fa parte della tua natura. Questo mese potrebbe essere quello giusto per decidere quale di queste abitudini assurde ti fa felice, e quale invece è diventata solo una costrizione (autoinflitta, per di più!)... CARA BILANCIA, ecco per te un’affermazione del pittore francese Georges Braque: “Accontentiamoci di far riflettere, non cerchiamo di convincere!”. Sarai un po’ sotto pressione nella prima parte del mese, ti consiglio dunque tranquillità, indulgenza e molto spirito democratico nel dialogare. Le cose che dirai saranno prese seriamente quanto più le proporrai come oggetto di riflessione; saranno invece contrastate se brandite come strumento di persuasione. CARA SCORPIONE, Friedrich Waismann, filosofo austriaco, individuava l’essenza del suo lavoro nella capacità di vedere “crepacci nascosti nella struttura dei nostri concetti”, laddove gli altri riescono a vedere soltanto il “levigato sentiero” dei luoghi comuni. I sentieri levigati non fanno per te, cara enigmatica amica dello Scorpione, ormai dovresti saperlo: esplora felicemente i tuoi crepacci nascosti, e consolati pensando che secondo Waismann sei una vera filosofa. CARA SAGITTARIO, l’anarchico Clément Duval, di cui ho già parlato nell’oroscopo dell’Ariete, così affermò durante il processo in cui era imputato di “incendio doloso, furto qualificato e mancato assassinio”: “Ah, se recuperassi la libertà,

vi farei saltare tutti in aria!”. Che te ne pare? Questo episodio - che non è consigliabile replicare - porta con sé, tuttavia, un suggerimento prezioso per te: mai farsi spaventare dalle circostanze, e rilanciare sempre più in alto. CARA CAPRICORNO, per questa primavera che sta per finire ti dedico un haiku della poetessa giapponese Momoko Kuroda: “Di quale valle/di quale albero/danzano i petali?”. La storia di questa haijin (ovvero compositrice di haiku), e delle sue peregrinazioni per il Giappone in cerca di ciliegi, è raccontata da Susanna Tartaro nel suo blog, poetico e divertente, dailyhaiku, che descrive la nostra attualità attraverso i componimenti di poche sillabe pensati, da più di trecento anni a questa parte, da poeti e filosofi zen. Per te un giugno pieno di petali danzanti! CARA ACQUARIO, la posizione dei pianeti nel tuo cielo, nel corso di questo giugno, ti rende particolarmente attraente, e anche trasgressiva. Dunque, fin qui buone notizie. Sennonché, e qui viene la parte difficile, questa aura che ti circonda potrebbe sollecitare la gelosia di chi ti sta accanto. Il mio consiglio? Se ti senti soffocare, approfittane per darci un taglio; se ti piace, goditela fino in fondo. E ricordati - come recitano le regole sulla gelosia di Claudio Rossi Marcelli, pubblicate sulla rivista ‘Internazionale’ - che una buona scenata di gelosia finisce sempre a letto. CARA PESCI, diceva Oscar Wilde che “dare risposte è facile, è per fare domande che ci vuole un genio”. Considero lo stesso Wilde un vero genio, e i suoi paradossi mi convincono e mi divertono sempre. Ma in questo caso non sono del tutto d’accordo con lui, per lo meno non lo sono per quel che riguarda la tua situazione in questo periodo. Basta domande! Ora ci vogliono un po’ di risposte, geniali o meno che siano, soprattutto nella sfera pratica e professionale.

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Giugno 2014

SANDRA MARIA NOTARO LA POESIA CHE SALVA LA VITA

La scrittura come appartenenza all’avventura dell’amore, della passione, della sofferenza di Luca Benassi

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a storia è una di quelle a lieto fine, di amicizia, di progetti portati a termine, di speranze che per una volta sembrano non rimanere deluse. la storia di due donne, una appassionata di poesia, l’altra una poetessa, che vive ai margini della società, che ha conosciuto le cliniche psichiatriche, e che cerca di raggranellare qualche soldo fermando la gente per strada, per vendergli i suoi versi. Laura Sudiro viene fermata da Sandra Maria otaro, in piazza stria, a Roma: ti piacciono le poesie le chiede a bruciapelo, porgendole un opuscolo autoprodotto con pochi testi. Le due donne finiscono davanti a un caffè, parlano, nasce un’amicizia, l’idea di un libro. l fantasma che suona il violino viene pubblicato nel da ultura e dintorni Editore, anche grazie alla disponibilità di Luca arbonara. Luciana atti uccari, nella

prefazione, definisce questa poesia una voce sottile che tuttavia come lingua di lima taglia le sbarre che imprigionano l’anima e la ricchezza creativa. Effettivamente questi versi riempono la pagina di immagini semplici, di metafore che prendono spunto dalla natura, dalle sue regole, dai tramonti, dai suoni, dai colori. L’essenzialità della sintassi trova energia in una verticalità a tratti estrema, capace di isolare una parola in funzione di perno, attorno al quale far ruotare l’articolazione del testo. uesta apparente, candida facilità del dettato nasconde, nella sua disarmante chiarezza, un continuo, ineludibile desiderio di libertà per forzare le sbarre del quotidiano e far trapelare la luce, restituendo alla poesia il suo ruolo di rappresentare, senza infingimenti e falsità, il calore di un sentimento e di un appartenenza all’avventura umana dell’amore, della passione, della sofferenza. Sandra Maria otaro ha esperienze artistiche, maturate nel campo del disegno e della fotografia, studi classici ed universitari, la militanza studentesca, infine il trauma dei ricoveri in cliniche psichiatriche, l’emarginazione e la solitudine. uttavia, lungi dal soffermarsi sui dati biografici alla ricerca dell’ennesimo fenomeno letterario, è opportuno leggere in questi versi la genuinità di un messaggio che ce li renda fratelli. La scrittura è per otare un modo di essere nel mondo, un atto di fiducia nella parola, nelle sue capacità di rendersi indispensabile per chi legge. La pubblicazione de l fantasma che suona il violino , acquisisce significati ulteriori, quelli di un’umanità che si riscopre, che cresce e si offre abbattendo barriere, soprusi, sbarre. versi diventano il modo per mostrare se stessi, con coraggio, nel rapporto con l’altro. La poesia, che cos poco valore ha per chi misura fatturati e potenzialità economiche, la poesia che Sandra Maria otaro cercava di vendere per strada, salva la vita. Se permettete non è poco.

Orfeo Flauto alieno tu non hai pietà. Hai posto la tua musica nelle mie orecchie e pascoli grezzi sono il mio pane e la mia acqua. Danzano poco lontano le ondine sui turbini del cerchio solare e trema la terra del loro pianto. ~ La notte liquida Come ti chiami tu che ti fermi a guardarmi sola sul selciato che si appoggia alla siepe e rintraccia verdi pastello nelle mani e nel cuore. Spento il lampione, la luna è un confortante liquido di luce. ~ A un amore Vorresti passarmi quella tazza vorresti bere dalla mia bocca vorresti dormirmi accanto, luce del crepuscolo?


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GIUGNO 2014

RUSSIA LE COSACCHE A CAVALLO BIOETICA E BIODIRITTO LE NUOVE FRONTIERE DELLA MATERNITÀ

CULTURA&FUTURO, prezzo sostenitore 3,00 euro Anno 69 - n.6 ISSN 0029-0920

ADDIO


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