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Sergio Pilu Greetings from www.blogsquonk.it ISBN: 978 88 6369 0033 I edizione: febbraio 2009 Edizione a cura di: Simplicissimus Book Farm www.simplicissimus.it

Questo libro è opera di Sergio Pilu, e viene rilasciato con licenza Creative Commons di tipo Attribuzione Non commerciale - Non opere derivate 3.0, vedi: http://creativecommons.org/licenses/ by-nc-nd/3.0/deed.it


A Manuela e Francesca, compagne del viaggio.


Introduzione

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Introduzione

E’ iniziata una decina di anni fa. La cosa di viaggiare per lavoro, dico. Olanda, Francia, Spagna. Immagino che già allora avrei dovuto capire che il destino degli anni a venire non sarebbe stato quello di visitare luoghi da cartolina (o almeno, non solo quelli) bensì quello di deviare, guardare i posti restando un po' di lato, percorrere un grande viale da cartolina e poi farsi incuriosire da una finestra, un'insegna e prendere così una via laterale e poi un'altra ancora e poi perdere definitivamente – e senza rimpianto – la direzione. Dicevo Parigi ed era Drancy, dicevo Eindhoven ed era Son, dicevo Madrid ed era Tres Cantos: una specie di "ho visto cose che voi umani", ecco. Sei anni fa è arrivato il blog, e siccome in qualche modo bisognava pur riempirlo ho pensato che avrei potuto raccontare le cose che vedevo quando mi capitava di mettermi in strada per le mie piccole tournées. Per-


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ché i viaggi di lavoro questo sono: la valigia del commesso viaggiatore assomiglia molto alla valigia dell'attore: contiene l'abito di scena, il trucco, le carte del copione ripetuto cento o mille volte e ogni volta nuovo, magari senza emozione ma magari con una inaspettata sorpresa. E poi il bar dell'albergo, il ristorante segnalato da un amico, la telefonata a casa, il messaggio tanto atteso o del tutto imprevisto, lo show per portare a casa un ordine oppure l'applauso di un uditorio di seri professionisti, la corsa verso l'aeroporto. Questo è il risultato della raccolta: una cinquantina di città, una ventina di paesi, tre continenti. Avendoci preso gusto, c'è anche un po' di turismo, ma è poca cosa. Non saprei dire se esiste un luogo preferito tra tutti quelli dai quali ho scritto imbucandomi in improbabili Internet point all'aroma di kebab o usando connessioni alberghiere a prezzo di rapina. So di avere due scene che mi stanno a cuore: una mattina gelida nel campo di concentramento di Dachau, e un viaggio notturno in taxi a Bucarest in mezzo ad un corteo nuziale fatto di motociclette strombazzanti, con la sposa che


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viaggiava felice su un trabiccolo degli anni Sessanta e il tassista che suonava il clacson per farci partecipare alla festa – il che, credo, la dice lunga su quello che mi piace del mondo. Partire è bello, perché si può tornare. E tornare è bello, perché si può ripartire. E ora, via: si parte.


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Cannes

19 giugno 2005

Lo stile dei pubblicitari Lions Festival. Una delle più importanti riunioni mondiali della pubblicità. Uno ci arriva pensando di trovarsi in mezzo ad una quantità di fighetti impomatati; così, con la sua polo e i suoi pantaloni arancioni, fa la figura di un incongruo Lord Brummel: ce ne fosse uno senza le infradito. Lo stile della città Sempre a proposito di stile. Non so perché (non è vero, lo so benissimo), ma mi consola vedere che anche la ricca Cannes è popolata da


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soggetti a basso reddito che dormono in mezzo alle aiuole della Croisette, che anche nella ricca Cannes ci sono bambini vestiti di kit maglietta-e-pantaloncino-iltutto-a-nove-euro che giocano sugli scivoli e si sporcano come quelli che abitano la periferia di Milano, che anche nella ricca Cannes il mercato degli ambulanti è pieno di gente di ogni tipo che fa la coda per comprare una camicia a cinque euro e un chilo di albicocche. Insomma, questo posto non mi pare del tutto finto, e i tre mendicanti davanti alla chiesa che sta nascosta, defilata a cinquanta metri dal Palais des Festivals me lo ricordano con una certa precisione. Il mio corpo che cambia Tre ore libere. Trenta gradi, un costume e una spiaggia gratuita (a Cannes ci sono le spiagge gratuite; gratu-i-te; lungo la Croisette). CosÏ, si prende un asciugamano in albergo, il libro di Simenon e ci si mischia tra i bagnanti. E si osserva il proprio corpo, mettendolo a confronto con quello delle decine di venticinquenni che sono lÏ per gli stessi motivi per cui ci sei tu (il lavoro e il


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mare). Inutile dire che dal confronto si esce perdenti, compreso quello con la memoria; e allora, si fa il bagno, ci si riveste. E si va a bere una birra. Low profile Che sono un piccolo borghese l'ho già scritto. Sarà per quello che sono arrivato a Cannes credendo di trovarmi in un posto ricco e finto come la Puerto Banus che ho visitato qualche anno fa. Invece, anche considerando i faccioni di John Travolta e Jamie Lee Curtis (io-amo-quella-donna) che adornano i muri dalle parti del Casino, mi sembra una Pietraligure più grande, bella e sorridente, e meno superba. Ma forse a renderla così sono le centinaia di pubblicitari che, smessi i panni dei key global account supervising manager indossano quelli dei ragazzi che sono, che si godono il sole, i gelati, le grandi tette delle pischelle e il mare. Per fare le iene e rovinare una città ci saranno mille altre occasioni, una volta tornati a casa.


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Giro l'angolo Il Lions Direct, motivo per il quale mi trovo in questa amena cittadina, altro non è che una gara: vengono presentate un migliaio e mezzo di campagne di direct marketing, prodotte in ogni parte del mondo; una ventina di sciagurati devono visionarle, fare una prima lista di nominations e poi stabilire le migliori in assoluto. In cinque giorni. La cosa si conclude questa sera, con un Gala al Palais des Festivals. Una faccenda in grande stile: sull'invito campeggia un sinistro "Black Tie", a dispetto dei trenta e passa gradi che allietano le nostre ascelle. Insomma, mi sono vestito di tutto punto, ho stretto il nodo della cravatta, ho fatto la mia camminata sulla Croisette, ho presentato l'invito ai cerberi della security, sono andato nel foyer, ho sentito la spaventosa umidità procurata da non meno di quattrocento nasi e bocche impegnati a sopravvivere, mi sono chiesto "c'è un solo buon motivo per cui debba stare qui?", mi sono risposto "no, certo", ho girato i tacchi, sono tornato in al-


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bergo, mi son messo bel leggero. Adesso clicco "Publish", esco dall'Internet Point, giro l'angolo e mi siedo a bere una birra: ci sono un paio di concerti gratuiti qui in strada, e mi sento giustamente snob.


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Paris

10 febbraio 2007

Cambronne Bella è bella, Parigi, chi lo può negare, anche se il titolare qui è della scuola di pensiero che “Londra è tutta un’altra cosa, e una cosa migliore”. Però, diciamolo: Parigi è sporca. Sporca oltre il concepibile, dal vagone della RER nel quale le suole ti si attaccano al pavimento che pare che questo ti stia pregando di non abbandonarlo, alle strade dove passi il tuo tempo a dribblare le deiezioni canine, sempre con gli occhi puntati verso il basso quando invece ci sarebbe così tanto da vedere lassù. Pensi al Generale Cambronne, e ti rendi conto


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che la sua, probabilmente, non era un’imprecazione, ma piuttosto una constatazione. Fuori le mura Il treno della RER attraversa diversi luoghi dove mi è capitato di passare del tempo, anni fa, quando il mio capo di allora lavorava qui e ogni tanto venivo a trovarlo per fare rapporto; Drancy, e il Parc des Expositions; tutto come allora, si direbbe. Tutto triste, brutto, impoverito e impaurito. Fai passare un affamato ogni santo giorno davanti alle vetrine di un delicatessen, o di un ristorante: prima o poi agguanta un mattone, e prende ciò che lo stomaco gli ordina di fare suo. Fai nascere e crescere un ragazzo a Drancy oppure a Choisy-le-Roy, e la molotov è una garanzia - altro che la città più bella del mondo e tutte le altre retoriche scemenze che si raccontano sul suo conto.


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Where do we go from here A pochi passi dalla chiesa di Saint Eustache, quella dove è sepolto Colbert, vedo un bigliettino giallo per terra, inumidito da una pozzanghera che si sta ritraendo. Mi fermo e mi chino, e leggo di un volo LarnacaLondra; mi metto a fantasticare sulla persona che lo ha perso, o che lo ha volutamente gettato qui: sarà arrivato a Londra, poi? Cosa ci stava andando a fare? E perché il tagliando della sua carta d’imbarco sta qui - e non, per dire, al Charles de Gaulle? Resto un po’ a divagare, poi vengo risvegliato da un sordo rumore metallico: la partita di bocce, qui a fianco, sta entrando nel vivo. Bisogni fondamentali Chi ha progettato la specializzazione commerciale delle vie del distretto pedonale di Saint Denis, primo arrondissement, doveva avere ben chiari i bisogni fondamentali dell’uomo (e pure della donna): Rue Montorgueil dedicata agli alimentari - panifici, ortofrutta, pescherie. Rue Saint Denis, la parallela, dedicata ai sex


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shop, seppure con rare eccezioni - uno straordinario negozio che vende solo ed esclusivamente bottoni, e una fruttivendola fuori ambiente, la cui padrona sta sul marciapiede (e dove se no?) a parlare amabilmente con il suo vicino, un marcantonio nero che cura una vetrina nella quale campeggia la pubblicità di tale Doctor Gyno, e chissà se la signora ne ha mai sfruttato i servigi professionali. Requiescat in pacem Uno arriva al Père-Lachaise avendo in testa, nella sua beata ignoranza, il Re Lucertola - o come diavolo chiamavano James Douglas Morrison. Entra, e legge di Moliere, di Edith Piaf, di Maria Callas, di Simone Signoret e via elencando. Poi inizia a camminare sotto la pioggia, e si mette a guardare i monumenti diroccati, le stelle di David, le mani di bronzo che stringono fiori ormai sfiniti, le allegorie, i simboli, le rare fotografie a colori, i mausolei che rivelano grandezze forse definitivamente estinte, i soldati cecoslovacchi e i mercanti alsaziani, i transfughi italiani e i nobili francesi - insomma,


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tutto il racconto della vita attraverso la celebrazione della morte. Uno gira per un paio d’ore, fino ad essere completamente fradicio, e finisce per un caso del destino proprio davanti alla tomba della rockstar, piccola e incastrata in mezzo a decine di altre, con i fiori freschi, la fotografia e un lumino - e si chiede ragione di quel culto, quando quel luogo è talmente pieno di storia da far scomparire uno che in fondo ha scritto giusto un paio di canzoni decenti e non molto di più. Poi si dà dello snob, saluta il ragazzo, e si avvia verso l’uscita. La Defense Va bene: i monumenti, la grandeur, i musei, tutto ciò per cui questa città è famosa. Eppure, io passerei ore a guardare i grattacieli della Defense, i riflessi del sole che ogni tanto sbuca tra nuvole che corrono come in Scozia, il fischio del vento che gira tra i palazzi come a Chicago, il cimitero di Neuilly giusto alle spalle dei vetri e dei metalli e degli ascensori che portano ai punti panoramici, l’Arco laggiù in fondo, alla fine dell’Avenue Charles de Gaulle - in quella che molti pensano essere


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la sola, vera e unica Parigi possibile. Bestemmiamo? Facciamo gli iconoclasti? La Parigi moderna, quella della Defense e del Pompidou, è bella tanto quanto quella di Napoleone e di Luigi XIV. Chissà cosa ne pensano gli abitanti delle banlieues.

4 aprile 2007

Diggin’ in the dirt La Ville Lumiere, e la grandeur, e quello che volete: sta di fatto che ieri sera un topo (piccolo, ma pur sempre topo) si è attraversato un pezzo della piazza dell’Hotel de Ville ed è sceso in metropolitana - e io che ero rimasto scosso nel vedere i cani randagi a Bucarest. So Eighties Mi sa che uno si rende conto della sua età quando torna in città e tutto gli sembra già visto - i vagoni della RER e l’obelisco di Place de la Concorde e la merda di


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cane - e la sensazione si acuisce quando, mentre si sta brasando le papille gustative con la fondue au Rocquefort, passano Cindy Lauper e si rende conto di ricordare perfettamente tutta la canzone, anche il brevissimo arpeggio prima di time after time - e le tre ragazze (italiane) sedute al tavolo di fronte sono prese con la loro insalata, a loro toccherà fra vent’anni con Tiziano Ferro e Joss Stone. Allons enfants Per dire come siamo messi noi italiani basta il non riuscire a descrivere lo smarrimento che proviamo fermandoci davanti alla vetrina di un negozio di souvenir a due passi dal palazzo dell’Assemblea Nazionale, pieno di oggetti rossi e blu sui quali campeggia la scritta J’aime la Republique. Volte Sono sicuro che qualcuno tra voi, dall’altra parte del cavo telefonico, è in grado di spiegarmi perché la chiesa


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di Saint Sulpice è piena di ventenni armati di matite e grandi fogli da disegno, tutti intenti a riprodurre le volte del tempio. Avrei voluto fermarmi e chiedere di persona, ma non volevo disturbare. Help! Non amo i party, soprattutto quelli aziendali (con pochissime eccezioni: anni fa mi invitarono alla festa del list manager di Victoria’s Secrets e il panorama era piacevole, diciamo), ma per lavoro tocca pure andarci, invece che sfinirsi in qualche brasserie. Il campionario umano è, al solito, notevole: un livornese scosso, un londinese in stato di stress perché non può guardare la partita del Chelsea, un madrileno che ha vissuto per un anno in Belgio in compagnia di due napoletani e conosce qualunque insulto in italiano, belgi con la faccia da belgi (se vi state chiedendo che faccia hanno i belgi, ecco, vi siete già dati la risposta), francesi di ogni ordine e grado. La CEO dell’azienda ospite interrompe la serata con uno sproloquio di ringraziamento a tutti i clienti, e introduce un tizio di Unicef che getta la sala


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nello sconforto e nella malinconia. Riprendiamo a bere, chè non sta bene girare con le mani vuote, ma d’improvviso sale sul palco il più strabiliante e osceno quartetto di imitatori dei Beatles che chiunque tra noi abbia potuto vedere in vita sua, vestiti con l’uniforme che dovrebbe fare tanto John-Paul-George-Ringo e che invece li fa sembrare dei barbieri in pensione - e non parliamo delle parrucche che hanno in testa. Il livornese mi guarda e fa “Cristo, sono più vecchi degli originali”, e ha ragione. Il batterista è persino più scarso di Ringo Starr e credetemi, non pensavo che fosse possibile. Io i Beatles non li sopporto, figurarsi i loro cloni francesi di serie D: al terzo falsetto stonato alzo bandiera bianca, saluto Javi e Marta che vedrò fra qualche settimana a Madrid e fuggo. Sotto l’Arc de Triomphe tira vento, ma preferisco rischiare la vita nell’attraversamento di Place Charles de Gaulle piuttosto che l’udito e la dignità nella penombra del Duplex. Credo che chiederò un’indennità speciale per queste serate.


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2 aprile 2008

Dal passato Non consiglierei Rue Vaugirard per un soggiorno turistico: traffico, e brutti palazzi, come nella piÚ classica rappresentazione della metropoli occidentale. Ma sono qui per una fiera, e l'albergo mi torna comodo per gli spostamenti. Nel marasma delle sette di sera, intravvedo un piccolo locale, una brasserie periferica, e decido di fermarmi per una biere pression. Improvvisamente entro in un romanzo di Simenon, o in una cartolina della Francia degli anni Cinquanta. I muri sono coperti da piastrelle che riproducono scene di una Parigi bucolica che mi chiedo se sia mai esistita. Ad una parete è appoggiato un Dynamometre, un vecchissimo oggetto in legno che dovrebbe misurare in fantomatici decanewton la forza fisica dell'utilizzatore - un po' come quegli aggeggi nei luna park ai quali si tira un pugno per vedere fin dove schizza l'indicatore. Al bancone vedo appoggiato un signore alto e magro, che mostra forse un'ot-


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tantina d'anni: e parla tranquillo con la donna che gli serve il boccale di birra, che sarà sulla trentina ed ha un corpo minuto e pieno, fasciato in una maglia viola e un paio di jeans aderentissimi che suggerisce a me e a diversi altri avventori immagini piuttosto eloquenti: eppure anche lei parla piano con il suo anziano cliente, e lo fa come se stesse parlando con un coetaneo, o con un amico. Guardo il cuoio rosso delle sedie, due ragazze sedute al tavolo vicino che osservano dei fogli. Finisco la birra, mi augurano bonsoir, esco. Pubblicità Ho passato qualche decina di secondi a fissare la pubblicità del TGV che collega Parigi a Torino per la modica cifra di trenta euro. Lo slogan che dovrebbe invogliare il parigino a visitare la capitale sabauda è "Bella, moderna, italiana!", e mi chiedo se l'ultimo aggettivo non sia in eccessivo contrasto con i due che lo precedono. Ma chissà, magari qui ci vedono meglio di come ci vediamo noi, e anche essere italiani può essere una qualità.


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Piatti Passo davanti ad un ristorante greco nel Quartiere Latino. Vedo i cocci di forse una decina di piatti bianchi riempire il piccolo spazio davanti all'ingresso; guardo all'interno, e vedo un gruppo di persone ballare in cerchio, come nel sirtaki di Zorba il Greco. Mi ricordo dell'usanza sarda di rompere piatti e gettare petali di fiori davanti ai piedi degli sposi che in corteo lasciano la chiesa, e credo di capire il tipo di festa che stanno facendo lĂ  dentro, in quel piccolo pezzo di Mediterraneo a due passi da Notre Dame.


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Bordeaux

24 febbraio 2008

Violazione della privacy Esco dall'albergo e mi faccio incuriosire da una viuzza lastricata e da uno spiazzo nel quale quattro ragazzi giocano a due contro due avendo un muro e un paio di maglioni come porta. Gli passo a fianco per non disturbarli e raggiungo il marciapiede, sul quale occhieggiano le finestre di alcune abitazioni del seminterrato. Butto l'occhio dietro le tende di una di queste finestre, rallento il passo per osservare il piccolo divano, il tavolo di legno, il televisore acceso, una manciata di piccoli quadri alla parete. Poi nell'inquadratura impressionista entra un omone vestito solo di un paio di slippini azzurri;


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non si accorge di me perché discute animatamente al telefono, e così ho il tempo sia di guardarlo sia di chiedermi se sia il caso di fotografarlo. E penso che no, non sia il caso. Lungo il fiume L'albergo è a poche decine di metri dalla Garonne, il fiume che attraversa la città. E' un fiume ampio, calmo, almeno nel tratto che posso vedere. La camminata è larghissima, sembra di stare sugli Champs Elysees; stranamente è pochissimo illuminata, così capita di incocciare nei pattinatori e di dover schivare le decine di fanatici dello jogging che corrono in silenzio. Dall'altra parte della strada vedo il palazzo della Bourse Maritime e il luna park, abbastanza illuminati da spiccare tra i palazzi di pietra chiara, maestosi come la grandeur impone. Vedo le luci del centro un chilometro piú avanti, con il ponte ad archi che porta il traffico dall'altro lato della città. Un fascio di luce arriva sulla cupola di una chiesa. Due genitori tendono una cordicella, mentre la figlia prende la rincorsa per saltarla e due ragazzi di co-


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lore siedono sugli scalini dei giochi d'acqua bevendo una birra. Rue Sainte Catherine Percorro questa lunga via pedonale che costeggia il centro di Bordeaux, in parallelo al lungo fiume. E' piuttosto sporca, come la gran parte delle vie delle città francesi - Parigi in particolare - che mi è capitato di visitare in tempi recenti; sembra di camminare su una patina che viene dalla sedimentazione e stratificazione di birra, foglie di lattuga, escrementi di cani, inquinamento, sputi: un po' come Bourbon Street a New Orleans alle quattro del mattino, per quel che può valere il paragone (e a Nawlins non ricordo né cani né inquinamento). Comunque, dato che non sono nato e cresciuto a Lucerna, non mi faccio troppi problemi, e ciondolo in attesa che mi venga abbastanza fame per andare a cena. Mi fermo a guardare una bambina orientale che si ammazza dalle risate scalando una grossa tartaruga di bronzo sotto gli occhi non meno divertiti della mamma. In una piccola traversa acciottolata e ingombra di cas-


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sonetti, nella quale entro per dare un'occhiata alla facciata di una chiesa che spicca nel buio, incontro una signora di età indefinibile, che indossa un basco con un fiore che più francese non si può. A pochi metri di distanza rimando indietro un piccolo pallone giallo ad un bambino che sta giocando da solo in attesa che il padre chiuda il negozio. Vedo un uomo portare un enorme mazzo di mimose, anche se non trovo nessun'altra indicazione che faccia pensare ad una festa della donna anticipata. Guardo una specie di fast food di specialità libanesi, che accompagna la bandiera con il cedro al tricolore francese. Vedo parecchie coppie miste. La pulizia non è tutto, in fondo. La piazzetta ovale Tengo la cartina in tasca, ma non la guardo. E' difficile perdersi in una città come questa, con il fiume e tre o quattro campanili che ti fanno da costante punto di riferimento. Così mi posso permettere di deragliare rispetto al viale principale, sapendo che mi basterà tenere la sinistra per arrivare comunque al Jardin Public: e


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come quasi sempre mi capita, ho la fortuna di finire in un luogo tanto bello quanto inatteso. E' una piazzetta di forma ovale, Place Mitchell. Due alberi fioriti che svettano dal selciato, e una decina di sedie di un metallo al quale non so dare nome ma che sembra risalire agli anni Venti. Siamo molto vicini al centro, e a non piÚ di duecento metri dalla chilometrica passeggiata lungo il fiume, costantemente affollata di skaters, di podisti e di sfaccendati: eppure c'è un silenzio quasi totale; sembra di stare in un paesino, da un portone esce la donna con il seno piÚ grande che io abbia mai visto, passano due adolescenti in bicicletta. Mi siedo. Per dieci minuti non passa nessuno. Mi chiedo quando è stata l'ultima volta che mi sono trovato in un posto paragonabile a questo, e non mi viene in mente. Piedi nell'acqua Ritorno verso l'albergo, dove mi aspetta una compagnia che pare presa di peso da una barzelletta - una di Philadelphia, uno di Dublino, due di San Diego, uno di un luogo imprecisato del Belgio e uno di Bordeaux.


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Noto uno strano riflesso del sole su quello che dovrebbe essere selciato, e mi rendo conto che si tratta di acqua. Lo chiamano Miroir d'eau des quais, ed è una specie di vasca profonda pochi centimetri, cinque o sei, lunga una cinquantina di metri e larga forse quindici, piazzata esattamente di fronte a quello che sembra essere il palazzo più importante di tutta la città, e forse lo è, dato che è il palazzo della Borsa. Saranno i quasi venticinque gradi che ci fanno stare tutti in maglietta, ma c'è un bel po' di gente che non fa altro che togliersi scarpe e calze, le lascia ai bordi della vasca - come si fa per entrare in una moschea, mi viene in mente: chissà perché -, si rimbocca, se li ha, i pantaloni e poi entra e si fa una passeggiata. Una ragazza tiene per mano un bambino che avrà forse due anni; due ragazzine partono dal centro e raggiungono uno dei quattro angoli in un susseguirsi di ruote che le porta a bagnarsi piedi, mani e anche capelli. Pochi minuti fa ho messo nelle orecchie le cuffie dell'iPod, stanno passando i REM che cantano "Bad Day".


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Un vocabolario limitato So, which part of Italy do you come from? Milano Oh, I see. You know, I would love to speak some Italian, but I only know one word that an Italian girl who I met at the college was used to say Which word? "Scopiamo" Oh Do you know what it means? Ehm...


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Alsace

20 agosto 2008

Sento le campane Mi fermo a Saint-Pierre, Alsazia centrale, a metà strada tra Colmar e Strasburgo, perchÊ so che c'è una birreria artigianale - quella dove entro indossando orgogliosamente la mia maglietta "M'illuppolo d'immenso" e dove bevo una biere speciale aromatique come aperitivo. Cheers, my dear. Quando esco decido di andare a fare due passi, guardo le due aule della scuola, il municipio grande come una panetteria di Milano, i fiori alle finestre, i trattori di un paese agricolo. Suonano le campane per un funerale, arrivano parenti e amici che non sono vestiti a lutto, ma giusto un po' eleganti come


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forma di rispetto. Quando le campane si fermano, il paese piomba nel silenzio; all'orizzonte, verso i Vosgi, si vedono le nuvole scure di un temporale, il ristorante di lusso offre il filetto di canguro, posso risalire in macchina. Vagando Giro per la Vieille Ville di Colmar guardandola come un puzzle - questa salita l'ho vista a Ginevra, questo acciottolato a Salisburgo, queste case a Strasburgo, queste mura sull'acqua a Ljubljana - come se il luogo non avesse una sua propria essenza. Non è così, ovviamente, ma a volte capita che si guarda un posto e non si riesce a capirlo nemmeno un po' perché ciò che si vede scorre davanti agli occhi come una cartolina, bella quanto si vuole ma pur sempre un pezzo di carta, un'immagine a due dimensioni. Finisce che mi perdo, visto che oggi allo strolling del turista si aggiunge quello dei pensieri, mille al minuto per non averne neanche uno. Giro in tondo, Rue de Clefs, la cattedrale, i ponti, e alla fine mi ritrovo al punto di partenza, dove ho par-


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cheggiato la macchina. Mi siedo su una panchina, chiudo gli occhi per il mal di testa, dall'altra parte del viale sento un'orchestra suonare un po' di liscio francese e lo scroscio dell'acqua della grande fontana. Siamo tutti Maginot Il memoriale della Linea Maginot a Marckolsheim si incastra tra quello che pare essere un impianto di stoccaggio e raffinazione e lunghissimi campi di mais. Lo si visita in fretta, la casamatta fortificata - una specie di sommergibile da terraferma in cemento armato - un pezzo di ponte e quattro veicoli corazzati. Ma i simboli hanno una forza che va ben oltre ciò che mostrano agli occhi; la Maginot, la linea di difesa che mai i tedeschi avrebbero potuto valicare, non venne mai usata perchÊ i tedeschi stessi non fecero altro che girarci intorno da nord. Centinaia di chilometri di bunker, cannoni, fortificazioni: tutto inutile. Guardo questo pezzo di passato, che oggi finalmente trova un suo scopo - imprevisto per il suo ideatore, certo - e non riesco a non pensare a quanto ci affanniamo per difenderci, per attaccare, per


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prevedere i comportamenti altrui, per controllare tutto nella presunzione di essere gli unici artefici del nostro destino. Poi arriva l'imprevisto, ci aggira da nord ed eccoci giocati, anche dormire con la luce accesa per la paura del buio non è servito a niente. Monsieur Maginot era un militare di professione, ma pure un filosofo: senza saperlo.


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Vaduz

11 aprile 2008

Trova la differenza Non è che avessi pianificato di andare a Vaduz, ecco. Mi toccava San Gallo, dove sono arrivato, ho parcheggiato davanti al palazzo nel quale dovevo entrare, ho fatto i miei centocinquanta minuti di riunione, ho ripreso la macchina e me ne sono andato - se mi sentite dire "San Gallo? Sì, ci sono stato" datemi una sberla perché non è vero, ché allora potrei dire lo stesso di Washington D.C. avendoci fatto scalo un paio d'anni fa. Comunque. Vaduz è di strada, e mi fa simpatia l'idea di visitare un altro stato, come una specie di tacca da aggiungere alla


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lista. E' l'ora di pranzo, la deviazione è giusto di tre o quattro chilometri, quindi mi decido ed esco dall'autostrada. Ora, non mi aspettavo chissà cosa, ma santodio, almeno - chessò - una vecchia dogana con il simbolo del Liechtenstein, qualcosa che facesse capire che si stava entrando in un paese diverso. Invece. Solo un cartello, di quelli che indicano il nome del comune oppure il cambio di una provincia: Schweiz/Vaduz: il che, a pensarci, è bizzarro, perché uno si aspetterebbe un cartello Schweiz/Liechtenstein. E di Vaduz non saprei cosa dire, onestamente; sia perché ci sono stato poco, sia perché è in tutto e per tutto uguale a una qualsiasi cittadina svizzera: un piccolo castello, le banche, i ristoranti e la gente che cammina sui marciapiedi anche nelle zone pedonali. Uno sta a destra del Reno ed è in Svizzera, oltrepassa il ponte ed è in Liechtenstein: non so, è come se qui in Lombardia ci fosse un Principato di Busto Arsizio, uno lo visiterebbe ma finirebbe per chiedersi cos'ha Busto Arsizio di tanto diverso rispetto a Castellanza. Le leggi fiscali, dite voi.


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Berlin

25 maggio 2004

Arian-style look Non so come stessero le cose ai tempi del Fuehrer; so che oggi di tedeschi alti, biondi e con gli occhi azzurri ne vedo proprio pochi. Anche di tedesche, purtroppo. Dieta Il men첫 del giorno prevede: bratwurst con senape, birra, gnocco fritto ungherese con panna acida e formaggio, panino con le aringhe. Fortuna che oggi devo camminare molto.


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Falce e martello Delle molte cose viste in queste poche ore, quella che piÚ mi ha colpito è il sacrario dove sono sepolti 2500 soldati sovietici, sulla Strasse des 17 Juni. Le scritte in cirillico, il grande simbolo di falce e martello, il prato curato, le mura pulite, due turisti americani che guardano, guardano ancora e scattano un paio di foto: il comunismo sarà anche stato sconfitto dalla storia, ma qui sembra che, per lo meno, gli portino rispetto. Uan fot Quando si dice "parla come mangi". Mi si avvicina questo signore, davanti alla Staatsoper, brandendo una macchina fotografica, e mi dice "uan fot?". Basito, lo prendo per uno di quelli che ti spillano soldi facendoti fotografie sceme davanti ai luoghi turistici, e gli dico "no". Sul suo volto si dipingono smarrimento e delusione, mentre a me viene in mente che siamo a Berlino, e non in Piazza del Duomo a Milano; realizzo che quell'uomo


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deluso dalla vita non può che essere italiano, mi scuso, gli prendo dalle mani la macchina fotografica e gli scatto la sua dannata immagine. Mi ringrazia, mi saluta, lo guardo allontanarsi; me lo immagino ad un chiosco, a chiedere “uan panin”, povera stella. Freiheit, Freiheit, Freiheit Ci sono luoghi, città dove le parole sembrano mostrare il loro vero significato. Al centro della Strasse des 17 Juni, quella enorme, lunghissima via alberata che parte dalla Porta di Brandeburgo, costeggia il Tiergarten e arriva alla Statua della Vittoria, si trova un monumento che raffigura un uomo che grida al cielo. E sotto, incise nella pietra della stele, si leggono le parole del Petrarca: "Io vado per il mondo, e grido: libertà, libertà, libertà".


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I conti con il passato Una cosa che mi pare straordinaria di questa città è il modo in cui fa i conti con il suo passato. Con i suoi passati, ad essere precisi. Va orgogliosa degli imperatori, della Prussia, del tempo in cui Berlino e Germania (o come si chiamava, ma poco importa) erano realmente la stessa cosa. Ma non lo ostenta, lo fa con sobrietà, con una sorta di understatement che fa il paio con i suoni attutiti di molte sue strade. perché chi è forte "dentro" non ha bisogno di mostrare i muscoli, di gridare. Al tempo stesso, Berlino non nasconde i suoi tempi cupi. Non nasconde le ferite, il Muro, le persecuzioni, il Fuehrer, le divisioni. Sono tutte lì, per chi le ha viste e per chi non c'era: i carri armati sovietici, la spoglia sala della Neue Wache a memoria delle vittime di tutti i totalitarismi, i nomi dei cittadini di Weimar uccisi dai nazisti impressi proprio di fronte al Reichstag. E' un posto, Berlino, dove "memoria" è una parola che non ha


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perso senso; un'altra, come "libertà". E' un buon motivo per girarla, a piedi, da soli, e in silenzio. I controllori e i controllati Un giorno, sette-otto viaggi su U- e S-Bahn, tre controlli del biglietto. A Milano devo averne avuti tre in cinque anni. I controllori non hanno divisa, nemmeno una pettorina come quella che portano i nostri ausiliari del traffico: felpe, jeans, scarpe sportive, sembrano prelevati di peso da una qualsiasi Stube. Unico elemento di riconoscimento, un badge appuntato al petto. Ah, non ho visto nessuno che non avesse il biglietto o l'abbonamento in regola. Certo, non ho avuto sotto gli occhi un campione statistico significativo; però, chissà perchÊ, non sono sorpreso. Saldi La vera sconfitta del comunismo la si vede a cento metri dal Checkpoint Charlie, dove una decina di banchetti tenuti da immigrati prevalentemente turchi met-


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tono in vendita i ricordi - alcuni veri, altri verosimili, ma non fa differenza - di un mondo che non c'è più: elmetti dei Vopos, mostrine dell'esercito russo, maschere antigas, bandiere della DDR. Passi da un banchetto all'altro, contratti, reciti, alla fine torni a casa con un orologio che ha sul quadrante falce e martello e che ti farà fare un figurone con gli amici. L'immigrato ha venti euro in più in tasca, ed un altro pezzetto di storia viene mandato in vacca. A pensarci, stupisce che gli anticomunisti viscerali continuino ad incaponirsi contro questo nemico ormai immaginario: bastano quattro soldi, per riporlo nel cassetto del comodino. Il Muro e Roger Waters Al Muro ci arrivo quasi per caso, percorrendo il mezzo chilometro che separa la sede del Ministero delle Finanze dal Checkpoint Charlie. Era lungo più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento.


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Senza i graffiti di Keith Haring e delle altre migliaia di artisti veri o presunti che ci si sono allenati sopra, si mostra per quello che era veramente: un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Guardi le foto che ricordano le centinaia di persone uccise dai Vopos mentre cercavano di scavalcare Die Mauer, cerchi di immaginare cosa voleva dire costeggiare quel pezzo di cemento temendo di essere schedati o puniti per aver buttato fugacemente l'occhio dall'altra parte. A me viene in mente che se avessero preso un berlinese dell'est dei primi anni Ottanta, e gli avessero messo in mano i testi di The Wall, quest'uomo avrebbe scosso la testa, ed avrebbe mormorato "Roger Waters, stupido coglione, cosa ne sai tu di cos'è un muro?". Non avrebbe avuto torto, credo. [Roger Waters non mi è mai stato simpatico; oggi ancora meno]


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Ulm

13 novembre 2006

Il Dio degli eserciti Ho giusto il tempo di fermarmi per sgranchire le gambe, mangiare qualcosa, sopravvivere al vento che porta sottozero la temperatura percepita ed entrare nella Ulmer Muenster, la chiesa che è il simbolo di questa città insieme all'università. Magnifica, come la gran parte delle chiese gotiche, ma con la inquietante particolarità delle decine di targhe dedicate a battaglioni di granatieri e reggimenti di fanteria, ai kamaraden 19391945 che forse avevano da queste parti qualche santo protettore. Inquietante perché – quando si dice la forza del passato, dei luoghi comuni, delle paure ancestrali,


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di "Supereroica" - faccio sempre fatica a realizzare che i soldati tedeschi non erano tutti SS, e perchÊ continuo ad avere della chiese un'immagine e un'idea piuttosto lontane da quella di bombe e mitragliatori e decimazioni e razzie. Poi, certo: le crociate, il Feroce Saladino, Donald Rumsfeld. Il sottile fascino del nulla Una camera d'albergo in un paesino del Baden Wurttemberg, immerso nel buio e sconosciuto alla mappa del navigatore. Dicono che c'è vita, là fuori.


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Mainz

25 ottobre 2006

La falce e l’aratro C’era qualcosa che non mi tornava lungo l’autostrada in Germania, come una sensazione di assenza non ben definita. Dopo un po’ mi è sembrato di capire cosa mi mancava. L’agglomerato urbano, il capannone industriale, il centro commerciale aperto sette-giorni-susette. E’ la deformazione del milanese, che esce dalla città solo nominalmente, mentre non fa altro che passare da un paese a quello successivo, e tutto intorno non vede che case e - appunto - capannoni, aziende, negozi. Provate a guidare da Milano Certosa a Vicenza, e contate i chilometri liberi, aperti alla vista: è tutto un


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calzaturificio, un mobilificio, un’acciaieria. Qui, invece, da Basilea a Karlsruhe a Mainz, sono solo campi e boschi, soia, mais, alberi, ogni tanto in lontananza qualche paese con il suo campanile alto quindici metri e quindi ben visibile da grande distanza. Uno si immagina la Germania come il paese della grande industria, Krupp e Volkswagen e ciminiere e fabbriche. Che ci sono, intendiamoci. Ma c’è tanto altro, ed è anche bello, e fa venire - incongruamente, forse - nostalgia di casa. Digitare il PIN C’è sempre una prima volta: un albergo senza chiavi, dove si apre tutto – l'ingresso principale, le porte delle camere - con un codice, sei numerelli che ti vengono dati con la fattura (pagamento anticipato, naturlich). Il PIN del bancomat, quello della carta di credito, adesso quello dell’albergo. Ma ho i neuroni brasati, santocielo, e la memoria vacilla.


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E nemmeno un tedesco Ora, il melting pot uno se lo aspetta - chessò - a New York. Invece arriva a Mainz, la Magonza di Giovannino Gutemberg, con la sua Altstadt pedonale, l’acciottolato, le piste ciclabili, le case del Sei e del Settecento, le chiatte silenziose sul Reno, le luci basse che lasciano sfavillare il Duomo, ed è tutta una teoria di chinese bistro, pizzeria pepè, doner kebap, bistrorante l’angolo1. Tassisti italiani, turchi, magrebini. Viene quasi voglia di incontrare uno skinhead. Camera Cafè Augustiner Strasse. Il negozio della Lavazza, una vetrina fatta di tazzine, vassoi, cucchiaini, accessori vari. Una vetrina solo per il caffè. Come se a Milano ci fosse, non so, un negozio monomarca della Paulaner - che, a pensarci bene, non sarebbe mica una brutta idea: a qualcuno interessa? 1 Ve la ricordate l’immortale rubrica di Cuore, “Botteghe oscure”? Ecco. Cristosanto, ci facciamo sempre riconoscere.


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Il gregge Uno passa la vita a tirarsela da originale e alternativo e controcorrente, poi si trova in una città sconosciuta senza uno straccio di cartina e di preparazione, e quando il taxi lo lascia in un punto indefinito della città stessa non fa altro che l’unica cosa sensata: cerca le luci più brillanti e cerca la gente - scoprendo così che le persone si assembrano (spesso; non sempre: ma abbastanza spesso) dove vale la pena assembrarsi, dove c’è qualcosa di bello da vedere, di interessante da fare. Le pecore sono meno stupide di quanto si crede. Ich spraeche nicht Deutsch Non è proprio vero, qualche parola riesco a dirla e a leggerla. Ma devo assolutamente rinfrescare il mio tedesco, se non voglio trovarmi un’altra volta a ordinare quella che credo essere la versione locale di ciò che noi volgarmente chiamiamo wurstel e trovarmi a mangiare carne cruda con burro e cipolle (tutto molto buono, comunque).


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Nuernberg

12 luglio 2006

Giocattoli Niente volo diretto, quindi tocca montare su questi aerei giocattolo di Swiss Air, quelli di cui si trovano le foto su Internet e guarda il caso, sono tutti accartocciati. Non si fa in tempo a decollare che è già l’ora di atterrare, le cappelliere sono tanto grosse da poter contenere un paio di vestitini delle WinX e il rinfresco consiste in un bicchiere di acqua. Vabbeh. Comunque, la cosa veramente affascinante di queste scatolette con le eliche e le ali, è che volano bassi, e vanno piano. Stanno agli Airbus o ai 777 come la bicicletta sta ad una BMW Serie 7. Non so come dire, ti permetto-


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no di guardare il panorama, di vedere le macchine parcheggiate e le mamme a passeggio, le staccionate delle fattorie svizzere, le scie dei motoscafi, i contorni delle nuvole. Quando scendono, sembra di usare lo zoom di Google Maps. Sono giocattoli, e quindi sono divertenti: quando arrivano, ovviamente. Cene Arrivo a Norimberga alle dieci di sera. Ho prenotato l’albergo a caso, e me lo ritrovo un po’ fuori dalla zona centrale. Il ristorante ha già chiuso i battenti, quindi non mi rimane che chiedere una weiss per rinfrescare la gola nel caldo asfissiante di questa città. Ma la fame è una brutta cosa e così mi ritrovo a entrare nel market del distributore della Esso che sta di fronte all’albergo, per portarmi in camera la cena che consiste in un brezel, un pacchetto di cloni delle Pringles alla panna acida, una Franziskaner gelata e una bottiglia d’acqua. In televisione danno i supplementari di Italia-Francia.


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Rosso Il rosso è il colore dominante di Norimberga. E’ un rosso particolare, quello del granito invecchiato, delle mura costruite nel 1400; è un rosso che prende venature nere, dall’acciottolato delle strade e dal passare degli anni. Fa un bel contrasto con il verde delle punte delle torri che racchiudono il centro, con il biondo dei capelli dei bavaresi, con il bianco della schiuma della birra, con le nuvole temporalesche che tutti si augurano vengano ad abbattere i trentacinque gradi piuttosto inusuali per la zona. C’è una grande zona pedonale che attraversa tutto il centro, e sì, è rossastra anche quella. C’è una specie di silenzio, quello tipico del nord, ma non perfetto e perfino irreale come quello di Vipiteno alle nove di sera in una sera di tarda primavera. E’ un silenzio vivo e riposato. Rosso, forse. Sicurezze E comunque è vero: vedo McDonald’s, vedo Burger King, vedo Starbucks. Ma sono sicuro di essere in Ger-


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mania quando mi trovo davanti alla vetrina di Beate Uhse. ChissĂ  che facevano lĂŹ dentro Avete presente quei cartoni colorati che si mettono sul parabrezza della macchina per evitare che il volante e l'intera plancia della vettura si liquefacciano a causa del sole battente? Ecco, sull'Embraer della Swiss che ho preso ieri sera a Zurigo, al loro posto c'erano diverse pagine di un quotidiano. Mi chiedo cosa stessero facendo piloti e hostess.

14 giugno 2007

Nostalgia di Bernacca Io lo so che voi siete lĂŹ a bullarvi di conoscere questo e quel sito, che a voi non scappa nulla e andate sempre sul sicuro, ma so anche che vi capita la stessa cosa che succede a me, che questi siti di previsioni meteo non ci


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azzeccano mai - ma proprio mai - e allora arrivate a Norimberga attendendovi pioggia e trovate 30 gradi secchi alle sette di sera, e proprio come l’anno scorso l’aria condizionata è un miraggio - sul taxi, in fiera, in albergo - e la weizen a stomaco vuoto certo non aiuta a rinfrescarsi. Kaiser Giuan Che dolore e piacere siano spesso due facce della stessa medaglia lo abbiamo imparato fin da piccoli o quasi; così questa mattina non sono rimasto combattuto tra le due sensazioni, ma le ho assaporate appieno entrambe, leggendo il titolo della pagina sportiva della Suddeutsche Zeitung: “Musse spiele padabumm“. Giovanni Trapattoni, se tu non esistessi bisognerebbe inventarti. La fiera degli orrori Un giorno poi mi dovrò decidere a scrivere uno spinoff dei Greetings, dedicato alle fiere, alla varia umanità


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che le popola e alla spaventosa oggettistica che ne crea l’ambientazione. Per oggi, basterà citare gli sgabelli che al posto delle normali gambe di legno hanno la riproduzione di due cosce di birraio bavarese, con tanto di pantaloncini di cuoio, e lo stand di Wurstbrief, che per uno che odia gli emoticons è una cosa da rimanere secco nel corridoio (ottimo motivo per farsi rianimare da una qualsiasi delle popputissime hostess che rallegrano la vita agli sciagurati visitatori).

18 giugno 2008

Marktplatz, ore 9 Alle nove del mattino Marktplatz brulica di gente che mette in piedi le bancarelle del mercato. Come sempre da queste parti, sembra che le cose vengano fatte in silenzio e senza affanno, ma forse sono solo io che negli ultimi tempi ho sempre la sensazione di correre - restando fermo, ma questo è un altro discorso. Tutti i taxi sono occupati, il cliente che mi precede in coda mi chie-


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de se sto andando anch'io alla Messe e mi offre di fare la corsa insieme. Pioviggina, come ieri notte quando sono uscito dal Biergarten dopo aver pagato un paio di giri ad un amico olandese incontrato casualmente in aeroporto. Mi dicono che piove anche a casa, leggo la posta e mi rendo conto che piove un po' dappertutto, qui e là, fuori e dentro. Capita. Quando esce il sole Invece, a sorpresa viene fuori il sole. Caldo, come mi dicono che non vedevano e sentivano da forse due mesi. E allora tutti fuori, le grandi hall della fiera si svuotano, sembra l'ora di ricreazione alle superiori: tutti con le nostre borse, i tailleur, le cravatte bordeaux, i costumi da standista, seduti sui marciapiedi a sudare finalmente - e a specchiarci nelle vetrate della Ost Eingang. La coda per il cibo è cosÏ lunga che passa la voglia di farla, rileggo la posta della mattina, penso che non credo ai segni del destino, forse perchÊ non li so interpretare, ma non posso non vedere delle coincidenze tra il tempo atmosferico e quello dell'umore. Mi viene vo-


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glia, per la terza volta in ventiquattr'ore, di farmi offrire una sigaretta. Voyeur In una cittĂ  calma di suo, i giardini del Castello Imperiale sono l'apoteosi del riposo e del silenzio. Ci vengono gli studenti a leggere, gli anziani a guardare il panorama, i turisti a fotografare, le coppie a baciarsi; se dovessi dire il motivo per cui ci vengo io, dovrei ammettere che lo faccio per guardare la gente, per sedermi su una panchina, accavallare le gambe e osservare un ragazzo con le infradito o un signore indiano con la macchina fotografica al collo che poco prima mi ha fatto un gesto vago per coprire l'orizzonte e mi ha detto "so many nice spots, there". Mi rendo conto che potrei essere a Norimberga come a Cologno Monzese, e non farebbe differenza - e intanto mi gira in testa un vecchio pezzo del Liga che dice "quando farsi una ragione vorrĂ  dire vivere", e non se ne va via.


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Il villaggio e i clown Tornare negli stessi posti toglie la sorpresa, ma in fondo consente di non patire l'ansia del "voglio vedere tutto". Alla terza volta, mi offro una mezz'ora ai tavolini all'aperto di Beim Tiergartentor - realizzando in ritardo che iniziare la serata con la Tagesdunkel, la birra scura del giorno, va classificato come un boomerang irreparabile. Poi ciondolo per le vie del centro, rosse per il sole sui blocchi di granito, in mezzo a gente che sventola bandierine russe in vista della partita della sera e compagnie che si dirigono verso i ristoranti sulle chiatte sul fiume. Finisco per arrivare al Bratwurstdorf, che tento di tradurre con "Villaggio della salsiccia", dove mi siedo al fianco di un uomo che pare uno dei coatti di Verdone e dove rinuncio a pensare a colesterolo, trigliceridi e danni epatici di vario genere. A qualche decina di metri un duo folk bavarese allieta il pubblico; una quarantina di minuti dopo lasceranno il palco e verranno a sedersi a poca distanza da noi, e sembra di vedere il clown che si toglie la maschera. Torno, camminando lento e non


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so quanto barcollante, verso l'albergo - vedo Marktplatz vuota aspettando il mercato di domani.


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Starnberger See

31 marzo 2006

Le caprette ti fanno ciao Non avevo ancora bevuto nulla, quindi non potevo avere allucinazioni alcooliche da eccesso di weissbier. Giuro che sono passato da Heididorf. Non ho visto caprette da salutare con la manina, però. Visto uno, visti tutti E' la prima reazione, di fronte ad uno dei laghi della Baviera. Sono davvero tutti uguali. Eppure, passeggiarci intorno, con i cigni che ti guardano perplessi, la pioggia che cade leggera, le cupole delle chiese tonde e luci-


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de, mi mette sempre di quell'umore malinconico che per dieci minuti al giorno - mi piace tanto. A sensitive question Siamo a metĂ  del primo, quando il collega inglese, con lo stile che solo i sudditi della perfida Albione sanno avere, appoggia il cucchiaio e dice "I have a quite sensitive question for you Italians - what about your Prime Minister?" - e a te viene da consigliargli di guardare bene che cos'ha nel piatto, hai visto mai che il cuoco sia un cinese, ma poi sopravviene la caritĂ  di patria, e allora.


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Frankfurt am Main

17 maggio 2006

Virtualità Mi sono fatto persuaso, come dice Montalbano, che le autostrade in Svizzera sono un concetto e non una realtà. I tre quarti dei pezzi di asfalto che passano sotto questo nome (quello di autostrada, intendo) hanno un limite di velocità di 80 o al massimo di 100 Km/ora attraversare questo paese è una impresa biblica, sul serio. E’ successo qualcosa? No, dico, in trecento chilometri ho incrociato due autoblindo, mi è passato sopra la testa un Chinook e ho


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assistito, grazie ai buoni uffici di una coda orribile, a un lancio di paracadutisti. Tutto bene, a casa? Deja-vu L’unica vera sensazione che mi rimane dopo aver camminato per un paio d’ore a Francoforte è la fortissima somiglianza di questa città con Chicago: terribilmente “solida”, nell’architettura, nell’aria che si respira, eppure permeata da un buon gusto che non ha a che fare con la ricchezza, ma forse con la storia, con la cultura e con la capacità di non mandare in vacca un passato glorioso, rendendo così altrettanto glorioso il presente. Eccezioni Oddio, poi anche il buongusto ha le sue eccezioni, e ammette qualche deroga. E’ fantastico vedere la gente che mangia seduta ai tavoli all’aperto, esattamente a fianco dell’Erotic Palace e dei negozi della catena di


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quella benefattrice dell’umanità che risponde al nome di Beate Uhse. Melting pot Sul treno che mi riporta verso Ruesselsheim vedo un paio di giornali turchi, uno ceco, e svariati abbigliamenti certo non teutonici. La piazza del Duomo è il classico crogiuolo di lingue - i due che mi siedono a fianco mentre mi mangio Frankfurter con insalata di patate e birra parlano francese, gli asiatici si sprecano, la porta della Alte Nikolai Kirche me la apre un italiano, la padrona del negozio di souvenir è indubitabilmente balcanica (direi croata, o serba). E il grande cartello che sta sopra il vecchio ponte sul Meno è scritto in cirillico. Civiltà Il grado di civiltà di un paese occidentale si misura dalla maggiore o minore presenza di Smart per le strade (qui: molto, molto poche) e dal fatto che nelle vetri-


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ne dei negozi si trova - alla modica cifra di 195 Euro un fantastico erogatore di birra alla spina della Philips. Humour? Uno i tedeschi se li immagina come dei tipi noiosi. Ma siccome le regole esistono perché esistono le eccezioni, su uno dei ponti che collegano le due rive del fiume campeggia una scritta enorme che dice “There is no demonstration in Disneyland” - non chiedetemi cosa significa, il Dottor Freud è morto e sepolto. Bellezze Prima o poi, bisognerà fare un discorso serio su questo mito della bellezza del Belpaese (l’Italia, zucconi). Che è bello, certo: però è bello di una bellezza non più nostra, una bellezza di mille o duemila anni fa, che alla maggior parte di noi non dice più nulla, e infatti la trattiamo da schifo. Da queste parti avranno anche meno Storia (non è vero, ma facciamo finta che), ma c’è un rispetto e una cura per i luoghi che è rispetto e cura per


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se stessi. Non parlo solo dei palazzi, delle chiese, dei monumenti, delle stazioni. Parlo anche di cose piccole ma non banali come i cartelli stradali; che fanno parte dell’arredo urbano, per chi non se ne fosse accorto, e sono puliti, chiari, tenuti dritti. O gli uffici postali, gialli come quelli di Poste Italiane, ma lindi, con le cose tenute in ordine, gli spazi lasciati liberi e vivibili. O gli avvisi, quelli che si mettono sulle porte non funzionanti della metropolitana (ma certo che capita), scritti in modo chiaro, leggibile, anche piacevole alla vista. O il fatto di avere un negozio di frutta e verdura (bello, e molto utile, se ci si pensa appena un po’) proprio davanti alle scale mobili della Schnellbahn. Noi, invece, stiamo dietro alle cazzatelle della moda, al mito dell’italiano vestito bene (non è vero, guardatevi in giro, non è vero e prima lo si ammetterà meglio sarà per tutti - o quasi), ai lasciti di Napoleone e Numa Pompilio. La bellezza è ciò che ti fa vivere bene, con piacere - e tu guarda, a me sembra che i tedeschi vivano in una nazione più bella della nostra.


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Stuttgart

19 maggio 2006

I sogni son desideri Forse devo iniziare a preoccuparmi, ma sono assolutamente convinto che questa mattina, alle otto meno un quarto, nel parco che sta sopra Reinsburgstrasse, ci fosse profumo di luppolo, o di malto in fermentazione. Trasporti Stoccarda non è una megalopoli. Ha circa seicentomila abitanti, circa un decimo dei quali lavora per Mercedes. Insomma, è la metà di Milano. Ma ha sei (6) linee di Schnellbahn, treni locali che passano ogni venti minuti circa e che collegano la città con i cento paesi


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che la circondano. Gerlingen e Ditzingen sono posizionati più o meno come Arese o Limbiate rispetto alla metropoli della Madunina, con la sola differenza che, al prezzo di due-euro-e-novanta, i loro abitanti arrivano al Neue Schloss oppure a Stadtmitte in diciannove minuti. Fate voi Arese-Piazza Duomo. Sessi Vi siete mai chiesti perché un certo termine è maschile piuttosto che femminile? Io sì , ma il menu della Paulaner Stube mi conferma che il vecchio Confucio (era lui, vero?) non aveva tutti i torti a sostenere che la saggezza consiste nel sapere di non sapere: infatti, leggo “Die Wurst ist die Freundin vom Bier”. Ora, per chi non conosce il tedesco, “Freundin” significa “amica”, e il resto non credo di dovervelo tradurre. Eppure quel pezzo di carne, per noi latini, è un simbolo fallico come pochi altri. Transgender.


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Numeri Vi ho già parlato di Beate Uhse, no? L´imperatrice del porno tedesco, sexy-shop ovunque - anche nel centro delle città, fianco a fianco con chiese, ristoranti e negozi di orologi. Anche Beate sta sfruttando al massimo i mondiali di calcio, che tra poche settimane porteranno da queste parti centinaia di migliaia di tifosi e di turisti. Le vetrine dei suoi negozi sono per metà dedicate alla Welt Meisterschaft; i manichini vestono vezzosa biancheria intima declinata in termini calcistici, che riporta, come tutte le divise che si rispettino, il numero che identifica l’atleta. A dire il vero, il numero è uno solo, e potete anche immaginare quale. E poi basta Avresti un po’ di altre immagini di Stoccarda da lasciare ai pixel del blog, posto che interessino ai suoi lettori, e forse è meglio non indagare al riguardo.


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E’ che ti capita di camminare nella zona pedonale, in un silenzio fatto di vento e tacchi che passano leggeri, infilare le cuffie e sentire “Seventeen Again”, renderti conto con nostalgia e sollievo che non sono diciassette ma trentanove, chiamare casa, parlare con moglie e figlia, sentirne un po’ la mancanza, salire su un treno e scenderne pochi minuti dopo con il cielo che mostra uno squarcio nelle nubi, stare in piedi nel parcheggio dell’albergo a guardare i campi di mais sparire nel buio - ti capita di essere lì e non fare nulla che valga la pena di essere raccontato, ma solo ricordato. Vado a fare il pieno, si torna a casa.


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Dachau

8 marzo 2007

Dachau, una mattina di marzo F., penso a te mentre attraverso il pesante cancello di ferro sul quale c'è la scritta Arbeit macht frei. E' tedesco, che può essere una lingua magnifica come l'inglese che tu stai imparando, ma che in questo posto suonava spaventoso come il ringhio di un cane inferocito. Penso a te per un motivo che tu capirai tra molto tempo: il Male, quello con la maiuscola, è come i bambini. Nasce e cresce circondato da bellezza, da dolcezza, da tranquillità. E' questo che lo rende più spaventoso e


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incomprensibile. E' per questo che ogni tanto ti guardo, e ho paura. Hai ragione, non ti ho ancora detto dove sono. Scusami. Dachau. Si legge come si scrive, più o meno, con l'accento sulla prima a. E' un paese non lontano da Monaco. Un paese come tanti, sai? Le case basse, i campi, i cavalli, le ditte di trasporti, Burger King. Ho visto le foto di settant'anni fa, e non era molto diverso: c'erano meno case, e Burger King non esisteva nemmeno in America. Ma, per il resto, non sembra essere cambiato molto. E' un posto nel quale io e te e la mamma, nati e cresciuti in città, forse non ameremmo vivere: però ci piacerebbe passarci, fare una passeggiata, ammirare il colore dei prati e la pulizia delle facciate delle abitazioni. perché potremmo venire qui. E andarcene. Invece, tanti anni fa, qui arrivarono più di duecentomila persone (sono tante, molte più di quelle che tu riesci a immaginare), e tantissime di loro morirono qui; e quelle che ebbero la discutibile fortuna di poter tornare


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a casa, in fondo furono costrette a restare a Dachau per il resto della loro vita. Non avevano nessuna colpa, quelle persone. Eppure finirono qui, in questo posto che si chiama campo di concentramento, e che negli ultimi mesi della sua "vita" divenne un campo di sterminio. Oggi sono tornato a Dachau, F., perchÊ ogni tanto bisogna ricordarsi di cosa ognuno di noi è capace di fare. Sono tornato a vedere il cancello, quello di cui ti parlavo prima, e gli stracci con cui i prigionieri si dovevano vestire (oggi c'erano cinque o sei gradi, io stavo nel mio piumino e ogni tanto pensavo che faceva freschino perchÊ c'era un venticello tagliente che portava via le nubi), e i giacigli di legno dove questi uomini e queste donne dovevano dormire ammassati gli uni sugli altri, e i frustini e le torrette e il filo spinato. E i forni crematori, che sono una cosa che oggi non ti voglio spiegare, ma un giorno verremo qui insieme, io te e la mamma, e tu guarderai il camino, e le montagnette erbose che coprono le ceneri in cui sono state trasformate decine di migliaia di persone come noi, e poi guarderai i forni e ti


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verrà da piangere per l'incredulità e l'orrore. Forse ti capiterà quello che è successo a me questa mattina, e mentre starai in piedi di fronte ai quattro forni del Grande Crematorio vedrai il sole passare dalla porta alle tue spalle, e sentirai anche uno o due uccellini trillare nella primavera che arriva. Ti sembrerà tutto assurdo, e sentirai un grande vuoto. Sarà allora, forse, che avrai la possibilità di diventare grande, F., grande davvero: se riuscirai a riempire quel vuoto, allora ce l'avrai fatta. Io sono tuo papà, e oggi, per te, mi auguro solo questo.


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Spitzingsee

4 marzo 2005

Let it snow No, non nevica. Ne ha buttata giù parecchia la settimana scorsa. Uno o due metri, non so, comunque tanta. E siccome, nonostante il paese sia ad appena un'ora da Monaco, c'è davvero poca gente, la neve è bianca, e morbida, e pura come quella delle favole. Così, mentre stai nella meeting room a parlare di highlight color e postal system liberalisation, guardi fuori, e vedi il sole e il lago e i riflessi e ti vien quasi da piangere, per quanto è bello il posto e per il fatto che non puoi godertelo.


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Consigli alimentari 1. Fare colazione con l'aringa affumicata non è la scelta più indicata per affrontare una giornata di lavoro. 2. Se hai cura dei reni, tieniti lontano da inglesi, tedeschi e olandesi (peraltro, non ci sono altre nazioni rappresentate, quindi, o te ne vai sull'Aventino alcoolico, o bevi fino allo sfinimento) All’aria aperta (update) Temevo peggio. Alla fine, le outdoor activities si sono concretizzate nel periplo del lago, mirato a raggiungere due gentili signore che ci attendevano con bicchierini di vetro e bottiglie di grappa alla pera, e successivo ritorno con attraversamento del lago ghiacciato. A parte i dieci gradi sotto zero, tutto bene. Insomma, anche questa è andata.


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9 marzo 2007

La quiete dopo la tempesta La vita è strana, o forse è solo - come dire - semplice. Così, due ore dopo Dachau, mi trovo a combattere il mal di testa con wurstel, strudel e birra guardando questo lago che ormai frequento da anni. Ed è strano sentire il silenzio della montagna bavarese e di un ristorante vuoto con l’unica eccezione della bellissima padrona, poco dopo aver sentito il silenzio della morte. Non so se in tutto questo c’è una lezione, o se la lezione sta nella sua mancanza. So che questo è quello che mi tocca, e che non ho nulla di cui lamentarmi: e poi, pare che la birra faccia passare il mal di testa - e allora, cosa voglio di più dalla vita? Che tempo che fa E’ la terza volta in quattro anni che veniamo da queste parti. Di solito trovavamo un metro di neve ai bordi della strada, e il lago tanto ghiacciato da permettere il


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parcheggio delle macchine quando i turisti diventavano troppi per le piazzole asfaltate. Quest’anno, invece, c’è giusto una spruzzata di bianco, la lastra di ghiaccio è sottile e in alcune parti del lago le papere nuotano liberamente. Ognuno - danesi, tedeschi, inglesi, italiani, olandesi - ha aneddoti da raccontare sul global warming, ognuno parla della fine del mondo prossima ventura, ognuno scuote pensosamente la testa ricordando quando gli inverni erano inverni e le estati erano estati e c’erano ancora le mezze stagioni; tutto il mondo è paese, si dice. Ora pro nobis Nell’ora che divide la fine della giornata lavorativa dal ritrovo per la cena decido di affrontare il periplo del lago. E mi chiedo se c’è un motivo nascosto dietro al fatto che dopo cinquanta metri trovo il cartello di una stazione della Via Crucis.


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Wiesbaden

23 ottobre 2007

Dove ti ho già visto? Mi chiedo se un tedesco che passa, chessò, prima da Vicenza e poi da Padova e poi magari da Treviso prova la stessa fortissima sensazione di deja-vu che ho sentito un’oretta fa entrando nel centro di Wiesbaden - il corso, la Rathaus, i ristoranti italiani dai nomi che un italiano non darebbe mai (sbagliando, ovviamente), che alla fine non sai più se sei a Mainz, a Wiesbaden, a Augsburg, a Rottweil, a Dio-sa-dove.


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Cuckoo cocoon Forse per smentire l’impressione di deja-vu di cui sopra (o sotto, ma ci siamo capiti), in Burgstrasse si sono inventati il “Cucù più grande del mondo”, una terrificante vetrina piena di kitscherie orologistico-natalizie sormontate da un’ancor più terrificante testa di cervo, che porta un’espressione triste e smarrita da muovere a compassione anche i cuori meno teneri. Mi chiedo com’è il suono di questo cucù, se è cupo e malinconico come quello che sentii anni fa in un paesino della Foresta Nera - una villa riadattata a orologio, con un pennuto di legno lungo un paio di metri che usciva dalla finestra del primo piano e sembrava che chiedesse aiuto (il paese era grosso quanto il borgo di Trenno a Milano, e vantava un altro cucù-più-grande del mondo a un mezzo chilometro di distanza, potenza della competizione e del mercato).


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Nero Girare in macchina è comodo, per carità, soprattutto in giorni di scioperi ferroviari tedeschi (già, capita anche da queste parti). Però capita di trovarsi nel buio della sera a guardare il buio della mappa del navigatore, nel bel mezzo di una Industriegebiete, a chiedersi se si sarà mai in grado di rientrare in albergo e a rimpiangere i tassisti turchi. Poi, grazie a Dio, si ricorre a un po’ di fortuna e al fatto che i tedeschi sanno cosa significa fare la segnaletica stradale, e insomma ce la si cava proprio come si faceva nel Pleistocene tecnologico, quattro o cinque anni fa.

30 settembre 2008

Sulla strada Parto con il sole, che si mantiene - a dispetto di ogni precedente esperienza - anche dopo il San Gottardo. Arrivo stremato a Basilea, con i muscoli della gamba


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destra ormai sfilacciati dal continuo alza-e-abbassa-ilpiede-per-rispettare-i-dannati-limiti-di-velocitĂ ; ed in quel momento mi rendo conto di quanto la tecnologia possa migliorare la vita di un uomo, rallegrandolo e offrendogli insperati diversivi - infatti il navigatore mi ferma per due volte la colonna sonora per avvisarmi dell'avvicinarsi di un fantastico "pericolo generico", il quale, una cinquantina di chilometri dopo, prende le forme di una Fiat 850 bianca targata Alessandria. Mi torna in mente la prima volta che ho percorso questa autostrada, a bordo di una 127 primo modello che ingurgitava molto piĂš olio che benzina, e vorrei fermarmi ad abbracciare i due passeggeri del trabiccolo italico. Smashing pumpkin Lascio la zona industriale di Nordenstadt, un terribile agglomerato di Imbiss, rimorchi parcheggiati, tre stelle a quaranta euro, per andare verso il centro di Wiesbaden. Mi chiedo come sia possibile non riconoscere le quattro vie della zona pedonale a un anno di distanza, ma il


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combinato disposto di pioggia, fame e stanchezza fa sì che riesca a perdermi mentre cerco il locale dove sono andato a mangiare dodici mesi fa. La tristezza che aleggia su questo posto questa sera è quasi feroce, se non fosse per un incongruo palchetto che fa mostra di sè in una piccola piazza nella quale mi ritrovo in modo del tutto casuale, sul quale sono appoggiate, con ordine teutonico, decine di zucche - belle, grandi, splendenti, alcune dipinte con colori vivaci, altre con il disegno di occhi e bocca anche se ad Halloween manca ancora un mese. E' una macchia di colore che non c'entra nulla con il resto della città, almeno quella visibile, perché poi dentro le Stube e la Braukeller la gente beve e ride e si pesta delle gran pacche sulle spalle. E quindi merita di essere fissata, in piedi sotto la pioggia, per rimettere un po' in sesto l'ennesima giornata stramba di questi tempi. Inatteso Faccio tardi perché mi fermo a guardare fuori dalla finestra. Le nuvole corrono basse, e tira vento. I campi


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sono zuppi dell'acqua caduta ieri e per tutta la notte. Però ci sono dei magnifici alberi con i colori dell'autunno e il silenzio della camera è rotto solo dal lontano rumore dell'autostrada che costeggia questa zona industriale. Mi piace vederci un simbolo, la possibilità di stare bene - anche se solo per poco, magari - in un posto inatteso, in un momento inaspettato. Reazioni Io non so come descrivere compiutamente la scena di un anziano blogger italico che entra in una Stube di una piovosa e ventosa città tedesca, si siede stanco ed affamato, e dopo pochi minuti si rende conto che il deejay o chi per lui sta passando il "best of" di Mick Hucknall (il che è chiaramente un ossimoro) e per reazione inizia a bere a stomaco vuoto leggendo l'Economist sotto lo sguardo attonito degli avventori del locale.


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Schwarzwald

21 agosto 2008

Playback Credo che un tocco trash non debba mancare in una pur modesta vacanza - d'altra parte il trash distingue la nostra epoca, e quindi. Ricordavo di aver visto, molti anni fa, il cosidetto orologio a cucĂš piĂš grande del mondo. E mi sono detto perchĂŠ no, torniamoci. Le strade sono magnifiche, splende il sole, vado. Sfilo la decina di chilometri di coda di pazzi fermi sulla carreggiata opposta, desiderosi di entrare all'EuropaPark, sorta di microdisneyland teutonica e attraverso questa serie di paesi da cartolina guardando il termometro scendere fino a tredici gradi


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mentre la strada inizia a salire in mezzo ai boschi della Foresta Nera. Arrivo finalmente a Schonach, pago il mio euro-e-venti di biglietto, entro in questa tipica casa adornata da carriole fiorite, amanite falloidi in gesso e un piccolo mulino ad acqua, osservo gli ingranaggi dell'orologio - saranno alti due metri e mezzo, tutti di legno - ed esco sul giardino nel quale mi siedo in attesa dell'uscita del protagonista. Ed è tutto come mi ricordavo, alla mezza si apre la finestra del secondo piano ed esce questo volatile in legno, lungo forse un metro, che emette il verso piÚ triste dell'universo e subito rientra, forse per la vergogna. Una famiglia italiana scoppia a ridere, nemmeno tanto incredula - la truffa gli è costata giusto due interi e due ridotti, tre euro e ottanta in tutto - e sento l'uomo dire alla moglie "Sai Chiara, sto pensando di mettere in giardino un enorme fallo di gomma, il piÚ grande del mondo, e farci pagare per la visione". Sorrido amaro, a Milano non ho un giardino per impiantare il business.


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I ragazzi del lago Non so a voi: a me i laghi mettono un po' di malinconia. Voglio dire, me ne mettono più di quanta me ne danno il mare e la montagna. Visto il mio carattere, che porta la gente a stupirsi quando mi vede o mi sente ridere (e io al momento sono contento del loro stupore, gli dico "ehi, vedi? non sono quel dannato musone che credevi"; poi ci penso e mi dico che se si stupiscono devono avere le loro buone ragioni, e se le hanno allora sono davvero quel dannato musone che credevano, e così via), non è sorprendente che al momento me ne stia seduto su una panchina in riva al Titisee, un lago della Foresta Nera dalle parti di Freiburg. Potevo andare avanti verso la città, dopo essere stato a trovare il mio vecchio amico e cliente Stephan a Rottweil; poi mi sono ricordato di un week-end di otto, forse dieci anni fa, sette ragazzi e un camper, quando, proprio qui davanti a questo lago, avvertii per la prima volta quanto tutti noi fossimo delle lastre di ghiaccio - qualcuna abbastanza spessa da poter resistere al disgelo e all'estate,


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qualcuna destinata a sciogliersi lentamente, qualcuna invece a spezzarsi. E allora ho deciso di tornare qui, ho trovato una camera dove dormire e ho costeggiato a piedi la riva fino a trovare la birreria dove tra mille risate e sberleffi che durano ancora oggi feci prendere a tutta la compagnia una birra-e-gazzosa scambiandola per un tipo di birra locale. Non so se sono contento di averlo fatto, ma penso che dovevo farlo. Inizia a fare freddo, mi alzo per andare a mangiare qualcosa prima che i turisti slavi che stanno scendendo dal battello del Rundfahrt occupino gli ultimi posti disponibili. Guardo il display del palmare, la luce rossa rimane spenta - è ora di una Rothaus. Nuvole Alla fine arrivo a Friburgo, intorno alla quale ho girato per quasi due giorni. Giro la Altstadt, scacciando senza riuscirci molto - il pensiero che questi paesi sono tanto belli ma dopo un po', inevitabilmente, sembrano tutti uguali. Forse lo sono, non so. Giro per la cattedrale, che ricorda per struttura quella di Valencia ed una


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chiesa di Parigi della quale non ricordo il nome ma la gente tutt'intorno che giocava a bocce. Torno nella piazza e mi fermo a guardare una bancarella che vende biglie di vetro, quelle con cui giocavo in cortile quando ancora i bambini di Milano potevano farlo. Il cielo si scurisce, segno che è ora di andare a prendere la macchina e iniziare il rientro verso casa. L'estate sta finendo, e stiamo a vedere quali cambiamenti arriveranno. Qualcuno lo intuisco mio malgrado, qualcuno me lo auguro. Intanto, spero di non trovare coda a Basilea.


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Amsterdam

8 giugno 2007

Bella Napoli Bella è bella, Amsterdam. Con il sole, il cielo azzurro, i riflessi sull’acqua dei canali, gli effluvi dai coffee shop; è bella come Napoli, con il suo infernale casino, e i quintali di spazzatura accatastati in strada. Bycicle race Ve la ricordate Bycicle Race dei Queen? Una delle quindici canzoni decenti che hanno fatto nella loro carriera, ma questo è un altro discorso. A un certo punto si sente un allegro scampanellio, un inserto trash di quelli di cui erano maestri, e che ha spesso fatto la gioia della


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persona corta che vive in casa mia (e che al momento occupa la mia porzione di letto, ma anche questo è un altro discorso). I ciclisti olandesi, e quelli di A’dam in particolare, di scampanellare se ne sbattono allegramente. La strada è loro, e se ti arrotano sono cavoli tuoi. Hanno tutti una faccia di inaudita arroganza, si capisce che ti sfidano sapendo di vincere. E sono dappertutto, in quantità spropositata; intorno alla stazione ferroviaria di Haarlem ho fatto un conto a spanne di circa tremila biciclette - qui, l’unica è rifugiarsi in prossimità dei canali, diolistramaledica (i ciclisti, non i canali). Questione di feeling Sono sceso dal treno, ho attraversato il primo ponte, mi sono avventurato in Oudezijds Kolk, che è il primo canale subito dopo la stazione. Ero in giacca e cravatta mi pareva che tutto il mondo mi stesse guardando, e forse era proprio così.


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Senza parole Questi post stanno chiaramente menando il can per l’aia. Non sto dicendo nulla, non sto raccontando nulla. Poco male, ovvio, visto che è tutto a gratis. E’ che Amsterdam mi fa questo effetto: mi toglie le parole. perché puoi raccontare dei sexy shop, delle canne, delle case pendenti, delle migliaia di bandierine arancioni, delle migliaia di splendide indigene, dei rasta, dei telefilm in lingua originale, dei canali, delle chiese e delle puttane. Ma sono cartoline che avete già visto mille volte. Lanterne rosse Tutto sommato, penso che abbiano più dignità le donne nelle vetrine intorno alla Oude Kerk, con i loro bikini, le loro sigarette e i loro tacchi alti, dei turisti incluso il titolare, qui - con le loro risatine ammiccanti e le loro macchine fotografiche.


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Haarlem

8 giugno 2006

Anche qui Haarlem è una bella cittadina, con la sua brava piazza, i suoi bravi canali, i suoi bravi coffee shop. E la sua gelateria Tremonti.


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Eindhoven

7 giugno 2006

Come si cambia Mancavo da Eindhoven da sei anni, circa. Me la ricordavo come l’antitesi di Amsterdam, una città forzatamente tranquilla, schiava del suo status di depandance abitativa della Philips, sorta di Torino del Brabante olandese. Oggi me la ritrovo, complici il cielo limpido e venti gradi abbondanti, con centinaia di persone che mangiano e bevono seduti all’aperto, e altrettante centinaia assiepate dietro le transenne ad assistere ad una stramba parata di coppie di diciottenni vestiti a festa - i maschi in smoking e papillon, le ragazze fasciate nel primo abito da sera della loro vita - che stanno forse fe-


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steggiando l’entrata in società (se si può entrare in società scendendo da una Trabant o dalla gialla motrice di un Tir). C’è tanta gente che sorride, e io mi sorprendo a fotografare la scena. Colonne sonore Il minimo che si può dire del cartellone degli spettacoli del Frits Philips è “eclettico”, visto che mette insieme Paolo Conte, Marianne Faithful e i Level 42. Tutti i gusti son gusti, in fondo. Bugie Le bugie, come ognuno ben sa, sono parte integrante della buona educazione. Così, oggi ho apprezzato molto quando le ex colleghe della mia precedente vita professionale, che non mi vedevano da quattro anni, mi hanno abbracciato dicendomi “ma non sei assolutamente cambiato”.


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Si cambia, ma non troppo Eindhoven è cambiata, certo, ma non troppo. Facendo la solita oretta di camminata riesco a riconoscerla, dietro il maquillage e le migliaia di bandierine arancioni di Hup-Holland-Hup. Due lunghe vie rese pedonali, molto piacevoli. E, al loro fianco, il grigiore più totale, come un’edicola nella quale si vendono solo Novella 2000 e Il Foglio. Mando il CV Ma voi non vorreste lavorare in una azienda che ha istituito il Friday Drinking Meeting - tutti a bere nel pub aziendale dalle quattro del pomeriggio del venerdì, fino allo sfinimento totale? Se mi dicono che c’è posto, mando il curriculum, giuro. Il che, tra l’altro, eviterebbe di andare a cena con ex colleghi a mangiare carne di canguro - ma questa è un’altra storia.


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Warszawa

7 febbraio 2007

In volo Tutto e subito, ecco l’orrore dei nostri tempi. E’ la prima volta che vengo in Polonia, e mi rendo conto che tendo già a farmene un’idea stando quassù, a sette-ottomila metri di altezza - la neve che incomprensibilmente scompare nell’arco di cinque o sei chilometri, i campi tutti rettangolari lunghi e stretti, i boschi ghiacciati. Come se si potesse capire qualcosa di un posto volandogli sopra, come se si potesse anche solo lontanamente immaginare la vita dei quasi quaranta milioni di persone che stanno là sotto senza incrociarne lo sguardo. Mi vergogno un po’.


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Calorie I locali - quelli con i quali ho avuto a che fare - dicono che a quattro, cinque gradi sotto zero mica si può parlare di inverno. Infatti, l’acciottolato di Stare Miasto, la città vecchia, inizia a ghiacciare solo verso le otto di sera, e gli inglesi (ma non gli indigeni, che non sono del tutto scemi) possono andare in giro vestiti solo delle loro improbabili giacchette, con le camicie aperte fino all’ombelico o quasi. L’anno scorso, mi dicono, di questi tempi faceva venti e anche venticinque sotto zero, e mi chiedo come abbia fatto a sopravvivere la vecchietta che ho visto inginocchiata dalle parti dell’arcivescovado, mentre chiedeva l’elemosina ai rari passanti. La cucina locale, ovviamente, non si sdilinquisce in creazioni sofisticate, ma mira subito al raggiungimento dell’obiettivo primario - la sopravvivenza: così, la zurek na zarkwasie non è la solita zuppetta insignificante e scipita che ti possono appioppare in Francia, ma ti regala dei pezzi di salume e nientemeno che un mezzo uovo sodo, che ovviamente non riesce a sciogliersi - nemmeno nello sto-


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maco. E il golenka è un blocco ciclopico di carne di maiale - l’intero ginocchio - accompagnato da patate e crauti e rafano, e insomma dopo mezz’ora sei stanco morto ma hai ripreso conoscenza e soprattutto calore, abbastanza da poterti riavventurare per le strade senza il timore dell’ipotermia. Big Brother(s) Uno si culla nell’illusione di essere nato e cresciuto nella patria del nepotismo; poi arriva in un paese nel quale il presidente della repubblica2 e il primo ministro sono fratelli gemelli, pensa alla mafia russa e a quella 2 Il signore in questione, una settimana fa è scivolato mentre andava a messa nella cappella del palazzo presidenziale [2 bis], rompendosi il braccio sinistro. Ieri, sull’equivalente polacco della Gazzetta Ufficiale, è stato pubblicato l’annuncio del rifacimento della pavimentazione del palazzo medesimo, con apposito impianto di riscaldamento interrato per scongiurare perniciosi ghiacciamenti. [2 bis] Esattamente il posto dove questa sera mi sono fermato per rispondere a mia moglie che mi telefonava da casa - e il militare di guardia non ha gradito molto, mi è parso.


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cinese, e realizza che il Belpaese è davvero retrocesso in serie B. Tra il bianco e il nero Varsavia è una città di grandi spazi. Grandi viali, case distanti l’una dall’altra. Mi chiedo come sia con il sole, se la libertà di movimento dei raggi riesce a farla brillare oppure se il suo colore tipico sia quello del cielo ferroso che sta sputando nevischio ghiacciato dalla notte scorsa. Guardo i palazzi, e molti di loro sono ricoperti da quella patina grigiastra di - cosa: sporcizia? inquinamento? semplice invecchiamento? - che mi aveva tanto colpito a Bucarest: come se ogni muro portasse su di sé un retino, un venti-trenta per cento di nero. Eppure Varsavia non è Bucarest, qui non avverti la povertà, la fatica e la paura di non arrivare alla fine del mese - anche se un paio di mendicanti assolutamente insospettabili all’apparenza mi hanno chiesto qualche zloty, con mia notevole sorpresa. Non riesco a farmi un’idea di questa città, che mi sembra sospesa tra nord e sud, tra est e ovest tenendo forse qualcosa di tutti e quattro i


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punti cardinali - e finendo così per non essere nessuno di loro. Passa la bellezza Entro in Stare Miasto, e mi fermo a guardare il vecchio Palazzo Reale. Che, a ben vedere, non sembra poi così vecchio. Leggendo uno dei pochi cartelli disponibili con la traduzione in inglese, scopro infatti che è stato praticamente raso al suolo durante l’occupazione nazista, e ricostruito tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta grazie - così si dice - alla mobilitazione degli intellettuali polacchi e ai fondi interamente raccolti tra gli indigeni e gli emigrati all’estero. Penso che, proprio come a Bucarest l’anno scorso, non ho trovato nulla (con l’unica eccezione di un cippo intraducibile, nella quale si parlava di kommunist e Chicago) che riportasse alla memoria i cinquanta e passa anni di governo comunista, mentre in quasi ogni via si trovano targhe che parlano del 1944, e di hitlerowcy rozstrzelaly 30 (40, 50) polakow. Quasi di fronte alla Biblioteca Nazionale, e a fianco di una pazzesca struttura che potrebbe essere


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quella del ministero della giustizia (coperta di simboli giuridici come la bilancia, e di frasi latine tradotte in polacco che ricordano quanto sia buono e giusto rispettare la legge) si trova un gruppo di statue che raffigurano i soldati polacchi della seconda guerra mondiale: chi con un fucile, chi con una bomba a mano, chi con una granata, a difesa di una terra spazzata prima da ovest verso est, e poi dalla risacca dell’Armata Rossa. E’ come se il baricentro della storia di questo paese, almeno di quello intellegibile da uno straniero come me, fosse proprio dato da quei sei anni tra il 1939 e il 1945, è come se i polacchi volessero fissare - sui muri, nelle piazze - in modo indelebile e indistruttibile il ricordo che dice “ecco, guardate cosa ci hanno fatto”. Del comunismo, però, io non trovo traccia, il che mi pare stupefacente. Ma mi viene in mente quello che mi diceva questa mattina una giovane donna con la quale avevo da poco finito di parlare di giornali e di database e di servizi postali: i nazisti sono arrivati e hanno distrutto tutto, i comunisti hanno ricostruito ma non gliene importava nulla, non gli interessava la bellezza - they


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were not interested in beauty. Non so, forse l’eredità della falce e del martello è proprio il grigiore di cui scrivevo prima, l’anonima tristezza di palazzi insignificanti, di architetture senza fantasia e senza passione: te la puoi prendere e puoi continuare, sessant’anni dopo, a prendertela con gli unni che vennero da Berlino, ma fai fatica a odiare chi era così burocraticamente vuoto da non riuscire a lasciare traccia di sé - in fondo, anche noi sbeffeggiamo i presuntuosi costruttori dell’Altare della Patria, ma non riusciamo a provare sentimenti nei confronti degli equivalenti capitalistici degli apparatcnik che hanno sconciato le nostre città. Il bambino La parte della città che riesco a percorrere è piena di statue: poeti, marescialli, santi, soldati. Ma ce n’è una che mette addosso una inquietudine difficile da spiegare, una di fronte alla quale sono stato almeno cinque minuti, fermo a fissarla mentre la neve si scioglieva in piccoli rivoli che cadevano a terra e un tassista che aspettava clienti mi guardava con aria tanto stupita


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quanto annoiata. E’ una piccola statua, incastonata dentro le mura di mattoni che circondano parte della città vecchia, Stare Miasto. E’ la statua di un bambino, di cinque o sei anni. In testa ha un elmetto, tanto grande da cadergli ben sotto le orecchie e da coprirgli abbondantemente la fronte; indossa una specie di uniforme, che gli arriva alle ginocchia, sotto le quali le gambette sono coperte da un paio di stivali anfibi. Intorno al collo gli gira un nastro, e a quel nastro è appeso un mitra, che il bambino tiene con qualche fatica, con entrambe le mani. Ai piedi del cippo che regge la statua, nella neve, ci sono tre lumini, di quelli rossi che si portano nei cimiteri. Sono spenti. Il bacio Mi sono fermato nel ristorante per qualche minuto in più di quanto sarebbe stato necessario, dopo aver finito la cena. E’ strano e imbarazzante l’effetto che può fare la combinazione di stanchezza fisica, candele accese, birra fresca, Ella Fitzgerald (a Varsavia: Ella Fitzgerald! non ci si crede) e un ragazzo che suona il piano non per


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me e per gli altri tre avventori, ma chiaramente per se stesso. Saluto il cameriere - thank you very much, sir, dice con quella sua faccia slava quadrata e allegra - e mi fermo giusto in tempo per non scivolare sugli scalini coperti di neve e ghiaccio che portano al pavè della piazza del Castello Reale. Sospiro, alzo la testa, e vedo una coppia attraversare il grande spazio semivuoto: sono giovani, poco piÚ che ventenni; lui la tiene, un braccio a reggere le ginocchia e l’altro le spalle. Lei si tiene aggrappata al collo di lui, e non sembrano fare il minimo sforzo. Si fermano, lui le fa appoggiare i piedi per terra avendo cura di non farla scivolare, e poi la bacia. Io scendo con cautela i maledetti scalini, mi avvio e gli passo accanto. Si stanno ancora baciando.


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Praha

13 febbraio 2007

Occhi a mandorla Uno dice: Est Europa. Come se fosse una cosa sola, tutti slavi, biondi, occhi azzurri e zigomi alti e sporgenti. Come se Praga e Varsavia e Bucarest fossero la stessa cosa, il medesimo luogo, con una identica storia. Invece arrivo qui e mi sembra di essere, non so, a Vienna: e non parlo solo dello splendore intatto della architettura - il che basterebbe a rendere Praga molto diversa da Varsavia, bombardata e ricostruita senza amore, e da Bucarest, affamata da un dittatore cieco e crudele - ma anche e soprattutto di una strana allegria, del traffico e delle luci, degli spacciatori di cocaina, dei cento negozi


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di souvenir. Tutte cose che, a uno come me, lo fanno sentire a casa: e non so se questo sia un bene. Glu glu glu So che lo sapete, ma vale la pena ricordarlo: la Repubblica Ceca vanta il primato mondiale del consumo di birra pro capite, qualcosa oltre i centosessanta litri a testa su base annua. Il che, considerando che un litro di birra alla spina, al ristorante, costa la bazzecola di due euro e mezzo, non stupisce poi tanto. Rumore, rumore Giro per questi luoghi come il Bill Murray di Lost in Translation: mi guardo intorno e cerco di intuire, senza capire una sola parola di quanto vedo e leggo, se scritto in idioma indigeno. Qualche sera fa, a Varsavia, leggevo una targa dove le uniche parole che avevano un significato erano Marie-Curie Sklodovska: ma se quella era la sua casa natale o la scuola dove prese il diploma, questo rimane per me ancora un mistero. E qui le cose non mi-


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gliorano, visto che anche il ceco si presenta come una terrificante accozzaglia di consonanti giustapposte casualmente: mentre cenavo, leggevo i cartelli che - immagino - illustravano la vecchia fabbrica di birra: per intenderci, questo: oblibu peniveho moku muzeme prokazat u nekohka generaci prazanu, ovsem zatinco dnes u leckoho kvantita ntezi nad kvalitou nasi breakove byili taki znalci eccetera.


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Prelouc

14 febbraio 2007

Come a casa Per motivi che non vale la pena stare qui a raccontare, finisco per trovarmi su una Skoda lanciata a 170 all’ora su un’autostrada ceca, in compagnia di un imprenditore locale che indossa un parente stretto di un sacco di juta, e di una insegnante di inglese che fa da interprete e che mi fa sapere di gestire, insieme al marito, una sorta di pub in un villaggio di duecento anime (babe, I’m your man). Tutto sommato, basta uscire da Praga per entrare in un mondo che non sembra essere tanto distante dal nostro, dal mio: i campi e i pioppeti e i paesini e l’orizzonte piatto, come in Lomellina, o a San


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Martino in Rio, o nella pianura piacentina. Ci ritroviamo a parlare di viaggi, di figli, di vino e di birra, di traffico, con la confidenza che si regala agli estranei; quando scendo dalla macchina, sono in un microscopico paesino della provincia ceca: mi chiedo “cosa ci faccio qui?â€?, e subito mi rispondo che il motivo lo so bene (ed è quello per cui mi pagano), e che anche se non lo sapessi, beh, in fondo non sarebbe un problema.


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Salzburg

1 novembre 2005

Sazi e disperati Chi ha descritto la società occidentale come "sazia e disperata" (vado a memoria, e senza citazioni: la base culturale, da queste parti, si è formata sulla Settimana Enigmistica) era indubbiamente uno che aveva previsto l'entrata in produzione dell'ennesimo segno dell'incipiente Armageddon: le Mozartkugel Diet. Non ha prezzo Potete pensare tutto il male che volete dei pubblicitari, plagiatori di anime e intelligenze; ma è gente che conosce i suoi simili, non ci sono storie. Avete presente gli


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spot Mastercard, quelli della serie "non ha prezzo"? In particolare, quello che termina con "Fare la spesa con la donna della propria vita non ha prezzo"? Ecco, io ho fatto entrare le due donne della mia vita in un negozio che vende solo e unicamente palle e addobbi per l'albero di Natale. La mia faccia al termine dello shopping non aveva prezzo, vi assicuro. Non ha prezzo (reprise) Più seriamente, la cosa davvero senza prezzo è vedere la faccia di una bambina seduta su una carrozza trainata da una coppia di cavalli (uno bianco e uno nero) che attraversa il centro di una città del buon vecchio impero austroungarico. Hefeweizen La cosa che amo di più, nel varcare i patrii confini e andare dalle parti del vecchio Franz Josef, è scordare il significato della parola acqua.


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Mamma butta la pasta Mi chiedo cosa possa significare, per l'onore e l'autostima di una città come questa, essere soggetta ad una invasione di italiani e di giapponesi. No logo Uno dei luoghi più belli di Salisburgo è il cimitero di Sankt Peter. Un luogo straordinario, verde e fresco, dove le tombe di cittadini illustri (per dire, i direttori della birreria Stiegl, piuttosto che Herr Haydn) si mischiano con quelle di salisburghesi normali, e dove storia e modernità restano affiancate senza nessun problema, come dimostrano le date sulle lapidi. Ma forse la cosa più affascinante di questo luogo è la totale assenza di fotografie dei morti. Non so cosa può voler dire, ma un significato ce l'avrà pure.


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Bellinzona

24 giugno 2006

Pari opportunità Nel parcheggio sotterraneo sotto Castelgrande c’è una zona dedicata a “Handicappati, donne, auto elettriche”. Celo, celo, manca Capito a Bellinzona nel giorno di mercato. A parte la sensazione un po’ straniante provata nel sentire in contemporanea amici che parlano in dialetto tedesco e padri che chiamano le figlie con lo strepitoso accento ticinese (esatto, quello di AGG quando facevano “gli svizzeri”), sono rimasto una decina di minuti a guardare un


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banco di scambio di figurine dei calciatori, affollato in larga misura da genitori armati di fogli sui quali erano appuntati i numeri - immagino - dei pezzi mancanti. Sembravano pazzi - probabilmente lo erano.


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Luzern

3 ottobre 2006

Cartoline Il fatto è che la Svizzera è una cartolina, costruita ad arte, con l'Ente del Turismo che impone i limiti a 80 all'ora in autostrada per farti vedere bene il panorama. E' tutto messo al suo posto, le mucche, le pecore, le casette di Heidi, le tonalità del verde dei prati, le cascatelle. I fiori, i dipinti, le incisioni nel legno dei ponti di Lucerna, i cigni che si avvicinano ai giapponesi seduti in riva al lago a mangiare hamburger, il cimitero intorno ad una chiesa dal nome bizzarro e impronunciabile. Una cartolina, si diceva, ma di quelle senza la ragazza con le grandi tette che ti ammicca da una spiaggia improbabi-


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le (senti bella, me le fai usare come cuffia?). E come fai a prendere sul serio una cartolina così? Walk on the wild side Gli svizzeri, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli, si sa. Dove lo trovi un popolo che dispone di una zona pedonale, e però si sente a disagio a restare in mezzo alla via e quindi cammina sui marciapiedi? Cordon bleu Non c'è niente da fare, si nasce piccoloborghesi e tali si cresce - e si muore, immagino. Così, entri nello splendido hotel sul lago dove ti è stato fissato l'appuntamento, con la tua presunta eleganza italiana (no, non si gira nessuno a guardarti; ma la differenza c'è, almeno lo speri) e la tua simpatica cialtroneria latina. Ma quando ti siedi al tavolo, apri il menù e vedi i prezzi imbarazzantemente alti, anche se sai che sei ospite e non dovrai tirare fuori un franco che sia uno ti rendi conto di non essere in grado di dissimulare completamente lo


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smarrimento e la sensazione di inadeguatezza, e devi ricorrere ad un bicchiere di rosso per rimetterti alla pari del tuo commensale - non importa che questo sia una specie di oste bavarese, al quale manca solo il boccale da un litro nella mano destra per intonare uno yodel.


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Bruxelles

8 dicembre 2004

Grigio E dire che le previsioni del tempo davano "soleggiato". Ma insomma, che cosa ti puoi aspettare dal Belgio a dicembre? Un aereo pieno di tifosi dell'Anderlecht troppo stanchi per fare casino, un cielo grigio e basso, e la sensazione di essere in un paese che non esiste, metĂ  Francia e metĂ  chissĂ  cosa, silenzioso e triste nei suoi colori che ti fanno quasi rimpiangere la periferia di Milano.


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Nel centro esatto del mondo Invece, dopo qualche ora, ti rendi conto che questa città, che sarebbe morta da tanto tempo senza nemmeno essersene resa conto, vive delle cento nazionalità delle persone che la popolano: mi trovo in un ufficio dove lavorano un norvegese, un inglese, un irlandese, una tedesca, un estone cresciuto in Congo (cosÏ mi dicono: giuro che faccio fatica a crederlo possibile), una finlandese, una olandese, una belga. Parlano un ircocervo di lingue e accenti; e però, sul serio, sembra di stare nel centro esatto del mondo, o di questa parte di mondo che chiamiamo Europa. Lost in Europe Sono cresciuto nella ferma e bizzarramente orgogliosa convinzione che la nebbia fosse prerogativa di Milano. Questa mattina, un umido grigiore da tagliare a fette. L'aereo in arrivo dall'Italia viene dirottato a Liegi. Da Bruxelles, il prossimo volo Ryanair con posti liberi per


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Milano è previsto per il 14 dicembre (che faccio, qualche giorno di vacanza?). Anche gli altri aeroporti son chiusi. E allora, si ritorna in città, dopo aver scaricato il cellulare facendo mille chiamate per trovare una soluzione alternativa. Eccola: in treno a Parigi, da lì un altro treno per Milano, e poi di nuovo a Bergamo per recuperare la macchina. Adesso vado. Scusate, non vorrei perdere il mio prezioso posto di seconda classe. Era tutto scritto E d'altra parte, perché sorprendersi? Waterloo sta a quattro passi da qui.


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26 aprile 2005

Non ho fatto nulla! Mi sforzo di intravvedere qualcosa oltre il guard-rail, nel buio della notte belga, ma non ce la faccio. CosÏ mi concentro sui cartelli stradali, e leggendo Lille e Tournai precipito in un devastante deja-vu che mi riporta a un pomeriggio di agosto di diciannove anni fa, quando, di ritorno dalla Scozia e in attesa di un treno per Tournai, incappai in una retata della polizia che bloccò una intera piazza di Lille alla ricerca di spacciatori di qualsivoglia sostanza proibita. E noi lÏ, con il nostro InterRail e i nostri zaini, a pregare che non ci succedesse nulla. In effetti, non successe nulla. Ma leggere quei nomi mi fa un certo effetto. Lentezza Stavo leggendo un libro di Paolo Rumiz, poco prima che sul pullman diretto a Gare du Midi spegnessero la luce. Un pezzo nel quale Rumiz parla della bellezza del-


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la lentezza nel viaggio, che serve per gustare, vedere, capire. Ha ragione Rumiz, certo. Ma la lentezza ha bisogno di luoghi da assaporare; e mi chiedo se in Italia (quella che conosco io, quella che gravita nei cento chilometri quadrati intorno a Milano) esistono ancora. Alla fine decido che sì, maledizione, deve essere così. Ci deve essere vita anche a Trezzo sull'Adda; me lo dico entrando a Bruxelles, ma, in fondo, senza crederci davvero. Il bello della corona Più giro l'Europa, più mi convinco che le repubbliche costruiscono città brutte - o, nel migliore dei casi, anonime. Il Belgio contava come il due di picche quando la briscola era cuori, nella politica dei tempi che furono. Eppure, guarda che palazzi, che musei, che viali.


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Sobrietà Avrei dovuto immaginarmelo, certo. Comunque, adesso so che la degustazione delle tre birre, anche se fatta stando seduti nel catino accogliente della Grand Place, ha i suoi orari; non le 11.15, insomma, con una presentazione che ti attende nel pomeriggio.

12 maggio 2005

Bianconero Nel quartiere di Anderlecht fa bella mostra di sé uno Juventus Club che mi dà un certo senso di appartenenza; la quale si trasforma in inquietudine quando salgo sul taxi e mi rendo conto che l'uomo che mi sta portando in albergo pare il fratello maggiore di Lilian Thuram. Mi chiedo chi mi farà il check-in, se Buffon o Del Piero.


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L’aria fresca del Nord Fatemi scegliere tra Inverness e Marrakech, e prenderò sempre la prima. Mica per questioni di razza, cultura o scemenze simili; è l'aria che si respira la sera, quando il sole tramonta e senti i polmoni riempirsi di un fresco che ti mette in pace con il mondo. E' il fascino sottile del nord, di quello vero. Camera con vista Nonostante qualche esperienza ed una discreta capacità di dissimulare, non riesco ad abituarmi ai trentesimi piani, alle camere grandi quanto il mio appartamento della periferia milanese, alle cene di gala. Infatti, appena posso scappo: allo Sheraton passano il tempo in black tie, e io me ne sto in jeans, seduto nella Grand Place a bermi una Kwak.


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Souvenir Avrà mille difetti, il Belgio. Ma un paese che mette in prima fila, tra i suoi souvenir, le birre a seconda fermentazione in bottiglia, merita un futuro radioso. Innamoramenti [A cena: un italiano, un'italiana, un norvegese e una portoghese. Frammento di dialogo tra i due figli del Bel Paese, che si sono conosciuti un'ora prima] Lei: Dove abiti? Lui: Milano. E tu, da dove vieni? Lei: Albenga. Lui: Ah, una ligure (si apprezzi l'acume della constatazione). Da quanto vivi a Bruxelles? Lei: Se metto insieme anche un anno a Bruges, sono quattro anni. Lui: Però. Innamorata del Belgio, eh? Lei: Non proprio. Innamorata delle istituzioni europee. Lui: ...


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Free Willy I bagni di Gare du Midi valgono sempre i trenta centesimi richiesti per poterne fare uso. Qualche mese fa avevo notato che negli orinatoi a muro, al posto delle classiche pastigliette deodoranti si trovava un tappetino blu, traforato per il 90% della sua superficie. In cima si notava un rettangolo, che stimolava la curiosità dell'evacuante. Il quale, se l'urgenza della minzione e le dimensioni dell'organo coinvolto lo avessero consentito, avrebbe scoperto che il rettangolo medesimo, qualora raggiunto dal getto, avrebbe mostrato la scritta "Big Willie!". Questa volta, oltre a questa esplosione di simpatia, c'era un bellissimo cartello posto sopra all'unico orinatoio non funzionante. Scritto in quattro lingue. Vallone, fiammingo e italiano (già) andavano bene; l'inglese recitava "Out of office" e solo un'anima pia si è presa la briga di correggere a mano, sostituendo order a office. Ripeto: chi l'ha detto che i belgi son gente triste?


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24 novembre 2005

The world is my oyster Ecco cos'è la modernità: prendere un aereo a Milano, venire a Bruxelles e fare una conference call con Milano.

22 gennaio 2007

Calma piatta Vengo a Bruxelles un paio di volte all'anno. E ogni volta, sul pullman che da Charleroi porta alla Gare du Midi, mi istupidisco a cercare di capire dove diavolo sono i belgi - 52 chilometri di strada che costeggia paesini, fattorie, vecchi campi di battaglia, terreni coltivati, aree di servizio - e neanche una persona. O meglio, una: un uomo, seduto in macchina, in un'area di sosta, con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sĂŠ. Forse era morto.


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Haute couture Per andare a pranzo percorro la lunga area pedonale che porta da Place Rogier verso il palazzo della Borsa e la Grand Place. Guardo i negozi, le vetrine che gridano i saldi, le persone che si vi si fermano di fronte. Non credo che su Vogue Bruxelles venga classificata come una città che fa tendenza, ma pensando alla galleria dei costosissimi orrori che ho osservato ieri sera nel famoso fashion district milanese (avete presente le decine di metri di vetrina leopardata dei due noti intellettuali Dolce e Gabbana? Ecco) sono sicuro che la nostra fama è largamente immeritata, e che qui non stanno mica tanto male. Anzi. A ciascuno il suo Ho già dichiarato la mia venerazione per un paese che mette la birra al primo posto della lista dei souvenir nazionali. Oggi, come al solito, ho fatto la mia capatina di pellegrinaggio al "Tempio della Birra" e poi al "250 birre belghe", magnificando la grandezza di questo


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paese - dove i frati trappisti hanno il loro marchio di fabbrica, quasi ogni birra ha un bicchiere dedicato e i bicchieri medesimi sono sfoggi di arte e fantasia che a Murano gli fanno una pippa - prendi il bicchiere della Kwak, una specie di clessidra incastrata in un apposito sostegno di legno, con la parte superiore allargata, una cosa che richiede abilità, allenamento e concentrazione per la bevuta, altro che "una media chiara", santodio. E nella brasserie, un commissario Lo so, se non altro per averne lette cinque o sei, che le storie di Maigret sono ambientate a Parigi. Però le luci di Bruxelles sono così, gialle come quelle che il belga Simenon metteva nelle sue pagine ad illuminare le notti del suo commissario, gialle come i fari delle vecchie Citroen e le targhe delle vecchie Peugeot, gialle e nebulose come un tempo che non c'è più ma che non è mai scomparso.


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14 febbraio 2007

Sarà per la prossima volta Arrivo a Bruxelles che è ormai sera. Nove aerei e nove aeroporti in otto giorni, e domani aerei e aeroporti saranno dieci. Pioviggina. C’è il traffico bestiale delle grandi metropoli nell’ora di punta. Vedo il centro della capitale del Belgio più frequentemente di quanto non veda il centro di Milano; insomma, il programma della serata consiste nel fare duecento metri a piedi per andare a cena a La Brouette - sandwich al prosciutto delle Fiandre, biere blanche di Bruges e Westmalle - e altri duecento metri per tornare in albergo. La Grand Place non è cambiata, negli ultimi venti giorni (a parte l’apertura di un centro Dianetics, ecco), e ho bisogno di un po’ di riposo (gli splendidi quarantenni hanno pur sempre quarant’anni): i greetings saranno per un’altra volta.


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19 giugno 2007

Nel Sancta Sanctorum Dei novanta minuti trascorsi in uno dei cento o mille palazzi che la Commissione Europea occupa in questa città, mi rimangono in mente tre cose, non necessariamente in ordine di importanza: 1. All’entrata registrano i tuoi dati, ma in cambio non ti danno un badge o uno di quegli aggeggi con la spilla che rendono la giacca simile ad un emmental; ti appioppano un adesivo, rettangolare, che tu ti attacchi sul petto e naturalmente perdi dopo uno o due minuti. Peraltro, la security interna fa capannello intorno alle macchinette del caffè alle spalle della reception. 2. Percorrere i corridoi e leggere i nomi degli occupanti degli uffici è come ripetersi una di quelle barzellette che ci si raccontava da bambini: ci sono un francese, un tedesco, un italiano (e un greco, e un polacco, e un belga, e un inglese, eccetera); a questi, il manuale Cencelli gli fa una pippa.


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3. Sarà che non sono abituati al caldo (occhio e croce, l’assenza di attrito ascellare indica una temperatura esterna intorno ai trenta gradi), ma sembra che non conoscano l’esistenza dell’aria condizionata. Magari l’informazione vi torna utile, se venite da queste parti. Fritto misto Mentre pensavo che negli ultimi sei mesi sono stato più volte a Bruxelles che in qualunque altro posto, in Italia e in Europa, entrando nella Grand Place ho avvertito quella sensazione di deja-vu che ti stranisce anche se non hai ancora ingollato la solita Kwak seduto ai tavoli della Brouette: epperò, il deja-vu non riguardava Bruxelles, ma una piazza di Padova, di cui non saprei dire il nome (per gli indigeni: è quella dominata da un palazzo il cui tetto sembra una barca rovesciata). Lo so, c’è qualcosa che non funziona.


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15 novembre 2007

Attese Si sa, i concetti di freddo e caldo sono piuttosto relativi. Nove mesi fa a Varsavia il termometro segnava -5, e gli indigeni scuotevano la testa considerando quella temperatura un funesto effetto del global warming. Ma fra noi italiani possiamo metterci d'accordo nel ritenere che a -1 non fa caldo, spero. Perché è quel che pensavo durante gli eterni sedici minuti di attesa per prendere un taxi, e non vorrei sentirmi una mammoletta completa, ecco. Complessi Andando in giro per il mondo noi italiani ci possiamo bullare al massimo per il cibo e l'arte, ma in generale ci portiamo dietro dei complessi di inferiorità nemmeno tanto latenti - la stabilità dei governi, il deficit pubblico, la pulizia delle strade, l'efficienza dei servizi pubblici, la puntualità dei trasporti. Sono così radicati questi com-


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plessi, che in giornate come oggi, nelle quali beviamo un liquido impropriamente chiamato caffè e commentiamo gli scioperi dei treni che hanno impedito a tedeschi e francesi di partecipare al meeting, e il fatto che i belgi non riescono a formare un governo a piÚ di cinque mesi dalle elezioni, tutto quello che ci viene in mente è "tutto il mondo è paese, sembra proprio di stare in Italia". Colori Faccio brevemente mente locale sulle persone che lavorano abitualmente in questo ufficio: un olandese, un tedesco, un norvegese sposato con una portoghese, due inglesi, una danese, un ungherese e un belga. Una simpatica babele, nella quale tutti comunicano tra loro usando un inglese spurio inframmezzato da risposte al telefono in francese, chiamate a casa in lingua madre, colloqui di lavoro in fiammingo o in spagnolo. Guardo fuori dalla finestra, rimirando il clamoroso cielo blu di una giornata che parrebbe estiva, non fosse per il freddo che ci fa uscire nuvolette di fumo dalla


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bocca e dal naso quando usciamo in giardino per le pause-sigaretta. Vedo che dal balcone del primo piano della palazzina di mattoni rossi al 437 di Tervurenlaan pende un enorme bandierone nero giallo e rosso, che in questi grami giorni di probabili secessioni spicca per incongruità ambientale. Mi chiedo se quella bandiera vuol dire quello che io penso, o se vuol dire quello che io mi auguro, e chissà poi se mi auguro una cosa buona. Se non altro, l'accostamento cromatico è molto bello. Make-up Le città sono come gli umani che le abitano, quando si svegliano sono brutte. In realtà non sono brutte nel preciso momento del risveglio, quando aprono gli occhi ma hanno ancora la testa sul cuscino; lo diventano poco dopo, quando iniziano a muoversi, a fare colazione in fretta, a cercare gli abiti al buio e ad accoppiarli sbagliando gli accostamenti di colore, a stringersi la sciarpa intorno al collo, ad affannarsi senza correre. Ci pensavo qualche ora fa, attraversando il centro di Bruxelles in compagnia di non più di una decina di altre persone.


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Le strade erano vuote e calme, si intuiva una nuova giornata tersa e fredda come quella precedente. Poi, nelle viscere della stazione centrale si poteva entrare nello spettacolo degli uomini, i gradini tre alla volta, lo stridore dei freni, il fischio del capotreno, gli annunci in fiammingo, le spallate casuali, le borse negli stinchi, le occhiaie: il make-up era rimasto al piano di sopra.

16 aprile 2008

“Huh?â€? Cena in casa del direttore generale dell'associazione, un inglese sposato con una pittrice portoghese. Altre due inglesi, un irlandese, due norvegesi, un paio di tedeschi, una olandese, un belga. Come nelle barzellette. E infatti, non uno che non mi saluti e dopo un paio di minuti di convenevoli, non mi faccia un sorrisino a metĂ  tra l'ironico e il compassionevole, accompagnato da un "Berlusconi, huh?". Il fatto è che nelle barzellette l'italiano finiva sempre vittorioso. Nelle barzellette.


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Sante visioni Il giorno dopo la scomparsa di falce e martello dal parlamento italiano, mi ritrovo a pernottare in Avenue de Stalingrad, il grande viale che collega il palazzo della Borsa a Gare du Midi. A dispetto delle numerosissime vetrine con scritte in arabo e nomi maghrebini, mi dicono che in zona vive una grande comunitĂ  greca; e infatti, alle undici di sera, mentre esco dalla taverne dove sono andato a bere l'unica birra della serata, mi fermo sul marciapiede a guardare un pope che cammina verso di me. Sembra una specie di Frate Tuck, piccolo, grasso e ballonzolante. Siamo solo io e lui, uno in giacca e cravatta e l'altro nel suo saio. Alle mie spalle le voci di sei ragazze nella taverne, una che insegna alle altre i numeri in italiano. Forse Frate Tuck non mi vede, perchĂŠ ha gli occhi fissi sul marciapiede. Entro in albergo.


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Barcelona

29 agosto 2006

In compagnia di Fedor Capita che ti trovi in viaggio, con migliaia di chilometri e posti nuovi che ti aspettano, e leggi cose così: il nostro infinito e impossibile percorso verso casa è già casa (…) finchè ecco che la porta si apre… e si apre verso l’esterno - eravamo già dove volevamo essere sin dal principio (David Foster Wallace, su Fedor Dostojevski). Io, qui, ci sono già stato Non so se sono i miei neuroni a soffrire per il caldo e l’età, ma la prima - o forse, la seconda: la prima è stata


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“ehi, ci siamo”, e la prima-bis “Gesù, che caldo” - sensazione provata mettendo piede a Barcellona è stata di averla già vista; Barcellona è Amsterdam, mille o duemila chilometri più a sud, e fa più caldo, e la birra è un po’ più leggera, ma sul fatto che queste due città siano gemelle non c’è alcun dubbio. Come ad Amsterdam, le cose più belle e toccanti e vere anche nei loro tratti di più spudorata falsità si trovano poco a lato della luce dei riflettori; a dieci metri dalla Rambla, dai mimi, dai suonatori di strada, dai banchi che vendono usignoli e pappagalli, ecco la Boquera, il mercato di frutta, verdura, pesce, formaggi, uova e prosciutto. La sua magnificenza, nello sporco, nel rumore e nelle luci dei flash delle digitali da quattro megapixel, è paragonabile solo a quella della Djamaael-F’naa di Marrakech, e il fatto che io non trovi parole per descriverla, ma riesca solo a ricorrere a immagini e paragoni, sperando di usarne qualcuno che dica qualcosa anche a voi che leggete, mi pare una descrizione appunto - sufficiente.


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Mattone dopo mattone A me pare fantastico che dal 1890 e spiccioli, centinaia di migliaia di persone paghino un obolo destinato alla costruzione di una cattedrale, nella speranza che questa non venga completata mai. Atlanta F.C. Dicevo, le cose migliori in una città sono spesso un po’ laterali, defilate, in ombra. Percorriamo l’Hospital, passando tra macellerie islamiche, alberghi a mezza stella e bazar cinesi, e sbuchiamo nella Rambla del Raval, dove non si trovano cervezerie e saltimbanchi, ma matrone, bambini, studenti stranieri e quella razza di dropout scazzato e malinconico che capita di incontrare nelle città di mare. Ci fermiamo davanti all’ingresso dell’Atlanta F.C., la squadra di calcio del quartiere. Il luogo dove vorremmo invecchiare, sul serio. Dentro ci sono tre donne, in vestaglia e ciabatte, di età certamente non inferiore ai settantacinque anni, che giocano ad una specie di gioco


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dell’oca di bellezza indescrivibile, disegnato su una tavola di alabastro o comunque di pietra dura e lucida. I due tavoli a fianco sono occupati dai giocatori di domino e da coloro che assistono alla partita, e ognuno di essi è un personaggio che meriterebbe un racconto di Soriano: il professore, con gli occhiali e la barba ben curata; il marinaio, con la faccia scavata e la maglietta a righe bianche e blu; il ras, che riesce a parlare e fumare senza mai perdere il controllo dello stuzzicadenti incollato all’angolo destro della bocca; il matto, che tiene stretto al petto un cane più vecchio di lui e dondola la testa senza scuotere uno solo dei capelli riportati da un orecchio all’altro. C’è un solitario, sui sessant’anni, con l’orecchino, le ciabatte da casa e una camicia fucsia, che legge un libriccino, forse di poesie. Ci fermiamo affascinati a guardare le fotografie delle squadre dell’Atlanta F.C., scattate su campi polverosi, per la maggior parte in epoche preistoriche; andiamo al banco a ordinare bocadillo y cerveza, che ci vengono portati dalla sorella delle giocatrici dell’oca, la quale ci


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regala un sorriso sdentato da nonna di Pupi Avati. I bocadillos sono caldi e la birra è fredda, ed è la cena più buona da tanto tempo a questa parte (quanto abbiamo pagato? sette euro in due), e scattiamo anche un paio di foto e nessuno fa una piega, e quando usciamo la signora al banco ci chiede se ci è piaciuto quello che abbiamo mangiato, e ancora adesso mi pento di non essere andato lì ad abbracciarla, invece che essermi limitato a risponderle “sì, moltissimo”.


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Costa Blanca

29 agosto 2006

The Colony Non avevo bisogno di andarci di persona, per sapere che la Costa Blanca, come altri pezzi della costa spagnola, era diventata una colonia dei sudditi di Her Majesty - bastava leggere l’Economist e forse anche Affari e Finanza. Ciò nonostante, è piuttosto straniante andare in edicola e trovare CB Daily, o trovarsi a passeggiare su un lungomare e leggere una teoria di cartelli che invitano a fare colazione con la full english breakfast, a cenare con la three-courses dinner oppure a passare un paio d’ore di stress guardando Liverpool-West Ham, 1.45 pm.


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Peraltro, le ragazze inglesi sono molto più belle al mare che non in città, dovesse interessare come informazione. Melting Pot La colonia, dicevo. In realtà, le colonie. La Deutsche Baeckerai. Un cartello che pubblicizza Doctor-Arzt. La Nederlandse qualcosa. Il trentatre per cento dei tedeschi vuole trasferirsi all’estero, una volta in pensione. Il chiosco appena fuori dalla nostra villa è gestito da croati che si offendono se ti fermi alla prima weissbier. E’ sera, spegniamo le luci, e resto sulla poltroncina del patio a guardare le stelle. In lontananza, la pagoda di un ristorante cinese.


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Madrid

30 luglio 2005

Porto i bambini a giocare Uno arriva al Palacio Real, che al suo fianco ha la cattedrale di Santa Almudena, e si aspetta di trovare poliziotti e militari assortiti, a difesa di quelli che vengono chiamati "obiettivi sensibili". Ci saranno di sicuro, ma altrettanto sicuramente sono ben nascosti; perchĂŠ vedo solo giardini verdi e ben curati dove la gente si sdraia, parla, si fa due risate, e un parco giochi - a cinquanta metri dalla casetta del re - dove i bambini vanno sull'altalena, si buttano giĂš dagli scivoli, si spruzzano l'acqua e, insomma, fanno i bambini. Mi piace l'idea che Juan


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Carlos, ogni tanto, faccia due passi fuori casa e si diverta con i suoi piccoli sudditi. I padroni di casa Ricordo che anni fa era tutto un fiorire di articoli, servizi tv, dotte analisi sociologiche che prendevano in esame la cosiddetta Movida madrilena. La moda è passata, ma le strade di questa città stupenda, nobile, pulita, ricca e allegra sono sempre piene di gente che sembra sapere come godersi la vita. Di giorno, si trovano quasi solo turisti - cartina e bottiglia d'acqua in mano, ci vuole poco a riconoscerli. Ma dalle otto di sera in poi, arrivano i padroni di casa. Quelli che qui ci vivono, e sembra che ci vivano sul serio: insomma, non danno l'idea di limitarsi ad abitare a Madrid: piuttosto, la riempiono, la rendono ciò che è, portano in giro i bambini e ci vanno al ristorante e nessuno si lamenta. Madrid non mi sembra sconosciuta ed estranea ai madrileni come troppe volte mi sembra essere Milano e, ultimamente, anche Roma. Ma certo, sono qui a passare tre ore libe-


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re, sono un turista per caso: alla fine, che ne so io di come si vive qui? Pituras Negras Una visita - veloce, troppo veloce, ma si fa quel che si può - al Prado è una specie di obbligo morale, se ci si trova da queste parti. Se non altro per farsi prendere da una neanche troppo sottile angoscia, fermi in mezzo ad una delle quattro o cinque sale che raccolgono le Pituras Negras di Goya. Ci vogliono giusto cinque minuti per capire che gran parte dell'arte del Novecento - Picasso, Munch e i Nirvana, per dire - non è altro che una ripetizione spacciata per straordinaria novità. Kurt Cobain e il suo male di vivere, come quello, chessò, di Celine: niente da dire, ragazzi, ma siete fuori tempo massimo. Francisco ha spiegato tutto centocinquantanni prima di voi.


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Sull’orlo del fallimento Ci sono alcuni segni inconfutabili dell'inarrestabile declino della nostra compagnia di bandiera. Il panino che viene spacciato per snack al pomeriggio e per cena alla sera, composto dalla stessa sostanza usata dai dentisti per prendere l'impronta del palato (e che, infatti, ottiene lo stesso risultato finale, una volta inserito in bocca). E il fatto che, sul volo di ritorno, alla richiesta di un quotidiano si viene posti di fronte ad una scelta che fa tremare le vene e i polsi anche dei più temerari: signore, gradisce "La Padania” o "L'Avanti”?

18 aprile 2006

Come in un film Non so se un aereo è il compendio o la negazione di un trattato di sociologia. 150 persone, e almeno cento tipi umani, ognuno diverso dall'altro.


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La mamma, il manager, la bimba piccola dagli occhi verde acqua, il neopensionato, la tredicenne bella da togliere il fiato (vent'anni fa avrebbe potuto guardarti, ora sei trasparente o, al più, le fai la stessa impressione di un triceratopo), il padre tenero, l'adolescente stufa, la nonna in gita, la Catherine Willows in sedicesimo. Mi chiedo perché andiamo al cinema, se basta entrare a Linate per trovare tante storie quante in un film di Altman. Il cinema costa meno? Beh, è per quello che esistono i low-cost. Tre bambini Ne sento fare il nome dall'altoparlante. "I minori non accompagnati M. sono attesi in Sala Amica", dice, e immagino questi bambini guardarsi in faccia e chiedersi cosa è e dove è la Sala Amica. Arrivano pochi minuti dopo, scortati da una hostess che li fa sedere alle spalle del banco del check-in. A guardarli non si può evitare di intenerirsi: il fratello maggiore, undici-dodici anni, gli occhiali da miope precoce e sul volto il senso di responsabilità unito a quello


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di smarrimento dovuto all'incarico; il fratello di mezzo, l'aria sveglia dei secondigeniti, divertito ed eccitato; e la sorellina, sei o sette anni al massimo, che sta chiaramente pensando alla mamma e che vorrebbe essere ovunque ma non lì, sballottata tra la Sala Amica, il check-in e una bestia grande grossa e con le ali. Quando salgo sul bus li perdo di vista, mi chiedo dove sono finiti, se stanno partendo o tornando a casa, che lingua parlano, se hanno un po' paura. Li rivedo passarci davanti, camminare veloci sull'asfalto, la bimba tenuta per mano dalla hostess - surrogato in divisa della mamma - i due maschi con i loro zaini pieni di chissache. Tra due ore ci sarà un adulto ad abbracciarli, e per loro questa diventerà una gita da raccontare a scuola. Madrid, Deutschland Al momento sono in periferia, zona Avenida de America. Per tornare in albergo dopo il primo appuntamento mi sono fatto una passeggiata. Le strade così pulite, sgombre e silenziose le ho trovate solo a Berlino, però


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splende il sole e tira un'aria fresca e profumata. Le case costano un terzo rispetto a Milano. Devo discuterne in famiglia. Fiat lux D'accordo, produrre energia costa. Bisogna stare attenti a non sprecare, soprattutto quando si usano fonti non rinnovabili. Ma lo spettacolo dei palazzi di Calle de Alcalà, della cattedrale di Nuestra Senora de Almudena (costruita dove iniziava la Madrid mussulmana, per inciso) e del Palacio Real illuminati quasi a giorno è una cosa da far piangere per la contentezza. Penso a Milano, e mi viene da piangere per altri motivi (non ultimo, il fatto che il mio informatore di fiducia mi fa sapere che la Moratti va in onda a reti unificate, Rai3 e Telelombardia). Questa è casa mia Credo di averlo già scritto l'anno scorso, ma vale la pena ripeterlo. La cosa più straordinaria di questa città


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magnifica è quanto e come è vissuta dai suoi abitanti. Alle undici di sera di un martedì di aprile le strade sono piene, e tre quarti delle persone che le affollano non sono turisti, ma madrileni che girano per casa loro. Madrileni di tutte le età, giovani, bambini, anziani - gli stessi che durante il pomeriggio giocano a bocce nel parco di Atene alle spalle della cattedrale. Ho l'impressione di assistere ad un circolo virtuoso, una città viva che fornisce ai suoi abitanti tanti buoni motivi per uscire di casa, e che da questi a sua volta riceve - appunto vita, che poi rimette in circolo. E ripenso a Milano, eccetera.

5 ottobre 2006

Cultura Io mi rendo conto che il rischio è quello, ogni volta, di vedere e presentare l'erba del vicino come più verde rispetto alla propria. Però come si fa a non notare che la fermata "Goya" della metropolitana di Madrid è de-


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corata da una lunghissima serie di piccole riproduzioni in bianco e nero di dipinti del Goya medesimo, che in tante vie del centro si trovano cartelli con frasi tratte dal Don Quixote, che in diverse fermate della metro si trova una cosa chiamata Bibliometro - una dependance della rete di biblioteche pubbliche cittadine che ti consente di prendere un libro in prestito per quindici giorni, facendoti venire voglia di leggere durante il viaggio che ti porta al lavoro? Il bicchiere mezzo pieno Sarà, non so, la settima o ottava volta che vengo a Madrid. E mai che mi ricordi che la città si trova a seicentocinquanta metri di altezza (mi dicono che sia la più alta capitale europea: riferisco, ma non assumo responsabilità), così passo dai ventotto gradi di ieri a Valencia ai diciassette scarsi di questa mattina. Però il sole splende, il cielo è azzurro, il bocadillo è caldo e la birra è fresca. L'appuntamento di lavoro è andato male come prevedevo, ma non si può aver tutto dalla vita.


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Relax (don’t do it) A volte, il bello di tornare in una città nella quale si è già stati parecchie volte essendo al tempo stesso da soli, senza doversi quindi preoccupare di nessun altro oltre se stessi, è il poter "perdere" tempo senza soffocare strangolati dalla bulimia del dover vedere cose mai viste prima. Certo, Madrid è grande, e ci sono mille altri palazzi e musei e locali per i quali non ho ancora messo la tacca sulla Moleskine. Ma oggi è giornata da stare a prendere il sole in Plaza Mayor, senza far altro che guardare la gente che passa, ascoltare la fisarmonica di un ometto al quale darai un euro tra qualche minuto e leggere la biografia di De Andrè. Poi, tra un po', si riprenderà la metropolitana per Barajas, un altro checkin, un altro aereo, business as usual.


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24 aprile 2007

Letture La ragazza con le spalle attaccate alla porta del vagone della linea 10 è a metà de “El amor en los tiempos del colera“. Quella che mi siede accanto è alla fine dell’opuscolo illustrativo per l’arruolamento nelle forze armate. Davanti al claim “Mas oportunidades” mi pare che il volto le si sciolga per un istante, e in quell’istante penso a quando sarò un borghesuccio ultracinquantenne, e alla faccia che farò quando mia figlia (che all’epoca non sarà più una persona corta, credo) mi annuncerà il suo desiderio di arruolarsi. Si nasce incendiari, si muore pompieri. Pellegrinaggio Il Paseo de la Castellana è un vialone immenso, largo più o meno come il Po di questi tempi di secca: abbastanza da avere come spartitraffico una specie di secondo viale interno, alberato, con i parchi giochi per i bam-


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bini. Percorrendolo verso nord, circa a metà si trova il Bernabeu. L’Estadio Santiago Bernabeu. Come se San Siro si trovasse in Piazzale Loreto, grosso modo. Ora, io non sono un fan calcistico particolarmente accanito, e il Real Madrid non è mai stata la mia squadra spagnola preferita (ondeggio da sempre tra il Barcellona e l’Athletic Bilbao: se solo sapessi perché, ma questo è un altro discorso). Ma il Bernabeu, gente. Mentre eravamo a bordo campo, ho chiesto a un signore emiliano di farmi una foto, porgendogli la digitale e dicendogli “le spiace..?” - e lui mi fa “perché dovrebbe spiacermi? Se si può far contenta una persona…“: per dire il posto, insomma. In cima al terzo anello sud, a cinquanta metri di altezza, si vede il campo in modo magnifico. Non ci si crede che in questo posto riescano a sedersi (sedersi) ottantamila persone; eppure. Tutte lì, a fiatare sul collo dei giocatori, roba che questi e gli spettatori possono guardarsi nelle palle degli occhi: due contro centosessantamila, non so se mi spiego. Il verde del prato è quello di un prato inglese in primavera, quello di Wim-


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bledon dieci minuti prima che inizi il torneo; e tutto intorno è un tripudio di bianco e azzurro, con le macchie dello stemma coronato della società. La sala dei trofei non è una sala: è - come giustamente mi hanno suggerito via sms - un hangar, un luogo di dimensioni spropositate. Secca dirlo, ma non c’è concorrenza: anche il più tronfio tifoso milanista qui dentro deve abbassare le orecchie, di fronte alla bacheca con nove - 9 - coppedeicampioni, alla bacheca con tre 3 - coppe intercontinentali, alla sala dedicata ai ventinove - 29 - campionati spagnoli. Ci sono alcuni trofei grandi quanto la torre di Pisa, e la bacheca che raccoglie i trofei individuali (il Pallone d’Oro, il Fifa World Player, la Scarpa d’oro) è lunga quanto un corridoio del Palacio Real. La tribuna VIP ha delle poltrone che neanche nella business class della Emirates; e lo stesso dicasi, ci crediate o no, per le due panchine. Le panchine, diosanto. Insomma, ho quarant’anni, e da sei ore mi sto riguardando le foto del Bernabeu - il campo, la tribuna, lo spogliatoio (con l’idromassaggio fisso a trentuno gra-


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di), la tribuna, le bacheche delle coppe, la statua del miglior giocatore della storia (né Maradona, né Pelè: chi ne capisce sa che è stato Alfredo Di Stefano) e del miglior goleador europeo (Ferenc Puskas). E torno a quelle due foto nelle quali ci sono anch’io, perché mica mi sembra vero, ancora. Uniformi Lascio il Bernabeu, e mi incammino lungo il Paseo de la Castellana andando verso Plaza Castilla, quella dei due grattacieli inclinati come torri di Pisa messe una di fronte all’altra. In uno dei piccoli parchi giochi che stanno tra un senso di marcia e l’altro, su una giostra girano vorticosamente quattro bambine, che avranno circa cinque anni. Vestono un’uniforme, credo del loro asilo, una camicetta bianca e una specie di salopette a quadretti scozzesi. Mi viene in mente che un paio di giorni fa la persona corta chiedeva a me e mia moglie di raccontarle di quando andavamo all’asilo, ed entrambi ci siamo ricordati che portavamo il grembiule - io nero e lei bianco. Probabilmente quelle quattro persone cor-


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te frequentano una scuola materna di extralusso, e questa è la ragione dell’uniforme. Ma in qualunque caso, essa impedisce - almeno per qualche ora al giorno, e a quanto pare anche fuori dalle mura della scuola - la gara al vestito più costoso, scomodo e stronzo: con quella divisa addosso, le quattro bambine sembrano esattamente quelle che sono: bambine, appunto. Atocha La stazione di Atocha è grande, grosso modo, quanto l’aeroporto di Bergamo. Qualche grande stazione ferroviaria l’ho vista - Basilea, la Grand Station di New York, King’s Cross e Victoria a Londra - e questa non sfigura di certo: un piano per le partenze, un piano per gli arrivi. La gente ci va per prendere il treno, per andare ad accogliere parenti e amici; ma ci va, sembra, anche per stare nel luogo stesso, senza altri motivi se non quello di goderselo, di godersi il giardino di palme e piante esotiche che sta al piano terra, le tartarughe, le ninfee e gli uccellini, i bar e i ristoranti. E’ un bel posto, la stazione di Atocha. Ai binari delle partenze si accede pas-


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sando attraverso i metal detector, come quelli degli aeroporti: tre anni fa qui sono morte 191 persone, uccise dalle bombe dei terroristi. Atocha continua ad essere un bel posto. Cosa fare a Madrid quando sei sazio Ho finito di pranzare alle quattro-meno-un-quarto. Non mi resta che entrare in una cervezeria e bere per aprire un po’ lo stomaco, ché di aspettare mezzanotte per avere nuovamente fame non ho tanta voglia. [Infatti, ho aspettato solo cinque ore: e sono stato sconfitto dalla trippa alla madrilena] Strolling C’è questo verbo inglese, to stroll, che non c’entra nulla con Oltremanica, ma che è perfetto per Madrid. Letteralmente significa “andare a zonzo, girovagare”. Che rende il senso, ma fino a un certo punto. Delle molte città che ho visto, in questi anni, non ce n’è una (con la sola eccezione - forse - di Barcellona: e il fatto che si


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tratti di un’altra città spagnola qualcosa vorrà pur dire) nella quale si riesca a provare lo stesso gusto di camminare senza una meta, senza volere e dovere andare da qualche parte, con il solo gusto di essere per strada e in mezzo alla gente. Qui, semplicemente, perdersi, o deragliare, è un piacere, perché ci si trova davanti a cervezerias improbabili popolate da vecchi gagà e anziane vestite a lutto, a negozi che vendono frutos secos che incassano in un anno quanto El Corte Inglès registra in dieci minuti, a punk solitari e latinas dal fisico da pornostar; e perdendosi un’altra volta si ritorna nelle zone più tradizionali, dove in una sera piovosa e fresca ci sono migliaia di indigeni di ogni età occupati a fare la cosa più sensata - strolling, nient’altro. Back to the future Da queste parti il selciato di diverse vie del centro riporta cenni storici sui nomi dei posti, e non è infrequente trovare cartelli stradali con citazioni dal Don Quixote (e dico, cara sindachessa Letizia “Messimpiega” Moratti, ci vuole tanto a farlo a Milano con il Man-


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zoni? Così tanto?); insomma, pare che al passato e alla lingua ci tengano, e questo spiega l’entusiasmo per l’adozione delle parole in disuso - anche se bisognerebbe dire a Mariano Rajoy che scegliere avatares come parola da mantenere in vita, in questi grami tempi di Second Life, non è forse la scelta più oculata.

29 gennaio 2008

Arrivo Mentre passiamo sopra le mesas di Tarragona ho tra le mani un libro di Riszard Kapuscinski; sulle pagine leggo le descrizioni della lussureggiante natura africana - le foreste del Congo, le spiagge del Dahomey (buon Dio, il Dahomey: non esiste più, credo, come la maggior parte degli stati raccontati in quel libro) - ma dal finestrino vedo questo sconfinato tavolo di terra rossiccia, che in alcuni punti diventa di un carminio strano, come di una pelle bianca scottata dal sole. L'aereo scende verso Barajas, e più si avvicina meglio si vedono le au-


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tostrade che tagliano l'altopiano pietroso come incisioni nel Das, e un incongruo fiumiciattolo che costeggia l'aeroporto. Percorriamo la pista, il tetto del terminal ricorda la parte superiore della bocca dei Rolling Stones, in lontananza si vedono quattro enormi grattacieli schizzare verso l'alto emergendo dalla terra piatta dell'altipiano. Chiudo il libro. L'intruso Sono entrato nella camera di albergo assegnatami dal gentile e simpatico Cristiano. Ho infilato la card nella fessura, la porta si è aperta, ho fatto un passo all'interno e ho trovato due giovincelli impegnati a copulare. Ostentando calma olimpica ho detto "I'm sorry" e sono andato a farmi cambiare la camera. Questa dalla quale scrivo è vuota (ma adesso guardo sotto il letto e dentro l'armadio, non si sa mai).


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Il dottore del suono Io amo praticamente qualunque zona di questa città, anche il sobborgo di Las Rozas dove sono stato questo pomeriggio a parlare con una signora di Liverpool che mi ha detto "your english is excellent, but my italian is even better - when I'm drunk" - o quello di Tres Cantos dove andavo a trovare il mio vecchio capo e la mia amata collega Marìa Jesus. Però c'è questo gruppo di vie, giusto una manciata, che stanno tra il Palacio Real, il teatro dell'Opera e Calle Mayor: dove trovi i posti per mangiare tapas, e negozi di abbigliamento, centri culturali, chiese - e una serie di negozi, tutti abbastanza piccoli, di strumenti musicali, immagino per la vicinanza al tempio del bel canto. Questo pomeriggio mi sono fermato davanti alle vetrine di Mundimusica, in Calle de Santiago. E la cosa fantastica non era la parata di strumenti, ma questo signore sulla cinquantina abbondante, alto, con un grembiule azzurro e gli occhiali e non so quale aggeggio in mano, impegnato a riparare un trombone - lo faceva


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con cura, come un orologiaio o un intagliatore di pietre preziose, senza prestare la minima attenzione a chi, dall'altra parte del vetro, lo fissava come si può fare con una bestia rara. Un cartello dice che quel negozio è stato nominato "artigiano tradizionale di Madrid", ed è bello pensare che ne esistano ancora (ed è triste pensare che, probabilmente, ne rimangono troppo pochi). Senza fare una piega Non so se come contrappasso alla scena boccaccesca del pomeriggio, questa è la prima volta che faccio veramente attenzione agli straordinari negozi di arte sacra che si trovano nei dintorni di Plaza Mayor: teorie di statue di ogni dimensione, la Virgen del Carmen e il Cristo de los Milagros, un tronco di cono che comprendo essere usato nella Settimana Santa ma del quale mi sfugge l'utilizzo, cordoni, rosari, icone, calici. Uno di questi negozi, in Calle de Posta, ha le vetrine affiancate a quelle di una rivendita di pigiami e intimo, così il Cristo dei miracoli resta spalla a spalla con un manichino che indossa reggiseno e coulotte e non fa una piega - d'altra


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parte pare che a scandalizzarsi siano gli uomini di chiesa, ma il Nazzareno frequentava prostitute e pubblicani ed era così che dimostrava di essere figlio di Dio. [Poi sono entrato nella chiesa di San Jeronimo el Real, alle spalle del Prado, e ho visto una clamorosa piccola cappella dedicata alla Hermanidad de Nuestro Padre Jesus de la Salud y Maria Santisima de las Angustias, con delle statue prese di peso dal barocco siciliano che non si sa se danno più inquietudine o allegria con quei colori carichi e quelle espressioni spiritate: mi chiedo cosa devono essere la Quaresima o il Venerdì Santo, da queste parti] Ssshhh Linea 10 della metropolitana, quella che da Nuevos Ministerios porta alla fiera prima e all'aeroporto poi. Stracolma di viaggiatori, ma soprattutto di espositori e visitatori della fiera - oggi ce n'è una grossa di turismo. Vedo che c'è segnale telefonico, così mi guardo in giro e mi rendo conto - senza alcuna sorpresa - che parlano quasi tutti, ma tra di loro: e il telefono lo sta usando


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una sola persona, vicina a me, a voce bassa e con la mano a coprire bocca e microfono. Questione di gusti In attesa di imbarcarmi cerco di pensare a qualcosa di alimentare che mi dia piÚ soddisfazione di un bocadillo con chorrizo accompagnato da una cerveza fria. Non mi viene nulla (forse la pazzesca brodaglia a base di pesce servita dentro una ciotola di pane mangiata a San Francisco, ma è una lotta dura).


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Valencia

4 ottobre 2006

Dieta irlandese Ho bisogno di fare un po' di dieta, lo so. Ma non quella alla quale mi ha obbligato Mr. Ryan, 125 grammi di Pringles e 250 di M&Ms, causa esaurimento sandwich. Qualcuno lo definisce "pranzo meraviglioso" - e questo la dice lunga sulla sua salute mentale. Invidie Avevo visto Valencia per la prima volta meno di due mesi fa, in un sabato terso e caldo. Non c'era moltissima gente per la strada, forse intimorita dall'estate spa-


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gnola, forse accalcata alla città delle arti e delle scienze, non so. Oggi, invece, è giornata lavorativa, anche se dall'aereo si potevano vedere una gran quantità di barche a vela di ogni dimensione approfittare del vento che ha chiaramente confuso il pilota. Così, le strade sono piene di indigeni che, come in tutte le altre città spagnole che ho avuto la fortuna di vedere, sciamano senza fretta di tornare a casa, un gelato, una birra, quattro chiacchiere su una panchina. Ogni volta mi rodo il fegato per l'invidia, e ogni volta mi ritrovo a pensare che a noi milanesi non ci obbliga nessuno a fare la vita che conduciamo continuiamo così, facciamoci del male. Acqua santa La cattedrale di Valencia ha due particolarità che ne rendono meritevole la visita: uno dei vari Santi Graal sparsi per l'Europa, incastonato in una cappella di pietra dove la luce filtra in un modo che neanche un pittore fiammingo sarebbe riuscito a immaginare, e il Tribunal de las Aguas. Questo è l'unico organismo giuridi-


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co non statale la cui autorità sia riconosciuta dallo stato spagnolo. Da non ricordo quante centinaia di anni (sarei tentato di dire una decina, ergo un millennio, ma ci vado cauto perché la memoria vacilla) ogni giovedì si riunisce un consesso di saggi per deliberare sulle questioni relative all'uso delle acque nelle campagne valenciane. La decisione è insindacabile, e il fatto che nessuno abbia ancora messo in scena una rivolta mi pare il segno inequivocabile della autorevolezza di questo tribunale. Nessun Taormina, nessun Guzzanti, nessun Castelli. Beati loro. Ah, dimenticavo. Oggi è mercoledì. Sarà per la prossima volta. L’ho scampata bella Lo so, non ci crede nessuno, ma sono qui per lavoro. Appuntamento alle quattro del pomeriggio con la responsabile marketing di una delle più grandi catene europee di cliniche per il trattamento degli inestetismi in altre parole, un depilamentificio di proporzioni gigantesche. Le simpatiche signorine della reception non


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trovano di meglio che farmi sedere nella stessa sala d'attesa usata dalle clienti. Vengo avvicinato da una donna in camice verde, bruttissima copia della dottoressa Lewis di buona memoria. Mi chiede se sono io il suo prossimo paziente, scuoto la testa e le dico di no, ma non pare convinta. La scena si ripete con una infermiera (so che il termine non è corretto, ma loro definiscono questo luogo "clinica"), poi finalmente vengono a salvarmi. Ho ancora i peli ritti per il terrore. Ho ancora i peli, a ben vedere. Trinidad Football Club Valencia è circondata da un enorme, lunghissimo parco. Largo qualche centinaio di metri, e lungo molti chilometri. Ci trovi, ovviamente, tutto e tutti: cani, barboni, sacchetti di carta, anziani professori che leggono un libro, giovani coppie ad un passo dall'amplesso, fanatici del footing, turisti, blogger. Ai lati del Ponte de la Trinidad ci sono due enormi spazi sterrati, di un colore ocra che al sole del tramonto mette quasi malinconia; dall'alto, dal ponte, si vedono


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decine di macchie di colore, bambini di quattro, cinque, otto, dieci anni, chi con la maglietta bianca e la scritta Toyota, chi con una canottiera verde che in molti casi è tanto lunga da coprire le ginocchia: quattro contro quattro, a provare a buttare il pallone dentro la porta fatta con i pioli usati per i lavori stradali. Non pensano a nulla se non a giocare, ai lati dei campi ci sono madri e padri molto rilassati. Uno dei gruppi si sta esercitando a tirare i rigori, spesso il pallone fa fatica ad arrivare alla porta. Mi vengono in mente i campi di baseball che stanno sotto il Queensboro Bridge a New York, quelli che forse sognano di diventare Derek Jeter o Barry Bonds, questi che sperano di scendere al Mestalla magari solo per fare i raccattapalle di Morientes e Vicente. Nel frattempo si divertono, e noi che guardiamo ci riconciliamo per cinque minuti con quella cosa che chiamano calcio. Se ci fosse da pagare un biglietto, lo farei volentieri.


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Bratislava

17 maggio 2007

Come se mancasse qualcosa Magari capita solo a me, non lo so. Sta di fatto che quando vengo da queste parti - all’Est, per intenderci: nell’ultimo anno Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e adesso Slovacchia - mi rendo conto di rimanere deluso nel vedere i segni del mio quotidiano: Ikea, Lidl, Valentino, Shell, Unicredit. Mi guardo intorno sperando - e neanche tanto inconsciamente - di trovare qualche conferma agli stereotipi, ed è come se mi rallegrassi nel vedere una vecchia Skoda 110 (quella con il cofano che si apriva di lato), o tre muri sbrecciati. Ma Vienna è a meno di un’ora di strada, il centro di Brati-


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slava - fatta eccezione per la lingua - è in tutto e per tutto identico a quello di Salisburgo o di Norimberga, le non molte macchine che alle otto di sera si spostano da un semaforo all’altro sono le stesse che si ingorgano in Via Soperga angolo Viale Brianza, le ragazze sono vestite come le vedi a Monte Mario o in Piazza del Plebiscito, e certo non vengono a cercarti le calze di nylon. Sarà la globalizzazione, chissà. Ssshhh Succede che la lista di alberghi di Bratislava disponibili su Expedia o Hotels.com non è poi così lunga, e non è nemmeno tanto facile trovare la mappa della città (ViaMichelin, per dire, non ce l’ha). Insomma, finisco per prenotare un po’ a caso (numero di stelle, prezzo, servizi vari) ma senza sapere in che parte della città vado a finire. E mi ritrovo in un albergo che si raggiunge percorrendo una strada che più si avanza e più si restringe, immerso in un bosco fitto e scuro e fresco. Dalla finestra della camera vedo solo alberi. Esco nel parcheggio, per aspettare il taxi che mi porta in centro, e


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sperimento il silenzio perfetto – lo stesso che ho provato a Vipiteno in una sera di inverno; là in fondo, sul limitare del bosco, c’è un animale che si muove furtivo: io direi che è una volpe, ma forse è pretendere troppo. Trova l’intruso Hvar, il castello che domina la città, è magnifico: imponente, ben conservato, con i lampioni gialli, il prato all’inglese e una vista splendida sulle colline, sulla città e sul Danubio che da qui in alto sembra quello di Strauss e non quello che è veramente – un gran corso d’acqua trasparente come il piombo e fluido come il sangue di un ciclista sul Pordoi. La strada selciata che lo costeggia ti porta quasi dentro le case dei fortunati che abitano questa zona: mi fermo per qualche secondo ad ascoltare voci e a guardare dentro una grande vetrata che scopre un salone altrettanto grande, con i quadri e il tavolo in legno e la libreria e le poltrone – ma me ne vado in fretta, perché mi sembra di importunare quelle voci. Entro nel castello, e, davvero, è propro tutto bello, se non fosse che sulle mura che danno verso il fiume


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siamo in sette: tre coppie impegnate a esplorarsi reciprocamente, e il sottoscritto. D&G sono passati di qui Si vede che da queste parti amano la vita all’aperto, anche a dispetto del clima che immagino essere rigido (e, in effetti, ieri sera dentro il bosco c’erano dieci gradi secchi): non sono pochi i bar che offrono una coperta a tutti gli avventori che decidono di bersi una pivo sedendosi ai tavolini nella zona pedonale – il migliore è un bar-ristorante vicino al Michael’s Gate, che ha delle coperte leopardate davvero glam.


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Ljubljana

26 novembre 2007

Frontiere PiÚ spesso che no, le frontiere rivelano una forza tanto grande quanto assurda: all'occhio di chi passa da quelle parti per la prima volta, non c'è nulla che differenzi Opicina da Dane, e lo stesso sembra potersi dire per le decine di chilometri prima e dopo la barriera dove un poliziotto alza stancamente gli occhi dal giornale e ti fa cenno che sÏ, puoi proseguire. La stessa terra, cosÏ com'era in un passato nemmeno troppo lontano; eppure, in pochi chilometri ci si trova precipitati nel solito groviglio di consonanti inestricabili e incomprensibili, e sono certo di aver visto, a lato dell'altra corsia dell'autostrada, un piccolo cippo commemorativo di


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chissà cosa e chissà chi, e non saprei dire cosa splendeva di più, se il marmo bianco del cippo o la stella rossa che lo dominava. E insomma, tanto per fare un po' di filosofia autostradale, le frontiere sono davvero il segno tangibile che siamo capaci di cambiare il mondo. Come, ecco, quello è un altro discorso. Suoni Aspetto due persone per il classico pranzo di lavoro. Guardo fuori dalla finestra, a sinistra in cima alla collina il Ljubljanski Grad, il castello. A destra una selva di tetti e antenne tra le quali spiccano delle piccole cupole. Si sentono distintamente le prove di un gruppo di violini e violoncelli: mi viene in mente che sull'autostrada ho visto l'indicazione per Lipica, il primo allevamento dei cavalli che danno mostra di sé all'alta scuola di equitazione di Vienna. Aspetto di vedere Francesco Giuseppe da un momento all'altro. L’Italia che esporta Su uno dei ponti che passano sopra il Ljubljanica, il fiume che attraversa la città, vedo una bancarella di li-


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bri usati, tutto a due euro e cinquanta. Mi avvicino, sapendo che non comprerò nulla se non altro per ragioni di lingua; ma vacillo, di fronte ad una collezione di fumetti che affianca Zagor a Blek Macigno, Tex a Martin Mystere a - udite, udite - Alan Ford. Leggere Bob Rock in sloveno è piuttosto straniante, e infatti faccio un cenno di diniego al titolare della bancarella che (credo) mi chiede se voglio comprare qualcosa: però me ne vado un po' tronfio, ché quei disegni sono cosa nostra. Raccolta differenziata Da queste parti ci dev'essere qualcosa che non funziona con il servizio di raccolta della spazzatura, visto che lungo tutta Gornij Trg e la prima parte della strada che si inerpica sulla collina del castello si vedono, appoggiati ai muri, materassi, mobiletti, sedie e ogni sorta di cianfrusaglie e carabattole che hanno di sicuro tutte visto tempi migliori. O forse c'è un mercato di piccolo antiquariato, non so: vedo una magnifica ragazza, una stangona stivalata e griffata alta diverse spanne più di me fermarsi davanti ad uno di questi mucchi di oggetti,


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studiare la situazione, chinarsi e rialzarsi tutta contenta con un ombrellino grigio stinto del quale fa le prove di apertura. Sono tentato di avvicinarmi per vedere se c'è qualcos'altro di interessante, poi lascio perdere. Come in un film Ancora a proposito di suoni. Passo in Stiska Ulica, una viuzza della città vecchia. Sento ancora i suoni degli archi, sembrano provenire non da una stanza in particolare ma dalla casa intera - il che, nel buio serale, fa sembrare il tutto come una scena presa di peso da un film di Dario Argento. Il cartello che sta a fianco del portone di ingresso parla di Akademija zsa glasbo, e quindi ne so quanto prima; giro l'angolo perchÊ sento dei suoni piÚ vicini, e noto con un minimo di stupore che hanno tirato le tende della stanza dove qualcuno sta provando un pezzo, ma non quelle dei bagni che anch'essi danno sulla via, come a dire "non mi interessa se mi vedi con le mutande abbassate, ma non mi disturbare mentre suono".


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17 gennaio 2008

Come se Mentre mi avvicino a Ljubljana guardo le nuvole veloci e bassissime, la pioggia battente, le colline, le case in legno. Non so perché, mi viene in mente un pomeriggio dell'agosto 1998 nelle Highlands scozzesi, il tempo era lo stesso e mi pare che si assomigli proprio tutto; poi butto ancora l'occhio oltre il guard-rail, e mi sembra di rivedere alcuni tratti della foresta dei Vosgi, o della Foresta Nera. Mi chiedo se tutto questo ha senso, se la prossima volta che andrò da Colmar a Strasburgo penserò a queste zone e mi dirò "ehi, sembra il Carso sloveno". E' il brutto del passare senza fermarsi, senza capire un po' meglio dove sei; ma in fondo è già tanto essere dove si è, e bisogna pur accontentarsi. Dall'altra parte del mondo Andiamo a pranzo in un piccolo ristorante sul lungofiume. Parliamo un po' di lavoro, poi - senza dircelo -


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pensiamo che abbiamo tutto un pomeriggio di discussioni che ci attende, e anche un pezzo di domani mattina, e viriamo su storie personali, racconti dei nostri paesi, cose così. Riko mi dice che è nato perché suo padre nel '53 ricevette una lettera dall'esercito che lo avvisava della possibilità di essere richiamato in vista di una guerra con l'Italia - e insomma i suoi si presero paura e decisero di avere un figlio prima che fosse troppo tardi. Daniel è nato e cresciuto a Buenos Aires, e aveva un'azienda florida andata in rovina in una delle catastrofiche crisi economiche argentine: suo padre gli disse che la Slovenia era un posto magnifico, che trasferirsi era una grande opportunità per riscoprire le sue origini, che Ljubljana era una città dove valeva la pena vivere - e così nel dicembre di cinque anni fa lasciò i trentasette gradi dell'estate argentina e si ritrovò nella European Cloudiest Capital: "ho visto il sole per la prima volta dopo più di tre mesi che ero qui, prova ad immaginare". Mi raccontano dell'incomunicabilità fra sloveni e croati, tra croati e serbi, di confini e passaporti: faccio quattro conti e realizzo che di questo paese so


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pochissimo anche se per arrivarci ci impiego meno che ad andare a Perugia. Mi rallegra l'idea di sapere di doverci tornare almeno due volte prima dell'estate. La cittĂ  delle donne Salgo e scendo dalla collina del castello. Vado a mangiare (ehm) al Premier Pub. Incontro sei coppie e un terzetto: tutti di sole donne. Ovatta Finisco la riunione, e decido di fare un salto in centro a cercare il magnete da frigorifero che non ho trovato a novembre. Mi fermo a guardare la gente che attraversa questa piazza che mi pare si chiami della Vergine Maria, e se non dovessi tornare a casa starei qui ancora e ancora, una pivo in mano, ad ascoltare il suo quieto silenzio.


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Regole [Dialogo tra una guida delle Grotte di Postumia e un visitatore indisciplinato che si ostina a fotografare in barba ad ogni divieto] Where do you come from, sir? She comes from Spain, I come from Argentina. I see, that's why you are taking hundreds of pictures even if it is forbidden. (Vede signora, per noi di Mitteleuropa una regola è una regola. Per loro no)


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18 maggio 2008

Prezzi E' la terza volta in sei mesi che vengo in Slovenia, e mi sono fatto persuaso che da queste parti il sole lo vedono - forse - solo nei cataloghi delle agenzie di viaggio. Ma, nonostante la pioggia torrenziale - e l'aggettivo non è usato a caso - per la terza volta in sei mesi rimango affascinato da questo paese, dalla sua natura, dalla sua estranea somiglianza con la cosiddetta Europa occidentale, che sta a due passi ma che per decenni è rimasta irraggiungibile. Arrivo a Portoroz passando per Koper, la Capodistria che ho sentito nominare mille volte fin da quando, agli


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albori dei miei ricordi televisivi, sugli schermi di un piccolo televisore portatile posizionato nella cucina di casa passavano le nebulose immagini di Telecapodistria appunto. Guardo i cartelli stradali, tutti bilingue come se fossimo in provincia di Bolzano, entro in questo magnifico albergo a picco sul mare e tutti mi parlano in italiano - e penso a quanto siamo stupidi, alle guerre fatte per annettere territori e persone che hanno un'altra storia e un'altra anima, penso a quanto male ci siamo fatti e continuiamo a farci, per poi trovarci - trenta o cinquanta anni dopo - a tornare sui nostri passi perchĂŠ in fondo basta una carta di credito, paghi il conto e chissenefrega di dove sei nato e di dove vivi. I soliti sospetti Nell'albergo dove passiamo questi due giorni, oltre al nostro seminario si tiene anche un incontro di Eurojustice, dall'inquietante titolo di "Strategic meeting on trafficking of human beings and witness protection". I miei clienti sloveni ieri sera sono stati approcciati da due energumeni bulgari, due armadi ambulanti dall'a-


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spetto sinistro anzicheno, che gli hanno chiesto con aria sospettosa chi erano e cosa facevano lÏ. Secondo Riko e Daniel i due bulgari sono qui per tenere una presentazione sulle tecniche di evasione e di latitanza. Musica, maestro Quando vediamo che anche questa sera la cena è a base di vino bianco e finger food, decidiamo di restare al networking party per una mezz'ora, e poi di andare a cercarci un posto dove mangiare seduti cibo degno di questo nome. Scendiamo a Portoroz, sfidando la sorte e una serie di temporali, fino a trovare un Ristorante-Pizzeria che ci fa accomodare premettendo che possiamo avere tutto tranne la pizza. Offro le spalle al musico assoldato per allietare - si fa per dire - i clienti: i quali, oltre al sottoscritto e al suo compare norvegese, sono una coppia di italiani e un terzetto di pensionati tedeschi. Mentre ordiniamo una costoletta di maiale, il musico attacca Celentano, poi un brano che cancello dalla memoria, e Wonderful Tonight di Clapton. I pensionati tedeschi si alzano e salutano. Dopo un midi di Patty Pra-


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vo la coppia si alza e saluta. Rimaniamo noi, l'italiano e il norvegese, a finirci la nostra birra mentre il musico fa andare Masini e Toto Cutugno. Chiediamo il conto.


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19 giugno 2006

Notti magiche All’una di notte, con l’aria fresca che entra nel taxi e che mi risveglia dal torpore del viaggio, incrociamo un corteo nuziale. Sono tutti in moto, il ragazzo che guida e la ragazza che gli cinge la vita; occupano le tre corsie di questo enorme vialone, le auto gli passano in mezzo e suonano il clacson per salutare. La sposa ha ancora il suo vestito bianco, lo strascico e il velo si alzano nell’aria. Sembra un film di Fellini.


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Notti magiche (reprise) Credo che il taxista abbia capito che sono italiano. Così, dopo qualche minuto, cambia la stazione radiofonica; Adriano Celentano. Sono troppo stanco per implorarlo di tornare al folclore rumeno che allietava la vettura - che casino che è scoppiato quaggiù. Men at work Bisogna avere le coronarie forti per sopravvivere al traffico di questa città. Ci sono milioni di vetture in giro; la gran parte sono Dacia 1310 o 1410 - non chiedetemi di spiegare il modello, sembra una vecchia Renault 12 presa a martellate da un ubriaco - che sfrecciano a velocità spaventose passando da grandi viali a viuzze strettissime senza minimamente cambiare né velocità né stile di guida. Sembra che gli autisti gradiscano molto suonare incessantemente il clacson, accompagnando l’azione con urla belluine e gesti che ricordano molto gli usi e costumi stradali della mia madre patria. Almeno metà dei


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marciapiedi è terremotato da lavori di ogni tipo, ruspe e camion sono assiepati ai lati di strade che hanno certamente visto tempi migliori; sembra un paese sospeso tra povertà e sviluppo, e non capisco se i cantieri hanno lo scopo di disfarsi del passato, di costruire il futuro oppure - più semplicemente - di tenere occupati un po’ di sudatissimi operai. Fumo di Romania Immagino che Bucarest abbia vissuto una sua propria età dell’oro; lo si intuisce dalla maestosità e dalla grazia di certi palazzi, che non stonerebbero in Francia o in Germania. Non so se questa età dell’oro sia relativamente vicina nel tempo - cinquanta, sessanta, forse settant’anni - oppure se risale all’epoca delle crinoline e dei telefoni bianchi; bisognerebbe essere capaci di fare una di quelle analisi tipo “Carbonio 14”, prendere un muro di un edificio qualsiasi e scrostarlo della patina nera che ricopre quasi qualsiasi oggetto, come se in questo posto non piovesse mai e le poche gocce che scendono dal cielo fossero intrise di fuliggine e tristez-


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za. Avete presente la faccia di un minatore? Ecco, Bucarest ha quella faccia. Come i minatori emana lampi di luce, sorride attraverso aiuole fiorite e cartelloni di Vodafone, ma ha i lineamenti scolpiti in un nero che non è soltanto sporco. Dead man walking Come al solito, camminare permette di vedere meglio, quasi di toccare con mano il posto in cui ci si trova. Si sentono gli odori e i suoni, si resta spalla a spalla con le persone mentre si attende il semaforo verde. Si guardano le case. Ecco, le case di Bucarest. Cercavo di capire che cosa non mi tornava di tutto quanto avevo sotto gli occhi. Poi ho capito che che mi aspettavo di vedere la grandezza del comunismo, una manifestazione di forza, di potenza, persino di cattiveria. Invece, gran parte delle case di questo posto fanno letteralmente fatica a stare in piedi, costruite con un cemento armato di bassissima lega. Sono storte, scrosta-


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te, i balconi che cadono a pezzi, le tapparelle e gli infissi in legno consunti dalle intemperie. Mi chiedo come fosse Bucarest ai tempi di Ceausescu, ma non riesco a immaginarla. La cancellazione dei ricordi Sempre a proposito di comunismo. Non ne è rimasto nulla. O almeno, io non ne trovo traccia. Per dire, a Berlino si trova ancora il monumento ai carristi sovietici. Qui no. Nemmeno nel centro. Lapidi e croci che ricordano la rivoluzione del 1989, che inneggiano a libertà e democrazia. Ma nulla che parli del passato. Forse perchÊ questo è ancora ben dentro le persone, sedimentato nel fumo che annerisce i muri delle case, non so. Cani Ho visto mendicanti, come dappertutto: a San Francisco, a Milano, a Londra. In centro, ho anche visto un paio di cani randagi.


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Money, money, money, dinero Siccome di sociologia spicciola ne ho già fatta abbastanza, evito di scrivere profonde considerazioni sul fatto che l’esercizio commerciale maggiormente diffuso in quel di Bucarest sia il cambiavalute, seguito dalla banca e dal casinò. Immagino che la cosa abbia un significato, ma ci sono già 35 gradi, e non me la sento di sforzare i neuroni.


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Budapest

19 febbraio 2007

Muri I circa venticinque chilometri che separano l’aeroporto dal mio albergo mi hanno convinto di una sola cosa: i muri di Budapest hanno certamente conosciuto tempi migliori. As seen on tv Non dico nulla di nuovo, naturalmente: ma è impressionante e sconcertante rendersi conto di quanto siamo impregnati di pregiudizi e stereotipi, quando affrontiamo luoghi nuovi. Per intenderci: l’Ungheria non è esattamente un paese sconosciuto ad una persona con un


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livello medio di (in)formazione. Se ne parla e scrive certamente più del Botswana o delle Antille Olandesi. Qualche mese fa, per diversi giorni i moti di piazza di Budapest - originati dalle intercettazioni che avevano rivelato la doppiezza del primo ministro - tennero banco su tutti i nostri mass media. Eppure. Eppure arrivando qui mi sono reso conto che mi aspettavo i gitani e i loro violini, i pallanotisti, le ragazze dei gonzo e la principessa Sissi. Non so, forse è la sorte che tocca ai paesi che non producono serie poliziesche, che non organizzano olimpiadi, che non costruiscono ordigni nucleari, i paesi che al massimo mirano alla zona Uefa - e quando gli capita di giocare per lo scudetto significa che c’è davvero qualcosa che non va, e allora qualcuno manda i carri armati. Buonasera Entro in un negozio di souvenir, perché devo comprare il mio magnete da frigorifero. Sono vestito in modo assolutamente anonimo. La ragazza mi viene in-


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contro, e senza che io dica una sola parola mi saluta: Buonasera. Le rispondo: Ciao. Poi penso che questa scena la dovremmo girare una seconda volta, aspetto che la ragazza si volti per un attimo ed esco. Ormoni A uso e beneficio dei lettori (e non delle lettrici): Budapest sarà pure la capitale mondiale del porno, ma la quantità di belle ragazze è - direi - in media rispetto a quella riscontrabile in ogni grande capitale europea. Però, se venite qui per quel motivo, aspettate le sette di sera e camminate per Vaci Utca andando verso l’Accademia. Fanno tutto loro3, a voi basta pagare.

3 Che poi, almeno la metà di queste simpatiche accompagnatrici turistiche non sembrano certo le reginette di Gomorra, bensì le figlie della vicina di casa: così si finisce per guardare il novanta per cento abbondante della popolazione femminile locale pensando “ecco, adesso entra nel prossimo portone, sale al terzo piano e si fionda sul set di un porno di genere” - il che è piuttosto straniante, secondo me.


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Consigli (?) per gli acquisti Speravo che l’ungherese fosse una lingua più malleabile rispetto ai frullati di consonanti che vengono parlati a Varsavia o a Praga. Invece, mi rendo conto che ha ragione Chico Buarque, secondo il quale il magiaro è l’unico idioma al quale il diavolo porta rispetto. Questa sera guardavo un manifesto di T-Mobile, cercando di intuire quale magnifica offerta venisse proposta agli abitanti di Buda e di Pest: ma di fronte a “Duplazza meg forgalmat!”4 ho alzato bandiera bianca, e ho continuato a brasarmi la papille gustative con il gulash. Scarpe Cammino sulla sponda sinistra del Danubio, proprio sotto il sontuoso palazzo del Parlamento, guardando verso la collina di Budovar. Inciampo in una scarpa, e 4 Per fortuna la tastiera italiana mi impedisce di riprodurre la strabiliante serie di accenti, dieresi e apostrofi che condisce l’ungherese scritto: hanno persino un doppio accento, e immagino che quegli urletti che ogni tanto si sentono ne siano la fedele espressione sonora.


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poi in un’altra. Mi fermo a guardare, e realizzo che di scarpe come quelle, su quel tratto di riva, ce ne sono molte altre decine: tutte di metallo, inchiavardate al terreno. Scarpe da donna, da uomo, da bambino. Stivali, calzature da lavoro, ballerine. Alcune hanno le suole staccate dalla tomaia, altre sembrano comprate da pochi giorni, la maggior parte hanno conosciuto certamente tempi migliori. Tre targhe, in inglese, magiaro ed ebraico, ricordano gli ebrei che vennero fucilati e gettati nel fiume dai miliziani filonazisti tra il 1944 e il 1945. Mi tornano in mente Dachau e Mauthausen, le foto delle migliaia di scarpe che i deportati lasciavano in cambio degli zoccoli di legno che li avrebbero accompagnati fino alla morte. Per un attimo, un attimo solo, penso - non so perché, o forse sì - a Dolce e Gabbana. Guardo un paio di scarponi sfondati. Collezioni permanenti La parte più affascinante della Hungarian National Gallery non è il luogo fisico (il castello di Buda), l’espo-


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sizione di arte gotica o quella di arte contemporanea ungherese post-1945. No, il magnetismo promana dalle custodi, straordinarie matrone dai capelli bianchi come la neve, di età persino superiore a quello delle mitiche hostess della Delta in servizio sul Milano-Atlanta. Stanno sedute in pace con se stesse e con il mondo, la maggior parte indossa ciabatte bianche ospedaliere, una ostenta un clamoroso buco nella calza in corrispondenza dell’alluce sinistro. Probabilmente hanno iniziato a lavorare qui prima che la maggior parte delle opere oggi presenti venissero esposte; bisognerebbe pagare il biglietto solo per vederle, ma qui si entra a gratis - la cultura regalata al popolo. Ma non ditelo a Strauss Il Danubio è esattamente come me lo ricordavo: verde sporco, e trasparente come un impasto di cemento. Però di sera tutto questo non si nota, e il fiume sembra magnifico.


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Che tempra Nella vita capita anche che uno si ritrovi seduto al tavolo di un biergarten, a bere Goesser, mangiare petto di tacchino farcito con mele e formaggio affumicato (il tutto sdraiato su un tappeto di ciliegie) e ascoltare il fratello magiaro di Riccardo Garrone che suona ‘O sole mio al vibrafono accelerandola a 78 giri. Nella vita capita anche che uno sopravviva.


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Leeds

14 settembre 2006

Via con me Mentre mezza Europa, se non di piĂš, vorrebbe venire qui (non dico esattamente a Leeds, forse, ma certo in terra d'Albione) per motivi di lavoro e/o di divertimento, a giudicare dallo spropositato numero di cartelloni e pubblicitĂ  che invitano i sudditi di Sua MaestĂ  a comprare casa e trasferirsi in Spagna (o Portogallo, o Malta) si direbbe che gli indigeni tutto vogliano fare tranne che invecchiare dove sono nati e cresciuti.


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You can call me dog Quanto si può essere soddisfatti per essere stati capaci di rintracciare una fabbrica di birra grazie all'olfatto? Troppo, dite voi? All’Equatore Forse il concetto di "pioggia tropicale" non si adatta ad una città dello Yorkshire, ma è appena finita la pioggia più torrenziale che abbia mai visto in vita mia. Adesso, dalle finestre dell'albergo, guardo il più classico dei cieli inglesi, con gli sprazzi d'azzurro intervallati da nuvole che corrono senza una logica. La gente torna a casa, l'erba splende verde, le aiuole danno quasi fastidio con le loro geometrie perfette, i mattoni delle case sono rossi come dovrebbero essere. Come fai a spiegare che non ti fanno un piacere, portandoti a cena in un ristorante italiano?


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Heroes (just for one day?) Devo essere rimasto indietro di un paio di decenni, almeno. Pensavo, infatti, che il culto della personalità fosse un tratto distintivo del comunismo reale; invece, basta fermarsi davanti alle vetrine delle librerie per rimanere esterrefatti di fronte alla clamorosa quantità di autobiografie di personaggi che, francamente, non sembrano avere quel che si dice le phisique du role. La più imbarazzante mi sembra quella di Wayne Rooney; il quale, per chi (con ogni diritto) non lo sapesse, è il centravanti del Manchester United. E ha vent'anni. Venti, esatto. Un po' pochi, direte voi, per scrivere un'autobiografia - forse per questo gli hanno suggerito di avere il buongusto di titolare il libro "My Story So Far”. England By The Pound A furia di andare a Londra, si finisce per convincersi che quella sia l'Inghilterra. Il che, con ogni evidenza, non è vero. perché qui non ci sono i negozi aperti twentyfour/seven, non ci sono veli a coprire le teste delle


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donne mussulmane, non ci sono persone di colore, non ci sono cinesi e antillani. Ci sono gli inglesi, quelli dello Yorkshire, con le loro facce larghe, le guance che tendono velocemente al rosso, le prime pagine dedicate al Leeds United penultimo in classifica in serie B - altro che i miliardari che giocano a Stamford Bridge. Ci sono i boschi, tutt'intorno, le casette linde, la stazione ferroviaria ha due platform e non duecento. Secondo me, Elisabetta vorrebbe vivere qui. Peraltro, ripensandoci, l'account con la quale sto lavorando è una ragazza mezza brasiliana e mezza tedesca, che vive a Leeds e parla un perfetto italiano. Ogni regola vuole la sua eccezione, dicono. Let’s go shopping Da Briggade, la lunga isola pedonale che taglia in due il centro della città, partono le Arcades. Sono quattro gallerie coperte, dedicate allo shopping: posti magnifici, con i mosaici, le colonne di marmo, le vetrine in legno, le volte disegnate. Ho fatto una passeggiata nella County Arcade senza avere la minima intenzione di


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comprare qualcosa, e sono riuscito a trattenermi soltanto pensando con forza all'esorbitante mutuo che sottoscriverò tra qualche tempo. Poi ho pensato a Via Montenapoleone, e al fatto che mi basta avvicinarmici per essere colpito da una forma virulenta di consumerismo. Insomma, non sempre ogni scarrafone è bello a mamma soia.

1 febbraio 2007

Touch the star Il ragazzo avrĂ  quattordici, quindici anni. Capelli lunghi, piumino arancione. Quando vede Elena Santarelli seduta a due metri di distanza (io sto a due metri e mezzo, ma evidentemente non sono al centro delle sue attenzioni) fa una faccia che vale la giornata e la levataccia. Le chiede una foto, e lei - non simpatica ma estremamente professionale - chiude la rivista, si alza e si mette in posa. Due minuti dopo torna alla carica, e le chiede un autografo, e poi un altro, giustificando il di-


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sturbo con un “sa, non capita tutti i giorni di incontrare una come lei“, e chissà cosa vuol mettere dentro in quel “come“. Il ragazzo ha toccato la stella, e tanto gli basta, non sta a domandarsi perché una piccola celebrità nostrana si imbarchi su un low-cost alla volta di Manchester (si sarà messa insieme ad un calciatore e stasera va a vedere la partita del Man U contro il Watford?). O forse non gli basta, no: infatti, adesso sta parlottando con l’amico, e sta progettando la copia dell’autografo per la rivendita ai compagni di classe. Misto Mi annunciano con orgoglio che questa sera andremo al ristorante francese. Ah, ecco. Incrocio lo sguardo del collega che mi accompagna, smarrito nel suo tentativo di interpretazione del folle accento del West Yorkshire, e sui due piedi decidiamo che nel paio d’ore che abbiamo a disposizione prima della cena ci faremo un giro per pub, perché è meglio mettere fieno in cascina. Così, ci ritroviamo all’Horse and Trumpet, alle sei del pomeriggio, a mangiare fish and chips e bere Tetley e


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provare la maggior parte delle salse che il signor Heinz - Dio lo protegga e lo mantenga in buona salute - mette a nostra disposizione. Adesso siamo pronti per il ristorante francese, che ci accoglie mostrando al banco una bottiglia di Krug sulla quale campeggia un biglietto che annuncia che un bicchiere di quel liquido costa la bazzeccola di sedici-sterline-e-novantacinque (più o meno quanto il costo del biglietto dell’aereo per venire da queste parti). E siamo pronti per la cena francese, che si risolve in agnello scozzese, birra inglese, vino bianco italiano, vino rosso spagnolo e dolce home-made. La globalizzazione ha i suoi vantaggi, bisogna ammetterlo. La meglio gioventù Uno dei nostri accompagnatori, facendoci passare davanti ad una piazza illuminata a giorno che ospita una pista di pattinaggio su ghiaccio all’aperto5 ci infor5 Pare che sia la piazza dove, in occasione dell’intitolazione del luogo a suo nome, il buon Nelson Mandela ebbe a dire “I’m so happy and proud to be here in Liverpool”, guadagnandosi lo scherno imperituro dei locali.


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ma che Leeds è la città inglese con la più grande popolazione universitaria. E questo spiega la sensazione di trovarsi in un luogo antico e giovane al tempo stesso, dove le villette in mattoni scuri delle zone periferiche si sciolgono nei palazzi di vetro del centro, dove i pub tradizionali come l’Horse and Trumpet si affiancano ai caffè etnici, dove un terzo delle oltre trecento persone che lavorano nell’azienda dove ci troviamo arrivano direttamente dall’università che funge da ufficio di collocamento, dove le piccole vie acciottolate che stanno nella zona della Town Hall immettono nelle grandi arterie intasate di traffico (e se non vuoi stare per delle ore in coda allora è meglio che arrivi in ufficio alle sette della mattina). Sembra di vivere una transizione dolce - ma poi, chissà quanto - dal passato rurale al futuro del terziario avanzato; tra vent’anni l’Horse and Trumpet non ci sarà più, forse non ci sarà più nemmeno tra cinque o dieci, e in fondo la gioventù non è necessariamente una cosa buona in sè.


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Quella gelida manina Io non credevo che fosse ancora possibile, eppure questa sera, mentre eravamo seduti al nostro tavolo del pub venivamo fissati da una signora sulla cinquantina, che ogni tanto ci sorrideva mentre sfogliava le pagine di un quotidiano. Quando si è alzata abbiamo levato gli occhi dall’ultimate burger e abbiamo ricambiato il sorriso, e la signora si è fermata al nostro tavolo e ci ha spiegato che lei lavora al teatro dell’opera, così ha imparato un po’ d’italiano - un pochito - ed era proprio un peccato che dovessimo già tornare a casa perché hanno delle produzioni splendide - come to visit us next time, okay? Abbiamo finito l’osceno ammasso di carne e formaggio e cipolle e patate che occupava il piatto pensando a questa donna che si era formata con Verdi e Rossini e Puccini, e la gelida manina le aveva permesso di capire almeno una parte delle immonde fesserie con le quali stavamo concludendo la giornata, sentendoci stranieri in casa, e a casa in terra straniera.


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Al mercato Lo shopping district di Leeds si concentra nelle Arcades, gallerie coperte nella zona pedonale nelle quali si trovano i negozi di lusso, le vetrine particolari, gli abiti da centinaia di sterline. Ma come al solito il bello sta nella deviazione, e allora, prima di perderci nella zona del Leeds and Liverpool Canal e ritrovarci davanti alla Tetley’s Brewery (non più visitabile, ma il profumo del malto e del luppolo che si avverte restando sottovento vale la camminata) ci buttiamo dentro il Leeds Markets, un enorme spazio coperto dalle volte metalliche tardo ottocentesche, dove rimiriamo decine di chioschi, la maggior parte dei quali hanno già abbassato le serrande, e ci fermiamo a guardare le vetrine di parrucche di real human hair, e le insegne scritte con quei caratteri che ci gettano in un telefilm americano degli anni Settanta, e la Butcher’s Row, e un negozio dedicato unicamente alle macchine per cucire e ai loro ricambi (il secondo che vediamo, oggi: che voi sappiate, in Italia c’è ancora


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qualcuno che usa la Singer per cucire un vestito?). Usciamo, e sfiliamo davanti alle vetrate di un new Italian bar and restaurant: la vita, come tutti sanno, sta nel veg market - e nel pub.

18 febbraio 2008

Luoghi comuni La forza dei luoghi comuni è quasi invincibile: l'Inghilterra deve essere verde e piovosa, e fredda. Così, sorvolarla tutta dalla Manica al West Yorkshire incontrando giusto una manciata di nuvole è addirittura straniante; e là sotto di verde se ne vede tutto sommato abbastanza poco, meno di quanto ci si aspettava e si ricordava - e intervallato dal bianco dei pennacchi di fumo di cinque o sei centrali elettriche, chissà se nucleari o cos'altro. Si atterra in aperta campagna, la stessa che si attraversa - lungo stradine dove due macchine devono rallentare e prendere la mira per non rischiare un frontale rovi-


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noso - per arrivare in città. Che quella sì, è come la si ricordava: un mix di vecchi mattoni rossi e nuove vetrate a specchio, villette a un piano e grattacieli, piccoli giardini e gru. Julie è appena tornata dall'Australia e su due settimane ha avuto pioggia per quasi una, e Sarah dice che quest'anno hanno avuto giusto un paio di giorni di neve. Però, appunto, la forza dei luoghi comuni è quella che si diceva, e mi fermo per un paio di minuti davanti alle grandi vetrate dell'ufficio nel quale mi trovo, quelle che danno verso il centro della città, a guardare il riflesso rosso del sole nelle finestre del palazzo di fronte, e a stupirmene. La scalinata Quando scendiamo dalla macchina, il termometro segna 0.5, e la strada inizia a coprirsi di una patina biancastra che non fa presagire nulla di buono. Ci incamminiamo verso il ristorante, quando sentiamo le risate di un gruppo di ragazze dall'altra parte della strada. Sono sei o sette, tutte vestite leggerissime, minigonne, tacchi a spillo, magliette scollate: una fotografa, e le


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altre sono in posa sulla scalinata di un locale thailandese. Dopo un paio di flash scendono gli scalini e sciamano in gruppo lungo il marciapiede, senza soffrire - almeno apparentemente - il freddo della sera, con il passo da guardie della regina e il seno aggressivo da ventenni decise a divertirsi. Noi ci infiliamo in un portone, loro proseguono - e non è difficile immaginare chi avrà "more fun" questa sera. Luoghi comuni (reprise) Sarà che alla fine i luoghi comuni sono tali perché fondati su una base di verità, o che la natura è ben più saggia di noi: fatto sta che alle sei di questa mattina ho scostato le tende e ho trovato Leeds imbiancata di neve. Come la neve Aeroporto, un ufficio da qualche centinaio di persone, un ristorante, un albergo, una stazione ferroviaria, un treno. Provo a fare il conto delle persone di colore


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che ho incontrato, e non arrivo a dieci, inclusi due o tre indiani e un paio di orientali.


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York

19 febbraio 2008

The Minster and The Shambles Have you ever been to York?, mi chiedono quelli di Leeds, e alla mia risposta negativa mi suggeriscono entrambi di farlo, e nelle loro parole non sento invidia ma quasi orgoglio per una città che non è la loro e che - ciò nonostante - mi spingono a visitare. Così salgo sul treno, dieci sterline per un'ora di viaggio andata e ritorno, e domani dovrò ringraziarli per il consiglio: la York Minster è un gioiello gotico fantastico, le mura romane fanno sentire un latino a casa sua, il centro è preso di peso dal sedicesimo secolo, i pub hanno settanta-ottanta-trecento anni e The Shambles - la viuzza lastricata di


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cui mi ha parlato Julie - mette insieme la casa natale di una santa e sobri negozi di abbigliamento molto british. Le luci gialle ricordano Bruxelles o Strasburgo, e però si respira un'aria particolare che non saprei descrivere ma importa che io lo sappia fare? Il coro Mentre sto leggendo le decine di targhe e lapidi commemorative che rendono una delle navate posteriori della York Minster una specie di succursale del Ministero della Difesa britannico (non so cosa è piÚ straordinario, se l'orologio astronomico dedicato ai piloti della RAF o la lapide che ricorda un ventitreenne rapito e ucciso dai briganti greci dalle parti di Atene nel tardo Ottocento) vedo aprirsi una porta di legno nella zona chiusa al pubblico: e dalla porta escono sette o otto giovani religiosi, elegantissimi nella loro veste cremisi, che scherzano e per un momento sembrano, non fosse per l'abbigliamento, manager in libera uscita. Per un momento solo, perchÊ - chiusa la prima porta - ne aprono un'altra, e subito se la richiudono alle spalle: un'am-


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bientazione cinematografica, con uno spot che illumina quell'entrata proibita a tutti tranne che a loro: loro che meno di cinque minuti dopo riempiono l'aria con un canto a cappella potente da far venire i brividi - e sono solo le prove, e sono giusto una manciata di ragazzi, e chissá perché mi vengono in mente i Blues Brothers ("siamo in missione per conto di Dio") e il paragone non mi pare blasfemo. Ye Olde Starre Inne Naturalmente so bene che il posto dove mi siedo a mangiare e soprattutto bere (e più ancora: a sfuggire il freddo polare che sta facendo ghiacciare le strade della città alle sei di sera, neanche fossimo a Varsavia) non ha più nulla a che fare con l'Inn aperto a metà del 1600. Però, crederlo non fa male a nessuno: e quindi.


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London

2 marzo 2004

Alla moda E' bello fare i turisti, per una sera. Piccadilly, il Big Ben, Charing Cross, Soho, Regent Street. Mi manca la pashmina di Antonio Caprarica, poi è come essere al tg. Confronti Quando si dice il provincialismo. Guardarsi intorno tra Buckingham Palace e St. James' Street, e pensare che a Milano non c’è proprio niente di così bello, e che se c’è è sporco, e che se è pulito è nascosto in qualche zona inaccessibile della città, e che se lo puoi raggiun-


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gere è chiuso per turno settimanale e che se è aperto (aggiungere e completare a piacimento). Raindrops Piove sui giusti e sugli ingiusti, piove sui turisti, piove su quelli che hanno i piedi gonfi dopo una giornata di fiera, piove sul senzatetto che si accuccia all'entrata di McDonald's, piove sugli sbandati che ti aspettano all'uscita della metropolitana per chiederti una moneta, piove sui cellulari scarichi dopo cento telefonate, piove sulle carte delle barre di cereali, piove sul Daily Mirror che esce da un cestino, piove su quelli che pensano a chi sta a casa, piove su quelli che ringraziano Dio per essere a mille chilometri dal proprio tinello, piove su quelli che si chiedono quanto ha fatto l'Inter, piove su quelli che chiedono una pinta di London Pride. Anime Le fiere sono un non-luogo dell'anima. Uno spettacolo, piÚ o meno rutilante, dove tutti si devono far notare,


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dove tutti hanno abiti i più eleganti o i più sgargianti, dove tutti sorridono e offrono caffè, dove tutti parlano e parlano e parlano anche quando sembra che ascoltano, dove tutti prendono appunti interessati, dove tutti aspettano con ansia le sei di sera per correre in albergo, sgonfiarsi i piedi, cambiarsi ed andare in un pub, od in un buon ristorante, dove tutti maledicono la mancanza dei canali di casa, e per consolarsi girano su Adult Channel. Ma poi capita che giri l'angolo, e trovi qualcuno che dovrebbe essere un tuo cliente, od un tuo fornitore, che dovrebbe recitare la sua parte, e invece sorride, ti viene incontro, ti stringe la mano, magari ti abbraccia, e non ti parla di lavoro, e capisci che, anche se ben nascosta, c'è un'anima anche in questi padiglioni. Di ritorno da un lontano passato Da quanto tempo non ci vedevamo? Dieci anni? Sì, o forse undici, qualche tempo dopo esserci laureati. E adesso ti ritrovo qui, a Londra, a mille o duemila chilometri da casa, da ciò che eravamo - né meglio né


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peggio. Sei proprio uguale, solo con una moglie e due figli in piĂš. Finiamo come finiscono tutti, scambiandoci i biglietti da visita e ripromettendoci di telefonare o scrivere agli altri per trovarci davanti ad una birra, tenendoci il piacere di esserci visti e riconosciuti, e sapendo che ci rivedremo, forse, tra altri dieci anni, a Francoforte o Stoccolma o Padova, e ci riscambieremo i biglietti da visita.

23 febbraio 2005

Vola tricolore D'improvviso, il display mostra un'ora di ritardo. Pare che Alitalia, a sedici ore dal termine dello sciopero degli assistenti di volo, faccia ancora fatica a mettere insieme gli equipaggi. Ed è tutto un fiorire di bastardi, figurati se prendo ancora Alitalia, è una vergogna, li metterei al rogo, e come fa a mancare il sempreverde froci, tutti quanti.


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Poi, altrettanto d'improvviso, il display ritorna all'orario previsto; i bastardi tornano ad essere figli di buona famiglia, forse si volerà ancora Alitalia, d'altra parte fan tutti così e tutto sommato 'ste hostess non son neanche tanto male. Insomma, si parte, e non subiamo nemmeno lo sciopero del panino di cui si legge sui giornali (anche se si finisce per rimpiangere la mancata adesione del personale di volo all'agitazione sindacale, ché quel panino scamorza e melanzana grida ancora vendetta al cospetto del Dio McDonald's), e io mi ritengo persino fortunato perché la traffic congestion ci obbliga a stare venti minuti a volteggiare sopra Londra, a guardare le sue luci, i serpenti di automobili che così lunghi li ho visti solo dalla cima della Sears Tower di Chicago, i campi di calcio illuminati e non importa se questa sera non si vede la centrale elettrica di Animals, so che sarà lì per sempre, insieme ai maiali volanti e alle sei corde di David Gilmour. Poi si atterra, e come ogni volta mi viene la malinconia del bel gioco che dura troppo poco.


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Via dalla pazza folla Ci hanno provato anche questa volta, a incastrarmi. Senza nemmeno dirmelo. Un messaggio: "Vieni all'Holiday Inn di Cromwell Road", mi scrive l'amico norvegese. Va bene, vengo, andremo in qualche pub a berci una birra. Invece. Un party. Tutta gente che vedrò domani in fiera, e mi chiedo perchÊ devo stare qui invece che, come il bravo turista, a guardare per la centesima volta (e sempre senza stancarmi) il Tamigi e il Big Ben illuminato e Whitehall con le statue degli eroi di guerra. CosÏ, mi bevo una birra, scambio due parole, ascolto una canzone fatta - neanche male, devo ammettere - da un gruppo che scimmiotta The Committments senza avere il cantante e con le coriste molto meno sexy rispetto alle originali, e mi rimetto in metropolitana. Vedo gente, (non) faccio cose, prendo freddo davanti all'Abbazia di Westminster, spendo venti sterline da HMV, mangio al Silver Crown leggendomi l'Evening


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Standard. Cosa vuoi di piÚ dalla vita? Una McEwan's, magari, ma nient'altro. Life on the street Memo: la prossima volta, ricordarsi di scegliere un altro Internet Point. Questo di Earl's Court Road ha la postazione libera esattamente sulla porta di ingresso del locale (un fast food). Fuori cade qualche fiocco di neve, ci sono tre gradi sotto zero, ogni dieci secondi arriva una folata gelida da broncopolmonite fulminante. Considerato che fin da bambino mi ritrovo con i polmoni maculati come la pelliccia di un leopardo, magari potrei scrivere tutto su carta e poi ridigitare da bravo blogger in un luogo meno malsano. Aria di casa mia Good evening. Good evening, sir. Do you have a reservation? Yes, sure. My name is P***. Okay, let me see... Yes, it's... ah, ma lei è italiano!


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Già. Sardo, vero? Diciamo di sì. E lei, da dove viene? Chioggia. Chioggia, eh? In fila per tre Si sa che gli inglesi (che per noi vuol dire i londinesi, avete mai sentito qualcuno parlare degli inglesi riferendosi, non so, agli abitanti di Bristol?) aspettano l'autobus ben disciplinati, stando in coda, e non si pigiano l'uno sull'altro. Si sa, e ciò nonostante non riesco a non stupirmi. Si è bloccata la metro. Alle sette di sera. Hanno chiuso la stazione di Oxford Circus. Tipo Piazza Duomo a Milano, o Times Square a New York. Ci sono migliaia di persone ferme in strada, e aspettano. Tutti quanti, in fila, lasciando lo spazio per coloro che devono fendere la folla dirigendosi a piedi da qualche altra parte. Nessuno che impreca. Qualcuno legge il giornale, molti telefona-


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no a casa o per disdire appuntamenti, altri ascoltano musica. Basta.

9 maggio 2006

Wrong way La prossima volta, controllare il biglietto dell'aereo e ricordarsi che a Milano ci sono due (DUE) aeroporti. Una salsiccia nel buio I treni della metro di Londra sono fantastici. Almeno questi della Piccadilly Line, quella che parte da Heathrow e se ne va - appunto - a Piccadilly Circus, e poi ad Arsenal. Sono bassi, arrotondati verso l'alto, lunghe salsicce che attraversano la campagna prima e i tunnel poi, con i loro sedili ricoperti di velluto - un po' come i coperchi del water che ho trovato in tanti posti in Scozia, cosĂŹ stretti che se hai il piede un po' lungo ti trovi sicuramente a fare delle avances a chi ti siede di fronte. E, come le auto, vanno sulla sinistra (tutti i treni lo fanno, vero?). I love this train.


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Out of the window C'è questo tratto splendido tra Hounslow West e Hounslow Central, dove il treno passa a fianco di un parco che è uguale al Parco di Trenno di Milano, e poi costeggia una serie di condomini identici a quelli della periferia di Eindhoven, e infine si ferma dandoti la vista sulle classiche case inglesi, nel loro nobile stile vittoriano, bianche su un cielo dalle nuvole basse e blu. Nel vagone ci sono le pubblicità delle assicurazioni Virgin, sulla piattaforma passa un uomo con il turbante. Il treno si muove ancora, passa su un ponte, ti mostra un campo da golf, supera un'autostrada, in lontananza si vede il grattacielo della Smithkline. Come un gentleman Ieri ho passato la serata in un sailors' club. Proprio in riva al Tamigi, in corrispondenza del London Bridge. Un vero club inglese, come quelli dei film ambientati nella Londra dell'Ottocento, con le poltrone di pelle verde, la campana per il servizio al banco, i ritratti degli


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eroi del passato appesi alle pareti, la targa in ottone che ricorda il nome del Commodoro in servizio. Mi mancava il blazer blu con i bottoni dorati, in effetti. Quiete Ho sempre pensato che le grandi città non sono altro che il minimo comune denominatore di tanti piccoli paesi accatastati l'uno vicino all'altro. A New York c'è un filo rosso che lega gli orti di Washington Heights ai mille negozi cinesi di Canal Street che vendono orologi e sciarpe, così come a Milano c'è un filo rosso che lega il vecchio borgo di Baggio a via Bagutta. Londra è una somma di paesi e città, come il Royal Borough of Kensington and Chelsea, nel quale ho l'onore di risiedere per un paio di giorni. Questa zona che comprende Earl's Court, High Kensington Street e Edwardes Square è un posto benedetto dal Signore, pieno di alberi fioriti, silenzioso - ci sono pezzi di strada presi di peso dall'Alto Adige. Il mio cicerone mi guida con fare sicuro, mi porta a vedere la casa dove ha vissuto Foscolo, mi fa avvertire il suo attaccamento per questa città anche quan-


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do mi parla dei prezzi delle case - che si misurano in zilioni di sterline. Sinceramente, non mi dispiace per nulla non camminare per Oxford Street, questa sera. Real Estate Ci fermiamo davanti alla vetrina di un'agenzia immobiliare a guardare i prezzi delle case, e non possiamo evitare di pensare a quanti secoli dovremmo lavorare per permetterci una di queste case - un bilocale viene via a sole 425.000 sterline, mentre se avete 1.500.000 di pounds (a spanne, 2.300.000 Euro) potreste portarvi a casa duecento metri quadri in quel di Abingdon Road. Piccole gioie della vita Entrare in un pub nel bel mezzo di un quartiere costruito da un pazzo che nel 1811 era convinto che Napoleone avrebbe conquistato l'Inghilterra entro poche settimane, bere un paio di pinte, mangiare le traditional pork sausages with onions.


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Sky is the limit Devo ripeterlo, che amo questo paese? Il canale di Sky dedicato agli esercizi pubblici riporta come icona una pinta di birra.

2 maggio 2007

Le pene del commesso viaggiatore Come al solito, l’aereo è diviso in due. I turisti, e noi. Noi che magari, per un caso, non vestiamo la divisa lavorativa completo-cravatta- scarpedicuoio: ma che prima dell’imbarco leggiamo la posta arretrata, completiamo la presentazione, telefoniamo ai clienti. Noi che il primo maggio lasciamo la famiglia a casa e ce ne andiamo in ufficio: non il solito, quello di tutti i giorni - uno a Londra, per non farci mancare nulla. Sarà per quello che durante la mezz’ora aggiuntiva di attesa, dovuta a non meglio precisati controlli tecnici, ci scambiamo occhiate d’intesa, ci diamo consigli su come


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arrivare prima in questa o quella zona della città, uniti nella complicità carbonara delle mosche bianche. Poi, certo, i neofiti si riconoscono: vestono un completo elegante al quale abbinano un clamoroso marsupio nel quale fanno entrare i documenti e le chiavi di casa e quelle della macchina e le Mentos, usano uno zainetto nel quale hanno dimenticato il coltellino svizzero multifunzione, ti dicono l’indirizzo preciso e il nome dell’azienda che stanno andando a visitare, come se a Londra esistessero solo quella via e solo quell’azienda e diamine come fai a non conoscerli. Però loro fanno parte della famiglia, e a queste cose decidi di non far caso: un paio di metri più avanti due ventenni limonano tranquilli, e noi li guardiamo con fastidio, e con nostalgia, e con invidia. Come nelle barzellette Il monaco non viene fatto dall’abito; e nemmeno dalla chiesa. Ci invitano in questo ristorante molto british, legno, poltrone in pelle, moquette. Molto old-style, non ci sono i maggiordomi stile Jeeves ma ti aspetti che en-


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trino dalla porta da un momento all’altro, dritti come fusi e silenziosi come felini6. E’ che noi non siamo nobili vittoriani, e allora la cena va avanti con i tre quarti dei maschi in sala in fibrillazione per Liverpool-Chelsea, un fiorire di blackberry e un mulinare di sms da un tavolo all’altro per aggiornarsi reciprocamente sul risultato, fino all’apoteosi finale, quando il più invasato scopre che c’è un televisore acceso nel palazzo di fronte e al momento dei rigori una ventina di persone si spostano nella sala a fianco e si accalcano alla finestra strizzando gli occhi per capire se quella figurina rossa che si muove è Gerrard o Kuyt, e dopo sono tutti musi lunghi e grasse risate - di lavoro e di database e di pagamenti torneremo a parlare domani.

6 Gli unici che potrebbero gestire professionalmente un tavolo come quello nel quale mi ritrovo: due inglesi, due tedesche, tre donne di Hong-Kong, un ubriacone irlandese e il sottoscritto. Infatti, le cameriere ci riempiono fino all’orlo il bicchiere con un rosso cileno spesso come ketchup, e poi si danno alla fuga.


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Lucertole Da due giorni non si vede una nuvola. Un cielo azzurro come lo puoi trovare sulle Dolomiti. Il sole caldo, che non scotta grazie al venticello costante. Nessuno sopporta l’idea di restare tutto il giorno dentro il padiglione della fiera: così, si va a mangiare nei pub di Old Brompton Road, vicino al cimitero, o di Earls Court Road, prima della stazione della metro. E ci si siede sui gradini dell’ingresso del padiglione delle conferenze, ci si ferma a fumare una sigaretta e poi un’altra e un’altra ancora guardando le vecchie costruzioni in mattoni. Sembriamo reclusi durante l’ora d’aria, lucertole in primavera: gli inglesi perché giornate così, nonostante il global warming, non ne vedono tante, noi continentali perché quando ti ricapita di vedere Londra in queste condizioni. Questa sera nessuno ha voglia di cene di lavoro, di party aziendali, di Champions League: tutti di corsa in albergo a cambiarci, e magari anche no, e poi via a Hyde Park in mezzo ai pollini e ai giocatori di cricket e ai ciclisti invasati - il prossimo che sento parlare


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di Parigi-la-più-bella-città-del-mondo lo soffoco con una copia del Sun. Palla lunga e pedalare Dicono che i calciatori inglesi non sono tecnicamente più scarsi degli italiani o degli spagnoli: è che si allenano con il freddo, il vento e la pioggia, e allora devono correre e correre e correre - per tenersi vivi, più che altro, e non importa se al posto dei piedi hanno delle forchette da barbecue: tutte le strade portano a Roma, e tutti i palloni arrivano in porta: prima o poi. In quest’area di Hyde Park, verso lo Speaker’s Corner (quante volte mi è capitato di passare qui? E mai una volta che mi sia capitato di vedere qualcuno tenere concione: ormai credo che sia una leggenda metropolitana) ci sono centinaia di ragazzi che giocano a pallone. Letteralmente: centinaia. Certo, lo spazio non manca. Quattro borse per fare i pali delle porte, sei o sette da una parte e sei o sette dall’altra, e via a correre dietro al pallone. Non piove, ma tira vento e fa quasi fresco: così, palla lunga e pedalare, tiri da dietro la metà campo,


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campanili sbilenchi, cross a banana - tutto il campionario che si può immaginare. Ma sembra che si divertano tutti: e tanto basta. Oxford Street, 6:45 pm Ubriachi barcollanti Veli neri Bus rossi Taxi rosa Abiti da sera sottobraccio a papillon impomatati Bancarelle di fiori Evening Standard, 50 pences Arance Giamaicane dalle tette enormi Souvenir Mid season price reduction Telefoni Poliziotti World’s busiest street


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Musica, maestro Mi fermo a guardare le due porte di questo palazzo, separate tra loro da non più di quattro o cinque metri. Entrambe le targhe portano le insegne della London Heritage - e tu pensa gli accostamenti che fa la vita. 23, Brook Street: qui visse Jimi Hendrix, tra il 1968 e il 1969. 25, Brook Street: qui visse Georg Frideric Handel, tra il 1723 e il 1759. This town Paracula quanto basta, la più bella insegna vista negli ultimi mesi è quella di un negozio di materiale artistico (colori, cavalletti, cose così) in Charing Cross Road: Let’s fill this town with artists.


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29 aprile 2008

Tutto esattamente come al solito Per un semplice caso del destino, ho percorso pi첫 volte questo tratto tra Heathrow e Earl's Court di quanto non mi sia capitato di fare, non so, tra Roma e Pescara o tra Livorno e Civitavecchia. Lascio il libro al suo posto, in borsa, e mi fermo a guardare questo pezzo di Inghilterra, case vittoriane che si alternano a insediamenti popolari, un cimitero senza statue di angeli e di santi, una ragazza che sgancia il guinzaglio del cane. Una mezz'ora prima fissavo le macchie rosse dei pullman diventare pi첫 grandi e nitide man mano che l'aereo si avvicinava al suolo, e le anse del Tamigi, e i giardini. Se a causa di un cambiamento di rotta non avessi mancato la Battersea Power Station - quella della copertina di Animals - sarebbe stato tutto esattamente come al solito, la ragazza giapponese che non capisce le istruzioni per comprare il three-days-ticket e le decine di giornali abbandonati nel vagone della metropolitana


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e il grattacielo della Smithkline in lontananza e le nuvole basse. E quel "tutto esattamente come al solito", non so perchÊ, mi pare di consolazione. Lo so già Arrivo a Londra apprendendo che Roma ha un nuovo sindaco; all'uscita della fermata della metropolitana di Earl's Court c'è un assembramento di gente che mi vuole piazzare in mano il santino di Boris Johnson (azzurro) o quello di Ken Livingstone (un rosso purpureo), visto che anche qui, dopodomani, devono scegliersi il primo cittadino. Mi viene la tentazione di fermare qualcuno a caso e dirgli "io lo so, come va a finire". Anita Molti anni fa avevo una collega, una ragazza che faceva il mio stesso lavoro nella sede di Londra; Anita, indiana, di una bellezza rara come solo le donne di quei paesi possono avere. Ci vedevamo due o tre volte all'anno, in occasione dei nostri meeting europei a Eindho-


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ven, o dei kick-off in luoghi ancora più improbabili. Dopo qualche tempo, Anita diede le dimissioni. Si sposò con un ragazzo, anche lui indiano, e il matrimonio venne celebrato in India. I suoi colleghi ci fecero vedere le foto scattate in quella settimana di festa, che lei gli aveva portato andando a trovarli dopo qualche settimana dal suo ritorno: e se possibile era ancora più bella, con i trucchi, le decorazioni, il sari, i fiori. Non so che fine abbia fatto Anita, sono riuscito a mantenere i contatti - anche se sporadici - con diversi miei colleghi di quella vita professionale, Joost, Ernie, Gerda e Anne in Olanda, Maria a Madrid, Anna a Stoccolma: ma Anita, che era di poche parole ma sapeva il fatto suo, chissà dov'è e cosa fa. Mi è tornata in mente perché per due giorni consecutivi ho incontrato - una volta sull'aereo e una volta in fiera - due ragazze, chiaramente indiane, che portano il suo stesso cognome. E tutte e due le volte ho avuto la tentazione di fermarle e chiedere loro se erano parenti di Anita. Poi ho lasciato perdere, mi sono vergognato, non me la sono sentita di imbarcarmi in una spiegazio-


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ne troppo poco plausibile, ed un piccolo pezzo del passato è tornato - per andarsene subito, in silenzio. Nani e ballerine In fiera c'è un solo imperativo: richiamare gente, "generare contatti". Diecimila persone concentrate in qualche migliaio di metri quadri, e bisogna incontrarne il maggior numero possibile. Per farlo, si ricorre a qualsiasi mezzo: far entrare un autobus a due piani, offrire pop-corn fin dalle dieci del mattino senza soluzione di continuità, mettere in palio una Wii. Si ricorre al sesso, senza troppi problemi: da anni, la Steve Wexler ha una o due standiste implacabilmente identiche a Pamela Anderson pre-sgonfiamento, tailleurino con minigonna ascellare, scollatura larga e profonda e una quinta che preme e dalla quale si possono staccare gli occhi solo richiamandosi ripetutamente al rispetto dei sacri valori della famiglia. Tutto questo fa parte del baraccone che si sposta da Londra a Chicago, da Lille a Wiesbaden, da Norimberga a Parigi, e ormai ci siamo abituati. Però si può sempre fare di più, e di peggio. Ieri, mentre aspet-


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tavo un cliente americano vicino all'ingresso del padiglione, guardavo smarrito una piccola macchia viola che percorreva il corridoio. Una macchia alta un metro, forse un metro e dieci. Viola, dicevo: come il vestito a tre pezzi, e le scarpe, e la cravatta, e il trucco sulla faccia. Chè quella macchia era una persona: piccola, come sono i nani, ma pur sempre una persona.


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Bibione

15 giugno 2004

Il mare d'inverno Sì, il viaggio, in effetti, mi è parso lunghino. Ma non così tanto da avermi portato nell'emisfero australe. Eppure, alle nove di domenica mattina, il termometro segna undici gradi. Tu guarda, pensavo di andare in riva al Tagliamento, e mi ritrovo alle Falkland/Malvinas. Donna Summer Per adeguarsi tanto alle condizioni climatiche, quanto alla data del calendario, il look più diffuso consiste in felpa lappone e ciabatte infradito.


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Insomma, le ascelle perdono qualunque attrito, e i piedi si trasformano in simpatici parallelepipedi di ghiaccio. Sembra che il tutto sia trés trendy. Il nulla ben organizzato Per meri motivi familiari, a me piacerebbe passare questi due giorni in terra friulana; cosa, peraltro, già capitata in passato. Ma la differenza tra il nulla ben organizzato di Bibione e quello di Lignano è di natura puramente politicoamministrativa. Per il resto, entrambi i luoghi si compongono di una gran striscia di sabbia di qualità appena decente, ed una gran striscia di asfalto lungo la quale si alternano gelaterie, souvenirifici e negozi di abbigliamento. Pare che questi posti vengano definiti "località turistiche".


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Mar Morto Ah, dicono anche che in questi posti c'è il mare. Dev'essere quella cosa liquida di colore indefinito che sputa meduse.


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Rapallo

4 gennaio 2005

Old fashioned style Succede che ti avvicini all'immagine, ed è così incongrua che ti dici "No, non è quello che sto vedendo, dev'essere qualcos'altro", e intanto ti sposti dalla corsia di sinistra in quella centrale, e poi in quella di destra, e rallenti, e succede che a un chilometro dal casello di Serravalle Scrivia vedi la silhouette di un carretto, con un uomo che tiene le redini agganciate a due cavalli, e pochi metri dietro un puledro, e vanno tutti piano, pianissimo, perché in quel campo innevato tagliato da un sentiero che porta chissà dove non c'è bisogno di corre-


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re, non c'è fretta, l'anno sta finendo ed inizierà allo stesso modo e allora, che bisogno c'è? Money Intendiamoci: sto bene come sono. Con i miei jeans, il mio giubbotto comprato da Decathlon, la mia macchina coreana. Non ho nulla di cui vergognarmi. Eppure, provo una sensazione strana, come una specie di immotivato disagio, nel camminare tenendo sulla sinistra yacht grossi come un palazzo e sulla destra la più clamorosa concentrazione di ultrasessantacinquenni visonate che si possa immaginare. Come hai detto che ti chiami? C'è qualcosa di straniante nel leggere le insegne dei negozi e degli alberghi e delle pensioni qui in Riviera. Sì, perché se fai due passi indietro, e cerchi di guardarli tutti insieme, ti chiedi cos'hanno a che fare gli Excelsior e gli Splendor con i wine-bar e la Pensione Edoarda o il


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Bagno Emilio. E' come trovarsi in un guazzabuglio warholiano di dagherrotipi e jpeg, di borghesi d'antan con il costume intero a righe bianche e rosse, bocconiani palestrati e milanesi che leggono solo Eggers senza conoscere Pirandello, tutti all'interno della stessa cornice, uno a fianco all'altro, senza sapere cosa dirsi, senza avere nulla da dirsi. La polvere sotto il tappeto In Riviera dovresti stare solo ed unicamente in spiaggia, o sul lungomare. Ma capita che sali su un treno, e invece di metterti a leggere un libro butti l'occhio fuori dal finestrino. Ed è una teoria di palazzi grigi, di intonaci scrostati, di balconi pieni di panni tristi e giocattoli impolverati. Il treno passa alle spalle dei paesi, ti fa vedere la faccia oscura di questi luoghi inutilmente blasonati, ti fa scoprire i mucchietti di polvere nascosti neanche tanto abilmente - sotto il tappeto; è come entrare nella cucina di un ristorante: almeno per un po', ti passa la fame. Devi aspettare qualche ora; poi, anche se con qualche fatica, l'appetito torna.


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Merano/Meran

9 ottobre 2006

Ci puoi scommettere A Milano abito a cinque minuti di macchina dall'ippodromo. Non ci ho mai messo piede. Qui, sarà che l'albergo si chiama "Eremita" e ci vogliono far fare un po' di vita sociale, ci danno i biglietti gratuiti per assistere all'ultimo programma di Maia Bassa. CosÏ ci troviamo dentro questo catino, incastrato fra le caserme e le montagne, a guardare gli habituÊ, i cavalli, la torretta che segna i risultati, l'area dell'insellaggio dove finiamo pur senza disporre di una delle setteotto tessere che definiscono le caste degli operatori ippici. E, ça va sans dire, ci troviamo al banco delle scom-


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messe, dove il sottoscritto punta sul favorito e sul meno considerato dei sette equini che di lÏ a poco dovranno correre e saltare per tre chilometri e mezzo. C'è bisogno di dire che sono caduti entrambi? No, infatti. Fratelli per un anno Il 25 ottobre del 1990, ultima notte della mia permanenza a Merano nelle accoglienti stanze del Terzo Gruppo Squadroni Savoia Cavalleria, ho sganciato il lucchetto che chiudeva il mio armadietto, ormai svuotato di ogni (scarso) avere. Come tutti, ho camminato fino al ponte che attraversa il Passirio in corrispondenza del teatro, e come tutti - insieme a tutti - i miei commilitoni ho richiuso il lucchetto sulla ringhiera di ferro battuto, ho detto "è finita" e sono andato a bere. La parentesi in grigioverde si era chiusa, non senza le dovute nostalgie. Sono tornato al "Ponte dei lucchetti", e ho visto che l'usanza non si è persa. Una decina di metri della passeggiata sul Passirio sono disseminati di centinaia di lucchetti, e di targhe che riportano i nomi dei ragazzi


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che hanno passato un anno della loro vita da queste parti. Al piede di una di queste si trova una scritta: "Fratelli per un anno, amici per la vita". Non è vero - e lo sapevano anche loro quando hanno commissionato la targa - ma è bello, è tanto bello crederlo. Sprechen Sie Deutsch? Merano-Meran è largamente rimasta - e questo è certamente parte del suo fascino - ai tempi dell'impero austroungarico. Il Kursaal, il Sissiweg, l'architettura. Ma non è refrattaria al fascino della modernità - e infatti, da buona città nelle cui vene scorre un 50% di sangue teutonico, non si fa mancare il suo Beate Uhse Erotik Shop. Mangiare i ricordi L'ultima volta che venni qui a mangiare era il 1993, o forse il 1994. Non posso dire se i maccheroni alla pastora o lo speck hanno lo stesso sapore di dodici, o quindici anni fa. A me pare di sì, ma non importa - al tavolo di


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Bad Verdins sono in ampia compagnia: mia moglie, mia figlia, il Secondo Squadrone Carri (oggi uno è giornalista informatico, un altro scrittore-musicista-sceneggiatore, un altro dovrebbe aver aperto una gelateria a Montpellier, e il resto della truppa chissà dov'è e cosa fa). I ricordi hanno un buon sapore.


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Roma

24 marzo 2005

Per i campi Io ho questa teoria, che una città si giudica più per le sue periferie che non per il centro storico. Quindi, Parigi perde un sacco di punti, perché la banlieue è di una bruttezza sconcertante, e la Ville Lumiere si salva solo per quei cinque o sei chilometri quadrati che tutti conoscono bene, affossati però da Choisy-Le-Roy o Drancy. Qui, invece, si passa per campi verdi e greggi, ed anche dove si vedono i muri sbrecciati, gli sfasciacarrozze, le buche nell'asfalto e si intuisce una sorta di povertà diffusa, si ha l'idea di stare in un posto dove comunque vale la pena vivere. E così si può anche guardare persi-


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no con tenerezza ad una signora seduta su una panchina della stazione della Magliana, con lo sguardo fisso nel vuoto, e chiedersi cosa sta pensando, ed avere quasi voglia di scendere e scambiarci due parole. Tout se tient Mi era parso, durante la passeggiata pre-cena, di vedere un paio di corpicini galleggiare nell'acqua della Fontana di Trevi, e mi ero chiesto con curiosità chi fossero quei signori che, lì vicino, vestivano pesanti colbacchi nonostante la temperatura più che primaverile. Poi, in serata, ho visto il manifesto che annuncia il comizio finale della campagna elettorale di Armando Cossutta, che viene accompagnato da un'orchestra di balalaike o qualcosa di simile, e allora tutto si è fatto più chiaro. Rock DJ Stazione della Metro A. Colonna sonora: In The Air Tonight, del Nano Pelato.


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Taxi. Colonna sonora: Morcheeba, qualcosa da Big Calm. Poi si chiedono perchĂŠ la gente non usa i mezzi pubblici. SPQ? Cena con un genovese. Conclusione di serata con un altro genovese, un calabrese, un laziale (di Gaeta, se non ricordo male), un partenopeo, un milanese. E una romana, infine. Alberto Fortis non avrebbe mai potuto iniziare la sua carriera, al giorno d'oggi.

21 aprile 2005

Lo zoo è qui Terme di Diocleziano, undici di sera. Era da parecchio, davvero, che non rischiavo di calpestare un topo impegnato a cenare.


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Botteghe oscure Come fa uno cresciuto nel (falso?) mito del trash, a non eleggere a proprio idolo uno che chiama il suo negozio "Johnny Stockino - Il meglio della casa dello stock"? A volte ritornano Può essere che gli abbigliamenti cambino nelle diverse zone di una metropoli. Può essere, sÏ. Potrei fare qualche considerazione su Milano, ma qui a Roma non sono (ancora) di casa. E quindi, mi limito a prendere atto di aver rivisto7, dieci (quindici?) anni dopo l'ultima volta, una sedicenne con la minigonna e gli scaldamuscoli. Dopo la tempesta Sono arrivato quattro ore dopo l'annunciazione del nuovo Papa. E il giorno dopo ho avuto un paio d'ore di 7 Metro B, direzione Laurentina, tra Eur Magliana e Eur Palasport


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tempo per andare da San Pietro a Termini, attraversandomi a piedi un pezzo di città. Un po' più di gente rispetto al solito, davanti alla basilica e in via della Conciliazione. Ma, se non fosse stato per quei sei-sette teleobiettivi puntati verso la famosa finestra (ma perché? pensano che il Papa se ne venga fuori di sorpresa a fare ciao-ciao con la manina? boh) e le due postazioni televisive, avrei detto business-as-usual. Forse i romani sono - comprensibilmente - stanchi, o forse, appunto, sono romani, e metabolizzano in fretta. Razza superiore, l'ho sempre pensato, alla faccia di Calderoli (il quale, però, se ne deve essere reso conto: sarà per questo che si è abbarbicato alla poltrona come una cozza). Accendi la luce Domanda agli indigeni: ma è vero quello che è inciso sul marciapiede sinistro di via della Conciliazione? Che ogni volta che la luce dei lampioni - collegati al reparto maternità di non ricordo quale ospedale - pulsa, vuol dire che è nato un bambino?


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perché, se fosse vero (e funzionante), la troverei una cosa... bella, ecco. Sto invecchiando, vero?

11 febbraio 2008

Pizza, birra e vin brulè Non ci vuole un grande intuito per capire che Trastevere, non appena il clima diventa un po' più clemente, dev'essere un inferno di turisti sandalati, gite scolastiche in tempesta ormonale e ubriachezze variamente moleste. Dopo cinquanta metri perdo il conto dei locali dediti allo spaccio di birra (e fuggevolmente mi viene da pensare che, chissà perché, non mi viene da collegare Roma alla birra: al vino dei castelli, forse, ma alla birra no - è che i tempi passano, e Aldo Fabrizi è morto da tanti anni); però, sarà perché l'erba del vicino è sempre più verde, questa specie di enorme centro commerciale della media-a-cinque-euro emana comunque un fascino quasi invincibile su uno che viene da un posto


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dove alle undici di sera è difficile persino riuscire a bere un caffè, un fascino a malapena scalfito da un rettangolo di carta scritto a mano che mi invita, per soli tre euro, a riscaldarmi con un vin brulè (e non dubito che dentro sarebbero ben lieti di offrirmi un punch). Due ruote Dubito di essere un rilevatore statistico affidabile. Però direi che a Roma ci sono tanti scooter quante sono le biciclette ad Amsterdam. La pianta di limoni Per i casi della vita, in tante volte che sono stato a Roma non avevo mai messo piede in via Margutta; e per un caso della vita oggi mi hanno spostato un appuntamento da Ciampino a - appunto - via Margutta (non senza avermi comunque fatto andare a Ciampino: ma questa è un'altra storia). Così il tassista mi ha lasciato in via del Babuino, all'inizio di Vicolo dell'orto di Napoli - e un giorno poi scrive-


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rò qualcosa sui nomi delle vie di questa città; il vicolo incrocia via Margutta proprio davanti alle due piccole vetrine di un corniciaio, incastonate dentro un muro rosso mattone. Mi avvicino, guardando prima il piccolo balcone al primo piano, con le imposte verdi e due piccoli vasi con fiori che sembrano ciclamini, e poi le vecchie cornici in vetrina, un libro intitolato "Fregi e sfregi di Roma", una manciata di ombrelli e un casco per andare in scooter. Mancano stranamente i rumori, in via Margutta, almeno alle tre di un pomeriggio di febbraio. Due vigili scherzano con una coppia che spinge un passeggino. Mi fermo a leggere un'iscrizione che andrebbe portata a Napoli, scritta nel 174x (l'ultima cifra è andata persa): "D'ordine di Mons.re ill.mo e rev.mo Presidente delle strade si vieta a tutte e single persone di fare mondezzaro nella via Margutta pena di scudi dieci per volta et altre pene corporali - nerbate - ceppi - giri di rota - o come il mastro di strade volesse assecondo l'età e il sesso". E poi non so perché, alzo la testa. E su un piccolo terrazzo vedo una pianta di limoni - e c'è un limone, il che non è strano, ovviamente, ma ai miei occhi


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in quel momento è quasi fantascientifico: mi ricordo di un viale che scendeva verso la stazione di Mergellina, a Napoli, con gli aranci carichi - poi suona il telefono, e insomma, non si può aver tutto dalla vita. Io vi amo a voi romani Per una volta, mi spingo a parlare non dei luoghi che vedo, ma delle persone: sapendo di arrischiarmi, e non poco, nel prendere un campione fatto da una manciata di persone e usarlo per un ragionamento generale. La prima cosa che mi viene da dire è che, almeno ai miei occhi, Roma ha una straordinaria capacità di annullare le origini; così, mentre a Milano una veronese rimane piuttosto distintamente una veronese e un palermitano resta un palermitano, qui tutti sembrano romani - anche quelli (la gran parte) che non lo sono nè di nascita nè di origine: e più la frequentazione con la città è lunga, più la romanità - qualunque cosa essa sia - sembra diventare parte integrante delle persone che vivono da queste parti.


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La seconda cosa che mi viene da dire, ed è diretta conseguenza della prima, è che ogni volta provo la sensazione che se per un caso della vita mi dovessi trasferire qui - a Roma, voglio dire - subirei felicemente la stessa metamorfosi. Non è una cosa che posso dire di altre città. La terza cosa che mi viene da dire è che un milanese dovrebbe venire a Roma almeno due-tre volte all'anno, e uscire - unico padano - con un gruppo di romani, e farsi fare nero dal loro linguaggio immaginifico, dal loro sarcasmo, dal loro cinismo millenario. Per dire, ma questa frase non so se la capiscono nemmeno le otto persone che ho incontrato ieri sera grazie ai buoni uffici di una persona che non esito a definire amico per quanto l'espressione sia orrendamente abusata -, la cena di ieri sera è stata "curativa". Poi, chissà, ognuno ha le medicine che si merita, ma questo è un altro discorso. Scalando i colli Ieri pomeriggio ho fatto la tratta di metropolitana Flaminio-Termini fissando attonito un alpino, in divisa,


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scarponi, cappello, piuma e rubiconda faccia - appunto - da alpino.


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Chioggia

28 novembre 2006

Il panorama I sessanta chilometri che dividono Mogliano Veneto da Chioggia sono il ritratto dell'Italia. Ville magnifiche, di una pulizia delle linee e di un gusto che lasciano basiti. Mobilifici. Pizzerie. Da Betto, da Toni. Ciminiere. La laguna, i canali, mucche al pascolo ai lati della Romea. Mentre scende la luce nel grigio di novembre, si vedono le luminarie dei Tir - CB Stefano - attraversare la pianura. L'entrata a Chioggia è di una bellezza che mette quasi malinconia, con l'acqua a destra e a sinistra. Le gru del porto. Sessanta chilometri.


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Turista per caso A furia di girare l'Europa in luoghi improbabili dai nomi a volte grotteschi, finisci per dimenticare che hai ancora mille posti da vedere e dai quali farti stupire giusto a due o tre ore da casa tua. CosÏ, giro stupito per le vie di Chioggia, una micro-Venezia della quale non conoscevo l'esistenza, fermandomi a guardare i campanili, gli infissi in legno, i canali, i muri color pastello. Al telefono, Claudia mi dice "con la macchina venga sempre dritto, quando sta per finire in acqua giri a destra e arriva all'albergo", seguo le istruzioni e mi trovo a mettere le ruote a cinquanta centimetri dall'acqua della laguna. Cammino per l'isola pedonale, che è stracolma di gente alle sette di sera - penso a Milano, poi decido di godermi la serata, telefono a casa, sta ballando il primo dente della persona corta, dietro una tenda vedo una signora in pigiama.


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Panni Non so voi, ma io sono cresciuto credendo alla leggenda che i panni venissero stesi ai balconi solo al sud e, al nord, solo dai meridionali. E invece, qui è tutta una teoria di lenzuola, magliette, scarpe, mutande, giubbotti, canottiere, decine di fili tirati da una finestra all'altra, e panni, panni, panni. Nonni Cammino guardando i pescherecci che iniziano a prepararsi per la notte. I marinai mettono a posto le reti, scambiano quattro parole, mentre in sottofondo si sente il borbottio dei motori. Leggo i nomi che vengono dati alle barche: Obbedisco, Chimera, Mistral. E poi, i nonni. Nonna Guerina. Nonno Milio. Nonno Brando. Vogliono bene ai loro vecchi, da queste parti. Jackie Tonight Entro in una calle, della quale leggo e subito dimentico il nome. Mi fermo davanti a una piccola porta di le-


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gno, a fianco della quale stanno un cartello con i nomi di alcuni piatti e un lumino da morto. Acceso. Chiedo all'uomo che sta sulla soglia se il locale è aperto. Mi dice che quella è una casa privata, che dà da mangiare solo agli amici che vengono a trovarlo "da mezzo mondo", ma che se ho voglia e piacere mi offre un bicchiere di rosso - "hai da fare?", "no, ma non ti voglio disturbare", "ma entra, allora non hai capito niente". Entro, e l'uomo, che sembra John Lennon in versione guru indiano - solo, senza occhiali - dopo due minuti mi ha piazzato in mano un bicchiere, e dopo due minuti e mezzo lo ha riempito di un rosso fresco e abbastanza leggero da scendere con facilità quasi eccessiva. "Hai mangiato?" mi fa. "No, stavo giusto andando a cena, è per quello che ti ho chiesto se il locale era aperto, pensavo che fosse un piccolo ristorante". "Siediti, ti preparo un pesce che neanche te lo sogni". A volte non ti rendi nemmeno conto delle cose che succedono. Così, cinque minuti fa camminavo vicino ad un canale che sfocia in laguna, e adesso sono seduto in un locale microscopico, poco illuminato, con la panca


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appoggiata ad un confessionale rubato in chissà quale chiesa, a guardare un perfetto sconosciuto che dice di chiamarsi Jackie Tonight mettere sulla griglia un pesce enorme e un pezzo di polenta - "siediti e versati quello che vuoi", mi dice. Arriva con una padella di cozze, mentre mi racconta dei suoi nove fratelli, uno che fa il cantante e l'altro che ha perso una miniera di diamanti, la madre in un ricovero di San Giovanni Lupatoto in attesa della pensione di guerra del padre marinaio morto a quarantanove anni dopo essere stato accusato di diserzione per aver lasciato il porto di Trieste per andare a vedere uno dei dieci figli appena nati, le vincite al lotto, il figlio che lavora in fabbrica e la moglie che fa la cuoca negli alberghi, "io mi sono ritirato da tutto, sto qui e offro quello che ho a chi entra, e non me ne frega più un cazzo", ed è tutto un mix di storie vere o verosimili e di millanterie straordinarie, mentre inizio a mangiare pesce - pesce! io che lo odio - e polenta e vino, "sai, oggi mi sono fatto qualche bicchiere più del solito, ma sono contento così, e poi questo pesce alla Pecos Bill com'è?" - "Buono, cazzo, sul serio".


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Parliamo per un'ora, "di dove sei?" mi chiede, e io "Milano", e lui "Quando torni a casa dillo in giro che sei stato da Jackie Tonight, digli di venire che qui un bicchiere di vino c'è per tutti", e alla fine mi fa fare il giro della casa, e giuro che in una stanza ha una bara, e c'è uno spazio che chiama "la mia tomba" e c'è la sua foto da giovane come se fosse appesa su una lapide e poco sotto un lumino come quello che stava fuori in strada, poi insisto per pagare, per lasciare qualche soldo non per il pesce che ho mangiato io ma per quello che mangerà qualcun altro come me, domani o dopo, ma Jackie Tonight non vuole nulla, dice "mi ha fatto piacere trovare un amico che viene da fuori", poi esco, mi stringe forte la mano, mi dice di guidare piano, e salgo gli scalini di un ponte che scavalca un canale.


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Fiesole

23 gennaio 2008

Saluti da Fiesole Mir Dad Khan era nato in India, in un piccolo paesino di un paese enorme; ma era nato nel momento sbagliato, aveva l'età giusta per essere chiamato dall'esercito a combattere una guerra in luoghi lontanissimi dei quali nessuno nel suo villaggio aveva mai sentito parlare. Si ritrovò a indossare la divisa del 16th Frontier Force Rifles, e venne a morire nel giugno del 1944 su una collina dalla quale si poteva vedere un fiume tranquillo scendere verso la grande città e poi verso il mare: si lamentò in una lingua che nemmeno tutti i suoi compagni potevano comprendere, la vecchia lingua dei suoi


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nonni e dei suoi bisnonni, e per un brevissimo istante, mentre cercava di sopravvivere, gli riaffiorò la domanda che si era fatto mille volte in quei mesi lontano dalla sua casa: dove sono? E cosa ci faccio qui? Aveva 17 anni. Pochi giorni dopo la stessa sorte toccò al Guardsman J. A. Eastwood, di 21 anni, e al Private S. Harris, che di anni ne aveva 19, e ad altri 1634 ragazzi e uomini venuti dalla Gran Bretagna, dalla Nuova Zelanda, dal Canada, dall'India e da Dio sa quale altro esotico paese. Tutti qui, sulle colline di Fiesole e del fiorentino, i più giovani a lasciare madri, padri, fratelli e sorelle, i più anziani se così si possono definire uomini di trentadue anni anche mogli e spesso figli. Molti anni dopo, un uomo si sarebbe fermato a bere un caffè al circolo ARCI di Girone, e poi si sarebbe incamminato verso quella distesa di lapidi bianche; l'uomo si sarebbe fermato a leggere il registro dei visitatori del cimitero, dove avrebbe trovato le parole di persone venute dall'altro capo del mondo (To our only and dear uncle for whom war never offered the chance to


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meet. May you rest in peace. Keith, Ross & Bruce, Auckland,NZ ) e quelle, vergate con grafia incerta e grammatica zoppicante, di uomini che avevano fatto solo pochi chilometri per mormorare un Eterno Riposo (Grazie a voi x libertà con la vosta vita); l'uomo sarebbe poi passato davanti alle lapidi, ognuna con il nome, il grado, il corpo, la data di morte e una frase di ricordo (When you go home tell them of us and say: for your tomorrow we gave our to-day), e sarebbe andato a guardare l'Arno scorrere lento e sporco qualche decina di metri piÚ in basso; l'uomo avrebbe notato degli incongrui gherigli di noce sull'altare sul quale è incisa la frase Their name liveth for evermore, e sarebbe poi uscito a testa bassa per riprendere la sua macchina e andare a parlare di affari. [Florence War Cemetery, 22 gennaio 2008]


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Castrocaro Terme

9 maggio 2008

A noi Passo due giorni nella dorata prigione del Grand Hotel delle Terme di Castrocaro. E' la prima volta che ci vengo: non al Grand Hotel, ma proprio in questa zona della Romagna (forse è la prima volta che vengo in Romagna, ora che ci penso). All'arrivo siamo tutti troppo indaffarati a sbrigare le incombenze operative - prendere le camere, capire è collocato il tavolo-stand, scaricare e preparare la documentazione, stringere mani, ripassare la presentazione del venerdì mattina - per guardare bene il posto nel quale ci troviamo. Mi pare di aver già visto questo tipo di architettura, ma non saprei dire


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bene nÊ quando nÊ, soprattutto, dove. Comunque, arriva l'ora di andare a cena, e percorro il lungo corridoio che porta alla terrazza del buffet ad ai tavoli del ristorante. Mi fermo a guardare il muro di destra, coperto di fotografie di Benito Mussolini che nel 1938 inaugura il centro termale, vestito da ufficiale di marina o qualcosa di simile, la giacca scura, i pantaloni e le scarpe e il cappello militare bianco. Sulla sinistra, altre foto ritraggono - sempre nel 1938 - Umberto di Savoia, anche lui impegnato in una qualche inaugurazione che ora, qui nel Padiglione delle Feste, non ricordo. Collego le due cose, l'architettura e le foto; e, forza del pregiudizio, per qualche minuto tutto mi appare un po' meno bello. Poi iniziamo a mangiare, e torniamo fuori a goderci l'aria fresca dopo l'arsura della giornata, e guardiamo gli alberi, e allora - Mussolini o no - il Grand Hotel torna ad essere quello che è, un bel posto e basta. L'alieno Una decina di persone, in uscita serale. Facciamo quattro passi fuori dal Grand Hotel, ci chiediamo se


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vale la pena andare a vedere la rocca medievale; facciamo cenno ad un individuo dall'apparente età prossima ai trent'anni: questo si ferma, scende dalla bicicletta, gli chiediamo se è un indigeno e risponde di sì, gli chiediamo cosa c'è di bello alla rocca e lui ci guarda sorridente e ci fa "ah, non so, non ci son mai stato". Pensando alla manciata di vie che costituisce il paese, escludendo Terre del Sole, ci domandiamo come diavolo sia possibile che quest'uomo non sia mai andato all'unica cosa - oltre alle terme - per la quale possa valer la pena fermarsi a Castrocaro. Lo stupore è tale che rinunciamo alla gita, e finiamo in un bar che una volta era gestito da ungheresi e adesso cerca di sopravvivere alla crisi di un paese che viveva sulle convenzioni Inps degli alberghi - convenzioni che non esistono più, e allora fra poco forse non esisterà più nemmeno Castrocaro Terme.


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San Marino

29 luglio 2008

Una volta basta Non ero mai stato a San Marino. D'altra parte, non sono mai stato in un sacco di posti. Comunque, ho un paio di ore libere e sono a una ventina di chilometri, forse meno, prima di scapicollarmi verso Cesena e poi Imola e poi Bologna, e in fondo un viaggio all'estero non mi è mai dispiaciuto. La prima cosa della quale mi rendo conto è che la Repubblica di San Marino è qualcosa di più del paesino accucciato in cima alla collina: e, sia detto con rispetto, questo è il suo difetto principale vista la pochezza scenica di ciò che si vede mentre si


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mangiano curve a settanta all'ora fino ai grandi parcheggi numerati in fondo alla strada. La seconda cosa della quale mi rendo conto è che San Marino, inteso come paese e non come repubblica, non esiste: quel che attraverso, accaldato nella mia divisa da lavoro in mezzo a comitive di gitanti, è un ammasso di bar, ristoranti, banche e negozi di souvenir. Nient'altro. Una Vaduz in Romagna, per dire. La terza cosa della quale mi rendo conto è che è impossibile che qualcuno ritorni a San Marino: non ce n'è motivo. Sono certo, intimamente certo, che siamo tutti qui per la prima volta. E anche l'ultima. Domani toccherà a cinquanta altri pullman. Non muioiono mai Mi fermo davanti ad un'edicola a leggere le prime pagine dei quotidiani locali. C'è una sigla che suona al tempo stesso familiare e aliena. La rileggo per essere sicuro di non avere le traveggole. E' proprio quella, qui hanno ancora la DC, Democrazia Cristiana (anche noi in Italia, dite? Già, forse sì).


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Irina Posso solo immaginarne il motivo, visto che mi sono fermato per troppo poco tempo per essermi fatto un'idea precisa. Ma vedo un sacco di menÚ di ristorante scritti in cirillico, e due o tre negozi sono gestiti da donne sicuramente slave, probabilmente russe. E' straniante pensare a questo pezzo di Italia che è formalmente straniero e che sembra popolato da gente venuta da mille miglia lontano da qui.


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Sharm-el-Sheik

24 aprile 2006

La comitiva Non sono fatto per questi viaggi. Lo capisco dal fatto che non appena arrivo in aeroporto, mi sforzo di intuire quali sono i soggetti dai quali, per il bene del mio fegato, mi dovrò tenere lontano per una settimana. Le coppie male assortite (è piuttosto stupefacente il poco gusto di tante belle donne), quelle che non si risparmiano nulla anche se hanno due figli molto piccoli - echissenefrega se questi piangono per sedici ore al giorno - i neopensionati che si spostano una volta all'anno dal bar del quartiere ma commentano con fare saputo lo stato di


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manutenzione dell'aereo, quelli che ti ammorbano con i racconti dei loro mille viaggi precedenti, e così via. Siccome io faccio sicuramente parte di almeno una di queste categorie, per il bene altrui me ne sto piuttosto per conto mio. Dovrebbero farmi uno sconto, secondo me. Il piccolo Fiorello Questa cosa che Fiorello è diventato la star che conosciamo perché è nato come animatore di un villaggio turistico è una vera tragedia. perché come fai a guardare a questi ragazzi(ni) che pure fanno il loro lavoro che è uno schifo di lavoro, diciamocelo - se non con passione almeno con tutta il dovuto senso del dovere senza metterli mentalmente in competizione con il modello assoluto? Così, già cerchi di fuggirli con ogni stratagemma, senza però essere scortese, ma ti ritrovi anche a considerarli professionalmente scadenti, cosa che magari non sono. Ognuno in futuro avrà diritto al suo quarto d'ora di celebrità: quello di questi giovani, però, se lo è preso Fiorello Rosario da Augusta.


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La fame e lo spreco I buffet di questi posti a cinque stelle sono qualcosa di magnifico. Bisognerebbe solo restare lì a guardarli, ad ammirare le composizioni, i colori, l'abbondanza, la perizia dei cuochi. Poi si rovina tutto, iniziando a mettere nei piatti anche tutto ciò che non serve, che non si mangerà, che si assaggerà appena per poter dire che questi pomodori sono davvero fantastici (e dico, ma sei mai stato in Campania o in Sardegna, eh?). E chi ha iniziato il pasto per primo accelera l'ingestione, fagocita, per poter iniziare il giro dei secondi e dei contorni quando l'ottanta per cento dei suoi simili sta ancora completando quello dei primi - roba che alla fine sembra di essere in un McDonald's di qualità, però ai bambini che prendono l'Happy Meal non danno il regalino. ‘a livella Splende il sole, e la serie degli azzurri e dei blu di questo luogo ti fa ringraziare di essere vivo - e di non essere daltonico. Poi arriva sera. Stai sul balcone, nel


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buio; si è fermato anche l'inutile chiacchiericcio dell'elezione di Miss Villaggio. Del mare, lontano poche decine di metri, non vedi più nulla. Senti soltanto il suono della risacca. Potresti essere a Celle Ligure. Fuori dal mondo Vedi i casi della vita, dopo mezz'ora su suolo egiziano la tastiera del cellulare ha smesso di funzionare. Non va nemmeno la SIM sul telefono di mia moglie, che accendiamo un paio di volte al giorno (comodo quanto si vuole, ma anche gli sms hanno dei costi stellari). La televisione, come si potrà immaginare, la usiamo molto, molto poco. Così, capita che dei fatti di Dahab8 siamo venuti a conoscenza con qualche ora di ritardo, e facendo una gran fatica a renderci conto della gravità della cosa. 8 Il 24 aprile 2006 l'area turistica di Dahab venne colpita da tre attacchi terroristici compiuti da kamikaze apparentemente legati ad Al Qaeda: negli attentati morirono 18 persone e oltre 70 rimasero ferite.


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Nel microcosmo del villaggio, fatta eccezione per quel paio d'ore serali con centinaia di persone che si affannavano a contattare parenti e amici ben piÚ agitati di quanto non fossero loro qui in loco, le preoccupazioni principali hanno continuato ad essere la gradazione della crema di protezione solare o la tenuta di maschera e boccaglio. So che c'è un po' da vergognarsi. Immagini Passeggiamo sulla lunghissima spiaggia di questo luogo benedetto da Allah, e ci fermiamo a vedere un gruppo di piccole stelle marine. Una si muove. La fotografo. Mia figlia stacca gli occhi dal simpatico animale e mi chiede, indicando il display della macchina fotografica: "me la fai vedere?". Rabbrividisco. Colori Il colore predominante, da queste parti, non è l'azzurro del mare nelle sue varie gradazioni. E' piuttosto quella peculiare forma di rosso che si sviluppa sulle epi-


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dermidi occidentali, sommerse da creme di ogni potenza coprente, che iniziano a tingersi dopo circa trentasei ore dall'atterraggio, si cospargono di eritemi di ogni genere e foggia, raggiungono la tonalitĂ  carminio al momento di dover rifare le valigie e sbiancano quando devono pagare gli extra dell'albergo. Contrattazioni Io sono sinceramente convinto che in tutta Italia ci saranno al massimo sei o sette direttori commerciali all'altezza del venditore medio egiziano di souvenir.


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New York

2 giugno 2003

Lo chiamano melting pot New York non è una città. Una sola, voglio dire. Solo a Manhattan ho creduto di contarne una decina, accalcate una sull’altra – e chissà quante non ne ho viste. Quella degli affari, sotto Tribeca, e quella dei cinesi, da Canal Street alla Bowery verso sud; quella degli italiani, dalla Bowery verso nord, e quella dei neri, tra la 116a e la 135a; quella degli ispanici, a est di Harlem e a Washington Heights, e quella delle boutique, tra Madison e la Fifth; quella degli studenti, sotto Washington Square verso il Village, e quella dei teatri, tra Brodway e la Eight; e Hell's Kitchen, e le case verso l'East River dove


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non arriva il rumore della First Avenue. Lo chiamano melting pot. Le culturiste In città c'è una gara di culturiste. Donne, esatto. La maggior parte sarebbero belle, se avessero un fisico normale. Ma hanno le braccia di un boscaiolo dell'Oregon, gli addominali goffrati come una borsa di Gucci, gambe come tronchi in discesa nel fiume e l'innaturale abbronzatura di un bagnino di Riccione. Alcuni, tra i loro accompagnatori, non sono da meno. Ieri ne ho visti due che facevano fatica ad entrare nell'ascensore, tanto avevano le spalle larghe. Stavo rientrando in camera, ma ho deciso di sdraiarmi in una poltrona della lobby per osservare il gruppo. Me ne sono andato quando mi sono reso conto che non riuscivo a staccare gli occhi da una nera che scoppiava in un completino stretch rosso con stelline dorate. A dire il vero, scoppiava il vestito. Lei, probabilmente, tra qualche anno scoppierà causa estrogeni.


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Harlem La guida dice che è un quartiere come tutti gli altri (e come sia possibile "essere uguali" a Midtown, per me resta un mistero). Sarà, ma mi basta mettere la testa fuori dalle scale della fermata della 116a, per capire che non è vero. In primo luogo, son tutti neri. I caucasici e gli ispanici sono, appunto, mosche bianche. Centinaia di uomini, di qualunque età, appoggiati ai muri o seduti sotto gli ingressi di case che settant'anni fa dovevano essere magnifiche, ed oggi sono "caratteristiche". Decine di negozi di abbigliamento sportivo. I parrucchieri da donna più caotici dell'universo, dai quali escono donne in bigodini e ragazze in treccine imperlinate. Bambini di una bellezza sconcertante. E’ paradossale, ma mi vergogno a fotografare, mi sembra di mancare di rispetto a gente che vive in strada così come io vivo nel mio appartamento al terzo piano di un palazzo della periferia milanese.


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A venticinque isolati sta l’Upper East Side, con la loro sconvolgente (ed a volte offensiva, ma comunque affascinante) ricchezza. Ma qui, sulla 125a, davanti all'Apollo Theatre, brulica una vita dura ed anch'essa affascinante, più appassionata di quella che scivola tra i blocchi di marmo di Wall Street. Sport Dopo il softball sotto il Queensboro Bridge, un altro esempio di sport americano. Quello vero, quello che fa sognare noi europei. Playground basketball. Decine di persone aggrappate ad una rete, dalle parti di Grove Street, nel Village, a vedere nove neri ed un bianco giocare come nella nostra serie A. In italiano, playground suona "campo giochi"; ed è così, spesso, a fianco del campo da basket, si trovano i giochi dei bambini, le giostre, gli scivoli, i cavalli con le molle. Ma il playground è un'altra cosa, è un luogo dell'anima.


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Ground Zero Nella città del rumore eterno (clacson, martelli pneumatici, stereo delle macchine, sirene delle ambulanze), in Church Street si sente solo il rumore del cantiere. Intorno la vita gira, corre, Wall Street è a duecento metri, i grandi alberghi, i bar, i ristoranti del Financial District sono pieni. Ma sembra che tutti, indigeni e turisti, vogliano abbassare il volume, passando a fianco dell'enorme buco lasciato dalle due torri. Non sorprende: in fondo, è quello che si fa andando ai funerali. Central Park E' grande come una città, e sarà per questo che ti dimentichi di essere nel bel mezzo di una delle metropoli più grandi del mondo. Decine di squadre di baseball impegnate nelle Little Leagues, migliaia di cani (ma non c'è bisogno di guardare per terra), decine di migliaia di uomini e donne sconciati dalla fatica del footing, panchine con targhe


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che ti augurano la stessa pace e tranquillità provata dai donatori (ne ho vista una pagata da una coppia di Como, giuro), il mosaico di Strawberry Fields che ricorda John Lennon, la fontana di Hair, bambini che giocano, ragazze che scrivono, uomini che leggono. Cammino senza una vera meta. Alla prima traversa sulla destra verso nord mi ritrovo di nuovo in Fifth Avenue, New York City. Al caffè Caffè Reggio, 119 McDougal Street, Greenwich Village. Tavolini di marmo, una enorme macchina per il caffè. Quattro persone, fuori piove. Musica operistica. Sembra più Italia dell'Italia. Eight miles Eminem non c'entra. Eight miles of books, recita il claim di Strand.


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Dovrebbe essere una libreria, ed apparentemente lo è. In realtà, sono convinto che ai proprietari non interessi vendere libri: gli interessa averli, e condividerli con la gente che entra. Gli scaffali sono disposti a mo' di labirinto, cercavo qualcosa di Carver ma ho rinunciato perché sono stato preso da una sorta di mal di mare letterario. Alla fine, ho deciso di non cercare un libro in particolare, e sono stato semplicemente lì, a girare tra tavoli e scaffali in procinto di crollare, con i tubi del riscaldamento a pochi centimetri dalla testa. Sarà che sto leggendo "Fahrenheit 451", ma avrei voluto abbracciare quei libri e la gente che li raccoglie e li accudisce con tanta cura. Sono uscito senza comprare, ma sono riuscito a portare con me un po' di aria buona. Mi sembra abbastanza.


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Orlando

13 ottobre 2003

The Great Gig In The Sky A undicimila metri di altezza, il Canale 11 di Delta Radio passa “Pink Floyd Selection”. Amo la musica classica. (Ed è l'unica consolazione che ho, di fronte a queste farfalle ai quattro formaggi. Che non so quali sono, e non voglio saperlo) Visioni Ci sarà un motivo per cui i finestrini di un aereo sono così piccoli. Un motivo che spieghi perché non si può guardare fuori e vedere tutto, dico l'Atlantico per quan-


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to è grande, le Alpi nella loro lunghezza e profondità, qualcosa che giustifichi il fatto che, in questo momento, i tre quarti della visuale sono occupati da ala e reattore. Sea World Alla fine, dato che, causa smarrimento, non ho una patente valida da mostrare per noleggiare una macchina ed andare a Cape Canaveral, finisco qui, a Sea World. E' difficile togliersi l'idea di finto, in questi posti. Ma, se non ci si vuole atteggiare a snob, toccare un delfino, sfiorare una manta, guardare negli occhi un barracuda (senza capire chi, tra i due, è più stupito), sgranare gli occhi davanti ad un'orca, beh, vale la pena. Ghost Town Avrei dovuto insospettirmi, quando in albergo hanno sgranato gli occhi alla mia domanda "come arrivo in downtown". Marion, la concierge, mi ha risposto scuotendo la testa: "there's nothing goin' on in downtown".


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Ho insistito, ma aveva ragione lei, e avrei fatto meglio a darle retta. Solo palazzi utilizzati di giorno da avvocati ed assicuratori, una manciata di bar, molte chiese (tutte in mezzo chilometro quadrato: potenza della concorrenza) e pochissime persone. Un lago nel quale girano alcuni pedalò a forma di fenicottero (e mi fermo affascinato a guardarli, potenza del trash), ed il silenzio che si trova a Zurigo alle cinque del pomeriggio. Ma qui siamo in Florida. Dicono che Orlando ha 165.000 abitanti. Mi fido. Probabilmente oggi erano tutti al mare. Uncle Sam Wants You La principale attrazione nella quale mi imbatto è il banchetto dello U.S. Marine Corps Recruiting Service, posto di fronte a Lake Eola. Vendono CD di marce militari, offrono adesivi del corpo dei marines, sperano che qualcuno si arruoli. Certo che se avessero messo come hostess Catherine Bell, invece delle due signore in divisa che ammorbano la vista, ci sarebbe stata la fila per andare in Iraq.


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Statistiche Autobus linea 8, Downtown-Sea World. 8 bianchi (di cui tre turisti, e uno sono io). 23 neri, 3 di altre razze. Il trasporto urbano pubblico come indicatore dell'integrazione razziale. Real American Style Comprare pizza e coca, e mettersi in poltrona a guardare Yankees-Red Sox (addormentandosi alla metà del quinto inning, e risvegliandosi all'inizio del nono, per vedere i Red Sox vincere). Hot and Humid Nessun doppio senso, cito le previsioni del tempo di questa mattina. In effetti, uscendo da qualunque luogo condizionato, si appannano le lenti degli occhiali, e gli abiti diventano un asciugamano bagnato. Sciuscià perché gli americani amino così tanto le scarpe lucide da mettere batterie di lustrascarpe in ogni dove, è


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cosa che mi sfugge. Ma insomma, le grandi domande della vita sono altre. Ad esempio: possibile che non conoscano il Calzanetto?


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New Orleans

17 ottobre 2004

Le cirque du SkyTeam Malpensa, in coda per l'imbarco. Alle 10.10, dopo essere stato chiamato dall'altoparlante, si presenta il passeggero Fonzarello e, liberi di crederci o meno, veste un giubbotto di pelle. Nera. Alle 10.15 arriva uno steward Delta, munito di trolley d'ordinanza e sacchetto Esselunga, dal quale spunta una confezione di Fagolosi (dico, ma in Georgia non hanno i grissini?). Sul volo, alle 15.00 passa una hostess (un raggio di sole, una versione minore di Whitney Houston in "Bodyguard") spingendo l'osceno carrello dell'ancor pi첫


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osceno duty free merchandise; quando mi dà le spalle, posso ammirare lo zainetto rosa shocking che indossa con palese vergogna, all'interno del quale fa bella mostra di se una Barbie. Mi pare un segno del destino il fatto che io stia leggendo Una banda di idioti. Safety first Passo davanti al Lousiana Superdome. Tra un paio d'ore giocheranno due squadre universitarie di football. Migliaia di spettatori, tutti neri. Tutti belli, allegri, tutti con un bicchiere in mano, tutti con la maglia della loro squadra. Moltissime donne, tanti bambini, un buon numero di anziani (il più bello è una specie di patriarca vestito di blu e giallo - Southern University Tigers - che guida la famiglia camminando dentro ad un paio di stivali di pelle di coccodrillo; d'altra parte, questa è Gator Land). Polizia, zero. Qui, come nel resto della città, che gira trascinando i passi come trascina le parole di questa specie di inglese che faccio una fatica maledetta a capi-


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re. Mi viene in mente Times Square, a New York, dove, ad ogni ora del giorno e della notte, si legge il display con l'indicazione del National Security Alarm: il giallo se lo sono scordato, l'arancione è la regola, quando si passa al rosso la città va in fibrillazione. Qui niente di tutto questo, dell'11 settembre non c'è quasi traccia. Guardo il fiume di tifosi in attesa della partita, quelli che tra un'ora si alzeranno a cantare l'inno con la mano sul cuore. Poi mi cade l'occhio su un cartello. E' proibito portare dentro lo stadio lattine, bottiglie, armi, missili, fuochi d'artificio... Riposa in pace Sarà perché è la città del voodoo, ma tutte le guide dicono che bisogna visitare i cimiteri di New Orleans. Non che mi dispiaccia, è una cosa che faccio in ogni città, se posso. Si impara molto, dai cimiteri, sugli usi e costumi di un luogo - ma di questo, magari, se ne parlerà un'altra volta. Cammino, cammino - tutta Loyola, e poi Elk, e poi Basin, e finalmente arrivo al


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First Cemetery. E' un quadrilatero piccolo, incastrato dentro un quartiere dove il 95% degli abitanti è nero. Tutt'intorno si vedono gruppi di amici seduti sugli scalini di ingresso delle case, famiglie sui balconi, ragazzi che giocano a football in strada. Dentro, è un'accozzaglia mai vista di tombe, tirate su apparentemente senza ordine nè idee; spesso non c'è nemmeno lo spazio fisico per passare tra l'una e l'altra. Tanti nomi francesi, visconti nati a Kingston ed a Versailles, due manciate di nomi anglosassoni, un bel po' di italiani. Avendo girato più d'una volta il Monumentale di Milano, non mi stupisco nel vedere che la tomba comune più grande e splendente tra tutte, ancora perfettamente tenuta, è quella degli italiani, gente che spese quarantamila dollari di un secolo fa per far preparare questo monumento in patria, e poi farlo arrivare via nave in riva al Mississippi. Mi fermo a guardare la tomba di Eliza Lewis, prima moglie del Governatore della Louisiana, morta a vent'anni il ventisette settembre del 1804; la lapide che sta sulla sinistra è quella di sua figlia Cornelia, morta lo


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stesso giorno all'età di tre anni. Quella che sta a destra ricorda il fratello, morto in un duello fatto "per difendere l'onore del cognato". Le tombe sono miste. Cattolici e protestanti, tutti insieme, anche se il cimitero è cattolico. La chiamano The Big Easy, New Orleans, e ci sarà pure qualche motivo. Rejoicing Se c'è una cosa che non manca mai, in questa città, è la musica. In ogni negozio, per strada, nei vicoli, davanti alle chiese, in riva al fiume. Blues, zydeco, jazz; e tutta roba allegra, poi. Per capirci, il jazz di New Orleans è quello degli anni Dieci e Venti, clarinetti a pioggia, ritmo, ti vedi davanti agli occhi le ballerine dei locali dell'epoca, altro che il jazz freddo che ti obbliga a "capire" (come Bjork, insomma). E' una cosa fantastica, sul serio. Cammini in Bourbon Street - sì, quella del daiquiri e delle puttane che tirano collane dalle balconate dei locali - e ti vorresti fermare in ogni posto, a sentire per la millesima volta Mustang Sally, anche se ormai sei sveglio da


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venticinque ore ed hai accumulato più ritardi in questo viaggio che un pendolare delle Ferrovie Nord Milano in un mese. Ti capita di uscire dal cimitero ed entrare al Louis Armstrong Park, dove c'è un festival di gospel, e di sederti a sentire un gruppo di ragazzini, i più piccoli avranno quattro anni, e di farti quasi venire le lacrime agli occhi ascoltando questo ragazzo che avrà quindici anni cantare come, come non lo so, ma in un modo splendido, e il batterista che è tutto uno spettacolo di controtempi, di entrate a sorpresa, puoi immaginarlo più che vederlo perché avrà dieci o undici anni ed i tamburi lo sovrastano, ma lui domina la musica. Ti capita di spostarti di duecento metri, viaggiando in un'area di sovrapposizione di note, di Jesus loves me, e trovare un altro concerto, ti puoi avvicinare fino a toccarli questi ragazzi, fino a toccare l'Hammond che riempie il parco, e guardi il pubblico e ci sono passanti, amici, ed un altro gruppo che ha appena finito il suo show e si è fermato ad ascoltare gli altri, che hanno cent'anni meno di loro ma alla fine cosa importa.


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Il mattino ha l'oro in bocca Sì, certo, New Orleans va vista di notte, quando il French Quarter esplode di drink, musica, puttane e turisti. Bella, niente da dire. Molto bella. Bellissima. E' che a me piacciono (anche) altre cose, in una città. Allora giro il Warehouse District, pieno di vecchi magazzini e fabbriche established in 1916, forse ancora attive, chissà. Operai che iniziano la giornata, dropouts che si alzano dagli scalini sui quali hanno passato la notte, e un silenzio, di calma ma non di morte, rinfrescato dalla brezza che arriva dal fiume. Basta alzare la testa e girarla verso nord, per vedere i grattacieli, i grandi alberghi, le insegne famose. Vedrò anche quelle, ma adesso vado al French Quarter, che di giorno è come la zona dei Navigli di Milano, più bella senza gente. C'è una luce incredibile, si fa fatica a tenere gli occhi aperti per i riflessi, e gira la testa per la puzza di birra e vomito che piastrella l'asfalto. E' dal primo momento che ho messo piede in questo posto che mi chiedo se New Orleans c'è o ci fa, e probabilmente ci fa


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perché ci è, sembra tutto naturale, i negozi di gadget, i buttadentro, le puttane, i turisti. Sembra che ci sia un senso, e lo si capisce la mattina presto: alle nove è tutto più vero. Five Sampler Non che mi dispiaccia andare al ristorante. Certo, quando mi trovo ad avere a che fare con più di due forchette, annaspo, ma non disprezzo la buona cucina, il servizio, cose così. Eppure, per quanto vasta sia la scelta che una grande città può offrire, alla fine mi trovo più a mio agio nei locali dove mangi in qualche modo, ma ti puoi guardare intorno e farti un'idea della gente. Insomma, dopo qualche ricerca, non ho trovato il Cafe des Amis consigliatomi da un amico, e me ne sono andato alla Crescent City Brewhouse, a impiastarmi mani e bocca con le hot wings, seduto al banco a guardare i Saints perdere con i Vikings, a bere il Five Sampler (sette dollari per cinque birre diverse, tutte fatte in casa: appena due gradini sotto il paradiso, per capirci). Un duo jazz al


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piano superiore, t-shirts, la gente che passeggia in Decatur Street, un po' fuori dal casino del French Quarter, mariti e mogli in vacanza. Sembra di stare in provincia, c'è quell'aria calda e assonnata che fa tanto invidia ad un milanese standard in libera uscita: vado a comprare gli ultimi regali, e guardo le chiatte passare sul Mississippi. Ebony and Ivory New Orleans è profondo sud degli USA. Louisiana, stretta tra Mississippi, Arkansas e Texas. Basta fare duecento metri fuori dal quadrilatero turistico, per trovarsi in una città nera. Non ispanica, come sta diventando Atlanta, o come sono le città della Florida. Nera. Non saprei dire se ci sono problemi di segregazione, in fondo sono qui da turista e non posso vivere la vita comune di questa gente; ma, nel mio piccolo, vedo che alla biglietteria delle crociere sul Mississippi ci sono tre ragazze nere su quattro, che gli operai dei lavori stradali sono quasi tutti neri, come i buttafuori/buttadentro dei locali del French Quarter, che i tifosi della Southern


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University sono tutti neri, che l'ottanta per cento dei poliziotti sono neri. E vedo che i turisti, ed i signori che come me, questa mattina, vanno in giro in giacca e cravatta, sono tutti bianchi. Di piÚ non so, ma qualche idea me la faccio. Voodoo E' colpa delle sei bamboline voodoo che ho comprato, lo so. Non può essere diversamente. "You know, sir, there are thunderstorms over the Atlanta area, all flights are delayed or canceled". Capisco. Si parte da Nawlins con centocinquanta minuti di ritardo. Si arriva ad Elena (pronuncia locale per Atlanta, accento sulla seconda "e") con centosettanta, si prende la metropolitana interna dell'aeroporto, si corre come Michael Johnson per arrivare al gate giusto, e ci si sente dire che l'aereo per Milano ha appena chiuso le porte e il capitano non intende far salire a bordo i ritardatari. Ah, ecco.


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Uffici Delta, si organizza il cambio di volo. "Try with Newark, sir, if you are on time you then have forty minutes to catch your plane to Malen [pronuncia locale per Milano, accento sulla "e"]". Si va al gate segnalato, per constatare che, nell'arco di dieci minuti, si è già avuto il primo spostamento ed il primo ritardo di cinquanta minuti. I cinquanta minuti diventano ottanta, e poi centoquaranta. La coincidenza con Milano è persa. Magnifico. Uffici Delta, si organizza un nuovo cambio di volo. "Don't worry for your baggage, sir, get the plane for Paris, there you get your plane to Malen [vedi sopra] and there you'll find your baggage". Due ore di attesa supplementare, poi si vola per Parigi. Nuovo check-in, per trovare, senza sorpresa alcuna, che il volo per Milano ha novanta minuti di ritardo. Sai la sorpresa. Il baggage? Disperso, no? Le bamboline voodoo, accidenti a me, è colpa loro. Adesso sono in giro per il mondo, dentro la mia valigia, e chissà quali danni stanno combinando.


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Atlanta

17 ottobre 2005

Il fine psicologo D'accordo, crescendo si impara a contestualizzare le parole altrui. E si capisce il senso delle parole dello steward quando si scusa perché non funziona la radio, così come la luce per poter leggere in santa pace (a dire il vero, questa si attiva: pigiando però sul tasto posizionato sul bracciolo della vicina, una libanese di nome Rania, che si è addormentata trenta secondi dopo il decollo). Ma anche tu, benedett'uomo, non puoi dire a un passeggero "Sa, questo aereo oggi ha un sacco di problemi".


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I tempi cambiano Nove anni fa, le bevande con le quali il pubblico si poteva titillare le papille al World of Coca Cola erano 56. Oggi sono 39. Crisi? Cost optimization? Non so. So che, naturalmente, le ho provate tutte - anche se in dosi più modiche, data la deformazione del mio fisico dal 1996 ad oggi. Ne sono uscito vivo, nonostante abbia ingerito (stando a chi ha compulsato il vocabolario inglese per mio conto) una Fanta alla betulla, tossica quanto le acque del Lambro. Le difficoltà temprano lo spirito, dicono. I tempi cambiano (reprise) In peggio, di solito. Adesso, le cameriere di Hooters non usano più la benedetta maglietta bianca annodata sotto il seno, bensì una canottiera - aderente, certo, ma volete mettere l'effetto. E, se i ricordi non mi ingannano, la misura minima di reggiseno accettata è scesa a una terza, a volte anche scarsa. Il locale di Peachtree, comunque, alle cinque del pomeriggio era strapieno.


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Auburn Avenue Auburn Avenue, negli anni Cinquanta, era definita da Fortune - senza imbarazzo alcuno, il politically correct ai tempi non esisteva - the richest negro street in the world. All'incrocio con Peachtree Street (quella vera, anche se ce ne sono almeno altre trenta che portano lo stesso nome), proprio dove parte Auburn, ci sono delle foto in bianco e nero a testimonianza di quell'epoca dell'oro: bei vestiti, bei negozi, una sensazione, appunto, di benessere se non di ricchezza vera e propria. Oggi, Auburn ti porta fuori da downtown Atlanta in cinque minuti a piedi; e della ricchezza di cinquant'anni fa non vedi nulla. Il mondo cambia in modo rapidissimo: non credo che in questa città esista qualcosa di definibile con il termine "ghetto", ma l'idea è quella. Vetri rotti, dropouts a fiumi, un senso di precario che ti mette in agitazione. Eppure, basta voltarsi per vedere i grattacieli del Westin Hotel, della AT&T, della CocaCola a portata di mano (ricordate Billy Joel? My other


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world is just half a mile away. Ecco). Pensi a quelle foto che hai visto solo pochi minuti fa, e ti chiedi se questa gente non stava meglio quando stava peggio. Probabilmente no, è chiaro. Ma sembra di vivere uno di quei reportage dalla nuova Russia, con la gente che rimpiange i tempi di Breznev anche se adesso ha la libertà. Libertà da cosa, poi, chissà. Auburn Avenue (più avanti) Ci sono zone, nelle città, che sono una sorta di campo neutro: ci si ritrovano tutti, ricchi, poveri, giovani, vecchi, uomini, donne. A Milano, per dire, Piazza Cordusio o Corso Buenos Aires. Qui il campo neutro è downtown. Auburn Avenue, invece. Ho incontrato solo altri tre bianchi, in un'ora e spiccioli: una donna alcolizzata di età indefinibile, e due turisti al MLK Memorial Center. Un bianco, qui, non è e non può essere a casa sua: la signora appena uscita dalla chiesa, che mi ha salutato mentre mi incrociava insieme ai tre figli, lo ha fatto con un tono gentile ma esplicito: ad Auburn Avenue, a Edgewood, a Old Wheat Street la padrona di casa è lei (in


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compagnia di molte altre persone con le quali non ha molto da spartire, se non quel piccolo trascurabile particolare che è il colore della pelle). In fondo, credo che abbia ragione lei; e credo anche che sia giusto così. Ebenezer Church Entri nella chiesa dove il piccolo Martin veniva da piccolo ad ascoltare le prediche di suo padre. Ti siedi su una delle panche, guardi la chiesa, piccola, ne osservi le vetrate con i nomi delle persone che hanno versato i loro risparmi per comprarle, guardi le assi del parquet e ne puoi contare gli anni - più dei tuoi, certamente - ascolti il nastro che riempie l'aria con le parole di una predica di Martin diventato uomo (e la cosa più fantastica non sono le sue parole: sono gli oooh e gli yes e i oh Lord della gente che lo ascoltava), ti passano davanti agli occhi le immagini di cento film che hai visto e che hanno costruito la tua “coscienza democratica”. E ti commuovi.


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Divise blu Nove anni fa era tempo di Olimpiadi. Si poteva trovare un poliziotto ogni dieci metri, e Atlanta era la città più sicura degli Stati Uniti. Oggi, il grado di sicurezza è molto diminuito, dicono. Se si vuole stare tranquilli, basta andare alla CNN, dove si è costantemente seguiti da uno o più uomini della security interna: forse la cosa ha il suo senso. O forse no, ed è una spiegazione buona anche quella. Wilma Al largo della Gulf Coast si sta preparando il ventunesimo uragano "named" della stagione 2005, eguagliando il record stabilito nel 1933. Wilma, si chiama. Da queste parti, essendo discretamente lontani dal mare, non ci si preoccupa più di tanto di questa simpatica amica il cui arrivo è previsto verso la fine della settimana, ma il nervosismo comincia a serpeggiare, stando ai canali all news.


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I signori che organizzano la fiera alla quale partecipo, evidentemente stanchi di rischiare (gli ultimi due anni ci hanno visti prima a Orlando e poi a New Orleans*, per dire), hanno deciso che la prossima edizione si terrà a San Francisco. Niente uragani da quelle parti, al massimo il Big One. * Ho incontrato diverse persone che si sono viste passare da un albergo ad un altro e poi ad un altro ancora, in punti della città sempre più scomodi e improbabili, perché pare che Atlanta sia uno dei principali centri di alloggiamento degli sfollati di New Orleans. In giro non si vede nessuno identificabile a vista come tale, ma questa è la giustificazione addotta; sarà, anche se trovo strano che vengano usati per questo scopo alberghi da duecento dollari a notte. Il migliore amico dell’uomo Non ho nessuna spiegazione plausibile da dare. Per certo, in nessuna zona di questa città dove ho messo piede ho visto un cane. Nemmeno uno.


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Mike and the chicken wings A volte, capita che di un viaggio ti rimangono in testa e nel cuore cose strane, alle quali non avresti pensato. Cinque minuti in una chiesa battista. E una sera passata a bere birra, mangiare chicken wings intinte nel blue cheese e guardare il Monday Night Football insieme a un cinquantenne, nato a New York e trapiantato in Florida, che gira gli Stati Uniti fornendo servizi informatici a medici e strutture ospedaliere. Gli ho spiegato la differenza tra il prosciutto di Parma e quello di San Daniele, lui ha ricambiato spiegandomi quando un pitcher vince una partita, cos'è un ERA (capito al cinquanta per cento), cosa è un RBI (zero per cento) e perchÊ gli americani amano le statistiche (look, what are stats? Figures, put one against the other, to show which one is the best. This is what Americans love, to be the best - that's why they love stats). Alla fine ci siamo stretti la mano, e - saranno state le quattro pinte a testa e le curve di Folon, una vera cameriera di Hooters - mi ha detto it's been a great meal, thank you very much ed io


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ero cosĂŹ imbarazzato che ho balbettato un ringraziamento incomprensibile. Poi, dentro in metropolitana.


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San Francisco

16 ottobre 2006

Ogni cosa è illuminata L’aereo - e in particolare l’aereo sopra l’oceano - è il posto ideale per leggere. Non c’è altro da fare (a meno che voi non siate di quelli che in viaggio dormono, oppure guardano uno dei solitamente orribili film delle programmazioni transoceaniche), e si vive la perfetta sospensione del tempo. Questa volta, poi, ho ripreso un libro abbandonato tre volte nei mesi scorsi, e - chissà, forse perché a diecimila metri di altezza splende sempre il sole - l’ho trovato bellissimo.


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Life on the street Anche quattro anni fa la prima cosa che notai di San Francisco furono gli homeless, i dropouts, insomma quelli che da noi si chiamano, in modo poco politicamente corretto, barboni. Ho l’albergo in Mason Street, a due passi da Union Square, la piazza simbolo della ricchezza di San Francisco con i suoi negozi scintillanti e le limousine che passano così frequentemente da non essere neppure notate. E a due passi da Market and Fifth, nella piazza dove si riuniscono (senza saperlo, tutti persi dentro la loro solitudine) i senza casa, i disadattati, quelli che vanno a pietire un dollaro ai turisti che aspettano di salire sulla cable car in Powell Street, o che li insultano con la voce resa roca dall’umidità e dagli anni passati dentro ai portoni. Mentre mangio un hamburger da Carl’s sento una donna raccontare all’uomo della security del locale “I did my second drug test, and they had all those fucking questions, and…” e lui scuote la testa e sorride e fa segno che sì, capisce, sono proprio dei bastardi, mentre


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la figlia della donna si prende la sua razione di rimproveri perché gioca sotto i tavoli del fast food. Escono, madre e figlia, e le guardo mentre passano tra gli altri disadattati di questa città, e penso che la grande l’abbiamo persa - e probabilmente abbiamo perso anche la piccola. C’era un game show in televisione, qualche tempo fa: L’eredità. Ecco, appunto. The passing game Non ci sono molti posti dovrei vorrei vivere, o forse ce ne sono così tanti che ne ho perso il conto ed è come se non ce ne fosse nemmeno uno. Ma insomma, se dovessi scegliere, certo farei un pensierino a Marina, la via che dopo Fort Mason porta alla zona sabbiosa di Crissy Field e al Golden Gate, con le case vittoriane che guardano sul mare, il ponte rosso sulla sinistra, Alcatraz di fronte, e la serenità assoluta di chi vive bene e in pace con se stesso (d’altra parte mi dicono che un trilocale viene via a un milione e mezzo di dollari, tanto male non stanno da queste parti).


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Quattro anni fa, la domenica qui era pieno di gente che giocava a football e soprattutto a baseball - tutto molto american style, forse perché i Giants giocavano le World Series e i 49ers non erano ancora caduti nella polvere dalla quale non si sono più rialzati. Adesso, vedo tredici campetti disegnati col gesso, campetti di calcio - anzi, soccer, come si dice da queste parti. Centinaia di bambini, con le loro magliette e le scarpette e i genitori assiepati ai bordi del campo in piedi con le mani a megafono intorno alla bocca a gridare “C’m on Johnny” mentre i fratellini più piccoli stanno sdraiati sui plaid del picnic. Come i bambini di Milano, come i bambini di Valencia, come i bambini di qualunque posto del mondo, se ne fregano degli allenatori e dei loro consigli, e fanno quello che gli viene più naturale: giocano. Così, si precipitano in tre sul pallone, e lo mancano tutti e tre con i movimenti goffi dei seienni, e non si arrabbiano: si fermano per un attimo e poi ridono, che Dio li benedica. Sul campo a fianco il più bravo di tutti dribbla mezza squadra avversaria, poi arriva in area di rigore e si impappina, l’allenatore-arbitro lo guarda e


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gli dice - a voce alta, che lo sentano tutti - Hey, this is a passing game, e mi sembra la frase più sensata di tutta la giornata. Troppo, troppo Non starò a raccontare di come è fatto e di quanto è bello il Golden Gate. E’ magnifico, in ogni senso, e tanto basti. Il percorso di ritorno, dalla Marin County a San Francisco, lo si fa tenendo la città sulla propria sinistra, sempre bene in vista. E alla fine, si cammina cercando di staccare gli occhi, semplicemente perché c’è troppo da vedere, e non si sa nè da dove iniziare, nè dove finire. Crisis counselling Mi chiedo se i telefoni dedicati al crisis counselling che si trovano ogni tre-quattrocento metri sul Golden Gate, quelli che stanno sotto un cartello che ricorda che attento, se ti butti da qui le conseguenze possono essere tragiche e fatali e allora prima di farlo pensaci bene,


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facci una telefonata e ne parliamo, ecco, mi chiedo se quei telefoni sono mai stati usati - e se sÏ, con quali risultati. I cani che giocano Non posso dire di amare i cani. Ognuno ha i suoi difetti, mettiamola cosÏ. Però qui a Crissy Field ci sono queste spiagge da cartolina, con le piccole dune di sabbia, i gabbiani reali, e decine di cani che giocano a rincorrere palline da tennis lanciate in mare, e si buttano e corrono e saltano e si scuotono per asciugarsi, e per dieci minuti lo ammetto, questi quadrupedi mi stanno davvero simpatici. I padroni di casa Credevo che fossero stati portati qui come attrazione turistica, e invece leggo che i famosi leoni marini del Pier 39, che se ne stanno a dormire su queste grandi piattaforme di legno mentre i turisti li fotografano e ridono quando loro sbadigliano, vanno e vengono come


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gli pare e piace, e a volte sono cento, a volte venti e a volte cinquecento e ne hanno contati un giorno quasi un migliaio, ma poi quando viene l’estate preferiscono altri posti - insomma dei turisti se ne fregano bellamente, e mi stanno ancora più simpatici. Casa dolce casa I cable car, i tram trainati da un filo metallico che scorre sotto l’asfalto, quelli li conosciamo tutti. Sono uno dei simboli di San Francisco. Eppure, gli indigeni considerano come cosa loro, e in quanto tale gli sono particolarmente affezionati, i tram che il Comune di Milano gli ha donato molti anni fa. Sì, quelli degli anni Trenta, quelli con i quali noi cittadini della Madonnina siamo nati e cresciuti, rumorosi, scomodi, sferraglianti, lenti. Girano sulla F Line, da Fisherman’s Wharf a Castro, e sono sempre pieni, sia di turisti che di locali, e bisogna dire che fanno la loro porca figura - certo avere il Bay Bridge alle spalle invece che il murales di Armani in via Broletto aiuta l’impatto scenico, oggi sono corso dietro a uno per fotografare la scritta “Milano, Italy”


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che su un finestrino ne ricordava l’origine e il donatore, poi mentre stavo scattando ho pensato a cosa stavo facendo e ho fermato l’indice. I’ve got a special package for you Avete presente le limousine americane, quelle lunghe da Milano a Varese, che devono fare manovra per girare se l’incrocio è un po’ stretto? L’altra sera, dietro ai vetri oscurati di una Lincoln bianca, seduto su una poltrona larga quanto il divano di casa c’era anche il titolare, qui. Che faceva il brillante con le altre sei persone con le quali stava andando a cena, ma non riusciva a non guardare con la stessa espressione che ha una persona corta di fronte a un enorme giocattolo le luci alogene azzurre che percorrevano l’intero perimetro interno della vettura, l’area bar illuminata a giorno con i calici e il frigorifero, i due televisori, e soprattutto uno dei due tettucci che riproduce, all’interno, una volta stellata. Per fortuna c’era Fred, l’autista, a riportare tutti con i piedi sulla terra, lui e la sua faccia da Sammy Davis Jr., lui e i suoi quarantotto dollari per dieci minuti di


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viaggio, lui e il suo package da centonovanta dollari per farti vedere il Golden Gate by night - there is a complimentary bottle of champagne for you guys - thank you Fred, bring us back to the hotel. The Rock Costeggiando il mare, puoi non vedere il Golden Gate, o il Bay Bridge, o la Coit Tower, ma Alcatraz la vedi sempre. E allora, la devi vedere davvero, devi salire sul ferry come fanno un milione e mezzo di persone ogni anno a diciannove dollari a persona, morire di freddo per i venti minuti che ci vogliono ad arrivare partendo dal Pier 33 e mettere i piedi su questa isoletta davanti al cartello State Penitentiary. La prigione non fa impressione: d’accordo, le celle nelle quali entri e sei preso da un attacco di claustrofobia, The Hole con le sue celle di isolamento, la Gun Gallery dove i secondini appendevano ad un gancio le chiavi per non rischiare che queste venissero rubate in una rivolta, tutto questo e i ricordi di cento film ambientati nella “Rock” (peraltro, c’è un solo film realmente girato


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on site, Fuga da Alcatraz: il resto no, e ammetterete che la cosa fa perdere molta poesia), però, se uno è stato a Dachau e Mauthausen non può farsi venire il groppo in gola ad Alcatraz. Ma The Rock ha una cosa veramente terribile, che non sta dentro nella prigione, ma fuori. perché dalle celle guardi fuori, fuori dai finestroni enormi, oggi impolverati, rugginosi e pieni di ragnatele, guardi fuori e vedi uno dei posti più belli del mondo, una delle città più belle del mondo, vedi il ponte rosso, vedi il tramonto scendere sulla baia, e se il vento tira nella direzione giusta senti i suoni e le risate e i clacson di Fisherman’s Wharf. Era quella la tortura, a pensarci bene. The Poetry Room La City Lights non è cambiata, e immagino che la scelta sia voluta: squadra che vince non si cambia, e infatti nel 2004 è stata votata come migliore libreria di San Francisco. Non so bene perché ci sono venuto, se non per il gusto di salire all’ultimo piano, entrare nella Poetry Room, sedermi su una sedia scalcinata e prossi-


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ma all’autodistruzione e guardare il muro che sta di fronte, con il cartello “Have a seat + read a book” che campeggia su tutto e tutti; perché in fondo, a me la beat generation dice poco, On The Road l’ho sempre trovato noioso e stucchevole e non posso dire che le poesie di Ferlinghetti mi esaltino oltre misura. Ma essere qui è un po’ come portare l’orologio con le lancette a forma di falce e martello, una specie di omaggio a una idea che non piace ma che si pensa abbia qualche merito, e qualche motivo di essere ricordata. Espresso Dopo giorni di quel liquido marroncino portato alla temperatura della lava vulcanica che gli americani chiamano caffè, non mi vergogno spendendo due dollari al Cafè Zoetrope per bere qualcosa in tazza piccola che assomiglia davvero a un espresso italiano. Poi, in fondo, che Coppola abbia davvero scritto qui Il Padrino, poco importa, come poco importa che il tavolino apparecchiato sulla destra del bancone, e protetto da un cordone che impedisce di avvicinarcisi, sia davvero destinato


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a Francis, o magari a Sofia: basta crederci, ed esserne contenti. Non ci sono più le mezze stagioni Come al solito, mi sveglio presto. Tra le 5.30 e le 7.00 ho novanta minuti di tempo per guardare vecchie puntate di ER o di Dawson Creek, e per rendermi inutilmente adrenalinico soffermandomi sul canale più ansiogeno della televisione americana - The Weather Channel. E così, vai con l’enorme nevicata che ha messo in ginocchio Buffalo (e oggi, quasi tre giorni dopo, sono ancora in decine di migliaia a non avere la corrente elettrica), o il deluge che ha inondato Shreveport, o la severe thunderstorms area che copre una buona parte del sud costiero americano. Pare che ogni genere di calamità meteorologica abbia colpito o stia per abbattersi sugli Stati Uniti - per fortuna domani si risale sull’aereo: a proposito, che tempo fa a Milano?


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Chicago

13 ottobre 2007

La caverna Ci dev'essere un motivo (valido, intendo) per cui negli aeroporti americani non è possibile usare il telefono dal momento in cui si entra nel finger che collega l'aereo al terminal a quello in cui si esce nella zona dei taxi: Customs, Baggage Claim eccetera. Io non l'ho ancora trovato, ma non dispero. Correnti Chicago non è il posto adatto per voi, se soffrite di cervicale: qui il turista trascorre almeno la metà del tempo con la testa rivolta verso il cielo - mentre gli in-


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digeni, nati e cresciuti in mezzo al vento che batte costantemente la città, hanno quasi tutti un cappuccio in testa, e gli occhi ben piantati a terra, a proteggere dall'aria il maggior numero possibile di centimetri quadrati di pelle. Il vento viene dai grandi laghi, ma si dice che i suoi flussi dipendano proprio dai grattacieli che incrinano le vertebre dei visitatori, il che mi pare estremamente americano: passare una vita a difendersene può essere, immagino, faticoso; ma per qualche giorno dà un gran senso di libertà. Scalini Non capita tutti i giorni di trovarsi sul set della scena più famosa di un film molto famoso; così, mi sono fermato ad osservare con attenzione e reverenza la scalinata dove Brian De Palma, Kevin Costner e Andy Garcia citano La Corazzata Potemkin, e l'ho ripresa in lungo e in largo: convincendomi una volta di più - di fronte a quei trenta scalini consumati e gibbosi, che una buona ottica è davvero in grado di fare miracoli.


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Comunque, Union Station non ha solo la Main Hall e la scalinata di De Palma: ha quest'aria solidamente retro che dà l'idea che i treni non possano che partire e arrivare in orario, e i nastri trasportatori per il ritiro dei bagagli grandi quanto quelli degli aeroporti, e un signore sulla cinquantina in camicia verde e pantaloni stazzonati, i lineamenti da indio, che porta uno Stetson aspettando con il volto scolpito nella pietra delle mesas e pare tirato fuori di peso da un fumetto o da un film si vede che questo è il destino inevitabile della stazione. Come al cinema La fregatura dell'aver conosciuto fin da piccoli l'America attraverso cinema e televisione è che si finisce per essere convinti - neanche troppo inconsciamente - di stare davanti allo schermo anche quando si è ormai a contatto fisico con l'oggetto delle nostre attenzioni. Così, lo stupore per quasi tutto - i grandi cartelloni luminosi dei teatri, le motrici degli autoarticolati, i serbatoi d'acqua sui tetti - non è generato da una qualsiasi qualità intrinseca di ciò che si osserva, ma molto più


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semplicemente dalla sua pura esistenza: ah, ma allora è tutto vero. Forse è per questo che non riesco a nascondere la delusione, perché all'orizzonte non si vedono sbucare nè la macchina dei Blues Brothers nè le cento pattuglie della polizia che li inseguono. Billboard Passo a fianco del millesimo parcheggio, quindici dollari per lasciare la macchina una decina di ore e un paio di dollari di sconto se arrivi prima delle sette del mattino e te ne vai prima delle sette di sera. Il lato nord confina con un grande muro di mattoni rossi, e su questo si trova un grande cartello che domina l'intera zona, il parcheggio e le vie intorno e l'incrocio che porta ad un deposito di autobus. Il cartello non decanta una tariffa telefonica scontata o un nuovo volo diretto per San Francisco, ma riporta una frase della Bibbia (For the wages of sin is death, but the gift of God is eternal life through Jesus Christ our Lord) dove i colori delle parole cambiano a seconda dell'emozione che devono suscitare, nero per il peccato e rosso per il dono e azzurro


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per l'eternità. Il lato sud del parcheggio è fatto da un muretto e una cancellata di protezione; all'interno, il più classico dei senza casa sta seduto su un asse di legno, avvolto in un giubbotto che terrà caldo solo per pochi giorni ancora: lo guardo standogli alle spalle, mi pare che fissi il cartello, e mi chiedo cosa pensa - se pensa. Dove i telefoni non suonano Tutte le città americane che conosco, persino quell'insensato agglomerato di palazzi abitati unicamente 9-till-5 nei giorni feriali che risponde al nome di Orlando, hanno una zona di verde, pace e tranquillità che pare presa da una favola o da un film sulla nobiltà rurale inglese. Qui è l'immensa area che racchiude il Field Museum, lo stadio di Soldiers Field, lo Shedd Aquarium e l'Adler Planetarium. Sarà che è sabato, che ci si avvicina all'ora di pranzo, che dal cielo arriva qualche sparuto raggio di sole: sembrano tutti completamente rilassati, i ciclisti, i pattinatori, le coppie che si tengono a braccetto, i pescatori, le madri sole che spingono il


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passeggino. Dal planetario, tra l'edificio e la statua di Copernico, si rimane fermi a guardare incantati una vista semplicemente straordinaria, e voltando la testa si incrociano le acque di questo lago enorme, che vanno avanti all'infinito, a perdita d'occhio come gran parte della natura americana. Mi sembra di non sentire nemmeno lo squillo di un telefono. Ognuno saluta e ognuno viene salutato Mi lascio alle spalle il silenzio del planetario per andare a vedere se dalle parti della Buckingham Fountain ci sono ancora gli scoiattoli che girano tra i piedi dei turisti. Immerso nei miei pensieri bucolici, non mi rendo conto di essere finito nel bel mezzo delle retrovie di una parata, che tra qualche minuto realizzerò essere quella del Columbus Day: vedo una serie di carri simili a quelli del nostro carnevale, tutti decorati di verde, bianco e rosso, dedicati a Dean Martin e Vittorio De Sica e una serie di altri italiani o italoamericani piÚ o meno famosi. Tra i passeggeri vedo ragazzi che vestono la maglietta della nazionale di calcio e matrone strappate ai film


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del neorealismo mischiate a bambine di colore e biondi anglosassoni, ma l'effetto complessivo è quello di non sentirsi né a Chicago né in Italia, perché questa è la rappresentazione di un'Italia immaginata ma non vissuta, con l'unica eccezione della lingua - chè oggi parlano italiano tutti, ma proprio tutti. Passo in mezzo ad un gruppo di giocolieri di colore vestiti come acrobati del circo, ed una banda di majorettes, e altri cinque o sei carri tricolori; esco dalla zona di preparazione della parata, dove sono chiaramente l'unico intruso, e costeggio le transenne di Michigan Avenue sfilando a fianco di signori brizzolati che vestono giubbotti sui quali spicca la scritta "San Biagio Platani - Sicily", famiglie che sventolano coscienziosamente bandierine tricolori e bandierine stars-and-stripes, poliziotti a cavallo e poliziotti in bicicletta e poliziotti a piedi e poliziotti sul Sedgway, marinai in libera uscita e nativi americani che danzano sventolando cartelli che accusano Cristoforo Colombo di genocidio. Passa il carro della Sanfratello Masonry Inc. e quello della Gene & Georgetti, Chicago' finest since 1941, passa la Carl Schurz High School che mostra


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orgogliosa la scritta "parliamo italiano", passano due Ferrari, un Duetto Alfa Romeo e un paio di vecchie Lancia, passano le auto della polizia di Chicago e una è bianca e nera, viene da Elmwood Park - protect our village - e ti aspetti che scendano da un momento all'altro i Blues Brothers, passano i gonfaloni dei comuni di Bagheria e Termini Imerese e ci sono anche un paio di compatrioti che indossano la fascia da sindaco. Passa chiunque, e ognuno saluta e ognuno viene salutato e le telecamere di CBS2 riprendono tutto, forse anche la signora che incontrerò una mezz'ora dopo, bionda e allegra, orgogliosa del badge che ne riporta il nome e la carica: "Wife of mayor of [comune della provincia di Napoli] (real estate agent)", però Mastella - giuro - non c'era. Sogni Prendo Chicago Avenue verso ovest, lasciando alle spalle il Magnificent Mile con i suoi negozi di lusso, le sue creazioni floreali e il suo milione di turisti. Ad un incrocio il rosso mi porta a fissare un negozio che nella


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vera e propria downtown non ha cittadinanza, uno di quelli dove cambiano gli assegni o fanno anticipi sulle paghe giornaliere o settimanali a chi ha bisogno di cinquanta dollari per fare la spesa o per pagare l'affitto della casa: Bill Payment Center, si chiama, e i neon da quattro soldi sono persino sprecati, perché chi ha bisogno del payday loan o della monetizzazione di un assegno non sta certo a guardare le luminarie. Forse, però, guarda il grande cartellone che campeggia sopra il negozio: la foto della nuova Jaguar XJ è più grande delle due vetrine messe insieme, se si sogna tanto vale farlo in grande stile. La famiglia A guardarci, sembriamo quelli delle barzellette: un italiano, un norvegese, un tedesco, un francese, un americano, una inglese, due filippini, uno spagnolo e così via. Una specie di compagnia di giro, arriviamo in fiera e ci dividiamo, ognuno a caccia dei suoi clienti (e ogni tanto ce li scambiamo, chè alcuni sono clienti di molti: ho appena incontrato Jessica, e tu? Non ancora,


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fra un'ora al bar), ci incontriamo e parliamo di affari comuni, quelli che sbrighiamo via telefono e e-mail, ci salutiamo e ci incontriamo di nuovo, stiamo negli stessi alberghi e andiamo agli stessi party per i quali ci passiamo gli inviti, parliamo della politica dei nostri paesi e dei posti dove siamo andati in vacanza, mostriamo le foto dei figli, scriviamo all'amica tedesca che quest'anno non fa parte della banda perchĂŠ ha appena avuto un bambino. Non siamo forse quel che si dice "amici", ma di sicuro siamo una specie di piccola famiglia itinerante, oggi ci sono i primi rientri in patria e ci saranno abbracci e pacche sulle spalle - ci vediamo a Wiesbaden la prossima settimana? SĂŹ, certo. A night at the opera Avete presente quei sogni piccoli, che vi accompagnano per una vita nella quasi totale certezza che non verranno mai realizzati; chi non ne ha almeno una dozzina. Poi a volte capita che si avverano, e non importa il piede che non riesci piĂš nemmeno ad appoggiare per terra e sir, at the street junction turn right and then it's


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two blocks ahead, hai un sogno in meno ed un ricordo in più. Così questa sera, grazie alla bontà della concierge brasiliana che si è attaccata al telefono per venti minuti abbondanti per trovarmi il biglietto, ho preso il 20 Westbound e sono andato allo United Center, a vedere Chicago Bulls-Washington Wizards: una partita NBA, anche se di pre-season - ecco il piccolo sogno. E insomma, ne è valsa la pena, e alla fine la partita, gli assist, gli alley-hoop, i fader, i three-pointers sono la cosa meno importante e divertente: per tre ore lo spettacolo non si ferma mai, il toro volante che sorvola gli spettatori (e un po' ricorda il maiale dei Pink Floyd), le cheerleaders, le coppie inquadrate dalla Kiss Cam che si baciano sulle note di I Was Made For Lovin' You, le decine di t-shirts paracadutate dal cielo su quelle di You Shook Me All Night Long, la mascotte Benny, l'inno cantato al buio da diecimila persone (and now please stand up and sing, 'cause we are in America), il signore elegantissimo in doppio petto gessato con pochette bianca, i fuochi d'artificio - giuro - per l'entrata in campo della squadra di casa, i quattro marines con la bandiera, i ra-


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gazzini che si fanno firmare gli autografi. E' tutto un lungo, rilassatissimo, divertito gioco, ridono tutti e sono contagiosi, hanno tutti undici anni e sono contagiosi e la pubblicità che dice I love this game a noi sembra falsa perché siamo cresciuti male a Totti-MaldiniDel Piero-Sacchi-Lippi-Capello, invece per loro è vera: infatti loro ridono, e noi abbiamo i musi lunghi e Controcampo. Manca qualcosa Naturalmente, cinque giorni qui e sei giorni là - New York, San Francisco, Atlanta, Orlando, New Orleans non sono nulla: e poi, un conto è vivere in un luogo, passare attraverso il caldo dell'estate e il gelo dell'inverno, gli ingorghi del traffico, le bollette, la scuola dei bambini, e un conto è venirci da semituristi ai quali il fermo di dieci minuti di un treno della sopraelevata non crea nessun problema e anzi permette di guardare con un po' di calma le facce nel vagone (ma dove vanno tutti quanti con queste magliette blu - ah, giusto, i Bears giocano in casa); però, ogni volta che vengo da queste


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parti provo anche una vaga e forse stupida sensazione di mancanza: a queste cittĂ , molte delle quali sono semplicemente magnifiche - almeno per quanto i (semi)turisti possono vedere, manca la tragedia, quella che da noi in Europa si trova ad ogni angolo di strada - via Rasella a Roma, i War Offices a Londra, i buchi lasciati dalle pallottole nei muri di Berlino, la stazione di Drancy da dove partivano gli ebrei parigini alla volta di Dachau, la casa di Anna Frank ad Amsterdam (e parliamo solo della seconda guerra mondiale, ma abbiamo almeno duemila anni di esempi alle spalle). Qui, al massimo si ricorda il Big Fire, il grande incendio del 1871; non so se questo vuol dire qualcosa, se questo spiega qualcosa dell'essere americani: mi tengo la sensazione, e mi godo il panorama. Bellezze Servono undici dollari per prendere un ascensore che va a venti miglia orarie e ti scaraventa a trecento metri di altezza in pochi secondi: e da lĂŹ, dalla cima del John Hancock Building, guardandoti intorno non sai se esse-


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re più impressionato dai prodigi dell'uomo che ha creato questa magnificenza architettonica9 o da quelli della natura che ha creato questo lago pazzesco, lungo 500 chilometri e largo 190, dove sono affondate più navi che nel triangolo delle Bermuda. Dopo un po', la vista è persino eccessiva, ti perdi, passi dalla Tribune Tower al Merchandise Mart, da Gary che sta nell'Indiana a Evanston che sta a qualche decina di chilometri a nord nell'Illinois, dalla Sears Tower10 alle spiagge di Oak Street, e continui a girare da nord a est e poi a sud e poi a ovest per riprendere il giro e riprendere a fare "ooh". Ti consoli un po' vedendo che anche qui a smog sono messi maluccio, e d'altra parte cosa puoi pretendere da nove 9 Chicago è la prova provata che la bellezza può essere creata in qualunque modo e con qualunque strumento, con le case basse circondate da un piccolo giardino e con questi grattacieli spettacolari e bellissimi: è che bisogna avere gusto, e mi sa che noi siamo rimasti fermi al Cinquecento 10 Che è ancora più alta, di circa un centinaio di metri; ci sono stato cinque anni fa, sempre in questa stagione, e la punta del grattacielo era immersa in una specie di nebbia che faceva solo intuire l'esistenza di una megalopoli ai suoi piedi.


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milioni di persone che si muovono ogni santo giorno dalle villette monofamiliari di Oak Park e Elmhurst ai grattacieli di Madison e State - che è un po' come spostarsi dalla pianura alla montagna, a ben vedere. Cinque giorni di solitudine La bellezza del viaggiare da soli sta nel poter andare a far colazione in una bettola, decidere di fare una deviazione al Navy Pier e lÏ fermarsi a guardare una scolaresca di bambini di colore, le femmine con le treccine di perle bianche e rosse, i maschi con l'andatura saltellante di un running back, comprare una birra servita nel bicchiere di plastica e portarsela in giro per poi appoggiarsi ad un palo della luce perchÊ in quel momento gli altoparlanti passano A Horse With No Name che saranno vent'anni che non la senti, schiantarsi su una panchina vista skyline per farsi un impacco di ghiaccio al piede e salire su un improbabile trabiccolo che ti porta alla sopraelevata che finalmente adesso che stai partendo hai capito che ci sono tre fermate che portano tutte lo stesso nome perchÊ stanno tutte sulla stessa via


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che è lunga come la statale del Sempione; e il tutto senza dover rendere conto a nessuno.


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Las Vegas

10 ottobre 2008

Snake on a plane Dieci ore, e poi tre, e poi ancora quattro. Il programma della giornata, diciassette ore per lasciarsi alle spalle la pianura lombarda e arrivare nel deserto del Nevada. Mi armo di pazienza, di libri e di un po' di alcool Air One serve Peroni fresca, e tre lattine aiutano a passare il tempo. L'A330 che ci porta a Chicago deve essere stato riadattato per il volo intercontinentale: niente schermi, giusto due monitor nella fila centrale. Non ho l'adattatore per guardarmi un dvd sul portatile senza sfinire la batteria. Apro "La lezione di anatomia" di Roth. Nei sedili a fianco siedono tre ragazzi, tra i 25 e i


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30 anni. Ragazzi. A 29 anni. Alessandro mi chiede dove vado, mi racconta del giro che faranno loro, Los Angeles, San Francisco, qualche parco, Las Vegas. Nascondo l'invidia e ricordo l'InterRail di tanti anni fa e le lacrime di qualcuno che lesse di quel viaggio, chissà se si ricorda. Si fa raccontare di San Francisco, gli si illuminano gli occhi quando gli dico della City Lights Bookstore mentre si gira tra le mani una vecchia edizione di "Furore" di Steinbeck, informa gli amici "ehi, lui dice che è bella" e loro roteano gli occhi e ridono e gli rispondono "ok, mentre tu guardi i libri noi andremo a berci qualcosa". Mi chiede che lavoro faccio, mi dice che gli piacerebbe averne uno che lo portasse in giro per il mondo, vuole sapere com'è fare questa vita neanche fossi Marco Polo, e se ho famiglia. Sbarra gli occhi quando gli dico che mia figlia ha quasi otto anni, mi chiede l'età, gliela dico e pensa che lo sto prendendo in giro, mi fa "ma dai, te ne davo al massimo 35, e mentre rido a denti stretti provo la tentazione di fargli leggere Roth perché ammette di non conoscerlo, e la quarta di copertina che ho sotto gli occhi e che riassume così l'inizio della


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storia, poi confermata dalle successive 239 pagine che mi accompagnano fino al Canada: "a 40 anni, Nathan Zuckerman cade vittima di un misterioso disturbo puro dolore, che inizia dal collo e dalle spalle, invade il torace e prende possesso dello spirito." Roth, dannato figlio di puttana, tu e lo Svedese e Everyman e Zuckerman e questa collezione di ritratti non richiesti. Al check-in mi sono fatto dare un posto per poter vedere la Groenlandia come l'anno scorso, ma è nuvolo, e l'aereo fa una rotta diversa e, nonostante sia un volo diurno, le hostess spengono le luci e fanno abbassare le tendine dei finestrini perchÊ loro - loro - devono dormire. Finisco il libro, compilo la scheda verde, dichiaro di non essere un terrorista e di non aver gasato ebrei. Aspetto. Slot machines Ci sono due presenze costanti, a Las Vegas. Le slot machines, e le tette. Ma di queste, magari, si parlerà dopo. Le slot machines, dunque. Sono la prima cosa che si incontra, a Las Vegas. Letteralmente: appena fi-


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nito il corridoio del finger che collega l'aereo al terminal ci sono le slot machines. Uno arriva a Las Vegas e può giocare; in alternativa, uno lascia Las Vegas è l'ultima cosa che può fare è giocare. L'aeroporto è pieno di slot machines. L'enorme area dove si ritirano i bagagli è piena di slot machines. Ce ne sono a decine di migliaia, ogni albergo ha il suo casinò, ogni casinò ne ha dentro di ogni tipo e in quantità spropositata. Non esiste un tipo umano standard che la frequenti: gioca chiunque. Non si può descrivere "chiunque". L'umanità intera gioca, basta essere maggiorenni e avere soldi. Un esercito di automi, che battono compulsivamente su uno dei tasti disponibili, gli occhi fissi sullo schermo: c'è chi ha lo sguardo annoiato, chi ce l'ha deluso, chi si capisce che ci spera, chi invece lo sta facendo per dovere - sei a Vegas, devi giocare. Wheel of fortune, Big jackpot, Win a chopper. Luci, colori, figure, thump-thump-thump. Ogni tanto qualcuno vince; qualche decina di dollari, ed è un high five dato al vicino. Oggi però ho visto una signora, la classica signora che partecipa ad una gita organizzata, la donna meno Vegas-style che si possa im-


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maginare - anche una suora sarebbe più in target, se non altro nel ruolo di salvatrice di anime perse - vincere diecimila dollari. Diecimila. Nessuna cascata di monete, ma diecimila bigliettoni. Si è fatto il capannello intorno, amici, curiosi, tutti a congratularsi. Lei non riusciva a crederci, si è quasi messa a piangere per l'emozione. In quel momento ho pensato che quella era la vera essenza di questo posto, che in quella scena c'era tutto: si può vincere a Las Vegas, è raro che succeda ma si può vincere, adesso c'erano decine di persone che lo avevano visto con i loro occhi, che lo avrebbero raccontato così come sto facendo io adesso e che avrebbero alimentato ancora di più - se mai ce ne fosse stato bisogno - il fuoco della speranza, la speranza che la fortuna ci arrida almeno una volta. Luci, colori, figure, thumpthump-thump. Grand Entro all'MGM Grand sfinito da una ventina di ore di viaggio, incluso il ritardo a Chicago. In effetti è il mio primo vero contatto con Las Vegas. Gli alberghi e i casi-


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nò sono Las Vegas. Non sto nemmeno a descrivere la dimensione di questo posto, perché non sono in grado. Si chiama Grand, d'altra parte. Ha più di cinquemila stanze; cinquemila. Solo l'MGM. Venetian e Palazzo, che sono collegati, ne hanno settemila, mi dicono; però sono due, e questo è uno. Comunque: cinquemila stanze. La reception ha trentasei postazioni. Nella main lobby c'è spazio per una partita di calcio a sette, o per un concerto, non so, dei Tiromancino. Funziona tutto 24/7, costantemente (in realtà non è vero: McDonald's chiude tra le 4 e le 5 del mattino, immagino per le pulizie). I tre corridoi delle quattro ali dei ventinove piani sono lunghi come delle statali in Italia. La gente, letteralmente, sciama. Tra le slot machines, verso i taxi, in mezzo ai tavoli del blackjack. Il simbolo della MGM è un leone, giusto? Bene, verso l'entrata su Las Vegas Boulevard c'è la zona dove è stato preparato l'habitat per i leoni africani. Che stanno lì, a dormire e a farsi fotografare (a pagamento). C'è tutto, dentro l'MGM - negozi, ristoranti, impianti sportivi, teatro. Sono tutti così, questi posti: puoi entrare, e non uscire più fino al


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momento della partenza. Vita e morte a Las Vegas. Vero come il falso Las Vegas, in fondo, è un enorme parco di divertimenti. Certo, sul concetto di divertimento si potrebbe discutere, ma lasciamo stare. I divertimenti, in questi grami tempi che viviamo, devono essere a tema - e così sono gli alberghi di Las Vegas. Così, il Paris è la copia di Parigi, ha il suo Arco di Trionfo, la sua Tour Eiffel, le sue stazioni di Montmartre e Concorde, i suoi bistrò, il suo acciottolato; il Venetian è la copia di Venezia, ha il canale, i ponti, le gondole, il cielo la cui luminosità sembrerebbe essere regolata sul fuso orario italiano. Il Bellagio ha il lago, contornato di olivi. Il Caesar's Palace vuole essere una piccola Roma (piccola: la sola area dei negozi è grande, se non sbaglio i conti, come l'outlet di Serravalle Scrivia), i corridoi portano nomi come Appian Way e in mezzo ci si trova una copia fedele del David di Michelangelo, scolpito nello stesso marmo dell'originale (va bene, quello sta a Firenze: ma non stiamo a sottilizzare). La qualità delle riproduzioni, per chi cono-


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sce gli originali, è imbarazzante: d'altra parte, come si può ragionevolmente pensare di riprodurre Venezia? Eppure. Mi dicono che l'85% degli americani non ha il passaporto; vengono qui, e credono di essere andati a Parigi, o sul lago di Como. Ieri sera attraversavo il Venetian in compagnia di Giuseppe, e tutto ciò che potevamo fare era ridere - perché o ridi, o cerchi una mazza ferrata e ti trasformi nel Michael Douglas di "Un giorno di ordinaria follia". La cifra stilistica di Las Vegas è il falso, un falso abbastanza accurato da risultare affascinante agli occhi di chi non conosce i riferimenti reali, ma abbastanza approssimativo da non essere troppo costoso - e quindi essere alla portata di tutti, o quasi. La vera natura di Las Vegas sta nelle slot machines, e quelle le si trova dappertutto, e quelle sono uguali dappertutto - non importa se incastonate in una finta rue parigina o in una finta calle veneziana: il resto è orrore, in confezione regalo.


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Home made Fuori dal New York New York c'è una copia della Statua della Libertà. E' forse l'angolo più intimamente onesto di Las Vegas: dopo l'11 settembre 2001 è diventato una specie di memoriale, nel quale sono raccolte, ed esposte in teche di vetro, magliette o divise di pompieri. Ce n'è una dei pompieri di Roma, con le dediche ai loro colleghi morti a Manhattan. Ci respiri un'aria di verità come in nessun altro luogo della città. O forse sono io che la sento o la voglio sentire tale, io che sono costretto a passare sei giorni in questo orrore che uso come un vaccino - te lo inoculi per liberartene per sempre, e allora va bene anche la finta Liberty, per quello che la sorte ha voluto legarle addosso. Tette Non so bene come spiegarlo, ma qui pare che non ci sia una donna con una misura di reggiseno inferiore alla quarta, nemmeno a pagarla. Saranno i push-up, saranno le cure ormonali: hanno tutte le tette grosse. Non


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solo. Dalle sette di sera in poi, quando scatta il dress code serale, le mettono in mostra. Dai diciotto ai sessant'anni, tutte: sbracciate e scollate. Muoiono di freddo, perché - "that's really unusual, sir", dice la tassista tira un vento gelido che entra nelle ossa. Ma non importa, sono a Las Vegas, devono vestirsi così. Qui, nel regno del falso a buon prezzo, ci sono due sole cose vere: le slot machines e le donne che vogliono farsi scopare. Queste ultime, per come lo mostrano, mettono tristezza - così come la mettono quelle che vedi al Roialto o in Corso Como - e limitamo l'elenco per carità di patria. E' che qui è come se facessero parte dell'arredo urbano, quelle che passano gridando con la testa fuori dai finestrini degli Hummer limo e quelle che camminano barcollanti lungo la Strip, quelle distinte, quelle che ci provano ad esserlo e non ci riescono e quelle che non vogliono proprio - le guardi come guardi le vetrine (e infatti, mettono tristezza come quelle). Oppure, certo: ci provi; occhio e croce, non devi nemmeno avere troppa pazienza.


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Per tutta la vita Ho perso il conto di quanti matrimoni ho visto in ventiquattro ore. Sono entrato all'MGM insieme ad una coppia, ne ho viste svariate altre al Paris, al Bellagio, a Planet Hollywood. Ogni albergo ha la sua wedding chapel, e i negozi che affittano l'abbigliamento per l'occasione. Insomma, si sposano davvero: il matrimonio canonico, quello fatto di abito bianco, tuxedo, damigelle, fiori. Non il matrimonio cialtrone officiato da Elvis o da un qualsiasi altro clone in questa città di cloni, ma il Matrimonio. Tra gente in bermuda e infradito, e turisti di ogni tipo, e manager in gita premio che si portano in mano bicchieri di daiquiri alti mezzo metro e fatti a forma di Tour Eiffel e ragazzini brufolosi e casalinghe del Midwest, si sposano, e fanno la festa - in tutto e per tutto uguale a qualsiasi altra festa che si possa fare a Las Vegas, un pezzo dello show. Chissà se anche quel matrimonio è finto come tutto il resto.


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Tutto in una inquadratura Sto guardando un po' delle fotografie scattate ieri. Mi fermo davanti a una, che mi pare riassuma bene il luogo, benchè non vi si vedano nè tette nè slot machines. L'ho scattata sul marciapiede sinistro della Strip, poco dopo il New York New York. Hanno ricostruito un piccolo ponte di Brooklyn, una copia in scala 1:10 o 1:20. Camminandoci sopra si arriva ad un punto nel quale si vede in mezzo all'arcata sinistra la Tour Eiffel del Paris, e in mezzo all'arcata destra una enorme scritta Hollywood. Tutto insieme. C'è chi rifiuta di essere fotografato perché verrebbe derubato dell'anima; Las Vegas, che un'anima non ce l'ha, si espone, e non corre problemi. Direct to you La pubblicità è l'anima del commercio, dicevano. Verso l'ora di pranzo - concetto stravagante in un posto dove qualunque bar o ristorante è aperto 24/7, ed è sempre affollato - i marciapiedi della Strip si affollano di uomini che indossano una maglietta, il più delle vol-


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te rossa, che riporta la scritta "Girls Direct To You In 20 Minutes" - e un numero di telefono. La maggior parte sono ispanici, ma c'è qualche asiatico. Ne ho visto uno un po' in disparte, aprire uno zainetto, tirare fuori la maglietta e indossarla sopra quella che già vestiva, come una normale divisa di lavoro. Non sono giovani, stranamente non è un lavoro fatto fare a ragazzi in cerca di qualche dollaro: di un buon quarto di loro direi che hanno almeno una cinquantina d'anni. Alcuni stazionano vicino ai distributori dei giornali, che qui però non offrono un normale quotidiano, nemmeno USA Today, bensì una nutrita serie di varianti della Adult Entertainment Guide; altri, la maggior parte, semplicemente se ne stanno in piedi per ore tenendo in mano centinaia di figurine plastificate, che mostrano su ciascuno dei due lati una ragazza, le loro caratteristiche precipue e il loro prezzo, Jeanie a 39 dollari, Barbara a 45, e così via. La gente prende queste figurine, alcuni sanno cosa sono - la maggior parte no. Danno un'occhiata, non si stupisce nessuno di ciò che si trova tra le mani - we're in Vegas, baby - le buttano per terra. Verso


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sera la Strip è un tappeto di ragazze nude che da ore provano a sedurre, e sembrano ancora più malinconiche così, ammonticchiate l'una sull'altra, calpestate da milioni di Nike e bagnate da migliaia di birre e di daiquiri. Durante la notte vengono raccolte e gettate, a mezzogiorno del giorno dopo si riprende - In 20 Minutes To You. Let the music play on Si sarà capito che qui l'Italia tira parecchio, o almeno tira una di quelle immagini che nel mondo si sono stratificate - quella di arte, bellezza, gusto, moda. E siccome il silenzio qui non esiste, e si deve essere accompagnati sempre e costantemente da qualche suono, si cammina di fronte al Bellagio seguiti da Ramazzotti, si va al bar al Palazzo e si trova Cocciante, si scendono le scalinate del Venetian e si ascolta Renato Zero. E' una cosa che vien voglia di fermarsi davanti al sosia di Elvis che staziona a metà della Strip e provare a pagarlo per fargli cantare Jailhouse Rock.


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'Cause you might enjoy some madness for a while Non ricordo di essere stato tanto male in una città come a Las Vegas. Un male quasi fisico, come essere risucchiati nel vuoto e sapere di non avere speranza. E invece. Invece finisce che lascio la Strip, rientro in albergo, passo tre ore a rodermi e poi esco di nuovo. Vado da Hooters. Hooters è una garanzia, è il posto dove mi sento a casa: Good food, cold beer and Hooters girls never go out of style, recita il claim della catena. E' vero. Una delle ragazze mi chiede se, essendo da solo, mi va di sedermi al bancone. Non chiedo di meglio, è il posto migliore. Vai, ti siedi sullo sgabello, ordini; poi hai solo l'imbarazzo di quale schermo guardare - Dallas che pareggia all'ultimo secondo con Arizona, i 49ers che perdono di brutto una partita già vinta con Philadelphia - e intanto ti sporchi le mani come un bambino con le chicken wings e bevi litri di birra fredda e ridi e gridi con i tifosi "c'm on, c'm on". Non ti devi nemmeno


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preoccupare di non far sostare troppo gli occhi nella scollatura di Romei, nella sua quarta abbondante, perché lei ci è abituata (Hooters girls never go out of style) e tutti giocano con questa cosa - le ragazze si guardano ma non si toccano, e tutti si divertono, e io da Hooters non uscirei mai. Ma alla fine le partite finiscono, e io finisco il mio lunner (non so se esiste il termine, ma non so come chiamare un pranzo che finisce alle cinque del pomeriggio, e che sicuramente sostituirà la cena). Esco, e faccio quello che avrei dovuto fare da tempo, quello che faccio sempre e che funziona ogni volta: devio. Scarto. Vado a vedere i gazebo che stanno nel parcheggio tra il Tropicana e Hooters. Ci sono passato ieri, ma di fretta. Oggi vado piano, ciondolo, mi fermo. E' il World Championship Chili Cookoff, organizzato dalla International Chili Society. Gente pazza per il chili, che viene da ogni parte degli Stati Uniti, e passa qui un weekend a cucinarlo, a farlo assaggiare, a scambiarsi segreti, ricette, aneddoti. Giro fra gli stand, mille volte più ruspanti, veri e divertenti del più bello dei negozi del Venetian.


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Mi ammazzo la bocca con un assaggio - this is very hot, are you sure? - e mi fermo ad ascoltare il concerto. C'è il cielo azzurro, l'aria fresca, la birra in corpo. Non so come spiegarlo, passano da un medley di pezzi che non conosco a una versione trascinante di Mustang Sally a Sweet Home Alabama e siamo tutti contenti come bambini, i bicchieri in mano, i piedi che battono tenendo il tempo. Poi fanno Purple Rain, e io rimango a guardare questi sessantenni che conoscono The Artist Formerly Known As Prince che cantano I only wanted to see you bathing in purple rain, come se mia madre fischiettasse, non so, i Subsonica. Ma non è finita. No. Ci sono i bis. E insomma, il frontman attacca un blues che conoscono tutti tranne me, chiede alla gente di seguirlo, di cantare insieme il ritornello, ed è una canzone di una bellezza che si fa fatica a spiegare, ha delle parole semplicissime, tutti insieme cantiamo I'm so in love with you honey e alla seconda volta ci sono un padre vestito da cuoco e la figlia, e lui sta seduto sull'asfalto e tiene la bambina in braccio come se fosse la sua damigella e cantiamo tutti per loro due e a me viene da piangere


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perchÊ penso a mia figlia e la vorrei far ballare sussurrandole I'm so in love with you honey, vorrei farlo in quel momento preciso, a Las Vegas, Nevada, e farla vedere a tutti e tutti canterebbero per noi. Per fortuna la canzone finisce, e con uno scarto pazzo e provvidenziale la band parte con un vecchio pezzo di Billy Joel, You May Be Right - e io la so, la so tutta, come la sanno le altre centinaia di persone che stanno in un parcheggio a godersi il momento, e cantiamo tutti, Oh, turn out the light, Don't try to save me, You may be wrong for all I know but you may be right. Si cancella tutto, si cancellano i falsi ponti di Rialto, le finte torri Eiffel, le slot machines, le puttanelle di buona famiglia, i galeoni dei pirati, i daiquiri: questa è l'America, e valeva la pena fare venti ore di viaggio per guardare un padre ballare con la figlia e saltare sui quattro quarti indicando con l'indice il chitarrista e gridargli Yes, You. Scartare, deviare, lasciarsi alle spalle il patinato, camminare sull'asfalto ruvido, birra e rock 'n' roll, come un vaccino. Ogni sorso una boccata d'aria, riempi i polmoni e vai avanti.


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Jessica Ha il nome di una spogliarellista, ma non ne ha nè il fisico nè il temperamento. E' la mia cliente più importante, ed è un'amica. E' una fortuna non da poco. Everything is great with Italy, mi dice - e in effetti abbiamo quintuplicato il fatturato in cinque anni. Parliamo un po' di lavoro, vediamo i risultati delle campagne appena concluse, facciamo un po' di pianificazione prima del meeting di febbraio. Poi, come al solito, divaghiamo. Jess è un'americana di seconda generazione, la famiglia viene dalla vecchia Bielorussia - e soltanto una parte è riuscita a sfuggire ai pogrom e allo sterminio degli ebrei. Ha un po' di parenti in Francia, è venuta in Itaia a vedere dove alcuni suoi zii si sono rifugiati per qualche tempo. E' il miglior tipo di americano possibile, quello che è orgoglioso del suo paese ma sa dov'è e cos'è il resto del mondo. Ho sentito che l'85% degli americani non ha il passaporto, le dico facendo un po' di ironia sui suoi compatrioti che vengono a Las Vegas pensando di andare a Venezia o a Parigi. Should it be only


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50% I wouldn't be surprised - but I'm horrified anyway, mi risponde. Ci vediamo due o tre volte all'anno, una volta a Londra, una in Francia, una in America. E ogni volta parlare con questa quasi cinquantenne che usa un american english pieno di accenti frutto dell'essere nata a New York, vissuta a Philadelphia e trapiantata a San Diego rappresenta una piccola oasi, è stare con una persona e non con un biglietto da visita. Thank you for your time, mi dice quando ci salutiamo - io sorrido, la abbraccio, lei mi dice di salutare Francesca, take care until next time, and let's keep in touch Jess. A distanza A diecimila chilometri, a nove ore. Si fa una vita strana, in una settimana così. Una vita che è qui, e che è altrove. A distanza. Si lavora a distanza, parlando con i colleghi che stanno finendo la giornata mentre tu non hai ancora fatto colazione e sei sul pullman che ti porta in fiera. Si lavora di notte, in aggiunta a ciò che si è fatto di giorno qui in loco, perché ci sono delle cose urgenti che non possono aspettare la tua mattina. Si finisce di


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cenare e si manda un saluto a casa, dove si preparano per andare in ufficio o a scuola. E' come se tutto fosse diviso, e a volte raddoppiato. E poi si scrive. Si ha voglia a dire che si scrive per se stessi. Sì, certo: lo si fa per buttare fuori, e ci sono dei momenti in cui la cosa si fa tanto urgente che lasci tutto il resto e lo fai, e scrivi. E dall'altra parte del mondo, a nove, a quattordici ore di distanza c'è qualcuno che ti legge - e soprattutto qualcuno che ti capisce: qualcuno che è come se fosse lì con te. Poi, non si può aver tutto dalla vita, e c'è chi vorresti che ti leggesse e non lo fa, o non ci si trova, o non riconosce le sue parole - o magari lo fa e non te lo fa sapere, che è invece la cosa che tu vorresti. Ma non importa, o comunque - anche se importa - vai avanti. C'è un altro giorno, qui, e altra gente da incontrare, e altre righe da scrivere. Steak House, Strip House iamo come nelle barzellette - Florence dalla Francia, Gerardo dalla Spagna, Stephan dalla Germania e io. Decidiamo di saltarci l'ennesima International Recep-


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tion, e di andare a mangiare qualcosa insieme. I need a steak, fa Stephan - okay, facciamo noi. E però, come faccio a dire che volevo tornare da Hooters, che c'è il Monday Night della NFL e la birra ghiacciata eccetera eccetera. Mi adeguo, sono amici, ho voglia di stare in compagnia. E in nome della compagnia vado alla Strip House, che qui ha un significato ambiguo perché la Strip è Las Vegas, è la via che riassume tutto - ma il locale è dedicato alle stripper degli anni Quaranta e Cinquanta, e i muri rossi sono adornati di foto bellissime di queste ragazze con i costumi di scena, e il confronto con le sei ragazze che dopo un'oretta vengono a sedersi al tavolo vicino al nostro è impietoso, queste sono delle vie di mezzo tra Pam Anderson e Jessica Simpson, tutte uguali, tutte fighe allo stesso modo patinato, che non dispiace guardarle ma poi non ti rimane nulla. Comunque, spendo novantacinque dollari per un pezzo di carne nemmeno tanto buono, e non vedo l'ora di andarmene perché io, purtroppo o per fortuna, non sono fatto per questi posti, e però mi trascinano in un altro locale sulla Strip, e stiamo all'aperto a ghiacciare nel vento ge-


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lido di questi giorni a muoverci avanti e indietro al ritmo di musica giamaicana guardando lo spettacolo delle fontane del Bellagio, parliamo della tournee di ballo swing che Florence farà negli USA, di Obama, e non so come dire, come spiegare quanto sia strano - e bello essere tutti lontani da casa ed essere per un paio di ore vicini tra noi. Io al posto tuo La vita delle fiere è fatta così: si parla, si parla, si parla. How are you doing, come stai, quanto ci impieghi per arrivare, a che punto è quel progetto di client scoring, come sei messo con le consumer list ungheresi, sai che sono venuta in Italia quest'estate, facciamo scadere il contratto e poi cambiamo le condizioni. Così, per ore, dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio. Poi, alle sei si riprende, i drink negli alberghi, i party, le reception di quell'azienda e quell'altra associazione. Networking si chiama, un Facebook dal vivo che continua per giorni e giorni. Da una parte è bello, conosci gente nuova, ritrovi persone che nel corso del tempo sono di-


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ventate amiche (quest'estate ero in giro nella Foresta Nera, e mi sono detto "beh, Stephan sta a quaranta chilometri da qui, adesso lo sento e se è a casa ci facciamo una birra insieme", ed è quello che abbiamo fatto), scopri cose che non sapevi di gente che frequenti da tempo (non avrei mai detto che Susan, con la sua grinta da Raffaella Carrà della Pennsylvania, è per un quarto ucraina, un quarto ceca e metà polacca: nulla di che, ma mi fa stranezza pensarla come europea). Alla fine, non credo che cambierei il mio lavoro proprio per questa parte di contatto umano. Eppure c'è che alla fine ogni cosa ti stanca, c'è che vedi la polvere sotto il tappeto persiano, c'è che quando Sarah mi manda una mail chiedendomi se would you like to join us on Tuesday dico di sì non perché ho voglia ma perché devo, che qui le giornate lavorative non finiscono alle sei di sera ma alle due di notte - networking si chiama. E insomma non ho nessuna voglia, ma alle otto e mezza - quando vorrei essere al bancone di Hooters a bere birra ghiacciata guardando le Conference Series e allora sarei un uomo felice, ma felice davvero - mi presento nel mio


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dress code d'ordinanza, il business casual di queste occasioni, sorridente al piano bar del Bellagio. Stringo mani, mi presento, yes I live in Milan, when you're heading back home, sorrido. Lavoro. E lo faccio bene, anche. Ma tu, per piacere, non venire a dirmi pensa a quelli che stanno sempre a Milano, pensa a me che non mi muovo mai; perché, anche se io non farei mai il cambio con te, ho tutto il diritto di dire che anche se lo so benissimo che un sacco di gente vorrebbe essere al mio posto e anche se lo so benissimo che mi capiterà di dire "guarda, non hai idea di cos'è il piano bar del Bellagio" e anche se lo so benissimo che non mi dispiacerà stare su quei divani a bere vino bianco, vorrei semplicemente essere da un'altra parte, l'Old Fox di Piazza Sant'Agostino o un autogrill sulla Milano-Varese o il vecchio ristorante di Christoph sopra Merano o la stube bollente di Spitzingsee, che anche quello era lavoro ma non sembrava - e forse a quel punto non lo era più. Qui tu, come cento, come mille altri - ne è piena la Strip - ti divertiresti; non per la compagnia (anzi: forse, nonostante quella), ma per la musica, i drink, i colori, un LP


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che va a 45 giri, una drum machine a 130 battiti al minuto. Ma io non mi riempio così. E al Bellagio ci sono io, senza pensare a chi non si muove mai da Milano: sorry babe, that's life - la tua, la mia, quella di tutti. Approved by E' periodo di elezioni, e guardo affascinato questi spot che si concludono tutti con un "approved by", nei quali Obama e McCain si presentano per ciò che vorrebbero essere - persone di cui i cittadini di questo paese si possano fidare. Ma da quando vengo negli USA non ho mai sentito tanta sfiducia: they're brainless, ho sentito dire più volte in questi giorni, e sono stupiti e stanchi di una campagna elettorale che a noi fa sorridere perché siamo abituati a ben peggio, agli attentati alla democrazia e ai comunisti che mangiano i bambini, ma che a loro inquieta perché gli fa chiedere nelle mani di chi si stanno andando a mettere. Pare di stare a casa, e non è una grande soddisfazione.


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Abitudini Gli umani sono abitudinari. Tutti, nessuno escluso. Ci abituiamo tutti, a tutto - ognuno alle sue cose, molti alle stesse cose. Ieri sera, quando voi iniziavate la giornata lavorativa e io smaltivo cibo e soprattutto alcool di una cena con undici inglesi, un canadese e un australiano camminando sulla Strip in direzione sud, ho percepito che mi sto abituando a Las Vegas. Cosa che non pensavo che sarebbe avvenuta, visto il rapporto conflittuale che ho avuto con la città. Invece, davvero, si fa l'abitudine: alle luci, allo spettacolo delle fontane, agli uomini sandwich, a perdersi nell'albergo, a quelle che dovrebbero essere giovani perchÊ fanno le giovani, a quelli in bermuda, alle slot machine, alla finta Tour Eiffel a tutto. C'è meno repulsione, piÚ tranquillo adeguamento: mi adeguo anche alle torri color pastello dell'Excalibur, che si stagliano davanti alla mia vetrata mentre il sole sta salendo sul deserto. Anche le cose che ti fanno schifo, e che continuano a fartelo, ti diventano


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normali - e mi spingo a dire che finiscono addirittura per mancarti quando te ne vai. Miss ya Mentre mi preparo per la doccia, una finestrella di GTalk si accende. Ci si abitua anche a stare lontano da tutto? mi chiede. E no, rispondo, quella invece è forse la cosa più difficile; è facile se non ci sono affetti, ma se questi ci sono allora diventa difficile. Poi ci sono gli affetti diffusi, le relazioni quotidiane che - anche se non sono di affetto, o se lo sono in senso meno canonico - ti mancano. Riguardo a questo, essere "connessi" da un lato aiuta, perché ti tiene in contatto, ma dall'altra parte te ne acuisce la mancanza, soprattutto se non sei del tuo umore migliore. Viaggiare serve anche a questo, a capire chi ti manca, come e quanto - e serve a capire come stai tu.


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LVPD Poco fa, dalle parti dell'Hard Rock Cafè ho visto la prima pattuglia di polizia da quando sono arrivato qui venerdì sera. Non so dire se sia strano o meno, nell'impero dell'entertainment e del peccato. O forse, cosa più probabile, io vedo solo una parte - la più "bella" e la più brutta allo stesso tempo - della città, e Jim Brass se ne va in giro a downtown o nei sobborghi, dove non ci sono turisti e c'è un altro pezzo di vita vera di Las Vegas - perché quella della Strip non è meno vera dell'altra, anzi. Leaving LV never easy Ci vorresti ritornare? No; di sicuro, non da solo. In compagnia, forse, per una notte o due. Vorresti partire? Mah. Forse no. Alla fine, come sempre succede, passi una settimana in un posto e quando tutto sta per finire apprezzi la sospensione del tempo e, se pure hai voglia di tornare a casa, vorresti anche restare dove sei. Pro-


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prio perchÊ è una pausa. E adesso sali su quell'aereo, su.


Sommario Introduzione...................4 FRANCIA Cannes.............................8 Paris...............................13 Bordeaux.......................25 Alsace............................32 LIECHTENSTEIN Vaduz.............................37 GERMANIA Berlin.............................41 Ulm...............................48 Mainz............................50 Nuernberg.....................54 Starnberger See............64 Frankfurt am Main.......66

Stuttgart.........................71 Dachau..........................75 Spitzingsee....................79 Wiesbaden....................83 Schwarzwald.................89 OLANDA Amsterdam...................95 Haarlem........................98 Eindhoven.....................99 POLONIA Warszawa....................103 REPUBBLICA CECA Praha............................113 Prelouc.........................116


AUSTRIA Salzburg.......................119

ROMANIA Bucuresti.....................204

SVIZZERA Bellinzona....................123 Luzern..........................125

UNGHERIA Budapest......................211

BELGIO Bruxelles......................129 SPAGNA Barcelona....................150 Costa Blanca................155 Madrid.........................157 Valencia.......................180 SLOVACCHIA Bratislava....................186 SLOVENIA Ljubljana......................191 Portoroz.......................199

REGNO UNITO Leeds...........................219 York.............................233 London........................236 ITALIA Bibione........................261 Rapallo........................264 Merano/Meran...........267 Roma...........................271 Chioggia......................282 Fiesole.........................288 Castrocaro Terme.......291 SAN MARINO San Marino.................295


EGITTO Sharm-el-Sheik...........299 USA New York....................306 Orlando.......................313

New Orleans................318 Atlanta........................329 San Francisco.............338 Chicago.......................350 Las Vegas....................366


Greetings from (2009) Sergio Pilu www.blogsquonk.it Testi composti in Georgia (Matthew Carter, 1996)

Pubblicato nel febbraio 2009 da:

www.simplicissimus.it



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