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arcobaleno l'arcobaleno giornale per studenti, insegnanti ed esseri pensanti

Anno III n° 1 settembre– ottobre 2009 € 2,00

O I G G A I V IL Foto di Antonio Squeo

In questo numero: La poesia: Itaca ……………………………………………….. Le crocchette di alligatore sono buone ……………………… Il viaggio, le merci, la globalizzazione ……………………… Il rito occidentale ……………………………………………... Un viaggio tra i sapori e le culture …………………………... Un viaggio a ritroso: Catania a metà 800……………………. Il racconto: il viaggio………………………………………….. Una storia in uno scatto………………………………………. L’incontro dell’Altro per scoprire se stessi…………………... La sporca Conversazione in Sicilia maledetta dal fascismo … Oltre la realtà. Il viaggio e le origini della fantascienza ……. In viaggio tra etnografia e letteratura ……………………….. Il viaggio del pellegrino……………………………………….. Quando i giovani viaggiavano …. col dito …………………..

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on questo numero ricomincia l'avventura dell'ARCOBALENO. Ricomincia con una veste grafica più agile e con una nuova impostazione dei contenuti, quasi tutti convergenti attorno ad uno specifico tema. Da esperienza prevalentemente locale, il nostro giornale ha cominciato ad essere letto ed utilizzato didatticamente anche fuori dalla Sicilia; ora conta numerosi collaboratori/redattori sparsi in tutta l’Italia. Non abbiamo padroni, rifiutiamo i padrini e non vogliamo sponsor; le nostre possibilità materiali sono limitatissime, non così quelle progettuali che non hanno praticamente confini. Il nostro giornale è un cantiere aperto, destinato ogni giorno a cambiare. Non cambia, ma se possibile, si rafforza, invece, la nostra idea di fondo: rappresentare uno strumento in grado di suscitare riflessioni e stimolare critiche e confronti. Siamo sempre più convinti, infatti, che sia necessario gettare sassi colorati nella palude grigia della malainformazione di massa, per la quale è più importante il rumore di un albero che cade rispetto allo sforzo immane di una foresta che cresce; per la quale le condizioni di vita e la vita stessa di milioni di esseri umani hanno minor rilievo di una storia di corna, di lifting, di miss Italia o del superenalotto. Alla cultura rassicurante, dimensionata a capitoli e paragrafi, rimasticata e risputata sempre allo stesso modo, misurata con i quiz, valutata con il bilancino dei decimi e dei centesimi, noi preferiamo quella che semina i dubbi, che tra il bianco ed il nero si sofferma sui grigi, che ha l'ambizione di formare esseri umani, ciascuno diverso dagli altri, e non entità omologate nei cervelli e plastificate nelle forme. La scuola è una realtà in cui crediamo sia ancora possibile educare all'essere e non al sembrare, all'essere e non all'avere. Noi scegliamo i viottoli irti, tortuosi e ciottolosi invece che le autostrade votate all'alta velocità; e all'esibizione di gusci belli ma vuoti preferiamo uno sguardo attento a decifrare i segni complessi della nostra vita sociale. La conoscenza è fatica, ma il piacere che si ottiene riconoscendo il frutto del proprio impegno non ha nulla a che spartire con la botta di fortuna dei miracolati della lotteria, con il “posto” ottenuto leccando i piedi ad un protettore, con i soldi ricevuti vendendosi il corpo o la dignità. Vorremmo che la scuola riuscisse nel suo compito più alto, quello di insegnare, di lasciare un segno per tutta la vita, un vaccino permanente contro l'influenza epidemica e contagiosa della stupida e istupidente brama del potere. Questo numero propone il tema del viaggio. Se ne parla da tanti punti di vista; ma qualcuno potrà giustamente lamentare la mancanza di qualche spunto, l’assenza di qualche classico del viaggio. Manca On the road di Jack Kerouac, manca l’Odissea, mancano i viaggi nell’oltretomba di Virgilio e Dante. E poi la cartografia, l’analisi economica del turismo di massa, la storia e l’evoluzione dei mezzi di trasporto… Insomma, ce n’è almeno per un altro numero. Ma essere esaurienti ed esaustivi non rientra tra i nostri scopi. Ciò che vogliamo è dimostrare concretamente come sia possibile, facile e divertente organizzare un discorso unitario semplicemente adottando diversi punti di vista. Vogliamo affermare che le materie sono tante, ma la cultura è una, ed è vero che la cultura è ciò che rimane quando si è dimenticato tutto. Le nozioni a memoria pappagallesca lasciamole ai cretini di turno. Forse è troppo presto per pensare alle tesine, ai percorsi o alle mappe concettuali in vista degli esami di Stato, ma non è certo un male se si comincia a farsene un'idea precisa o a trarne utili suggerimenti sin da ora... E' banale dirlo, ma il percorso scolastico, questo stesso anno che comincia, rappresenta una sorta di viaggio verso una meta. Vi auguriamo buon viaggio, ma non prima di avvertirvi che il bello del viaggio non sta nel raggiungere la meta ma nel viaggiare. Perché, se senza dubbio la distanza più breve fra due punti è la linea retta, dubitiamo che qualcuno possa annoverarla un giorno tra i panorami più emozionanti.

Foto di Antonio Squeo

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ITACA di Konstantinos Petrou Kavafis

Itaca

Devi augurarti che la strada sia lunga che i mattini d'estate siano tanti quando nei porti - finalmente e con che gioia toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche aromi penetranti d'ogni sorta, più aromi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti.

avafis nacque ad Alessandria d'Egitto, da famiglia greca.

Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio metta piede sull'isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Lo scoppio delle rivolte nel 1885 costrinse la famiglia a muoversi ancora, questa volta a Costantinopoli. In quell'anno stesso, però, Kavafis ritornò ad Alessandria, dove visse per il resto della sua vita.

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Suo padre aveva una ben avviata ditta di import-export, tuttavia nel 1870, dopo la morte del padre, Kavafis e la sua famiglia furono costretti a trasferirsi a Liverpool.

Inizialmente lavorò come giornalista, ma poi fu assunto al Ministero egiziano dei lavori pubblici, dove lavorò per trent'anni.

Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

Dal 1891 al 1904 pubblicò alcune E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. poesie, che gli fruttarono una certa Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso fama per tutta la vita. Morì nel 1933. Dalla sua morte, la fama di Kavafis è Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. cresciuta, e oggi è considerato uno dei più grandi poeti greci. (da Wikipedia) *I Lestrigoni sono giganti mangiatori di uomini, citati nell’Odissea come distruttori della flotta di Ulisse.

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la poesia

Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga fertile in avventure e in esperienze. I Lestrigoni* e i Ciclopi o la furia di Nettuno non temere, non sarà questo il genere d'incontri se il pensiero resta alto e il sentimento fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. In Ciclopi e Lestrigoni, no certo né nell'irato Nettuno incapperai se non li porti dentro se l'anima non te li mette contro.


LE CROCCHETTE DI ALLIGATORE SONO BUONE (E ANCHE LA MUSICA EGIZIANA)

viaggio nella musica e nelle culture

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'altro giorno mi arriva una telefonata: Due cartelle su viaggio e musica. Subito. E che siano scritte in modo comprensibile, intima una voce con uno strano accento, presentandosi come un emissario del qui presente giornale. Chiusa la telefonata, ho cercato subito conforto nel vergognoso vizio solitario: la lettura. In questo caso “Il diritto all'ozio” di Paul Lafargue, uno spostato che scriveva circa un secolo fa. Certe giornate partono proprio col piede storto. E visto che le disgrazie non arrivano mai sole, nel pomeriggio viene a trovarmi un vicino di casa che, siccome si è fatto due settimane a Sharm - come dice lui -, che poi sarebbe una rinomata località turistica in Egitto, vuole farlo sapere a tutto il condominio. Il tipo, uno di quelli che quando partono si muniscono di caffettiera, caffè e fornellino da campo, appena arrivato saluta, piazza due palle, smolla come souvenir un cd comperato là e sta per tirare fuori il cellulare per l'esibizione delle foto di rito, quando gli arriva una chiamata. Suoneria disastrosa, inutile dirlo. Cos'è? faccio diffidente io, appena vedo la copertina del cd. Non lo so, non l'ho neanche ascoltato. Figurati, con questa copertina poi. C’è una tipa a mezzo busto che sembra mia zia. A proposito, a Sharm ho incontrato dei ragazzi americani che mi hanno girato in mp3 la discografia completa dei Metallica. T'interessa? mi dice rispondendo contemporaneamente al telefonino. Approfitto di questa sua distrazione per traghettarlo verso il portone d’uscita e, senza farmene accorgermene, farlo scomparire dentro l’ascensore. Roba che neanche Harry Potter, ragazzi. Dell'apparizione rimaneva il disco, che mi guardava muto. Dico muto perché intanto le scritte erano in arabo; poi perché c'erano solo due tracce e ognuna durava dai trenta ai cinquanta minuti. Troppa fatica: presi il cd e lo buttai vicino alla lettiera della gatta. Qualche giorno dopo passa da casa un’amica, una che quando viaggia vuole assaggiare tutto: crocchette d’alligatore se si trova nelle paludi della Florida o cotolette di cammello alla palermitana se va in Tunisia. Appena entrata, va a salutare la micia che si trova in zona bisognini e, con occhi di falco, vede il cd egiziano abbandonato. Ma questa è Umm Kalthoum, la Diva! esclama. Che ci fa vicino alla lettiera della gatta? aggiunge con una luce negli occhi che non promette niente di buono. Ci sono certi momenti, come ognuno di noi ben sa, 4

Umm Kalthoum

in cui vorremmo sprofondare, ma la terra, vigliacca, si rifiuta di inghiottirci. In un nanosecondo il cd fu recuperato, pulito e in religioso silenzio, messo sul cd. La tipa ora si era seduta, ma continuava a guardarmi fisso e intanto batteva il piede nervosa. Come fu, come non fu, le due tracce finirono. Io non avevo capito niente. Niente a che vedere con nessuno dei primi trenta dischi che possono passarvi per la testa. Nessuna coordinata possibile in un viaggio che non prevedeva nessun villaggio turistico. L'unica cosa che riconoscevo erano le urla e gli applausi del pubblico, uguali a quelli che possiamo ascoltare durante un concerto rock. Tumulti incomprensibili, alle orecchie dell'ascoltatore occidentale medio. Figuriamoci poi la musica: nessun accordo, melodie continue con note che non erano mai perfette e parole cantate in una lingua incomprensibile. Cos'è? chiedo per la seconda volta. Lei, dopo avermi visto annaspare per quasi cinquanta minuti, ora si è ammorbidita: E' Umm Kalthoum, una piccola contadina nata in un villaggio sul Delta del Nilo agli inizi del secolo scorso. Una che, dagli anni Venti fino a tuttora, a trent'anni dalla sua morte, continua ad essere la voce di centoventi milioni di arabi, dal Golfo all'Oceano. La Stella d'Oriente, la chiamavano – continua -. Una via di mezzo tra Maria Callas, Beatles, Eminem, Mozart, Rolling Stones.


Foto di Antonio Squeo

spiaggia. E' sicuramente un naufrago, nudo e stremato. Cosa fare? Noi telefoneremmo ai carabinieri, o alla Croce Rossa, o al Pronto Soccorso. Una ragazzina di diecimila anni fa chiamava invece le ancelle: Bisogna soccorrerlo, perché vengono tutti da Zeus, stranieri e mendichi. E quindi lo porta nella casa dei genitori, lo sfama, lo lava, lo profuma e quando è rivestito con panni candidi e puliti lo fanno sedere tra loro e tutti gli chiedono di raccontare una storia. Solo che lei si chiamava Nausicaa, lui Ulisse e all'epoca non c'era la Bossi-Fini e chi ributtava in mare gli stranieri. Cosa c'entra la Bossi-Fini? ha detto lei sovrappensiero. “Il diverso, quando non lo conosci, ti fa paura. Come questo disco”, avrei dovuto rispondere. Solo che per darmi un tono ho sparato lì la prima cosa che mi passava per la testa: “La musica fa viaggiare, e per viaggiare bisogna essere curiosi, aperti alle differenze, e saper riportare a casa quello che s'incontra, per comprendere, confrontare, migliorarci”. Bravo -fa lei- potresti scriverci un articolo. Ma fallo in modo comprensibile. AldoMigliorisi (http://aldomigliorisi.blogspot.com)

“E i Metallica?” chiedo. Tu frequenti troppo il tuo vicino, quello che non viaggia senza caffettiera. “Guarda che me l'ha regalato proprio lui”. Sicuramente non l'avrà neanche ascoltato. La gatta ha annuito, strofinandosi sulla sua gamba. Quello è un turista! - ha ripreso lei - Uno che cerca gli spaghetti anche in Perù e poi si lamenta se sono scotti. Per ascoltare questa musica, tutte le musiche, bisogna essere dei viaggiatori. E alzare la testa dal proprio recinto. Solo che ormai la massima novità è un gruppo che suona come un altro di trent'anni fa e si veste come uno di vent'anni prima. “Un obitorio, praticamente”, aggiungo io. Le battute finali mi vengono sempre bene. E poi - ha concluso – prova a chiedere ad un marocchino, tunisino, egiziano, palestinese se conosce Umm Kalthoum. Lo vedrai immediatamente sorridere, come se per un attimo fosse ritornato a casa. Quando trasmettevano i suoi concerti alla radio, ogni primo giovedì del mese, l'intero mondo arabo si fermava per ascoltarla, e tutti sognavano con la sua musica. C'è un libro dove un poeta innamorato racconta di lei. Si chiama T'ho amato per la tua voce. Lo conosci? No, non lo conoscevo. Ma ho pensato subito ad una storia, a proposito di questo cd: arriva un uomo su una 5


Il viaggio, le merci, la globalizzazione

viaggi di merci, viaggi d’uomini

di Francesco Mancini

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qualcosa di analogo accadeva nel mondo ellenistico, nella Grecia antica, in Persia e nelle civiltà mesopotamiche, alcuni millenni prima di Cristo. Questa forma di globalizzazione consentiva di procurarsi prodotti che non era possibile fabbricare sul posto, per assenza delle materie prime, ignoranza delle tecnologie necessarie e mancanza della manodopera in grado di eseguire i processi produttivi. Gli scambi a distanze enormi, con lunghissimi tempi di percorrenza e rischi elevatissimi, si giustificavano con l’impossibilità di reperire sul proprio territorio determinati prodotti e con la conseguente opportunità di realizzare straordinari margini di profitto. Va detto che i guadagni erano raddoppiati per il fatto che nel viaggio di ritorno i mercanti portavano nel proprio paese di provenienza merci con le stesse caratteristiche di rarità e non riproducibilità. Insomma, i mercanti conseguivano livelli di profitto estremamente elevati, consistenti nelle differenze di prezzo fra il paese di destinazione e quello di provenienza delle merci. I viaggi delle merci e la globalizzazione dei secoli XX e XXI hanno caratteristiche e scopi molto diversi e, per taluni aspetti, opposti. Da un lato, sono entrati nel grande gioco dell’economia e degli scambi planetari popoli e

er descrivere l’economia del mondo contemporaneo si fa perlopiù riferimento al fenomeno della globalizzazione, che appare quello che fra tutti più la caratterizza e la condiziona, tanto da determinarne la struttura ed il funzionamento. Non si vuole contestare la definizione dell’epoca attuale come era della globalizzazione. Si intende piuttosto sottolineare la necessità, nel senso sia della utilità che della correttezza, per questa come per qualunque altra parola, di precisare in maniera esatta e non equivoca il significato con cui la si utilizza, al fine di evitare fraintendimenti e confusioni. La globalizzazione, infatti, quale si è imposta ed affermata nel mondo odierno non può essere semplicisticamente definita come l’estensione dei mercati e dei traffici delle merci a tutto il mondo. Infatti, una tale forma di globalizzazione già caratterizzava il mondo antico e, con alti e bassi, si è mantenuta nel tempo fino ai giorni nostri. L’impero romano intratteneva rapporti commerciali, direttamente e indirettamente, con l’India, la Cina (i Seri), le coste baltiche e, ancor prima, 6


territori che ne erano estranei, perché sconosciuti al cosiddetto vecchio mondo almeno fino al XV secolo. Ma la scoperta, la conquista e lo sfruttamento delle risorse dei territori del nuovo e del nuovissimo mondo (Americhe ed Oceania) è solo uno degli elementi di radicale diversità rispetto al precedente assetto dell’economia e del commercio mondiali. D’altro lato, infatti, i progressi scientifici e tecnologici hanno consentito di ridurre drasticamente i tempi di trasferimento di merci e beni e talora in pratica di azzerare quelli di trasmissione di dati, informazioni, tecnologie e capitali. Come noto, le relative comunicazioni vengono ormai da tempo eseguite praticamente alla velocità della luce, con il risultato che un numero sempre più alto di operazioni rientranti nelle attività industriali, commerciali, finanziarie e dei servizi possono essere svolte in tempo cosiddetto reale. Ciò, in pratica, significa che informazioni e dati attinenti ad attività produttive, affaristiche e finanziarie possono venir utilizzati ed elaborati nel momento stesso in cui si originano. Nel corso del XX secolo, e in special modo nell’ultimo quarto di esso, la rapidità e la frequenza dei trasporti e, in genere, degli scambi e delle comunicazioni, hanno pertanto determinato mutamenti rivoluzionari nel campo del commercio internazionale. In particolare, si è generalizzata la pratica degli uomini d’affari del cosiddetto mondo sviluppato (Usa, Europa occidentale, Giappone) di trasferire (delocalizzare) parte delle loro attività in paesi in via di sviluppo (Cina, Europa orientale, India, Sudest asiatico, America latina). Queste operazioni sono consistite in realtà in vere e proprie repliche della capacità produttiva già impiantata nei paesi sviluppati e la convenienza a porle in atto è nata soprattutto dalla possibilità di usufruire di un costo del lavoro estremamente più basso e di ulteriori notevoli vantaggi. Infatti, al fine di attirare investimenti ed attività produttive, i paesi in via di sviluppo spesso hanno applicato alle nuove attività insediate nel loro territorio trattamenti estremamente permissivi ed agevolati in materia di lavoro, ambiente, fisco, previdenza ed anche in campo valutario. Il caso più rimarchevole, a tale ultimo riguardo, è quello della banca centrale della Cina popolare, che ha favorito le esportazioni dal proprio paese, acquistando quantità del tutto spropositate di dollari Usa e mantenendo, in tal modo, artificiosamente basso il cambio della moneta nazionale. A lume di logica, la replica di capacità produttiva già esistente e già sufficiente a soddisfare la domanda sarebbe correttamente da definire uno spreco ed una distruzione di ricchezza. Altro inutile consumo di risorse, con in più il conseguente inquinamento ambientale, deriva dalla moltiplicazione dei trasporti, spesso intercontinentali, che le delocalizzazioni rendono necessari. Ma, evidentemente, questi argomenti, che pure parrebbe-

ro di semplice buonsenso, nulla possono contro gli interessi degli uomini d’affari e della finanza. Se lo spreco, la distruzione e l’inquinamento di risorse servono ad incrementare gli affari ed i profitti cessano di avere una valenza negativa e vengono anzi considerati aspetti positivi.

Lo stesso è accaduto per il fenomeno della finanziarizzazione, considerato un fattore positivo, benché non sia altro che creazione illusoria o, meglio, illusionistica di ricchezza, almeno fino a quando non ha determinato la devastante crisi tuttora in corso. A ben vedere, dunque, la cosiddetta delocalizzazione e la globalizzazione degli scambi che essa comporta si fonda sulla scelta di impiegare miliardi di nuovi lavoratori nel7


do sviluppato, che divengono vulnerabili a rinunce, cedimenti e ricatti. La concorrenza sleale dei loro stessi datori di lavoro li rende sovrabbondanti o esuberanti, ossia inutili, cosicché, quando non vengono semplicemente espulsi dal mercato del lavoro, vengono posti a carico dello stato o degli enti di previdenza ed assistenza. In alternativa, quando è possibile, devono accontentarsi di posti di lavoro flessibili o precari o in nero, cioè illegali, e rinunciare a diritti e garanzie frutto di anni di lotte e sacrifici, con conseguente discesa nella scala sociale, nei livelli di vita e nelle prospettive future proprie e dei propri figli. Il clima sociale che ne deriva ha già prodotto l’emergere e l’affermarsi di movimenti e partiti xenofobi e razzisti ed il varo di leggi volte ad impedire od ostacolare l’arrivo di lavoratori stranieri. In altri termini, nella società contemporanea, definita liberista, gli unici movimenti ad essere posti fuori legge, quando conviene, sono quelli dei lavoratori e dei poveri, anche se va detto che, all’atto pratico, non è che tali movimenti vengano veramente impediti o limitati in misura rilevante. Ciò che accade è che questi esseri umani vengono resi più deboli, più ricattabili, più disposti a rinunciare ai propri diritti, più soggetti a perdere la speranza per il futuro, la dignità e la libertà, talora tramite vere e proprie riduzioni in schiavitù, a unico profitto degli uomini d’affari.

la produzione di beni e servizi già effettuata in maniera efficace ed in misura sufficiente da altri lavoratori. Il vantaggio, come già detto, è unicamente degli uomini d’affari, che possono aumentare in maniera consistente i margini di profitti, comprimendo i costi senza necessità di aumentare i prezzi di vendita dei loro prodotti e servizi. Tale convenienza perdura anche nella attuale crisi economica, considerato che, mentre il prodotto interno lordo dei paesi sviluppati si è ridotto in misura consistente, quello di Cina ed India è aumentato ancora, benché ad un ritmo meno pronunciato. Il minimo che si possa dire è che l’attuale sistema economico, finanziarizzato e globalizzato, non è in grado o non è interessato ad utilizzare al meglio le enormi risorse umane, naturali e tecnologiche a sua disposizione ed a destinarle alla soluzione degli enormi problemi che assillano l’umanità. Anziché alla inutile produzione, con salari di fame, di beni e servizi già prodotti in misura sufficiente, esse potrebbero essere destinate al superamento dei problemi dell’acqua e dell’energia, della desertificazione, della deforestazione, nella lotta alla fame ed alla miseria, e così via. Ovviamente, la globalizzazione in versione contemporanea, ossia non un semplice trasferimento di merci ma una inutile replica di attività già svolte altrove, ha pesanti conseguenze negative sui lavoratori dei paesi del mon-

Foto di Antonio Squeo

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Il rito occidentale di A.L.D.

occidentali, il viaggio-vacanza agostano. Purtroppo non è stata una mia scelta e così mi è rimasto il dispetto per il rito mancato. Ho cominciato a pensarci per destrutturarlo, cancellarne gli effetti negativi sul mio umore ed arrivare alla conclusione che forse era stato un bene. Ok, non ci sono riuscita e ancora mi manca. Ma le mie riflessioni potrebbero mettere radici e farmi decidere di sottrarmi volontariamente l’anno prossimo. Ho seguito sul web le immagini dell’esodo di massa, con la plateale dimostrazione del sempiterno effetto gregge.

Cercavo degli alibi. Sono un’impiegata statale, costretta dal mio lavoro ad intrupparmi anch’io. Sono consapevole che sia ridicola la maggior parte delle frasi che sento attorno a me. Troppi turisti! Troppa gente, troppa folla. Come se si fosse trasparenti o, per un qualche strano miracolo, non-turisti. Ho sempre sottolineato la differenza tra turista, termine dispregiativo, e viaggiatore, termine con un’aura di elevata cultura e/o dignità. Tutte storie: sono stata una turista. E per molti anni! Ma, giuro, ne ero consapevole e MAI mi sono espressa in termini deprecatori sul turismo. Adesso sono una felice pensionata e posso finalmente trasformarmi in viaggiatrice. Eviterò la mandria imbufalita e le code, il caldo asfissiante e le orde umane (?) tutte nella stessa direzione. E cercherò la risposta alle domande che non avevo il coraggio di pormi perché penso che sia ridicolo sentirsi al disopra quando si è in mezzo. Ma adesso posso farlo. La cosa che più mi incuriosiva erano le code davanti ai musei. Mi chiedevo e mi chiedo ancora: quante delle persone in fila conoscono i musei della città in cui vivono? O si sono mai sognati di visitarli? Quanti si interessano all’arte e si documentano minimamente? Quale forma di effetto pecora li spinge a fare ordinatamente la fila solo perché sono in vacanza? Qual è il nesso tra vacanza e cultura obbligata? E che dire dell’archeologia?

Avete presente le surreali immagini delle autostrade trasformate in enormi parcheggi? Le spiagge in cui si sta in piedi per mancanza di spazio da seduti? Le strade dei paesini balneari intasate di pedoni bisognosi di semafori? Le file di ORE a Gardaland, due ore di attesa e cinque minuti di qualcosa che (forse) sarà divertente per un bambino ritardato? E poi altre due ore d’attesa per altri cinque minuti di qualcos’altro, parimenti irrilevante? Ed il bagnasciuga in cui decine e decine di persone fanno il semicupio ed è meglio non chiedersi in cosa? Le stesse immagini ci arrivano da tanti Paesi diversi, quelli che hanno in comune l’orrendo obbligo del turismo di massa. Che espressione evocativa! A cosa vi fa pensare? Io penso subito ad un’umanità sudata e vociante, orribilmente svestita e terribilmente anti-estetica. (sono snob? Pensate alle canottiere bianche, ai sandali con i calzini, alle gambe pelose e simili a salsicciotti, bianche e screziate da…. peli neri, alle bracciotte rigonfie ed alle pance ambo-sex, strabordanti e tremolanti e ditemi ancora che esagero!). E’ vero o no che nelle altre stagioni l’umanità è più accettabile? Anche perché in quantità meno rilevanti e quindi meno offensive allo sguardo? Penserete che il viaggio mancato mi abbia reso acida mentre io credo che mi abbia reso più lucida. Quando 9

turismo di massa (viaggi di persone?)

parte del gregge, sentivo un oscuro disagio Q uest’anno mi sono sottratta ad uno dei maggiori riti facevo ma non volevo ammetterlo.


Ad Atene, all’Acropoli, la folla era mostruosa, la temperatura anche: 42°, un incubo. Ma la folla percorreva senza sosta le stradelle, mentre io chiedevo asilo politico ad un filo d’ombra. Confesso, il mio spirito turistico è inversamente proporzionale alla temperatura dell’aria. Quel giorno era vicino allo zero assoluto. Guardando le facce degli uomini in sandali e calzini e delle donne grasse e sudate, mi chiedevo da dove venisse tanto amore per i resti dell’antica Grecia. E mi chiedevo come mai non avessi mai trovato una folla simile a Segesta, dove si trova il più bel tempio che si possa immaginare. Ah, forse perché sono andata in primavera, quando la temperatura accettabile mi permette il riaccendersi di un certo desiderio turistico, ma manca l’effetto gregge. A Londra, alla National Gallery, ho incontrato tanti italiani (ahimé, si riconoscono a distanza, nessun altro è così rumoroso) di tutte le età. E’ bello vedere tanta passione per l’arte nei propri connazionali, specialmente nei giovani. L’attenzione con cui scrutavano i vari quadri, il tempo trascorso davanti ai capolavori in gran parte italiani, la voglia di documentarsi sulle tecniche pittoriche attraverso i tanti modi che il museo ti offre mi hanno commosso profondamente e mi hanno fatto vergognare per i tanti pensieri cattivi sul disinteresse e sull’ignoranza giovanili. Soprattutto ho ammirato la compostezza di cui davano prova: ‘Ehi, Andrea, ho fame, ce ne andiamo via da questa palla?’ ‘Ma sì, andiamocene, tanto era pure gratis’. Non è davvero commovente? Non fa ricredere sui tanti luoghi comuni a danno dell’italica gioventù?

In compenso gli adulti, seri e fieri di appartenere ad un Paese così importante nel campo delle arti, si ripromettevano di tornare nella propria città e di studiarne a fondo le bellezze artistiche. Ed anche di documentarsi per comprendere meglio, in futuro, i luoghi in cui il rito occidentale li condurrà. ‘Dove sei stata quest’anno?’ ‘A Sharm-el-sheik’. ‘Ah, sì, e dov’è?’ Boh, in Africa, mi sembra.’ Nel mio vergognoso passato, ho tentato (con scarso successo) di insegnare geografia del turismo, ma ho sempre chiarito che io ritengo il turismo qualcosa di abominevole, da limitare nel tempo e nello spazio. I pochi alunni disponibili ad ascoltare ne erano sconvolti. Ma oggi, per fortuna, sempre più si va diffondendo l’idea di un turismo diverso, responsabile e sostenibile, perfino nelle menti degli operatori del settore, i più aperti ed intelligenti almeno. Ridurre il numero di turisti (e quindi ridurre l’inquinamento, le tonnellate di spazzatura, il caos, l’eccessivo consumo d’acqua, la lievitazione dei prezzi che colpisce tutti gli abitanti anche quelli che non ricevono dal massiccio afflusso turistico ricadute positive, ma sono costretti a subirne gli effetti negativi) non può che migliorare la qualità del turista. Cosa che, in ogni caso, rimane una responsabilità individuale. Ma allora dovremo coniare un altro termine perché il termine ‘turismo’, ancora per molti anni, sarà sinonimo di gregge anonimo ed inconsapevole ma soprattutto povero di motivazioni personali ed autentiche. Che non siano seguire le indicazioni dell’agenzia di viaggio, giusto per non perdersi niente.

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Un viaggio tra i sapori e le culture

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atania, una calda fine estate: niente è meglio di un viaggio... nei sapori, magari con un buon piatto di pasta alla Norma. Gli ingredienti della ricetta catanese per eccellenza vengono da lontani e antichi viaggi: la cultura pastorale greca ci ha tramandato il sapore intenso della ricotta salata; la tradizione del subcontinente indiano ci ha affidato non soltanto la melanzana ma anche la più profumata delle piante sacre, il basilico, Tulsi, i cui semi formano i rosari consacrati al dio Shiva; la sapienza indigena del continente americano ci ha fatto conoscere il pomodoro, ormai simbolo della dieta mediterranea. Dietro ogni prelibatezza gastronomica ci sono secoli di viaggi, di scambi ed incontri con l’altro, ma anche secoli di costruzione di un immaginario collettivo in cui, in un affamato medioevo europeo, i maccheroni sono innanzi tutto simboli onirici. Il sogno di un “paese di Cuccagna” ricorre costantemente nei racconti medioevali: si trova in contrade lontane, offre cibi prelibati e vi scorrono fiumi di vino. In un’antica favola francese i muri delle case sono fatti di salmoni e aringhe, i tetti di prosciutti e i balconi di salsicce, le recinzioni di carne arrosto, mentre grasse oche si rosolano girando da sole su se stesse. Nel Decamerone di Boccaccio c'è una contrada chiamata Bengodi, “nella quale si legano le vigne con le

salsicce ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato”. Il paese di Cuccagna è tra i motivi più presenti nelle narrazioni popolari europee; un mito ironico ed onirico da cui emerge l’aspirazione alla sazietà alimentare, all’abolizione del lavoro, al rovesciamento della gerarchia dei vantaggi sociali e della dignità. È la rivincita dell’immaginazione su una realtà di fame, carestia e declino della produzione agricola che caratterizzava nell’età medioevale il continente europeo. Mentre l’Europa sognava il paese di Cuccagna, tra le corti dei califfi, dalla penisola iberica a quella indiana, nasceva una cultura gastronomica che attraversava l’area mediterranea e che ritroviamo nelle affascinanti storie delle Mille e una notte. Accompagnando una donna a far provviste al mercato, come il facchino di Baghdad, se ne possono quasi sentire odori e sapori: “la signora si fermò alla bottega di un venditore di frutta e di fiori, scelse mele, albicocche, pesche, cotogne, limoni, cedri, aranci, mirto, basilico, gelsomini e ogni qualità di fiori e di piante profumate, e disse al facchino di metter tutto nella cesta e seguirla. In un’altra bottega prese dei capperi, della serpentaria, dei cetriolini, della sassifraga e altre erbe sott’aceto; in un’altra pistacchi, mandorle, noci, nocciole, pinoli e altri frutti simili; in un’altra ancora comprò ogni sorta di pasta di mandorle”.

Foto di Antonio Squeo

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viaggi, cibo, culture

di Chiara Platania


Foto di Antonio Squeo

Il fasto della gastronomia arabo-persiana, insieme all’olio d’oliva della tradizione greca, alla frutta secca e alla pasta sfoglia mediorientali, alle spezie dell’Egitto e dell’India, al caffé yemenita, passa, insieme alla religione islamica, agli ottomani: nel ‘500, ad Istanbul, alla corte di Solimano, si elaboravano celebri ricette. Le pietanze dovevano avere una consistenza cremosa, come le numerose salse servite nel mezzé (dal persiano maza: assaporare), uno dei principali esempi della convivialità popolare mediterranea: ancora oggi, per celebrare le feste religiose, islamiche e cristiane, e le feste del raccolto, del grano, dell’uva, delle olive, dalla Grecia alla Turchia, dal Medio Oriente al Marocco, si imbandisce la tavola con decine di piccoli piatti: cipollotti e pomodori, melanzane ripiene, formaggi di capra alle erbe, verdure in pinzimonio e in conserva, polpettine di legumi (falafel) e di semola ripiene di uvetta e pinoli, creme accompagnate dal pane caldo, come l’hummus di ceci o la baba gannush di melanzane. Alle solanacee, come melanzane e pomodori, più che a ogni altro vegetale, sono stati attribuiti, da culture ed epoche differenti, numerosi effetti nocivi: con la Conquista delle Americhe giungeva nel vecchio continente la patata, che per oltre duecento anni rimase oggetto di paure diffuse, temuta come sostanza allucinogena e considerata alimento per i maiali. Nel XVI secolo, la cultura fortemente neofobica del tempo era costretta a confrontarsi con nuove specie botaniche, mentre la crescita esponenziale della popolazione europea provocava un forte degrado del regime alimentare. Un dilemma evidente: l’apertura ai nuovi cibi o la fame. Finalmente accolta tra i cibi “commestibili”, la patata si diffuse in Europa, ma senza superare le barriere di classe. Le contraddittorie vicende della patata ripercorrono quelle della melanzana e del suo viaggio nel Mediterra-

neo, cinquecento anni prima, sul confine tra “cibo puro” e “cibo impuro”. Il suo utilizzo è contraddistinto da un “rito di purificazione” che si ripete ancora oggi: l’immersione nell’acqua salata, per eliminarne il sapore amaro. Tra gli arabi, che prima dell’anno Mille la importarono dalle Indie fino all’Andalusia, era stata oggetto di grande dibattito: alcuni dietisti islamici la ritenevano responsabile di lebbra e tisi, per altri era invece un rimedio contro la tosse, il mal d’orecchi, le ostruzioni del fegato e della milza. Fritta nell’olio di mandorle dolci, arrostita con olio e aceto, imbottita con uova, formaggio o frutta secca, conservata in salamoia, si diffuse in Sicilia e in Catalogna, poi in Castiglia e in Provenza. Nelle cucine regionali della penisola indiana, sua terra d’origine, la melanzana occupa da millenni un posto d’onore, come ingrediente di salse (chutney, piccanti o agrodolci, tipico accompagnamento del pane chapati o naan), di piatti unici con verdure e legumi (curries, dal termine tamil kari, umido), di piatti di riso e di una tipica purea (barthâ), di frittelle in pastella di farina di ceci (pakora). Piatti arabi, come la baba ghannush, le melanzane allo yogurt o ripiene di riso, nascono dall’incontro con le culture alimentari del subcontinente indiano. In tutte le cucine mediterranee troviamo insalate di melanzane, profumate di erbe aromatiche - come la celebre ratatouille provenzale, la ciambotta dell’Italia meridionale o l’ensalada murciana, con melanzane e peperoni cotti al forno –, o basate sulla contrapposizione agro/ dolce di derivazione araba, come la “barocca” caponata. Dalla pasta, a questa straordinaria miscela di sapori, il nostro viaggio può concludersi con una buona fetta di cassata, frutto di incontri di saperi in viaggio tra le culture mediterranee.

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N

el 1864, dopo quattro viaggi compiuti in Sicilia, George Dennis pubblica “A handbook for travellers in Sicily”. I manuali ad uso dei viaggiatori, fossero essi motivati da studi o affari, erano una consuetudine britannica, attenta a segnalare ai connazionali le cose da non perdere, così come i pericoli, dei paesi visitati. Questo documento è prezioso perché documenta il punto di vista di uno straniero (anche se il Dennis è stato console in Sicilia), ma soprattutto perché descrive genti e città che non esistono più. E allora si ha l'occasione di compiere un viaggio nel tempo, alla ricerca di radici recise, di elementi continuità, o semplicemente di qualche curiosità. La guida ha 662 pagine: di queste si riportano, in personale traduzione, alcuni stralci relativi a Catania. Per valutare l’offerta dei servizi turistici della città, occorre avere un esatto riferimento alla sua effettiva dimensione geografica e demografica. La guida ci dice che l’intera provincia di Catania ha

di Antonio Squeo

un’estensione di 1332 miglia quadrate con una popolazione di 450.460 abitanti. La sola città, invece aveva registrato la seguente progressione demografica: 1834 52.907 abitanti 1846 56.100 “ 1857 62.673 “ 1862 64.396 “ . Si tratta di un incremento notevole, quasi il 22% in neanche trent’anni. Ecco la descrizione della ricettività alberghiera: L'hotel “La Corona d'Oro”, al Corso (l'odierna Via Vittorio Emanuele, n.d.t.), è stata reputato per circa mezzo secolo come il migliore di Catania. Fu fondato nel 1819 da Giuseppe Abate, il principe delle guide etnee e degli albergatori siciliani, su cui sono registrati apprezzamenti, in ogni lingua d'Europa, nel “the travellers' book”, che presenta una rara collezione di autografi di valore e di dilettevoli osservazioni in prosa ed in rima, seri e burleschi. Abate fu ucciso a casa sua nella rivoluzione del 1848, per errore. Ma la reputazione dell'hotel è stata ben mantenuta dal suo maggiordomo, Don Placido che, sin dalla morte di Abate, ne ha preso il posto nella stima dei viaggiatori. L'hotel è stato recentemente spostato in un edificio più pretenzioso, ma aumentando il volume d'affari, specialmente tra i commessi viaggiatori, ha perso molto del suo carattere quieto ed esclusivo, così gradito agli inglesi; così che un viaggiatore che ha conosciuto l'albergo in passato ha commentato che l'unico gioiello adesso rimasto del “Corona” di Catania è Don Placido. Il “Corona” è stato a lungo rinomato per i pasticci di carne e le frittate. Il principale rivale del “Corona” è “l'hotel dell'Etna”, al n° 59 del Corso, gestito da Tomaselli; non se ne parla troppo bene per il servizio e la cucina. Altri alberghi: “Albergo di Roma”, “La Vittoria” e “La Bella Venezia”, nella stessa strada; “La bella Catania, “Albergo di Francia”, “Leone d'Oro”, “Aquila d'Oro”, tutte alla strada Garibaldi. Caffè: “Caffè di Sicilia”, “Piazza del Duomo”: è il migliore; “Caffè del Simeto”, strada Stesicorea (via Etnea nel tratto tra Piazza Duomo e Piazza Stesicoro, n.d.t.); “Caffè dell'Europa”, strada de' Quattro Cantoni (l'attuale via Sangiuliano, n.d.t.). Gelati e pasticceria: Tricomi, Strada Stesicorea n° 119. Venditori di sete: “Fragalà”,all'angolo della strada Garibaldi con il piano del Duomo; “Motta”, strada Santa Teresa e strada Stesicorea. 13

un viaggio nel tempo

Un viaggio a ritroso: Catania a meta’ 800 meta ‘800


Le sete di Catania godono di grande reputazione in Sicilia ma, sebbene di seta pura, sono inferiori per lavorazione a quelle francesi o inglesi, e c'è poco da raccomandarle per i modelli. Venditori di ambra: I fratelli Scuderi al 406 del Corso, Cacciaguerra al 4 di via Garibaldi, vendono ciondoli di ambra trovata nel Simeto. I viaggiatori devono stare in guardia dalle imitazioni, spesso offerte da venditori ambulanti. L’acqua bollente scoprirà la frode. Venditori di lava: Campioni di lava dell'Etna, in grande varietà e molto belli, in piccoli blocchi levigati, possono essere procurati a 4 o 5 tarì l'uno da Carlo Calì, da Giovanni Leone al 393 del Corso, da Salvatore Guglielmino al 420 del Corso e da Domenico Scuderi al 406 del Corso. Venditori di oggetti d'artigianato: Figure molto belle di terracotta di genere contadino o ecclesiastico, grezze o dipinte, possono essere acquistate da Cacciaguerra, strada Garibaldi n°4 e da Giovanni Leone, 393 del Corso. Quelle di Leone sono le migliori. Guide e ciceroni: Il cicerone autorizzato per le antichità di Catania è Giuseppe Carofratello, che ne ha le chiavi. Si raccomanda per il giro dell'isola un nipote di Giuseppe Mosca; come vetturino si raccomanda Pietro Palerino. Trasporti pubblici: La corriera parte da Catania per Palermo ogni Martedì, Giovedì e Sabato, coprendo la distanza di 171 miglia in 34 ore, strade e torrenti permettendo. Per Messina, 55 miglia, la posta parte ogni Lunedì Giovedì e Sabato alle 7 di mattina, in 10 ore. Per Caltagiorne, 49 miglia, la posta parte ogni dome-

nica, mercoledì e venerdi, 10 ore. Per Siracusa, 50 miglia, ogni Martedì, Giovedì e Sabato, 9 ore. A volte, nonostante l'indole britannica, il Dennis si lascia andare a considerazioni che lasciano trasparire un coinvolgimento emotivo: Non sappiamo se è per caratteristiche fisiche o morali che Catania ha guadagnato il titolo di “la Chiarissima”, ma è vero che, da qualunque parte la si avvicini, rivela il più imponente aspetto. I suoi edifici bianchi e gialli brillano sui letti di lava o sui boschetti scuri che circondano la città; le tante cupole e torri svettano sul limpido cielo azzurro; e la poderosa massa dell’Etna, costellata da villaggi, fa da sfondo o riempie una metà dell’orizzonte. Diversamente dalla maggior parte delle città del Sud, le piacevoli impressioni suscitate da lontano non svaniscono ad uno sguardo più ravvicinato. Catania, sebbene più piccola di Messina e molto inferiore per grandezza a Palermo, è una città più carina, più pulita, più vivace, con un’aria di maggiore civilizzazione che altrove, sebbene con minori aspetti pittoreschi. Ha un aspetto più metropolitano di Palermo, e, se avesse un porto, non v’è dubbio che la sorpasserebbe ben presto in popolazione, commercio, benessere e importanza; o, come dicono i Catanesi, “Se Catania avesse porto Palermo sarebbe morto”. E’ senza dubbio la più attraente città della Sicilia, e, per le sue dimensioni, ha poche rivali in Europa. In quanto a società, Catania supera di molto Messina e persino Palermo. Per numero e rispettabilità dei nobili, Catania è la seconda città della Sicilia, contenendo non meno di 80 famiglie nobili. La sua aristocrazia ha

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Reliquiario del Santo Chiodo

la reputazione di essere meno inerte e frivola di quella della capitale; c’è più attività e più giudizio a Catania; le lettere e le scienze sono più coltivate e il tono della moralità si dice sia più alto, sebbene l’alta proporzione di nascite illegittime (1 a 5) suggerisca qualche dubbio. I cittadini di ogni ceto sono cordiali, gradevoli e di modi cortesi, amichevoli e disponibili, garbati e ospitali con gli stranieri, tra i quali gli Inglesi sono particolarmente popolari. I ceti più bassi sono rinomati per la loro onestà, specialmente i facchini, i quali, si dice, sono fidati in ogni circostanza. Le donne delle classi medie e basse indossano un largo “manto” di seta nera, come a Siracusa e a Terranova (Gela prima del 1927, n.d.t.). Parecchio interessanti sono poi le notizie e le osservazioni che fornisce su alcuni aspetti della vita religiosa e soprattutto sulle feste di sant'Agata. Da sottolineare la descrizione delle donne. Nel convento di san Benedetto, nella Sacrestia, tra le altre reliquie, è conservato il “Santo Chiodo” che infisse la mano destra di Cristo alla croce: fu donata al convento da re Martino, che lo portava sempre al collo e si crede abbia salvato l'edificio quando il torrente di fuoco del 1669 si arrestò a 15 piedi dalle mura. E' conservato in un piccolo reliquiario d'oro coperto di gemme.

Catania è rimarchevole per le sue feste religiose che rivaleggiano con quelle di santa Rosalia a Palermo e della Madonna della Lettera a Messina. Esse, infatti, ricorrono due volte l'anno, i primi 5 giorni di febbraio e 5 giorni in agosto, dal 17 al 21. Durante i primi tre giorni di febbraio si tengono al Corso corse di cavalli, bande musicali e uomini che cantano in coro inni in onore della santa sfilano per strada fino a mezzanotte. Il 4 le reliquie della santa, racchiuse in un busto d'argento e in una cassa conservati in Duomo, vengono poste su di un carro trionfale e trascinato da circa 2000 cittadini, vestiti come “sacconi”, attorno alle mura della città. Quando la processione parte dalla cattedrale, dal forte e dalle navi vengono sparati colpi a salve. In testa vi sono gruppi che portano candele accese, alcune mostruose per peso e spessore, circondate e seguite da migliaia di persone vocianti. Le donne di tutte le classi, avvolte nei loro neri mantelli, che lasciano scoperti solo gli occhi, si confondono tra la folla, ma le loro sembianze di monaca non attenuano il carattere di universale allegria. Queste donne vengono chiamate “toppatelle” Tutto ciò che Catania ha da mostrare in ricchezza, bellezza femminile, prestanza maschile e splendidi cavalli, prende parte a queste processioni festive. L'intero giorno giorno è trascorso così, la processione si ferma ogni poche yards (1 yard = 0.9144 metri, n.d.t.) fino a quando non è compiuto l'intero giro della città. Il 5, anniversario del martirio, tutti vanno a messa, e la giornata trascorre nella devozione fino a 2 ore prima del tramonto, quando le sacre reliquie sono nuovamente portate in processione. La festa d'agosto ne ripete molte caratteristiche, ma varia in base alla stagione. Il 17 si tengono corse di cavalli a sant'Agata al Borgo, con musica, fuochi d'artificio e illuminazioni notturne. Il 18 il carro trionfale con le reliquie della santa fa il giro, e la città è nuovamente illuminata. Nei successivi due giorni si ripetono corse, musica e luminarie; e il 20 il carro fa nuovamente il giro della città. L'ultimo giorno la santa riceve la devota attenzione dei cittadini nella Cattedrale e nel pomeriggio le reliquie sono nuovamente in processione, non sul carro, ma sul “ferculo”, un catafalco d'argento. Come si vede, non c'è alcun accenno alla tradizione della “carrozza del Senato”. Ma i senatori sono tirati in ballo dal Dennis che così scrive: “ Il Venerdì santo i Senatori di Catania in melanconica processione, con corone di spine e corde al collo, vanno in cattedrale, dove un uomo con una falsa barba biforcata attaccata, che impersona il Redentore, fa croci e benedice ogni cosa lungo il suo cammino”. Dalla penitenza delle spine e della corda al collo, alla gloria della carrozza. Nel cambio, i “Senatori” ci hanno guadagnato. Ma su questo non c'erano dubbi!

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Il viaggio

il racconto

O

ra che è semplici farisi un viaggio ora che ci sono i mezzi mi capita o spissu qualcuno che mi dice domani sono qua e dopodomani sono lì o che nesci fora con quaccosa tipo "a fine mese mi fazzu un uichends che ne approfitto che cera unofferta incredibile". E tra questi cè chi se la spacchia e chi ietta la cosa così per vedere leffetto che provoca oppure macari quello che fa la faccia di uno che è costretto e invece farebbe altro. E poi cè ancora chi parra sottovoce come se a dirle queste cose a morti buttana ci putissi fari u malocchiu a quel viaggio e chi invece è felice di farisi sentiri da tutto il vicinato. Io però non cè le chiedo mai queste notizie che se vogliono me le dicono loro. Come sempre. Ascutu. E poi ci faccio un sorriso e auguro a tutti un buon viaggio e ci dico di addivittirisi e secondo le persone altre minchiate di quelle ca si riciunu sempriinquesticasi. Io da anni i miei viaggi lho imparati a fare belli comodi e viru sempri cosi novi e canusciu genti e maddivettu macari. Io destate quando parto tutto inizia la matina ca mi susu prestu che cè ancora friscu e la luna pari fari per qualche ora dispetto o suli. Il tempo di un cafè e di una siga-

di Dario D’Angelo

retta e mi pigghiu il primo autobussu che miporta alcentro. E' la prima tappa. Dietro o Futtinu cè un negozio ca ci spatti a merce a tutti i gilatari della zona ma su ci vai presto ti puoi assittari ca ci misunu i tavolini nel retrobottega e supra u muru del cortile in mezzo alle scatole di cartone e alle confezioni acculurati ci crisci un gelsomino meraviglioso che u sulu ciauru ti fa rinascere. Io lì mi pigghio la mia granita e le briosce caure che mi sono fatto dare al panificio che cè vicino alla fermata e aspetto. A picca a picca arrivanu tutti con i loro furgoncini e le pentole di alluminio per la ghiaccera e ognunu mentre aspetta ci capita di cuntari un particolare della sua strada. Certo a maggior parte sono notizie di corna e di fimmini meravigliose. Cose mai visti riciunu tutti. Ma non ci mancunu autri curiosità: chiddu ca mossi, i nuovi arrivati, lultima corsa di cavaddi a Barrera. Appena finisciu marritiru prima che arriva u cauru forti e dentro la mia casuzza chiuru tuttu o scuru ma con le finestre aperte per fare entrare laria e mi mettu con la sdraio arreri alla porta dingresso socchiusa. A quellora dalle scale acchiana un venticello che mette i brividi. E questa è la seconda tappa.

Foto di Antonio Squeo

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Ne approfitto per farimi i film nella testa e immaginare tutte le cose che sento e entrare in quelle che vedo. Certe volte capita che quanto dopo pranzo sposto la sdraio e mi occuccu vicino al balcone queste cose mi vengono a trovare nei sogni e allora parunu ancora chiù vere.

Il mare limpido. I muntagni con la nivi. Le navi grandi come a paesi che ci vulissi una vita a girarle tutte. In genere marrusbigghiu tannicchia suratu e certi voti con qualche strana vogghia anche se con letà questo capita sempre meno spesso. E il momento di una doccia e di una birra macari che unu na vicchiania non si dovrebbe fare mancari mai nenti. Quannu u suli scumpari è ora di assittarisi o balcuni e questo è il terzo momento. Quello del ritorno. A genti parti parti ma la maggioranza appoi è sempri ca e io tra una sigaretta e unaltra mi posso sentire le loro vuci e vedere lontano qualche aereo o qualche nave che passa e sapere le novità del mondo megghiu che davanti alla televisione e parrari di tuttu su capita e di nenti se non ce ne vogghia e ridere di quacche minchiata e scherzare e fari u fissa. Io ci penso alli voti a farimi una gita come a quelle di tutti ma poi penso che è più bello quannu ci parlo a qualcunu dei viaggi degli altri comu su fussiru i miei e ce li descrivo e ce li faccio immaginare e sognare macari. Io ci penso alli voti ma sono sicuro che poi tornando io quei viaggi ne sapissi chiù cuntari. http://dariodangelo.blogspot.com/

Foto di Antonio Squeo

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Solitude di Felisiano Bruni-Rumore Collettivo

una storia in uno scatto


L’incontro dell’Altro per scoprire se stessi. Il viaggio fra Sartre e i percorsi dell’esistenza

È un sentimento strano, quello che investe chi è

in attesa di partire. La curiosità suscitata dall'Altro, nella sua attraente oscurità, si fonde con l'ansia di essere spogliati delle proprie sicurezze, nella propria situazione, mentre quest'ultima diventa oggetto del giudizio altrui. È noto il potere aggregante dei costumi, delle tradizioni o anche solo dell'origine natìa. Questi tratti, se accomunanti, rendono più individui soggetti di uno stesso essere. Nasce un senso di unanimità che porta il singolo a sentirsi implicato nell'esperienza del noi soggetto. L'individuo sente di poter porre come oggetto il mondo esterno, insieme agli altri, senza correre il rischio di essere esposto allo sguardo di quelli. Il mio sguardo diventa il nostro sguardo. “Ognuno di noi, infatti,conosce il disagio inconfessato che ci prende in una sala semivuota o, invece, l'entusiasmo che si scatena e si rafforza in una sala piena ed entusiasta”, afferma Sartre , riferendosi ad una sala teatrale, durante la visione di uno spettacolo. “Le rivalità, i lievi conflitti di prima sono scomparsi e le coscienze che forniscono la materia del noi sono proprio quelle dei consumatori: noi guardiamo l’avvenimento, noi ne prendiamo parte”. Il fatto che l’Altro, che incontreremo al termine del nostro viaggio, risulterà nascosto, distante da qualsiasi accomunanza soggettiva, lo rende “vergine”,

immacolato, da conoscere, da scoprire. E nell’idea di scoperta, per Sartre, è inclusa l’idea del godimento appropriativo. Strappando il segreto dell’Altro, ciò che di lui non è ancora rivelato, diventiamo creatori e possessori di esso. “E’ per opera mia che un aspetto del mondo si rivela, ed è per me che si rivela”. Proviamo un’intima soddisfazione quando un aspetto della realtà, ancora ignoto agli altri, si rivela a noi. Esso ricade nelle nostre mani, possiamo custodirlo, gestirlo. Siamo gli autori del suo destino, e godiamo per l’esclusiva oggettività di tale segreto, che ci porta ad essere gli unici soggetti del mondo. Del nostro mondo. Gli unici in grado di esprimere un giudizio su quell’oggetto. “Si strappano i veli della natura, la si svela (cfr. Il velo di Sais, di Schiller), ogni ricerca comprende sempre la ricerca di una nudità che si mette in evidenza scartando gli ostacoli che la coprono, come Atteone allontana i rami per meglio vedere Diana al bagno”. Il viaggio ci conduce immediatamente ad essere spettatori di qualcosa di unico, che finalmente sfugge a coloro coi cui condividiamo esperienze, oggetti, vite. Ci invade il desiderio di aprirci al mondo, accogliendone quelle sfumature che spesso la quotidianità ci nasconde, occupando l’orizzonte del nostro sguardo con gli stessi scenari, cui corrispondono uguali sentimenti. Ma il viaggiatore attende di sfruttare terre sconosciute per vivere nuove emozioni, scoprire reazioni passionali mai percorse, che lo trascinano verso il ritrovamento di un nuovo “Io”. Il viaggio diventa la chiave per la scoperta di noi stessi, il modo per offrire nuovi stimoli a quelle pulsioni assopite da una condotta sempre identica. Quella condotta in cui cercavamo la sicurezza della stabilità. Esso mette in discussione le nostre sicurezze, riconducendo il mondo alle dipendenze della nostra scelta. Torniamo protagonisti del mondo, ritrovandoci in esso. Il viaggio apre l’attesa di queste esperienze, avvicinandoci piano a quell’universo altro che immergerà le nostre idee in nuove relazioni, nuovi confronti. Così, tutto si relativizza, si misura col soggetto, perdendo la peculiare unicità dell’Assoluto, dell’incommensurabile. 19

Il viaggio verso l’Altro

di Giacomo Pisani


La nostra libertà, sempre variabile e sciolta da qualsiasi essere assoluto, viene decisa dalla libertà dell’Altro, che le conferisce un’esteriorità assoluta, un “essere – esterno - per altri”. Quella paura soffocante, allora, deriva dall’angoscia di perdere il controllo della propria situazione, di vedere il proprio essere alle dipendenze della libertà dell’Altro. Contemporaneamente, la nostra stessa libertà è inevitabilmente condizionata dal nostro “essere – per altri”. Non possiamo fare a meno, infatti, di assumere tale essere in funzione del nostro progetto. Anche il rifiuto del nostro “essere – per altri”, sarebbe ugualmente un’assunzione di esso. Il viaggio, quindi, immerge le nostre condotte in un intreccio di rapporti che demoliscono il nostro essere. Gli fanno inglobare qualcosa dell’Altro, e nello stesso tempo se ne appropriano, abbattono i suoi fondamenti, lo rivoluzionano. Moltiplicano le nostre prospettive fino a farci sentire l’irrimediabile condanna alla libertà.

Ma il richiamo alla ricchezza della varietà, che colora la diversità, si perde in quella paura sottile suscitata dall’incontro di altre individualità libere. Abbiamo detto che l’Altro, diverso per tradizioni, origini, vita, ci appare come l’anormale, l’insolito. L’incontro con volontà assolutamente estranee alimenta l’incertezza. Il giudizio dell’altro, infatti, costituisce un condizionamento reale della nostra libertà. Ciò che prima potevamo fare con tranquillità, senza il timore che qualcosa apparisse strana o estranea, adesso presenta un lato caratteristico che ci sfugge. L’Altro, infatti, può appropriarsi della nostra situazione, sottomettendola al proprio giudizio, fissandola nelle proprie categorie. Sfuggiamo a noi stessi, trascinati da lui nel suo universo.

Le citazioni sono tratte da: Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, Il Saggiatore, Milano, 2008.

Jean-Paul Charles Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – 15 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore e drammaturgo francese. Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò giustificando il suo gesto con ragioni personali (“ho sempre declinato le distinzioni ufficiali”) e con ragioni obiettive (“io sto lottando per avvicinare la cultura occidentale a quella orientale, e svuoterei la mia azione se accettasse onorificenze da Est o da Ovest”). E’ stato uno dei massimi esponenti dell'esistenzialismo, che egli intendeva come una filosofia della libertà, della scelta e della responsabilità. Studiò all'École Normale Supérieure di Parigi, dove si laureò nel 1929 in filosofia, per insegnarla poi nei licei di Le Havre, di Laon e infine di Parigi. Suo principale intento è stato quello di conciliare l’esistenzialismo col marxismo. Nel 1947 fondò un partito , il “Rassemblement Dèmocratique Rèvolutionnaire”, di accento marxista, privo d’impostazione classista. Sartre di schierò contro le guerre di Indocina e di Algeria, a favore degli insorti ungheresi nella rivolta di Budapest e della causa castrista nella Rivoluzione cubana. Dal 1966, fece parte dell’esecutivo del Tribunale Bertrand Russel contro i crimini di guerra americani nel Vietnam. Per citare solo alcune delle sue opere, ricordiamo i drammi “Le mosche” e “A porte chiuse”, le opere di narrativa “La nausea” e “Il muro”, i saggi di critica letteraria “Che cos’è la letteratura” e “Un teatro di situazioni” e i saggi di filosofia “L’essere e il nulla” e “Critica della ragione dialettica”. 20


La sporca Conversazione in Sicilia maledetta dal fascismo

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el 1938, quando lo scrittore Elio Vittorini inizia a pubblicare a puntate sulla rivista fiorentina “Letteratura” diretta da Alberto Bonsanti il testo di “Conversazione in Sicilia”, il fascismo emana le leggi antisemite e costituisce la Commissione per la bonifica libraria, presieduta dal direttore della Stampa italiana Gherardo Casini, al fine di “eliminare dalla circolazione gli scrittori ebrei, ebraizzanti, o comunque di tendenze decadenti”, ma anche “tutta quella merce italiana e straniera che troppo decisamente contrasta con l’etica e con i fondamentali principi del Fascismo”. Il consenso degli intellettuali alle direttive imposte dal regime sarà zelante e si tradurrà in aspri interventi censori, come testimonia questo saggio di critica letteraria di Francesco Biondolillo, nel dopoguerra professore di italiano e latino al liceo Mamiani e libero docente all’università La Sa-

pienza di Roma, apparso su “L’Unione Sarda” del 14 aprile 1939: “Ma forse il pericolo maggiore è nella prosa narrativa, dove a cominciare da Italo Svevo, ebreo di tre cotte, ad Alberto Moravia, ebreo di sei cotte, si va tessendo tutta una miserabile rete per pescare dal fondo limaccioso della società figure ripugnanti di uomini che non sono ‘uomini’ ma esseri abulici, infangati di sessualità bassa e repugnante, malati fisicamente e moralmente […] I Maestri di tutti cotesti narratori sono quei pezzi patologici che si chiamano Marcel Proust e James Joyce, nomi stranieri e di ebrei fino al midollo delle ossa, e disfattisti fino alla radice dei capelli”. Il nuovo clima culturale suscita timore presso gli scrittori ebrei e non ebrei, perché per la prima volta si crea un intero corpus di letture ufficialmente proibite. Elio Vittorini, ad esempio, come traspare da due lettere del 1939 e del 1940 inviate al professore siracusano Sebastiano Aglianò, è in ansia per le decisioni ministeriali che possono impedire l’edizione in volume di “Conversazione in Sicilia”, così come era accaduto per il romanzo “Il garofano rosso”, pubblicato a puntate nel 1933’34 sulla rivista “Solaria”, ma con tagli e correzioni imposte dalla censura fascista che ne bloccò l’uscita nel 1938 per motivi moralistici. Poi il nullaosta necessario per la pubblicazione arriva grazie al funzionario del ministero della Cultura popolare Gherardo Casini ammiratore dell’ “iconoclasta” Vittorini, e così il 1° marzo 1941 esce in 355 esemplari numerati, oltre a 50 copie fuori commercio, presso l’editore fiorentino Parenti “Nome e lagrime”, che comprende

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la recensione - letteratura

di Lorenzo Catania


“Conversazione in Sicilia” e il racconto che dà il titolo e apre il volume, come a volere camuffarne il vero contenuto, che trasfigura in narrazione lirica e simbolica la delusione e la crisi politica ed esistenziale dell’autore successive alla guerra di Spagna. Qualche mese dopo l’opera è ristampata dall’editore Bompiani con il titolo originario. Accolto dai critici, dagli scrittori e dai lettori con giudizi generalmente positivi, il libro di Vittorini, una sorta di diario del ritorno in Sicilia, al proprio paese, presso la madre di un intellettuale in preda ad “astratti furori” per il genere umano perduto, incontra un buon successo di pubblico e attira perciò l’attenzione dei giornali più diffidenti verso l’inquietudine sociale del letterato siciliano. Come “L’Osservatore Romano”, organo del Vaticano, che – secondo quanto riferisce Vittorini alla giornalista inglese Kay Gittings - giudica “Conversazione in Sicilia” un libro “deleterio ai sentimenti nazionali e alla morale fascista”. Mentre sulla stampa del regime le conversazioni tra un figlio e sua madre a proposito di una relazione extraconiugale di quest’ultima suscitano scandalo nell’anonimo estensore di un editoriale intitolato “Una sporca conversazione”, apparso su “Il Popolo d’Italia” del 30 luglio 1942. Qui l’anonimo autore dell’editoriale definisce “Conversazione in Sicilia” un libro pornografico che emula le opere di Pitigrilli, Mario Mariani e Guido da Verona. Poi riassume a modo suo alcune parti del romanzo: “Un giovane siracusano, dopo molti anni di assenza dal paese natio, vi ritorna a rivedere la propria madre quasi dimenticata. Lo inducono a questo ritorno due motivi principali: un biglietto a riduzione e la noia. Giunto al cospetto della madre, il giovane […] chiede a costei che cosa ha fatto durante la sua

assenza e cioè se è stata ‘al vallone con qualcuno’ perché – egli pensa – non sarà stata sempre in cucina. Per sua gioia, quella ‘vecchia’ di sua madre è stata proprio al vallone, e più volte e con più di qualcuno – con un pezzente, col compare…fra gli altri, s’intende c’era stato posto anche per il marito. Colmata la lacuna della propria curiosità, il giovane accompagna la madre a visitare le conoscenti, le quali, tanto per fare cosa grata al ragazzo che le brama e alla donna che le prega, lietamente si offrono”. E infine conclude: “E’ forse con queste opere che, dopo vent’anni di Fascismo, ci prestiamo a far grande l’Italia anche nel campo dello spirito?” Probabilmente, più che la critica di Vittorini al militarismo e all’imperialismo del regime o l’allusione alla lotta antifascista, fu l’editoriale “Una sporca conversazione” che fece scattare il sequestro del romanzo, nel momento in cui questo aveva avuto tre ristampe e consacrava il prestigio dello scrittore presso i lettori più colti.

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Oltre la realtà Il viaggio e le origini della fantascienza

Luciano di Samosata (120-180 ca. d.C.

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n giorno, partito dalle Colonne d’Ercole e spintomi nell’oceano verso occidente, filavo con il vento in poppa. Gli scopi fondamentali del mio viaggio erano la curiosità e il desiderio di cose nuove, saper qual è il termine dell’oceano e quali genti vivono dall’altra parte. Il brano riportato, tratto dal racconto Storia vera o, più letteralmente, Delle storie vere, scritto in greco da Luciano di Samosata, siriano di nascita, e risalente al secondo secolo dopo Cristo, è considerato da molti l’atto di nascita della fantascienza. Gli elementi costitutivi fondamentali del racconto di Luciano sono il viaggio verso l’ignoto e l’inesplorato e l’invenzione di una realtà alternativa a quella riscontrabile e verificabile nell’esperienza concreta. Iniziata come un viaggio per mare, in breve l’avventura si trasferisce negli spazi interplanetari ed interstellari:

Verso mezzogiorno, quando l’isola non era più in vista, sorse improvvisa una tempesta che sollevò la nave in un vortice a quasi tremila stadi senza più deporla in mare; anzi, la portava, sospesa com’era nell’aria, un vento che con forza soffiava nelle vele fino a gonfiarle. Sette giorni e sette notti andammo per il cielo: all’ottavo vediamo, sospesa, una grande terra, come un’isola, splendente a forma di sfera e rischiarata da una forte luce. Ci portiamo vicino e, dopo aver gettata l’ancora, scendiamo; fatta un’ispezione, troviamo che il luogo è abitato e coltivato. Sono presenti anche altri ingredienti destinati a divenire dei classici della fantascienza: l’incontro e lo scontro con extraterrestri delle specie più diverse e bizzarre e, perfino, le guerre stellari. I “terrestri”, infatti, si trovano coinvolti in una battaglia di dimensioni ciclopiche fra i Lunari ed i Solari, che l’autore immagina comandati, rispettivamente, dai personaggi mitologici Endimione e Fetonte. Non manca qualche concessione all’osceno o al goliardico, invero sufficientemente gratuita, che appare in qualche caso dettata solo dal gusto matto per la trasgressione, come nella descrizione delle forze in campo nella battaglia spaziale: Al loro fianco si posero i Cazzo-di-cane, inviati dagli abitanti di Sirio, 50.000 unità, uomini dal muso canino che combattevano su membri alati. Lo stesso dicasi dell’incontro con esseri superdotati, che pure non sembrano rappresentare la parodia di una qualche particolare categoria di umani: Scorgemmo subito dopo anche degli uomini che navigavano in un modo strano: erano marinai e navi ad un tempo; e ve lo voglio proprio raccontare: giacciono supini sull’acqua con l’affare ritto – non l’hanno piccolo – e a questo assicurano una vela e vanno per mare. Ma scopo dell’opera non è il puro divertimento o il riso in sé, ma esercitare una satira corrosiva contro ideali e fedi tradizionali e farsi beffe delle religioni, non solo quella greca antica, ma anche la giudaica e la cristiana, oltre che degli scienziati (fisici ed astronomi) usi a scivolare nel favolistico. È lo stesso autore, nel corpo stesso della sua opera, a dichiararne la natura e lo scopo nella maniera più chiara ed inequivocabile: … ogni cosa che ho narrato è un’allusione, in chiave comica, a poeti, storici e filosofi antichi, i quali scrissero tante cose che sanno di prodigio e di favola … 23

classsici - le origini della fantascienza

di Francesco Mancini


Loro maestro di tal genere di ciarlataneria fu l’omerico Ulisse, che raccontò alla corte di Alcinoo della cattività dei venti, di certi esseri con un occhio solo, cannibali e selvaggi, e anche di animali a più teste e delle trasformazioni dei suoi compagni per effetto di filtri; e simili a queste egli sciorinò tante altre fandonie sotto gli occhi stupiti di quei semplicioni dei Feaci. Ebbene, leggendo tutti questi autori, non è poi che mi sentissi di riprenderli tanto per le menzogne – vedevo infatti che il mentire era ormai un fatto abituale anche per quelli che facevano professione di filosofia; mi sorprese piuttosto che pensassero di aver scritto cose non vere senza che altri se ne potessero accorgere.

Pertanto anch’io, desideroso, per vanità, di lasciare qualcosa ai posteri e per non essere il solo privo della libertà poetica, non avendo niente di vero da raccontare – niente di degno mi era infatti mai capitato – mi diedi alla menzogna, una menzogna, a dire il vero, molto più ragionevole delle altre: infatti, riconoscendo subito che mentirò, dirò almeno questa verità. In tal modo, se sono io stesso ad ammettere che non dico niente di vero, mi sembra di poter evitare il biasimo del prossimo. Scrivo dunque di cose che non vidi, né v’ebbi parte in alcun modo, né seppi da altri; aggiungi pure che non esistono assolutamente e che non possono in nessun caso aver luogo. E farà bene il lettore a non crederci affatto.

Hyeronimus Bosch, Trittico del Paradiso terrestre, (particolare) circa 1500, Madrid, Museo del Prado

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Molti hanno considerato il racconto di Luciano il pro- scontrabile alcuna intenzione satirica o di divertimento totipo della narrazione fantascientifica, tale da costitu- o, ancor meno, l’espressione di un radicale scetticismo ire un punto di riferimento per opere come l’Orlando alla Luciano, né il mero scopo di intrattenere con il Furioso, Gargantua e Pantagruel, Le avventure del racconto di avventure, magari rivolte alle giovani gebarone di Münchhausen, Ventimila leghe sotto i mari. nerazioni. Nelle prime tre opere citate le analogie col racconto di La loro caratteristica distintiva è quella di stabilire un rapporto di complicità fra l’autore ed i lettori, impliciLuciano appaiono più evidenti. Infatti, ne sia scopo la satira o il divertimento, tamente indotti a prescindere da considerazioni circa l’esagerazione e la bizzarria delle creazioni fantastiche la plausibilità e verosimiglianza delle vicende racconsono in esse tali da non consentire al lettore di crederle tate e dei contesti in cui esse si svolgono. reali, pur in assenza di una esplicita dichiarazione Il lettore deve provvisoriamente, per il tempo di durata dell’autore nel senso della falsità delle cose racconta- della lettura, credere o fingere con se stesso di credere alla verità delle invenzioni fantastiche dell’autore, per te. apprezzarne le creazioni Per ciò che concerne artistiche e le particolari l’ultima opera concezioni letterarie. dell’elenco, pur non Insomma, a parte volendosi negare ril’eventuale aliquota di chiami al prototipo lettori effettivamente antico, sembra di doconvinti della verità delver rilevare le cose raccontate, per nell’autore, Jules Vertutti gli altri vale una ne, piuttosto una evisorta di equilibrismo psidente prevalenza della cologico acrobatico del influenza di Edgar tipo “non è vero ma voAllan Poe, peraltro a glio crederci”, su cui in lui di poco precedente fondo si regge il succese in parte contemposo di tutto il genere fanraneo. tascientifico. Inoltre, Verne non è Il viaggio e l’irrealtà somosso affatto da inno gli strumenti utilizzati tenzioni satiriche né è da Poe per liberarsi di interessato a creare limiti e vincoli nelle sue occasioni di riso e di narrazioni, il cui vero divertimento fine a sé oggetto sono però semstesso e, soprattutto, pre gli abissi insondabili le sue creazioni fantaHyeronimus Bosch, La nave dei folli in fiamme dell’animo umano, le sue stiche non sono davAkademie der bildenden Künste, Vienna inquietudini ed ambiguivero irreali, o almeno tà, i suoi terrori, incubi non del tutto. Perlopiù, infatti, le sue opere sono racconti e romanzi ed orrori, le sue cadute e disperazioni. di avventure, alla portata di ragazzi ed adolescenti e Per Poe, come per tutti gli autori di fantascienza suoi comunque rivolti a quanti sono attratti dalle future successori, il rapporto di complicità con il lettore è un conquiste del progresso scientifico e tecnologico, pre- dato fisso, una condizione imprescindibile, nel senso figurate dall’autore come già nelle possibilità della che in sua mancanza non vi sarebbero appassionati di fantascienza, né il genere avrebbe attecchito con tanto società sua contemporanea. Va detto che i più collocano, invece, all’origine del successo. genere fantascientifico alcuni racconti fantastici o del Resta da considerare se le finzioni irreali dei moderni terrore, oltre al romanzo Storia delle avventure di Ar- scrittori di fantascienza siano poi tanto lontane da thur Gordon Pym, dei quali è autore proprio lo scritto- quelle degli antichi autori greci irrisi e strapazzati da Luciano di Samosata. re e poeta statunitense Poe. Se è pur vero che anche queste opere di Poe si fonda- Resta il dubbio, purtroppo non verificabile, che le inno, come quelle degli illustri suoi predecessori, sui venzioni degli scrittori di fantascienza, a partire da consueti elementi del viaggio e del distacco dalla real- Poe e fino agli odierni, sarebbero forse state trattate da tà, esse introducono elementi di novità tali da differen- quell’autore allo stesso modo delle frottole dell’Ulisse omerico e dei racconti favolistici degli altri antichi ziarsene in maniera radicale. Infatti, nelle opere dell’autore statunitense non è ri- narratori di miti. 25


In viaggio tra etnografia e letteratura: I frutti puri impazziscono di James Clifford di Silvia Mazzucchelli

la recensione - saggi

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ames Clifford, in un suo articolo comparso sulla rivista Àcoma nel 2001, afferma: Ciò che chiamiamo cultura è un processo aperto, che si fa o si inventa progressivamente attraverso spostamenti e incontri, un processo che ha una sua collocazione storica e politica fatta di costrizioni e potenzialità (…). Diremo allora che un corpo culturale è una specie di coalizione dinamica. La parola cultura, sottolinea Clifford, è infatti profondamente legata a nozioni organiche di crescita naturale, vita, morte, corpi che durano nel tempo; e l'identità non può che essere mista, relazionale e inventiva, come si evince dal titolo del libro, I frutti puri impazziscono, un verso tratto da una poesia di William C. Williams. I frutti di Williams e di Clifford alludono proprio all’epoca contemporanea, nella quale appare difficile dire che cosa sia davvero una cultura e nella quale sembra frammentarsi ciò che è noto, soprattutto ciò che si rappresenta come autentico (i frutti puri). L’antropologo definisce questa condizione modernità etnografica: etnografica perché ci si trova spiazzati in mezzo a tradizioni disgregate; modernità poiché la condizione di sradicamento e d’instabilità è sempre più destino comune. Tuttavia, secondo Clifford, sono proprio questi i presupposti per il costituirsi di nuove identità; egli infatti nega la visione di un mondo in cui i cosiddetti popoli arretrati, inibiti nelle loro potenzialità creative, sarebbero ormai incapaci di produrre una cultura originale. Attraverso la vita e le opere di etnografi come Marcel Griaule, Victor Segalen, Michel Leiris e Aimé Césaire, lo studioso prende poi in considerazione il ruolo dell’etnografo, il modo di considerare l'arte primitiva, e la contrapposizione tra Oriente e Occidente. Nell’ultima parte del volume Clifford riporta un'importante testimonianza: la trascrizione dei suoi appunti, presi durante una causa che il Consiglio tribale dei Wampanoag di Mashpee aveva intentato nel 1976 pesso la Corte federale per il riconoscimento del titolo di proprietà su circa 16000 acri di terra. Il vero scopo della disputa giuridica non era comporre la questione della proprietà della terra,

quanto, piuttosto, di stabilire se il gruppo che si attribuiva il nome di Tribù di Mashpee fosse, di fatto, una tribù indiana. I discendenti degli indiani Wampanoag residenti a Mashpee dovevano provare la loro identità, quasi una dimostrazione di modernità etnografica.

Meritano infine particolare attenzione i paragrafi dedicati alla classificazione ed esposizione dell’arte primitiva e delle culture esotiche, nei quali Clifford ridiscute le categorie di arte, creatività, primitivo e cultura, alla luce di una critica degli stili museografici e artistici vigenti. Lo studioso si concentra soprattutto sull’importante mostra tenuta al Museum of Modern Art (Moma), Primitivism in 20th Century Art: Affinity of the Tribal and the Modern, tenutasi a New York nel 1984.

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James Clifford è professore di etno-antropologia presso l’Università della California, Santa Cruz. Studioso dell’identità postcoloniale, è ritenuto il maggior esponente della cosiddetta “svolta letteraria” in antropologia. E’ autore di numerosi saggi fra cui si segnalano: Scrivere le culture: poetiche e politiche in etnografia, Meltemi, 1997, di cui è il curatore insieme con G. Marcus; Routes. Travel and Translation in the Late Twentieth Century, Harvard University Press, 1997; trad. it. Strade:viaggio e traduzione alla fine del Ventesimo secolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; The Predicament of Culture. Twentieth Century Etnography, Literature and Art, Harvard University Press, 1988; trad. it. I frutti puri impazziscono: etnografia,letteratura e arte nel Ventesimo secolo, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.

Egli sostiene che i rapporti di potere grazie a cui una parte dell’umanità può selezionare, valutare e collezionare i frutti puri delle altre, devono essere criticati e trasformati, ed auspica come nel futuro si possano immaginare mostre che mettano in risalto le produzioni impure, inautentiche della vita tribale passata e presente. Proprio per questo, a chiusura del capitolo, Clifford propone la descrizione fatta da Barbara Tedlock della cerimonia shalako degli Zuñi, una festa che costituisce solo un elemento di una tradizione viva e complessa: Immaginate un piccolo villaggio nel Nuovo Messico occidentale, le sue strade cosparse di neve fian-

cheggiate da Mercedes bianche, da camioncini da un quarto di tonnellata e da furgoni Dodge. Le donne del villaggio, avvolte in coperte nere e in scialli a fiorami, stanno in piedi accanto a turiste che vestono bluse di vellutino blu con file di bottoni metallici e voluminose gonne di satin. (…) Teste-trofeo di muli e di cervi dalla coda bianca, adorne di fiori di popone e di collane di corallo e turchese scheggiato, sono affisse in alto, tutt’attorno alla stanza, al di sopra di pelli di daino rampanti che, a loro volta, sovrastano arazzi arabi in cui sono raffigurati Martin Luther King e i fratelli Kennedy, l’Ultima cena, un gregge di pecore con pastore aureolato, cavalli, pavoni.

arcobaleno l'arcobaleno supplemento a Sicilia Libertaria N° 287 - settembre 2009. Direttore responsabile: Giuseppe Gurrieri. Registrazione Tribunale di Ragusa n° 1 del 1987. fip. La Redazione, composta da volontari, si riunisce periodicamente in un “Comitato di reLazione”. Chiunque, condividendo i princìpi antifascisti, antirazzisti ed antisessisti propri di questo giornale, può proporsi come collaboratore o può inviare contributi all’indirizzo di posta elettronica:

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IL VIAGGIO DEL PELLEGRINO di Onesto Aquino

storia - religioni - antropologia

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omeo, Pellegrino e Palmiere, nelle diverse varianti, oggi sono diventati semplici cognomi o nomi propri. Ma non è sempre stato così. Ce ne facciamo raccontare la storia nientemeno che dall'Alighieri. Dante, a commento del sonetto “Deh! peregrini che pensosi andate”, nella Vita Nova, così scrive: E dissi 'peregrini' secondo la larga significazione del vocabulo; ché peregrini si possono intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo, in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria; in modo stretto, non s'intende peregrino se non chi va verso la casa di sa' Iacopo o riede. E però è da sapere che in tre modi si chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de l'Altissimo: chiamansi "palmieri", in quanto vanno oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi "peregrini", in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepultura di sa' Iacopo fue più lontana de la sua patria che d'alcuno altro apostolo; chiamansi "romei", in quanto vanno a Roma, là ove questi cu' io chiamo "peregrini" andavano. In pratica Romeo era il pellegrino che si recava a Roma, Palmiere quello che andava in Terra Santa, mentre il Pellegrino propriamente detto era quello che raggiungeva la tomba dell'apostolo Giacomo a Santiago di Compostela, nella Galizia spagnola. Ma perché si faceva un pellegrinaggio? Una ragione era (ed è tuttora) quella suscitata dalla devozione verso un santo a cui ci si affidava per una particolare protezione. Un'altra era sciogliere la promessa di un voto fatto in una circostanza drammatica come malattia, prigionia, naufragio. Un'altra ancora era l'espiazione dei peccati, imposta dal parroco, dall'Inquisizione o addirittura dal re. In quest'ultima modalità il pellegrinaggio diventava addirittura un obbligo di legge. Si viaggiava da soli, ma preferibilmente in gruppo, e non sempre il gruppo era costituito da un insieme disciplinato di penitenti. I Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, scritti verso la fine del Trecento, descrivendo storie d'amore cortese e di lussuria, di riflessioni filosofiche e di critiche alla Chiesa stessa, ci dicono che ben altri sentimenti, oltre a quelli di penitenza, potevano albergare nei cuori dei pellegrini inglesi diretti a venerare le spoglie di san

Tommaso Becket a Canterbury. Gli storici sottolineano, del resto, che i circuiti dei traffici commerciali coincidono con i principali itinerari di pellegrinaggio. Prima di mettersi in viaggio, il pellegrino doveva "fare i conti" con la propria situazione. Innanzitutto, se aveva dei beni, doveva fare testamento (per quanto oggi possa sembrare strano, fino a non molti secoli fa, le insidie di un lungo viaggio consigliavano sempre di fare testamento); poi doveva pagare tutti i debiti; affidare la casa a qualcuno; prendere commiato da tutti chiedendo perdono per le offese arrecate; infine equipaggiarsi per il viaggio.

Pellegrini di Canterbury alla taverna. Incisione su legno

Il pellegrino, infatti, aveva un particolare abito che gli conferiva in modo assolutamente visibile e non equivocabile un particolare status. Questa uniforme, che lo distingueva da ogni altro soggetto sociale, comprendeva un bordone, cioè un lungo bastone con una punta acuminata in basso; una schiavina, cioè una veste lunga di tessuto ruvido, ed una bisaccia, una borsa floscia di pelle, appesa alla cintola, dentro la quale poneva il cibo, il denaro e la gavetta. Inoltre, a partire dal XIII secolo, ne faceva parte un grande cappello, rialzato sul davanti, sul quale erano appesi i simboli dei pellegrinaggi effettuati, una specie di attestato per l'impresa effettuata. Per chi tornava da Roma era d'obbligo esibire un'immagine della Veronica (il telo con il volto impresso di Gesù), dei ciondoli di piombo raffiguranti le chiavi incrociate di San Pietro, oppure le sagome dei santi Pietro e Paolo. Chi tornava dalla Terra Santa inseriva sul cappello

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piccole croci, oppure un rametto d'ulivo o di palma, in ricordo dell'ingresso di Gesù a Gerico. Raggiungere la meta di Santiago di Compostela significava, infine, potersi fregiare sul cappello della conchiglia di San Giacomo. Il simbolo del pellegrinaggio, orgogliosamente ostentato sul cappello, garantiva anche facilitazioni pratiche, come l'esenzione dai pedaggi e dalle tasse. Alcuni tribunali li accettavano anche come prova di non avere subito sequestro per debiti. Questi ciondoli di piombo, a poco a poco, da souvenirs si trasformarono in amuleti, capaci di proteggere e guarire. E qualcuno, per non sbagliare protezione e non susci-

Hieronymus Bosch, trittico del Giudizio Universale (pannelo esterno sinistro) Grisaglia su legno - Akademie der Bildenden Künste,

tare inimicizia in alcun santo, attaccava al cappello tanti di quei sigilli di piombo che a stento riusciva a tenere il capo ritto. Sarà stato anche per questi motivi che la domanda di distintivi subì un'impennata tale da sorpassare l'offerta. E fu così che a Roma, a Gerusalemme, a Santiago de Compostela ed in tutte le mete di pellegrinaggio, nacque un fiorente commercio di distintivi “taroccati”. Non va nascosto che i proventi di questo commercio affluivano, sotto forma di diritti di monopolio, anche alle locali autorità vescovili. Il clero, alimentando i flussi devozionali, non tralascia di alimentare anche quelli monetari: storie di ieri ma anche storia attuale. Il turismo religioso, oggi, è una delle voci più importanti delle borse internazionali dei viaggi: Lourdes, Fatima, Czestochowa, Meñugorje, per limitarci ai santuari mariani - e queste sono solo alcune delle innumerevoli mete del pellegrinaggio cattolico odierno - valgono milioni di presenze e corrispondenti milioni di euro. Ma sbaglieremmo di grosso se attribuissimo al pellegrinaggio connotazioni esclusivamente cristiane o religiose. Per i mussulmani è obbligatorio compiere, almeno una volta nella vita, per chi ne abbia le possibilità fisiche ed economiche, il pellegrinaggio a La Mecca, chiamato Hajj. Per gli ebrei la Legge prescrive per ben tre volte l'anno il pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme. Nel mondo hindu è previsto il Maha Kumbh Mela, un pellegrinaggio che si svolge ogni dodici anni sul luogo della confluenza del Gange con la Yamuna, dove, secondo i libri sacri, è caduta dal cielo una goccia dell'elisir dell'immortalità. Si calcola che a questi raduni partecipano da 20 a 70 milioni di persone. Nel buddhismo i luoghi principali di pellegrinaggio coincidono con i momenti fondamentali della vita di Gautama Buddha: Lumbini, Bodhgayā, Saraṅganātha e Kuśinagara. Si potrebbe continuare a lungo, associando a singole religioni, anche poco o localmente diffuse, precise pratiche di pellegrinaggio. Lo stesso discorso vale anche per le civiltà antiche (in Egitto Eliopoli, Karnack, Tebe; in Grecia Olimpia, Delfi, Eleusi...) e preistoriche (montagne, rocce, sorgenti sacre, monoliti, menhir, dolmen...), sicché si finirebbe per concludere che la pratica del pellegrinaggio è caratteristica umana, più che religiosa. Non si tratta di ridurre tutto al fatto che gli umani hanno le gambe e quindi devono muoversi. È, piuttosto, quella forza immane che spinge Ulisse a lasciare la piatta tranquillità del conosciuto per l'intrigante enigma del conoscibile: Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. (Inferno, canto XXVI, vv.112-120)

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Se Dante punisce Ulisse per aver osato varcare lo stretto di Gibilterra, le colonne d'Ercole, il limite geografico del mondo allora conosciuto, va ricordato che Santiago de Compostela, la più importante meta dei pellegrini nel Medioevo, si affaccia proprio in quei dintorni, sul Finis Terrae, il punto dove finisce la terra che calpestiamo e si apre l'Oceano, l'ignoto che ci sfugge e ci attira. Davanti all'Altro, come bene ha scritto in queste pagine Giacomo Pisani, la paura ed il desiderio si intrecciano, esigendo la libertà di perseguire la conoscenza e di superare ogni nostro limite. Il pellegrino deve andare a piedi, è l'homo viator, il viandante. Egli ha la necessità di spogliarsi di qualunque peso non essenziale per la sopravvivenza. Povero o ricco che sia, sulla strada può valersi solo di ciò che riesce a portare, e tanto meno porta con sé, tanto più lontano può arrivare. Questa considerazione ci suggerisce una lettura egualitaristica di questa pratica, e non erano pochi gli eretici fautori di un comunismo primitivo che utilizzavano il pellegrinaggio come veicolo di diffusione delle loro idee.

Ma non è solo dei beni che deve spogliarsi. Etimologicamente pellegrino viene da peregrino, a sua volta derivante da per agere, con il significato di andare per i campi, essere straniero, errare. Nel momento in cui lascia il suo ambiente egli deve mettere in discussione le sue abitudini, i suoi costumi, la sua lingua, il suo intero microcosmo d'uomo. Giungendo alla meta il pellegrino lo confronterà con il nuovo, sarà in grado di elaborare una sintesi e raggiungere un nuovo equilibrio. La parte certamente più importante è però il percorso. Lungo la strada deve far fronte ad ogni sorta di pericolo (fame, sete, malattie, animali selvaggi, predoni, fenomeni atmosferici) e deve rispondere ad ogni altra sollecitazione, incontro o scontro che sia. La nuova condizione fisica lo induce ad un nuovo atteggiamento psicologico e lo spinge ad un continuo riesame del vissuto. Non conosciamo la percentuale dei pellegrini miracolati, l'immaginiamo proprio bassina, ma è sicuramente altissimo il valore formativo di questa esperienza umana che oggi, non stranamente, coinvolge anche moltissimi non credenti.

Iconografia del pellegrino di S.d.A

Il sentiero della vita Nella tavola accanto, del 1490, un uomo emaciato, non più giovane, con i tratti caratteristici del pellegrino, trasporta un cesto sulle spalle. Alle spalle ha uno sfondo minaccioso. Alla sinistra, in basso, si vedono un teschio e ossa di morto. Un cagnaccio tenta di morderlo ai calcagni, mentre il ponte che sta per attraversare appare molto fragile. In secondo piano vediamo dei banditi che hanno derubato un altro viaggiatore e lo hanno legato ad un albero. Alcuni contadini danzano al suono di una zampogna. Sullo sfondo una folla circonda un'enorme forca, non lontano da un alto palo sormontato da una ruota, usata per mostrare i corpi dei condannati a morte. Il pellegrino di Bosch percorre la strada della vita attraversando un mondo insidioso le cui vicissitudini sono rappresentate sullo sfondo. Alcuni dei pericoli sono fisici, come i banditi o il cane ringhiante, anche se quest'ultimo può anche simboleggiare il calunniatore, la cui lingua malvagia è spesso associata al cane che abbaia. Anche i contadini che ballano connotano un pericolo morale, perché hanno ceduto alla tentazione della carne. Nell'esprimere la difficile situazione di tutta l'umanità, al pellegrino non resta che il bordone, simbolo della difesa contro il male.

Hyeronimus Bosch, Trittico di Haywain,, (porte esterne ) 1490 - olio su legno, Museo del Prado, Madrid 30


Quando i giovani viaggiavano col...dito

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’è stato un tempo, adesso veramente lontano, nel quale un giovane, per completare la propria formazione, per rafforzare la sua personalità ed affrancarsi dal dominio più o meno assoluto dei genitori, cercava di andarsene di casa. L’obiettivo era quello di andarsene definitivamente, ma dieci giorni, una settimana o anche meno andavano benissimo per sperimentare la libertà. Che consisteva nell’allontanarsi il più velocemente possibile da casa, portandosi appresso l’essenziale: lo zainetto militare con dentro un sacco a pelo, qualche indumento intimo e una borraccia (l’acqua non si vendeva ancora!), più un gruzzoletto per le spese assolutamente necessarie. Per quanto strano possa sembrare oggi, quel giovane aveva buone nozioni di geografia d’Italia e d’Europa, focalizzata soprattutto sulla rete stradale ed autostradale. Gli assi autostradali sud/nord, Napoli-BolognaMilano, la A1; quello adriatico, Taranto-Bologna, la A14; e quello ovest-est Torino-Venezia, la A4, più che una rappresentazione delle infrastrutture del recente boom economico, costituivano la mappa mentale delle possibilità di cercare la libertà. Memorizzate quasi tutte le uscite autostradali, (solo i pivelli non conoscevano Melegnano, Borgo Panigale, San Lazzaro, Peretola, Campogalliano, Orte), il giovane (in Italia molto meno spesso la giovane) si piazzava al primo casello e tirava fuori il pollice. Contrariamente all’uso che se ne è fatto, il pollice non significava vita o morte, tutto bene o va’ a morire ammazzato, voleva solo suggerire, in modo non autoritario: “poiché vorrei andare nella tua stessa direzione, potremmo viaggiare assieme?” In quell’epoca lontana la responsabilità civile per la guida degli autoveicoli (rc auto) non era obbligatoria, e l’automobilista non era spinto a calcolare se il passeggero a bordo rientrava nella copertura assicurativa e quanto gli sarebbe costato risarcirlo se si fosse fatto male. Sempre in quell’epoca, sembrerà strano, non si era scatenata ancora la psicosi della violenza, e un automobilista in un giovane riusciva a vedere un giovane e non solo un potenziale criminale. E un autostoppista, prima di salire a bordo, non calcolava al millesimo le possibilità di essere stuprato, infettato, mutilato o ucciso. In estrema sintesi, si può dire che la televisione, pure presente da circa vent’anni, non aveva devastato in modo irreparabile le coscienze e le relazioni umane. Ricordo con tenerezza un camionista che ci ha fatto salire in quattro nella cabina di guida, da dove guardavamo la strada ed il mondo come se potessimo farlo nostro; e ne ricordo un altro che mi ha offerto il pranzo. Fare l’autostop non era solo un modo di viaggiare, era una filosofia di vita.

Significava sapere aspettare, anche a lungo, anche sotto il sole; rispettare le regole e la solidarietà: quando c’era una lunga fila si concedeva la precedenza a chi aveva maggiori necessità. Avrei voluto scrivere un libro sulle frasi e sui disegni lasciati dai quei giovani sui paracarri. Non mancavano certo parolacce ed oscenità, ma in quelle parole c’era l’autobiografia di una generazione che aveva un sogno comune ed aveva l’illusione di viverlo veramente, proprio in quel momento. C’erano gli ostelli della gioventù, ma d’estate era più facile andare a dormire insieme, all’aperto, sulla spiaggia o su di un prato, quando non si aveva la fortuna di avere un tetto, la stanza di studenti fuorisede, la casa di genitori fuori per vacanze, la sede di un’associazione o di un movimento politico, rigorosamente di estrema sinistra. Mi rendo conto che questa può sembrare una favola, ma aggiungerò che era possibile consumare pasti e sostare nei centri storici, nelle città d’arte, occupare panchine e sedersi sui gradini di piazza della Signoria o di piazza San Marco senza essere diffidati, allontanati, multati o, in caso di resistenza, arrestati. Si poteva fare l’amore, ad averne la fortuna e la possibilità, preoccupandosi solo delle conseguenze di una nuova vita; senza la paura della morte, associazione mentale che sarà poi indotta dalla scoperta dell’Aids. Non c’erano telefoni cellulari, né controlli satellitari GPS, e se si mandava una cartolina da Piazza Maggiore a Bologna dicendo: “Tutto bene, quando sarò a Firenze vi scrivo” i genitori, contenti, non chiedevano di più. In quel tempo, che non è mia intenzione descrivere come felice, c’erano come oggi le ingiustizie; e, come oggi, i forti, i furbi ed i prepotenti reggevano le sorti del mondo. Di diverso c’era che le amicizie, erano poche e vere ed i sogni, gli stupidi sogni di provincialotti, erano viaggiare, conoscere il mondo, magari in moto, come in Easy Rider. Adesso le amicizie sono centinaia, su Facebook, ed il sogno più ricorrente è vincere al superenalotto. Hanno nutrito i corpi e ucciso la speranza.

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note autobiografiche

di Anteo Quosino


...lasciare un segno, anche effimero, di ciò che è stato, che non è mai stato prima, e mai più sarà

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foto di Antonio Squeo

L'arcobaleno - giornale per studenti, insegnanti ed esseri pensanti  

rivista di letteratura, poesia, saggistica, fotografia, arte, cucina, pubblicata come supplemento a Sicilia Libertaria