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In questo numero:

Simone Cristicchi

Giuseppe Cominetti

CittĂ  Invisibili Numero 23 Aprile 2010

Mensile Gratuito di Arte & Cultura

Nella Nebbia


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, In esclusiva all’internollaSport solo da Bie GAGLIANICO

Strada Trossi

NUOVI ARRIVI ALL’ INTERNO Merrel, G-Star, North Sails


Sommario Aprile 2010

Editoriale Una primavera fresca, piovosa che solo a sprazzi ci regala il consueto turbinio ormonale e ci fa venire voglia di inforcare la motocicletta e rombanti andare per strade fatte di tornanti e corti allunghi. Il calenda-

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Simone cristicchi due facce, una sola anima

rio però parla chiaro, l’estate è alle porte! In questo come nei prossimi numeri di Nella Nebbia troverete infatti diversi servizi su avvenimenti, mostre e luoghi da visitare anche fuori dalle nostre zone di distribu-

…TUTTI GIu’ PER TERRA! Alla rassegna di illustrazione di Padova

zione. Un invito alle gite fuori porta, ma anche un segno di come Nella Nebbia si stia espandendo e facendo conoscere anche grazie al nostro sito, www.nellanebbia.it, e di un inevitabile passaparola che ci sta portando sempre qualche km più lontano.

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Citta’ Invisibili

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Giuseppe Cominetti

Carichi di qualche kg di troppo dovuto alle feste pasquali ci rituffiamo

L’Uomo, l’Artista, le Opere

quindi nel mondo dell’arte, sempre alla ricerca di qualcosa di interes-

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spettacolo storico del Teatro Potlach

La trilogia della finanziera Una ricetta per teste “fini”

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Psych Out Party

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BARBARA RUBIN

un tuffo nella swingin’ London

sante da raccontarvi, come invito per saperne di più o semplicemente come sano intrattenimento tra una faccenda e l’altra. Ci sentiamo anche di ringraziare Simone Cristicchi per la disponibilità e gentilezza con cui si è reso disponibile per l’intervista nonostante i diversi impegni. Non ci resta che auguravi una buona lettura

UNDER THE ICE

Studio Kaboom

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rubriche

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agenda

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harry hausen

pensieri, idee e stravaganze

come, dove e quando

il rospo della laguna nera

NellaNebbia

Direttore Responsabile Andrea Bellavita

Editore:

Editor Testi: Eliana Frontini

p.zza Risorgimento, 12 13100 Vercelli tel. 0161 1850396

Hanno collaborato Guido Andrea, Alessia Bossi, Mauro Brusa, Elisabetta DellaValle, Eliana Frontini, Veronica Gallo, Roberta Invernizzi, Elena Leone, Gianluca Mercadante, Simon Panella, Marco Pozzo, Michele Trecate, Davide Vergnano

Mensile Gratuito di Arte & Cultura

Registr. Tribunale di Vercelli n.347/2008 del 15/04/2008 N.23 Aprile 2010 Rivista Mensile

Concessionaria pubblicitaria StudioKaboom s.n.c. / Ufficio Commerciale Cristiano Carpo cell. 366 1689727

fotografie di Angelo Trani

tel. 0161 1850396 commerciale@nellanebbia.it

Stampa: Sarnub Via Santhià, 58 13881 Cavaglià (BI) Con il patrocinio di PROVINCIA DI VERCELLI

www.nellanebbia.it


04 musica

testo: Gianluca Mercadante fotografie: Angelo Trani, su gentile concessione

e n o m si i h c c i t s i r c via Cavour 58 - Gaglianico (Biella)


, e n o z n a c i Ogn a n u ’ e , per me finestra a l o c c i p o i gg a s e a p n u su o s r e v i d e r p sem

l

Lo abbiamo visto vincere il Festival di Sanremo nel 2007 con una canzone dolcissima e spietata al tempo stesso, per poi tornarci tre anni dopo, nell’edizione di quest’anno, a saltellare su quello stesso palco, a giocare con le parole, e soprattutto a presentare una canzone il cui testo, nella generale piattezza sanremese, difficilmente passa inosservato, al di là del gusto personale di chi ascolta. Simone Cristicchi è proprio così: due facce, una sola anima. Da una parte quindi la poesia, il gusto melodico più classicamente italiano; dall’altra il cantautore dalla faccia tosta, una specie di nerd, la cui lingua è tagliente, talvolta arrabbiata quanto basta se si tratta d’istigare la riflessione. Forse perché mossa sempre, in ogni caso, dall’ironia – che, bisogna dirlo, è sinonimo d’intelligenza. Chi conosce persone stupide col dono dell’ironia alzi la mano. Nell’ultimo lavoro del cantautore romano tale doppiezza musicale, sua principale cifra stilistica, viene palesata come mai è accaduto nei dischi precedenti. Vuoi perché, come lui per primo afferma, ogni canzone è una sorta di stanza, arredata secondo esigenze che differiscono a seconda di chi ci vive, in quella stanza, e provvista di una visuale sul mondo altrettanto diversificata per angolazione, luogo e tempo. Pur trovandosi tutte nell’ideale hotel che, piano per piano, canzone per canzone, l’album esplora. È dunque un caso che s’intitoli “Grand Hotel Cristicchi”? Chiediamolo a lui. Il tuo nuovo lavoro presenta un’enorme vastità di tematiche. Il titolo, “Grand Hotel Cristicchi”, in che modo le riassumerebbe? L’intero album è stato concepito pensando alla scenografia di un hotel. Si inizia in basso, dalle fognature, per poi risalire a storie che avvengono invece sui piani di calpestio, dove ci muoviamo un po’ tutti. Le canzoni sono state scritte nell’arco degli ultimi tre anni, momento in cui mi trovavo in tournée e componevo i nuovi testi nelle camere d’albergo delle varie località toccate dai concerti. Le differenze non stanno solo nei testi, ma anche negli stili musicali. La scelta d’inserire determinate influenze sonore nell’ambito di un singolo brano, dipende dal tema che affronta? In altre

parole: ogni canzone deve possedere un suo preciso sapore, al di là di un genere unitario? È la mia caratteristica, credo. Ogni canzone, per me, è una piccola finestra su un paesaggio sempre diverso. Per tutti i brani di questo ultimo disco, di questo Grand Hotel pieno di finestre, abbiamo voluto che gli arrangiamenti fossero vicini all’argomento trattato nelle singole canzoni. “Tombino” parla dei bambini che vivono nelle fognature di Bucarest e nell’arrangiamento abbiamo inserito la presenza importante del violino balcanico. Testi più diretti, come quello di “Genova brucia”, si è deciso di arrangiarli in maniera molto rock, perché l’insieme avesse una certa capacità d’impatto. O ancora, per quello che considero l’acquerello su un amore nato fra un uomo e una donna nel periodo della terza età, “L’ultimo valzer”, ho affidato l’arrangiamento a Enrico Gabrielli, collaboratore fisso di Vinicio Capossela. La cifra ironica è persistente nel tuo modo di scrivere canzoni. Se il grottesco è un gusto, l’ironia si può invece apprendere. Chi sono i tuoi “maestri” del mestiere? Stefano Benni è sicuramente un grande maestro d’ironia. Un altro dei miei scrittori preferiti è Lorenzo Licalzi, autore genovese bravissimo a mescolare il cinismo dell’adulto col candore di un bambino. Amo tantissimo anche le pagine di Andrea De Carlo e Niccolò Ammaniti. Devo parecchio a scrittori come loro. Ho preso molto anche da Rino Gaetano, per quanto riguarda la sfera dei cantautori – e soprattutto in termini di faccia tosta nel nominare personaggi celebri nelle canzoni, lui lo faceva in “Nun te reggae più”, per esempio. E poi Gaber, soprattutto per la struttura dei miei spettacoli, che nel corso degli anni sono diventati un miscuglio sempre più lucido fra teatro e canzone. È l’ironia l’approccio ideale per proporre argomenti impegnati, passando con estrema nonchalance da un genere all’altro nello stesso disco? Affrontare temi importanti nelle canzoni è comunque un rischio, ci si gioca tutto. Episodi come quelli capitati a me per l’uscita di “Vorrei cantare come Biagio”, oppure di “Ombrelloni”, lasciano intuire che

Nella Nebbia

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06 Bio: Simone Cristicchi nasce a Roma nel 1977. Con lui cresce il suo cespuglio di capelli, sotto il quale maturano parallelamente la passione per il disegno e il fumetto (è stato allievo dell’indimenticato Jacovitti), e un amore autentico per la canzone d’autore. Il 2005 è l’anno dell’affermazione: in gennaio la firma del contratto discografico con Sony Bmg; ad aprile l’uscita del fortunatissimo singolo “Vorrei cantare come Biagio”, poi inserito nel disco di debutto, il pluripremiato “Fabbricante di Canzoni” (2005), cui faranno seguito “Dall’altra parte del cancello” (2007 – col brano vincitore del Festival di Sanremo di quell’anno) e l’attuale “Grand Hotel Cristicchi” (2010). Tra un successo discografico e l’altro, Cristicchi approfondisce inoltre la musica popolare, grazie all’incontro con Ambrogio Sparagna: nasce così il tour “Canti di vino, amore ed anarchia” che vede la stimolante collaborazione con il Coro dei Minatori di Santa Fiora. Il Tour, del 2009, tocca 40 città e alcuni importanti teatri (Arcimboldi di Milano, Auditorium di Roma, Concertone della Notte della Taranta, Premio Ciampi), e vanta prestigiosi ospiti che salgono sul palco: Andrea Camilleri, Laura Morante, Alessandro Benvenuti, Ginevra Di Marco, Erri De Luca. E, a proposito di narrativa, il cantautore mette a segno anche un successo editoriale: “Centro di Igiene Mentale” (Mondadori, 2007), è un testo basato su testimonianze dirette, su poesie e lettere scritte dai pazienti di una struttura manicomiale ormai smantellata e mai spedite. Il percorso nell’umanità della follia è per altro al centro di un documentario scritto e realizzato da Simone Cristicchi, omonimo (e parallelo) al suo album del 2007.

Live: 9 Aprile, Milano, TEATRO DEL VERME 10 Aprile, Torino, TEATRO COLOSSEO

Riferimenti web: www.simonecristicchi.it www.cristicchiblog.net www.myspace.com/cristicchi

l’italiano in genere non sia una persona molto ironica. Nonostante questi considerevoli precedenti, ho voluto insistere con “Meno Male” in quanto la canzone parla della disinformazione in Italia, della distorsione ad hoc di certi eventi giornalistici, e non del personaggio cui fa riferimento il ritornello. La polemica era nata addirittura svariati mesi prima che il pezzo venisse eseguito in pubblico, cosa che, una volta accaduta, spero abbia chiarito a tutti quale fosse il reale contenuto del brano. Un ritornello è solo una specie di… di carta moschicida, se vuoi, serve per acchiappare l’attenzione e tenerla incollata lì. Io stesso resto vittima di alcuni miei ritornelli, sono veramente un chewingum che ti s’attacca addosso e non si scolla più!... Dai precedenza al testo od alla musica, nella composizione di un brano? E c’è un tuo pezzo in particolare, significativo di un tuo… “modus operandi”? Di solito parto dalle parole, non dalle note. Sono un musicista autodidatta e tra le due cose dedico molto più tempo alla lettura, che non allo studio della musica. Inizio dal testo, quindi. Anzi: dal titolo. Già lì, già in una frase, v’è racchiusa la forma integrale, forse primordiale, di quanto voglio sviscerare poi nella canzone. Quasi tutti i miei pezzi nascono in questo modo. In una tua canzone scrivi: “La musica ha un solo linguaggio, quello dell’anima”, eppure l’anima conosce un linguaggio molto vicino, se vuoi, alla musica, che è la poesia. Per il tuo documentario “Dall’altra parte del cancello”, realizzato tre anni fa, intervistasti Alda Merini. Quale ricordo conservi di questa irripetibile, straordinaria figura della poesia italiana? Negli ultimi anni ho visto Alda diverse volte e ci siamo tenuti in stretto contatto telefonico. La ricordo molto serena, nell’ultimo periodo, molto libera. Era come se stesse sciogliendo gli ormeggi per lasciarsi andare ad una dolcezza infinita di cui è stata depositaria, sebbene non troppo spesso permetteva che questa sua parte più tenera, più vulnerabile, affiorasse all’esterno di sé stessa. Al telefono era solita dettarmi delle poesie. Mi diceva di prendere carta e penna, in ma-

ph: Luciana Morbelli

niera istantanea, veloce, e prendeva a dettare versi meravigliosi, alcuni dei quali dedicati alla nascita di mio figlio, un paio d’anni fa. Li conservo come un segreto. Oltre al tour di promozione di “Grand Hotel Cristicchi” stai preparando uno spettacolo teatrale che ti vedrà protagonista nel ruolo di attore. Ci potresti anticipare qualche curiosità su quest’esperienza? Non è la tua prima volta a teatro… In realtà è la prima volta che affronto un testo da solo sul palco. Nei miei show, è vero, ho sempre alternato momenti musicali a momenti di lettura ad alta voce, di narrazione. Qui si tratta invece di recitare dall’inizio alla fine un monologo, “Li Romani in Russia”, diretto dal grande regista Alessandro Benvenuti. Mi sono innamorato subito della storia, la voce narrante è quella di un esule della Campagna di Russia che racconta la propria vicenda in dialetto romanesco. L’au-


tore, insieme a mio nonno, fu uno dei pochi soldati a fare ritorno in Italia dalla Campagna di Russia, nel ’42 -’43, e quando chiedevo a mio nonno di raccontarmi qualche episodio della sua esperienza, lui restava in silenzio. Diceva solo che sentiva sempre tanto freddo, là, anche d’estate, e nient’altro. Alla sua morte ho sentito esplodermi dentro l’esigenza di andare a raccontarle io, le storie che mio nonno taceva, e ho scelto di farlo con le parole di un grande poeta romanesco, Elia Marcelli. Il testo è considerato un capolavoro della letteratura italiana, sebbene sia stato finora poco diffuso. Ti sei misurato con linguaggi diversi: hai scritto un libro, hai girato un documentario, hai portato alla luce le lettere degli ospiti del manicomio di Voghera mai spedite, col Coro dei Minatori di Santa Fiora hai perfino recuperato, esplorandola, la musica popolare delle miniere del Monte Amiata. Il mercato e la critica, che non spiccano per fiducia negli artisti polivalenti (soprattutto se si mantengono col pop), come si comportano con la tua figura? In tre anni di quasi totale assenza dalla televisione, ho seguito e realizzato diversi progetti che non hanno goduto di alcuna risonanza mediatica. Col Coro dei Minatori siamo stati invitati giusto da Serena Dandini a “Parla con me”, e basta, nient’altro. Eppure l’attenzione dei giornalisti mi ha stupito non poco. Ci è cresciuta sotto gli occhi una rassegna stampa eccezionale per cose che, ripeto, non hanno avuto visibilità. M’incoraggia constatare che ho lavorato pazientemente allo scopo di costruirmi un mio pubblico, un pubblico che ora cresce, di concerto in concerto, di città in città, di periodo in periodo. Vengono a vedermi anche persone più adulte di me e persone che assistono allo spettacolo, ma non comprano i miei dischi. Sono i frutti di un lavoro certosino, ottenuti passando da platee semi-deserte a platee di due, tremila spettatori paganti. Tutto ciò mi rende innanzitutto orgoglioso e mi permette inoltre di pensare ad un futuro fatto di credibilità, di rispetto reciproco. Cose che si concretizzano nel presentare poi spettacoli come il monologo teatrale su cui sto lavorando adesso. Diverse canzoni del tuo ultimo disco sono di gusto sanremese, se mi passi il termine. Perché hai scelto di esibirti all’Ariston proprio con “Meno male”? Non volevo ripetermi. Non con delle tematiche associabili, o paragonabili, a quelle di “Ti regalerò una rosa”, canzone con cui vinsi il

m e’ u b l a o r e t L’in to i p e c n o c o stat lla a o d n a s n e p n u i d a i f a r g sceno hotel

Festival nell’edizione del 2007. Presentando “Meno male” sapevo di correre il rischio di non essere catalogabile fra quei cantanti che vanno a Sanremo e ripetono gli stessi cliché della volta prima – e mi stava benissimo così. Nei dischi ho messo in chiaro fin dall’inizio che il mio stile contempla due anime, fondamentalmente: quella più poetica, più riflessiva, e quella rock, scanzonata, diretta. Dunque è stato anche in questo caso un modo per mostrare l’altra faccia di me a chi ne aveva conosciuta soltanto una. Ma esisterà ancora una canzone sanremese, secondo te? Sì, ed è quella che ha vinto. La canzone sanremese è quel mondo lì, si presta attenzione alla melodia, alla vocalità, e non ai testi. Considero infatti un caso anomalo la vittoria di “Ti regalerò una rosa”, una canzone basata soprattutto sul testo. Tant’è che le mie esibizioni erano state scenograficamente molto minimaliste, sia all’Ariston che in tour; non mi muovevo quasi, stavo sempre fermo, proprio per dare la massima importanza alle parole. La canzone sanremese è l’esatto opposto: è un momento di grande enfasi, dove emerge innanzitutto la voce del cantante, credo. Se ci stesse leggendo un altro fabbricante di canzoni, magari uno dei tanti talentuosi di belle speranze di cui parla la tua canzone “Meteora”, quali consigli vorresti dargli? Dev’essere curioso. Deve cercare delle storie, storie che nessuno ha raccontato. Se uno inizia a mangiarsi il fegato appresso ai discografici, appresso alle varie dinamiche così tristemente tipiche di questo mondo, che è un tritacarne – e lo vediamo nei talent show, il cui meccanismo è quello di trasformare le persone in prodotti da consumo, si finisce con l’arrendersi. Il principale obiettivo che un giovane musicista agli esordi dovrebbe porsi è quello di non somigliare a nessun altro e aspettare di esibirsi in pubblico solo quando si è davvero conquistato un’identità propria e attendibile. Che, detto così, è una parola: cosa farebbe scattare nell’esordiente la consapevolezza di un’identità? Secondo me le prime avvisaglie le puoi scorgere già quando suoni in un piccolo locale, pieno di persone sconosciute venute a sentirti. È facile riempire un pub con famigliari, amici e conoscenti vari. Qualcosa comincia a cambiare quando i posti in cui suoni si riempiono di un pubblico che, per quanto ristretto, è venuto lì apposta per ascoltare cosa fai. Se succede questo, allora è giusto iniziare a crederci.

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08 arte

testo: Roberta Invernizzi

! ’ PER TERRA

u I G …TUTTI

azio r t s u l l i i d le a n o i z a n r e int a n ra g r e e T ss a e r r d a l a l M A na e c s i d ’ e a di Padov

S

i fa presto a dire “terra”. O anche “Terra”. Meta dei girotondi infantili, fango sugli stivali, sospirato approdo degli esploratori naviganti e aerospaziali (sazi di oceani e di cieli), zolla d’orto feconda, spazio da conquistare o da difendere, humus vitale, risorsa da sfruttare, patria da amare, manifestazione del divino, madre o matrigna, solida, potente, benevola e brutale, severa e accogliente… A Padova, accanto al Duomo, una mirabolante collezione di coloratissime illustrazioni ci racconta che cos’è “terra”, con un occhio di riguardo per il suo ruolo all’interno dei testi e delle tradizioni religiose (non solo quella cristiana). La dimensione sacra della terra è infatti il fil rouge che collega gli splendidi lavori che compongono la Quinta Rassegna Interna-

zionale di Illustrazione per l’Infanzia e che consente di ordinare la complessità di evocazioni e significati racchiusi in questo elemento. L’allestimento è impeccabile e le sale scandiscono sguardi e letture armoniosamente complementari sul tema. Numerosi sono i riferimenti all’Antico Testamento, in particolare ai versetti della Genesi che narrano la Creazione, ma anche a leggende e miti maya, giapponesi, indiani e zingari. Una Terra, tante terre, insomma: ce lo rammenta subito l’installazione posta all’ingresso, 35 vasetti di vetro contenenti campioni di terra arrivati dalla Georgia, dall’India e da Cuba, dal Kenya e dalla Turchia, dalla Colombia e dalla Romania, dal Laos e da Creta. Ben novantaquattro sono gli illustratori presenti. Tanta Italia, insieme ad altra vecchia Europa (Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Repubblica Ceca, Austria, Svizzera), ma anche Giappone, Argentina,

ne

Iran, Corea, Sud Africa e Messico… È curioso conoscere i loro volti (quasi sempre sorridenti) e leggerne le storie, in poche righe, nelle ultime pagine del catalogo (magnifico e molto ricco anche di testi interessanti): si scopre così che una delle artiste nella vita è ingegnere e un’altra si dedica alla maratona; poi ci sono un ex fumettista, una creatrice di marionette ed un autore di film d’animazione. Molti hanno già ricevuto premi e menzioni in giro per il mondo, consolidando tratti e stili ben riconoscibili. E tutti, proprio tutti, sono mossi dal desiderio di emozionare adulti e bambini, interpretando il tema di quest’anno attraverso le tecniche più disparate. Immagini oniriche e surreali, ingenue ed essenziali, regalano cromatismi intensi e luminosi, sia nelle raffigurazioni gioiose e giocose, sia in quelle più pensose, che meditano e inducono a meditare sulla responsabilità dell’uomo verso l’ambiente, sulla fragilità degli


di Dolores Avendaño), oppure denso simbolo ancestrale (nel lino dipinto dall’iraniano Roshanak Ahadi e nell’occhio del suo connazionale Fareshte Akbari). Gli animali sono incantevoli: il leone di Antonella Abbatiello ha negli occhi lo stupore della tigre di Henri Rousseau; l’“Eden” disegnato dal grande Luzzati ospita una varietà di esemplari variopinti e solidali, mentre la “Terra casa di tutti” del giapponese Takano raffigura giraffatigreconiglioleone e compagnia che fanno capolino da una comune chioma d’albero color cobalto.

equilibri che silenziosamente ci circondano, talvolta esplodendo, esausti, in drammatici cataclismi che si traducono in bruschi risvegli per coscienze assopite in consuetudini spesso malsane. Alcune scelte privilegiano la figura umana e la sua centralità nel creato: è il caso della poetica tela di Nicoletta Bertelle, dichiarazione d’amore che illustra un passo del Cantico dei Cantici, e dell’interpretazione dello spagnolo Laguna “Quando la terra rivela ciò che sei”, in cui la superficie del terreno si fa specchio per l’ombra-anima di un guerriero. L’argentino Porfiri illustra uomini e donne impegnati in riti e processioni, mentre il nostro Sanna propone acquerelli minimalisti popolati da cavalieri e colline antropomorfe. Altre illustrazioni, di contro, segnano l’eclissi totale dell’umano, ritraendo una natura lussureggiante quasi dimentica della nostra presenza, che fa sfondo ad un’arca di Noè zeppa di animali rasserenati dall’arrivo di una candida colomba dopo il diluvio (nell’acrilico

Due suggestivi trittici, differenti per impianto e stile, ma ugualmente efficaci, meritano particolare attenzione: la “Madre Terra” di Arianna Papini ritrae con potente linearità una nutrice che accudisce le specie animali, fumando placidamente dalla sua bocca di vulcano, e ospita anche un uomo piccolo piccolo che, “contro corrente”, tenta di vivere della sua tecnica; Sandrine Lhomme annuncia (o conferma…) che “La terra si è ammalata” e, giocando di rosso, nero e grigio, la ritrae mentre tossisce furtivamente e sostiene, magnanima, la cosiddetta civiltà. Già, perché la Terra fa un mestiere splendido e gramo, palcoscenico della vita, origine e fine della vita stessa, luogo del germogliare come del marcire. E noi, birichini per non dire ben di peggio, sentiamo solo a tratti il legame creaturale profondo che ci radica quaggiù, non tanto da garantire il rispetto e la cura che si devono ad un genitore acciaccato e generoso. Sensibilizzazione e sensibilità rinnovata sono dunque gli imperativi che s’impongono nel rapporto uomo-terra. Proprio nella prospettiva di una riflessione educativa a tutto campo, la scelta d’inserire la mostra in un programma di più ampio respiro, costruito da occasioni pedagogiche diversificate, risulta senz’altro vincente e convincente: così, la compagnia di teatro visivo T.P.O. di Prato ha presentato “Il giardino dipinto”, un giardino immaginario per sognatori di tutte le età, creato in collaborazione con il pittore curdo Rebwar Saeed, in cui due danzatrici invitavano il pubblico ad entrare in aree dedicate ad un colore (giallo, blu, verde e rosso) e ad un elemento diverso (rispettivamente, terra, acqua, foglie, amore); si sono inoltre susseguiti laboratori e letture animate (coinvolti anche i piccoli ricoverati nel Centro di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Padova), per alimentare in tutti una nuova percezione dell’arte e della natura, coinvolgente, attiva e profondamente vitale. Come la terra. La nostra vecchia e cara Terra.

I colori del Sacro. Quinta Rassegna internazionale d’illustrazione «TERRA!». A cura di Andrea Nante e Massimo Maggio; promossa dal Messaggero di Sant’Antonio e dalla Diocesi di Padova. Padova, Museo Diocesano (Palazzo Vescovile, Piazza Duomo 12). Fino a domenica 11 aprile 2010. Orario: tutti i giorni escluso il lunedì, dalle 9 alle 18 (orario continuato). Informazioni e prenotazioni: tel. 049.652855 – 049.8761924. Catalogo Edizioni Messaggero Padova, Euro 25, pagg. 250. http://www.icoloridelsacro.org/ info@icoloridelsacro.org Dopo la chiusura a Padova la mostra potrà essere ospitata anche in altre sedi, sulla base di accordi tra la Diocesi di Padova e l’ente che ne farà richiesta; rif.: Segreteria del Museo Diocesano.

piazza palazzo vecchio,1413100 Vercellitel.fax 0161215274www.arredidea.cominfo@arredidea.com

Criterio ed armonia, parole chiave per riempire superfici e pareti di casa donando a chi la vive benessere. Uno spazio da abitare va interpretato attraverso l’eleborazione di un’idea, il progetto quindi nasce e si evolve al fine di soddisfare in pieno chi lo deve utilizzare.

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testo e foto: Davide Vergnano

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’ a t cit i l i b i s i inv

el febbraio scorso è andato in scena alle Officine CAOS di Torino Città Invisibili, spettacolo storico del Teatro Potlach di Fara Sabina, all’interno del programma della Libera Accademia d’Arte Dra(m)matica, per la stagione di eventi Arte Transitiva 2010 diretta da Stalker Teatro. L’idea originaria delle Città nasce nel 1991, con l’intento di coinvolgere artisticamente in un progetto articolato e organico le associazioni e le realtà musicali, teatrali e artistiche del territorio, per legare le performance e i singoli spettacoli ai luoghi di rappresentazione. Cortili, giardini, cantine, angoli nascosti del borgo antico di Fara Sabina diventano lo spazio scenico dello spettacolo multi-evento, in cui gli angoli e gli scorci più nascosti diventano scenografia. Ogni gruppo rappresenta un’idea, una visione, la propria

città interiore, invisibile ai più, che nell’insieme formano un arcipelago di isole viste dall’alto. Ogni racconto è una città nascosta che riemerge. Lo spettatore attraversando le varie città/finzione diventa archeologo della memoria e contribuisce a far riscoprire le mille storie nascoste di cui siamo popolati. A Torino le città invisibili diventano un laboratorio in cui le esperienze individuali dei partecipanti convergono nella performance finale. L’esperienza personale è alla base del lavoro, i quadri che gli spettatori attraversano sono le città interiori di ogni attore, realizzati partendo dai propri vissuti. Lo spazio scenico delle Officine Caos è stato ridisegnato e utilizzato nella sua totalità, ricreando luoghi e ambienti imprevedibili, strutturati su vari piani e livelli: i magazzini, i corridoi, le sale prova, i camerini, i palchi, le scale, con l’intento di costruire un percorso in cui il pubblico può vedere il luogo del teatro

nella sua totalità, da più punti di vista. Ogni quadro è un mondo nascosto, interiore, dell’esperienza individuale, che da invisibile diventa visibile grazie alla rappresentazione, resa allo spettatore-viandante attraverso allestimenti scenici diversi e unici, fatti di gesti che cercano di portare alla luce ogni singolo vissuto. Quando raccontiamo noi stessi vogliamo far emergere la nostra città invisibile, una piccola biografia cosmogonica che ogni spettatore, con il suo passaggio, unisce alle città degli altri. L’azione, in ogni singolo quadro, vuol far rivivere la memoria dei luoghi. C’è un monologo in un giardino di foglie, in cui un’attrice interpreta una poesia d’amore verso l’invisibile di quel posto, oggi periferia urbana, ma fino a pochi decenni fa campagna sconfinata. In un altro quadro un attore sistema sul pavimento di una stanza alcune scarpe, ricordando coloro a cui appartenevano, una rappresentazione rituale dei drammi umani di persone invisibili, ogni paio di


scarpe è un nome di qualcuno che è scomparso, una sorta di Spoon River, presenza-assenza che rappresenta l’invisibilità di tutte queste persone. In un’altra scena una ballerina italo-irlandese danza sulle scale di accesso alla sala principale, tagliate in due da un telo bianco che scende per tutta la sua lunghezza legato ai corrimano. La scala tagliata a metà ricrea l’ambiente originario dell’attrice, una discesa innevata di una collina irlandese e simboleggia anche la separazione della sua identità. Tutte le situazioni sceniche nascono dal lavoro con i partecipanti, come sperimentazione e apprendimento, utilizzando le metodologie del teatro di ricerca, in cui il training dell’attore, l’esercizio fisico per la conoscenza e il giusto utilizzo del corpo nello spazio scenico sono finalizzati al coinvolgimento dello spettatore, al di là di uno sterile protagonismo fine a se stesso, per rappresentare il reale e le sue contraddizioni. Come nelle Città invisibili di Calvino, in cui Marco Polo racconta a Kublai Khan le città che sono specchio della sua esperienza interiore ed il sovrano a un certo punto gli chiede perché non racconta di Vene-

zia, Marco Polo risponde che in ogni città c’è la sua città, ogni racconto/viaggio/spettacolo delle Città Invisibili è il riflesso dell’esperienza interiore originaria. Il Teatro Potlach è attivo dai primi anni ’70 a Fara Sabina, un piccolo borgo, in provincia di Rieti. Fondato e diretto da Pino Di Buduo, la compagnia si occupa di teatro di ricerca, teatro ragazzi, formazione e organizzazione di eventi e fa parte del cosiddetto “Terzo Teatro”, nato negli anni Sessanta come alternativa al teatro tradizionale e al teatro della Neoavanguardia. Il riferimento principale è l’Odin Teatret di Eugenio Barba. In questa prospettiva il teatro deve assumere una profonda etica sociale e come scriveva Barba nel 1976: «Il Terzo Teatro vive ai margini, spesso fuori o alla periferia dei centri e delle capitali della cultura, un teatro di persone che si definiscono attori, registi, uomini di teatro, quasi sempre senza aver frequentato le scuole tradizionali di formazione o il tradizionale apprendistato teatrale, e che quindi non vengono neppure riconosciuti come professionisti. Ma non sono dilettanti. L’intero giorno è per loro marcato dall’esperienza teatrale, a volte attraverso ciò che chiamo il training,

o attraverso spettacoli che debbono lottare per trovare il loro pubblico. Isole senza contatto l’una con l’altra, in tutta Europa, in America del Sud, in America del Nord, in Australia, in Giappone, di giovani che si riuniscono e formano dei gruppi teatrali che si ostinano a resistere. Diversi uomini, in diverse parti del mondo, sperimentano il teatro come un ponte - sempre minacciato - fra l’affermazione dei propri bisogni personali e l’esigenza di contagiare con essi la realtà che li circonda. Non si può sognare soltanto al futuro, attendendo un mutamento totale che sembra allontanarsi ad ogni passo che facciamo, e che intanto lascia tutti gli alibi, i compromessi, l’impotenza dell’attesa. Questo paradosso è il Terzo Teatro: immergersi, come gruppo, nel cerchio della finzione per trovare il coraggio di non fingere». Libera Accademia d’Arte Dra(m)matica http://www.stalkerteatro.net/accademia09/accademia.pdf Teatro Potlach http://www.teatropotlach.org/web/it/home/home.php

s p a z io es p ositivo

VIA FOA 61 ORARI

LUNEDì: CHIUSO MARTEDì E VENERDì: 10.00 - 12.00 MERCOLEDì, GIOVEDì, SABATO E DOMENICA: 17.00 - 19.00

VIA FOA 61, 13100 VERCELLI

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arte

testo: Elisabetta DellaValle

e pp e s u i G i t t e n i Com ere

e Op l , a t s i t r A ’ l Uomo,

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Cavalieri all’assalto

“Piccolo di statura, rada barbetta al mento ed incolta capigliatura, aggressivo e scanzonato, subito si era accompagnato allo spavaldo gruppo genovese degli avveniristi in aperta ribellione contro le vecchie mentalità”. V. ROCCHIERO, G. Cominetti, in “Liguria”, novembre- dicembre 1958, n. 11-12, p. 14.

I conquistatori del sole

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Uomo, l’Artista, le sue Opere. ‘Giuseppe Cominetti – Tra Divisionismo e Futurismo. Dipinti. Disegni e arredi’, inaugurata il 20 marzo al Museo Borgogna di Vercelli, è una mostra di rara preziosità ed eleganza, costruita sul desiderio del suo curatore, Massimo Melotti, di farci conoscere il lato umano, reale, biografico, di un artista che, nonostante le radici piemontesi, nasce a Salasco, vicino a Vercelli, il 28 ottobre del 1882 (ovviamente scorpione), sarà conosciuto ed apprezzato soprattutto nel resto d’Italia e d’Europa per tutta la vita, fino alla prematura morte, nel 1930, a Roma. Occasione dell’evento, e del nostro incontro con lui ed i suoi lavori, la celebrazione dell’ingresso nelle collezioni permanenti del Museo di due tra le sue opere più imponenti ed illustri: grazie alla lungimirante generosità degli eredi dell’artista viene donata Le Forgeron ed I conquistatori del sole viene concessa con deposito a lungo termine. Opere monumentali, da lasciar senza fiato, che da sole avrebbero saputo reggere un intero evento ma che, in verità, da sole non avrebbero potuto descrivere con la dovuta precisione l’arco creativo di tutta una vita. Ecco nascere, grazie alla collaborazione tra Melotti, Cinzia Lacchia ed Alessia Schiavi, conservatrici del Borgogna, e sotto l’attenta supervisione del suo presidente, l’avv. Francesco Ferraris, un percorso espositivo di tipo cronologico, caratterizzato dai tre grandi ambiti storico-narrativi che hanno caratterizzato la vita e la creatività di Giuseppe Cominetti, artista operante tra il Divisionismo ed il Futurismo: gli anni parigini, la Grande Guerra, il Socialismo umanitario ed il tema del Lavoro. Una mostra da non perdere: gli affezionati del Borgogna, che ben ne conoscono le collezioni permanenti, possono concentrarsi sulla vita e le opere di Cominetti magari sfruttando l’orario eccezionale,

appositamente pensato, del venerdì sera con apertura serale fino alle 20.30 ed ingresso con visita guidata alle 19.00, i visitatori nuovi, invece, potranno cogliere l’occasione di una visita a Vercelli ed al Museo Borgogna Dalla Vita l’Arte: leggiamo dalla biografia curata da Beatrice Zanelli, che rivela tra l’altro inedite notizie sia sulle famiglie d’origine sia paterna che materna, ma vi rimandiamo all’attenta lettura dello splendido volume, edito per i tipi di Allemandi, per gli ulteriori, dovuti, approfondimenti. Giuseppe Piero Luca Cominetti nasce a Salasco (Vercelli) il 28 ottobre 1882 da Maria Giovanna Carignano e Antonio Pietro Cominetti, che rivestirà il ruolo di Segretario Comunale del paese sino al 1899. Tra il 1893 e il 1898 il giovane pittore frequenta, con il fratello Gian Maria, di due anni più giovane, il Ginnasio presso il Liceo Classico Massimo d’Azeglio di Torino e l’anno successivo risulta presente al Liceo Classico Lagrange di Vercelli, ma un sopraggiunto trasferimento della famiglia lo porta in Liguria dove, a Genova, inizia l’avventura

artistica che mai finirà: lui e l’amato fratello Gian Maria scrittore e drammaturgo, prendono uno studio in via Leonardo Montaldo e ne fanno un luogo di incontro di artisti e letterati. Giuseppe dipinge, e bene. Il suo stile è già al contempo evocatore di avanguardie, il tratto deciso, l’assenza di contorni marcati, ma drammaticamente antico, una certa attenzione alla luce, volutamente caravaggesca, le malinconie di certe cromaticità autunnali, tipiche del gusto primo Ottocento: così si racconta nell’Autoritratto del 1904, l’opera che ci accoglie ad inizio percorso. E’ ancora giovane, ha 22 anni, ma lo sguardo è come assente, perso, guarda oltre chi lo guarda. “La vita è un momento che va: fermarlo è l’impegno”. Dopo il debutto alla Promotrice genovese la sottoscrizione, nel 1905, dell’atto di costituzione del “Gruppo Artistico dei Nove”, l’Esposizione Nazionale di Belle Arti a Milano nel 1906 cui fa seguito l’invito che cambia la vita: nel 1909 viene invitato al Salon d’Automne assieme ad altri artisti genovesi. Porta l’eccezionale I conquistatori del sole, che ottiene il dovuto successo per la sua carica di energia e di emozionante vitalità, e l’aria parigina lo convince a trasferirsi. Noi lo incontriamo qui, a Parigi, nel turbinio delle danze, dello sport, del teatro. Vivere in amore Vivere in fuoco Guardare se stessi Oro, rosso lacca, nero: queste le cromaticità intense, a metà strada tra il gusto orientale, evocati soprattutto il Giappone ma anche certa vecchia Russia degli Zar e l’estetica futurista, utilizzate negli arredi originali usati da Giuseppe Cominetti nel suo atelier parigino, ovviamente Montmartre, ovviamente inizio Novecento, che attirano l’attenzione del visitatore per l’inusuale forza evocativa, rara nel design odierno. Scolpiti a bassorilievo sui lati della piccola scrivania, oro su nero, questi tre ‘motti’ un po’ ardenti, indicativi dell’ambiente culturale del tempo, gaudente e bohèmienne ma già precursore, nelle sue esagerazioni e sfrenatezze, della tragedia della Guerra incipiente. Le opere


Lussuria

scelte ad ‘arredare’ la stanza dell’artista sono, quindi, lo specchio di un’epoca e delle sue contraddizioni. Così il curatore, Massimo Melotti: “Tango, dipinto nel 1914, è l’opera che maggiormente rappresenta questo momento. La fase di transizione, segnata da colori tenui e non sempre risolte combinazioni delle pennellate divise, viene completamente superata per lasciare posto ad una composizione dove i tratti e i colori esaltano il momento del ballo, sottolineandone le movenze”. Nello stesso spazio espositivo lo sguardo viene attirato da Lussuria, opera del 1910, talmente esplicativa della gestualità dell’artista, tutta una pennellata istintiva a seguire, a suscitare, le movenze dei corpi e dei luoghi, da esser diventata l’immagine ufficiale della mostra. Opera interessante ed ambigua al contempo, nella quale la ‘lussuria’ viene rappresentata, o evocata per contrasto, dall’appassionato nudo di giovane donna che porge in alto, in un gesto quasi di invocazione agli Dei, una povera, sparuta, ‘vittima sacrificale’: un indifeso cagnolino. Ma qui ritroviamo anche opere di tipo ludico, come L’orso e il trovatore (Il cantastorie, Il menestrello e l’orco), del 1916, forse chieste da un amico per arredare la stanza dei bambini, già fortemente evocative della sua grande passione per il teatro, passione che condivise per tutta la vita con l’amato fratello Gian Maria, (bellissimo il ritratto che ne ammiriamo in mostra, alle spalle dello scrittoio, di giovane ribelle, inquieto ed inquietante) lavorando alle scenografie ed ai costumi di molte sue opere e per tutta la vita, come per ‘La Corona Melagrante’. Nel 1914 una sua opera appare sul numero speciale dedicato alla danza contemporanea della rivista “Montjoie!” accanto ai disegni di Rodin, Léon Bakst, Henry Matisse, Dunoyer de Segonzac, Raoul Dufy, Rivéra e segna uno dei momenti più alti del suo percorso artistico. Nel medesimo anno inaugura una personale itinerante alla Galerie

d’Art Contemporaine, curata dal romanziere Horace van Offel, ma pochi mesi e la musica cambia. Per noi, pochi passi. Basta cambiare di stanza, superare un muro leggero, e la Grande Guerra ci investe con le sue cupe verità. Cominetti è al fronte, si arruola volontario in cavalleria e viene inviato prima nella regione delle Argonne, e successivamente in Italia, sul fronte del Grappa, dove gli viene affidato ufficialmente il compito di disegnatore di guerra: dal ‘corpus’ dei disegni di guerra, carboncino su carta paglierina, arrivano a Vercelli queste opere intense, monocrome ma sussultanti anche nelle dimensioni più minime, immagini concrete della sofferenza, della prigionia e della morte, mai così lontane dalle sferzate interventiste di certo Futurismo. Inutilmente, infatti, F. T. Marinetti crea per loro una lettura critica tutta filo-militarista quando, nel 1929, li espone Ridotto del Teatro Quirino a Roma. Nel dopoguerra collabora con Lamberto Picasso della Compagnia dello Spettacolo d’Arte sino alla creazione, nel 1924 a Roma del “Gruppo della Chimera- manipolo d’azione d’arte”, che ha per scopo l’ “esumare opere d’arte da darsi all’aperto per l’educazione estetica del Popolo Italiano”. Quindi partecipa, nel 1925, al Festival di Teatro dell’Esposizione Internazionale di Arti Decorative e Industriali di Parigi con la creazione delle scene e dei costumi per la pantomima scritta dal fratello, Tour de cartes. Negli anni a seguire apre numerose esposizioni in Italia e all’estero, continuando l’assiduo mestiere di scenografo per spettacoli d’arte di Lamberto Picasso, Uberto Palmarini, Nino Berrini, Emma Gramatica, e per il teatro delle marionette Podrecca. Sempre a Roma l’artista muore a soli 47 anni, dopo aver patito una paralisi parziale per incidente stradale, il 21 aprile 1930. E, per ritornare alla mostra, se i disegni di guerra, tutti allestiti su di un’unica parete, algidamente bianca, ci fanno conoscere un Comi-

netti intimo ed esistenziale, i tre grandi capolavori che dialogano con loro ai tre lati della stessa stanza ci lasciano senza fiato. Tanto è il colore, tanta la possenza, tanta l’energia che sanno trasmettere Al centro, fiammante nei suoi toni del gialloaranciorosso, l’enorme I conquistatore del sole, disarmante nella dinamica dei tre corpi maschili (o forse solo uno fotografato nelle tre movenze principali), che si muovono a vangare la terra, ai lati i due titani, le spalle al mondo, il torso contorto nello sforzo del lavoro, de Le Forgeron ed il suo alter ego, già parte della collezione permanente del Museo, L’électricitè: sono loro, nuove divinità dell’Olimpo dei lavoratori del Socialismo umanitario, a concludere un percorso espositivo curato, misurato ed attento, creato per avvicinarci a Giuseppe Cominetti uomo, artista, alle sue opere. Una mostra da non perdere: gli affezionati del Borgogna, che ben ne conoscono le collezioni permanenti, possono concentrarsi sulla vita e le opere di Cominetti magari sfruttando l’orario eccezionale, appositamente pensato, del venerdì sera, con apertura serale fino alle 20.30 ed ingresso con visita guidata alle 19.00; i visitatori nuovi, invece, potranno cogliere questa specifica occasione per una visita ‘completa’ del Museo Borgogna e per ammirare peculiarità e bellezze delle sue opere d’arte.

Giuseppe Cominetti tra Divisionismo e Futurismo. Dipinti, disegni e arredi a cura di Massimo Melotti Orari: La mostra, in programma dal 20 marzo al 30 maggio 2010, osserverà orari di apertura speciali: da martedì a giovedì dalle 15,00 alle 17,30 (al mattino aperto su prenotazione per scuole e gruppi) venerdì dalle 15,00 alle 20,30 sabato e domenica dalle 10,00 alle 12,30 e dalle 14,00 alle 18,00 lunedì chiuso Costi: Intero: 8,00 € Ridotto gruppi (minimo 20 persone), universitari (senza coupon), ultra 70enni e convenzionati: 6,00 € Ridotto bambini, insegnanti e studenti (fino a 18 anni): 3,00 € Abbonamento Musei: accesso libero con tessera valida

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cucina

testo: Elisabetta Dellavalle

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a i g o l i r La t della a r e i z n a fin

“Il passato non ritorna” ovvero “La finanzie ra (orm

ta a a r i sp i e t n Liberame ati” n e t n a i l g a de i g o l i r t a ino L v “ l a C o l a t I di

ai) inesistente” Il consunto e morbido parquet scricchio la acuto sotto i piedi e la stanza d’ingresso di questa modesta e seria trattoria, oggi solo un ricor do, è buia e malinconica come da copione. La sala da pranzo accoglie, materna e pulit a, dal camino, ampie fiamme abbaglian ti. Linde le tovaglie di Fiandra, tintinnant i i bicchieri dalle forme sinuose, solide e lucen ti le posate addormentate. Candidi i piatti, d’un bianco accogliente che attende ed avvalora le cromatiche vivacità dei cibi, i rossi dei sughi, i verdi dei bagnetti, le maestose sinuosità dei formaggi. Impossibile immaginare la cucina piem ontese adagiata sulle moderne ceramich e ora di moda, magari rosso lacca o nero tristezza. Il cielo inclemente, neve a bassa quota, il giorno festivo ed il tempo da perdere ci portano fin qui, nel cuore della Bassa, a ricercare, con la panc ia e con gli occhi, uno dei piatti di più subli me inventiva della cucina piemontese, che annega i suoi nata li nella Torino dell’Ottocento, forse prim a. Nella locanda dei ricordi, la mai dime nticata Rosa Bianca di Livorno Ferraris, la prepara con arte istintiva lo zio Italo, il “barba” ex partigian o, uomo di forti passioni e gran cuore, cuoc o per vocazione e maestria, invadendo ogni tanto, con l’aiuto di Bruno, il nipote divenuto chef in Ligu ria, la cucina di Pippo e di Rosa, i veri padroni di casa . La sua finanziera, come le migliori, si annu ncia da sola, riempiendo la sala del suo profumo unico, quasi pesante ed inconfondibil e. Perc hé l’ecce zionalità della finanziera sta, soprattutto, nella varietà dei suoi ingredienti di base, oggi sempre più difficili da trovare e da cucinare di un tempo, ed in quella miscellanea di gusti e profumi che nasce dagli accostamenti quasi arditi tra l’acido ed il dolc e. Una ricetta difficile da calibrare, tanto difficile da inventare quanto da immaginare. Una ricetta per teste “fini”, che in piemontese sta un po’ per intelligenti, un po’ per acuti, un po’ per attenti: sia quelle che la preparano, sia quelle che la gustano. Rognoni, cervella, creste e bargigli di gallo , fegatini di pollo, animelle e filone di vitel lo, rossi d’uovo sodati si lasciano allegramente rosolare dal burro, annegati nel marsala e nell’a ceto , in compagnia di cetrioli, porcini sott’olio e piselli: che venga adagiata, o meno, sui vol au vent e pass ata al forno o, semplicemente, servita nel piatto e degu stata con calma, la finanziera diventa un’es perie nza totale dei nostri sensi ed olfatto, vista, gusto, si ritrovano appagati e soddisfatti al cont emp o. Il vino rosso corposo è il suo giusto com pagno, meglio se d’annata, pregiato ed abbondante. Ricetta tipica del suo genere, nata da un’idea di cucina, e di società, che non ama gli sprechi e che, come altre ricette della tradizione più antica, gioca con gioia anche in cucina, azza rdando accostamenti di gusti e colori all’apparenza inco nsueti. Oggi, in un tempo di semicotti subit opronti, ci par strano dedicare tempo e fatica alla ricer ca di tanti ingredienti ed alla loro giust a calib ratura, quindi non ci pensiamo nemmeno come piatt o di casa, ma ogni qualvolta mi capita di ritrov arla nei menù delle cucine del Piemonte non me la facci o scappare: accade allora di vivere, graz ie ad un semplice piatto, un momento davvero speciale. Di quelli che, a distanza di anni, non si dime nticano.


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ta” “Due storie in una” ovvero “La finanziera dimezza La storia, le storie. lavalida, ma soprattutto in cucina, nella cucina “popo Mai buttar via nulla: massima genericamente terrie ati sform Vale per agnolotti e polpette, vale per re”, dove si trasforma nelle migliori prelibatezze. rossi abbandonati e lasciati a macerare abbracciati vini ne, vale persino per l’aceto, mistura favolosa di e che , piatto della più antica tradizione piemontes alla “madre”, vale oltremodo per la finanziera li anima degli e, nell’abilità di utilizzo di tutte le parti affonda le sue radici, molto antiche e molto incert del cidulo dall’a manzi e vitelli si trasformano, aiutati da cucina. Le piccole parti di galli e di polli, di a la e di sogno culinario. Un piatto unico, che anneg speci marsala e dalla morbidezza del burro, in una sua storia nella tradizione culinaria piemontese. in tutta dai reali di Casa Savoia e da loro reso famoso Piatto popolare, ma come molti altri amato come a, Savoi i, che numerosi esponenti della famiglia Europa, come per altri manicaretti. Si dice, infatt o temp nel e si cere le abitudini alimentari dei torine il Duca Carlo Emanuele I, fossero curiosi di conos saquelle di to di ricette tipiche piemontesi, a scapi acconsentirono all’inserimento nei menù di corte i dei Savoia erano generalmente di origine povecuoch i voiarde. Ovviamente non va dimenticato che e dal cucina del popolo e quella aristocratica. A partir ra e che proprio questo favorì una fusione tra la a lettur alla vito se, come cita Silvano Serventi nell’in Settecento la cucina piemontese si fa importante ati pregi i cuoch ” (Torino 1766), “ai tempi di Augusto i de “Il cuoco piemontese perfezionato a Parigi i”. Ne ati debbono essere franzesi o almeno piemontes erano siciliani, questi chimici domestici sì pregi o Torin di io iare sabaudo, il Ristorante Del Camb è testimonianza viva uno dei templi del buon mang stesla con , accoglie da più di due secoli i propri ospiti che, inaugurato come caffè proprio nel 1757 ssionalità. Tra i cavalli di battaglia, proprio la finanprofe sa eleganza e raffinatezza, miste a creatività e hi va comodamente seduto nelle salette dagli stucc ziera, il piatto preferito da Cavour che se lo gusta a amav Lo . ento, a Palazzo Carignano, lì di fronte e dagli specchi dorati prima delle sedute in Parlam a a rifinit r”, viene ancora chiamata “finanziera alla Cavou talmente tanto che in alcuni locali della Langa utilizè iera o. Nella cucina francese dell’800 la finanz fine cottura con aggiunta di Barbaresco o di Barol to nte dell’800 è un piatto diffuso, raffinato, inseri Piemo zata come contorno o guarnizione, mentre nel gala. di i le nozze, le celebrazioni ufficiali e i pranz nei pranzi eleganti e di grandi occasioni, come ? Almeno due le possibilità, dicevamo all’inizio. ziera Quale, quindi, l’origine del suo nome, finan ano ione che narra di un tributo che i contadini pagav Uno. Probabilmente deve il suo nome alla tradiz quali ai ed ai finanzieri di guardia alle porte di Torino di nascosto, sugli animali venduti e macellati, venivano versati i dazi doganali. funa ricetta, pare infatti che fosse molto gradita ai Si legge anche di un’altra possibile origine di quest . regalo contadini animali appena macellati in zionari dello stato sabaudo, che ricevevano dai per d’alto rango dello stato sabaudo che vestivano, nari Due. Un’altra ipotesi fa risalire il nome ai funzio a quest molto o nero, a doppio petto, e che gradivano l’appunto, la finanziera, una lunga giacca di pann lie famig dalle del pollo che avevano ricevuto in dono piatto: le loro mogli lo preparavano con le parti ingraziare i loro potenti mariti. così contadine della campagna, che si volevano o le ri donano ai ricchi, per “ingraziarseli”, persin pove i Due storie ma, in fondo, una storia sola: ono di poter macellare. parti più umili, le interiora, degli animali che chied cittadini, oltre a pagare il dazio in denaro, si tronon e ti Ancora senza veri diritti, perché ancora suddi iori con manicaretti che l’Europa ci invidia. vano spesso a scaldar le membra dei loro super

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“Una ricetta che sa d’avventura” ovvero “La finanziera rampante” “ Di cosa stavamo parlando? Della finanziera. Un piatto (o una salsa) di grande fantasia. Basta elencarne gli ingredienti…si, la cucina è proprio il luogo degli accoppiamenti più imprevedibili” Aldo Buzzi – L’Uovo alla Kok- 478 Piccola Biblioteca Adelphi- pg.71-72 Ingredienti principali ( per 6 persone): 100 gr per specie di rognoni, bargigli e creste di gallo, 100 gr di fegatini di pollo, 150 gr per specie di fesa, filoni e animelle di vitello, 100 gr di filetto di manzo, 100 gr di burro, 100 gr di funghi porcini sottaceto, un cucchiaio di aceto, mezzo bicchiere di marsala secco, un bicchiere di Barbaresco o Barolo se si vuol la versione “alla Cavour” una punta di zucchero, qualche pisello e cetriolo, farina per impanatura q.b. sale e pepe q.b. Preparazione:  in una casseruola di acqua salata disporre i rognoni, i bargigli, le creste di pollo e le animelle di vitello: mettete sul fuoco e fate bollire per un quarto d’ora. Scolate le frattaglie, spellatele, sciacquatele e rimettete le creste e i bargigli in acqua salata per qualche ora. Poi tagliate a fettine la fesa, il filetto e le animelle; tagliate a pezzi regolari i filoni ed infarinate tutti gli ingredienti. In una casseruola fate sciogliere il burro, rosolate la fesa e il filetto, unite le creste e i bargigli e da ultimo i filoni, i fegatini e le animelle. Fate rosolare per qualche minuto, quindi bagnate con aceto ed aggiungete i piselli, i funghi e i cetrioli. Salare e diminuire il fuoco mescolando ogni tanto. A metà cottura bagnare con il marsala, eventualmente, filo a filo, con il vino rosso, ed unire una puntina di zucchero. Servire caldo, magari sui vol au vent.

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riormente una base già di per sè caleidoscopica nella sua realizzazione. Infatti, se la musica la fa comunque da padrone indiscusso, spaziando dal rock’n’roll al surf, passando per il garage, il pop ed il rhythm and blues, lo Psych-Out è anche moda e oggesttistica, dove potrete trovare creazioni assolutamente artigianali ed uniche, sia in campo vestiario che di arredamento, il tutto circondato da proiezioni di luci colorate, video dell’epoca, Beat Girls in costume che, nel caso non l’aveste capito bene, invogliano ulteriormente a ballare fino a perdere i sensi. Non sarà quindi un caso che comincerete a scordarvi di tutto, a tralasciare oltre i fuligginosi pensieri di un’esistenza moderna per ripercorrere invece, sulle note dettate dai colori, il dolce stordimento di un periodo in cui le uniche colpe erano quelle di non avere una ragazza da far ballare e di non uscire tutte le sere.

festa!

testo: Mauro Brusa

h c psy t u o y t r a p Chiunque a Torino segua, ami e sudi il rock’n’roll è difficile che non si sia imbattuto almeno una volta in Giampo Coppa, per berci una birra, parlare di film e motociclette o anche solo riconoscerne l’importante e colorata figura quando questa si aggira sorridente proprio in quel locale dove ti trovi per ballare, bere, rimediare una ragazza o qualunque cosa abbia a che fare con i consigli del rock’n’roll, perchè è di rock’n’roll che è intrisa la storia che vi vado a raccontare. Descrivere la persona di Giampo in poche parole è veramente impresa assai ardua, perchè il nostro non sta praticamente fermo da metà degli anni 80, quando, dopo qualche anno passato a friggersi il cervello con i dischi del fratello, ha deciso di farsi conoscere in giro e per farlo ha scelto la strada più lunga ed in salita, cioè quella del rock’n’roll e di tutte le varianti che questo immaginario comporta. Giampo unisce quindi la sua passione per il disegno con lo sfogo

della musica e si reinventa da subito artista, disegnatore di fumetti, creatore di oggettistica e vestiti vintage, ideatore di locandine per concerti ed eventi e soprattutto dj, che non sia mai che sia permesso far rimanere ferme le chiappe della gente al sabato sera. I due riferimenti principali del nostro sono tutto l’ideario che si avviluppa intorno al mondo dei motori e poi i 60’s e nei suoi lavori si vede, perchè sono sempre pervasi da colori e motivi di forte impronta psichelica e sognatrice, da scritte a caratteri curvati cento volte che trovano il loro posto tra le cosce di una bella ragazza o irrompono fuori da scintillanti tubi di scappamento di improbabili dragster customizzati fino allo stremo. Se volete un saggio del Giampo disegnatore e vi piacciono magari anche le motociclette, provate a comprare una volta Freeway Magazine e a leggervi le storie dei Motofreakers e comincerete sicuramente ad entrare nella mentalità del personaggio, sempre pronta allo sberleffo gentile e alla visione della vita sotto una prospettiva più acida e colorata della nostra. Ebbene, con l’inizio degli anni 90 il nostro decide di raccogliere tutte le sue diavolerie poliedriche in un grosso calderone e studia l’embrione di quello che diventerà con gli anni un appuntamento fisso delle notti torinesi, ovvero lo Psych-Out Party. Allora si chiamava ancora Liquid Party e la location era quella dell’El Paso, ma già presentava i caratteri distintivi di ciò che sarebbe diventato col tempo, ovvero un tuffo nella swingin’ London o nella San Francisco dei 60’s, con tutti gli annessi e connessi, uno spazio virtuale ritagliato da quello che doveva essere vivere in locali come lo Speakeasy, una folle retro-

marcia con gli occhi bendati in un tempo in cui era lecito che i ragazzi indossassero striminzite giacche bianche con cravatte a pois e le ragazze invece gonne pelose e vestiti con grossi cerchi giallo limone. Oggi lo Psych-Out Party si svolge un sabato sera al mese nella cornice del Cafè Liber di Corso Vercelli e Giampo negli anni è stato bravo a circondarsi di grandi personaggi eclettici che con il loro lavoro arricchiscono ulte-


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RUBIN

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ICE THE UNDER

esordio discografico, Under The Ice, per questa giovane cantante di Frascarolo, in Lomellina, si presenta assai bene, fin da subito, a cominciare dal cognome, che non è inventato e nemmeno anglo-americano, ma si pronuncia addirittura alla veneta, Rubìn, con l’accento sulla ‘i.’ E, poi, prima ancora di sentire l’album, il primo appunto solistico, spicca la cura del packaging e della copertina: è un CD tutto bianco, dallo sfondo alle vesti della ragazza dalla riccia chioma castana. Anche all’interno del booklet c’è molta eleganza: ancora foto di lei in chiave romantica, accanto ai dati essenziali ed alle piccole immagini in bianco e nero, catturate negli studi di registrazione, dei tanti musicisti che vi hanno suonato. Ed elegante è forse l’aggettivo che meglio qualifica un lavoro di qualità, che, musicalmente, fonde generi diversi per arrivare ad un pop-rock femminile dagli echi lontani, quando Barbara Rubin non era ancora nata. È il passato prossimo del prog rock, condito anche di soul e psichedelia, grazie ad una voce potente, grintosa, che diventa l’esternazione delle doti interpretative filtrate al vaglio della scrittura di tutte le undici canzoni: Under the ice, The land, Angel heartbeat, A place that nobody knows, Stupid day, Liar, Before the light, Ero e sono, Music and love, No more tears, Orange roses. In effetti il lato progressive degli anni Settanta serpeggia in molti di questi titoli, facendo simbolicamente rivivere una stagione fertilissima per i sound italiano, quando imperversavano gruppi come PFM, Banco, Orme, Area, Perigeo, Osanna, Jumbo, RRR, Circus 2000 e a Vercelli il Castello di Atlante, quarant’anni dopo ancora sulla breccia. Barbara Rubin ha saputo assimilare benissimo quelle sorti ‘progressiste’ che a loro volta trattavano il rock quasi come musica classica, accogliendo influenze di ogni tipo, dall’Oriente al Barocco. Vocalist, cantautrice e multi strumentista, Barbara Rubin si forma musicalmente ai Conservatori Vivaldi (Alessandria) e Nicolini (Piacenza), dove si diploma in violino con il M° Fabio Biondi (Europa Galante). In parallelo agli studi classici comincia a coltivare la passione per il rock’n’roll, iniziando ben presto a scrivere musica in cui mescola le sonorità tradizionali a quelle più moderne. Under The Ice è dunque il frutto da solista che attinge all’esperienza della lunga attività live di cantante e violinista, con diverse collaborazioni discografiche tra le quali vanno almeno segnalate Swimmer in the Sand (Musea records) con il gruppo Arcansiel, Low Fare Flight To The Earth di Paolo Baltaro (Musea records) e Do Not Disturb della Mhmm Blues Band (Banksville). Chiediamo subito a Barbara da cosa nasce questo Under the ice. Da molte e diverse esperienze musicali, a partire dalla formazione

in Conservatorio per arrivare al metal-progressive: una mescolanza di pensieri musicali che dà origine a un progetto tutto mio, da solista, realizzato però con la collaborazione di amici-musicisti di raro valore, a cominciare dal gruppo base con Andrea Giolo, Andrea Garavelli, Claudia Ravetto, Simone Morandotti, ma senza nulla togliere ai molti ospiti intervenuti: Marianna Caltavuturo, Alberto Rondano, Paolo Baltaro, Antonella Morrone, Sara Morandotti. Il Cd, poi, è prodotto da me e Simone Morandotti e distribuito da BTF di Milano. Barbara, qualche notizia su di lei? Anche se non sono molto brava a raccontarmi, se non con la musica, ci provo. Una signora di un’emittente americana, in uno dei primi contatti con le radio, mi disse: “Mi mandi un disco con una breve biografia, nient’altro, la musica... parlerà da sé”; mi fece sorridere questa cosa, e mi diede coraggio. Coraggio e preparazione artistico-musicale… Nonostante l’amore per il rock risalga alla mia infanzia, la mia formazione classica è stata fondamentale, sia per quanto riguarda il punto di vista umano, che musicale e compositivo... Oltre tecnica e teoria, ho imparato il rispetto e la tolleranza per tutta la musica, i musicisti e gli ascoltatori. E questo l’ho appreso soprattutto dai miei insegnanti, ai quali, non a caso, ho dedicato il disco: Fabio Biondi, Felice Garavelli, Valentino Metti e Claudia Ravetto; quest’ultima ha persino eseguito le tracce di violoncello sul disco... Claudia Ravetto del resto è insegnante di quartetto d’archi al Conservatorio di Torino, pedagoga fondamentale e grande amica. Ma, per lei, cosa rende speciale questo lavoro? Direi la presenza di uno staff di musicisti eccellenti, ma che sono allo stesso tempo i miei più cari amici. Sono reduce da esperienze musicali di vario genere ed alcuni tentativi di realizzare altri progetti come questo, ma quello che mancava era l’équipe. Se non si riesce a creare un ambiente coeso le capacità di ognuno vengono dimezzate. Lavorando a questo disco, noi abbiamo beneficiato di una sinergia fatta di musicalità e affetto che ha fatto sì che tutti i musicisti, a loro volta, prendessero a cuore la mia musica come fosse la loro. Chi ha scritto le canzoni? Le musiche e le parole sono entrambe di mia composizione. La produzione e gli arrangiamenti sono divisi tra me e Simone Morandotti, giovane tastierista virtuoso, un polistrumentista vercellese, che ha seguito ogni passaggio dell’album, ha curato la registrazione nel suo

musica

testo: Guido Andrea

studio, ha suonato e curato l’art work. Ma il bello comincia una volta finito l’album, giusto? Da quando la parte audio del disco è terminata, cioè dal novembre scorso, ho iniziato una assidua ricerca su Internet che mi ha portata ad avere contatti con diverse stazioni radio; di conseguenza sono arrivati i passaggi radiofonici, alcune recensioni e moltissime amicizie sparse qua e là per il Pianeta. E da è partita per questo viaggio via etere? Dagli Stati Uniti, forse perché, prendendola da lontano, quest’avventura promozionale mi spaventava di meno e perché in fondo le cose laggiù sembrano sempre più possibili. E ho trovato tante persone veramente amichevoli, curiose, che considerano ancora l’arte una cosa seria e, con stupore… insomma un entusiasmo e un’apertura incredibile per tutto quello che viene dall’Italia... ma basta parlare degli USA, in fondo io non ci sono stata, c’è stata la mia musica, meglio così… un compact disc può volare tranquillamente senza biglietto da un capo all’altro dell’Atlantico! E dopo gli Stati Uniti? C’è stato il Canada, ma poi ho cominciato restringere il cerchio, arrivando più vicino. Insomma, dopo il primo contatto, un certo numero di radio tra USA e Canada, ma anche tra America Latina, Gran Bretagna e Olanda, hanno passato una o più canzoni tratte dal mio album e alcune di queste emittenti mi hanno inserito nella loro programmazione... Ovviamente non sono radio commerciali… Il disco, tra l’altro, sta già ottenendo riconoscimenti prestigiosi… Sì, oltre a questo discorso sulle radio estere Under The Ice è stato finalista ai Prog Awards nella categoria Progattitudes, cioè gli album di difficile catalogazione in un genere preciso: si tratta di un premio istituito da un webzine per nominare i migliori progetti musicali in ambito progressive del 2009, con una giuria di esperti composta da altre riviste web dislocate in diversi paesi del mondo.


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RUBRICHE

Note biografiche: Franco Ricciardiello è nato a Vercelli nel 1961. Ha cominciato a pubblicare fantascienza a vent’anni. Nel 1998 ha vinto il Premio Urania per il miglior romanzo di fantascienza con “Ai margini del caos” (Mondadori), che è anche stato tradotto in Francia. Ha pubblicato quattro romanzi e 50 racconti in Italia, Francia e Grecia. Negli ultimi tempi si è dato alla narrativa poliziesca. Attualmente collabora con Carmillaonline.

Scrittori Nella Nebbia a cura di Gianluca Mercadante

Ritratto di ragazza con Leica

Impossibile compiere vent’anni senza avere visto Parigi. Questa frase di suo padre ripetuta per mesi, accompagnata dai ricordi di un analogo viaggio nei primi anni Ottanta, ha convinto Fabio a partire per la capitale francese, zaino in spalla. L’Eurocity lo scarica alla Gare de Lyon in pieno autunno, con tutti gli alberi dei parchi e dei boulevards incoronati di ocra e carminio. Tigli, aceri, querce. Dopo quattro giorni di vacanza si ritrova sotto i frassini del Lungosenna, dall’altra parte rispetto ai giardini delle Tuileries, dove l’ombra del Museo d’Orsay coltiva il muschio nelle fenditure del marciapiede: una visita al tempio degli Impressionisti è d’obbligo, secondo papà. Ma all’ingresso l’attenzione di Fabio è dirottata verso il manifesto di una mostra temporanea dal titolo accattivante: L’Orient n’est pas rouge. L’Union Soviétique en noir-et-blanc. Sotto, una foto d’epoca che gli ha sempre provocato forti emozioni: il bianco e nero di una ragazza con un tailleur chiaro seduta forse nella sala d’aspetto di una stazione, illuminata dalla scarsa luce attraverso una grata di ferro che disegna una filigrana di minuscoli quadrati. Da bambino, Fabio ha scoperto questa immagine in uno dei libri di papà, una raccolta dei grandi fotografi degli anni Trenta; non si è mai stancato di osservarla con il passare del tempo, è quasi il suo segreto: quando ha voglia di fantasticare si chiude nella biblioteca di casa e apre il volume. La ragazza della foto guarda verso destra, fuori campo, e porta a tracolla un oggetto che si capisce solo dalla didascalia: Aleksandr Rodčenko, Ragazza con una Leica. Fabio acquista il biglietto per la mostra fotografica, entra di slancio e rimane congelato. Il cuore comincia a battergli forte. Davanti a lui è seduta la ragazza con la Leica in carne e ossa, la luce neb-

di Franco Ricciardiello

biosa del quai all’esterno è filtrata attraverso un’alta griglia nella sala d’aspetto della ferrovia. Prima di diventare museo, l’Orsay era una stazione, quindi perché non dovrebbe esserci una sala passeggeri? La ragazza ricambia il suo sguardo, come meravigliata di vederlo in piedi davanti a sé; solleva la Leica, punta l’obiettivo su Fabio e scatta. Subito dopo entra un altro spettatore, solleva una camera digitale e riprende la scena. In un attimo l’incantesimo si dissolve: Fabio nota che il tailleur è leggermente diverso da quello della foto, il colletto è abbottonato fino alla gola e le maniche ai polsi, ma l’orlo della gonna è più corto. La ragazza non è un’allucinazione, ma una fotomodella in un’installazione dal vivo della Leica, sponsor della mostra. Fabio transita davanti alla ragazza, che gli sorride; potrebbe avere la sua stessa età; ha occhi chiari e capelli neri con riflessi quasi metallici. Fabio rimane sotto l’incantesimo della foto materializzata per qualche minuto, poi si lascia catturare dalle stampe esposte. Ha già avuto modo di notare che il bianco e nero ha su di lui una suggestione più forte del colore: gli permette di concentrarsi sulla composizione anziché sul soggetto, sulla forma invece che sul significato. C’è molto Rodčenko: piramidi di atleti sulla Piazza Rossa, giovani pionieri con il fazzoletto del Komsomol, una suggestiva Intervallo al circo; poi le istantanee poco contrastate di Arkadij Šaikhet, il suo stupefacente Giovane al lavoro in fabbrica, macro di ingranaggi meccanici di Boris Ignatovič, i soggetti etnici di Max Alpert e di Georgij Zelma. E ancora, Anatolij Skurikhin, Arkadij Šiškin, Georgÿ Petrusov, Semion Fridland, Iakov Khalip, Ivan Šagin. Dieci anni nella vita del paese più grande del mondo: i grandi magazzini Gum, formazioni di trattori sulle terre collettivizzate, stakhanovisti con l’entusiasmo nelle braccia, l’elettricità che arriva nei kolchoz, la posa di traversine ferroviarie, manifestazioni di donne musulmane per l’8 marzo, marinai di guardia su navi da guerra, scuole di villaggio, matrimoni all’anagrafe, Šostakhovič che dirige un’orchestra. L’intera epopea del Socialismo in un solo Paese, tutto tranne ciò che davvero permetterebbe di comprendere: nessuna traccia di code fuori dai negozi, gulag, o carceri dove per anni si continuò a fucilare senza sosta. In primavera Fabio ha sostenuto un esame sull’Unione Sovietica degli anni Trenta, persuaso da suo padre che insegna Storia contemporanea alla facoltà di Lettere moderne. Quando arriva al termine della mostra fotografica è pomeriggio inoltrato, non c’è più tempo di vedere l’intero Museo d’Orsay. Piuttosto, all’ultimo livello dell’edificio c’è un caffè ristorante, ha voglia di una crème brulée. Fabio passa tra i tavoli per

curiosare nei piatti, e quando alza gli occhi si ritrova sotto un monumentale orologio a parete visto al contrario, come in uno specchio: era quello della vecchia stazione ferroviaria, costruito per essere guardato dall’esterno. Le sfere dei minuti primi e dei secondi sono alte diversi metri, silhouettes nere contro un telaio di ferro e vetro; tutta la luce naturale nella sala ristorante passa attraverso lo strumento di vetro smerigliato, che la polarizza in una radiazione bianca e grigia come nelle foto di Šaikhet. Trattiene il fiato, la ragazza di Rodčenko è seduta sotto l’orologio, davanti a una porzione di tarte tatin e una tazza di caffè. È voltata dall’altra parte, verso le immense lancette che segnano le 16:40; Fabio si avvicina come ipnotizzato dalla scena irreale, lei solleva la Leica che ancora porta al collo e inquadra un cameriere che si muove veloce tra i tavoli. Nella foto risulterà una silhouette appena mossa davanti all’enorme quadrante dell’orologio. — Davvero c’è una pellicola dentro quella Leica? — domanda Fabio in piedi di fronte al suo tavolo, in un inglese approssimativo. Non ha studiato francese perché secondo papà è una lingua secondaria. La ragazza risponde in un italiano perfetto: — Non è una vera Leica, è una copia russa a telemetro degli anni Trenta. — E gli mostra la fotocamera, dall’aspetto molto vissuto: metallo dorato al posto delle cromature, una stella rossa sul tappo dell’obiettivo. In effetti non c’è il marchio Leica, bensì una scritta che Fabio riesce a decifrare solo perché al liceo ha studiato l’alfabeto greco: Сталиней, Stalineij. — La maggior parte delle foto che hai visto nella mostra sono opera di una Fed come questa,— spiega la ragazza. La chiamavano “la Fed di Stalin”. — — Ma per caso tu sei stalinista? — domanda d’impulso Fabio, e si rende conto che è la cosa più stupida che poteva dire. — Mi risulta che neppure i nipoti di Stalin siano più stalinisti!— risponde lei infastidita. La crème brulée è terminata, anche lui ordina una tarte tatin. Nei minuti successivi viene a sapere che la ragazza è italiana come lui, a Parigi da qualche settimana presso la sorella che studia alla Sorbona con il programma Erasmus. Si chiama Nada e ha accettato questo lavoro di fotomodella perché un professore universitario sostiene che è identica alla ragazza di Rodčenko — Solo più magra, — ci tiene a precisare. Le lancette segnano già le 17:30 quando Nada lo interrompe: — Ma ti rendi conto che parli più di tuo padre che di te stesso? Lui si sente punto sul vivo, è contento che la luce sia così scarsa perché non lo vedrà arrossire. Il caffè chiude, il museo pure; Fabio trascrive sulla rubrica del cellulare il numero di Nada, e qualche ora più tardi, sdraiato sul letto dell’ostello, osserva il soffitto pensando a lei. Chiamare o no? Magari un semplice sms, meno impegnativo? Gli brucia quell’osservazione su suo padre. Rimane sveglio tutta notte, ma non chiama, e neppure il giorno successivo. Non telefona neppure ai genitori fino al ritorno a casa, quattro giorni dopo. Papà è infuriato, Fabio osserva sempre in silenzio il soffitto, dove proietta mentalmente le immagini del suo viaggio a Parigi. Si mette in contatto con Nada, è ancora in Francia, ma gli spedisce via email la foto che gli ha scattato all’ingresso della mostra, quando era vestita da modella di Rodčenko. Il giorno successivo Fabio presenta domanda per cambiare facoltà. Adesso studia Scienze fisiche e naturali, come aveva sempre desiderato.


Terapia e borsette di Veronica Gallo

Il gran giorno nella mia taglia, grazie Sapete quali sono i due principali argomenti per cui si scrive ad un giornale? Il primo è l’amore, ovvio: “amo il mio migliore amico”, “tradisco mia moglie col lattaio”, “non faccio sesso di martedì, è grave?”, eccetera eccetera. Il secondo è: “Come mi vesto al matrimonio della mia migliore amica?” Se permettete mi occupo del secondo, il danno peggiore che posso fare è farvi venir male in qualche foto di gruppo, non ritrovarvi desolate e sole davanti ad uno spriz! Ed a proposito di brutte foto, vi farò partecipi delle mie scelte peggiori così da non farvi ripetere i miei errori. Negli ultimi 15 anni ho partecipato a

13 matrimoni più il mio e mi sono vestita nel modo giusto direi nella metà dei casi: fortunatamente il mio rientra nella metà positiva. Ecco i miei errori più clamorosi: gonna lunga ed aderente e color salmone. Anche se ripeto sempre alle mie amiche che il nero non è adatto ad un matrimonio ed i pantaloni sono meno eleganti, forse dovrei stemperare dicktat così rigidi: se vi sentite a vostro agio con i colori scuri non traditeli per rincorrere un ideale matrimonio britannico e se la parola slanciata non vi descrive alla perfezione evitate di abbinare tali colorini a capi fascianti. Stessa motivazione per dire no a gonne

ITALIA CREATIVA

a ruota grigio perla, sì, ho messo anche quella, su polpacci importanti. No a tacchi a stiletto e suole ultrasottili se il ricevimento si svolge in un romantico castello: avete presente quelle pietre stondate che rivestono i vialetti? Le ricorderete per settimane! E le scalinate infinite? Ve le raccomando con un tacco 12 ed un tubino senza spacco! Si dovrebbe evitare anche il bianco: la tradizione lo vuole riservato alla sposa, ma il vero motivo per non metterlo è che se siete una professionista della raccolta del bouquet come me (7 su 13), potreste finire in un’aiuola dopo un volo d’angelo (2 su 13) e ritrovarvi sedute a tavola con una deliziosa giacca bianca e verde prato. Se vi piacciono i cappelli metteteli: sono d’effetto, di moda ed adatti ad una lieta ricorrenza, l’importante è che siate a vostro agio nell’indossarli. E questo vale per tutto, dalle scarpe al foulard: se volete trascorrere una bella giornata informatevi circa il “tono” generale delle nozze ed adeguatevi senza perdere di vista il vostro gusto personale. Sfruttate l’occasione per regalarvi un bell’accessorio e godetevela. Io, per il prossimo e 14° matrimonio, ho le idee abbastanza chiare: abito, seta forse a fiori stilizzati, sandali con suola rossa a contrasto, maniche a palloncino che quest’anno sono irrinunciabili ed occhiali importanti. E naturalmente marito in blu scuro con macchina fotografica personale e successivo ottimo uso di Photoshop per rimediare ai miei sicuri difetti!

realizzato da

CORSO DI FORMAZIONE

SULLE INDUSTRIE CULTURALI, ARTISTICHE E CREATIVE IN ITALIA

06.2010 - 12.2010 BIELLA - PALAZZO FERRERO La sQuola è un nuovo corso di formazione avanzata realizzato dalla Città di Biella - Assessorato Politiche Giovanili, guidato dall’Assessore Roberto Pella, nell’ambito di ITALIA CREATIVA, il progetto per il sostegno e la promozione della giovane creatività italiana a cura del Dipartimento della Gioventù - Presidenza del Consiglio dei Ministri in collaborazione con l’ANCI Associazione Nazionale Comuni Italiani e il GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani. È affidato al Centro Studi Silvia Santagata - EBLA e a Cittadellarte - Fondazione Pistoletto.

Arredare sostenibile di Alessia Bossi

Venghino Signori venghino… Come ogni anno, puntuale, riapre i battenti il goliardico luna park del Fuori Salone milanese. E’ l’occasione per fare zig zag tra oggetti di design (e/o designer-oggetti…) come in un labirinto di specchi e perdersi in concetti più o meno astratti d’innovazione, tecnologie e tendenze, come nella casa degli orrori. Il design, per una settimana (dal 14 al 19 aprile 2010) si trasforma in evento, performance, installazione su tessuto urbano, che uscendo dai suoi spazi ufficiali diventa accessibile a tutti. La città si trasforma in un tagadà, che scuote le anime e le sfida a rimanere in piedi e non crollare davanti alla moltitudine di proposte concentrate in pochi giorni. Gli eventi si susseguono vorticosi per la felicità di designer, creativi e night victim che non aspettano altro. Nel Fuori Salone c’è spazio per tutti, come nel Paese dei Balocchi. Zona Tortona, come nelle precedenti edizioni, sarà il cuore pulsante della manifestazione, epicentro del divertimento e meta di pellegrinaggio confuso. Gli atelier aperti fino a tardi accoglieranno esperti del settore e curiosi, offrendo design come

appetizer ed una buona dose di free drink. C’è da giurare che l’assalto al buffet alcolico nella maggior parte dei casi sarà barbarico

e le vie affollatissime dell’area marcata dal bollino rosso si muteranno in piste autoscontro per barcollatori. Anche Brera, uno dei quartieri storici di Milano, da un paio di secoli al centro della vita culturale della città, entra ufficialmente quest’anno nel circuito del Fuori Salone con il Brera Design District. Il quartiere Isola, come sempre, aprirà i battenti ad iniziative legate alla manifestazione con il caratteristico approccio un po’ anticonformista che lo contraddistingue. Il Fuori Salone non arriva mai da solo, ma a braccetto con l’Elita, il festival della musica elettronica, arrivato alla quinta edizione ed ancora più determinato ad animare. Centro di gravità del festival è il Teatro Franco Parenti, headquarter che ospiterà dibattiti, workshop, mostre e live per poi espandersi su tutto il territorio ed entrare nei clubs milanesi. Tirando le somme, questi giorni saranno l’occasione per fare un po’ di festa e godersi la benvenuta e tanto attesa primavera girovagando per Milano e facendo su e giù tra presentazioni e parties come sulle curve di una roller coaster.

in collaborazione con

Il corso è rivolto a un numero massimo di 30 partecipanti diplomati di età compresa tra i 18 e 35 anni, prevede: insegnamento a distanza, lezioni in aula e laboratori (300 ore), preparazione del progetto finale. I CONTENUTI SONO: _economia e management della cultura; _progettazione in campo culturale; _creatività, sviluppo e politiche territoriali; _approfondimenti su singoli settori culturali e creativi tra cui arte contemporanea, cinema, musica, comunicazione e design.

La domanda di ammissione dovrà essere inviata entro e non oltre il 25 maggio 2010.

Per ulteriori informazioni: CITTÀ DI BIELLA - Assessorato Politiche Giovanili politichegiovanili@comune.biella.it tel. 015.4507212 / 015.3506618 INFORMAGIOVANI infogio@comune.biella.it - tel. 015.3507380/381 www.comune.biella.it

Giorgia Genocchio

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Nella Nebbia

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20 AGENDA aprile

Inviaci le tue segnalazioni a: agenda@nellanebbia.it

7 mercoledì Cinema

Candelo Cinema Verdi, Via Marco Pozzo 2 Revolutionary Road Ore 21.00 Per Info: Cinema Verdi Tel. 015 2536417 cinemaverdi@mclink.it

8 giovedì Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Fabrizio Consoli Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

9 venerdì Incontri

INFORMAGIOVANI CITTA’ DI VERCELLI

C.so Libertà, 300 - 13100 Vercelli Tel. 0161.25.27.40 - Fax 0161.54.384

E-mail: informagiovani@comune.vercelli.it

Web: www.informagiovanivercelli.it

“Cultura”

da Lun. a Ven. alle ore 17.40

“Segnalibri”

da Lun. a Ven. alle ore 18.40

Michele Trecate

www.vercellink.com Eliana Frontini

Vercelli La Sindone salvata a Vercelli Sala del Trono dell’Arcivescovado Ore 17.00 Per info: Museo del Tesoro del Duomo Tel. 0161.51650

Musica

Vercelli Officine Sonore INCARCER-ARTI PRESENTA: “Kindertotenlieder” Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

10 sabato

Musica

Vercelli Viotti Festival Teatro Civico Esibizione al violino di Maxim Rysanov Ore 21.00 Per info: Camerata Ducale Tel. 011.755791 Vercelli Officine Sonore EVA MON AMOUR IN CONCERTO “La doccia non è gratis” Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

Teatro

Biella Teatro Sociale Villani Stagione Lirica 2009/10 “Trovatore” di Giuseppe Verdi Per info: Soc. Coop. Buonsegno Tel. 015 2524259 o 015 2562793 www.teatrosocialevillani.com pier.buonsegno@libero.it

11 domenica Fiera

Vercelli Fiera di Primavera V.le Garibaldi e P.za Paletta dalle 8.00 alle 20.00 Per info: Ascom Tel. 0161.250045

Incontri

Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Presso la Sinagoga in via Foa visite alle 10.30, 11.30, 15.00, 16.00, 17.00, 18.00. L’ingresso è consentito solo con visita guidata. Durante le visite si svolgerà un approfondimento dedicato al giorno di Yom ha Shoà, commemorativo delle vittime della persecuzione razziale. Per info: Comunità Ebraica tel. 339.2579283 Vercelli Tè del Cardinale

Presso la Sala Capitolare dell’Abbazia di Sant’Andrea verranno offerti tè inglese e dolcetti vercellesi e la Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicheri alla corte del Re d’Inghilterra. dalle 14.30 alle 17.00 Per info:Ass. Chesterton Tel. 345.3382906. Vercelli 43° Trofeo internaz. di Spada maschile a squadre M. e F. Bertinetti Nel primo pomeriggio incontri qualificatori al Palazzetto dello Sport di c.so De Rege; ultimo turno e finali alle 20.30 presso il Teatro Civico, dove si assegnerà il Trofeo e la “Spada d’oro Aldo Venè”. Per info: Ass. Scherma Pro Vercelli Tel. 0161.597282 Biella 7° Raduno Città di Biella Raduno Internazionale Fiat 500 Piazza Martiri della Libertà Dalle 8.30 Per info: Club Amici della 500 Biella Tel. 015 33844 o 377 1729112

Teatro

Biella Teatro Sociale Villani Il Teatro Nazionale di Opera e Balletto della Moldavia presenta “La bella addormentata” Ore 17.00 Per info: Soc. Coop. Buonsegno Tel. 015 2524259 o 015 2562793 www.teatrosocialevillani.com pier.buonsegno@libero.it Cossato Teatro Comunale Stagione teatrale 2009/10 Domenica a teatro “Contaminata quartetto” Mina vestita di jazz… Ore 15.30 Per info: Teatro Comunale Tel. 015 93899 www.teatrogiacosa.it info@ilcontato.it

13 martedì Incontri

Biella Leggere, leggere, leggere una notte di letture Incontri con gli autori, la scrittura e le storie. Stasera Riccardo Chiaberge presenta “Lo scisma. Cattolici senza papa” di Longanesi. Palazzo Ferrero, c.so del Piazzo 25 Ore 21.00 Per info: Biblioteca Civica Tel. 015 2524499 biblioteca@comune.biella.it

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Mammamicarburo Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

Arte

Vercelli Bye Bye Peggy Presso il Salone Dugentesco “Arte a Milano negli anni cinquanta . Contrasti e complicità nell’ultima stagione dell’avanguardia” a cura di Martina Corgnati. Ore 18.30 Per info: www.guggenheimvercelli.it

16 venerdì Musica

Vercelli I venerdì della Borsa Merci Quartetto Flutes Juice, a seguire aperitivo Borsa Merci Ore 21.00 Per info: Camera di Commercio Tel. 0161.5981 Vercelli Officine Sonore IL CIELO DI BAGDAD (VINCITORI DEL GMP MEI 2009) IN CONCERTO Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

Incontri

Biella Aperitivo informativo “Oltre i confini” Stasera “Lavoro, stage e studio all’estero” Melting Pot, piazza San Paolo dalle 18,30 alle 22 Per info: Informagiovani Tel. 015 3507380/381/385 www.comune.biella.it infogio@comune.biella.it Vercelli Eliana Frontini presenta Dario Camilotto Libreria Mondadori in p.zza Cavour Ore 18.15

17 sabato Musica

Vercelli Officine Sonore OFFICINA FINISTERE IN CONCERTO Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

15 giovedì

Mercatini

Biella Leggere, leggere, leggere una notte di letture Incontri con gli autori, la scrittura e le storie. Stasera Marco Carminati presenta “Il David in carrozza” di Longanesi. Palazzo Ferrero, c.so del Piazzo 25 Ore 21.00 Per info: Biblioteca Civica Tel. 015 2524499 biblioteca@comune.biella.it

Vercelli Fora Tüt - Fora Tüt Junior In P.za Cavour mercatino dei bambini di baratto e vendita. Per Info: ASCOM Tel. 0161.250045

Incontri

Teatro

Cossato Teatro Comunale Stagione teatrale 2009/10 “La bisbetica domata” di William Shakespeare Ore 21.00 Per info: Teatro Comunale - Tel. 015 93899 www.teatrogiacosa.it info@ilcontato.it Vercelli Teatro Civico Stagione Lirica “Don Giovanni” di Mozart. Ore 20:30 Per Info: Comune Tel. 0161.596347

Musica

Vercelli Art & Decoupage in piazza Cavour Per Info: Confesercenti Tel. 0161.501595

Incontri

Bielle Sabati in biblioteca “Angolo lettura nella pedagogia montessoriana” Biblioteca Ragazzi, Palazzina Piacenza Ore 11.00 Per info: Biblioteca Ragazzi - Tel. 015 351300 www.eventi.comune.biella.it bibragazzi@comune.biella.it

18 domenica Incontri

Vercelli Tè del Cardinale Presso la Sala Capitolare dell’Abbazia di Sant’Andrea la Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicheri alla corte


del Re d’Inghilterra. dalle 14.30 alle 17.00 Per Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906 Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Presso la Sinagoga in Via Foa visite alle 10.30, 11.30, 15.00, 16.00, 17.00, 18.00. L’ingresso è consentito solo con visita guidata Per info: Comunità Ebraica tel. 339.2579283 Vercelli Borgo d’Ingleis Party Per info: ASCOM Tel. 0163.250045

Musica

Vercelli Good Afternoon Peggy Teatro Civico Concerto “Astratte mutazioni - alchimia di suoni e colori” Ore 21.00 Per Info: www.guggenheimvercelli.it

Mercatini

Vercelli Fora Tüt - Fora Tüt Junior In P.za Cavour mercatino dei bambini di baratto e vendita. Per Info: ASCOM Tel. 0161.250045

20 martedì Teatro

Cossato Teatro Comunale Stagione teatrale 2009/10 “Base per altezza diviso due” Katia e Valeria Ore 21.00 Per info: Teatro Comunale Tel. 015 93899 www.teatrogiacosa.it info@ilcontato.it

22 giovedi Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Legion Warcry + Eyes of time

Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

INFORMAGIOVANI CITTA’ DI VERCELLI

Vercelli Officine Sonore CATERINA PALAZZI 4TET Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

23 venerdì Incontri

Vercelli Inaugurazione della mostra “Contemporaneo 3D”, a cura di Maria Vittoria Berti. Auditorium di Santa Chiara in c.so Libertà 300 Ore 18.00

24 sabato Musica

Vercelli Officine Sonore ETB+HUB Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

Incontri

Vercelli Campagna Amica - il tipico delle terre d’acqua per chi vuole mangiare sano e tenere d’occhio le etichette, conosce bene parole come “filiera trasparente, tracciabilità, disciplinari di produzione” piazza Cavour Dalle 8.00 alle 19.00 Per info:Tel. 0161.261600 Biella Letture in gioco “Giulio Coniglio e la scatola magica” Biblioteca Ragazzi, Palazzina Piacenza Ore 11.00 Per info: Biblioteca Ragazzi Tel. 015 351300 www.eventi.comune.biella.it bibragazzi@comune.biella.it

25 domenica

Incontri

Vercelli Visite Guidate in Sinagoga Presso la Sinagoga in Via Foa visite alle 10.30, 11.30, 15.00, 16.00, 17.00, 18.00. L’ingresso è consentito solo con visita guidata. Alle 17.00 concerto del gruppo musicale Shalom. Per info: 339.2579283 Vercelli Sala Capitolare dell’Abbazia di Snat’Andrea la Prof.ssa Baucero racconterà la missione del Cardinale Guala Bicchieri alla corte del Re d’Inghilterra. dalle 14.30 alle 17.00 Info: Ass. Chesterton Tel. 345.3382906

29 giovedi Musica

Vercelli “Area 24 live” Concerto di Moonrock Ore 23.00 Area 24 via Caduti sul Lavoro

30 venerdì

Incontri

Vercelli Marathon Village - 7° Maratona del Riso Per info: Comitato organizzatore www.maratonadelriso.it Sede tel. 011.859197, 347.2787024

Teatro

Billa Teatro Sociale Villani Stagione Teatrale 2009/10 “Die panne ovvero La notte più bella della mia vita” di Friedrich Dürrenmatt Ore 21.00 Per Info:Soc. Coop. Buonsegno Tel. 015 2524259 o 015 2562793 www.teatrosocialevillani.com pier.buonsegno@libero.it

Musica

Vercelli Officine Sonore NUJU (VINCITORI DEL GMP MEI 2009) IN CONCERTO Ore 22.00 Per info: www.officinesonore.org

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ah! la natura si ribella...

niente baci con la lingua al primo appuntamento

riciclare è sempre la scelta giusta


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