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Frida

Antonella Maione

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Frida

Antonella Maione

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Copyright Titolo: Frida I^ edizione Parete, aprile 2010 Proprietà letteraria e fotografie riservate dell’autrice Antonella Maione

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Al Dolore. Mai sfidato. Negato. Vissuto. Attraversa. Al Dolore che piega, zittisce, urla.

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Il silenzio e la quiete facevano da sfondo ovattato a quella lunga ed eterna agonia: quella in cui la mia povera nonnina era divenuta ansimante, leggera, traballante; un corpo, un volto, segnati dal dolore; bisognosa di cure. Era lì, inerme, senza più nulla di ciò che era stata un tempo: L’ovale disegnato con maestrìa , incoronato da una ricca e folta chioma, ospitava una bocca carnosa, un nasino ritto all’in su e due occhi blu cobalto che trasudavano fierezza. Altera, a tratti superba, non soccombeva, bensì imponeva, talvolta con fare supponente, il proprio sentire. Pragmatica e risoluta aveva con sacrifici e determinazione acquistato un podere nel Salento, dove vivevo con lei sa sette anni. Era madre di cinque figli: due femmine e tre maschi. Fra questi c’era chi mi aveva partito a diciassette anni e lasciato, dacché spaventata per la responsabilità che avrebbe comportato crescere un figlio. Non ho mai conosciuto mia madre, l’ho vista in foto: era davvero bella! Alta, mora. In effetti la mia descrizione lascia a desiderare: tutt’altro che minuziosa: volutamente, due aggettivi, per di più generici. Beh, se da un lato non provo rancore, dall’altro mi scuserete, ma non mi viene atro. Subito dopo partorito si trasferì in Spagna, dove si laureò e intraprese la carriera di avvocato. (Che io sappia, vero paradosso, si è poi occupata di adozioni internazionali). *** Da alcune lettere, è emerso che il senso di colpa che all’inizio la logorava era stato successivamente mitigato dal fatto che ad abbracciarmi, stringermi, coccolarmi, fosse stata la donna di cui lei si fidasse di più al mondo, sua madre. Beh, a quella donna devo tutto. Ecco perché ad un certo punto, mesi prima che iniziasse a star male, caddi in un vortice pericolosissimo. Mi ricordo perfettamente che all’indomani di un esito felice con cui si concluse un esame universitario cominciò l’incubo: iniziai a vomitare senza un perché, giorno e notte. Non capivo. Ero certa si trattasse di un problema fisico. Ne ebbi per mesi. Passavo da un ospedale all’altro senza risultato. Gli esiti degli esami tutti, sempre negativi. Questo mi gettava nello sconforto perché non individuando la causa, che ripeto secondo me doveva essere fisiologica, mi sentivo impotente. Ovviamente, le notti, tutte rigorosamente in bianco. Ricordo che dopo tre mesi circa cominciò ad affacciarsi il fantasma costante della morte. Non pensavo ad altro. Il problema era che non ne avevo paura, anzi… Mi guardavi intorno e non avvertivo più sensazioni, profumi, né distinguevo colori. Mi sentivo presa in giro dalla vita. “Ma come, dobbiamo andar via per sempre?!? E all’improvviso? Potrebbe anche succedere che io non abbia il tempo di salutare chi amo?” 6


E di qui, non capivo perché le persone si affannassero: lavorando, truccandosi, litigando, tanto saremmo stati tutti all’improvviso ingoiati da un mostro. Impropria risulterebbe l’adozione dell’oggetto metaforico: mostro, se rapportata alla mia condizione di credente, nonché cattolica, ma rende perfettamente come ‘vivevo’ la tappa ineluttabile. Non riuscivo più a reggere la farsa: guardare un film mi generava inquietudine perché sapevo che niente di quello che sentivo e vedevo era vero; Passeggiare al parco mi irretiva dal momento che non riusciva a distogliermi, come nulla del resto, dal pensiero fisso della morte. Qualunque cosa risultava uno stupido distoglimento. Facevo fatica nel capire come molte persone sensibili, colte, acute, non si fossero fatte autrici di gesti inconsulti. Realizzai di essere andata troppo oltre, non riuscivo più a governare la propensione (peraltro naturale) di scandagliare, vivisezionare, proiettare. Erano gli anni in cui vivevamo a Parete, un paesino di diecimila abitanti, in provincia di Caserta. La nonna, dopo la morte del suo secondo marito, decise in armonia con zia Anna, sua primogenita, di lasciare la vecchia masseria. Io avevo cinque anni. *** Non frequentavo le scuole materne perché troppo distanti dal casale, ma fui giudicata ugualmente estroversa, nonché : “pronta per l’iscrizione in primina”. Queste, le parole della direttrice Turco Viviana. La nostra era una famiglia matriarcale con cinque femmine e un maschio, il povero zio Pasquale, marito di zia Anna, che se ne stava il più possibile nei campi per evitare di essere comandato a bacchetta da sua moglie e sua suocera; Poi c’erano Giovanna e Lina, le mie cugine, rispettivamente di sei e quattro anni. Abitavamo in una corte articolata in quattro grossi angoli: nello spazio antistante la zona dove si ergevano le camere erano dislocati, ad est, il forno, il pollaio e la stalla, ad ovest, il pozzo e la ‘casetta del vino’. Procedendo verso l’interno, baciate dal sole, si levavano da un lato la grossa cucina con l’attigua camera da letto di zia Carmelina e zio Pasquale e dall’altro il bagno non comunicante con la quarta ed ultima stanza, quella in cui dormivamo io, la nonna, Giovanna e Lina. Ma solo d’estate. Si, perché non avendo alcuna fonte di riscaldamento se non il camino in cucina, d’inverno si stava tutti assieme. Lì albergava la felicità. Di mattina per colazione: pane cotto oppure bagnato dall’acqua dei fagioli a cottura già avvenuta. Finita la scuola, via nella corte delle meraviglie. L’armonia danzava fra le galline che razzolavano e la nonna che sfornava il pane. L’afflato fantastico trasformava sassolini, rametti e foglie in polpette, mestoli e sottilette per noi bambine che squarciavamo tempo, stagioni e ruoli. 7


La vita cominciava e finiva lì, in quella stradina stretta quanto antica, in cui sfilavano venditori ambulanti, contadini non più giovani sulle bici che si recavano al circolo dei cacciatori nella piazzetta antistante la chiesa per una partitina a carte. Era buona abitudine per le comari di via Rotonda sedere fuori ai portoni d’estate. Con la scusa del caldo si ficcava il naso l’una nella vita dell’altra. C’era Lalena, ‘la guardiana’, che da quando era stata tradita dal marito (scurnacchiata) non si dava pace. Quel povero cristo se faceva lievitare i minuti nel rincasare quando scendeva per acquistare il sale dal tabaccaio, che si trovava peraltro a venti metri dal circolo in piazzetta, Lalena si affacciava sull’uscio della porta e mentre si sporgeva ripeteva continuamente il gesto di asciugarsi le mani col grembiule quasi a scaricare la stizza che le saliva al passare di ogni istante. Appena lo intravedeva si quietava. Poi c’era Mimì di ‘paparacchiò’, un personaggio buffo, completamente glabro, basso di statura, ma muscoloso. Orfano di padre da quando aveva otto anni, scelse di sostenere in tutto e per tutto sua madre, che poverina era paralizzata dal tronco in giù in seguito ad un incidente stradale. Mimì- aveva permesso- alla sua vita di restare sospesa. Sospesa a guardarlo mentre giocava nel dare linfa ad un’esistenza senza colori. *** Ma nel gioco, il suo senso: Tutti infatti sapevamo che con i suoi racconti, le sue imprese Mimì, seppur per un momento, tirando giù quel palloncino di vita immaginaria svolazzante sulla sua testa ci si tuffava fluttuando. Meno che gratuito il ricorso a quelle maschere di tipi umani, che introiettate a mò di coriandoli hanno contribuito a delineare una personalità, la mia. Io sono Frida, e trascino la vita in questa stanza, dove alberga la morte. La mia risposta a che Essa non ingoi anche me: Contrapporre il qui ed ora all’altrove in una data dimensione temporale. Una ‘soluzione’, questa, a cui approdo solo lambendo l’apice della disperazione. Avvinghiata dal silenzio soggiunto ad una momentanea sospensione dei rantoli fui colta da una sensazione d’impotenza, dal momento che nulla potevo contro quello che stava accadendo da settimane e che probabilmente si sarebbe protratto chissà per quanto, al punto che non mi limitai a desiderare la ‘liberazione’, ma con un gesto repentino recandomi alla finestra e aprendola con forza quasi la sospinsi ad entrare. Mi vergognai subito quasi l’avessi uccisa io stessa mia nonna. Presi a passeggiare furiosamente per la stanza dove il silenzio era stato disturbato dalla ripresa del rantolo e dal mio pianto. Seppur per un momento avevo desiderato la morte di colei che ne aveva perse di notti per me. Non avevo più sonno, né freddo; non avvertivo più né stanchezza , ma soprattutto col trascorrere del tempo mi aveva lasciato pura la disperazione. E fu in quello stato che decisi di sedermi sul sofà ai piedi del letto ed accendere il televisore. 8


Facevo zapping, tenendo tolto il volume, e all’improvviso venni turbata dalla sensazione che mi generò una banale scena pubblicitaria con un bambino che correva felice nei prati. La sensazione non mi era nuova, l’avevo provata quando da piccola, la mia cuginetta Giovanna cadendo dalla bici si era fatta molto male ed io impaurita mentre seguivo l’andazzo del primo intervento da parte del padre fui indispettita dalle risate delle comari provenienti dal cortile attiguo. Pensai: “Un po’ di rispetto!!!” Ma come avrebbero fatto a rispettare ciò che non sapevano stesse accadendo? E per estensione, perché avrebbero dovuto avere un atteggiamento di dispiacere se quella faccenda- persona- situazione non le riguardava? Beh, così come allora, davanti alla tv provai desolazione. Si è soli, non c’è compartecipazione Il bambino gioca, il ragazzo canta, il presidente parla, mentre mia nonna muore. Non avrei mai immaginato che quella sgradevole sensazione si sarebbe convertita in tutt’altro: nel rimedio, dettato dalla contrapposizione di una data realtà con un’altra dalle sfumature, i toni, le essenze, nettamente diversi. *** (Ma credetemi ero vergine di conoscenza al momento della rivelazione). Avevo tradotto il senso di abbandono della natura nei confronti del mio dolore in atteggiamento di apertura verso una vita che continua ad esplodere attraverso le note di un valzer che danza al cospetto e dispetto dell’anchilosata sorellastra morte (…) Trascorrono le ore, un paio circa, e poi la Signora di nero vestita la reclama. Ne ebbi la certezza. Dacché inerte, moribonda, mia nonna si desta e a gran voce mi chiede di aiutarla a scendere dal letto. Ero sconcertata. Perché? Glielo chiesi, ma lei non rispondeva attivandosi senza risultato per mettere giù le gambe. La sorressi. E nel mentre, all’orecchio soggiunse: “Devo salutare la terra. E’ arrivato il momento!” Raggelai. Non la lasciai un istante, restando corpo a corpo. Eppure ciò non serviva a tranquillizzarla. Tremava mentre balbettava: “Ho paura, non te ne andare.” La commozione dettata dal suo sguardo nel mio, l’amore con la A da piramide mi dettarono un atteggiamento di calma, serenità, forza, da lei assorbito attraverso parole come: 9


“Tu non vai da nessuna parte senza che io ti stia accanto. Io Ti amo e questo basta per sconfiggere chiunque si illuda di separarci. No, che non ti lascio: tu sei ma ed io sono te.” Lei sorrise e si fidò. Io piansi, piansi, piansi. Non seppi, non volli più vederla. Non avevo nulla a che fare con un corpo trasfigurato e raggelato. Eravamo uscite assieme da quella stanza. Avevo vissuto l’ultimo step di un percorso cominciato un anno prima, dove avevo senza, esserne cosciente, operato come un ape, affinché il processo di elaborazione del lutto non cominciasse, ma finisse con la sua dipartita. Avevo introiettato una realtà: l’amore non cessa con la distanza fisica. Si continuano ad amare un figlio, una sorella anche se questi per necessità o fortuna si trasferiscono in Patagonia piuttosto che in Tasmania. Era quella la nostra condizione. Certo non avremmo potuto condividere il quotidiano, ma solo per una momentanea disattivazione delle telefoniche. Si chiudeva così un capitolo unico della mia vita.

*** Alla sorgente del fiume di valori, purezza di sentimenti e semplicità in cui mi aveva battezzata quella donna avrei fatto puntualmente ricorso. Del tutto atipica la percezione di non essere stata ‘lasciata’. Tant’è che se prima la pensavo come fisicamente in un posto, ora – senza retorica alcuna- dimorava spiritualmente accanto, intorno, dentro di me. E lo faceva consigliandomi, proteggendomi, sorridendomi. Ne ero grata e lieta. Ero pronta per vivere e non limitatamente esistere come mi era stato insegnato. Non mi spaventavano i mille banchi di prova; ero pronta a dare, giocare, provare, credere; e tranne i rari casi in cui la vita ti zittisce, avevo una certezza: quella di esserci. Essere viva, reattiva. Agli eventi, infatti, che avrebbero bussato chiedendo partecipazione avrei consegnato parti di me diversamente abbigliate con gli indumenti del prezioso corredo lasciatomi in dote. Mi trasferii a breve dalla periferia allo snodo nevralgico delle attività, il centro. Amavo essere trastullata dal tram tram degli autobus, dal vociare dei bambini all’uscita della scuola, dal rintocco puntuale dell’orologio della chiesa, perché da contraltare godevo dello spazio e della tranquillità del vivere da sola. E in quel silenzio che non più urlava, i ricordi mi cullavano, il presente mi reclamava.

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Un presente dettato dall’incontro del bianco col nero, pagina, inchiostro, visto che scrivo per professione, ma che contiene a ben guardare le infinite gradazione di ciascun colore. Sono una scrittrice attiva che commenta, sostiene il sociale, ma anche intimista, analitica, criptica. Filo conduttore dei miei racconti: l’amore in ogni sua accezione. Divinità, questa, incontrata a diciassette anni. Erano circa le sette del mattino, quando una domenica d’estate io e lo zio Pasquale ci eravamo recati al mercato ortofrutticolo più vicino per provare a vendere ad un prezzo decente le pesche raccolte ore prima in campagna. Indossavo una canotta bianca, consumata, ma piuttosto aderente e un paio di pantaloni dello stesso colore che terminavano sotto al ginocchio. Ero completamente frastornata per le poche ore di sonno alle spalle. Non riuscivo a distinguere voci, discorsi, trattative, dacché bagnatane all’unisono. Contadini, acquirenti, ambulanti, si dimenavano ciascuno per fare il proprio interesse. D’un tratto: una nota isolata. Una figura slanciata, fine nei tratti, garbata nei movimenti, cattura la mia visuale. Da cornice, ad un sorriso di sguardo socchiuso, casualmente volto nella mia direzione, una pioggia di ricci. *** Non era da me realizzare a rilento che una persona mi stesse guardando. Di solito sentivo lo sguardo di chi fingeva di scegliere altri orizzonti. Ma in questo caso quella figura ieratica, davvero molto poco allineata a quel contesto, aveva distinto nel marasma anche solo per un momento, chi di quel contesto ne era figlia. Mi fissò finché rimase in quel perimetro, poi acquistata la frutta, si congeda con un sorriso accattivante. Il voler tenere per me quell’emozione, abituata com’ero a condividere con le mie cugine e la nonna gli stati d’animo, mi fece intendere che non avevo vissuto quell’incontro come uno fra tanti, bensì come ‘l’incontro’. Quello intriso di una magia, che se rivelata perde, seppurr di poco, intensità. Corrono giorni, settimane, mesi. Napoli: piazza del Plebiscito, ore 19:00. Esco da Palazzo Reale, dove si trova la Biblioteca Nazionale, in cui mi recavo quotidianamente da una settimana per effettuare ricerche relative allo sviluppo di una tesi, cui mia cugina, laureanda, stava lavorando. Mi affascinava ogni cosa: partendo dall’idea di scrittura a monte della radice etimologica propria del termine, alla finalità artistica oltre che estetica, quindi il sistema di significanti ben più di quello dei significati. Rivolto a quelli che sviliscono le ‘lettere’ dacché prive di rigore, forza, aderenza al reale, rispetto alla scienza con i suoi dati alla mano, le sue statistiche, una citazione: 11


“I racconti di Sebastopoli di Tolstoj” , con cui attraverso la duplice equazione fra il termine ISTINA ( verità come esattezza) con scienza e PRAVDA ( verità come dimensione globale che produce bellezza) con letteratura, deflagra la confutazione della tesi secondo cui a questa disciplina venga affibbiata una confutabilità nella percezione del reale*. La letteratura insegue la vita, la fotografa, la riflette. Non lambisce i meandri dell’anima, li penetra, li piega, li squarcia. Ed io, in quel pomeriggio di fine estate, in una delle più belle piazze italiane, mi lascio turbare dallo sguardo di chi, anche questa volta (…), non esita, senza permesso, ad entrare. Con lo zaino in spalla e in dosso una mogliettina scollo all’americana, un paio di jeans a vita bassa e scarpe da ginnastica oltrepasso il San Carlo, prestigioso teatro napoletano del ‘700, e procedo in discesa verso il Maschio Angioìo, castello voluto negli anni ’80 del 200 da Carlo I D’Angiò, poi modificato nel 1442 per volontà di Alfonso d’Aragona in seguito all’appunto sconfitta dei francesi. Mi recavo lì per prendere l’autobus che mi avrebbe portata alla stazione centrale dove col treno avrei raggiunto il paese attiguo al mio, quando vengo fermata dal suono caldo di una voce suadente che con fare determinato mi dice: “Scusa…” Mi giro e di colpo fu magia. *** Era lui, il ragazzo dalla riccia chioma fluente, quello del sorriso intrigante; la nota regale del mercatino di frutta su cui per tutta l’estate avevo ballato mordicchiando pesche. Ricordo con chiarezza delle frasi pronunciate; i sorrisi tutt’altro che di circostanza; i silenzi appena accennati, ma gonfi di seducente imbarazzo. Lui è Marco, imprenditore trentottenne ritornato a Napoli, città natale, per lavoro, tutto intento a scrivere una nuova tranche de vie. Alle spalle lasciava, infatti, un matrimonio durato circa ventenni, ma non una figlia, che definiva parte di sé e dalla quale si recava, facendo 800 km, almeno una volta alla settimana. Uomo dai saldi principi, cresciuto come me in una sana atmosfera agreste, si dice da subito interdetto dal fatto che viaggiassimo sulla stessa lunghezza d’onda, che ridessimo delle medesime cose. Realtà acquisita già nel corso dei primi appuntamenti, peraltro rigorosamente segreti. E come non essere altrimenti: lui, quarantenne, divorziato, uomo navigato; io: minorenne, vergine di esperienza. Con lui: il rossore, lo stupore, l’ardore, la febbre. Una centrifuga nello stomaco, la sua prima dichiarazione: “A portarmi verso te, per poi ritornare e ancora ansimare, non sono i tuoi occhi, la tua bocca, la tua pelle, ma qualcosa che non vedo e non afferro” Emotivamente coinvolti, nell’ululato dei venti che prefigurano tempesta. 12


In una gara di sensi, alla mercé dell’altro e del mondo, superflua la parola. Viviamo lo slancio, ci abbandoniamo al trasporto, ma non senza la rete – voluta da entrambi- di una dimensione prospettica del sentimento. Sentimento che con autenticità fruisce negli occhi di chi ci guarda al punto da superare le remore e i preconcetti. A dettare benessere: considerazione, fiducia, condivisione, nonché interesse. Nella comunione di anime e intenti il senso di appartenenza facevano da collante. La condizione in cui versavo era il prolungamento naturale di quella in cui ero cresciuta: amata. Amata senza riserve. In un paradiso senza nebbie, ne inganni, i mostriciattoli dagli occhi verdi erano come accecati da lance aguzze prontamente scagliate da personaggi sottratti alla corte di re Artù, quali: rispetto, trasparenza e lealtà. Queste, le armi che fungevano da garante nell’adeguata disposizione di pietra su pietra, mattone su mattone, per l’espressione di un progetto siglato con tale maestrìa architettonica da poter durare tutta una vita. Ed è sostando sull’onda del per sempre che Marco, non di rado, implorava, dinanzi a questa richiesta un mio assenso: “Dimmi che potrò baciare il tempo che passa sfiorandoti!” Cresco, maturo, nella trilogia con cui questo sentimento si declina. *** Non avrei mai immaginato di dover, un giorno, fare i conti con il temibile colore viola dell’amore. Quello che segnala un lutto avvenuto. Una telefonata, una notizia: un male incurabile ha colpito Silvia, figlia quindicenne di Marco. Nell’inquietudine e sconforto comincia un andirivieni fra Napoli e Milano che dura settimane. Marco non si dà pace, smuove, montagne, interpalla luminari. Alla fine, un tentativo di soluzione con un viaggio negli States. Non sapevo se le cose fossero andate a buon fine per la piccola Silvia, che dopo un’operazione iniziale avrebbe dovuto comunque intraprendere la lunga e delicata fase riabilitativa, ma diveniva, invece, sempre più chiara la rima di quel ‘partire’ per noi, con ‘morire’. Marco non avrebbe mai lasciato sua figlia, mai più. Abortita, negata, stroncata, la dimensione di felicità. La convergenza di ogni stato d’animo dalla tristezza, all’angoscia, per non dire delusione e fallimento, impone al cuore un unico dictat: senilità. Con il distacco, decisamente nitidi i contorni di una percezione: quanto più avevo, senza freni, vissuto, tanto più lentamente morivo. La matrice di quel dolore paralizzante poteva avere un banale riferimento: l’abbandono di mia madre. 13


La lacerazione per il distacco io l’avevo cucita nella carne, ma ora dover operare sulle medesime cicatrici, ritenevo fosse disumano. Dovevo nuovamente imparare a formulare i primi passi, e prima ancora a respirare senz’aria. Non mi sentivo debole, bensì fragile, dacché priva della pregevole campana realizzata in cristallo di Bohemia. Avendo il Dolore a tu per tu, l’ho guardato dritto negli occhi. Non volevo sfidarlo, ma attraversarlo. Non tentativi di rimuovere ciò che era scritto con inchiostro indelebile, ma neanche provare a comporre i cocci. Mi sono ascoltata e rispettata, ancora una volta, senza badare a spese in termine di tempo ed energia. E di qui la scelta di osservare, frequentando, anche per svariate ore al giorno, una ragazza, Mara, figlia unica di anziani contadini, nonché ancora di salvezza, per me, di via Rotonda. Come rapita seguivo Mara nei regolari, precisi, puntuali, rituali: lavare, stendere, stirare, pulire e ancora lucidare. Non figurava altro, quello il suo senso. Tutto, straordinariamente in superficie. Ago perfetto della bilancia rispetto a quella pericolosa zavorra che con analisi, introspezioni sembrava tutta votata a sotterrarmi. *** Rimango comunque dolorante, così comincio ad innalzare un muro fra me e la vita vera. Quella che pulsa, quella fatta di incontri, relazioni, umori. Non ero pronta. Il mio mondo era altro. Nella musica dilatavo i ricordi e mi nutrivo di libri. E mentre gli altri gridavano al peccato: “ Eppure è una così bella ragazza!!!” Io sapevo sarebbe stata solo una questione di tempo. Niente deleghe ad alcuno. La vita era mia, non ci rinunciavo, anzi, mi amavo, percepivo e mi assecondavo. Allestivo tutto di nuovo: scegliendo con cura quadri, fiori, colori, che facessero da cornice ad un baule intriso di vissuto, per questo pregiato. Non volevo la mia vita ruotasse intorno a quell’angolo di stanza, ma nemmeno riporre il passato in soffitta, col rischio di sobbalzare alla prima voce del silenzio. Piuttosto avere piena coscienza del tesoro di esperienza acquisita. Al capolinea di un percorso, che oserei definire ai liti della sopravvivenza emotiva, incontro Perla. Quarantenne, minuta, elegante senza essere ricercata, cordiale nei modi. Perla veniva due volte a settimana ad aiutare la vecchia signora Assunta, ennesimo personaggio di via Rotonda, che a novantacinque anni suonati, ancora peraltro autonoma, viveva da sola. 14


Rivedo in lei, da subito, parti di me improntate al sacrificio, alla rinuncia, alla sopportazione. Mi emozionava il grado di sensibilità con cui recepiva le cose, ma allo stesso tempo mi irretiva la sua risposta agli eventi: dimessa, pacata, piegata, soccombeva. Fra di noi, un comune denominatore,: un passato-presente, eppure una grande distinzione nella matrice governante l’elaborazione del lutto. Il lutto per qualcosa che non c’è, non c’è più, ne tornerà. Amavamo ciascuno a proprio modo l’Altro, ma anche noi stesse. Mara aveva ‘pericolosamente’ ibernato le lancette del tempo. Pericolosamente. Antonio l’aveva umiliata, tradita e lasciata, ma lei viveva pensando che la sua assenza fosse da imputare alla sua professione: soldato, perennemente in missione. “Ah, quando racconterò ad Antonio quello che la signora Assunta mi ha combinato oggi!” “Sai, non mi depilo, così lascio riposare la pelle divenuta ipersensibile a causa di un ustione recente, per poi farlo quando sarà il momento” Provavo rabbia, si tanta, quella che non avevo trovato nel mio percorso. E quanta più ne avvertivo, tanto più mi sentivo sana, come guarita. Eppure, se da un lato mi arrivava come chiaro che la soluzione non stava nella meticolosa scelta di una gradazione per lenti speciali che le consentissero di leggere la realtà, dall’altro realizzavo impotente che di tempo ne era passato, e tanto. *** Chi ero io per decidere che antidoto somministrarle. Ho imparato sulla mia pelle che in ogni micro-cosmo vigono sub-strati di realtà cui si è, e spesso rimarrà, ancorati senza se e ma. Sono amanti quelli a cui basta respirare il profumo di una nuova fiamma per cancellare quello precedente; sono ugualmente amanti, quelli che pur scivolando fra mille lenzuola non tradiscono l’emozione di ‘quel’ calore, ‘quel’ odore, ‘quel’ sapore; Sono vedove quelle che piangono dieci giorni i loro mariti, dacché sposati per sottrarsi –ingannandosi- alla desolazione; sono ugualmente vedove quelle che piangono i loro mariti chiamandoli per nome in una sorta di lucido delirio quasi fosse l’ultimo alito tremulo di fiamma interiore che le divora. Decisi pertanto di non offendere la sua sensibilità, bensì accoglierla, ne denudare la pur fragile impalcatura di illusioni gestanti l’unico alito di vita che le rimaneva. Non era come avallare una menzogna, e poi anche se…quante bugie ci diciamo finché non ci giudichiamo pronti nello smascherarle con pseudo-verità?! Nel rispetto di quelli che erano i suoi tempi, le sue dinamiche, volevo proteggerla. La sua risposta all’evento che non aveva potuto modificare non era una non risposta, era una reazione che traduce la vittoria del trauma in cecità: non voglio vedere ciò che ‘non posso’ vedere perché non sono pronta, perché non ho, al momento, gli strumenti; perché realizzare adesso significherebbe passare ad una temperatura di 40°c ad una di 20 sotto lo zero, dunque, la morte. 15


E a fronte di ciò, possiamo chiudere non un occhio, ma due, se in dati momenti arranchiamo, senza lustrini, bensì curvi, quasi deformi, sulle salite della vita. All’apice della salita, l’apice del dolore. Una tappa che per la mia amica si configura in un luogo: la parrocchia del paese, e in un tempo: il 13 giugno. Era sabato, l’ora, quella solita della messa. La luce che entra dalle finestre in alto pare provenga da una lontana via. Le panche, non del tutto occupate, ospitavano membra adagiate di donne in parte inginocchiate, in parte sedute, ma con un comune atteggiamento ricurvo di chi recita preghiere. Perla siede alla solita panca, quinta a destra della navata. Si appresta a seguire la messa, ma non senza un po’ di inquietudine dettata dalla preoccupazione di fermare in un giusto lasso di tempo don Egidio a fine celebrazione. Doveva prenotare e pagare la messa in suffragio al marito della signora Assunta, ma timida com’era non avrebbe sopportato di varcare la soglia della sagrestia in un momento poco consono: quale quello in cui don Egidio si sarebbe tolto la veste con cui aveva appena finito di celebrare la messa; o arrivare contemporaneamente ad altre persone affollando l’esiguo spazio antistante la scrivania del parroco, (peraltro unico esistente) collocata parallelamente alla porta d’ingresso. *** Dilatata, la sua percezione del tempo rispetto alle capacità di sintesi di don Egidio, parroco di campagna, originario della Sicilia, grasso e pelato, appassionato di buone letture e tutt’altro che sciocco. Presa la benedizione Perla addirittura anticipa don Egidio nell’arrivo in sacrestìa . E proprio nel bel mezzo dei convenevoli soggiunge una figura alle sue spalle. L’istinto le dettava di girarsi, ma si diede un contegno, era una signora perbene, seria oltremodo, teneva ad arrivare come affatto impicciona o curiosa. E mentre don Egidio si dimena cercando affannosamente il resto da dare a Perla. “Padre, di cosa avete bisogno, quanto vi serve? Posso anticipare io?” Un solo gradino a separarla dall’apice della salita, dall’apice del Dolore. Perla subisce una scossa, quasi l’avesse attraversata un fulmine. Sente venir meno la terra. Perla dall’istinto, porta la mano destra fra i capelli come a spostarli dal volto tradendo volutamente un mezzo profilo. Armandosi di coraggio, china dapprima il capo in avanti e poi si decide per un sorriso appena accennato che non le viene ricambiato. Anzi, dovette scontrarsi con un atteggiamento algido, ingessato, quasi infastidito, a cui si aggiunse un corposo imbarazzo allorché il parroco esclama: “E tu, bel figliolo, venisti per lieta novella. Ho saputo del nascituro. Come lo chiamaste?” In quell’istante, il podio per il Dolore. L’uomo per cui viveva, Antonio, il suo Antonio.. 16


Padre!?! Cosa?? Figlio.. Dunque, marito di un’altra!?! Noohhhh!!!! Il tormento non era contenibile. Giusto il tempo di afferrare il resto e imperversa la deflagrazione. Con i liquidi vomita gelosia, delusione, smarrimento, odio. Con eloquente silenzio stringevo a me chi tremava di febbre fredda. Sancita, la morte. E non di Antonio per Perla, ma al contrario. Costei pianse tutte le sue lacrime, cosa che accade per dirla con le parole del grande Eduardo suggerite al personaggio di Filomena Maturano (nell’omonima commedia) : “Se chiane quanno se conosce ‘o bbene e nun se po’ avè” “Non mi sento le braccia, le gambe!” impaurita esclama Perla. “Non sento. Non mi sento” “Io non sono più viva. Non se lui è marito di un’altra. Non più viva per lui” Aiutami Frida!! Ti prego aiutami! E al cospetto di quella richiesta che Perla, senza saperlo, aveva mosso il primo passo, sfiorato il primo gradino, in direzione di quell’agognata quanto meritata discesa. *** Delicato, lo strappo della prima ceretta, dacché orfano di senso. Rivisitato quel tutto, calibrato in funzione di.. La vita mi chiamava ad interpretare quel ruolo a cui, in seguito: alla vigilia della morte della nonna, avrei prontamente fatto ricorso, quello di madre. Ora madre di Perla, poi madre, e figlia di me. Accudire. Visionare e consigliare: mangiare una mela, scendere dal letto, odorare una rosa. Zelante, il recupero della spontaneità. Perla ne ebbe per mesi, poi completamente riabilitata alla vita, mi abbracciò e partì. Senza remore, ne angoscia salutavo la figlia di un Dolore che ingoiato aveva prodotto frutti maturi per me quanto per lei. L’energia per cui amiamo, scegliamo, viriamo, fruisce libera nell’universo. Inutili, deleteri: gabbie e recinti mentali. Quando, anche per me, si sono accesi i riflettori dell’attenzione, allorché calata sul palcoscenico della vita ero decisamente pronta a svestire i panni di chi si era ‘vista vivere’ e quindi incessantemente morire. Come svanito, ogni timore di cadere, urtare, dacché forte del senso di dignità con cui rialzarmi. Mescolo con equilibrio la duplice chiave di lettura della filosofia: chi si accontenta….. 17


Per cui godo si delle piccole cose quali: il sorriso di un bambino o una fragola matura; mi inchino dinanzi alle rughe di un vecchio, mi emoziono per uno sguardo rubato; ma nel contempo mantengo le distanze dalle ‘briciole’. Cestino i lucchetti di una familiare sala d’attesa in cui mi rifugiavo aspettando che la sofferenza passasse. Accolgo la saggezza oraziana del vivi qui e ora, dilatando, cavalcando l’istante. Poco importa se riuscirò nelle cose. L’ambizione è altra: esserci a trecentosessanta gradi, con corredo di limiti e potenzialità. Voglio nuotare da scoglio a scoglio, assaporando l’ebbrezza della stanchezza, ma senza più fermarmi. E a chi rammaricato commenta: “ Un vero peccato tu non abbia viaggiato!” Rispondo dicendo che gli angoli di mondi solcati esibiscono valenti testimoni resi a prestito da ‘paradisi-infernali’e ‘celesti-inferni’. Rio, Miami, Dubai, ospiteranno lo sguardo di chi questi mondi mai proverà a rinnegare, tutt’al più, con lo stupore proprio dei bambini, ad ammirare, evitando accuratamente di sollevare quel velo magico senza il quale ogni realtà si può denudare.

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* Citazione: “Disputa su dio e dintorni” C.Augias, V. Mancuso.

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Antonella Maione è nata a Napoli il 12 giugno 1975 E’ laureata in Lettere Moderne presso la Facoltà di “Lettere e Filosofia” Federico II di Napoli.

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Frida  
Frida  

Frida di Antonella Maione

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