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In OMAGGIO

UP&DOWN

50°

Il magazine delle gare di ski-alp e trail running

Una primavera dalle condizioni particolarmente favorevoli ha scatenato gli appassionati di sci estremo

SCI RIPIDO PRIMAVERA 2013

Ripetizione Nord del Disgrazia Gran Sasso 'Steep & Deep' Una linea dalla Forcola di Sciora

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PORTFOLIO > 71 ritratti di concorrenti durante l'adamello Ski raid 2013 NORVEGIA > Ski-alp e barca a vela alla Scoperta delle SunmørSalpane PRESANELLA > 11 propoSte top level dove Ski-alp e alpiniSmo Si incontrano ALLENAMENTO > prevenire ed evitare la Sindrome da Sovrallenamento ALTA BADIA > tirare curve Sul firn primaverile nel gruppo del puez-odle ULTRA TRAIL > interviSta a gregoire millet, il profeSSore volante del tor deS géantS EXPLOIT > Jez bragg ci racconta la Sua impreSa di 3.500 km di corSa in 53 giorni

MAGGIO 2013

mensile n.89 I € 6,00 MADE IN ITALY @skialper

ISSN 1594-8501

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Edito di Davide Marta

L'ultimo 'fine stagione'

© Nacho Grez

Ero abituato così. Aprile lo vivevo come una grande volata, l'ultima appassionate salita, prima di una lunga discesa che porta al traguardo. Lo sforzo finale per chiudere l'ultimo numero della stagione, poi finalmente un po' di pausa. Certo, tante cose da fare, ma nulla rispetto alla frenesia dei mesi invernali, con le chiusure della rivista tambureggianti e pochi attimi di tregua. Ecco, in questo inizio di maggio del 2013 (uscita posticipata per aspettare il Mezzalama, nda) mi godo per l'ultima volta questa sensazione. Già, perché dal prossimo mese di ottobre cambierà la periodicità di Ski-alper e non ci saranno più soste. Si esce tutto l'anno, senza soluzione di continuità. L'avevamo promesso già un anno fa, abbiamo dovuto strutturarci adeguatamente, ora siamo pronti. Un lettore giorni fa mi ha scritto, dicendo che è giusto così, che Ski-alper rappresenta un po' tutti gli amanti dello sport outdoor in montagna e che come loro, chiusa la stagione di sci e pelli, avrebbe dovuto cambiare d'abito e occuparsi di altre attività. Va bene, accettiamo la sfida… L'appuntamento è dunque in edicola la prima settimana di ottobre, da lì in poi ogni due mesi, sempre la prima settimana

del mese. A questo si aggiungano due uscite monografiche, una dedicata ai test invernali, l'altra a quelli estivi (Outdoor Running, già in edicola in questi giorni nella versione 2013). Una scelta coraggiosa, ma con basi molto solide. La rivista è cresciuta notevolmente, anche in un anno di crisi come questo, 'battezzando' anche Up&Down che ha dato ulteriore linfa ad un prodotto editoriale che continua ad evolvere secondo i gusti dei lettori. In fondo non nascondiamo l'anima 'social' del nostro modo di lavorare: su facebook e twitter la community è in costante evoluzione, sempre più attiva, il sito ha triplicato gli accessi quotidiani rispetto ad un anno fa. Eppure la rivista ha sensibilmente aumentato le vendite. Sono da sempre convinto che il web, utilizzato nel modo giusto, non 'cannibalizzi' il prodotto cartaceo, ma che ne sia la giusta spalla. Si crea un contatto con chi sta dall'altra parte, si commenta insieme il lavoro, si valutano proposte. Ma soprattutto si seleziona, rielabora e raffina il mare magnum di informazioni disponibili in rete, spesso slegate e prive di un senso critico. E allora avanti così, ottobre non è poi tanto lontano. Intanto mi godo l'ultimo 'fine stagione'.

@davmarta


Photo W. Cainelli LA SPORTIVA ® is a trademark of the shoe manufacturing company “La Sportiva S.p.A” located in Italy (TN)

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MOUNTAIN RUNNERS CORRERE, CAMMINARE, AFFRONTARE ROCCE E FANGO, NEVE E POZZE D’ACQUA. MUOVERSI VELOCEMENTE TRA GLI ELEMENTI NATURALI, SENTIRLI, AFFRONTARLI. LA SPORTIVA MOUNTAIN RUNNING COLLECTION: SPIRITO OFF-ROAD. S C O P R I L A S U W W W . L A S P O R T I VA . C O M

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numero 89 - maggio 2013

SKI ALP TRAVEL

IL LUNGO VIAGGIO* *te araroa

Da Cape Regina, sull'Isola del Nord, a Bluff, estremità dell'Isola del Sud. Jez Bragg racconta in esclusiva a Ski-alper la sua incredibile impresa. da pagina 78

testo di Jez Bragg traduzione di Claudio Primavesi foto di Damiano Levati

Scialpinismo e montagna a 360° \ rivista, web, social network, iPad, smartphone IL SITO

SMARTPHONE E TABLET

TWITTER

La redazione non va in vacanza nella bella stagione! Continua a seguire gli aggiornamenti quotidiani su skialper.it

Da inizio giugno disponibile la nuova app per leggere Ski-alper su tutti gli smartphone e tabled del mondo Apple e Android.

Ne facciamo grande uso e ci piace cinguettare. Follow us on Twitter! @skialper

In omaggio

Terza uscita del nuovo magazine dedicato alle gare di ski-alp, trail e skyrunning. Up&Down è un allegato gratuito realizzato dalla redazione di Ski-alper

FACEBOOK Scrivici, ti risponderemo. Entra in contatto con la redazione, ricevi gli aggiornamenti. Cerca la pagina Ski-alper, clicca 'mi piace'!

ALL'interno ATLETA DELL'ANNO Il francese William Bon Mardion è stato l'autentico dominatore della stagione. SPECIALE "LA GRANDE COURSE" Le gare da sogno, quelle a cui ogni ski-alper sogna di prendere parte: Pierra Menta, Adamello Ski Raid, Mezzalama dal nostro inviato Guido Valota


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MADE IN ITALY Direttore responsabile: DAVIDE MARTA davide.marta@mulatero.it Vice-direttore: CLAUDIO PRIMAVESI claudio.primavesi@mulatero.it Marketing e pubblicità: SIMONA RIGHETTI simona.righetti@mulatero.it Segretaria di redazione: ELENA VOLPE elena.volpe@mulatero.it Area touring e viaggi UMBERTO ISMAN Area ski-alp race: GUIDO VALOTA guido.valota@mulatero.it Progetto grafico e impaginazione: BUSINESS DESIGN info@business-design.it

LE NOSTRE PROPOSTE

OUTDOOR RUNNING

Sapore di sale

Doctor Millet & Mr. TDG

Una settimana di scialpinismo in Norvegia, dove ci si sposta in barca a vela e le salite iniziano…. a livello del mare! a pag 18

Intervista al professore di fisiologia dell'Università di Losanna, secondo all'ultima edizione del Tor des Géants a pag 74

Alta Badia, it's firn time

Allenarsi per correre senza pericoli

Proposta di freeride-mountaineering nel gruppo Puez-Odle, nel silenzio della montagna e fuori dalle rotte turistiche di massa a pag 48

Approfondimento sulla sicurezza nelle gare di trail e skyrunning con il grande Fabio Meraldi a pag 78

Gran Sasso, steep & deep

Te Araroa

Alla scoperta dei ripidi canali del versante sud del Corno Grande, dove è stata scritta la storia dello sci ripido appenninico a pag 52

Il racconto in prima persona di Jez Bragg della sua traversata della Nuova Zelanda di corsa per 3.000 km a pag 80

28 Mai fermarsi, nello ski-alp come nella vita Intervista ad Andrea Codega, uno dei sei cugini che gestiscono l'azienda Camp da pag 28

Cartografia: SARA CHIANTORE

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Webmaster skialper.it: SILVANO CAMERLO

Presanella, sci & piccozze 11 proposte di salite e discese ripide sul massiccio della Presanella, dove ski-alp e alpinismo puro si incontrano da vicino da pag 32

Contributi fotografici: Ralf Brunel, Davide Ferrari, Nacho Grez, Umberto Isman, Damiano Levati, Luca Parisse, Samuel Pradetto Collaboratori: Lorenzo Bortolan, Leonardo Bizzaro, Renato Cresta, Giorgio Daidola, Giorgio Ficetto, Luca Giaccone, Fabio Menino, Omar Oprandi, Fabrizio Pistoni, Flavio Saltarelli, Aldo Savoldelli, Matteo Tagliabue, Niccolò Zarattini

Facce da Adamello Ski Raid

71 ritratti di concorrenti al Passo Presena durante l'Adamello Ski Raid 2013 a pag 12

Hanno contribuito a questo numero: Alfredo Brighenti, Jez Bragg, Luca Parisse, In copertina: Davide Terraneo durante la discesa della Nord del Disgrazia (foto ©Matteo Tagliabue) Distribuzione in edicola: MEPE - Milano - tel 02 89 5921 Stampa: REGGIANI - Brezzo di Bedero (VA) Autorizzazione del Tribunale di Torino n. 4855 del 05/12/1995. La Mulatero Editore srl è iscritta nel Registro degli Operatori di Comunicazione con il numero 21697. © copyright Mulatero Editore - tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa rivista potrà essere riprodotta con mezzi grafici, meccanici, elettronici o digitali. Ogni violazione sarà perseguita a norma di legge

46 27 anni dopo il 'Bianco' Il racconto della prima ripetizione della discesa della Nord del Disgrazia da pag 46

42 Modinelli a 360° Silvio Mondinelli a ruota libera: l'alpinismo, lo scialpinismo, l'Himalaya, le Alpi e… Kilian da pag 42

PER FAVORE RICICLA QUESTA RIVISTA MULATERO EDITORE Via Principe Tommaso, 70 10080 - Ozegna (To) tel 0124 428051 - 0124 425878 fax 0124 421848 mulatero@mulatero.it www.mulatero.it

LE RUBRICHE DI SKI-ALPER

Lettere alla redazione (pag.8) - Pareti di carta (di Leonardo Bizzaro, pag. 10) - Pensieri bizzarri (di Leonardo Bizzaro, pag. 16) Fauna alpina (di Giorgio Ficetto, pag. 60) - Neve e valanghe (di Renato Cresta, pag. 62) - Preparazione (di Aldo Savoldelli, pag. 70) - Montagna e diritto (di Flavio Saltarelli, pag. 72) - Area tecnica (a cura della redazione tecnica, pag 65) - Controcopertina (di Guido Valota, pag. 96)

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Lettere alla redazione skialper@mulatero.it

/skialper

@skialper

LETTERA DEL MESE

A PROPOSITO DI FACEBOOK Mi permetto di darvi un parere sul profilo facebook: se gli articoli sulle competizioni sono ben fatti e copiosi, manca qualche articolo di promozione di gite ski-alp. Diego Granata Grazie Diego, tieni conto che nella nostra idea l'utilizzo dei social è utile per le informazioni in tempo reale e per dialogare con i lettori. Per gli approfondimenti - vedi gite e proposte di itinerari - c'è la rivista. Se no cosa la stampiamo a fare? :-) MAGONI ESTIVI Adoro la rivista nonostante sia uno splitboarder. Ma quest'estate continuerete a caricare contenuti 'invernali' sul sito? So di esser patologico, ma mi vengon di quei magoni d'estate, mi manca troppo l' inverno! Amedeo Della Valentina Tranquillo! E presto parleremo anche di split!

APPELLO PER L'AMBIENTE

Da bambino avevo un poster in camera, era il disegno di due biciclette appoggiate ad un albero in mezzo a un prato e recitava: 'lo sport è salute'. Il messaggio era chiaro, ma nella mia testa quell’albero e quel prato allargavano il significato della frase che per me era diventata: 'lo sport in natura è salute'. Da allora la mia concezione è sempre stata quella, sport e natura sono diventati un connubio indissolubile, quasi come se le biciclette senza l’albero non potessero esistere. Capisco benissimo che non sia così per tutti, ma ho sempre pensato, un po’ ingenuamente, che chi frequenta la montagna lo faccia con questo spirito. Se una persona fa tutta quella fatica fisica nell’andar per monti sicuramente gli deve piacere e se una cosa ti piace tendenzialmente la rispetti. Purtroppo crescendo mi sono dovuto ricredere e da quando ho iniziato a fare gare di scialpinismo ho potuto constatare che il rispetto per la natura non è un valore così generalizzato. Mi è sempre capitato di trovare lungo il percorso carte di gel energetici o pezzi di nastro usati per qualche rattoppo. Fortunatamente sono tutti comportamenti puniti dal regolamento, ma sembra che questo non sia sufficiente e ovviamente non è possibile controllare gli atleti lungo tutto il percorso di gara. Dovrebbe essere la sensibilità di ognuno a dettare la semplice regola di infilarsi le carte in una delle innumerevoli tasche di cui sono dotati zaini e tutine. Non credo che quei pochi grammi possano fare la differenza di una prestazione e non credo neanche che il fatto di essere in gara giustifichi comportamenti irrispettosi di un ambiente e di una natura che tanto ci regalano. Questo è un semplice appello a tutti gli atleti che - sono sicuro - amano questo sport e le montagne, un appello per appesantire di un nulla i loro zaini e alleggerire le loro coscienze, per poter dire serenamente che 'lo sport è salute' e che questo è vero anche per l’ambiente. Matias Lindner Abbiamo ricevuto queste considerazioni da Matias, che è un valido collaboratore di Up&Down e che erano già state pubblicate sul sito skialper.it. Ritengo che valga la pena riproporle anche qui, per chi non avesse letto sul web, soprattutto in vista della stagione agonistica del trail running e dello skyrunning. Onde non assistere a spettacoli come quello della foto... COSTO GARE Salve, volevo solo dire che a mio parere alcune gare costano in maniera eccessiva. Vorrei fare un esempio: il trofeo Parravicini costa 80 euro a coppia e per la seconda volta ha presentato un pacco gara piuttosto discutibile. Per par condicio cito l'Adamello Ski Raid che con tale organizzazione, l'albergo ed il pacco gara può guistificare il costo di 140 euro a persona. Cristian

Ciao Cristian, credo che il pacco gara non sia l'unico criterio per valutare l'adeguatezza o meno del costo di iscirizione. Una cosa è certa, allestire gare di scialpinismo costa e per gli organizzatori è difficile far quadrare i conti. Bisognerebbe però che tutti fossero attenti ad ottimizzare il più possibile l'investimento sugli atleti e sul percorso di gara, evitando di disperdere le poche risorse in varie ed eventuali costose e di dubbia efficacia, come si è spesso visto in questa stagione.

RINGRAZIAMENTI, MERCE RARA... Ciao, sono Carla Iellici. Volevo ringraziare per il bellissimo spazio che mi avete dedicato, mi ha fatto davvero tanto piacere vedermi e leggermi! Grazie di cuore, è un articolo molto bello, complimenti anche per l'intera rivista che, ovviamente, leggo regolarmente. Se non è di disturbo, volevo chiedere se è possibile avere la mia foto che avete pubblicato. Ciao e ancora grazie per tutto l'impegno che dedicate a questo mondo di ski-alp e agli 'atleti' come me. Vi assicuro che è apprezzato! Carla Ciao Carla, ci ha fatto molto piacere la tua lettera, anche perché è molto comune ricevere lamentele, ma quasi nessuno si disturba per ringraziare. A proposito, ci eravamo dimenticati di spedirti la foto. Provvederemo... Grazie! ANCORA PROBLEMI CON I CARATTERI! Gentile redazione, sono un vostro fedelissimo lettore ed è per questo che vi scrivo: ma perchè vi ostinate a far affaticare la vista ai vostri lettori? Anche nel nuovo numero 88, nei riquadri a pag. 36, 61, 71 e 81 leggere è quasi impossibile. E poi a pagina 45 i caratteri bianchi su sfondo rosso… Ma perché non li hanno scritti in nero? E infine alcuni articoli che contengono caratteri troppo piccoli e non sono agevolmente leggibili. Scusate ma quando leggo di sci e di montagna esigo farlo in maniera rilassata e quindi rilassarmi. Buon lavoro, ciao. Paolo Ciao Paolo, messaggio ricevuto. I nostri grafici ce la mettono tutta a produrre un magazine di buon impatto visivo e ben leggibile. A volte qualche cosa non va come previsto, anche perché l'effetto della stampa è diverso da quello del monitor. Comunque messaggio ricevuto, esigi di leggere in tranquillità e noi faremo il possibile per consentirtelo! MIELE DI RADICCHIO? Finalmente è riapparso il sole anche a Primolano e cosa c'è di meglio, mentre sono sullo sdraio


ulina @LenicUlina @skialper ...Up&Down bellissimo! Complimenti!

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Gian & Ginny Ducoli @Gian_Ginny Mezzalama il 4 maggio. Forza… ora ci tocca!

in maniche corte che bevo il mio caffè alla nocciola con miele di radicchio, di leggere Skialper? Bravi, bravi e aggiungere degli articoli sulla preparazione e l'alimentazione è proprio la ciliegina sulla torta. Ciao Ciak Grazie Ciak, buona lettura! E noi abbiamo scoperto che esiste il miele di radicchio… (e il caffè alla nocciola!). MA QUANDO USCITE IN EDICOLA? Egregio Direttore, sono un lettore di quota zero, la neve la vedo saltuariamente, ma con la vostra rivista è come se ci fossi sempre... Mi spiace disturbarla, ma devo capire se i problemi sono della mia edicola di fiducia o della vostra distribuzione, sono fermo al numero di dicembre 2012... dove si enunciava l'uscita del nuovo numero per i primi di febbraio e qualche pagina dopo per la fine di gennaio. Ora è marzo!? Prima di salutarla, mi complimento per la sua rivista: semplice, accattivante, specializzata e tecnica, sperando di poterla rileggere a breve... Distinti saluti Gino Peoni Buongiorno Gino, abbiamo una buona notizia per lei. Come potrà leggere a pagina 94, dal prossimo anno cambia la periodicità di Ski-alper. La nostra uscita in edicola è sempre stata un po' naif: 5 volte da inizio novembre a fine aprile. Abbiamo deciso di cambiare strategia. Dal 2013/2014 usciremo 6 volte, sempre il giorno 1 del mese, con un vero bimestrale, facile da reperire e da ricordare. Più due uscite extra dedicate ai test. Totale: 8 numeri su 12 mesi. Così speriamo di non incorrere più in problemi di questo tipo! OTTIMO SERVIZIO SU TWITTER Fate un servizio impeccabile a tutti gli scialpinisti di tutti i livelli che amano lo sport e la montagna. Praticamente ogni ora sono collegato a voi tramite sito, Facebook ma soprattutto Twitter. Devo dirvi che apprezzo veramente il potenziamento che avete fatto su Twitter, con foto aggiornamenti e notizie sempre più frequenti. Secondo me dovete continuare a spingere come state facendo su quest’ultimo perché è un sistema rapido e snello con potenzialità altissime e in continua espansione utenti. Fabrizio Merelli Grazie Fabrizio, crediamo in Twitter fin dagli albori e ci fa piacere che questo impegno sia apprezzato. Non ti deluderemo, per il prossimo anno abbiamo nuove idee su come ottimizzare l'utilizzo del nostro social network preferito!.

Beppe @salibeppescendi @skialper quindi il numero sul trail running non sarà Disponibile sull'attuale app per iPad come i numeri invernali o sì?

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facebook.com/skialper Elena Capelli Help e ohibòohibò… mi sono persa il numero sulla mitica Monesi (marzo). Come faccio a richiederlo? Salvatore Paolo Albano Un'altra grande prestazione di Pivk… è il numero 1! Romina Maggiolo Solari A proposito di firme… Parsy e Pietro Ski Team Appennino Ligure

Giacomo Rovida Caro Ski-alper, una provocazione/ proposta… Visto l'interesse della rivista rivolto anche al trail running e skyrunning, perché non aumentare le uscite e far diventare Ski-alper mensile durante tutto l'anno? Dedicando attenzione durante il periodo estivo alle skyrace, alle gare di trail. Credo che avrebbe un ottimo seguito lo stesso.

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Yuri Boninchi Ski-alper la migliore rivista al mondo! Up&Down il migliore allegato al mondo!

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Paolo Ciotti @paolonervitesi @skialper Buongiorno! Una buona lettura prima di iniziare la giornata... :-)

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bin (CH) Spot: Grand Com es Garneau Photographer: Yv


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PARETI DI CARTA testo: Leonardo Bizzaro

NERO-BIANCO-NERO di Mario Casella Gabriele Capelli editore 240 paginee

20 euro

LE MONTAGNE DEL SILENZIO PICCOLA GUIDA SCI-ALPIMISTICA di Marileno Dianda Pezzini editore 80 pagine

10 euro

ESCURSIONISMO INVERNALE vol1 Prealpi Veronesi e Vicentine vol2 Monte Grappa, Col Visentin, Alpago, Cansiglio, Cavallo  di Francesco Carrer e Luciano Dalla Mora Idea Montagna - 336 e 304 pagine

24 euro cadauno

SCIALPINISMO ATTORNO AL BRENNERO di Ulrich Kössler Tappeiner 144 paginee

19,90 euro

GTA-GRANDE TRAVERSATA DELLE ALPI PROVINCIA DI TORINO a cura di Mauro Marucco Priuli & Verlucca 272 pagine

14,90 euro

ASSASSINIO SULL’EIGER di Trevanian Bompiani 364 pagine

18,50 euro

PREMIATO A TRENTO Ha vinto a Trento il Premio ITAS di letteratura di montagna ed è la prima volta che in una competizione libraria vince un reportage scialpinistico. Non è solo quello, il bel libro di Casella, guida alpina, giornalista, regista svizzero. C’è la traversata dal Mar Caspio al Mar Nero sulle montagne del Caucaso, c’è la storia delle esplorazioni di Freshfield assieme a Vittorio Sella, c’è l’oggi, le scintille tra le piccole repubbliche nate dallo spappolamento dell’impero sovietico, e il domani, i Giochi Olimpici di Sochi. Un gran piccolo libro, in una splendida veste editoriale.

IL FILOSOFO SKI-ALPER Marileno Dianda è uno scialpinista filosofo toscano che da molti anni se ne esce periodicamente con minuscoli libri di racconti di neve, tra la guida e il diario di viaggio, testimone di quanto si muove d’inverno sull’Appennino Tosco-Emiliano. Uno scialpinismo lontanissimo da frenesie agonistiche - «ammucchiarsi in gare, rallyes e altre agitazioni bizzarre» - ma non per questo elementare. Certi canali solcati dalle lamine di Dianda e dei suoi compagni di avventura nulla hanno da invidiare ai più celebrati itinerari di freeride dolomitico.

LA 'BIBBIA' DELLE PREALPI VENETE Un progetto di ampiezza impressionante per una fascia montuosa molto frequentata dagli scialpinisti locali ma poco conosciuta ad esempio dagli appassionati dell’ovest. Carrer e Dalla Mora, istruttori entrambi di fondoescursionismo, hanno raccolto in due volumi oltre cento itinerari sulla neve delle Prealpi Venete, sempre abbondante nonostante l’altezza apparentemente modesta di quelle montagne. Qualche percorso più difficile, la gran parte affrontabile senza problemi con sci stretti o ciaspole, dimostrando così l’avvenuta sovrapposizione tra le due tipologie di utilizzatori.

88 GITE DA NON PERDERE Scialpinista dagli anni Sessanta, Ulrich Kössler, guida alpina e maestro di sci, è l’autore di molti dei titoli 'primaverili' di Tappeiner dedicati alle montagne di Trentino, Alto Adige e dintorni (alcuni già li abbiamo segnalati in passato su Ski-alper). Questo propone 88 gite nelle valli a nord, sud, est e ovest del Brennero. Scialpinismo classico di varia difficoltà su montagne di grande respiro, alcune anche di notevole complessità. E come sempre nelle guide di Tappeiner, il bonus delle immagini aeree che fotografano il percorso e permettono di progettarne tante altre.

CAMMINANDO NEL TORINESE Uscita nel 1989, più volte ristampata e da tempo esaurita, questa guida è un classico, nonostante la Grande Traversata delle Alpi non abbia avuto il successo, tra gli escursionisti italiani, che si sarebbe meritata. Doverosamente aggiornata - nel frattempo si sono chiusi e aperti rifugi e bivacchi ed è stato tracciato qualche nuovo sentiero - va sfogliata per preparare un trekking estivo alla scoperta delle montagne del Torinese, scelto tra uno dei sei itinerari di più giorni che esplorano la gran parte delle valli montane della provincia.

RIEDIZIONE DA INTENDITORI Pubblicato nel 1972 e tradotto in italiano nel 1975, 'Il castigo dell’Eiger' è conosciuto soprattutto per la - non bella - trasposizione cinematografica di Clint Eastwood, che tutti ricorderanno nei panni di Jonathan Hemlock, formidabile alpinista, collezionista e critico d’arte e soprattutto sicario. L’autore del libro, che Bompiani finalmente ripubblica cambiandogli il titolo con quello del film, è il misterioso Trevanian, in realtà professore universitario statuinitense appassionato come i suoi personaggi di montagna e arte. Da leggere o rileggere immediatamente.


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Una giornata difficile per una gara mitica, un percorso già di per sé durissimo, reso ancora più impegnativo dalle condizioni meteo. Ecco alcuni ritratti dei concorrenti scattati dal nostro Ralf Brunel alla mattina presto a Passo Presena, subito dopo la prima salita. Non ci sono nomi e cognomi e nemmeno ordini di merito. Sono semplicemente facce da scialpinisti.

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Photographer : Ralf Brunel

P O R T F O L I O

Avete mai giocato a b a tta g l i a n a v a l e ? B e n e , a l l o r a facciamo cosĂŹ: i m m a g i n a te d i m e tte r e l e l e tte r e s u l l a base e i numeri s u l l 'a l te zza d i e n tr a m b e l e p a g i n e , partendo dall'es tr e m i tĂ i n b a s s o a s i n i s tr a . Inviate una mail a s k i a l p e r @m u l a te r o . i t c o n i l v o s tr o nome e la casell a c h e c o n ti e n e l a v o s tr a fo to . C o l p i to e affondato, ve la i n v i e r e m o i n a l ta r i s o l u zi o n e !

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PENSIERI BIZZARRI testo: Leonardo Bizzaro Leonardo Bizzaro, torinese da vent’anni, è nato a Trento nel 1958. Nella redazione di Repubblica sotto la Mole scrive di spettacoli e cultura, ma l’attenzione maggiore la dedica alla montagna. Ha collaborato con le riviste del settore, scritto libri, è stato per lungo tempo nel consiglio direttivo del Filmfestival di Trento, colleziona smodatamente libri, e non solo, dedicati alla sua passione. Alpinista, con e senza gli sci, ha salito vette e attraversato ghiacciai in varie parti del mondo, dalla Patagonia all’Himalaya.

Tra 'superman' e alpinisti 'old style'

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Nelle foto: Allen e Allan, i due protagonisti dell'impresa al Mazeno Ridge

I giurati del 'Piolets d'Or' hanno scelto di non scegliere e far vincere ben sei spedizioni extraeuropee, tutte di valore. Però tra i candidati c'era una salita dai contorni epici, quella della Mazeno Ridge sul Nanga Parbat… Scrivo da Trento, dove il 5 maggio si è chiuso quello che un tempo si chiamava Festival della Montagna e oggi ha assunto il nome di Trento Film Festival. Qualunque sia la denominazione, tra le rassegne cinematografiche nel mondo è superato solo da Cannes e Venezia, nato quando ancora di Everest e K2 non si conosceva la cima. Da sessantuno edizioni è un appuntamento d’obbligo per chi ama la montagna, il luogo dove, a cavallo tra aprile e maggio, si incrociano personaggi, pellicole, storie, libri. Dove ha un affaccio qualunque altra kermesse al mondo sia dedicata alla montagna. È l’occasione per capire come si evolve il rapporto dell’uomo con le terre alte, si tratti di alpinisti superstar o pastori. A proposito dei primi, coincidenza ha voluto che proprio nella settimana del festival rimbalzasse dal versante sud dell’Everest l’eco della rissa tra gli sherpa e Simone Moro sul filo dei settemila metri. Un episodio da stadio in cui probabilmente nessuno ha ragione, ma che ben dimostra come lassù sia diventata perlomeno difficile la convivenza fra due categorie agli antipodi, i portatori d’alta quota, che nell’afflusso da villaggio turistico trovano le fonti della propria sussistenza, e gli himalaysti di punta che si ostinano a considerare gli ottomila il terreno di gioco del proprio alpinismo. Kurt Diemberger, che dai protagonisti di oggi è lontanissimo, è passato da Trento per parlare con Roberto Mantovani dei Piolets d’Or, premio che da una ventina d’anni, prima a Chamonix poi a Courmayeur, vorrebbe incoronare l’impresa più eclatante fra quelle della stagione precedente. A Diemberger, primo salitore del Broad Peak e del Dhaulagiri, in aprile è stato consegnato il riconoscimento alla carriera, mentre la giuria presieduta da Stephen Venables avrebbe dovuto scegliere a chi consegnare la 'piccozza d’oro' fra sei spedizioni extraeuropee tutte di assoluto valore. Hanno scelto di non scegliere e di far vincere tutti, dopo che alcuni giurati avevano sottolineato il proprio disaccordo dimettendosi e soprattutto dopo aver appuntato - in una sorta di premiazione anticipata - una medaglia sul petto dei due giovani statunitensi, Hayden Kennedy e Jason Kruk, che lo scorso anno martellarono via la gran parte dei 300 chiodi a pressione piantati nel 1970 da Cesare Maestri nella discussa salita della parete nord-est. L’etica della montagna non è sempre lineare, ma la schiodatura di una via di oltre quarant’anni fa non è proprio un segno di rispetto nei confronti della storia. Anche qui la ragione, o meglio il torto, sono equamente divisi, ma, polemiche a parte - è probabile che dopo il gran caos il premio venga definitivamente sospeso - occorre ri-

cordare che tra i candidati alla vittoria c’era una salita dai contorni epici che solo una giuria con le mani sugli occhi poteva non premiare. È quella della Mazeno Ridge sul Nanga Parbat, la cresta più lunga degli ottomila finora tentata, senza riuscirci, dal gotha dell’alpinismo mondiale. Oltre dieci chilometri, che i britannici Sandy Allan e Rick Allen hanno percorso per la prima volta in stile alpino, senza corde fisse, tutto in spalla, al limite di quella che Messner chiama 'zona della morte' per diciotto giorni. Il tratto finale, fino in vetta, l’hanno percorso dopo aver mangiato l’ultimo cibo rimasto nello zaino, un biscotto. Nell’era dell’alpinismo di velocità, una realizzazione d’altri tempi di incredibile coraggio, per due personaggi che nulla hanno di certi superman che si muovono in quelle arene. I loro capelli bianchi dicono già molto, le loro carte d’identità di più: Allan ha 58 anni, Allen uno di più. Sandy Allan sarà quest’estate ospite di Cortina Incroda.


Alessandro Follador

photo: manricodellagnola.com

Team Karpos Col Margherita 2013

Alagna Jacket e Pant

capi da allenamento, versatili e comodi, da usare da soli o (come per la Jacket) sopra la tuta se il meteo è particolarmente severo. Una novità inverno 2013-14 che ha già fatto migliaia di metri di dislivello con i nostri atleti per essere pronta per voi da ottobre.

OUTDOOR EXPERIENCE FROM

SPORTFUL.COM/KARPOS


SAPORE DI SALE L e S u n m ø r s a l pa n e s o n o t r a l e c i m e p i ù i n n e vat e d e l l a p e n i s o l a s c a n d i n ava , e p p u r e s i t u f fa n o s e m p r e n e l m a r e , che è spesso l'unica via di accesso per raggiungerle. Un'esperienza unica, una settimana piena di emozioni come u n m e s e , d a p r o va r e a f i n e s ta g i o n e , q u a n d o l a l u c e d e l giorno sembra non finire mai testo E FOTO: Umberto Isman

3 ore

Viaggio Roma - Oslo

385.155 km²

Superficie della Norvegia

62°n 11°e

Coordinate di Ålesund


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NORVEGIA

In apertura. Un suggestivo tramonto al Blåfjellet. Nella foto a sinistra. Le fasi di imbarco su Explore North, la barca a vela utilizzata negli spostamenti per raggiungere il punto di partenza degli itinerari. A lato, alcuni momenti della vita di bordo. Nella pagina di destra. In alto, una fase della salita verso il Randers Topp. Sotto, la lama poco sotto la cima del Randers Topp.

«C

he tempo fa oggi? Non lo so, in questo momento sono in bagno». È la battuta che circola in Norvegia, patria della variabilità meteorologica. Non fanno eccezione le Sunmørsalpane, le Alpi di Sunmøre, la regione di fiordi e montagne a sud di Ålesund, a circa un quarto, da sud, della lunghissima costa occidentale norvegese. Un dedalo di acqua e cime, profondamente interconnesse, dove è facile perdere l'orientamento e dove, appunto, le perturbazioni agiscono con una varietà di parametri meteorologici e geomorfologici che fanno delle previsioni a lungo termine qualcosa di simile al totocalcio. Un esercizio, quello dell'osservazione dei fenomeni naturali, a cui i norvegesi sono abituati, soprattutto su una scala ben più locale e circoscritta della nostra. Lo percepisco immediatamente il primo giorno di scialpinismo con la nostra guida Stein Falsen Møller, di Bergen, una delle più belle cittadine della costa norvegese. Capisco immediatamente che la sua valutazione dei pendii si basa ben poco su generici bollettini o regole standard. Il suo è un bagaglio di informazioni e osservazioni locali, a volte quasi micrometriche. Una serie di ragionamenti che a volte stupiscono chi non è avvezzo a tale grado di variabilità. D'altra parte lo scialpinismo è un'attività relativamente giovane in Norvegia, in parte di importazione alpina, perché i norvegesi sono tradizionalmente più fondisti e sciescursionisti. Di conseguenza anche la scienza delle valanghe è di relativamente nuova acqui-

«…la nostra barca si chiama Explore North, un tredici metri in alluminio attrezzato con le più moderne tecnologie per la navigazione. Jon Amtrup è lo skipper, il capitano, giornalista e scrittore quando non scorrazza gente per i fiordi e le isole artiche. A bordo con me Stein, la guida, e quattro quasi indigeni, norvegesi di Oslo. Explore North fa da mezzo di trasporto e da rifugio, con un piccolo canotto che ci porta a terra quando il fondale è basso e non ci sono moli per attraccare…»

sizione. Almeno se si parla di valanghe provocate, perché fino a pochi anni fa ben pochi si sognavano di andare a stuzzicare i pendii sci ai piedi. Una scienza che ha dovuto naturalmente adattarsi alla particolarità dei luoghi, combattendo in prima istanza con l'assioma, vero solo in parte, che sulle montagne vicine al mare la neve si trasforma prima e i pericoli sono minori. Credenza da sfatare, o che per lo meno deve tenere conto di tanti altri fattori. Lo dimostra purtroppo il numero di incidenti decisamente

in aumento in questi ultimi anni, dovuto inevitabilmente alla diffusione di un'attività fino ad ora poco praticata, ma anche alla scarsa conoscenza dei luoghi e delle particolarità atmosferiche. Su questo Stein è categorico: bisognerebbe interpellare ogni volta chi quelle montagne le conosce, i contadini prima di tutto, che da generazioni vivono nelle stesse fattorie. Sono loro i depositari della storia di valli e pendii, conoscono come sono fatti; anche se non sono scialpinisti sanno esattamente tracciare una mappa dei versanti più soggetti alle valanghe e sono in grado di prevedere l'evoluzione del tempo più di qualunque meteorologo. Ecco, le fattorie, sono ancora adesso il cardine dell'economia di questi luoghi a scarsissima densità abitativa, insieme ovviamente alla pesca. Lo capisci guardando la cartina o percorrendo i fiordi in barca. Gli scarsi insediamenti e le poche strade sono ancora oggi finalizzati a queste attività. Le Sunmørsalpane sono solo uno spicchio del territorio marittimo-montano della Norvegia, ma sono tra le più interessanti per la varietà di paesaggio e le cime che arrivano fino ai 1.800 metri, dove in genere quota e dislivello coincidono perché il più delle volte si parte dal mare. Molte delle montagne più interessanti si sviluppano intorno al Hjørundfjord, il fiordo lungo 35 km che penetra da nord a sud nell'entroterra. È così che la barca è il mezzo ideale per spostarsi, anche per lo scialpinismo. Spesso è l'unica possibilità per raggiungere la base di montagne dove non esiste strada.


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NORVEGIA

Nella foto. In discesa dal Randers Topp. Nella pagina accanto. Dall'alto verso il basso, il gruppo di Explore North, notte a Sæbø sull'Hjørundfjord, il pub Christian Gaard Bygdetun

F I S H I N G

Capitale del merluzzo L'Italia è uno dei principali consumatori di merluzzo del mondo e il principale cliente della Norvegia, che a sua volta è il primo produttore. Specialmente di baccalà, il merluzzo sotto sale, e di stoccafisso, quello essiccato. Le teste dei merluzzi invece dalla Norvegia vengono mandate in Nigeria, dove fanno parte dell'alimentazione tradizionale. Alle isole Lofoten si svolge ogni anno il campionato del mondo di pesca al merluzzo che attira appassionati da tutto il globo. La pesca industriale del merluzzo si effettua con grandi reti trainate da pescherecci, ma molto diffusa è anche quella con la lenza. Si tratta di una pesca abbastanza semplice e meccanica. Le barche più attrezzate hanno un'apparecchiatura sonar in grado di individuare i branchi di pesci e la loro profondità. Con una canna da pesca dotata di un mulinello che conta i metri di filo si cala la lenza, costituita da un piccolo pesce artificiale, esattamente alla profondità suggerita dal sonar. Con movimenti lenti e regolari dall'alto in basso si aspetta che il merluzzo abbocchi. Quando succede lo si percepisce più che altro dall'appesantimento della canna, non tanto dagli strappi, perché si tratta di un pesce poco combattivo. Da qui probabilmente deriva l'utilizzo di 'merluzzo' come sinonimo di tonto o impacciato.

La nostra barca si chiama Explore North, un tredici metri in alluminio attrezzato con le più moderne tecnologie per la navigazione. Jon Amtrup è lo skipper, il capitano, giornalista e scrittore quando non scorrazza gente per i fiordi e le isole artiche. A bordo con me Stein, la guida, e quattro quasi indigeni, norvegesi di Oslo. Explore North fa da mezzo di trasporto e da rifugio, con un piccolo canotto che ci porta a terra quando il fondale è basso e non ci sono moli per attraccare. In tre giorni saliamo nell'ordine il Randers Topp, lo Svinetinden e il Kolåstinden. Sono solo tre delle innumerevoli possibilità, tutte disponibili visto il generoso innevamento, fin dal pelo dell'acqua. Da Stein imparo qualcosa di più delle usanze dei norvegesi in tema di alpinismo. Ad esempio tra ramponi e piccozza, a differenza nostra, privilegiano la piccozza. E quando, sorridendo, gli racconto di aver visto in passato sui ghiacciai della Norvegia cordate di 8/10 persone, la sua risposta è perentoria rispetto alla maggior pericolosità, secondo lui, della cordata a tre. De gustibus. L'après-ski si fa sulla barca con birra e vino italiano e difficile sarebbe fare altrimenti in luoghi dove ci siamo solo noi e la natura. Ci concediamo un'unica eccezione al Christian Gaard Byg-

detun di Ytre-Trandal, un nome che ci metti di più a dirlo che a scolarti una delle sue birre, meglio di tutte la Slogen, prodotta a pochi chilometri di distanza, anzi miglia marine visto che non ci sono strade. Per combinazione troviamo il pub popolato da un multicolore gruppone di scialpinisti, addetti ai lavori invitati da un'azienda di abbigliamento, sbucati da chissà dove e in breve svaniti, restituendo al luogo la sua usuale atmosfera. A Sæbø in realtà ci concediamo persino una sauna e una birra post-cena, ma quando alla fine, ad Ålesund, scendo dalla barca e saluto i miei compagni, il sapore che mi rimane è solo quello della natura: salmastro e nevoso. Il secondo capitolo del viaggio ha più a che fare con la civiltà, quella dello sci in pista. Mi trasferisco in auto a Stranda, un paesotto, naturalmente in riva al mare, sullo Storfjord, a est del Hjørundfjord. Il paese non è niente di che, ma è la base logistica per sciare allo Strandafjellet Skisenter, la località sciistica più rinomata della zona. Mi accompagna Ove Skylstad, un telemarker locale che, buon conoscitore delle Alpi, sa benissimo che per stimolare il mio interesse deve puntare sulle peculiarità del luogo, piuttosto che sulle piste e i dislivelli,


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«…per combinazione troviamo il pub popolato da un multicolore gruppone di scialpinisti, addetti ai lavori invitati da un'azienda di abbigliamento, sbucati da chissà dove e in breve svaniti, restituendo al luogo la sua usuale atmosfera. A Sæbø in realtà ci concediamo persino una sauna e una birra postcena, ma quando alla fine, ad Ålesund, scendo dalla barca e saluto i miei compagni, il sapore che mi rimane è solo quello della natura: salmastro e nevoso…»

poca roba rispetto a quelli a cui siamo abituati noi popoli alpini. Stranda è una capostipite, almeno in Norvegia, delle stazioni sciistiche. Nel 1956 un vecchio motore Volkswagen, invece che finire rottamato, ebbe ancora un sussulto di vitalità e si mise a far girare un rudimentale skilift sul pendio che intorno a Stranda pareva il più adatto per lanciare lo sci moderno. Da allora la faccenda si è evoluta, ma non tanto. Gli impianti oggi sono solo tre, però uno è modernissimo, di fabbricazione italiana, un mix tra seggiovia e cabinovia, convertibile a seconda delle esigenze. Dalla cima, oltre alla vista mare, si apre un vero e proprio ventaglio di fuoripista su versanti con diverse esposizioni. Se si ha la fortuna di capitarci dopo una nevicata, per un paio

di giorni ci si può davvero divertire. Non è il nostro caso, i pendii sono ormai interamente tritati, Ove mi guarda un po' sconsolato, ma riesce lo stesso a farmi immaginare un giorno di powder. Più che altro mi fa capire che lui è uno di noi, uno che ha salito il Bernina con gli sci, che quando ha cominciato a montare la tenda non lontano dal rifugio è stato cacciato a male parole dal gestore. Incomprensibile per un norvegese. E un'altra cosa che mi convince è il suo telemark fluido ed elegante. Insomma, anche per lo ski-alper più sfegatato una giornata a Strandafjellet ci sta. L'ultima tappa è improvvisata: una telefonata di Ove e un trasferimento misterioso, verso un

Nella foto. In alto, una sciata presso Strandafjellet Skisenter, sotto un momento di relax


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NORVEGIA A L E S U N D

Sulle panchine riscaldate di Ålesund

«…un dedalo di acqua e cime, profondamente interconnesse, dove è facile perdere l'orientamento e dove le perturbazioni agiscono con una varietà di parametri meteorologici e geomorfologici che fanno delle previsioni a lungo termine qualcosa di simile al totocalcio…»

Qui sopra, in alto. Due momenti della salita al Blåfjellet. Sotto lo straordinario Juvet Landscape Hotel

hotel particolare mi dice, da Knut, un suo amico. Salgo in auto e dopo pochi minuti di attesa mi infilo nel ferry-boat che da Stranda attraversa il fiordo. Conosco solo il nome dell'albergo, Juvet, non la località, e quindi cartina e navigatore sono inutili. Però la strada è una sola e prima o poi ci arriverò. Sono pochi chilometri, ma ci metto più di un'ora, continuamente fermo a scattare foto ad un paesaggio che cambia ad ogni curva, con una luce che lo ridisegna attimo dopo attimo e un silenzio che ne entra a far parte. Proseguo in auto in una valle sempre più disabitata e, quando ormai sono sicuro di aver sbagliato strada, un piccolo cartello in legno indica la mia meta. Mi accoglie Knut Slinning, il proprietario di Juvet, a cui si dovrebbe aggiungere Landscape Hotel, ma che senza è più bello. Faccia da montanaro, fisico asciutto, una laurea svizzera in Business Administration, un diploma di maestro di sci e tanti lavori in giro per il mondo. Poi nel 2008 Knut acquista una fattoria ai margini del bosco, due vecchie case in legno abitate da contadini in crisi con un'agricoltura che non rende più come prima. Con lo studio di architettura Jensen e Skodvin mette a punto un progetto rivoluzionario: sette piccole casette mimetizzate nel bosco che ne diventano parte integrante. Per ognuna una grande superficie vetrata ad immersione tra gli alberi e nel fiume che scorre a pochi metri. Ora l'albergo di Knut è su tutti i siti e le riviste di architettura del mondo, ma

Ålesund è il principale centro del distretto di Sunmøre. Ha circa 43.000 abitanti e si sviluppa su sette piccole isole. È una cittadina con una grande tradizione legata alla pesca, specialmente quella all'aringa e al merluzzo, e ancora oggi è considerata la capitale norvegese del pesce. Il suo porto commerciale è l'attracco di navi e grandi pescherecci. Quello turistico è invece un vero e proprio fiordo-canale che penetra esattamente al centro della città. Ai suoi lati si alternano edifici moderni e Art Nouveau, creando un affascinante scenario. Gli edifici più antichi, quasi interamente in legno, furono invece distrutti da un catastrofico incendio nel gennaio 1904. Ottocento case distrutte e 10.000 persone senza tetto, ma con un solo morto e ben seicento case già ricostruite tre anni dopo. Spettacolare è la vista della città dalla collina di Aksla, che domina dall'alto l'abitato e il paesaggio circostante. Da provare anche le comode panchine riscaldate accanto al ponte sul canale che anche in pieno inverno consentono di sostare ad assaporare l'atmosfera della città.

per lui è soprattutto un modo per condividere con i suoi ospiti la natura, la storia, la cultura e il cibo a km zero di questi luoghi. La sera arriva a Juvet il Salomon Freeski Team per due settimane di video e photo shooting. Mi aggrego a loro per l'ultima gita sulle Sunmørsalpane. È un gruppo di sciatori professionisti, tra cui spicca il nome di Greg Hill, il canadese famoso tra le altre cose per aver percorso in un anno due milioni di piedi di dislivello con gli sci, a piedi e in arrampicata, che vuol dire più di seicentomila metri, quasi duemila metri al giorno. Scegliamo su consiglio di Knut il Blåfjellet, un lungo costone ancora una volta a picco sul mare. Un bel modo per concludere un viaggio vario come il meteo norvegese. E per tornare a casa con la sensazione di una settimana piena come un mese.


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INFORMAZIONI

Norvegia - Sunmøre

entrare nel paese è sufficiente la carta d'identità. La moneta è la Corona Norvegese e il cambio di maggio 2013 è 1 euro = 7,6 corone e 1 corona = 0,13 euro. Per informazioni generali si può visitare il sito ufficiale dell'Ente del Turismo Norvegese: www.visitnorway.com Periodo consigliato: Le Alpi di Sunmøre sono una zona di notevoli precipitazioni nevose. La presenza di diversi ghiacciai consente una stagione scialpinistica molto lunga, in genere da ottobre fino addirittura a luglio. Le condizioni di innevamento sono però estremamente variabili, anche a causa della latitudine e quindi delle temperature non particolarmente rigide. In inverno inoltre le ore di luce sono poche. Il periodo migliore è quindi in genere marzo-aprile.

Informazioni generali: La Norvegia è un paese prevalentemente montuoso e, data la latitudine, è coperto di neve per molti mesi all'anno. Le quote sono relativamente modeste e la cima più alta è il Galdhøpiggen (2.469 m). Le montagne costiere sono le più facilmente raggiungibili per la maggior concentrazione di centri abitati, strade e possibilità di trasporto via mare. Lo scialpinismo è un'attività che si è sviluppata in questi ultimi anni e il territorio è ancora parzialmente da esplorare. Il tenore di vita norvegese è relativamente alto e i prezzi mediamente più elevati che da noi. I norvegesi però sono un popolo che ama la vita all'aria aperta e l'avventura. Esistono quindi numerose possibilità di alloggio a contatto con la natura, economiche e più che soddisfacenti. Per

Come arrivare: Diverse compagnie volano su Ålesund. La Sas fa scalo a Copenaghen partendo da Milano Linate o da Roma. Alitalia insieme a KLM fa scalo ad Amsterdam. Ryanair vola su Oslo a prezzi economici, ma poi occorre un volo interno con Norwegian o Widerøe. Prenotando con largo anticipo si possono trovare voli A/R a partire da 250 euro. Informazioni pratiche: Le possibilità per lo scialpinismo sono numerose. La soluzione della barca è certamente la più affascinante e comoda per l'accesso diretto dal mare. In caso di innevamento insufficiente o necessità di raggiungere montagne nell'interno si può sfruttare un ottimo sistema di taxi locali. In alternativa alla barca è possibile affittare un'auto e muoversi autonomamente. Si può eventualmente organizzare il viaggio come abbiamo fatto noi, unendo qualche giorno in barca con qualche altro ad esempio allo Juvet Landscape Hotel, non dimenticando un'eventuale giornata di freeride a Stranda. Sarebbe ideale avere a disposizione un paio di settimane.

L'attrezzatura necessaria per le gite è quella standard, con ramponi e piccozza per la salita ad alcune cime. L'abbigliamento deve tenere conto dell'estrema variabilità meteorologica e del vento che porta a un sensibile abbassamento della temperatura percepita. Per la barca occorre portarsi il sacco a pelo ed evitare le valigie rigide difficili da stivare. Lo skipper-cuoco provvede a cucinare e a tutti i viveri necessari. Organizzazione e alloggio: La crociera Ski & Sail è organizzata da Explore North (www.explorenorth.no). Lo skipper è Jon Amtrup (jon@explorenorth.no) e bisogna mettersi d'accordo con largo anticipo sulle date e i dettagli organizzativi. In genere Explore North fornisce anche una guida alpina esperta dei luoghi. Per lo Strandafjellet Skisenter l'unico albergo è lo Stranda Hotel a Stranda (www.strandahotel.no), comodo e dotato anche di piscina e sauna. Lo Juvet Landscape Hotel (www.juvet.com) è un albergo molto richiesto e va prenotato in anticipo. Il proprietario Knut Slinning ha una grande esperienza di montagna ed è prodigo di informazioni sulle gite migliori. È in grado di provvedere direttamente anche a tutta la logistica degli spostamenti. Cartografia: La Norvegia è uno dei paesi meglio cartografati al mondo. Le mappe cartacee in scala 1:50.000 e 1:25.000 si trovano ovunque, di diversi editori e sono più o meno equivalenti. Utilissimo e da prendere ad esempio è il sistema di cartografia online gratuito che si trova al sito www.ut.no/turomrade. Dalla homepage è anche possibile accedere a numerose altre informazioni. Altri itinerari possibili: Oltre a quelle descritte, nella zona delle Sunmørsalpane è anche possibile salire con gli sci le seguenti cime: Skårasalen, Slogen, Grøtdalstindane, Nordre Satretind, Saudehornet, Blåbretind, Råna.


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NORVEGIA NUOVA ZELANDA

1 Randers Topp (1.414 m)

2 Svinetinden (1.132 m)

3 Kolåstinden (1.432 m)

4 Blåfjellet (1.602 m)

Accesso: sulla sponda occidentale del Hjørundfjord appena a sud di Saltre e a nord di Stigane Partenza: spiaggetta con baracca poche centinaia di metri a nord della valle che sale alla cima Dislivello: 1.414 m Sviluppo totale: 11 km Tempo medio salita: 3/4 ore Difficoltà: BS Pendenza massima: 35° Esposizione: est, sud-est l'ultimo pendio Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica

Accesso: Ytre-Standal, a nord di Store-Standal, sulla sponda occidentale del Hjørundfjord Partenza: dal piccolo molo del nucleo abitato Dislivello: 1.132 m Sviluppo totale: 13 km Tempo medio salita: 3 ore Difficoltà: BSA Pendenza massima: 35° Esposizione: est, poi sud e ancora est Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica, a volte utili ramponi e piccozza per la cima

Itinerario. Si raggiunge la strada e la si percorre fino all'imbocco della valle in prossimità di una galleria. Si comincia a salire sul versante di destra, in mezzo al bosco, per poi continuare nell'alveo del torrente, facendo attenzione ai tratti ghiacciati. Si segue la valle che piega verso destra fino a raggiungere una zona di grandi dossi e si costeggia quindi una dorsale che porta a un pendio più ripido sulla sinistra, da affrontare al centro (attenzione in caso di neve non assestata). Spostandosi a sinistra si raggiunge la caratteristica lama di roccia (Bladet) con vista spettacolare. Per la cima si piega invece a destra e si raggiunge l'ampio colle da cui affrontare l'ultimo pendio ripido, che richiede cautela. La discesa è sullo stesso itinerario con la possibilità di spaziare sugli ampi pendii iniziali.

Itinerario. Si raggiunge la strada e ci si incammina verso sud fino alla grande curva verso sinistra da cui si prende sulla destra una stradina che sale rapidamente a una fattoria. Si continua lungo il versante destro della valle seguendo la traccia della strada fino a un dosso con alcune casette. Si piega quindi a destra per affrontare i pendii esposti a sud in diagonale verso sinistra. In prossimità della conca con il piccolo lago lo si aggira sulla destra per poi traversare alti verso sinistra su pendii che richiedono cautela. Raggiunta la base del ripido pendio di vetta lo si affronta con attenzione fino all'intaglio dove si tolgono gli sci e si salgono gli ultimi metri di roccette. La discesa più remunerativa è quella che affronta il primo pendio per intero, rimanendo sulla destra del lago e ricollegandosi poi alla traccia di salita.

Accesso: bisogna raggiungere in auto lo Standalhytte, un rifugio a pochi metri dalla strada a cui si arriva da Sæbø (comodo porticciolo per la barca), oppure, più breve, da Store-Standal lungo un itinerario che è però spesso coperto di neve Partenza: dal piazzale lungo la strada in corrispondenza dell'accesso al rifugio (380 m) Dislivello: 1.052 m Sviluppo totale: 10 km Tempo medio salita: 3 ore Difficoltà: OSA Pendenza massima: 40° Esposizione: varia Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica, ramponi e piccozza per la cima

Accesso: da Valldal si segue la strada costiera in direzione est, oltrepassando una galleria e giungendo a Fjøra. Si devia quindi a sinistra sulla stretta strada a tornanti che porta alle poche case di Sjøbøskor Partenza: piccolo parcheggio a lato della strada (360 m) Dislivello: 1.242 m Sviluppo totale: 15 km Tempo medio salita: 3 ore Difficoltà: BS Pendenza massima: 30° Esposizione: ovest Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica

Itinerario. Si sale lasciando il rifugio sulla sinistra e con un lungo traverso verso destra si raggiunge l'imbocco della valle. La si segue sul fondo per poi affrontare i pendii che verso sinistra conducono sul versante nord. Con un delicato traverso si raggiunge il primo intaglio tra le rocce a sinistra. Si continua lungamente a mezzacosta sull'altro versante, per poi alzarsi fino alla base della cima e superare la ripida dorsale a sinistra, affrontando il pendio sommitale, estremamente variabile a seconda delle condizioni. Un ultimo tratto alpinistico conduce in cima. La discesa è sul versante est, facendo attenzione ai pochi crepacci e spostandosi in genere sulla parte sinistra, con un passaggio più o meno obbligato al centro dove il pendio si fa più ripido e ghiacciato. Raggiunto il fondo del vallone si seguono le tracce di salita fino a tornare alla strada.

Itinerario. Si sale per il bosco verso destra fino a incrociare una strada che si segue per un breve tratto. Giunti in vista di un pianoro con piccole baite, lo si attraversa per intero verso destra. Si raggiunge la base di un ripido pendio e lo si aggira sulla destra, portandosi quindi sulla lunga dorsale da seguire senza traccia obbligata, puntando verso destra al triangolo di neve che sembra la cima. In realtà si deve ancora percorrere un lungo tratto con poca pendenza (attenzione alle cornici). La discesa può essere effettuata dalla stessa parte, oppure, se ci si è organizzati con le auto, sul versante nord in direzione della strada che da Valldal sale a Juvet.


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ANDREA CODEGA TESTO: Claudio Primavesi FOTO: Davide Ferrari

MAI FERMARSI Nello ski-alp e nella vita Andrea Codega è uno dei sei 'cugini Camp' che gestiscono l'azienda di Premana. È un manager scialpinista che dopo 14 ore di lavoro trova ancora la forza di andare ad allenarsi. Perché le pelli di foca sono la metafora della vita e il successo bisogna conquistarselo. Anche se ti chiami Codega


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«Si dice che alla Pierra Menta, nel tappone del Grand Mont, la maggior parte delle campane usate dai tifosi siano prodotte dalla Camp». A parlare è Andrea Codega, classe '77, responsabile della produzione della nota azienda di Premana, nel lecchese, conosciuta in tutto il mondo non solo per l'attrezzatura e l'abbigliamento da alpinismo ma anche… per le campane delle mucche. «Siamo l'unica azienda che le produce, per il resto solo artigiani. Le esportiamo anche in Giappone e fanno parte della nostra tradizione perché la produzione è iniziata negli anni '20». La giornata con Andrea ha avuto un prologo all'Alpe Paglio, sulla prima rampa della scialpinistica del Pizzo Tre Signori, proprio sopra Premana e la sede della Camp che, contrariamente alle altre aziende, è rimasta in paese. Andrea è uno dei cugini che hanno preso la gestione dell'azienda, uno degli esponenti della quarta generazione dei Codega. A raccogliere l'eredità dei genitori sono stati anche Antonio Codega, responsabile ricerca e sviluppo, Eddy Codega, presidente, Giovanni Codega, responsabile commerciale Italia, Isacco Codega, responsabile commerciale estero, Paolo Codega, responsabile amministrazione e controllo di gestione. Andrea è soprattutto uno che di sport ne capisce, non solo di quello parlato, ma di quello praticato. Prima di appassionarsi allo ski-alp, ha consumato le ruote della bici. Mentre, in tutina e sotto un sole appena tiepido, sale sulla 'crosta' della vecchia pista di sci abbandonata, iniziamo a parlare. Raccontaci della tua passione per il ciclismo. «Ho partecipato a diverse gare, dalla Granfondo Felice Gimondi alla Granfondo delle Alpi e a due Milano-Sanremo, la seconda volta sono arrivato ottantesimo assoluto e

ottavo della mia categoria. Ricordo che una volta sono uscito di casa per fare un giro e allenarmi, alla fine sono arrivato in Liguria nella casa al mare e non ero neanche stanco, bei tempi». E lo scialpinismo? «Ho iniziato da 'vecchio', con degli amici come Carlo Bellati e Giovanni Gianola, che tra l'altro ha vinto anche un Kima, prima facevo solo un paio di giri da turista qui a Paglio, poi ho cominciato ad accompagnarli e a fare il giro-gara, magari partendo prima». Questi gli albori della passione… e poi? «Poi lo scialpinismo ha sostituito il ciclismo, negli anni d'oro sono arrivato a fare anche 80.000 metri di dislivello; all'inizio mi piaceva semplicemente andare in montagna, poi la gara è diventata il modo per mantenere viva la passione tra mille impegni, per avere una motivazione per gli allenamenti. Ho fatto tutte le principali scialpinistiche, dall'Adamello alla Cima d'Asta, dal Tour du Rutor al Tour de Sas e al Gran Paradiso, senza dimenticare Pizzo dei Tre Signori, Valtellina Orobie, Valtartano… Mi ero anche iscritto al Mezzalama quell'anno che è stato annullato». Ricordi particolari, aneddoti? «Ricordo che un anno ho partecipato a una gara di Coppa del Mondo a Pila, vinta da Kilian. Io sono arrivato ventottesimo assoluto, una soddisfazione…». Cosa vuol dire conoscere in prima persona lo sport per il quale si producono le attrezzature? Guarda un mobiletto che si trova alla mia sinistra, una vetrinetta piena di pezzi di metallo. «Vedi quel rampone, quello è il primo


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ANDREA CODEGA

prototipo del nostro Tour Nanoflex, in Sandwik Nanoflex, un'innovativa lega d'acciaio ad altissima resistenza. Ecco, quello l'ho provato la prima volta nel 2011, quando sono salito in cima al Bianco. La nostra forza è proprio questa, che oggi parliamo di un prodotto e domani andiamo a testarlo insieme al terzista che ci aiuta a produrlo. Sapere di che cosa si parla è fondamentale e rende questo lavoro ancora più bello». Cosa significa fare sport ad alto livello per un manager? «C'è un parallelo tra lavoro e sport, lo sport è una scuola di vita; mai sedersi, mai sentirsi arrivati. Se bisogna lavorare 14 ore al giorno per portare a termine un progetto, lo si fa, se bisogna arrivare in una scialpinistica, bisogna arrivare. E poi lo sport aiuta a liberare la testa, torni in ufficio il lunedì con gli stessi problemi ma con la mente libera e non vuol dire poco». Forse è proprio questo il segreto di un'azienda come Camp che ha saputo sempre rinnovarsi e rimanere al passo con i tempi, di generazione in generazione. «Certo, lo sport, ora che è nel DNA del nostro fatturato, è diventato fondamentale per tutti noi. La maggior parte delle persone che lavorano in Camp non hanno solo competenze professionali ma anche sportive, sanno scalare in 8a, piuttosto che andare con sci e pelli di foca, questo ci dà una marcia in più». Cosa vuol dire mantenere le proprie radici in un paese di montagna come Premana in anni di delocalizzazione? «Per noi è importante, io e i miei cugini abbiamo voluto rimanere qui e dare un senso di continuità anche se non sempre è facile perché dal punto di vista della logistica una valle come la nostra crea delle difficoltà. Il nostro centro ricerche e sviluppo è rimasto in paese e per una volta non sono i montanari ad andare in pianura a cercare lavoro ma la montagna che attira lavoratori qualificati. Poi è chiaro che ci siamo

Qui sopra. Andrea Codega in azione, sotto tre scatti dell'azienda Camp. Da sinistra a destra l'angolo 'museo' con Andrea e il nostro Claudio, un'area di produzione e l'esterno della sede

«…la nostra forza è proprio questa, che oggi parliamo di un prodotto e domani andiamo a testarlo insieme al terzista che ci aiuta a realizzarlo…»

anche aperti alle opportunità della globalizzazione e disponiamo di un centro logistica a Valmadrera, vicino a Lecco. Però la vicinanza alla montagna è anche un atout, quando vuoi provare un prodotto… basta uscire dall'azienda». Mentre camminiamo all'interno della sede, imbocchiamo una scala e scendiamo in quella che potrebbe sembrare una cantina, invece, all'improvviso, si spalanca un grande magazzino computerizzato, con muletti che vanno e vengono e scaffali altissimi. «Vedi, questo è l'altro magazzino, quello che è rimasto in sede, è degli anni Ottanta, ma ancora oggi, quando arriva qualche esperto del settore, dice che è moderno». Saliamo di corsa verso il centro ri-

cerca e sviluppo, dove un manipolo di giovani appassionati passa da un computer con sistema CAD alle torri di caduta per testare imbragature e corde o ai macchinari che portano a rottura i moschettoni. Di corsa… E la corsa in montagna, lo skyrunning? «Ho fatto diverse volte il percorso del Giir di Mont - mi dice Andrea -, però non è il mio sport, sono troppo grosso, sugli 800 metri di dislivello ho fatto registrare 42 minuti». Intanto attraversiamo anche un corridoio che è una specie di museo storico, con le prime piccozze e ramponi e le foto dei testimonial che negli anni hanno portato il nome dell'azienda di Premana nel mondo. Passato e presente di un marchio che ha messo sempre la sicurezza al primo posto. Già… la sicurezza. «Non bisogna mai sentirsi troppo sicuri perché la montagna è imprevedibile, a me è capitato di andare in giro con persone del soccorso alpino e segnalare se era al caso di procedere, una volta mi sono trovato in una piccola valanga sotto il Pizzo dei Tre Signori. Eravamo in un canale, era appena passato un amico leggero, senza problemi, poi sopra sono apparsi tre sciatori e parte del pendio è partita. Per fortuna tanta paura ma nessun problema. Bisogna sempre avere un po' di paura». Mentre parliamo il tempo passa ed è ora di pranzo. Quattro passi per le vie del paese ed eccoci in un pub. Nell'altro tavolo c'è Matteo Rivadossi, bresciano, un esperto speleologo che ha raggiunto quota - 2.080 m, la più profonda mai raggiunta, in una grotta dell'Abkazia. Collabora attivamente allo sviluppo di prodotti per gli amanti delle profondità della terra. È la dimostrazione pratica della filosofia aziendale: un appassionato che traduce le proprie passioni in attrezzatura di prima qualità; un 'forestiero' che ha trovato lavoro in questa valle lontana e isolata. Una volta da qui partivano i ferri di prua per le gondole di Venezia… oggi dai confini della Repubblica di Venezia arrivano le 'maestranze'.


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PRESANELLA

Undici itinerari sulla Presanella, a pochi passi dai panettoni bianchi dell'Adamello. Alla scoperta di discese aperte da pioneri del calibro di Heini Holzer e salite su ghiaccio molto interessanti

PRESANELLA SCI PICcOZZE testo E FOTO : Matteo Tagliabue


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S

Scendendo dal Passo del Tonale verso la Val di Sole, soprattutto in inverno o primavera, non può sfuggire allo sguardo lo spettacolo di vette e bellissimi scivoli bianchi di neve che caratterizzano il massiccio della Presanella e che compaiono in fila uno dopo l'altro. Per gli amanti dello sci ripido e delle vie classiche di ghiaccio sono un'attrazione a volte irresistibile, quasi come le gambe di una bella donna. Questo gruppo di vette si colloca a cavallo tra il Passo del Tonale e la Val di Sole, al confine tra Lombardia e Trentino e, anche se la sua vicinanza con l'Adamello porta a volte alla denominazione 'massiccio Adamello-Presanella', può essere considerato gruppo a sé stante. La cima della Presanella è anche il punto più alto del Trentino-Alto Adige. Il nome Presanella compare per la prima volta sul Grande Atlante del Tirolo del 1764 poco prima di quello dell'Adamello, apparso nella carta napoleonica del 1797. Curiosamente i nomi attribuiti ai due monti sono riconducibili alle acque per uso pastorale. A Vermiglio il termine Presanella era attribuito alla piccola presa d'acqua situata all'imbocco della Val Stavèl, ai piedi delle tre

maggiori vette che sovrastano la vallata, ossia Presanella, Vermiglio e Gabbiolo. Mentre la vicina zona dell'Adamello si presta di più allo scialpinismo classico, con pendii ampi e dolci, nel gruppo della Presanella il classico lascia il posto a qualcosa di più evoluto, a uno sci 'alpinismo' nel vero senso di quest'ultima parola, a quello che agli albori veniva chiamato sci 'acrobatico', ripido o estremo. Sul loro versante settentrionale Presanella e cima di Vermiglio sono collegate da un muraglione di roccia e ghiaccio che costituisce la famosa Muraccia. È un luogo di grande fascino e interesse, sia sciistico che alpinistico, e dove si potrebbe rimanere una settimana intera senza ripetere due volte la stessa via. La storia scialpinistica sulla Presanella inizia però dopo quella sull'Adamello. Esclusa la prima salita invernale alla cima della Presanella compiuta con le racchette nel 1890, l'ascensione con gli sci è stata fatta da militari austriaci nel 1912. Successivamente lo scialpinismo si è sviluppato sempre per scopi militari durante la Grande Guerra. Fino agli anni '40, oltre allo scialpinismo militare, la Presanella


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PRESANELLA

vede poche salite di questo genere, solo successivamente e parallelamente alla costruzione dei primi impianti sciistici inizia a prendere piede maggiormente anche lo scialpinismo 'civile'. Nella Guida dei Monti d'Italia dedicata alla Presanella, di Dante Ongari, pubblicata nel 1978, la parte sciistica incorpora un piccolo paragrafo dedicato a quello che oggi possiamo definire lo sci ripido. Il paragrafo è intitolato 'discesismo acrobatico'. Ne riporto la bella definizione: «Singolare prestazione discesistica che, oltre a richiedere doti atletico-sciistiche particolari, presuppone una corrispondente esperienza alpinistica. Al discesista occorre la minuziosa conoscenza del terreno della prescelta pista di discesa preventivamente studiata per rilevarne le pendenze e gli ostacoli di impatto dei singoli tratti stabilendone i punti di arresto e di giravolta. Infine nell'imminenza della discesa lo sciatore deve verificare il grado di stabilità e di portanza della neve per adeguarvi il momento più opportuno per la discesa». Le prime discese di questo genere nella zona furono compiute dal mitico Heini Holzer, che non ha certo bisogno di presentazioni, e sono rispettivamente il Canalone Nord del Monte Cercen, disceso nel tempo di 15 minuti il 18 giugno 1972; lo Scivolo Nord della Presanella, sciato in circa 30 minuti il 21 maggio 1974 e la parete nord vera e propria della Presanella (la via Faustinelli), discesa in 20 minuti circa l'8 luglio del 1972. Gran bei tempi di discesa considerando l'attrezzatura dell'epoca. Da un punto di vista schematico e per comodità potremmo distinguere tre settori principali, corrispondenti rispettivamente alla Val Stavel, alla Val d'Amola e alla Val Presena, sempre in riferimento al genere di salite che qui interessano, dove il binomio scialpinismo-via di ghiaccio la fa da padrone e senza dimenticare tutte le possibili discese di ripido. Le uniche gite che possiamo definire di scialpinismo più classico, entrambe molto belle e varie, sono le due vie normali alla Presanella, una per la sella di Freshfield e l'altra sul versante est per la bocchetta del Monte Nero. Il primo settore è quello della già citata Muraccia, che costituisce l'attrazione principale del 'parco giochi' e comprende le pareti nord di Presanella e Cima di Vermiglio, dove le possibilità di salita e discesa sono davvero molte e dove si trovano le vie di maggior interesse alpinistico. C'è anche un altro interessante itinerario, un pochino più defilato e meno frequentato, ma ugualmente molto valido, il canalone nord di Cima Denza. L'accesso avviene da Stavel e come punto di appoggio c'è il bel rifugio Francesco Denza,

costruito nel 1890 e dedicato al frate, meteorologo e astronomo napoletano. C'è un ampio bivacco invernale e anche una piccola cappelletta, che in casi di emergenza può fungere anch'essa da bivacco: le porte del Signore sono sempre aperte agli scialpinisti! In primavera è possibile, durante alcuni weekend, trovare aperto il rifugio vero e proprio. Il secondo settore è quello a est della Presanella, costituito dalla Val d'Amola, un po' più lontano da raggiungere ma molto bello e forse ancora più selvaggio e meno frequentato, con di fronte lo spettacolo delle Dolomiti di Brenta. L'accesso avviene da Pinzolo e base di partenza può essere

il rifugio Giovanni Segantini, costruito in onore, come il nome lascia presagire, del famoso pittore, anch'esso dotato di bivacco invernale e quindi fruibile in qualsiasi stagione. Le attrazioni di questa valle sono il couloir dell'H al Monte Nero, bellissima e molto divertente 'goulotte' con alcuni passi di misto, per uno ski-alp 'molto alp', e la via Vento d'Autunno alla Presanella, che rimane più sul classico ma offre un itinerario di scialpinismo davvero completo, da cinque stelle. Oltretutto rimane la possibilità della normale alla Presanella per la bocchetta del Monte Nero. Il terzo e ultimo settore, se così si può definire, è formato da due vette poste praticamente una in


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Nella foto a sinistra . In salita nel couloir H al Monte Nero, sotto dall'alto a sinistra in senso orario la discesa dalla parete Nord della Busazza, il Rifugio Segantini, verso l'uscita della parete Nord della Busazza, l'uscita dalla via Vento d'autunno della Presanella

«…singolare prestazione discesistica che, oltre a richiedere doti atletico-sciistiche particolari, presuppone una corrispondente esperienza alpinistica. Al discesista occorre la minuziosa conoscenza del terreno della prescelta pista di discesa preventivamente studiata per rilevarne le pendenze e gli ostacoli di impatto dei singoli tratti stabilendone i punti di arresto e di giravolta. Infine nell'imminenza della discesa lo sciatore deve verificare il grado di stabilità e di portanza della neve per adeguar vi il momento più opportuno per la discesa…» Dante Ongari, 1978

fila all'altra che dominano la sottostante Val Presena con i loro imponenti versanti settentrionali. Si tratta della Cima Busazza e del Monte Cercen, ormai due nomi simbolo del ripido. Qui non ci sono rifugi o bivacchi nelle vicinanze ma le salite hanno meno sviluppo e sono praticabili in giornata. La Busazza è una delle cime più attraenti dell'intero massiccio ed è formata da una barriera rocciosa lunga quasi quattro chilometri incrostata di ghiaccio e neve: il bellissimo canale a forma di banana che taglia la sua parete nord lascia senza fiato. Il Monte Cercen deve la sua fama all'ampio canalone che per 600 metri incide il versante

settentrionale, che non presenta mai pendenze importanti e, seppur considerato una discesa ripida, è una gita abbastanza classica e ripetuta. Se lo si trova in bella polvere è forse la sciata migliore dell'intero gruppo, proprio per le non eccessive pendenze e la larghezza del canale che permettono di 'mollare' gli sci. Vista quota, esposizione e tipologia di salite, inutile dire che le condizioni migliori si trovano da marzo in poi, tuttavia gli itinerari sul versante est possono essere in buone condizioni anche prima, perfino nel tardo autunno, verso la fine di novembre, ovviamente in base alla situazione d'innevamento. In questo gruppo montuoso non manca davvero

niente, per gli amanti del 'discesismo acrobatico' è il paese dei balocchi. Sci e piccozze vanno a braccetto, offrendo davvero una vasta scelta di salite, tutte molto interessanti e varie. Si può passare dal canale o dalla nord di difficoltà più classica alla via di ghiaccio più tecnica, come ad esempio quella che supera direttamente il seracco sulla Muraccia della Presanella. In primavera e in inverno il mezzo obbligato per raggiungere queste pareti sono gli sci ed ecco che così si possono unire le due cose più belle che ci sono, lo sci e l'alpinismo. È un po' come poter avere due donne, una mora e una bionda!


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PRESANELLA Guide e cartografia Può risultare molto utile consultare le seguenti guide: Pareti di Cristallo, di R. Quagliotto, Edizioni Euroalpi 1993; Presanella, Guida dei Monti d’Italia CAI-TCI di D. Ongari, 1978; Cento Pareti di ghiaccio nelle Alpi, di E. Vanis e A. Gogna, Zanichelli 1984. Fondamentale la carta Gruppo dell’AdamelloPresanella delle Edizioni Multigraphic.

ITINERARI DA NON PERDERE Italia \ Presanella

Informazioni utili Per informazioni su accessi stradali, apertura/

chiusura dei rifugi, condizioni meteorologiche e visualizzare le webcam può essere utile consultare i siti web: www.rifugiodenza.com www.rifugiosegantini.com www.guidealpinevaldisole.it www.adamelloski.com www.passotonale.it Info meteo e valanghe www.meteosvizzera.ch e www.slf.ch


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Itinerario 1 Presanella (3.558 m) Normale per la Sella di Couloir Ovest - Freshfield Gita classica primaverile, se affrontata in giornata richiede buona preparazione anche perché il dislivello è di 2.300 m. Possibile spezzarla in due giorni pernottando al rifugio Denza (2.298 m) dotato di ampio locale invernale.

Partenza: da Stavel (Vermiglio) 1.234 m. Scendendo dal passo del Tonale si seguono le indicazioni per Vermiglio e, superato l'abitato, si giunge in località Stavel. A stagione inoltrata, se la strada è già sgombra, è possibile salire fino all'ex Forte Pozzi Alti (1.850 m) dove si lascia l'auto e si segue il sentiero estivo 233 Dislivello: 2.350 m (1.050 m fino al rifugio Denza + 1.300 m) Esposizione: nord, nord-est fino alla Sella di Freshfield, oltre sud Difficoltà: PD Difficoltà sciistica: PD, S3 Attrezzatura: utili ramponi per la salita alla vetta, eventualmente imbrago e spezzone di corda. Tenere presente che ci si muove su ghiacciaio Itinerario. Da Stavel (1.234 m) seguire il fondovalle passando per i Masi Stavel e in seguito per il sentiero 206 attraverso il bosco fino a raggiungere un ampio e ripido pendio, spesso con grossi resti di valanga. Lungo il pendio ci si alza verso sud fino a circa 1.900 m, ricongiungendosi poi al sentiero 233 proveniente dall'ex Forte Pozzi Alti, da seguire per alcuni tornanti fino a circa 2.080 m, dove si compie una ripida traversata a mezza costa sotto il Croz di Stavel fino a giungere in direzione sud/sud-est in vista del rifugio Denza, a quota 2.298 m (ore 3 circa). Dal rifugio si prosegue la salita in direzione sud/sud-ovest, in vista delle pareti Nord di Presanella e Vermiglio, risalendo l'evidente morena per poi piegare decisamente verso est per la Vedretta Presanella fino ad arrivare nei pressi del passo Cercen ma senza raggiungerlo. Da qui si punta all'evidente Sella di Freshfield (3.375 m), compresa tra la cima di Vermiglio e il monte Gabbiolo, aggirando sulla destra (viso a monte) alcuni grossi crepacci. Dalla Sella Freshfield scendere per pochi metri a sud con qualche passo elementare su roccia (presenti corde fisse). Una volta sulla vedretta di Nardis si prosegue verso sinistra a breve distanza dalla base rocciosa della Cima Vermiglio e poi dal ciglio orizzontale della Muraccia, puntando verso la sella sotto l'evidente piramide terminale della vetta e percorrendo a piedi l'ultimo tratto più ripido.

It.2

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Nella foto. Presanella, scivolo Nord e parete Nord (a sinistra scivolo nord Itinerario 2 a destra via Faustinelli Itinerario 3)

Itinerario 2 Presanella Presanella - Scivolo Nord Elegante scivolo nevoso salito per la prima volta da Grandi e Crugnola nel 1949 e disceso con gli sci da H. Holzer nel 1972. Salita di ghiaccio tra le più classiche delle Alpi Centrali, di difficoltà tecnica contenuta ma di gran soddisfazione. La discesa in sci della parete risulta molto impegnativa, con pendenze fino a 55°.

Partenza: da Stavel (1.234 m) oppure dall'ex Forte Pozzi Alti (1.850 m) come descritto per l'itinerario della normale Dislivello complessivo: 2.350 m (1.050 m fino al rifugio Denza + 1.300 m) Dislivello parete: 500 m Esposizione: nord-est Difficoltà: AD+ pendenze fino a 55° Difficoltà sciistica: TD 5.3 S5 Attrezzatura: normale dotazione per una via di ghiaccio, utili due piccozze tecniche Itinerario. La salita in giornata risulta impegnativa per dislivello e sviluppo, consigliabile pernottare al rifugio Denza. Dal rifugio risalire con percorso intuitivo gli ampi pendii sovrastanti fino a raggiungere la Vedretta Presanella come per l'itinerario della via normale. Abbandonare poi quest'ultimo e portarsi con percorso intuitivo ed evidente in direzione dello scivolo nord-est della Presanella; generalmente si giunge con gli sci ai piedi fino alla crepaccia terminale (ore 2 circa). Si attacca la stupenda parete al centro e si sale puntando diritto alla vetta con pendenze costanti

sui 45°/50° e alcuni tratti più ripidi, sbucando direttamente in cima (ore 4-5 dal R. Denza). Discesa per la via normale attraverso la Sella Freshfield. Itinerario 3 Presanella Parete Nord (via Faustinelli) È la parete Nord vera e propria, vinta da Faustinelli e Maculotti nel 1937 e percorsa in discesa con gli sci dal solito H. Holzer nel 1974. Questa via risulta più impegnativa del vicino scivolo Nord, in quanto negli ultimi anni la sua copertura glacio-nivologica risulta più scarsa e nell'imbuto finale, che dà accesso alla vetta, sono possibili, se le condizioni di neve non sono ottimali, passi di misto, anche se mai impegnativi. Abbinamento di gran classe tra scialpinismo e via di ghiaccio.

Dislivello parete: 550 m Esposizione: nord-ovest Difficoltà: D con pendenze fino a 60° e possibili brevi passi di misto Attrezzatura: normale dotazione per una via di ghiaccio Itinerario. Dal rifugio Denza, come per l'itinerario precedente, ci si porta alla base dell'evidente parete nord-ovest che scende direttamente dalla vetta ed è compresa tra lo spigolo roccioso e il seracco pensile. La via attacca poco a sinistra della verticale del seracco su parete aperta. La si sale dapprima verso sinistra e poi puntando quasi diritti fino alla vetta. La parte più


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PRESANELLA

It.4 It.5

ripida si trova circa a tre quarti di parete (60°) prima del tratto finale dove la si restringe in un canale che conduce direttamente alla cima. Discesa per la normale. Itinerario 4 Cima Vermiglio (3.458 m) Canalone Nord Salita facile, percorsa per la prima volta dai fratelli Weixlbaumer nel 1955, ottima alternativa al più frequentato scivolo nord della Presanella. Non esce in vetta alla Vermiglio ma sullo spallone alla sua sinistra. Sono possibili due uscite di analogo impegno a seconda della variante finale che si decide di seguire. La discesa in sci è delicata all'ingresso, dove si sfiorano i 55° ma poi il canale si allarga parecchio e le pendenze diminuiscono, tuttavia senza mai scendere sotto i 45°.

Partenza: da Stavel (1.234 m) oppure dall'ex Forte Pozzi Alti (1.850 m) come precedentemente descritto per l'accesso al rifugio Denza Dislivello complessivo: 2.200 m Dislivello canale: 550 m Esposizione: Nord Difficoltà: AD pendenze 45°-55° Difficoltà sciistica: TD 5.2 S5 Attrezzatura: normale dotazione per una via di ghiaccio. Utili due piccozze Itinerario. Dal rifugio Denza, come per gli itinerari sulla nord della Presanella, si raggiunge l'omonima vedretta e si punta all'evidentissimo canalone che scende dalla spalla sottostante la piramide finale della cima Vermiglio (ore 1,30 circa). Passata la terminale, solitamente ben chiusa, si sale l'ampio canalone senza percorso

obbligato e puntando diritto all'uscita. Nell'ultimo quarto di canale è possibile uscire verso sinistra, uscita più sciistica e consigliabile come ingresso per chi volesse scendere in sci il canale, oppure si può uscire diritti per il bel canale più incassato, giungendo sempre alla spalla sotto la vetta della Vermiglio (ore 3-4 dal rifugio Denza). In discesa ci si abbassa facilmente sulla sottostante vedretta di Nardis ricollegandosi alla normale della Presanella per la Sella Freshfield. Itinerario 5 Cima Vermiglio Canalone Nord, via Steinkotter Salita di ghiaccio molto interessante, tra le più belle ed eleganti di questo versante, più impegnativa della Faustinelli alla Presanella. La prima è di Steinkotter e Maffei nel 1974. Nell'ultimo tratto di parete si segue una bellissima goulotte che in base alle condizioni può presentare passi di misto e ghiaccio a 75°. Abbinamento sci-via di ghiaccio di sicura soddisfazione.

Partenza: da Stavel (1.234 m) oppure dall'ex Forte Pozzi Alti (1.850 m) come precedentemente descritto per l'accesso al rifugio Denza Dislivello complessivo: 2.200 m Dislivello parete: 600 m Esposizione: nord Difficoltà: D+ con pendenze fino a 75° e passi di misto Attrezzatura: utile qualche friends medio piccolo, un paio di chiodi da roccia per ogni evenienza, qualche vite da ghiaccio Itinerario. Dal rifugio Denza si segue lo stesso itinerario di avvicinamento già descritto

per il canalone Nord, l'attacco della via è posto poco più a destra dello stesso sotto la direttiva della cima. Si sale diritti per la ripida parete (50°60°) puntando allo stretto colatoio finale che dà accesso alla vetta. Giunti alla base di quest'ultimo è possibile sostare su spuntoni di roccia. Si sale poi la bella goulotte, generalmente con tre lunghezze di corda (passi a 75° e misto, possibile qualche chiodo presente sulle pareti laterali). Alcune soste sono già attrezzate ma c'è la possibilità in ogni caso di attrezzarle e proteggersi con friends. L'imbuto esce poi direttamente sulla sommità della Vermiglio. La discesa avviene sul versante opposto con tre doppie corte già attrezzate (sufficiente una mezza da 60 metri), che depositano sulla vedretta di Nardis, dove ci si ricongiunge alla normale della Presanella. Itinerario 6 Cima Denza (3.162 m) Canale Nord Itinerario non molto conosciuto ma degno di diventare un classico del ripido nel gruppo. Salito nel 1957 da Fiameni e Sacchi, dalla vetta si gode di una vista mozzafiato sulle Muraccia da un'angolazione del tutto inusuale. Discesa in sci relativamente meno impegnativa dello scivolo nord della Presanella.

Partenza: da Stavel (1.234 m) oppure dall'ex Forte Pozzi Alti (1.850 m) come precedentemente descritto per l'accesso al rifugio Denza. Dislivello complessivo: 1.900 m Dislivello canale: 550 m Esposizione: nord/ovest Difficoltà: AD pendenze fino a 50° Difficoltà sciistica: TD 5.2 S5


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Nella foto da sinistra a destra . Cima Vermiglio, canalone e parete Nord (a sinistra canalone Nord Itinerario 4 a destra via Steinkotter Itinerario 5). A destra itinerario 7, Bocchetta di Monte Nero

Attrezzatura: eventualmente utili due piccozze Itinerario. Da Stavel si segue il sentiero 206 passando presso il Baito Presanella e scendendo poi nel grande vallone, si risalgono i pendii a sinistra della morena alberata e a 2.200 m circa si piega decisamente a sinistra, passando sotto la base rocciosa della cresta nord-ovest della cima. Aggirata la vetta si vede il canalone che attacca circa a quota 2.600 m (ore 3 da Stavel). Eventualmente è possibile, dal rifugio Denza, attraversare verso est e costeggiare il contrafforte roccioso della P. Bresadola fino all'attacco del canale. Quest'ultimo si presenta inizialmente più adagiato per poi impennarsi nella parte finale dove piega verso destra (45°-50°) fino in vetta. Itinerario 7 Monte Nero (3.344 m) Couloir dell'H Bellissimo couloir molto incassato, salito da Bazzani, De Stefani e Santus nel 1980. Salita che molto spesso si trova in buone condizioni già a partire dal tardo autunno e presenta alcuni passaggi molto belli e divertenti sia su ghiaccio che eventualmente su misto. Gli sci risultano molto utili nel vallone di avvicinamento oltre che in discesa.

Partenza: da S. Antonio Mavignola, poco oltre Pinzolo, si prende la strada della Val Nambrone per il rifugio Segantini (2.373 m), percorrendola fino all'altezza di un ponte dove è possibile parcheggiare e prendere il sentiero 211. La possibilità di accesso in automobile fino a questo punto è in relazione alla stagione e alle condizioni

di innevamento della strada. Dislivello complessivo: 1.500 m Dislivello canale: 400 m Esposizione: nord/est-est Difficoltà: D+ 80° e IV in roccia o M3 Attrezzatura: utili friends medi, viti da ghiaccio e un paio di chiodi da roccia per ogni evenienza

Itinerario. Dal rifugio Segantini si segue il sentiero della via normale alla Presanella e

alla Bocca D'Amola in direzione sud-ovest sulla cresta della morena che poi si abbandona per scendere nel vallone e puntare alla base del Monte Nero e all'evidente couloir (ore 2 circa dal rifugio Segantini). Si attacca un primo salto (80°) per poi continuare sul bel canale di neve (45°-50°) fino a un altro risalto più ripido (75°), si piega ora verso sinistra e si prende la diramazione di destra, molto incassata, che con due lunghezze molto belle (80°- 85° e possibili passi in dry, un chiodo in loco e possibilità di proteggersi con friend


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PRESANELLA Nelle foto . Itinerario 8, Presanella, versante Est, parte alta di Vento d'Autunno. Più a destra in alto Busazza, parete Nord (Itinerario 10), mentre sotto Busazza, canale Ovest (Itinerario 11)

medio) portano al facile canale nevoso terminale. Per la discesa si scende verso destra al colle tra Monte Nero e Presanella e si segue il vallone fino a giungere presso un salto di 30 metri che viene superato con una corda doppia (spit e maillon presenti) oppure, se l'innevamento lo consente, a piedi. Si tende ora verso sinistra a mezzacosta fino a trovare la scala metallica che sale alla bocchetta di Monte Nero. Si segue infine una cengia verso destra con cavo metallico e si scende per 50 metri su terreno delicato (possibilità di doppia) tornando nel vallone che riporta al rifugio Segantini. Itinerario 8 PRESANELLA Via Vento d'Autunno

Via in memoria di O. Boninsegna salita da Tedeschi, Tommasi e Trevisan nel 1982, solo fino alla Presanella Bassa. È possibile proseguire fino in vetta alla Presanella con alcuni passaggi esposti che rendono l'itinerario davvero completo. Bellissimo abbinamento tra salita di difficoltà classiche e scialpinismo.

Partenza: come precedentemente descritto per l'itinerario del couloir dell'H al Monte Nero Dislivello complessivo: 1.750 m Dislivello via: 400 m Esposizione: nord/est-est Difficoltà: AD+ pendenze fino a 55°-60° e alcuni brevi passaggi su roccia Attrezzatura: utili due piccozze tecniche ed eventualmente uno spezzone di corda Itinerario. Dal rifugio Segantini, come per l'itinerario n. 7, ci si porta alla base del versante nord-est del Monte Nero, caratterizzano da uno sperone roccioso di forma triangolare alla cui sinistra si distingue il couloir dell'H (ore 2 circa dal R. Segantini). Si aggira a destra lo sperone e si attacca il primo canalone che sale fino a una sella nei pressi della cuspide dello sperone stesso, con pendenze via via maggiori verso l'uscita (45°-60°). Dalla sella si prosegue verso destra, in direzione della Presanella, per due vallette che portano a dei caminetti. Si scende in questi ultimi (corde fisse in loco) e si compie poi un traverso esposto sopra la Val Nardis, sbucando al bivacco Orobica (3.350 m). Da qui in poco si raggiunge la vetta. Discesa per la via normale alla Presanella, risalendo alla Bocchetta di Monte Nero oppure transitando per il Passo Quattro Cantoni; entrambi i percorsi riconducono al rifugio Segantini.

Itinerario 9 Monte Cercen (3.280 m) Canalone Nord Questo bellissimo canalone è stato sciato per la prima volta da H. Holzer nel 1972. La salita è tecnicamente semplice e la discesa in sci, esclusi i primi cinquanta metri più ripidi all'ingresso nel canale, non risulta mai estrema e sicuramente tra le più belle e godibili dell'intero gruppo.

Partenza: circa un chilometro dopo il passo del Tonale, scendendo verso la Val di Sole, nei pressi di una casa cantoniera, si imbocca sulla destra la strada per l'Alveo Presena, che si segue in discesa fino al parcheggio subito prima di un ponte nei pressi del depuratore Dislivello complessivo: 1.600 m Dislivello canale: 600 m Esposizione: nord Difficoltà: AD breve tratto a 50° verso l'uscita Difficoltà sciistica: D+ 4.3 S4 Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica Itinerario. Dal parcheggio prendere la

stradina per la Val di Vermiglio, che in leggera discesa attraversa un ponte (non seguire la strada per l'Alveo Presena). Giunti alla piana (1.700 m circa) si attraversa un ponticello di tronchi e si prosegue in direzione sud-est verso il vallone di San Giacomo, che si risale fino a quando spiana. Ora è ben visibile l'evidente canalone nord del Monte Cercen che si sale direttamente fino alla cresta sommitale (ore 4-5 circa). Pendenze inizialmente contenute, aumentano nell'ultimo quarto di canale (40°-50°). Discesa per lo stesso canalone. Itinerario 10 Cima Busazza (3.326 m) Parete Nord (via Pfeiffer-Reif) Prima salita di Pfeiffer e Reif nel 1934. Questo canale a forma di banana, che incide la parete Nord della Busazza, è forse la linea di ripido più bella ed estetica dell'intero massiccio. La salita non presenta difficoltà ma la discesa in sci può essere delicata perché gli sci vanno calzati in parete sotto la vetta e per la strettoia


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It.10

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alla base del canale dove è meglio arrivare con il freno a mano tirato. Un must del ripido in zona. Partenza: come per l'itinerario n. 9 Dislivello complessivo: 1.600 m Dislivello canale: 600 m Esposizione: nord Difficoltà: AD+ con pendenze fino a 55° (60° se si esce sul crestone sommitale) Difficoltà sciistica: TD 5.3 S5 Attrezzatura: utili due piccozze tecniche

Itinerario. Dal parcheggio risalire la strada per la Val Presena (segnavia 282) fino a oltrepassare la galleria, all'uscita della quale è ben visibile la parete nord della Cima Busazza. Salire fino all'Alveo Presena (2.184 m) e oltrepassarlo per poi deviare sui ripidi pendii che salgono a sinistra, per circa 400 m di dislivello, fin sopra la Cima Cantiere. Si transita ora sotto la bastionata della parete nord della Cima Busazza fin sotto il conoide di attacco della via. Si attacca la strettoia iniziale e con pendenze continue (45°-50°) si giunge pochi metri sotto la cresta sommitale (55°-60°).

L'ingresso con gli sci dalla cresta è difficilmente possibile, si calzano solitamente in parete qualche decina di metri sotto di essa. Discesa per il canale, mentre la discesa per la normale risulta laboriosa e sconsigliata. Itinerario 11 Cima Busazza Canale Ovest Questa via è stata percorsa nel 1882 dagli inglesi Armitage e Compton con la guida Collini, nel primo tentativo di raggiungere la cima. Rappresenta una bellissima salita e discesa, a torto poco frequentata, che ha più le caratteristiche di una parete che di un canale vero e proprio. Offre una sciata di gran soddisfazione su pendii ampi e aperti, mai troppo ripidi, che in buone condizioni di neve permettono di far correre gli sci. Linea molto elegante. Partenza: come per l'itinerario n. 9, possibilità di raggiungere l'attacco anche dalla cima degli impianti del ghiacciaio Presena scendendo nel Vallone del Cantiere

Dislivello complessivo: 1.600 m Dislivello canale: 500 m Esposizione: ovest Difficoltà: AD con pendenze fino a 45° Difficoltà sciistica: D+ 4.3 S4 Attrezzatura: normale dotazione scialpinistica Itinerario. Dal parcheggio risalire la strada per la Val Presena (segnavia 282) fino a oltrepassare la galleria, all'uscita della quale è ben visibile la Cima Busazza. Salire fino all'Alveo Presena (2.100 m circa) e oltrepassarlo risalendo il classico itinerario del Cantiere verso Cima Presena. Procedere poi lungo la Vedretta Presena Orientale, sotto la linea di cresta che congiunge la Cima Presena alla Cima Busazza. In prossimità del primo contrafforte roccioso di Cima Busazza salire sull’evidente ripido pendio innevato che lo sovrasta. Da questo punto si oltrepassano due ripidi costoni di traverso, fino a giungere alla base vera e propria del canale. Lo si risale fino alle rocce che sovrastano l'anticima ovest della Busazza (40°-45°). Gli sci si calzano in parete pochi metri sotto la sommità.


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SILVIO MONDINELLI TESTO: Guido Valota FOTO: Davide Ferrari

PEOPLE INTERVISTe

Mondinelli a 360°

Q

uando esprime le proprie idee Gnaro mette sul tavolo la stessa energia da 'Mountain Machine' che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Non fatica a convincere chi gli sta di fronte: idee chiare, concetti semplici e immediati. Quando uno ha salito tutti i 14 ottomila senza ossigeno, ripetendone anche qualcuno, e ha anche avuto le energie per soccorrere in altissima quota, ha certamente preso più decisioni vitali in pochi anni che un uomo in un'intera vita. «La mia attività principale oggi è la formazione motivazionale. Tengo corsi per aziende e professionisti». Non si fatica a immaginarlo convincente in veste di trainer. Quando spiega le sue opinioni è rapido e definitivo. Il suo primo argomento è sempre quello decisivo, gli altri non li sfiora neppure perché sarebbero solo chiacchiere. Non ha neppure bisogno di essere carismatico. Silvio o 'Gnaro'? «Come vuoi, è uguale. Ma ormai mi chiamano tutti così, quindi facciamo Gnaro». Si direbbe una vita dedicata agli 8000. Come è iniziata questa lunga vicenda? «Abbastanza tardi, con Fausto De Stefani nel 1989. Sono andato per provare e ero comunque già a buon punto per le quote alpine, lavorando qui con il Monte Rosa a disposizione. Con la passione credevo di andar là a spaccare il mondo. Eravamo all'Everest per il Norton Couloir. A quota 7.500 sono tornato indietro. Poi nel tempo ho imparato e qualche anno dopo è iniziata la serie degli 8000». Ma tu hai anche un passato agonistico. Ci ricordiamo un secondo posto al Sentiero 4 luglio... «In salita non avevo problemi, ma non mi allenavo per la discesa e così mi hanno ripreso in fondo. Sia a Gardone che qui uscivo anche due volte al giorno. Principalmente salita, anche 60.000 metri al mese di solo allenamento, cioè senza contare i metri scalati o per lavoro. Ho sempre saputo come allenarmi, almeno per le mie esigenze, perché da ragazzo correvo in pista: mezzofondo veloce, gli 800, e d'inverno le gare di fondo. Quindi, anche se mi allenavo solo in salita, restavo sempre sulla stessa per standardizzare almeno certi valori del terreno. E così sapevo variare i lavori su

Silvio Mondinelli a ruota libera: l'alpinismo, lo scialpinismo, l'Himalaya, le Alpi e… Kilian tempi e intensità. Per la stessa ragione qui ad Alagna il mio terreno d'allenamento non è mai andato oltre i 2.800 circa. Sopra le cose cambiano e si rallenta troppo. Ho dei tempi anche in alto, sulla Signal per esempio, ma non li pubblicizzo perché sono venuti fuori così, senza la volontà precisa di partire per stabilirli. Ma io ho proprio uno spirito competitivo. Mi piace fare l'atleta e la vita da atleta. Anche se a 54 anni sono in 'luna calante', mi rimane dentro lo spirito competitivo, di confronto: anche con l'erba e con la legna quando lavoro nel prato e nel bosco. Io ho poi trovato il mio 'io' a 8.000 metri. Altri sono campioni in altro. Come me c'è il Denis (Urubko, ndr). Lui però vive solo per l'alpinismo, mentre io non sono solo alpinista... sono un montanaro. Vivo in montagna a 360 gradi: magari rinuncio a un allenamento, specialmente adesso, ma mi godo anche altre cose». Quindi questo mondo delle gare in montagna ti piace. «Sì, li ammiro, i ragazzi dello scialpinismo. Fanno paura. E anche quelli dell'arrampicata sportiva e della corsa. Il loro merito principale è che adesso tutti hanno imparato ad andare in montagna senza più quegli zainoni! E anche questo ragazzo, Kilian Jornet, è fortissimo: per come sta facendo i tempi sulle montagne, attraversare il Bianco per l'Innominata, e con il suo progetto fino all'Everest... ma lì deve stare attento, se no rischia di sbatterci contro come tutti gli altri forti che ci hanno provato prima di lui. Brunod, Meraldi….» In effetti i tempi sugli 8.000 li hanno gli alpinisti, non gli atleti. Perché? «Gli atleti sono stati consigliati male, accompagnati male. Anche il Kilian, deve andare con un himalaista-atleta. E sarebbe il mio sogno, assisterlo. Ma deve fidarsi ciecamente. Sembra facile: vai là, ti acclimati bene e parti. No. Invece stanno là troppo e devono esprimere il massimo sforzo quando sono acclimatati

ma stanchi. Gli altri sono partiti tutti troppo presto. Ma perché? Troppo freddo! Arrivavano in alto ancora con il buio, nel momento più freddo della notte, e questo mina il morale. Tanto si può sempre tornare giù dopo, con il buio. Il record di Batard resiste ancora per questo motivo. Tanto per cominciare bisogna fare qui a casa il grosso dell'acclimatamento. I metodi ci sono: allenarsi in basso e poi dormire o recuperare in alto. O al limite in camera iperbarica, per esempio. E arrivare là già a buon punto, per non stancarsi. E poi serve assistenza. Per esempio, molto meglio quattro sherpa distribuiti sulla salita che ti sostengono, incitandoti sul percorso, che una guida in alto. È un aspetto fondamentale. E comunque io lo farei da nord, dal versante cinese. Dal colle sud c'è sempre troppa gente e nei giorni buoni per il tentativo sono tutti attaccati alle corde fisse, non si passa». Ogni tanto ritorna a galla il dibattito sul doping nell'alpinismo d'alta quota. Tu cosa hai visto? «Mah!... non mi sono mai interessato molto a questo aspetto. Sono sempre andato a birra e formaggio e a 54 anni mi pare di andare ancora bene. Messner dice che il 90 per cento di quelli che vanno a 8.000 sono dopati. Ma come fa a saperlo lui, che manca da vent'anni? Comunque, a parte uno dopato dichiarato, tutti devono buttare giù qualcosa per far fronte all'ematocrito che esplode, se si resta in quota tanto tempo. Se sono posti dove non c'è vita, una ragione ci sarà, no? E quindi ci sono necessità mediche». Ossigeno sì, ossigeno no. Quanta differenza fa in termini di prestazione? «Cambia tutto. In cima all'Everest son arrivate circa 3.000 persone con l'ossigeno e 150 senza». Invece come prepari un alpinista che ti chiede di essere accompagnato 'normalmente' sull'Everest? «Per cominciare, non porto alla cieca. Anche se come guida lavoro principalmente in Himalaya, il cliente dev'essere comunque un amico. Questo vale anche per quel poco che lavoro ancora sulle Alpi: ormai vado in giro solo con ex 'clienti' che sono diventati amici. Mi piace, mi diverto, non mi pagano neanche più! Il suo punto di partenza è che deve essere una persona molto equilibrata. Si vive 45 giorni lontani da casa e


BIO

in cattive condizioni, pensando solo a quello. E bisogna dare tutto proprio alla fine. La persona con cui parto stavolta si allena normalmente in città correndo un po' tutti i giorni e fa scialpinismo nei fine settimana. Poi, sai, gli ottomila sono posti strani: nel 2004 c'era una donna che impiegava otto ore dal campo base al campo 1, mentre io ci mettevo un'ora e quaranta. Lei è arrivata in cima e io no». Torniamo con i piedi... in basso. Che effetto fanno le piccolissime Alpi quando si è fatta tanta esperienza himalayana? «Le apprezzi di più. Per esempio c'è il verde! Comunque a me piace tutto, il Monte Stella come l'Everest, e nelle Alpi ci sono tante cose da fare». Ti sei specializzato nel misto in quota. Che spazio ha lo scialpinismo nella tua attività? «Io sono stagionale, faccio tutto a livelli 'scarsi', divertendomi. Quindi con la neve tanto scialpinismo, magari anche a casa mia sul Guglielmo. Come guida, invece, qui ad Alagna ovviamente lavoriamo tanto con il freeride. Non è terreno scialpinistico, non lo chiede nessuno. Ma a Campiglio, per esempio, c'è gente dappertutto con le pelli. Sta avendo uno sviluppo enorme questo modo di andare in montagna, naturalmente anche per i costi dello sci alpino. Anche se bisognerebbe comunque alternare e sciare spesso in pista. A stare sempre fuori, si finisce a sciare tutti storti!». Come guida, cosa osservi più frequentemente tra le persone che accompagni con le pelli? «Dopo una vita da soccorritore, sono diventato sensibile a questi aspetti: tutti hanno l'Artva ma pochissimi lo sanno usare. O se lo dimenticano, o non lo accendono, come se fosse solo un accessorio. Invece deve diventare una cultura, anche se si è in giro da soli. Senza, si mette in grande difficoltà chi soccorre. Un'altra cosa che noto è che non ci si documenta seriamente. Sul posto bisogna chiedere senza paura di umiliarsi. Io sono una guida, ma questo non significa che conosca tutte le montagne della terra. Anche documentandomi a casa, quando arrivo sul posto io chiedo sempre. E un'ultima regola, ma sarebbe la prima: non vergognarsi a rinunciare, ci sono tanti posti dove si mangia bene!». Da soccorritore, alpinista, guida e atleta, come vedi la mai del tutto sopita diatriba tra gli 'sportivi', leggeri e veloci, e i tradizionalisti attrezzati di tutto punto? «Ci vuole rispetto reciproco e bisogna usare la testa. Io stesso salgo spesso alla Capanna Margherita in scarpe da trail. Lo faccio per necessità, so che è sbagliato, ma ai miei livelli lo si fa con la testa, quindi ci può anche stare. Non c'è niente da fare, in montagna quelli bravi rischiano di più».

Silvio 'Gnaro' Mondinelli è nato a Gardone Valtrompia (Bs) il 24 giugno 1958. Ha salito tutti i 14 ottomila senza ossigeno supplementare, ripetendone alcuni tra i quali l'Everest. È uno dei pochissimi ad averlo salito dai due versanti senza ossigeno. Nell'ambiente è soprannominato 'The Mountain Machine' per la sue prestazioni eccezionali e ripetute. Forse le sue più grandi prestazioni alpinistiche e atletiche sono però consistite nei numerosi salvataggi di alpinisti, anche molto noti, in difficoltà ad altissima quota. Guida alpina, soccorritore, per anni istruttore nazionale delle guide, ora esercita quasi esclusivamente accompagnando proprio in altissima quota. Lo sostengono Grivel per l'attrezzatura, Dynastar per gli sci, Ferrino per tende e zaini, Peak Performance per l'abbigliamento, Great Wall per gli scarponi.

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A O L I O C C S R I O D


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uando si passa la dogana poco dopo Chiavenna e si inizia a percorrere la strada che porta al passo del Maloja, in Svizzera, si arriva a un certo punto in cui una sosta è d'obbligo. Giunti nei pressi del piccolo villaggio di Bondo non si può fare a meno di fermarsi ad ammirare quei giganti di granito che duemila e passa metri più in alto dominano la Val Bregaglia. In inverno poi, ricoperti di neve, sono ancor più spettacolari e imponenti. Le Sciore sono le prime che appaiono alla vista dalla strada e per chi non le conoscesse, sono composte da ben quattro cime, nell'ordine: la Sciora di Fuori, la Pioda di Sciora, l'Ago di Sciora e la Sciora di Dentro. Sono tutte di fronte ad altre due montagne simbolo dell'alpinismo, il Pizzo Cengalo e il Pizzo Badile. Sciisticamente parlando queste montagne dicono ben poco e anche la Val Bregaglia stessa, da questo punto di vista, è conosciuta solo per la rinomata Cima della Bondasca e per null'altro all'infuori di essa, tuttavia se uno cerca con attenzione, con un po' di fantasia, qualche perla nascosta la tira fuori. In inverno e primavera le discese in questa valle bisogna guadagnarsele, il dislivello non manca, lo sviluppo anche e non ci sono funivie o impianti per 'barare'. È cosa nota, infatti, che la strada carrozzabile che sale a Laret, punto di partenza per ogni ascensione nel gruppo, è sempre chiusa e quindi non resta che lasciare la macchina a Bondo stesso, 800 metri di quota circa, e 'sciropparsi' a piedi e sci in spalla tutta la carrozzabile, sperando che la neve inizi il prima possibile per mettere finalmente gli sci. Premesso ciò, l'idea di possibili discese in sci dai canali delle Sciore ha per la prima volta bussato alla porta del mio cervello qualche anno addietro, quando avevo fatto lo spigolo nord della Sciora di Fuori, una gran salita di roccia. La discesa da questa via è abbastanza laboriosa ed esistono più possibilità, naturalmente noi ci siamo andati a ficcare nella peggiore di queste, ossia scendere in doppia da uno dei canali di sfasciumi

Forcola di Sciora, canale nord/ovest (3.000 m) La salita del canale non presenta difficoltà tecniche rilevanti, la discesa in sci per lo stesso presenta alcuni tratti che con scarso innevamento sarebbero forse poco percorribili e richiederebbero delle brevi calate. La partenza sci ai piedi è possibile direttamente dalla Forcola, consigliabile sul lato sotto la Pioda di Sciora; tenere presente che la neve qui poggia su placche di roccia. Il primo pendio sotto la Forcola è largo e non molto ripido e permette una bellissima sciata: ci si infila poi nel canalone vero e proprio con una strettoia ripida che richiede ottimo innevamento. Successivamente il canale si fa meno pendente e incassato tra bellissime pareti di granito, mantenendo però sempre una larghezza tale da poter sciare liberamente. Verso la fine si trova un piccolo salto di roccia che abbiamo saltato con un piccolo cliff sci ai piedi: in presenza di meno neve è necessaria forse una breve calata. Possibilità di pernottare al bivacco invernale del rifugio Sciora che si trova proprio alle pendici del versante settentrionale delle Sciore. Dal rifugio si arriva all'attacco in 30 minuti o poco più.

alla sinistra della Sciora di Fuori stessa. Proprio lì il pensiero che in primavera questi si trasformassero in bei canaloni di neve da sciare iniziò a prender piede. Così quest'autunno, dopo una delle prime uscite con gli sci al Diavolezza, sulla strada del ritorno, la sosta a Bondo per fotografare le Sciore già innevate non poteva di certo mancare. Guardando poi le foto a casa, l'occhio cade sul bellissimo canalone compreso tra la Pioda e l'Ago di Sciora e, sentiti un paio di soci, ci ripromettiamo di andarci in primavera. I mesi passano, le donne anche e la neve cade abbondante ma noi non ci dimentichiamo delle nostre care Sciore. Così un weekend di aprile, dopo una bella sciata in Engadina, sulla strada del ritorno, la solita sosta a Bondo con gli occhi verso le Sciore e la bava alla bocca non può di certo mancare. Questa volta ci siamo portati anche il binocolo e, dopo un attento esame, stabiliamo che le condizioni della linea da noi abbozzata sono a dir poco perfette. Tutti gasati io, Gerry e Giacomino ci ripresentiamo a Bondo la settimana successiva con addirittura il dubbio che potesse trattarsi di una prima discesa in sci. La cosa ci dà la giusta carica per non far pesare il dislivello e l'opera di tracciatura del canale che misurerà almeno 900 metri di lunghezza, tutti da battere, dal primo all'ultimo metro, con neve fino a metà gamba. Ma alla fine la fatica è più che ripagata dalla spettacolare vista che si gode dalla forcola tra l'Ago e la Pioda, un posto davvero suggestivo e fuori dal mondo, naturalmente anche la bella sciata del canale ci ha soddisfatto ampiamente. Una volta compiuta l'opera, siamo andati in cerca di informazioni per capire se effettivamente potesse essere una prima, ma abbiamo scoperto, dopo approfondite ricerche, che quando noi eravamo ancora dei lattanti, un certo Siffredo Negrini, guida alpina della zona, lo aveva già sciato. Forse si tratta di una prima ripetizione 47 > ski-alp touring della discesa? In fondo non importa, quello che conta è divertirsi con gli amici…

Dislivello totale: 2.200 m circa da Bondo Dislivello canale: 600 m (lunghezza almeno 900 m) Difficoltà sciistica: TD 5.2 S5 pendenze fino a 50°

In apertura, grande: nel canale con Cengalo e Badile sullo sfondo

Nelle foto, da sinistra a destra: una fase della partenza dalla Forcola. La ripida strettoria nella parte alta e una fase in azione nel pieno del canale


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NORD DEL DISGRAZIA TESTO E FOTO: Matteo Tagliabue

2 7 anni dopo

il 'Bianco' Tre ragazzi, un'idea nata quasi per caso: rifare con gli sci la fantastica discesa sul versante settentrionale del Disgrazia sciata per la prima volta da 'Bianco' Lenatti nel 1986. Un sogno diventato realtà alla fine di aprile

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a Nord del Disgrazia è sicuramente la più bella e affascinante parete glaciale delle Alpi Centrali. La sua posizione isolata e appartata permette a questo magnifico picco di svettare da solo senza altri rilievi alla pari nelle vicinanze e forse sta proprio in questa caratteristica la bellezza e la particolarità del piccolo gruppo del Disgrazia. Non a caso ben 150 anni fa i padri del moderno alpinismo, i nobili inglesi, che poco alla volta salirono tutte le vette inviolate delle Alpi, rimasero colpiti proprio da questa bellissima montagna e dal suo versante settentrionale, tanto da attribuirgli il nome di 'Picco Glorioso'. Era il 23 agosto 1862 quando i britannici Edward Shirley Kennedy e Leslie Stephen, accompagnati dal loro cameriere Thomas Cox e dalla guida svizzera Melchior Anderegg raggiunsero per primi la cima del Monte Disgrazia dal versante meridionale. Gli scozzesi W.N. Ling e H. Raeburn saranno poi i primi a salire una via sul versante nord: nell’estate del 1910 percorrono la linea più accessibile e logica che solca la ripida parete, un canalone nevoso estetico ed elegante che conduce direttamente sulla cresta dove sale la via normale. Sarà il cosiddetto Spigolo degli Inglesi.

La Nord del 'Picco Glorioso' rimane ancora oggi un posto selvaggio e severo, l'avvicinamento è lungo e non ci sono mezzi per barare: a Chiareggio si lascia la macchina e si inizia a sgambettare. Oltretutto la parete non è molto visibile, rimanendo sempre un poco nascosta e quindi anche reperire informazioni sulle sue condizioni non è così semplice, bisogna andare un po' a intuito. La salita al bivacco Oggioni, punto di appoggio per qualsiasi via del versante settentrionale del Disgrazia, può costare parecchie ore e fatica se non la si trova già tracciata, ma vi assicuro che lo spettacolo che si gode dal bivacco, arroccato su un balcone naturale e affacciato proprio sulla parete nord, lascia senza fiato. Nel 1986, e precisamente il 4 luglio, il mitico 'Bianco' Lenatti compiva la prima discesa in sci, vincendo l'abisso della nord. Quasi trent'anni dopo io, Gerry (Davide Terraneo) e Tia (Mattia Varchetti), un paio di giorni prima del 25 aprile, siamo rimasti 'fulminati' da una bella idea, una di quelle idee che ti entrano in testa così senza ragionarci sopra troppo. E così via: si va al Disgrazia, ovviamente con obiettivo la nord. Ci siamo presentati in quel di Chiareggio che erano ormai quasi le sei del pomeriggio e, sotto il peso di tutti i

nostri attrezzi da lavoro, ci siamo incamminati verso il bivacco Oggioni, dove saremmo arrivati alle 23 passate sotto una gigantesca luna piena che illuminava a giorno tutto il canalone della Vergine. Ovviamente giunti al bivacco, dopo aver battuto tutta la traccia, non poteva mancare l'ultima fatica di scavare la neve davanti alla porta mezza seppellita, ma fa parte del divertimento. Il tempo di mangiare le solite 'schifezze' che ci portiamo in queste occasioni ed eccoci già a dormire tra gli acari dell'Oggioni. La mattina seguente, all'alba, eravamo in piedi e, dopo un thè che sapeva ancora di pasta e fagioli, ci


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Nella foto in apertura, la parete Nord del Disgrazia il giorno della discesa. Nella sequenza in basso, da sinistra a destra: alcune immagini dell'impresa di Matteo Tagliabue, Davide Terraneo e Mattia Varchetti sul Disgrazia

Monte Disgrazia (3.678 m) Parete nord (via classica) 550 m - 70° La via passa a destra del seracco e esce sulla cresta ovest/nord-ovest poco prima della vetta. Questa linea è quella oggi normalmente seguita, a seguito dei cambiamenti subiti dalla parete e causati dalla deglaciazione. È il frutto di una serie di varianti e venne tracciata durante la prima salita invernale da Taldo, Merendi, Talacini e Colonaci il 6 marzo del 1960.

siamo messi in marcia. Dal colle posto poco sopra il bivacco si scende tramite un ripido pendio nevoso al sottostante tormentato ghiacciaio del Disgrazia e di qui in breve si giunge sotto la terminale, che se da lontano pareva ben chiusa, una volta arrivati all'attacco della parete si rivela un bel 'labbrone' un po' più aperto di ciò che sembrava. Superata la crepaccia, siamo saliti dritti su neve eccezionale fino alla fascia rocciosa mediana, dove abbiamo seguito uno stretto canalino, stile goulotte, con breve tratto a circa 70°, dal quale poi si piega verso sinistra, uscendo in piena parete sopra il seracco pensile; di qui in avanti è un'altra linea

retta fino in cima. Usciti sulla cresta ci siamo goduti un po' il panorama e poi abbiamo messo gli sci. La prima porzione di parete è la più spettacolare e poter sciare con la Corda Molla alle spalle che fa da spettatrice ripaga di qualsiasi fatica e rinuncia. Quando si scia sulla direttiva del seracco sembra quasi di essere sospesi nel vuoto perché non si vede la fine della parete. Giunti alla fascia rocciosa mediana, abbiamo tolto gli sci e attrezzato due brevi doppie, una in obliquo verso destra su chiodi e l'altra dritta su abalakov. Da qui in poi la discesa è puro divertimento, il difficile è fatto, si vede la fine della parete e la qua-

lità della neve permette di lasciar correre gli sci. Insomma cielo blu, polvere immacolata e nessun altro nei paraggi: sono la sintesi di una giornata perfetta in compagnia del caro Disgrazia e della sua bellissima parete nord. Dopo la discesa di qualche settimana prima sulle Sciore un altro discesone nel gruppo Masino-Bregaglia-Disgrazia, un gruppo che ha tanto da dire in fatto di sci e vie di ghiaccio ma è a torto poco frequentato nelle stagioni fredde, forse per gli avvicinamenti? Alla fine meglio così, in questi posti si è sicuri di non trovar la coda alla base di un canale o di una nord e l'avventura è assicurata!


Se

chiedessimo a degli sciatori qual è la prima cosa a cui pensano quando si parla di Val Badia, la stragrande maggioranza risponderebbe senza dubbio la Gran Risa. Questo famigerato pendio che sovrasta il paese di La Villa, infatti,

ospita ogni dicembre un imperdibile appuntamento di Coppa del Mondo, dove i più forti gigantisti si danno battaglia a suon di 'laminate' sul ghiaccio. D’ora in poi ci piacerebbe, però, che almeno una piccola percentuale di chi avrebbe risposto Gran Risa, rivalutasse la propria affermazione. Perché la Val Badia è sì uno di quei posti dove si mastica pane e sci da


Alta Badia

it's firn time

Un fine stagione nella valle famosa in tutto il mondo per la Gran Risa e la Coppa del Mondo di sci è l'occasione per scoprire la wilderness del gruppo Puez-Odle, autentico paradiso del freeride. Nel silenzio della montagna fuori dalle rotte turistiche di massa

testo E FOTO : Niccolò Zarattini

una vita e dove i campioni si allevano come funghi, ma è anche un luogo ricco di canaloni e valloni con dislivelli e impegni alpinistici non indifferenti. Un vero e proprio paradiso per lo scialpinista, magari con la vena del freerider. Ecco quindi che se sul Piz La Villa c’è la Gran Risa, sul lato opposto della valle si staglia l’imponente canalone Sassongher, che con i suoi 1.000 metri di dislivello mette l’acquolina in bocca a molti sciatori assetati di polvere e sci ripido. E ancora un numero incredibile di altri

itinerari, molti dei quali raggiungibili agilmente con brevi trasferimenti sopra gli impianti di risalita. Anche in questo periodo dell’anno, quando molti pendii vedono la neve sciogliersi in anticipo, è ancora possibile trovare divertimento e un ottimo terreno e si può scegliere tra diverse opzioni. È anche un ottimo momento della stagione per non incorrere in code pazzesche per entrare e uscire dalla valle, o dai parcheggi nei pressi degli impianti, o nei rifugi e così via. Anzi, si può affermare che aprile e maggio sono l’esatto contrario delle vacanze di Natale e di Pasqua. Per le strade non c’è anima viva, molti albergatori e ristoratori si concedono un po’ di meritate ferie e solo i veri abitanti del luogo restano a popolare la valle. Nonostante ciò, si può fare ancora dell’ottimo scialpinismo. Per l’itinerario in questione ci siamo rivolti a Francesco Tremolada, una guida locale molto attiva. Per chi non lo conoscesse, Francesco è un grande esploratore delle valli dolomitiche, con molte prime discese alle spalle, e un appassionato fotografo. È anche autore di alcune guide alle escursioni pratica-

bili della zona, dallo scialpinismo, all’arrampicata, fino alla più interessante per noi: Freeride in Dolomiti. È stato proprio per ripetere uno degli itinerari della guida che, assieme ad Aldo, amico e valente freerider, ci siamo recati a Colfosco verso metà aprile. Dato il caldo proibitivo, alle sette in punto avevamo sci e pelli già ai piedi e un’oretta e mezza più tardi ci trovavamo in cima alla forcella Ciampai. Qui arriva il bello. Il meteo era quello delle tipiche giornate di primavera che preludono all’estate. Una di quelle giornate in cui sudi veramente sette camicie, o sette dolcevita a seconda di come si è vestiti, e in cui fringuelli e moschini in quota sono in maggioranza assoluta rispetto agli sciatori. In questa situazione e dopo un veloce sguardo al canale della Val Culea, attraverso il quale avremmo voluto indirizzarci verso la Val Gardena, ci siamo subito resi conto che il canale aveva delle sembianze che dissuadevano dal praticarlo con gli sci. O almeno a trarne divertimento sciandovi. Quindi, una volta considerato tutto lo splendore che ci circondava, abbiamo cambiato direzione, optando per il pendio che più ci ispirava. Senz’altro un approccio molto freerider. Ecco quindi che ci siamo lasciati sedurre da una discesa dalle pendenze decisamente più lievi, ma dall’aspetto sicuramente invitante. Purtroppo non sempre si riesce a portare a termine ciò che si è pro-


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VAL BADIA

Nelle foto. Alcuni momenti dell'escursione in compagnia di Francesco Tremolada. Qui sotto le vette del Ciampei e del Ciampac, mete della gita. Sas Ciampei

Sas Ciampac

grammato a tavolino e, per quanto riguarda l’aspetto tecnico della discesa, ci siamo dovuti 'accontentare' di qualcosa di molto più semplice. A favore, però, dell’altitudine e quindi della qualità della neve e del paesaggio. A volte non serve per forza la 'powder' per placare la voglia di sciare ed esplorare, ma è sufficiente uno scenario come quello delle Dolomiti per giovare alla salute mentale dello scialpinista freerider. Inoltre anche la neve primaverile non è assolutamente da sminuire in quanto a qualità. Nella parte superiore abbiamo trovato un firn trasformato molto piacevole da sciare, la classica neve che leviga il pendio come un biliardo e permette di viaggiare a velocità incredibili senza paura di incappare in qualche solco invisibile. Nella parte inferiore questo firn era già stato ammorbidito dal primo sole della giornata ed era quindi molto divertente da scendere anche se con un po’ d’attenzione in più, per non creare eccessivi carichi o attriti sugli sci ed evitare il rischio di sprofondare troppo. L’unico tratto che non ha dato particolari emozioni è stato quello che ci separava di poche centinaia di metri dall’auto. Data la quota ben più bassa, la neve era diventata collosa e bagnata, una conseguenza logica se consideriamo il periodo. Dunque alle ore dieci e mezza eravamo nuovamente al parcheggio, con quasi 800 metri di dislivello, delle curve comunque emozionanti alle spalle… e una giornata davanti. Anche questo è un fatto apprezzabile delle escursioni di aprile: tocca fare delle levatacce, ma alla fine dell’itinerario si ha ancora tutta la giornata da dedicare ad altre attività. Contrariamente a

Mont Tonon

quanto accade durante l’inverno, quando alla fine della sciata è già l’ora del crepuscolo. Per questo la possibilità di una gita all’insegna dello scialpinismo-freeride verso la Val Badia in primavera non va certo esclusa. Di fondamentale importanza però è la scelta delle tempistiche e dell’esposizione del pendio in programma. Nelle giornate più calde è consigliabile cercare di essere di ritorno non più tardi di mezzogiorno, anche se in alcuni casi è meglio anticipare di una o due ore il tutto e quindi aver già tolto gli sci non più tardi delle undici.

Doveroso ricordare, come sempre, di esaminare il bollettino della neve più recente, consultabile nel caso delle Dolomiti sul sito www.arpav.it. Questo periodo è comunque perfetto anche se si vuole risparmiare qualcosa sull’alloggio, dato che è bassissima stagione e i pochi alberghi aperti tengono i prezzi al minimo. Una volta terminata la sciata si ha ancora un’intera giornata davanti. Fortunatamente ci sono numerosi modi per riempirla adeguatamente senza doversi allontanare troppo. Per gli appassionati di arrampicata, ad esempio, tra


I CONSIGLI DELLA GUIDA di Francesco Tremolada

Sas Ciampei 2.654 m Sas Ciampac 2.672 m DESCRIZIONE SALITA: si sale lungo la pista fino all’arrivo dello skilift, si procede poi lungo il tracciato del sentiero estivo, fino ad affacciarsi sull’anfiteatro superiore, in vista dell’ampia forcella Ciampei. La si raggiunge e si traversa a sinistra su terreno ripido (versante sud-est) per portarsi sul grande pendio che scende dalla cima Ciampei. Si punta ora direttamente a questa o alla più alta e vicina cima Ciampac. DISCESA: per lo stesso percorso di salita (o lungo una delle tante possibilità presentate nel testo introduttivo). ACCESSO FREERIDER: con gli impianti del Sellaronda si raggiunge il paese di Colfosco e la sommità dello skilift al centro della valle Edelweiss. Dislivello in salita 700 m. ACCESSO TRADIZIONALE: si parte dal paese, lasciando l’auto in prossimità della chiesa e salendo lungo la pista (corsia per pedoni sul lato destro) fino alla sommità dello skilift (circa mezz’ora in più). Dislivello in salita 950 m circa. TEMPO DI SALITA: circa 2-3 ore DIFFICOLTÀ: itinerario non difficile e dal dislivello contenuto (soprattutto utilizzando gli impianti) ESPOSIZIONE: salita alla forcella sud-est, poi nord ATTREZZATURA: normale attrezzatura da scialpinismo

Val Badia e dintorni ci si può sbizzarrire con le numerose falesie e, sui versanti sud, scalare già in maniche corte. In alternativa, ci si può anche recare alla palestra attrezzata indoor di Brunico. O ancora, da non perdere sicuramente le numerose terme e centri benessere della zona, un vero fiore all’occhiello di molti hotel altoatesini, per non parlare del centro 'Cron4' a Riscone, con un complesso di piscine e saune all’aperto e all’interno. Insomma, un sacco di buoni motivi per andarsene qualche giorno a fare un po’ di sci primaverile!

PERIODO CONSIGLIATO: per i freerider quando sono aperti gli impianti, da gennaio a inizio aprile, per chi vuole la tranquillità anche a primavera avanzata BIBLIOGRAFIA: - Francesco Tremolada, Freeride in Dolomiti, ed. Versante Sud - Enrico Baccanti - Francesco Tremolada, Scialpinismo in Dolomiti, ed. Versante Sud NUMERI UTILI: Ufficio Guide Alpine Alta Badia Guides Corvara tel. 0471.836898 www.altabadiaguides.com

Il gruppo del Puez-Odle si trova all’interno di un vasto parco naturale, patrimonio dell’Unesco, caratterizzato da lunghe vallate e bellissime cime. Al suo interno non ci sono impianti di sci e tutta l’area è un vero paradiso per lo scialpinismo, con lunghi e interessanti itinerari, tra i più belli delle Dolomiti. Sembrerebbe un posto riservato solo agli scialpinisti abituati ai lunghi dislivelli, ma il versante più meridionale del Puez, con le cime dei Cir, il Sas Ciampac e il Sassongher, si affaccia direttamente sull’Alta Badia e gli impianti del Sellaronda. Dal Passo Gardena e da Colfosco si può così accedere a molti itinerari interessanti, riducendo il dislivello in salita e soprattutto effettuando delle traversate dal lungo sviluppo in discesa e con rientro facilitato dagli impianti. Per gli itinerari non c’è che l’imbarazzo della scelta, con belle vallate e pendii aperti o canali ripidi e incassati. Dal passo Gardena, saliti in quota alla forcella Cir (solo 45 minuti dagli impianti) si può scendere la facile e classica Val Chedul o salire al vicino passo Crespeina per poi guadagnare la cima del Col Toron. Da Colfosco si sale invece alla forcella Ciampei e da qui si accede alle cime Ciampei e Ciampac, con ampi pendii rivolti a nord, spesso in neve polverosa, e la possibilità di scendere in traversata in Vallunga fino a Selva di Val Gardena (rientro con gli impianti del Sellaronda). Per gli amanti del ripido l’obiettivo principale è il rettilineo canale della Valscura al Sassongher, forse esteticamente il più bello in assoluto in Dolomiti, ma dall’accesso alpinistico e che richiede quasi sempre una calata in corda doppia all’uscita. Altre possibilità interessanti sono il più facile canale a nord della Forcella Ciampei (Val Culea) e i due ripidi canali ad est e ovest del Sas Ciampac (esposti a Sud). Chi ha voglia di fare un po’ di pelli in più, può raggiungere i canali che scendono in Val d’Antersasc fino a Longiarù.


G r a n Sa s s O

'steep & deep' Alla scoperta dei ripidi canali del versante sud del Corno Grande, dove è stata scritta la storia dello sci ripido appenninico testo E FOTO : LUCA E ROBERTO PARISSE


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GRAN SASSO

Quando ci è stato chiesto di raccontare qualcosa di inedito e 'ripido' sul Gran Sasso, abbiamo riflettuto e cercato qualcosa di nuovo che potesse interessare… Alla fine siamo arrivati alla conclusione che c'era poco di 'estremo' da raccontare, quanto invece tanto di bello da fotografare! Il Gran Sasso oggi non rappresenta una terra di conquista, ma per noi è un'ottima palestra 'fotografica'. Possiamo più semplicemente dire che qui alleniamo la schiena a sopportare il peso della nostra attrezzatura. La vetta occidentale, con i suoi 2.912 metri, si innalza sul fianco nord della morena del Calderone, che vanta il primato di ghiacciaio più a sud d'Europa. Fin dagli anni Settanta la vetta occidentale del Corno Grande ha rappresentato la sfida più ambita e terreno di conquista dei pionieri della sci ripido nel Centro Italia. Gli anni Ottanta hanno visto le prime ripetizioni dei canali ripidi del massiccio e segnato il passaggio di uno dei più conosciuti sciatori estremi del tempo, Toni Valeruz. La visita di Valeruz sul Gran Sasso, con la discesa irripetuta della nord del 'paretone' (discesa che ancora oggi spaventerebbe i migliori sciatori) rappresenta un momento chiave del movimento dello sci estremo locale e sancisce un'epoca ancora di conquiste. Da allora infatti lo sci ripido sul Gran Sasso ha avuto ben pochi sviluppi e ripetizioni o prime di rilievo, considerando le molteplici possibilità di ripido che ancora oggi restano inviolate e inesplorate. Possiamo affermare che il massiccio del Gran Sasso, vuoi per i dislivelli, vuoi per la comodità di raggiungere facilmente e comodamente vette oltre i 2.500 metri, rappresenta per gli ski-alper una meta ambita per ascensioni e record in salita, più che per le diverse possibilità di ripide discese. Quando abbiamo deciso di ripercorrere e immortalare le discese più belle, siamo saliti ripetutamente alla volta della vetta più alta degli Appennini, il Corno Grande. Carichi sulle spalle di attrezzatura foto e dotazione 'pesante' per una sciata 'controllata', quasi ci siamo trovati a disagio e osservati nel salire dagli ski-alper agguerriti che ci hanno sorpassato veloci! È strano come cambia tutto intorno a noi, quando sei lì non per correre in salita ma per fotografare e apprezzare le magnifiche sciate sui pendii e i canali che scendono ripidi sul versante a sud del Corno Grande… GLI ITINERARI Le possibilità di discesa una volta in vetta


Nelle foto. Le immagini ritraggono alcune delle salite e discese dei fratelli Parisse sul massiccio del Gran Sasso tra quelle descritte in questo servizio


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GRAN SASSO

all'occidentale del Corno Grande sono diverse: a nord le balze di roccia non permettono discese nel Calderone, solo rimanendo sul filo di cresta in direzione nord-ovest si trova l'ingresso sul versante nord per entrare nella morena. L'itinerario è bello e non troppo impegnativo, ma in assoluto il più ampio e panoramico di tutto l'Appennino e con condizioni di neve ottimali si arriva ai Prati di Tivo passando per il vallone delle Cornacchie, con un dislivello di circa 1.500 metri. Continuando sul filo di cresta, sempre in direzione nord-ovest, si raggiunge la sella dei due corni, che apre una discesa a ovest ampia e mozzafiato in direzione del vallone dei Ginepri, per un dislivello di circa 1.200 metri, fino alle sorgenti di Rio Arno, con rientro ai Prati di Tivo. Sul versante ovest dalla vetta, dopo un primo tratto di sciata sul gran plateau che sormonta le pareti rocciose della ferrata Brizio, si snoda il canale Scrimone che con buon innevamento si percorre interamente dalla vetta per centinaia di metri fin giù nella Val Maone. La maggior concentrazione di canali si trova sul versante sud del massiccio. Partendo dalla cresta sud-est che porta in vetta sono diverse le possibilità di in-

gresso sulla parete sud. Tutte queste linee confluiscono più o meno nel canale Bissolati vero e proprio, il più ampio e sciabile dalla vetta, il più 'gettonato', che porta fino a Campo Pericoli con un dislivello di 500 metri e pendenze di poco meno di 40 gradi. Il canale del Tempio, più pendente nella prima parte, è praticamente sempre poco innevato e troppo roccioso nel primo tratto dalla vetta, quindi mai sciabile nell'ingresso roccioso. Solitamente l'accesso rimane un centinaio di metri più in basso, scendendo la prima strettoia nel canale Bissolati; sulla sinistra, sormontando la cresta, si è dentro il canale vero e proprio. La linea di discesa è abbastanza intuibile e lineare prima della strozzatura finale, sempre sciabile, che porta fin giù negli ampi spazi verso il rifugio Garibaldi. Un piccolo fiammiferino di neve si snoda nelle creste rocciose tra il canale Tempio e il Bissolati, una variante stretta e pendente con una strettoia che forma una esse sul finale e sfocia nella parte bassa del canale del Tempio. La linea di discesa meno battuta, perché solitamente tracciata per la salita sulla sommità del Corno Grande, ma in assoluto la più diretta,

come dice anche il nome, è la Direttissima. Il canale presenta una strozzatura nel tratto finale, a un centinaio di metri dalla vetta, con pendenza di 45 gradi e non sempre sciabile perché molto stretta per una decina di metri. Per il resto mantiene una pendenza costante, prima di spianare dolcemente nel tratto finale di discesa. Il canale più a sud, che marca il limite con lo spigolo sud sud-est, è il Moriggia-Acitelli, il più ripido della parete meridionale, con pendenze costanti e una strozzatura nel mezzo difficilmente in condizione, da superare con sci ai piedi (50°). È possibile percorrerlo e sciarlo fin giù alla Valle dell'Inferno, con uno sviluppo di quasi 800 metri di dislivello e ampi spazi sul finale prima di entrare nella valle. Infine l'unico itinerario di discesa a est dalla vetta occidentale è il canale Centrale, il più corto ma allo stesso tempo il più impegnativo per pendenza e avvicinamento in risalita. Solitamente viene risalito nella stagione invernale come alternativa di ascesa alla vetta senza sci. L'avvicinamento alla base del canale è più lungo e impegnativo perché accessibile dal nevaio in piena parete est, tramite la ferrata che porta al bivacco Bafile, esposta e ben attrezzata.


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diventa più ampio e regolare, anche con poco innevamento. Alla base di uscita del canale, possibilità di ampie sciate per la valle di Campo Pericoli fino al rifugio Garibaldi più in basso, oppure è possibile piegare subito sulla sinistra per rientrare all'altezza di Sella di Corno Grande verso il Monte Aquila.

prima dell’inizio del canale vero e proprio della Direttissima, con passaggi di pendenza di 45°, che porta alla vetta occidentale (2.912 metri). Per dormire: Rifugio Duca degli Abruzzi: www.rifugioducadegliabruzzi.it Albergo Campo Imperatore: www.hotelcampoimperatore.it Itinerario 1 CANALE BISSOLATI

Canali da non perdere Itinerario di salita alla vetta occidentale del Corno Grande per il canale della Direttissima. Si parte da Campo Imperatore, dove si arriva in funivia da Fonte Cerreto per gran parte della stagione. Alla chiusura degli impianti di sci viene aperta la strada e quindi si può arrivare a Campo Imperatore in auto. Si raggiunge la Sella di Monte Aquila (con il sentiero estivo) o in alternativa per il rifugio Duca degli Abruzzi lungo un percorso di cresta più indicato quando c’è molta neve. Da qui si prosegue il sentiero della direttissima al Corno Grande fino a raggiungere il Sassone (2.550 metri), un centinaio di metri più in basso,

Itinerario 2 CANALE DEL TEMPIO

Partenza: da Campo Imperatore (2.100 m) Dislivello complessivo: 800 m Dislivello canale: 500 m 700 m fino Rif. Garibaldi (Campo Pericoli) Esposizione: sud Difficoltà: AD+ pendenze fino a 40° Difficoltà sciistica: AD+ S4 Attrezzatura: normale dotazione per una via invernale per un canale ripido, piccozza e ramponi

Partenza: da Campo Imperatore (2.100 m) Dislivello complessivo: 800 m Dislivello canale: 500 m 700 m fino Rif. Garibaldi (Campo Pericoli) Esposizione: sud-ovest Difficoltà: AD+ pendenze fino a 35/40° Difficoltà sciistica: AD S4 Attrezzatura: normale dotazione alpinistica invernale per un canale ripido, piccozza e ramponi

Itinerario di discesa. Dalla vetta la parte alta si stringe ed è rocciosa, con gli sci la si evita scendendo la prima parte del Bissolati per poi piegare sulla cresta a sinistra dopo la strettoia. Il canale presenta una pendenza costante e un paio di restringimenti quasi sempre ben innevati e percorribili con gli

Itinerario di discesa. Dalla vetta occidentale si scende in cresta sud/ovest per una cinquantina di metri, prima di intuire l'ingresso nel canale, ben visibile sulla sinistra. Qui c'è il tratto stretto e pendente, poi il canale Vetta Occidentale Corno Grande 2.912

Moriggia Acitelli Canale Bissolati

Variante in cresta

Canale del Tempio Sassone

Direttissima Itinerario di salita alla vetta Occidentale della sella di M. Aquila


60 > ski-mountaineering

GRAN SASSO

sci. Come per il Bissolati, una volta fuori è possibile sciare negli ampi spazi che portano a Campo Pericoli per altre centinaia di metri di dislivello o rientrare sulla tracce di salita all'altezza di Sella di Corno Grande. CANALE 3 VARIANTE SULLA CRESTA

Dislivello canale: 250 m Difficoltà: TD pendenze fino a 45° Difficoltà sciistica: TD S4 Itinerario di discesa. . Variante stretta e regolare, molto bella e pendente, marcata sui lati dalle creste rocciose del Tempio e Bissolati. L'ingresso del canale, difficilmente intuibile dalla cresta perché spesso poco innevato, rimane più facile dal canale del Tempio dal quale una volta dentro, si devia più in basso verso dx dopo un centinaio di metri. Sempre sciabile con pendenza regolare fino alla strettoia a sud (45° 10 mt molto stretta) sfocia sulla dx del canale del Tempio.

CANALE 4 DIRETTISSIMA

Partenza: da Campo Imperatore (2.100 m) Dislivello complessivo: 800 m Dislivello canale: 500 m 700 m fino Rif. Garibaldi (Campo Pericoli) Esposizione: sud Difficoltà: D pendenze fino a 45° Difficoltà sciistica: TD S5 Attrezzatura: normale dotazione per una via invernale su canale ripido, piccozza e ramponi. Itinerario di discesa. In discesa è il canale più pendente sulla pareste sud, dopo il Moriggia, ma sicuramente il più aperto e panoramico. Solitamente non viene sciato perché rischia di scaricare su chi procede in salita. L'ingresso nel canale dalla vetta è fantastico e presenta, dopo un centinaio di metri, una strozzatura per una decina di metri, spesso molto stretta e gelata (45°). Poi mantiene pendenze costanti fino al restringimento iniziale, per aprirsi in un ampio plateau sempre sciabile e regolarmente innevato fino a primavera inoltrata. CANALE 5 CANALE MORIGGIA ACITELLI

Dislivello canale: 500 m (con rientro in basso a destra al Sassone) 900 m fino alla Valle dell'Inferno Esposizione: sud/sud-est Difficoltà: TD pendenze fino a 50° Difficoltà sciistica: ED S5 Vetta Occidentale Corno Grande 2.912

Sassone Sella di Corno

Partenza: da Campo Imperatore (2.100 m) Dislivello complessivo: 1.000 m

Moriggia Acitelli

Attrezzatura: normale dotazione per una via invernale su canale ripido, oltre ai ramponi utili due piccozze tecniche. Itinerario di discesa. Discesa molto stretta e impegnativa da subito, nella parte alta con pendenze costanti, fino alla strettoia a sud nel mezzo (50°) difficilmente percorribile sci ai piedi perché tortuosa e raramente ben innevata. Il canale continua poi con pendenze meno sostenute ma regolari per altri duecento metri almeno prima di piegare sulla destra per il rientro sci in spalla per una cinquantina di metri, in salita, sul sentiero estivo per il bivacco. Evitando la salita, è possibile continuare la discesa per altri 300 metri di dislivello fino alla Valle dell'Inferno in un ampio canale che guarda i versanti nord di Monte Aquila, rimanendo quindi a nord anche della sella di Corno Grande, alla quale si risale una volta arrivati alla base del canale per circa 150/200 m.


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GALLO FORCELLO testo: Giorgio Ficetto FOTO: Samuel Pradetto

Soffi di primavera: il gallo forcello Per alcune settimane tra aprile e maggio questi simpatici pennuti si esibiscono in vere e proprie sfide con salti, attacchi ed emissione di suoni particolari per avere il diritto ad accoppiarsi con le femmine

S

ono le 5 e 30 di un mattino di maggio e verso est inizia a comparire una prima linea di luce. Con la schiena appoggiata al tronco di un vecchio larice piegato da mille nevicate e temporali mi godo questo spettacolo, immaginando che a valle la maggior parte dei miei amici e parenti sarà ancora sotto le coperte a dormire… ma questa mattina non li invidio. Questa mattina è dedicata al censimento e al canto del gallo forcello ed è uno di quegli appuntamenti di lavoro che aspetto con entusiasmo. Mi rilasso cercando di concentrarmi sul brusio di voci che in quelle ore invade la montagna… i primi a svegliarsi e a iniziare i canti sono i merli, seguiti a ruota dalle cantilene dei prispoloni che si alzano a candela in cielo per poi planare con cerchi concentrici fino a posarsi su una roccia più alta. Sento il maschio di codirosso che segna il territorio con il suo verso strascicato, sicuramente la femmina starà covando in qualche anfratto di

una roccia. Cu-cù, cu-cù ecco il cuculo: non manca mai le mattine di maggio in montagna, pochi animali come lui segnano l’arrivo della primavera! Intanto la luce inizia ad aumentare, l’orizzonte verso la pianura si tinge di arancione e le punte delle cime iniziano a illuminarsi: uno spettacolo che ti resta negli occhi e nell’anima. Frugo nello zaino per tirare fuori il termos con un po’ di thè caldo quando lo sento… shhsshhhh… un breve soffio seguito da uno più prolungato, eccolo il gallo forcello! Cerco di individuarlo con il binocolo, dovrebbe essere sotto di me, in una piccola radura tra cembri, la direzione mi sembra quella. Lo vedo su una chiazza

di neve, il colore nero spicca sul bianco e come sempre trattengo per un attimo il respiro, gli occhi incollati al binocolo a osservare il vecchio maschio che inizia la sua parata nuziale… Allarga le ali trascinandole sulla neve e apre la coda a lira, lasciando intravvedere le piume bianche del sottocoda. In questi momenti emette un secondo tipo di verso detto rugolio, molto simile al

Nella foto: due esemplari di maschio in assetto da combattimento


63 > fauna alpina

tubare di un colombo. Improvvisamente un altro maschio soffia e lo vedo posarsi sulla punta di un larice a pochi metri dal primo maschio, dove inizia a rugolare e a inarcare la coda. Un gesto di sfida per il primo maschio! Nel giro di pochi minuti nella radura sono comparsi altri due contendenti e tra soffi e rugolii è iniziata una vera e propria competizione. Uno dei nuovi arrivati prova a scendere sullo spiazzo di neve a fronteggiare il rivale e incomincia una serie di rituali tra i due contendenti fatti di salti, attacchi e rugolii che hanno come fine quello di determinare quale sia il maschio dominante, il re dell’arena: quello avrà diritto di accoppiarsi con le femmine che assistono agli scontri. In questo periodo dell’anno i maschi tendono a riunirsi nelle cosiddette 'arene di canto' o lek, che solitamente si trovano in radure oppure ai margini del limite superiore del bosco. Per alcune settimane a cavallo tra aprile e maggio i maschi di questa specie sono completamente concentrati a scontrarsi tra loro, diminuendo la loro abituale diffidenza e in alcuni casi lasciandosi avvicinare a distanze ravvicinate, con la possibilità di scattare qualche bella foto. A vigilare dai predatori, fortunatamente, ci sono le femmine che, nascoste a osservare i maschi contendenti, sono pronte a mettere in allarme i compagni in caso di pericolo. Riprendo in mano il binocolo e scruto sotto il larice, dove mi pare di avere scorto un movimento: ecco finalmente una femmina, con

il suo colore crema screziato di marrone è particolarmente mimetica tra le erbe ingiallite dalla neve invernale. Nel gallo forcello le differenze morfologiche tra maschi e femmine sono evidenti: i maschi hanno una livrea nera estremamente bella, che tende ad avere riflessi bluastri nei soggetti più anziani. Le penne timoniere della coda presentano la particolare forma a lira, ben visibili nelle fasi di parata nuziale, quando vengono aperte a ventaglio, mostrando il sottocoda bianco; un’altra caratteristica dei maschi sono le caruncole rosse poste sopra gli occhi, che durante il periodo degli accoppiamenti aumentano di volume, diventando particolarmente evidenti. Il gallo forcello, o fagiano di monte, è un parente della pernice bianca con la quale condivide la stessa origine glaciale. A differenza della cugina bianca, lo troviamo a quote inferiori fino a circa 2.000 metri. Frequenta zone caratterizzate da boschi di conifere, prevalentemente laricete e mughete sulle Alpi Orientali, purché ci sia un sottobosco ricco di mirtillo, ribes ed essenze appetibili dall’animale. Caratteristica interessante: per lo sviluppo dei pulcini durante i primi giorni di vita sono utilizzati in gran quantità le uova e le larve di formica rufa, la formica rossa, che la femmina ricerca attivamente nei pressi dei grossi formicai caratteristici di questa specie. Anche il gallo forcello non teme la neve, anzi… per lui rappresenta un modo per passare l’inverno al

riparo dal freddo. Durante le grosse nevicate si lascia ricoprire dalla coltre nevosa, scavando delle gallerie (trune) a livello del suolo. In questo modo non solo utilizza l’isolamento termico della neve ma, rimanendo all'altezza del terreno, riesce a trovare nutrimento. Può capitare che rimanga per giorni nelle trune, riemergendo in superficie al termine delle nevicate oppure quando il manto sarà consolidato, permettendogli di spostarsi senza affondare troppo nella neve. A volte, durante una gita con gli sci, si passa sopra uno di questi ripari nella neve; in questo caso assisteremo a un’esplosione di neve da dove compariranno uno o più galli che voleranno via, seccati di essere stati disturbati! Questi involi fortuiti rappresentano per loro uno sforzo energetico enorme e, se ripetuti frequentemente, possono creare problemi importanti per la sopravvivenza invernale. In alcuni comprensori sciistici austriaci e francesi sono stati vietati allo sci fuoripista alcuni versanti in cui questi animali si riparavano in inverno, per evitare un eccessivo disturbo alla specie. Un rumore sopra di me mi fa alzare lo sguardo… un maschio si è staccato dall’arena ed è venuto a posarsi sulla cima del vecchio larice sotto il quale sono seduto. L’emozione mi immobilizza, lo fisso mentre si liscia con il becco le penne delle ali e inizia a rugolare e a gonfiare la coda. Attimi eterni che andrebbero immortalati con una fotocamera, purtroppo lasciata nello zaino: un mio movimento metterebbe in allarme il vecchio gallo. Il gracchiare della radio rompe l’incantesimo e il gallo si invola sicuro dietro il costone; il collega mi chiama per indicarmi la fine del censimento. Ormai la palla arancione del sole è uscita completamente dall’orizzonte e illumina i crochi bianchi e viola che brillano nei prati, un ultimo gallo soffia in lontananza, il cuculo lancia il suo monotono richiamo dalla punta di una betulla; è iniziata una nuova stagione, c’è odore di primavera!


64 > rubriche

NEVE E VALANGHE testo: renato cresta Renato Cresta è nato a Genova nel 1936. Arruolato come ufficiale degli alpini, ha prestato servizio presso reparti di Alpini Paracadutisti ed ha comandato il Plotone Atleti della Scuola Militare Alpina. Istruttore militare di sci e di alpinismo, maestro di sci, sia di fondo che di sci alpino. Lasciato l’Esercito con il grado di Capitano, si è dedicato alla libera professione come direttore spor-

tivo della stazione di Macugnaga e, successivamente, degli impianti del Passo dello Stelvio. Attualmente opera come consulente in materia di neve e valanghe, occupandosi prevalentemente di sicurezza in ambienti innevati. È richiesto come insegnante ai Corsi di Formazione professionale per maestri di sci e per responsabili della sicurezza delle stazioni di sport invernali.

La cultura della prevenzione

N

Un interessante 'censimento' effettuato sulle Alpi dell'Alto Adige durante la 'settimana tipo' compresa tra il 14 e il 20 febbraio 2011 ha messo in evidenza come troppo spesso i Bollettini Valanghe non vengano utilizzati o compresi

el numero 88 abbiamo iniziato a esaminare gli interessanti dati emersi da un insolito 'censimento' degli escursionisti invernali realizzato in Alto Adige tra il 14 e 20 febbraio 2011. Una prima analisi delle statistiche elaborate dal censimento fa rilevare la preferenza ad andare in gruppo, con un decisa tendenza a formare piccoli gruppi. Percentualmente, sono poche le comitive molto numerose, contro una più consistente percentuale di escursionisti solitari. Vediamo i risultati dell’indagine.

Consistenza dei gruppi L’articolo presenta la maggior parte dei risultati ordinati in tabella, ma ho preferito convertire i numeri in rapporti percentuali, presentati in grafici, come il nº 1, che mostra, come già detto, un consistente numero di escursionisti solitari, il 7% del totale. Il grafico nº 1 riporta i valori della tabella statistica che indicano il numero degli scialpinisti ripartito secondo la consistenza dei gruppi. Ho provato a fare il computo secondo il numero dei gruppi, considerando 'gruppo' anche l’escursionista solitario, e ho ottenuto queste percentuali:

Un gruppo di escursionisti ©Umberto Isman

Consistenza di gruppi in % <=5

>=10

36% 13% <=9

2 29%

7%

1

15%

• Escursionisti solitari 22% • 2 componenti  42% • 3÷5 componenti 28% • 6÷9 componenti 6% • ≥ 10 componenti 2% Come si vede, fare 'coppia' è la formula più frequente, seguita dal piccolo gruppo; i gruppi più consistenti seguono con distacco e il numero delle comitive numerose (≥10) è nettamente ridotto. Sorprende la percentuale (22%) di gruppi composti da una sola persona che, se invece è calcolata in base al numero totale degli escursionisti, si riduce al 7%, comunque un dato non trascurabile. Le scelte di aggregazione sono molto personali: comodità organizzativa, vantaggi economici, appoggio tecnico su persone più qualificate e così via. Proviamo ad approfondire.

Andare soli Anch’io ho fatto parte della categoria dei solitari, talvolta perché non avevo trovato compagni, altre volte perché andavo a riconoscere un itinerario sul quale avrei potuto, in seguito, condurre i miei allievi e infine, di tanto in tanto, per puro desiderio di solitudine. Tra i solitari ci sono anche quelli che vanno soli, ma scelgono un itinerario molto frequentato sperando in una compagnia occasionale. Altri ancora vanno soli perché tentano un pendio estremo e, infine, entra a far parte di questo gruppo anche lo sciatore assiduo delle piste, quando si avventura per la prima volta nel fuoripista. Non c’è benpensante che non sconsigli questa scelta, ma è un modo di andare che permette di percorrere la montagna in modo diverso. Tuttavia è una pratica che richiede una buona conoscenza di se stessi, dell’ambiente di montagna e della tecnica. Quando si è soli, un piccolo incidente può evolvere rapidamente in dramma. Per non esporsi al rischio bisogna rendersi conto dell’esistenza e del livello del rischio (conoscenza ed esperienza) ed essere capaci di vincere la tentazione di rischiare. Andare in coppia È la soluzione più indicata per chi gradisce poco i gruppi numerosi e, nello stesso tempo, cerca un minimo di sicurezza. La coppia ben affiatata può portare a termine splendide escursioni, ma la formazione a coppia può essere anche la combinazione dell’esperto che 'fa scuola' a un principiante. Sono passato anch’io per questa fase, quand’ero un pivello dello scialpinismo, e sono ancor oggi grato all’amico Giancarlo, che mi ha trasmesso, insieme alla passione, le prime nozioni di questa disciplina sportiva. Andare in gruppo Uscire in piccoli gruppi (fino a cinque) è sovente la soluzione ideale: solitamente il livello tecnico dei componenti il gruppo di questa consistenza è omogeneo e tra gli sciatori c'è un buon rapporto di amicizia. Il compito di assistere un principiante può essere suddiviso tra i più esperti che, insieme, dovranno prendere le decisioni importanti.


65 > rubriche % lettura e interpretazione del bollettino

25%

40%

non letto

Un poco più complessa è la formazione di un gruppo omogeneo di maggiori dimensioni (fino a 9), come è dimostrato da un modesto 6 per cento di gruppi di questa consistenza. Andare in comitiva Quando il gruppo diventa numeroso (≥ 10) iniziano a sorgere dei problemi: • Di solito, un gruppo numeroso è eterogeneo, i ritmi sono diversi, alcuni vorrebbero correre, altri possono solo andare piano e tutti mugugnano. • Per questo motivo è necessaria la presenza di un capogruppo, riconosciuto tale da tutti, ovviamente preparato al compito e unico responsabile della gestione del gruppo. • I passaggi impegnativi richiedono molto tempo e le ore migliori se ne vanno in lunghe attese: chi è già passato deve aspettare chi ancora deve passare e questo, a sua volta, ha dovuto attendere che passasse chi lo precedeva. Infine, tutti devono attendere il 'chiudifila' che sostiene e assiste i ritardatari. Nel frattempo il corpo si raffredda e tutti provano disagio. • Non dimentichiamo che, per evitare che il carico addizionale di molte persone possa trasfor-

marsi in sovraccarico, occorre far rispettare un adeguato distanziamento. È una giusta misura prudenziale, ma la fila si allunga, il tempo corre via veloce… • Il numero può far sorgere un falso senso di sicurezza: quando si è in tanti si può provvedere a ogni guaio e ci si fa prendere da una forma di noncuranza, lasciandoci passivamente condurre invece di condividere, comunicare, partecipare… Chiuso questo argomento, sposto adesso il dialogo su quelli che ritengo i risultati più interessanti di tutto il lavoro e qui non posso che complimentarmi con chi ha ideato, programmato e condotto la ricerca. La statistica mostra con chiara evidenza che c'è un preoccupante numero di escursionisti che non mostrano alcun interesse per le misure di sicurezza. Prendiamo in considerazione i due elementi essenziali della prevenzione e della gestione dell’incidente: • Informazioni sulle condizioni di stabilità del manto nevoso. • Attrezzature di sicurezza e soccorso. Il risultato non è confortante e, nel caso dei racchettatori, lo ritengo deprimente.

corretto

35%

errato

Informazioni sulle condizioni dI stabilità del manto nevoso Riprendo dall’articolo originale pubblicato sulla Rivista Neve e Valanghe (Ed. AINEVA): «Particolarmente interessanti… sono i dati che considerano la conoscenza del Bollettino Valanghe, del grado di pericolo nella zona dove era effettuata l’escursione, la dotazione dell’equipaggiamento di base per l’autosoccorso… Il bollettino valanghe è ormai… usato come input nei metodi di valutazione locale del pericolo… in diverse strategie decisionali, ecc, e si dà ormai per scontato che venga anche largamente utilizzato. Premesso ciò, a fronte di un consolante numero di persone informate (75,6%), sorprende vedere che il 53,4% del campione intervistato ha saputo indicare correttamente il grado di pericolo della giornata nella zona dell’escursione». Il grafico nº 2 mostra che, nel complesso, il 60 per cento degli escursionisti si muove privo di

alpine Biking

THE RACE alpine running

8 giugno 2013 Schladming, dachStein,

auStria

Ski running

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66 > rubriche % DOTAZIONE ATTREZZATURA PER AUTOSOCCORSO DEGLI SCIATORI

% DOTAZIONE ATTREZZATURA PER AUTOSOCCORSO DEI RACCHETTATORI

artva

89%

sonda

83%

17%

pala

84%

16%

11%

no

questa informazione, o perché non si è preoccupato di informarsi (25 per cento) o perché non ha compreso il contenuto del messaggio di avvertimento (35 per cento). Molti sci escursionisti provengono da organizzazioni (CAI, AVS, ecc.) che, fin dall’inizio, impostano sull’informazione le basi della prevenzione dell’incidente e le statistiche lo confermano. Per inciso, dall’indagine risulta che la percentuale di utilizzatori più assidui del Bollettino cresce proporzionalmente alla frequenza delle gite; come dire che i frequentatori più tenaci della montagna invernale sono anche quelli che hanno meglio compreso l’utilità del Bollettino. Non si può dire altrettanto degli utilizzatori delle racchette da neve che, sulle Alpi, hanno tradizioni molto più antiche rispetto agli sci. Come si legge nell’articolo «a questa finestra si affacciano persone di diversa estrazione, che spesso calcano semplicemente i sentieri estivi conosciuti facendosi ben pochi pensieri». Le racchette sono tornate di moda dopo un periodo di oblio, ma l’essere alla moda non ti fa esperto e sono molti i racchettatori che sembrano ignorare che nella stagione invernale molte cose cambiano e sempre in peggio. Ho tentato di ricalcolare per gruppi e non per persone le percentuali d’informazione e di interpretazione. Infatti, ragionando in termini di gruppo, è sufficiente che sia ben informato il capogruppo che, a sua volta, dovrebbe tenere informati i partecipanti. Ma la statistica, che è basata sul numero delle persone, non precisa se c'erano 'capigruppo' tra i non informati e gli informati incompetenti. A proposito degli errori di interpretazione, l’autore dell’articolo ammette che potrebbe esserci una mancata comunicazione tra chi lancia il messaggio e chi lo riceve e fa una breve analisi delle procedure con cui è redatto il Bollettino, procedure messe a punto da gruppi di esperti e aggiornate continuamente. Il personale incaricato della formulazione del Bollettino si riunisce almeno una volta all’anno in un incontro che mette a confronto gli specialisti di tutte le nazioni alpine. Durante l’incontro, tra l’altro, si definiscono le procedure da adottare per l’elaborazione dei Bollettini, secondo un criterio uniforme di valutazione dei parametri. Uguale criterio di uniformità è seguito per mettere a punto la diffusione, secondo uno standard di forme espressive, in modo che il messaggio sia uniforme, indipendentemente dalla lingua usata. Resta però un margine d’indeterminatezza tra le modalità di enunciazione del Bollettino e la capacità di analisi dell’utente, per non parlare della sua propensione alla responsabilizzazione.

Attrezzature e mezzi di ricerca Un consistente numero di escursionisti si muove senza quest’attrezzatura o con dotazione incompleta: molti hanno l’Artva, ma non hanno la pala o la sonda o sono privi di entrambe. La diversa lunghezza delle barre dei grafici 3 e 4 è molto eloquente: mentre oltre l’80 per cento degli sciatori si è dotata di attrezzatura completa (Artva - sonda - pala), solo il 23 per cento dei racchettatori si è dotato di Artva, il 72 per cento ne è privo e il 5 per cento dichiara di non conoscerne neppure l’esistenza. Molto contenuto, ma con tendenza all’aumento, il numero di coloro che si muniscono anche di attrezzature come l’airbag o l’Avalung, complessivamente circa il 5 per cento e, tra questi, gli escursionisti provenienti dal bacino di lingua tedesca sono in larga maggioranza. Eppure il primo, che favorisce il galleggiamento (e protegge in parte dagli urti contro gli ostacoli) evita il seppellimento e, di conseguenza, la morte per soffocamento o asfissia. Il secondo elimina l'anidride carbonica dall’aria espirata e prolunga la sopravvivenza del sepolto anche in una piccola sacca d’aria. Conclusioni Convinto che i due ultimi diagrammi siano molto significativi, mi soffermo sulle misure di sicurezza esprimendo le mie impressioni, che non devono essere intese come giudizi, ma semplici opinioni: • Chi pratica lo scialpinismo con una certa assiduità sembra aver compreso i due principi della prevenzione dell’incidente: informarsi per evitarlo; munirsi dei mezzi di soccorso per limitarne le conseguenze. • Chi pratica lo scialpinismo con minor frequenza s’informa meno e si munisce dell’ARTVA solo perché è prescritto dalla legge. • La maggior parte di coloro che si muovono con le racchette è rappresentata da incoscienti. Questo termine non deve essere inteso in senso offensivo, ma nel suo significato letterale: la maggior parte dei racchettatori non sono consci dei rischi che corrono. Si legge sovente che occorre insistere sulla cultura della sicurezza. Concordo sul principio, ma non condivido il termine sicurezza, che identifica una situazione esente da pericoli. Questo perché, in montagna, è impossibile eliminare ogni pericolo e il fatto stesso di credersi al sicuro costituisce un pericolo. Preferisco parlare di cultura della prevenzione, che fa già parte della formazione mentale di molti frequentatori della montagna. Tuttavia mi sembrano privilegiate la preparazione tecnica e la ricerca di attrezzature e materiali più performanti, piuttosto che la conoscenza e comprensione dell’ambiente (meteo-nivo, morfologia, vegeta-

artva

23%

72%

sonda

18%

82%

pala

19%

81% sì

no

5%

sconosciuto

zione) in cui si intende svolgere l’attività. Pare quasi incredibile che accada in Italia: un ente pubblico mette gratuitamente a disposizione dell’utente un servizio informazioni, dagli elevatissimi costi gestionali, il Bollettino Valanghe. Dal censimento risulta che un discreto numero (5%) dei potenziali fruitori ne ignora l’esistenza, altri lo snobbano (25%), altri ancora (35%) non si sforzano di aumentare le proprie conoscenze per comprenderne correttamente il contenuto e si limitano, al massimo, a informarsi sul grado di pericolo come se si trattasse di sapere quale marcia bisogna ingranare: seconda o terza? Forse la mia opinione è pessimista e il lettore può obiettare che, in fondo, a fronte di un consistente incremento dei frequentatori, il numero delle vittime da valanga è stabile. A questa obiezione rispondo: a che livelli potrebbero salire le statistiche degli incidenti da valanga se non esistesse il Bollettino? Questa statistica tiene il conto di chi non ha preso in considerazione il Bollettino, altre tengono il conto delle vittime di incidenti, ma nessuna statistica potrà mai quantificare il numero d’incidenti evitati da coloro che si sono avvalsi delle informazioni del Bollettino. E poi, com’è accaduto anche quest'inverno, la cronaca di qualche incidente ci racconterà per l’ennesima volta che le vittime dell’incidente erano esperti. Ogni volta che sento o leggo questa frase mi tornano alla mente le parole che, molti hanno or sono, mi ha detto in confidenza il mio maestro André Roch: «Renato, moi aussi j’ai été pris dans une avalanche. Moi j’étais un expert, mai l’avalanche ne le savait pas!» (Renato, anche io sono rimasto sotto una valanga. Anche io ero un esperto, ma la valanga non lo sapeva!). Quando analizzo la dinamica di molti incidenti, ho l’impressione che ci siano persone che, invece di mettere a frutto il loro capitale intellettuale, lo nascondono in qualche piega della corteccia cerebrale e lo lasciano riposare al sicuro. Solo in qualche particolare occasione, invece, penso che sia azzeccata quella massima che dice: dall’albero della saggezza si stacca sempre un ramo di pazzia. Il mio albero non dà più frutti ed è quasi spoglio di foglie, ne vedo tutti i rami, ma non riesco a riconoscere qual è il ramo debole e temo sempre che, una volta o l’altra, possa accadere anche a me di accomodarmici sopra. Ringrazio i miei lettori per l’attenzione che mi hanno riservato e la pazienza con cui mi hanno sopportato; spero di ritrovarli tutti il prossimo autunno. Buona estate!


67 > rubriche

Area Tecnica skialper@mulatero.it

/skialper

Dachstein T41 EL EV

@skialper

DACHSTEIN IN ITALIA? Buongiorno, ho acquistato Outdoor Running 2013, ottima rivista. Io uso le scarpe Hoka modello Mafate 2, devo dire ottime scarpe. Però c'è il problema che si usurano in modo incredibile e il prezzo è molto elevato. Vi chiedo se potete indicarmi un fornitore dove trovare le scarpe Dachstein. Grazie, ciao.

ANCORA LEOPARDO CONTRO ALIENO... Ciao, volevo chiedere una cosa alla redazione. Devo prendere scarponi da scialpinismo, me la cavo abbastanza bene in generale, in salita, discesa e inversioni. Ho appena preso gli sci nuovi Dynafit PDG, però sono in dubbio su quale scarpone scegliere: meglio lo Scarpa Alien o il Dynafit PDG? Grazie Adriano Berloffa Ciao Adriano PDG e Alien sono due scarponi simili per una duplice destinazione d'uso: competizione con un ottimo compromesso peso-prestazione-prezzo e ski-touring sportivo, quello che noi abbiamo definito 'Performance'. Quindi entrambi sono perfettamente bilanciati con gli sci che hai scelto. Sono anche entrambi più progressivi e morbidi dei rispettivi fratelli strettamente 'race', e anche un po' più resistenti all'uso alpinistico. Alien offre un'escursione del gambetto leggermente più libera, PDG è leggermente più pastoso e confortevole in calzata e in discesa. Ricordati che vanno sormontati con la ghettina della tuta per impedire l'accesso alla neve in corrispondenza dello snodo del gambetto, aperto in entrambi per massimizzare l'escursione. A questo punto tutti gli elementi oggettivi sono perfettamente comparabili. Potrai quindi risolvere il tuo dubbio provando a calzarli in negozio e affidandoti alle sensazioni del tuo piede, che a questo punto ti darà il giudizio definitivo.

Ciao, abbiamo girato la tua richiesta all'azienda che ci ha comunicato che per quest'anno la collezione Dachstein non sarà disponibile in negozio in Italia. È possibile acquistarle su Amazon.

Dynafit PDG

Scarpa Alien

POMOCA ADVENTURE GLIDE Caro Ski-alper, a parte il fatto che la tua bellissima guida mi ha scatenato la voglia di aggiornare la mia attrezzatura, volevo chiederti notizie delle pelli Pomoca Adventure Glide e sull' uso per cui sono indicate. Sentitamento ringrazio. Giovanni Navone Ciao Giovanni. Pomoca Adventure Glide è un classico tra gli skialper evoluti e assidui. È nota per la sua durata nel tempo e per la resistenza all'abrasione. È un mix 70% mohair e 30% nylon, con pelo denso e corto, che concede uno scivolamento molto buono tra le pelli touring. Buon grip, soprattutto durevole

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nel tempo e specialmente su nevi dure. Affidabile. KARAKORUM ANCHE IN PISTA? Salve, volevo un vostro consiglio. Pratico lo sci alpino da diversi anni, adesso scio con paio di Nordica Spitfire. Vorrei acquistare un paio di sci da ski-alp che però mi consentano di sciare sia su neve battuta sfruttando gli impianti di risalita, che in neve fresca, facendo scialpinismo. Avevo pensato agli Elan Karakorum, che ne dite? Ci riesco a sciare anche su neve dura? Oppure potete consigliarmi un altro modello? Grazie. Attilio Tersigni Ciao Attilio Elan Karakorum è un ottimo sci, le cui caratteristiche principali sono facilità di utilizzo e poliedricità. Regge bene anche le sollecitazioni dello sciatore evoluto. Nulla impedisce il suo utilizzo anche su pista, dove potrebbe rivelarsi divertente e molto manovrabile, dopo un breve periodo di adattamento all'attrezzo, completamente diverso dal Nordica a cui sei abituato. Su nevi dure e piste preparate la sua buona larghezza al centro non è comunque controproducente. Ma su nevi soffici e irregolari, non lavorate, diventerà decisiva. IL PROBLEMA DELLA 'FETTUCCIA' Salve, dopo trent'anni di scialpinismo, i miei compagni di avventure mi criticano perché uso una fettuccia come sicurezza per legare lo scarpone all’attacco. Premetto che ho l’attacchino Dynafit e il cavetto fornito in acciaio non è il massimo (secondo me), non uso lo skistopper perche piu volte ho visto perdere lo sci

Elan Karakorum

nonostante fosse equipaggiato con lo stesso giù per un pendio ripido, oppure lavorare mezz’ora per trovare lo sci sotto 70 cm di polvere a 4.000 metri di quota. Forse mi sbaglio, ma non ho mai visto nessun servizio al riguardo. Ho escogitato diverse soluzioni: fettuccia a strappo, con fascette a rottura di carico, o fettuccia con elastico fino a lunghezza 80 cm etc. Siamo d’accordo che in una situazione di pericolo con innevamento a rischio non le uso, ma perdere uno sci è un problema non da poco. C’e qualche soluzione tecnica al riguardo volendo usare la fettuccia? Renzo Gelain Ciao Renzo, il dibattito 'cinturini vs. ski-stopper' è molto interessante in via teorica e pratica. Oltre alle eventualità che hai citato, va considerato che spesso in montagna si percorrono pendìi e nevi su cui nessuno ski-stopper funzionerebbe, che questi ultimi pesano, che spesso il ghiaccio da compressione li blocca. D'altra parte lo skistopper recupera le disattenzioni fatali nella fasi di cambio d'assetto (o un urto accidentale da parte di qualcuno che rimuove lo sci dalla sua posizione, di solito in cima o al 'deposito sci'), velocizza i devastanti metti-togli di fine stagione a fine discesa, accoppia bene gli sci spalleggiati, non ti scaglia lo sci in faccia in caso di caduta sfortunata. Come vedi, per ogni 'pro' esiste un 'contro' altrettanto valido. La soluzione perfetta non esiste. Ma l'argomento definitivo è personale, devi fidarti di quello che stai usando. Una remora psicologica è il metodo migliore per sbagliare. Quindi prosegui tranquillo nella tua convinzione. Il consiglio è di affidarti a 'cinturini' di ultima generazione, quelli forniti con gli attacchi attuali: sono molto, molto più affidabili, veloci e manovrabili anche con guanti pesanti rispetto a quelli di qualche anno fa.

A PROPOSITO DEL MYTHIC LIGHT Buonasera, sono un appassionato di scialpinismo e mi ha colpito il Dynastar Mythic Light. Ho visto le vostre recensioni dello scorso anno, che non erano eccellenti, ma quest'anno lo avete premiato come miglior sci della sua categoria. Vorrei sapere le differenze del modello 2012 su quello del 2013 e com'è possibile distinguerli, visto che hanno stessa serigrafia e misure. Dynastar Mythic Light Grazie per l'attenzione. Federico Timoteo Ciao Federico, lo sci, in effetti, non è cambiato. Ciò che è cambiata è la lunghezza del modello testato. Nel 2011 avevamo in prova un esemplare di 172 cm, nel 2012 di 178 cm. E come riportato a pag. 184 del numero di novembre 2011, l'unica vera critica mossa al freeride mountaineering francese riguardava tenuta e stabilità su nevi ghiacciate. Si evidenziava, già allora, come la misura 172 cm fosse risultata un po' corta, a svantaggio del rigore direzionale in velocità. Lunghezze diverse che hanno portato in dote superfici di contatto (quindi cm di lamina sulla neve) differenti: 143,0 cm per l'esemplare 2011 (lungo 172 cm), 151,4 cm per l'esemplare 2012 (lungo 178 cm). Un divario importante in caso di fondi duri. Esattamente il punto debole di Mythic Light nel 2011, ‘sanato’ dalla diversa lunghezza nel 2012. Il resto delle valutazioni è pressoché identico. Non a caso chiediamo alle aziende attrezzi tutti della stessa misura per una determinata categoria. Chiediamo, appunto... poi spesso arriva di tutto...


Gli appuntamenti con Ski-Alper per la prossima stagione*

Dopo due stagioni di onorato servizio, con un boom quest'inverno (oltre l'80% di aumento in rapporto allo stesso periodo del 2011/2012) il sito skialper.it verrà completamente rivoluzionato. Attendetevi grandi novità, con servizi sempre più social e una struttura ancora più fruibile e completa. Contemporaneamente verrà lanciata la nuova app per tutti i tablet e gli smartphone del mondo Apple e Android, su cui sarà possibile acquistare le copie della rivista, abbonarsi, archiviare in remoto i vari numeri da leggere anche offline e consultare le news della redazione. Disponibile da metà giugno!

OTTOBRE 2013 NOVEMBRE 2013

TEST 2014 100% ski-alp

1 dicembre 2013

SKI-ALPER n.91 Up&Down n.5 75% ski-alp 25% outdoor running

LO SAPEVI CHE:

GENNAIO 2014

DICEMBRE 2013

1 novembre 2013

la rivista è nata nel 1995 e all'epoca si chiamava 'Fondo & Telemark'? Successivamente ha assunto la denominazione 'Fondo Ski-alp'.

FEBBRAIO 2014

SKI-ALPER n.91 + Up&Down n.6 90% ski-alp 10% outdoor running

LO SAPEVI CHE: MARZO 2014

a partire dal numero 70 di novembre 2009 la rivista ha assunto l'attuale denominazione Ski-alper e lo sci di fondo è uscito dal piano editoriale?

APRILE 2014

1 aprile 2014

SKI-ALPER n.92 + Up&Down n.7 75% ski-alp 25% outdoor running

1 maggio 2013 MAGGIO 2014

RIVOLUZIONE ON-LINE

SKI-ALPER n.90 Up&Down n.4 50% ski-alp 50% outdoor running

1 febbraio 2014

OUTDOOR RUNNING 2014 100% outdoor running

1 giugno 2014 GIUGNO 2014

I

l tradizionale appuntamento in edicola per la prossima stagione è anticipato, ma soprattutto questa sarà l'ultima estate senza Ski-alper. Già, perché a partire dall'inverno 2013/2014 cambia la periodicità della vostra rivista preferita. Siamo sempre stati un po' 'naif' nelle date d'uscita, era una nostra tradizione: 5 volte, da inizio novembre a fine aprile, adeguandoci un po' ai grandi appuntamenti o alle condizioni particolari dell'inverno. Il sempre crescente numero di lettori e abbonati - che sono aumentati sensibilmente anche nelle ultime due stagioni nonostante la crisi generale - ci ha convinti a puntare su una pianificazione più rigorosa. Per cui la rivista uscirà con cadenza bimestrale, sempre il primo giorno del mese (o comunque nella prima settimana). Le sei uscite saranno intervallate da due numeri speciali, dedicati ai test materiali (uno invernale e uno estivo). Totale 8 mesi su 12. Alle sei uscite di Ski-alper sarà allegato il tabloid dedicato al mondo delle gare, Up&Down, che ha esordito in edicola lo scorso mese di gennaio. È previsto anche un totale restyling grafico e un nuovo piano editoriale per i contenuti, con tante nuove rubriche e firme sempre più qualificate. Una sorta di clessidra, che nelle uscite invernali vedrà la netta prevalenza di contenuti legati allo scialpinismo, con una graduale transazione sull'outdoor running nella bella stagione. Naturalmente in questa fase di progettazione sono ben accetti i suggerimenti dei lettori, per cui, se avete qualche proposta per la redazione, potete inviare una mail a skialper@mulatero.it

LUGLIO 2014

A partire dal 2013/2014 Ski-alper cambia periodicità, saremo in edicola 8 mesi su 12. L'appuntamento è per l'1 ottobre

SKI-ALPER n.94 + Up&Down n.8 25% ski-alp 75% outdoor running

* per la realizzazione di questa infografica sono state usate a scopo puramente illustrativo alcune delle copertine dei numeridi Ski-alper usciti nelle ultime due stagioni.

1 agosto 2014 AGOSTO 2014

NUOVA STAGIONE tante novità

1 ottobre 2013

SKI-ALPER n.95 + Up&Down n.9 10% ski-alp 90% outdoor running

Ricomincia a ottobre 2014...


70 > in edicola

OUTDOOR RUNNING 2013 In edicola da inizio maggio l'annuario monografico di Ski-alper dedicato alla corsa in natura

U

n progetto partito da lontano, a cui tutta la redazione si è avvicinata con grande attenzione, cercando di curare ogni minimo dettaglio. 'Outdoor Running' è uno speciale monografico di Ski-alper dedicato alla corsa in natura in tutti i suoi aspetti: trail, skyrunning e corsa in montagna. Un'opera 'ciclopica', unica nel suo genere, divisa in due macro-sezioni. 256 pagine a colori, con strepitose immagini e contenuti introvabili altrove.

dell’anno

Outdoor Running 2013

dell’anno

Outdoor Running 2013

PRODOTTO

A MINIMALIS ARP

1

ZA

1

o

SC

SC PRODOTTO

A SKYRUNNIN ARP

o

dell’anno

Outdoor Running 2013

PRODOTTO

TRAIL RUNNIN INO

1

G

1

o

SUPER TEST - La seconda metà della guida Outdoor Running ospita il test dei prodotti: scarpe trail, scarpe skyrunning, scarpe natural running e vertical, bastoni da skyrunning e trail, zaini idrici, cinture portaborraccia. Un totale di 90 prodotti - tutte le novità sul mercato in questa stagione - messi a dura prova in ogni condizione dal nostro staff di testatori. Chi sono? Fabio Bazzana, Marco Moletto, Marco De Gasperi, Silvia Serafini e Andrea Basolo per la parte skyrunning e vertical. Mau-

MO

TRAIL RUNN RPA I

G

PRODOTTO

Tutti gli uomini di OUTDOOR RUNNING 2013 Direzione e coordinamento: Claudio Primavesi Responsabile sezione test: Sebastiano Salvetti Testatori: Andrea Basolo, Fabio Bazzana, Cesare Clap, Marco De Gasperi, Marco Moletto, Fabrizio Pistoni, Mauro Saroglia, Silvia Serafini, Francesco Zucconi. Foto still life prodotti: Sebastiano Salvetti Foto in azione: Damiano Levati Videomaker: Niccolò Zarattini Responsabile sezione gare: Fabio Menino Impaginazione: Business Design

NG

TUTTI I PRODOTTI VINCITORI NELLA PROPRIA CATEGORIA

SCA

360 GARE - Un'analisi approfondita come non avevate mai visto del calendario gare nazionale e internazionale. 107 schede con recensioni complete in tutti i dettagli delle principali gare italiane, 30 gare internazionali da sogno, altri 223 appuntamenti con le indicazioni essenziali. Il tutto curato con massima precisione e competenza da Fabio Menino. Di ogni gara troverete minuziose indicazioni su percorso, profilo altimetrico, costo di iscrizione, numero limite di iscritti accettati, numero ristori, punti acqua, punti UTMB, ammontare dei premi in denaro, tempo record maschile e femminile, tempo medio dell'ultima edizione, tempo limite, numero di finisher dell'ultima edizione, la classifica dell'ultima edizione, l'albo d'oro. E poi, naturalmente, la nostra presentazione e la valutazione della redazione: solo due gare hanno ottenuto le tre scarpette +, il massimo dei voti. Scoprirete quali sono leggendo la guida.

o

dell’anno

Outdoor Running 2013

Abbiamo messo a dura prova ogni tipo di attrezzatura ed eletto il miglior prodotto per ogni categoria. Ecco chi ha primeggiato.

Scarpa Trail running Hoka One One Rapa Nui Comp

Scarpa Skyrunning Scott T2 Kinabalu

Scarpa Minimalismo e Vertical Salomon S-Lab Sense

Zaino Trail running Salomon Advanced Skin S-Lab 12 Set


I NUMERI DELLA SEZIONE TEST

71 > in edicola

9 testatori 130 pagine 21 scarpe trail running 15 scarpe skyrunning 14 scarpe minimalismo/vertical 17 zaini idrici 8 cinture porta-borraccia 8 bastoni trail running 7 bastoni vertical

BACKSTAGE Il cortometraggio che racconta le varie fasi del test dell'attrezzatura da trail e skyrunning è disponibile nella sezione video di skialper.it. Riprese e montaggio sono di Niccolò 'Zorro' Zarattini. È possibile vederlo direttamente sul vostro smartphone inquadrando il codice QR. skialper.it/Videos

I NUMERI DELLA SEZIONE GARE ITALIA 83 pagine 107 recensioni 12 vertical 38 sky 57 trail 4.546,08 km 277.014 m D+ 18.884 finisher 1.066 dati atleti riportati (posizione, nome, nazionalità, tempo) 223 altri appuntamenti segnalati

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alper più concentrata al Centro-Nord, in modo da consentire a tutti gli appassionati di poter acquistare la propria copia di questo prezioso annuario. Fin dai primi giorni Outdoor Running è andata 'a ruba' ma sarà comunque disponibile nelle edicole fino a fine giugno. Potete quindi richiederla al vostro edicolante oppure, nel caso fosse esaurita, contattare il nostro servizio abbonamenti (ordini@mulatero.it) per conoscere le edicole fornite nella vostra zona.

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ro Saroglia, Cesare Clap, Francesco Zucconi e Fabrizio Pistoni per la parte trail e lunghe distanze. C'è bisogno di presentazioni? Ad ogni prodotto è stata dedicata una pagina, con numerose foto still life curate direttamente dal responsabile del test Sebastiano Salvetti, approfonditi rilevamenti e misurazioni in laboratorio, prove 'a secco', prove sul campo su tutti i terreni. Abbiamo rilasciato - come già avvenuto per il test dedicato all'attrezzatura invernale da ski-alp - i riconoscimenti di

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72 > rubriche

PREPARAZIONE testo: Lorenzo Bortolan, Alfredo Brighenti e Aldo Savoldelli

SINDROME DA SOVRALLENAMENTO: PREVENIRE È MEGLIO CHE CURARE

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el primo articolo di questa rubrica si è parlato del motivo per cui ci alleniamo, ovvero dei fattori alla base degli adattamenti correlati con questa pratica. L’allenamento di successo deve prevedere sovraccarichi di lavoro, evitando una combinazione eccessiva di questi ultimi con un recupero inadeguato. Come conseguenza gli atleti possono provare sensazioni di fatica, decremento della capacità di performance a seguito di una singola seduta o di un intenso periodo di allenamento. Questa 'fatica acuta', combinata con un recupero adeguato, può essere seguita da un adattamento positivo o da un miglioramento nella performance. Tuttavia se l’equilibrio tra gli stress allenanti appropriati e un corretto recupero non viene rispettato, può esserci una risposta allenante anormale che provoca lo sviluppo di quello che in letteratura scientifica viene chiamato 'overreaching' (OR) che non ha grossi sintomi psicologici. L'OR, che può sembrare un concetto lontano, è utilizzato dagli atleti durante un tipico ciclo di allenamento. Se a questi carichi continui di lavoro (per esempio durante un ritiro) viene lasciata la possibilità di recuperare, avremo quel fenomeno di 'supercompensazione' descritto nel primo numero della rubrica e riportato nella figura 1. Se invece si continua a sottoporre l’organismo a carichi importanti, si può incorrere in una stagnazione o decremento della prestazione che avrà come sintomi una diminuzione nella performance (fig.1), disturbi psicologici (diminuzione di 'vigore', aumento della 'fatica'), disturbi ormonali e saranno necessari settimane o mesi o anche periodi più lunghi per recuperare. Questo stato di sovrallenamento è chiamato 'overtraining syndrome' (OTS) con la parola sindrome che va a enfatizzare la multifattorialità delle cause che lo fanno insorgere, sottolineando che non è necessariamente solo l’esercizio fisico la causa (definizione in base alle linee guida dell’European College of Sport Science, semplificata). Con l’insorgenza di OTS si incorre infatti in: calo della performance valutabile attraverso i risultati nelle competizioni e con test in laboratorio; modificazioni del profilo ormonale (il rapporto testostero-

Livello di capacità della prestazione sportiva

Piccolo dizionario per capire quando recuperi inadeguati e fattori di stress esterni rischiano di produrre danni che richiedono lunghi periodi per tornare al top. Ad uso dei 'pro' ma anche e soprattutto degli amatori Nella figura è stato ripreso il concetto di supercompensazione spiegato nel primo numero della nostra rubrica. Questo concetto di carico seguito da un corretto recupero può essere descritto per una singola seduta, vedi figura, o per più sedute ravvicinate. In rosso, invece, se più sedute vicine non sono seguite da un recupero sufficiente, si avrà un calo della performance e quindi non saranno raggiunti gli esiti cercati con l’allenamento.

supercompensazione carico

carico

carico

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affaticamento

recupero

ne/cortisolo è uno degli indicatori più famosi, anche se ne vengono presi in considerazione numerosi altri) valutabili ma con tempi dilatati e con costi elevati; disturbi nello stato dell’umore valutabili attraverso questionari psicometrici (per esempio Profile Of Mood State) che hanno il vantaggio di restituirci informazioni velocemente, tenendo conto che disturbi psicologici coincidono con cambiamenti fisiologici e di performance; modificazioni della frequenza cardiaca (per approfondire Lehmann, 1998); alterazioni biochimiche (per esempio un aumento della creatinchinasi a livello ematico); carenze del sistema immunitario (parecchi studi sottolineano l’insorgenza di infezioni alle alte vie respiratorie). L’allenamento diventa così più simile a un’agonia e la mancanza di risultati può portare a demotivazione. L’atleta OT presenta alterazioni psicologiche e fisiologiche simili a quelle che si possono riscontrare in individui depressi. Non esiste dunque un unico indicatore della presenza di overtraining, ma un regolare monitoraggio di una

combinazione di fattori di performance, fisiologici, biochimici, immunologici e psicologici sembra essere la strategia migliore per identificare gli atleti che faticano ad assimilare gli stress derivanti dagli allenamenti. Per questo proponiamo una checklist, utile agli allenatori (e spesso siamo un po’ tutti allenatori di noi stessi!) che può aiutare nella diagnosi di overtraining syndrome ed escludere altre possibili cause di calo della performance (da Meeusen, 2006, semplificata). PERFORMANCE - AFFATICAMENTO L’atleta soffre di: inspiegabile calo di performance, affaticamento persistente, aumentate sensazioni di sforzo durante gli allenamenti, disordini del sonno. Criteri che escludono la presenza di OTS Siamo in presenza di malattie che possono confondere la diagnosi?


73 > rubriche

• Anemia • Alcune malattie infettive • Danno muscolare (alte concentrazioni nel sangue di creatinchinasi) • Malattie che riguardano l’apparato endocrino (diabete, tiroide, …) • Grossi disordini collegati alle abitudini alimentari • Infortuni (del sistema muscolo scheletrico) • Allergie Ci sono errori nel programma di allenamento? • Aumento del volume di allenamento (>5%) (ore/settimana) • Aumento significativo dell’intensità di allenamento • Monotonia negli allenamenti • Numero di competizioni molto alto • Esposizione a stress derivanti dall’ambiente (altitudine, caldo, freddo, ….) Altri fattori che possono confondere: • Segni e sintomi psicologici (un disturbato stato dell’umore o percezione dello sforzo) • Fattori sociali (in famiglia, difficoltà economiche, di lavoro, con l’allenatore, con la squadra) • Recenti o numerosi viaggi con problemi di fuso orario Test fisici • Ci sono dei valori basali da confrontare? (di performance, frequenza cardiaca, lattato, …) • Test di performance massimali • Test della performance sottomassimali o sport specifici Finché non sarà possibile avere uno strumento definitivo per la diagnosi di OTS è necessario fare affidamento su un calo di performance per verificare se siamo in presenza o meno di questa sindrome. Tuttavia se non abbiamo a disposizione sofisticate tec-

Overtraining e amatori Il motivo per cui trattiamo questo argomento in una rivista indirizzata non solo ad atleti top level ma soprattutto ad appassionati amatori, è per sconfessare un luogo comune che è rappresentato dall’idea diffusa in molti che l’OTS sia una problematica legata esclusivamente agli atleti professionisti. Gli sportivi per hobby e non per professione devono pensare che sul nostro organismo non influiscono come agenti stressanti solo i mezzi di allenamento ma anche gli stress stessi della vita quotidiana, che possono essere rappresentati dai normali problemi lavorativi e familiari o da abitudini errate di vita (alimentazione, ore di sonno…). Del resto molti si allenano dopo almeno otto ore di lavoro. Anche gli stress psicologici influiscono sulle risposte del nostro organismo. Non bisogna pensare alla nostra psiche come a una entità astratta e indipendente dal nostro organismo, ma occorre tenere presente che un’alterazione psicologica determina una serie di risposte chimiche che influiscono sui nostri sistemi fisiologici. Precisato questo, sarà più facile rendersi conto che il rischio di sovrallenamento è tutt’altro che improbabile perfino negli amatori. Alla luce di questi fatti, il messaggio che si può cogliere è un invito alla cautela. Generalmente è preferibile allenarsi un po’ meno piuttosto che un po’ di più, dato che, se da un lato allenare leggermente sotto le capacità massime di assorbimento dell’allenamento può determinare una performance vicino al top ma non massima, allenare troppo può, oltre a incidere negativamente sulla salute dell’atleta, causare una diminuzione della prestazione che può perdurare per molto tempo. Concludiamo ricordando che tutte le ricerche scientifiche condotte su quest’argomento concordano sulla terapia: il riposo. Riposare ed effettuare adeguati scarichi all’interno dell’allenamento, è l’unico modo per diminuire i rischi di sovrallenamento. Anche la convinzione che allenarsi meno per una settimana possa causare una perdita della condizione fisica ottenuta con gli allenamenti precedenti non ha nessun fondamento scientifico. Franco Impellizzeri

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niche di laboratorio le seguenti considerazioni possono essere utili. Per esempio mantenere un accurato registro delle performance durante allenamenti e gare. Essere pronti ad aggiustare intensità/volume di allenamento o concedere un intero giorno di riposo, quando la performance diminuisce, o un atleta si lamenta per l'eccessivo stato di affaticamento. Evitare un’eccessiva monotonia nell’allenamento. Incoraggiare e sempre ricordare l’importanza di una buona nutrizione e stato di idratazione. Essere consapevoli che più fattori stressanti, come la carenza di sonno, o disturbi del ritmo del sonno (es. jet-lag), esposizione a stress ambientali (quota), lavoro, cambi di residenza e difficoltà familiari e interpersonali, possono aggiungersi allo stress provocato con gli allenamenti. 'Curare' il sovrallenamento con il riposo! Ridurre l’allenamento può essere sufficiente per il recupero di alcuni casi di overreaching. È inoltre importante fare regolari controlli della salute con un team di esperti multidisciplinari (allenatore, nutrizionista, psicologo…) e permettere al nostro corpo di recuperare bene dopo una malattia/infortunio. Parecchi autori suggeriscono che la migliore soluzione consiste nel prevenire il sovrallenamento. A questo proposito la letteratura scientifica sottolinea l’importanza di monitorare il proprio carico di lavoro che può essere fatto associando ai classici cardio-gps altri attrezzi derivanti dalla psicometria come questionari sulla qualità del sonno o sulla percezione del recupero, identificando alla fine di ogni allenamento una percezione dello sforzo e moltiplicandola per i minuti della seduta ottenendo il 'session RPE' (per approfondire: Foster, 1996). Anche lo spostamento della data del trofeo Mezzalama sicuramente sarà stato causa di stress per qualche atleta… Buon allenamento!

centro di ricerca 'sport montagna e salute'

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Centro di Ricerca 'Sport Montagna e Salute' è uno dei pochi in Europa fortemente indirizzato alla pratica sportiva in ambiente montano. Oltre a sviluppare filoni di ricerca nell’ambito dell’attività fisica in montagna, la sua naturale collocazione ai piedi delle Alpi e la sua forte presenza sul territorio Trentino ha reso possibile l’incontro, sempre auspicato ma spesso difficile, tra il mondo dell’imprenditoria e il mondo della ricerca universitaria. Il CeRiSM collabora con diverse e importanti aziende vicine al mondo dello sport, mettendo a disposizione il proprio know-how, i propri laboratori e attrezzature. L'obiettivo è quello di sviluppare in piena sinergia progetti di ricerca per la valutazione, lo sviluppo e il marketing dei prodotti sportivi, con particolare riferimento all’uso nelle reali condizioni di utilizzo. I progetti di collaborazione interessano aspetti biomeccanici, fisiologici e neurofisiologici (come il comfort termico), sottoponendo i prodotti delle aziende a prove di utilizzo in laboratorio e simulando la pratica sportiva nelle situazioni climatiche più critiche. I test vengono svolti all’interno di una camera nella quale è possibile ricreare le condizioni che si trovano fino a 9.000 metri di quota e a temperature da -20 a +40 gradi centigradi. PER INFO CERISM@UNIVR.IT TEL. 0464.483511

Una prova del confort termico in scarponi da sci alpino. Viene simulata una discesa per 5 minuti alternata a 5 di riposo a -10° C.


74 > opinioni

MONTAGNA E DIRITTO testo: FLAVIO SALTARELLI Flavio Saltarelli, classe 1963, avvocato civilista, pratica scialpinismo dall’età di 18 anni. Si occupa per passione delle problematiche legate alle responsabilità connesse agli sport in ambiente montano e ha partecipato a diverse competizioni di ski-alp. Per eventuali quesiti: studiolegalesaltarelli.grassi@fastwebnet.it

Zaino leggero… ma pieno di rischi!

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La responsabilità degli organizzatori di gare di trail, i controlli del materiale obbligatorio e l’eventuale frode sportiva commessa da chi corre ‘più leggero’ er esperienza diretta ho preso parte a qualche trail e ho toccato con mano come, a differenza di quanto avviene nelle gare di scialpinismo e nelle skyrace alle quali ho partecipato in passato, i controlli sugli atleti relativamente al materiale ritenuto obbligatorio dal regolamento sono a volte blandi e comunque non tempestivi. Ho visto personalmente top runner affrontare trail di più giorni con solo un k-way in vita, mentre il regolamento prevedeva attrezzature da traversata ‘himalaiana’. Ed erano atleti di primo piano che non potevano passare inosservati a nessuno. Diciamolo a chiare lettere: un tale modo di agire può comportare gravi responsabilità per l’organizzazione qualora si verifichi un incidente e questo sinistro sia direttamente correlabile con l’omesso controllo del materiale cosiddetto obbligatorio. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza sull’argomento. In primo luogo va sottolineato come il regolamento di gara debba prevedere che l’atleta, oltre a essere certificato fisicamente idoneo alla competizione, sia anche equipaggiato in modo da non correre rischi maggiori di quelli che affronterebbe durante una escursione sul medesimo percorso in quel determinato periodo temporale: questo è il principio informatore di eventuali clausole in tema del regolamento. Da ciò consegue che il regolamento medesimo deve imporre l’utilizzo di calzature idonee (con suola artigliata; impermeabili se d’inverno), di un abbigliamento consono ad affrontare eventi climatici improvvisi, mai per definizione imprevedibili in montagna, come temporali, bufere e nevicate, nonché strumenti che rendano il percorso affrontabile con sicurezza (pila frontale, ramponcini se del caso). Un regolamento deficitario, che non prevede la necessità di questi sussidi, sarebbe inidoneo e potenzialmente foriero di responsabilità. Ma il punto dolente è spesso, come anticipavo, rappresentato dall’assenza di seri controlli. L’organizzazione deve cioè essere certa - e garantire - che nessun atleta (top runner compresi) sia impegnato sul percorso senza il materiale obbligatorio. E dunque sono doverosi controlli, prima della partenza, alla spunta, durante la gara (a campione) e a fine gara. Solo potendo dimostrare l’effettività di questi controlli gli organizzatori potranno essere esenti da ogni imputazione nell’ipotesi, ad esempio, di concorrenti colti da ipotermia nel corso della gara e trovati senza idoneo abbigliamento. In mancanza sarà ben difficile per gli organizzatori difendersi dagli strali della pubblica accusa nel corso di un eventuale processo penale o dalle istanze di risarcimento della vittima o dei suoi eredi. Infatti, come abbiamo già diverse volte illustrato in questa stessa rubrica, principio cardine in materia è quello che organizzare una manifestazione sportiva agonistica è da considerarsi giuridicamente esercizio di ‘attività pericolosa’ nella misura in cui possa esporre gli atleti a conseguenze più gravi di quelle direttamente derivanti dagli errori degli atleti impegnati in competizione. Secondo questo assunto, cristallizzato da una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, Sez. III, 13 febbraio 2009, n. 3528, gli atleti accettano pertanto il rischio di esporsi ai rischi connes-

si ad errori da essi stessi commessi, ma non devono in nessun caso subire quelli che derivano da scelte dell’organizzazione o da omissioni della stessa, pena la responsabilità di quest’ultima. Di conseguenza, nell’ipotesi di un sinistro a danno di un trail runner impegnato in gara, l’organizzatore, per poter essere esente da responsabilità, deve superare i vincoli imposti dall’art. 2050 del Codice Civile. Deve, in buona sostanza, dimostrare di ‘avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno’; provando in giudizio che l’incidente non deriva da alcuna sua scelta od omissione, ma da un mero errore tecnico dell’atleta. In caso di ipotermia l’organizzazione deve dare prova: di aver avuto un regolamento di gara che poneva come obbligatori capi idonei - secondo la stagione - a proteggere in modo efficace l’atleta impegnato in montagna; di aver effettuato seri e tempestivi (non il giorno prima) controlli per scoraggiare zaini vuoti, controlli pertanto da fare prima della gara, durante la medesima e alla fine. In caso di sinistro, la responsabilità sussiste qualora ci sia infine stretta correlazione (rapporto causa-effetto) tra il danno - morte o lesione - e l’assenza del materiale che l’atleta avrebbe dovuto avere con sé e, per omissione dell’organizzazione, invece, non aveva. Ma non è tutto: la partecipazione di atleti senza il materiale obbligatorio può configurare ipotesi di frode sportiva atecnica (per gli sport non riconosciuti dal CONI) dove si consideri il vantaggio cronometrico che può derivare a un soggetto che abbia affrontato scientemente la gara senza pesi sulle spalle a differenza di coloro che, ligi al regolamenti, si sono portati il materiale obbligatorio. In questo caso il soggetto che si presume leso nel proprio interesse nella posizione in classifica potrebbe chiedere il risarcimento dei danni patiti in virtù dell’articolo 2043 del Codice Civile. Oltre a queste considerazioni giuridiche, mi si permetta una breve digressione come mero appassionato e osservatore alla luce dei recenti tragici eventi che hanno colpito il trail a livello europeo e italiano. Negli ultimi anni, mentre lo skyrunning e lo ski-alp race si sono evoluti verso una specializzazione che ha prodotto atleti sempre più preparati a reggere il confronto con la montagna e manifestazioni agonistiche in cui la prestazione è rappresentata da tempi sempre migliori (a parità di lunghezza di percorsi e dislivello), il trail invece sta coinvolgendo sempre di più partecipanti provenienti dal bacino della corsa su strada. Atleti spesso dalle grandi capacità fisiche ma non avvezzi all’ambiente alpino, con tutto ciò che necessariamente può conseguirne quando ci si trova in situazioni-limite. A questo si aggiunga che il trail sembra ricercare la propria grandezza in gare sempre più lunghe; in manifestazioni sempre più ‘ultra’, manifestazioni che impongono percorrenze notturne anche in quota e per diversi giorni. Occorre riflettere, porsi domande: le condizioni atmosferiche in montagna sono per definizione mutevoli. Di notte o con bufera gli elicotteri del soccorso non volano. E per parafrasare un detto: se la fortuna è cieca, quando si è alla sbarra, la responsabilità ci vede bene.


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STORIE testo: Fabrizio Pistoni

Doctor Millet & Mr. TDG Grégoire Millet, professore di fisiologia, ex triathleta e allenatore, ha applicato su se stesso i risultati delle sue ricerche. Arrivando secondo all’ultima edizione del Tor des Géants come regalo per i suoi 50 anni

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entile lettrice, egregio lettore,immagina di organizzare un allenamento con un perfetto sconosciuto. Tu prepari una gara, lui no, si accontenta di vedere dove passa il percorso; come te è intrigato dalla sua lunghezza e dal fatto che si svolga in montagna. Ma girare lassù in solitudine e in orari strani significa cercarsi grane. Così, solo per evitarle, siete entrati in contatto. Lui è un francese, quindi - tanto per restare in argomento - vi separano un po’ di montagne; e la lingua, il che sottintende differenze di mentalità tutte da scoprire. Se combinate l’appuntamento probabilmente siete entrambi due curiosi. Al rendez-vous Perfetto-Sconosciuto si presenta sorridente; noti che è leggermente sovrappeso, parla senza mai dire ‘io’, fa molte domande e una volta partiti resta indietro. Con il passare delle ore lo devi aspettare sempre un po’ di più. Quando ti raggiunge in cima a ogni colle o in fondo a ogni valle, solleva lo sguardo sorridendo, poi abbassa la testa e riparte per non farsi aspettare. Lo sguardo sereno non lo abbandona neanche dopo 10 ore. Davanti alla birretta che sancisce la fine della sfacchinata scopri che per tre anni è stato triathleta professionista, da un po’ di anni non pratica sport anche se continua a frequentare l’ambiente come ricercatore. Il distacco che gli hai rifilato nell’ultima salita ti autorizza ad accogliere la notizia senza farci troppo caso. Il tipo lo ricorderai per la sua cordialità, non per altro. L’anno dopo il rapporto con la gara è cambiato: lui la fa, tu la guardi e il giorno della partenza vai nella terza della ventina di valli del percorso con l’idea di procedere nel senso opposto

a quello della corsa, in modo da incrociare quanti più concorrenti possibile: vuoi vedere come sono fatti i primi, che ritmo hanno. Passa il primo, il secondo, il terzo; li conosci di fama e fai il tifo educato che si riserva ai marziani, perché così li consideri. Poi arriva il quarto: è il tipo dell’allenamento dell’anno prima. Tu sgrani gli occhi incredulo, ma intanto ti ricordi dei distacchi che gli rifilavi e ti senti un po’ nelle sue gambe così il tifo glielo fai di conseguenza. Intanto lui, con quello sguardo tranquillo che ricordi bene, ti dice: «Quest’anno voglio vincere». Ne prendi atto e con la memoria torni all’impressione che quello ti aveva lasciato: non ti era sembrato un pallone gonfiato così, mentre ti saluta, già ripensi in un altro modo al suo passato da atleta professionista e alle sue ricerche. Il giorno dopo la gara, che è no-stop e molto lunga, transita vicino a casa tua. Tramite internet sai che il tipo è secondo e decidi di andargli incontro. Quando lo incontri, scopri che sta zoppicando, ha male al ginocchio e parla della sua gara con rassegnazione perché sa che non la vincerà. Eppure ha deciso che la deve finire. Anche se non è neppure a metà percorso. Vuole arrivare al traguardo perché ha sempre detto alle sue bambine che ciò che si inizia va concluso. L’anno dopo ancora - il terzo di questa strana storia - ti ri-iscrivi alla gara e lui pure. Per due giorni vi allenate insieme; adesso ti basta stargli dietro. Le inventi tutte pur di riuscirci, sopratutto lo fai parlare, così rallenta un po’ e intanto ti racconta qualcosa di ciò che sa, visto che non è uno geloso dei suoi segreti. Scopri così che in una settimana dedica agli allenamenti lo stesso tuo tempo:

9 ore. Inizia la gara con le sue peripezie. Quando tagli il traguardo vieni a sapere che il tipo è arrivato 30 ore prima, secondo assoluto: nel tempo dei tuoi 10 passi lui ne ha fatti 4 in più. Eppure vi siete allenati lo stesso numero di ore. Tutto questo è successo veramente: a me. Grégoire Millet invece è il nome dell’altro personaggio di questa storia che si è svolta tra il 2010 e il 2012 in Valle d’Aosta. La gara si chiama Tor des Géants (TDG). Solo che questi non sono i titoli di coda perché, per come sono fatto, le 30 ore che Grégoire mi ha rifilato hanno imposto qualche riflessione. E qualche domanda. Siccome la più meschina di queste (è un ‘bombato’?) è esclusa per la disponibilità di Grégoire a sottoporsi a qualsiasi test medico gli venga proposto, in un giorno di marzo del 2013 - accogliendo un suo invito - sono andato a trovarlo a casa sua, in Francia. Mi interessava vedere come vive uno che arriva secondo al Tor des Géants. Ne ho approfittato per ascoltare le sue risposte a tutti i punti interrogativi che quelle benedette 30 ore hanno causato. Ciao Grégoire. Mi racconti una tua giornata ? «Vivo a Evian sulla riva francese del lago di Ginevra. Alle 7 prendo il traghetto per Losanna e alle 8 inizio la mia giornata (è il direttore dell’ISSUL - Istituto di Scienza dello Sport dell’Università di Losanna, ndr). Torno a casa verso le 7,30 di sera. Vivo con Armelle e ho tre figlie, di 19, 13 e 10 anni. Ho la fortuna di fare per lavoro ciò che è la mia passione. Sono pagato per fare ricerca e vengo valutato per questo».


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BIO Classe 1962, Grégoire Millet a 21 anni, dopo aver praticato sci di fondo, corsa e nuoto, scopre quasi per caso nel 1983 il triathlon. Nel suo palmarès un quinto posto a Nizza, un secondo a Embrun con record (ancora imbattuto) sulla maratona di 2h48’ e due titoli francesi. Nel 1988 interrompe la carriera per lasciare spazio agli studi e diventa allenatore. Nel 1993 è alla guida della nazionale francese di triathlon e successivamente di quella britannica che segue fino ai Giochi di Sidney 2000. Infine, prima di arrivare all’Istituto di Scienza dello Sport di Losanna, un’esperienza con Aspire, istituto di ricerca sullo sport e l’attività fisica di Dubai, dove ha seguito i triathleti di Hong Kong ed è venuto in contatto con l’allenatore brasiliano Carlos Cavaleiro, che ha avuto tra i suoi atleti Ronaldo Da Costa, primo uomo a correre una maratona a più di 20 km/ora. Tra i suoi risultati nel trail, oltre al secondo posto al Tor 2012 e al trentatreesimo al Tor 2011, un secondo posto al Trail du Tour des Fiz (63 km) 2011, in Francia, dietro a Francois d’Haene, vincitore dell’UTMB 2012, un primo a Un Tour en Terre du Jura (93 km in due tappe) 2011 e un tredicesimo alla durissima Montagn’Hard (115 km) 2009.


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STORIE

Quando hai iniziato ad allenarti per il TDG 2012? «Sono rimasto fermo fino a maggio a causa degli impegni di lavoro e per la necessità di rimettermi dall’infiammazione al tendine della fascia lata, ricordo del TDG 2011». Quanto pesavi quando hai ricominciato ad allenarti? «A maggio 2012 82 kg, nei tre mesi successivi ne ho persi 18». Cosa? «Sì, seguo una dieta che predilige l’assunzione di grassi insaturi... e bevo tanto succo di barbabietola. È un vasodilatatore naturale». Come hai organizzato i tuoi allenamenti? «In settimana non ho tempo di allenarmi, quando riesco faccio corsette da 45 minuti in piano. Tutti i giorni vado a lavorare a piedi (circa 45 minuti), da maggio ad agosto, e sia il sabato che la domenica, faccio circa 4-5 ore di lungo, ad andatura tranquilla, partendo il più in alto possibile e restandoci il più a lungo possibile. Per prevenire i problemi del 2011 ho adottato uno strapping che alleggerisse il carico della muscolatura anteriore della gamba. Nelle discese ho sempre usato una ginocchiera

studiata apposta per prevenire le infiammazioni alla fascia lata». Hai problemi a incastrare un simile programma con le esigenze della tua famiglia? «No, Armelle (sua moglie, una ex-nazionale di triathlon sulla quale - a suo dire - ha sperimentato tutte le sue teorie sull’allenamento) mi sostiene. E poi è solo per tre mesi…». Come hai impostato il Tor des Géants 2012? «Individuando tre aspetti in funzione dei quali organizzare tutta la preparazione: l’economia del gesto, la velocità ascensionale, la prevenzione dei problemi sorti nel 2011. Come risorse per realizzare lo scopo avevo la scelta dell’attrezzatura, l’organizzazione della mia squadra d’appoggio, l’impostazione degli allenamenti, la mia esperienza e la conoscenza di uno studio di prossima pubblicazione fatto da Lukas Oehen. Si tratta di un dottorando del mio Istituto, che ha determinato alcune conclusioni importanti per impostare la strategia della gara, in particolare la convenienza a effettuare i sonni in basso, sul finire della notte e prima di iniziare le salite. Grazie al lavoro di Lukas è emerso che la velocità di corsa subisce delle variazioni significative a seconda degli orari della giornata: di notte il calo della velocità è maggiore in discesa piuttosto che in salita. Anche il sonno gioca un

ruolo determinante: ho dormito rispettando il completamento dei microcicli del sonno (di circa 15 minuti- 45- 1h30’), possibilmente a bassa quota e sul finire della notte. Ho puntato sull’economia dello sforzo, fin dalla preparazione ho privilegiato questa qualità sacrificando forza e potenza aerobica: in concreto significa calare di peso e risparmiare tutto il possibile per avere attrezzatura leggera. Sotto questo aspetto anche la conoscenza del percorso è fondamentale. Per fare un esempio: sapere dove si trovano le fontane può permettere di riempire una borraccia con giusto il necessario per arrivare fino a quel punto. Ho curato tantissimo i dettagli. Il TDG si gioca anche sulla durata delle soste; i primi trascorrono lì il 5 per cento del tempo di gara, ed è importante ottimizzarle al meglio. Cerco di arrivarci riposato, rallentando prima per facilitare la digestione di ciò che mangerò e le sfrutto per massaggiare i piedi, cambiare le calze e sistemare ciò che occorre». Usi i bastoncini? «Sì, secondo me in salita sono molto importanti per l’economia del gesto». Credi sia pericoloso andare in montagna tagliando sui pesi, abbigliamento pesante incluso? «Può esserlo se non riesci a sfruttare la velocità che ti consente proprio la leggerezza. Al TDG è possi-


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bile impostare l’attrezzatura in questo modo perché le distanze tra i punti d’appoggio sono ridotte, ma resta un gioco pericoloso, che richiede esperienza e una conoscenza dettagliata del percorso». Come riassumi il tuo TDG 2012? «È stata la messa in pratica di ciò che avevo pianificato e non ho fatto errori. Ma sarebbe riduttivo ricondurre tutto alla semplice realizzazione di un progetto: il TDG 2012 rappresentava la festa dei miei 50 anni e il punto d’incontro dei tre valori importanti sui quali poggia la mia vita: la famiglia (trasformata nella mia equipe d’assistenza), il lavoro (la verifica delle mie teorie scientifiche), l’amore per lo sport e tutto ciò che implica». Sei stato criticato per la squadra di assistenza. «Nel regolamento del Tor l’assistenza non è nominata, quindi è permessa. Sono stato criticato anche per la banane (traduzione: il marsupio) che ho preferito allo zaino. Trucchi e astuzie fanno parte del gioco, aggiungo che ne parlo volentieri. È la mia stessa professione che mi porta a voler divulgare ciò che scopro. Ho proposto a Pietro Trabucchi (psicologo dello sport, autore di due libri di successo sugli aspetti motivazionali nel trail, veterano del TDG, ndr) di scrivere un libro per divulgare ciò che sappiamo di questa gara, lo farei gratuitamente». Mi racconti il tuo passato da atleta? «Tra il 1985 e il 1988 ho fatto triathlon ad alto livello, ero in nazionale e sono stato campione francese sia nella distanza olimpica che lunga». Cosa studi? «Mi occupo del rapporto tra altitudine e tecniche d’allenamento. Faccio parte della commissione del CIO incaricata di determinare lo stato dell’arte

sull’argomento. Lavoro qui a Losanna dal 2008. Ho preso il PhD in fisiologia nel 1999 a Montpellier alla fine del periodo in cui ho fatto l’allenatore» Hai fatto l’allenatore ? Non lo sapevo... «Quando ho smesso di fare l’atleta, nel 1988, ho iniziato ad allenare. Prima la nazionale di triathlon francese, poi mi hanno chiamato gli inglesi (nel periodo d’oro di Simon Lessing, cinque volte campione del mondo di triathlon olimpico, ndr). Ho lavorato anche nel mezzofondo in Qatar e a Hong Kong».

Non so dirvi cosa gli passi per la testa ma l’impressione è che pensi a come migliorare la strategia di corsa. Poi continua: «È per questo che mi sono messo a fare ricerca. Nello sport la scienza è importante…» Il triathlon e l’atletica sono ambiti dove il doping può fare la differenza. «Lascia perdere... In due occasioni dei miei atleti hanno perso il titolo mondiale grazie a gente poi risultata positiva. Nei miei lavori non mi occupo direttamente di lotta al doping e non voglio entrare nel merito dell’argomento; posso dirti che, per il lavoro che faccio, considero il doping come un ostacolo al miglioramento delle tecniche di allenamento: si può andare forte senza doparsi. È uno dei messaggi che vorrei divulgare con il mio secondo posto, a 50 anni, al TDG». Farai il prossimo Tor? «Sì, gli organizzatori mi hanno invitato! Il TDG

2013 vorrei usarlo per raccogliere altri dati utili ai miei studi, magari con misurazioni direttamente sul percorso, non solo nelle basi-vita come gli anni scorsi. Per ora si tratta solo di un progetto». Ma in gara? «Sì, così non ci saranno polemiche sul marsupio... ». (risata) È pericoloso il Tor? «Sì, se non sei allenato è pericoloso sottoporre il corpo a uno sforzo simile». Toglimi una curiosità. Qual è la qualità distintiva di un atleta di talento? «Negli sport di resistenza? La voglia di allenarsi, il desiderio di farlo sperimentando». Mentre mi parla continua a confrontare i suoi tempi parziali con quelli degli altri concorrenti; a volte tace sovrappensiero. Non so dirvi cosa gli passi per la testa ma l’impressione è che pensi a come migliorare la strategia di corsa. Poi continua: «È per questo che mi sono messo a fare ricerca. Nello sport la scienza è importante…». Proprio così: la scienza è importante. Come se bastasse quella a spiegare le 30 ore che mi ha rifilato… È con questo tarlo un po’ ossessivo e sicuramente irrisolto in testa che vado verso l’auto, pronto a iniziare il viaggio di ritorno. Per un istante mi concentro sul rumore del motore che ho appena avviato, è un flash: «non penserai mica di aver la stessa cilindrata di Grégoire?». Già... Mi scappa pure un sorriso, è un po’ amaro, ma almeno il tarlo non so dove sia finito, l’importante è che non ci sia più; il Tor è bello in sé, ero così preso dalla menata delle 30 ore che l’avevo dimenticato. Quasi quasi il prossimo anno lo rifaccio. (Se mi estraggono).

Nell'altra pagina. Gregoire accompagnato sul traguardo del TDG 2012 da tutto il suo team. familiare. A fianco. Gregoire in azione nell'ultima edizione del TDG ©Stefano Torrione. Sopra. Millet di fronte all'Istituto di Scienza dello Sport dell'Università di Losanna.


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SICUREZZA testo: Fabio Menino

Allenarsi per correre senza pericoli Gli incidenti degli ultimi mesi hanno portato il trail sui mass media. Abbiamo chiesto a un precursore dello skyrunning come Fabio Meraldi alcune considerazioni sull'argomento

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io malgrado, negli ultimi sei mesi ho partecipato a due manifestazioni in cui si sono consumate altrettante tragedie mortali che hanno colpito l’ambiente dell’outdoor running nello stesso arco temporale. In Spagna, al Cavalls del Vent di fine settembre, ero presente come membro della commissione atleti della ISF (International Skyrunning Federation) e ho osservato la gara in due diversi punti del percorso. Alla Maremontana di domenica 24 marzo, invece, ho corso nella distanza inferiore, quella di 25 km. In questi mesi, inoltre, ho appreso e letto notizie in merito ai decessi di altri tre concorrenti nel tragico mese di ottobre, rispettivamente al Tartufo Trail in Italia, alla Tenerife Blue Trail in Spagna e alla Diagonale des Fous sull’isola francese della Réunion. Si tratta di cinque situazioni molto differenti, con una morte da ipotermia, due da arresto cardiaco, una da incidente e, l’ultima, ancora in via di definizione. In Italia, quanto successo in particolare alla Maremontana, ha generato

un'onda mediatica alquanto rilevante se rapportata alla popolarità del trail. Il verdetto da parte dei media non specializzati è stato pressoché unanime nel circoscrivere l’accaduto all’imprudenza dei partecipanti, degli organizzatori o di entrambi, in base ai gusti personali di chi ha trattato l’argomento. Parte del grande pubblico ha quindi conosciuto la gara tramite alcune testate giornalistiche tradizionali o web e alcune televisioni, che l’hanno banalmente svenduta come totalmente priva di regole, estrema e quindi assolutamente pericolosa. Più di una volta mi sono chiesto se quanto accaduto negli ultimi sei mesi, e in particolare le tragedie riconducibili a un contesto di meteo difficile, sia imputabile al fato, all’imprudenza e negligenza o a una combinazione di questi fattori. Per più di tre anni, dal giugno del 2009, quando tre concorrenti persero la vita al Mercantour in Francia, non c'è stata nessuna tragedia di questa portata. Tre anni di tregua, arrivando da un biennio molto difficile. Oltre al già citato Mer-

cantour, infatti, nel 2008 morirono due atleti alla Zugspitz-Extremberglauf, in Germania, sempre per cause imputabili al freddo. Tre lunghi anni in cui il numero delle manifestazioni e dei partecipanti è cresciuto in modo importante e in cui il meteo ha continuato a fare il suo corso, spesso con anomalie fuori stagione come, per esempio, nel caso dello Chaberton 2009, della CCC 2010 e della stessa CCC, UTMB e TDS 2012. Aggiungerei alla lista poi almeno tre o quattro manifestazioni a cui ho partecipato e che si sono svolte interamente o quasi sotto la pioggia e con temperature abbastanza rigide. Eppure, in questi tre anni, quanto accaduto alla Zugspitz e al Mercantour sembrava essere più che altro una coincidenza difficilmente ripetibile. Rimanendo in ambito italiano, prima dello scorso autunno i ricordi rimandavano al 2005 quando una concorrente perse la vita nel corso dell’undicesimo Trofeo Kima a seguito di una caduta e scivolata su una roccia bagnata. Per quanto riguarda la morte da ipotermia, invece, si deve andare indietro ad-


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dirittura di 26 anni quando, nell’ottobre del 1987, l’italiano Silvio Piumetti morì nei pressi del Col de La Seigne durante la prima edizione della Super Marathon du Mont-Blanc, corsa a tappe attorno all’intero massiccio del Monte Bianco. Nonostante in due di queste situazioni mi trovassi sul posto, devo ammettere che non sono ancora riuscito a farmi un’idea precisa e univoca per capire se le due circostanze siano imputabili o meno a eventuali errori o responsabilità e, di conseguenza, se esistano rimedi auspicabili. L’unico aspetto che in coscienza mi sento di ammettere è che in entrambi i casi, se fossi stato io a dover decidere, non avrei annullato la partenza di nessuna delle due manifestazioni in quanto per me le condizioni meteo non erano estreme. Ed è per questo motivo che ho sempre preferito non scrivere nulla, lasciando spazio, apparentemente in modo cinico, alle sole vicende più prettamente sportive. Alla ricerca di una qualche risposta che abbia un senso, ammesso che esista, ho provato a chiedere un parere a qualcuno più competente di me in materia. Istintivamente, il mio pensiero è subito ricaduto su Fabio Meraldi, classe 1965, di professione Guida Alpina, fortissimo atleta che ha primeggiato nello skyrunning e nello scialpinismo negli anni ’90. Al suo attivo, tra le molte, con gli sci 10 vittorie alla Pierra Menta, sei al Sellaronda, due al Tour du Rutor, una al Mezzalama e alla Mountain Attack e, a piedi, due vittorie al Trofeo Kima, al Sentiero 4 luglio e alla Cervinia Skyrace, una al Giir di Mont, Sentiero delle Grigne e alla Dolomites Skyrace. È stato uno dei precursori dello skyrunning con un secondo posto alla Alagna-Monte Rosa nel 1992 e un terzo alla Everest Skymarathon nel 2003. È detentore del record di salita allo Shisha Pangma (8.013 m) con Ollè e all’Aconcagua (6.959 m) con Bruno Brunod e Jean Pellissier, e di ascesa e discesa al Monte Kenia (4.985 m), al Monte Bianco (4.810 m) da Courmayeur e al Monte Rosa (4.559 m) da Alagna. Per il suo trascorso di atleta e per la sua attuale professione, difficile individuare una persona che abbia più competenza in materia rispetto a Meraldi. Ciao Fabio, prima di tutto ci puoi rassicurare sulle tue attuali condizioni fisiche dopo l’infortunio di gennaio? «Ora incomincio a intravvedere il sole, anche se sono ancora in ospedale, alla soglia dei tre mesi. Vabbé, vorrà dire che quando uscirò sarà tutto a posto, ma al momento i medici non si sono sbilanciati sulla mia dimissione…». Hai seguito gli ultimi tragici avvenimenti nel mondo dell’outdoor running? «Erano notizie pubbliche che ho seguito con il mio iPad».

CURIOSITà

Il calore prodotto dai top runner e dagli atleti normali Un contributo utile a comprendere le problematiche legate all'ipotermia ci giunge anche dagli studi condotti da Mountain Fitness, il progetto della FSA. A prescindere dal materiale obbligatorio base di ciascuna gara, non si può fare a meno di considerare le differenze tra gli atleti di alto livello e quelli medio o poco allenati. C'è sicuramente un’esposizione più prolungata a situazioni di stress da parte di questi ultimi. C’è infatti un bella differenza a stare 3 ore piuttosto che 6 ore al freddo o sotto la pioggia. Ma il cambiamento più significativo è nel calore prodotto da un atleta d’elite che viaggia a un ritmo di 900/1000 kcal ora mentre un atleta normale o poco allenato è in grado di viaggiare a 500/600 kcal ora. Anche se il dispendio metabolico totale, e calore prodotto, è inferiore nell’atleta d’elite il costo unitario/minuto è quasi doppio e ciò genera la necessità di smaltire più calore e, quindi, una minore protezione dal freddo. Ovviamente, però, in caso di forzata sospensione della corsa, le differenze si riallineano e da qui l’opportunità che il kit di emergenza sia uguale per tutti.

Ti sei fatto una tua idea al riguardo? «Il mio punto di vista, sulla base delle notizie lette e ascoltate, è che non è stato piacevole vedere così tante persone correre in condizioni davvero estreme. Poi, per dare un parere da professionista, sempre per quanto appreso dai media, con le condizioni meteo così incerte l'organizzazione doveva valutare più attentamente la partenza di così tante persone». Nella tua lunga carriera di atleta, ti sei mai trovato in condizioni difficili in gara? «Personalmente, sarò stato fortunato, ma, se si esclude la giornata no, per il resto devo dire che è sempre andato tutto alla grande». Secondo te avere conoscenza ed esperienza della montagna è un elemento imprescindibile? «Fa parte della montagna stessa il fatto di frequentarla con conoscenza. Questo porta poi all'esperienza e automaticamente alla sicurezza, cosa che ogni atleta e organizzatore dovrebbe valutare al massimo».

Dalle vostre imprese nello skyrunning, all'inizio degli anni ’90, a oggi, è cambiato qualcosa nell’approccio alla disciplina? «Gli atleti sono aumentati, per fortuna, così le aziende stanno investendo tanto. Il cambiamento grande è che è cresciuto il livello tecnico dei partecipanti, tutti si preparano per dare il meglio di sé e questo piace a sponsor e aziende. Gli atleti poi s’informano nel scegliere la gara meglio organizzata. Nei miei anni di atleta io mi dedicavo al cento per cento all’essere sempre al top! Cosa non facile perché tutto ruotava intorno alla preparazione e condizionava spesso anche il lavoro e la famiglia, ma era il mio modo di vivere!». Da guida e da atleta hai qualche consiglio pratico per i meno esperti? «Mi ripeto, ma il miglior consiglio sta nella preparazione, l'allenamento è davanti a tutto se si vuole essere in condizione di correre in sicurezza. Io ho dedicato davvero tanto tempo ad allenarmi e aggiungo che anche per l’alimentazione ho avuto sempre un’attenzione particolare». E per gli organizzatori? «Di avvalersi sempre di un professionista della montagna, ovvero di guida alpina, e riservare sempre un trattamento benevolo agli atleti, pacco gara…». Hai una tua idea in merito all’annosa questione del materiale obbligatorio in gara? «La gestione del materiale deve essere semplice, una parte obbligatoria e il resto da gestire di volta in volta. La federazione supporta già le organizzazioni e segnala le linee guida da seguire». Qual è il giusto equilibrio tra la responsabilità degli organizzatori e quella degli atleti? «Qui entriamo in un argomento molto particolare. Gli organizzatori assicurano la gara e gli atleti, ma è l'atleta che deve avere il buon senso di conoscere i sui limiti. Mi permetto di dire che le gare nascono perché ci sono persone appassionate che si prestano a organizzare queste stratosferiche competizioni e vanno alla ricerca di sponsor, ma alla fine resta ben poco se non la soddisfazione di aver visto felice tanta gente». A margine di questa chiacchierata sulla sicurezza, una mia curiosità personale. Il momento e l’immagine più belli di tutta la tua carriera? «Sono stati tanti, ogni gara o grande allenamento mi hanno regalato momenti unici e indelebili, dire la più grande a distanza di tanti anni non è facile. Il Kima sicuramente mi ha segnato più di una volta, sia fisicamente che nell'anima, ma anche le altre gare il mio cuore le porterà con sé fino a quando ci sarò».


TeAraroa

I l lungo viaggio 3 . 0 5 4 c h i l o m e t r i i n 5 3 g i o r n i , d a l l ' e s t r e m o n o r d a l l ' e s t r e m o s u d d e l l a N u o va Z e l a n d a l u n g o i l T e A r a r o a , i l ' m i t i c o ' s e n t i e r o c h e at t r av e r s a i l Pa e s e d e i K i w i . U n a c o r s a c o n t r o i l t e m p o p e r s c o p r i r e u n a t e r r a u n i c a e r i t r o va r e s E s t e s s i . S e n z a fa r s i m a n c a r e u n a t r av e r s ata i n k aya k l u n g o u n o d e g l i s t r e t t i p i ù p e r i c o l o s i d e l m o n d o. J e z B r a g g h a s c r i t t o i n e s c l u s i va p e r S k i -a l p e r l a s u a i n c r e d i b i l e av v e n t u r a testo: jez bragg T R A D U Z I O N E : C L A U D I O P R I M AV E S I F O T O : D A M I A N O L E VAT I

24 ore

Viaggio Roma - Auckland

267.710 km²

superficie Nuova Zelanda

36°S 174°e

Coordinate di Auckland


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TE ARAROA

90 MilesBeach - Cape Regina

è il punto di partenza di Te Araroa. Jez inizia la sua avventura in uno dei luoghi più belli della Nuova Zelanda. 90 Miles Beach è un posto unico. Una spiaggia lunga quasi 100 chilometri e prima tappa del Te Araroa che Jez supera in un solo lungo giorno.

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i ricordo molto bene il momento. Quattro anni fa, in una fredda e buia serata invernale, stavo 'bighellonando' sul web alla ricerca di idee per future avventure di corsa outdoor. Sono sicuro che tanti di voi si saranno trovati in una situazione simile: un click del mouse e ti senti all'improvviso coinvolto in qualcosa di grande, è spaventosamente facile. È stato allora che mi sono imbattuto per la prima volta nel sito del Te Araroa e, anche se non è stato veloce come un click… mi è bastato il tempo di leggere la presentazione per convincermi. Volevo correrlo. Allora il sentiero non era ancora stato completato e, pezzo dopo pezzo, sarebbe nato un incredibile itinerario off-road per coprire gli oltre 3.000 chilometri dal punto più a nord della Nuova Zelanda, nell'Isola del Nord, fino all'ultimo lembo dell'Isola del Sud. Il suo nome è Te Araroa, il lungo sentiero in lingua Maori. La Nuova Zelanda dall'inizio alla fine, tutta off-road, poteva essere più bello? La mia idea di correre lungo questo sentiero non era tanto legata al desiderio di compiere un'impresa di più giorni e su lunghe distanze ma piuttosto una gran voglia di esplorare la Nuova Zelanda lungo questo itinerario epico. La passione e la determinazione hanno giocato un ruolo importante nel determinare il successo della spedizione.

Una volta scoperto Te Araroa, mi sono collegato spesso al sito per vedere se era stato completato il percorso. Inizialmente non veniva segnalata una data di apertura ma solo un'indicazione che i lavori procedevano velocemente; poi, nell'estate del 2011, il Te Araroa Trust improvvisamente ha annunciato l'apertura per dicembre 2011. È stato allora che ho deciso di muovermi velocemente. Per puro caso l'annuncio del Trust è coinciso con il periodo nel quale si possono mandare le richieste a The North Face per il finanziamento delle spedizioni. Come membro del Global Athlete Team sono incredibilmente fortunato perché posso chiedere risorse per realizzare le mie avventure. Chiaramente non ci sono garanzie di ottenere il finanziamento e la competizione con gli altri atleti è feroce, ma sapevo che questa era la mia sola opportunità e ho presentato molto velocemente la richiesta. Sono stato subito appoggiato da mia moglie Gemma ma in realtà ho pensato poco ai dettagli perché non credevo veramente di avere successo, pensavo non valesse la pena di eccitarmi troppo. Invece sono stato ammesso al 'round 2' e ho potuto promuovere la mia idea direttamente in azienda. Sembravano esserci delle buone possibilità e, ancora una volta, nel giro di poco tempo, il finanziamento è stato confermato. Così è iniziato un anno in-

tero di programmazione e preparativi per l'avventura di una vita. L'importanza dell'equipaggio La mia prima sfida è stata trovare un 'equipaggio' e la striscia fortunata è continuata. Mio suocero, Mark Taylor, si è subito fatto avanti e poi ho scovato uno dei miei più vecchi amici, James Ashwell, per completare il gruppo. Insieme sono stati un mix perfetto, difficile da mettere insieme. Certo, un viaggio pagato per la Nuova Zelanda è un buon motivo per accettare, ma c'era tantissimo lavoro da fare prima e durante la spedizione. Potevo solo sperare che avessero capito a che cosa sarebbero andati incontro. L'obiettivo principale era quello di stabilire un nuovo record di velocità sul Te Araroa Trail, correndo da nord a sud sulla distanza ufficiale di 3.054 chilometri. Anche se è prevalentemente un sentiero da correre o camminare, il Te Araroa comprende dei tratti importanti in kayak per superare le tante interruzioni causate dagli estuari dei fiumi sulla costa orientale dell'Isola del Nord, la baia di Auckland, il fiume Whangaui e il lago Wakatipu. E poi c'era il tratto tra le due isole, il famoso e imprevedibile Stretto di Cook. Una terra di nessuno riempita di acqua. A un certo punto anche lo stretto è diventato parte del progetto.


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Pericoli e difficoltà

Le ferite sulle mani testimoniano i pericoli e le difficoltà affrontate durante le tappe in montagna. Trascinato dalla corrente impetuosa di un torrente in piena Jez è riuscito salvarsi aggrappandosi alle rocce.

Pianificazione e quotidianità

Jez dopo i primi giorni ha trovato la sua alimentazione ideale, semplicemente ciò che mangia normalmente a casa ma in grande quantità. L'ottima cucina del suo amico Jamie è stata un supporto essenziale.

Un'impresa che non molti kayaker avrebbero tentato, anche da sola, immaginiamo 'impacchettata' tra due corsette sulle isole e con percentuali di successo inferiori al dieci per cento. Era strano, la parte relativa allo Stretto di Cook era quella con meno probabilità di successo ma mi gasava moltissimo e la mia determinazione era al massimo. Però dentro di me ho sempre saputo che probabilmente era un passo troppo lungo e per questo non ne parlavo, a meno che qualcuno non mi portasse espressamente sull'argomento. In pochi mi hanno chiesto: «Come farai ad attraversare lo stretto di acqua tra le due isole?». In quel caso, molto impacciatamente, ho spiegato nel dettaglio la mia idea… Arrivare al via è stata già un'impresa. Il viaggio è stato lungo e noioso, anche perché abbiamo deciso per un trasferimento no-stop. L'attrezzatura era tanta e in buona parte l'abbiamo spedita in anticipo, con tutte le precauzioni del caso. Però tutto ha funzionato bene fin dall'inizio, dalla ricerca del camper, allo sdoganamento della merce sotto gli occhi delle pignole guardie di frontiera neozelandesi. Pochi giorni dopo essere atterrati ad Auckland, eravamo in strada verso il nord per dare il via alla spedizione. Una data simbolica Avevo stabilito di partire il 12/12/12… per l'unica

ragione che mi sembrava la data giusta e solo per caso ho scoperto che era anche una data memorabile. Il mio primo consiglio è quello di iniziare un'avventura di questo tipo puntuali, qualcosa che nel nostro caso non è purtroppo successo. Tre sveglie hanno fatto cilecca alle 4 del mattino del primo giorno e sono stato io il primo a svegliarmi, nel panico, un'ora più tardi. Non c'è niente di meglio di un po' di adrenalina per mettersi in moto, anche se ne avrei fatto volentieri a meno. Certo, alla fine non sarebbe cambiato un granché partire un'ora prima o dopo, ma avevo in mente Ninety Mile Beach e volevo correrla tutta con la luce del giorno nella prima giornata. Così, in fretta, siamo arrivati al faro di Cape Regina e al cartello giallo pronti per partire alle 7 in punto. A proposito, come si inizia un'avventura come questa? In realtà senza dare spazio alla teatralità; una semplice stretta di mano con i ragazzi del team e via... I primi chilometri mi hanno dato subito un'idea di quello che già avevo in testa. Il promontorio di Cape Regina ha presto lasciato spazio ad ampie e deserte spiagge di soffice sabbia e poi ancora a morbide dune. Ci sono stati anche dei tratti di sentiero nei prati verdi, passaggi sulle assi di legno e tra le rocce. La Nuova Zelanda si è presentata in tutta la sua semplice bellezza rurale. Non sembrava vero, ma ci sono cascato subito. Ho affrontato

Video Puoi vedere i due filmati realizzati da Story.teller Collective: il primo racconta la prima fase del Te Araroa sull'Isola del Nord, il secondo la traversata in kayak dello Stretto di Cook e il percorso lungo l'isola del Sud. http://vimeo.com/stcollective Si possono vedere direttamente sul vostro smartphone inquadrando i QR code sottostanti.

subito una lunga serie di spiagge, non 90 miglia come dice il nome, ma almeno 50. Ho corso nell'orizzonte senza fine per 11 ore per un totale di 101 chilometri nel primo giorno. Sapevo che non sarebbe stato sempre così. La sabbia piatta e compatta è facile come l'asfalto e l'idea era proprio quella di macinare più chilometri possibile all'inizio. Chiaramente il secondo giorno è stato tutto diverso e ho dovuto abituarmi al tipico terreno del Te Araroa: aspro, insolente, imprevedibile e spesso lento, con diversi tratti nella foresta. Sull'Isola del Nord era fitta, calda, umida, incredibilmente fangosa e sembrava proprio una foresta tropicale anche se tecnicamente non lo era. Nella

Su www.thenorthfacejournal.com informazioni sulla spedizione, foto, video e il blog di Jez


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TE ARAROA - NUOVA ZELANDA

Pirongia National Forest.

Le foreste native neozelandesi sono una vera e propria esplosione di piante esotiche. Il cielo è completamente nascosto dalle foglie e le radici rendono quasi impossibile correre. Per Jez le giornate nei boschi si sono rivelate più impegnative del previsto.

Determinazione

Jez corre sotto la pioggia vicino a Pureora dopo due giorni di isolamento nei boschi. Non è solo una questione di allenamento, la determinazione è stata una delle caratteristiche che hanno contraddistinto l'impresa di Jez.


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Richmond Range

Jez guada un piccolo torrente nel Richmond Range. Jez ha dovuto affrontare anche corsi d'acqua piĂš grandi, resi molto pericolosi dalle forti piogge che causano piene improvvise.

Tongariro National Park La stanchezza estrema si manifesta in modo improvviso. Basta un attimo di pausa perchĂŠ Jez cada addormentato di fianco ad un sentiero frequentato dai turisti nel Tongariro National Park.


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TE ARAROA

Auckland

Il Te Araroa attraversa il centro di Auckland, una parentesi di folla e palazzi per Jez, dopo l'isolamento delle spiagge e dei boschi.

Isola del Sud l'ambiente era più secco ma il sottobosco rallentava molto la marcia. E graffiava… In ogni caso le foreste sono molto selvagge e apparentemente senza fine tanto che a volte ho passato intere giornate nella vegetazione che ricopre le montagne fino in vetta. Il GPS Garmin Oregon è stato il mio migliore amico, incollato alla mano e fonte di conforto. Il percorso è sempre ben segnato (che lavoro!) ma la foresta tende a disorientare, perché sembra tutto uguale. In più di un'occasione mi sono perso, poiché il sentiero era ostruito da alberi caduti e mi sono anche ritrovato a tornare sui miei passi, nella direzione sbagliata. È così facile quanto tutto è uguale e tremendamente demoralizzante! Ho cercato di incontrarmi con il team quando il sentiero incrociava una strada, dove potevano raggiungermi in camper o a piedi, e una volta l'hanno fatto anche con un elicottero. Se mi trovavo su una strada di ghiaia, senza nessun limite alla circolazione, allora gli incontri avvenivano ogni 10 chilometri, oppure ogni ora. Era la condizione ideale perché volevo mantenere il livello energetico alto 'mangiucchiando' spesso, anche se non è stato facile. A volte sono rimasto solo per 120 chilometri, per esempio nei parchi nazionali o in aree molto selvagge. In queste situazioni mi sono portato dietro il set tipico del trekker e del campeggiatore con tenda, sacco a pelo, cibo, fornello per essere autosufficiente. Però anche le sessioni giornaliere con un comodo letto nel camper sembravano senza fine e i guadi di fiumi, spesso controcorrente, erano all'ordine del giorno.

Correre nella natura… e nelle città Molti dei miei luoghi preferiti si trovano nella parte settentrionale dell'Isola del Nord, una zona che molti viaggiatori tralasciano, preferendo il sud, a partire da Auckland, o direttamente l'Isola del Sud. Onestamente è difficile stabilire da dove iniziare in un Paese così spettacolare e pieno di meraviglie naturali. Il clima nella parte nord è sub-tropicale e quindi piuttosto piacevole lungo il tratto costiero della Bay of Islands. Più a sud la parte intorno a Auckland è molto abitata (secondo gli standard neozelandesi) ma basta uscire appena dai sobborghi per trovarsi nella bellezza della natura. Il Te Araroa è stato volutamente tracciato in modo da passare nelle città, per esempio nel cuore di Auckland, Wellington e Hamilton. Ho apprezzato moltissimo questi sprazzi di civiltà: avere degli spezzoni di vita normale, incontrare chi portava a passeggio il cane sulla spiaggia o chi faceva jogging. «Se solo sapessero…» era il mio pensiero ricorrente in questi frangenti. Ma come potevano? L'altra esperienza piacevole è stata quella di sentire i suoni della città e osservare gli scorci più suggestivi di Auckland e Wellington: l'architettura, i parchi, gli stadi, gli edifici storici. Un'esperienza che ha arricchito il viaggio. La maggior parte degli attraversamenti di estuari dei fiumi si trova nella parte iniziale del sentiero, sulla costa orientale, a nord di Auckland. Si passa da innocui guadi di 100 metri a risalite di oltre 15 chilometri. Non ho attraversato questi corsi d'acqua senza ragione, è la mappa stessa a segnalarli come parte integrante del percorso. Ci sono due opzioni: superarli in barca o a piedi. Io ero risoluto a portare

Jez Bragg

sole, acqua, foreste e radici taglienti, pagaiate ma soprattutto tanti chilometri di corsa: il volto di Jez è cambiato più volte durante questa incredibile avventura. Quella che è sempre rimasta immutata è la determinazione che si può leggere nei suoi occhi.

a termine il mio viaggio solo con la forza umana, quindi mi restavano due possibilità: l'itinerario segnato nella mappa, con il kayak, oppure un percorso alternativo. Eravamo tutti preparati all'opzione kayak che ha richiesto un pianificazione dettagliata, compito di Mark. È un kayaker marino molto competente e mi ha insegnato tutto quello che so in materia. Dopo tutta quella corsa, il kayak è stato per me un piacere, un'opportunità per fare riposare i piedi e impegnare il corpo in maniera diversa. C'era qualcosa di molto rilassante nel galleggiare sull'acqua, qualcosa che la mia mente apprezzava dopo gli intensi giorni di corsa. L'unica eccezione è stata l'arrivo nella baia di Auckland, in centro, perché c'erano molte barche di grandi dimensioni da evitare. La mia marcia sull'Isola del Nord è stata migliore di quanto avrei potuto immaginare. Il fisico ha risposto senza grossi problemi all'esigenza di lunghe giornate sempre di corsa. Parlando con alcuni amici che hanno fatto imprese simili mi avevano detto


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Stretto di Cook

Jez, il suocero Mark e la guida neozelandese Tim arrivano a Ship Cove, dopo la traversata in kayak dello Stretto di Cook.

che la prima settimana sarebbe stata cruciale. È il periodo nel quale il corpo si adatta alla routine quotidiana, impara a recuperare in fretta e… il mal di gambe mattutino è al massimo. Dopo questo piccolo periodo iniziale ho riscontrato infatti notevoli cambiamenti. Il corpo ha risposto incredibilmente bene, sotterrando le poche preoccupazioni rimaste. Ero così focalizzato mentalmente sull'obiettivo che la mente non lasciava possibilità di scelta al corpo. Non c'è stato nessun ritardo importante sull'Isola del Nord tranne qualche tappa più corta del previsto a causa del terreno difficile. Dopo essere passati dalla costa occidentale a quella orientale, dopo Auckland, il percorso tocca alcuni scenari mitici, ricchi di vette avvolte dalla vegetazione e la zona di Tongariro, nella regione dei vulcani. Un momento che ricorderò è quello della partenza per la discesa sul fiume Whanganui attraverso l'iconico Bridge to Nowhere, un nome che ricorda la difficoltà di accesso a piedi. Mark è salito in jet boat lungo il fiume per incontrarmi e, dopo un notte accampati sulla riva del fiume, siamo partiti per un viaggio di più di 110 chilometri seguendo la corrente, verso la costa. Con uno stile di kayak 'aggressivo' abbiamo coperto la distanza in un giorno e mezzo che è decisamente meno di quanto suggerisca qualsiasi guida. Ho alternato il kayak alla corsa, direi una cinquantina di chilometri sull'acqua e una quarantina a piedi. Sono stati proprio gli spostamenti tipo questo che mi hanno permesso di arrivare a Wellington così velocemente, con i 1.623 chilometri dell'Isola del Nord coperti in 25 giorni, a una media di 64 chilometri al giorno.

A me lo Stretto di Cook! Il momento più bello del viaggio è stato l'avvicinamento a Wellington attraverso una collinetta chiamata Colonial Knob (457 m). È stato allora, mentre il sole tramontava dopo una giornata serena, che ho potuto vedere per la prima volta l'Isola del Sud con lo Stretto di Cook proprio davanti a me. Questo momento sintetizza tutto un viaggio e il significato della mia impresa. Avevo attraversato l'Isola del Nord, mi trovavo davanti allo Stretto di Cook, che avrei percorso in kayak nei giorni seguenti e subito dopo, ad attendermi, c'era l'Isola del Sud. Mentre mi avvicinavo alla fine dell'Isola del Nord, tenevamo d'occhio le previsioni meteo sapendo che avrebbero determinato il successo o l'insuccesso dell'attraversamento dello stretto. Avevamo visto che c'era una finestra positiva tra sabato e domenica e la conseguenza sono stati un paio di giorni a ritmo sostenuto per arrivare in tempo. Purtroppo il sabato mattina c'era ancora un po' di strada da fare e nel pomeriggio le condizioni nello stretto sarebbero peggiorate, ma anche alle 5 di mattina del giorno seguente le previsioni sembravano buone. La partenza prima dell'alba ha funzionato e abbiamo completato una traversata in kayak di 44 chilometri in uno dei tratti di mare più pericolosi del mondo, ammarando al monumento di Captain Cook a Ship Cove, che è la partenza del Te Araroa sull'Isola del Sud. Mark mi ha accompagnato e siamo stati guidati da Tim Taylor, che era senza dubbio la persona meglio attrezzata in Nuova Zelanda per supervisionare la nostra traversata, visto che aveva circumnavigato in ka-

yak le due isole un paio di anni prima. Alle 2.30 del pomeriggio, dopo aver combattuto con le imprevedibili condizioni per le quali lo stretto è famoso, l'avevamo dominato e ci siamo concessi un barbeque preparato da James, che aveva fatto il lungo viaggio con ferry, taxi boat e a piedi. Purtroppo però non c'era il tempo per una siesta al sole perché mi mancavano 25 chilometri di corsa lungo il bel Queen Charlotte Track per arrivare a una strada e a un posto dove dormire. Ship Cove è tropicale e idilliaca, con sabbie bianche e acque turchesi, ma i 71 chilometri del Queen Charlotte Track che vengono dopo sono ancora più belli, con sentieri panoramici su strette penisole che si tuffano nell'oceano. Non è difficile capire perché questo sentiero è tra i 'nove trekking più belli'. Mentre il livello di eccitazione saliva, i primi passi sull'Isola del Sud si sono rivelati tra i più duri. Mi sono ritrovato subito nel Richmond Range con 120 km in tre giorni di corsa su terreno alpino molto impegnativo, seguiti da due giorni e mezzo per 120 km attraverso il Nelson Lakes National Park lungo il Waiau Pass Track e ancora due giorni per percorrere 75 km nel Lake Sumner National Park lungo l'Harper Pass Track. Questi tratti sono stati duri, molto duri e il terreno davvero aspro. Per cercare di fare un buon numero di chilometri al giorno ho anticipato la partenza prima dell'alba e arrivavo verso mezzanotte. Ho apprezzato il terreno e la natura, così come la possibilità di utilizzare la mia tecnica alpina e l'esperienza ma ho anche sviluppato un senso di frustrazione perché non riuscivo a muovermi più veloce, ostacolato da sentieri inesistenti e dalla difficoltà di rifornirmi di cibo.

Il Te Araroa non attraversa la Nuova Zelanda lungo una linea retta, ma connette i sentieri e i luoghi più belli. Per questo lo sviluppo complessivo è quasi il doppio


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TE ARAROA

Malattia e fatica

Nella foto in alto, dopo la malattia Jez deve affrontare una delle tappe più dure, la traversata del Two Thumbs Range. Tre giorni in alta montagna senza nessun sentiero marcato, obbligato ad una progressione lenta a causa della vegetazione alta fino al ginocchio. In basso: il momento tanto atteso, l'arrivo a Bluff, sul versante estremo dell'Isola Sud dopo 3.054 km

Il motivo di questa lentezza non era la mancanza di allenamento o preparazione, ma semplicemente la natura del Te Araroa Trail. Non è stato meno divertente, anzi, ma ha significato ri-adattare gli obiettivi di tempo e ci ho impiegato un po' ad accettarlo. Mi sono sempre concentrato sul sentiero che era davanti ai miei occhi, anche se poteva essere un tratto di 120 chilometri, così quando arrivavo da una massacrante sessione di più giorni non avevo idea di quello che mi aspettava in quelli seguenti. Mentalmente era l'unico modo per evitare di essere sopraffatti dalle difficoltà, ma a volte non è stato così facile accettare le notizie sulle tappe successive, soprattutto quando ero stanco. Ho ancora il sospetto che il team sia stato avaro di informazioni in certe situazioni perché temevano le mie reazioni. Cercavo sempre di affrontare nuovi tratti 'a tutta' anche se questo significava partire tardi nella notte e arrivare

la mattina presto. Potrebbe sembrare folle per un principiante ma per me era perfettamente normale; avevo un viaggio da concludere prima possibile, la mia non era una passeggiata. La battaglia più dura: il Giardia Iniziavo a sentirmi stanco per le lunghe e faticose traversate dei parchi nazionali, ma quello che mi avrebbe colpito nel trentasettesimo giorno, dopo 2.200 chilometri, era decisamente il peggio. Mi sono beccato il temuto parassita Giardia che mi ha obbligato a fermarmi per tre giorni. La sosta avrebbe potuto essere più lunga ma grazie all'esperienza e alla competenza di Mark (un medico in pensione) e alla mia determinazione, siamo riusciti a minimizzare l'impatto. I miei riflessi sono rimasti lenti per un po', mi sentivo a corto di energie e per questo ho cercato di muovermi più velocemente possibile in funzione delle forze ri-

Le scarpe sono l'elemento più importante dell'attrezzatura di Jez, che ne consuma quasi un paio ogni due o tre giorni.

maste. Il momento di ripartire è arrivato al quarto giorno ma ho fatto solo 4 chilometri e comunque ben lontano dal mio obiettivo giornaliero di 60 chilometri. Passare dall'essere forte e resistente a fare fatica come un vecchio è stato terribile ma quanto fatto fino a quel punto era troppo importante per buttarlo via. Alla fine, con pazienza, sono tornato ai miei livelli, ma credo di aver perso cinque giorni pieni sulla tabella di marcia. A un certo punto tutto sembrava essere sul punto di crollare, dovevo soffrire per fare chilometri, avevo perso peso e forza, ero una persona diversa dal punto di vista mentale. Mi lasciavo prendere da momenti di sconforto, spesso mi sono ritrovato a piangere e combattere per mantenere il controllo della situazione. Ma per fortuna ero vicino alla fine e questo fatto mi ha aiutato a riprendere il controllo della situazione. È stato un caso che tutto questo sia successo quasi alla fine perché credo che se fosse capitato prima, la storia avrebbe avuto un'altra fine. Quando ho visto la penisola di Bluff (la fine del Te Araroa) dalla cima di Bald Mountain, nella Longwood Forest, ho capito di avercela fatta. In un giorno e mezzo di corsa sarei arrivato al famoso segnale giallo, alla fine del mio lungo e faticoso viaggio. Un giorno e mezzo dopo ero ancora molto emozionato, correndo sulla spiaggia con gli occhi inondati di lacrime. Non avevo mai guardato indietro fino a quel momento e la mia mente iniziava a realizzare quello che avevo fatto grazie al prezioso aiuto di chi mi aveva supportato. Bluff! Dopo poco più di 53 giorni di arduo trail running, è arrivato a Bluff un uomo diverso. Difficile dire il perché ora, ma sono sicuro che le idee si chiariranno fra un po' di tempo. Le persone che amo erano lì a condividere con me il momento e abbiamo bagnato l'arrivo con lo champagne! Anche ora che sono seduto a scrivere, dopo qualche settimana, mi sento stanco e indebolito. Ci vorranno mesi per rimettermi in sesto. Sono gli effetti di una corsa così lunga. Ma sono sicuro che quest'esperienza mi abbia reso un runner più forte, mi ha fatto capire fino a dove posso spingermi per raggiungere i miei limiti e questo mi esalta in prospettiva futura, quando sarò pienamente recuperato.


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L a neve in rosa

AZIENDE

MONTURA

Sono tutte donne ma con storie diverse, dalle campionesse dello ski-alp come Laetitia Roux, alle ex-campionesse come Antonella Belluti, dall'appassionata scialpinista Viviana Maffei alla belga Vanessa Francois, che ha superato un grave infortunio con forza e determinazione


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A

conclusione di una splendida stagione invernale, Montura ha scelto di condividere alcune esperienze di atlete straordinarie che si sono distinte per impegno, passione e determinazione nello sport e nella vita. Sono solo alcuni nomi scelti tra il crescente numero di giovani donne che si dedicano con entusiasmo e dedizione allo sport di alto livello, portando un importante contributo professionale e umano. Persone che cercano un nuovo approccio di stile ed eleganza, un modo nuovo di vivere le sfide e le vittorie, trasformando a volte le difficoltà in conquista. DONNE DA PODIO Laetitia Roux, Francesca Martinelli, Roberta Pedranzini e Silvia Rocca, quattro atlete protagoniste dello sci alpinismo. Si dice spesso che le donne sanno distinguersi per carattere e determinazione davanti alle sfide. È proprio il caso di Laetitia Roux, che ha stravinto tutte le gare alle quali ha partecipato nella stagione appena conclusa. Il suo margine di vantaggio rispetto alle avversarie ha reso ancora una volta evidente quanto la francese sia una fuoriclasse che garantisce sempre prestazioni di altissimo livello. Anche Francesca Martinelli ha corso un'ottima stagione, vincendo la Coppa delle Dolomiti e, in coppia con Mireia Mirò, il Sellaronda. Fuori della squadra nazionale per scelta, quest’anno purtroppo ha dovuto rinunciare alla propria abituale compagna, Roberta Pedranzini, in quanto infortunata. Silvia Rocca, altra atleta valtellinese, è riuscita in una grande impresa conciliando una recentissima maternità con lo sport professionistico d’alto livello. Tornata di recente alle gare dopo essere diventata mamma, si è subito reinserita tra le migliori rappresentanti dello skialp femminile italiano, con diversi podi. VANESSA Vanessa François è il simbolo della voglia di vincere le difficoltà. Belga, una passione per lo sport che la accompagna da una vita, passando dal nuoto alla corsa, arrivando poi ad una passione sfrenata per la montagna, tanto da scegliere di abbandonare la pianura per andare a vivere a Chamonix. Ma Vanessa è oggi soprattutto l’esempio di come la tenacia e la passione possano essere più forti del destino. Dopo un lungo periodo di riabilitazione, iniziato nel 2010, quando un incidente la privò dell’uso delle gambe, Vanessa ha ripreso attività che sembrerebbero impossibili: nuoto, parapendio, handibike e vela. Nel marzo 2012 si è spinta con degli amici fino al Gran San Bernar-

Sopra. Francesca e Roberta nella classica formazione 'compatta' con cui procedono in gara A destra. Vanessa Francois In apertura. Laetitia Roux con le medaglie conquistate ai Mondiali di Pelvoux 2013 © Sindy Thomas/Zoom Agence

SU FACEBOOK Video, foto, contenuti extra sull'attività delle atlete Montura sulla pagina facebook ufficiale

do dormendo una notte in quota. Ha salito l'Aiguille Du Midi, scendendo poi su una slitta speciale. «Ho potuto ritrovare la sensazione di essere in discesa, è stato fantastico». Così racconta l’atleta francese che ha già un nuovo obiettivo per l’anno prossimo: ritornare a sciare con uno speciale ausilio che le permetta di stare seduta. La storia di Vanessa è da leggere fino all'ultima riga, e il suo blog www.vanessafrancois.com merita di diventare un punto di riferimento per gli amanti della montagna e della voglia di vivere. ITINERANDE La stessa voglia di montagna e di sport la ritroviamo in Viviana Maffei e Antonella Belluti. Viviana, nata a Rovereto in provincia di Trento, è scialpinista fin da quando era piccola. Una

passione di famiglia, la sua. Un giorno incontra Antonella Belluti, bolzanina trapiantata a Rovereto. Promessa dell'atletica passata al ciclismo, sport in cui vince due ori olimpici, nel 2002 gareggia alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City come frenatrice di bob. Oggi ha riscoperto la vita normale e il tempo libero, dopo una vita intensa fatta di soddisfazioni e rinunce. La sua voglia di natura, di outdoor e di vivere sportivamente la montagna possono finalmente essere soddisfatte. E su tutto lo scialpinismo, la grande passione che la lega a Viviana. Nasce così www.itinerande.it, un blog dove le due amiche condividono la loro voglia di outdoor segnalando itinerari, esperienze, foto. www.montura.it


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CRAZY IDEA TESTO: Guido Valota

crazy idea

Idea pazza, Storia, presente e futuro di Crazy Idea, azienda nata dall'estro di Valeria Colturi che grazie al prezioso apporto di Luca Salini ha trovato un posto importante nello ski-alp. Facendo di innovazione, collaborazione con gli atleti e creatività le sue armi vincenti ei primi anni '80, a partire dalle Alpi Centrali, si è cominciato a vedere qualcosa di veramente nuovo nel campo dell'abbigliamento tecnico per l'agonismo. In poco tempo, per esempio, è nata una vera tendenza nello sci di fondo, che allora non era una realtà così ridotta. Partiva tutto da Valeria Colturi, ottima atleta dello sci nordico appunto, e dalla sua naturale rete di amicizie in tutte le discipline della neve. Se vivi a Bormio, finisce che qualche decina di atleti nazionali te li ritrovi anche per strada o nei bar. Valeria, come è nata la tua Crazy Idea? «Correvo con gli sci da fondo e non c'era un abbigliamento che mi piacesse veramente. In realtà ho sempre avuto questa passione, fin dai tempi della scuola: almeno qualche capo me lo inventavo io e mi piaceva crearlo con le mie mani. Fortunatamente avevo un certo occhio e mi veniva bene pur non prendendo veramente le misure. Un bel giorno mi sono rivolta a un'azienda tessile specializzata che produceva solo per gli Stati Uniti e loro mi hanno lasciato utilizzare gli avanzi della produzione. Ho iniziato a creare dei capi per me stessa, con colori e motivi completamente diversi da quello che le aziende del settore proponevano. Lo stile ha colpito! ... E qui in zona ho avuto subito un sacco di richieste dagli amici. Perfino la Debora (Compagnoni, ndr) ha voluto qualche capo personalizzato per lei. Quando si sono viste le sue foto con i capi Crazy, nonostante fosse testimonial di grandi marchi del settore, per me è stato un grande passo. Comunque molti dei miei amici, per i quali preparavo capi personalizzati, facevano parte di squadre e promuovevano già il mio lavoro. Mio fratello Pietro è stato il primo italiano ad aggiudicarsi la Coppa del mondo di snowboard (allora circuito USA), mia sorella Katia, olimpionica di short track; anche loro hanno contribuito moltissimo in origine alla diffusione dei capi Crazy Idea. Insomma, ho avuto subito tantissimi ordini da atleti e sci club!».


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In cosa si distingue Crazy Idea? «In un'azienda di buone dimensioni e ben strutturata, un capo nasce dal lavoro di almeno tre persone: chi crea lo stile, il modello; chi lo realizza; chi lo testa e lo sviluppa sul campo. Se queste persone non conoscono bene l'utilizzo di un capo tecnico, la cosa non funziona. Qui da noi, che siamo comunque una piccola realtà, queste tre cose le faccio io. Ho potuto trasferire l'esperienza sul campo in laboratorio perché sono sempre andata in montagna. So quali sono le esigenze di uno scialpinista, di uno skyrunner, di un trail runner. E infatti sono gli sportivi per cui lavoriamo. Quindi per prima cosa scelgo il materiale tecnico più adatto all'utilizzo sul campo. Poi creo il capo secondo le esigenze funzionali all'attività che devo vestire: cuciture disposte secondo certe linee, la scelta di come disporre i tessuti di diverse caratteristiche. Solo dopo disegno il capo e penso a forme e colori. Infine ci sono i test e lo sviluppo da parte degli atleti del Team Crazy Idea, con i quali abbiamo un ottimo rapporto. Questo snellisce moltissimo la catena e l'innovazione diventa davvero diretta».

cità: anche quando bisogna formare le squadre per gare importanti, non c'è nessun bisogno di imporsi, le cose vanno da sole. Guarda, dopo l'Adamello ci siamo riuniti con gli atleti: ha voluto partecipare anche Bon Mardion, nonostante non faccia più parte del team, perché aveva dei suggerimenti da proporre. E ne sono nate idee interessanti». Luca, segui tu i test sulla neve? «Quando prepariamo qualcosa di nuovo, lo voglio provare anch'io. Sono curioso, voglio capire e dire anche la mia. In questi giorni sono stato con il Michi (Boscacci, ndr) che testava la tuta nuova, poi ha provato il tessuto anche Matteo Pedergnana, ma intanto ho voluto testarla subito anch'io! Però ci stiamo impegnando moltissimo sui capi per lo ski-alp tradizionale, non race. È lì che ci sono i maggiori spazi di sviluppo!». www.crazyidea.it

Ma le famigerate 'tutine', chi le ha inventate? «È stata proprio Crazy Idea, seguita dagli altri solo dopo qualche anno! Le prime in assoluto sono state preparate per la Pierra Menta 1989 di Greco e Meraldi». Luca, tu gareggiavi già quando le tute da fondo erano il top a disposizione. Puoi dare una valutazione complessiva di quanto siano cambiati i capi di abbigliamento negli ultimi anni? «Le tute da fondo andavano a finire all'interno dello scarpone e anche dopo, prima di arrivare alla ghettina attuale, le prime tute per lo ski-alp avevano solo l'elastico per tenerle basse attorno allo scafo. Direi che, a parte le funzionalità incomparabili delle tute moderne, il vantaggio in soli termini di peso e ingombro dei nuovi capi da gara rispetto a quelli di qualche anno fa è almeno del 30 per cento. Pesi, spessore dei tessuti, termicità e tecnicità dei tessuti... lo sviluppo è continuo. Per esempio abbiamo appena realizzato il completo termico Half Blade esattamente sulle specifiche de La Grande Course, utilizzando per primi il nuovissimo Alpha di Polartec». Gli atleti del Team Crazy Idea sembrano un gruppo affiatato. Come funziona? «Il rapporto con i nostri ragazzi di solito dura nel tempo. Non siamo solo degli sponsor. Siamo piccoli, non ci sono intermediari, parlo io direttamente con loro. Inoltre, provenendo io stesso dal mondo delle gare e della montagna, mi sento dalla loro parte, ne capisco le esigenze e le condivido. Così si crea un rapporto alla pari, direi di compli-

Nella nuova collezione molta attenzione, oltre che alle tute da gara, ai capi per lo ski-alp tradizionale con un occhio alla moda e alle tendenze che vengono dai giovani


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NEGOZI TOP TESTO E FOTO: Sebastiano Salvetti

NEGOZI

PUNTO SPORT Un negozio, un punto di partenza, una ‘centrale operativa’ dove pianificare escursioni. Tutto questo è Punto Sport di Sonico (Bs). Qualsiasi attività pratichiate in montagna, Guido Salvetti, titolare e membro del nostro test team, vi assisterà… door to peak n punto di riferimento d’inverno. Un punto di partenza d’estate. Dove trovare l’attrezzatura perfetta per ogni escursione, dove pianificare itinerari di qualsiasi lunghezza e difficoltà, dove incontrare professionisti della montagna pronti a mettere a disposizione la propria esperienza e preparazione. Tutto questo è il negozio Punto Sport di Sonico (Bs). Gestito da Eliana Branchi e Guido Salvetti, è un riferimento per gli appassionati della Vallecamonica; ma non solo. Guido, oltre che membro del nostro test team, è il tecnico che ha curato con maestria e precisione il montaggio di ogni sci provato nella Guida all’Acquisto invernale. Guida alpina, tracciatore e direttore di gara della Grande Course Adamello Ski Raid, istruttore nazionale del soccorso alpino e speleologico nonché elisoccorritore del sistema di emergenza sanitaria 118, è specializzato nei settori dell’alpinismo, arrampicata, mountain bike, sci alpino, scialpinismo e trail running. «Anche quando si scioglie la neve - racconta Guido - non abbandoniamo i nostri clienti. Durante la stagione calda, oltre a fornire un servizio di meticolosa manutenzione dell’attrezzatura da scialpinismo, assistiamo tutti coloro che frequentano la montagna: sia correndo, sia pedalando, sia arrampicando. Trekking e alpinismo, da sempre, sono i nostri terreni d’elezione, specie per quanto concerne l’abbigliamento tecnico di alto livello e le calzature. Ormai da anni abbiamo dedicato risorse ed energie al trail running e oggi siamo orgogliosi di disporre dei migliori modelli dei marchi Adidas, La Sportiva, Millet, Salomon, Tecnica e The North Face». Montagna a 360°, attrezzatura per ogni esigenza e, novità 2013, un vero e proprio servizio ‘dallo scaffale alla vetta’… «Guardiamo il mondo con gli occhi della guida alpina - continua Guido Salvetti - quindi con la consapevolezza che orientare alla scelta di un prodotto costituisce solamente il primo step. I passaggi successivi rivestono un’importanza ancora maggiore. Ecco perché offriamo consulenza nella programmazione degli itinerari, nel-

INFO Punto Sport Snc Via Nazionale 46 25050 - Sonico (Bs) Tel. 0364.75214 puntosport@infinito.it

Sopra. Guido Salvetti, guida alpina e titolare di Punto Sport.

la scelta dei punti di appoggio, nella calibrazione degli obiettivi stagionali in base alla preparazione fisica e tecnica di ciascuno. Siamo pronti a seguire l’appassionato dalla scelta del materiale fino alla vetta. Accompagnandolo durante le escursioni, sia che si tratti di una tranquilla passeggiata alla scoperta della fauna, sia che si desideri affrontare una via d’alta quota. In aggiunta, offriamo un vero e proprio servizio di noleggio dell’attrezzatura da alpinismo, così che quanti vogliono avvicinarsi a questa pratica possano farlo senza eccessivi sacrifici economici. Diciamo pure che abbiamo reinterpretato il door to trail, tanto in voga in ambito running, trasformandolo nel door to peak». Qualsiasi attività amiate praticare in montagna, Punto Sport è un’oasi di riferimento. Certi di trovare un ambiente familiare e… un tester di Ski-alper!


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AZIENDE DYNAFIT

La seconda estate Anche nella bella stagione Dynafit è sinonimo di velocità, leggerezza e performance grazie a scarpe, abbigliamento e zaino per l'alpine running

Nelle foto. Dall'alto in basso, lo zaino X4 Pro, la Transformer Jacket Black e la scarpa Feline Superlight

i parte per il secondo giro! Dynafit amplia la sua attività e presenta la collezione per l’estate 2013. Nell’offerta dell’azienda la nuova collezione estiva si aggiunge ora al settore di competenza principale, lo scialpinismo: scarpe, abbigliamento e una linea di zaini dedicati all’alpine running. L’abbigliamento è incentrato su taglio atletico e ottima vestibilità. Grazie alla tecnologia Body Mapping e all’utilizzo di materiali pregiati, Dynafit ha creato una collezione che garantisce movimenti agili, traspirabilità e resistenza. Modello di punta e novità per l’estate 2013 la giacca Transformer in Gore Windstopper. Con un peso di soli 240 grammi offre un’ottima traspirabilità per il massimo comfort anche quando l’attività fisica si fa più intensa. L’innovativa struttura di ventilazione facilita la

circolazione dell’aria all’interno della giacca e permette di far entrare aria fresca dall’esterno. E se inizia a fare caldo? Con un semplice gesto la giacca diventa un gilet, senza neanche bisogno di toglierla. Per essere sempre pronti quando il tempo cambia rapidamente. Ai piedi? La Feline Superlight: una scarpa da corsa in montagna ultra-leggera dalle prestazioni senza paragoni anche sui terreni più impegnativi. Il punto di forza è la rivoluzionaria tecnologia sviluppata per suola e intersuola. L’innovativa suola Alpine Running di Dynafit garantisce infatti la stabilità e l’ammortizzamento che in genere solo le scarpe molto più pesanti sanno offrire. L’intersuola Multi Pad offre una tenuta precisa e affidabile, adattandosi rapidamente ai terreni di alta montagna, il sistema Mapping Compound sviluppato con Vibram conferisce un grip ad arti-

glio sulla roccia e sui terreni bagnati e difficili. I lacci della scarpa sono protetti da un sistema unico: la tecnologia Invisible Lacing è una ghetta che impedisce l’apertura accidentale dei lacci, consentendo al contempo di regolare separatamente l’allacciatura in punta. Accessorio indispensabile per la corsa in montagna lo zaino. Dynafit propone il nuovo modello X4 Pro, studiato per adattarsi perfettamente al corpo del corridore: 20 litri di volume, l’incredibile peso di soli 340 grammi e un taglio atletico che garantisce la massima stabilità. Perfetta ripartizione dei volumi con tasca laterale aggiuntiva, sistema speed fix per i bastoncini, due borracce, gel e attrezzatura. Il marchio con il leopardo delle nevi è quindi sinonimo anche in estate di Speed, Lightness, Performance e Technology. www.dynafit.it


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CONTROCOPERTINA testo: Guido Valota

Stefano De Benedetti in azione sulla parete dell'Innominata durante l'impresa del giugno 1986 © archivio De Benedetti

Ripidamente

A

vrete forse notato un'evoluzione nelle espegiorni ben sette sciatori abbiano ridisceso quelle due linee rienze scialpinistiche descritte in Ski-alper. mai più sciate dopo gli exploit di trent'anni fa. Allora si In questa stagione abbiamo allargato l'attrattò di Stefano De Benedetti e Gianfranco 'Bianco' Letenzione in misura sempre più costante natti, due singole individualità eccezionali. verso il ripido e il freeride mountaineering. E c'è qualcosa di ancora più inquietante, e affascinante, nel In generale stiamo dando più spazio alla componente altornare solo dopo trent'anni che nella prima volta. pinistica. Alle grandi opportunità offerte dalla forza di Oggi si tratta di un mix di nomi noti e molto meno noti. gravità, se incanalata su un bel paio di sci ben condotti. Materiali migliori e sciatori migliori. Ma quello che conta Guido Valota Non è stata una scelta arbitraria. Una rivista deve saper è che si tratta di due piccole 'tribù', rappresentative di un vedere quello che sta succedendo nel mondo che descrive. E in questa mondo attivo e prolifico. stagione, con lo sconfinare di un inverno nevoso fino a quasi tutto apri- Anche l'estro del grande Kilian Jornet si è staccato sempre più spesso dai le e poi con la neve primaverile incollata ai versanti ripidi in quota, è regolamenti asfissianti delle amate competizioni per liberarsi sul ripido fiorito tutto un movimento di cercatori dello steep, possibilmente deep. himalayano, sulla Verte e sulle Courtes... per citare solo le sue cavalcate Le proposte di Ski-alper sono racconti e itinerari alla portata di molti, più recenti. ripetibili con un buon bagaglio tecnico e con condizioni adatte. Il ripido fa coincidere totalmente lo sci con l'alpinismo: ingaggio, esposizione, il vuoto sotto i piedi, l'adrenalina della decisione e la concentraAppetitose ma ancora da terrestri. Intanto sulle Alpi quelli forti sono andati a sciare su due pareti simboli- zione al massimo, il volo e l'atterraggio… e oltre certi limiti il rischio, che: la Est dell'Aiguille Blanche de Peuterey e la Nord del Disgrazia. per essere chiari fino in fondo. E anche se contemporaneamente, ogni giorno, qualcuno scende pendìi Se ne potrà discutere all'infinito, ma tutti questi elementi hanno mantepiù ripidi in giro per il mondo, è significativo proprio il fatto che in tre nuto nel tempo il loro fascino.


Paul Feichter - Rotazione - 2011 - Š Arte Sella - Foto Giacomo Bianchi

Ski-alper 89  

Il numero 89 di maggio 2013 della rivista Ski-alper

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