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9 SOSTENIBILITÀ

EARTH>SUN>VEGETATION>WATER>SKY>EARTH>SUN>WATER>SKY>EARTH Franz Tunda – Sustainability-lab.net

I FASHION DESIGNERS E LA SOSTENIBILTÀ

FASHION DESIGNERS AND SUSTAINABILITY

Un rapporto difficile

A difficult relationship

Un muro sembra ancora oggi dividere la visione che i designer della moda hanno della loro professione e le pratiche della sostenibilità. Ce lo mostra in modo efficace una testimonianza di Susan Szenasy, direttore della autorevole rivista newyorkese di design Metropolis Magazine contenuta nel bel libro “Citizen Designer: Perspectives on Design Responsibility” 1, in cui racconta la reazione degli studenti della Parsons The New School of Design a un corso sulla sostenibilità e l’etica nel design: “’La sostenibilità non è un mio problema’ protesta, uno studente durante la presentazione del suo progetto per l’esame. (...) Durante il corso i primi a resistere ad un approccio ecologico sono gli studenti di moda. Sono scettici, addirittura cinici. Spiegano così il loro scetticismo: sono i grandi marchi che decidono. Non c’è niente che qualsiasi stilista possa fare. Siamo tutti schiavi delle tendenze volubili stagionali dei consumatori, noi stilisti siamo creature di una cultura usa e getta. Perché dovremmo preoccuparci di essere sensibili all’ambiente se nessuno vuole che lo siamo?”. Gli studenti evidenziano con chiarezza due aspetti cruciali del problema. Da un lato la natura effimera e volubile del mercato, la tendenza al continuo cambiamento che genera la cultura usa e getta. Questo argomento è però oggi meno forte di quanto lo fosse in passato. Nei precedenti folder abbiamo già toccato più volte il tema del cambio di paradigma che si va diffondendo nei comportamenti di consumo oggi meno sensibili all’effimero e alla cultura dell’usa e getta e più attenti alla sostenibilità e alla qualità intrinseca di abiti ed accessori e non ci torneremo sopra qui. Del resto, Susan Szenasy racconta di come gli stessi

A barrier seems still to divide fashion designers’ outlook on their own profession and sustainability practices. It is effectively demonstrated by the testimony of Susan Szenasy – editor in chief of the authoritative New-York-based Metropolis Magazine design magazine – contained in the great book “Citizen Designer: Perspectives on Design Responsibility” 1. She talks about the reaction of the students from Parsons The New School of Design to a course on sustainability and ethical conduct in design activities: ‘“Sustainability is not one of my problems’, a student protested during the presentation of his project for the exam. (...) During the course, fashion students were the first to resist an eco-friendly approach. They were sceptical, even cynical. They explained their scepticism as follows: important brands are the ones who take decisions. Common stylists cannot do anything. We are all slaves of the seasonal changeable trends of consumers: we, as stylists, are the creatures of a disposable culture. Why should we worry about being sensitive to the environment if nobody wants us to be?”. Students clearly stressed two crucial aspects of the problem. On the one hand, the transient and changeable nature of the market, a tendency to a continuous change, which generate a disposable culture. However, nowadays this topic is less strong than in the past. In previous folders, we already dealt with a paradigm change, which is spreading in consumer behaviours that, today, are less sensitive to faddishness and disposable culture, and more interested in sustainability, as well as in the intrinsic quality of clothes and accessories. We are not going to deal with

1 - Steven Heller, Véronique Vienne (a cura di), “Citizen Designer: Perspectives on Design Responsibility”, 2003, Allworth Press, New York

1 - Steven Heller, Véronique Vienne (edited by), “Citizen Designer: Perspectives on Design Responsibility”, 2003, Allworth Press, New York.


studenti, al di la dell’affermazione di principio, si siano mostrati attenti e sensibili a situazioni e fatti concreti in cui emergevano con evidenza pratiche non sostenibili. Dall’altro lato, la posizione dei designer nel processo produttivo e nella catena decisionale delle imprese. Questo argomento riflette un modello organizzativo dell’industria della moda in cui i designer e gli stilisti hanno raramente ruolo o voce in capitolo nei luoghi e nei tavoli dove si formano le strategie aziendali in materia di contenimento dei rischi a cui le imprese sono esposte da comportamenti non sostenibili (su questo si vedano gli argomenti presentati nei folder 4, 5 e 6). Lynda Grose - uno dei primi e più noti stilisti a mettere al centro delle collezioni e dell’immagine del brand la sosteniblità già negli anni novanta con il marchio Esprit per cui era responsabile della linea Esprit Ecodesign – ci offre su questo secondo aspetto il punto di vista di un insider: “Nel modello tradizionale di organizzazione e comunicazione dell’industria della moda designer e stilisti sono confinati ad una estremità della supply chain, quella vicina alla vendita e al marketing, a lavorare quotidianamente negli uffici stile, alle fiere con le campionature e nelle show room per soddisfare le specifiche aspettative per le quali sono stati formati ed assunti dalle imprese: fornire al momento prodotti sempre nuovi e attraenti per consumatori, ma le linee guida del lavoro dei designer sono definite dagli uomini del marketing, l’organizzazione della supply chain è considerata di competenza del direttore di produzione e l’allocazione complessiva delle risorse responsabilità del general management e della proprietà. Il ruolo ritagliato per noi designer della moda limita oggettivamente la nostra capacità di innovazione per la sostenibilità; siamo limitati ad esplorare i territori di nostra competenza, quelli degli attributi estetici dei tessuti e della forma di abiti e accessori”2. Dunque la compressione del ruolo del designer/stilista sullo styling, il marketing e le vendite (figura 1) frena o addirittura impedisce di sviluppare le potenzialità di innovazione che un approccio sostenibile può offrire. D’altro canto la cultura ambientalista ha sempre guardato con sospetto e fastidio e attraverso un filtro ideologico la professione dello stilista – anche quando ha mostrato un qualche interesse per gli industrial designer – che è considerato, bisogna riconoscerlo, non del tutto a torto, come l’artefice degli aspetti deteriori, consumistici e spreconi che si materializzano nei rapidi cicli delle moda, agli antipodi della sostenibilità. Un’analoga presa di distanza è venuta sia dal mondo della tecnologia, dagli ingegneri dei materiali e della chimica tessile, dai tecnici delle fibre che considerano come propri interlocutori più i tecnici dei produzione che gli stilisti, sia da quello delle ONG e del sindacalismo nel campo della sostenibilità sociale.

this topic in this article. Besides, Susan Szenasy tells that those students, despite the initial statement, proved to care and be sensitive to real facts and situations that were strongly characterised by non-sustainable practices. On the other hand, the position of the designers within the production process and the decision-making chain in the companies. This theme mirrors an organisational model of the fashion industry, where the designers and the stylists rarely have a role or a say in the matter at places and business tables where corporate strategies are created about the containment of the risks to which the companies are exposed due to non-sustainable behaviours (as far as this topic is concerned, see folders 4, 5 and 6). Lynda Grose – one of the first and most well-known stylists that focused their collections and brand image on sustainability already in the ‘90s with the Esprit brand, where she was the manager of the line Esprit Ecodesign – offers the point of view of an insider about the second aspect: “Within the traditional organisation and communication model of the fashion industry, the designers and the stylists are banished at one end of the supply chain, close to sales and marketing activities. They daily work at style offices, at trade fairs with samples and in showrooms to meet specific expectations for which they were trained and employed by the companies: immediately supply products that are newer and newer, as well as appealing for the consumers, but the guidelines for designers’ work are defined by marketing staff. Indeed, supply chain organisation is considered a task of the production manager and the comprehensive resource allocation falls under the responsibility of the general management and the ownership. The role that has been carved out for us, as fashion designers, objectively limits our sustainability innovation skill; we are limited to explore the fields that fall under our competence: the ones concerning the aesthetical features of fabrics and the shape of clothes and accessories” 2. So, the compression of the designer/stylist role about styling, marketing and sales (figure 1) restrains or even prevents innovation potentials from being developed, which could be offered by means of a sustainable approach. On the other hand, the environmentalist culture has always looked at the job of stylists with suspicion and in an annoyed way, through an ideological filter, also when it showed a certain interest for industrial designers. It is necessary to admit that, not so wrongfully, the job of designers is considered as the author of worst, consumerist and wasteful aspects that materialize in rapid fashion cycles, the opposite of sustainability. A similar stepping back was expressed both by the world of technology, by material, textile chemistry and fibre engineers that consider production technicians as their interlocutors, rather than stylists, and by the world of NGOs and Trade Unions within the field of social sustainability.

2 - “Future Visions: Making the Links” presentazione di Lynda Grose alla conferenza Towards Sustainability in the Fashion and Textile Industry, 26-27Aprile 2011, Copenhagen

2 - “Future Visions: Making the Links” introduction by Lynda Grose to the conference Towards Sustainability in the Fashion and Textile Industry, April 26th-27th, 2011, Copenhagen

Quattro paradossi del rapporto tra fashion design e sostenibilità

Four paradoxes concerning the relationship between fashion design and sustainability

L’incomunicabilità tra gli stilisti e queste due categorie di stakeholders, ma anche quella all’interno delle imprese tra gli stilisti e i manager della supply chain presenta diversi aspetti paradossali che l’evoluzione degli anni recenti ha contribuito a mettere in evidenza. Il primo paradosso è che i designer/stilisti sono uno dei principali motori di generazione del valore per i consumatori di prodotti della moda, sono il “reparto” di R&S dove nasce la componente immateriale, estetica e semantica del valore dei prodotti della moda, “designers design desire”come dice Lynda Grose, in altre parole hanno il potere di incorporare nei materiali quegli elementi culturali che rendono i prodotti attraenti per i consumatori. Il modo in cui questo potere dei designer viene applicato concretamente ai nuovi prodotti può essere il fattore decisivo nel determinare il contenuto di sostenibilità dei prodotti stessi. Mantenere estranei gli stilisti alla cultura e alle pratiche della sostenibilità, quindi, limita fortemente o addirittura impedisce che l’innovazione di prodotto si indirizzi verso la sostenibilità. Il secondo paradosso è che il lavoro degli stilisti è alla base della capacità della moda di fare da specchio e amplificatore delle tendenze sociali e culturali che animano la società, inclusa quella che oggi si avverte di una maggiore sensibilità ad un futuro sostenibile. Mantenere estranei gli stilisti quindi priva la cultura della sostenibilità di un fondamentale medium che ne può facilitare e rafforzare la diffusione e lo sviluppo tra i consumatori. Di questo paradosso cominciano ad esserne consapevoli le organizzazioni ambientaliste e molte ONG che oggi affiancano ai tradizionali strumenti della denuncia sociale e dell’analisi tecnica degli impatti ambientali, forme di comunicazione che fanno leva proprio sugli aspetti fashion dei prodotti. Ne è un esempio l’ultima campagna DETOX di Greenpeace che affianca alla produzione di corposi report tecnici sull’inquinamento delle acque strumenti comunicativi che richiamano apertamente i canoni della comunicazione fashion.3 Il terzo paradosso è una conseguenza dei primi due. La sensibilità dei consumatori verso la sostenibilità si va oggi rafforzando, ma è ancora in una fase di sviluppo, nel linguaggio del marketing si può dire che i prodotti della moda sostenibile sono oggi nella fase del loro ciclo di vita che si definisce di introduzione o di sviluppo. I contenuti di sostenibilità, nelle molteplici forme in cui si articolano sono quindi degli strumenti di diversificazione di prodotto e di vantaggio competitivo verso una crescente platea di consumatori, in particolare per le imprese del Made in Italy 4. Mantenere estranei gli stilisti alla cultura e alle pratiche della sostenibilità significa oggi indebolire il potenziale commerciale delle imprese privandole di un efficace strumento di marketing. Infine, il quarto paradosso riguarda la direzione in cui, autonomamente, si sta muovendo la pratica del lavoro dello stili-

The non-communication between stylists and these two categories of stakeholders, but also within the companies, between stylists and supply chain managers, is characterised by various paradoxical aspects that have also been highlighted by evolution in recent years. The first paradox is that designers/stylists are one of the main sources for the generation of value for consumers of fashion products; they are the R&D “department” that creates the immaterial, aesthetical and semantic components of the fashion product value. “Designers design desire”, as Lynda Grose said. In other words, they have the power to mix the materials with those cultural elements that make products attractive for consumers. The way in which this power of designers is really applied to new products can be the decisive factor to establish the sustainability content in the products. So, keeping the stylists out of sustainability culture and practices strongly limits or even prevents product innovation from addressing sustainability. The second paradox is that the job of stylists is at the base of the fashion ability to mirror and magnify social and cultural trends that give life to society, including the current increased sensitivity being felt towards a sustainable future. So, keeping stylists out deprives the sustainability culture of a crucial medium that can facilitate and strengthen its spreading and the development among the consumers. This paradox is started to be known by environmentalist organisations and by many NGOs that today mix the traditional instruments of social condemnation and the technical analysis of environmental impacts with communication means that play on the fashion aspects of the products. An example is the last DETOX campaign by Greenpeace, which unites the production of solid technical reports about water pollution with communication tools that openly recall fashion communication standards 3. The third paradox is a consequence of the first two paradoxes. Nowadays, consumers’ sensitivity to sustainability is strengthening, but it is still in development. In the marketing language, we can say that sustainable fashion products are currently in a phase within their life cycle that is defined as introduction or development. So, sustainability contents, in the different forms in which they are structured, are tools to diversify the products and to obtain a competitive advantage towards an increasing audience of consumers, particularly by Made in Italy companies4. Keeping the stylists out of sustainability culture and practices, today, means weakening the business potential of companies by depriving them of an effective marketing tool. Finally, the fourth paradox concerns the direction in which the stylist’s job is independently moving. The reader

3 - Informazioni sulla campagna DETOX di possono trovare sulla rete all’URL www.greenpeace.org/italy/it/campagne/inquinamento/ acqua/Campagna-Detox/ e un esempio interessante è il video reperibile all’URL www.youtube.com/watch?v=o8OB68YeMmc

3 - Information about the DETOX campaign can be found on-line at the URL www.greenpeace.org/italy/it/campagne/inquinamento/acqua/Campagna-Detox/ and an interesting example is the video that is to be found at the URL www.youtube.com/watch?v=o8OB68YeMmc

4 - Questo tema è sviluppato nei saggi di F.Morace, M. Ricchetti, G.Noci e L Lamberti contenuti nel libro “Il Bello e il Buono le ragioni della moda sostenibile”, curato da M.Ricchetti e M.L. Frisa pubblicato nel 2011 da Marsilio editori, già citato in precedenti folder.

4 - This topic is developed in the essays by F. Morace, M. Ricchetti, G. Noci and L. Lamberti that are contained in the book “Il Bello e il Buono le ragioni della moda sostenibile”, edited by M. Ricchetti and M. L. Frisa published in 2011 by Marsilio Editori, already mentioned in previous folders.


sta. Non sarà sfuggito al lettore che abbiamo frequentemente usato congiuntamente nel testo la coppia di termini designer/ stilista, a sottolineare le differenze che storicamente, nel secolo scorso hanno caratterizzato il lavoro dell’industral designer che incorpora una maggiore componente tecnica e si basa su una cultura del progetto olistica che tiene conto di tutte le componenti dirette e indirette della progettazione mirata ad un miglioramento dei prodotti e del livello di benessere dei consumatori, da quello dello stilista concentrato sugli aspetti immateriali ed effimeri dei prodotti, in cui conta essenzialmente l’originalità, senza alcuna pretesa di miglioramento dei prodotti o del livello di benessere dei consumatori. Nel corso degli ultimi vent’anni queste differenze sono andate progressivamente restringendosi, la cultura del design industriale e quella dello stilismo sono avanzate lungo un percorso convergente, da un lato l’industrial design ha assorbito alcuni elementi della cultura dello stilismo e dall’altro gli stilisti si sono mostrati permeabili alla cultura dell’industrial design. Mantenere estranei gli stilisti alla cultura e alle pratiche della sostenibilità, equivale a procedere a ritroso lungo questo percorso di convergenza, opporsi ad una tendenza che autonomamente, per quanto lentamente, si è già sviluppata.

Un visione più ampia del fashion design Quali sono dunque le caratteristiche della pratica del designer/ stilista di moda in grado di liberare le potenzialità di un approccio sostenibile? La direzione ci viene indicata ancora da Lynda Grose: si tratta di ampliare l’ambito di attività degli stilisti, di creare legami che si estendono oltre a quelli tradizionali con il marketing e le vendite. Sostenibilità nella pratica del fashion design richiede che l’ambito della progettazione sia più ampio, con stilisti che collegano diverse discipline, all’interno delle aziende dove lavorano e lungo tutta la filiera della moda – secondo l’approccio che i tecnologi chiamano di Lifecycle Assessment (LCA) – e coinvolgendo anche altri settori industriali in cui si sviluppano nuovi materiali e processi, per liberare l’energia creativa necessaria a trovare nuove soluzioni, a ripensare le funzioni d’uso dei prodotti, a generare associazioni innovative (figura 2). In questa prospettiva l’ambito dell’interazione dei designer/stilisti si estende lungo la filiera per conoscere i processi produttivi dalla produzione delle materie prime fino a quella dei tessuti, coinvolge ingeneri dei materiali e dei processi tessili, chimici, ricercatori di altre discipline, i manager che gestiscono le reti di subfornitura e anche – come del resto sta già accadendo – gli stessi consumatori per sperimentare nuove funzioni d’uso, forme di utilizzo e di manutenzione dell’abbigliamento e degli accessori. Un primo, elementare, ma benefico effetto sugli stilisti di una più ampia rete di relazioni sarebbe quello di colmare un deficit di informazione e conoscenza. Un esempio eclatante di que-

has surely noticed that we frequently used in the text, jointly, the couple of terms designer/stylist, to stress the differences that historically, during last century, characterised the job of the industrial designer, who incorporates an increased technical component and is based on a holistic design culture that takes into consideration all direct and indirect components of the design activity that aims at improving the products and the wellbeing level of consumers, from the job of the designer, who is focussed on immaterial and transient aspects of the products, where originality basically counts, without any interest in improving the products or the wellbeing level of consumers. During the last twenty years, the aforesaid differences have progressively narrowed; industrial design and stylism cultures have progressed along a converging path. On the one hand, the industrial design took up some elements of stylism culture and, on the other hand, stylists proved to be permeable to the industrial design culture. Keeping the stylists out of sustainability culture and practices means going backwards along this converging path, opposing a trend that has autonomously developed, even if in a very slow way.

A wider vision over fashion design

So, what are the features of the designer/fashion stylist jobs that can release the potentials of a sustainable approach? The direction is shown again by Lynda Grose: it is necessary to enlarge the activity range of stylists, creating relations that extend beyond traditional connections with marketing and sale activities. Sustainability within fashion design practices require a wider design sphere, with designers that connect different disciplines, within the companies they work for and along the entire fashion industry – according to the approach that technologists call Lifecycle Assessment (LCA) – and also involving other industries that develop new materials and processes, in order to release the creative energy that is necessary to find new solutions, to re-design product user functions and to generate innovatory combinations (figure 2). From this point of view, the sphere of designer/stylist interactions extends along the industry to know the manufacturing processes from the production of raw materials up to fabrics, involves engineers that deal with materials and textiles and chemical processes, researchers of other disciplines, managers that deal with sub-supply networks and also – as it is already happening – the same consumers to experiment new user functions, forms of use and care for clothes and accessories. A first, elementary, but beneficial effect over the stylists by an enlarged network of relationships would be the way to fill an information and knowledge gap. An obvious example of the aforesaid gap is the vision of sustainability that is widespread

among the stylists – naive, but not less erroneous – based on the sustainable=natural equation. For example, translating it into the terms of use of the materials means thinking that a sustainable clothing line must be characterised by 100% natural fibres (cotton, wool, linen, hemp, etc.). A relationship with engineers, chemists and fibre manufacturers would disclose to the stylists a comprehensive and wider world of new creative opportunities. Designer/stylist sustainability practices require mixing aesthetical and symbolic sensitivity with technical and material knowledge along the different lines that can be briefly directed to three centres of gravity:

sto deficit è la visione della sostenibilità ampiamente diffusa tra gli stilisti - naif, ma non per questo meno erronea - basata sull’equazione sostenibile=naturale, che tradotta ad esempio nei termini dell’uso dei materiali significa pensare che una linea di abbigliamento sostenibile debba caratterizzarsi come 100% fibre naturali (cotone, lana, lino canapa ecc.). Una relazione con ingegneri, chimici e produttori di fibre svelerebbe agli stilisti un intero e più ampio mondo di nuove possibilità creative. La pratica dei designer/stilisti per la sostenibilità richiede di fondere sensibilità estetiche e simboliche e conoscenze tecniche e sui materiali lungo diverse direttrici che sinteticamente si possono ricondurre a tre centri di gravità: - Focus sul prodotto. Ovvero migliorare nella direzione di una maggiore sostenibilità le caratteristiche costruttive dei prodotti. Questo focus comprende aspetti come l’efficienza nell’uso delle risorse in tutta la filiera – sostenuta da pratiche di Life Cycle Assessment – secondo il principio delle tre R (Riduci l’impatto, Riusa, Ricicla) che si traducono ad esempio in scelta dei materiali (a basso impatto, riciclabili, riusabili ecc.), scelta dei trattamenti sui materiali o come la qualità delle relazioni sociali nei processi produttivi. Esempi interessanti su cui torneremo in futuri folder sono ad esempio il Considered Design Index sviluppato da Nike o l’Eco Index che l’European Outdoor Group sta sviluppando come strumento per valutare il design dei nuovi prodotti, o nel campo del riuso, i successi di marchi emergenti come Fromsomewhere della designer Orsola de Castro, EcoAge di Livia Firth, Carminacampus della designer Ilaria Venturini Fendi; Momaboma di Maurizio Longati, PIVVICI del designer Giuseppe Rogato e molti altri.

- Focus on the product. That is, improving product construction features in the direction of increased sustainability. This focus includes aspects, such as the efficiency in the use of the resources within the entire industry – supported by Life Cycle Assessment practices – according to the three R principle (Reduction of the impact, Re-use and Recycle). For example, they translate into the selection of the materials (low-impact, recyclable, reusable, etc.), selection of material treatments or quality of social relationships within the production processes. Interesting examples that are going to be dealt with in future folders are, for example, the Considered Design Index developed by Nike or the Eco Index that the European Outdoor Group is developing as a tool to assess the design of new products, or within the reuse field, the success of emerging brands, such as Fromsomewhere of the designer Orsola de Castro, EcoAge of Livia Firth, Carminacampus of the designer Ilaria Venturini Fendi; Momaboma of Maurizio Longati, PIVVICI of the designer Giuseppe Rogato, and many more.

- Focus sugli effetti indiretti. Ovvero attenzione ai diversi modi di soddisfare i bisogni (inclusi quelli simbolici e di novità) dei consumatori. In questo la moda ha un importante bagaglio da offrire, ad esempio nel campo delle funzioni d’uso combinate dei prodotti: un capo o un accessorio che può essere usato in diversi contesti e occasioni d’uso, un capo “funzionale” come un parka con contenuti estetici che lo rendono utilizzabile anche in una occasione “elegante”. Rientrano in questo campo anche il tema del riuso, del recupero del vintage, ma anche la scelta di formule distributive innovative ecc.

- Focus on indirect effects. That is, attention to the different ways to meet consumer needs (including symbolic and innovatory needs). In this case, fashion has an important fund to offer, for example in the field of combined user functions of the products: a cloth or an accessory that can be used in different contexts and occasions of use, a “functional” cloth, such as a parka with aesthetical content that makes it usable also in case of “elegant” events. This field also includes the following topics: reuse, recovery of period clothes, but also the selection of innovatory distribution formulas, etc.

- Focus sui bisogni. E’ forse questo il campo in cui il fashion design può produrre effetti particolarmente significativi. Si tratta evidentemente di un tema complesso e delicato che coinvolge le funzioni simboliche della moda e il suo potere di influenzare – assecondando o contrastando – le tendenze culturali e l’immaginario dei consumatori. Lo spettro delle possibilità è ampio e spazia dalla cultura della moda usa e getta in contrapposizione a quella dell’artigianalità, della qualità intrinseca, delle durata, fino alla moda come veicolo di messaggi espliciti, si pensi alle collezioni manifesto caratterizzate da slogan di Katharine Hamnett, alle campagne di Terra Plana.

- Focus on needs. Maybe it is the field where fashion design can produce particularly remarkable effects. It is clearly a complex and delicate topic that involves the symbolic functions of fashion and its power to influence – by supporting or contrasting – consumers’ cultural tendencies and the imagery. The range of opportunities is wide and covers the culture of disposable fashion in contrast with handicraft, intrinsic quality and duration cultures, up to fashion as a means for explicit messages. Just think about the “manifesto” collections that are characterised by Katharine Hamnett’s slogans, as well as Terra Plana campaigns.

Si tratta come si evince facilmente da queste brevi note di un terreno ampio, ancora in gran parte da esplorare, ma in cui i fashion designer svolgono un ruolo centrale ed insostituibile.

As it is possible to easily deduce from the brief notes above, it is a wide sphere, most of which has still to be explored, but where the fashion designer has a central and irreplaceable role. Printing on FSC paper

Franz Tunda www.sustainability-lab.net


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Sustaninability 9  

RadiciGroup in Plus Magazine. Fashion designers and sustainability - a difficult relashionship.

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