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AROUND THE WORLD STORIE DI ITALIANI ALL'ESTERO


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presenta

LA CASA A PAGINA 22 È STATA ARREDATA DA MEOZZI

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OIKOS, i partecipanti hanno avuto modo di vedere in prima persona i vantaggi e molteplici utilizzi del colore. L'incontro si è poi concluso con un piacevole cocktail party nel quale gli addetti ai lavori hanno potuto condividere tutte le informazioni e novitа acquisite. La Paolini srl espone tutte le Ecosoluzioni decorative su misura per interni di OIKOS presso il proprio Showroom. Vogliamo ispirare i nostri clienti attraverso il colore e la materia in modo sostenibile e personalizzato, realizzando soluzioni esclusive capaci di migliorare l’ambiente e favorire il benessere delle persone.


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Di mondo in mondo - From World to World Addio, o forse basta un ciao. La decisione è una: partire, poi si vedrà. Casomai si torna a casa. Anzi no. Cresce di anno in anno il numero delle persone che si trasferisce all’estero. Il motivo? L’Italia è un Paese in crisi che non offre posti di lavoro, ma anche la voglia di scappare verso una meta dove la parola meritocrazia abbia un senso, dove a comandare sia una classe dirigente migliore, il talento un’opportunità e la burocrazia non diventi un meccanismo perverso.

Good-bye forever, or maybe just good-bye is enough. The decision is one: leave, then we will see. Worst case, we will go back home. Instead no. Every year the number of people who leave to go abroad is growing. The reason? Italy is a country in crisis which does not offer jobs but the desire as well to run towards a place where the word meritocracy has a meaning, where the leadership is a better managing class, talent an opportunity and bureaucracy is not a perverted mechanism.

La nostra copertina disegnata da Andrea Lensi (Andypopshop che ringraziamo per la sempre preziosa collaborazione), rappresenta proprio questo: persone che si tuffano in mezzo al mondo che non è mai uno solo, ma sono tanti. I mondi sono tanti e sono per tutti. In questo numero di The Mag che segna la primavera, al netto dei fusi orari, raccontiamo alcune storie di italiani che da tempo vivono e lavorano all’estero. Parigi, Vienna, Sydney, Brisbane, L’Aia, Hong Kong, New York, Bruxelles, Berlino, Ulm: «Qui c’è possibilità di far emergere il talento», dice chi è in giro per il mondo. Dodici storie, una piccola, forse piccolissima rappresentativa che si gioca la sua partita e che ha risposto alle nostre domande, aprendoci le finestre delle loro vite altrove. In un altrove dove ci sono meno meccanismi strani, anche se mancano la famiglia, gli amici di sempre, gli affetti più cari, persino i vicini di casa e la pasta.

Our cover designed by Andrea Lensi (Andypopshop who we thank for his ever-precious collaboration), represents exactly this: people who dive in the middle of a world which is never just one, but many. The worlds are many and they are for all. In this number of The Mag which marks spring, exactly at daylight savings time, we tell some stories of Italians who, for some time have lived and worked abroad. Paris, Vienna, Sydney, Brisbane, Den Haag, Hong Kong, New York, Brussels, Berlin, Ulm: «Here there is the possibility of letting talent emerge», those who are around the world say. Twelve stories, one small, perhaps very small representative, who play their game, who have answers to our questions, opening the windows to their lives elsewhere. In an elsewhere where there are strange mechanisms, even if one misses family, friends from forever, the dearest affections, even neighbors and pasta.

C’è chi tornerebbe subito in Italia e chi, invece, non ci pensa neanche perché «le opportunità che ho avuto me le sogno nel Belpaese!». A tutti loro abbiamo inviato cinque domande uguali, le risposte sono state diverse come diverse le loro esperienze di vita. Tranne una. Alla domanda ‘cosa ti manca dell’Italia’ in molti hanno detto così: «Il calore della gente, il sorriso, l’essere italiani». Allora sì, se è vero che abitare un territorio ha a che fare con la realtà vale la pena nutrire le diversità e continuare a portare il talento dell’essere italiani in ogni altrove, nel mondo.

There are those who would return immediately to Italy and those who instead would never think to, because «the opportunities which I have had I can’t even dream of in the Bel paese!». To each of them we sent the same five questions, the answers were as different as their life experiences. Except one. To the question ‘what do you miss about Italy’ many said this: «the warmth of the people, the smiling, being Italian». Then yes, if it is true that living in a place has to do with reality then it is worth feeding diversity and continuing to bring the talent of being Italian in every elsewhere, in the world.

Good luck!

Good luck!

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22 Our Home

Romantica Milano

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Cover story Around the world

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Data pubblicazione: Aprile 2017 - rivista bimestrale - N°27 Grafica, fotografia e impaginazione: Moka comunicazione, via Cacciatori del Tevere, 3 - Città di Castello (PG) P. IVA 02967110541 - mokacomunicazione.it Stampa: Litograf Editor S.r.l. - Via C. Marx, 10 06011 Città di Castello (PG) P. IVA 02053130544 Editore e Proprietario: Moka comunicazione Direttore Responsabile: Cristina Crisci Responsabile di Redazione: Marco Polchi Traduzioni: Christy Mills Iscrizione al Tribunale di Perugia: n. 20/12 del 27/11/2012. Questo numero è stato chiuso in redazione il 3 Aprile 2017 alle 19:00 Per maggiori informazioni e tanti altri eventi visita / for more information and events go to www.the-mag.org

Brunori SAS

Il ritorno sold out

Damiano Zigrino

Il mio teatro tra realtà e fantasia

84 Reportage

E45 La grande via

106 Baustelle

Tanto amore poca violenza

INFO E CONTAT TI pubblicità Giovanna 389 05 Simona 389 05 2424 126 Tiziana 324 78 68 099 135 redazione marcopolchi@th info@the-mag.o e-mag.org www.the-mag.o rg rg

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Giovanna Rossi

Simona Polenzani

Hanno collaborato a questo numero

In redazione

Cristina Crisci

Direttore responsabile

Andrea Lensi

Marta Monini

Lucia Fiorucci

Claudia Belli

Emanuele Vanni

Andrea Luccioli

Marco Polchi Grazie a

Carlo Stocchi, Mirna Ventanni e Francesco Polchi

Centro fotografico tifernate

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Per The Mag, Marta Monini ha disegnato Francesco Bianconi, cantautore e frontman dei Baustelle. Marta è nata nel 1998 a Città di Castello. Studia al Liceo Plinio Il Giovane ma è già proiettata verso lo IED di Milano. Disegna fin da piccola, è appassionata di musica, fumetti e animazione. Un sogno? Creare un un cartone animato tutto suo, appunto. Segni particolari: adora David Bowie. È illustratrice del Plinews, la rivista del Liceo.

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Potrete gustare il sapore dei piatti tipici umbri con specialità al tartufo all’interno della sala panoramica o, nel periodo estivo, nello spazio esterno direttamente sulla piazza. Nell’enoteca potrete degustare ed acquistare diversi tipi di vini locali e prodotti umbri tra cui miele, olio, salumi, formaggi e tartufi freschi direttamente cercati e selezionati da uno dei gestori.

You can try the flavours of typical Umbrian dishes with truffle specialities, either in the panoramic inside dining room or, in the summer period, in the outdoor space directly in the square. In the wine shop you can try and buy various kinds of local wines and Umbrian products, amongst which honey, oil, salami, cheeses and fresh truffle directly hunted and selected by one of the managers.

Piazza Fortebraccio, 5/6 06014 Montone (PG) - Tel / Fax +39 075 930 62 71 - lanticaosteria.it - info@lanticaosteria.it

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Caterina e Rodolfo abitano in un luminosissimo appartamento vicino a Parco Sempione, a pochi passi dal centro di Milano. Si sono trasferiti qui, come giusto compromesso tra Londra - dove lui lavorava ormai da qualche anno - e l’Umbria: terra natale di entrambi. L’appartamento, completamente ristrutturato, ha preso nuova vita grazie alle idee precise di Caterina, coadiuvate dall’esperienza di un’amica arredatrice. Il tutto, è stato caratterizzato dal gusto di entrambi per le cose semplici ma raffinate e dai colori neutri. L’arredamento, accogliente e curato, è molto moderno, ma non mancano pezzi antichi che ricordano l’Umbria e le loro famiglie d’origine. Il tavolinetto del soggiorno per esempio, è fatto con il legno di un ciliegio del giardino del nonno di Rodolfo, e la vetrinetta nel soggiorno è della nonna di Caterina, ereditata a sua volta dalla madre come regalo di nozze. Nel soggiorno il divano è extra large, e la poltroncina in pelle di Desiree, col suo tono deciso, riprende la decorazione della cassapanca. Ad illuminare il tutto ci pensano le classiche e bellissime lampade di Fontana Arte, Uovo compreso. La cucina Modulnova è comodissima con l’ampio piano di lavoro e il tavolo a penisola per pranzetti veloci, ma romantici. Anche qui prevalgono i toni neutri, e il bianco pulito del piano di lavoro e dei pensili, è contrastato dalle armadiature color tortora e dalla boiserie in legno scuro, attrezzata per fissare mensole a diverse altezze. La matericità di tutti questi elementi evidenzia le sedie e la gamba del tavolo, così eteree nel suo essere trasparenti. La camera da letto è la sintesi di tutti gli ambienti. Troviamo infatti le linee decise degli arredi contemporanei, ma anche i comodini e il comò con il piano in marmo appartenuti ai nonni.

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Romantica Milano di Lucia Fiorucci

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Romantic Milan by Lucia Fiorucci

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Caterina and Rodolfo live in a luminous apartment near Sempione Park, a short walk to the centre of Milan. They moved here, as a good compromise between London – where he has been working for a few years – and Umbria: native land of both.

In the living room the sofa is very large, and the small leather armchair by Desiree, with its decisive tone recalls the décor of the storage bench. Illuminating all of this is done by the classic and beautiful lamps by Fontana Arte, Uovo included.

The apartment, completely renovated, has taken on new life thanks to the precise ideas of Caterina, assisted by the experience of an interior decorator friend. All of it has been characterized by the tastes of both for simple but refined things and neutral colours.

The Modulnova kitchen is very comfortable with a wide counter space and the kitchen table peninsula for quick but romantic lunches. Here as well neutral shades prevail, and the clean white of the counter and the shelves is contrasted by the light grey-coloured cabinets and the paneling in dark wood, accessorized to set up shelves at different heights. The material consistency of all these elements highlights the chairs and the leg of the table, so ethereal in its being transparent.

The furnishings, welcoming and detailed, are very modern but are not lacking in antique pieces which recall Umbria and their families. The coffee table in the living room for example, is made with cherry wood from the garden of Rodolfo’s grandfather, and the china cabinet in the living room is from Caterina’s grandmother, having been inherited by her mother as a wedding gift at that time.

The bedroom is the recap of all the other rooms. Here we find the decisive lines of contemporary furniture, but bedside table and a dresser with a marble top belonging to the grandparents as well.

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L’OCCHIO DEL CURIOSO Nelle giornate più terse dalla finestra della sala si vedono le Alpi, mentre le altre finestre si affacciano sul verde del cortile interno. La cosa curiosa è che qui, dopo diverse ristrutturazioni, è rimasto incontrastato dalla speculazione edilizia e sopravvissuto ad un importante incendio nel 1600 un campanile. È il campanile della Chiesa della Santissima Trinità, risalente all’anno mille circa.

A NOTE TO THE CURIOUS On the clearest days, you can see the Alps from the living room windows, while the other windows face the garden of the inner courtyard. The curious thing is that here, after many renovations, a bell tower has remained undisputed from the property speculation and survived an important fire in 1600. It is the bell tower of the Most Holy Trinity Church, roughly dating back to the year one thousand.

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tutti i giorni su prenotazione. Dal 1 Aprile fino a Ottobre riapertura fattoria didattica gio 16 Aprile: Pranzo di Pasqua con fattoria didattica omag 12:00 ore alle 11:00 ore dalle ini bamb i per

“Le Burgne” è un meraviglioso casale di fine ’800 situato sulle colline umbre. Al piano terra un grande salone ricavato dalle vecchie stalle la cucina, la reception, il bar, ed i due bagni di servizio. Il primo piano ospita cinque spaziose camere matrimoniali ed un angolo lettura a disposizione degli ospiti. Su richiesta si organizzano “Fattorie didattiche” per vivere a stretto contatto con gli animali da cortile, imparare a fare il gelato, raccogliere le castagne e cercare i tartufi.

“Le Burgne” is a marvellous farmhouse from the 800’s positioned on the Umbra hillside in an enviable position on the border between Umbria and Tuscany. On the ground floor there is also a kitchen, the reception, a bar and two bathrooms. On the first floor there are five spacious double rooms and a reading corner. On request we organize “Educational farms” to live in close contact with farm animals, learn how to make ice cream, collect chestnuts and truffles.

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di Claudia Belli – foto Molotovstudio

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Il palcoscenico è un po' la seconda casa di Damiano Zigrino, lo vive in primo piano come cantante degli Jolebalalla e nascosto dietro le scenografie che fanno da sfondo alle storie dei suoi burattini. Ma come per la musica anche per il teatro di figura c'è una lunga preparazione prima che l'arte possa andare in scena; dalla scrittura dei testi alla creazione dei piccoli e grandi personaggi in legno o gommapiuma, Damiano cura ogni piccolo dettaglio grazie anche a una formazione scrupolosa cominciata con la laurea al DAMS di Bologna e in continua progressione grazie a workshop seguiti in giro per il mondo per cogliere il meglio dalle tradizioni di altri paesi.

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In un certo senso il teatro ce l'hai nel sangue, ma quando hai capito che avrebbe giocato un ruolo così importante nella tua vita? «Ho mangiato pane e teatro fin dai miei primi anni di vita, perché mio padre svolge da molto tempo, per passione, svariate attività in questo ambito, e mi ha trasmesso geneticamente l’amore per la scena. Dopo il liceo mi sono iscritto al DAMS di Bologna alla facoltà di Arte e durante una lezione di Estetica stavamo disquisendo del piacere che deriva dalla contemplazione delle opere d’arte, così affascinanti nella loro bellezza senza tempo, sublime, priva di implicazioni pratiche. Spesso le opere raccontano storie, ma la loro narrazione è congelata in un momento eterno, quello che l’artista cattura e rende immortale; in seguito a questa riflessione, ho capito che il mio piacere estetico è più legato alla fruizione di un’opera d’arte che racconti una storia dal tempo dilatato, con un prima, un durante, un dopo. Qual è l’opera d’arte che racchiude in se tutto questo? La pièce teatrale». Nonostante il teatro dei burattini fosse molto popolare in passato, ora la tradizione si è un po' persa relegando questa forma d'arte quasi esclusivamente agli spettacoli per bambini, tu come l'hai riscoperta? «Fra i corsi che ho frequentato durante l’università, ce n’è stato uno che mi ha interessato particolarmente: Teatro d’Animazione; il corso era tenuto dal Professor Remo Melloni, che più tardi ho ritrovato quando studiavo all’Accademia Paolo Grassi; lui, grande conoscitore del teatro di figura, è riuscito a trasmettermi la sua passione e soprattutto ha destato in me la curiosità di conoscere ed esplorare un mondo che, troppo spesso, viene associato al solo pubblico dei bambini. Nonostante questa sia una sua caratteristica molto bella, in realtà è un linguaggio adatto anche al pubblico adulto, anzi, è profondamente legato alla storia dell’uomo, poiché esiste in molte culture, sebbene in forme diverse». Un vero e proprio colpo di fulmine quindi, ma oltre alla passione è stata necessaria una formazione specifica... «Appena ho appreso della possibilità di frequentare, a Perugia, un corso per Operatore di Teatro

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di figura presso lo storico TFU, mi sono subito precipitato, ho superato il provino di accesso, e ho avuto il piacere di imparare da un uomo di grande esperienza quale Mario Mirabassi. Avendo ottenuto il massimo dei voti, al termine del corso ho anche avuto modo di collaborare con il TFU lavorativamente. In seguito, ho frequentato altri laboratori per apprendere tecniche legate alla lavorazione di svariati materiali: ad esempio, a Praga, città dove la tradizione delle marionette ha origini antichissime, ho imparato l’intaglio del legno e la costruzione della marionetta a filo». I tuoi personaggi hanno sempre una forte personalità che riescono a trasmettere anche grazie a una realizzazione molto attenta e creativa, ma come nascono? «La prima fase del lavoro è sempre la ricerca della storia giusta: che sia originale o riadattata ha dei personaggi che io “traduco” in figure. La figura, che sia burattino, marionetta, pupazzo o semplice oggetto di uso quotidiano, deve rispecchiare, nei tratti fisici, il carattere del personaggio; pertanto, in ogni fase della costruzione, dalla scultura alla creazione dei costumi, si deve tenere conto di questo principio. A mia moglie Silvia è affidato il compito di dipingere i personaggi e le eventuali scenografie. Il tipo di storia che scelgo di raccontare influenza anche la scelta della tipologia di figura, nonché del materiale». Al lavoro di burattinaio affianchi quello di educatore teatrale, quanto ti coinvolge questa attività tutt'altro che secondaria? «Ho sempre sognato di lavorare con i bambini, un pubblico molto ricettivo, esigente, delicato e tutt’altro che facile, oltre che di estrema importanza, poiché si tratta della formazione delle future generazioni. Pertanto ritengo sia obbligatorio avere consapevolezza degli strumenti, linguaggi e tecniche più adeguati per rapportarsi con loro. Infatti, prima di cominciare a lavorare, ho frequentato un corso di pedagogia teatrale presso l’Università Cattolica di Milano, nonché un corso di perfezionamento all’Accademia Paolo Grassi in tecniche e linguaggi del teatro per ragazzi».


Ho sempre sognato di lavorare con i bambini, un pubblico molto ricettivo, esigente, delicato e tutt’altro che facile, oltre che di estrema importanza, poichÊ si tratta della formazione delle future generazioni 45


«Ho mangiato pane e teatro fin dai miei primi anni di vita, perché mio padre svolge da molto tempo, per passione, svariate attività in questo ambito, e mi ha trasmesso geneticamente l’amore per la scena» 46


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Damiano Zigrino

MY THEATRE BETWEEN REALITY AND FANTASY By Claudia Belli – photo Molotovstudio The stage is a little bit like the second home of Damiano Zigrino, he lives it in the foreground as singer of the Jolebalalla and behind the scenes which are backgrounds to the stories of his puppets. But as for the music so is for the theatre of puppets, there is a long preparation before the art can go on stage; from the writing of the texts to the creation of the small and large characters in wood and foam rubber, Damiano takes care of each small detail, thanks as well to a scrupulous education beginning with a degree at DAMS in Bologna, and a continuous progression thanks to workshops attended around the world, to gather the best of the traditions of other countries. In a certain sense the theatre is in your blood, but when did you understand that it would have played such an important role in your life? «I ate bread and theatre since my first years of life, because my father did various activities in this environment for a long time, as a passion and he genetically instilled in me a love for the stage. After high school, I enrolled in DAMS in Bologna as an Art major and during a lesson in esthetics we were discussing the pleasure that comes from contemplating works of art, so fascinating in their beauty without time, sublime, without practical implications. Often works will tell stories, but their narration is frozen in an eternal moment, that which the artist captures and makes immortal; following this reflection, I understood that my esthetic pleasure is more tied to the fruition of a work of art than telling a story in time broadened, with a first, a during and an after. What is the work of art that has all these? The theatrical pièce». Though puppet theatre was very popular in the past, now the tradition is a bit lost, leaving this art form almost exclusively to shows for children, how did you rediscover it? «Among the courses that I attended during university, there was one that had me particularly interested: Animation Theatre; the course was held by

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Professor Remo Melloni, who I later rediscovered when I studied at the Accademia Paolo Grassi; he, a great expert of puppet theatre, managed to transmit to me his passion and more than that he awakened in me the curiosity to get to know and explore a world which, too often, is associated only with a children’s audience. Though this is one of its very beautiful characteristics, in reality it is a language very suitable for an adult audience, rather, it is tied deeply to the history of man, because it exists in many cultures, though in different forms». A real and true love at first sight then, but beyond passion a specific education was necessary... «As soon as I found out about the possibility to attend, in Perugia, a course for Puppet Theatre Operator at the historic Puppet Theatre (TFU), I immediately rushed there, I passed the admissions try-outs, and I had the pleasure of learning from a man of great experience, that is Mario Mirabassi. Having received the highest of marks, at the end of the course, I also had the possibility of collaborating with the TFU in a working manner. After that I attended other laboratories to learn techniques related to the working of various materials: for example, in Prague, a city where the tradition of puppets has very ancient origins, I learned wood carving and building string puppets». Your characters always have a strong personality which they are even able to communicate thanks to a very attentive and creative realization, but how are they born? «The first phase of the job is always the research for the right story: whether it is original or readapted, it has characters that I “translate” into puppets. The figure, whether string puppet, hand puppet, doll or simple everyday object, must reflect, in the physical traits, the disposition of the character; therefore, in every phase of the construction, from the sculpting to the creation of costumes, you have to keep in mind this principle. My wife Silvia was given the task of painting the characters and the scenes. The type of story I choose to tell influences the choice of the type of figure as well as the material». As a puppet master as well as theatre teacher, how much does this far-from-secondary activity involve you? «I have always dreamt of working with children, a very receptive audience, demanding, delicate and


anything but easy, besides being of extreme importance, because it is about educating the future generations. For that reason, I believe that is necessary to have a knowledge of the most adequate instruments, language and techniques in order to relate to them. In fact, before beginning to work, I attended a course in theatrical pedagogy at the Catholic University of Milan, as well as an improvement course at the Paolo Grassi Accademia in techniques and language for children’s theatre».

PASTA SPINOCI Damiano è abituato a dividersi tra i suoi burattini, l'attività di educatore teatrale e la musica (altra grande passione), questa pasta assomiglia un po' alla sua vita divisa tra palco e scuole perché è ricca di colori diversi e di sapori distanti tra loro ma perfettamente in sintonia. Mentre gli spinaci appassiscono in padella su un soffritto di cipolla a parte si prepara il pesto frullando le noci con aglio e rosmarino. Una volta pronti gli spinaci si aggiungono dei pomodorini secchi ed è il momento di saltare tutto in padella mescolando bene la pasta integrale e il pesto alle noci. Un piatto veloce ma pieno della fantasia che Damiano mette in scena grazie ai suoi personaggi.

PASTA SPINOCI Damiano is used to dividing himself between his puppets, teaching theatre at school and music (another great passion), this pasta resembles his life a little bit, divided between the stage and school because it is rich in different colours and flavours, distant from one another but perfectly in harmony. While the spinach is lightly cooked in the pan over stir-fried onions in oil, on the side you prepare a pesto blending the walnuts with garlic and rosemary. Once the spinach is ready, you add dried tomatoes and it is the time to lightly heat up everything together in the pan, mixing the whole grain pasta with the walnut pesto. A quick dish but full of creativity which Damiano puts on the scene thanks to his characters.

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“CIGAR AND TOBACCO FESTIVAL” A SAN GIUSTINO DAL 2 AL 4 GIUGNO IL FESTIVAL CHE CELEBRA UNA DELLE PRODUZIONI STORICHE DEL TERRITORIO, IL TABACCO

Si terrà dal 2 al 4 giugno 2017 il primo Cigar and Tobacco Festival, salone dedicato a una delle produzioni tipiche che ha fatto la storia e l’economia del territorio di San Giustino e dell’intera Alta Valle del Tevere, il tabacco. Villa Magherini Graziani ospiterà per l’occasione la mostra mercato di pregiati sigari, toscani e caraibici, le degustazioni anche in abbinamento a distillati e ad altre eccellenze enogastronomiche, gli incontri con gli esperti e workshop b2b tra operatori. Un apposito spazio sarà dedicato alle macchine e alle attrezzature per la produzione di tabacco e di sigari e saranno previste anche sessioni di formazione apposite per tabaccai e operatori. La storia del tabacco nella zona inizia secoli fa, quando il prelato Vescovo Niccolò Tornabuoni, ambasciatore mediceo presso la corte di Francia, nella seconda metà del 1500 spedì da Parigi allo zio Alfonso, Vescovo di Sansepolcro, dei semi di questa pianta arrivata dalle americhe, il tabacco. Di lì a poco le coltivazioni si estesero nella bassa Toscana, tanto da guadagnare al tabacco il nome di “erba tornabuona”. La fortuita coincidenza -un secolo prima- della nascita di un minuscolo stato libero tra il Gran-

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ducato di Toscana e lo Stato Pontificio, la Repubblica di Cospaia, fece sì che per secoli, quel lembo di terra prosperò proprio grazie al tabacco, o meglio al contrabbando delle foglie di tabacco, diventandone la capitale italiana fino al 1826, quando Papa Leone XII costrinse i cospaiesi a firmare l’atto di soggezione e limitò la coltivazione del tabacco a un massimo di mezzo milione di piante. "Il Festival costituisce un'occasione speciale di valorizzazione del territorio -ha detto il Sindaco di San Giustino Paolo Fratini- d'altro canto, il nostro territorio ha un legame speciale con il tabacco e rappresenta davvero una peculiarità a livello nazionale, se pensiamo all'opportunità di emancipazione sociale delle donne che la lavorazione del tabacco ha significato in queste zone, più che in altri contesti a livello nazionale.” "Un evento del genere che ha un respiro nazionale e internazionale -ha aggiunto l'assessore agli eventi del Comune di San Giustino Elisa Mancini- è per noi motivo di vanto e saremo pronti ad accogliere quanti arriveranno fin qui per il festival.” La prima edizione del Cigar & Tobacco Festival è resa possibile grazie alla sensibilità delle istituzioni, Comune di San Giustino e Regione dell'Umbria in testa, con l'obiettivo condiviso di valorizzare la filiera e il territorio.

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PERUGIA CORSO VANNUCCI ∙ AREZZO CORSO ITALIA ∙ LUCCA VIA FILLUNGO SIENA VIA DI CITTÀ ∙ FERRARA VIA MAZZINI ∙ GENOVA VIA DEGLI OREFICI  BERGAMO VIA B.COLLEONI

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Le nostrenonfeste sono mai noiose

Via B.Buozzi, 22/A 06012 CittĂ di Castello (PG) tel e fax. 075 8552190 55


BURRI SI FA IN TRE Il terzo museo della grafica è realtà 56


I GRANDI STAMPATORI Sabato 11 marzo si è svolta una indimenticabile giornata di studio dedicata ad un approfondimento del rapporto tra Burri e la grafica con importanti testimonianza dei più grandi stampatori italiani.

VIDEO INEDITO Un inedito e commovente video del maestro Alberto Burri che controlla il lavoro in tipografia è stato proiettato grazie alla 2RC di Eleonora e Valter Rossi, poi ancora approfondimenti sulle innovazioni nell’arte con interventi di numerosi rappresentanti delle più importanti stamperie italiane che avevano lavorato con Burri e che hanno fornito ricordi e curiosità.

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VIAGGIO Un viaggio dentro la bellissima produzione grafica del maestro Alberto Burri scandita, passo dopo passo, nelle sale della nuova area espositiva agli ex Seccatoi del Tabacco. Il terzo museo, dedicato all’intero corpus della grafica è realtà!

2 MILA VISITATORI Oltre 2 mila i visitatori che l’11 e 12 marzo hanno visitato a Città di Castello il nuovo museo tanto che la direzione ha dovuto prolungare per oltre un’ora la chiusura.

UN COMPLEANNO SPECIALE Domenica 12 marzo Alberto Burri avrebbe compiuto 102 anni e, mentre il mondo si ricordava di lui, nella sua città natale veniva aperto il terzo museo, dedicato alle opere grafiche, oltre 200 quelle esposte negli enormi spazi della Fondazione in un allestimento che segue i periodi, la produzione e i cicli artistici del maestro.

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TAGLIO DEL NASTRO L’inaugurazione ufficiale è avvenuta alla presenza del sottosegretario del Ministero dei Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni, del presidente Bruno Corà e dei massimi rappresentanti istituzionali locali e regionali.

CURIOSITà A PALAZZO ALBIZZINI Il 12 marzo è stata aperta anche la sede Albizzini in occasione di una importante novità: tre sale del museo ospitano plastici (tra i quali quelli per Piazza Burri, Bisanzio per Ravenna e Orsanmichele per Firenze), modellini e bozzetti mai esposti prima.

ORARI Dopo l’apertura del terzo museo permanente ecco i nuovi orari delle tre sedi di Palazzo Albizzini, Ex Seccatoi del tabacco- Grandi cicli e Opera grafica. Gli orari sono validi fino al 31 maggio: dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12,30 e dalle 14.30 alle 18; sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 18 (orario continuato). Il lunedì è chiuso (ad eccezione dei festivi e prefestivi).

NEWS ON LINE Tutti gli aggiornamenti degli orari sono disponibili nella sezione News del sito della Fondazione poiché in occasione delle festività gli orari saranno modificati (dall'11 aprile al 7 maggio le tre collezioni permanenti saranno aperte tutti i giorni mentre verrà osservato orario di apertura continuato 10-18 nei periodi dal 15 al 25 aprile e dal 29 aprile al 1 maggio).

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Storie di persone che si tuffano in mezzo al mondo Parigi Bruxelles New York Vienna Berlino Sydney Brisbane Hong Kong Ulm L'Aia

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GABRIELLA ZANCHI, QUI PARIGI il mio canto libero È partita nel 2013, non sapeva una parola di francese, ma confidava nella sua voce e nella voglia di cambiare. Sono passati 4 anni, ora Gabriella parla francese benissimo e vive stabilmente a Parigi. «Canto come soprano nel coro dell’Opera di Parigi, prestigiosa posizione che mi sono guadagnata con un’audizione e con un po' di tenacia». Gabriella Zanchi, nata a Città di Castello, adesso è diventata parigina d’adozione e nel bel canto è un’istituzione acclamata anche dal pubblico della tv dopo la sua partecipazione (è arrivata in semifinale) a «La France à un Incroyable Talent», format francese di Italia’s got talent. Ma appena arrivata non è stato tutto facile. «Era il 2013 quando pensai di cercare lavoro all’estero in un periodo un po' particolare della mia vita, ero delusa da alcune situazioni sia private che lavorative, così’ speravo che il fatto di cambiare aria potesse risollevarmi il morale - prosegue - Ho inviato la mia candidatura per la produzione del Fantasma dell’Opera di Stage Entertainment ad Amburgo, poi per La Bella e la Bestia a Parigi. Non parlavo né il tedesco né il francese, l’audizione per il ruolo di Carlotta nel Fantasma andò bene, ma ricevetti prima la proposta lavorativa da Parigi e ho deciso di accettare. Solo allora ho capito cosa significa essere emigrante: ho dovuto affrontare diverse difficoltà, ma per fortuna ho incontrato anche delle anime buone che mi hanno aiutato, come la mia amica Catherine, che mi ha accolto in casa sua come fossi una figlia». Della Francia cosa ami e cosa odi? «Il prego maggiore è il riconoscimento sociale dello status di artista che, nonostante tutte le difficoltà, è comunque difeso e tutelato dallo Stato. I francesi hanno fatto la rivoluzione dunque hanno appreso, meglio di noi italiani, come difendere i loro diritti sociali! Un difetto? Beh, sono un po' più freddi e distaccati emotivamente rispetto a noi italiani». Dell’Italia invece ti mancano... «Il caffè e la pizza! Ma anche e soprattutto il sole e il buonumore della gente, sempre pronta a salutarti. Il famoso calore italiano! No, non è un’utopia, anche se noi non ce ne rendiamo conto, basta vivere un po' in un altro paese e ne sentiamo subito la mancanza»! Questo vuol dire che, a parità di lavoro, torneresti volentieri? «Certo! Se l’Italia mi permettesse di sentirmi rispettata come artista e di poter vivere dignitosamente col mio lavoro, tornerei immediatamente! Aspetto con ansia il giorno in cui anche nel nostro paese cominceremo ad investire sulla nostra vera risorsa: la cultura e l’arte».

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Un simpatico scatto con il grande tenore JONAS KAUFMANN una delle voci più amate del momento, con cui Gabriella ha cantato nell'ultima e fortunata produzione di Lohengrin di Wagner all'Opera di Parigi, diretta dal M° Jordan


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ENRICO RUGGIERI, QUI BRUXELLES 14 ANNI IN BELGIO CON L’ITALIA NEL CUORE Enrico Ruggieri, 40 anni, è originario di Città di Castello, una laurea in Economia e Legislazione d’Impresa all'Università Bocconi, esperienze in Kraft Foods International, consulenze in Fiat Auto, Whirlpool, Baxter adesso vive in Belgio da diversi anni, «prima ad Anversa ed ora a Bruxelles». Cosa fai di preciso? «Lavoro per Kone International sede di Bruxelles dal 2008, con un incarico esclusivo in progetto di delocalizzazione dei processi amministrativi delle varie business units verso sedi a minor costo. Mi occupo di organizzazione d’impresa in senso lato, dalla semplificazione dei processi all’armonizzazione del modus operandi dell’azienda. Fino al 2012 ho contribuito a creare e lanciare tre centri servizi (SSC) dislocati in Slovakia, India e Malesia. Dal 2013 ad oggi mi sono occupato principalmente di business integration e qualità, guidando l'implementazione globale di una piattaforma di comunicazione e reportistica». Quindi viaggi molto? «Sì, frequentemente in Europa, Stati Uniti e Asia: nel 2011 quando abbiamo aperto il centro indiano di Chennai, sono stato in India 11 volte».

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Soddisfazioni? «Tante. Sono molto fiero del risultato ottenuto e della crescita professionale maturata, ma credo sia arrivato il momento di cambiare e passare se possibile ad un ruolo interno in azienda, preferibilmente italiana, pur conoscendo le complessità che questo comporta dopo tanti anni di lavoro agile all'estero». Belgio: il maggior pregio? «La facilità di procurarsi e gestire informazioni, avere accesso a servizi in maniera autonoma grazie a una burocrazia è più snella. Un altro vantaggio è la vicinanza geografica con molti paesi, lavorativamente parlando. Non mi piace invece la mancanza di contatto personale, rapporti umani tiepidi e spesso interessati, nutrono una comunità poco solidale e coesa». Escludendo famiglia e amici, cosa ti manca dell’Italia? «Per farla semplice, le 3 C: clima, cultura e cibo che poi si completano a vicenda». Torneresti volentieri? «Dopo 14 anni all’estero 7 dei quali vissuti con mia moglie Alessandra (e i figli Federico e solo 5 mesi fa Elena), si apre in effetti la possibilità di rientrare in Italia: ma il nostro Paese è grande! Andare dove ci porta il cuore, che sia l’Umbria o il Friuli, sta diventando un sogno ricorrente, in questo periodo della nostra vita». (info: linkedin.com/in/enricoruggieri)


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ENZO NERI, QUI MANHATTAN in america si sta bene Enzo Neri, classe 1971, è uno chef, anzi meglio «un capo cuoco come direbbe Marchesi dato che odia i francesismi. Ho iniziato come aiuto partita e piano piano sono diventato un Executive Chef». È di Città di Castello dove ha vissuto fino a 30 anni anni poi se n’è andato: Londra, Dubai, Washington DC e dal 2011 vive stabilmente a New York. Attualmente è executive chef nell’Upper East Side di Manhattan. Non sa se tornerebbe in Italia: «Idealmente sì, ma credo che farei fatica nell’adeguarmi a certi metodi di vita che sono stati anche una delle ragione della mia fuga», dice riferendosi alla burocrazia e al sistema politico che «limitano lo sviluppo del paese da oltre 20 anni e ciò mi spaventa. Sono abituato a gestire me stesso e le mie cose in maniera molto più veloce e dinamica meglio in America che in Italia. Questo non nega il mio amore viscerale per l’Italia e per la mia città natale!». L’America per Enzo Neri è arrivata un po’ per caso: «Una mia cugina australiana venne in Italia per l’Università e io me ne andai in Australia nell’ottobre del 1999. Lì ci fu un particolare che poi cambio’ la mia vita. Camminando per il quartiere italiano, nelle strada Laygon Street di Melbourne, mi accorsi che ogni ristorante cercava un aiuto cuoco per la stagione. Pensai che se avessi saputo cucinare mi sarei potuto trasferire in Australia per lavoro. Questo e’ stato un po’ un input. L’Australia, paese giovane ma di mille culture mi ha aperto gli orizzonti». Un’idea che poi non hai più abbandonato? «Tornato in Italia, mi sono costruito una professione da zero ho studiato, poi lavorato al Postale di Città di Castello con Marco Bistarelli (una stella Michelin). Da lì la possibilità di trasferirmi a Londra, (dove ha lavorato da Vasco & Piero Pavillion e Caldesi) meta ambita per molti noi europei... nell’ottobre 2003 lasciai l’Italia definitivamente». Cosa ha l’Italia in più dell’America? «I profumi, i colori, il cibo, il vino, la campagna, il mare, il sole. La lingua, la cultura, l’architettura, il senso di ospitalità, la passione, le feste paesane, le ricorrenze, la diversità delle regioni e dei dialetti, il modo di vivere, le priorità e perfino a volte il suo provincialismo. Un pregio e un difetto dell’America? «Un pregio sicuramente l’opportunità di crescita. Il difetto che mi pesa di più è la mancanza di romanticismo».

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PETRA GIACALONE, QUI VIENNA NELLA CITTà CHE VIVE DI CULTURA, ARTE E MUSICA Petra Giacalone è pianista, Direttore d'Orchestra e Maestro Sostituto, nata a Città di Castello e cresciuta a Milano, ha conseguito il Diploma di Pianoforte al Conservatorio Verdi di Milano. Dal 2000 vive a Vienna, dove ha concluso i suoi studi ed esercita un´intensa attività professionale musicale come pianista, maestro sostituto e direttore d´orchestra. Tra le sue collaborazioni: ha lavorato all’Opera da Camera di Vienna, è direttore musicale per le produzioni di operetta della Compagnia Schmidtke Lernnert e ha lavorato con prestigiose orchestre (Sofia Festival Orchestra, Savaria Symphonic Orchestra, KUG Sinfonietta, Filarmonica da camera di Graz, Orchestra da camera di Israele, Hilaris e Orchestra Johann Strauss). Si trasferisce all’estero negli anni 2000 «per studiare direzione d’orchestra all’Università della Musica, poi sono rimasta in questa città. Lo studio di direzione d’orchestra a Vienna è lungo e complesso, nessun paragone (purtroppo) con il Conservatorio G.Verdi di Milano dove avevo studiato precedentemente pianoforte e composizione, per questo ho deciso di trasferirmi». Dell’Italia cosa mi manca? «A volte il calore e la disponibilità delle persone, ma credo dipenda molto da con chi si ha a che fare, in che ambito e in quale momento, a prescindere dal luogo in cui ci si trova». La cosa più bella e quella più brutta del paese dove vivi. «Questa città vive di cultura, arte e musica. Per me è l’ideale, si trovano continui spunti e idee nuove che sono poi realizzabili. Le persone del posto, per gran parte, si aprono e mostrano se stesse più difficilmente e raramente». Nel 2015 a Città di Castello hai partecipato al Festival delle Nazioni nel concerto di chiusura nella Chiesa di San Domenico, alla direzione dell’Orchestra della Toscana. Per esempio: se domani il tuo lavoro si trasferisse in Italia, torneresti volentieri? «Se il mio lavoro si trasferisse in Italia significherebbe che troverei un’Italia totalmente diversa da quella che conosco, quindi probabilmente sì».

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GIULIO GIUSTINI, QUI BERLINO Dove ho trovato le risposte che cercavo Giulio Giustini, nato a Sansepolcro nel 1981, è artista e designer. Ha avuto una formazione d’autodidatta, esponendo in varie gallerie e spazi indipendenti; porta avanti una personale ricerca sui materiali e sui processi di lavorazione, secondo uno studio estetico e concettuale. Nell'agosto del 2015 ha deciso di trasferirsi a Berlino in seguito a una proposta di internship ricevuta dalla sua fidanzata da parte di una galleria d'arte contemporanea. «Sono partito per amor di conoscenza ma senza grandi aspettative – dice Giulio –, considerando di poter far ritorno in Italia dopo la conclusione dello stage, ma inaspettatamente la mia vita all’estero ha preso una piega interessante, non solo quella professionale ma anche dal punto di vista qualitativo». Una scena artistica e culturale in continua evoluzione, stimoli pressoché inesauribili. C'è voluto poco per convincersi che quella fosse la sua nuova casa. E una volta trasferitosi nella capitale tedesca, Giulio co-fonda Urban Olive: un progetto di arte applicata per il quale realizza opere d’arte e architetture indossabili riscuotendo molto successo nell’ambiente dell’indi-design berlinese e non solo... Giulio, cosa ti ha colpito di Berlino? «È una città che mi attrae per la sua contemporaneità e dinamismo, è una metropoli in continuo cambiamento; attira giovani da tutto il continente che decidono di stabilirsi qui per realizzare un progetto, sperimentare o vivere una dimensione più internazionale. Qui puoi muoverti su binari diversi. Con Urban Olive, ad esempio, riesco a mescolare arte, design e fotografia. Nella capitale tedesca l’interesse verso il mondo creativo è completamente differente da quello che conoscevo in Italia. Sembra che più sei estremo e trasversale più le cose funzionino. Ho finalmente trovato alcune risposte che cercavo. Non ci sono limiti, ora lo so». Sono molti più i pregi dei difetti da quanto si intuisce... «Direi di sì, ma vorrei rispondere esclusivamente per quanto riguarda la capitale della Germania, è quella che conosco meglio. Credo che Berlino abbia una grande qualità che si può descrivere in una sola parola “tollerante”; tollera le diversità, che sono il teatro della sua espressione. Il difetto? Sì, sto per rispondere con il solito cliché: la cucina. Per quanto riguarda la gastronomia posso attingere a molte cucine internazionali, ma purtroppo quella tedesca ha grosse lacune». Torneresti in Italia? «Certo non è solo questo... Se chiudo gli occhi riesco ad immaginare la vista delle verdi valli dell'Altotevere, mentre assaggio i tortellini fatti a mano da mia nonna; ma non è esattamente la stessa cosa che viverlo. Purtroppo, in questo periodo storico il mio lavoro in Italia non sarebbe possibile, implicherebbe una rivoluzione sociale. In questo caso sì, tornerei in Italia!».

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foto: Chiara vignudelli

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foto: nicole santoro

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ACHILLE SBERNA, QUI PARIGI Così è, se vi Paris Laureato in Ingegneria Edile-Architettura, Achille lavora attualmente come designer industriale. Negli ultimi sei anni ha vissuto per studio, lavoro - e volontà - a Berlino, Melbourne, Barcellona e ora a Parigi, intervallando tali periodi con tappe a Città di Castello dove torna sempre con lo stesso piacere con il quale poi le dice: «Ciao e a presto!». Achille, quindi tutto è partito dalla Germania... «Sì, dalla mia esperienza da Erasmus a Berlino per lavorare alla mia tesi in architettura ho iniziato un'esplorazione che dall'Australia si è poi spostata di nuovo in Europa, prima a Barcelona poi a Parigi. Quello che mi ha mosso è sempre stata la curiosità di sperimentare contesti nuovi e stimolanti: mi reputo un privilegiato ad avere avuto tutte le condizioni idonee per poter godere di questo arricchimento personale senza prezzo. Pur riconoscendo l'evidenza del problema, non sono quindi mai scappato dall'Italia per frustrazione lavorativa, e non lo sono tanto meno adesso che vivo a Parigi». Ecco, sei nella Ville Lumière per conto di un'azienda altotiberina. «Proprio così. Lavoro come designer industriale, occupandomi della progettazione di oggetti ed espositori per punti vendita e della comunicazione grafica a essi applicata. La società di Città di Castello per la quale lavoro ha aperto da circa un anno una piccola filiale qui a Parigi per sviluppare il mercato francese. Trattandosi di un progetto che parte da zero gli stimoli non mancano considerando anche i clienti

– come Coca-Cola, BIC e Nivea - con i quali ci stiamo confrontando». Parigi è meravigliosa, ma c'è qualcosa che ti manca davvero? «Ritengo che nel 2017 a Parigi ciascuno sia in grado con un po' di tempo di crearsi una situazione che "faccia casa", a livello di frequentazioni e abitudini. Mi è capitato recentemente di vedere un brillante TED talk della scrittrice Taiye Selasi intitolato "Non chiedere da dove vengo, chiedi dove sono una del posto" nel quale mi ritrovo molto. Quindi, quello di cui a volte posso avvertire la mancanza sono piuttosto aspetti meno palpabili come l'immediatezza nel potersi esprimere con l'esatta sfumatura linguistica. Ma alla fine della storia dirò che, cavalcando stereotipi sempre veri, la cosa che ci manca più è il bidet. E festa finita». Giusto! E quindi, se domani il tuo lavoro si trasferisse in Italia, torneresti? «Lavoravo in Italia con la stessa azienda, nella mia città e speravo di avere un'opportunità per rimuovermi fuori. Ora che l'ho avuta, vorrei continuare in questa direzione. Piuttosto, quello a cui tengo molto è mantenere vivi i contatti con il contesto dove sono cresciuto e contribuire attivamente al suo miglioramento cercando di portare il mio piccolo contributo ogni volta che torno. Cosa che del resto ho già potuto fare in questi anni di vita all'estero grazie all'associazione culturale “Il Fondino” di cui faccio parte, e a tutti gli amici di sempre con cui sono puntualmente in contatto».

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ISABELLE BARCIULLI, QUI SYDNEY SULLE TRACCE DELLA MIA FAMIGLIA «La mia mamma è cresciuta in Australia e il babbo ha viaggiato molto come sbandieratore, soprattutto negli States. Entrambi mi hanno cresciuta dandomi indipendenza, spingendomi ad essere libera nelle scelte e a non sentirmi obbligata nei confronti della famiglia. Ed ecco che a 19 anni mi trasferisco a Los Angeles per un anno e un decennio dopo mi ritrovo a Sydney», Isabelle Barciulli è originaria di Sansepolcro, ma da circa due anni vive e lavora a Sydney, dall’altro capo del mondo. Cosa fai per vivere? «Lavoro per un’organizzazione no profit che gestisce servizi di inserimento per migranti e rifugiati, insieme a programmi di aiuto per anziani che hanno esigenze linguistiche diverse dall’inglese perchè facenti parte della comunità multiculturale di Sydney». Ti piace quello che fai? «Oh sì, sono molto emozionata di lavorare per Sydney Multicultural Community Services, è una delle organizzazioni storiche che per prime a Sydney si è dedicata al miglioramento della condizione di immigrati e rifugiati e alla promozione della multiculturalità. E lo dimostra anche nella sua componente forza lavoro: siamo tutti di nazionalità diverse e con accenti diversi, qui non c’è spazio per discriminazione di alcun sorta». Qual è la cosa che più di tutte ti ha sorpreso favorevolmente dell’Australia? «Il pregio dell’Australia è che è un paese nuovo, quindi moderno a più livelli. Non ci sono retaggi culturali o ostacoli burocratici da combattere. È tutto più fruibile, ma la modernità è solo il manto superficiale di questo paese. C’è un’antichità da scoprire in questa terra che non è paragonabile a quella della storia e dei monumenti italiani, ma è più viscerale, richiede l’uso di altri canali di ascolto. E poi la natura è potente, ci sono posti come Uluru che ti sanno mettere ordine nel cuore e nella testa. Il difetto dell’Australia è che per l’appunto, è un paese nuovo, quindi senza tutti quei filtri di lettura che il più delle volte appesantiscono il sistema, ma che a mio avviso lo rendono anche affascinante e avvincente». Il difetto più grosso? «L’assenza di bidet!». Hai voglia di tornare in Italia? «No. Mi trovo dove sono per una parabola famigliare che è cominciata con i miei nonni materni e al momento continua con me. I racconti che sentivo da piccola sull’Australia, quei quadri che ritraevano paesaggi tipici dell’outback, l’odore di eucalipto che fuoriusciva dal beauty case di mia nonna quando veniva a trovarci in Italia, sono tutti indizi che mi hanno portato dove sono ad adesso, sulle orme del passato dei miei nonni a vivere un’esperienza assolutamente personale vuoi egoistica, ma vera».

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MARCO BONINI, QUI BRISBANE Pensa tu, dovevo solo affinare l'inglese Marco Bonini è nato a Città di Castello nel settembre del 1986. Capisce ben presto di avere una vocazione per l'estero, così a 16 anni decide di passare un'estate a Londra lavorando come cameriere: «È proprio grazie a questa esperienza, data la goffaggine con la quale cercavo di fare il cameriere, che capisco l’importanza di concentrarmi nello studio per trovare un mestiere che tenesse il mondo a riparo dalle mie pericolose abilità manuali», dice sorridendo. Quindi torna, finisce il Liceo a Sansepolcro e se ne va a studiare Economia a Bologna. Svolge i primi impieghi lavorativi in Emilia e poi a Firenze. Poco dopo, però, arriva un'interessante proposta dall'Ungheria: Marco trascorre un anno bellissimo a Budapest, passato a parlare un misto fra italiano, inglese incerto e parole improvvisate di ungherese. Decide così di affinare la sua conoscenza dell’inglese... ...Ed è così che ti sei trasferito di nuovo. «Eh sì, dopo una lunga e attenta pianificazione, lascio l’Ungheria con l’idea di andare qualche mese a Perth, in Australia, a migliorare la lingua. Atterro a Sydney il primo settembre 2013, tre giorni prima del mio compleanno, e dopo un po’ di tempo passato in città a fare il turista, decido di andare a Brisbane per qualche giorno a salutare degli amici prima di trasferirmi a Perth». Dove però non sei mai arrivato, o sbaglio? «No non sbagli! Mi sono fermato a Brisbane, una tranquilla e ospitale città nel sud del Queensland, a pochi chilometri dal mare, che nasce originariamente come colonia penale per condannati britannici. È pro-

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babilmente la sua origine a spiegare le “catene” che tuttora, dopo 4 anni, mi tengono legato a questo luogo e non mi hanno ancora mai permesso di andare a Perth, nemmeno da turista». E cosa fai a Brisbane? «Lavoro come Marketing and Sales Analyst per una multinazionale inglese. Poi, ovvio, faccio molte altre cose... qui in Australia mi sono avvicinato al mondo della scalata e della vela, attività che pratico regolarmente». Australia: come la descriveresti? «La cosa che più colpisce sono gli spazi. È facilissimo ritrovarsi soli in queste vastissime e bellissime spiagge, una sensazione fantastica! Però, chiunque abbia vissuto abbastanza a lungo in Australia, ad un certo punto si rende conto che il suo maggior difetto è la distanza. Non solamente la distanza da casa e dagli affetti ma più in generale quella da posti e zone culturali diverse. In Europa in poche ore di macchina puoi attraversare nazioni e regioni completamente diverse l’una dall’altra. Una varietà infinita». Noto una certa nostalgia... «Banale ma vero: il cibo è la cosa che manca di più. Non che qua sia cattivo, tutt’altro, ma la varietà della cucina italiana è qualcosa che qui si sognano. Nostalgia? Sinceramente alle stesse condizioni economiche e di qualità di vita tornerei volentieri, magari portandomi via anche qualcuna delle persone conosciute qua. Nell'attesa continuo a vivere in Australia nella speranza che restando a testa in giù ancora per un po’ mi si schiariscano le idee!».


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FILIPPO CRISTINI, QUI BRUXELLES HO REALIZZATO IL MIO SOGNO EUROPEO Il diploma al Liceo Classico Plinio Il Giovane, l'università a Forlì, la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche nel 2012. «La chiamata all'estero è arrivata precocemente, facendo parte dei miei studi prima in Francia e Canada. Sono state esperienze molto formative sotto molteplici punti di vista e hanno contribuito a proiettarmi fuori dai confini nazionali». Filippo Cristini – nato a Città di Castello nell'aprile del 1988 - non ha nemmeno trent'anni ma di strada ne ha già fatta veramente tanta. «Quando è stato il momento di entrare nel mercato del lavoro, armato di sana ambizione, voglia di mettermi in gioco e dell'incondizionato supporto della mia famiglia, mi sono rivolto all'estero come un orizzonte naturale». E infatti Filippo nel 2013 è già in Belgio, a Bruxelles, dove arriva come consulente in gestione di progetti europei con i paesi del Maghreb e poi come tirocinante nel Servizio europeo di Azione Esterna, il "corpo diplomatico" dell'Unione Europea. Per ora il suo orizzonte non è mutato. Dal 2015 lavora in Commissione Europea, alla Direzione Generale “Cooperazione Internazionale e Sviluppo”. «Qui mi occupo delle politiche e delle relazioni dell'Unione con i paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico – chiarisce – e faccio parte dell'unità responsabile che prepara, avvia e conduce i negoziati politici con questo insieme di paesi». Sembra un bellissimo lavoro. «Esatto... Oltre a essere entusiasmante e professionalmente stimolante, è per me – ragazzo della cosiddetta generazione Erasmus – la realizzazione del mio sogno europeo. Bersaglio di facili critiche, l'Unione Europea seppur perfettibile rimane a mio parere una realtà positiva e

di successo; godiamo ogni giorno degli innumerevoli benefici e delle conquiste raggiunte negli ultimi 60 anni». Cosa apprezzi di Bruxelles? «Sicuramente la diversità del tessuto sociale. Capitale politica e amministrativa dell'Europa, Bruxelles è diventata la casa di una delle più grandi comunità di “expats”, termine vezzeggiativo del meno accattivante “espatriati”. Il risultato è una città poliedrica, ricca di cultura e culture, sintesi del loro continuo incontrarsi. Però lasciamo stare il meteo: qui abbiamo le vere cinquanta sfumature di grigio!». Detto di Mr. Grey, hai però trovato la tua dimensione in Belgio... «Direi di sì. Per questo non saprei se tornare in Italia, anche potessi. Certo dovrei riabituarmi a viverci. Forse perché è sempre per periodi brevi e in coincidenza di vacanze, ma ogni volta che torno ho la sensazione di essere un turista e come tale mi comporto. Per ora sono felice di essere a Bruxelles: vivere qui è l'espressione più bella della mia realizzazione e della mia affermazione, sia professionale che personale». Grande. Ma c'è qualcosa in particolare che ti manca dell'Italia? «La bellezza dei nostri paesaggi, sia urbani che naturali. Poi mi manca tutta una serie di gesti e riti che quando vivevo in Italia davo per scontati ma che sono invece l'espressione di una genuinità, di un senso di ospitalità e dello stare assieme che difficilmente si trovano ad altre latitudini. Inoltre, grazie ai “pacchi sopravvivenza” di mia mamma, riusciamo a colmare pure la distanza gastronomica».

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LAURA PANDOLFI, QUI HONG KONG (PER ORA!) Non mi fermo mai tra Europa, America e Asia

Laura Pandolfi, classe '88, è nata e cresciuta a Città di Castello. Più che una semplice ragazza, è una forza della natura. Si è messa a lavorare in varie attività dell'Altotevere fin da giovanissima. Poi, dopo il liceo, ha iniziato una carriera universitaria di successo. Appassionata di geografia astronomica, ha studiato Fisica a Perugia, specializzandosi in Astrofisica a Granada e poi in Fisica Nucleare a Trieste dove si è laureata nel 2012 con una tesi sulle applicazioni della fisica in medicina. Da lì è nata l'occasione di conseguire un dottorato alla Chinese Academy of Science di Pechino in collaborazione con un centro di ricerca a Houston, in Texas, Stati Uniti. «Mi sono specializzata sullo sviluppo di biomateriali per la rigenerazione dei tessuti e ho pubblicato alcuni articoli scientifici su diverse riviste internazionali – racconta Laura. Parlo fluentemente inglese e spagnolo e me la cavo con il cinese mandarino e tedesco». In tutto questo ha pure trovato il tempo di sposarsi con un americano del Texas, «ma non è un cowboy!» dice sorridendo... Laura non so neanche in quale lingua salutarti. Ricapitolando: prima Pechino e Houston. E ora? «Va più che bene un ciao! Allora, a metà 2016 ho ricevuto un'offerta

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di lavoro in un multinazionale farmaceutica tedesca, la Fresenius Kabi, che da Francoforte mi ha spostato ad Hong Kong. Faccio parte di un programma di training per giovani professionisti che si focalizza sullo sviluppo di talenti nel settore del controllo qualità per l´industria farmaceutica. Ogni sei mesi mi spostano in nuova città». Torniamo a noi: sei all'estero... «Dal 2009. Da quel momento in poi mi è scattato qualcosa. Volevo conoscere qualcosa al di fuori del Belpaese, imparare bene nuove lingue e mettermi in gioco fuori. Quindi ecco l'opportunità, voluta fortemente, di partire per Houston dove mi davano la possibilità di conseguire il titolo di studio in un'università cinese e vivere così tra Pechino e gli USA. Insomma, senza pensarci troppo ho fatto le valigie e sono andata». Stai conquistando l'Asia... com'è viverci? «Ma guarda, Hong Kong è un posto incredibile, pieno di vita. Nonostante sia arrivata qui senza conoscere nessuno non mi sono mai sentita sola. La città è un vero e proprio melting-pot culturale, per non parlare delle innumerevoli attività culturali e ricreative. Per me poi che sono una fanatica dello sport esiste un abbonamento che ti permette di andare in tutte le palestre della città».

È come se fossi al centro di un immenso continente. «Infatti un altro punto forte di Hong Kong è la posizione geografica. Si trova in una zona nevralgica del sud-est asiatico e ha un aeroporto con decine di voli giornalieri molto economici. Pensa, ho trascorso il compleanno in Malesia, Pasqua in Vietnam e Cambogia. Però lasciamo stare il rumore, il traffico e l'inquinamento. Da paura». Quanti viaggi! Ma se ti dicessero «Laura c'è un'occasione per te in Italia». Cosa faresti? «Ovviamente in Italia si vive molto bene, mi manca il calore e il contatto fisico che trasmettiamo noi anche se qui sono molto educati e cortesi, mi manca il mio forno dove cucinare, un ottimo spritz a buon prezzo; la qualità della vita e la bellezza dei luoghi sono secondo me imparagonabili. Ma qualcosa deve cambiare per invogliare i professionisti a tornare o a non partire. Purtroppo non si tratta solo di lavoro in sé, sono sicura di poter trovare lo stesso lavoro in una delle grandi città italiane. Ottenessi una offerta con gli stessi privilegi che ho ora, mi trasferirei in Italia domani stesso. Ma per ora purtroppo non vedo la possibilità».

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AROUND THE WORLD

ALBERTO VARZI, QUI ULM IO E LA GERMANIA, QUESTIONE DI CHIMICA Alberto Varzi è nato a Città di Castello nel maggio del 1984 e cresciuto felicemente a Lama. Dopo la maturità scientifica al Liceo di Sansepolcro studia a Perugia e poi a Bologna. «Sono partito nel marzo del 2009, ma l’idea di trasferirmi all’estero maturava da tempo, sentivo l’esigenza di un’esperienza nuova. Per questo ho deciso di cercare una borsa di dottorato fuori dall'Italia. L’intenzione era di migliorare l’inglese e ampliare gli orizzonti. Come molti, la meta preferita sarebbe stato un paese anglofono. Inghilterra o Irlanda. Poi sono finito in Germania e ci sono rimasto», spiega questo ragazzo laureato in Chimica e Chimica dei Materiali con una tesi specialistica che gli è valsa un premio dalla società chimica italiana (SCI). Un ragazzo ormai diventato uomo, da otto anni in Germania dove ha messo radici: si è sposato con Sabina e da gennaio 2016 è padre di un bellissimo bambino di nome Enea. «Inizialmente ho ottenuto un dottorato in Elettrochimica al centro per l’energia solare e ricerca sull’idrogeno dell’Università di Ulm. Poi mi sono trasferito più a nord con una borsa di post-dottorato all’istituto di ricerca Münster Electrochemical Energy Technology dell’Universitá di Münster. Infine – racconta ancora Alberto - dal 2014 sono tornato a Ulm». In pratica la tua seconda casa. «Ormai sì. È una piccola città, poco più grande di Perugia per intenderci, bagnata dal Danubio e situata nel sud della Germania a metà strada tra Monaco e Stoccarda. Non proprio una metropoli, però si sta bene. Il pregio maggiore è sicuramente la qualità della vita, inclusi i servizi e

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la facilitá di collegamento con il resto del mondo. Ulm è praticamente in mezzo all’Europa. In 4 ore di TGV sei a Parigi, 2 ore di treno all’aeroporto di Francoforte e con un ora di macchina si possono raggiungere le Alpi. Certo, imparare il tedesco non è stato facile e il dialetto svevo parlato in questa zona non aiuta affatto nell’integrazione». Nonostante la lingua ti sei ambientato alla perfezione, vero? «Alla grande. Qui sono ricercatore a tempo indeterminato al Karlsruhe Institute of Technology con sede all’ Helmholtz Institute di Ulm, appunto». Aspetta. Ricercatore a tempo indeterminato? Sembra un'utopia per l'Italia. «Ma è così. Nel nostro istituto ci occupiamo di sviluppare nuovi materiali per i sistemi elettrochimici di accumulo dell’energia di nuova generazione. In particolare io sono responsabile della linea di ricerca su batterie litio-zolfo. Guarda, pensando all'Italia, quando sono fuori mi mancano tante cose. Sinceramente però tutte abbastanza superflue: gli aperitivi all’aperto d’estate, la porchetta, le colazioni al bar, i profumi del mercato. Si lo ammetto, sono una buona forchetta!». Però mi pare di capire che non torneresti... «Non so. Purtroppo credo di no. Il lavoro è solo una delle cose che contano. Il problema dell’Italia non è soltanto trovare un lavoro, ma tutte le condizioni al contorno. Le agevolazioni che si hanno qui per la famiglia, per non parlare dello stipendio ben più alto, credo che rendano un rientro impossibile. Non lo escludo a priori comunque. La speranza che le cose in Italia cambino c’è sempre».


AROUND THE WORLD

BARBARA VALCELLI, QUI L'AIA Sono passati sei anni e non mi sembra vero Barbara Valcelli è nata a Città di Castello, ha 35 anni. Nel 2005 si laurea in Economia e Gestione dei Servizi Turistici a Perugia, dedicandosi principalmente all’industria turistica fino al 2011. «Non riuscivo a uscire dal tunnel dei tirocini nonostante avessi 29 anni, una laurea e svariate esperienze lavorative. Non è stata però la ricerca di un lavoro a spingermi all’estero – continua – ma l’idea di un’esperienza nuova». Così nel 2011 si trasferisce a L’Aia, in Olanda, grazie al contatto con un'amica finlandese. «La vedevo come un’esperienza temporanea, pensavo sarei rimasta tre mesi, poi sono diventati sei e poi anni». E com'è andata all'inizio? «Ho praticamente fatto di tutto all’inizio: babysitter, au-pair, cameriera; finché non ho deciso di dover cercare un lavoro che desse modo di mettermi alla prova e di togliermi qualche soddisfazione». Ci sei riuscita? «Oh sì. Dal 2013 lavoro come Regional Sales Manager nel settore dell’editoria per l’azienda Accucoms International. Ho l’opportunità di crescere e lavorare in un ambiente internazionale. Inoltre a luglio 2015 ho aperto in centro a L’Aia il ristorante Made In Sud insieme al mio compagno Carmine, esperto del settore e da buon partenopeo amante della cucina e delle tradizioni italiane. È un piccolo ristorante da 40 posti, molto accogliente, la cucina è tipica del sud, con qualche tocco umbro-toscano!». Cosa mi dici de L'Aia? «È una città accogliente e facile da vivere. Non troppo grande e caotica né troppo piccola e noiosa, a vocazione cosmopolita. Vivo a meno

di 10 minuti di bici dal centro storico e dalla spiaggia. La vicinanza del mare è stata una piacevole scoperta e rimane uno dei miei spot preferiti». Pregi o difetti dell'Olanda. «Sicuramente la meritocrazia e flessibilità nel lavoro. Ho avuto il contratto a tempo indeterminato dopo soli 6 mesi, questo mi ha dato sicurezza e voglia di investire in altri progetti. Adoro la facilità di spostarmi in bicicletta e con i mezzi pubblici in tutto il paese. L'Olanda è molto civile, libera, tollerante ma anche individualista, a volte cinica. E poi noi mediterranei difficilmente riusciamo ad abituarci al clima». Oltre a questo, cosa ti manca del nostro paese? «Per il cibo ho risolto aprendo Made in Sud! A parte gli scherzi, le cose che mi mancano di più sono il paesaggio umbro, le peculiarità artistiche, la spontaneità delle persone. Grazie al mio lavoro ho spesso modo di viaggiare in Italia ed ogni volta che torno apprezzo di più le piccole cose». Per caso stai pensando di tornare? «Per quanto riguarda il mio lavoro potrei già svolgerlo dall’Italia in remoto. Mentre l’attività di ristorazione ha delle tempistiche differenti dall’Italia. Venerdì e sabato siamo a casa anche alle 23.30 e questo rende i ritmi più umani. Penso sempre di tornare, se chiudo gli occhi mi vedo trascorrere la pensione fra le colline umbre. Non escludo nulla a priori, la vita riserva sorprese che bisogna saper cogliere. Sono molto grata ai miei genitori per aver compreso la mia scelta e avermi spinto a rincorrere i miei sogni».

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ONLY WINE FESTIVAL LE ECCELLENZE DEL VINO ITALIANO  E INTERNAZIONALE A CITTÀ DI CASTELLO Torna per il quarto anno consecutivo a Città di Castello, il 22 e 23 aprile, Only Wine Festival, il primo salone dedicato ai giovani produttori e alle piccole cantine, organizzato da Fiera Show in collaborazione con AIS Associazione Italiana Sommelier, con il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, la Regione dell’Umbria e il Comune di Città di Castello. Ad essere protagoniste dell’edizione 2017 di Only Wine saranno, ancora una volta, le migliori 100 piccole cantine e i produttori under 40 italiani, selezionati da AIS Associazione Italiana Sommelier, con le loro produzioni. Oltre alla mostra mercato nella quale sarà possibile gustare i vini delle cantine presenti e intrattenersi con i produttori, tante novità eccellenti dal mondo enologico, sia italiano che internazionale, selezionate appositamente per la manifestazione. Sarà presente, per la prima volta, il Trentodoc, la prima denominazione di origine controllata in Italia riconosciuta ad uno spumante metodo classico. Saranno 40 i produttori presenti in Piazza Matteotti per far degustare tutta la freschezza e l’eleganza delle cosiddette “bollicine di montagna”. Il Trentodoc, oggi, con le varianti Bianco e Rosato, Brut, Millesimato e Riserva, rappresenta il 35% della produzione di spumante metodo classico a livello nazionale, in continua cre-

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scita (7,3 milioni di bottiglie vendute nel 2015 (+4,5% rispetto al 2014), per un valore complessivo di 78 milioni di euro (+11&). Da non perdere, l'altra "bollicina" di qualità, ospite sempre in Piazza Matteotti nella sezione Only Wine International. Sono stati selezionati per questa edizione giovani produttori e piccole cantine in rappresentanza della produzione internazionale, in particolare dei territori dello Champagne, della Borgogna e della Mosella. Si potranno degustare e conoscere lo Champagne Mousse Fils, i Bourgogne Domaine la Croix Montjoie, il Givry Domaine Ragot, il Santenay Domaine David Moreau, lo Champagne Alain Laboeuf, il Mercurey Domaine Tupinier Bautista, il Pinot noix 2013 - 2014 Wine Estate Daniel Twardosky, le eccellenze della cantina Clotaire Michal Winery (La Napoléon 2015 e Vignes Centenaires 2015) e di Marani Winery (Gvymarani Mtsvane (grape variety) 2014). Per tutti coloro che vogliono lasciarsi guidare alla scoperta di sapori e abbinamenti davvero unici, sabato 22 aprile, una cena-degustazione imperdibile, che vede insieme due nomi d'eccellenza, quali Luca Martini, Miglior Sommelier del Mondo e il simpatico e creativo Chef Hiro Shoda. Protagonisti saranno alcuni vini dell’area Only Wine International, sele-


zionati da Luca Martini e i piatti della cucina giapponese rivisitati dalla fantasia di Chef Hiro, che per l’occasione preparerà Tataki di tonno e bottarga, Salmone alla yuanji e uova di salmone, Risotto allo scorfano con katsuo-bushi e cuore fondente al pomodoro, Teriyaki d’anatra all’arancia e zenzero e Matcha-misù. Anche domenica un’altra degustazione guidata davvero da non perdere. Il Miglior sommelier del mondo Luca Martini e i due migliori sommelier italiani Andrea Galanti e Maurizio Dante Filippi si confronteranno su tre miti del vino italiano, l’Amarone, il Brunello e il Barolo. Non mancheranno, anche in questo caso, piatti speciali da gustare in abbinamento per assaporare al meglio questi splendidi vini. Sarà lo Chef Lorenzo Giglioli a realizzare ricette della cucina tradizionale italiana, in cui protagonisti sono pollame e cacciagione, che ben si sposano alla selezione di vini per l’occasione. Particolarmente ricco sarà anche il calendario di degustazioni guidate dai sommelier AIS, un’occasione per gustare i vini più prestigiosi in compagnia dei migliori sommelier di casa nostra e del mondo e scoprirne tutti i segreti più nascosti. Novità di questa prossima edizione saranno le degustazioni guidate con traduzione nella Lingua dei Segni, grazie alla collaborazione con A.U.S.R.U., Associazioni Unite dei Sordi della Regione dell’Umbria e ANIMU. Nell’ambito del calendario di degustazioni di Only Wine saranno, dunque, a disposizione esperti di Lis, per guidare alla scoperta dei vini, insieme al Sommelier AIS, anche gli appassionati sordi. Saranno in calendario anche degustazioni in inglese, a favore

dei tanti turisti anglofoni che visitano il territorio e la manifestazione e che sono andati crescendo di anno in anno. Per chi si avvicina al mondo del vino si terranno innovativi Speed Wine tematici, corsi di avvicinamento alla degustazione della durata di mezz’ora, che, in pochi, essenziali passi, permetteranno di apprendere tutte le regole fondamentali per una corretta e piacevole degustazione di vino. Tra gli obiettivi degli Speed Wine anche quello di favorire lo sviluppo di un bere consapevole tra i giovani. Altra opportunità da non perdere per i neo wine lovers sono i Wine Coach, tour guidati dai sommelier AIS, riservati a piccoli gruppi, per andare alla scoperta delle eccellenze regionali e degli abbinamenti migliori. Spazio, infine, alle migliori birre artigianali, che si potranno degustare e acquistare nell’apposita area Only Beer. Anche le birre saranno protagoniste di momenti di approccio e degustazione e della mostra mercato a loro riservata, in cui poter acquistare direttamente dal produttore. Infine, per i più audaci, Only Spirits, un’area interamente dedicata al Whisky, in collaborazione con il Whisky Club Italia, in cui sono previsti momenti di degustazione guidata alla scoperta dei sapori più intensi dei migliori whisky italiani. In anteprima sul prossimo evento Cigar & Tobacco Festival di San Giustino (Villa Magherini Graziani, dal 2 al 4 giugno), degustazioni di alcune tipologie di pregiati sigari nell’area Only Cigar a Palazzo Bufalini. Per ulteriori informazioni e prenotare le degustazioni è possibile visitare il sito www.onlywinefestival.it

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E45 LA GRANDE VIA testo a cura di Marco Polchi - foto Centro Fotografico Tifernate

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Dalla Finlandia all'Italia. Da Kuresuvanto in Lapponia a Gela in Sicilia, per 4920 chilometri attraverso Svezia, Danimarca, Germania, Austria. La strada europea E45 (in principio E7 da Roma a Varsavia) è l'arteria che collega il Nord più lontano con il Sud estremo del Vecchio Continente. Poco dopo la metà (o poco prima, secondo la direzione e la latitudine) di questo interminabile serpentone d'asfalto ci siamo noi; c'è il tratto altotiberino, piccolo spicchio a dir la verità, il cui completamento – avvenuto negli anni '80 – venne accolto come un passo decisivo per superare l'isolamento geografico del territorio.

fia l'impatto ambientale e urbano che si manifesta non solo nel contesto dell'Alta Valle del Tevere ma anche in altre forme: stazioni di servizio, cartelli stradali, colori e rumori del traffico, inquinamento dell'aria. L'intero progetto sarà coronato da una mostra, nel 2018. Il miglior modo per avvicinarsi al 2020, quando il Centro Fotografico Tifernate taglierà il traguardo dei quarant'anni di attività. Ecco chi partecipa al progetto: Alessio Acquisti, Luca Baragli, Julian Biagini, Lauredana Biccheri, Tiziana Bracchini, Daniele Bricca, Giuseppe Brilli, Benedetta Burani, Chiara Burzigotti, Francesco Capaccioni, Carlo Capriani, Michel Charlier, Nunzia Cirello, Salvatore Di Silvestro, Alessandra Gregori, Francesco Gustinelli, Francesca Maestri, Andrea Maggini, Marcello Mencaccini, Francesca Meocci, Enrico Milanesi, Marco Milanesi, Andrea Moni, Sandro Morvidoni, Remo Odoni, Jasmine Pattacini, Luca Pellegrini, Pina Petricci, Gilberto Poccioni, Federico Puletti, Laura Rebiscini, Stefano Rossi, Lino Sgaravizzi

Di anni ne sono passati, le comunicazioni sono indiscutibilmente più agevoli; la E45 ha avuto un impatto decisivo nella trasformazione del paesaggio. Ora il Centro Fotografico Tifernate ha deciso di raccontare la porzione di E45 da Verghereto a Umbertide con un reportage che vi presentiamo in anteprima. Un'indagine fotografica ampia e complessa, cominciata nel mese di febbraio 2017 con le prime uscite e sessioni di scatto e che continuerà per circa un anno. Ancora work in progress, quindi. «Un periodo non breve ma necessario a stimolare il maggior numero di persone all'attività fotografica e soprattutto per catturare i numerosi spunti che provengono da natura, centri abitati, gente comune che ogni giorno utilizza per i più svariati motivi la superstrada. Fattori questi che si toccano costantemente e interagiscono in uno scenario in evoluzione a seconda delle stagioni e delle condizioni atmosferiche», spiegano i responsabili del CFT. Il reportage si chiamerà con ogni probabilità “E45 – La grande via” e si occuperà di tratteggiare con la fotogra-

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Il Centro Fotografico Tifernate promuove dal 1980 iniziative artistiche, attività didattica e la conservazione della memoria storica di Città di Castello e dell'Alta Valle del Tevere. È ormai un'istituzione del territorio. Organizza corsi, retrospettive e workshop nel rispetto dei valori dell'associazionismo; promuove la conoscenza e il rispetto delle leggi della tecnica fotografica, cercando però di valorizzarla per incanalare le emozioni e la sensibilità del fotografo. Il club ha dato vita nel 2001 alla Fototeca Tifernate On Line, popolarmente chiamata Archiphoto. Per maggiori informazioni: www.archiphoto.it


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PAOLO GRANCI PROTAGONISTA DEL FILM «DUE UN PO’ COSÌ», BUONA LA PRIMA! «Questo film racconta una bella storia di amicizia tra due quarantenni che reinventano le loro vite e si muovono dal nord verso il sud in cerca del lavoro perduto, in un Italia dove le istituzioni a volte non sono in linea con quello che vorrebbe la gente...»: così Paolo Granci racconta la pellicola «Due un po’ così» che lo vede tra i protagonisti insieme ad un cast del quale fanno parte anche Elio Angelini, Gianluca Guidi e Peppe Servillo per la regia di Daniele Chiariello. Granci interpreta un uomo di origini rumene, ma nella realtà è un attore di Città di Castello che da quasi vent’anni vive a Brescia. «Amo la mia città natale e porto con me ovunque i valori della mia terra. Per interpretare il personaggio nel film ho dovuto creare uno stile ‘da straniero’ e la parlato spesso è un mix tra bresciano e tifernate», aggiunge.

I lavori di ripresa sono durati un mese e mezzo, tra Sant’Angelo le Fratte, Satriano di Lucania, Savoia di Lucania, Caggiano, Tito e Polla in Campania. Mentre un’altra buona parte del film è stata girata in provincia di Brescia, nei comuni di Sirmione, Coccaglio, Provaglio, Timoline e Padernello. Lo stesso Granci racconta l’amicizia nata sul set con Angelini: «Con Elio ci siamo conosciuti la sera prima dell’inizio delle riprese ed è nata subito una sintonia: siamo diventati grandi amici e la nostra comicità spesso è andata ben oltre il copione. Insomma… buona la prima!».

La pellicola è stata in programmazione a marzo al Nuovo Cinema Castello dove ha fatto il pieno di pubblico. «È stato bellissimo essere nella mia città a presentare una bella storia, leggera ma che lancia tanti messaggi che il pubblico sta mostrando di cogliere», spiega ancora Granci. Il film nel frattempo ha superato il più temuto degli esami: la critica che ha definito la pellicola «una commedia esilarante’».

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IL RITORNO SOLD OUT DI BRUNORI SAS STORIA DI UN (QUASI) HIPSTER DAL CUORE GRANDE testo e foto Andrea Luccioli

All’Afterlife di Perugia il concerto del cantautore cosentino: ritornelli da cantare in coro e tanta verve rock

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A casa tutto bene? Sì. Soprattutto a casa di Dario Brunori, ovvero il signor Brunori Sas. Il cantautore cosentino è tornato in Umbria, dopo un paio d’anni d’assenza, con un disco nuovo e un live che ha portato in scena all’Afterlife di Perugia. Tappa sold out, atmosfera da rimpatriata hipster e canzoni da cantare tutti insieme: questa la sintesi dell’appuntamento perugino. Ma a noi le sintesi non bastano ed ecco cosa è successo al concerto di Dario e, soprattutto, cosa è cambiato in questi ultimi due anni di silenzio.

hipster. E così, una dopo l’altra, scorrono via le canzoni dell’ultimo disco, da “L’uomo nero” a “Canzone contro la paura”, poi “Lamezia Milano”, “Colpo di pistola” e “La vita liquida”. I pezzi nuovi vanno forte anche dal vivo e ogni ritornello diventa un coro grazie ai tantissimi fan che gli hanno regalato l’ennesimo sold out (meritato) della sua fortunata carriera. Darione si diverte con il pubblico, chiede l’età ad una ragazza, lei risponde “21 anni” e lui ci scherza su: “Se a questa età ascolti Brunori Sas è una tragedia!”.

Lo avevamo lasciato al Teatro Morlacchi in una versione intima e raccolta e lo ritroviamo più rock che mai, frizzante e pieno di energia. In questi due anni, a quanto pare, le pile sono state ricaricate alla grande e questo si capiva anche dall’ascolto dell’album appena uscito, “A casa tutto bene”. Con tutta probabilità il disco migliore della produzione targata Brunori Sas, ricco di spunti, testi sempre intelligenti e venati di malinconica ironia. Un marchio di fabbrica su cui Dario, o “Darione” per gli amici, ha costruito un brand e una solida reputazione. Chitarra in mano, occhiali e grandi sorrisi: è “La verità”, singolo apripista dell’album, il primo brano suonato all’Afterlife. Partenza forte, mani alzate e occhi tutti puntati su di lui. Sul palco Dario ha la camicia bianca d’ordinanza, gli occhiali e l’inconfondibile barba.

«Facciamo un bell’urlo liberatorio, mandiamo via le tossine! Ooohhh!», grida Brunori a metà della sua esibizione. Subito dopo arrivano i brani più conosciuti del suo repertorio, da “Come stai” a “Fra milioni di stelle” passando per “Lei, lui, Firenze”. E poi “Arrivederci tristezza”, la dolcissima “Una domenica notte”, e via così fino a “Rosa” che chiude il concerto prima dei bis.

Sempre più brizzolata, sempre più lunga. Che fa molto indie, che fa molto

Buio, ma solo per qualche minuto. I bis sono tre. Si inizia con la famosissima “Guardia ‘82” che viene eseguita in una versione lenta e praticamente acustica e poi spazio a “Kurt Cobain” e gran finale con “Secondo me”. Un’ora e tre quarti di concerto e grandi applausi. Bentornato Brunori!

Dietro al palco ci sono delle luci a led che ogni tanto passano i testi dei brani, altre volte servono a cambiare mood da brano a brano. Sul palco, insieme a Dario, la sua band storica: Simona Marrazzo (synth), Dario Della Rossa (pianoforte), Stefano Amato (basso, violoncello), Mirko Onofrio (fiati), Massimo Palermo (batteria) e la “perugina” d’adozione, Lucia Sagretti (violino).

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I Baustelle e gli anni della maturità testo e foto di Andrea Luccioli

TANTO AMORE

POCA VIOLENZA A Foligno la data zero del nuovo tour della formazione toscana. In scaletta i pezzi dell'ultimo disco e i brani più famosi del repertorio: uno spettacolo intenso con qualche ingranaggio da sistemare Il manifesto di Bianconi: «È vero, siamo snob e pessimisti. Ho scritto una canzone per il Natale e i figli. Non pensavo sarebbe mai accaduto»

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Molto amore, poca violenza e un concerto buono per metà. A oltre vent'anni dalla loro formazione, i Baustelle sono diventati questo: un gruppo di (ex) ragazzi che hanno smesso (in parte) i panni di sofisticati bohémienne per infilare quelli un po' più stretti e

rigidi della maturità artistica e anagrafica. Il concerto andato in scena all'Auditorium San Domenico di Foligno, ovvero la data zero del loro tour, è stato questo: lo specchio della nuova vita di Francesco Bianconi, Rachele Bastrenghi e Claudio Brasini. E che immagine abbiamo visto riflessa sul palco? Quella di un gruppo sicuramente consapevole del proprio potenziale, alla ricerca di un nuovo equilibrio e che non si formalizza troppo di fronte alle sbavature

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che ad inizio tournée ci possono stare. Sgombriamo il campo alle facili adulazioni: la dimensione live dei Baustelle non è sicuramente la loro incarnazione migliore, anche se a Foligno si sono viste e sentite cose buone. A voler essere estremamente sintetici si potrebbe dire che la prima metà del concerto, quella in cui il gruppo ha proposto interamente l'ultimo disco “L'amore e la violenza”, è stata ben suonata nonostante il “tiro” dei nuovi pezzi dal vivo non sia eccezionale. La seconda metà, invece, quella farcita dei pezzi più conosciuti, è stata più coinvolgente ma suonata maluccio. Ripetiamo, ci sta ad inizio del tour. Attendiamo qualche data di rodaggio per capire veramente come stanno le cose. Torniamo al punto di partenza. Chi sono i Baustelle nel 2017? Lo dice lo stesso Bianconi dopo qualche pezzo: “Mi ero promesso di non scrivere mai una canzone di Natale e una canzone per un figlio. Bene, la prossima canzone è entrambe le cose”. E questo dice molto. Ma il gruppo toscano non dimentica le proprie origini e poco dopo, in un siparietto tra un pezzo e l'altro, sempre il frontman se ne esce con un'affermazione che è un manifesto: “Siamo troppo snob? Siamo troppo pessimisti? In effetti un po' lo siamo”. E va benissimo così, visto che all'Auditorium non c'è un posto libero e sono tutti lì a cantare ogni singolo pezzo. Uno spettacolo nello spettacolo. Il palco allestito sembra un salotto vintage pieno di tastiere e sintetizzatori. Il suono che esce è pieno e arricchito dall'elettronica che rende più rotondo il muro del suono del gruppo. Il concerto si apre con “Love”, l'intro dell'ultimo disco e poi scivolano via “il Vangelo di Giovanni”, “Amanda Lear”, “Betty” ed “Eurofestival”. Si cambia registro e arrivano “Basso e batteria”, “La musica sinfonica”, “Lepidottera” e via


così fino al brano finale della prima parte del live con “Ragazzina”. Le luci si spengono e dietro al palco dei led bianchi vanno a comporre la scritta “non muovetevi relax”. Qualche minuto di pausa e si riparte con i grandi classici del repertorio Baustelle. A cominciare da “Charlie fa surf”. L'arrangiamento non rende giustizia al primo singolo del disco “Amen” che esce sgangherato e con la batteria che spesso va a sbattere con le ritmiche di basso e chitarre. Peccato. Ci si riprende con “Bruci la città”, la canzone che Bianconi ha scritto per Irene Grandi e che è stata riproposta in una versione acustica intesa ed emozionante. Il resto è accademia del ricordo con “Un romantico a Milano”, la gustosissima “Gomma” e poi “La canzone del parco”, “L'aeroplano”, “La moda del lento”, il

gioiellino di inizio carriera, ovvero “La canzone del riformatorio”, “La guerra è finita” dal fortunatissimo “La malavita” e poi i due bis, “Il futuro” e “Le rane”. Alla fine grandi applausi, autografi per tutti e la sensazione di aver assistito ad un bel concerto nonostante qualche intoppo. L'amalgama arriverà solo tra qualche data e concerti come quello di Foligno servono anche a questo. Meglio la prima parte del live. Il nuovo disco dal vivo si fa apprezzare, così come il ritorno al pop-rock degli inizi che si era perso nelle ultime due prove in studio. I Baustelle confermano tutto il loro talento e le loro imperfezioni che ce li fanno amare ancora di più. Potevano essere una meteora nella musica italiana e invece negli anni hanno confermato di essere una preziosa certezza.

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Giardinaggio

Ilo Mariottini

Se volete godervi un giardino fiorito e rilassante per tutta l’estate, maggio è appunto il momento in cui seminare i fiori estivi. Avrete un’ampia scelta che va dai fiori estivi come la scenografica passiflora, ma anche la più romantica e delicata clemantide. Per chi ha poco spazio può scegliere di trapiantare un astilbe, facile da curare, colorata e perfetta da coltivare anche in vaso. Maggio è anche il momento migliore per trapiantare i vostri gerani. Il vostro giardino avrà un profumo irripetibile se coltiverete anche una pianta di gelsomino: dovrete piantala nel punto giusto del vostro giardino per assicurarvi una fioritura splendida. Maggio però non è solo il periodo di trapianti: è anche il mese migliore per piantare bulbi a fioritura estiva. I gladioli ma anche anemoni e belladonna vi regaleranno un’estate coloratissima. Cominciate anche a interrare i bulbi di ciclamino e avrete un fiore che resisterà anche alle temperature più rigide. Non secondario il problema del prato: se la semina che avete effettuato nei mesi passati ha dato i suoi buoni frutti, potreste già essere in grado di arieggiare il prato. Fate inoltre particolare attenzione alle piante rampicanti: questo è il momento in cui cominciano ad espandersi con le loro foglie e i loro rami, e se volete contenerne la crescita dovrete procedere nella potatura dei rami che stanno per invadere gli spazi che vorreste mantenere liberi.

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Ora passiamo all'orto. Che si in vaso o che abbiate dedicato una parte del vostro giardino alla coltivazione dell’orto, maggio resta uno dei mesi in cui il vostro orto ha bisogno di maggiori cure. Siete ancora in tempo per seminare asparagi, basilico, carote, fagiolini e lattuga. Maggio è il momento giusto anche per coltivare pomodori, piselli, porri, rucola e cetrioli. Le erbe aromatiche come melissa e basilico potranno ancora essere seminate. Non è solo il momento di semine e trapianti, potrete avere anche i vostri primi raccolti: spinaci e asparagi, ma come basilico salvia e origano, se li avete seminati per tempo, a maggio potranno già essere raccolti e utilizzati in cucina. Che bella la primavera!

Siete ancora in tempo per seminare asparagi, basilico, carote, fagiolini e lattuga.


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Si, viaggiare!

Roberto Barbafina

TEL AVIV In ebraico «collina della primavera», anche se si trova adagiata sulla costa mediterranea d'Israele. Tel Aviv è una città modernissima, diventata nel corso dell'ultimo mezzo secolo centro culturale e porta d'ingresso per chi vuole visitare il paese. Nasce come città giardino, con quartieri ricchi di verde, per staccarsi dall'immagine della città brulla e polverosa. Con lo sviluppo successivo questa linea guida si è un po' persa anche se gli ha permesso di diventare il luogo con più strutture in stile Bauhaus o moderniste al mondo. Nonostante il periodico acutizzarsi delle crisi regionali, la città (poco meno di un milione gli abitanti) ha sempre saputo mantenere un clima aperto al dialogo, con una visione progressista della società israeliana. Oggi Tel Aviv oltre ad essere il centro culturale di riferimento dell'intero paese, con i principali teatri e gallerie israeliane (da non perdere il Tel Aviv Museum of Art), ha infatti una vita notturna vivace e poliedrica in un susseguirsi di locali e discoteche. FIANDRE Una delle regioni storiche più importanti d'Europa, tra Bruxelles e il mare del nord, dove si possono scoprire alcuni dei gioielli della storia e della cultura occidentale. Un breve tour non può che partire da Anversa, grande porto dove nel XVI° secolo si sviluppò uno dei centri commerciali più importanti del mondo. Di questa storia restano delle straordianrie presenze come la Grote Markt, la piazza del mercato, circondata dalle stupene case delle corporazioni. A seguire una tappa al municipio, uno dei massimi esempi di architettura manierista fiammingha, e alla casa di Rubens. Lasciata Anversa, un'altra fermata obbliga-

toria è Gand: ha conservato alcune delle achitetture fiamminghe più pregevoli della regione, in particolare il municipio e la cattedrale di San Bavone. Da non perdere è una navigazione lungo il fiume Leie, con il suggestivo attraversamento del centro strorico. Per concludere, ecco Bruges; qui una passeggiata nel bellissimo centro storico attraversato dai canali farà assaporare delle sensazioni d'altri tempi, quando le sue strade brulicavano di mercanti e viaggiatori. CINQUE TERRE Nella riviera ligure di Levante, si trovano le Cinque Terre, descritte così dall'Unesco: «rappresentano l'armoniosa interazione stabilitasi tra l'uomo e la natura per realizzare un paesaggio di qualità eccezionale, che manifesta un modo di vita tradizionale millenario e che continua a giocare un ruolo socioeconomico di primo piano nella vita della società». Si tratta di un territorio vivo e vissuto dai propri abitanti, che hanno saputo nei secoli plasmare la loro terra senza stravolgerla. In questo contesto di borghi aggrappati alla roccia quasi a strapiombo sul mare, è particolarmente interessante camminare nella fitta rete di sentieri ben segnalati ed accessibili a tutti, arrivati a Corniglia, l'unico dei paesi che non si affaccia direttamente sul mare, è interessante visitare i vigneti impiantati nei terrazzamenti che circondano il borgo e partecipare alla festa del santo patrono il 29 giugno con la suggestiva processione e gli assagi di prodotti tipici nelle viuzze del centro. info: roberto.barbafina@libero.it

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La musica di L.M. Banksy

Luca Marconi

Originario del Maryland, cantautore e polistrumentista folk/rock/blues è dal 2004 che lavora come solista. Il vero successo arriva però con il primo album, «Fear Fun», a firma Father John Misty che è uscito nel 2012 tramite SubPop e, grazie alla densa scrittura dei testi e la commistione tra folk acido e altcountry americano, raccolse consensi di critica e pubblico. Proprio in quel periodo, merito anche dell'intenso tour promozionale e ad importanti passaggi televisivi (Letterman compreso), avviene la trasformazione da cantautore folk intimista ad abile showman. Caratterizzato da sonorità maggiormente pop e soul, la parabola naturale di questo percorso si compie il 10 febbraio 2015 sempre via SubPop con «I Love You, Honeybear» secondo album e splendido manifesto di un artista largamente consapevole dei suoi mezzi, proiettato in un futuro che lo vede, già adesso, tra i più influenti della sua generazione.

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aprile 2017.

Tra ironia, provocazioni ed apparizioni mediatiche (un rifiuto per un ruolo nella serie tv Stranger Things) a marzo, nel profilo Soundcloud ufficiale dell'artista, compaiono 3 nuovi brani, intitolati semplicemente Generic Pop Song #3, Generic Pop Song #9 e Generic Pop Song #16. Il bello di tutto ciò è che nessuno di questi rientra nella track list dell'ultimo nuovo album in uscita il 7

Si chiama «Pure Comedy», ovvero il Father John Misty pensiero sull'umanità in preda della violenza e assuefatta all'intrattenimento. Album liricamente ambizioso, per il quale la spiegazione del titolo è l'ennesima prova dell'originalità dell'artista che candidamente in un'intervista rivela: «L'ho letto su una t-shirt, mi ha fatto pensare a un prete e a una spogliarellista. In fondo cos'è un performer se non una via di mezzo tra un predicatore e una strip-teaseuse?».


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Cinema

Luca Benni & Matteo Cesarini Cinema Metropolis Umbertide

LOTTO, MARZO E VADO AL CINEMA In Italia la mobilitazione è stata coordinata dalla rete “Non una di meno” e tra le rivendicazioni c’è anche il diverso trattamento riservato al genere femminile nei luoghi di lavoro. Per il cinema, uno studio pubblicato l’anno scorso dal The Center for the Study of Women in Television and Film sembrerebbe affermare il contrario. Nel 2016 le donne sono andate forte sul grande schermo e tra i 100 film che hanno incassato di più al cinema negli Stati Uniti nel 2016, le donne hanno guidato le storie per il 29% dei lungometraggi, con un aumento del 7% rispetto al 2015. Questa cifra segna un record storico nella storia del cinema mondiale, anche se la parità tra protagonisti resta ancora lontana.

la straordinaria Isabelle Huppert

Per il 2017 tale tendenza dovrebbe proseguire, grazie a pellicole di sicuro successo come "Wonder Woman" con Gal Gadot, "La Bella e la Bestia" con Emma Watson", "Resident Evil: The Final Chapter" con Milla Jovovich e "Star Wars: The Last Jedi" con Daisy Ridley. Insieme a questi, anche il cinema d’autore ci sta raccontando importanti storie di donne. È il caso di " Jackie" di Pablo Larrain con Natalie Portman, "Elle" di Paul Verhoeven con la straordinaria Isabelle Huppert e, soprattutto, "Hidden figures – Il diritto di contare" di Theodore Melfi, storia di tre scienziate della NASA capaci di mandare un uomo in orbita e poi sulla Luna che si battono contro le discriminazioni nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta. Il quadro è confortante, quindi? Non proprio. A Hollywood, per non parlare di Cinecittà, le registe sono ancora pochissime: solo il 7%. Del resto, alla cerimonia di assegnazione dei premi Oscar di due anni fa furono numerosi i discorsi, tra cui quello di Patricia Arquette, dedicati alla richiesta di uguali condizioni salariali tra uomini e donne. La strada è ancora lunga.

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Celeberrimi, spesso imitati e banalizzati, i dipinti dell’artista olandese - trapiantato prima a Parigi e poi negli USA per cui Mondrian è considerato uno dei maestri del Novecento svelano - tra linee perpendicolari e campiture geometriche a colori primari (rosso, giallo e blu, abbinati col bianco, il nero e il grigio) il risultato sorprendente di una ricerca ossessiva dell’equilibrio e della perfezione formale, astratto da ogni contaminazione figurativa, realista, perfino umana. Così, quando nella collezione autunno-inverno della Maison Dior del 1965-1966 appare, a firma di un giovane creativo di nome Yves SaintLaurent (1936-2008), il primo “Mondrian dress” le reazioni non possono che essere estreme: c’è chi, e non sarà smentito, vede confermata la genialità dello stilista e chi, per contro, lo taccia di sfacciata modernità se non, addirittura, di un plagio fine a se stesso. Sta di fatto che, come tante volte in precedenza, e come avviene ancora oggi, arte e moda si fondono in

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un legame osmotico declinando, in forme e prodotti apparentemente distanti, gli stessi tratti identitari di un’epoca. Parigi e la Francia del Secondo Novecento, risorte dalle ceneri della II Guerra Mondiale, del resto, sono terreno fertile di avanguardie e nuove tendenze sia in campo creativo che sociale, politico e culturale. Una società in evoluzione e non aliena da contraddizioni che il Maggio francese, in modo violento ed estremo, metterà a nudo di fronte al mondo intero; ma anche una nazione che rispolvera la propria vocazione alla “grandeur” e il gusto di lasciare, nel presente e nel futuro, segni tangibili e monumentali come il Beaubourg, l’enorme e avveniristico centro culturale inaugurato a Parigi nel 1977, dedicato a Georges Pompidou e nato dalle geniali matite dello studio d’architettura Piano & Rogers. All’essenzialità del genio di Mondrian, all’inventiva di Yves Saint-Laurent che lo ha reso morbidamente femminile, al più famoso edificio della Francia contemporanea la Monnaie de Paris - la zecca d’Oltralpe - nel 2015 ha dedicato alcune monete, in oro e in argento, tra cui una con inserti a smalti policromi che ha affascinato migliaia di collezionisti per la sua bellezza e forza espressiva. Chapeau!


Mona Hatoum (Beirut – Libano 1952) ad esempio, è un'artista libanese di fama internazionale che vive a Londra. Molte delle sue opere si ispirano all’artigianato del suo popolo d’origine e portano con sé messaggi nuovi e universali. In Bukhara (multicoloured) del 2008 ci dà piena dimostrazione di ciò che lei intende per recupero della tradizione verso un futuro condiviso. L'opera è un tappeto al quale l’artista ha strappato alcune fibre fino a disgregare le silhouettes dei continenti, schiacciati a planisfero, ma tenendo come centro il polo nord (territorio neutrale) e non l'Europa. In questo senso, le terre emerse sono rappresentate dai vuoti e invece gli oceani dai pieni, come a voler significare che le acque sono l’unico terreno di uguaglianza per le civiltà che ne abitano i confini. Adrian Paci (Scutari – Albania 1969) invece ha trovato in Italia un consenso culturale che gli ha consentito di far progredire la propria direzione di ricerca. Con Home to go del 2001, ci mette al corrente della sua condizione di nomade/rifugiato. L’opera è composta da una serie di fotografie, sulle spalle porta legato con delle corde, un tetto in tegole rosse capovolto. L’artista per Paci non ha una fissa dimora, ma la sua casa viaggia con lui e in un certo senso quel tetto è sia dimora che ali per spiccare il volo verso la libertà.

Dina Danish (Parigi – Francia 1981) è un'artista egiziana nata a Parigi, vive e lavora ad Amsterdam: un esempio perfetto di moderna cosmopolita. Con la sua opere You've crossed the line, semplice linea in vinile incollata a terra, ci mostra la sineddoche di tutti i confini che l'uomo ha varcato, siano essi reali, immaginari o metaforici. Essa è la costatazione malinconica dell'avvenuto danno, quella linea che l'uomo ha oltrepassato, ormai si trova alle nostre spalle; inutile è quindi tentare di riparare ciò che è stato fatto, auspicabile sarebbe trovare una nuova via da percorrere. È particolarmente interessante notare quanto gli artisti presi ad esempio si trovino anni luce distanti dalle questioni che chiunque di noi ha sentito prendere in esame da governi e persone in genere: l'immigrato è una risorsa, non un problema, è un essere umano e come tale con sè porta nuove tradizioni, nuove idee utili a far progredire anche il nostro cammino.

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IL CARNEVALE A TEATRO DI MEAREVOLUTIONAE Diversa location, stesso divertimento. Anche quest’anno si è tenuta la festa di carnevale firmata Mearevolutionae Anghiari. Per l’occasione, è stato il Teatro Dante di Sansepolcro a ospitare la serata del 10 marzo scorso; ampia la scelta musicale con Scr4wsexndsix3, Duemarò, Dj Fresco e Alessio Giovagnini saliti sul palco biturgense per far ballare fino a tarda notte il numeroso pubblico e le maschere presenti in platea. La festa è stata organizzata con il patrocinio del comune di Sansepolcro e la partnership di Biturgia Travel e Caffè delle Stanze. Anche The Mag ha rinnovato la collaborazione con Mearevolutionae realizzando un servizio fotografico sul panelred carpet allestito per la festa. L’attività di Mearevolutionae non si ferma qui. È in programma per le prossime settimane e la futura estate una serie di eventi musicali, culturali e cinematografici che, in modo particolare, faranno riscoprire angoli nascosti e poco conosciuti di Anghiari. Il primo appuntamento? La Mea jam mood del 16 aprile! www.facebook.com/mearevolutionae/


LE CERAMICHE ROMETTI ALLA CONQUISTA DI GUERLAIN Porta la firma delle Ceramiche Rometti il nuovissimo packaging - in argilla e dipinto a mano - della linea cosmetici Fresh del gruppo Guerlain, marchio leader a livello internazionale. Così, l'arte ceramica Made in Umbertide sarà presente in oltre 300 profumerie di tutto il mondo. La linea è stata presentata a fine marzo nello stabilimento altotiberino di fronte ad oltre quaranta tra giornalisti ed editori di riviste di settore provenienti dall'estero. Nel corso della giornata, prima della presentazione finale, c'è stato un tour all'interno dell'azienda dove gli ospiti sono stati guidati nel percorso di creazione delle scatole Fresh. «È una collaborazione molto importante per la nostra azienda - ha detto il titolare Massimo Monini - che ci ha visto impegnati

TUTTI IN PIEDI SUL DIVANO: VALENTINO ROSSI A CITTÀ DI CASTELLO! In un giovedì di metà marzo il Dottore iridato Valentino Rossi ha fatto tappa in Altotevere insieme ad alcuni amici e non ha perso l'occasione per girare con la moto da enduro nella pista del crossodromo La Trogna, a pochi chilometri dal capoluogo tifernate. La visita di Valentino è durata un paio d'ore, durante le quali si è fermato a parlare anche con Roberto Trombi e Lorenzo Bassini, autentici pilastri del Moto Club Baglioni e del crossodromo, con i quali ha realizzato alcuni scatti fotografici. Il Dottore è poi ripartito promettendo però di tornare ad allenarsi a Città di Castello. Gaaasss!

in un lavoro particolarmente creativo sia nella fase di realizzazione del packaging in argilla che in quella successiva di design e finitura a mano. Vorrei ringraziare il direttore creativo Jean Christophe Clair e per i contatti con l’estero la nostra Erica Marcaccioli. Fresh è un marchio in espansione molto diffuso a Londra e Parigi e si sta rafforzando in tutto il mercato europeo».


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The mag27 issuue  

Addio, o forse basta un ciao. La decisione è una: partire, poi si vedrà. Casomai si torna a casa. Anzi no. Cresce di anno in anno il numero...

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