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TORINOSETTE 15/1/2010 - OTTONELLA MOCELLIN E NICOLA PELLEGRINI ALLA FONDAZIONE MERZ

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Pellegrini è sempre una forma intima di dialogo sociale che si misura con l’intorno, iltempo, e interroga chi ci è di fronte. Anche in occasione della mostra ideata per la Fondazione Merz, presentata da Francesca Pasini, il progetto ideato

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dai due artisti racconta parte delle loro biografiemamolto guarda ancheagli altri. Guarda il contesto che viviamo, i suoi cambiamenti come le sue resistenze. Mai come in questi anni la famiglia - i ruoli e le identità che la compongono sta vivendo radicali trasformazioni: da nucleo numeroso a cellule composte da non più di tre, dalla cura unica della madre alla presenza costante del padre, dalla genitorialità naturale a quella adottiva. «Questa mostra - spiegano i due artisti - è come una sorta di lettera a nostra figlia; raccontiamo un po’ di noi stessi, del nostro passato, della società in cui viviamo, del nostro lavoro ». «Messico famigliare» non si presenta solo come un’esposizione ma anche come luogo che accoglie persone, al di là della loro età anagrafica. Un gruppo di bambini in età prescolare viene infatti coinvolto nella realizzazione dell’opera, un work in progress che si sviluppa attraverso una serie di laboratori condotti dagli artisti e dal Dipartimento Educativo.Qui i bambini sono sollecitati a riflettere sull’idea di casa, sul loro rapporto con lo spazio domestico e attraverso questi temi raccontare storie. A conclusione dei laboratori, sarà presentato il lavoro svolto raccolto in un volume. Per i bambini è stata ideata anche un’installazione di grandi dimensioni «Messico famigliare»: una struttura rovesciata, un ingrandimento abitabile della classica casa giocattolo composta da 4 pareti e il tetto spiovente. Uno spazio pensato dagli artisti come immagine di leggerezza e precarietà nella quale all’esterno, su pannelli di plexiglass, sono incise frasi, luoghi comuni e pregiudizi legati al tema dell’adozione. In mostra anche il video «Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre»: un montaggio di filmati di memorie delle famiglie d’origine dei due artisti. Unracconto per immagini e parole ma anche pieno di vuoti e silenzi. Un viaggio nella memoria, ricordi confusi e frammentati che riaffiorano come un sogno. Un’eredità affettiva da tramandare alle generazioni future. «Messico famigliare» ha avuto il supporto della Galleria Lia Rumma. «MESSICO FAMIGLIARE» OTTONELLA MOCELLIN NICOLA PELLEGRINI FONDAZIONE MERZ, VIA LIMONE 24

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24 ore d'arte Redattori

ArtKey Magazine 1/3 teknemedia.net - February, 2010

ArtKey Magazine | Articolo

ArtK Selez ---

In Pr Messico Famigliare: Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini alla Fondazione Merz di Torino Autore: Francesca Berardi Data: 03.02.2010

Vai all'evento: Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini - Messico famigliare Vai alla sede: Fondazione Merz Gli artisti correlati: Ottonella Mocellin, Nicola Pellegrini Aprire l’articolo su una mostra partendo da sé non è certamente una regola da manuale, ma proprio per questo mi permetto di fare un’eccezione. Uscita dalla Fondazione Merz di Torino dopo aver visitato la mostra “Messico Famigliare” di Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, avevo la sensazione di aver ascoltato un racconto di alcune intime questioni che da sempre, e in maniera sempre diversa, mi accompagnano. Attraverso la loro “riflessione personale sul concetto di famiglia, che nasce dalla memoria delle proprie

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ArtKey Magazine 2/3 teknemedia.net - February, 2010

Messico Famigliare: Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini alla Fondazione Merz di Torino - Fon

personale sul concetto di famiglia, che nasce dalla memoria delle proprie origini e dalla recente esperienza di genitori adottivi”, ho avuto modo di fermarmi a pensare anche a me e alla mia storia, e ho la certezza di non essere stata la sola. D’altronde uno dei grandi poteri dell’arte contemporanea è che, nonostante l’enorme quantità di immagini e stimoli che offre contribuiscano a educare la vista a una percezione superficiale, a uno sguardo che tende a sorvolare o sintetizzare, in certi casi riesce a rapirci per parlare del mondo in cui viviamo, di tutte quelle vicende a cui pensiamo, ma su cui non sempre riflettiamo con attenzione. La mostra, curata da Francesca Pasini, si apre al piano terra della Fondazione con l’insegna luminosa di una frase che la madre di Nicola Pellegrini ha pronunciato sovrappensiero ai figli quando erano bambini. Si trovavano in cucina e facevano un po’ di capricci su ciò che volevano o meno mangiare. “Cosa volete bambini, gas?”. A chiarire il senso della scritta, sulla parete opposta si trova un lightbox di un disegno ritrovato da Ottonella Mocellin nei cassetti della madre in seguito alla sua morte. Si tratta di ritratto realizzato alla fine degli anni Ottanta, con tutta probabilità un autoritratto immaginario, che rappresenta una donna impiccata con in mano un grande mazzo di fiori. A fianco si legge: “Ai miei figli, grazie per gli auguri. Natale 1987”. Oltre a rivelare un certo talento e abilità nel tratto, il disegno denuncia la grande ironia di una madre capace di esorcizzare, attraverso parole e visioni grottesche, un comune momento di esasperazione. Sempre allo stesso piano, la mostra prosegue con l’installazione “Messico famigliare”: una struttura a forma di grande casa giocattolo, col tipico tetto ARTK spiovente, rovesciata su di un lato, al cui interno si scopre una vecchia fonovaligia che trasmette un racconto inciso su vinile. Il tema dell’installazione, così come quello della fiaba, è l’adozione, chiaramente legato alla recente esperienza degli artisti . Sulle pareti della casa sono infatti incise frasi e luoghi comuni frequentemente e tristemente legate a questa scelta, quasi tutte dettate da mentalità irrimediabilmente razziste o dall’idea che un figlio adottato non possa essere un “vero” figlio, ma un ripiego, eventualmente un modo per rassicurarsi e rilassarsi abbastanza da riuscire a concepirne uno proprio. Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini avviano così una profonda riflessione sul concetto di famiglia oggi. Può ancora avere un senso, se mai lo ha avuto, insistere sugli ipocriti schemi della tradizione, sebbene siano di fatto, sempre di più, palesemente messi in discussione? In un’epoca in cui risulta quasi impossibile costruire un albero genealogico in verticale, ma si tratta sempre più spesso di sviluppi orizzontali, incroci tra persone e nuclei diversi, “estranei”, può davvero considerarsi un famigliare solo chi ha nelle vene il nostro stesso sangue? La risposta degli artisti è una bambina vietnamita appena adottata, a detta loro la “migliore figlia che potessero mai immaginare” e una mostra che si sviluppa come “una sorta di lettera a nostra figlia, nella quale raccontare un po’ di noi stessi, del nostro passato, della società in cui viviamo, del nostro lavoro di artisti”. L’installazione al piano interrato è una chiara realizzazione di questo proposito. Ad accoglierci una piccola opera, un tappeto luminoso, che ci


discussione? In un’epoca in cui risulta quasi impossibile costruire un albero genealogico in verticale, ma si tratta sempre più spesso di sviluppi orizzontali, incroci tra persone e nuclei diversi, “estranei”, può davvero considerarsi un famigliare solo chi ha nelle vene il nostro stesso sangue? La risposta degli artisti è una bambina vietnamita appena adottata, a detta loro 3/3 la “migliore figlia che potessero mai immaginare” e una mostra che si teknemedia.net - February, 2010 sviluppa come “una sorta di lettera a nostra figlia, nella quale raccontare un po’ di noi stessi, del nostro passato, della società in cui viviamo, del nostro lavoro di artisti”. L’installazione al piano interrato è una chiara realizzazione di questo proposito. Ad accoglierci una piccola opera, un tappeto luminoso, che ci racconta qualcosa della bambina dei due artisti, ma ci introduce anche alle tematiche affrontate nel video proiettato sulla grande parete di fronte, tematiche personalissime che alludono a questioni universali. Sul tappeto luminoso, attraverso il quale si apre un cielo notturno in cui si incrociano le diverse costellazioni dei tre componenti della famiglia, compare scritta la prima frase pronunciata dalla bambina, “Qui buio c’è perché?”, e vicino a essa una traccia della sua esistenza fisica, la sagoma dei suoi piedini realizzata con l’aiuto del padre. Il video, dal titolo “Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre” è un immersione di venti minuti nella vita e nei ricordi di Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, un collage di vecchi filmati sui quali scorre la voce dei due artisti. Le loro parole, pronunciate dal tono intimo di chi legge una lettera immaginaria, si rivelano fondamentali per la comprensione del significato più profondo e personale delle immagini, e sono decisive anche per innescare nello spettatore il processo di riflessione e immedesimazione. Il film, come un sogno, accontenta la comune voglia di guardare qualcosa di inguardabile: la nostra storia famigliare, le intricate dinamiche tra parenti, la paura dell’ abbandono che si trascina dall’infanzia, la difficoltà di elaborare il ruolo di un genitore dopo la sua perdita, il processo di identificazione e il timore di non soddisfare un’aspettativa, il confronto con una famiglia portatrice di una tradizione con la quale, nei fatti, non è coerente, il desiderio di appartenenza che fatica a conciliarsi con quello di separazione. E incastrati nella voragine di questi pensieri si delinea poi una grande verità, l’idea che la vita non sia solo biologia, ma anche e soprattutto biografia. Ecco perché un lessico famigliare può trasformarsi in Messico famigliare, perché ciò che arriva da lontano può esserci più vicino di chi condivide con noi lo stesso patrimonio genetico. In questa nuova e necessaria concezione di famiglia aperta alle vicende della vita, alle diverse culture e realtà in cui siamo inevitabilmente immersi al giorno d’oggi, assume un’importanza fondamentale imparare a vivere nel presente, dando al passato il valore di un insegnamento che, come tale, dobbiamo essere in grado di mettere da parte per scoprirne l’utilità. E così come la vita famigliare, anche la mostra non si configura come qualcosa di finito e chiuso, ma piuttosto come un work in progress attraverso l’attività di un gruppo di bambini che durante il periodo dell’esposizione partecipano ad un laboratorio dal titolo “Little Boxes”. I piccoli protagonisti saranno portati ad esprimere, in un percorso tracciato dal Dipartimento Educativo della Fondazione, la loro idea di casa e il loro rapporto con lo spazio domestico. Il lavoro sarà poi presentato il 28 febbraio in occasione del finissage della mostra.

ArtKey Magazine

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Art Texts Pics 1/3 atpdiary.com - October, 2013

MOCELLIN PELLEGRINI QUELLA SENSAZIONE DI ‘ETERNA FELICITÀ CHE SI TROVA ALLA FINE DELLE FAVOLE SENZA FINE, (2005) STAMPA LAMBDA SU ALLUMINIO, 100×135 CM. EDITION OF 3 COURTESY GALLERIA LIA RUMMA – MILANO

Terzo appuntamento con Relazioni Reciproche, la mostra che inaugura a Bergamo il 31 ottobre ( a cura di Claudia Santeroni). ATPdiary – in collaborazione con Caterina Molteni – ha dedicato al progetto tre interventi in cui, a coppie, i diversi artisti selezionati hanno risposto a una breve intervista approfondendo quel “processo di creazione collettiva condivisa”, centrale nella mostra. Il terzo appuntamento, coinvolge Botto&Bruno e Mocellin Pellegrini ATP: Mi raccontate brevemente quando avete deciso di lavorare assieme? Botto&Bruno: Ci siamo incontrati all’accademia di Belle Arti e da subito abbiamo sentito la necessità di confrontarci e di discutere intensamente sui progetti. Per noi l’unico modo di fare arte era quello di farlo insieme. L’unione dei nostri due mondi era la strada giusta per costruire una nuova poetica. M.P: In un certo senso abbiamo sempre lavorato insieme, anche quando firmavamo separatamente i nostri progetti. Vivendo insieme da quando eravamo studenti, ci siamo sempre confrontati ed aiutati sul lavoro reciproco e anche prima di diventare una coppia sul lavoro abbiamo realizzato una serie di progetti a quattro mani. Poi a partire dalla fine del 2001 abbiamo passato un anno al PS1 di New York e li abbiamo capito che effettivamente era molto più sensato collaborare su tutti i progetti. Diciamo che la decisione è stata una conseguenza diretta della direzione che i nostri percorsi artistici avevano preso.


Art Texts Pics 2/3 atpdiary.com - October, 2013

ATP: Come si svolge nella genesi dell’opera la vostra collaborazione? Avete dei ruoli precisi che si sono consolidati nel corso del rapporto? Botto&Bruno: Abbiamo sempre cercato di non avere ruoli definiti. Entrambi fotografiamo, disegnamo, realizziamo collage e video. Ma sempre in ogni lavoro c’è l’intervento di entrambi. Se uno dei due inizia un disegno sicuramente ci sarà la mano dell’altro a terminarlo. Ci piace molto l’idea di fondere le nostre due identità e crearne una nuova. Avere dei ruoli precisi ci avrebbe ingabbiato. M.P: Non abbiamo ruoli precisi, soprattutto per quanto riguarda la genesi di un lavoro. ATP: Ci sono dei compiti che vi siete suddivisi a seconda delle vostre inclinazioni o interessi? Botto&Bruno: Essendo cresciuti insieme da un punto di vista artistico dai tempi dell’accademia i nostri interessi coincidono. Anche se viviamo praticamente in simbiosi siamo comunque due persone diverse con i relativi interessi ma nella nostra professione non ci siamo attribuiti compiti definiti. Forse c’è una cosa in cui ci siamo dati dei ruoli: uno lava i piatti e l’altro prepara da mangiare!! M.P: Dipende dai casi, anche se possiamo dire che Nicola ha una sensibilità più legata alla gestione dello spazio e all’aspetto fotografico del lavoro mentre Ottonella forse è più incline a confrontarsi con la scrittura e la parte sonora del lavoro. In ogni modo i nostri ruoli sono abbastanza interscambiabili. ATP: C’è un’opera che, più di altre, ritenete riveli il vostro sodalizio professionale? Un opera che simboleggia, per molti versi, la vostra relazione? Botto&Bruno: Ci piace pensare che ogni lavoro che abbiamo fatto e che faremo conferma il nostro sodalizio. Ogni progetto è il risultato di un cammino fatto insieme. Se però ci costringono a scegliere sicuramente il lavoro che abbiamo presentato alla biennale di Venezia è stato una esperienza totalizzante: dalla iniziale difficoltà del lavoro ed alla sua realizzazione poi, all’emozione nel conoscere il curatore Szeemann. Una esperienza irripetibile che abbiamo conquistato insieme e che ci ha dato la possibilità di un percorso lavorativo all’estero. M.P: Essendo la nostra ricerca incentrata sul tema dell’identità e delle ralzioni interpersonali, molti dei nostri lavori nascono anche proprio da una riflessione sulla nostra relazione, anche se cerchiamo sempre di usare noi stessi per parlare di temi più ampi. In ogni modo la performance e video installazione ‘Il Gioco della Verità’, realizzata alla Fondazione Olivetti a Roma nel 2001, la video installazione ‘I’m too sad to tell you’ esposta al PS1 di NY, alla galleria Lia Rumma di Napoli e all’Atelier des Artistes di Marsiglia nel 2002 e tutta la mostra ‘Messico famigliare’ del 2010 alla Fondazione Merz di Torino sono forse le opere più significative in questo senso. ATP: Che opere esponete nella mostra Relazioni Reciproche’? Botto&Bruno: Presentiamo un video Kids riot che abbiamo realizzato riprendendo tre fratelli rom che giocano su di una piazza in quel momento di transizione della chiusura del mercato quando diventa spazio di nessuno. Iniziano a giocare con degli scatoloni abbandonati. Sembra un gioco violento ma in realtà i bambini fanno attenzione a non farsi male , è solo un gioco liberatorio. Il secondo lavoro è una grande stampa in pvc che si intitola This is a love song.


Art Texts Pics 3/3 atpdiary.com - October, 2013

M.P: Il video ‘Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre’ del 2010, e la fotogtafia ‘Quella sensazione di eterna felicità che si trova alla fine delle favole senza fine’ del 2005. Il video, che faceva parte della mostra ‘Messico Famigliare’, nasce dall’idea di scrivere una lettera a nostra figlia, che nella prima fase di progettazione del lavoro aveva circa un anno ed era da poco arrivata in Italia dal Vietnam. Il racconto si sviluppa sulla traccia di un testo scritto e attraverso un montaggio di immagini di repertrorio che ritraggono la vita delle nostre famiglie a partire dai primi del 900. Con il pretesto di raccontare la storia delle nostre famiglie a nostra figlia, il lavoro offre al pubblico una riflessione, personale e al tempo stesso duplice, sulla storia del nostro paese. Lo scatto invece fa parte dell’installazione permanente ‘Le cose non sono quello che sembrano’, di cui l’elemento principale è un’installazione permanente elaborata specificamente per il giardino della Fondazione La Marrana di Monte Marcello. Il progetto affronta il tema della relazione attraverso la metafora dell’incesto e il libro che stiamo leggendo nella fotografia è “Ada o ardore” di Nabokov, che racconta una storia d’amore incestuosa tra fratello e sorella.

Relazioni Reciproche

☞☜ Botto&Bruno Mocellin Pellegrini

BOTTO&BRUNO, HOUSE WHERE NOBODY LIVES, 2001,VEDUTA INSTALLAZIONE,WALL PAPER E PVC CALPESTABILE, 49° BIENNALE DI VENEZIA

Relazioni Reciproche ☞☜ Botto&Bruno Mocellin Pellegrini

31 OTTOBRE 2013


Exibart.com 1/1 November, 2013

20 novembre 2013 delle ore 17:04

Relazioni Reciproche/ Mocellin Pellegrini Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini sono una coppia da tanti anni, non solo nell'arte ma anche nella vita. E la famiglia è, a tutti gli effetti, una componente forte della loro poetica. Ecco la quarta intervista dedicata alle “Relazioni Reciproche” in mostra a Bergamo. Relazioni Reciproche: L'unione fa la forza e il confronto è costante, o ciascuno si prende i propri tempi e le singole personalità si incontrano al momento mettere nero su bianco un lavoro, ciascuno con le proprie idee? Quali sono le dinamiche della vostra creazione? « Vivendo insieme da quasi 30 anni le nostre personalità si incontrano abbastanza spesso! Discutiamo sempre tanto e non solo su questioni relative al lavoro, ci confrontiamo sul da farsi a proposito di quasi tutti gli aspetti della nostra vita, comprese le mansioni quotidiane, gli aspetti educativi ed affettivi legati alla famiglia, i progetti per il futuro. Il lavoro per noi aderisce molto alla vita e ne influenza l’andamento. Le dinamiche cambiano in base al contesto, e le idee circolano: ogni tanto uno dei due ha una visione e ogni tanto l’altra, poi si discute e i progetti prendono forma. Essenzialmente ci affidiamo molto l’una all’altro e non abbiamo un problema di paternità delle idee, per fortuna! » Cosa significa essere coppia nell'arte? Avete riscontrato delle difficoltà nella vostra carriera presentandovi in duo? «Perché mai? Ci sono tanti che lavorano in collaborazione, anzi, ci si dividono i compiti. L’unico problema è che se si vende un lavoro ci mangiamo in due, anzi in tre»

stesso duplice, sulla storia del nostro paese. Lo scatto invece fa parte dell’installazione permanente Le cose non sono quello che sembrano, di cui l’elemento principale è un’installazione permanente elaborata specificamente per il giardino della Fondazione La Marrana di Monte Marcello. Il progetto affronta il tema della relazione attraverso la metafora dell’incesto e il libro che stiamo leggendo nella fotografia è Ada o ardore di Nabokov, che racconta una storia d’amore incestuosa tra fratello e sorella».

Che lavoro avete scelto di presentare alla Porta di Sant'Agostino, e perché? «Abbiamo presentato due pezzi che fanno parte di progetti diversi, la fotografia Quella sensazione di eterna felicità che si trova alla fine delle favole senza fine del 2005, che affronta il tema della relazione di coppia, e il video Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre del 2010, che da una visione più ampia della relazione, perché affronta il tema della genitorialità, come allargamento della relazione a due e consiste, come molti dei nostri lavori, in una narrazione che nasce da due sguardi separati. Il video, che faceva parte della mostra Messico Famigliare, nasce dall’idea di scrivere una lettera a nostra figlia, che nella prima fase di progettazione del lavoro aveva circa un anno ed era da poco arrivata in Italia dal Vietnam. Il racconto si sviluppa sulla traccia di un testo scritto e attraverso un montaggio di immagini di repertorio che ritraggono la vita delle nostre famiglie a partire dai primi del 900. Con il pretesto di raccontare la storia delle nostre famiglie a nostra figlia, il lavoro offre al pubblico una riflessione, personale e al tempo

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Crash, Pellegrini e Mocellin spaccano i muri dell'albergo degli artisti

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Roma. La ristrutturazione di uno storico albergo al centro di Roma diventa pretesto per un’installazione site specific,

oscillante tra voyeurismo e ricerca del tempo perduto. Un’affascinante narrazione polifonica che prende forma dai moltissimi episodi che compongono la storia di un luogo «sospeso su un confine tra privato e pubblico, tra movimento e staticità, tra luogo e non luogo», come l’hotel

Locarno. A dare voce al racconto, Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin con l’opera

intitolata «Crash», suono onomatopeico che indica rottura, crollo. Ed è ciò che gli artisti fanno, anche materialmente, nelle stanze dell’hotel, ricavando brecce e squarci nello spessore murario delle pareti che custodiscono racconti e storie silenti, sedimentatisi nel tempo. Mentre i telefoni squillano e gli ospiti, rispondendo, possono ascoltare aneddoti legati all'hotel, raccolti attraverso interviste fatte allo staff e ai clienti. Aperto nel 1925 e ubicato a pochi metri da piazza del Popolo, l’hotel Locarno è stato frequentato dagli artisti che, negli anni Sessanta, si ritrovavano al bar Rosati e presso le gallerie «La Tartaruga» di Plinio de Martiis, «L’Attico» di Fabio Sargentini, e quelle di via dell’Oca e via Margutta. Tra i frequentatori anche personalità come Federico Fellini e Giulietta Masina, oltre a Gino De Dominicis, Enzo Cucchi, Sandro Chia, Cy Twombly, Eliseo Mattiacci, Francesco Clemente, Lucrezia De Domizio e Joseph Beuys, Michelangelo Pistoletto, Carla Accardi e tanti altri. «Crash» sarà visibile nello spazio defunzionalizzato dell’albergo solo fino al 24 novembre

prossimo, dalle 12 alle 24. Dopodiché avranno inizio i lavori di ristrutturazione che saranno completati in primavera. di Anna Saba Didonato, edizione online, 18 novembre 2013

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domusweb.it - November 2013 Mi piace Piace a Maria Vittoria Capitanucci, David Moretti e altre 401.005 persone.

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Pellegrini Mocellin: Crash Cogliendo l’occasione del restyling dello storico Hotel Locarno di Roma, gli artisti Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin hanno creato un’installazione site-specific, sospesa tra il desiderio liberatorio di spaccare tutto e la possibilità di preservare storie, suoni e suggestioni.

Pellegrini Mocellin: Crash Arte

Cogliendo l’occasione del restyling dello storico Hotel Locarno di Roma, gli artisti Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin hanno creato un’installazione site-specific, sospesa tra il desiderio liberatorio di

Photography Mauro Sostini Published

18 Novembre 2013 Location Roma Photography Mauro Sostini Published 18 Novembre 2013 Location Roma

Sections Arte, Notizie

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spaccare tutto e la possibilità di preservare storie, suoni e suggestioni. Keywords Arte Caterina Valente, Crash, Demolition Party, Hotel Locarno, installazione, Maria Teresa Celli, Nicola Pellegrini, Ottonella Mocellin, restauro Sections Arte, Notizie Keywords Caterina Valente, Crash, Demolition Party, Hotel Locarno, installazione, Maria Teresa Celli, Nicola Pellegrini, Ottonella Mocellin, restauro

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“Fare della demolizione di un hotel un’opera d’arte,Pin per metterne to Pinterest in luce la storia nascosta, per rivelare relazioni inaspettate”: questo il concept dell’installazione-performance Crash, che si è svolta venerdì 15 novembre all’Hotel Locarno di Roma. “Fare della demolizione di un hotel un’opera d’arte, per metterne in luce la storia nascosta, per rivelare relazioni inaspettate”: questo il concept dell’installazione-performance Crash, che si è svolta venerdì 15 novembre all’Hotel Locarno di Roma.

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domus 2/4

domusweb.it - November 2013 L’idea dell’installazione artistica di Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin nasce da un’intuizione delle proprietarie dell’albergo, Maria Teresa Celli e Caterina Valente, che hanno colto l’occasione del restyling dell’Hotel Locarno, nel pieno rispetto della sua identità e del suo stile unico, per ospitare un evento artistico di grande respiro.

Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, Crash. Photo Mauro Sostini

“Sospeso su un confine tra pubblico e privato, tra movimento e staticità, tra luogo e non luogo, l’albergo è dunque un posto, dove si vive in modo altro da come si vive a casa. Nonostante ciò alcuni alberghi possono diventare, per qualcuno, una casa e alcuni alberghi, come l’Hotel Locarno, con le sue stanze diverse l’una dall’altra, la sua storia e i suoi spazi accoglienti, possano essere più casa degli altri”, spiegano gli artisti Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, a proposito dell’installazione presso l’Hotel Locarno. “Con lo sguardo duplice di chi è abituato a osservare il mondo da un altro punto di vista, cercheremo di trovare alcune di queste tracce e farle affiorare in superficie”.


domus 3/4

domusweb.it - November 2013

Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, Crash. Photo Mauro Sostini

Gli artisti progetteranno un’installazione site-specific in hotel che riveli, da una parte, il desiderio liberatorio di spaccare tutto per creare qualcosa di nuovo e dall’altra la possibilità di preservare qualcosa: frammenti di storie, suoni, suggestioni, che comporranno una narrazione a più voci, spezzata e circolare al tempo stesso.


domus 4/4

domusweb.it - November 2013

Nicola Pellegrini e Ottonella Mocellin, Crash. Photo Mauro Sostini

L’Hotel Locarno è da sempre l’indirizzo di riferimento per il mondo dell’arte, del cinema, della letteratura. Ha spesso ospitato artisti ed eventi, in linea con la sua vocazione artistica e con l’amore per l’arte dei suoi proprietari. Ed oggi è ancora un luogo amato da intellettuali. L’Hotel Locarno è stato inaugurato nel 1925 dagli allora proprietari svizzeri con i manifesti pubblicitari del famoso artista e cartellonista Anselmo Ballester. Fino al 24 novembre 2013 Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini: Crash Hotel Locarno via della Penna 22, Roma


Relazioni Reciproche: Mocellin Pellegrini | PIZZA Digitale

Piazza Digitale 1/2

26/02/15 13:24

November 2013 by Federica Tattoli

La quinta coppia di artisti racconta l’inconsueta mostra in corso a Bergamo presso la Sala alla Porta di Sant’Agostino. Concludiamo con Mocellin Pellegrini l’approfondimento di Relazioni Reciproche, a cura di Claudia Santeroni in collaborazione con Paolo Simonetti, Marco Ronzoni, fino al 24 novembre presso la Sala alla Porta di Sant’Agostino a Bergamo. Ci sarebbero state altre due coppie, Allis / Filliol e Richard Sympson, ma hanno deciso di non concedere interviste e approfondire con noi il loro percorso artistico a due. Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini hanno vissuto a Londra dove hanno studiato reciprocamente Arte Pubblica alla Chelsea School of Art e Architettura alla Architetural Association. Tra il 2001 ed il 2002 hanno rappresentato l’Italia per il PS1 International Studio Program di New York. Le loro installazioni, video e performances sono state esposte e realizzate in alcuni dei più importanti musei nazionali ed esteri. Ricordiamo “Messico Famigliare” alla Fondazione Merz di Torino nel 2010 e “An incongruous beam of beauty over the Gaza Strip”, Partecipant Ink, New York. Come risponderete a quest’intervista, dando singole risposte o una risposta unica per il duo? Mi spiegate il motivo della scelta? Alle interviste rispondiamo sempre con un’unica voce che contiene un duplice punto di vista, perché anche questo è parte del nostro lavoro e dare risposte separate sarebbe come produrre due versioni separate del lavoro. Cosa significa per voi, relazionarvi reciprocamente, nella vita e nel lavoro? Beh, ci vorrebbe molto tempo per rispondere a questa domanda, stiamo insieme da più di 30 anni e ci confrontiamo su tutto. Se consci il nostro lavoro, saprai che per noi il fare arte aderisce molto al vivere, quindi relazionarci sul lavoro è solo uno dei tanti aspetti della nostra interminabile esperienza condivisa. La condivisione è qualcosa che arricchisce molto, ma per la quale bisogna anche lavorare tantissimo. Da quanto lavorate in coppia? In modo permanente dal 2002, quando abbiamo soggiornato per un anno al PS1 di New York, ma anche prima facevamo, almeno una volta all’anno, un progetto a 4 mani. Avete iniziato un percorso artistico come singoli o vi siete approcciati all’arte subito come coppia? Come si evince dalla nostra risposta alla tua domanda precedente, i nostri percorsi artistici sono iniziati separatamente anche se si sono spesso incrociati, poi ad un certo punto si sono uniti in un unico, duplice percorso. Qual è la vostra poetica? La poetica della relazione! Come si sviluppa e s’intreccia il vostro procedere creativo? Parlando, ricercando, litigando. Ogni tanto si parte dalla visione di uno o dell’altra e poi si porta avanti il lavoro continuando a confrontarsi, a fare ipotesi che poi magari vengono scartate e a discutere. In ogni progetto ci dividiamo i compiti in virtù di quello che serve, ma non abbiamo una suddivisione del lavoro sempre uguale, i nostri ruoli http://www.pizzadigitale.it/main/relazioni-reciproche-ottonella-mocellin-nicola-pellegrini/

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Piazza Digitale 2/2 November 2013 by Federica Tattoli

Relazioni Reciproche: Mocellin Pellegrini | PIZZA Digitale

26/02/15 13:24

sono abbastanza interscambiabili. Mi descrivete il lavoro presentato a “Relazioni Reciproche”? Abbiamo presentato due pezzi che fanno parte di progetti diversi: Il video Generalmente le buone famiglie sono peggiori delle altre del 2010, e la fotografia Quella sensazione di eterna felicità che si trova alla fine delle favole senza fine del 2005. Il video che faceva parte della mostra Messico Famigliare, nasce dall’idea di scrivere una lettera a nostra figlia, che nella prima fase di progettazione del lavoro aveva circa un anno ed era da poco arrivata in Italia dal Vietnam. Il racconto si sviluppa sulla traccia di un testo scritto e attraverso un montaggio di immagini di repertorio che ritraggono la vita delle nostre famiglie a partire dai primi del 900. Con il pretesto di raccontare la storia delle nostre famiglie a nostra figlia, il lavoro offre al pubblico una riflessione, personale e al tempo stesso duplice, sulla storia del nostro paese. Lo scatto invece fa parte dell’installazione permanente Le cose non sono quello che sembrano, di cui l’elemento principale è un’installazione permanente elaborata specificamente per il giardino della Fondazione La Marrana di Monte Marcello. Il progetto affronta il tema della relazione attraverso la metafora dell’incesto e il libro che stiamo leggendo nella fotografia è Ada o ardore di Nabokov, che racconta una storia d’amore incestuosa tra fratello e sorella. Prossimo progetto? CRASH, installazione site-specific, progettata per i locali demoliti dell’Hotel Locarno di Roma. Aperta dal 16 al 24 novembre. Il lavoro, che abiterà lo spazio decontestualizzato dell’hotel in fase di ristrutturazione solo per pochi giorni, riflette sulla natura precaria dell’esperienza umana. L’installazione, che consiste in un intervento architettonico sullo spazio e una serie di tracce sonore, è in bilico tra il desiderio liberatorio di spaccare tutto per creare qualcosa di nuovo e la volontà di preservare una memoria: frammenti di storie, suoni, suggestioni, che compongono una narrazione a più voci, spezzata e circolare al tempo stesso. Pizza preferita? Napoli. Segui Federica su Twitter: @FedericaT

23/11/2013 A CURA DI FEDERICA TATTOLI

TAGS: Mocellin Pellegrini, Nicola Pellegrini, Relazioni Reciproche

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Mocellin Pellegrini - Press selection  

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