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CONOSCENZA, DIDATTICA E RESTAURO NEL PROGETTO D’ARCHITETTURA

Villa Genoese Zerbi

VILLA GENOESE ZERBI, 1915-2005


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Villa Genoese Zerbi

V ILLA G ENOESE Z ERBI , 1915-1925 CONOSCENZA, DIDATTICA E RESTAURO NEL PROGETTO D’ARCHITETTURA


V G Z Villa Genoese Zerbi, 1915-1925 Conoscenza, didattica e restauro nel progetto d’architettura Comune di Reggio Calabria Struttura Operativa Villa Genoese Zerbi Università Mediterranea di Reggio Calabria Ce.Re.Re. Centro Regionale per il Recupero dei Centri storici Calabresi

> Laboratorio di Restauro prof. Massimo Lo Curzio Corso di Laurea in Architettura > PRORIULAB Laboratorio di Progettazione Architettonica per il Riuso proff. Renato Nicolini, Pietro Calì, Gaetano Ginex e Domenico Tripodi Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali curatori dell’evento arch. Giovanni Ditto, prof. M. Lo Curzio Catalogo a cura di Massimo Lo Curzio Progetto grafico e layout Marco Lo Curzio Stampa iiriti editore, Reggio Calabria ottobre 2005

catalogo della Mostra dei lavori degli studenti del:

Corso di Laurea in Architettura v.o. AA. 2004-2005 >Laboratorio di Restauro prof. Massimo Lo Curzio Docenti di Modulo arch. Antonio Bonifacio arch. Stella Serranò Collaboratori arch.Veronica Calveri arch. Santina Marateia,Vincenzo Lanzetta Gruppi di lavoro Angelo Di Tommasi,Valentina Tommasi; Maria De Grazia, Rosaria Lanfranchi, Sara Lo Presti: Alessandra Castorina, Elisa Finocchiaro; Erminia Anastasi, Francesco D’Agostino, Salvatore Leo; Giovanna Barillà, Alessandra Gangemi, Alessia Ienco; Anna Cappelleri, Lidia De Stefano Vincenzo La Delfa; Carmelo Lo Cascio, Mario Lo Cascio, Fabrizio Mercuri: Roberta Lo Cicero, Giusy Milone; Andrea Foti,Vincenzo Iannì, Domenico Marcianò, Davide Mazzullo.

Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali AA. 2004-2005 >PRORIULAB Laboratorio di Progettazione Architettonica per il Riuso proff. Renato Nicolini, Pietro Calì, Gaetano Ginex e Domenico Tripodi Gruppo di lavoro Mazzacuva Giuseppe, coordinatore Caterina Campolo, Arcangelo Franco, Marzia Grillo,Tania Incardona, Mariangela Insana, Francesco Lia, Giulia Marino, Maria Teresa Roto

Si ringraziano per la collaborazione: l’Amministrazione del Comune di Reggio Calabria che ha consentito la realizzazione della Mostra e delle iniziative connesse; il responsabile della Struttura Operativa Villa Genoese Zerbi arch. giovanni Ditto e l’arch. Consolato Alampi per la disponibilità della struttura nelle fasi di rilievo e documentazione; la prof. Marisa Cagliostro per il patrocinio del Cerere; i docenti, i collaboratori dei corsi e gli studenti che hanno lavorato per il successo dell’iniziativa.

Tutti i testi e i disegni pubblicati, salvo diversa indicazione, sono stati forniti dagli autori, ogni riproduzione è vietata senza il consenso degli stessi.


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Marisa Cagliostro Consorzio Cerere Centro Regionale per il recupero dei centri storici calabresi

Villa Genoese Zerbi, significativa realizzazione dell’architettura della ricostruzione di Reggio Calabria successiva al terremoto del 1908, colpisce per le forme ed i vagheggiamenti stilistici, oltre che le singolarità d’impianto che la rendono caso peculiare, unico nella realizzazione urbanistica della città ricostruita sulla base del Piano De Nava. Di fronte alla stesura compatta della città sviluppata secondo l’immagine di fronti continui che chiudono gli isolati, i lotti edificabili della città “nuova”, questo caso corrisponde ad un’anomalia di realizzazione “in villa” che, di fatto, contraddice o esula dalle regole di pianificazione che hanno conferito alla città la sua particolare connotazione. L’Università Mediterranea è da sempre molto partecipe, con studi, esercitazioni, ricerche e tesi di laurea per dare un contributo critico allo sviluppo della nostra realtà territoriale e per tutelarne e proteggere le presenze più significative. Anche il Consorzio Cerere intende, in sinergia con gli enti di tutela, assumere un ruolo di riferimento per la valorizzazione del centro storico della città di Reggio Calabria e del suo patrimonio storico – artistico - culturale, così come per le altre realtà regionali che necessitano di

interventi di recupero e rivitalizzazione. L’occasione della Mostra dei lavori degli studenti dei due corsi di Laboratorio di Restauro del Corso di Laurea in Architettura v.o. del prof. Lo Curzio e del Laboratorio di progettazione per il riuso del Corso di Laurea specialistico in Conservazione dei beni Architettonici e Ambientali tenuto dai proff. Nicolini, Calì, Ginex e Tripodi ci sembra fornisca un contributo che appare significativo e che nasce per avviare un dialogo con la struttura comunale che gestisce le iniziative di Villa Genoese Zerbi, diretta dall’arch. Ditto, che ha messo a disposizione l’intera costruzione per i rilievi e le sperimentazioni didattiche, in passato problematiche per le difficoltà di accesso e studio. In questo nuovo contesto i gruppi del Laboratorio di Restauro del prof. Lo Curzio hanno prodotto, tra l’altro, una disamina dettagliata della villa con particolare riferimento alle facciate e alla realizzazione dei particolari costruttivi e decorativi che ne costituiscono il portato più significativo, provvedendo ad una indagine diagnostica che identifica le parti in crisi e indica le possibilità di intervento. Il catalogo, insieme ad un contributo di Massimo Lo Curzio sul ruolo e l’importanza della villa nel contesto della ricostruzione della città, riporta una selezione dei lavori degli studenti prodotti nel corso dell’attività didattica. Materiali che testimoniano, con un significativo livello qualitativo, un’attenzione e una

partecipazione di tutte le componenti dell’Ateneo alle questioni culturali e materiali connesse allo sviluppo della città. L’augurio che sentiamo di fare è che altre significative esperienze dell’Ateneo reggino e delle sue strutture di ricerca e servizio possano trovare più ampia divulgazione con la collaborazione degli enti locali.


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Massimo Lo Curzio_ RILIEVI

La Villa Genoese Zerbi è un episodio emblematico e significativo dell’immagine di Reggio Calabria nata dalla ricostruzione avvenuta dopo le distruzioni del sisma del 1908 nell’area dello Stretto di Messina. Più e meglio di molti altri esempi rappresenta i contenuti culturali e comportamentali che hanno determinato il panorama della città ricostruita. Ne rappresenta i contenuti nella misura in cui esprime la volontà di espressione di formulazioni architettoniche che si manifestano con linguaggi “in stile”, densi di riferimenti e stilemi derivanti da una cultura architettonica che cerca di trovare una modalità di espressione in un momento storico nel quale stenta ad esprimersi in maniera compiuta una nuova maniera di progettare. È, di fatto, documento storico di una nuova maniera di affrontare i problemi e le modalità d’intervento in quanto è contemporaneamente indice, come fabbrica, vale a dire come costruzione che ha tutta una serie di approcci legati alla modalità di porsi come architettura, di una progettazione avanzata che ha una sua precisa logica costruttiva che si manifesta con una struttura realizzata nel nuovo materiale antisismico per eccellenza – il cemento armato – e che

Docente Laboratorio di Restauro

E RESTAURO DI UN’ARCHITETTURA DELLA RICOSTRUZIONE DI

contemporaneamente indica una formulazione formale che si manifesta con il ricorso a stilemi e riferimenti cari all’edilizia borghese del periodo. Alla struttura nuova ed avanzata si accoppia il recupero di linguaggi che derivano dalle sperimentazioni stilistiche tipiche dell’ultimo scorcio del secolo XIX e che qui si coagulano in una rivisitazione delle forme del medioevo veneziano, mutuando e replicando elementi formali dei palazzi della città lagunare. Il ricorso agli apparati formali storici avviene secondo la logica che deriva da un lato dall’atteggiamento tipico della borghesia dell’area dello Stretto che non esita a rispondere allo sconvolgimento storico dell’immagine delle città distrutte, e quindi depauperate di ogni traccia formale della lunga e passata vicenda urbana, con una clonazione di quanto può apparire “storico”, anche se privo di una continuità culturale reale e appropriata al contesto. Se si volessero connotare le motivazioni e le istanze delle élites del periodo si dovrebbe fare ricorso, probabilmente, a valutazioni sociologiche e comportamentali che esulano dalle nostre competenze e che potrebbero sfociare in valutazioni antropologiche di difficile connotazione. A noi pare più opportuno rilevare che le famiglie della borghesia reggina che vuole esprimere un determinato status tendono a ritenere rassicurante, specie nella prima fase di ricostruzione delle città dello

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Stretto, anche se in maniera approssimativa ed estemporanea, un vagheggiamento di storia – e quindi di continuità materiale - che viene assunta come componente di espressione. È solo in questo senso che si possono ammettere ed interpretare i desideri formali che fanno riferimento, di volta in volta, a stilemi medievali di differente origine, a regole rinascimentali, a sincretismi ottocenteschi, in buona misura attribuibili al ricorso ad un abaco delle soluzioni formali che derivavano dai trattati degli ordini architettonici, dai manuali di differente origine o da testi esemplari della cultura ottocentesca. Nel caso specifico il riferimento principale dell’ignoto progettista è tutto da rintracciare nella divulgazione dell’architettura quattrocentesca veneziana che sembra derivare direttamente dalla lettura e dall’interpretazione delle Pietre di Venezia di John Ruskin e dalla divulgazione dei disegni di Eugene Viollet Le Duc proposta dall’École des Beaux Arts. Non è possibile fare a meno di considerare il fatto che Ruskin pubblicando il suo testo determinava una forte rivalutazione volutamente “antirinascimentale” del medioevo veneziano, peraltro supportata da schemi, disegni e acquarelli che sancivano la geometria e l’intensità cromatica delle soluzioni adottate per le facciate dei palazzi, mentre Viollet Le Duc riproponeva, se pur solo con gli altrettanto importanti disegni a matita e a


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colori, le immagini, il vigore e la lucidità delle soluzioni. È evidente che dietro il fervore di questi personaggi ritroviamo gli esiti delle frequentazioni italiane derivate dalla logica e dalla pratica del “Gran Tour” inteso come percorso formativo basilare di quanti volevano, nella realtà mitteleuropea, acquisire una visione ed uno studio diretto del patrimonio monumentale italiano. Il progetto di Villa Genoese-Zerbi segue in ogni caso un iter piuttosto lungo e laborioso, dato che la prima stesura risale

al 1915, riguarda il lotto già interessato dalla precedente ottocentesca villa Zerbi distrutta dal terremoto del 1908 e deve probabilmente essere supportata da una documentazione non indifferente visto che i progettisti, gli ingegneri Zerbi Pertini e Marzars fanno realizzare il grande plastico oggi visibile in una saletta interna. A questo progetto seguono altre elaborazioni in variante, da quella decisamente meno “veneziana” riportata nel testo di Flora Borrelli e Massimo Giovannini (il decoro, il provvisorio, l’abitare reale) a quella che sarà poi realizzata secondo il progetto del 1925 dell’ingegnere Zerbi Pertini, simile ma differente da quello rappresentato nel modello della prima stesura. Il fatto che committenti e progettista accettino gli stilemi del quattrocento veneziano, come principale riferimento per la nuova costruzione, dà molto da pensare se si rileva che la precedente villa Zerbi, distrutta dal terremoto e documentata da poche fotografie si manifestava con partiture di matrice rinascimentale, avendo nel prospetto su via Marina soluzioni basate su colonne semplici e binate, archi a tutto sesto e basamenti rialzati. Il ricorrere a soluzioni di derivazione più o meno remota e di differente origine ha dato luogo a Messina e Reggio Calabria, in particolare nelle fasi delle ricostruzioni che vanno dagli anni 10 agli anni 30 del XX secolo, alla pratica di un sincretismo consistente nella scomposizione e nel rimontaggio, nelle facciate e negli interni degli edifici, delle soluzioni formali e plastiche reperite da un ampio abaco degli apparati formali disponibili. In definitiva si connota un eclettismo che è caratteristica esteriore di architetture che determinano in maniera precisa l’immagine urbana. Questo modo di fabbricare che stabilisce un miscuglio singolare e

irripetibile di stilemi architettonici di datata derivazione con la logica moderna delle costruzioni antisismiche intelaiate indica un’esperienza fatta di sperimentazione e pratica dell’edificare che diviene, a sua volta, storia reale e determinata della rinascita delle città. La contraddizione urbana: edificio in villa piuttosto che isolato La Villa Genoese-Zerbi, al contrario di buona parte delle realizzazioni sorte a Reggio Calabria nella prima fase di ricostruzione, esprime, come dato storico emergente e caratteristico una palese contraddizione con le architetture del piano De Nava che, sulla scorta di scelte adottate in maniera pianificata e determinata, prevedeva, così come il piano Borzì a Messina, interventi urbani per “isolati”, cioè per porzioni urbane delimitate dalla viabilità che facevano parte della scacchiera urbanistica del generale ridisegno urbano. Un sistema, come è noto e facilmente dimostrabile, assai opportuno per provvedere tanto ad una partizione congrua e avanzata delle “città nuove” che per garantire la realizzazione delle opere architettoniche approvate secondo criteri prescrittivi e di operatività che avevano la dimensione logica e il senso di una pianificazione che si attuava con

1_La Villa Zerbi distrutta dal terremoto del 1908 2-3_Plastico del progetto del 1915 4_Ruskin, disegno aperture palazzi veneziani 5_Ruskin, acquarello del prospetto della Casa d’oro


dei fronti esterni. La costruzione Genoese-Zerbi ha la possibilità di essere, all’interno della partizione urbana, “villa” e di esprimere una felice e singolare alternanza tra il costruito e il non costruito, visto e pensato come giardino, luogo di piantumazioni e di spazi esterni di fruizione. Il costruito si manifesta, oltre che con il corpo centrale della “villa”, con due blocchi (le foresterie) che costituiscono i due spigoli che si attestano sugli angoli nord-est e sud-est dell’isolato e che, insieme alle due quinte angolari che chiudono gli angoli nord-ovest e sudovest, definiscono la sagoma del lotto edificabile. Come dire che le regole della perimetrazione dell’isolato sono salve, essendo definiti gli spigoli e che la “villa” può continuare ad essere l’elemento singolare. Il corpo centrale, attestato sull’allineamento della via Marina, resta in arretramento su tutti gli altri fronti e viene progettato identificando direttrici d’impianto parallele agli assi della viabilità principale. L’anomalia urbana della

realizzazione della villa tenta, in questo modo, di mediare l’assoluta unicità della realizzazione con il rispetto delle nuove direttrici d’impianto. La peculiarità di quest’architettura sta proprio in questa sua maniera, assolutamente autonoma e non riscontrabile nelle altre situazioni, di esprimere il rapporto con il contesto urbano, di essere oggetto speciale e indipendente di un panorama cittadino fortemente caratterizzato dalle regole e dalle condizioni d’assetto del Piano Regolatore di ricostruzione. A questo dato fondamentale che porta la nostra architettura ad essere oggetto unico e irripetibile si aggiungono le particolari caratteristiche costruttive che ne confermano l’assoluta singolarità. Caratteri della realizzazione Nell’immaginario collettivo della città di Reggio Calabria la villa Genoese-Zerbi è essenzialmente manifestazione particolare della volontà di espressione di una famiglia che si è organizzata un habitat singolare

1_Viollet Le Duc, Palazzo dei Dogi 2_Ruskin, finestre del quarto ordine 3_Villa G. Zerbi, Particolare fronte est

Massimo Lo Curzio_Rilievi e restauro di un’architettura della ricostruzione di Reggio Calabria

l’operatività di uno strumento esecutivo, vale a dire con la precisione e il controllo di un piano particolareggiato di iniziativa pubblica. Questa logica non è peraltro nuova per Reggio Calabria che l’aveva adottata nell’ultimo scorcio dell’Ottocento per la realizzazione del Piano di Ampliamento che era strutturato sullo stesso tipo di partizione, anche se in questo caso si usava un lotto edificabile definito “isola”. La variazione di dizione, per quanto indicativa, ha poca importanza dato che la logica del disegno urbano era la stessa e la definizione al dettaglio del lotto, con tanto di quote e picchetti in fase attuativa, prevedeva lo sviluppo continuo delle facciate e la corrispondenza delle altezze anche quando un isolato era ripartito in più comparti edilizi. Al contrario nel caso in esame i confini dell’isolato non sono altro che il riferimento e il limite esterno del progetto ma non corrispondono, come per tutta la restante città, al continuum logico del tessuto urbano segnato dalla costanza dell’allineamento e delle chiusure

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che ha determinato una realizzazione il più delle volte classificata come bizzarra, data la scelta del modello veneziano e data la volontà di limitarsi a costruire una villa, laddove poteva edificare un palazzo di ben altra consistenza e volumetria. Questa ricorrente valutazione, prevalentemente determinata dalla particolare visibilità dell’opera e dalla sua relazione con la città, non fa assolutamente giustizia del reale portato e significato della costruzione che, ben aldilà delle sue manifestazioni esteriori di disegno, rivela dei caratteri assolutamente peculiari che ne fanno un oggetto architettonico di estrema rilevanza storico-costruttiva. È infatti da ritenersi, come abbiamo avuto modo di accertare nel corso della ricerca che si presenta, come il più sconvolgente esempio di prefabbricazione di componenti applicato ad un’architettura realizzata nella prima fase di ricostruzione della città. Quanto apparentemente è frutto di una meticolosa ed estrema capacità di lavoro di artigiani chiamati a modellare superfici, paramenti, modanature, elementi plastici e apparati di decoro con un lavoro in situ di sconvolgente precisione è, piuttosto, frutto della progettazione, sperimentazione e realizzazione del più rilevante caso di applicazione di prefabbricazione per parti di tutto l’apparato decorativo delle facciate del

complesso. Cosa peraltro mai valutata con la dovuta attenzione, e il rilievo che meritava, nelle pubblicazioni che si sono occupate della ricostruzione della città. Elementi prefabbricati e controllo del progetto Il ricorso ad elementi prefabbricati per la realizzazione di tutti gli apparati decorativi delle facciate indica non solo una elevata capacità di realizzazione di elementi decorativi complessi da utilizzare per la soluzione dell’apparecchiatura formale dell’architettura, ma piuttosto, in particolar modo in questo caso, la specifica e meticolosa elaborazione del progetto, portata ad un elevato grado di dettaglio e di organizzazione di cantiere, mai riscontrato a questo livello nella ricostruzione delle città dello Stretto. Che gli apparati decorativi esterni delle architetture della ricostruzione nelle città dello Stretto fossero spesso realizzati con elementi a forte spessore e decoro costruiti a piè d’opera – o in laboratori da modellatori con l’uso di stampi e particolari sagome è cosa ben nota a chi ha operato in questo contesto, ciò che, piuttosto, stupisce in questo caso è la pianificazione della realizzazione di tutti gli apparati e degli elementi strutturali connessi (colonne, stipiti, archi di grandi dimensione, balaustre) con questa tipologia, lasciando la restante parte delle finiture esterne esclusivamente alla posa di paramenti anch’essi prefabbricati o modulari. Da ciò deriva il fatto che gli elementi della formulazione plastica della facciata vengono scomposti, a conclusione della formulazione progettuale, nei singoli elementi formali costitutivi e divengono oggetto della predisposizione di stampi, probabilmente in gesso, che a loro volta entrano in un ciclo di produzione che porta alla realizzazione di tutti gli elementi

costitutivi del decoro esterno. Ciò che colpisce, considerando la disaggregazione del disegno delle facciate, è che viene prevista la fase del montaggio con una precisione millimetrica e con uno studio delle connessioni che corrisponde più alla contemporanea attenzione per processi di restituzione di prodotti industriali con uso di tolleranze estremamente basse, piuttosto che per una realizzazione “in stile” che poteva comunque godere della rilevante capacità materiale delle maestranze dell’epoca di risolvere qualsiasi problema tecnico. Il principio della standardizzazione degli elementi è tale che, senza soluzione di continuità, si provvede a realizzare secondo la modalità prevista in progetto, colonne, porzioni di archi, elementi di portali, sagome di decoro a denti, colonnine angolari tortili, modanature orizzontali, capitelli, aperture circolari, archi intrecciati, lastre bocciardate basamentali e quant’altro serve alla complessiva chiusura degli apparati delle facciate. La tecnica utilizzata per realizzazione della fabbrica è quella di una struttura in cemento armato con murature collaboranti che vede giustapporsi all’esterno, a mo’ di paramento continuo, tutto l’apparato decorativo dato dall’assemblaggio degli elementi singoli, a loro volta realizzati in cemento armato nella struttura interna con i rivestimenti esterni in malte pigmentate con graniglie di varia pezzatura. I singoli elementi, oltre ad avere la struttura (potremmo dire il nocciolo) in cemento armato, hanno delle armature che fuoriescono in corrispondenza della superficie d’aggancio e che consentono le successive opere di posa e sigillatura. Le uniche parti che non rispondono a questa logica di montaggio di elementi realizzati in laboratorio o a piè d’opera sono i

1_Villa G. Zerbi, Comigniolo 2_Viollet Le Duc, part. Palazzo dei Dogi 3_Villa G. Zerbi, Particolare fronte ovest


terrazze, delle colonnine dei passaggi e dei balconi; tutti elementi che basano la loro ragion d’essere nel montaggio di parti che vengono di volta in volta saldati alla struttura in cemento armato. Lo studio e la restituzione grafica degli elementi costitutivi di quest’apparato complesso di elementi di immagine ha portato alla determinazione delle regole di assemblaggio che peraltro era stata tutta messa in conto nel progetto originario, dato che la struttura statica in cemento armato e gli stessi getti di quanto riguardava partizioni e aperture aveva già previsto tolleranze e modalità d’aggancio degli elementi decorativi della spessa epidermide esterna. Questo principio di standardizzazione totale di elementi formali si esprime in tutta la consistenza tridimensionale delle parti, senza limitarsi ai soli componenti dell’epidermide esterna, ma piuttosto coinvolgendo e compenetrando tutti gli elementi di rilevante consistenza materiale, fino ad arrivare ad elementi che sono contemporaneamente strutturali e formali. È il caso delle colonne dei loggiati, degli archi a sesto acuto e dei particolari elementi traforati ispirati al Palazzo Ducale di Venezia. Se gli elementi prodotti tramite stampi sono in alcuni casi di diversi metri di lunghezza, come le colonnine tortili degli angoli, vale a dire di dimensioni non agevoli alla movimentazione di cantiere e al montaggio, stupisce ancora di più il fatto che alcuni elementi a tutto tondo o a forte spessore, come le colonne e le ghiere degli archi, in molti casi dovevano pesare almeno due-tre quintali. Le rilevazioni che hanno oggi permesso la lettura del processo di organizzazione formale degli elementi utilizzati consente, ricorrendo in particolare agli abachi degli elementi, di identificare i processi costruttivi e di gestione del progetto che

hanno permesso la realizzazione di questa particolare architettura. La conservazione della fabbrica e il progetto di restauro Il livello di conservazione del complesso di villa Genoese-Zerbi pone dei problemi d’intervento assolutamente rilevanti per lo stato di degrado di quanto riguarda, in particolar modo, gli elementi di decoro esterno delle facciate. Quanto prima si indicava come singolarità ed occasione di espressione di caratteri peculiari della fabbrica, vale a dire tutto il complesso apparato decorativo realizzato con elementi prefabbricati, ha risentito della mancanza di manutenzione che meritava e rivela in molti dei suoi elementi un generalizzato stato di degrado prevalentemente dovuto all’aggressione degli agenti atmosferici. Le patologie riscontrate rispondono alla casistica tipica di queste apparecchiature e rivelano essenzialmente fenomeni di ossidazione dei ferri delle armature che hanno comportato aumenti di volume, esplosione delle malte copriferro e fratturazioni con differenti andamenti. Questo tipo di aggressione, accentuata dall’ambiente salino dello Stretto, ha messo in crisi la consistenza stessa di molti elementi che appaiono oggi fortemente mortificati nella loro consistenza fisica. Colonnine di balaustre ridotte a ferri spettrali, porzioni di elementi con vistose lesioni e macchie di ruggine, tutto fa pensare ad un certo abbandono, oltre che alla necessità di interventi assai attenti e misurati. Le esigenze che riguardano la configurazione esterna di questo documento della ricostruzione post 1908 si possono palesemente identificare, per citare Giovanni Carbonara, con l’esigenza di restituzione di un’immagine che oggi appare sempre più monca e ruderizzata.

1_Viollet Le Duc, part. Palazzo dei Dogi 2_Villa G. Zerbi, Particolare fratturazione 3-4_Villa G. Zerbi, Degradi balaustre

Massimo Lo Curzio_Rilievi e restauro di un’architettura della ricostruzione di Reggio Calabria

paramenti in laterizi realizzati con particolari mattoni pressati che riportano una tessitura completa, anch’essa estremamente precisa e modulare, di finitura delle specchiature esenti da elementi prefabbricati. La definizione delle scelte progettuali è tale che persino tutte le opere di completamento, come le balaustre, i balconi e gli elementi di finitura rispondono alla stessa logica degli elementi realizzati per operazioni di stampaggio. È il caso dei parapetti delle

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Questione nel nostro caso ineludibile che fa pensare ad interventi improcrastinabili stante l’accelerazione dei fenomeni di degrado delle superfici. Differente è la situazione relativa agli interni e all’uso stesso del complesso. Di fatto l’utilizzo come struttura comunale finalizzata alla circolazione e produzione di eventi culturali legati al circuito nazionale più avanzato dell’arte contemporanea risulta assolutamente idonea e appropriata al bene in esame, considerato il fatto che la prima questione che si presenta nel caso del restauro è, almeno dalla Carta di Amsterdam del 1975 ad oggi, quella dell’utilizzo del bene stesso. Regole e modi della fruizione non solo hanno manifestato una nuova vita del monumento, facendolo divenire caposaldo di una specifica e appropriata funzione

urbana, ma hanno avuto la possibilità di consentirne l’uso anche nelle parti che costituiscono il problematico “non finito” della parte centrale e nord del primo livello fuori terra. La nuda struttura in cemento armato di questa porzione della costruzione è oggi, di volta in volta, zona espositiva da allestire o zona per proiezioni ed installazioni. Le superfici scabre e non dotate di apparati formali di decoro sono, a seconda dei casi, o obliterate dagli allestimenti o testimoni partecipi della mancanza di apparecchiatura formale esteriore. Situazioni certamente storicamente corrette e preferibili alle acrobazie di taluni improponibili restauri. Non esiste in questo caso né la possibilità di un intervento di completamento “in stile” di quanto non è

stato mai finito, né sappiamo come sarebbe stato finito, così come non è proponibile la possibilità di reinvenzione determinata e “forte” di quanto non ha mai avuto una precisa funzione. Sullo spazio non partito e non finito del primo livello della villa possiamo fare solo ipotesi: doveva essere un salone delle feste, poteva essere uno spazio con differenti funzioni, ecc... Possibilità, congetture, valutazioni, anche in presenza di dati progettuali oggi ignoti. Ma se fossero noti non cambierebbe nulla perché sarebbero solo un’altra ipotesi di utilizzo, un’altra congettura in assenza di realizzazione. Nel caso del cuore rustico di villa Genoese-Zerbi palesemente il restauro deve essenzialmente fare i conti con le esigenze e le destinazioni d’uso della struttura di servizio e va connotato secondo la possibilità di un intervento contemporaneo congruo alla situazione generale, fermo restando che l’utilizzo di questo spazio come involucro immutabile che si plasma di volta in volta divenendo spazio di istallazioni e “visioni” resta oggi come il più stimolante e appropriato. Il restauro ideale di quest’interno può solo essere giocato, nel rispetto della fabbrica, con un impianto che usi le stesse regole della leggerezza e della mutevolezza che si richiedono ad una struttura culturale e che guardi al contemporaneo, in particolare all’arte contemporanea, come occasione di stimoli, sollecitazioni e scambi. Nell’esercitazione di corso è stato posto agli studenti il problema delle destinazioni d’uso e delle esigenze della struttura, lasciando che si confrontassero con il progetto di restauro inteso nel senso più completo e che fossero disponibili alla progettazione degli adattamenti più opportuni. Le due esigenze fondamentali: la

1_Villa G. Zerbi, Foresteria sud 2-3-4_Villa G. Zerbi, Interni zona centrale e nord del piano terra con strutture in cemento armato a vista


una struttura pubblica. Le soluzioni proposte seguono un indirizzo e una prefigurazione di spazi e usi molto facilmente assimilabile a quanto si realizza in paesi stranieri o in esperienze pilota italiane a margine di strutture culturali pubbliche. Soluzione forse paradossale, se coniugata ad una visione di realtà urbane meridionali depresse, ma certamente assai indicativa delle istanze alle quali si dovrebbero adeguare i nuovi spazi della cultura. Aldilà delle soluzioni adottate nelle formulazioni progettuali, che forse saranno guardate usando il filtro del gusto e determineranno consensi e valutazioni di differente tipo, sembra opportuno rilevare il dato emergente che si può ricavare: le architetture “storiche”, specie se fortemente caratterizzate e indicative di dati e manifestazioni rilevanti della cultura di una città vanno utilizzate, fruite, vissute e debbono poter essere parte pulsante del patrimonio di vita di una comunità. Solo in questo modo potranno essere espressione di quella conservazione integrata che ne permetterà, con i benefici di un corretto e stimolante utilizzo, le condizioni di manutenibilità necessarie per la loro conservazione.

Nota bibliografica Dell’ampia produzione di contributi relativi alla ricostruzione delle città dello Stretto distrutte dal terremoto del 1908 si riportano solo i testi con i riferimenti storici, iconografici e critici più vicini al taglio della ricerca svolta in questa occasione. Rosa M. CAGLIOSTRO, Ricostruzione e linguaggi, Reggio Calabria: per una storiografia delle scritture architettoniche dopo il 1908, Reggio Calabria 1981 F. BORRELLI, M. GIOVANNINI, Il decoro, il provvisorio, l'abitare reale, Roma-Reggio Calabria 1983. L. MENOZZI, Architettura e "regime". Reggio Calabria negli anni Venti, Roma-Reggio Calabria, 1983 G. L. DI LEO M. LO CURZIO, Messina una città ricostruita, Dedalo, Bari 1985 M. LO CURZIO (a cura di), L’architettura di Gino Zani per la ricostruzione di Reggio Calabria (1909-1935), Reggio Calabria-Roma 1986 Angela MARINO e Ornella MILELLA, La catastrofe celebrata, Architettura e città a Reggio dopo il 1908, Roma–Reggio Calabria s.d. Renato LAGANÀ (a cura di), La città e il mare, la storia, l’attività marittima e la costruzione del fronte a mare di Reggio Calabria sulla riva dello Stretto, Roma – Reggio Calabria 1988 Marcello CAMMERA, La via Marina dalla ricostruzione agli anni Settanta, in Renato LAGANÀ (a cura di), La città e il mare, cit. John RUSKIN, Le pietre di Venezia, (ed. a cura di Attilio Brilli), Milano 2005 M. MINIATI F. NOVATI (a cura di), Le voyage d’Italie de Viollet Le Duc, École nationale supérieure des Beaux Arts, CentroDi, Firenze 1980

Massimo Lo Curzio_Rilievi e restauro di un’architettura della ricostruzione di Reggio Calabria

conservazione dei caratteri della fabbrica e il progetto d’utilizzo delle parti ha caratterizzato le formulazioni dei vari gruppi che hanno dato tutti un rilevante contributo alla conoscenza della fabbrica, con tutto ciò che la cosa comportava in termini di analisi degli elementi costitutivi delle parti, di restituzione grafica e di diagnostica applicata agli elementi in crisi. In particolare in due casi la questione aperta delle destinazioni d’uso e degli adattamenti ha fornito delle corrette e adeguate proposte. Nel primo caso un gruppo ha studiato dettagliatamente il non finito dell’interno della villa ed ha proposto una soluzione contemporanea appropriata, basata sull’adattamento degli ambienti ad un più accentuato utilizzo di spazio urbano per la cultura, nel rispetto delle funzioni istituzionali della struttura operativa di villa Genoese-Zerbi, luogo di contaminazione tra arte contemporanea e esigenze di sosta e ristoro con rivisitazione del piano terra e caffè letterario; nel secondo un gruppo ha adattato il piano superiore della foresteria sud, a dispetto delle sue modeste dimensioni, a libreria-caffè con funzioni di comunicazione e scambio. In ambedue i casi il tema centrale è la vita culturale e associativa che si può svolgere a fianco di

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C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio CORPO CENTRALE / OVEST

ANGELO DI TOMMASI - VALENTINA TOMMASI

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Corpo Centrale - Ovest_Di Tommasi/Tommasi 13


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Corpo Centrale - Ovest_Di Tommasi/Tommasi 15


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C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio CORPO CENTRALE / EST

MARIA DE GRAZIA - ROSARIA LANFRANCHI - SARA LO PRESTI

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Corpo Centrale / Est_Maria De Grazia - Rosaria Lanfranchi - Sara Lo Presti

i degradi

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Corpo Centrale / Est_Maria De Grazia - Rosaria Lanfranchi - Sara Lo Presti 19


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C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio CORPO CENTRALE / SUD

ALESSANDRA CASTORINA - ELISA FINOCCHIARO

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Corpo Centrale / Sud_Alessandra Castorina - Elisa Finocchiaro

l’abaco

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Laboratorio di Restauro


Corpo Centrale / Sud_Alessandra Castorina - Elisa Finocchiaro

l’abaco

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C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio CORPO CENTRALE / NORD

E RMINIA A NASTASI - F RANCESCO D’AGOSTINO - S ALVATORE L EO

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Corpo Centrale / Nord_Erminia Anastasi - Francesco D’Agostino - Salvatore Leo 25


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Corpo Centrale / Nord_Erminia Anastasi - Francesco D’Agostino - Salvatore Leo

i degradi

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C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio FORESTERIA NORD

G IOVANNA B ARILLÀ - A LESSANDRA G ANGEMI - A LESSIA I ENCO

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Foresteria Nord_Giovanna BarillĂ  - Alessandra Gangemi - Alessia Ienco 29


Laboratorio di Restauro


Foresteria Nord_Giovanna BarillĂ  - Alessandra Gangemi - Alessia Ienco 31


V G Z

C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio

FORESTERIA SUD EST MURO S.

ANNA CAPPELLIERI - LIDIA DE STEFANO - VINCENZO LA DELFA

A6


Foresteria Sud Est Muro S._Anna Cappellieri - Lidia De Stefano - Vincenzo La Delfa 33


Laboratorio di Restauro


Foresteria Sud Est Muro S._Anna Cappellieri - Lidia De Stefano - Vincenzo La Delfa 35


V G Z

C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio INTERNO 1째 PIANO

C ARMELO L O C ASCIO - M ARIO L O C ASCIO - FABRIZIO M ERCURI

A7


Interno 1째 Piano_Carmelo Lo Cascio - Mario Lo Cascio - Fabrizio Mercuri 37


Laboratorio di Restauro


Interno 1째 Piano_Carmelo Lo Cascio - Mario Lo Cascio - Fabrizio Mercuri 39


V G Z

C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio

Foresteria Sud / Interno

ROBERTA LO CICERO - GIUSY MILONE

A8


Foresteria Sud Interno_Lo Cicero/Milone 41


Laboratorio di Restauro


Foresteria Sud Interno_Lo Cicero/Milone 43


Laboratorio di Restauro


Foresteria Sud Interno_Lo Cicero/Milone 45


V G Z

A9

C.d.L. Architettura Laboratorio di Restauro Massimo Lo Curzio GIARDINO

E

P.T. INTERNO

ANDREA FOTI - VINCENZO IANNÌ - DOMENICO MARCIANÒ - DAVIDE MAZZULLO prefabbricati con malta pigmentata color sabbia usata in tutte le parti decorative e mattoni di laterizio faccia a vista nelle parti restanti.

Dati storico/artistici e localizzazione La villa appare come un elegante volume a forma di parallelepipedo composto da due piani fuori terra e piano seminterrato, in cui si innestano ai lati corti due volumi più alti, con richiamo alle costruzioni turrite, e affiancato da due volumi di servizio (foresterie) distaccati dal corpo di fabbrica principale. L'ingresso principale alla villa è rivolto sul lato est, preceduto da un ampio giardino posteriore alla via marina,quasi nascosto, e sottolineato da un portico tetrastilo. Dal portico si accede ad un vestibolo riccamente decorato, rifinito, al di là del quale ci si immette in spazi decisamente più rustici e scarni Lo stile dell'edificio è un esplicito richiamo al '400 veneziano (con riferimento al palazzo ducale di Venezia), caratterizzato da logge, piccoli terrazzi, aperture arcuate fiammeggianti, balconcini, balaustre a colonnine, finestre incorniciate, lesene, tutti elementi riccamente decorati. Da notare i contrasti cromatici dei materiali utilizzati nelle facciate: finitura degli elementi

Geometria e proporzione Gli ambienti prospicienti la via Marina sono disposti secondo un asse ruotato di circa 7 gradi, da cui deriva una planimetria complessiva a cuneo a tratti irregolari. La costruzione dell'architettura che ne deriva appare poderosa e dalle forti masse murarie collaboranti in cls armato e mattoni pieni di laterizio, con solai impostati su orditure di travi intradossate. Rilievo - percezioni Entrare all'interno di villa Zerbi e attraversare via via tutti gli spazi che la compongono, dà l’impressione, al primo livello, di percepire uno stato di apparente disordine, di contraddittorietà, di incompiutezza, che si traduce in ambienti più o meno cupi e austeri, che si alternano agli ambienti esposti sul fronte a mare che appaiono ben illuminati e dall'aspetto più rifinito e compiuto. Il rilievo del volume interno del piano terra ha messo in luce una complessità spaziale notevole, dove una successione di spazi rettangolari si articolano secondo un accentuato sviluppo longitudinale... ...L'interno appare come un reticolo strutturale lasciato a vista (rustico): setti murari, pilastri, travi, solai, semplicemente


Il problema del non finito e il riuso Lo stato di fatto degli ambienti interni del piano terra, rustico, scarno, privo di un significativo valore formale, contrapposto con l'aspetto esterno riccamente rifinito secondo stilemi eclettici, ha suggerito un progetto di restauro più libero nelle scelte progettuali, meno vincolante da un punto di vista storico-artistico. In particolare, l'aspetto che più risalta nello stato di fatto di villa Zerbi è la contrapposizione di due aree eterogenee tra di loro per matericità e grado di finitura. Distinguiamo un'area scarna, rustica per la totale mancanza di rifiniture, in cui si concentra prevalentemente il nostro intervento di restauro; e un'area più rifinita con presenza di intonaci, di pavimentazioni, di infissi e apparati decorativi di vario genere. Dalla individuazione di queste due aree ben distinte all'interno del manufatto, e dalla consapevolezza della necessità di una necessaria riqualificazione/innovazione (specie nelle aree interne più rustiche), nasce il l'intervento di restauro che mira a unificare, e ricucire tra di loro in un unico linguaggio, tutte le parti (compiute e incompiute), permettendo la realizzazione di una volumetria interna più unitaria dal punto di vista materico e visivo. Pur mantenendo il più possibile la spazialità interna originale, il progetto valorizza ed esalta i contenuti interni, dando vita ad una utilizzazione degli spazi flessibile, dalla forte vocazione culturale, (aree espositive, spazi adibiti alla lettura, alla multimedialità, al relax).Villa Genoese Zerbi diventa una struttura culturale per funzioni e modalità d'uso varie: arte, scambi culturali di idee e conoscenza.

L'approccio al progetto di restauro avviene attraverso una prima fase di indagine e rilievo, e una seconda fase di analisi (strutturale, geometrica, formale) strettamente correlate, da cui scaturisce l'idea guida del nostro progetto.Tale idea si sintetizza in 3 elementi principali evidenziati nella figura A: A1 - Un corpo d'ingresso sottolineato da un atrio cilindrico emergente. A2 - Un corpo a sviluppo prevalentemente longitudinale. A3 - Un corpo dalla forma più libera, irregolare, che noi l'assimiliamo alla forma naturalistica di un "gambero". Il progetto nasce, si affina e si definisce sulla base di questi tre segni schematici fortemente caratterizzanti la nostra idea. Attraverso questi segni e la loro stilizzazione grafica nasce il logo del nostro progetto di restauro, come fosse un ideogramma. Il progetto - premessa Il progetto di restauro di Villa Genoese Zerbi è rivolto a mantenere il più possibile invariato il carattere storicoartistico del manufatto. In particolare l'intervento mira alla conservazione dell'immagine figurativa, e si propone come progetto di riuso e riqualificazione degli spazi interni. Riconosciuto il valore storico-artistico della fabbrica, specie di tutti gli elementi strutturali, formali e materici esterni che compongono l'orditura delle facciate, esse vengono volutamente lasciate inalterate nel loro aspetto originario. Il progetto si concentra esclusivamente all'interno, conferendo all'edificio un carattere di modernità e una destinazione d'uso compatibile. Il progetto di restauro ha origine dalle analisi geometriche della pianta dell'edificio:

Giardino e P.T. Interno_Andrea Foti - Vincenzo Iannì - Domenico Marcianò - Davide Mazzullo

e grossolanamente intonacati a rinzaffo o non finiti, con parti lasciate più o meno grezze.

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Laboratorio di Restauro - Un ingresso unico principale (ingresso preesistente), posto lungo l'asse medio trasversale, da cui si accede ad un atrio circolare; questo è un ampio volume cilindrico caratterizzato da una massa muraria piena, dalla forte matericità e scarsamente illuminato, le cui uniche bucature sono rappresentate da due aperture, che come fenditure a tutta altezza, permettono il passaggio della luce. La luce filtra all'interno come fosse una lama. - Un parallelepipedo di vetro, luminoso, disposto lungo l'asse longitudinale dell'edificio, contiene il volume cilindrico, lo ingloba seppure esso sia più basso, e come una pelle trasparente, traslucida e retroilluminata, si giustappone alle murature esistenti. Esso permette quindi di creare una camera di luce, uno spazio smaterializzato (per effetto della luce e delle superfici lucide riflettenti), che si contrappone alla zona d'ombra dell'atrio cilindrico dall'aspetto più austero. Questo spazio ha lo scopo di sottolineare con l'illuminazione il passaggio verso la sala caffetteria/libreria e verso la sala internet. Le due sale rettangolari simmetriche, sono disposte lungo l'asse longitudinale al di là dei lati corti del parallelepipedo di vetro. - Il progetto è un percorso la cui forma ricorda quella di un gambero, e il cui punto di arrivo è la grande sala espositiva, che si presenta come un'unica area aperta, libera e flessibile. Essa è scandita solo dalle murature esistenti, che come delle quinte creano un gioco di piani, di setti murari utilizzati come supporto alle installazioni temporanee. I materiali e le soluzioni tecnologiche da noi utilizzati appartengono al linguaggio dell'architettura moderna: soluzioni leggere e trasparenti (vetro, alluminio, plexiglas), materiali lapidei e materiali metallici (acciaio, rame).

L'interno dell'edificio è lasciato il più possibile inalterato nella sua componente morfologica e strutturale, fatta eccezione dell'atrio circolare d'ingresso, che originariamente era definito da quattro esili pilastri circolari sormontati da uno spesso cordolo anulare in cls armato e mattoni pieni, e che ora assume la forma di volume cilindrico a tutt'altezza; e dalla sala espositiva, in cui si è previsto di eliminare le porte esistenti, praticando al loro posto dei tagli netti alle murature nelle parti che strutturalmente lo permettono (non portanti), consentendo la realizzazione di uno spazio più unitario.


Giardino e P.T. Interno_Andrea Foti - Vincenzo IannÏ - Domenico Marcianò - Davide Mazzullo 49



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