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Settembre Musica

Torino Milano Festival Internazionale della Musica 04 _ 21 settembre 2013 Settima edizione

Torino Chiesa di San Filippo

Academia Montis Regalis Coro Maghini Alessandro De Marchi direttore Claudio Chiavazza maestro del coro

Sabato 14.IX.2013 ore 16

Corelli Vinaccesi Palestrina


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Arcangelo Corelli (1653-1713) Sinfonia avanti la Messa: Sonata in fa maggiore op. 3 n. 1 Grave Allegro Vivace Allegro Dalla tradizione gregoriana Introitum dalla messa di San Lorenzo: Confessio et pulchritudo Giovanni Benedetto Vinaccesi (1666 ca-1719) Kyrie e Gloria dalla Messa a otto voci concertata con strumenti Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594) Offertorium: Confessio et pulchritudo (Mottetto) Dalla tradizione gregoriana Sanctus et Benedictus Arcangelo Corelli Elevatio: dalla Sonata in mi minore op. 3 n. 7 Grave Dalla tradizione gregoriana Agnus Dei Arcangelo Corelli Post Communio: dalla Sonata in la maggiore op. 5 n. 6 Allegro Dalla tradizione gregoriana Ite missa est

Videoimpaginazione e stampa: ITALGRAFICA Novara


Arcangelo Corelli Deo gratias: Sonata in la maggiore op. 3 n. 12 Grave – Allegro – Adagio – Allegro – Adagio Vivace Allegro – Adagio Allegro – Adagio Allegro Academia Montis Regalis Alessandro De Marchi, direttore Violini primi Olivia Centurioni* (spalla e violino solista), Koji Yoda, Paola Nervi, Kasia Solecka, Elisabeth Lochmann Violini secondi Agnes Kertesz*, Federico Brigantino, Giorgio Tosi, Santiago Rodriguez Viole Elena Saccomandi*, Celine Lamarre, Dorothea Vieweg Violoncelli Emilia Gliozzi*, Ines Salinas, Verena Zauner Contrabbassi Roberto Bevilacqua, Fran Petrac Tiorbe Pietro Prosser*, Simone Vallerotonda Clavicembalo Massimiliano Toni* Clavicembalo e organo Mariangiola Martello * concertino

Coro Maghini Claudio Chiavazza, maestro del coro Coro primo Soprani: Silvia Prot, Alessandra Foti, Nadia Kuprina, Arianna Stornello Contralti: Elena Camoletto, Manuela Cattaneo, Svetlana Skvortsova Tenori: Alessandro Baudino, Massimo Lombardi, Phillip Peterson Bassi: Dario Previato, Luciano Fava, Adriano Popolani Coro secondo Soprani: Chiara Albanese, Cristina Camoletto, Teresa Nesci, Nozomi Sugiura Contralti: Elisa Brizzolari, Eliana Laurenti, Annalisa Mazzoni Tenori: Pasquale Bottalico, Corrado Margutti, Federico Kaftal Bassi: Sergio Alcamo, Riccardo Bertalmio, Ermanno Lo Gatto

In collaborazione con Academia Montis Regalis Si ringrazia per la collaborazione


N

el 1749 il papa Benedetto XIV promulgava l’enciclica Annus qui, ennesima regolamentazione del servizio divino e della musica sacra, con l’intento di offrire ai pellegrini che si sarebbero recati a Roma per l’anno santo 1750 dei culti modello, il più possibile fedeli alle disposizioni ufficiali della Chiesa. Il fatto che si rendesse necessario un tale richiamo fa già comprendere quanto nelle liturgie cattoliche prevalessero di gran lunga, benché in modo localmente differenziato, la creatività, l’originalità, l’abuso. La prassi liturgica musicale cattolica, dal Concilio di Trento in poi, appare frenata, sospinta e talvolta devastata da diverse pressioni contrastanti che, con diversa legittimità e alterna fortuna, influenzano l’impostazione e lo svolgimento dei riti. La prima forza in gioco, statica e granitica, è senz’altro la tradizione, che le disposizioni conciliari avevano sostanzialmente ribadito, completamente sorde alle forti istanze di riforma provenienti dal nascente mondo protestante. La Parola di Dio e le formule della liturgia dovevano essere custodite nella loro integrità e protette da un uso sconveniente (“lascivum et impurum”) della musica. Nonostante le spesso ricordate disposizioni contro gli eccessivi artifici della polifonia, talvolta recepite in forma positiva come esigenza di chiarezza dell’espressione testuale, la tendenza prevalente è di non considerare assolutamente importante la comprensione del rito da parte dei fedeli. Satis est si intellegat Deus (“È sufficiente che capisca Dio”) era la formula del cardinale Bellarmino, mentre a metà del Seicento papa Alessandro VII condannerà la traduzione in francese del Messale romano definendo “pazzia” consegnare un sacro testo “in mano a persone di qualunque categoria e sesso” ed “esporre la dignità dei sacri misteri agli occhi del volgo”. Una seconda forza, che invece preme per l’innovazione musicale liturgica, è il confronto interconfessionale. Lungi dallo schierarsi in fazioni avverse, i compositori cattolici e quelli protestanti sembrano vivere una sorta di cosmopolitismo musicale, sensibile agli insegnamenti dei maestri e delle innovazioni della parte avversa. Heinrich Schütz, ad esempio, trovava del tutto naturale studiare con maestri cattolici italiani, e se i protestanti importavano il genere dell’oratorio, i cattolici venivano influenzati dal corale protestante. Non dobbiamo nasconderci che, in questo processo, non di rado giocava una sorta di competizione: nessuno voleva rimanere “indietro” nel prestigio culturale della musica sacra e nella capacità di attrattiva per il potenziale “pubblico” dei fedeli. Sì, perché i fedeli andavano anche “attratti” in chiesa, innescando non di rado competizioni tra luoghi di culto diversi in base alla ricchezza e alla spettacolarità dei riti. In più, la chiesa doveva contrastare l’inevitabile seduzione degli spettacoli teatrali: e siamo alla terza forza, di nuovo innovativa, in gioco. Di principio, la musica profana doveva rimanere fuori dalla chiesa ma, di fatto, come resistere all’introduzione del concertato o dell’espressione degli affetti nella solennizzazione dei misteri religiosi e nella lode di Dio? E se i teatri venivano chiusi durante la Quaresima, come non offrire delle alternative valide, spirituali ed edificanti, al popolo in


penitenza? Certo, le autorità ecclesiastiche non cessano di ribadire il divieto di musiche “rappresentative”, ma come fermare il corso della storia? Le forze in gioco appena descritte agiscono per lo più contemporaneamente e a diversi livelli, ma con significative differenze a seconda che ci si trovi in Italia o in Germania, in una cappella reale o in una cattedrale, durante una messa o una liturgia delle ore, in un’occasione di solennità o in una feria ordinaria. Oggi può apparirci strano, ma potevano trovare posto nella medesima liturgia i brani più disparati: musiche tradizionali e di nuova composizione, canto gregoriano e polifonia rinascimentale, brani vocali e strumentali, esecuzioni corali e solistiche, a cappella o concertanti. Quello che più ci stupisce è che, in casi estremi, la musica non solo introduceva e accompagnava la liturgia, ma spesso la ricopriva completamente dall’inizio alla fine, oppure debordava dalla collocazione ufficiale: il Benedictus del Sanctus finiva per protrarsi anche durante l’elevazione e l’Agnus Dei, caduto in disuso, veniva sostituito con un brano strumentale. Le innovazioni musicali, talvolta, passavano da ambienti “protetti” come le cappelle reali o le devozioni private dell’alta società, talvolta invece originavano dalle cappelle di grandi città o di famose cattedrali, da dove diffondevano il loro verbo. Venezia è un ottimo esempio di centro propulsore e propagatore di novità liturgicomusicali. La tradizione policorale avviata da Willaert e portata a splendore dai Gabrieli aveva enormemente espanso le possibilità foniche della musica sacra cantata. Restava da concedere spazio agli strumenti, affinché non fossero più vincolati al semplice raddoppio delle voci, ma potessero svolgere una parte autonoma e rilevante. Nasce così la Messa concertata, il cui primo, fulgido esempio è dato da Cavalli nel 1656. Benedetto Vinaccesi raccoglie questa eredità e la porta a nuova espansione, non limitandosi, come Cavalli, ai soli archi concertanti, ma introducendo, accanto a un coro a otto parti, anche fiati e ottoni. Le poche opere rimasteci di Vinaccesi, bresciano di nascita e poi approdato alla cappella ducale veneziana, testimoniano tutta la statura di un musicista di prim’ordine. Se avessimo qualcuno in più dei circa 450 lavori che scrisse, potremmo collocare meglio nel panorama musicale veneziano un compositore molto attivo e richiesto, presso il quale venivano a studiare musicisti italiani e stranieri. Figura assai diversa è invece Arcangelo Corelli, romagnolo di nascita e romano di adozione, che si limitò a scrivere in appena tre generi musicali (la sonata in trio, la sonata solistica e il cosiddetto concerto grosso) ma lasciò una vigorosa impronta stilistica e didattica sull’intera musica europea del suo tempo. La scuola violinistica da lui avviata diede origine a un’influente dinastia di allievi e a una concezione dell’insegnamento del violino del tutto nuova per profondità e sistematicità. Anche come direttore di ensemble strumentali introdusse nella preparazione musicale un rigore e un’efficienza quasi sconosciuti prima di lui. Le sue composizioni, poi, furono accolte come significative novità in tutta Europa, poi


imitate e rielaborate al punto da diventare degli standard quasi ovvi, così come suonano per noi oggi. L’equilibrio tecnico e gestuale, l’invenzione fresca e spontanea, la solida architettura delle sonate e dei concerti li hanno consacrati assai velocemente come dei classici. La concezione del “concerto grosso”, nel quale a un piccolo gruppo strumentale chiamato “concertino” si oppone e si alterna la più ampia massa orchestrale, con effetti di chiaroscuro e di dialogo musicale, verrà ripresa in molti modi e genererà, tra le sue varianti, nientemeno che il concerto solistico modernamente inteso. Nelle sonate, il genere “da chiesa” cerca di differenziarsi da quello “da camera”, lasciando a quest’ultimo un più chiaro riferimento alle forme di danza, benché la convergenza stilistica alla fine assimili i due generi molto più delle diversità di scrittura. Tutto questo ha trasformato Corelli in un musicista piuttosto moderno, per i suoi tempi: forse nessuno prima di lui si era guadagnato tanta fama e influenza scrivendo solo pochi lavori strumentali, né aveva fatto fortuna soprattutto grazie agli editori musicali, né, infine, avrebbe visto sopravvivere le sue opere anche quando il suo linguaggio musicale era divenuto completamente fuori moda. Pietro Mussino


La Fondazione Academia Montis Regalis è impegnata da anni nella diffusione della musica antica; nel 1994 ha dato vita a un’orchestra barocca e classica con l’intento di promuovere il repertorio sei-settecentesco secondo criteri storici e con l’utilizzo di strumenti originali. È nata così l’Academia Montis Regalis, che fin dall’inizio della propria attività è stata diretta dai più importanti specialisti internazionali nel campo della musica antica: Ton Koopman, Jordi Savall, Christopher Hogwood, Reinhardt Goebel, Monica Huggett, Luigi Mangiocavallo, Enrico Gatti. È stata invitata dall’Unione Musicale di Torino a collaborare alla realizzazione della rassegna concertistica l’Altro Suono, dedicata interamente alla musica antica. L’Orchestra è divenuta oggi una realtà professionale tra le più apprezzate a livello nazionale e internazionale, con presenze regolari presso alcune importanti istituzioni concertistiche e festival quali Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Rassegna “Musica e Poesia a San Maurizio” di Milano, Amici della Musica di Perugia, di Firenze e di Padova, GOG di Genova, MITO SettembreMusica, Teatro dell’Opera di Lille, Teatro Municipale di Losanna, Festival di Montreux, Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, Teatro di Poissy. Molti sono inoltre i riconoscimenti ottenuti in campo internazionale per quanto concerne l’attività discografica: Diapason d’Or, Choc de «Le Monde de la Musique», Gramophone Choice. Da alcuni anni l’Academia Montis Regalis ha affidato il ruolo di direttore principale ad Alessandro De Marchi, con il quale partecipa al progetto discografico Vivaldi Edition finanziato dall’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, che prevede l’incisione dei manoscritti vivaldiani conservati presso la Biblioteca Nazionale di Torino. Il primo cd della collezione, Juditha Triumphans, ha riscosso un successo straordinario in tutto il mondo: a questa prima incisione se ne sono aggiunte altre quattro fra cui Orlando Finto Pazzo e una serie di concerti per violino e archi realizzati con Enrico Onofri. Parallelamente ha iniziato un progetto che prevede tre cd dedicati all’oratorio: San Giovanni Battista di Stradella, Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel e Davidis pugna et victoria di Alessandro Scarlatti. Dal 2010 è in residenza presso le Innsbrucker Festwochen. Le prime due opere eseguite, L’Olimpiade di Pergolesi e il Flavius Bertaridus di Telemann, sono state accolte trionfalmente dalla critica internazionale e registrate dal vivo. Fra i progetti futuri vi sono l’esecuzione integrale dell’Oratorio di Natale di Bach a Baden-Baden e l’oratorio di Bernardo Pasquini La sete di Cristo a Cracovia. L’Academia Montis Regalis si esibisce anche con piccoli organici senza direttore come l’ensemble L’Astrée, che di fatto ne rappresenta la versione cameristica. Nel 2005 ha conseguito il Premio Abbiati.


Alessandro De Marchi ha diretto importanti produzioni, affermandosi come interprete di un repertorio che spazia da Monteverdi, Cavalli, Vivaldi e Händel, Pergolesi e Hasse fino a Haydn, Mozart e Cimarosa, Bellini, Rossini e Donizetti. Ha studiato organo e composizione al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, cembalo, musica da camera e prassi esecutiva barocca alla Schola Cantorum Basilensis. Dopo un periodo di apprendistato alla Staatsoper di Berlino (dove è stato maestro sostituto, assistente, Kapellmeister e infine direttore ospite) e al Festival di Salisburgo (dove è stato assistente, tra gli altri, di Abbado, Barenboim e Runnicles) ha iniziato a dirigere regolarmente presso importanti teatri europei quali Scala di Milano, Theater an der Wien, Concertgebouw di Amsterdam, Opera di Oslo, Teatro Regio di Torino, Maggio Musicale di Firenze, La Monnaie di Bruxelles, Semperoper di Dresda, Opera di Lione, San Carlo di Napoli e orchestre quali Orchestra Nazionale dell’Accademia di Santa Cecilia, Wiener Symphoniker, NDR Radio Philharmonie, Staatskapelle di Berlino. Ha al suo attivo numerose incisioni discografiche; la più recente è La Sonnambula, nella versione Malibran, con Cecilia Bartoli e Juan Diego Flórez. Dal 1998 Alessandro De Marchi è direttore principale dell’Academia Montis Regalis, con la quale ha realizzato numerosi concerti di musica barocca e classica al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, Bologna Festival, Unione Musicale di Torino, Società del Quartetto di Milano, Festival Pergolesi di Jesi, conseguendo successi di rilievo, quali l’attribuzione del Premio Abbiati. Dal 2009 è il direttore artistico delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik.


Il Coro Maghini, intitolato a una delle figure più significative della vita musicale di Torino (Ruggero Maghini, direttore del Coro Rai dal 1950 per oltre vent’anni) si è costituito nel giugno 1995 in occasione di una produzione con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai; da allora ha collaborato più volte con la stessa orchestra affrontando le pagine più significative del repertorio sinfonicocorale da Bach a Britten, da Mozart a Mahler. Dal 2006 collabora stabilmente anche con l’Academia Montis Regalis con la quale ha realizzato numerosi progetti concertistici per l’Unione Musicale di Torino e la Società del Quartetto di Milano, e ha partecipato alla 50ª Settimana Internazionale di Musica Sacra di Monreale e al Festival di Musica Antica di Bruges (Belgio). Negli ultimi tre anni ha partecipato alle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik. Nell’ottobre 2012 ha collaborato per la prima volta con il Teatro Regio di Torino per l’allestimento dell’Olandese volante di Wagner. Nel 2013 con l’OSN Rai ha eseguito La Creazione di Haydn a fianco del Coro della Radio Svedese e Il Messia di Händel; eseguirà inoltre la Messa in mi bemolle di Schubert sotto la direzione di Ivor Bolton. Oltre alla produzione con orchestra il Coro Maghini ha affrontato una buona parte del più significativo repertorio per coro a cappella dal barocco alla musica contemporanea. Accanto al Coro è sorta nel 2005 l’Accademia Maghini, la cui attività istituzionale è indirizzata prevalentemente alla formazione vocale dei coristi, amatoriali e professionisti, e all’organizzazione di eventi come la rassegna Musica nei luoghi dello spirito. Collabora alla preparazione del Coro il maestro assistente Elena Camoletto.


Claudio Chiavazza ha studiato presso il Conservatorio di Torino diplomandosi in clarinetto, musica corale e direzione di coro. Si è poi perfezionato in direzione corale con Peter Erdei presso l’Istituto Kodály di Kecskemét in Ungheria; in qualità di direttore ha tenuto concerti in Italia, Austria, Belgio, Belgio, Ungheria, Francia, Svizzera, Grecia, Repubblica Ceca, con un repertorio che spazia dal canto gregoriano alla polifonia vocale contemporanea e comprende diverse prime esecuzioni. Fin dalla sua fondazione, è direttore del Coro Maghini con il quale ha affrontato le più importanti pagine del repertorio sinfonico-corale collaborando con direttori quali Rafael Frühbeck de Burgos, Yuri Ahronovitch, Kirill Petrenko, Gerd Albrecht, Kristjan Järvi, Serge Baudo, Simon Preston, Jeffrey Tate, Juanjo Mena, Gianandrea Noseda, Wayne Marshall, Helmuth Rilling, Christopher Hogwood, Robert King, Ottavio Dantone, Alessandro De Marchi. Ha diretto diversi complessi partecipando ad importanti festival quali MITO SettembreMusica, Tempus Paschale di Torino, 50ª Settimana Internazionale di Musica Sacra di Monreale, Armoniche Fantasie, Musica Recercata di Genova, Festival dei Saraceni, 5°Festival Musicale della Via Francigena, Les Baroquiales di Sospel, Musique Sacrèe en Avignon.


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Bruno Genero e allievi del Cons. Giuseppe Verdi di Torino, MITO per la città, Torino 2012, Ph. Michele D’Ottavio - MITO SettembreMusica©

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Sabato 14 ore 16 montis