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“Promemoria” è ormai un appuntamento atteso dai cittadini, sia nel territorio dell’Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”, sia dai residenti in altri Comuni, come dimostrano le richieste che pervengono agli uffici dell’Unione e alle filiali di Banca dell’Adriatico. In questo numero, le storie private e le vicende quotidiane dei nostri paesi si alternano alle riflessioni di archivisti ed esperti del settore, che mostrano l’importanza della conservazione della documentazione ufficiale, a cominciare dagli atti prodotti nel tempo dalle amministrazioni comunali. Una sinergia virtuosa che in qualche modo esprime la storia del nostro paese nel suo sviluppo, fatto di gente comune e di grandi avvenimenti, e che ci aiuta a comprendere meglio il nostro territorio, ricco di storia, di arte, di bellezze naturali, meritevole di un ampio piano di valorizzazione anche in momenti complessi come quello attuale. Come sempre, ringraziamo Banca dell’Adriatico, tesoriere dell’Unione dalla sua costituzione, per il sostegno che dal 2008 assicura alla Memoteca, e i dipendenti dei Comuni e dell’Unione Pian del Bruscolo. Ringraziamo anche Cristina Ortolani, ideatrice e curatrice della Memoteca e di “Promemoria”, i collaboratori della rivista e tutti coloro che hanno fornito immagini e ricordi. Federico Goffi

Assessore alla Cultura e alla Promozione del Territorio Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”

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Claudio Formica

Presidente Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”

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è con piacere che Banca dell’Adriatico presenta il numero 4 di “Promemoria”, rivista di storie e memorie giunta alla quinta uscita. Ancora una volta una pubblicazione ricca di spunti e suggestioni, che confermano la vivacità del tessuto sociale di Pesaro e della sua provincia, espresse anche dalle numerose pagine dedicate alle biblioteche e agli archivi attivi sul territorio. Una ricchezza e una complessità che Banca dell’Adriatico, insieme con la Capogruppo Intesa Sanpaolo, valorizza anche con l’attenzione e il sostegno a iniziative di carattere culturale, come è avvenuto nel 2012 con le celebrazioni del quarto centenario della nascita di Simone Cantarini, alle quali il nostro Istituto ha partecipato da protagonista. Con oltre 1.500 dipendenti e più di 200 sportelli dislocati tra Marche, Abruzzo e Molise, Banca dell’Adriatico ha una presenza capillare lungo la dorsale adriatica, che consente un contatto assiduo con i cittadini e le imprese. Proprio in questo quotidiano rapporto con il territorio e con le realtà che lo animano risiede la forza di un istituto come il nostro, che anche per il futuro è determinato a garantire un solido sostegno al tessuto socio-economico delle zone in cui opera. Prima di concludere questo saluto, mi sia consentita una notazione personale. “Promemoria” rappresenta per me anche un valido strumento per conoscere meglio la città nella quale da poco mi sono trasferito con la mia famiglia, una città a misura d’uomo, dove ho avuto modo di conoscere persone laboriose e imprenditori preparati. Ancora una volta, dunque, esprimo a nome mio e di Banca dell’Adriatico grande soddisfazione per il successo di “Promemoria”, e rinnovo a Cristina Ortolani e agli amministratori dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo i complimenti per il lavoro svolto. Roberto Dal Mas

Direttore Generale Banca dell’Adriatico

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L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread. Massimo Gramellini, La bella Italia che non seduce gli italiani, “La Stampa”, 17 gennaio 2013

Raccontare la memoria nel suo sedimentarsi, nel suo farsi si direbbe con espressione un po’ logora; meglio, raccontare la costruzione della memoria: obiettivo alto e forse ambizioso, al quale “Promemoria” tende sin dalla fase progettuale. Una riflessione condotta come un lavoro sempre in corso, nella convinzione che il passato e le sue multiformi letture offrano tracce utili all’agire quotidiano. Con questo intento per il numero 4 di “Promemoria” abbiamo chiesto ai ‘nostri’ archivi di presentarsi al lettore, tenendo in conto speciale chi in archivio entra raramente, talora con timore reverenziale o con le idee poco chiare. Assai distanti dall’immagine polverosa e solenne dello stereotipo, gli archivi di “Promemoria” si sono dimostrati stanze ospitali, aperte certo ai frequentatori abituali, storici titolati o dilettanti, ma anche alla curiosità del ricercatore occasionale - pur nelle regole che necessariamente disciplinano l’accesso a materiali a volte più unici che rari. Attitudine all’accoglienza già largamente attestata dalla presenza degli stessi archivi su queste pagine, dal numero zero firmate anche dai direttori e responsabili di alcune tra le principali istituzioni culturali della provincia di Pesaro e Urbino. Alle ragioni (e al piacere) dell’archivio-istituzione pubblica “Promemoria” aggiunge il filo rosso delle collezioni private, aggregazioni di cimeli amorevolmente radunati intorno a uno, cento, mille temi o casualmente (casualmente?) accumulati dai casi di singoli o di intere famiglie. Rappresentano qui il punto di vista dei testimoni, delle persone e delle loro vite, in quell’intento di restituzione che è primaria esigenza del progetto Memoteca. Si colloca a questo punto la scelta di affidare la scansione delle pagine ad alcuni fotogrammi del film Ogni cosa è illuminata, tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer, che al lavoro della Memoteca ha fornito dal 2005 più d’una suggestione, a partire da certi luoghi dell’iconografia del collezionista (le scatole o i database, la continua ricerca dell’ “ordine migliore”, la riluttanza degli oggetti a lasciarsi catalogare, e tanti altri). Una tessitura che farà forse storcere il naso a qualche purista, ma appassionante per tutti noi che vi abbiamo lavorato e che, auspichiamo, potrà in qualche sua parte interessare il lettore, magari avanzare anche parziali risposte alle sue curiosità. Di certo una tessitura capace di una vitalità insopprimibile, decisamente contrapposta al coma nel quale verserebbe la girlfriend del film-documentario di Bill Emmott e Annalisa Piras che tanto ha fatto parlare di sé negli ultimi tempi. Ma qui il discorso si farebbe troppo ampio: diciamo solo che da tempo “Promemoria” e i suoi collaboratori provano a sviluppare anche con altre, simili esperienze l’idea, oggi forse finalmente mainstream, che il patrimonio culturale possa rappresentare davvero per il nostro paese il “petrolio” dal quale ricominciare. Grazie ancora una volta a quanti sostengono “Promemoria”: agli autori, stavolta particolarmente numerosi; agli enti promotori, a Banca dell’Adriatico e, infine, ai lettori, per l’entusiasmo con cui accolgono ogni nuovo numero della rivista.

Cristina Ortolani

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Assunta Dori (Pesaro, 1847 - dopo il 1885), Carciofi, tempera su carta, 1865 Antonio Dori (Pesaro, 1816 - 1865), Fragole, tempera su carta, 1864

(collezione Elio Giuliani, Pesaro)

Assai poco si sa di Antonio e Assunta Dori, padre e figlia dei quali i Musei Civici pesaresi conservano una ventina di nature morte, databili quasi certamente agli anni 1863-1865. Scarsissime le notizie sui due pittori: nella scheda a loro dedicata sul volume Dipinti e disegni della Pinacoteca Civica di Pesaro, Alberto Cottino suggerisce, sulla base di un lascito testamentario della marchesa Vittoria Toschi Mosca, che la stessa marchesa fosse la committente della serie di tempere, o che addirittura i Dori vivessero in casa Mosca. Nel testamento datato 1885 Vittoria Toschi Mosca lasciava infatti alle

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buone Dori madre e figlia L. 100 per ciascuna, e un mio ricordo. Cottino rileva anche l’omogeneità stilistica tra le opere di Antonio e quelle di Assunta, sottolineandone il naturalismo garbato, e l’apparente riallacciarsi a un filone arcaizzante, addirittura seicentesco. Le tempere dei due pittori, prosegue Cottino, denotano una mentalità provinciale, appena sfiorata, forse, da un interesse scientifico di stampo positivista; ciò nonostante il risultato è gradevole e di non indegno valore qualitativo (A. Cottino, “Antonio e Assunta Dori”, in Dipinti e disegni della Pinacoteca Civica di Pesaro (Pesaro 1996, pp. 154-156). promemoria_numeroquattro


la copertina

Per la terza volta “Promemoria” dedica la copertina a un’opera d’arte, e per la seconda volta si tratta di opere provenienti dalla collezione di Elio Giuliani. Dopo la Contadinella rossa di Alessandro Gallucci, apparsa sul numero 1 (autunno 2011), abbiamo scelto due tra le più recenti acquisizioni della raccolta, le nature morte di Antonio e Assunta Dori, attivi a Pesaro nella seconda metà dell’Ottocento. Pochissime le notizie sui Dori, dei quali a oggi si conoscono a malapena le date di nascita e morte, e dei quali è noto un legame con la marchesa Vittoria Toschi Mosca. Ci auguriamo che anche “Promemoria” possa, nel suo piccolo, e nella sua attenzione per gli aspetti più minuti della nostra storia, contribuire a suscitare interesse per i due pesaresi dal tratto garbato e, tutto sommato, non privo di una certa perizia tecnica. Grazie ancora una volta a Elio Giuliani, per averci ‘prestato’ la freschezza dei Dori, e per la disponibilità con cui da sempre segue il nostro lavoro.

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sommario > Il Testimone Alberta e Agnese Gambini, Tavullia conversazione di Cristina Ortolani pagina 10

> Carte italiane. L’ Archivio di Stato di Pesaro Berardinis - direttore dell’Archivio di Stato di Pesaro

di Antonello de

> L’ Accademia Agraria Due secoli di storia e cultura raccolti nella biblioteca e nell’archivio storico di Franca Gambini - Presidente Accademia Agraria di Pesaro

pagina 16

pagina 21 > L’ Archivio Storico Diocesano Memoria della chiesa, memoria della città di Filippo Pinto pagina 24 > Voci d’archivio Le monache di Pesaro. Frammenti di vita quotidiana di Marta Fossa pagina 28 > Voci d’archivio Languente esule. Padre Agostino Gerunzi e il convento di Monteciccardo di Marco Gerunzi pagina 32 > L’Archivio Locus in quo publicae chartae reponuntur di Simonetta Bastianelli pagina 34

>”Promemoria” e i suoi archivi: le persone. 1 Ogni cosa è illuminata. Intervista ad Archivio Stroppa Nobili a cura di Cristina Ortolani pagina 40 >”Promemoria” e i suoi archivi: le persone. 2 Maria Milena Lombardi Curina. Dalla scatola dei ricordi all’iPad conversazione di Cristina Ortolani pagina 47 > Storie di Palazzo. 3 Monteciccardo, 1903. La nuova residenza comunale di Cristina Ortolani

pagina 50

> Luoghi della memoria. 1 Francesco Paciotti, conte di Montefabbri di Nadia Ragni > Luoghi della memoria. 2 L’omicidio di Monteluro, 1921. Un reportage a cura di Simonetta Bastianelli

pagina 53

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> Album di Famiglia Il pensiero delle mani: le arti, i mestieri a cura di Cristina Ortolani pagina 62

> Storie di guerra Tra Penelope e Rossella. Donne nella guerra a cura di Cristina Ortolani > Vicini a voi Simone Cantarini, il pesarese

pagina 67

pagina 72 > Oltreconfine. Pesaro, 1 “Scarlatto, e una libbra di pepe”. La fiera di San Terenzio di Giovanna Patrignani pagina 76 > Oltreconfine. Pesaro, 2 Un Libro per tutti. La Biblioteca popolare circolante “Alessandro Manzoni” di Pesaro di Filippo Pinto pagina 79

Esercizi di memoria pagina 86 > La memoria degli altri Olessia Tambovtseva conversazione di Sandro Tontardini pagina 88 > La memoria delle cose Un’estate al mare. Pesaro, cartoline e ricordi balneari a cura di Cristina Ortolani pagina 90 > Mi ricordo pagina 92 > Hanno collaborato a questo numero pagina 94 > La Memoteca Pian del Bruscolo pagina 95 > Come collaborare

Avvertenza per la lettura

Per non appesantire il testo e facilitare la lettura, si è scelto di ridurre al minimo le note, inserite alla fine di ciascun articolo e riservate perlopiù all’indicazione di Fonti e tracce. Abbreviazioni utilizzate frequentemente: b. (busta); fasc. (fascicolo); id. (idem); ms (manoscritto); s.d. (senza data di pubblicazione); s.l. (senza luogo di pubblicazione); id (idem); ib (ibidem); cfr. (confronta). Eventuali altre abbreviazioni o sigle particolari usate nelle note sono date di volta in volta. Il corsivo identifica le citazioni da documenti, fonti a stampa e testimonianze orali; tra [...] gli omissis e le note dei redattori. In corsivo sono indicati anche titoli di libri, articoli, siti internet, spettacoli e manifestazioni, e il titolo originale di quadri e fotografie; titoli di riviste e periodici sono invece riportati tra “ ”. A pagina 48: Roland Barthes, La camera chiara, trad. di Remo Guidieri, p. 5 (Einaudi, 1980); a pagina 62: Richard Sennett, L’uomo artigiano, trad. Adriana Bottini, pp. 27-28 (Feltrinelli, 2008). Alle pagine 1, 85, 75: fotografie di Fausto Schiavoni; alle pagine 1, 41, 47, 75, 85, 91, 96: fotogrammi dal film di Liev Schreiber Ogni cosa è illuminata (Everything’s illuminated, 2005), tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer (Guanda, 2002). promemoria_numeroquattro

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Il Testimone. Alberta e Agnese Gambini, Tavullia il testimone

L’edicola “più bella del mondo” è a Tavullia, nella piazza del Borgo, protetta dall’ ombra della torre. Tra giornali, foto d’epoca e un banchetto da calzolaio, Alberta e Agnese Gambini raccontano com’è cambiato dal dopoguerra a oggi il paese di “Vale” conversazione di

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Cristina Ortolani

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Tavullia, 6 marzo 2013. Una volta chi entrava qui si toglieva il cappello per salutare. Buongiorno, buonasera, grazie: oggi molti non sanno più nemmeno dove stanno di casa queste parole. Spesso entrano dei ragazzi e sembra che siamo invisibili, bofonchiano qualcosa, pagano, escono: senza che si sia scambiato nemmeno un ‘ciao’. Certo la stanchezza e la sfiducia che connotano questi nostri giorni non risparmiano Tavullia, non c’è il governo, non c’è il papa... chissà, speriamo. A quasi tre anni dall’inizio dell’avventura di “Promemoria” anche guardare al passato assume un sapore più denso, e si fatica sempre più a sottrarsi all’idea che una foto seppiata sia buona solo a consolare, sfuggono i modi di trovarvi incentivo. Nel suo itinerario tra i Comuni di Pian del Bruscolo a Tavullia “Il testimone” raddoppia, e il racconto del dopoguerra si compone in due voci. L’osservatorio è davvero di quelli che si dicono “privilegiati”: siamo nell’ “edicola più bella del mondo”, a colloquio con Alberta e Agnese Gambini, figlie di Serafino, barbiere, calzolaio, edicolante ma soprattutto memoria storica del paese di “Vale”, e indomito “uomo di pace”, come hanno scritto i quotidiani

Sullo sfondo:Tavullia, piazza Dante Alighieri in una cartolina degli anni Sessanta del ‘900 (raccolta privata). In alto: Tavullia, marzo 2013. Agnese e Alberta Gambini nella loro edicola (Alberta è la prima da sinistra); nella foto piccola, le due sorelle sono con Claudio Donati, assessore alla Cultura del Comune di Tavullia.

Tavullia Superficie 44 kmq Altitudine 26-347 m. s.l.m. Abitanti 8.009 (al 31 Dicembre 2012) 3.408 residenti nel Capoluogo 1.952 residenti nella frazione di Padiglione 717 residenti nella frazione di Babbucce 536 residenti nella frazione di Case Bernardi 395 residenti nella frazione di Belvedere Fogliense 100 residenti nella frazione di Rio Salso 820 stranieri residenti 3.024 famiglie Località Botteghino, San Germano, Monteluro, Pirano, Picciano Confini Pesaro, Gradara, S.Angelo in Lizzola, Montelabbate, Colbordolo, Saludecio, San Giovanni in Marignano, Mondaino, Montegridolfo, Montecalvo in Foglia

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locali alla sua scomparsa, nel 2004. Dopo una vita lunga e piena Fino se ne è andato a novantadue anni, lasciando fotografie, minute di lettere spedite in tutto il mondo, quaderni pieni di note conservati dalle figlie nell’edicola affacciata su via Roma, ancora oggi punto d’incontro per i paesani e i forestieri, che difficilmente resistono alla tentazione di dare un’occhiata a quella bottega delle meraviglie. La sedia da barbiere con il suo specchio, le foto di Valentino Rossi in bella mostra davanti ai ricordi della guerra, la stufa a legna, le immagini di Tavullia appese alle pareti tra i quadri colorati, gli scaffali smaltati di bianco avorio, indiscusso regno della gatta Chicca, che li abita con la noncuranza di una regina; e poi, ancora, disegni, locandine che avvertono sugli eventi in programma a Tavullia, angeli di pizzo crochet inamidato, caramelle, e una collezione di enciclopedie di cucina, raccolte da Agnese. Il banchetto da calzolaio sul quale Fino ha riparato le scarpe di generazioni di tavulliesi, il cimelio più amato; intorno, scatole di lettere, confezioni di lucido, colla, chiodi, borchie. E, naturalmente, riviste, quotidiani, figurine, libri, dvd, qualche vhs superstite e tutto ciò che oggi si può trovare in un’edicola. Ciò che Fino ha appassionatamente accumulato rivive nelle parole di Berta (così la conoscono tutti) e Agnese, che del padre hanno ereditato la vena battagliera, la capacità d’indignarsi nel nome del senso di responsabilità. Ecco, è questo che manca, oggi, continua Agnese. Se pensiamo a tutti quelli che nel ’45 erano tornati dalla guerra, dopo la prigionia, avevano conosciuto la fame, e quando sono arrivati qui, molti anche a piedi, non hanno trovato più nemmeno la casa. Però hanno ricostruito l’Italia, si sono rimboccati le mani12

che, e senza lamentarsi hanno ricominciato. Come è noto, Tavullia nel 1944 è stata teatro di una battaglia decisiva per lo sfondamento della Linea Gotica, di cui fa memoria il monumento “Quota 204”, situato a un paio di chilometri dal paese. Le immagini di quel periodo mostrano impietose lo spettro delle case del borgo e del castello, della chiesa di San Lorenzo. Da qualche tempo in pensione, Agnese è stata per quarant’anni maestra di scuola dell’infanzia, e non risparmia i suoi strali al settore dell’istruzione pubblica: una volta i ragazzi erano consapevoli del fatto che l’istruzione è un privilegio, io ho insegnato anche nelle scuoline di campagna, a Montesoffio, per esempio [frazione di Urbino], c’era poco e niente, eppure il rispetto era grande. Mentre chiacchieriamo l’edicola si anima: mamme in cerca delle figurine per i figli, ragazze che prenotano riviste di cucina, gli uomini perlopiù acquistano solo il quotidiano; una signora, anche lei un tempo maestra elementare, si ferma incuriosita e aggiunge dettagli al racconto di Agnese. Di nuovo, quel che emerge è il senso del dovere, la responsabilità. Le storie personali si intrecciano con quella dell’Italia, e compare uno dei quaderni dove Fino ha annotato le tappe della sua attività di consigliere comunale: torre civica, portare l’acqua dove manca, scuola, piano regolatore, case popolari, sedili intorno al viale, asfaltatura strade cittadine, servizi igienici, strada e circonvallazione si legge negli appunti per una seduta del Consiglio comunale datati 3 gennaio 1965. promemoria_numeroquattro


La circonvallazione servirebbe oggi più che mai, ribadisce convinta Berta, che dalla sua vetrina ha un’idea del traffico più precisa di tante statistiche. Attenta osservatrice, ha come il padre la passione per la storia, e tutti ricorrono a lei per fotografie, cartoline, precisazioni su questo o quell’aspetto della Tavullia d’una volta. Anche perché, prima di affiancare Fino nella gestione dell’edicola (era il 1993, lui stava diventando anziano, e aveva bisogno d’aiuto), Berta ha potuto godere di un altro, significativo, osservatorio sulla natura umana e sui fatti del mondo piccolo di Tavullia: la sua parrucchieria, pochi passi più su dell’edicola (oggi al suo posto si trova un negozio di fiori). Una volta lì davanti c’era il monumento ai Caduti, quello che adesso è a San Michele [nel giardino pubblico all’ingresso di Tavullia per chi arriva da Pesaro], continua Berta; vedi l’arco? Quello l’hanno fatto ai tempi in cui era consigliere mio padre, fu un lavoro impegnativo, ma avevano capito che la zona sotto le mura sarebbe stata importante per noi, e così al posto degli orti e dei porcili abbiamo i giardini. Fino agli anni Cinquanta, infatti, l’area verde che circonda una parte delle mura di Tavullia (“i fossi”) era suddivisa in piccoli orti per gli abitanti del castello: il castello, quello è stato un bel lavoro, prima era in decadimento, adesso è diventato più bellino. I lavori di recupero del castello, sino agli anni Ottanta piuttosto in degrado, si protrassero per un lungo periodo, e furono coronati nel 1999 dall’inaugurazione del Cassero, anch’esso restaurato e adibito a spazio espositivo. Nel 2007 è stata inaugurata la torre civica, sentita da gran parte degli abitanti di Tavullia - Fino compreso - come il simbolo del paese. Sì, anche la torre è una bella cosa, sorride Berta, i paesani le sono affezionati. “I paesani”, vale a dire i “tavulliesi”, cioè chi negli anni Sessanta-Settanta ha deciso di restare invece di volgersi verso la città in cerca di differenti prospettive. Molti sono emigrati verso la Romagna, hanno aperto delle pensioni a Riccione, Cattolica, Gabicce.

Tavullia, abitanti 1951 - 2011 1951 4.528 1961 3.925 1971 3.378 1981 3.617 1991 3.999 2001 4.800 2011 7.866 Dati Istat

Il monumento ai Caduti originariamente situato in piazza Dante Alighieri, ricollocato nella seconda metà degli anni Sessanta in via San Michele, dove si trova ancora oggi. Da sinistra, un’immagine degli anni Venti del ‘900 (foto Eligio Mancigotti, Pesaro; Archivio Storico Diocesano, Pesaro) e una fotografia di Leo Mattioli (Archivio Comune di Tavullia). In alto: cartolina degli anni Cinquanta del ‘900 (raccolta privata). Nella pagina precedente, in alto: Tavullia nel 2006 (fotografia Leo Mattioli, Archivio Comune di Tavullia). Nell’immagine si nota l’impalcatura per la costruzione della torre, inaugurata nel 2007 con un’esposizione della Memoteca Pian del Bruscolo. In basso: via Roma subito dopo la II guerra mondiale (Archivio Comune di Tavullia). promemoria_numeroquattro

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Fino (Serafino Gambini, Tavullia1913-2004) Al funerale, nell’agosto 2004, c’erano tutti: donne, uomini, anziani, bambini. Gente di destra, di sinistra, di centro (“La Piazza”, 3 settembre 2004). Sì, perché Fino per Tavullia era un’istituzione. Consigliere comunale negli anni Sessanta nella Giunta guidata da Primo Sisti (insieme con lui c’era anche Nazzareno Guidi, il “testimone” del numero 1 di “Promemoria”), poi vicesindaco, Serafino Gambini detto Fino davvero è stato una delle coscienze della sua comunità: capace, onesto, ricco di ideali. Ricordo ancora le lettere che inviava a giornali, capi di stato, leader politici, messaggi di pace indirizzati alla “Pravda”, al “New York Times”, Reagan, Gorbaciov, sorride Claudio Donati, assessore alla Cultura del Comune di Tavullia e grande amico di Fino; conservo tra le cose più care la cartolina che aveva fatto stampare, con i versi dedicati al suo paese. Già da piccolo faceva il calzolaio, aveva imparato il mestiere da suo padre. La madre Antonia, invece, già prima della guerra portava i giornali: le copie arrivavano con la corriera, e lei le distribuiva al castello, ma erano pochi, allora, quelli che a Tavullia leggevano il giornale, dicono Berta e Agnese, due dei sette figli di Fino e Clelia Lorenzi (gli altri sono Antonio, Umberto, Antonietta, Aldo, Alfredo); dopo aver aggiunto l’edicola al negozio di barbiere e calzolaio, negli anni Cinquanta aprì anche la Ricevitoria del Totocalcio. E la “Pravda” gli mandava anche gli auguri, conclude Berta: lui era socialista, ma erano indirizzati al “compagno Fino”! Sopra, a sinistra: Tavullia, anni Novanta del ‘900. Fino si affaccia dalla sua edicola (raccolta Fam. Gambini, Tavullia; la fotografia è apparsa anche sul numero 0 di “Promemoria”). A destra: un particolare del disegno a carboncino raffigurante la baracca dove Fino visse durante la prigionia in Polonia, realizzato da un suo compagno d’armi. Il disegno è datato 10 gennaio 1944; sotto, alcune immagini dell’edicola.

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Tavullia, 9 settembre 2012. Piazza Dante Alighieri durante il raduno dei Carabinieri in congedo; in basso, L’edicola più bella del mondo, una fotografia scattata da una cliente dell’edicola Gambini due anni fa (raccolta Famiglia Gambini, Tavullia).

Ecco una particolarità di Tavullia, luogo marchigiano per confine ma romagnolo nell’animo. Se negli anni Sessanta-Settanta l’emigrazione dall’entroterra pesarese si è in gran parte diretta verso le zone industriali, allora fiorenti, da Tavullia il passo è più breve verso il mare felliniano: anche il poeta Balducci aveva un albergo a Gabicce. Il riferimento è all’avvocato e letterato Igino Balducci (1891-1974), nato a Tavullia, autore di numerosi volumi di saggi e poesie, al quale l’Amministrazione comunale ha dedicato una giornata di studi nel 1999. E del paese di una volta, cosa vi manca? Le risposte si affollano, Berta e Agnese parlano quasi all’unisono, la prima che salta alla mente è la corriera, adesso dobbiamo cambiare a Pozzo, una volta c’era la linea diretta verso Pesaro, e anche verso Cattolica. Erano degli eroi, gli autisti, negli anni Cinquanta facevano tutto da soli, cambiavano le gomme, sistemavano i pezzi che si rompevano, non ti dico quando c’era la neve. Ricordo che una volta mia madre e mio padre liberarono una camera per far dormire gli autisti, erano stati costretti a sospendere la corsa, all’epoca capitava abbastanza spesso che ne cadesse più d’un metro. Il mercato, una volta si andava anche per fare due chiacchiere, ci si fermava, ci si salutava, adesso parcheggiano, fanno i loro acquisti, riprendono la macchina e scappano. Anche le bancarelle oggi sono poche, il mercato è sempre più piccolo. E il medico: una volta il dottore c’era tutti i giorni. Riflettendo un sentimento diffuso tra i nostri “testimoni”, Berta e Agnese lamentano la poca socievolezza di alcuni abitanti del paese. Spesso vediamo persone che si sono trasferite qui da poco, magari per ragioni di lavoro, poi dopo due mesi veniamo a sapere che sono partite, se ne vanno senza salutare, senza dir niente... . Ma proviamo a inquadrare Tavullia un po’ più da distante. Due ristoranti si affiancano sulla salita che conduce al castello, la vecchia im-

pietrata; di fronte c’è la pizzeria di Paride, e salendo la strada del borgo la sanitaria, il supermercato, l’ufficio postale, la pasticceria. Nel castello il fornaio, vicino la ferramentaemporio e, di nuovo nel borgo, in ordine sparso, la farmacia, il barbiere, la macelleria, due bar, due alimentari, la fioraia e il barbiere, l’officina, un negozio di prodotti per l’agricoltura e uno di articoli per animali, persino l’orafo e due negozi di abiti. Le scuole, la caserma dei Carabinieri, il Municipio. E il fan club di “Vale”, che risponde alle richieste dei ‘forestieri’ in pellegrinaggio al paese del campione. E poi l’edicola, dove si distilla l’eredità dello spaccio ottocentesco degli Olmeda, e da cui Fino sembra ancora oggi lanciare i suoi moniti per un mondo migliore: la società deve essere sancita prima sui doveri dopo il diritto; pensione a tutti i cittadini adeguata al vivere; dare di meno a chi prende troppo. Già. Saranno anche tempi bui, ma finché possiamo contare su luoghi come l’edicola di Fino forse riusciamo a non perdere la bussola. p.s. Chiudiamo la rivista il giorno dopo l’elezione di Papa Francesco. L’ immagine delle sue scarpe sformate ha già fatto il giro del mondo. Chissà cosa dirà Fino.

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Carte italiane. L’Archivio di Stato di Pesaro “Promemoria” e i suoi archivi in collaborazione con Archivio di Stato di Pesaro

Storia e funzione

di un ’istituzione archivistica , tra tutela e valorizzazione

del patrimonio documentario di Antonello de Berardinis Direttore dell’ Archivio di Stato di Pesaro

La storia L’Archivio di Stato di Pesaro, istituito come Sezione di Archivio di Stato con D.M. 22 marzo 1955, entra in funzione al secondo piano della Biblioteca Oliveriana il 2 maggio dello stesso anno, in attuazione dell’art. 2 della l. 22 dicembre 1939 n. 2006 e diviene poi Archivio di Stato ai sensi del d.p.r. 30 settembre 1963 n. 1409. Nel 1957 l’Amministrazione provinciale provvede ad individuare una sede più idonea in via Bertozzini. Successivamente, nel 1978, l’istituto pesarese è sistemato nei locali dell’immobile gestito attualmente da Cordea Savills Società di Gestione del Risparmio S.p.A. L’edificio è frutto della progettazione del celebre architetto pesarese Celio Francioni, particolarmente attivo nel ridisegnare il volto urbanistico di Pesaro negli anni del boom economico, e ospita anche gli Uffici Finanziari. La porzione che occupa l’Archivio di Stato presenta, oltre a depositi e sale di studio, anche funzionali spazi per riunioni, manifestazioni e incontri laboratoriali. Le funzioni è compito dell’Amministrazione Archivistica Statale: a) conservare: 16

1) gli archivi degli Stati italiani preunitari; 2) i documenti degli organi legislativi, giudiziari ed amministrativi dello Stato non più occorrenti alle necessità ordinarie del servizio; 3) tutti gli altri archivi e singoli documenti che lo Stato abbia in proprietà o in deposito per disposizione di legge o per altro titolo; b)esercitare la vigilanza: 1) sugli archivi degli enti pubblici; 2) sugli archivi di notevole interesse storico di cui siano proprietari, possessori o detentori, a qualsiasi titolo, i privati (d.p.r. 30. 09. 1963 n. 1409, art. 1). Gli archivi nascono quindi come sedimentazione documentaria attestante l’attività amministrativa del soggetto che li ha prodotti. Dopo il versamento negli Archivi di Stato i documenti entrano a far parte del patrimonio nazionale e divengono beni demaniali. L’esercizio dell’attività di tutela, specie nella sua interpretazione più recente, tende a proporre questa documentazione alla collettività con particolare attenzione reinterpretando il tradizionale ruolo in un’accezione più ampia e complessa. Da alcuni anni infatti la valorizzazione del patrimonio documentario ha assunto un ruolo rilevante nell’attività corrente dell’Amministrazione, e così anche promemoria_numeroquattro


l’Istituto pesarese svolge proficua attività didattica, rivolta a tutti gli istituti, superiori e non, e realizza mostre documentarie, incontri, convegni e giornate di studio per incrementare la divulgazione dei contenuti della documentazione dell’Archivio e delle relative potenzialità di ricerca. I servizi al pubblico La sala di studio e di lettura Libera e gratuita, la consultazione delle carte in sala di studio necessita solo dell’esibizione di un documento di identità valido. La domanda di ammissione va compilata specificando l’oggetto e l’ambito della ricerca. Per reperire la documentazione è possibile rivolgersi al personale di sala o usufruire di mezzi corredo come guide, inventari, repertori o elenchi ai quali si può accedere sia in sala studio che per via telematica, tramite l’indirizzo di posta elettronica dell’Archivio (as-ps@beniculturali.it). Le ricerche possono essere svolte sia per studio che per fini amministrativi e l’utente si impegna a consegnare all’Istituto copia della tesi di laurea o della pubblicazione realizzata consultando i documenti. Per le riproduzioni è possibile richiedere fotocopie, duplicazioni su CD o DVD o utilizzare fotocamere digitali personali. La sala di studio dispone al momento di venti postazioni, di cui tre consentono anche uso di computer. Le postazioni informatiche a disposizione dell’utenza permettono il collegamento con internet e la consultazione di banche dati anche on-line. La Biblioteca La biblioteca è stata istituita contestualmente all’Archivio stesso e nel corso degli anni ha offerto risposte sempre più adeguate e puntuali alle esigenze sia del personale interno - a supporto dello svolgimento delle attività istituzionali - che degli studiosi, prima fonte di informazioni finalizzate a coadiuvare la ricerca. La biblioteca non è pubblica, ma comunque aperta alla consultazione: il suo

status comporta come limitazione più evidente il divieto del prestito esterno. L’orario di apertura al pubblico è funzionale a quello della sala di studio. è garantito, nel rispetto della normativa vigente, il servizio di fotoriproduzione. Da alcuni anni aderisce al locale polo SBN ed è in corso il recupero retrospettivo del catalogo. Il catalogo bibliografico e quello dei periodici sono collocati al momento negli spazi della Biblioteca. La catalogazione avviene attraverso la redazione di schede le cui descrizioni seguono tendenzialmente lo schema dell’International Standard Description nella versione RICA. La biblioteca annualmente incrementa il proprio patrimonio librario attraverso il Servizio III - Studi e ricerche della Direzione generale per gli archivi che provvede ad inviare le proprie pubblicazioni edite nelle collane: Strumenti, Saggi, Fonti, Sussidi, Quaderni della “Rassegna degli Archivi di Stato”, Archivi Italiani e alcuni volumi fuori collana, nonché il periodico ufficiale dell’Amministrazione: “Rassegna degli Archivi di Stato” e il “Il Mondo degli Archivi”, in coedizione con

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l’A.N.A.I. (Associazione nazionale archivistica italiana), ora pubblicato on line. Nell’acquisto delle pubblicazioni si dà la preferenza a materie specifiche come archivistica, diplomatica, sigillografia, biblioteconomia, storia, filosofia, letteratura, arte, diritto, economia, monografie di carattere storico e archivistico oltre a periodici specialistici. Particolare attenzione è dedicata all’acquisizione di testi relativi alla storiografica locale, economia, tradizioni popolari, folklore, archeologia, arti minori ed artigianato. Il patrimonio bibliografico viene altresì incrementato attraverso una politica di scambi con associazioni, archivi, biblioteche locali, nazionali ed internazionali e donazioni. Infine gli autori che hanno utilizzato per le proprie pubblicazioni documenti d’archivio sono tenuti, nel rispetto delle disposizioni vigenti, a consegnare le cosiddette “copie d’obbligo”, di cui una copia è destinata all’Archivio ed una alla Soprintendenza archivistica competente per territorio. La didattica e la formazione L’ Archivio ha istituito un servizio didattica, editoria e pubbliche relazioni con il compito di curare, tra gli altri, i rapporti con istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, con enti culturali e università al fine di far conoscere non solo il lavoro istituzionale, ma anche i risultati conseguiti dai servizi tecnici, le pubblicazioni e le proposte culturali.

Gli insegnanti, in particolare quelli della scuola secondaria per l’approfondimento delle discipline scolastiche, si avvalgono della collaborazione di istituzioni culturali e, nel caso dell’Archivio, utilizzano le suggestioni suscitate da documenti e materiali che hanno sfidato i secoli. Il primo approccio dei giovani all’Archivio può avvenire con una visita guidata, durante la quale vengono mostrati i documenti più suggestivi, tipo pergamene e manoscritti, particolarmente idonei a suscitare curiosità e a tener desta l’attenzione; vengono quindi fornite le informazioni sui contenuti e sulla struttura del documento, sul tipo di scrittura adottato, sui segni che caratterizzano i documenti, come il signum tabellionis, che è elemento identificativo del notaio e funge da autenticazione del documento. Vengono, poi, illustrati gli eventi storici che hanno determinato l’origine delle carte e spiegate le metodologie usate per la conservazione dei documenti e le tecniche di restauro utilizzate su quelli deteriorati. I docenti che intendono avviare gli studenti alla ricerca storica attraverso le fonti documentarie si rivolgono al Servizio e, in linea con i programmi scolastici, concordano con il personale dell’Istituto l’argomento su cui è possibile reperire testimonianze scritte. Si stabilisce così un percorso storico-documentario che offre la possibilità di seguire gli avvenimenti da più angolazioni: sociologi-

Montecchio

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Il Brasco Fonte Lepre

La Serra

Trebbio

La Villa, Ospedaletto (“Ospitaletto”)

In queste pagine: Catasto Gregoriano, prima metà del XIX secolo. Mappe di Sant’Angelo in Lizzola, di alcune sue località e della frazione di Montecchio (Archivio di Stato di Pesaro); fotografie Cristina Ortolani (2008 - 2012). promemoria_numeroquattro

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Monte Calvello

Montali (“Montalli”)

ca, storica, geografica, ambientale. Ovviamente questo tipo di lavoro necessita di più incontri e si configura come un laboratorio didattico. Le indagini spaziano in ambiti diversi, si va da quelle genealogiche e demografiche, alla storia della città. è possibile approfondire le ricerche sullo sviluppo territoriale e urbanistico e sul ruolo e la funzione delle acque fluviali e marine, sino ad arrivare ad eventi drammatici legati alla storia locale e nazionale come i bombardamenti che si abbatterono sulla città durante la Seconda Guerra mondiale. La riforma dell’ordinamento universitario ha indirizzato in Archivio studenti delle Facoltà di lettere, giurisprudenza, scienze politiche, architettura, ingegneria, geologia e specializzandi nei master in catalogazione di Beni archivistici e librari al fine di conseguire crediti attraverso tirocini formativi. Nel corso delle ore costituenti un modulo, essi apprendono i criteri per la formazione e la tenuta di un archivio e i metodi di schedatura e riordinamento delle carte. L’ Archivio di Stato si occupa anche di indirizzare e seguire il lavoro dei giovani laureati in materie umanistiche che svolgono attività di 20

volontariato, per almeno un semestre, presso l’Istituto ai sensi del d.p.r. 30 settembre 1963 n. 1409. La valorizzazione Nel corso degli ultimi anni l’Archivio ha dato un notevole impulso alle iniziative che hanno posto al centro il bene culturale “documento” quale testimonianza di vicende e situazioni storiche collegate ai vari aspetti della vita della comunità. Negli spazi della struttura è possibile allestire percorsi storico-documentari ed esposizioni a carattere didattico. Le sale appositamente attrezzate per conferenze consentono di organizzare incontri e piccoli convegni sui beni culturali anche in collaborazione con enti locali, con associazioni presenti sul territorio e con istituti periferici del Ministero.

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L’Accademia Agraria Due secoli di storia e cultura raccolti nella biblioteca e nell’archivio storico esercitazioni agrarie in collaborazione con Accademia Agraria di Pesaro

Dichiarato nel 2001 “di notevole interesse storico”, l’archivio dell’A ccademia Agraria di Pesaro è aperto a tutti, e documenta una parte importante della storia cittadina di Franca Gambini Presidente Accademia Agraria di Pesaro

L’archivio documenta l’attività dell’Accademia ed il suo contributo alla diffusione dell’istruzione professionale, al rinnovamento economico e culturale della provincia; comprende documenti dal 1828 ai nostri giorni, della consistenza complessiva di ml [metri lineari] 19 circa. L‘archivio storico è costituito da circa 1120 unità archivistiche inventariate, aventi estremi cronologici 1828-1959 e comprende i documenti dell’Accademia agraria, dell’Amministrazione della Regia scuola pratica di agricoltura, del Comitato ordinatore del concorso internazionale di piccole Opuscolo dedicato al lavoro di riortrebbiatrici a vapore in Pesaro (1885), l’Archivio del Consorzio dino dell’Archivio storico dell’Accademia Agraria (Archivio Accademia agrario Pesaro (1891-1902). Dispone di un inventano analitico Agraria, Pesaro). recentemente compilato. Questo quanto evidenziato nella dichiarazione di “Notevole Interesse storico” sottoscritta dal Soprintendente Archivistico per le Marche, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dott. Mario Vinicio Biondi, in data 6 febbraio 2001. Una dichiarazione che corona il lavoro di riordino dell’archivio e della biblioteca che l’Accademia Agraria aveva deliberato nel marzo 1996, con un progetto specifico che prevedeva l’adeguamento dei locali della sede, nonché il trasferimento del materiale librario e di archivio e l’attivazione di tutte le procedure necessarie per la catalogazione dei numerosi volumi ed il riordino e l’inventariazione di tutto il complesso archivistico. Il finanziamento, del complesso ed oneroso progetto, è stato assicurato con i fondi accantonati in anni precedenti dall’Accademia nonché dal contributo annuale concesso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. promemoria_numeroquattro

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Secondo l’articolo 40 del primo statuto dell’Accademia Agraria, l’archivio era destinato alla custodia degli scritti e stampe, nonché delle macchine e degli istrumenti e la sua tenuta e conservazione erano compito del segretario, che non permetteva alcuna estrazione di documenti senza autorizzazione scritta del presidente. Nello statuto del 1869, l’originaria destinazione dell’archivio che doveva accogliere anche macchine ed altri oggetti, fu cambiata in custodia esclusiva degli scritti e stampe attinenti all’Accademia, creando a fianco dell’archivio stesso altri contenitori come il Museo, per il resto del materiale. Se all’inizio dell’attività dell’Accademia Agraria, la gestione delle poche carte prodotte non dovette essere un problema, dopo circa trent’anni di attività, la necessità di un luogo che fosse destinato a custodire l’archivio e con esso la biblioteca, che si andavano disperdendo, fu impellente, tanto che nell’adunanza generale del 25 novembre 1856 fu avanzata la proposta di prendere in affitto un locale. Il problema si ripropose circa trent’anni dopo, quando nel Consiglio Direttivo del 10 luglio 1883, si deliberò di chiedere al Municipio di Pesaro, anche in via provvisoria, un paio di camere nelle case Belvedere che servissero per le adunanze dell’Accademia e per sistemarvi l’archivio. Le continue peregrinazioni dell’Accademia, che rimase senza fissa dimora sino agli ultimi decenni dell’Ottocento, quando le furono destinati alcuni locali del già palazzo Americi, influirono sulla tenuta e conservazione dell’archivio che, a causa di queste peregrinazioni, subì sicuramente un depauperamento, a cui va aggiunto quello subito nel corso della seconda guerra mondiale e comunicato, nel novembre 1946, fra i danni di guerra. Con gli anni ottanta dell’Ottocento, oltre alla necessità di trovare locali per una adeguata conservazione dell’archivio, si fece impellente la necessità del riordino dello stesso, che evi22

dentemente giaceva confuso e frammisto. Si diede risposta a questa necessità nel corso del 1885, quando il copista Cornelio Bartolucci, con 41 giorni di lavoro effettuati tra il luglio ed il settembre di quell’anno e per un compenso di 61 lire e 50 centesimi, riordinò l’archivio e la biblioteca dell’Accademia. Relativamente all’archivio, l’intervento principale fu volto al riordino del carteggio sino ad allora prodotto dall’Accademia. Lo stesso, originariamente protocollato ma archiviato senza alcun tipo di classificazione, in fascicoli annuali o mensili in epoca più antica ed in fascicoli-pratica in epoca più recente, fu riordinato secondo una classificazione che prevedeva la divisione delle carte in titoli, ciascuno dei quali diviso in fascicoli. Secondo la classificazione che il Bartolucci approntò, i titoli erano cinque, contrassegnati da numeri romani, relativi a: titolo I = parte organica, titolo II = parte scientifica e tecnica, titolo III = scuola teorico – pratica d’agricoltura, titolo IV = parte amministrativa, titolo V = miscellanea. Ciascun titolo era poi diviso in fascicoli con numero d’ordine progressivo. Con l’occasione furono acquistate 500 coperte d’archivio in carta di filo, ciascuna delle quali destinata a condizionare un fascicolo. Su queste coperte, che avevano l’intestazione “Archivio dell’Accademia Agraria di Pesaro” prestampata, furono indicate la classificazione in titolo e fascicolo, l’anno o gli anni della documentazione contenuta e l’oggetto della pratica. Tale intervento di riordino e condizionamento ha conferito al carteggio amministrativo 1829-1884 una uniformità che si conserva ancora oggi e caratterizza la serie (vedi serie 8. Carteggio amministrativo 1829-1884). Il Bartolucci poi, occupandosi del resto della documentazione al di fuori del carteggio amministrativo, creò cinque serie che definì “posizioni speciali”. La prima contenente i verbali delle adunanze del Corpo Accademico, la seconda quella del Consiglio Direttivo, la terza destinata ai Contratti, la quarta a promemoria_numeroquattro


Conti e documenti giustificativi e la quinta ed ultima alla documentazione relativa ai legati Lomeni-Sirtori. Di questo riordino d’archivio portato a termine nel 1885, il Bartolucci redasse una tabella, che ancora oggi si conserva (serie 17. Archivio), portante il prospetto dei titoli e la descrizione delle posizioni speciali. Nessun intervento di riordino ed inventariazione fu ufficialmente condotto dopo quello del 1885, anche se tracce inequivocabili di uno o più interventi si sono evidenziate già dal primo sommario esame condotto sulla documentazione al momento della predisposizione dell’ultimo intervento del 1997. Infatti tutto il carteggio amministrativo è stato condizionato in mazzi annuali, all’interno dei quali le carte sono state spesso numerate con numerazione progressiva, vergata a matita rossa, per essere poi descritte con lo stesso numero in una sorta di indice redatto sulla camicia del mazzo. Tale numerazione progressiva e relativa descrizione delle carte, operata sul carteggio sino al 1993, è stata redatta senza alcun criterio e spesso non ha tenuto conto delle indicazioni dell’ordinamento del 1885. Un intervento ancor più recente, fortunatamente perseguito per i soli fascicoli del carteggio amministrativo del 1829, ha corretto la numerazione dei titoli attribuiti nel riordino del 1885. Il resto della documentazione per lo più contabile, è stata invece abbandonata e non considerata sino al più recente intervento .

Riferimenti bibliografici

Accademia Agraria in Pesaro, Due secoli di storia e cultura raccolti nella biblioteca e nell’archivio storico, a cura di Sonia Ferri, Pesaro febbraio 2002

Il lavoro di riordino ed inventariazione dell’archivio storico dell’Accademia Agraria in Pesaro, condotto secondo un progetto partito nel 1997, nel locale appositamente predisposto presso l’attuale sede di via Mazza 9, ha interessato un totale di circa 1000 unità archivistiche, con estremi cronologici 1828 – 1957. Le singole unità archivistiche, schedate su supporto informatico, sono state riordinate in successione cronologica nelle serie di competenza, quest’ultime descritte nelle partizioni d’archivio relative. Per la documentazione 1828-1884, è stato riproposto il riordino del Bartolucci del 1885, sia relativamente al carteggio amministrativo che alle posizioni speciali, mantenendo serie e denominazioni in quella occasione attribuite. A ciascuna serie sono poi state premesse delle introduzioni che danno conto della documentazione in esse conservata ed all’intero archivio dell’Accademia Agraria nonché ai due archivi aggregati, introduzioni storico istituzionali, esplicative della storia e del funzionamento degli enti considerati.

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L’Archivio Storico Diocesano di Pesaro. Memoria della chiesa, memoria della città L a chiesa di Pesaro tramanda una eredità

“Promemoria” e i suoi archivi in collaborazione con Archivio Storico Diocesano di Pesaro

considerevole di documentazioni scritte in grado di rappresentare e di comunicare nel tempo

- nel presente e soprattutto nel futuro aspetti molteplici che hanno caratterizzato la storia culturale della città , antica sede vescovile di

Da circa trent’anni all’Archivio Storico Diocesano di Pesaro spetta la conservazione permanente di questo sedimento fisico della memoria locale, accumulato per tenere traccia materiale a fini di testimonianza di fatti, di atti, di ricordi, di relazioni ecc., che hanno avuto luogo nella vita di una istituzione (una parrocchia, una confraternita, un convento) o di un singolo individuo (la nascita, il matrimonio, la morte). Nelle sale dell’istituto, che ha sede al primo piano del palazzo arcivescovile in via G. Rossini, i documenti si sviluppano per circa mezzo km lineare su scaffalature di metallo. In anticipo rispetto al dettato del nuovo codice di diritto canonico, promulgato nel 1983, in forza del quale le diocesi si sarebbero dotate di un luogo (archivio) in cui conservare e ordinare i documenti di valore

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Filippo Pinto

storico (can. 491), l’allora vescovo di Pesaro Gaetano Michetti aveva intrapreso a partire dal 1979, sia personalmente, sia con l’aiuto di un ecclesiastico, il recupero nel corso della prima visita pastorale, di tutte le testimonianze d’interesse locale, diocesano e di ordine civile, locale o ultralocale. A garanzia di sicura conservazione, cura, studio e consultazione il presule decideva di trasferire queste carte, sparse in ogni angolo della città e della diocesi, dagli archivi degli enti ecclesiastici all’interno del costituendo archivio diocesano, in una dipendenza dell’episcopio. Accanto alla casa del vescovo era una collocazione non scevra di un meditato significato pastorale. Dopo che vicende durissime, calate a valanga sulla città e sul contado nei tempi lontani e susseguenti ebbero forma di vento di dissipazione di beni e memorie e, nel più vicino trascorso, furono di distruzione anche delle loro vestigia, sulle quali l’ultima guerra, per la Linea gotica che ne solcava il territorio, è sembrato che avesse detto “l’amen definitivo”, era la prima volta - dopo pure il famoso censimento degli archivi ecclesiastici d’Italia durante la guerra, del quale però in diocesi non si hanno notizie certe - che un interpromemoria_numeroquattro


Una delle sale di deposito dell’Archivio Storico Diocesano di Pesaro, nel palazzo vescovile a fianco del Duomo, dove sono conservati gli atti di matrimonio della nostra Diocesi. Nella pagina precedente: Bolla in pergamena con la quale papa Nicolò II prende sotto la propria protezione la canonica pesarese (20 febbraio 1060), dettaglio di rota, benevalete e comma (Archivio Storico Diocesano, Pesaro).

vento di salvaguardia di così ampia portata in favore del settore archivistico ecclesiastico prendeva forma ed esecuzione. Mons. Michetti concepiva questa fatica più che una mera necessità, bensì un dovere cogente di fronte al rinvenimento di veri e propri scrigni di tesori informativi: un tesoro residuo ma, proprio per questo, tesoro vero che è dovere mettere al sicuro e rendere produttivo a ogni costo. Un progetto pienamente sostenuto dal prof. Antonio Brancati, allora direttore della Biblioteca Oliveriana, che incalzava l’amico vescovo affinché si trovasse degna collocazione per quelle carte, oppure, quale danno per l’intera comunità e per il progresso della storia la loro perdita avrebbe rappresentato per sempre! Prima della conclusione nel 1982 della visita pastorale ebbe termine la sistemazione degli archivi nell’appartamento del cardinale, la zona più vecchia del vescovado. Per la migliore organizzazione si unificò in queste stanze con l’Archivio vescovile quello del Capitolo della Cattedrale, mantenendo distinti i due fondi documentari, come insegna la dottrina archivistica. Nel novembre 1984 don Igino Corsini riceveva la nomina ad archivista bibliotecario diocesano che il vescovo gli motivava con queste parole: Conosciamo tutti le tue capacità e il tuo interesse per le realtà culturali. Accogli quindi volentieri l’incarico. Possediamo un rilevante patrimonio storico culturale che è parte viva della comunità diocesana. Per la verità è un po’ tutto da mettere in ordine. Sono certo però che la tua perizia e la tua opera paziente riusciranno a far parlare le nostre carte seco-

lari. E le memorie del passato arricchiranno il nostro presente. Ulteriori disposizioni e programmi erano arricchiti successivamente dalle intese tra la Conferenza episcopale italiana e le autorità statali competenti per i beni culturali. Intanto l’Archivio Storico Biblioteca Diocesana apriva le porte alla consultazione a coloro i quali avrebbero avuto un interesse a scavare quel giacimento documentario. Don Igino ha annotato nel registro delle presenze il primo utente e il motivo che lo portò in archivio: 12 dicembre 1984, Alberto Federici, pastorali di mons. Clemente Fares, vescovo di Pesaro dal 1856 al 1896. Nei decenni seguenti altri archivi, la cui origine è da ricercare per lo più entro i confini della diocesi pesarese, sono confluiti nell’Archivio Storico Diocesano, il quale, prima di essere un istituto di concentrazione di altri fondi, o archivi, resta naturalmente la memoria storica dell’attività della Curia diocesana: la cancelleria, la segreteria vescovile e altri uffici, dei quali accoglie in sé le scritture prive ormai di valore amministrativo, ma utili per fini culturali. All’Archivio Storico Diocesano si legano inoltre in un rapporto di interazione e di complementarietà le carte prodotte personalmente dall’ordinario diocesano nel corso delle sue funzioni pastorali, ma anche amministrative, da cui prende corpo l’archivio vescovile, definibile a sé stante o come parte dell’archivio di curia. Il nucleo storico del complesso documentario diocesano si raccoglie attorno all’antico archivio episcopatus, termine che indicava anche il luogo, l’edificio o il vano ove le

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carte erano in origine riposte all’interno del palazzo del vescovo. Sappiamo che questo archivio, alla fine del Seicento, custodiva scritture risalenti a centotrenta anni prima; e che il vescovo Filippo Spada, agli inizi del Settecento, lo aveva fatto trasportare per via di un serio problema conservativo – scorte di cereali conservate dentro un magazzino nei pressi dell’archivio attiravano dei topi, che non disdegnano la carta oggi come allora! – dal proprio palazzo al Seminario, che a quella epoca ospitava la cancelleria. Tale sistemazione sarebbe stata provvisoria, in attesa di trovare o di costruire una sede adatta e di ottenere l’erezione canonica degli archivi (archivorum erectionem). A questo punto le notizie di spostamenti ulteriori quanto possibili si interrompono. Fino a quando con mons. Michetti e don Igino, l’archivio episcopatus (e probabilmente della cancelleria storica) fu spostato dalla sede attuale della curia al primo piano dell’episcopio, come ci ricorda don Franco Tamburini, che in quel tempo era vicario generale. Si ammette che l’origine degli archivi diocesani sia contemporanea alla costituzione delle prime comunità cristiane. Ogni chiesa aveva la necessità di conservare quello che era ritenuto essenziale per la propria identità: le serie dei vescovi, gli atti e le passioni dei martiri, la corrispondenza con altre chiese ecc. La presenza dell’autorità episcopale e la costituzione della diocesi pesarese sull’area della colonia romana Iulia Felix Pisaurum è attribuita al III secolo, ma la documentazione custodita dall’Archivio Storico Diocesano appare molto più tarda, iniziando dalla seconda metà del Cinquecento, fatta eccezione per le pergamene capitolari. La perdita di carte più antiche è costantemente ricondotta a una sorta di legenda ignea che avrebbe spesso coinvolto gli archivi diocesani italiani, ma che nel caso pesarese ha avuto un suo peso proprio e specifico: quando le antiche carte, e le poche di recente data e quasi di nessun entità dell’archivio segreto vescovile di Pesaro furono bruciate nel novembre 1848, e precisamente quando ebbe luogo l’incendio 26

tumultuario delle carte spettanti alla polizia di Pesaro, e quando avvenne la perquisizione delle carte relative al sant’uffizio in San Domenico, giacché minacciavasi dai faziosi di ripetere lo stesso atto nello episcopio. Anteriormente a questo episodio durante i moti risorgimentali comunque non si aveva notizia di documentazione più antica. Mons. Spada, così attento nel datare la documentazione (vix tempus centum et triginta annorum excedunt) lo avrebbe riferito di certo nella sua relazione ad limina. Si può supporre che la perdita del fondo medievale vescovile possa trovare la sua spiegazione altrove. La chiesa italiana medievale, è stato detto, fu una «chiesa notarile» (R. Brentano). La conservazione dei documenti dei vescovi era in mano dei notai pubblici e alla morte del notaio, che aveva esercitato la sua professione senza alcun nesso di funzionalità con la curia, i registri passavano in mano ai suoi eredi come un qualunque altro bene patrimoniale, diventando facile preda della dispersione, e non sempre i vescovi si ricordavano di richiedere copia degli atti rogati. Il sistema notarile dovette essere sostituito gradualmente sotto l’impulso delle disposizioni tridentine, poche e forse un po’ generiche, e della legislazione borromaica, che probabilmente influì tramite il cardinal Giulio Della Rovere sul concilio provinciale di Urbino (1568/1569), che si preoccupò di istituire archivi in cattedrali e collegiate. A partire da questo periodo la produzione archivistica venne riorganizzandosi in senso moderno anche sotto il profilo della conservazione, imperniandosi sulla cancelleria vescovile e il residuo delle quotidiane attività della curia giunse a sedimentarsi per come oggi lo si può riconoscere, ancora in modo davvero troppo superficiale, all’interno del complesso documentario diocesano. Ogni archivio, per piccolo o grande che sia, è portatore di una storia - come l’archivio diocesano dimostra - che è possibile leggere sia in senso specifico, e cioè in rapporto al soggetto produttore della documentazione e dell’ordinamento che si è venuto giorno per promemoria_numeroquattro


Pesaro, 7 dicembre 2012. Dopo 28 anni di intensa attività don Igino Corsini (secondo da sinistra), già parroco di Santa Maria dell’Arzilla dal febbraio 1952, poi di Santa Maria dell’Imperiale in S. Maria delle Fabbrecce di Pesaro dall’ottobre 1962, ha lasciato per motivi di salute la guida dell’Archivio Storico Biblioteca Diocesana di Pesaro che grazie a lui compie notevoli progressi nel settore della consultazione e dello studio continuo e serrato delle fonti storiche diocesane. La sua opera in seno all’Archivio e alla Biblioteca è stata veramente ponderosa non soltanto dal punto di vista dell’organizzazione e della conservazione, ma anche della promozione e della valorizzazione di questo istituto, divenuto un centro di riferimento culturale per la città, la diocesi e non solo. A lui, da parte dei tanti amici più cari e dei suoi collaboratori vada il migliore augurio per il futuro.

giorno costituendo, sia in senso soggettivo, e cioè in riferimento agli enti e alle persone il cui operato non ha mancato di interagire con quel determinato soggetto. Per quanto ovvio possa sembrare il binomio archivi-memoria, esso è inscindibile e possiede un potere evocativo forte e coinvolgente perché gli archivi sono per loro natura mediatori di memoria. Anzi, l’archivio è una tecnologia pratica della memoria umana. Una memoria che può essere ora lontanissima - veicolata dalla pergamena con cui papa Nicolò II prendeva sotto la sua protezione i canonici pesaresi nel 1060 - ora più vicina a noi - l’attività del Centro Italiano Femminile di Pesaro di Sandra Barba Mondaini, figura di spicco del dopoguerra pesarese e già consigliere comunale eletta nella Democrazia cristiana – solo per citare l’esempio, quest’ultimo, di un recente deposito accolto dall’Archivio Storico Diocesano. Una memoria che nell’ottica più strettamente interna della Chiesa assume un significato profondo in relazione all’opera di con-

servazione e di trasmissione degli archivi ecclesiastici per la loro capacità di coltivare la memoria della vita ecclesiale, di esprimere l’unicità, la continuità e di manifestare il senso della Tradizione. Quel che ho scritto sia un invito a compiere un viaggio tra queste carte, a dispiegarne i contenuti, a consultare, a leggere e a interpretare i documenti, che sono quasi sempre unici nel loro genere. L’archivio è un polveroso mucchio di scartoffie, una “scatola nera”, solo per chi, senza interrogarsi più di tanto sulla sua struttura e sulle sue dinamiche di aggregazione, si concentra solo sui risultati che da esso può ricavare. Perché gli archivi raccontano fatti anche curiosi, strani, o altri semplicemente monotoni, altri invero hanno la capacità di riannodare i fili di una storia comunitativa, individuale o familiare, a lungo rimasta taciuta o sepolta. Sarà un viaggio affascinante e avventuroso, senza la certezza di compierlo in tutta tranquillità, ma altrettanto fruttuoso sarà l’esito vano della ricerca.

Fonti e tracce Le parole del vescovo Gaetano Michetti (1975-1998) sono riprese da sue lettere conservate presso la Direzione dell’Archivio, e vedi “La Diocesi di Pesaro”, foglio ufficiale ecclesiastico, gennaio 1985-aprile 1986. La nomina ad archivista bibliotecario diocesano è invece in Archivio Storico Diocesano di Pesaro, Archivio diocesano, fasc. 1. Per il trasloco dell’archivio episcopale al tempo del vescovo Spada, ivi, Archivio segreto della Curia vescovile, tomo X, fasc. 4, visita ad limina di mons. Spada, [1729], cc. non numerate; inve-

ce per l’incendio, ivi, Archivio diocesano, fasc. 623. Sul significato degli archivi della Chiesa, vd. La funzione pastorale degli archivi ecclesiastici, 2 febbraio 1997, in Enchiridion dei beni culturali della Chiesa, Bologna 2002, n. 28, pp. 312-338. Per una lettura in chiave degli archivi, vd. L. Giuva, S.Vitali, I. Zanni Rosiello, Il potere degli archivi, Milano 2007. Infine, si segnala la voce “Pesaro”, nella Guida degli archivi diocesani di Italia, vol. III, Roma 1998. L’Archivio Storico Diocesano di Pesaro è stato dichiarato di notevole interesse storico ai sensi del d. lgs. 490/1999.

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Le monache di Pesaro frammenti di vita quotidiana voci d’archivio dell’A rchivio

in collaborazione con Archivio Storico Diocesano di Pesaro

Dai documenti Storico Diocesano di Pesaro

uno sguardo sulla vita quotidiana delle monache della nostra città prima delle soppressioni napoleoniche del di

I monasteri femminili di Pesaro fino alle soppressioni napoleoniche furono quattro, fondati tra il XIII ed il XVI secolo. Il più antico fu quello di Santa Maria Maddalena con le monache benedettine, di cui si ha memoria dal 22 agosto 1269. Un lato dell’edificio si affacciava sulla via Mazza ma le mura vennero abbattute alla metà del Settecento per ampliare il monastero e costruire la chiesa nuova che si affaccia ancora oggi su via Zacconi, i cui lavori vennero affidati all’architetto Luigi Vanvitelli ed al suo allievo Giuseppe Tranquilli. Il monastero fu soppresso la prima volta il 21 settembre 1798, quindi le monache andarono divise tra gli altri tre monasteri pesaresi. Da allora ci furono varie peripezie, infatti le Benedettine poterono tornare al loro convento e poi ne furono nuovamente allontanate più volte1. Nel quartiere di Sant’Arcangelo sorgeva il monastero di San Francesco in cui, nel 1317, risiedevano dieci monache. In seguito fu ceduto ai Frati Minori che nel 1465 lo demolirono per costruire un nuovo convento a fruizione propria; le religiose vennero quindi mandate nel monastero del Corpus Domini, posto nelle vicinanze. L’origine di tale convento si deve ad una 28

1810

Marta Fossa

casa di terziarie dell’ordine di Santa Chiara, indicata in un rogito del 10 dicembre 1402, istituita nel quartiere di Sant’Arcangelo, poi convertita nel monastero del Corpus Domini il 4 novembre 1438, per volontà di Battista da Montefeltro, che aveva sposato il figlio dei Malatesta, signori di Pesaro. Il monastero rimase attivo fino alla soppressione nel 1810. Il monastero di Santa Caterina nacque nella seconda metà del Quattrocento, quando la pesarese Pacifica Samperoli, rimasta vedova per la seconda volta nel 1476, decise di dedicarsi alla vita religiosa vestendo l’abito di San Domenico e accogliendo alcune terziarie in casa propria, posta in via Zanucchi, nel quartiere detto di San Nicolò. La casa venne definita ad usum ecclesiae, vocatam Sanctam Catarinam positam in civitate Pensauri in quarterio Sancti Nicolai2. Intorno al 1504 Pacifica morì ma le monache restarono nella sua abitazione finchè nel 1525 o 15263 si trasferirono nel nuovo monastero costruito in via Sabbatini con il contributo del mercante Agostino Briggia. Per volontà della duchessa Vittoria Farnese, moglie del duca Guidubaldo della Rovere, nel 1527 nacque la confraternita della Purificazione. In seguito, per far sopravvivere tale istituzione, la duchessa pensò di modificarla da laica nella comunità religiosa delle Serve di Maria o Servite. La bolla pontificia di approvazione è datata 4 maggio 15624. La casa venne ampliata con donativi5, finchè la duchessa preferì trasferire le Servite: scelse pertanto la zona in fondo all’attuale Corso XI Settembre sul lato sinistro per costruire la chiesa ed il monastero. Il trasferimento promemoria_numeroquattro


avvenne il 10 dicembre 15816. Nel Settecento, visto che la chiesa versava in pessime condizioni a causa dell’umidità, ne fu costruita una nuova progettata dell’architetto Giuseppe Tranquilli (già impiegato nella costruzione della chiesa di Santa Maria Maddalena). Le monache pesaresi ripartivano tutto il lavoro del convento tra loro stesse: oltre alla priora ed alla vicaria, c’erano le camerlenghe (amministratrici dei

I pasti La tabella del Vitto delle Orfane del Pio Conservatorio di Pesaro7 mostra che il pranzo era previsto come segue: lunedì: tre once (1 oncia = 30 grammi) di riso, sei once di carne cruda; martedì: tre once di pasta, sei once di carne cruda; mercoledì: tre once di farro, sei once di carne cruda; giovedì: tre once di riso, sei once di carne cruda; venerdì: tre chicchi d’uva, fagioli; sabato: quattro once di pasta, sei once di pesce; domenica: quattro once di pasta per minestra, sei once di carne cruda, tre once di soprapietanza (altra pietanza in aggiunta). Tutti i pranzi erano completati da una fetta sottile di pane. La colazione consisteva in una piccola parte tolta al vitto giornaliero, mentre per cena si mangiava dell’insalata. Delle sovvenzioni straordinarie erano previste per le feste principali, in cui ci si cibava piuttosto abbondantemente: anche questo era un modo per sentire la festa con più devozione. Per Natale, infatti, si mangiava il cappone; mentre per i giorni delle feste di Pasqua si era soliti consumare l’agnello e si davano sei uova per ciascuna monaca. A mezza quaresima si facevano le ciambelle, mentre a carnevale era abituale preparare la crescia con la farina. Le scorte di grasso, lardo, pepe, olio, cipolle ed aglio, molto utilizzate in cucina, si acquistavano una volta all’anno. Le monache praticavano i digiuni comandati dalla chiesa, oltre a quelli peculiari di ciascun ordine. Le Serve di Maria avevano delle regole elastiche: poiché questi digiuni, da osservarsi secondo la Regola, non obbligano a colpa, sarà in potestà della Priora il dispensarli considerate le qualità, e bisogni delle Religiose, e le circostanze de’ tempi, e benche la dispensa per tutta la Comunità non debba concedersi, se non per cause molto gravi, non essendo facile, che tutta la Comunità sia impotente ad osservarli,

beni e delle finanze della comunità), le panettiere, le refettoriere (addette all’ambiente destinato alla consumazione dei pasti), le speziali (farmaciste), le infermiere, le portinaie, le sagrestane (addette alla cura ed alla pulizia della chiesa ed alle varie piccole mansioni connesse al culto), le ortolane, le galiniere, le maestre delle educande e delle novizie; c’erano inoltre coloro che imbiancavano i panni e quelle che provvedevano a vestiti e coperte di lana.

altrettanto però sarà facile a dispensare colle Religiose particolari, e credere per vera la loro impotenza, perché così vuole Sant’Agostino nella Regola, cioè che alla Serva di Dio, che dica di aver qualche male, senza veruna esitazione se le creda8. Le monache erano tenute a comportarsi con religiosità anche nella mensa: perciò a tempo competente, dato segno col Campanello, la Superiora introdurrà le sue Religiose nel Refettorio, e datosi il segno, si farà la Benedizione secondo l’ordine della Chiesa, quale terminata, ognuna anderà col silenzio al suo luogo. Quella, che sarà destinata a leggere, leggerà sempre qualche cosa della Sagra Scrittura, e de’ Santi Padri, indi qualche cosa del Santo, di cui in quel giorno si fa l’Ofizio, e finalmente qualche altro Libro, che tratti de’ Santi, e loro Vite, o di regolare osservanza9. Alla priora delle Serve di Maria si raccomandava di non seguire la Regola alla lettera, bensì di essere comprensiva sia verso le consorelle anziane o malate, sia verso coloro che arrivavano in ritardo per una qualche causa.

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Il Vestiario La duchessa Vittoria Farnese, fondatrice del monastero della Purificazione, assegnò alle fanciulle una divisa tutta bianca, con una cintura di cuoio ai fianchi. Sopra indossavano una tunica, mentre i capelli erano raccolti in una reticella e coperti dal velo. Così erano vestite le prime consorelle che il 10 dicembre 1581 si spostarono nel convento di nuova costruzione in fondo al Corso XI Settembre. L’abbigliamento cambiò in seguito: ciò che interessava non era di certo il lusso, bensì la comodità e, soprattutto in inverno, l’abito non doveva far passare il freddo. Ovviamente, la migliore soluzione era la lana, sostituita in estate dal lino, che copriva senza trattenere il calore. In una lettera del 30 maggio 1732, si legge che le monache non hanno altro abito che la tonaca, lo scapolare et il velo, con questo sono sempre andate in passato e vanno tuttora in coro10. La Regola delle Servite del 1734 dava indicazioni molto precise, soprattutto inerenti alla semplicità dei costumi: essendo il primo impatto basato sull’immagine esteriore, doveva trasmettere immediatamente la serietà e la pudicizia della monaca, da cui scaturiva un’ottima considerazione del monastero. Le vesti dun-

que esteriori delle Moniche de’ Servi sieno la Tonica, cioè busto, e vesta cucita assieme, e pazienza, o scapolare di lana nero senza veruna vanità di ornamento. La Tonaca, e scapolare non oltrepassino di lunghezza il collo del piede, e le maniche della Tonaca non sieno più larghe anche dell’estremità di un palmo circa. Le Cinture sieno di corame nero con fibbia d’osso nero, o di acciaro semplice, senza ornamento alcuno, e lo stesso deve essere nel velo, o nero, o bianco, secondo le qualità delle Religiose, cioè, che spiri modestia, e non vanità. Le vesti sotto la Tonaca sieno, o di lana, o di lino di color nero, o bianco idoneo a riparar il freddo, non a servire al lusso; perciò non sieno di seta, o di colore non decente allo stato Religioso, e lo stesso dicesi delle Calzette, e Scarpe […] Ciascuna sarà lontana dal portare in dito altro anello, fuori che quello datole dal suo Superiore nella sua Professione11. Un documento probabilmente databile alla fine del Settecento elenca ciò che la monaca doveva portare in convento: fra le altre cose, ci sono anche i tessuti da acquistare per confezionare due tunichine da portare sotto, tre tuniche da sopra, due scapolari estivi e due invernali12.

Ingresso al monastero e dote Dipende molto il buon nome e decoro di un Monistero dalla qualità delle Persone, che in esso si ricevono13, recitava la Regola delle monache Serve di Maria. In un documento14 probabilmente risalente alla fine del Settecento, la dote prevedeva 400 scudi e 40 per gli alimenti, oltre a 20 annui. Di seguito veniva indicato ciò che occorreva regalare a chi assistesse alla vestizione. Al prelato celebrante venivano offerti dei biscottini; fazzoletti e cere lavorate a chi accompagnava la fanciulla in carrozza; ancora biscottini e vino ai cocchieri e servitori; al fattore si dava denaro come, anche se in misura minore, al sottofattore, alle fattoresse ed al fornaio. Si era soliti donare qualcosa alla badessa, vicaria e maestra, inoltre alle portinaie, rotiere, sagrestane. Alla badessa andavano anche cibarie varie: dallo zucchero al formaggio, dalla cannella al pepe. Per la professione, la famiglia della ragazza doveva offrire tre pasti per una spesa totale di trenta scudi. All’entrata, la giovane doveva portare tutto l’occorrente per addobbare la chiesa, dalle tovaglie alle torce. Invece, per se stessa, occorreva un letto di abete con il materasso, il cuscino di lana e due cuscini più piccoli, quattro coperte bianche e molte tavole per

accomodare il letto. Inoltre un armadio di noce con inginocchiatoio, due casse e una cassettina per tenere, nel coro, il breviario e altri libri. Per quanto concerne l’abbigliamento, doveva avere acquistato un panno di lana per confezionare tre tuniche e due scapolari, un altro panno più leggero per due scapolari estivi, oltre a un terzo tessuto per due tunichine da portare sotto. Questi tessuti erano indicati con estrema precisione di dimensione e costo. Anche le stoffe di lino, necessarie a realizzare cinque paia di lenzuola, più uno grande per coprire tutto il letto, erano annotate con la stessa dovizia di particolari. Inoltre sottovesti, veli, sottogole, fazzoletti, parananze, tende e due fazzoletti col pizzo per portare la santa comunione in camera in caso di malattia, dodici paia di calzetti, un quadro con soggetto a piacere della monaca, da tenere vicino al letto, due sedie, un lume di ottone, due paia di pianelle e due zoccoli, uno scaldaletto, una ramina e una posata d’argento da utilizzarsi in caso di malattia. Tale materiale doveva bastare per tutta la permanenza della monaca in convento, vale a dire per tutta la vita. Infatti il monastero non doveva essere gravato di alcuna spesa per le consorelle, a parte quella del vitto. promemoria_numeroquattro


Fettine eccellenti che per la prima volta ho mangiato da D. S. Alberti, dettaglio della ricetta tratta dalla raccolta di Guglielmo Bilancioni (1877). A pagina 28: il frontespizio della Regola e Costituzioni da osservarsi dalle Monache della Purificazione (1734); dallo stesso libretto è tratto il fregio floreale delle pagine 29 e 30. A pagina 29: Tabella del Vitto delle Orfane del Pio Conservatorio di Pesaro (tutti i documenti provengono dall’Archivio Storico Diocesano di Pesaro).

Le ricette di Guglielmo Bilancioni, Cancelliere del vescovo Clemente Fares (1877) Fettine eccellenti che per la prima volta ho mangiato Metodo per fare un vino da bottiglia ma tale da non da D. S. Alberti: confondersi con altri per quanto buoni che possino Farina libbre 2 (1 libbra = ca. 340 gr) essere. Prendi dell’uva nera, e bianca mettila ad appassire Uova n° 5 per quindici o venti giorni almeno.Avverti però che se adoZucchero libbra 1 peri l’uva bianca sia o Trebbiano, o Bianchello, o Albano. Amandorle libbre 0,5 (Quindi se vuoi fare vino nero). Sgranella l’uva, e mettila Anici soldi 2 in un piccolo Tinello, o Bigoncio a strati a strati di quattro Limone dita di grossezza, tale e quale la togli dal grappolo, cioè Carbonato d’amoniaca soldi 2 senza pestarla. Ogni strato coprila con gesso da muratore Metodo per farle: si prendono gli ingredienti qui sopra (pesto s’intende) in modo che il gesso stesso formi un piadescritti, cioè farina, zucchero, amandorle (peste oppure no su gli accini dell’uva, o meglio guarda bene che gli accitagliate come più piace), gli anici, il limone (gratato per ni non restino scoperti. Poi pesta dell’uva bianca, e togli il odore) ed il Carbonato d’Amoniaca, e questo è necessario solo mosto dopo ben spremuta la vinaccia; e questo fallo sia pestato ben bene fino, e si mescola ben bene il tutto, bollire al fuoco, e dopo gettalo sopra il Tinello, o Bigoncio poi si rompono le uova e si forma il pastone. Fatto il pasto- ove sta l’uva preparata col gesso.Vedrai che tosto nasce la ne lo si divide (per due o per tre a seconda della quantità fermentazione, e così fallo bollire per un 30 ore. Poi versa fatta) e si formano dei rugoli che si schiacciano un poco e il tutto in altra Tinella e pesta bene ogni cosa. Dopo ben si pongono sopra quei cabbarè che adoperano i Caffettieri pestato il tutto, lascialo bollire naturalmente per 25, o 35 per cuocere le paste ungendo però con oglio prima bene giorni a seconda della necessità. Quindi svina forando il il fondo e tosto si manda al forno. Appena sarà cotto, così Tino 4 o 5 dita sopra il fondo acciò il gesso che è deposto caldo bisogna fare le fette, poiché se si raffredda va trop- nel fondo non dia fastidio nel svinare, e perché ciò che si po in moliche, e questa operazione bisogna farla al forno cava sia puro, e chiaro, così dopo si alza il Tino per cavare per dare alle fette dove sono tagliate un piccolo calore il resto fino a che vien chiaro, poi si cava il torbido, e si rimettendole per altri pochi minuti entro il forno. Nota: il mette in un fiasco a parte; e tutto quanto il vino chiaro carbonato d’Amoniaca è quello che ci fa fare una bellissi- cavato lo si mette in vasi di vetro, e lo si lascia lì fino ai ma cresciuta quindi invece di metterne due soldi soltanto primi di Marzo. Poi si tramuta (ho dimenticato di dire che se ne potrà aggiungere una piccola cosa di più cioè un due i vasi bisogna che siano chiusi in modo da non togliere soldi e mezzo scarsi come delle uova se ne può mettere tutta l’aria, perché facendo altrimenti creperebbero seguianche sei aggiungendo piccola cosa di farina. tando a bollire assai)15. Fonti e tracce

Libro del Monastero di Santa Maria Maddalena, secoli XVIIIXIX, Seminario, Pesaro. 2 Chiese di Pesaro, Cartella I, Biblioteca Oliveriana, Pesaro. 3 Giulio Vaccaj presenta le due date rispettivamente nelle opere: Pesaro, pagine di storia e topografia, Pesaro, 1984 e La vita municipale sotto i Malatesta, gli Sforza e i Della Rovere, Pesaro, 1928. 4 Pergamene Oliveriane n° 1337, Biblioteca Oliveriana, Pesaro. 5 Archivio Storico Com. Catasto n° 192 ecclesiastico, anni 1560-1590, Pesaro. 6 Codice Oliveriano n° 377, c. 15, Biblioteca Oliveriana, Pesaro. 7 Archivio Diocesano, Tomo 4, Cartella 55, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 1

Regola e Costituzioni da osservarsi dalle Monache della Purificazione, Pesaro, 1734, pag. 29, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 9 Id., pag. 29-30, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 10 Archivio Diocesano,Tomo 42, cartella 68, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 11 Regola e Costituzioni..., cit., pag. 31. 12 Archivio Diocesano, Tomo 21, cartella 26, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 13 Regola e Costituzioni, cit., pag. 31. 14 Archivio Diocesano, Tomo 21, cartella 26, cit.. 15 Archivio Diocesano, Fascicolo 02, cartella 14, n° 5, Archivio Storico Diocesano, Pesaro. 8

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Languente esule

Padre Agostino Gerunzi e il convento di Monteciccardo I difficili giorni che seguirono

voci d’archivio in collaborazione con Archivio Storico Diocesano di Pesaro

alla soppressione degli enti religiosi decretata dal governo napoleonico,

nella ‘giustificazione’ di padre

Agostino Gerunzi,

inviato in qualità di confessore al ‘conventino’ di di

Tra il 21 e 22 febbraio 1798 la municipalità di Pesaro informava il Vescovo di Pesaro monsignor Giuseppe Beni dell’avvenuta soppressione dei conventi di Novilara, Candelara e Monteciccardo. Per le rispettive chiese rimaste prive di sacerdoti il governo cittadino nominava tre prelati: Antonio Baldelli, Giacomo Casanova e Agostino Gerunzi1, per i quali si chiedeva al Vescovo facoltà di confessare2. Tra il 21 e il 27 febbraio 1797 intercorse tra la Municipalità di Pesaro e il Vescovo una corrispondenza piuttosto tempestosa. Da un lato il Vescovo rivendicava la propria giurisdizione sui conventi, e negava la facoltà di confessare ai tre religiosi nominati dalla municipalità. Dall’altro, la Municipalità era indirizzata a ritenere che il rifiuto del Vescovo costituisse un indebito debordamento di potere ai danni della Municipalità e dei diritti civili dei sacerdoti. In estrema sintesi la situazione era gravissima, e metteva in serio pericolo la vita del Vescovo stesso. Cosa avvenne dopo questa corrispondenza così agitata? Parrebbe che, nel caso de quo, venne adottata una “soluzione” piuttosto “all’italiana” (il vero seme dell’unità italiana forse) se la narrativa della “giustificazione” corrisponde, come sembrerebbe corrispondere, al dato storico. Invasa la prima volta da Francesi ancora la Città di Ancona dove ero stanziante in quel Convento di mia Figliolanza de PP. Agostiniani, con la licenza del mio Superiore mi portai a Pesaro appresso li miei Parentii, ivi con loro sfogando contro della seguita invasione, ne presero qualche timore dei miei discorsi, onde che ritornando il mio fratello Canonico da Ancona, ove egli andiede, mi sgridò, minacciandomi che 32

Monteciccardo Marco Gerunzi

se avessi seguitato in appresso di parlare, mi avrebbe fatto esiliare da quella ex municipalità. Intanto doppo due mesi in circa evacuarono da Pesaro le truppe francesi, ed io allora procurai dal P. R.mo mio Generale di [essere?] collocato di famiglia in codesto Convento, dove fui accolto da taluno di queli religiosi con mal’occhio senza saperne il motivo. [...] Non passarono però cinque mesi che tentato da Patriotti una nuova Rivoluzione, vennero ad impossessarne li cisalpini. Sicchè non avendo Luogo di ritornare in Ancona né di starmene in quel Convento di Pesaro sì l’uno che l’altro soppressi, fui costretto di portarmi da codesto Ill.mo e R.mo Monsig.Vescovo il quale conoscendo la mia necessità con il Breve Pontificio e con il suo Decreto mi secolarizzò, avendo già prima conseguito l’annua Pensione di scudi ottantaquattro da quella ex municipalità. Percepii ancora con l’ordine di …[essa] con la deputazione sopra di quel Convento dal Sig. Dottor Pichi tutti quelli mobili che da tanto tempo non so per qual motivo siano stati contro di me sequestrati. Robbe tutte erano quelle al Convento appartenenti [...]; ed al presente se tutto non mi si vuole concedere ciò che esiste nell’inventario, almeno mi si conceda il letto compito, con un tavolino, qualche sedia ed un Barò, cose strette necessarie per mio [agio?] di già alla mia stanza che ora faccio di accordarsi a me altre robbe che sono di mia propria pertinenza, qualora mi si dasse tempo alla giustificazione, altrimenti nella mia rifera circostanza oltre la presente ne soffrirei un danno rimarchevole. [...] Con riguardo ora, in breve, l’esporrò con fatti autentici, e pubblici di non essermi mai ingerito negli affari dell’ex repubblica. Avvenuta che fu la soppressione di questo nostro Convento di Pesaro l’istessa sera che partii dal mio Convento all’improvviso fui chiamato da quella ex Municipalità, promemoria_numeroquattro


avendomi loro scelto d’andare come Cappellano eletto per la soppressione in Monte Ciccardo del Convento dei PP Serviti. Contrastai alla prima per quanto potei, ma alla fine costretto, ed importunato, partii la mattina del primo giorno di Quaresima con il Commissario Paolucci e 24 uomini, e con il Comandante della truppa Polacca; ma tempo di essere arrivato sino a Candelara, maggiormente mi confermai di non volere accettare l’impegno a qualunque costo, onde prendendo un mentito pretesto con il Commissario suddetto mi portai subito a Pesaro, e presentatomi con un memoriale alla ex municipalità rinunziai a costo ancora di qualunque affronto ne ricevessi di non volere assolutamente andarvi, ond’è che vedendomi così risoluto con isdegno mi liberarono, inabilitandomi come essi mi dissero in avvenire d’ogni altra carica, come in fatti seguì, per cui sono stato sempre lontano da loro e tenuto senza veruna considerazione per cariche né economiche né politiche le ho mai esercitate. Il giuramento di fedeltà mai l’ho dato. Due volte condotto quasi a forza sono andato a Circoli, dicendo ancora pubblicamente che niente mi piacevano. Né con scritti né con parole ho mai parlato in difesa della ex repubblica. Non sono mai andato a Complotti pubblici, né privati. Non ho detta proposizione mai che offendesse la nostra sagrosanta Religione. Non ho mai inveito contro il papato Governo, né mai ho detto veruna parola contro il Papa,Vescovi e Sovrani. Insomma pubblicamente posso provare di non aver mai applaudita l’ex Repubblica, come generalmente è noto alle Persone savie e da Bene di codesta Città di Pesaro. In conferma di tutto ciò assicuro V. S. R.ma e chiunque che tanto ero io lontano dagli affari dell’ex Repubblica, che il giorno stesso dell’Insorgenza ero a digiuno affatto di quanto accadde, mentre secondo il solito la mattina doppo di aver celebrato la Santa Messa mi ritirai alla mia Casa, dove sentii poco doppo con mia ammirazione un gran strepito di cannonamento, di schioppettate ed un

gran rumore del Popolo per le strade. Non feci però caso contro di me stesso perché esaminando la mia coscienza, non mi consideravo reo di veruna colpa a favore dell’ex repubblica, sicché mi supponevo immune da qualunque disgrazia, e quando il giorno mi vidi arrestato da un’infinità d’Insorgenti che veruno ne conoscevo, mi accorsi non aver altra colpa che di essere della Casa Gerunzi , che in tanto sono stato costretto di subire ogni pena eguale a quelli che realmente n’erano gli colpevoli. Nonostante le presenti mie genuine giustificazioni ho sofferto due mesi e mezzo di Carceri con insopportabili incommodi essendo stato [...] continuo riposo o il dormire in terra o sopra le nude tavole. Il vestire tanto quanto avevo indosso, tantocchè mi ero riempito di schiffosi animaletti ed infine di una tormentosa rogna che ho portata per più mesi. Ho dovuto mangiare quasi sempre e solo pane e bever l’acqua non avendo avuto altro per sopperire che un paolo il giorno, che a tutti ci passava il Sovrano. [...] è un anno che conduco una vita di languente esule ove in un luogo ora in un altro senza trovare conforto alle mie miserie. [...] In un anno quasi che vivo lontano da ogni necessario sollievo ho solo percepito scudi 39 con il favore di codesta Deputazione. In Ancona dopo essermi fermato quasi 3 mesi, ho ricevuto soli scudi 20 titulo elemosinae, niente ancora colà essendo stato stabilito sopra le pensioni de religiosi, per mancanza di denaro come essi dicono, mentre la maggior parte dei Beni Ecclesiastici sono venduti. [...] Mi professo infine pronto a rattificare in ogni maniera la presente mia giustificazione e di soggiacere a qualunque altro compenso che dovessi dare, purché sia nota al pubblico di non esser io mai stato favorevole alla ex Repubblica. [...] In tanto V. S. Ill.ma come caldamente la prego mi favorisca di rapprentare a codesta Deputazione Ecclesiastica tutta la serie delle mie lagrimose vicende... U.mo div.servo P. Agostino Gerunzi

Fonti e tracce Dobbiamo questo documento alla gentilezza dell’Archivio Storico Diocesano di Pesaro. Trattasi della “giustificazione” del Priore Agostino Gerunzi OSA, presentata in adempimento dell’istruzione pastorale data da Mons. Giuseppe Beni, Vescovo di Pesaro, l’8 ottobre 1799 indicata da S.Linfi in La Chiesa di Pesaro nel quinquennio 1797-1801 (in “Frammenti” 16, 2012, p.323). La vicenda della soppressione del Monastero di Monteciccardo è stata ampiamente trattata dagli storici, tra i quali Don Linfi nel suo, purtroppo, ultimo e impressionante lavoro (La Chiesa di Pesaro nell’epoca napoleonica in Italia, a cura di Giorgio Benelli e Filippo Pinto, Pesaro 2012). 1 Agostino Gerunzi nacque nel 1741 dal Bernardo Gerunzi, all’epoca vice reggente di Jesi e da Lucrezia Brizi. Lo zio era don Giovanni Gerunzi Priore di San Cassiano e provicario di Pesaro che è ricordato in una lapide a fianco dell’altare all’interno della stessa chiesa, tutt’ora visibile; il fratello Domenico, canonico della Cattedrale di Pesaro, era stato rettore del Seminario. Fatto ingresso nell’Ordine di Sant’Agostino è

indicato come “economo” nella Casa degli Agostiniani in Via Piannellari in Roma intorno al 1777. Partecipò nel 1786 al Capitolo Generale dell’Ordine degli Agostiniani come Vicario Generale di Dalmazia. Divenne priore del Convento degli Agostiniani di Ancona ed in seguito all’invasione delle truppe francesi dovette tornare in Pesaro. Forse rimase coinvolto negli avvenimenti pesaresi del triennio rivoluzionario, sebbene in forma del tutto “minore” o solo “morale” come Don Silvio Linfi rilevava assai correttamente. Il Bonamini indica che il Priore Agostino fu tra i cisalpini arrestati poco dopo il sacco del Ghetto di Pesaro ad opera degli insorgenti: tra gli arrestati si contano i fratelli Gerunzi, il canonico già stato Presidente e l’Agostiniano ex priore che dimentico di essere religioso conduceva una vita assai licenziosa. Morì a Pesaro il 27 settembre 1808 all’età di 67 anni e ricevette i sacramenti; il suo corpo fu sepolto nella Chiesa dei PP. Agostiniani. 2 Archivio Storico Diocesano, Beni T. VIII Reg. Lettere fra il Vescovo di Carpentrasso e la Municipalità e altri membri della Rep. Cisalpina (26 gennaio 1798, 23 e 27 febbraio 1798).

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L’archivio Locus in quo publicae chartae reponuntur* “Promemoria” e i suoi archivi

“Il potere degli archivi consiste nella capacità ad essi attribuita di rispondere alle domande e alle esigenze di singoli cittadini e di intere collettività”.

Cosa cercare (e cosa poter trovare) in un archivio comunale di

Per molti dei loro utenti, gli archivi costituiscono una sorta di “scatola nera”. Senza interrogarsi più di tanto sulla loro struttura e le loro dinamiche, essi si concentrano sui risultati che possono ricavarne... Prendo a prestito le parole del Soprintendente archivistico per l’Emilia-Romagna, Stefano Vitali, perché esprimono esattamente la condizione in cui troppo spesso si viene a trovare colui che deve rispondere ad una generica richiesta di ricerca in archivio. Accostandoci ad un archivio, per qualunque motivazione lo si faccia, dovremmo conoscere pochi e fondamentali principi dell’archivistica per sapere cosa comporti in termini di diritti e doveri avere a che fare a vario titolo con i documenti. Nell’immaginario comune l’archivio è anco-

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Simonetta Bastianelli

ra per molti un deposito buio, umido, polveroso e misterioso. La secolare inaccessibilità ai luoghi deputati alla conservazione dei documenti ha certamente contribuito a creare questo stereotipo: solo con la Deliberazione della Convenzione nazionale della Repubblica francese del 25 giugno 1794 si decise di aprire gli archivi alla libera consultazione degli studiosi. Quella prima specialistica forma di utenza si è venuta ampliando e differenziandosi nel tempo, fino a comprendere studenti, storici, genealogisti, ricercatori di professione, professionisti, funzionari di enti pubblici o cittadini comuni. L’archivio comunale. Cosa poter chiedere, come saper rispondere Nell’ente pubblico i documenti non nascono perché qualche futuro utente dell’archivio un giorno li ricercherà, ma nascono con finalità giuridiche e amministrative o solo pratiche, in ogni caso strettamente connesse alle funzioni e alle competenze dell’ente che li produce. Contemporapromemoria_numeroquattro


neamente, fin dalla loro origine, i documenti sono la testimonianza scritta di atti giuridici o di eventi politici o sociali e quindi fin dall’origine hanno rilevanza storica e possono essere considerati beni culturali. L’asserto era chiaro, e da sempre, agli archivisti, ma doveva essere recepito a livello governativo. Uno snodo cruciale in tal senso fu l’istituzione del Ministero per i Beni culturali e ambientali nel 1975 alle cui dipendenze furono assegnati anche gli archivi che, fino ad allora, erano dipesi dal Ministero dell’Interno. Questo spostamento di competenza amministrativa ha determinato anche uno spostamento di carattere concettuale: la novità era costituita dal fatto che prendeva vita un organismo ministeriale che doveva occuparsi dei beni culturali e ambientali, e che gli archivi vi fossero compresi. Non solo, ma con il Decreto Legislativo n. 42/2004 “Codice dei beni culturali e del paesaggio” si definiscono beni culturali gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico. Senza alcun dubbio, quindi, anche l’archivio corrente e i suoi documenti sono riconosciuti come beni culturali e come tali soggetti a norme specifiche. Il soggetto produttore ha l’obbligo di tenere ordinati i propri archivi, di conservarli in luoghi idonei, di non smembrarli, di chiedere l’autorizzazione per lo scarto alla Soprintendenza archivistica etc.

Monteciccardo, Montelabbate e Tavullia. Non si sta affermando che i quattro archivi siano identici, perché comunque ogni archivio è un problema a sé, come ben sa chi affronta un riordinamento e redige un inventario. Titolario Lo strumento per ordinare tutta la documentazione di un Comune è il Titolario e cioè un quadro di classificazione costituito da categorie (o titoli o classi) che consentono di raggruppare affari con caratteristiche comuni. Nel 1897 vennero emanate disposizioni per la gestione degli archivi comunali con circolare del Ministero dell’interno a firma di Carlo Astengo alla quale venivano allegati, oltre i modelli per registri e fascicoli, le preziose Istruzioni per la tenuta del protocollo e dell’archivio e un titolario di classificazione composto da 15 categorie. Per più di cent’anni la maggior parte dei Comuni italiani ha sedimentato la propria documentazione in base alla circolare Astengo e, tra questi, i nostri quattro. Lo schema di tipologie documentarie riportato nella pagina seguente può dare un’idea della documentazione acquisita o prodotta da un Comune dalla fine dell’Ottocento.

Secoli XIX e XX La teoria archivistica italiana individua una prima importante distinzione interna agli archivi comunali tra la sezione preunitaria e quella postunitaria. Tale partizione logica è giustificata dal fatto che nella prima sono presenti particolarità locali legate alle diverse legislazioni statuali precedenti l’Unità, mentre la seconda è considerata sostanzialmente uniforme. A dimostrazione di ciò, dei cinque comuni dell’Unione Pian del Bruscolo, quattro presentano una situazione archivistica analoga, dal momento che conservano tutti documentazione postunitaria. Si tratta di Colbordolo, promemoria_numeroquattro

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Questo articolo è illustrato con riproduzioni di documenti conservati presso l’Archivio storico Comunale di Montelabbate. A sinistra: Pianta dimostrante l’andamento del tratto di strada in prosecuzione della Consorziale di Montelabbate, 12 giugno 1863, dettaglio. A pagina 34: Progetto di sistemazione e costruzione della strada comunale obbligatoria dell’Apsella, 1875 circa, dettaglio; a pagina 35: Mandato di pagamento a Giuseppe Cerni per casermaggio de’ Carabinieri Pontifici, 1825, una delle rare testimonianze del periodo preunitario conservate in questo archivio. Nella pagina seguente: in alto, carta intestata della Casa d’Arte Aroldo Della Chiara di Pesaro (1930); in basso: Progetto per l’acquedotto sussidiario, 1921, dettaglio.

Il Titolario Categoria I - Amministrazione Verbali e deliberazioni di Consiglio e Giunta; Ordinanze, decreti e altri atti del Sindaco/Podestà; Determinazioni dirigenziali (dal 1993) Registri di protocollo Carteggio: atti amministrativi classificati secondo i titolari e repertori dei fascicoli Registri delle notificazioni; Registri delle pubblicazioni all’Albo pretorio Repertorio e fascicoli dei contratti Fascicoli del personale Categoria II - Assistenza e beneficenza Elenchi dei poveri Elenchi delle istituzioni di beneficenza nel Comune Registri e fascicoli delle spedalità e delle distribuzioni gratuite di farmaci Archivi aggregati: Congregazione di carità, ECA, ONMI Categoria III - Polizia urbana e rurale Registri delle contravvenzioni Guardie municipali Regolamenti Categoria IV - Sanità e igiene Fascicoli del personale sanitario Registri delle vaccinazioni Registri e fascicoli delle autorizzazioni sanitarie Permessi di seppellimento Categoria V - Finanze Bilanci, conti consuntivi, libri mastri e giornali, inventari dei beni comunali, fascicoli dei contribuenti, ruoli di tasse e tributi, mandati e reversali Categoria VI - Governo Fascicoli di elezioni e referendum Verbali della Commissione elettorale comunale Liste elettorali 36

Categoria VII - Grazia, Giustizia e Culto Liste dei giurati (giudici popolari) Giudice conciliatore Categoria VIII - Leva e truppa Liste di leva e ruoli matricolari Registri dei quadrupedi Sussidi alle famiglie dei militari Categoria IX - Istruzione pubblica Elenchi dei fanciulli tenuti a frequentare le scuole obbligatorie, Fascicoli dei servizi scolastici Asili, scuole, biblioteche, musei Categoria X - Lavori pubblici,urbanistica, edilizia privata Fascicoli delle opere pubbliche Verbali della commissione d’ornato/edilizia Piani regolatori generali e strumenti attuativi Licenze e concessioni edilizie, autorizzazioni, condoni, DIA, permessi di costruire, certificati di abitabilità e agibilità Categoria XI - Agricoltura, Industria e Commercio Licenze di commercio Verbale della commissione comunale di commercio Utenti di pesi e misure Categoria XII - Stato civile, Censimento, Statistica Registri di stato civile Registro della popolazione composto da fogli di famiglia e fogli individuali Atti relativi a censimenti e statistiche Categoria XIII - Esteri Registri di immigrazione e emigrazione Categoria XIV - Oggetti diversi Categoria XV - Pubblica sicurezza Registri di infortuni sul lavoro, cessione fabbricato, ospitalità a stranieri Carte d’identità e porto d’armi Licenze di pubblica sicurezza promemoria_numeroquattro


Chi si rivolge a un archivio comunale ha spesso un obiettivo concreto, ma non è detto che si stia trovando nel posto giusto. E qui subentra la figura del dipendente, funzionario o, se non si tratta di piccoli comuni che non se lo possono permettere, dell’archivista che conosca bene l’archivio nel suo insieme e sappia focalizzare la ricerca. Personalmente le migliori gratificazioni professionali sono venute proprio nell’aver saputo trovare soluzioni non tanto e non solo per la documentazione conservata nell’archivio del Comune dove lavoro, ma nell’aver saputo indirizzare il ricercatore verso il giusto istituto di conservazione, indicandone a volte anche i fondi da consultare. Si verifica spesso, poi, che il fruitore d’archivio si stia trovando sì nel posto giusto, ma che la sua richiesta sia decisamente troppo generica.

A un cittadino che mi chiese di poter vedere l’evolversi di una certa situazione nell’arco di circa vent’anni attraverso le deliberazioni di Consiglio, ho spiegato che sarebbe stata un’impresa non facile, perché per il periodo da prendere in esame non esistevano indici di sorta, tranne che per pochi volumi. Sapevo che le mie parole non lo avrebbero convinto, perciò gli ho dato appuntamento in archivio. Appena arrivato gli ho mostrato i 230 volumi che avrebbe dovuto visionare, sfogliando le delibere una ad una alla ricerca dell’oggetto di suo interesse. Alla vista della lunga teoria di volumi, un po’ sbigottito e un po’ incredulo, mi ha risposto: Beh, in fondo non è così indispensabile...!

Fonti e tracce *è una delle più antiche definizioni di archivio, tratta da un passo del giurista romano Ulpiano, morto nel 228. Oggi sembrerebbe scorretta perché pare confondere il contenente con il contenuto, ma nell’antichità e nel medioevo gli archivi erano ‘loca credibilia’ e un documento aveva valore di prova a tutti gli effetti giuridici proprio in quanto conservato in determinati luoghi, ufficialmente investiti di tale credibilità, gli ‘archiva’ o ‘tabularia’ (F.Valenti 1975). G. Bonfiglio-Dosio (a cura di), Archivistica speciale, CLEUP 2011

L. Giuva, S. Vitali, I. Zanni Rosiello, Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea, Mondadori 2007 P. Carucci, Le fonti archivistiche:ordinamento e conservazione, La Nuova Italia Scientifica 1993 A. Antoniella, L’archivio comunale postunitario. Contributo all’ordinamento degli archivi dei comuni. Presentazione di F. Morandini, Giunta regionale toscana: La Nuova Italia 1979 F. Valenti, Appunti delle lezioni di Archivistica tenute presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna durante l’anno accademico 1975-’76, a cura di G. Fabbrici.

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L’unico Comune dell’Unione Pian del Bruscolo a conservare documentazione precedente all’Unità d’Italia è Sant’Angelo in Lizzola. Il lavoro di riordinamento commissionato dall’amministrazione comunale all’archivista Massimo Bonifazi consentirà, una volta ultimato, di restituire un bene prezioso alla comunità. Sulla formazione di un archivio incidono in primo luogo la forma di governo e quindi l’ordinamento istituzionale: i documenti testimoniano l’attività pratica svolta dalle istituzioni e pertanto riflettono l’ordinamento nel quale quelle istituzioni operavano (Carucci 1983). Il complesso archivistico di Sant’Angelo in Lizzola copre un arco cronologico di oltre quattro secoli e pertanto è intuibile l’estrema difficoltà che l’archivista ha dovuto affrontare nell’analisi della documentazione prodotta in uno spazio temporale attraversato da diversi contesti storici ben differenziati. Un primo parziale intervento di riordino era stato condotto dal vice parroco di Sant’Angelo, Giovanni Gabucci; non certo mani inesperte le sue, dato che nel 1928 conseguì il diploma alla Scuola Vaticana di Paleografia e Archivistica. Purtroppo, però, non sono stati rinvenuti né un inventario né un elenco di consistenza. Dopo circa cinquant’anni, un riordino prefettizio ha prodotto un elenco non completo e la partizione del complesso sulla base di periodizzazioni storiche comuni agli archivi del centro-nord che abbiano fatto parte dello Stato Pontificio. Nel 2011, infine, Bonifazi ha redatto l’inventario dell’Archivio storico e dalla presentazione del suo lavoro (Bonifazi 2013) abbiamo attinto le notizie qui riportate. Quest’ultimo intervento di riordino ha ricostituito il fondo del “Vicario e Podestà” (15461807) di notevole interesse, le cui carte si trovavano frammiste a quelle comunali. Le carte più antiche dell’archivio datano 1546 (Duca-

to d’Urbino) e si arriva al 1969 con la serie “Carteggio amministrativo” (Repubblica Italiana). Da questi 120 metri lineari di documentazione inventariata e ordinata usciranno piacevoli sorprese per chi saprà interrogarli. Non mi rivolgo solo agli storici, i quali certo troveranno nuove fonti preziose, ma anche all’ente che deve prendere decisioni e non può prescindere dall’attività passata - pensiamo alla redazione di un piano urbanistico - o a chiunque voglia provare un proprio diritto - pensiamo alla documentazione a fini pensionistici. Un’ amministrazione che ha dedicato, sicuramente tra mille difficoltà, risorse economiche alla corretta tenuta del suo archivio ha ottemperato alle norme di legge, certo. Ma forse ha anche capito che il potere degli archivi consiste nella capacità ad essi attribuita di rispondere alle domande e alle esigenze di singoli cittadini e di intere collettività?

Le immagini di queste pagine riproducono documenti conservati presso l’Archivio storico Comunale di Sant’Angelo in Lizzola. Sopra: un registro relativo alla chiesa parrocchiale di San Michele, 16081650; a sinistra: Libro dei Consigli della Comunità, 1613-1628, dettaglio della seduta del 24 agosto 1613.

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A destra: Libro del venerabile Ospedale di Sant’Angelo, dettaglio delle spese del 1837; sotto: progetto per la pubblica fontana, prospetto, 1846; dettaglio di un editto del conte di Sant’Angelo Gian Francesco Mamiani, 1786 e, infine, progetto per il selciato avanti la porta castellana, 1821

Fonti e tracce M. Bonifazi Il Castello di Sant’Angelo in Lizzola nelle fonti d’archivio, opuscolo edito dall’Amministrazione comunale, 2013. I. Zanni Rosiello, Andare in archivio, Il Mulino 1996.

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Ogni cosa è illuminata. 1 Intervista ad Archivio Stroppa Nobili “Promemoria” e i suoi archivi Le persone | 1

Dalla “scatola dei ricordi” al “cloud”: raccogliere, conservare e riutilizzare la memoria ai tempi dei social network. Si comincia con un collezionista nato, Gabriele - alias Archivio - Stroppa Nobili a cura di

La prima delle sette domande di cui si componeva l’intervista ad Archivio Stroppa Nobili. Nella pagina seguente: fotogrammi del film Ogni cosa è illuminata (2005) di Liev Schreiber, tratto dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer. Da pagina 42 a pagina 45: immagini dall’Archivio Stroppa Nobili. Nell’ordine: alcuni oggetti legati alla storia pesarese; Gita al Furlo, 30 agosto 1924; un dettaglio del manoscritto di Carlo Emanuele Montani Memorie storiche, ecclesiastiche e civili della città di Pesaro e suo territorio e il dorso di alcuni volumi provenienti dall’archivio Montani; bozzetto di annuncio pubblicitario per le Amarene Furiosi di Cantiano, anni Trenta del ‘900; infine, a pagina 46, la copertina e una fotografia scattata durante la presentazione del volume Memorie storiche.... (Pesaro, 2012), curato dallo stesso Gabriele Stroppa Nobili (secondo da sinistra).

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Cristina Ortolani

Difficilmente contenibili entro le regole della disciplina archivistica, affascinanti proprio per le infinite sovrapposizioni e interconnessioni tra Storia e microstoria, gli “archivi di persona” sono una delle fonti privilegiate per il lavoro avviato dalla Memoteca Pian del Bruscolo nel 2005. Per parlarne nell’ambito della rassegna offerta su questo numero di “Promemoria” ci siamo rivolti a due testimoni tra loro diversissimi, ma accomunati dalla stessa, identica passione per le cose del passato, Gabriele alias “Archivio” Stroppa Nobili e Maria Milena Lombardi Curina. Il primo, nato nel 1967, è un vero e proprio collezionista, la cui raccolta vanta anche pezzi di notevole valore; da un paio d’anni pubblica su Facebook centinaia di immagini relative alla storia del territorio pesarese, proponendo ai suoi “amici” quiz che appassionano schiere di persone di ogni età. La seconda, classe 1915, conserva nel suo appartamento pesarese numerose scatole, dove è riposta in bell’ordine la memoria famigliare di oltre un secolo. Per canzoni e film della sua giovinezza si rivolge al web, dove naviga con il suo iPad - sì, avete letto bene: 1915/iPad. A entrambi abbiamo chiesto, con differenti modalità, di spiegarci come, perché e per chi conservare la memoria, nella convinzione che, secondo le felici parole di uno dei protagonisti del film (e del romanzo) Ogni cosa è illuminata, oggi più che mai “ogni cosa è illuminata dalla luce del passato”. Accogliendo un suo suggerimento, l’intervista a Gabriele è stata condotta via Facebook, e ha coinvolto sedici persone, che hanno partecipato con domande, risposte e pareri; di seguito la trascrizione completa della conversazione, emoticon compresi. promemoria_numeroquattro


Ogni cosa è illuminata, il film di Liev Schreiber (2005) tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer (2002) A differenza di tanti film sulla Shoah, Ogni cosa è illuminata mette a fuoco soprattutto il presente, il debito di chi c’è nei confronti di chi non c’è più, la ricchezza inestimabile che ogni memoria, anche la più straziante, racchiude (Fabio Ferzetti, “Il Messaggero”, 11 novembre 2005). Magnifica sorpresa, il primo film diretto dall’attore Liev Schreiber, americano trentottenne è divertente, commovente, unico: ricco di umorismo, di tragedia, di complicità. Un giovane ebreo americano, collezionista di ricordi della propria famiglia, va in Ucraina per cercarne; nel viaggio è accompagnato dalla agenzia Heritage Tours, rappresentata da nonno e nipote sgangherati e da un’automobile scalcinata; non trova il villaggio ebreo che cercava, ma una vecchia signora che conserva memorie di tutto il paese, 1800 persone sterminate dai nazisti durante la seconda guerra mondiale (Lietta Tornabuoni, “La Stampa” 18 novembre 2005).

Pesaro, aprile 2012. Proprio come ‘il collezionista’ del romanzo di Jonathan Safran Foer, e del film di Liev Schreiber che da esso è tratto (e come l’evanescente vecchina che è Trachimbrod, e custodisce ciò che resta dello shtetl dal quale fuggì verso l’America il nonno del protagonista), anche noi raccogliamo, conserviamo (a volte) cataloghiamo: in scatole di cartone, buste di cellophane, faldoni. E nell’impalpabile del nostro hard disk. Perché? Come? Per chi? Sul prossimo numero di “Promemoria” proporremo tra l’altro una serie di riflessioni sugli archivi, e sul materiale che in esso si sedimenta: archivi statali, comunali, diocesani, parrocchiali, di istituzioni di varia natura.

A rappresentare gli archivi privati c’è Archivio Stroppa Nobili e, accogliendo un suo suggerimento, dipaniamo via Facebook la conversazione che sarà poi pubblicata sulla rivista. Fino a sabato 5 maggio 2012 sarà possibile rivolgere domande ad Archivio, commentare, scambiarsi pareri sul perché raccogliere e conservare, condividere, cosa collezionare, insomma, animare questo spazio con una riflessione intorno alle collezioni come PRO-MEMORIA. No, non si vince niente. Se non la soddisfazione di dire “io c’ero”. Ma naturalmente tutti i partecipanti riceveranno una copia omaggio della rivista. Grazie a tutti e... partecipate numerosi!

Domanda n. 1, 22 aprile 2012 Cosa raccogli? Qual è il minimo comune denominatore della tua collezione, dei materiali conservati nel tuo archivio? Ecco una domanda facile facile. Il minimo comune denominatore della mia collezione è la Storia Locale. Una qualsiasi cosa che abbia attinenza con Pesaro e dintorni. Esempio: Mascagni non è pesarese ma fu direttore del conservatorio di Pesaro... QUINDI raccolgo autografi ed altro di Mascagni. Oppure, ho trovato un quaderno dell’ ’800 con frontespizio stampato a Bologna, però la copertina è firmata da un certo Nini. Nini è un pesarese, quindi il quaderno è in collezione! Ovviamente ci sono dei limiti: trovai in un mercatino un ritratto di Rossini, alto 2 metri, ad un prezzo decisamente alto e lì ho dovuto lasciare perdere. Non per il prezzo ma per le dimensioni. Ecco, se le cose sono troppo grosse cerco di evitare l’acquisto. Di conseguenza la domanda “Cosa raccogli?” ha già la risposta. Raccolgo TUTTO ciò che riguardi Pesaro e dintorni, dal libro, alla foto, alla medaglia... Pensa che ho trovato una gomma da cancellare usata anni ‘60, con stampato sopra “Pesaro” e ho comprato anche quella! Sarà una forma di pazzia? :-)

Domanda n. 2, 23 aprile Come e quando hai cominciato? Quanti pezzi hai raccolto, e come/dove li conservi? Ti sei documentato riguardo agli strumenti più adatti per catalogare e archiviare?

Qual è - quali sono - il pezzo o i pezzi più E quali sono quelli ai quali sei più affezionato? Quanti pezzi ho raccolto? Oddio... che ne so? Vuoi venire tu a contarli? Solo di immagini fotografiche ne avrò alcune migliaia, poi, come dicevo, ho libri, quadri, strumenti musicali, dischi a 78 giri... Avevo una collezione di fossili raccolti, quand’ero piccolo, sotto il San Bartolo con mio padre; dopo la sua scomparsa cedetti la raccolta all’allora costituendo museo paleontologico “L. Sorbini” a Fiorenzuola di Focara. Andatelo a visitare, c’è anche un pezzo unico al mondo! Dove li conservo? A casa, con la grande pazienza di mia moglie Luisa Majone. Sinceramente non mi sono mai documentato sugli strumenti più adatti alla catalogazione ed archiviazione, la collezione è in continuo movimento! Oggi ordino le cartoline in ordine alfabetico, poi cambio idea e le metto in ordine cronologico, poi ricambio idea e le riordino per zone della città... non so se importanti della tua collezione?

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esista un vero metodo, e sinceramente mi diverto più così, almeno ho occasione di guardare continuamente tutti i pezzi e gli faccio prendere aria! :-) Il pezzo al quale sono più affezionato? Forse il manoscritto Montani [pubblicato nel 2012, a cura dello stesso Gabriele Stroppa Nobili, vedi pagine seguenti]. Inutile dire che la modalità del ritrovamento di tale pezzo fa sì che sia anche uno dei pezzi ai quali sono più affezionato! Però sono anche molto affezionato ai pochi quadri di Ciro Pavisa che abbiamo in casa, perché il pittore mombaroccese fu anche il maestro di mio padre quando frequentava la scuola d’arte qui a Pesaro. Domanda di Barbara Verni Come e da dove parte questa tua passione archivistica? Ti pare una domanda banale? Può anche sembrare, ma se credi che io abbia una risposta ben precisa ti sbagli! Intanto la mia passione non è soltanto archivistica. Mi interessano anche la fotografia, la musica, l’arte in ogni sua sfaccettatura, ecc.ecc., inoltre sono anche un buon conoscitore di paleontologia. Però l’amore per il mio territorio ha fatto sì che i miei interessi, a lungo andare, si siano concentrati soprattutto su cose riguardanti la città di Pesaro ed i suoi dintorni. Quindi: foto, musica, arte e paleontologia PESARESE! Quando nasce? BOH? Mia mamma racconta sempre che quando ero nel passeggino mi innamorai di un sasso pesantissimo, ma nonostante la mamma che voleva scoraggiarmi dall’appropriarmene, mi intestardii e con le mie sole forze lo portai con me! Penso che quel sasso sia ancora nel giardino dove abitai fino al 1987, in via Valentini a Pesaro. Forse quella conquista è alla base della mia voglia di cercare delle cose, del resto nessuno della mia famiglia è stato mai un collezionista! Domanda di Claudio Zidolani Come è nata la passione per il collezionismo? Ciao Claudio, in realtà la mia passione non ha mai avuto un inizio! ...Come dicevo con l’amica Barbara pochi giorni fa, quando ero ancora nel passeggino volli a tutti i costi portare a casa un enorme sasso, e ci riuscii! Ma ho notato una cosa: da ragazzo collezionavo francobolli, la qual cosa però non mi appassionò più di tanto. Invece quando trovai alcuni altri francobolli, identici a quelli che avevo già, ma con l’annullo postale “Pesaro”, li vidi in maniera differente. Potrei quindi cautamente affermare che il mio, più che un collezionismo è una gran voglia di sapere tutto dei miei luoghi natii! 42

Domanda n. 4, 27 aprile Fiuto o serendipità? Scommetto che oggi, dopo tanti anni di raccolta, gli oggetti arrivino a te, più che tu agli oggetti. Ma immaginiamo di essere in un mercatino lontano, dove non conosci né venditori né clienti. Come ‘riconosci’ qualcosa che può appassionarti? Cosa ti attrae fino a farti scoprire che quella foto, quel foglio di carta o quell’ oggetto entreranno presto nella collezione? (Un collezionista è un po’ rabdomante, o no?) Marco Gerunzi è decisamente rabdomanzia. Archivio Stroppa Nobili La serendipità mi accade sempre a casa, e credo che succeda un po’ a tutti :-). Beh diciamo che dopo tanti anni ora mi muovo molto meno perché i commercianti mi conoscono e quando hanno qualcosa di interessante mi telefonano e ci diamo appuntamento o a casa mia o a casa loro (o al mercatino dove prima di esporre l’oggetto me lo mostrano). In effetti mi sento anche un po’ rabdomante... ti cito un aneddoto: da anni studio la famiglia Montani, in particolare lo storico Carlo Emanuele, di cui perfino un noto studioso nel suo lavoro non conobbe l’esistenza di un ritratto. Un giorno entrai in libreria e un libro (in una parete di migliaia di libri) mi “chiamò”. Non era un libro di storia pesarese, quindi non l’avrei mai preso in mano, ma in quel momento presi quel libro e lo aprii a caso. Non ci potevo credere: nella pagina aperta vi era riprodotto un quadro raffigurante l’effigie di CARLO EMANUELE MONTANI! Buffo, eh? Alberto Nobili mi intrometto per confermare le incredili doti di rabdomante di Gabriele anche in altri campi: in archeologia ritrovamento di una necropoli romana, studio sul lucus Pisaurensis, ecc.; in paleontologia ritrovamenti di nuove specie di libellule e pesci che hanno coinvolto, con apposite missioni a Pesaro, anche gli esperti del National Museum of Natural History, Smithsonian Institution, Washington. Archivio Stroppa Nobili Specifico che la necropoli non l’ho scavata ma solo segnalata! Non vorrei passare per un “tombarolo”! :-) ...Comunque, a parte la “rabdomanzia”, quando si bighellona per i mercatini bisogna avere gli occhi sempre attenti, ma soprattutto avere molta calma, molta pazienza e non avere orari da rispettare! In quel momento sei a tu per tu col mercatino e in ogni bancarella devi perdere tutto il tempo che serve per non farti sfuggire niente! Non un minuto di meno, non un minuto di più! Un giorno mi soffermai promemoria_numeroquattro


con un amico qualche minuto di troppo e mi soffiarono da sotto il naso una bella fisarmonica anni ‘40 costruita a Pesaro che costava pochi euro. Ancora mi rode! Raramente però sono così metodico, mi piace girare per i mercatini più spensieratamente e parlare con i vari amici che immancabilmente incontro! Tanto i pezzi interessanti mi vengono incontro da soli! ;-) Domanda n. 5, 30 aprile La scelta. Sei al mercatino - o anche nel negozio del commerciante. Proprio un paio di giorni fa ha svuotato la soffitta di una delle più vecchie e note case pesaresi.

Davanti

a te c’è una montagna di tesori, ma

naturalmente non puoi comprare tutto.

Cosa prenCosa lasci a malincuore e cosa, invece, lasci senza rimpianti? Perché? (Naturalmente si tratta di oggetti, documenti, fotografie che non possiedi: i ‘doppi’ li hanno già venduti ai principianti). Mi è già capitato un paio di volte (e questi giorni mi sta capitando per la terza volta)! Mai farsi prendere dal panico, cosa che invece mi succede SEMPRE! Una volta mi sono quasi indebitato e ho preso TUTTO! Per fortuna però che erano solo alcuni scatoloni di materiale cartaceo, se fosse stata più roba non so proprio come avrei risolto la cosa perché era materiale che proveniva dall’archivio Montani e non potevo lasciarlo smembrare. Un’altra volta non potevo proprio prendere tutto, quindi ho controllato il “blocco” e ho valutato cosa ci poteva essere di interessante anche per altri collezionisti. In quel caso avevo degli amici che collezionavano chi documenti di Mombaroccio, chi di Candelara, chi di Mondaino, ecc.; li chiamai e facemmo una “cordata”, acquistando tutto in blocco e mettendo ciascuno una quota proporzionale alla quantità di materiale che ognuno voleva acquisire. Se il blocco mi interessa TUTTO chiamo sempre degli amici e ci dividiamo il “malloppo” in parti uguali o proporzionali. Il malincuore è relativo, perché so che quegli amici sono come me e non si distaccheranno mai da quegli oggetti, e ogni volta che vorremo vedere quella tale cosa, sarà sempre possibile. Per me è sì importante possedere una cosa, ma è altrettanto importante anche sapere che quella cosa esiste, anche se in casa d’altri. Un po’ come andare a frugare in biblioteca quando vuoi sapere qualcosa, no? Enrico Cecchi Quando devi fare una cordata, chiama me! Vedrai che si acchiappa tutto! Claudio Zidolani Entrare in una soffitta e già di?

un’emozione unica e come entrare in una macchina del tempo. Obbligato a scegliere mi orienterei più su materiale cartaceo come riviste, libri o documenti storici piuttosto che sull’oggettistica. Mi potrebbe incuriosire più un diario un quotidiano o una biografia con riflessioni su persone o fatti dell’epoca. Archivio > Enrico Ora che lo so quando mi capiterà nuovamente ti farò sapere. Archivio > Claudio In effetti non hai tutti i torti, anche per quanto riguarda lo spazio in casa. Recentemente mi è capitata una collezione d’arte di circa 80/90 opere, tutti artisti pesaresi di inizio/metà ‘900: sculture, quadri, disegni, maioliche... c’è da spenderci 150.000 pappozzi, non basta neanche la cordata! Qui devo lasciare tutto e con tanti rimpianti! Sob & sigh! :-((( In ogni caso, cara Memoteca, tu portami in una soffitta con una montagna di tesori che poi ci penso io! ;-))). Claudio Zidolani 150.000 euro sono veramente troppi... di interesse e valore locale io in casa ho cinque quadri di Naponelli e due Logli! Enrico Cecchi Artisti pesaresi si conoscono solo in loco, già se vieni a Rimini Naponelli e Logli non li conosce nessuno! Come quelli riminesi a Pesaro! per questo mi tengo lontano dall’arte locale e sono più per il cartaceo e le fotografie! Domanda n. 6, 2 maggio Altra domanda facile. Consigli a un giovane collezionista. Valgono TUTTI i consigli, specie quelli meno usuali e più bizzarri, purché inerenti alla materia! Enrico Cecchi Mai comperare oggetti in bronzo o pietra attesa la loro facile falsificabilità e relativo invecchiamento artificiale! Ester Arceci Io sono una collezionista delle piccole cose che diventano grandi nel momento in cui le guardo e le associo ad un mio ricordo... un esempio??? Conservo ancora un biglietto di invito delle famose feste della Scuola del Libro (1958). Vale certamente meno di niente, ma contiene tutto un mondo... è poco? E, a proposito... colleziono anche NOSTALGIA! Archivio Stroppa Nobili L’unico consiglio che mi sento di dare è quello di non prendere consigli da nessuno! Ovviamente quello che dice Enrico Cecchi è giustissimo, ma vale solo con le cose di valore. La collezione è una cosa strettamente personale (parlo di collezioni in generale)... c’è chi colleziona animali di peluches, tappi di bottiglia, sassi dalle forme strane, calamite, fumetti, videocassette, e tante altre cose impensabili.

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Non tutti capiscono una collezione. Da ragazzo ai mercatini, quando compravo una cartolina d’epoca alcuni mi prendevano per matto: “Ma cosa ci fai?” Però le stesse persone andavano in tabaccheria a comprare pacchetti di sigarette perché ne facevano raccolta. Ed io avrei potuto dire ugualmente “a cosa serve fare collezione di pacchetti di sigarette”? La collezione deve essere una cosa che ti crei delle emozioni, e non tutti provano emozioni con le stesse cose, per vari motivi, anche inconsci. A volte sbagliare un acquisto è una cosa che ti fa crescere, ti spinge a capire COSA hai sbagliato. Comprare un pezzo falso ti porta a capire COME si riconosce un pezzo falso da uno vero, tutto questo è un grande arricchimento personale e ti avvicina sempre più al mondo del professionismo. è anche vero che se l’acquisto porta un enorme dispendio bisogna cautelarsi, e qui il consiglio di chi ne sa più di te è fondamentale. Ma ogni situazione ha il suo consiglio su misura. Quindi, sinteticamente: se una cosa ti crea emozione acquistala, non avere paura di sbagliare ma NON TI FIDARE MAI DELLE LODI DEL VENDITORE! Giuseppe Frulli Io non sono un collezionista, quando gironzolo per i mercatini cerco tutte quelle cose che sono inerenti i miei interessi e i miei studi, cerco cose molto specifiche che normalmente non trovo, poi, all’improvviso può capitare questo o quell’oggetto interessante e valuto molto bene primieramente il costo e se l’investimento è valido per lo scopo che mi sono prefissato. Generalmente cerco immagini, scritti, libri di storia locale ed altro... se avete notato sono sempre armato della mia macchina fotografica digitale, è un buono strumento per carpire gratuitamente tutto quello al quale non arriva il mio budget di spesa. Ella Coccioni Io più che collezionare conservo, raccolgo un sacco di cose! Un consiglio che posso dare a un collezionista è ricordarsi che il valore di qualcosa non è il prezzo stimato ma quello che un oggetto significa per noi... quindi no all’ingordigia, pensiamo sempre a come eravamo quando abbiamo iniziato, e ai motivi per cui abbiamo scelto proprio quella collezione :) Valeria Poliseno Io da una vita colleziono di tutto... o meglio, non butto mai nulla... anche se la mia passione sono i gufi. Ma tornando alla domanda, quando posso compro sempre qualcosa che ha una storia e che “mi racconti” qualcosa, tipo una guida del Touring sulle Marche del 1922 comprata su una bancarella a Lucca... ma non sono selettiva, compro a istinto, e non potrei sicuramente consigliare un collezionista... Tele Gianna Noi collezioniamo campanelle di ogni tipo e da

tutto il mondo... ne abbiamo tantissime e ancora non intendiamo smettere (a volte ci vengono regalate anche da amici!) Concordo, le collezioni devono creare emozioni... soprattutto nel tenerle ordinate e pulirle e non fatica e noia come tanti altri oggetti presenti in una casa! Proporrei una visita all’Archivio Stroppa Nobili. Cosa ne pensi Archivio? P.S. per un periodo abbiamo collezionato cartellini particolari di abiti. Barbara Verni Io personalmente non colleziono nulla, a dire il vero accumulo, in particolare due cose: scarpe e nastri in tessuto delle confezioni regalo. Quello che mi sento di dire ad un giovane collezionista è di seguire la propria passione ...le passioni ci portano sempre emozioni forti ;) Franco Cucchi Mi inserisco anch’io nel discorso del collezionismo per dare il mio parere: io colleziono cose ed articoli che per tante persone sono cose inutili, esempio colleziono capsule di vini frizzanti e prosecchi e per capsule intendo il dischetto metallico che sta fra il tappo di sughero e la gabbietta metallica con l’indicazione della cantina di produzione, vecchi fumetti di personaggi legati al mondo delle corse automobilistiche, modellini di auto relativamente ad un modello specifico di auto.Tutto ciò che colleziono mi deve dare un’emozione personale al di fuori del valore venale che a mio avviso rovina il collezionismo inteso come passione personale. Claudio Zidolani Sinceramente non sono un collezionista però quando vedo qualcosa che mi attira la compero senza indugio, ecco forse il consiglio che posso dare è proprio questo ovvero agire in maniera rapida perché magari fare il giro delle bancarelle per riflettere può costarti il “pezzo”. Silvio Picozzi Io nel corso della mia vita ho collezionato di tutto e ho una cantina piena di oggetti vari. Ho cominciato con i francobolli, poi le medaglie militari, cavatappi in ottone, battocchi dei portoni, antichi calamai, vecchie chiavi, ceramiche pesaresi ecc. Io consiglierei di fare delle collezioni approfondite fino a diventare degli “esperti” in materia, specializzandosi con ricerche e studi sulle origini degli oggetti, la loro storia o i processi di produzione. Maria Grazia Tacchi Ho collezionato conchiglie fino ai 50 anni, me le portava, rare, mio zio Radio che faceva il guardiano di un faro nel mar Rosso. Le scambiavo con altri, fino a Bologna, poi le ho vendute prima di un trasloco, e ne ho tenute una decina, le preferite. promemoria_numeroquattro


Poi ho sempre collezionato oggettistica “gattesca”, ho fatto anche delle mostre a Ravenna, posseggo migliaia di gatti sotto tutte le forme, ora chiusi in scatole, ma in giro per casa ce ne sono parecchi. Diciamo che ora è finita la frenesia... dell’acquisto, ne ho di tutte le parti del mondo, il più raro viene da una capanna di indios del Mato Grosso. Le collezioni servono agli amici, che per anni mi hanno regalato gatti così andavano sul sicuro! Pensa che ho un migliaio di francobolli solo con gatti! Però la passione non mi ha mai ‘sovrastato’, non ho speso di più di quello che potevo permettermi, non è stata predominante nel tempo libero. A un giovane collezionista direi di ‘farsi scegliere’ e di essere originale! Domanda n. 7, proposta da Luisa Majone, 5 maggio Nel film Midnight in Paris di Woody Allen, il personaggio principale, Gil, scrive un romanzo il cui protagonista è il proprietario di un negozio-nostalgia, ossia un mercatino dell’antiquariato. Gil, americano, non solo ama gli oggetti del passato ma ritiene che l’epoca ideale in cui avrebbe voluto vivere è la Parigi artistica degli anni ‘20. Il suo desiderio è così forte che magicamente tutte le notti a mezzanotte viene a contatto con illustri artisti di quell’ epoca. La mia domanda è: Archivio Stroppa Nobili, coltivando la tua passione hai mai pensato che avresti voluto vivere in un’altra epoca? quale? e perché? Ci ho pensato innumerevoli volte. Praticamente, ogni volta che trovo un oggetto! Quando acquisto qualcosa, il mio primo pensiero non è per l’oggetto stesso. Penso alle tante storie cui può essere stato testimonio quell’oggetto. Esempio: tra gli oggetti di una delle foto che ho postato c’è una gomma. Chi l’ha usata? Cosa ha cancellato? Oppure il coltello per innesti: dove è stato usato? Le piante innestate saranno ancora vive? Naturalmente sono esempi all’estremo, ma rendono l’idea. Oppure anche guardando una foto, che blocca l’istante per sempre. Cosa sarà successo un minuto dopo? A volte la risposta si trova, molto spesso no. Quindi il fatto di tornare indietro nel tempo per vivere in quella tale epoca è un pensiero (un sogno) piuttosto ricorrente; però non per viverci per sempre, solo per dare una sbirciatina qua e là per poi tornare nella mia epoca, e poi magari ripartire per un’altra. Quale epoca preferisco? Tutte, ma ovviamente le più misteriose mi attirano molto, come l’antico Egitto, i Maya, mi piacerebbe osservare da una collina il complesso di Stonehenge o il Colosseo mentre vengono costruiti... Sembra che siano lì da sempre, ma non è così! Mi piacerebbe sentire la voce

di Rossini mentre scherza o vedere passare il Duca d’Urbino davanti alla Villa Miralfiore. Il collezionismo ti dà modo di fantasticare su tutte queste cose. Non tutti lo fanno, ma quando entrate in un palazzo storico o in una vecchia casa, non cercate di immaginare il silenzio o le voci di chi ci abitava? Non cercate di immaginare il rumore di sottofondo dei carretti per la strada, gli odori, buoni e cattivi?... Provate a farlo! Luisa Majone Grazie per l’esauriente risposta... Complimenti a Memoteca Pian del Bruscolo per l’iniziativa. In attesa della pubblicazione della rivista buon proseguimento a tutti... Anche Archivio Stroppa Nobili ha raccolto l’invito a suggerire una domanda: Un suggerimento ce l’ ho io! Nessuno (o quasi) si è mai chiesto chi si nasconde dietro all’Archivio Stroppa Nobili. Finale, 6 maggio L’intervista prevedeva sette domande: con la citazione di Midnight in Paris il cerchio si chiude. Quindi: chi sei, caro Archivio Stroppa Nobili? Come vuoi essere presentato sulle pagine di “Promemoria”? Hai un avatar? (Magari un bell’ illustre pesarese d’epoca?) Vuoi aggiungere qualcosa a quanto è stato detto/scritto/postato sin qui? Chi ti ha suggerito questa domanda??? :-) Chi sono? Sono un normalissimo operaio e lavoro in fabbrica. Mi chiamo Gabriele Stroppa Nobili e ho la veneranda età di 44 anni, 8 mesi e una manciata di giorni. Spesso la parola “Operaio” viene usata con una specie di disprezzo. Si tende ad associare il lavoro di operaio ad una persona di poca cultura, magari grezza e che non sa nemmanco interloquire in garbata maniera. Oltre ai giustamente celebrati Luminari della cultura, c’è un mondo nascosto di persone con una cultura molto vasta, a cui spesso piace rimanere nell’ombra. Questo profilo di Facebook ne è la conferma. Scorrete le varie foto e in molte troverete dei commenti molto interessanti.Tra loro ci sono anche altri operai, contadini, negozianti, commessi, che però sono persone vive e con interessi come me. La cultura e l’interesse per questo tipo di materie non viene dal tipo di mestiere che uno a volte è obbligato a fare, viene dalla passione e dalla voglia di conoscere. Claudio Zidolani Come si dice su Fb: Ti Quoto! Come voglio essere presentato su “Promemoria”? Non so, ti scrivo il mio curriculum da operaio e poi vedi tu. Da piccolo non giocavo con i

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soldatini ma con i dinosauri, ho imparato a leggere prima di andare a scuola. Ho studiato in conservatorio violino e viola (e pianoforte complementare), ho fatto un paio di anni di scuola d’arte (metalli ed oreficeria), e fino all’ultimo giorno di scuola non ho mai studiato nei libri di testo. Sapevo solo quello che riuscivo ad assimilare durante le lezioni. Anche a violino, ho superato l’esame di quinto senza avere studiato i pezzi. Invece di studiare mi piaceva andare a cercare i fossili con mio padre, con mio zio e con un mio amico soprannominato “Bolla”. I fossili, soprattutto, li studiavo; quando trovavo un pezzo volevo sapere quale fosse il suo nome scientifico. Un particolare tipo di pesce fossile ha attirato l’attenzione di uno scienziato americano, il quale venne a casa mia per studiarlo. Scoprì che il pesce era di una specie nuova e la battezzò Frigocanthus Stroppanobili, ed io lo donai al museo di storia naturale di Verona (dove ero molto amico del fu direttore Lorenzo Sorbini). Successivamente trovai anche una libellula nel giacimento di Monte Castellaro: nuova specie anche questa, e fu battezzata Italolestes Stroppai. La Libellula e tutti gli altri fossili li donai all’allora costituendo Museo Paleontologico di Fiorenzuola di Focara (dove sono amico della direttrice Nicoletta Bedosti). Contemporaneamente ho sempre raccolto materiale cartaceo da aggiungere a ciò che avevo già di famiglia. Ho avuto esperienze di illustratore, attore d’improvvisazione, fotografo, orefice, incisore di musica e copista per il Rossini Opera Festival.

Il mio avatar? Ovviamente il Conte Carlo Emanuele Montani (17471818), tra le mie carte c’è una parte del suo archivio. Ora sto lavorando per pubblicare le sue Memorie Istoriche Ecclesiastiche e civili della Città di Pesaro e suo Territorio”, in passato pubblicai Primo a Pisauro Lapide, studio controcorrente sul Lucus Pisaurensis, che alcuni hanno tentato di oscurare solo perché non in linea con le loro idee. Ho in cantiere un altro studio sempre sul Lucus, e un altro ancora sull’anfiteatro di Pesaro, non tutti sanno che anche noi pesaresi ne avevamo uno. Un piccolo Colosseo. Mi piace l’arte, e la musica. Ascolto principalmente Chopin, ma anche tutti gli altri musicisti. Mi piace il teatro, girare l’Italia, passeggiare in montagna e il vino rosso che fanno qui a Montegaudio, vicino a casa mia. Sono sposato, mia moglie è musicista, suona il pianoforte, il clavicembalo e l’organo. Di tanto in tanto organizza dei concerti nella chiesa di Farneto, chiesa che ha contribuito economicamente a restaurare. Non mi piace la politica, non mi piace il gossip, non mi piacciono i programmi tipo Grande fratello o L’isola dei famosi. Penso che non ci sia da aggiungere altro, che dici? Silvio Picozzi Gabriele, sei grande!! Claudio Zidolani Complimenti Gabriele! quindi per l’anfiteatro la zona dell’ex Bramante che sembra indicare il medaglione-Sforza non ti convince! Archivio > Claudio Tu costruiresti un anfiteatro sulla sabbia o sulla spiaggia? I romani non avrebbero neanche rischiato una cosa del genere! Se guardi il medaglione originale, quella struttura non assomiglia neanche lontanamente ad un anfiteatro! Luca Acacia Scarpetti Cosa c’è dietro Archivio Stroppa Nobili? Eleganza, sobrietà, tenacia, saggezza, modestia, laborosità, insomma uno che “se incontra il buddha per la strada, lo uccide!” perché ha il suo stile! Continua così!

Hanno partecipato Luisa Majone, Luca Acacia Scarpetti, Ester Arceci, Enrico Cecchi Ella Coccioni, Franco Cucchi, Giuseppe Frulli, Marco Gerunzi Momo Girfalco, Alberto Nobili, Silvio Picozzi,Valeria Poliseno Maria Grazia Tacchi, TeleGianna, Barbara Verni, Claudio Zidolani e, naturalmente, Gabriele Archivio Stroppa Nobili Tra il 21 aprile e il 5 maggio 2012 circa 1.500 persone hanno visualizzato i contenuti legati all’evento Facebook Intervista ad Archivio Stroppa Nobili; nel settembre 2012 alcuni dei partecipanti, tra i quali lo stesso Gabriele Stroppa Nobili, sono stati invitati a raccontare la loro esperienza di collezionisti e appassionati di storia locale nell’ambito dell’iniziativa La stanza dei ricordi, esposizione e conversazioni svoltesi a Pesaro nell’ambito del progetto Pesaromemolab, curato da Cristina Ortolani.

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Ogni cosa è illuminata. 2

Maria Milena Lombardi Curina dalla scatola dei ricordi all’iPad

“Promemoria” e i suoi archivi Le persone | 2

Arguta testimone del suo tempo, cominciato nel 1915, Maria Milena Lombardi Curina raccoglie da sempre la memoria della sua famiglia . Tra cimeli militari e un’occhiata all’i Pad parlare con lei è come passeggiare nella storia conversazione di

Maria Milena Lombardi Curina in due fotografie scattate nel dicembre 2012 dalla figlia Anna Maria.

Cristina Ortolani

La ricerca di Jonathan/Jonfen in Ogni cosa è illuminata si compie nella piccola casa tra i girasoli dove vive Lista, diafana custode della memoria di Trachimbrod, lo shtetl raso al suolo dai nazisti. Non siamo in Ucraina (la signora vive a Pesaro), ma le scatole nelle quali Maria Milena Lombardi conserva i ricordi di almeno quattro generazioni di famigliari sono incredibilmente simili a quelle immaginate nel film: un centinaio di contenitori vintage che, tra cassette di liquori, scatole da biancheria e latte di salatini da cocktail anni Sessanta si presentano come una collezione nella collezione. L’età le ha un po’ appannato la vista e l’udito - è nata nel 1915 ma non lo sguardo, vivace e attentissimo sia che si sfogli la carta di riviste di moda ottocentesche, sia che le si mostrino gli ultimi numeri di “Promemoria” sullo schermo nitido dell’iPad. Io e mia sorella Anna Maria glielo abbiamo regalato per lo scorso Natale, e adesso ogni volta che passiamo a trovarla ci presenta la sua “wishlist”, commenta Lucia Curina, figlia di Maria Milena e di Fernando, recentemente scomparso. Mamma prepara un elenco di film e canzoni da cercare, noi provvediamo a soddisfare le sue richieste, poi guardiamo e ascoltiamo insieme. Maria Milena, che ha sempre amato cantare, accenna una melodia, puntualmente recuperata da Lucia in un angolo del web. Tango dell’amore e Malafemmena sono due tra le canzoni più ascoltate, tra gli autori cinematografici preferiti spicca Chaplin: Il monello, Il grande dittatore.

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Maria Milena insieme con la figlia Lucia Curina durante la nostra conversazione; in basso: un’agenda del 1905, una fotografia scattata dalla stessa Maria Milena a Frontone-Castello negli anni 1948-’50 e, in primo piano, due scatti dei primi anni del ‘900 nei quali è ritratta la famiglia della nonna paterna di Maria Milena, Edvige (nella fotografia a destra è la terza da destra, seduta). Sullo sfondo: una raccolta di biglietti di felicitazioni dei primi del ‘900 (raccolta Maria Milena Lombardi Curina, Pesaro)

Per controllare quando mi viene in mente qualcosa, poi mi piace rivederle, specie quelle più antiche. Con l’aria di chi si trova a ripetere una verità piuttosto ovvia Maria Milena risponde così alla domanda ma perché, per chi ha raccolto tutte queste cose? precisando le tengo da conto, e ogni tanto rimetto tutto a posto. Anche se, aggiunge realisticamente, ogni volta che metto a posto si fa ‘la rivoluzione’. Mi piace, da conto, a posto/rivoluzione. D’un tratto appare ridondante, quasi superfluo il tentativo di razionalizzare e disciplinare la sedimentazione di lettere, diari, fotografie, temi sui loro fogli a righe, cappelli militari e spalli-

ne luccicanti d’ottone e canutiglia e mille altre carte e oggetti, inclusi i biglietti di felicitazioni di nozze conservati dalla zia che non si sposò mai. In fondo, da Pollicino a Schindler’s list (a Sherlock Holmes) perdersi dietro le tracce non significa forse il tentativo di ritrovare qualcosa di sé, prima ancora che di altri? Ecco perché tra i punti di vista offerti su questo numero di “Promemoria” i “collezionisti”, e tra loro anche Jonfen, con la sua parete ricoperta di bustine di cellophane, occupano lo spazio centrale. Ecco perché siamo particolarmente affezionati allo sguardo di chi, mese più, mese meno, ha posato gli occhi su cent’anni di storia.

In quel momento, con uno stupore che non ho mai potuto ridurre,

mi dissi “sto vedendo gli occhi

che hanno visto l’ Imperatore”.

Roland Barthes, 1980

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Maria Milena Lombardi, maestra elementare Naturalmente, in Qui sperimenta insieme con i suoi scolari la coltura classe, volevo che i del baco da seta: il Ministero promuoveva l’allevamento miei alunni portasdei bachi, racconta, abbiamo fatto richiesta del seme [il sero le scarpe… seme bachi, ossia le uova dalle quali nascono le larve], Arrivavano a scuoe abbiamo cominciato questa ‘avventura’. Allevare i bachi la con le scarpe in richiede molta pazienza, e molto lavoro: dopo averli nutriti mano, e appena con le foglie del gelso, quando cominciano a fare il bozzolo entrati le indossavano. Poi, all’uscita, se le toglievano di occorre preparare ‘il bosco’, ricreandolo con i rami, e bisonuovo e tornavano a casa a piedi nudi. Saggiamente pagna fare attenzione a che i bachi non si ammalino, perché cata come solo può esserlo chi ha attraversato due sono molto delicati. Tutto il paese fu coinvolto, prosegue guerre, Maria Milena Lombardi ricorda fatti e perMaria Milena, a Frontone abitavo in un appartamento sone di una vita trascorsa tra i banchi, e parlare con che il Comune metteva a disposizione dell’insegnante, lei significa davvero passeggiare nel tempo, attravere ogni mattina era tutto un andirivieni di mamme che mi sando i profondi mutamenti di quasi cinquant’anni di portavano le foglie o i rami. Per il paese fu importante scuola italiana. anche perché l’allevamento dei bachi rappresentava una Nata a Pergola, Maria Milena trascorre l’infanzia in piccola occasione di guadagno: alla fine, con il ricavato deldiverse città d’Italia (Roma, Lecce, Ancona, Trieste, la vendita dei bozzoli alla Filanda Ferroni di Pergola, abFirenze), insieme con la famiglia al seguito del padre, biamo comprato materiale per la scuola. Da aggiungere colonnello del Regio Esercito Italiano. Inizia la sua che alcune delle stesse alunne di Maria Milena hanno carriera a Trieste nel 1936, dapprima come insegnanin seguito trovato lavoro presso le filande pergolesi e te di ginnastica, per poi trasferirsi a Firenze, dove dal dei dintorni. 1938 al 1941 lavora presso l’Istituto “Umberto I” per L’ album che documenta gli anni di insegnamento di fanciulli tardivi e nervosi. L’esperienza maturata a FiMaria Milena contiene molte immagini di questo perenze consentirà più avanti a Maria Milena di gestire riodo, ma, come ci fa notare Lucia, mia madre spesso con sensibilità e competenza l’inserimento in classe non compare, perché era lei a scattare le fotografie! di bambini con handicap. Prima di insegnare ho freDal 1951-’52 Maria Milena si trasferisce a Villagrande quentato un corso di un anno, tenuto da alcuni specialisti di Mombaroccio: è di questi anni l’esperienza della pluche ci istruivano su come trattare con questi bambini. La riclasse, che riuniva bambini di differenti età, per ragmia tesina finale era dedicata a Tommasicchio, un bimbo giungere un numero minimo di alunni che consentisse pugliese che ricordo ancora con molto affetto. anche ai paesi più piccoli di poter avere una scuola. Dopo la guerra Maria Milena torna nella nostra proMa a quanti bambini ha insegnato?, chiediamo a Maria vincia: nel 1945 le viene assegnata la scuola di MonteMilena. Ah, impossibile contarli, risponde, ripercorrenvecchietto, località del Comune di Serra Sant’Abbondo in un lampo i suoi quasi cinquant’anni di scuola: ho dio; una piccola scuola di campagna dove, accanto avuto classi piccolissime ma anche molto numerose, speall’abbiccì (e all’uso appropriato cialmente da quando ho cominciato a insegnare a Pesaro. delle scarpe), insegna ai bambini Quel che è certo, però, è l’affetto che Maria Milena la quotidiana cura di sé: chiedevo di Lombardi ha dato ai ‘suoi’ bambini, e che ha ricevuto lavarsi i denti, e so che le madri diin cambio. Sì, le mamme mi volevano bene, conclude cevano ai figli “ma quant’è esigente, schiva, e accanto alle sue parole valgono a testimoquesta maestra!”. niarlo ancora una volta gli sguardi che si leggono nelle Tra il 1948 e il 1950 immagini, dagli occhi in bianco e nero dei “fanciulMaria Milena passa li tardivi” di Firenze a quelli allegri e birichini delle alla scuola di Fronpolaroid anni Settanta, incorniciati dai grandi fiocchi tone Castello, paeazzurri o rosa. Occhi riconoscenti per il suo esemsino arroccato su pio, perché, come recita un antico adagio, Chi ascolta un colle nei pressi dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara. del Monte Catria. (Da Regine, il lavoro delle donne nel ‘900, Pesaro 2010) Maria Milena Lombardi nella scuola di Villagrande di Mombaroccio (1951-’52) e a Firenze, all’Istituto “Umberto I” per fanciulli tardivi e nervosi (1938-’41); in alto, Maria Milena con la sua classe a Villagrande di Mombaroccio. La bimba in prima fila, a destra, è la figlia Lucia (raccolta Maria Milena Lombardi Curina, Pesaro).

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Storie di Palazzo. 4

Monteciccardo, 1903. La nuova residenza comunale

storie di palazzo

Nel 1903 si inaugura a Monteciccardo la nuova “residenza comunale”. Distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sorgeva al posto dell’attuale Municipio di

Cristina Ortolani

Sul finire del XIX secolo si comincia a Monteciccardo la costruzione del Palazzo comunale, disegnato dal perito Luigi Marcolini di Sant’Angelo in Lizzola (spesa prevista: 9.500 lire). Ritenuto che il presente fabbricato trovasi ristretto e in cattive condizioni; vista la mancanza di un locale conveniente e adatto per l’Archivio Comunale, mentre al presente si serve di un piccolo ambiente disadatto, di proprietà della locale Congregazione di Carità, che da un momento all’altro potrebbe essere ripreso dalla predetta Congregazione pe’ i suoi bisogni. Ritenuto che col nuovo edificio si provvederebbe anche ad un conveniente ambiente per l’ufficio di Conciliazione e per lo Stato Civile dei quali si è privi, il 6 novembre 1898 il Consiglio comunale approva il progetto all’unanimità1. Qualche mese dopo la decisione è confermata, considerata anche la necessità di occupare queste classi lavoratrici che trovansi assolutamente prive di lavoro2. La costruzione del Palazzo comunale si inserisce in un più ampio quadro di lavori che tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento modificano profondamente l’aspetto del paese di Monteciccardo. è appena stata aperta la via che unisce il castello alla strada per Mombaroccio (l’attuale via G. Marconi), alla quale si lavora almeno dal 18783, ed è datato 1889 il progetto della nuova casa parrocchiale, redatto dallo stesso Luigi Marcolini. Ancora Marcolini, infine, nel 1904 è incaricato dall’amministrazione di progettare l’ampliamento del cimitero di Monteciccardo, da qualche anno trasferito presso il Conventino. Il progetto è del 1905, e a lavori conclusi la spesa sarà di 608,24 lire4. 50


Non senza polemiche (nel giugno 1902 la stampa dà notizia di un ricorso riguardante la costruzione della nuova residenza municipale, tanto per ciò che concerne le varianti notevoli al progetto come per la sorveglianza)5, i lavori si protrarranno fino al 1903, anno in cui il nuovo Municipio sarà finalmente collaudato, e arredato con sobrio decoro. Il 21 marzo 1903 l’appaltatore Guglielmo Giunta prepara una Nota per la spesa per l’arredamento della nuova residenza comunale, che ammonta a 365 lire trattabili. Pel pagamento potrà aspettarsi sino all’anno venturo, concede Giunta. L’arredo prevede per la Sala Consigliare: Banco della Giunta, Tavolini per i Consiglieri, Tavolino pel Segretario, Balaustra, Pradella (totale: 250 lire); per l’Ufficio del Sindaco: Scaffale, Tavolino, Pradella (35 lire); per la Segreteria: Scrivania, Pradella (50 lire), oltre all’Accomodatura e verniciatura degli scaffali per tutti gli uffici (30 lire)6. Alcuni di questi arredi sopravvivono tuttora all’interno degli uffici comunali, come il banco della Giunta, conservato nel seminterrato del palazzo. Solo dopo l’inaugurazione del nuovo Municipio si provvederà tuttavia a illuminare adeguatamente l’unica via del castello, l’attuale via Roma. Nel 1903, l’estendersi alcun poco, con i nuovi fabbricati, di questo Castello, e il trasferimento della residenza municipale, rendono necessario collocare un fanale al bivio, e precisamente dinanzi alla residenza stessa, e sopprimere il lampione che trovasi sotto dell’arco, e che è inutile dopo lo spostamento dell’altro fanale ora situato all’angolo della casa delle Confraternite7. Dopo molto discutere e deliberare, la spesa per il fanale sarà approvata dal Consiglio Comunale nel 1904; dieci anni dopo, nel 1914, arriverà in paese la luce elettrica8. Foto di gruppo davanti al Comune, in occasione del Raduno dei Combattenti del 1934 (Archivio Parrocchia di San Sebastiano, Monteciccardo). Sopra: Nota per la spesa approssimativa per l’arredamento della nuova residenza comunale, 1903, dettaglio (Archivio storico Comune di Monteciccardo) e cartolina postale inviata dal sindaco di Monteciccardo al sindaco di Mombaroccio nel 1913 (Archivio Stroppa Nobili, Ginestreto - Pesaro). Nella pagina precedente: il Palazzo Comunale di Monteciccardo appena costruito, in una cartolina datata 1903. Sulla parte inferiore della cartolina è stata incollata una fotografia della Cappella dei Caduti, inaugurata nel 1927 (Archivio Diocesano di Pesaro, Fondo Gabucci).

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Come risulta dal Decreto del Presidente della Repubblica Italiana datato 25 ottobre 1985, lo stemma di Monteciccardo reca la seguente blasonatura: di rosso, al cardo d’oro, munito di quattro foglie, due e due, quelle superiori poste in banda e in sbarra, quelle inferiori poste in fascia, nodrito sul monte all’italiana di tre colli, d’argento, fondato in punta, esso cardo accompagnato dalle lettere maiuscole M e S, d’argento, poste a destra e a sinistra del fiore (Archivio Comunale di Monteciccardo, fascicolo Stemma, ufficio del Sindaco).

Monteciccardo, il toponimo Nella bibliografia riguardante Monteciccardo, ampio spazio è occupato dalla discussione intorno al toponimo, sul quale gli studiosi continuano tuttora a interrogarsi. Oreste Tarquinio Locchi, ne La provincia di Pesaro e Urbino (1934)9, riporta l’informazione trasmessagli da Giovanni Gabucci, secondo il quale l’origine del nome sarebbe da ricondurre al cardo fiorito sul più alto dei tre monti, riprodotto in un vecchio quadro della Chiesa della [Confraternita della] Misericordia10. Gabucci ricavò l’ipotesi da Antonio Ridolfi, uomo di lettere e priore del Conventino di Monteciccardo nel 1651, il quale, dice don Tommaso Briganti nelle sue Memorie di Monte Cicardo11, pretese erroneamente che il paese si chiamasse MONTE TRICARDO dai tre monti e dai tre cardi che formano l’arma della Comunità. Don Tommaso non tralascia di segnalare (e scartare) anche una possibile connessione del nome del paese con il greco sykon (fico), sostenuta da Francesco Fabbri, parroco di Monteciccardo tra il 1626 e il 1635, che nella sua Storia di Pesaro fa derivare il toponimo dal seccarsi ivi de’ fichi. In effetti, sebbene i fichi del contado di Pesaro siano citati spesso nella storia di questi luoghi (tra i doni richiesti da Francesco Maria II Della Rovere a Giulio Cesare Mamiani, conte di Sant’Angelo in Lizzola, figurava anche un mazzo di fichi, mentre Locchi riferisce dei rinomatissimi fichi di Ginestreto)12, l’ipotesi non appare convincente: come nota Italo Mariotti13, sembra che tutto sia nato da una speculazione pseudoetimologica, da una commistione

cioè di sykon, siccare e Siccardus o Sicardus, nome di un presunto re di Sicilia che si sarebbe rifugiato su questi colli, chiamato in causa da Ludovico Zacconi nel suo Centone di storia della città di Pesaro. A proposito di nomi e di fichi, Mariotti ricorda comunque che Annibal Caro, nel Commento di ser Agresto (1539), insegna - nel suo tono burlescamente accademico - che “molti uomini e molti luoghi hanno avuto da’ Fichi nome immortale” e, a proposito di luoghi, che “in Toscana Fighine [Figline], Monte Ficale; nel pesarese Monte Sicardo; nella Marca Castel Figardo [Castelfidardo]”. La congettura ragionevole - conclude Briganti - è che un qualche signore potente chiamato Sicardo nelle nostre vicinanze, o lo fabbricasse, o in que’ tempi, ne’ quali i Castelli si ribellavano dalle Città, lo fortificasse, e ne divenisse Padrone. “Congettura” condivisa dallo studio di Italo Mariotti, che elenca numerosi toponimi settimanici (cioè provenienti da un nome di persona di origine germanica) come, per restare in zona, Mombaroccio, Monteguiduccio o Colbordolo, in cui a Monte o Colle segue un nome di persona di origine germanica. [...] Sicardo, aggiunge Mariotti, è un nome germanico, derivato dal tedesco sigu/sigi ‘vittoria’ e hart ‘duro, forte’... Sicardo era per esempio un vescovo di Cremona del XII-XIII secolo. Largamente testimoniati sono poi cognomi come Sicardo e Siccardo, Sicardi e Siccardi: in provincia di Pesaro e Urbino è da ricordare la famiglia guelfa dei Siccardi, le cui vicende sono legate al castello di Naro, nei pressi di Cagli.

Fonti e tracce Archivio Comunale di Monteciccardo (d’ora in poi ACM), Registro delle delibere consigliari 1895-1936, 6 novembre 1898. L’ Archivio Comunale di Monteciccardo è in corso di riordino; le indicazioni date in queste note si riferiscono al 2009. 2 Id., 16 aprile 1899. 3 ACM, busta 1878, cat. 7-10, fasc. 1878, Strada “Fontanelle”. 4 ACM, Indice delle delibere consigliari 1899-1935, 31 agosto 1904. 5 “La Provincia”, 27 giugno 1902. 6 ACM, busta 1904, Nota per la spesa approssimativa per l’arredamento della nuova residenza comunale, 21 marzo 1903. 7 ACM, Registro delle delibere consigliari 1895-1936, 27 dicem-

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bre 1903. 8 Id., 10 aprile 1904 e Indice delle delibere consigliari 1899-1935. 9 Oreste Tarquinio Locchi, La provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1934, p. 697. 10 Archivio Storico Diocesano, Pesaro, fondo Giovanni Gabucci, busta Monteciccardo, fascicolo Monteciccardo. 11 Tommaso Briganti, Memorie di Monte Cicardo, Pesaro, 1784. 12 Locchi, cit., p. 247. 13 Italo Mariotti, Appunti su Monteciccardo, in “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche”, n. 92 (1987), pp. 411 - 427. promemoria_numeroquattro


Francesco Paciotti conte di Montefabbri luoghi della memoria | 1

Nel 1578 il duca di Urbino Francesco Maria II Francesco Paciotti conte di Montefabbri. L’architetto urbinate era già da tempo

nomina

noto in tutta europa per ii suoi progetti di cittadelle e fortificazioni di

Nadia R agni architetto

Per molto tempo Francesco Paciotti (Urbino 1521-1591) continuò ad esercitare la professione di architetto lavorando per più stati contemporaneamente, pur desiderando, sin dalla fine del 1566, di ritornare stabilmente ad Urbino: il suo terzo figlio, Francesco Maria, nasce a Torino ma viene battezzato ad Urbino, ed ha per padrino Guidobaldo II della Rovere. Il 23 settembre del 1568 il primo tassello del progetto di rientro si concretizzava con l’acquisto per 16.400 scudi, da Giovan Francesco Passionei, della casa in cui avrebbe voluto abitare: il palazzo Passionei-Paciotti ad Urbino, opera di Francesco di Giorgio Martini, oggi sede della Fondazione e Biblioteca Carlo Bo1. Desiderava tornare ad Urbino forse più per il ricordo che aveva portato con sé, come lui stesso affermerà più tardi (era preferibile per servirsi di lui, averlo vivo ad Urbino che morto da qualche altra parte), che non

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Lo stemma dei Paciotti, conti di Montefabbri. Da sinistra, due immagini dello stemma presenti nella chiesa di San Gaudenzio a Montefabbri e un particolare della porta d’ingresso al castello. Nella pagina precedente: il progetto di Nadia Ragni per il restauro della porta di Montefabbri, e la porta vista dall’interno del paese (foto Sandro Tontardini).

per reali opportunità esistenti nel ducato in seguito al suo temporaneo ritorno. Quando, il 25 novembre del 1570, gli venne conferito l’incarico di dirigere i festeggiamenti per il matrimonio di Francesco Maria II Della Rovere con Lucrezia D’Este di Ferrara, egli, abituato com’era ad una attività progettuale frenetica, di tutt’altro spessore (ad Anversa, durante i sopralluoghi alla cittadella usciva dalla città con 30 archibugieri per opportuna difesa), si sentì sottostimato e giunse a chiedere al duca di toglierlo da quella maniera, poiché era architetto e non maestro delle cerimonie. L’offesa del Paciotti doveva essere stata non di poco conto: fece presente che, qualora non si fosse tenuta in considerazione la sua richiesta, egli si sarebbe presto speso per altra moneta. Infatti, il 19 agosto del 1571 Paciotti era già alla fortezza di Ancona, dove chiedeva piena libertà di movimento nello Stato Pontificio e fuori, secondo le proprie personali necessità. Nel luglio del 1572 Paciotti compera un secondo tassello del suo progetto familiare, il podere di Santa Maria Maddalena a Colbordolo, per 2.200 scudi (lo rivenderà poi nel 1584 per 2.300 scudi), ma sul finire della stesso anno ad Ancona perdeva un altro figlio e la moglie Antonia Roccamora di Nizza, la sua cara Cavaliera (che aveva ventisette anni). Rimasto solo, malato, con i quattro figli da crescere (Carlo, Francesco Maria, Guidobaldo e Federico), Francesco prega il duca di farlo tornare a vivere ad Urbino, perché preferisce di certo viver povero che morir ricco. I suoi bambini sono malati, lui anche ed i medici gli consigliano di cambiare aria. Non solo, teme che ogni medico o sacerdote che vede passare per la città sia diretto a casa sua. Anche la fabbrica della fortezza di Ancona, per la quale aveva già fatto il modellino in legno durante il 1571, ancora oggi conservato ed esposto presso la soprintendenza archeologica di Ancona, prosegue a rilento e l’architetto deve pagare di propria tasca l’opera ed anche anticipare i soldi per l’alloggio. Le lettere di Paciotti da Ancona al duca di Urbino e le preghiere di poter tornare si protrarranno sino ad aprile del 1573, mo54

mento in cui è costretto a fare un sopralluogo alla fortezza di Fano del Sangallo. Nel 1576, Paciotti acquistava, ancora dagli eredi di Domenico Passionei, il podere di Montefabbri di sopra per 5.280 scudi; insieme alla vigna sotto il podere di Sant’Antonio, il forno sotto l’orto, due casette, la bottega e la casa delle beccherie (sorta di macellaio di oggi, casa dove si conservavano le carni). Il 5 maggio del 1578 il nuovo duca di Urbino Francesco Maria II, in seguito a molte cerimonie tenutesi nel palazzo ducale, in Palatio ducalis juxta Plateam magnam, nomina Francesco Paciotti Conte di Montefabbri, in cambio di sex millium scutorum currentium, 6.000 scudi. Bonaventura Rosa, fattore e tuttofare, uomo di fiducia, viene inviato da Paciotti a prendere possesso del castello il giorno successivo in vece sua, dovendosi recare a Roma dal pontefice Gregorio XIII, che l’ha mandato a prendere con la lettiga. Paciotti proveniva da una famiglia appartenente alla cerchia del duca, che godeva di notevoli privilegi concessi dai signori ai loro sostenitori. La madre, Faustina Della Rovere, era figlia di Leonardo Della Rovere (signore di Senigallia nonché fratello naturale di Francesco Maria I), il padre Giacomo fu ambasciatore a Roma del duca di Urbino durante il pontificato di Adriano VI (1523) ed in seguito tesoriere di Guidobaldo II. Guidobaldo concesse alla famiglia dei Paciotti l’esenzione dalle tasse, e la notabile posizione sociale di Giacomo consentì di educare convenientemente i numerosi figli maschi: Cesare dottore in legge e teologo; Marcantonio, capitano di guerra attivo soprattutto in Francia; Felice, letterato, scienziato, ricercatore (studiò a Padova con un assegno di mantenimento passatogli da Francesco, e lavorò oltre che ad Urbino in Savoia, ovè fondò la scuola di Mondovì, e presso i Farnese); Francesco ed Orazio, entrambi architetti militari, che seppur con diverse mansioni, collaborarono con il padre per molti anni. Naturale è che, in quegli anni, avere la possibilità di studiare alla scuola dei francescani conventuali, e formarsi al seguito dei Della Rovere di Urbino e di Girolamo Genga, imparare il greco ed il latino, stupromemoria_numeroquattro


diare gli autori antichi (Vitruvio in particolar modo), e soprattutto sperimentare le tecniche geometriche, attraverso le grandi innovazioni introdotte durante il Cinquecento, permise ai Paciotti di poter letteralmente esportare da Urbino un sapere che faceva la forza di questo piccolo stato. Figura centrale dell’arte militare nel XVI secolo, Francesco Paciotto è stato dimenticato presto dai suoi stessi estimatori, né successivamente ha goduto di particolare fortuna. Francesco Paciotti giungerà alla definizione di un modello di costruzione fortificata con quei fondamenti che spesso erano stati propri ed esclusivi delle fabbriche civili: giustezza, ugualità, bellezza e proporzione. Paciotti aveva scritto anche un diario2, fonte biografica primaria. Il suo diario e le sue lettere sono interessanti e ricchi di utili notizie sulle esigenze del tempo e sulle condizioni dei luoghi dove si è svolta la sua attività. Terminati gli studi classici ad Urbino e presente anche a Pesaro, Francesco Paciotti vive e partecipa a Roma, come aiutante di Jacopo Meleghino, collaboratore di Michelangelo Buonarroti nella direzione dei lavori ai Palazzi Apostolici. Lavora anche per Annibal Caro e per Claudio Tolomei, rileva e disegna i monumenti della Roma Imperiale pagana con i nuovi metodi di rilievo (Terme di Caracalla e Palazzo del Sole e la cartografia della città di Roma), per aggiungere una importante collaborazione alla Accademia Vitruviana, che aveva un grande progetto incentrato sul De Architectura di Vitruvio da tradurre dal latino al volgare, e spiegare con riscontri ancora abbondanti nella realtà di Roma, attraverso il rilievo dei monumenti della città antica e numerose illustrazioni che li rappresentavano. Paciotti stesso aveva iniziato un suo personale trattato, ritrovato solo in parte, che avrebbe dovuto argomentare dei cinque generi dell’Architettura, il Dorico, lo Ionico, il Corinthio, il Composto e il Toscano, allegandovi per maggior chiarezza molti passi di Vitruvio che per lo addietro non erano stati né intesi né dimostrati. La sua fortuna di architetto inizia al seguito di Ottavio Farnese a Parma e Piacenza e della principessa Margherita d’Austria, presentato come giovane della

razza di Raffello d’Urbino, buon matematico, modesto ed amabile. Tra il 1551 e gli anni successivi, si destreggia tra gli incarichi di precettore del principe Alessandro, maestro di strade e sopra la politica della città, progettista di alcuni palazzi dei Farnese (palazzo di Caprarola e Piacenza, più tardi anche l’impianto della Pilotta a Parma), ministro incaricato di munire e difendere le città durante le guerre (Mirandola, Parma, Borgo San Donnino, Montecchio, Correggio, Guastalla, Scandiano). Il grande salto di qualità avviene per Francesco Paciotti durante le guerre di Fiandra, e gli incontri che gli consentiranno di giungere all’apice della sua carriera, con Emanuele Filiberto e Filippo II di Spagna. I due lo trattengono in Zelanda prima, poi a visitare le fortezze dei Savoia, e di nuovo in Spagna per la costruzione del Palazzo dell’Escorial (1562) e la chiesa di San Lorenzo, e dei luoghi fortificati delle diverse città controllati dalla Spagna e non (Milano, Genova, Lucca, Nizza, Napoli, Ancona, Perugia, Livorno, Civitavecchia). Da Nizza il 26 marzo 1560 Paciotti informa con una lettera il duca Guidobaldo II Della Rovere che rimarrà fuori dal ducato d’Urbino e non sa per quanto tempo ancora e da che può vedere la cosa girà ancora in lungo un pezzo, e non solo: chiede anche al duca di Urbino di mandargli la pianta del palazzo ducale di Urbino da poter mostrare a Filippo II per esempio di questa meravigliosa fabrica, e per cercare di esportare i caratteri dell’architettura urbinate all’estero, che basta solo la pianta del piano del cortile. Il progetto per la costruzione della cittadella pentagonale di Torino (e non solo, perché il duca Emanuele Filiberto dal giardino poi se ne va in casa d’un architetto, chiamato il Paciotto, dove sono altri artefici, i quali lavorano tutti per suo conto; e in colle proprie mani stilla acque ed ogli, disegna, fa modelli di fortezze e d’altri in strumenti di guerra. Si diletta d’alchimia...) e tutto il circuito di luoghi fortificati posti intorno a Torino stessa (Savigliano, Cuneo, Montmelian, Vercelli, Buorg en Bresse, Rumilly...), e poi la costruzione della cittadella pentagonale di Anversa nel 1567 modificarono sensibilmente la condizione economica di Paciotti.

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Plastico del Pozzo Grande della Cittadella di Torino, detto anche “Cisternone”, progettato da Francesco Paciotti e realizzato tra il 1565 e il 1607 per assicurare alla Cittadella una fonte d’acqua autonoma (www.museotorino.it, 12 marzo 2013, 19.15). Nella pagina precedente, da sinistra: Montefabbri in un disegno tratto da un documento della prima metà del Seicento conservato presso l’Archivio di Stato di Pesaro (da L. Moretti, Montefabbri, 1999); la porta di Montefabbri e il palazzo dei conti Paciotti, all’interno delle mura, in due acquerelli di Romolo Liverani datati 1851 (da L’Isauro e la Foglia, Pesaro 1986).

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L’architetto, convocato da Filippo II, lascia il Piemonte, e il 15 agosto giunge ad Anversa, ove erano in corso gravi disordini tra cui la rivolta detta dei gueux (movimenti politici antispagnoli). Paciotti vinse il concorso per la costruzione della cittadella di Anversa, ubicata a cento piedi dal fiume Schelda, a controllo della città, anche in questo caso con un baluardo a sé dedicato, denominato baluardo del Paciotto. Ad Anversa però non rimase a dirigere i lavori a lungo, e anche per motivi di salute rientrò presto. Bartolomeo Campi di Pesaro venne nominato in seguito e poi dopo la sua morte, l’allievo di Paciotti, Bernardino Facciotto. La particolarità del modello di cittadella messo a punto dall’architetto di Urbino in situazioni di pianura, oltre che essere ben collocata, sia che venisse considerata per se stessa che per la funzione che doveva esercitare sulla città e sulla campagna, non poteva essere meglio orientata perché comandava la città con due baluardi, il fiume Schelda con altri due, ed alla campagna con tre, cio che ha l’effetto di sette baluardi e tuttavia non ne ha che cinque e tutte le sue parti sono

ben armonizzate. E infatti tutte le parti avevano dei rapporti che Paciotti aveva perfezionato: le cittadelle di Paciotti hanno un fianco consistente che misura circa 1/3 della lunghezza della faccia del baluardo; la cittadella è inscritta in una circonferenza, e la distanza tra una punta del baluardo e l’altra è di 550 piedi; 80 piedi il merlone, 125 piedi da dove parte il fianco, 18 piedi lo spessore del rientro nella spalla, che si fa 40 piedi dentro, 6 piedi la cortina, che fino a sei fortezze ho guidate in una volta lontane sette et ottocento miglia l’una dall’ altra, et con l’aiuto di Dio tutte l’ho condotte felicemente a buon fine. Paciotti cercava dove possibile di applicare questo tipo, innovativo per chi volesse fortificare un luogo che doveva molto considerare la spesa che vi può andare, per non dover poi essere costretti a lasciare la cittadella aperta, in abbandono, in potere delle forze dei nemici. Paciotti ebbe poi una vita lunga e ricca di incarichi e regali fino alla fine dei suoi giorni e morì nel suo letto nella camera del palazzo che guarda la chiesa di San Bernardino all’età di settant’anni3.

Fonti e tracce 1 Archivio di Stato di Urbino, Notaio Gabriele Beni,cc.144-145: con il palazzo acquista anche due poderi con due casette poste nel castello di Montefabbri. 2 Francesco Paciotti, Biblioteca Universitaria Urbinate, Fondo del Comune, busta 165, ff.156-200, pubblicato da F. Madiai, Il giornale di Francesco Paciotti da Urbino, in “Archivio Storico per le Marche e per l’Umbria”, vol.III, 9-10, Fo-

ligno,1886, pp.48-79; N. Ragni, Francesco Paciotti architetto urbinate (1521-1591), Urbino 2001. 3 N. Ragni, cit.; Marino Viganò, “Castella Marchiae”, Rivista dell’Istituto Italiano Castelli Sezione Marche, collana di Storia Medioevale, numero 1 - 1997, recensione su Francesco Paciotti, Ian Verstegen, Renaissance Quarterly, Temple University Philadelphia 2004, pp.58-60. promemoria_numeroquattro


L’omicidio di Monteluro, 1921 Un reportage - prima parte Nel luglio 1921 un delitto efferato

luoghi della memoria | 2

si aggiungeva alla già lunga serie di atti criminali

Tomba (oggi Tavullia) e Monteluro: l’assassinio di don Gaetano Betti, ucciso nella canonica di San Giovanni

compiuti tra

a cura di

Il fatto è ancora oggi raccontato dai più anziani con accenti turbati e pietosi, ed è proprio seguendo le storie di una nonna che “Promemoria” arriva per una volta a occuparsi di cronaca nera. Tra i testimoni che resero la loro deposizione figura infatti Vittoria Giammattei, domestica di don Gaetano e nonna di Simonetta Bastianelli, che alla nostra rivista collabora sin dal primo numero. L’omicidio di don Betti (1873-1921) è stato oggetto di studi da parte di don Igino Corsini, nel numero inaugurale di “Frammenti”, la rivista di studi dell’Archivio Storico Diocesano di Pesaro. A questo lavoro rimandiamo per una prima interpretazione dei fatti, ricordando che lo stesso Corsini sottolinea come don Betti sia caduto in una situazione non lineare e di complessa lettura, più vicina al buio della notte che al chiarore esultante dell’alba. Ciò che interessa qui è proporre alla riflessione del lettore alcune forme di testimonianza (la stampa, le deposizioni dei testimoni e i verbali dei Carabinieri all’indomani del fatto), nel tentativo di lasciar emergere le tracce prima ancora che la formazione della memoria (la

Simonetta Bastianelli

sua narrazione), il cui paradigma è, come si sa, nutrito di indizi, esattamente come nella letteratura gialla classica o, in tempi più recenti, come in quelle serie tv dove la star è l’antropologo forense. Senza pretesa di completezza, naturalmente: gli ‘affezionati’ di “Promemoria” sanno che la nostra rivista nasce per offrire frammenti, piccole tessere destinate a essere riutilizzate in contesti e racconti diversi. Tra luoghi e oggetti della memoria il reportage da Monteluro si concluderà sul prossimo numero, con altri materiali che aggiungeranno dettagli al disegno qui accennato. Grazie ancora una volta all’Archivio di Stato di Pesaro, per aver consentito la riproduzione dei documenti riportati di seguito. (c.o.)

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Maggio 1922. La deposizione di Vittoria e Augusta Giammattei Pesaro 27 maggio 1922, ore 9.30. Stazione dei Carabi- venire in chiesa possono starsene a casa, invece di venire nieri Reali. Uno di fronte all'altra: il comandante Edo- ad insultare il parroco che è un buon uomo”. ardo Missionario e lei, la nonna,Vittoria Giammattei, Posso affermare che ha fatto sempre del bene e quale sua contadina non posso che serbarne riconoscente anni 28, nata a Tomba di Pesaro (Monteluro Basso). memoria. Appresi l'uccisione del parroco il mattino del Ecco l'interrogatorio. Ricordo perfettamente che in giorni imprecisati dell'anno 19 luglio 1921 circa le ore sette ed appresi la notizia 1918 verso settembre-ottobre io mi trovavo in casa del da mio zio Giovanni Bastianelli, il quale si recò in casa parroco Betti don Gaetano come domestica. Era da poco mia che dista dalla parrocchiale di Monteluro circa tre finita la messa e il parroco aveva, durante la funzione, chilometri. spiegato ad alta voce il Vangelo. Una parte dei fedeli si tro- Stessa mattina, stesso posto, mezzora più tardi. Invava fuor della chiesa e di questi tre o quattro giovanotti terrogatorio di Augusta Giammattei, anni 22, sorella che non saprei indicare erano a discorrere sotto la finestra di Vittoria. dell'abitazione del parroco. In detta finestra io mi trovavo Ho prestato servizio come domestica in casa del parroco con la nipote di don Betti, Francesca Fazi e con certa Binda ...e ricordo che un giorno prima della sua morte fu in casa Annetta e potemmo sentire che i giovani che erano sulla mia perché si trebbiava il grano. Appresi la notizia il mattistrada dicevano ad no del 19 luglio, sul levare del sole (potevano essere circa alta voce, alludendo le ore 5) da un certo Filippucci Antonio mentre mi trovavo al parroco don Betti a trebbiare nel fondo di Benelli Augusto, a tre chilometri che in quel momen- circa dalla parrocchiale. Il prete don Betti faceva del bene to leggeva il Vangelo: alla popolazione ed era generalmente ben voluto, però “Canta canta, che poi non mancano insistenti voci contro di lui, tacciandolo di ci penseremo noi a aver sostenuto la guerra e di aver firmato per la guerra. farti cantare”. Io e le Appresi l’arresto del sindaco Sparacca e per quanto non mie due compagne, sia più io residente a Tomba, ma a Pesaro (Tombaccia), impressionate, dicem- nella popolazione sentii dire. “Li hanno messi dentro tropmo: “Se non vogliono po tardi, dovevano metterli dentro prima”. “L’esecrando delitto di Monteluro”. “L’idea”, 22 luglio 1921 Il mattino del 19, verso l’una dopo mezzanotte, una banda di briganti armati ha accerchiato la chiesa e la canonica di Monteluro Basso. Parte dei malfattori, penetrati nel tempio forzando una finestra dell’oratorio annesso, salirono nell’abitazione del parroco. Altri piantonarono la casa del colono – non molto distante – e vi puntarono i fucili, intimando alla famiglia di non uscire, pena la morte. Don Gaetano Betti e la vecchia donna di servizio, sorpresi e allarmati dal rumore, inermi ambidue, dopo avere a lungo suonate le campane, si rifugiarono sul tetto della chiesa, passando per il campanile. I briganti che stavano attorno la casa, al suono delle campane cominciarono a sparare fucilate all’impazzata in direzione dell’abitato, che è abbastanza distante dalla chiesa per impedire a chiunque di avvicinarsi. Intanto quelli che agivano dentro casa, trovata chiusa l’unica porta interna che dà accesso alla sala e alle camere attigue al comando del loro capo (erano divisi in 1a e 2a squadra) cercarono di abbattere la porta stessa con fucilate, e di isolare le camere di don Betti e della donna di servizio. Compiuto questo atto di terrore, poiché il don Betti non apriva, e mentre una squadra cercava inutilmente il sacerdote nella cantina e nei vani del pian terreno, l’altra praticava un foro nel soffitto dello studio per entrare nel piano superiore: il tentativo fallì poiché detto foro venne aperto precisamente sotto una scrivania che rese quindi impossibile la salita. Un altro tentativo del genere venne fatto subito dopo in una stanza attigua, e questa volta riuscì. Resi padroni anche del piano superiore, sparando fucilate attraverso ogni porta che ostacolava loro il cammino, e per sventare ogni tentativo di reazione da parte degli assediati irruppero nella sala da pranzo, già letteralmente crivellata da ogni parte di proiettili; di lì entrarono nella stanza da letto di don Betti. Non lo trovarono, ma immaginarono il luogo del suo nascondiglio. Ché, dopo aver vibrato - evidentemente nell’oscurità - una pugnalata nel letto deserto di lui, la prima squadra ebbe ordine di salire sul tetto. Sebbene il sacerdote avesse tolta la scaletta di legno che porta sul campanile, pure alcuni di essi riuscirono a salirvi, e dopo alcune ricerche, a trovare e a costringere l’infelice a scendere. E mentre qualcuno - divisi i disgraziati - obbligava la donna al più assoluto silenzio, pena la morte, altri imponevano al sacerdote di consegnar loro ogni valore, ciò ch’egli fece, anzi offrì per primo, implorando d’aver risparmiata la vita sua e quella della donna. Ma il delitto doveva esser, dalle belve umane, consumato appieno. E dopo d’esser stato derubato, vilipeso, martoriato in mille guise, don Gaetano Betti veniva finito con rivoltellate e pugnalate che gli spaccarono il cuore. Vittima innocente d’una delinquenza raffinata, egli cadeva a 48 anni di età, dopo una vita intemerata, spesa nel sacrificio, nel dovere, nel bene di tanti che a lui erano affidati per il ministero ch’egli sentì in tutta la sublime altezza, nell’ampia rettitudine del suo spirito. La casa venne frugata e devastata, in ogni sua parte.Vari oggetti furono asportati. Gli assassini, compiuto l’orrendo misfatto, tranquillamente si allontanarono cantando e bestemmiando.

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19 luglio 1921. Frattini Albina, anni 61, la perpetua Era circa l’una, l’una e mezza e tanto io quanto il povero parroco Don Gaetano Betti dormivamo ciascuno nel proprio letto posti in camere separate. A un certo momento abbiamo sentito una voce urlare, fra le bestemmie, “Don Gaetano, apri la porta”. Tale voce proveniva da persona che stava a piedi della scala presso la cucina della casa canonica annessa alla chiesa parrocchiale. Il parroco diceva “cosa volete?” e la voce rispondeva “apri la porta con le buone, altrimenti l’aprirò con le cattive”. Allora il parroco ha posto mano alla corda e ha suonato la campana a stormo. Indi quel tale si è messo a sghignazzare dicendo “qui ci stiamo tre giorni”. Allora io dissi al mio padrone “qui questa notte ci conviene morire”. Così ci siamo salvati tutti e due sul tetto. Sempre quella stessa voce, ritenendo che noi ci fossimo nascosti nella cantina, gridò “Andiamo alla grotta”. Quando poi si accorsero che nella grotta non c’era nessuno ho inteso gridare “al campanile”.Vennero su prima uno e poi un altro, armati di pugnale e mi presero per mano.“Creature, mi volete ammazzare?” Essi risposero di no, purché io avessi indicato loro il padrone. Io replicai “Ognuno si è salvato per conto suo e non so dove sia” ...Ne arrivò un terzo e dopo aver fatto la stessa domanda aggiunse “A voi non ammazziamo, ammazziamo il prete”. “Non ammazzatelo, portate via quello che credete, ma salvatelo” e uno rispose “salveremo anche lui”. Quando il parroco fu raggiunto sul tetto disse “Ragazzi, abbiate pazienza, salvatemi se credete, vengo giù e vi do quello che credete”. Uno voleva che dal campanile scendesse senza la scala, ma un altro più benigno disse “Mettetegli la scala” e il parroco è disceso. Poi ho sentito la voce del parroco proferire queste ultime parole “Salvate almeno quella povera donna”. Io non discesi giù dal campanile e rimasi sulla tettoia, nonostante fossi invitata da quella gente a discendere. Durante il tempo che noi ci siamo rifugiati sul campanile si è sentito un grande strepito di fucileria e grida e bestemmie. Dopo

quelle ultime parole sentii due o tre colpi di arma da fuoco. Dopo qualche minuto ancora udii uno di quegli individui dire “Abbiamo fatto male ad ammazzarlo”. E un altro rispondere “Sì che abbiamo fatto male”. Poi udii un lungo fischio e tutti sono spariti. Passato un quarto d’ora scesi dal campanile e potei constatare che il parroco era morto come già mi ero convinta. Io vidi soltanto tre persone e non ne riconobbi nessuna e nessuna sarei in grado di riconoscere rivedendole. Però da ogni parte si sentiva strepito come fossero cinque o sei o più. Nonostante le campane avessero suonato per più di venti minuti nessuno accorse dal paese o dalle campagne vicine.Verso le 2.15 sono andata dal contadino Binda Giuseppe, colono della parrocchia, e lo trovai insieme alla famiglia in piedi che piangevano, tutti impauriti. Il fratello di Giuseppe, Agostino, era uscito per andare in parrocchia, ma fu fermato da uno della banda che gli disse “Non ti muovere, fa’ silenzio”. Poi girando per la canonica ho visto che avevano messo sossopra ogni cosa, rovinando stoviglie, mobili, cassettoni, scassando la scrivania, la cassettina delle elemosine. Inoltre mangiarono delle uova che erano in un panierino; fuori dalla porta ho trovato un prosciutto, una mortadella e una goletta di maiale che il parroco custodiva in un camerino nella canonica, al primo piano.

San Giovanni Battista in Babbucce Nel primo scorcio del XX secolo, nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1921 vi venne trucidato barbaramente il parroco don Gaetano Betti. La chiesa, dedicata come la parrocchia a San Giovanni Battista, era situata a mezzo miglio lontano dall'antico castello... ed è stata successivamente sconsacrata. Il 25 settembre 1965, il Vescovo Luigi Carlo Borromeo aprì al culto la nuova chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, costruita in località Babbucce di Tavullia. La vecchia chiesa, ristrutturata, fu aperta al pubblico e benedetta col titolo di Cappella dello Spirito Santo da Mons. Gaetano Michetti il 17 settembre 1983 e concessa, assieme alla casa, alla Comunità Monastica delle Sorelle Carmelitane, dal 1° gennaio 2003 denominate Eremite Carmelitane di Monteluro (www.arcidiocesipesaro.it/ parrocchie/93-elenco-parrocchie-e-chiese/399-chiesa-di-san-giovanni-battista-in-babbucce. html; 14 marzo 2013). La chiesa di San Giovanni Battista in Babbucce e don Gaetano Betti (1873-1921). Per la foto in alto a destra, vedi pagina 61. Nella pagina precedente: Vittoria Giammattei e Nazzareno Bastianelli (raccolta Fam. Bastianelli, Gabicce).

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Dal Verbale di denuncia per Gaetano, 26 luglio 1921

omicidio qualificato con rapina a domicilio in persona del parroco

Il mattino del 19 luglio alle ore 6 circa fummo informati dell’omicidio. Inviammo subito due carabinieri che giunsero alle 7 e si limitarono a piantonare il cadavere che fu trovato bocconi disteso al suolo che si trovava nella camera in prossimità della porta con la testa verso questa e i piedi verso la finestra. Nei pressi del cadavere a pochi centimetri dalla testa trovasi un biglietto di stato da una lira intriso di sangue. Nella stessa camera fu anche trovato un tavolo riverso verso la parete opposta a quella dove è la porta di accesso alla camera da letto dell’assassinato. (Alle 15.30 il vicecommissario e i due marescialli, che intanto avevano coperto il corpo in attesa dell’autorità giudiziaria, eseguirono un sopralluogo). Si stabilì che gli assassini erano penetrati dalla Sagrestia mediante foro irregolare praticato sotto la finestra munita di inferriata e dalla sagrestia erano passati nella chiesa avendo trovato la porta aperta. Dalla Sagrestia nella

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cantina, abbattendone la porta con paletti che furono repertati dall’autorità giudiziaria giunta poco dopo. Dalla cantina passarono nella cucina e da questa nell’attigua sala da pranzo, indi si portarono alla scala di accesso alla camera attigua a quella da letto del parroco, e tentarono di forzarne la porta, che dalla scala immette all’anticamera, ma, poiché non fu possibile aprirla si diedero prima a chiamare ad alta voce “Don Gaetano apri, porta i quattrini”, ma non obbedendo il prete, si diedero a tempestare la porta con colpi di arma da fuoco, e fu notato che essa presentava altre 20 fori di proiettili. Lungo la scala furono trovati bossoli di fucile austriaco e di rivoltella automatica, e pistola di vario calibro. Non essendo riusciti a sfondare la porta cercarono di passare nel piano superiore praticando un foro nella soffitta della camera da pranzo, da cui avrebbero potuto passare nel soprastante studio del reverendo.

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In questa pagina e nella pagina seguente: Monteluro, canonica della parrocchia di San Giovanni. La scena del delitto nella Relazione peritale di Giuseppe Pantanelli, 23 luglio 1921 (Archivio di Stato di Pesaro). A destra: Saletta. A - foro praticato tra due travicelli; B scrivania del soprastante studio; C - tavolo della saletta. In alto, da sinistra: Rilievi planimetrici e schizzi prospettici. Planimetria del primo piano della Canonica. Scala e porta d’accesso alla sala grande ove fu trovato morto il parroco. A - scala; B - porta d’accesso alla sala. Detta porta presenta 11 fori passanti prodotti da armi da fuoco; C - scalfittura prodotta da arma da fuoco; D - porta di comunicazione con la saletta; E - porta di comunicazione con il ripostiglio. Scala a pioli che dal coretto conduce al campanile. A - coretto; B - scala; C - finestrino che comunica al campanile. Studio. A - porta di comunicazione dal magazzeno allo studio; B - scrivania in corrispondenza della quale venne praticato il foro della saletta; C - documenti sparpagliati a terra.


A sinistra: Camera da letto del parroco. A - punto ove fu data la pugnalata; B - punto dove fu trovato morto il parroco; C - porta che dalla camera del parroco conduce alla sala grande. Sopra, a destra: Lato destro sala grande. A, B, C - scalfittura parete destra; D, E - Scalfittura parete di fronte; F, G, H, I, L - scalfitture soffitto; M - orologio a pendolo; N - Porta che conduce alla camera da letto e alla dispensa. Sopra, a sinistra: Lato sinistro della sala. A - macchie di sangue; B - tavolo appoggiato alla parete sinistra; C, D - pantofole del parroco; E - porta di comunicazione dalla scala al magazzeno. A pagina 59, in alto: Veduta della Canonica dalla casa del colono Binda Augusto. A - chiesa; B - facciata principale; C - altare minore di sinistra; D - sagrestia; E - campanile; F - porta d’entrata all’appartamento; G - cucina; H - pozzo; I - strada vicinale che dalla casa colonica conduce alla canonica.

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Praticato il foro, non fu loro possibile passare nella camera soprastante perché il foro stesso rimaneva ostruito dalla scrivania. Fu allora che essi passarono nella dispensa e da questa, praticando un foro nel soffitto, poterono arrivare nella camera attigua a quella da letto. Intanto il Betti e la Frattini Albina eransi rifugiati sul campanile, passando dalla porticina sita nella camera da letto e, per precauzione, avevano anche tirato su la scaletta a pioli per l’accesso al campanile. Gli assassini in numero di 3 salirono sul tetto e parlamentarono con la Frattini. [...] Intanto uno dei 3, mediante scalata riuscì a portarsi sul tetto e presa la scala la collocò in modo da farvi salire gli altri due. Uno di essi, con pugnale, ingiunse alla donna di tacere e gli altri due raggiunsero il prete che aveva smesso di suonare la campana. I due assassini lo trascinarono nella camera da letto e da qui dopo nelle altre came-

re rovistando minutamente nei mobili ed asportandone tutto il denaro che rinvennero, che secondo la Frattini ascende a circa un migliaio di lire e si appropriarono di una rivoltella del parroco che si sarebbe trovata nel comodino presso il letto del parroco, su cui fu notato un foro di colpo d’arma da taglio penetrante attraverso le lenzuola e materasso. (Dopo che la Frattini udì le ultime parole dal parroco e due colpi di arma da fuoco, i due si allontanarono, seguiti da quello che l’aveva sorvegliata). Dopo alcuni minuti la Frattini scese dal campanile... e cercò dei fiammiferi e alla luce si portò nella camera attigua alla camera da letto del Betti e lo trovò bocconi già cadavere. Terrorizzata si recò dal colono del parroco, Binda Augusto di anni 35 da Tomba, abitante a 40 metri dalla canonica (continua).

Fonti e tracce Archivio di Stato di Pesaro, Tribunale Pesaro, Penale, b 1152, voll. 1-4. Ai documenti si aggiungono innumerevoli voci e suggestioni che echeggiano tra Monteluro, Babbucce, Gra-

dara e Pesaro, mai sopite dal 1921 sino a oggi.Voci e memorie che attraversano le generazioni, e che hanno ispirato il lavoro presentato su queste pagine.

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Album di famiglia. Il pensiero delle mani le arti, i mestieri album di famiglia

a cura di

Cristina Ortolani

L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno. Il fatto di imparare a svolgere bene un lavoro mette gli individui in grado di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini. L’attitudine al fare, comune a tutti gli uomini, insegna a governare noi stessi e a entrare in relazione con altri cittadini su questo terreno comune

Monteciccardo

Richard Sennett, L’uomo artigiano, 2008

Monteciccardo, anni Quaranta-Cinquanta del ‘900. Operai durante una pausa dal lavoro per la costruzione di una strada (raccolta Famiglia Gilberto Sabbatini, Monteciccardo).

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Sant’Angelo in Lizzola, anni Venti del ‘900. Sopra: 26 marzo 1923. Chichén de Chieveron. La famiglia del Trattore Francesco Tucchi; a destra: un gruppo di calzolai (Archivio Storico Diocesano di Pesaro, fondo “G. Gabucci”).

Sant’Angelo in Lizzola

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Tavullia, anni Venti del ‘900. Sopra: calzolai al castello (raccolta Vittorina Capanna, Tavullia); a destra: Terenzio Ceccarelli, calzolaio (raccolta privata, Tavullia). Sotto, dall’alto: Belvedere Fogliense, primi anni Cinquanta del ‘900. La fabbrica di fisarmoniche Bartolucci (raccolta Famiglia Bartolucci, Belvedere Fogliense); Carro funebre a Montelevecchie - 1922 (Archivio Storico Diocesano di Pesaro, Fondo “G. Gabucci”).

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Tavullia

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Montelabbate

Sopra: Farneto di Montelabbate, 1932. I lavori per la costruzione della casa parrocchiale (Archivio Storico Diocesano di Pesaro, Fondo “G. Gabucci�). A sinistra: Montelabbate, primi anni Quaranta del ‘900. Un gruppo di sarte al lavoro (raccolta Famiglia Bertuccioli, Montelabbate). Sotto: Emma Parola, fotografa ambulante (raccolta Anna Capponi Donati, Montelabbate).

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Colbordolo

In alto, a sinistra: Montefabbri di Colbordolo. Il sarto Rino Galli nel suo laboratorio (raccolta Famiglia Rino Galli, Montefabbri di Colbordolo); a destra: Talacchio di Colbordolo, 1941: Luigia Damiani (Gigia) seduta in primo piano a sinistra con il vestito scuro, insieme con alcune sue allieve e alcuni parenti (raccolta Sandro Tontardini e Anna Damiani, Bottega di Colbordolo). In primo piano, nella foto a colori: Colbordolo, 2012. Alice Aiudi durante la raccolta delle fragoline di bosco alla Locanda Montelippo. (foto raccolta Famiglia Aiudi - Locanda Montelippo).

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Tra Penelope e Rossella. Donne nella guerra storie di guerra

Tra Monteciccardo, l’ Ucraina e Acqualagna lo spazio delle storie di guerra su questo numero di

“Promemoria”

è declinato al femminile a cura di

Cristina Ortolani

Lo spazio delle ‘storie di guerra’ è su questo numero di “Promemoria” declinato al femminile. Abbiamo chiesto a Ione Dell’Onte, moglie di Guido Albertini (uno dei primi testimoni della Memoteca Pian del Bruscolo), di raccontare gli anni tra il 1940 e il 1945 ‘dalla parte di lei’, con gli occhi delle mogli, madri e sorelle che a casa, insieme con i vecchi e i bambini, abitavano una quotidianità sempre più faticosa, attendendo notizie dal fronte. Alle parole di Ione segue una pagina dedicata alle memorie di Irene Kriwcenko, tra il 1942 e il 1945 deportata nei campi di lavoro tedeschi, raccolte in un libro pubblicato nel 2010. Due sguardi accomunati dalla prospettiva ‘di genere’, che proponiamo affiancati nel tentativo di restituire, come nella sceneggiatura di un film o in una cronologia comparata, alcuni dettagli di un momento cruciale per la nostra storia.

Ione Dell’Onte con suo marito Guido Albertini in una fotografia del 1944; a destra: Ione e Guido in un’immagine del 1942 circa (foto P. Belli, Pesaro; raccolta Famiglia Albertini, Monteciccardo). Sullo sfondo, il cappello da bersagliere di Guido.

Monteciccardo, 19 febbraio 2013. Il cappello da bersagliere, uno dei primi cimeli proposti all’attenzione della Memoteca nel 2006, è ancora nella teca vicino al televisore; le fotografie degli anni di guerra, nelle quali momenti di allegria tra commilitoni si alternano a scene crude dal fronte jugoslavo sono appena un poco più gialle: dopo sette anni siamo di nuovo a casa di Guido Albertini, noto in paese come Pompea; stavolta però la protagonista è sua moglie Ione, novant’anni il 25 febbraio, alla quale abbiamo chiesto di rivivere per “Promemoria” il periodo tra il 1940 e il 1945. Sono

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5 febbraio 1943. Guido Albertini in trincea, sul fronte jugoslavo. Sotto: alcune foto del periodo 1941-1944. Sullo sfondo: Guido, indicato dalla freccia, insieme con i suoi commilitoni. La foto di gruppo in primo piano è datata 30 marzo 1943; sul retro Guido scrive a Ione: Ricevi un mio saluto, tuo sposo Guido Baci. Se non mi conosci guardami Bene che sto leggendo una tua cara lettera e il mio amico vicino sta mangiando Pane e formaggio (raccolta Famiglia Albertini, Monteciccardo). Nella pagina seguente: due fotografie scattate durante l’incontro con Ione, nel febbraio 2013: oltre a lei e Guido sono presenti la figlia Vera e il sindaco di Monteciccardo Federico Goffi.

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8 settembre 1943, i ricordi di Guido Albertini Ero un bersagliere. L’8 settembre 1943 mi trovavo a Kemum nel centro della Jugoslavia. I nostri comandanti non sapevano cosa fare e così fummo sopraffatti dai tedeschi, che ci ordinarono di prendere le biciclette, armarci e dirigerci verso una pineta dove ci attendevano altri tedeschi. Qui ci disarmarono, e da quel momento fummo loro prigionieri. Ci fecero camminare per otto giorni, senza viveri, e non rivedemmo più i nostri ufficiali. Con questo viaggio iniziò una interminabile tragedia fatta di fame, di sete, di maltrattamenti di ogni genere. Camminando per giorni e giorni arrivammo in una cittadina della Bosnia, Bihac. Qui selezionarono 50 di noi: tra questi capitai anch’io. Ci portarono fra due fiumi, dove ci accampammo con il poco che avevamo. Durante le giornate ci obbligarono a lavorare scaricando i treni che venivano dalla Germania con munizioni e viveri e ricaricando colonne di camion che rifornivano le truppe nelle zone interne. Intanto i fiumi cominciarono a straripare allagando i nostri accampamenti; fu così che alla vigilia di Natale decisero di trasferirci in una vecchia e malridotta stanza dove ci stiparono tutti. Giunse intanto la primavera; la Domenica delle Palme i bombardamenti da parte degli americani si fecero sempre più fitti, con tanti morti e feriti. Fra i maltrattamenti sempre più duri e il vestito che stava consumandosi addosso, decisi di fuggire alla ricerca dei partigiani. Ma una pattuglia di tedeschi mi scoprì sparandomi senza colpirmi; mi arresi ma capii benissimo che mi avrebbero fucilato. Durante quella notte vi fu un allarme, la guardia corse via e io ne approfittai per scappare. Il giorno dopo mi presero i partigiani che mi chiesero di collaborare con loro; naturalmente acconsentii. Così mi diedero le armi e mi assegnarono a una compagnia di sanitari. Andammo verso Kemun, poi verso Gaspic, attraversammo il passo di Catnich dove ci imbarcammo per liberare l’isola di Veglia. Liberatala, abbiamo proseguito verso Zara ove incontrammo una forte resistenza da parte tedesca. In pochi giorni li abbiamo sconfitti e dovettero ritirarsi. Proseguimmo verso San Pietro del Carso e Trieste dove abbiamo trovato gli alleati. Era il 25 aprile del 1945. Guido Albertini (da “Patria”, 16 settembre 1990; la testimonianza di Guido Albertini è stata pubblicata anche nell’ambito del percorso espositivo Scrigni della memoria, nel 2007, e sul volume Monteciccardo. Cronache, storie e ricordi, edito nel 2009).

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con noi Vera, una dei tre figli di Ione e Guido, e il sindaco di Monteciccardo Federico Goffi; Guido ci ascolta dalla sua poltrona vicino alla finestra. Ione Dell’Onte è nata a Montefelcino, a pochi chilometri di distanza, da una famiglia di casanti (braccianti); primogenita di undici figli (quattro maschi e sette femmine), come molte donne della sua generazione comincia a lavorare da bambina: a sette anni e mezzo ero a servizio, portavo le pecore al pascolo. Tuttora i colli circostanti sono punteggiati di pastori e caseifici, oggi in gran parte di proprietà di famiglie di origine sarda, arrivate qui negli anni Sessanta-Settanta del ‘900. Anche gli Albertini, la famiglia di mio marito, erano coltivatori a Monte Santa Maria (di Monte Santa Maria “Promemoria” ha già parlato nel numero 1, con i ricordi di Annibale Ninchi). Ione e Guido si sposano il 25 aprile 1942, si sono conosciuti tre anni prima durante la festa di San Vincenzo, per Monte Santa Maria una delle più sentite: c’era la processione, qualcosa da mangiare, ciambellone, vino, aranciata. Per il matrimonio Guido torna dal fronte con una licenza di un mese; Ione ha diciannove anni, pochi per fare la moglie, riflette oggi, ma nell’incertezza della guerra pare giusto così. Dopo le nozze si trasferisce dagli Albertini, nel casolare governato da Teresa Marinelli, la madre di Guido e dei suoi tre fratelli: una famiglia allargata, diremmo noi, composta da diciassette persone. Per i pasti ci si ritrova nella grande cucina, dove i bambini siedono in fila lungo la pan-

ca addossata al muro; finché la guerra non si avvicina tutti i giorni Teresa porta in tavola tagliatelle, per secondo formaggio e verdure: carciofi, patate. Poca carne, il brodo quasi solo per le feste, il pollo alla cacciatora cotto con il fuoco sotto e sopra sull’arola. Forse perché Ione dopo il matrimonio è stata cuoca a Pesaro, dalla Maria di via Bovio, forse perché, madeleines o ciambellone, la memoria si accende a contatto con i sapori, seguendo il colore del pane arriviamo ai giorni di guerra. Guido è tornato il 31 maggio del 1945, e Vera è nata il 28 febbraio del 1946. Nove mesi giusti. Noi smucchiavamo il grano, cercavamo di recuperarne un po’ per fare il pane, ma era quasi tutto fradicio, ammuffito: per un anno abbiamo mangiato un pane nero come il carbone. Quando Guido è arrivato era irriconoscibile, per più d’un anno non abbiamo avuto sue notizie, non sapevamo se fosse vivo o morto. Poi abbiamo ricevuto una lettera. Come in un film Ione rivede quei momenti, dal postino Batoc di Monteciccardo che distribuiva la posta nella campagna, alla consegna della busta, quando l’ho detto a mia suocera è uscita da casa correndo, con la vestaglia, non stava più nei panni dalla contentezza, j’artorna ch’i fioj, è fnita la guera [tornano quei ragazzi, è finita la guerra]. Siamo tra la fine di agosto e i primi di settembre (il paese di Monteciccardo fu bombardato tra il 27 e il 28 agosto 1944), e Ione, Teresa e gli Albertini hanno trovato riparo a Fontecorniale, dalla famiglia Dell’Onte: gli americani sono passati che era giorno, gli

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ultimi tempi della guerra sentivamo gli aerei e correvamo nei rifugi, i fossi erano sotto la collina, li avevamo scavati noi, ci stavano dentro una cinquantina di persone. Con mia suocera abbiamo lasciato la casa perché ci avevano detto che stavano arrivando i soldati, allora abbiamo ammazzato il maiale anche se era agosto, pur di non lasciarlo ai tedeschi. Lei ha messo el distrutt [lo strutto] in una damigiana, e dentro ci ha messo i fegatelli, per conservarli; ha preso un po’ di vino che era rimasto nelle botti, l’olio, la farina, ha caricato tutto sul biroccio, e siamo partiti, lei a cavallo e noi a piedi. Io ho preso anche la dote... quel poco che avevo, perché quando mi sono sposata avevo fatto sei paia di lenzuola e sei asciugamani che poi ho dovuto dividere con mia sorella, ci siamo sposate lo stesso giorno. Come quasi tutte le ragazze di campagna, Ione aveva tessuto e ricamato da sé la propria dote: seminavamo il lino, poi in inverno lo filavamo, avevamo il telaio. I materassi erano imbottiti con le foj de formenton [le foglie del granturco], io avevo solo l’armadio per arredare la camera da letto. E il vestito? Il vestito me lo aveva fatto una sarta di Monteciccardo, perché usava che fosse il marito a regalarlo alla moglie. La stoffa l’avevo presa a Montefelcino, era un tailleur grigio, costava 90 lire. E avete fatto festa, quando sono tornati Guido e i fratelli? Ma che festa, non usava. Quando mi sono sposata mio padre ha ammazzato il maiale, e mia nonna a Monte Santa Maria ha preparato i quadretti in brodo. Magari la

domenica mia suocera ammazzava un’oca o un coniglio, i dolci no, non eravamo brave a farli, non eravamo abituati, giusto il ciambellone o le cresciole. Interviene Vera, anche lei ha un passato di cuoca, e aggiunge un dettaglio del dopoguerra: ricordo che si faceva la pizza con lo zucchero, invece che con il sale, si cuoceva la pasta del pane, e si guarniva con l’olio e lo zucchero. è ancora Vera a chiedere alla madre: ma avete chiuso le porte quando siete sfollati? Risposta: E co’ c’era da chiuda? [Cosa c’era da chiudere?]. (Il cinefilo non può non andare con la mente a Via col vento, a Rossella O’Hara che, in fuga dalla città assediata di Atlanta, vuole chiudere fuori i nordisti prima di salire sul carro dove l’esangue Melania giace con il figlio appena nato, scatenando l’ilarità di Rhett Butler). La casa dei Pompea, comunque, non subì danni né furti. Con la stessa ironia Ione parla della situazione attuale: la crisi? Oggi siamo dei signori, al confronto. Quando io e Guido e Vera abbiamo messo su la nostra casa, poco lontano da Fontecorniale, mia suocera ci ha dato tre piatti, tre cucchiai e tre forchette. E abbiamo ricominciato da lì. Oggi Guido e Ione abitano nella parte più alta di Monteciccardo, appena fuori dal paese, in una zona di recente costruzione. Il panorama intorno si apre sulle colline tra Pesaro e Fano, e quando ci salutiamo c’è un tramonto rosa che, nonostante la foschia, annuncia già la primavera. Buon compleanno, Ione, e cento di questi giorni.

Monteciccardo, anni Novanta del ‘900. Guido Albertini (con la cravatta rossa) alla commemorazione dei Caduti; tra i presenti, oltre all’ allora sindaco Giovanni Barberini anche il vescovo di Pesaro mons. Gaetano Michetti (raccolta Famiglia Albertini, Monteciccardo).

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Irene Kriwcenko. Una storia di deportazione femminile Nessuno voleva credere perché sa, credere è difficile. Bisogna viverle per poter credere, perché umanamente parlando non era una cosa pensabile. Troppo struggenti le cose di tutti i giorni. L’incredulità o meglio, la difficoltà a credere, è esperienza comune a chi si sia trovato a diretto contatto con i Testimoni della Shoah e degli orrori della seconda guerra mondiale (di qualsiasi guerra o genocidio), e le parole di Irene Kriwcenko, deportata in un campo di lavoro tedesco tra il 1942 e il 1945, mettono in guardia, se ce ne fosse bisogno, contro il rischio del processo di rimozione che affiora, umanamente parlando. Ben poco hanno di umano, infatti, le privazioni e le violenze vissute da queste persone, e dunque ancor più preziose sono le loro parole che, spesso dopo anni, sgorgano a rammentarci della possibilità di una diversa convivenza e, come scrivono le autrici che hanno raccolto la testimonianza di Irene, orientano la nostra attenzione su un altro ordine di rapporti, di cui la differenza femminile è portatrice privilegiata. Il racconto di Irene è il fulcro del volume La deportazione femminile. Incontro con Irene Kriwcenko. Da Kharkov a Pesaro: una storia in relazione, scritto da Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti, quattro ricercatrici che collaborano con l’Istituto di Storia Contemporanea della Provincia di Pesaro e Urbino (ISCOP). Nel libro, pubblicato nel 2010 dall’Assemblea legislativa delle Marche, la vicenda di Irene si fa occasione per una più ampia ricognizione sulla deportazione femminile, in una modalità che le stesse autrici definiscono dialogica, e di cui Daniela Padoan, nella sua bella prefazione, sulla scia di Hannah Arendt rileva il valore politico.

Lo spazio a disposizione non consente che di riassumere in poche righe la vicenda di Irene. Al di là delle formule di rito, però, l’invito è di proseguire la lettura, per incontrare - anche se solo sulla carta - una donna davvero speciale. Nell’estate del 2008 abbiamo conosciuto Irene Kriwcenko e la sua storia di exOstarbeiterin deportata per lavoro coatto dall’Ucraina in Germania durante la seconda guerra mondiale. L’incontro avviene ad oltre 60 anni dagli eventi ed è la prima volta che Irene racconta. Inizia dalla guerra, cesura nella sua vita di studentessa alle soglie dell’università, ci parla poi della fanciullezza e adolescenza a Kharkov, della grande carestia negli anni Trenta, dell’occupazione tedesca nell’autunno 1941. Della sua cattura e dell’arrivo ai lager di Magdeburgo.Vive nei campi di lavoro per le deportate polacche e russe, tra scarsità di cibo e violenza, sotto la minaccia costante dei bombardamenti alleati. è consapevole dell’importanza vitale che ha avuto per lei la conoscenza della lingua tedesca, sfruttata abilmente in più occasioni.A Magdeburgo conosce Ivan Gramaccioni, che diverrà suo marito, un militare italiano internato (IMI), con cui trascorre gli ultimi giorni di prigionia, mentre le baracche del campo bruciano e, stremati dalla fame, aspettano l’arrivo degli americani. Si sposa e arriva in Italia nel settembre 1945. Nonostante la buona accoglienza in famiglia, la sua storia di deportata rimane chiusa nel silenzio, l’incomunicabilità di quella esperienza pesa per lei come per tutti coloro che sono tornati dai campi (Anna Paola Moretti, da “Leggere donna”, n. 152, luglio-settembre 2011).

La copertina del libro La deportazione femminile. Incontro con Irene Kriwcenko. Da Kharkov a Pesaro. Una storia in relazione; Irene Kriwcenko (terza da sinistra) con le autrici del libro Maria Grazia Battistoni, Anna Paola Moretti, Mirella Moretti e Rita Giomprini. Sopra, Irene ad Acqualagna nel 1945 (raccolta Fam. Gramaccioni). Sullo sfondo: il contrassegno “OST”, (Ostarbeiter) che identificava i prigionieri slavi nei campi di lavoro nazisti. promemoria_numeroquattro

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Simone Cantarini, il pesarese

Banca & Territorio

Nel 2012 Banca dell’ Adriatico è stata protagonista delle celebrazioni del pittore

Simone Cantarini, a quattrocento anni dalla nascita

A quattrocento anni dalla nascita le città di Pesaro, Fano e Rimini hanno reso omaggio al pittore Simone Cantarini, con un ricco e composito evento, il cui programma è riassunto nel titolo Fano, Pesaro, Rimini per Simone Cantarini, genio ribelle, 1612-2012. Tre mostre, corredate di altrettanti cataloghi, e un itinerario nei luoghi cantariniani hanno messo in luce differenti aspetti della vita e dell’arte del pittore, nato a Pesaro nel 1612 e morto a Verona nel 1648. Banca dell’Adriatico è stata protagonista dell’importante iniziativa, contribuendo a sostenere la mostra pesarese, allestita presso i Musei Civici dal 7 luglio al 9 settembre 2012 (tra le opere esposte anche quattro tele delle collezioni Intesa Sanpaolo), ma soprattutto con la realizzazione di un’edizione speciale del relativo catalogo, presentato il 6 ottobre scorso nell’ambito di “Invito a Palazzo” 2012. Anna Maria Ambrosini Massari, storica dell’arte e coordinatrice scientifica delle mostre e della pubblicazione, ha illustrato in una seguitissima conferenza la figura di Cantarini, raccontandone con accenti vivaci e appassionati la vicenda artistica ed esistenziale. Come nota Giandomenico Di Sante, presidente di Banca dell’Adriatico, già nel 1975 la Banca realizzò un’importante monografia dedicata a Cantarini: a quel volume si aggiunge il catalogo edito nel 2012, contenente saggi di Maria Rosaria Valazzi, Grazia Calegari e Andrea Emiliani, eminente storico dell’arte bolognese che con i suoi studi contribuì dalla fine degli anni Cinquanta del ‘900 alla ‘riscoperta’ del Cantarini. 72

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Due opere di Simone Cantarini dalla collezione Intesa Sanpaolo, raccolta Banca dell’Adriatico. Da sinistra: Ritratto di Eleonora Albani Tomasi e Sibilla che legge. Nella pagina precedente, la copertina del catalogo della mostra Pesaro per Simone Cantarini, genio ribelle, 16122012, pubblicata da Banca dell’Adriatico (Pesaro 2012).

La nostra adesione a “Invito a Palazzo” e al grande progetto sul Cantarini ha dichiarato Roberto Dal Mas, direttore generale della Banca, conferma l’attenzione e la vicinanza che Banca dell’Adriatico riserva al territorio nel quale opera, insieme con la capogruppo Intesa Sanpaolo. La presentazione, conclusasi con la distribuzione del catalogo a tutti gli intervenuti, si è svolta a Pesaro, presso il Centro Direzionale

Simone Cantarini (1612 - 1648) Battezzato in Pesaro il 21 agosto 1612, l’educazione di Simone Cantarini alla pittura ebbe luogo in un ambiente che, ad anni quali quelli dei primi decenni del Seicento, non possono dirsi provinciali ma piuttosto modernamente eredi di una grande tradizione pittorica. Infatti, se le nuove strutture economiche - sia pur di poco - avevano mutato la vita del Montefeltro, l’espressione artistica in questi anni difficili, soprattutto per il grande lavoro artistico di Federico Barocci, seguitava a trarre dall’eredità rinascimentale modi di un vero controllo formale e di storica dignità (Andrea Emiliani, Pesaro, patria di Simone Cantarini, in Pesaro per Simone Cantarini, 2012, p. 26). Ricordato dai contemporanei per il carattere difficile (fu egli altiero molto, e satirico non meno per proprio istinto, e natura, per motivo e istigazione degli adulatori, scrisse il Malvasia, suo primo biografo), Cantarini fu nel terzo decennio del Seicento allievo di Guido Reni, con il quale ebbe un rapporto conflittuale, ma del quale secondo gli storici fu il migliore discepolo.

di Banca dell’Adriatico, i cui luminosi spazi sono impreziositi dalle centotrenta opere della collezione d’arte della stessa Banca, oggi nel Gruppo Intesa Sanpaolo. Oltre alle tele di Simone Cantarini la raccolta comprende quadri di autori marchigiani e abruzzesi dal XV al XX secolo, da Giovan Francesco Guerrieri a Giovanni Venanzi a Teofilo Patini, e sculture di autori come Arnaldo Pomodoro.

Rientrato a Pesaro nel 1639, per le nozze della sorella, successivamente Cantarini soggiornò a Roma; dopo la scomparsa del Reni, avvenuta nel 1642, il pittore tornò a Bologna, dove aprì il proprio studio e dove visse sino alla partenza per la corte di Mantova. Anche con i Gonzaga i rapporti non furono facili: Cantarini non portò a termine la commissione del ritratto del duca, che gli ritirò l’incarico; stanco e malato, Simone si trasferì a Verona, dove morì nel convento agostiniano di Santa Eufemia in circostanze tragiche e misteriose. Tra le opere realizzate da Cantarini per la città natale si ricordano, oltre alle tele della collezione Intesa Sanpaolo, la Beata Rita della chiesa di Sant’Agostino e numerosi dipinti conservati presso i Musei Civici. Spiccano tra questi ultimi la Maddalena e San Giuseppe penitenti, dipinti per l’Oratorio dei Filippini nel 1644, un secolo dopo trasferiti nella nuova chiesa di San Filippo, trasformata infine nel ‘900 nel Teatro E. Duse. Da segnalare infine anche i disegni conservati presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro.

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Vicini a voi. Notizie Vicini a voi. Notizie Vicini a voi. Roberto Dal Mas nuovo direttore generale di Banca dell’Adriatico Dall’autunno 2012 Banca dell’Adriatico ha un nuovo direttore generale: Roberto Dal Mas ha infatti sostituito Salvatore Immordino, che lascia il Gruppo Intesa Sanpaolo per raggiunti limiti di età. Dal Mas, 53 anni, ha sviluppato la sua esperienza professionale interamente all’interno del Gruppo Intesa Sanpaolo con diversi incarichi di responsabilità nella rete commerciale, dove ha ricoperto ruoli direttivi via via sempre più rilevanti fino ad assumere la guida e il coordinamento di reti territoriali di sportelli e di banche del gruppo. Prima della nomina a direttore generale Dal Mas è stato responsabile della Direzione Marketing Imprese della Capogruppo Intesa Sanpaolo. Con oltre 1.500 dipendenti e più di 200 filiali dislocati tra Marche, Abruzzo e Molise, Banca dell’Adriatico ha una presenza capillare lungo la dorsale adriatica. Il nuovo direttore ha dichiarato Giandomenico Di Sante, presidente di Banca dell’Adriatico punterà all’integrazione delle diverse realtà del Gruppo presenti sul territorio, e a rafforzare ancor più il ruolo che l’istituto di credito già oggi svolge come banca del territorio della dorsale adriatica, consolidando il radicamento nelle tre regioni Marche, Abruzzo e Molise e mantenendo la stretta vicinanza alle famiglie, al mondo delle piccole e medie imprese, agli Enti locali e alle associazioni, forte anche degli strumenti operativi e finanziari di un grande gruppo bancario internazionale come Intesa Sanpaolo.

Vicini a voi. Notizie Vicini a voi. Notizie Vicini a voi. Il futuro è artigiano. Banca dell’Adriatico e Cna pesaro insieme in un progetto tra formazione e imprenditorialità giovanile

Il passaggio scuola-lavoro, la legalità, le possibilità offerte ai giovani dai mestieri artigiani: sono solo alcuni degli argomenti intorno ai quali si è articolato il progetto ArtigiaNati, promosso nel secondo semestre del 2012 da Banca dell’Adriatico insieme con CNA - Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa di Pesaro e Urbino. All’esposizione allestita nel giugno scorso al Job, Centro per l’Impiego di Pesaro, che ha raccontato le storie di alcuni giovani artigiani della nostra provincia, è seguito un incontro sul tema “imprese e legalità” con il magistrato Pier Camillo Davigo, consigliere della Corte di Cassazione, ex sostituto Procuratore della Repubblica al Tribunale di Milano, dove è stato tra i protagonisti delle inchieste di Mani Pulite. Il progetto si è concluso il 21 novembre, con il convegno Artigiano, un lavoro per domani, svoltosi alla Biblioteca San Giovanni di Pesaro (foto a sinistra). Tra i partecipanti Andrea Di Benedetto, presidente nazionale di CNA Giovani Imprenditori; Camilla Fabbri, ex segretario provinciale CNA di Pesaro e Urbino, oggi senatore e Roberto Battaglia, responsabile del Servizio Formazione di Intesa San Paolo. Particolarmente apprezzato è stato l’intervento del professor Stefano Micelli, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, autore del libro Futuro artigiano, l’innovazione nelle mani degli italiani, incentrato sulla possibilità di declinare al futuro l’importante eredità del ‘saper fare’ e della tradizione del made in Italy. All’iniziativa, patrocinata dalla Provincia di Pesaro e Urbino e dal Centro per l’impiego, ha collaborato anche la Camera di Commercio di Pesaro e Urbino. Accanto ai diversi prodotti appositamente studiati per gli under 35, Banca dell’Adriatico mette a disposizione un innovativo strumento che aiuta chi vuole realizzare un’idea imprenditoriale, accompagnandolo nei passaggi necessari e individuando i finanziamenti privati e pubblici disponibili. è il portale www.neoimpresa.com sul quale, oltre a informazioni tecniche come quelle riguardanti gli adempimenti burocratici o il trend dei mercati di riferimento, gli aspiranti imprenditori possono verificare e sviluppare la fattibilità del loro progetto attraverso i tre step “pensala”, “creala”, “finanziala”. Da sottolineare infine che Intesa Sanpaolo per il quarto anno consecutivo ha siglato un accordo con Confindustria Piccola Industria, rinnovando il plafond di 10 miliardi di euro previsto dalla collaborazione, di cui 200 milioni di euro dedicati ai nuovi progetti imprenditoriali. 74

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oltreconfine sguardi fuori Pian del Bruscolo


“Scarlatto e una libbra di pepe”. La fiera di San Terenzio oltreconfine | Pesaro, 1

Il calendario del Medioevo ha portato nelle città e campagne una serie di feste annuali dedicate ai santi patroni e protettori, in cui sacro e profano, religione e politica si intrecciavano e che scandivano i tempi del quotidiano, fra cui si inserivano anche sagre,

mercati e fiere intitolate ai santi locali, come l’antica fiera di

San Terenzio a Pesaro

di

Sopra: Concessione della Fiera di S. Terenzio (Biblioteca Oliveriana, Pesaro, ms. 960, Indice). Nella pagina seguente: San Terenzio, da Cesare Tortorino, Historia dell’antichissima e fedelissima città di Pesaro... (Biblioteca Oliveriana, Pesaro, ms. 1997). Le immagini appaiono per gentile concessione della Biblioteca Oliveriana di Pesaro.

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Giovanna Patrignani

Anche a Pesaro si svolgevano nei secoli passati fiere e mercati, legati ad antiche consuetudini e tradizioni, di cui si è persa ormai la memoria, ma ricostruibili sulle tracce delle fonti documentarie. Speciali rubriche degli antichi Statuta civitatis Pisauri, sia manoscritti (1412) che stampati (1531), contengono le prescrizioni per l’osservanza delle feste religiose in onore dei santi protettori della città e descrivono le solennità e le festività durante le quali Pesaro ospitava varie fiere nel corso dell’anno, ricorrente motivo di aggregazione e meccanismo di scambio tra città e contado, con affluenza di mercanti da altre parti d’Italia ed anche stranieri: la fiera di Santa Mustiola (3 luglio), di San Gaetano (7 agosto), della Madonna di agosto (15 agosto), di San Nicola (10 settembre), di San Terenzio (24 settembre). L’originale della concessione della fiera di San Terenzio, patrono della città, risaliva alla richiesta da parte della comunità in data 17 luglio 1567 - e conseguente approvazione del duca Guidubaldo II della Rovere, di istituire una fiera nel giorno della festa del santo, 24 settembre, al fine di provvedere la città di animali da carne […] e massime delle carni migliori et alli infermi necessarie, […] e perché darà grande aiuto a detta città non solo la provisione de detti animali e carni, ma in ciascuna altra cosa necessaria alla vita umana, se in essa si facesse almeno una volta l’anno una fiera generale di bestiame et altre merci come si fanno in Urbino, Fossombrone et in altre cittadi circonvicine (Biblioteca Oliveriana, Pesaro, ms. 960, VII, fasc. 78). La promemoria_numeroquattro


fiera era libera e franca, essendosi stabilita nei due giorni prima e dopo il 24 settembre l’esenzione dal pagamento di ogni dazio e gabella sia per le merci che per gli animali e l’istituzione di un’area di libero scambio che tutelasse gli interessi dei mercanti, per i quali veniva insediato uno speciale tribunale inerente esclusivamente questioni riguardanti la fiera. L’origine del privilegio della fiera di San Terenzio, documentata nelle carte dell’archivio segreto della comunità almeno fin dal 1550, è sicuramente più remota di quanto attestino le fonti archivistiche, per cui il documento del 1567 doveva piuttosto essere una conferma degli antichi privilegi e non la prima concessione. Infatti San Terenzio era il più antico fra i santi protettori della città di Pesaro e speciali solennità erano prescritte negli Statuta civitatis Pisauri per la festa del patrono, in cui la cerimonia religiosa del mattino era seguita durante la giornata dalla festa popolare, consistente in una corsa di caval-

li, per la quale il podestà aveva stabilito tre premi cui potevano concorrere anche i forestieri: sette braccia di scarlatto fino, una porchetta con aglio e cipolle, un gallo ed una libbra di pepe. Con sentenza emessa dal luogotenente nel 1678, durante la fiera di San Terenzio era stata decretata l’esenzione dal dazio del vino a spina, la cui vendita, unitamente a quella al minuto, era regolata da precise norme statutarie contenute nella provisione sopra al dazio del vino che si vende a spina: la vendita poteva avvenire soltanto in città, nei borghi e al porto, ma non nella corte, per cui era necessaria una speciale licenza, così come, senza apposito permesso, il vino non poteva essere tenuto fuori dell’osteria o della taverna; gli osti e le loro famiglie erano obbligati a bere lo stesso vino che vendevano, per evitare qualunque frode a danno del consumatore. Nel 1719 un chirografo di papa Clemente XI (Gianfrancesco Albani) prorogava di sette giorni la fiera di San Terenzio, che veniva così a durare dodici giorni, dal 16 al 27 settembre. Ma già nel Settecento si manifestarono i primi sintomi di decadenza del fenomeno fieristico, che andarono rapidamente accentuandosi nel principio del secolo seguente: molte fiere scomparvero, altre restrinsero la loro influenza sopra un territorio locale o ridussero notevolmente l’attività. Con l’evoluzione del commercio, dei trasporti e dell’attività industriale, le antiche fiere, nella tipica veste medievale, persero definitivamente di importanza. Anche la fiera di San Terenzio col tempo cadde in disuso, probabilmente per la vicinanza cronologica con quella di San Nicola, la cui festività ricorre il 10 settembre: l’unica sopravvissuta, continua ancora a perpetuare l’antichissima tradizione delle fiere pesaresi, testimoniando la persistenza degli antichi miti della memoria popolare e dei consueti rituali dell’identità cittadina, che il progresso e il lavorio dei secoli non hanno ancora cancellato.

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San Terenzio Proclamato nel 1802 patrono di Pesaro, sin da tempi antichissimi San Terenzio è venerato come primo vescovo della nostra città. Le fonti non consentono però di definire precisamente la sua biografia, basata su un manoscritto oggi perduto, proveniente dal monastero di Bellaguardia, vicino a Fossombrone. Ungherese secondo alcuni (già dal 7 d.c. la Pannonia, comprendente l’attuale Ungheria, era stata conquistata dai Romani), pesarese nell’opinione di altri, tra i quali anche Annibale degli Abbati Olivieri, secondo la tradizione Terenzio sarebbe stato martirizzato il 24 settembre 247 nei pressi dell’Abbadia di San Tommaso in Foglia, in prossimità di una polla d’acqua solforosa (acqua mala) dove sarebbe stato gettato il suo corpo. Le sue reliquie sono conservate a Pesaro, in Cattedrale, nella cappella a lui dedicata (www.arcidiocesipesaro.it/arcidiocesi/santo-patrono/46-santo-patrono.html, 25 febbraio 2013, ore 16.30). Dire “San Terenzio” a Pesaro è anche, per molti, andare con un sorriso al glorioso Circolo cattolico fondato nel 1892, la cui attività negli anni Cinquanta è documentata dalle fotografie riportate qui sotto.

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ero! um Roma, Rocca di Papa, 1959. Alcuni componenti del Circolo San Terenzio al VI Congresso nazionale C.S.I., “Centro internazionale di studi Pio XII per un mondo migliore”; a sinistra, dall’alto: Pesaro, Circolo San Terenzio, 1959. Tre uomini, gli alberi un cane, posa degli attori e degli aiutanti; partita “Vecchi contro Giovani” (foto Arceci, Pesaro; raccolta Giorgio Ortolani, Pesaro). In alto: Pesaro, cattedrale di Santa Maria Assunta, Alessandro Gallucci, San Terenzio, vetrata, 1950 (fotografia Fausto Schiavoni).

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Un libro per tutti. La Biblioteca popolare circolante “Alessandro Manzoni” di Pesaro oltreconfine | Pesaro., 2

Un inedito omaggio alla Biblioteca circolante “A. Manzoni”, pioniera del servizio bibliotecario pubblico a Pesaro di

L’immagine proviene dall’archivio del Terz’Ordine Francescano TOF, poi Ordine Secolare Francescano - OSF di Pesaro, e ritrae una non meglio precisata pesca di beneficenza in favore della biblioteca nel marzo 1932.

Filippo Pinto

Questo articolo vuole rivolgere un omaggio speciale alla Biblioteca circolante “A. Manzoni” per ricordare non solo e non tanto il centenario della sua attività quanto, piuttosto, il ruolo pionieristico che essa ha rappresentato con l’apertura del servizio bibliotecario pubblico a Pesaro. Alcune osservazioni preliminari. Molte carte del suo archivio sono andate distrutte nel corso delle due guerre, insieme a gran parte della dotazione libraria storica. Le fonti di prima mano, riferite a questa specifica esperienza bibliotecaria, sono pertanto talmente risicate che non hanno consentito un approfondimento esaustivo delle sue vicende, da comprendere anche nel contesto generale delle numerose iniziative di carattere educativo e culturale dirette al fenomeno della cultura popolare italiana tra Otto e Novecento. Neanche sarà possibile definire qui lo stesso concetto di “popolare”, per quale lo interpretarono “strutture” analoghe, ma al contempo differenti nei motivi ispiratori. Le biblioteche per il popolo, diffusesi a ridosso dell’unificazione italiana nella nostra provincia, come altrove, per iniziativa spontanea di gruppi di privati, di società di mutuo soccorso ed operarie, senza l’intervento diretto della pubblica amministrazione, hanno lasciato dietro di sé tracce davvero superficiali. Nel 1863 la statistica generale delle biblioteche del Regno colloca le Marche, insieme a To-

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scana, Emilia e Sicilia, tra le regioni con il maggior numero di biblioteche funzionanti tra civiche, religiose - queste devolute allo Stato nel 1866 - e private, ma agli ultimi posti quanto al numero di opere date in lettura e per la povertà dei rendiconti finanziari di questi enti. Dopo quasi un ventennio, nel 1881, la statistica prefettizia di Pesaro e Urbino registra un incremento nella presenza di biblioteche, che passano da sedici a ventuno, di cui dieci si trovano nel circondario pesarese. La provincia conta allora nove biblioteche popolari, di cui cinque ulteriormente qualificate quali “circolanti”, per il fatto di prestare i volumi agli iscritti o a coloro che ne avevano diritto. A Pesaro sono censite due biblioteche “classiche”: la Biblioteca Oliveriana - le pervennero le librerie delle soppresse corporazioni religiose - e la Biblioteca del Regio Istituto Tecnico. In città è attivo un gabinetto di lettura facente capo alla società omonima. Si legge anche alla società del Circolo cittadino. Il prefetto Scelsi, nella sua relazione, accenna poi agli atti che probabilmente costituivano il fondo originario della biblioteca ad uso e consumo dell’Accademia agraria, fondata nel 1828, e della sua utenza specializzata. Queste biblioteche esercitavano una funzione di studio e di ricerca e attiravano un pubblico colto e intellettuale, i cui interessi erano in prevalenza storico-eruditi, filologici o scientifici. Una cerchia ristretta di nobili e di borghesi, con la disponibilità economica per tesserarsi a una società di lettura che offriva spesso, in sede, l’intera gamma del mercato librario contemporaneo e di periodici locali e stranieri. Il problema di servizi bibliotecari rivolti al ceto popolare urbano, che nell’alfabetizzazione e nella conseguente lettura aveva trovato la base della sua educazione e della sua preparazione culturale e professionale, dopo un non meglio precisato tentativo, che fallì, da parte dei popolari, troverà la sua soluzione, nella Pesaro del primo decen80

nio del Novecento, grazie a un gruppo di intellettuali cattolici gravitanti nell’orbita del Terz’ordine francescano (TOF), dal quale proviene il contributo fondamentale allo sviluppo iniziale di questa felice esperienza. Nella Biblioteca popolare circolante A. Manzoni si delineano alcuni aspetti esemplari delle biblioteche cattoliche di fine Ottocento, animate su sollecitazione di Leone XIII dal comune intento per la diffusione e per la difesa della visione socio-culturale cattolica contro la diffusione delle idee di ispirazione liberale o socialista, veicolate sulla “cattiva stampa”. D’altra parte essa mostra alcuni risvolti innovativi nella cosiddetta età giolittiana che le derivavano dall’essere una creazione nutrita dallo spirito della grande famiglia francescana impegnata nella propaganda della “buona stampa”. Il merito di questa modernità è attribuibile al pensiero di padre Pacifico da San Severino Marche, colui che riaccese gli entusiasmi e diede nuovo slancio alla fraternità dei laici francescani in Pesaro, coinvolgendoli nella creazione di una biblioteca “circolante”. Desideroso di fare il bene morale e religioso del popolo pesarese e per facilitare liberamente da pregiudizi la diffusione della letteratura ispirata ai valori cristiani, padre Pacifico, che possedeva una certa esperienza in campo editoriale/letterario - era infatti direttore di “Azione francescana” - pensò di collocare la biblioteca nel cuore della città, fuori convento e lontano da chiese, così che non avesse “sapore di sacrestia” ma potesse invece attirare tutti. Il frate cappuccino era l’assistente spirituale di quel gruppo di universitari, guidati dall’avv. Amos Boccaccini – propagandista di Azione cattolica e primo presidente del Consiglio regionale delle Federazioni diocesane di Azione Cattolica – morto in un incidente automobilistico nel 1924. L’avvocato, personalità assai nota in quegli anni, è ritenuto il cofondatore della biblioteca, di cui assunse inizialmente la presidenza, coadiuvato dal prof. Tiberio Curtarelli e dal promemoria_numeroquattro


prof. A. Giumetti in qualità di bibliotecari. Tra la fine del 1908 e gli inizi del 1909 la biblioteca popolare aprì al pubblico nel palazzo Giorgi, in via Garibaldi (ora via Diaz), con l’iniziale dotazione libraria composta da una parte di volumi donati dal Circolo San Terenzio, dallo stesso padre Pacifico e di nuovi acquistati. Purtroppo non si conosce ancora nulla riguardo ai motivi che portarono alla scelta di intitolare la biblioteca a uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi, la cui opera e ideologia sembrano contenere la sintesi delle diverse anime della cultura cattolica italiana dell’Ottocento e del Novecento. Tra le altre personalità che presero parte alla creazione della biblioteca si ricorda il canonico Stramigioli, il prof. G. Tamburini e il geom. Mario Gaudenzi (terziario). E che, inoltre, sotto l’impulso dell’Azione cattolica pesarese sorgeva contemporaneamente la Società ginnastica “Nova Juventus” - ebbe però breve durata per l’allontanarsi da Pesaro dei suoi dirigenti e soci - alla quale si dedicarono Giumetti e Gaudenzi, mentre Boccaccini e compagni continuavano ad occuparsi della biblioteca. Il primo consiglio direttivo della biblioteca era inaugurato formalmente nel 1911. Nell’agosto di quest’anno è verbalizzato nel registro delle adunanze del TOF il resoconto delle opere principali dovute all’instancabile operosità e intelligenza del suo padre direttore: una casa per poveri, una biblioteca circolante, un segretariato, un oratorio per i terziari, l’unione serafica.

La presidenza restava affidata all’avv. Boccaccini, la vicepresidenza andava a Padre Pacifico, che avrebbe seguito per molti anni le sorti della nuova istituzione con costanza e con competenza; Rosina Brunelli (terziaria) era la segretaria, Teresa Magi (terziaria) era la cassiera, Lina Zacconi era la bibliotecaria, Eda Guaitoli, Emma Mancini (terziaria), Enrica Fazi erano i consiglieri e Clelia Spinaci, l’addetta al controllo. Sempre in quell’anno la biblioteca raggiungeva le file della Federazione italiana delle biblioteche cattoliche, fondata a Milano nel 1904 e punto di riferimento teorico e sostegno reale per i propri aderenti. Il successo dell’iniziativa milanese per la diffusione delle biblioteche popolari fu clamoroso, ma resta da valutare in quale misura esso ebbe ad influire o non sul progetto pesarese. Comunque la notizia appare sul bollettino periodico della Federazione, che avrà sostituito parte del suo nome e cambiato l’aggettivo “cattoliche” con “circolanti” intorno agli anni Venti. Vi si scrive che la biblioteca pesarese metteva a disposizione un patrimonio librario di 1.250 libri, che era aperta al pubblico nei giorni di giovedì e di domenica, che dal primo gennaio 1909 i volumi dati a prestito erano 12.500 e che i 28 soci pagavano 5 lire, esprimendosi viva soddisfazione per l’operato del TOF locale. Nel 1914 gli utenti erano aumentati, i volumi raggiunsero quota 2.000, di cui 200 erano quelli letti settimanalmente. Si rese necessario chiamare una nuova bibliotecaria, Elisa Clerici. I soci attivi erano saliti a 200, gli onorari a 30 - di questi il cappuccino Paolo Tei, vescovo di Pesaro dal 1904 al 1916, avrà appoggiato caldamente l’opera di un suo confratello - i quali, uniti ai 150 lettori non abbonati, davano alla biblioteca un introito di 30 lire a settimana, giudicato

Da sinistra: padre Pacifico da San Severino e Amos Boccaccini (Archivio Storico Diocesano di Pesaro). promemoria_numeroquattro

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appena sufficiente per il continuo acquisto dei libri, cresciuti ancora nel 1916 a 2.500 titoli di narrativa, di religione e di letteratura per bambini. Si può avere un’idea della qualità delle opere che componevano l’originaria dotazione libraria dalla serie dei cataloghi storici. Non è stato possibile avere in mano quelli stampati tra il 1910 e il 1911, ma l’archivio della biblioteca conserva tre quaderni manoscritti - “Libri di avventura”, “Storia, Viaggi, Romanzo storico” e “Libri per fanciulli” – con autori italiani e stranieri. Fortemente specializzata sulla letteratura “amena”, l’offerta libraria era attentamente selezionata nel rispetto della funzione essenzialmente educativa della biblioteca, in base alle indicazioni fornite dalla «Rivista di Lettura» oppure era lo stesso consiglio direttivo a procedere al vaglio dei libri, senza mai venire meno ai concetti di moralità e di ortodossia ai valori cristiani. La congregazione del movimento francescano secolare era la fautrice di questo risveglio in favore delle buone letture e delle biblioteche popolari per l’educazione delle plebi non solo urbane, ma anche rurali, alle quali da secoli i cappuccini si erano rivolti di preferenza. Il movimento delle biblioteche popolari e delle idee ad esse soggiacenti attecchì con la vitalità straordinaria, in alcuni casi propagandistica e anticipatrice che gli era propria, dando vita a una ricca fioritura di fondazioni, tendenzialmente permanenti e diffuse nel territorio, sia a livello comunale che provinciale. Da parte del TOF, fra le altre attività caritative, catechistiche ed educative, si curava l’apertura di nuovi punti di lettura e la promozione della buona stampa nel vasto mare della letteratura di massa. Localmente la Biblioteca Manzoni avviò le sezioni di Novilara, di Mombaroccio, di Santa Maria delle Fabbrecce e di Tomba (Tavullia). Succursali terziarie, il cui segretariato si trovava a Pesaro, funzionavano a Sassocorvaro, oltre a quelle iniziate a Fos82

sombrone per l’opera di padre Bonaventura da Fermo, cappuccino di Montefiorito di Romagna. Il modello delle biblioteche popolari ha rappresentato una lunga e gloriosa parentesi nella storia bibliotecaria italiana, ma recava con sé alcune debolezze di fondo che resero questa esperienza per molti versi fallimentare. In quanto forma associativa di natura filantropica la biblioteca era tutta fondata sul volontaristico sforzo dei soci, tra fondatori ed onorari, principalmente borghesi “illuminati” e amanti della cultura, i quali concorrevano periodicamente alle spese di gestione. La biblioteca contava anche su contributi episodici da parte delle locali banche di credito (Cassa di Risparmio), di enti e di altre associazioni di vario genere (Associazione degli Industriali). Ma il problema della risorse economiche è pressante sin dagli esordi, dietro ai quali vi sarebbe una ricca pesca di beneficenza, il che la dice lunga sulla fatica di programmare una gestione a lungo periodo. Più in là nel tempo, nel 1969, il direttore Benigno Salvi, rispondendo alla richiesta della Soprintendenza bibliografica di Bologna per una relazione sulla attività della biblioteca, doveva ancora constatare che i nostri libri sono tutti romanzi e letture amene per ogni categoria di persone. Mancano, per il costo elevato, libri di cultura generale: studi storici, scientifici, letterari, psicologici, filosofici, religiosi e divulgativi richiesti in questi ultimi tempi da studenti e professori. Parole che esprimono una certa volontà di rinnovamento, nonostante le concrete difficoltà di mantenimento, aprendosi a un altro tipo di pubblico nel campo dell’istruzione. Il movimento delle biblioteche popolari è stato qualcosa di ben diverso da una vera e propria rete di servizi pubblici, ordinati e coordinati con alla base un progetto sostenuto, soprattutto finanziariamente, da una amministrazione pubblica. La precarietà delle strutture, la mancanza di personale promemoria_numeroquattro


La nona edizione della Mostra-mercato del Libro organizzata dalla biblioteca “Manzoni” presso la Sala Laurana del Palazzo prefettizio in Piazza del Popolo. La rassegna superava i 10.000 titoli con opere di cultura generale, narrativa, filosofia, hobby, cucina, teologia, arte, storia, sport e non mancavano neppure testi di parapsicologia e di fantascienza. Nel 1979 particolare risalto fu dato ai libri per l’infanzia, data la ricorrenza dell’anno internazionale del fanciullo (“Resto del Carlino”, cronaca di Pesaro, 2 agosto 1979); un volantino promozionale degli anni Settanta del ‘900.

qualificato - il gusto dei lettori che cambia - sono alcuni motivi per i quali, tranne qualche eccezione, sono scomparse le biblioteche censite nel 1881, le succursali e le sezioni della Manzoni. Questo sistema, finché è durato, ha garantito la gratuità dell’iscrizione alla biblioteca e del prestito dei libri, liberamente accessibili a chiunque. Viceversa il pagamento di una tassa avrebbe limitato l’uso della biblioteca da parte della collettività. In questo senso la Biblioteca Manzoni è stata una biblioteca “per tutti”, con accesso gratuito ai propri servizi e con la piena disponibilità delle sue raccolte, promuovendo l’abitudine alla lettura anche attraverso slogan più o meno efficaci sul caro dei libri: Desiderate leggere ma i libri costano? Rivolgetevi alla Biblioteca circolante Manzoni. Questi elementi, insieme ad altri, significano oggi il concetto della natura “pubblica” di una biblioteca, in base alla convinzione morale di soddisfare determinate necessità della coscienza intellettuale individuale. Necessità che erano allora quelle proprie e specifiche della cultura popolare, alla quale la fisionomia bibliografica della Biblioteca Manzoni è stata improntata così come la si definisce nel proprio statuto. Durante la Seconda Guerra mondiale l’attività di diffusione culturale mediante il prestito del libro non venne meno, anche se i bombardamenti sulla città obbligarono la biblioteca a trasferirsi nell’abitazione di don A. Cecchini, in via Cattaneo. Qui restò fino al 1952, quando ebbe l’opportunità di entrare nella Casa francescana edificata da padre

Bocci per ospitare l’Opera delle Sorelle francescane della Carità, in via Guidi, sul finire degli anni Quaranta. Il periodo che segue segnò la ripresa e il riordino della biblioteca, la suddivisione, la schedatura e la collocazione di nuove opere, la promozione della lettura per merito della terziaria Teresa Gennari, membro attivo del direttivo dal 1942 e presidente della biblioteca per molti decenni. Gli anni Settanta sono quelli maggiormente pervasi dalle energie della signorina Gennari, insieme alle sue colleghe bibliotecarie, per attuare tutta una serie di iniziative mirate non solo a ripristinare la biblioteca all’interno del circuito culturale cittadino, ma anche a salvaguardarne la memoria storica, incaricando la segretaria di redigere essenziali cenni storici sulla biblioteca in base alle poche carte d’archivio e preoccupandosi dell’aspetto giuridico, scrivendo alla Curia provinciale dei Frati Minori Cappuccini Piceni per dei ragguagli in merito alla proprietà e alla gestione della biblioteca. A questo periodo risale un’esperienza davvero significativa (almeno dal 1973), avviata all’interno della Rete provinciale dei posti di prestito - la Biblioteca Manzoni era il posto n. 18 - il cui centro rete, dipendente dal Servizio nazionale di lettura, era situato presso la Biblioteca Federiciana di Fano. Altri libri e riviste della rete erano in deposito presso la direzione didattica statale del VI circolo di Pesaro, la biblioteca parrocchiale di San Pietro in Calibano e a Villa San Martino. Il trasferimento ai comuni dei beni in dota-

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zione delle biblioteche popolari, dei centri sociali di educazione permanente, dei centri di lettura e dei centri rete di distribuzione, attuato con la legge regionale n. 29 del 2 settembre 1979, pose fine a questo servizio che non si era limitato ad un espletamento di tipo burocratico del prestito librario, ma secondo le intenzioni della bibliotecaria mirava a sviluppare un rapporto umano-culturale con i lettori tramite iniziative per la scelta dei libri (i “desiderata”), conferenze, mostre e celebrazioni su vari ambiti disciplinari e in diverse occasioni per la promozione del libro e della lettura (I giovani e l’arte figurativa, 1970; Centenario manzoniano, 1973; Premio letterario per l’infanzia, 1975; L’uomo e la società industriale, 1979, Mostra rossiniana, 1980). La manifestazione che fu accolta con grande fervore dalla città, a tal punto da essere considerata la “pedana di lancio” della nuova biblioteca, sono state le dieci edizioni della Mostra-mercato del Libro (1971-1980), presso la Sala Laurana del Palazzo prefettizio in Piazza del Popolo, con la collaborazione dell’Azienda autonoma di soggiorno. L’evento era ampiamente pubblicizzato dai

giornali del tempo, mediante la radio e vi parteciparono importanti case editrici, italiane ed estere, con titoli di formazione culturale, psicologia, scienza, letteratura per bambini ecc. La prima edizione durò una settimana e il pubblico acquistò complessivamente 600 libri, quasi cento libri al giorno; fu un grande risultato per i nuovi acquisti tra gli scaffali. Alla fine del periodo aureo contraddistinto dalla direzione della Gennari si inizia per la biblioteca un lento declino che dall’ultimo decennio perdura fino ai nostri giorni. Le difficoltà economiche che non hanno consentito di elaborare una seria politica biblioteconomica di revisione delle raccolte e di riorganizzazione del servizio bibliotecario, il mancato aggiornamento con le tecnologie informatiche che oggi favoriscono l’incontro tra le nuove esigenze informative degli utenti e la proposta bibliotecaria, nonché l’esclusione da una logica sistemica nell’ambito della cooperazione bibliotecaria hanno sospinto ai margini del panorama bibliotecario cittadino la Biblioteca Manzoni, che sopravvive con i pochi, ma affezionati lettori e lettrici che le sono rimasti fedeli.

Fonti e riferimenti bibliografici I dati nazionali relativi alle biblioteche marchigiane sono reperibili in Statistica del Regno d’Italia. Biblioteche, anno 1863, Firenze, 1865, e al panorama bibliotecario provinciale, in G. Scelsi, Statistica della provincia di Pesaro, 2 vol., Pesaro, 1881, (rist. 1997). Per la storia del movimento delle biblioteche popolari, vd. G. Barone, A. Petrucci, Primo: non leggere. Biblioteche e pubblica lettura in Italia dal 1861, Milano, 1976; P. Traniello, Storia delle biblioteche in Italia dall’Unità a oggi, Bologna, 2002, ma sulle biblioteche popolari cattoliche, vd. E. Zonca, Note sulla biblioteche popolari cattoliche tra Ottocento e Novecento, in «Bollettino di Informazione» dell’Associazione dei Bibliotecari Ecclesiastici Italiani, 2010/3. Sul sistema bibliotecario provinciale, con riferimento al trasferimento delle competenze in materia di biblioteche in seguito alla l. reg. 29/1979, vd. A. M. Della Fornace, (a cura di), Bibliotheca mundi: il servizio bibliotecario nelle istituzioni pubbliche e private della provincia di Pesaro e Urbino,Venezia, 1999. Riguardo al Terz’ordine francescano (TOF), poi Ordine secolare francescano (OSF) nelle Marche e a Pesaro è molto utile R. R. Lupi, Padre Giuseppe Bocci apostolo delle vocazioni,

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Offida, 2000, e su Teresa Gennari, professa il 25 giugno 1933, (n. 45 del registro delle terziarie francescane, presso l’OSF dei Cappuccini di Pesaro), e ministra della congregazione femminile con padre Giuseppe. Da questo volume è tratta la fotografia di padre Pacifico da San Severino Marche. In merito alla dotazione libraria - la cui parte originaria è riconoscibile sugli scaffali in biblioteca dalla caratteristica legatura in cartone scuro - e al numero degli utenti nei primi anni di vita della Biblioteca A. Manzoni, vd. «Bollettino delle biblioteche cattoliche», 7, 1911/3 e Riassunto della relazione presentata dalla direzione diocesana di Pesaro all’assemblea dei contribuenti il 18 agosto 1914 (estr. da «Organizzazione professionale», 1914). Sono grato al prof. Marco Ferri per avermi diretto all’archivio della Rete provinciale posti di prestito, presso la Biblioteca comunale Federiciana di Fano, con ulteriori notizie al riguardo, e inoltre ricevano il mio ringraziamento la sig. ra Ornella Dini, attuale ministra OFS di Pesaro, la sig.ra Giovanna Pensalfini, che l’ha preceduta, e le gentili bibliotecarie volontarie della Manzoni, che mi hanno permesso di consultare con profonda generosità i propri archivi. promemoria_numeroquattro


esercizi di memoria


la memoria degli altri | Olessia Tambovtseva La consueta apertura di “Promemoria” sulla memoria degli altri accoglie in questo numero la storia di Olessia Tambovtseva, dal 1998 residente a Montefabbri di Colbordolo,

dove insieme con il marito Enrico Libanore ha dato vita a “La Fattoria del Borgo”, azienda agricola che ospita una tra le prime fattorie didattiche della nostra regione. conversazione di

Un ambiente ancora incontaminato, a due passi dal bellissimo borgo di Montefabbri, uno dei Borghi più belli d’Italia, dove vivono poche persone, questo è il luogo “perfetto” che Olessia Tambovtseva con il marito Enrico Libanore e i suoi figli hanno scelto come residenza. Olessia ed Enrico dal 1998 hanno speso tutte le loro energie lavorando ogni giorno a diretto contatto con la natura nell’azienda agricola condotta con metodo biologico per realizzare il progetto: “La Fattoria del Borgo”, struttura didattica nata per trasmettere una filosofia di vita soprattutto alle scolaresche, che lì trovano ospitalità e possibilità di fare esperienze (www.lafattoriadelborgo.it). Incontro Olessia nella sua casa-laboratorio in un pomeriggio umido, è con lei da poco più di un giorno anche sua madre Valentina arrivata dalla Russia. Da dove vieni? Vivevo in un grosso quartiere di circa 220mila abitanti, posto nella grande periferia di Mosca, un’area autosufficiente con la presenza di tutti i servizi indispensabili per una dignitosa vita sociale, un quartiere satellite, con una zona produttiva dove venivano costruite le testate nucleari. Come hai deciso di venire in Italia ? I miei rapporti con l’Italia risalgono agli anni ‘90, conseguita la laurea in discipline artistiche, portavo avanti nel mio paese corsi per bambini e altre attività in campo artistico nelle scuole e nel quartiere, lavoravo inoltre in uno studio dove curavo i rapporti commerciali per una ditta di Talacchio, quindi pur non essendo mai venuta in Italia avevo già rapporti concreti con la realtà produttiva italiana. Nel corso di questa esperienza di lavoro, sono venuta a conoscenza del fatto che l’ICE (Istituito per il Commercio con l’Estero),offriva l’opportunità di frequentare corsi di formazione di carattere commerciale presso università italiane, con la possibilità di perfezionare l’esperienza formativa anche con stage in aziende del territorio. Non proprio convinta, anche perché la mia preparazione ufficiale era prevalentemente artistica, decisi comunque di inviare il mio curriculum. Io non abitavo in 86

Sandro Tontardini

casa con mia madre, per ragioni di lavoro stavo fuori in un luogo distante una cinquantina di chilometri, rientravo quindi a casa ogni quindici giorni circa. Un giorno mia madre mi disse che era arrivata una lettera per me da parte dell’ICE: la mia domanda era stata accolta e quindi dovevo partire per l’Italia. Ho risposto, consapevole del ritardo, convinta che non mi avrebbero presa, invece la mia richiesta è stata accettata. Era il 23 di aprile, sono partita il 5 maggio. Così nel 1996, all’età di 23 anni ho preso armi e bagagli e sono atterrata a Roma. Arrivata alla stazione Termini, ricordo ancora un particolare che mi ha impressionato: gli operai lavavano con lo shampoo [un detersivo schiumogeno, n.d.r.] i treni sia all’esterno che all’interno e così mi son detta: ”guarda un po’ dove sono capitata!” Con quante persone ti sei trovata a condividere la tua “avventura”? Eravamo in dodici, russi, turchi e argentini. Da Roma ci siamo spostati a Foligno e successivamente a Perugia all’Università per stranieri, dove abbiamo frequentato un corso per imparare l’italiano. Io vivevo in un appartamento con altre ragazze russe, una turca, una lituana e un argentino. Eravamo trattati molto bene anche da un punto di vista economico, prendevamo un contributo di due milioni al mese con il quale dovevamo far fronte a tutte le nostre esigenze di vita. Superato il corso di italiano siamo stati trasferiti all’università di Ancona per proseguire la nostra formazione nella promozione e commercializzazione del prodotto. Terminata la bella esperienza, bella non solo dal punto di vista formativo, ma anche sotto l’aspetto umano e culturale, visto che era stata una occasione per visitare buona parte dell’Italia, molti che erano con me sono poi ritornati nei loro paesi di origine, dove hanno aperto delle loro attività. Io invece avevo mantenuto i contatti con la ditta che operava a Talacchio, e quindi ho fatto uno stage nella stessa azienda. Successivamente sono stata assunta nella stessa ditta dove lavorava Enrico che nel 1998 ho sposato. Di chi è stata l’idea di trasferirsi a Montefabbri e realizzare la fattoria didattica? L’idea è stata di Enrico, che, prima di lavorare in fabbrica, aveva fatto l’animatore in una grossa fattoria didattica in Lombardia acquisendo un minimo di esperienza nel promemoria_numeroquattro


settore. Nel 1996 aveva comperato l’azienda agricola a Montefabbri, dove esisteva anche un frutteto. Nel 2002 abbiamo inaugurato ufficialmente la nostra fattoria didattica. Hai trovato difficoltà nell’inserimento nella nuova realtà? Appena arrivata ho partecipato sempre in maniera attiva alle iniziative locali per entrare in contatto con gli abitanti del paese. Con l’aiuto dello storico Leonardo Moretti avevamo realizzato degli studi sulle case coloniche del luogo e, visto che annesso alla nostra casa esisteva un forno a legna, lo abbiamo riattivato e per l’occasione abbiamo organizzato una bellissima festa con tanti invitati, amici e abitanti del luogo. Intanto facevo laboratori nelle scuole del territorio, sono brava a disegnare, grazie a questa mia preparazione artistica riuscivo facilmente a mettere a frutto le mie competenze, la mia inventiva e la mia manualità con i bambini. Questa esperienza è stata per me importante perché mi ha messo in diretto contatto con tante realtà del luogo. Certo Montefabbri è piccolo e quindi è facile ritrovarsi tra le persone. Molti mi avevano preso a ben volere e avevano tanta tenerezza nei miei confronti, ricordo una signora che un giorno si presentò a casa con un piccolo mattarello e una tavoletta per tagliare le tagliatelle e mi disse “non ti preoccupare che poi ti insegno io”. Hai rimpianti? Mi manca la mia cultura, gli affetti, le persone più care, mia nonna Maria Andreevna Kernicnaia, novantenne, pluridecorata, che pur di combattere per la causa della Russia sul fronte ucraino ha fatto aggiungere due anni sul passaporto per paura di essere destinata ai servizi infermieristici. Una donna tenace che ho sempre ammirato da cui penso derivi anche questa mia forza incredibile a restare e portare avanti il progetto che ho in testa. Un problema c’è: è mia madre che vive e ancora lavora in Russia, ha una certa età, non ha nessuno, mio padre non c’è più, io sono figlia unica, non so come farò quando si presenteranno concretamente i primi problemi di salute. Gli italiani sono conosciuti per la moda il design, la creatività, cosa ti piaceva di più di tutto questo?

Apprezzavo molto l’arte italiana, il Medioevo, il Rinascimento, periodi che per gli studi fatti conosco bene. Ricordo che quando ero a Perugia una volta siamo stati in Assisi per vedere la basilica. Alla vista degli affreschi di Giotto, che avevo tanto sognato, mi sono veramente emozionata, non nascondo che mi sono messa a piangere. Ho sempre ammirato i vostri mobili per la loro bellezza, l’originalità delle forme, la semplicità e la funzionalità, i tessuti colorati dei divani, la vivacità dei vostri ambienti, tutto il contrario di quello che si poteva trovare all’epoca nelle case russe. Nei vestiti mi colpivano in particolare gli accessori, i foulard pieni di colori, gli abbinamenti e il taglio giovane degli abiti; non perché uno scialle russo, magari fatto a mano non sia bello, anzi, ma il nostro modo di accostare colori e disegni è molto più sobrio e tradizionale, non prevale la fantasia e la creatività che invece esprime il modo di vestirsi italiano pur non indossando necessariamente capi firmati. Hai insegnato ai tuoi figli la tua lingua? Con Ilaria, la prima, è stato un po’ più complicato, ma con Elisa Beatrice e Nicola Noè, le cose sono avvenute in maniera molto più naturale, e tutto questo l’ho fatto non solo per dar loro l’opportunità di scoprire una cultura diversa e di imparare una nuova lingua, ma anche perché non volevo privare mia madre della gioia di poter parlare, scherzare e giocare con i suoi nipoti. Come va l’attività? Ormai l’attività si è consolidata, anche se è necessario sempre rinnovare e migliorare le proposte da offrire ai ragazzi e ai genitori che vengono a visitare la fattoria didattica. All’inizio naturalmente è stata dura, eravamo dei pionieri nel settore, tanti gli errori, di tutti i tipi, ma con la caparbietà e la volontà di farcela siamo riusciti a mettere in piedi una struttura didattica e di produzione - vendita di prodotti biologici di cui ci sentiamo veramente orgogliosi e dove si percepisce il nostro modo di vivere anche come famiglia. Quanto c’è di Olessia nell’attività della fattoria? Molto, senza togliere nulla a mio marito.

Il lampadario realizzato da Olessia con materiali di recupero come regalo per il compleanno del marito Enrico; Olessia ed Enrico con le loro due figlie; sullo sfondo: caramelle e dolci russi. In alto: Olessia in prima elementare, e sua nonna Maria Andreevna Kernicnaia, nata nel 1922. Nella pagina precedente, Sandro Tontardini e Olessia in una fotografia scattata il 1° marzo 2013, durante l’intervista. promemoria_numeroquattro

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la memoria delle cose

Un’estate al mare

Pesaro, cartoline e ricordi balneari a cura di

Cristina Ortolani

Un portachiavi racconta... per saperne di più, non perdete il prossimo numero di

“Promemoria” contin

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Sopra: Pesaro, manifesto promozionale del 1910 (stampa Stab. Lit. Wenk, Bologna). L’immagine è tratta da una serie di riproduzioni di manifesti realizzata alla fine degli anni Settanta del ‘900 dall’Azienda Autonoma di Soggiorno di Pesaro (raccolta privata, Pesaro). In primo piano, il portachiavi-souvenir realizzato dallo stesso Ente negli anni Settanta-Ottanta. A destra e nella pagina seguente, foto ricordo dalla spiaggia di Pesaro. A destra: fine anni Venti-primi anni Trenta del ‘900. Ilde Donati da sola e in una foto di gruppo (raccolta Anna Capponi Donati, Montelabbate). Nella pagina seguente: 1. Un’immagine dall’album della famiglia Accatino, 1913 (raccolta Maria Teresa Accatino, Latina); 2 e 3. Caròla (Anna) Spadoni in posa con l’ombrellino e in una foto di gruppo, 1927 (seduta, terza da sinistra); 4. Un’immagine del 1924 (2 - 4: raccolta famiglia Bertúccioli-Volpini); 5. Fine anni Quaranta-primi anni Cinquanta del ‘900. Simonetta De Angelis (raccolta Simonetta De Angelis, Pesaro) 6. Fine anni Quaranta-primi anni Cinquanta del ‘900, fotografia di Mario Schiavoni (Archivio Fausto Schiavoni, Pesaro); 7. Spiaggia di Ponente, 1949. Foto di gruppo per i bambini del Borgo. Si riconoscono Giuseppe Gresta (primo da destra nella foto), Dino Carandini (secondo da sinistra, seduto) e Giorgio Ortolani (primo da sinistra; raccolta Giorgio Ortolani, Pesaro); 8. 15 luglio 1947. Il bagnino Toto Crescentini posa per una foto promozionale dello studio Ammazzalorso; 9 e 10. Fausto Coppi in vacanza a Pesaro nel 1950 (8 - 10: raccolta famiglia Crescentini, Pesaro).

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mi ricordo Mi

ricordo che la contessa

deva a

Muraglia

Tra Proust e Perec, proseguono le nostre memorie in libertà. E tu, cosa ricordi? Laura

mia nonna scen-

per farsi i capelli dalla

Tranquilla,

nella casa bianca con la facciata ricoperta da una pianta d’edera, di fianco alla

Casa

Popolo. Puntualmente ogni martedì, e poi prendeva l’autobus diretta al mercato in piazzale Carducci. L’enorme edera della Tranquilla è ancora lì. Filippo Pinto Valmanente - Pesaro del

Mi ricordo quando ero piccola, facevo i giochi con la mamma. Mi piaceva la foto della mamma. Costanza Vannini Ortolani, 3 anni Pesaro Mi ricordo che una frase ricorrente di mio padre, figlio di un paròn di trabaccoli e lui stesso provetto navigatore, con una viscerale passione per il mare, era: “questo naviga a vista”, per indicare chi si improvvisa competente ed esperto, con saccente - ma ridicola - presunzione, in contesti di cui è completamente ignorante. Washington aveva ragione. Crescendo, ho conosciuto tanti “che navigano a vista”: da molto tempo ormai lo dico spesso anch’io. Giovanna Patrignani Pesaro

Mi ricordo la nonna, quando faceva la polenta. La rovesciava tutta sulla tavola per la pasta, ci metteva due mestoli di sugo sopra e ci sedevamo attorno, col cucchiaio, a mangiare tutti insieme. Mi ricordo quando mettevo le 10 lire nella macchinetta per prendere le “cingomme”. Mi ricordo che giocavamo a “palline” in mezzo alla strada imbrecciata. Mi ricorderei volentieri delle cose, ma non ho vissuto abbastanza quei bei tempi per ricordarmele. Gabriele Stroppa nobili Ginestreto - Pesaro

Mi ricordo che quando lavoravo a Pesaro dalla Maria il giovedì portavamo gli gnocchi col sugo all’anatra dalla trattoria ai malati dell’Ospedale Psichiatrico. Ione Dell’Onte Monteciccardo 90

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Ho riflesso molte volte sulla nostra rigida ricerca. Mi ha dimostrato che ogni cosa è illuminata dalla luce del passato. è sempre al nostro lato, all’ interno, che guarda fuori. Come dici tu, alla rovescia. Jonfen, in questo modo, io sarò sempre al lato della tua vita. E tu sarai sempre al lato della mia. Alex (Eugene Hutz) a Jonathan-Jonfen (Elijah Wood) nel film Ogni cosa è illuminata, di Liev Schreiber dal romanzo omonimo di Jonathan Safran Foer


hanno collaborato a questo numero Cult movies: Ninotchka di Ernst Lubitsch, a pari merito con Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, e The pirate di Vincente Minnelli. Cult books: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio; Cristina Campo, Gli imperdonabili; Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby. Luogo: la luce della Provenza. Colori: quelli di Matisse. Si avvicina al racconto della memoria attraverso i libri di Giovannino Guareschi, le storie di fantasmi della nonna e le provocazioni del professor Arnaldo Picchi, con il quale si è laureata a Bologna, al DAMS Spettacolo, nel 1993. Del teatro (per il quale ha firmato dal 1984 al 2004 i costumi di diversi spettacoli di opera lirica) le restano scatole di campioni di tessuti d’epoca, che utilizza per comporre artworks ai ristina quali - dice - spera di dedicare la vecchiaia. Tra storia e storie ha curato una ventina di pubblicazioni, rtolani principalmente legate al territorio provinciale di Pesaro e Urbino, tra cui Pesaro, la moda e la memoria (2008 e 2009) e Il facchino della diocesi. Giovanni Gabucci (1888-1948). Ha collaborato con la Fondazione Vittorio De Sica, con saggi sui costumi nei film del regista. Dal 1999 scrive anche per internet, occupandosi di costume, lifestyle, teatro e cinema. Dal 1996 collabora con enti locali e privati della Provincia di Pesaro e Urbino per progetti e iniziative culturali sui temi della memoria locale; nel 2005 ha creato la Memoteca Pian del Bruscolo e ideato le cene in famiglia di Belvedere Fogliense (Tavullia). Nel 2010 ha avviato pesaromemolab - laboratorio per la memoria condivisa promosso dal Comune di Pesaro e da diverse istituzioni culturali provinciali. È nata nel 1965 a Pesaro, dove vive e lavora.

C O

Laureato in filologia greca e latina presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’, ha conseguito successivamente presso la Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università degli Studi di Roma ‘La Sapienza’ prima il diploma di conservatore di manoscritti, poi il diploma di Archivista Paleografo, quindi il diploma di Paleografia Greca presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. Presso l’Università degli Studi di Macerata ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in ‘Cultura dell’età romanobarbarica’. Vincitore di concorso per archivista di Stato ricercatore storicoscientifico, dal 1999 è nei ruoli del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Dal 1 Giugno 2009 è direttore dell’Archivio di Stato di Pesaro. de

Antonello Berardinis

Nata a Sant’Angelo in Lizzola il 17 Febbraio 1958. Laureata in Scienze Agrarie. Sposata, con una figlia. Svolge attività di libero professionista, didattica e editoriale nel settore paesaggistico, agricolo ed ambientale. Dal Giugno 2009 è assessore del Comune di Sant’Angelo in Lizzola con deleghe alla Pubblica Istruzione, Formazione, Ambiente e Agricoltura. Presidente dell’Accademia Agraria di Pesaro, per “Promemoria” Franca Gambini ha curiosato negli archivi di questa prestigiosa istituzione, con la serie Esercitazioni Agrarie.

Franca Gambini Archivista libero professionista, si occupa di archivistica ecclesiastica. Dottore di ricerca in Scienze archivistiche, bibliografiche e per il restauro e la conservazione dei beni archivistici e librari (curriculum archivistico) all’Università degli studi di Udine, bibliotecario diplomato alla Scuola vaticana di biblioteconomia della Biblioteca apostolica vaticana, al suo attivo ha articoli e recensioni su riviste locali e nazionali di settore storico, archivistico e bibliotecario. Collabora con l’Archivio Storico Biblioteca Diocesana di Pesaro e la Soprintendenza archivistica per le Marche.

Filippo Pinto

Marta Fossa 92

Laureata in Lettere Moderne con Lode presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, abilitata all’insegnamento con il corso S.S.I.S. di Macerata, conseguiti due Master relativi alla Storia e Forme della Letteratura Italiana ed alla Storia e Storiografia delle Età Antiche, ora insegna Lettere e Latino presso il Liceo Marconi ed il Liceo Mamiani di Pesaro, dopo una lunga esperienza professionale in Lombardia. Coltiva vari hobbies tra cui il giornalismo, sia su carta che televisivo, nonché il canto, infatti fa parte del coro del Santuario della Madonna delle Grazie di Pesaro. L’amore per la storia, insieme ad un pizzico di curiosità per gli aneddoti e per l’inedito, l’hanno fatta avvicinare a “Promemoria”.

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Laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Genova nel 1995, è iscritto all’Albo dell’Ordine degli Avvocati di Genova dove esercita la professione. Appassionato di storia anche pesarese.

Marco Gerunzi Sono nata quando Modugno vinse Sanremo con Nel blu dipinto di blu. Laureata in Lettere con tesi in Storia dell’arte e diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica. E così ho dichiarato subito i miei due grandi amori. In nome del primo ho partecipato all’organizzazione di alcune mostre, tra cui quelle a San Leo sul Valentino, il Seicento eccentrico (di cui son stata co-redattrice del catalogo per Giunti Editore) e Ciro Pavisa a Mombaroccio; ho redatto e schedato per il volume I Santuari nelle Marche, relazionato a convegni sulla scultura lignea; ho collaborato alla stesura dei testi per il video Medioevo nella Provincia di Pesaro. Ho curato schede sugli arredi di alcune chiese dell’urbinate e, per la De Agostini, sui Pittori marchigiani dell’800. Per l’altro amore, l’archiviimonetta stica, ho anche continuato a studiare, frequentando due Master sulla Progettazione e gestione inastianelli formatica dei servizi documentari e un corso universitario; ho riordinato gli archivi di vari Comuni e lavorato al censimento, commissionato da Regione e Soprintendenza, degli archivi ospedalieri e degli enti assistenziali della Provincia. La conoscenza degli archivi e la ri-conoscenza per la storia mi hanno messo sulla via delle mostre storico-documentarie e della pubblicazione dei relativi contributi. Oggi lavoro come archivista del Comune di Pesaro.

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Nadia R agni

Laureata in Architettura al Politecnico di Torino nel 1992, iscritta all’Ordine degli Architetti dal 1995. Dal 1997 lavora presso i Servizi tecnici delle amministrazioni locali della nostra provincia, dapprima presso il Comune di Colbordolo e il Consorzio Intercomunale di Pian del Bruscolo, diventando successivamente (2001) funzionario di area tecnica dell’Amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino. Nell’ambito della sua professione si è sempre occupata di edilizia rurale e di recupero di borghi e castelli; tra le sue numerose pubblicazioni si segnalano: Francesco Paciotti architetto urbinate (1521-1591) (Urbino 2001); i contributi dedicati a Montefabbri e al Mulino di Pontevecchio in Giovanni Lucerna, Ruote sull’acqua (Bologna 2007) e Il mulino di Pontevecchio, la storia, il restauro (Pesaro 2008) e, infine, Castrum belli fortis il castello di Belforte all’Isauro, in “Bioarchitettura” n. 76 (Bolzano 2012).

Sandro Tontardini, 61 anni, insegnante tecnico pratico in pensione, sposato con due figli. Vive a Bottega di Colbordolo. Si è sempre dimostrato attento e sensibile ai problemi di carattere culturale del proprio territorio. Collabora da tempo all’organizzazione della Mostra del Libro per Ragazzi di Morciola di Colbordolo, giunta quest’anno alla XXXVI edizione. Attualmente ricopre presso l’amministrazione comunale di Colbordolo la carica di assessore alla Cultura, Promozione del territorio e Volontariato.

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Tontardini Laureata in Lettere Classiche, ha il diploma di Archivistica, Paleografia e Diplomatica e la specializzazione in Storia dell’arte, con tesi su un manoscritto settecentesco conservato presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro: Abecedario degli architetti e pittori pesaresi di Domenico Bonamini, che ha pubblicato nel 1996. è uno dei soci fondatori della Società pesarese di studi storici ed è membro di varie Accademie, fra cui la Deputazione di storia patria per le Marche. Dal 2006 al 2010 ha condotto su “Radio Città” la rubrica “Radio Città racconta la storia di Pesaro”, di cui ha pubblicato il relativo volume. Ha pubiovanna blicato una cinquantina di saggi e monografie su vari aspetti della storia di Pesaro, sulla storiografia atrignani artistica e sul collezionismo, fra cui: Collezioni e collezionisti a Pesaro. Inventari di quadrerie dal Cinquecento all’Ottocento; La quadreria del cardinale Fabio degli Abbati Olivieri; I Della Ripa banchieri ebrei di Pesaro; Inventari di avocazione. Rogiti notarili al servizio del potere; Le donne Malatesti del ramo di Pesaro. Sta realizzando due progetti di ricerca: sulle pergamene dell’Oliveriana (con Anna Falcioni) e sugli inventari notarili delle antiche quadrerie pesaresi, di cui sono stati pubblicati i relativi volumi.

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La Memoteca Pian del Bruscolo Dal 2006 la Memoteca Pian del Bruscolo percorre il territorio della provincia di Pesaro, a partire dai Comuni dell’Unione di Pian del Bruscolo, raccogliendo ricordi e testimonianze in un progetto di recupero e valorizzazione della memoria (le memorie) delle nostre comunità locali. Oltre milleduecento persone hanno sinora partecipato alla raccolta del materiale, con fotografie dagli album di famiglia, interviste, segnalazioni di documenti di diverso genere, dalle ricette di cucina alle lettere agli elenchi dei corredi, solo per citarne alcuni: un patrimonio ricco di minute informazioni, grazie al quale la vita quotidiana tra XIX e XX secolo si intreccia con la storia, componendo un quadro sempre più preciso delle trasformazioni avvenute nel nostro territorio. Materiale che, insieme con quello proveniente da archivi comunali, parrocchiali e altri è stato utilizzato per esposizioni, pubblicazioni, filmati, proposti al pubblico in numerose occasioni. Una parte di queste testimonianze è

Questa pubblicazione è realizzata grazie al sostegno di

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inoltre stata catalogata secondo standard internazionali e inserita sul sito web www.memotecapiandelbruscolo. pu.it, cuore del progetto, luogo virtuale di scambio tra persone e generazioni. Al di là del valore di ricostruzione di un tessuto storico e sociale fatto di dettagli (la microstoria), va segnalato l’interesse che le ricerche della Memoteca hanno suscitato tra le persone coinvolte, portando giovani e anziani, bambini, nonni e “nuovi arrivati” a radunarsi, e non di rado a far festa, intorno ai loro luoghi, scoprendone (o ritrovandone) radici e identità. Una vivacità che caratterizza il lavoro della Memoteca sin dagli inizi e che ne è ormai divenuta la cifra. Come dice Moni Ovadia, che certo di queste cose se ne intende, la memoria è un progetto per il futuro: recuperare le radici significa per noi attingere alla memoria nella sua connotazione più vitale e meno nostalgica, così come emerge dalla quotidiana frequentazione di persone e luoghi dove usi e tradizioni di stampo antico coesistono senza troppi attriti con la contemporaneità.

La Memoteca Pian del Bruscolo - Pubblicazioni e iniziative dal 2007 2010 - 2012 2007 > Percorso espositivo Scrigni della > Nell’Aprile 2010 l’esperienza della Memoria. Sei tappe nei cinque comuni Memoteca Pian del Bruscolo è stata al dell’Unione, in occasione di altrettanti centro della tavola rotonda Vetera comeventi programmati dalle amministra- ponere novis, organizzata dall’Archivio di zioni. Stato di Pesaro in occasione della XII > Partecipazione al II Festival nazionale Settimana nazionale della cultura. dell’Autobiografia Città e paesi in racconto di Anghiari (AR). “Promemoria”: numero 0, presentato nel Maggio 2010; numero 1 (Novembre 2008 2010); numero 2 (Giugno 2011); nume> Caccia alle tracce. Collaborazione ro 3 (Novembre 2011, presentato nel al VII Concorso letterario per piccoli Marzo 2012). Febbraio 2011: presenscrittori: lezioni nelle 13 classi parte- tazione del primo dei “Quaderni della cipanti al Concorso; visita di due classi Memoteca”: Il facchino della diocesi. Gioall’Archivio Comunale di Sant’Angelo in vanni Gabucci (1888-1948). Lizzola; mostra fotografica-documentaria presentata alla 31a Mostra del Libro > La Memoteca ha inoltre collaborato per Ragazzi di Colbordolo; realizzazio- con il Comune di Sant’Angelo in Lizne del volume Caccia alle tracce - L’album zola alle prime due edizioni del Piccolo del concorso, presentato al PalaDionigi di Convegno di Storia Locale (luglio 2007 e Montecchio. agosto 2008) e al progetto editoriale Montecchioracconta - storie e memorie di 2009 un paese lungo la strada (2007-2009); con > Pian del Bruscolo. Itinerari tra sto- il Comune di Monteciccardo la Memoria, memoria e realtà: volume di itinerari teca ha collaborato alla realizzazione del tematici intercomunali alla scoperta del progetto editoriale Monteciccardo, cronaterritorio dell’Unione Pian del Bruscolo. che, storie, ricordi (2008-2009). promemoria_numeroquattro


> Promemoria - periodico culturale testata registrata presso il Tribunale di Pesaro, autorizzazione n. 578 del 9 Luglio 2010 > numero quattro > chiuso in redazione il 14 marzo 2013 > direttore responsabile Cristina Ortolani > coordinamento editoriale, immagine e grafica Cristina Ortolani > hanno collaborato a questo numero Simonetta Bastianelli, Antonello de Berardinis, Marta Fossa, Franca Gambini, Marco Gerunzi, Giovanna Patrignani, Filippo Pinto, Nadia Ragni, Sandro Tontardinii > in copertina Antonio Dori, Fragole (1864); Assunta Dori, Carciofi (1865), collezione Elio Giuliani, Pesaro > informazioni memotecapiandelbruscolo.pu.it; info@memotecapiandelbruscolo.pu.it Unione dei Comuni “Pian del Bruscolo”, via Nazionale, 2 61010 Tavullia (PU) - tel. 0721 499077 unionepiandelbruscolo.pu.it; info@unionepiandelbruscolo.pu.it Cristina Ortolani, via Avogadro 39 - 61122 Pesaro cristina@cristinaortolanistudio.it www.cristinaortolanistudio.it > le immagini appaiono con l’autorizzazione degli aventi diritto > il materiale raccolto è stato inserito con la massima cura, tuttavia i responsabili della pubblicazione si scusa per eventuali involontarie omissioni o inesattezze nella citazione delle fonti e resta a disposizione degli aventi diritto per le immagini di cui non è stato possibile rintracciare i titolari del copyright > i testi sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons “Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0” (http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/3.0) > la responsabilità dei contenuti dei testi è dei rispettivi autori > stampa Ideostampa srl - Calcinelli di Saltara (PU) la carta utilizzata per la stampa di Promemoria ha ottenuto la certificazione ambientale F.S.C. (Forest Stewardship Council), che identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. > la Memoteca Pian del Bruscolo è un progetto realizzato con il contributo della Provincia di Pesaro e Urbino ai sensi della L.R. 4/2010 > realizzazione del portale Servizio Informativo e Statistico - Provincia di Pesaro e Urbino, progettazione della banca dati Michele Catozzi > in collaborazione con Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche - Archivio di Stato di Pesaro e Urbino; Archivio Storico Diocesano di Pesaro > coordinamento organizzativo Vincenza Lilli - Unione dei Comuni Pian del Bruscolo

> per i documenti, racconti, le fotografie, la pazienza grazie a: Archivio storico Diocesano di Pesaro; Archivio di Stato di Pesaro; Accademia Agraria di Pesaro; Biblioteca Oliveriana, Pesaro; Biblioteca circolante “Alessandro Manzoni” e Ordine Secolare Francescano, Pesaro; Centro Italiano Femminile, Pesaro; CNA Pesaro e Urbino; Ass. Bagnini, Pesaro grazie ai collaboratori della Memoteca e di Promemoria agli amministratori e al personale dell’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo e dei Comuni di Colbordolo, Monteciccardo, Montelabbate, Sant’Angelo in Lizzola e Tavullia e a Luca Acacia Scarpetti - Pesaro; Maria Teresa Accatino - Latina; Alice Aiudi, Luca Lucarini e Locanda Montelippo - Colbordolo; Ester Arceci - Urbino; Giovanni Barberini - Monteciccardo; Simona Bartoli - Tavullia; Ida Pazzini Bartolucci e Famiglia Bartolucci, Belvedere Fogliense - Tavullia; Bartolucci Francesco, Belvedere Fogliense - Tavullia; Famiglia Bastianelli - Gabicce; Maria Grazia Battistoni, Rita Giomprini, Anna Paola Moretti e Mirella Moretti; Alessandra Benvenuti - Cna Pesaro e Urbino; Laura Bertúccioli, Daniele Volpini e Famiglia Volpini - Pesaro; Famiglia Bertuccioli - Montelabbate; Massimo Bonifazi - Fano; Moreno Bordoni - Pesaro; Vittorina Capanna - Tavullia; Anna Capponi Donati, Montelabbate; Sabina Cardinali - Pesaro; Enrico Cecchi; Ella Coccioni; Riccardo Corbelli, Pesaro; don Igino Corsini, Pesaro; Raffaella Corsini e Giorgio Ortolani, Pesaro; Emanuele Crescentini e Famiglia Crescentini, Pesaro; Franco Cucchi; Anna Damiani Tontardini e Sandro Tontardini - Colbordolo; Simonetta De Angelis ed Emilia Filippetti, Pesaro; Ione Dell’Onte, Guido Albertini e Famiglia Albertini - Monteciccardo; Ornella Marcheggiani Dini - Pesaro; Luciano Dolcini, Pesaro (fotografie); Giuseppe Frulli; Rino Galli e Famiglia Galli, Montefabbri - Colbordolo; Alberta e Agnese Gambini - Tavullia; Momo Girfalco - Urbino; Elio Giuliani - Pesaro; Maria Milena Lombardi Curina, Anna Maria e Lucia Curina; Luisa Maione, Ginestreto - Pesaro; Leo Mattioli - Pesaro; Alberto Nobili - Pesaro; Simona Ortolani e Walter Vannini, Pesaro; Giovanna Pensalfini - Pesaro; Valeria Poliseno; Silvio Picozzi, Trebbiantico - Pesaro; Gilberto Sabbatini - Monteciccardo; Fausto Schiavoni, Pesaro; Elena Sormani - Pesaro; Gabriele Stroppa Nobili, Ginestreto - Pesaro; Maria Grazia Tacchi; TeleGianna; Olessia Tambovtseva e Famiglia Libanore, Montefabbri - Colbordolo; Giovanni Ugoccioni - Sant’Angelo in Lizzola; Barbara Verni; Claudio Zidolani

Puoi partecipare al progetto inviandoci fotografie o riproduzioni di altri documenti, raccontando la storia della tua famiglia o le storie del tuo paese: per informazioni puoi rivolgerti all’Unione dei Comuni Pian del Bruscolo (tel. 0721 499077), scriverci all’indirizzo info@ memotecapiandelbruscolo.pu.it o consultare il sito www.memotecapiandelbruscolo.pu.it. La Memoteca ha anche una pagina Facebook (Memoteca Pian del Bruscolo). Memoteca Pian del Bruscolo e “Promemoria” concept+image Cristina Ortolani

“Promemoria” - Come collaborare La collaborazione a Promemoria è aperta a tutti ed è a titolo gratuito. Gli elaborati dovranno essere originali e inediti, e dovranno riguardare tematiche d’interesse della rivista: memoria locale, memorie personali, personaggi del territorio dell’Unione Pian del Bruscolo o di zone limitrofe ecc.; per altri temi consigliamo di contattare comunque la redazione, che valuterà ogni proposta. È possibile anche segnalare persone da intervistare o storie da raccontare ai nostri collaboratori. La pubblicazione dei contributi avviene a discrezione della redazione, che si riserva di apportare tagli e/o modifiche, rispettando il senso e la sostanza dei testi.

I testi inviati devono essere accompagnati da nome e cognome dell’autore, luogo e anno di nascita, recapiti (compresi cellulare e indirizzo email), professione o qualifica. Saranno valutate eventuali richieste di pubblicazione sotto pseudonimo. La rivista è pubblicata anche in versione digitale sul sito della Memoteca Pian del Bruscolo; alcuni contributi potranno essere pubblicati, con il relativo materiale iconografico, anche in forma di pagine del sito. Per tutti i dettagli consultare il sito www. memotecapiandelbruscolo.pu.it. o scrivere a info@memotecapiandelbruscolo.pu.it.

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finito di stampare nel Marzo 2013 da Ideostampa srl Calcinelli di Saltara (PU)


Profile for Cristina Ortolani

Promemoria, numero 4  

Un numero quasi interamente dedicato al "piacere dell'archivio", per raccontare storie e figure dal territorio di Pesaro e Urbino

Promemoria, numero 4  

Un numero quasi interamente dedicato al "piacere dell'archivio", per raccontare storie e figure dal territorio di Pesaro e Urbino

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