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Gian Luca Fantelli nasce a Bologna il 26 novembre 1963. Cresce in mezzo ai 45 giri in vinile del padre, tra Gene Petney e Paul Anka, Dean Martin e Gianni Morandi. Negli anni ’70 si innamora dei cantautori italiani e nel 1979 scrive Giulia, la sua prima canzone. Decide di fare le cose sul serio, ma una forte delusione artistica lo porta ad abbandonare la musica. Il 17 marzo 2007 gli viene diagnosticata la S.L.A. e la sua vita cambia radicalmente. Due anni di meditazione e poi il grande ritorno con una serie di concerti e di incontri che danno linfa alla sua opera prima letteraria…Senza Respiro.

gianluca fantelli

gianluca fantelli

un anno di incontri

“Nessuno alzerà bandiera bianca”

ISBN 978-88-7381-347-7

€ 0

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9 788873 813477

minerva edizioni

Cosa può spingere una persona di quasi mezzo secolo, apparentemente normale, con una vita normale, un lavoro normale, interessi normali, a trasformare radicalmente la sua vita e sviluppare un talento giovanile abbandonato trasformandolo nella sua principale ragione di vita? La risposta nelle pagine del volume d’esordio di Gian Luca Fantelli. Il Fante (questo il semplice soprannome adottato per evitare le costanti storpiature del suo cognome), una laurea in Storia Medioevale e un posto sicuro in banca, scopre nel 2007 di avere la S.L.A. (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e dopo due anni di smarrimento ne inizia uno di ritorno alla musica, abbandonata negli anni’90 a causa di una profonda delusione artistica, che diventa il suo punto di riferimento assoluto e lo conduce verso la realizzazione di un grande sogno attraverso una serie di incontri importanti che lo lasciano...senza respiro.


A Martina

“Mi concentro su quello che ho perso e non mi accorgo di tutto quello che ho ancora.” (Luca Pulino)

“Se puoi sognarlo, puoi farlo.” (Walt Disney)


Senza Respiro (Un anno di incontri)


senza respiro di Gianluca Fantelli Direttore Editoriale: Roberto Mugavero Editor: Giacomo Battara Si ringrazia per le immagini presenti su questo volume: Luca Bollini; Rossella Martini; Gian Luca Fantelli; Giansi; Omer Malavasi; Valentina Gardenghi; Moira Cava; Baffino; Amerigo Setti; Ilaria Frigerio. I testi delle canzoni riportate su questo volume sono di: Gianluca Fantelli © 2010 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. Edizione Novembre 2010 ISBN:978-88-7381-347 7

Minerva Edizioni Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 http://www.minervaedizioni.com e-mail: info@minervaedizioni.com


Gian Luca Fantelli

Senza Respiro (Un anno di incontri)

Minerva Edizioni


Mini prefazione

Fante!Sarò in tour in America con tutta la band fino al ventiquattro d’Ottobre. Me lo dici come faccio a scriverti una prefazione? Ho sfogliato il tuo libro e mi sono già emozionato lì... e poi lì, e poi lì, e poi lì... sei grande!!! ... la vorranno capire questi testoni? Drigo

“FANTE!

Che tu scrivessi belle canzoni lo sapevo. Ma ora... anche un bel libro! Sono felice di questo spazio, per esserti vicino e per dirti di non mollare mai! (“Tifiamo” per la Ricerca... e ricordiamoci tutti di mettere le manine in tasca un po’ più spesso). La Musica e la Scrittura non hanno spazio temporale e anche la tua vita può Vivere al di sopra”. Patty Pravo

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La storia di Gianluca è importante e riguarda tutti. Non perché ci si debba interessare delle persone più sfortunate di noi, cosa buona e giusta da farsi, sempre e in ogni dove; ma perché il male è parte integrante della vita e potrebbe colpire chiunque di noi, in ogni momento, esattamente come è successo a Gianluca. Il quale, raccontandoci il suo percorso, ci insegna ad affrontare il pericolo con leggerezza e a testa alta. Elio (Elio e le Storie Tese)

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Prima di cominciare... 5 Settembre 2010 Forse all’inizio nemmeno tanto ti sei fidato nè ti son piaciuta, non lo so perché non ne abbiamo mai parlato, quindi viaggio a vela. Quel giorno, forse seguisti la tua amica bionda, gentile, completamente da te rapita, (grazie Franca n.d.a.) ad un appuntamento preso con una tipa “che fa la scrittrice e che siccome aveva ben curato altri libri, magari ti poteva dare una dritta”. Forse sarai venuto all’appuntamento con la certezza che molto, ma molto probabilmente, nulla sarebbe successo e, sempre forse, la tizia che ti si parò davanti, mica ti aveva tanto entusiasmato con il suo: “vedremo, fammi leggere, ma non ti posso promettere nulla anche perché gli editori poco editano in questo periodo di decadentismo intellettuale”. La tizia in questione si rapportò a te con freddo rispetto, il tuo problema lo conosceva e di quel problema di salute ne teneva conto, ma la tizia aveva ben chiaro il concetto che la vita è roulette-scheggiante e gioca come crede sulle sue lucide biglie umane, quindi lucidamente decodificò che aveva di fronte un gran bel pezzo d’uomo il quale, pur andando un poco di fretta, aveva la sua vita in mano e se la stava giocando proprio come la tizia in questione. La tizia è una che se può si fa in quattro, ma da un poco di tempo ha smesso di farsi in quattro a random, da un poco ha deciso che si farà in quattro solo per chi si merita il suo tempo. 9


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La tizia legge e dice a se stessa: “puro talento, mi faccio in quattro”. Poi assiste al concerto e dice: “mi faccio in quattromila”. La tizia fa tutto in silenzio, la tizia è una che cammina rasente i muri, non ama esserci, è grassottella ma vuole assomigliare al cristallo. La tizia decide e va... applaude ad un grande concerto ad un animale da palcoscenico puro, la tizia se ne intende un sacco di animali di razza. La tizia è pronta si impegnerà con gusto. La tizia scrive poche righe guerriere perché il Fante è un guerriero. La tizia un giorno chiederà al Fante di metterci un poco di rock duro su quelle parole di guerra d’amore che gli ha dedicato . Fammi questo regalo, qualcosa di dolce, qualcosa di raro. La tizia ci prova, rompe come nessuna se l’argomento trattato le sta molto a cuore. Difficile molto difficile. Il Fante chiama, sollecita, ci tiene troppo al suo libro. Un libro è un figlio. La tizia lo sa. La tizia soffre e tace alcuni no. La tizia dice che il mondo è pieno di deficienti. Poi la tizia incontra un’anima elegante, un giovane ed emergente editore con la buccia dell’antico editore. “non per cuore ma per talento” dice alla tizia che caldeggia un dattiloscritto d’autore. Ma in quel giovane uomo vi è tutto e legge col cuore e col senso degli affari. La tizia sente che qualcosa può succedere, la tizia è una strega e sente quasi sempre bene, così succede. Ok il libro si farà, il testo è bello. 10


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Appuntamento fissato. Il Fante è in macchina con la tizia e il professore, si deve andare ad Argelato ma lei che di strade capisce nulla, dirige la comitiva fino ad Altedo. Il Fante è teso, spera ma ancora non crede, la tizia strega crede e cazzeggia parole insulse per riempire l’attesa. L’incontro: la tizia vede due giovani uomini che si misurano, Il Mug editore è avvantaggiato, conosce il Fante, lo ha letto, la tizia gli ha rotto le scatole affinché fosse proprio lui a leggere e non il capo redazione. Il Fante aspetta il responso è maledettamente abituato ad aspettare responsi. Fra il “Mug” e il Fante è abbraccio, si piacciono, parlano di sport, il “Mug” gheggheggia sulle royalty. Il “Mug” dice alla tizia: te le sogni tu queste percentuali d’autore! La tizia ride beata come se gli avessero detto di aver vinto il Bancarella. Bé! La strega tizia era certa del successo, ma che si facesse il contratto in diretta poi... !!!! Si firmi! La tizia fotografa il Fante. Bel giorno! Ci si congeda. Il Fante vuole fare un brindisi ma c’è poco tempo perché deve cantare la sera stessa e canterà senza nemmeno aver provato. Il ritorno è parlato in musica. La tizia mette su il cd del Fante, il professore guida, il fante smsaggia il suo successo e la tizia, senza sbagliare una strofa canta ogni parola. La tizia le sa tutte le sue canzoni. Un gran bel giorno. Grande Fante 11


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IL FANTE è UN GUERRIERO

Nelle vene ci passa la chitarra Nelle vene ci passa il pianoforte Nelle vene ci passano i bonghi Nelle vene ci passa una voce nelle mie vene passano musica e parole nelle mie vene scorrono canzoni rosse di vita sono al concerto del Fante bravo Fante! Meglio del Cid bravo Fante più grintoso del feroce saladino un Fante al fronte un Fante di fronte un Fante che fa fronte bravo Fante! Meglio del Cid bravo Fante più grintoso del feroce saladino Sulla pelle ci passa il sale del sudore Sulla pelle ci passa il brivido dell’addio Sulla pelle ci passa l’alito di un amato respiro Sulla pelle ci passa l’oblio Sulla mia pelle ci passano carezze mai aspettate Sulla mie pelle si affondano morsi di ingiustizie sono al concerto del Fante

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bravo Fante! Meglio del Cid bravo Fante pi첫 grintoso del feroce saladino un Fante al fronte un Fante di fronte un Fante che fa fronte bravo Fante! Meglio del Cid bravo Fante pi첫 grintoso del feroce saladino Eddai!!! Fammi questo regalo metti una musica rockissima sul ritornello: un Fante al fronte un Fante di fronte un Fante che fa fronte bravo Fante! Meglio del Cid bravo Fante pi첫 grintoso del feroce saladino

Quel giorno le mie emozioni erano, non confuse ma fuse con le tue. Ti abbraccio amico caro Terryna di miele

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Cos’è la SLA

Inizialmente avevo pensato di riempire questa pagina con un semplice copia/incolla rubato da qualche sito molto “tecnico” dedicato alla Sclerosi Laterale Amiotrofica. In questo modo mi sarei tolto il peso e il dubbio di utilizzare parole inadeguate e/o statistiche errate. Poi ho rivisto la mia posizione radicalmente, probabilmente trascinato dalla grinta e dalle parole del mio amico Adriano “Aka Thunder” Stagnaro (anche lui un grande “incontro” di questo anno) che ha amabilmente definito la patologia che ci affligge e ci accomuna una “Sfiga Letale Abominevole”. E forse proprio attraverso le sue esternazioni risulta più accessibile capire cos’è la S.L.A. e, meglio ancora, cosa significa avere la S.L.A. Perché lei ti porta via tutto: “Mi manca tutto. Mi manca tutta la mia vita di “prima”, di quando credevo ancora di avere una vita davanti, anziché dietro (in tutti i sensi)”. Progressivamente uccide i tuoi muscoli e li rende inservibili: “... quando apro gli occhi, faccio l’appello dei muscoli che rispondono, e ne manca sempre qualcuno in più... ” Sì, perché aldilà della velocità del peggioramento che varia caso per caso, la costante è rappresentata dalla perdita totale di tutta la muscolatura volontaria che porta fatalmente alla paralisi. La “bastarda” lavora in maniera chirurgica e ti lascia intatti cervello, organi genitali e retto, quasi come i grandi maestri di tortura dell’in15


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quisizione, capaci di tenere in vita il malcapitato nonostante atroci sofferenze. La morte avviene spesso per soffocamento a causa del malfunzionamento dei muscoli respiratori e non esiste nessuna cura per guarirla o anche solo limitarla. Questa è la S.L.A. dal punto di vista fisico, ma la cosa interessante è il suo risvolto psicologico che non viene quasi mai preso in esame. Cosa cambia dentro una persona colpita dalla S.L.A.? Per cominciare stravolge il concetto di tempo: “La Bastarda provoca urgenza, voglia di vivere tutto, di succhiare la vita fino allo stecco, di fare tutto quello che si riesce a fare, perché il domani è una nebulosa oscura. Questo fa sì che, per noi, per i quali ogni giorno, se non è l’ultimo, è il penultimo, il tempo non basti mai” perché in fondo “a noi quello che manca è il tempo: dobbiamo condensare la nostra vita residua, quei 50-60 anni di tutti gli altri, in un decimo del loro tempo” e l’esigenza che sorge spontanea e diventa fondamentale è proprio quella di “... lasciare tracce del mio passaggio su questa terra... raggiungere quanti più obiettivi possibile... ”. La cosa essenziale è non perdere mai la speranza: “... il tempo è anche una dimensione interiore: dieci minuti di paranoia durano più di una serata passata a ridere con gli amici. Allora? Allora fingo di dimenticarmi che si muore, o che sì, si muore, ma non adesso: fra un po’. Proietto questo concetto all’infinito, divento virtualmente immortale... ”. Avere la S.L.A. significa anche scontrarsi quotidianamente con chi non si rende conto: “Basta sedersi su 16


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una sedia a rotelle per diventare invisibili all’istante. Tu te ne vai in giro bel bello sulla tua carrozzina, attento a non arrotare i piedi dei passanti, ed i passanti ti sbattono addosso, inciampano sulle pedane, ti spatasciano coni gelati sulla testa e lasciano che i cani che portano al guinzaglio, in un commovente impeto di solidarietà animale, ti lecchino le mani. Per forza, perché sei invisibile!”. Per questo, e non solo per questo, è fondamentale trovare grande forza dentro di sé, reagire e mostrarsi al mondo e considerare che “la malattia è un accidente che ti è picchiato tra capo e collo e con cui devi confrontarti, non il Pensiero Unico che ha inghiottito la tua vita e la tua anima”. Adriano lo trovate sul suo sito: www.animefiammeggianti.it

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Io e la S.L.A.

Da quando, quel terribile 17 marzo 2007, mi è piombata addosso come una mazzata la notizia che erano alte le probabilità di essere affetto da S.L.A. (notizia poi confermata a Torino dall’équipe del prof. Adriano Chiò il 18 aprile 2007), la mia vita è profondamente cambiata. Ho percorso tre fasi distinte. La prima, terribile, della “devastazione interiore”. Non capivo, non avevo punti di riferimento, spesso temevo di andare a dormire e risvegliarmi senza l’uso delle gambe. Pensavo di avere poco da vivere perché concepivo il “vivere” esclusivamente come “vita completamente autonoma”. Temevo che le persone intorno a me si accorgessero che non stavo bene. Mi ha aiutato molto avere la “fortuna” di avere una forma poco aggressiva e quindi di avere progressivamente la possibilità di metabolizzare i peggioramenti. Questo mi ha consentito di passare abbastanza indenne alla seconda fase, quella di adattamento o “intermedia”. è stato il momento della presa di coscienza, del ragionamento, della volontà di scoprire quali eventuali possibilità si potevano venire a creare nel campo della ricerca e della sperimentazione. Purtroppo le sperimentazioni alle quali ho partecipato hanno avuto tutte esito negativo. Sono quindi scivolato con dolcezza verso la ter18


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za fase, quella meravigliosa della determinazione e della “reazione”. Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 il mio cervello ha iniziato a pensare sempre più in grande e finalmente ho capito che mi ero spesso troppo “nascosto” e sottovalutato. Ho iniziato a confidare il mio “segreto” a un numero sempre più alto di persone, partendo da quelle a me più vicine per allargare sempre più il campo e darmi la possibilità di sentirmi maggiormente a mio agio nei rapporti con gli altri. Poi ho capito che era il momento giusto per fare qualcosa di indimenticabile, che lasciasse il segno.

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Ogni incontro nuovo è un pezzo di vita che non dovrò rimpiangere.


17 marzo 2007 17 marzo 2009

17 marzo 2007. La busta è bianca, di quelle grandi, a sacchetto. La porto a spasso tenendola sotto braccio. è piena di fogli, bianchi anche loro, scritti in nero. In realtà sono tutti certificati medici, esiti degli accertamenti richiestimi dal mio ortopedico di fiducia. Ricordo ancora perfettamente quel giorno. Ero andato da lui in seguito a un piccolo malanno fastidioso. In effetti potevo anche rimandare, non era proprio niente di che. Nessun dolore, solo una difficoltà oggettiva a ruotare le chiavi all’interno delle serrature. Un problema limitato alla mano destra e facilmente risolvibile con l’aiuto della sinistra. Però dai, in fin dei conti cosa mi costava? A parte i 150 euro della visita e una trentina di minuti, praticamente nulla. Tanto serviva soltanto per avere conferma che si trattava di una banalità ortopedica, che ne so, un tunnel carpale qualsiasi, o addirittura una banale infiammazione cervicale. 17 marzo 2009. Sto andando da Rocco, abbiamo appuntamento al casello dell’autostrada di Castel San Pietro. Imbocco la San Carlo e penso che non lo vedo da quasi un anno. Era maggio dell’anno scorso e dopo un lungo peregrinare mentale avevo deciso di cedere alle sue dolci insistenze e tornare con lui sul palco. Tre canzoni cantate dopo una sosta durata una vita. Tre canzoni in onore e in memoria di Mau21


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ro Poggi, il vecchio grande bassista che ci ha lasciati con la morte nel cuore e con la voglia di ricordarlo. Il teatro, piccolo ma accogliente, al centro di Forlimpopoli. Il titolo dello spettacolo: “Sogni”. La sorte è davvero ironica, a volte. Ho cercato Rocco con insistenza, mail, messaggi, telefonate, ma alla fine ce l’ho fatta e ho persino resistito alla tentazione di anticipargli il motivo per cui lo voglio vedere, l’argomento di questa serata. Invece nulla di tutto questo. Dopo una visita estremamente accurata mi aveva consegnato un foglio con un lungo elenco. Non ero particolarmente stupito, ormai abituato al modus operandi del mio medico e non ero nemmeno sfiorato dalla curiosità, nonostante alcune domande “strane” che solo oggi hanno assunto un significato compiuto. Così, da bravo bambino, avevo iniziato a svolgere il compitino, spuntando una per una, volta per volta, tutte le voci riportate sul foglio. E adesso eccomi qui, con la mia busta bianca sotto braccio, mentre mi avvio a spuntare l’ultima riga, la visita neurologica. Quando arrivo davanti alla porta dell’ambulatorio ho le stesse sensazioni di colui che vede a portata di mano la soluzione della caccia al tesoro. A pensarci bene però non si è mai visto nessuno trovare un tesoro dentro un ospedale. In realtà non è che si tratta di una vera e propria serata insieme, mi stanno aspettando altrove. L’idea è quella di un incontro fugace, rapido, possibilmente 22


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indolore. Sono sicuro di aver stimolato la sua curiosità in modo profondo, talmente profondo che per la prima volta nella sua vita potrebbe addirittura arrivare puntuale all’appuntamento. Rocco alias Luca Bollini, grande pianista, grande musicista. Ripenso a quando ci siamo incontrati la prima volta. Bologna, sala Fratelli Rosselli, io sul palco col mio gruppo, la Manifattura Musicale, lui in platea, finito lì chissà come e chissà perché. Che anno poteva essere? 1987... 1988... sicuramente giù di lì. Onestamente non lo ricordo, l’unica certezza che ho è che in qualche modo oscuro siamo entrati in contatto e da quel momento in poi la mia vita artistica è completamente cambiata. Di lì a poco avevo conosciuto i suoi compagni di giochi, Marco Galavotti (batterista) e il già menzionato Mauro Poggi (bassista), con i quali avrei poi passato ore e ore all’interno del garage attrezzato a sala prove. Quando sono arrivato ero tranquillo. Insomma, diciamo quella tranquillità un po’ falsa, vagamente ipocrita, che nasconde la naturale ansia che si prova ogni volta che si deve affrontare un medico, quella forma di equilibrio più o meno stabile che a volte si perde in un attimo, senza sapere bene perché. Volete un esempio? La sala d’attesa di un ambulatorio medico è qualcosa di devastante. Se è vuota è anche sopportabile, ma se ci sono altre persone inizi a sentirti osservato. Allora distogli lo sguardo, ma il tempo non passa mai e alla fine l’occhio ti cade fatalmente sulle altre persone e il 23


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pensiero corre a tutti i possibili malanni che possono averle colpite. Poi ti prende la paranoia su quello che possono pensare loro di te e questo innesca una tensione difficile da gestire. La sala d’attesa di un ospedale amplifica tutto ciò almeno un migliaio di volte. Quanto cazzo di tempo dovrò ancora aspettare per sapere quale cazzo di malattia ho... ? Non devo fare molta strada, mi sto rapidamente avvicinando al parcheggio che si trova all’uscita del casello, ma ho ancora il tempo per qualche divagazione. In un attimo il ricordo è talmente vivo da sembrare attuale. Mi pare sia il 1991... che tensione che ho addosso. Rocco porta orgoglioso i suoi spartiti sotto braccio, mentre io le copie del contratto opportunamente modificate da una mia amica avvocato. è arrivato il grande momento, il nostro primo contratto discografico, le porte del professionismo che finalmente si aprono davanti a noi. Il sogno di diventare autori, di sentire le nostre canzoni cantate da artisti più o meno famosi sta per diventare realtà. L’ufficio del “bandito” è esattamente come me lo aspettavo, con la scrivania piena di fogli arrotolati, profondamente incasinata. è un personaggio alto e convincente. Ci sediamo e io gli mostro il contratto modificato. Non fa una piega. L’accordo sembra fatto. Il “bandito” è l’intermediario fra noi e il successo, fra noi e gli artisti che hanno bisogno di una canzone da cantare. Lui le farà ascoltare perché vengano scelte e noi nel frattempo ne scriveremo di nuove. 24


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Non sto più nella pelle, sono talmente agitato che il “bandito” mi invita alla calma. Rocco gli consegna gli spartiti, lui li osserva con attenzione e poi accade quello che non ti aspetti. Si “accorge” che i brani sono depositati alla SIAE. Cambia espressione e ci dice subito che se i brani sono protetti il contratto non si firma. Rocco mi guarda, capiamo subito dove vuole andare a parare. I pezzi devono essere “liberi” perché l’artista acquirente se li possa intestare, mentre a noi verrà pagata una cifra “una tantum” e perderemo tutti i nostri diritti. Rocco si incazza di brutto, strappa letteralmente gli spartiti dalle mani del “bandito” e gli urla in faccia che piuttosto terrà le canzoni in un cassetto per farle ascoltare un giorno ai suoi figli. Sono distrutto, non riesco nemmeno a spiccicare una parola. Ce ne andiamo sbattendo la porta... Sono arrivato al parcheggio e Rocco, incredibilmente, è già lì. Salgo sul suo BMW. Ci salutiamo e ci abbracciamo. è curioso, vuole sapere, devo andare subito al sodo: “Sai Rocco, devo dirti due cose... una bella e una brutta... ”. Finalmente si apre la porta. è praticamente pelato con una nostalgia di capelli attorno alla nuca. Entro timidamente accompagnato dalla mia tensione. L’attesa, tutto sommato, non è stata poi così lunga e quel sottile equilibrio al quale accennavo, si è mantenuto abbastanza integro. Gli consegno la busta. La apre e ne estrae il contenuto in maniera meccanica e astrat25


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ta, sfogliando con una perizia vagamente distratta, tipica di molti medici. Legge con attenzione il referto dell’elettromiografia senza mai cambiare espressione. Vuole visitarmi e mi invita a spogliarmi. Mi guarda mentre cammino, mi osserva in maniera apparentemente svogliata, mi prova i riflessi, mi fa tirar fuori la lingua... insomma una bella visita intensa. Mentre mi rivesto si avvicina alla finestra in maniera quasi teatrale. Lo osservo incuriosito e lo ascolto attonito mentre mi dice a bruciapelo che ho una malattia genetica. Non mi rendo conto della gravità delle sue parole e la prima cosa che istintivamente mi esce dalla bocca è: Devo essere contento o preoccupato? Fa una pausa che non saprei raccontare e poi: Deve essere preoccupato... La brutta è che ho la SLA... Rocco mi guarda apparentemente senza reazione. Ascolta la mia storia senza fare una piega, senza parole, senza commenti. La bella è che questa grande sfiga mi ha dato una forza incredibile, una determinazione al limite della follia. Voglio tornare a cantare, ricominciare a scrivere canzoni, completare il discorso lasciato in sospeso quasi vent’anni fa. Voglio diventare un autore professionista. Mi aiuti?. Risalgo in macchina e con gli occhi umidi mi avvio verso il mio appuntamento serale. Lungo la strada non ho più tempo né voglia di pensare al passato, voglio vivere il presente e pensare al mio futuro. Rocco è con me, sapevo che non poteva dirmi di no, è ancora là al parcheggio, sul suo BMW, probabil26


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mente sta piangendo le lacrime che non mi ha voluto mostrare. Ma è con me. Del resto senza di lui non saprei da che parte cominciare. La strada è buia, a tratti nebbiosa, ma la mia guida è sicura. Comincio a canticchiare tra me e me, aggiungo una parola, una frase, una strofa. Il sogno è ripartito e non può più fermarsi perché... io vivo, io vivrò.

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