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Franco Basile

Ritratti d’autore Racconti

Minerva Edizioni


Ritratti d’autore Racconti di Franco Basile

Speciale per il centenario di Milano Marittima

© 2012 Minerva Soluzioni Editoriali srl – Bologna Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata.

Direttore editoriale: Roberto Mugavero Impaginazione: Minerva Soluzioni Editoriali srl In copertina: Luca Giovagnoli, Gruppo di mare, tecnica mista su tela, 2009.

ISBN: 978-88-7381-452-8 © 2012 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Minerva Edizioni via Due Ponti, 2 40050 Argelato (BO) Tel. 051.663.05.57 – Fax 051.89.74.20 Sito web: www.minervaedizioni.com email: info@minervaedizioni.com


Indice

Isola del sale

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Il principe dell’altopiano

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Il ritratto

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Il figlio della lupa

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River CafĂŠ

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Isola del sale

Di corsa, riparandosi con un foglio di giornale, Giuliano varcò il portone della chiesa per rifugiarsi tra i banchi, a due passi dall’altare. Come lui, altri avevano raggiunto la navata centrale dove si avvertiva odore d’incenso bruciato durante una cerimonia che si era tenuta poco prima. Fu una specie di riscoperta, il temporale l’aveva spinto in un luogo che aveva quasi dimenticato. L’aria era fatta di luce e di riflessi, dalle finestre filtravano raggi che si mischiavano alle figure colorate dei vetri. Strisce policrome rimbalzavano sui muri formando una fantasmagorica, mobile irradiazione che accresceva l’effetto di una visione che sapeva d’irreale. Marmi, pietre, colonne, rilievi architettonici attorno ai quali si inseguivano lampi purpurei che parevano pilotati da una mano misteriosa su tavole e pareti screziate di tinte di ogni genere. Fulmini, violenti 5


scrosci e grandine randellavano l’abitato, i chicchi avevano proporzioni inusitate, autentici ordigni di un bombardamento che pareva non aver fine. Sotto la pioggia tutto sembrava portato all’estremo scalfendo l’immediatezza delle visioni più prossime. Gente che sussurrava preghiere, donne con gli occhi rivolti alle immagini sacre, ombre nelle nicchie che spacciavano inquietudine, forme indefinite tra gli intarsi dei confessionali dove pareva si celassero misteriosi personaggi. Come preso da un appassionato abbandono, a Giuliano pareva di vivere un sogno. Quanto tempo era passato dal momento in cui era entrato in chiesa, che significato aveva il brusio che si levava dai banchi? Fuori, un mondo liquido scorreva sotto i piedi, era come se la pioggia dettasse i tempi di qualcosa che nel suo indistinto svolgersi finiva per avallare il perpetuarsi di un mistero. In lontananza, dalle parti del mare, si avvertiva una coltre biancastra, un disegno indefinito, umido e opalescente, indizio di un autunno prossimo a farsi carico della nebbia. In quei momenti la seduzione del silenzio sembrava indurre al ricordo, forse a rimpiangere angoli originari e perduti al cui ripasso la mente portava a costruzioni dell’inconscio, ad astratte combinazioni da accompagnare a segnali del presente. 6


Col passare dei minuti, la coltre bianca si era come duplicata dal riflesso del mare, fino a quando non si alzò il vento e la fascia brumosa si dissolse. Finalmente il cielo si rasserenò; come era giunto improvviso, il temporale si placò e le nubi cominciarono a filare al di là delle saline mentre le case, distribuite attorno al sagrato, parevano elementi di un ingranaggio destinato a un mondo sospeso, come un’isola sopraelevata. Svanita la bruma il sole si impadronì del luogo e tutto fu invaso da una quiete stupita, da una magia ritrovata e per un po’ quel punto, con tutta la sua simbologia, apparve simile a un eden senza uomini, ma con solo cose. La visione dell’evento si era trasferita ormai al di là della chiesa mentre la memoria si era incaricata di sgranare una specie di pellicola con fotogrammi portatori di un agitato ricordo. Appena poteva Giuliano perlustrava i luoghi dove immaginava di essere un frammento di ciò che gli era vicino, ad esempio un tratto d’arenile o uno spicchio di campagna, una pagina scritta o la geografia di un villaggio tagliato da un filare di piante. Immergersi in certe atmosfere era come ripercorrere parte della propria vita. Le vecchie saline, per lui, costituiscono ancora oggi meta privilegiata soprattutto dove gli argini si insinuano tra i campi 7


lasciando intravedere la punta di piccoli agglomerati. Qui è come cercare memorie in quadri incisi nella lontananza e individuare accenni di esistenze trascorse in lampi brevi, in un tramonto che sbanda sul pelo dell’acqua, in macchie boschive che denunciano un’emozione trepida di natura. Correre con la mente può voler dire imbattersi in un mondo parallelo, in qualcosa fatto di spazio-tempo per cui ritrovarsi in angoli carichi di ricordi significa avere una relazione con un destino ritrovato, può voler dire imbarcarsi su mezzi fantastici e prendere contatto con una nuvola nera da illuminare da una stazione autorizzata a dar voce e sembianza alla parte nascosta della luna. La memoria segue le tracce della suggestione, ognuno sceglie le impronte di un fascino che si tramuta in scansioni di forte emotività. Succede perciò di recuperare quelle radici senza le quali è difficile comprendere la misura del momento che si vive. Giuliano sembrava soppesare il proprio tempo tra le cose lasciate oscillando tra richiami al passato e suggestioni di una nuova realtà, quasi una storia vissuta fra presenza e distanza, fra i luoghi dove è nato e l’altrove. Un angolo spesso rivisitato è quello dove si trova lo stabile un tempo chiamato Villa Igea abitato per alcune estati da 8


Grazia Deledda. Il complesso, eretto agli inizi del secolo scorso, è a poca distanza dal mare ed è oggi un ristorante con locanda, quasi di fronte al circolo dei pescatori. L’edificio riporta alla semplicità delle pensioni di un tempo ed evoca situazioni imbevute di quiete e di cercata solitudine. A due passi si staglia il vecchio faro mentre attorno par di cogliere riflessi di meditate considerazioni. Grazia Deledda amava questi spazi, e questa costa appena lambita dalle onde, sorta di insenatura al termine della strada che da Cervia si spinge fino all’antico disegno del porto. Il cotto del vecchio faro ha i tratti indelebili di una storia che la scrittrice ha vissuto associando i pensieri alle luci intermittenti della calotta della torre, a quei segnali galleggianti nell’aria simili a letargici indizi di remoti passaggi. La scrittrice prendeva nota dell’occhieggiare di una lanterna che sembrava dettare i tempi alla notte, osservava ciò che le succedeva intorno fino a inquadrare l’alba, fino al sopraggiungere del mattino: pensava e ricordava... “Grande e bello era il mare in quella sera..., e le paranze appena partite per la pesca, vi si avanzavano lentamente... ma bellissima era anche, dal lato opposto, la campagna, con la festa delle vigne cariche d’uva, i prati arati, alle cui zolle l’arancione del tramonto dava tinte di rame... Siamo canne, e la sorte è il vento”. 9


La piccola insenatura dominata dal faro è stata punto di ritrovo di un gruppo di amici tra cui Giuliano e una fanciulla di nome Luisa. Faceva parte della combriccola anche Adriano, l’unico con qualche soldo in tasca grazie alle mance che otteneva nella barberia dove faceva il ragazzo di bottega. Altro inseparabile era Luigi, affabile e arguto come un giocatore di cricket, figlio di un personaggio molto noto in Romagna per aver dato fondo in poco tempo alle ingenti sostanze ereditate dal padre, un grosso proprietario terriero nonché padrone di una flottiglia di pescherecci. Il carattere del genitore di Luigi denotava interessi caparbiamente mutevoli: era uomo di cultura, intelligente e pieno di riguardi, un intellettuale illuminato, insomma, che non faceva pesare il proprio sapere e la cui carriera ebbe inizio con uno studio sui pesci, per mantenersi in linea con l’economia del posto. Poi cambiò idea e scelse, come argomento base di una nuova pubblicazione, la sordità. A volte, trasformando una caffetteria in un salotto letterario, saliva su una poltrona per pronunciare sentenze di sapore filosofico che nessuno apprezzava. Molto dipendeva dall’umore del momento, tutti lo ascoltavano anche quando, emanando una rude dietrologia, diceva che dietro ogni azione si cela l’egoismo. Non si capiva a chi si riferisse, ma 10


non aveva importanza. Alla gente piaceva sentirlo parlare soprattutto se offriva da bere. Gli amici, quelli più giovani, si riunivano dunque dalle parti di Villa Igea poco prima dell’imbrunire per poi spostarsi nel giro di mezz’ora in cerca di chissà cosa tra i capanni dell’arenile. Negli ultimi tempi Milano Marittima era diventata meta fissa, in particolare le ville dove i signori davano ricevimenti. Appostati fra gli alberi, i ragazzi osservavano meravigliati il sopraggiungere degli invitati, uomini con giacche bianche dai risvolti di seta e donne in abito lungo. C’era chi giungeva in carrozza e chi in auto formando un’elegante processione mentre la luna inscenava soffusi passaggi chiaroscurali, quasi un dialogo a bassa voce in angoli che dovevano essere al riparo da sguardi indiscreti. I ragazzi ascoltavano la musica che il vento pilotava fra le piante, spesso le melodie italiane erano inframmezzate a brani di jazz, richiesti dai gusti più evoluti, o da chi voleva dimostrare di essere al passo con i nuovi linguaggi. Giuliano aveva sentito dire che certo modernismo era la foglia di fico che nascondeva la stupidità di chi voleva apparire intelligente a tutti i costi. Fece presente la cosa agli amici senza che questi ne facessero motivo di disciplina culturale. In altre parole, la metafora della foglia di fico non interessava. 11


Erano poco più che adolescenti, tutto sembrava infinitamente grande davanti a loro. Giuliano e Luisa stavano bene insieme, chiacchieravano a lungo, si cercavano. Quella trascorsa ai margini della villa di Milano Marittima fu un serata particolare. S’era sparsa la voce che tra gli invitati vi fossero Italo Balbo, Ettore Muti, Dino Grandi, addirittura Galeazzo Ciano, Emilio De Bono e Pietro Badoglio. Più che altro i ragazzi videro delle ombre, gli invitati erano sconosciuti ai più. Quella sera ebbe comunque un sapore particolare per Giuliano per le parole che pronunciò a Luisa guardandola timidamente negli occhi. Era passato qualche giorno dall’ultima volta che si erano visti, fu davanti alla casa della ragazza: “ricordo ogni particolare di quel momento”, confessò Giuliano. Intanto, mentre le rane organizzavano un coro indispettito che faceva eco alla musica della villa, lo sguardo dei due tentava di farsi strada nell’oscurità oltre la quale si svelava, con un’increspatura iridescente, un canale che dalla campagna scivolava verso il mare. “Domani parto – sussurrò il giovane –, non voglio andarmene senza averti salutata e, in cuor mio, senza sapere se e quanto ti mancherò”. Molti particolari si nutrono di episodi lontani, come accade quando i ricordi fanno tornare in12


dietro nel tempo. Ancora oggi Giuliano rammenta tutto di quei momenti per cui quella scena si è tramutata in un sogno ricorrente. Il ragazzo doveva seguire la famiglia in una città del nord dove il padre, ingegnere, era stato chiamato a dirigere un’industria petrolchimica. Terminati gli studi, a sua volta Luigi iniziò a lavorare prima come insegnante di lettere in un liceo, poi come docente universitario. Fu un lungo girovagare per l’Italia e anche all’estero finché un giorno, assolto un impegno che l’aveva tenuto lungamente occupato a New York, tornò nella terra d’origine. Fu dopo diversi anni, era d’autunno e lo spettacolo dei viali alberati si manifestò con la forza di un flashback dai mille colori. Un piacevole tepore faceva credere a un assist dell’estate con le piante avvolte da un pulviscolo luminoso, tanto da far pensare a ombre incipriate da un abile truccatore del tempo. Un insolito autunno era quello che si stava vivendo lungo la costa, ottobre era ormai alle ultime curve e niente faceva pensare all’avvicinarsi della cattiva stagione. Anzi, il pensiero sembrava ignorare la fatalità di un calendario che doveva indicare lo sfiorire della natura: luci, colori, e quella nube attorno agli alberi delineavano i contorni di un altro universo, di un’altra epoca, di qualcosa, insomma, che ancorò l’animo di Giuliano a una 13


rassicurante dimensione perduta, a una lontananza che aveva più sostanza del presente. Una vita ritrovata? Chissà. Nel percorrere i viali costeggiati da giganteschi platani, nell’osservare le case dei pescatori, nell’indugiare tra i limitati slarghi della città vecchia, fu colto dal ricordo di un mondo che non sapeva se aveva conosciuto realmente, se certi particolari corrispondevano all’idea che si era fatto del tempo andato. Le idee si spostavano da un punto all’altro come filigrane di una realtà che aveva il sapore di una nostalgia dettata da un repertorio di immagini, di parole, di desideri. Cominciò così una specie di viaggio a ritroso alla ricerca di sensazioni impossibili da rivivere, ma fruibili alla luce di un delicato scavo della memoria. Il succedersi dei fatti aveva steso una specie di vetro smerigliato sulla vita, come il tappeto di foglie che si ispessisce sulla terra a mano a mano che gli autunni si succedono, fino a quando il ricordo non viene dissepolto e torna in superficie per accompagnarsi a un’azione che sancisce i termini di un dolce isolamento. Appollaiato sulle alture che fanno da corona a intere vallate, un borgo riunisce le proprie case con la forza di una morsa scolpita nella malinconia. 14


Poco distante da Gualdo, il borgo conta un abitante, due gatti e quindici galline insidiate dalle faine. L’abitante è un vecchio amico di Giuliano, uno di quelli che si univa al gruppo delle feste di Milano Marittima. Visto in lontananza il borgo si presenta come una parentesi vermiglia attorniata da cipressi che sembrano lì da sempre. Giuliano raggiunse questo grumo di case in compagnia di Adriano che, nel frattempo, dalla barberia era passato alla ristorazione e poi al settore immobiliare. Il viaggio dalla costa alle colline assunse l’aspetto di una rimpatriata, l’incontro di amici diventati uomini che non si vedevano da anni. Fu l’occasione per riscoprire un luogo che essi avevano frequentato in lontanissime serate d’agosto per guardare il cadere delle stelle e per assistere ai fuochi d’artificio preparati per i festeggiamenti di San Lorenzo. Il filare delle meteore, il disegno pirotecnico, un autentico spettacolo inscenato in modo da coinvolgere il cielo, le luci dei paesi disseminate a perdita d’occhio come un coro di lustrini, il rosario dei botti che producevano lingue fiammeggianti sul mare. Roba d’altri tempi, adesso nel villaggio era come se la solitudine si fosse tramutata in una scommessa fantastica, un volo di massima intensità su linee oniriche. Così pensava Giuliano facendo scorrere lo sguardo da un 15


lato all’altro del villaggio, da una casa fatiscente ai crinali che si spingevano fin verso San Marino. Luigi aveva preso possesso del borgo prima che gli amici si perdessero di vista, in pratica nell’immediato dopoguerra. La tranquilla, ancorché disagevole pietraia, era l’ultimo possesso del padre il quale diede il colpo di grazia al conto in banca allorché s’imbarcò in un’impresa che prevedeva l’apertura di stabilimenti per la produzione di bevande e affini, tipo bibite, polveri effervescenti, digestivi e, soprattutto, aperitivi. Niente di straordinario, anzi, l’idea poteva passare ed essere apprezzata se non altro in considerazione dello sviluppo che stava avendo il turismo. Crescevano gli alberghi, sorgevano grattacieli, aumentavano le seconde case, si moltiplicavano gli stabilimenti balneari. Solo che il fermento turistico era locale e non dove lo strampalato imprenditore intendeva investire, e cioè in Africa dove non risulta ci sia bisogno di alchimie per stimolare l’appetito della popolazione. Al ricordo della sciagurata idea Luigi sorride e, pensando al genitore, sentenzia: “visceralità emotiva di uno spirito agitato, peculiarità di un personaggio che nell’avventura individuava il relé dei sogni. Mio padre giocava con la vita, l’oggettività per lui era un optional con cui si 16


allenava prima di dare sfogo all’immaginazione. A modo suo ha vissuto bene, diversa la mia posizione, e la mia fortuna”. Lassù, nel silenzio, le notti si erano fatte più lunghe. Luigi univa il passaggio dei minuti ai ricordi trattando luci e ombre come annunci di improbabili eventi. Scendeva raramente in città, aveva perso l’abitudine al rumore e al cemento. Giorno dopo giorno, aveva trasformato la casa in un rifugio-osservatorio strategicamente adatto al modo di consumare la solitudine. La sommità dove è incastonato il villaggio è conosciuta con il nome di Ponticello. Da un lato un costone roccioso, dall’altro il propagarsi del verde tra balze e pianori. Dal folto dei boschi ogni tanto svetta un campanile, oppure il verde violaceo delle fronde si apre per concedersi a intermezzi vallivi dove le colture tracciano una geometria che prende colore sotto il sole. A Ponticello la vita per Luigi era un andante leggero che non significava passaggi distratti, umori assenti a se stessi, passiva annotazione delle ore e di ciò che esse portavano. Qualche volta le idee si adattavano a una specie di trasloco che dal reale portava alla fantasia. E gli ci volle fantasia per trasformare una catapec17


chia addossata ai resti di un fienile in qualcosa che assomigliasse a un’abitazione. Intanto, dopo un lungo periodo di ambientamento, si era unito a una ragazza di Faenza, un’artista di nome Angela che distribuiva la propria creatività fra colori, ceramica e scienza del restauro. In pratica fu lei a condurre i lavori più importanti, lui non era portato per certe cose, tipo attività manuali. Per qualche anno le cose filarono lisce, tutto sommato la vita sulle alture non era male, in particolare per la moglie che nella quiete aveva trovato modo di rendere concreta la propria passione attraverso la realizzazione di un buon numero di lavori. Diversa la situazione per Luigi, personaggio che non è mai stato baciato dalla fortuna: dal matrimonio nacque una bambina che morì in un incidente stradale assieme alla madre. Solo, stordito dal durissimo colpo, per un po’ lo si vide in giro come un eremita privo di qualsiasi interesse per la vita. Ma non volle lasciare il borgo, cercò di superare la drammaticità dell’evento tuffandosi in un lavoro che consisteva nel completamento delle cose avviate dalla moglie. Fra gli adattamenti strutturali aveva pensato a una camera con vista sull’immediato, una specie di belvedere che al calare della sera si tramutava in un affaccio sull’esercizio dei ricordi: una terrazza sul tempo, spiegava. Aveva 18


deciso di sopraelevare tutto, anche il letto, un accorgimento studiato per scrutare il cielo e un tratto di terra con il cimitero dove erano state sepolte la moglie e la figlia. Accanto alla tomba Luigi aveva piantato un ciliegio e una magnolia, punti di riferimento che in primavera dovevano tingere di rosa la lapide e che di notte dovevano imbastire un discorso con le luci di un sacello. Fiori e lumi fra le tombe per ricondurre la mente a primavere vissute tanti anni prima. Parte della storia vissuta da Luigi sulla collina è segnata in un murale che pare intonacato dal ricordo. Il lavoro, eseguito da Angela, copre un’intera parete e si sviluppa con i toni suggeriti da sogni e memorie. Angela dipingeva e ritoccava, era un modo per bloccare sensazioni vissute da un momento all’altro, magari osservando il marito e la figlia, o le ombre che si incrociavano lungo le fessure dei muri. A volte pensava di marcare queste visioni con un fissatore quasi a voler rendere indelebile la memoria, ma non lo ha mai fatto, forse per lasciare aperta una breccia dove poter convogliare il succedersi di nuove emozioni. Luigi si sofferma spesso davanti alla parete affrescata per svolgere un ripasso di ciò che è stato. Ora il dipinto è sbiadito, sembra che 19


i colori abbiano perso la memoria. I giorni ballonzolano lungo i pendii mentre le notti, nella profondità del silenzio, pare non abbiano fine. Dal basso giunge un bisbiglio dettato dall’indistinto svolgersi degli effetti naturali, attorno la quiete è rotta solo dal verso di qualche animale minacciato da bavosi predatori. Sempre nelle notti, l’esercizio del pensiero porta ad associare il pulsare delle stelle ai lumi del cimitero. Luigi ricorda e inquadra la luce che rimbalza sulla tomba della moglie e della figlia, quella lastra con nomi e date, quelle lettere e quei numeri che evocano lontane presenze. Sonda l’oscurità e rivede volti amati, immagina di ritrovarli il giorno dopo finché le palpebre si appesantiscono, finché nel dormiveglia si sente sospeso tra i granuli di una nebbiolina che sfuoca i contorni della stanza e che invece di dividere le cose le unisce, mescolandole come fossero catalogate nel laboratorio dell’immaginazione. Così, mentre girano le lancette, realtà e svuotamento mentale si confondono e gli occhi, ormai chiusi, diventano sipario dell’esistere; nel sonno, poi, i dettagli della giornata appena trascorsa si integrano all’inconscio seguendo la segnaletica di un percorso che, passo dopo passo, conduce a un territorio dagli orizzonti illimitati. Fino all’alba, che 20


Luigi dice di avvertire simile a un trasalimento, fino al giungere dei primi tocchi del mattino, quando la luce rende tutto lucido e trasparente. Nitide nei colori e nelle forme, ad un certo punto le cose acquistano nuovo significato, sebbene il nero della notte da poco conclusa permanga nel ricordo come un mare oscuro dove ci si deve immergere in attesa di un altro divenire. Adesso Ponticello è un teatro di mattoni sbrecciati dove Luigi allestisce una recita con pochi interpreti: lui e i suoi ricordi, lui che ogni notte studia le luci che smuovono le ombre del cimitero, lui e qualche animale impaurito. Il borgo è un regno senza sudditi, attorno si apre uno scenario con qualche raro visitatore. Ogni tanto si registra la presenza di un cercatore di funghi che si è smarrito nei i boschi, o ci si imbatte in volpi testarde che non hanno capito che le galline sono al sicuro, praticamente murate in un recinto fatto di pietre e di filo spinato. Qualche volta si arrampica fino alla sommità anche un lontano parente con vettovaglie non richieste: Luigi sostiene di non aver bisogno di assistenza, dice di essere autosufficiente e, semmai avesse bisogno di qualcosa, sa dove andare. Per esempio a Cesena o nella sua vecchia Cervia, dove ogni volta, però, gli sembra di tro21


varsi in una città sconosciuta tanto velocemente sono cambiate le cose. Tra i compagni di una volta c’è il proprietario di un bar dove Luigi si ferma a fare quattro chiacchiere. Il locale è molto frequentato, non tanto dai turisti quanto da gente del posto che qui pensa di respirare l’aria di una volta. Uno dei più assidui è un tizio che non riesce a stare zitto un attimo, parla di tutto, un mentore non richiesto che si atteggia a maestro di vita. Oltre tutto si lava poco, veste in modo sgangherato e vive solo: nessuno lo sopporta. Non è autoritario ma non fa che pontificare. Dice che la vita è un calcolo filosofico, o un carico di speranza da alimentare con il comportamento. Evitato da tutti, è stato lasciato anche dai figli e dalla moglie. Puzza, non lo si può avvicinare, solo Luigi, forse perché inselvatichito dalla vita nei boschi, riesce a superare la cortina eretta attorno a lui dal cattivo odore. Altro assiduo frequentatore del ritrovo è un tipo posseduto da una profonda malinconia. Si è rovinato giocando a carte, sorta di rito praticato durante il tedio invernale. S’è mangiato un albergo a ridosso della spiaggia di Milano Marittima, ha perso a tressette una palazzina, una lunga striscia di terra sabbiosa per la coltura delle patate e la tomba di famiglia. Senza un centesimo, era diventato grande amico dei ricordi, una specie di analista dei 22


luoghi del passato, dei suoi miti, dei suoi simboli. Inoltre si era messo a scrivere per salvaguardare il tempo dalla scoloritura, almeno così credeva. Stando a contatto con gli altri gli sembrava di vivere una vicenda costruita a più voci con la partecipazione di elementi importanti come le piazze, i mercati, i portici e le canzoni di una volta. Il tempo a disposizione gli concedeva ampia possibilità di analizzare remoti lasciti, un repertorio cullato da un andante creativo che non si sa fino a che punto potesse inquadrare con la scrittura. E il lavoro per vivere, e il valore dell’essere? “Guarda che è bello lavorare”, gli ricordava qualcuno, al che lui rispondeva di non essere abbastanza curioso per appurarlo. Quanto al maestro di vita, molti lo consideravano un’istituzione. Trasformando il tavolino in baldacchino declamatorio, il “mentore” distribuiva sentenze immaginandosi portatore di un sapere enciclopedico senza però mettere in pratica i proclami che lanciava assieme a bolle di saliva. Più che un umanista dedito alla lettura delle cose altrui, era considerato un invidioso, un infelice capace di critiche astiose e uscite raggelanti. Mascherava la mancanza di denti dietro una barba incolta, aveva la pelle untuosa, insomma, era repellente. Forse non se ne rendeva conto, oppure non gli interes23


sava ciò che la gente pensava di lui e del suo aspetto. L’importante era parlare, e scrivere di tutto e di tutti con una generalizzazione avventurosa. Tra una chiacchiera e l’altra i minuti scattavano nella dentellatura di una giornata che ad un certo punto si faceva nebulosa per l’incessante consumo di tabacco. Intanto, assieme al ronzare dei discorsi fluivano le immagini di una vita che pareva il replay di un film con sottotitoli per deboli di udito. Più gli uomini trincavano, più parlavano, più si abbassava il livello delle bottiglie più si alzavano le voci. Era un rumoroso scambio di vedute, un colloquiare acceso. - Ma tu lavori ancora, non sei stanco di alzarti presto al mattino? - Certo che lavoro, i contributi che ho versato non mi permettono di andare in pensione. E poi mi annoierei a casa. Lavoro in proprio. - In che settore? - Nell’artigianato, ho un laboratorio dove produco angoliere, cornici, tovaglie per ristorante, federe per cuscini e casse da morto. Le parole circolavano veloci come il vino nello stomaco, gli argomenti erano disparati, si spaziava dallo sport ai voli transatlantici, dai valori metronomici stabiliti da Beethoven alla prassi esecu24


tiva di certi direttori d’orchestra, dall’importanza del concetto di natura dello spazio e del tempo al valore dell’allattamento al seno. Dopo un po’ alcuni dimostravano di essere completamente partiti, c’era chi vaneggiava e chi non si reggeva sulle gambe. Il maestro di vita veniva accompagnato a casa dall’unico con la mente lucida, un astemio che raggiungeva il bar per prendere accordi con un impiegato comunale circa le pratiche da svolgere sull’apertura di un garage con noleggio e relativo conducente. Per tutto il tragitto il maestro di vita bofonchiava aneddoti su questo e quel politico per poi divagare sulla riconciliazione delle visioni contrapposte della relatività generale e della meccanica quantistica. Concludeva il suo divagare sentenziando che per affrontare determinati problemi occorrono intelligenza e quattrini. Giunti a destinazione, l’accompagnatore astemio ingrava la retromarcia non prima di essersi complimentato con il maestro di vita per il modo con cui aveva esposto la propria teoria sulla scoperta dell’acqua calda. Il bar, impietosamente battezzato Università dei fumi e dell’aria fritta, era all’angolo nord della piazza, non molto lontano dalla barberia dove lavorava Adriano, in quel salone dove allo smaltimento di 25


barbe e capelli si associavano trattative sulla vendita di bestiame e di terreni. Il negozio era una punta avanzata dell’attenzione, una testa di ponte sullo svolgersi degli eventi. Da qui si poteva controllare ciò che succedeva all’esterno: i fedeli che andavano a messa, le bancarelle degli ambulanti, la gente sotto i portici, insomma, tutto lo svolgersi di un esercizio che agli occhi del ragazzo era un’appendice di scuola di vita le cui lezioni si volgevano in un’arena della conoscenza non solo casalinga. Gli “insegnanti” venivano da tutte le parti, come i clienti della barberia tra i quali milanesi in villeggiatura. Adriano ha imparato a conoscere Milano insaponando industriali, facendo il coppino a commercialisti e architetti, ascoltando con riservata attenzione quello che si dicevano. Sia con il sole sia sotto la pioggia, lo spettacolo era assicurato, era come frequentare l’emporio delle novità. Per molti, forse, non era gran che, per Adriano era tanto, del resto le cose in paese erano sempre le stesse, uno svolgersi appena smosso dai racconti dei clienti della barberia. Bastava viaggiare con la mente perché tutto apparisse inconsueto, tanto che taluni atteggiamenti sembravano derivare da fenomeni esoterici e ogni azione una nuova forma di vita, sicché taluni interventi assumevano l’aspetto di invenzioni che lasciavano nell’aria una scia fantastica. 26


La barberia è scomparsa, non c’è più la vetrina dove venivano esposti profumi e creme, i camici bianchi dei lavoranti appaiono solo chiudendo gli occhi, come fa Adriano che dice di aver prestato il suo a un fantasma. Fantasmi anche diversi personaggi che per una vita hanno macinato chilometri percorrendo strade e viottoli dal fondo lucidato dal continuo fluire della gente. Fantasmi come Renato l’acquaiolo che riforniva le case annunciando il suo arrivo con voce stridula. O come Trucolo lo stagnino, sagoma inconfondibile con gli eterni occhialoni da aviatore e la schiena piegata sotto pentole, coperchi, barattoli e attrezzi per saldare. Inusitato “one man band”, cieco da un occhio, gobbo e basso di statura, sembrava ancora più piccolo sotto il pesante apparato che di tanto in tanto posava a terra con un rumore che pareva provenire dalla cucina di un ristorante. Adriano ha incontrato un’infinità di volte questi personaggi, sorta di istituzioni di cui la memoria rinnova i tratti. Come del resto avviene per una figura che l’ex ragazzo di barbiere ha lungamente frequentato, vale a dire un sacerdote, smilzo, dagli occhi di un nero pungente che spiccava dal volto pallido e dalle gote incavate. Era di aspetto minuto e si muoveva a scatti, lo chiamavano “Topino del duomo” per la vicinanza della propria abitazione 27


all’antico tempio. La casa si trovava a pochi passi dal Teatro la cui presenza era avvertita dal sacerdote solo in occasione di recite, rappresentazioni liriche, concerti e roba del genere, quando cioè gli eventi richiamavano centinaia di persone le quali, attraversata la piazza, imboccavano la strada dei salinari per formare un corteo sotto le finestre del prete. Per un po’ il sacerdote si è servito della barberia, ma poi, causa una non meglio precisata idiosincrasia per gli specchi, ha evitato negozio e relativi riverberi luminosi di lastre riflettenti. Comunque sia, idiosincrasia o meno, il religioso chiese di essere servito a domicilio. Fu così che Adriano venne comandato in missione esterna, dall’abituale posto di lavoro doveva trasferirsi nella residenza del sacerdote, laddove polvere e ragni costituivano il contrappunto di macchie d’umidità impresse sulle pareti come una mappa in dotazione alle ombre, aloni grumosi e vapori grigiastri che avevano il sopravvento sull’unica lampadina della stanza considerata il salotto. Trovare i peli non era facile, bisognava procedere al tatto. Ma a parte le ragnatele e la muffa che increspava le connessure del pavimento, la situazione, secondo il giovane barbiere, non era disperata. Il compito non era gravoso, il tempo di scaldare l’acqua, di intingere il pennello, di usare la coramella 28


e insaponare il volto del cliente, operazioni meccaniche, ancorché delicate. Pendolare del rasoio, il ragazzo entrò subito nelle grazie del sacerdote che viveva assieme a una premurosa sorella, premurosa e gentile al punto da preparare un piccolo ricevimento ogni volta che Adriano varcava la soglia di casa. Con cura, la donna distribuiva su un tavolino addossato a una finestra dai vetri patinati dal disinteresse verso i detergenti, una caffettiera, due tazzine e un barattolo con ammonticchiati biscotti e pasticcini. Una penitenza per il barbiere, che la buona educazione costringeva ad accettare una bevanda che del caffé aveva solo il colore, e biscotti che sapevano di muffa. “No, grazie signorina (la donna non era sposata), preferirei solo il caffé, i biscotti no, magari ne prendo qualcuno da portare ai miei colleghi”. Ad un certo momento Adriano era considerato di casa. A volte si tratteneva anche di sera per esplorare il cielo con il telescopio che il prete custodiva con la devozione di un ex voto. Il padrone di casa si rivelò una brava persona, al di là di certe stranezze e un modo di parlare incomprensibile. Quando celebrava messa non si capiva niente, i chierici stentavano ad afferrare il momento in cui dovevano spostare il messale o suonare la cam29


panella per l’elevazione. Il ragazzo della barberia era dunque una presenza fissa nella casa vicina al teatro e l’esplorazione del cielo era una costante, come dire, una pratica che consentiva di spaziare a piacimento al di là dell’angustia dei vecchi muri e del rigoglio delle muffe. Orsa maggiore, Orsa minore, mappe stagionali del cielo boreale e di quello australe, l’orizzonte sud e l’orizzonte nord, le macchie del sole e il piccolo sistema dei satelliti di Giove, meraviglie che il don elencava questa volta scandendo bene le parole perché il giovane ospite potesse capire quello che diceva. Il tempo trascorreva senza sbalzi d’umore, le barbe si succedevano alle immersioni notturne in cerca di chissà quali passaggi astrali. Finché un giorno Adriano decise di dare una svolta a un rapporto che rischiava di assumere i contorni della noia. Per cui, dando credito alla propria indole di sognatore, frantumò le dimensioni dell’abitudine per associarsi al senso di anima imprevedibile, a quella sensazione che fa crollare il castello degli effetti predeterminati e dei luoghi comuni. Quello che aveva provato fino a poco prima doveva appartenere al passato, come terra sotto uno strato di foglie, fino al riemergere di taluni ricordi assieme ai quali conquistare universi più morbidi, fluttuanti, ipnotici, tali da tramutare il presente 30


in un gioco di emozioni legate tra loro dal filo dell’invenzione. In sostanza, che cosa passava per la mente del ragazzo? L’invenzione, appunto. Comunicò al sacerdote che doveva partire, che doveva lasciare Cervia per Milano dove l’attendeva un altro impiego. “Non si preoccupi però, verrà mio fratello Mario che è molto bravo, forse meglio di me, vedrà che sarà contento”. Cominciò così una messinscena con il coinvolgimento di un fratello che non esisteva. Adriano cercò di cambiare aspetto: si lisciò i capelli spalmandosi uno strato di brillantina solida, si imbiancò il volto con del talco e, mettendosi sul naso un paio d’occhiali da sole, si presentò al sacerdote per fare quello che aveva sempre fatto. “Somigli tanto a tuo fratello – notò il prete – sembrate gemelli. Quanto alla capacità lavorativa, anche tu hai la mano leggera”. Ogni tanto riappariva Adriano al quale il sacerdote rivolgeva domande sulla sua nuova attività e su Milano in dettaglio. Nessun problema, della grande città il ragazzo sapeva tutto: dai racconti dei clienti, molti dei quali villeggianti della capitale lombarda, aveva imparato a conoscere nomi di ristoranti, di strade, piazze, chiese, fabbriche: insomma, ne sapeva più lui di un autentico milanese. Quanto al rapporto con il fratello, “avevi ragione, 31


Mario è bravo – riconobbe il don –, e poi ti somiglia tanto. È solo un po’ pallido, forse avrebbe bisogno di prendere aria e un po’ di sole”. In effetti il talco distribuito abbondantemente in faccia conferiva al sostituto barbiere un aspetto malaticcio. Così, tra una battuta e l’altra, il rapporto con il sacerdote si protrasse quasi a voler dar vita a un gioco altalenante finché un giorno d’estate Adriano annunciò che sarebbe rientrato: i viaggi e lo svolgersi convulso della metropoli l’avevano stancato, sentenziò con tono grave. Avrebbe ripreso a sbarbarlo alternandosi a Mario. Il tempo macinò allora un gran numero di anni, tutto tornò come prima quando un improvviso malanno intaccò irrimediabilmente la già instabile fibra del sacerdote, che se ne andò in pochi giorni. Sulla base di volontà testamentarie depositate in uno studio notarile di Ravenna, il sacerdote lasciò ad Adriano il telescopio, a Mario nulla. La dipartita del buon sacerdote agì su Adriano come il colpo di pistola che dà il via a una gara podistica. Adriano non tardò a lasciare la bottega che, pigiando senza volere i tasti della retorica, definì la sua seconda casa, soprattutto, un affaccio immediato sull’esistere. Molti aspetti del luogo riconducono a scene lontane, a sensazioni provate 32


nel vedere la piazza piena di gente, a considerazioni maturate nell’osservare l’eterogeneità delle persone nelle botteghe e nel mercatino compreso fra gli archi del comune e della piazzetta fiancheggiata da alberi più vecchi dei ricordi. Uomini e donne, insegne, manifesti, colori ed epigrafi sui muri, frasi da scorrere qua e là, parole che ricordano Garibaldi, Mazzini, Grazia Deledda, momenti di gloria e nomi di caduti in guerra, graffiti segnati per sempre. La piazza è un condensato di vita e di emozioni, un quadro levigato tipo immaginifico schermo di un cinema all’aperto dove in ogni momento si proiettano film del presente e della memoria. Il ragazzo di bottega ha imparato un sacco di cose allungando lo sguardo fra pennelli e barattoli di crema. Fuori c’era la scuola del quotidiano mentre all’interno gli specchi riflettevano personaggi che a loro volta pennellavano con la voce eventi dalle innumerevoli sfaccettature, parole e parole a mo’ di commento sonoro al film che si stava proiettando a pochi passi. L’accesso al salone era sotto un portico dove tutto, dal disegno del colonnato alla pavimentazione, si agganciava al passato. Così da chissà quanto, pensava il ragazzo, fino al giorno in cui si registrò quello che viene definito cambio d’uso: la barberia chiuse per far posto a una banca, quanto al resto, 33


poco è cambiato. Qui si cammina ancora su un acciottolato fatto di migliaia di pezzetti, sorta di mosaico composto da piccoli sassi con impressa la data 1876. Adriano ha trascorso gran parte dell’adolescenza in questo lato della piazza, molti se lo ricordano e molti sono quelli che ricorda lui. Capita spesso da questa parti, ma adesso si occupa di cose che nulla hanno a che vedere con capelli e dopobarba, è spesso in giro, è stato a lungo anche a Milano dove ha vissuto momenti reali nel ricordo di una permanenza fittizia raccontata per gioco a un sacerdote. La storia di Mario, il fratello inesistente, è assicurata fra le pieghe di un tempo che rivive con un tocco di rimpianto. Quando Luigi scese dalle alture di Gualdo per raggiungere Cervia, dopo aver fatto una capatina al vecchio bar si incontrò con Giuliano e Adriano proprio dove un tempo c’era la barberia. Ai tre si unì Claudio, un amico che, per almeno un decennio, si era ritirato in una villetta mimetizzata dai pini di Milano Marittima, un rifugio scelto per cercare – diceva lui – di dare un’impronta specifica alla propria vita assieme all’acquisizione di una sigla artistica che lo contraddistinguesse. Aveva bisogno di star solo, di leggere, meditare, scrivere e dipingere senza essere disturbato. Nes34


suno s’è mai sognato di disturbarlo anche perché, dove si era ritirato, la massima distrazione era offerta dalla voce lamentosa di un faro che operava a chilometri di distanza e dalla nebbia che saliva dal mare invadendo ogni cosa con i suoi vapori. A lui non interessava quello che succedeva al di là delle proprie mura: la realtà esterna? Mero supporto dell’idea, decretava in tono dogmatico assemblando pezzi di legno, frammenti di mattoni e gusci di vongole. Era un intellettuale che cercava la diversità nel rovescio delle cose. “La realtà – sosteneva – è un punto di partenza da trasfigurare liberamente, il nuovo consiste nel procedere a continui intarsi fra registri diversi”. Era per opere dense di allusioni esistenziali, per composizioni immerse in una luce ideale, pressoché monocroma ed estranea ad ogni intento rappresentativo. Usciva di rado e quando lo faceva infilava i sentieri che tagliano la pineta per raccogliere cortecce d’albero, penne di fagiano e pinoli. Certi atteggiamenti facevano pensare a una visione panteista della natura vissuta come immanenza del divino. In verità, sembrava facesse di tutto per dar sfogo a un istinto chimerico che lo spingeva a dar valore a esperienze irrazionali. Poi c’era la questione filosofica, l’inizio e la fine delle cose, lo scorrere del tempo, i tramandi dell’amore, l’angoscia, il mi35


stero e i grandi miti. In definitiva, non si capiva che cosa volesse: non era un tipo allegro, non si fidava delle apparenze e la sua visione pessimista del mondo lo portava a rimpiangere persino un presente ancora da definire. Chiara invece la visione che gli si parò davanti una mattina d’estate quando decise di prendere una boccata d’aria infilando un sentiero pieno di rovi. Era il periodo dei romanzi brevi, poco prima aveva concluso un racconto di tre pagine. C’è sempre qualcosa di personale in ciò che si produce, per cui c’era molto di lui anche in quello che aveva appena concluso. La visione che gli apparve improvvisa prese sostanza assieme all’abbaiare di un cane. La bestia, un molosso dalla voce cavernosa e assordante, apparteneva a Margherita, una bella ragazza che ogni mattina veniva trascinata dal cane lungo i sentieri della pineta. I due si erano visti altre volte, Claudio conosceva anche il cane di cui però non si fidava. Una mattina, parlando del proprio lavoro e fissando con insistenza l’animale, raccontò di aver trascorso una nottataccia. La ragazza, dopo averlo invitato a guardare lei e non il cane, gli chiese il perché della notte travagliata. “L’editore mi ha concesso poco tempo – le rispose –, in pratica avrei già dovuto consegnargli il testo”. Il lavoro, molto 36


particolare essendo destinato a una compagnia del teatro dell’assurdo, l’aveva impegnato molto. “È stata dura tanto che ad un certo punto mi sono concesso una pausa di riflessione. È successo alle tre, o forse a mezzanotte, ma non ha importanza; quello che voglio dirti è che ad un certo momento sono entrato il letargo. La trama? La vicenda è incentrata sulla figura di un pilota di formula uno che insegue una nutria in un campo da golf mentre un amministratore delegato, appassionato alpinista, scala una montagna di soldi. Sai, tutto si svolge sul piano surreale”. Trattenendo a fatica il molosso che stava per balzare addosso a Claudio, Margherita lanciò un grido che fece girare un gruppo di persone dirette alle Terme. “Sei sicuro di sentirti bene?”: il giovane ammise la bizzarria della storia, ma questo – confessò – era il suo compito, spaziare nell’immaginario, nell’inverosimile. - Peraltro – sussurrò – l’editore sta attraversando un periodo difficile, è molto irascibile ed è meglio non contrariarlo. - Cosa gli è successo? - Beh, è uno che ama i cambiamenti, ma non quello prospettato dal figlio che vuole operarsi a tutti i costi per cambiare sesso. Claudio parlava con affanno, la camminata l’aveva stancato, e poi era angosciato dal molosso che 37


ringhiava e sbavava ai suoi piedi. Un brutto momento, soprattutto una notte da dimenticare. Avrebbe voluto dormire ancora, ma non c’era stato niente da fare. Non era stato il trillo della sveglia a interrompere i suoi sogni, e nemmeno il gallo di un vicino che ogni notte si sente in dovere di annunciare l’alba. Fu il camion dei rifiuti differenziati a svegliarlo, con il suo cigolante braccio meccanico proteso verso cassonetti, cumuli di aghi e roba del genere. L’amore, grande tessitore di storie romantiche, può risolversi in una specie di punizione espiatoria, o in un rapporto sentimentale destinato a trasformare la realtà in futuro. L’incontro con la ragazza in pineta aveva assunto l’aspetto di una piacevole abitudine. I due avevano stabilito di incontrarsi tutte le mattine in cima a una montagnola da dove si assisteva al passaggio di un trenino carico di villeggianti che in pineta credevano di vivere un’avventura ricca di imprevisti. Assicurato il molosso a un albero, i ragazzi davano vita a un dialogo dove le parole godevano di un contrappunto di sguardi più eloquenti di qualsiasi gesto. La giovane, figlia di un magnate del settore dell’alimentazione (un multimilionario che si era fatto da solo), aveva avuto un’infanzia infelice: 38


la madre aveva abbandonato lei e il marito per seguire un ricercatore agrario con il pallino delle invenzioni. Il padre, noto negli ambienti dell’alta finanza come il “Re dei bolliti”, aveva fondato un impero che contava caseifici, allevamenti di bestiame, salumifici e ristoranti. Preso dalla frenesia del fare, il “Re dei bolliti” era sempre in giro per cui non gli restava molto per rimediare ai vuoti affettivi che affliggevano la figlia. “Niente di nuovo sotto il sole – commentava Margherita – ; la letteratura è piena di situazioni del genere”. Claudio diceva di capirla assicurandole la massima vicinanza. Le diceva anche che avrebbe fatto l’impossibile per farle dimenticare la tristezza causata dall’assenza della madre. Forse, nei suoi abbandoni lirici, il giovane non si rendeva conto che stava per chiedere di essere iscritto all’anagrafe di un paese chimerico, e che viaggiare sui binari del sogno poteva condurlo in territori inesplorati, forse pericolosi. Ma aveva deciso, voleva che la storia di Margherita si tramutasse in una favola, che la tenerezza si sviluppasse a perdita d’occhio attorno a lei come se il racconto che stava elaborando nell’animo fosse il cantiere di un sentimento nuovo, e la parola tutto il cuore della ragazza. Cambiare le cose, dimenticare, ma in che modo? “Trasformando il presente in futuro, pensando all’oggi come a 39


una rampa di lancio verso il sogno”, declamò Claudio che la sera prima aveva visto in televisione la partenza di uno Shuttle. Lei gli sorrise passandogli un biscotto duro come un sasso da offrire al cane, “così impara a conoscerti, così ti diventa amico”. Al che il molosso cominciò ad agitarsi minacciando di sradicare l’albero. “Calma – bisbigliò Margherita al compagno –, non ti impressionare, fa sempre così quando vede qualcosa da mangiare. Allungagli il biscotto e dimmi che cosa stai facendo in questi giorni, a che punto sei con i lavori”. Il cane si calmò senza però essersi reso conto da che mano era partito il biscotto. A Claudio il particolare non interessava, voleva semplicemente che il bestione rimanesse a distanza. “So che gli vuoi bene e che lui stravede per te, ma ammetterai che se potesse mi sbranerebbe. Lo fa perché è geloso, perché vuole difenderti? Possibile che non capisca che anch’io ti voglio bene?”. Un bel sorriso si stampò sul viso della ragazza che per qualche istante rimase senza parole. Stupita chiese se era una dichiarazione, o se il sentimento che nutriva per lei era come quello manifestato dal cane. “Non essere sciocca – riattaccò Claudio –, dovresti conoscermi. Quanto al cane, penso sia una cosa diversa”. 40


Il trenino andava e veniva, ogni tanto fischiava per dare ai bambini l’illusione di un viaggio in un paese tutto da scoprire. “Ti ho chiesto come va il lavoro”, domandò di nuovo Margherita cercando di mascherare l’emozione che aveva provato poco prima. “Ho scritto un altro romanzo di tre pagine. Quello di cui ti ho parlato l’altro giorno – rispose Claudio con scherzosa teatralità –, è andato esaurito prima della pubblicazione. La vicenda è praticamente impostata sull’inesistente, come dire, una storia impalpabile”. - Impalpabile come la nebbia che d’autunno nasconde gli alberi. Impalpabile e denso di umori come lo spleen che sposa i vapori del mare. - Sì, proprio così. Comunque, a titolo informativo, sappi che a questo romanzo ha fatto seguito un altro lavoro, sempre di tre pagine. L’ho intitolato ‘Il semaforo visto da un daltonico’. Claudio scherzava, cercava di rallegrare la ragazza che nel frattempo gli rifilò un altro biscotto da dare al cane. - La faccenda del semaforo rientra in un quadro dai toni crudi con il protagonista che ne passa di tutti i colori. - Chi, il daltonico? - Sì, esattamente. Multato per aver attraversato col rosso, decide di fare un bilancio della propria 41


esistenza. Anch’io sto facendo un riesame dei miei giorni; come sai, trascorro notti agitate mentre di giorno analizzo il mio stato mentale utilizzando mezzi altamente scientifici tipo calcolatrice elettronica. Mi sono reso conto di non avere molto tempo da vivere, tutto quello che mi rimane e che intendo offrirti, è un’ottantina d’anni e quindici giorni. Se vuoi saperne di più vieni a cena con me stasera, senza cane. Claudio e Margherita si sono sposati in una chiesetta dell’entroterra, dalle parti di San Zaccaria. Niente di trascendentale anche se il padre avrebbe voluto una cerimonia importante. È la mia unica figlia, andava dicendo: il multimilionario avrebbe voluto un pranzo coi fiocchi, decine e decine di invitati in un ristorante di grido nonché un carrello di bolliti speciali. Invece, pochi intimi, zero fronzoli e divieto di auto strombazzanti. Una cosa contenuta. Fu Claudio a chiedere che tutto si svolgesse all’insegna della sobrietà. In quel periodo la sua attività d’artista era indirizzata verso forme contratte, enigmatiche ancorché dense di espressioni che manifestavano sintomi di spaesamento. L’idea continuava ad essere alla base di ogni composizione in un ambito dove nulla era definito, se non accompagnato al senso di un di42


venire ispirato a una dosata concettualità. Roba che faceva girare la testa, pensieri manifestati da qualche critico senza che Claudio ne fosse cosciente, nel senso che non sapeva di che cosa si stesse parlando. Tornando al matrimonio, Adriano e Luigi furono i testimoni per lo sposo mentre un’albergatrice e un capo-tonnara lo furono per la sposa. Coordinatore di innumerevoli mattanze, il capotonnara era considerato una celebrità lungo le coste siciliane. Il padre di Margherita lo conobbe a Mazara del Vallo durante un viaggio d’affari. Insieme impiantarono stabilimenti per la lavorazione della carne e del pesce. Poi, quando il peso degli anni cominciò a farsi sentire con dolorosa insistenza, il raìs decise di lasciare in pace i tonni per trascorrere parte del proprio tempo in Romagna. Acquistò una casa tra il Lido di Savio e Milano Marittima in un punto di confine dove la pineta è tagliata da una strada che collega la spiaggia alla Rotonda I Maggio. Un posto tranquillo che il siciliano raggiungeva anche nei mesi invernali. Diceva di sentirsi in sintonia con il clima che si avvertiva quando si alzava la bruma e quando incontrare qualcuno era come scoprire un naufrago su un’isola deserta. In ef43


fetti, ci sono momenti in cui è raro incontrare qualcuno, soprattutto negli angoli periferici di Milano Marittima. Quando ciò avviene sembra di essere interpreti di una pellicola di Michelangelo Antonioni, magari girata sull’onda di motivi sartriani con la solitudine intenta a scavare gallerie nell’inconscio. Rincorrendo le tracce della malinconia, Giuliano e Claudio si lasciano prendere spesso da pensieri del genere: evocano situazioni del passato ed altre vissute di recente, lo fanno camminando tra gli alberi oppure raggiungendo i vertici di qualche duna formata dalle ruspe per contenere i malumori del mare. Cumuli di sabbia a ridosso degli stabilimenti, argini come rughe destinate a sciogliersi in primavera. Anche qui si registra la storia di sempre: con il sopraggiungere dell’autunno si smorzano gli ardori di una stagione che molti non vedono l’ora finisca, la gente se ne va, viene archiviata la frenesia dei locali rumorosi, delle strade dove non si parcheggia, della calca sui marciapiedi. Molti pensano di non tornare più, ma basta un po’ di silenzio perché si facciano nuovi progetti, per scoprire momenti in cui voci e colori formano un disegno che non ha nulla di ultimativo, fino a un insieme di sensazioni da vivere sottotraccia, ancora nell’attesa di tornare. 44


Giuliano e gli altri si diedero appuntamento nel nuovo locale che Claudio aveva aperto nel cuore di Milano Marittima. Specialità della casa, un variegato carrello di bolliti e pesce selezionato dall’ex capo-tonnara. Claudio intanto aveva smesso di sognare, il tempo dei romanzi di tre pagine era finito. Assieme a Margherita aveva pensato di alleggerire il lavoro del “Re dei bolliti” il quale, come il socio siciliano, sentiva il peso degli anni. Prima di dedicarsi al mondo della ristorazione Claudio aveva imboccato anche la strada dell’arte visiva: suggestionato dal poverismo, aveva messo insieme una gran quantità di pezzi assemblando ferri da stiro ossidati, schegge di marmo, reperti trovati nei cassonetti dei rifiuti quali torsoli di mela e cornici di finestre. Ciò che sembrava colpirlo maggiormente era il senso di deterioramento delle cose, l’odore della putrescenza e della vecchiaia che avvertiva ovunque, segnali – secondo lui – dello scorrere dell’esistere globalizzato. Per rendere l’idea di quello che provava, componeva lambiccate stesure, procedeva a tentoni seguendo una logica di corto respiro e, tradendo la foga che lo animava, versava sulle composizioni litri di vernice e pigmenti che dovevano simulare la muffa. Buona idea, fu il commentò di un tizio che faceva l’antennista, suggestivo l’effetto anche 45


se non si capisce perché ideare certi effetti quando ad esempio la muffa può fiorire naturalmente, soprattutto in un ambienti umidi. E a Milano Marittima – chiosò – l’umidità non manca. Si giunse così all’apertura del nuovo locale che Claudio avrebbe voluto chiamare “La Spatola”, denominazione subito scartata a favore di qualcosa più aderente alla realtà del posto. Ci fu una specie di consiglio al quale presero parte, oltre ai titolari, cuochi, camerieri, donne delle pulizie e tre passanti. Ci fu chi, dopo aver lungamente pensato, suggerì “La sfoglia e l’involtino”, chi semplicemente “A Tavola”, chi “La piadina dell’amico accanto”, chi “Il piatto degli odori”. Alla fine fu issata all’ingresso del ristorante l’intestazione “Emmeci”, dalle iniziali di Margherita e Claudio. “Sembra uno starnuto – osservò Adriano –,però colpisce”. “Già – ribatté Luigi – l’importante è smuovere la curiosità della gente”. A poco a poco il locale si riempì, molti dei vecchi amici si ritrovarono. “Chi manca? – chiese Giuliano –,ho l’impressione che il gruppo si sia sfoltito. A Proposito, che fine ha fatto Luisa?”. Adriano, che non aveva mai lasciato Cervia e che era considerato depositario di tante memorie, fissò l’amico dimostrandosi stupito. 46


- Ma come, non ricordi quando corresti in chiesa per ripararti dal temporale? - Certo, ricordo bene. - E non ricordi le donne che incontrasti? - Sì, alcune pregavano, altre accendevano candele. - Beh, una di quelle donne era Luisa. Lei mi ha detto di averti visto. Credevo lo sapessi. - No, non l’ho riconosciuta. Il tempo è davvero strano, pensò Giuliano: è come un medico che cancella i dolori, ma è anche crudele quando si accanisce sulle cose, quando decide di cambiare i tratti di una persona assieme a ricordi che si ritenevano incancellabili.

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Ritratti d'autore  

“L’Isola del Sale” narra la storia di un personaggio che soppesando il valore delle cose lasciate cerca la misura della vita fra distanza e...

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