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bruno pellegrino

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il filantropo

prospero moise’ loria e la societa’ umanitaria

il filantropo

Bruno Pellegrino (1946), autore di numerosi volumi, articoli e interventi sui temi della cultura e della comunicazione. È stato Segretario del Club Turati di Milano, fondatore del Club dei Club (Associazione nazionale dei centri culturali laici e socialisti), responsabile nazionale della cultura del Psi, consigliere del Comune di Milano, Senatore della Repubblica, consigliere d’amministrazione della RAI. Ha fondato un canale televisivo satellitare sull’enogastronomia. Ha pubblicato “Rai S.p.A:. Una holding della comunicazione per la terza fase del sistema audiovisivo italiano” (Il Sole 24ore, 1992), “L’eresia riformista. La cultura socialista ai tempi di Craxi” (Guerini e Associati, 2010).

Minerva Edizioni

È il 1892, nel suo testamento Prospero Moisè Loria lascia al Comune di Milano 13 milioni di lire oro. Una cifra enorme che servirà a finanziare la più importante e la più innovativa istituzione di solidarietà del riformismo italiano di tutto il Novecento: la “Società Umanitaria”. In occasione del bicentenario della nascita, questo libro documenta la vita privata e pubblica, mai raccontata, di un protagonista dell’Ottocento italiano. Prospero Moisè Loria, israelita, commerciante, democratico, massone, filantropo. Umanità, riscatto, dignità, giustizia, solidarietà danno senso e spessore alle vicende personali e al sogno di un grande protagonista finora dimenticato di un secolo straordinario dell’Italia e del suo progresso civile e sociale.


Ai miei nipoti, perchĂŠ sappiano di piĂš della nostra antica storia


Bruno Pellegrino

IL FILANTROPO Prospero Moisè Loria e la Società Umanitaria

Minerva Edizioni


MANTOVA 1814

Loria nasce il 7 aprile del 1814 nel Ghetto di Mantova, al numero 2945 della Contrada del Tubo, oggi via Bertani. È il quarto figlio di una giovane israelita, Zeffora Ariani, e di un agiato commerciante ebreo sessantenne, Leon Donato Loria.1 Il fondatore della Società Umanitaria vede la luce in giornate turbolente quando è in corso un radicale passaggio d’epoca. A Mantova nella primavera del 1814 viene posta la parola fine al Regno d’Italia mentre muta il destino politico e militare dell’intera Europa. Cala il sipario sull’avventura grandiosa e tragica di Napoleone Bonaparte e inizia una nuova storia. A pochi passi dalla casa dei Loria, Eugenio de Beauharnais formalizza l’epilogo del dominio napoleonico in Italia. In Lombardia e nel Veneto tornano a comandare gli austriaci. Mantova è l’ultimo baluardo militare del Regno d’Italia a resistere. La città era sempre stata nel cuore di Napoleone che vi si era recato più volte. Ad esempio il 17 Giugno 1805, preceduto dalla moglie Giuseppina, il Generale aveva compiuto nella città rilievi militari e progettato opere grandiose, come il prosciugamento delle paludi e la navigabilità del Mincio fino a Peschiera. Idee che non saranno realizzate a causa del costo esorbitante. Il segno del destino che lega Loria al “fratello” Beauharnais. Nove anni prima che Loria nascesse, Napoleone Bonaparte aveva posto il governo del Regno d’Italia nelle mani del giovane Eugenio figlio di primo letto della moglie Giuseppina Tascher de La Pagerie. Il padre di Eugenio era il visconte Alexandre, il generale ghigliottinato per ordine di Robespierre. Quando nel 1805 Napoleone, con amore paterno, conferisce al figliastro il titolo di viceré, lo mette in guardia, gli consiglia di governare 1 Fanno da testimoni per la denuncia della nascita i correligionari Anselmo Castelfranco e Israel Alessandro Levi.

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con “circospezione e prudenza” perché, lo informa, “i nostri sudditi italiani sono naturalmente più inclini alla dissimulazione dei cittadini francesi.” Per Napoleone il figliastro ha un solo mezzo per conservare la stima dei suoi sudditi e renderli felici: non accordare la completa fiducia a nessuno. Gli suggerisce di parlare il meno possibile: “non siete abbastanza colto e la vostra educazione non è così accurata da permettere che vi abbandoniate liberamente alla discussione. Sappiate ascoltare, e siate certo che il silenzio produce spesso lo stesso effetto della scienza. Non vergognatevi di far domande. Sebbene vice-Re, avete soltanto ventitré anni e, qualunque cosa vi dicano gli adulatori, tutti sanno nel loro intimo che cosa sapete, e vi accordano più stima per la speranza di ciò che sarete, che per l’opinione di ciò che siete.”2 Napoleone fa assumere al figlioccio Eugenio altri incarichi di prestigio. I trionfi del generale, nel 1805, spingono la massoneria francese ad aprire anche a Milano i battenti del Grande Oriente. L’intenzione è di mettere ordine nei lavori delle diverse logge già attive nella capitale lombarda e per questo serve un Gran Maestro di assoluto prestigio. La pattuglia dei francs-maçons, venuti a Milano per l’occasione, pensa subito a Eugenio, già Venerabile Onorario della loggia “Saint-Eugène”, che non casualmente porta il suo nome. Viene domandato a Napoleone di “accordare la sua protezione alla nuova istituzione designando Gran Commendatore e Gran Maestro il principe Eugenio”3. Il ventitreenne Eugenio de Beauharnais (in foto), viceré d’Italia, assume il grado di Primo Gran Maestro della Massoneria Italiana e diventa una figura di rilievo nel Pantheon del futuro massone Prospero Moisé Loria. Il 4 aprile 1814, tre giorni prima della nascita di Loria, Napoleone Bonaparte nella sua residenza di Fontainebleu è costretto ad abdicare con la rinuncia per sé, per i successori e i discendenti a ogni diritto di sovranità sull’Impero francese e il Regno d’Italia. Per le potenze alleate egli è “il solo ostacolo al ripristino della pace in Europa.” Napoleone “per fedeltà ai propri giuramenti dichiara di essere pronto a scendere dal trono, lasciare la Francia, e perfino la vita, per il bene della patria.”4 L’11 aprile, l’uomo che ha fatto sognare e 2 Napoleone Bonaparte. Autobiografia a cura di Andrè Malraux, Mondadori, 1993. 3 Francois Collaveri, Napoleone imperatore e massone, Nardini editore, 1986. 4 Malraux – Napoleone, Autobiografia, Mondadori, Milano, 1993.

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tremare il mondo è costretto ad assumere il ruolo tragicomico di Imperatore e Sovrano dell’isola d’Elba. È l’inizio di una caduta rovinosa e inarrestabile. La notizia dell’abdicazione di Napoleone giunge a Milano con qualche giorno di ritardo. La vice-Regina d’Italia Augusta di Baviera con intuito femminile avverte che è in corso un radicale cambio di clima. In attesa di un nuovo imminente parto, Augusta sceglie di correre un rischio mortale e il 29 marzo abbandona Milano per raggiungere Mantova. Vuole essere al fianco del marito Eugenio impegnato a difendere la fortezza mantovana, ultimo lembo di territorio che ancora gli è rimasto del suo vicereame. Il 13 aprile nel palazzo Ducale di Mantova la principessa imperiale e vice-Regina Augusta di Baviera mette al mondo la sua quarta figlia, che chiamerà pomposamente Theodelinde Louise Eugénie Auguste Napoléone de Beauharnais. Ha sei giorni meno di Prospero Moisè. La principessina Teodolinda, diversamente dal neonato israelita, resta nella città virgiliana solo per pochissime ore. Suo padre Eugenio nel castello di Schiarino-Rizzino firma la propria capitolazione al cospetto del generale Heinrich Johann Bellegarde e il 23 aprile anche Mantova viene riconsegnata al dominio asburgico. La famiglia de Beauharnais prende la strada del Brennero e ripara in Germania, a Monaco, nelle terre del padre della vice-Regina spodestata, il re Massimiliano I di Baviera. La carovana dolente non si allontana a mani vuote. Ancora una volta Mantova è depredata di opere d’arte di grande bellezza. A Milano, in quelle convulse giornate dell’aprile 1814, la caduta dei francesi accende grandi speranze. Si vagheggia che la Lombardia, non ancora completamente in mani austriache, possa essere riconosciuta come Stato indipendente sotto la guida dello stesso Eugenio de Beauharnais. Il 17 aprile questa speranza viene cancellata dal Senato del Regno che vota per l’adesione all’Impero asburgico. A Milano prevale il dubbio, il rancore antifrancese, l’attesa e il calcolo opportunistico di chi conta sulla benevolenza dei nuovi vincitori, degli austriaci, che stanno rimontando in sella. Intanto cresce la violenza delle piazze. Il ministro Giuseppe Prina viene assassinato. Il tragico evento accelera la caduta definitiva del Regno. È la restaurazione con le avanguardie dell’imperiale esercito austriaco che entrano a Milano per restarci e assai lungamente. 24


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Il 12 giugno 1814 la Lombardia viene annessa all’impero austriaco e il 7 aprile dell’anno successivo formalizzato il Regno LombardoVeneto. Il neonato Prospero Moisè Loria è rimasto suddito dei francesi per sole due settimane e fino al compiersi dell’Unità d’Italia il futuro filantropo mantovano resterà un suddito austriaco. Ebrei a Mantova Per secoli i rapporti degli ebrei mantovani con il potere dei governi che si alternano sono ondivaghi e contraddittori. Mantova è un appetibile snodo militare, una città di straordinaria bellezza architettonica, una capitale rinascimentale sovraccarica di un imponente patrimonio artistico, da ammirare e sovente da depredare. Gli israeliti assistono, preoccupati più di altri, ai cambi di guardia. Osservano timorosi il grande viavai di principi, imperatori, re e viceRe cui si accompagna un mettere e levare vincoli e concessioni, diritti negati e promesse di emancipazione e di uguaglianza da onorare. Alla ricerca di miglioramenti economici e nuove libertà, gli israeliti mantovani sono costretti a viaggiare da un punto all’altro delle mutevoli capitali del dominio di turno: Milano, Vienna, Parigi. In queste peregrinazioni vanno incontro a inattesi successi e cocenti delusioni, ma hanno imparato a non farsi soverchie illusioni. Non sempre i risultati delle missioni diplomatiche sono soddisfacenti, le rivendicazioni accolte, le aspettative corrisposte. Nulla deve essere dato per scontato, non la proclamata tolleranza dei Gonzaga, né le napoleoniche liberté, fraternité, egalité, e neppure la conclamata durezza degli austriaci. Gli ebrei mantovani negoziano con realismo, tentando di conseguire il massimo vantaggio dal potere che li sovrasta. Più in generale questo è anche il sentimento e l’attitudine dei mantovani che, dopo aver accolto a braccia aperte Napoleone, con altrettanto calore salutano l’arrivo degli austriaci. Il cambio di guardia del 28 aprile del 1814 non è vissuto come un trauma, ma “un giorno faustissimo”, la possibile fine di tante guerre, disagi, e tribolazioni. Per gli austriaci tutte le campane della città suonano a festa, rimbombano le artiglierie, l’aria si gonfia di musiche militari, colonna sonora agli “gli evviva della popolazione.” Quel giorno, vincendo l’inclemenza del tempo, sul ponte di S. Giorgio le autorità militari, politiche e religiose vanno incontro al trionfatore. Il tenente mare25


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sciallo Antonio Mayer de Herdensfeld alla testa di un corpo delle truppe imperiali fa il suo ingresso trionfale a Mantova ed assume il comando della fortezza.5 Il giubilo dei mantovani è incessante. Alla fine del dicembre 1815, arriva l’imperatore Francesco I, accompagnato dalla moglie, Maria Luigia Beatrice d’Este. Per l’occasione, Mantova fa sfoggio “di templi illuminati, di astri rotondi e di altri multicolori apparati.” � Anche il Ghetto festeggia, gli israeliti eccellono in addobbi spettacolari, scenografie mirabolanti, luminarie. Per la comunità ebraica mantovana il governo dei francesi consegna un bilancio ambiguo e alcune conquiste significative, altamente simboliche. L’esprit libertaire della rivoluzione francese che influenza l’agire politico di Napoleone Bonaparte, soprattutto in materia di diritti civili e religiosi ha acceso grandi speranze fra gli israeliti. La partenza è bruciante a cominciare già dal 1796. Dopo le vittorie della prima campagna d’Italia con il laico Napoleone si volta pagina: gli ebrei non devono più essere considerati un corpo sociale separato e privo dei diritti di cittadinanza. Il 21 gennaio 1798, Napoleone fa abbattere le porte del Ghetto che sono rimaste in funzione per 186 anni. I quattro portoni del Ghetto vengono bruciati solennemente e festosamente in piazza. Anche se per gli ebrei mantovani è la fine di un lunghissimo ciclo storico, la caduta delle porte non produce immediate conseguenze pratiche: la quasi totalità delle famiglie sceglie di continuare a vivere nell’antico quadrilatero della costrizione, rappresentazione fisica della loro minorità. Al debutto del suo vicereame Eugenio de Beauharnais aveva varato nel 1805 provvedimenti giudicati “bellissimi” dalla comunità israelitica. A Milano viene sancito dalle autorità che “le costituzioni del Regno sotto le quali fortunatamente viviamo non riconoscono altra distinzione fra i Cittadini di qualunque condizione, e di qualunque culto, fuori di quella che nasce dell’esercizio delle pubbliche funzioni. […] La diversità nel Culto non può indurre alcuna diversità nel trattamento da usarsi dalle autorità civili verso i cittadini […] e molto meno la differenza di culto può essere riguardata come un titolo esclusivo dagli impieghi, e dalle funzioni pubbliche siano generali, dipartimentali, o comunali.” � 5 G. Arrivabene, Compendio cronologico-critico della storia di Mantova, a cura di R. Giusti, Mantova, 1975.

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Napoleone Bonaparte imprime una torsione in materia di appartenenza e discriminazioni religiose: gli ebrei, cittadini al pari di altri, devono poter rientrare nel corso naturale della vita sociale e dello Stato. Il 6 giugno 1806 a Parigi viene convocata l’Assemblea israelitica con l’incarico di preparare il materiale giuridico e dottrinario necessario per il varo di un nuovo corpo legislativo che regoli diritti e doveri degli ebrei dell’Impero napoleonico. All’assise parigina prendono parte centoundici “notabili” ebrei provenienti da ogni parte dell’impero. Il dibattito è acceso. Maturano nuovi orientamenti su materie assai complesse, che toccano le corde profonde e dolorose degli interessi materiali e spirituali di una comunità abituata a vivere, obtorto collo, in una ormai conclamata separatezza. L’Assemblea parigina convoca una riunione ancora più rappresentativa: il Gran Sinedrio degli Israeliti, che lo storico milanese Cesare Cantù giudicherà frutto del “dispotismo amministrativo” di Napoleone per “ravvolgere anche le credenze e il culto”, sanare l’antica separazione degli Ebrei, accordando “le pratiche israelitiche con quelle del paese.” Il Gran Sinedrio di Parigi dura un anno, dal 9 febbraio 1806 al 9 marzo 1807. Per l’Italia vi partecipano ebrei di spiccata personalità: il rabbino mantovano Abram Vita Cologna, che è stato membro di primo piano della Repubblica Cisalpina, il milanese Moisè Formiggini e il vercellese Moisè Segre. La delegazione mantovana, assieme a Cologna, annovera il possidente Benedetto Fano e il rabbino capo di Mantova, Prospero Moisè Ariani, nonno materno di Loria. Il Sinedrio assume decisioni di grande impatto. Vara disposizioni vincolanti per l’intera comunità israelita disseminata nell’Impero napoleonico: la poligamia viene interdetta; l’atto civile del matrimonio dove precedere quello religioso; in caso di divorzio, ripudio o levirato (la possibilità di sposare la vedova del proprio fratello) gli ebrei devono uniformarsi alle leggi civili; gli Israeliti possono maritarsi con Cristiani; ogni Israelita viene riconosciuto dalla legge come cittadino e nei contratti e nei prestiti deve conformarsi al codice civile; gli ebrei sono chiamati al servizio militare. A questo si aggiunge che gli israeliti che esercitino professioni liberali, vengono incoraggiati ad acquistare fondi pubblici per dimostrare il loro attaccamento alla patria e meritare la generale considerazione del resto della popolazione.6 Una vera rivoluzione politica e culturale. 6 Cesare Cantù, Storia Universale, Libro decimottavo, cap. XIII pag 624.

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Il ghetto di Mantova Prospero Moisè Loria è generalmente ricordato come un ebreo mantovano, ma le sue origini, seppure ben radicate, non ne condizioneranno mai le scelte, neanche le più estreme. Loria è un giramondo laico che vivrà in più città e che, nei momenti decisivi della sua esistenza, compirà scelte umane e religiose in distonia con la sua identità di israelita. Il Ghetto di Mantova, tuttavia, è lo spazio fisico della sua educazione sentimentale. Per il giovane Loria, sin dai primi giorni, la cittadella degli ebrei si configura come un perimetro costrittivo, doloroso oltre che familiarmente soffocante e privo di prospettive, un microcosmo che rischierebbe di limitare e umiliare il carattere forte, irrequieto e intraprendente del futuro filantropo umanitario. Prospero Moisè Loria sa bene anche che Mantova per gli ebrei non è una città come un’altra. La comunità israelitica mantovana è fra le più antiche e cospicue d’Italia e sicuramente la più numerosa della Lombardia, con gli israeliti che per lunghissimo tempo giungono a sfiorare il decimo della popolazione. La prima presenza degli ebrei nel mantovano ha radici lontane, datata dagli storici attorno al 1145, quando vi giunge il filosofo ed esegeta Abramo ibn Ezra (1089-1164). Lo spirito di accoglienza e di tolleranza delle terre bagnate dal Mincio – prima proprietà dei Canossa e poi libero Comune – incoraggia l’arrivo di ebrei italiani, francesi, spagnoli, tedeschi. Con i Gonzaga, che governano Mantova dal 1328 al 1707, gli ebrei conquistano spazi di libertà, rilievo economico e influenza culturale. Emergono banchieri, commercianti, artigiani, professionisti, intellettuali e figure prestigiose di scrittori, musicisti, editori,7 medici, scienziati, ingegneri. Il tempo per gli ebrei mantovani non volge sempre al bello, anzi sovente minaccia tempesta. All’inizio del 1602 le predicazioni del francescano padre Bartolomeo culminano con l’impiccagione di dodici ebrei per aver messo alla berlina il frate e offeso il cristianesimo. I Gonzaga, premuti dall’indignazione dei cattolici, decidono di usare la forza. Così dieci anni dopo, nel 1612, anche Mantova ha il suo Ghetto dove vengono costrette quattrocento e otto famiglie. 7 Il medico e astronomo, Abraham Conat, è il primo in Italia, a stampare, nel 1474, libri usando caratteri ebraici.

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I Gonzaga hanno resistito per un secolo, dopo la costruzione del primo ghetto a Venezia nel 1516, alle sollecitazioni papali che vogliono tenere fisicamente separati gli ebrei dai cristiani.8 La comunità israelitica mantovana decide di resistere, rafforzando oltre che la propria influenza economica, l’identità spirituale e religiosa e Mantova diventa uno dei maggiori centri della cultura ebraica italiana con una comunità israelitica che, su poco meno di tremila persone, giunge a vantare 24 rabbini e sei Sinagoghe. Una prima battuta d’arresto all’espansione della comunità israelitica giunge con la devastazione pestilenziale che accompagna i Lanzichenecchi che tra il 1629 il 1630 provoca in soli due anni il dimezzamento della popolazione ebraica. Il Ghetto, nell’infanzia e nella prima giovinezza di Loria, è uno spazio sovraffollato, un lembo di terra di una decina di ettari, il 5% dell’intera città, raccolto attorno a sei sinagoghe cinquecentesche, cui si accede dai quattro portoni principali di via dei Giustiziati, piazza dell’Aglio, contrada degli Orefici ebrei e contrada del Tubo. Proprio alla contrada del Tubo vive da oltre quattro generazioni la famiglia Loria. La loro casa è sulla strada principale del Ghetto sulla quale si affacciano anche l’abitazione quattrocentesca del Rabbino capo e tre sinagoghe, le “scole” di rito italiano. La più antica, la “Norsa-Torrazzo” è del 1513; la “Grande Italiana” viene abilitata nel 1546; la “Cases” nel 1590. Le tre sinagoghe di rito askenazita sono state edificate nelle contrade degli Orefici e in piazza dell’Aglio: la “Porta”, nel 1530; l’“Ostiglia” nel 1598; la “Beccheria” o “Grande tedesca” nel 1595. L’autorevolezza delle “scole” divide la comunità. Gli askenaziti rivendicano il maggior prestigio delle sinagoghe di rito tedesco e, in particolare la “Beccheria” viene contrapposta alla “Scola grande Italiana.” La presunta superiorità askenazita viene ribadita nel 17 dicembre 1808 con una lettera pubblica che reca in calce le firme di Leon Raffael Loria, David Vita Laudi e Samuel Vita Loria.9

8 L’idea della separazione è codificata per la prima volta da papa Paolo IV, con la bolla “Cun nimis absurdum” del 12 luglio 1555. Ribadita dalle bolle di Pio V, “Hebraeorum gens sola quandam a deo dilecta”, del 26 febbraio 1569, di Clemente VIII, “Caeca et obdurata”, del 25 febbraio 1593, e di Urbano VIII, “Commissum Nobis”, del 22 aprile1639. 9 Bernardini, La sfida dell’uguaglianza. Gli ebrei a Mantova nell’età della Rivoluzione francese, Bulzoni, 1996.

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La vita nel Ghetto di Prospero Moisè è stata raccontata da Osvaldo Gnocchi Viani:10 “Mantova si segnalava in quel tempo per la sua notevole popolazione israelita, la quale, quantunque tenesse vivo nella città il traffico delle merci, era malvista e dileggiata dalla maggioranza cittadina, dominata da un’arcigna intolleranza antisemita, sgorgante dalla propaganda della Chiesa cattolica, alla quale il soffio della modernità non aveva ancora imposto un freno moderatore. Gli israeliti mantovani erano confinati e chiusi in un ghetto dalle straducole soffocate, dagli abituri afosi, segnati a dito come reietti, beffati nelle loro credenze e motteggiati perfino nel passo e nel linguaggio.”11 Per la storica Francesca Cavarocchi “L’alta densità dei residenti comportava anche che le famiglie più benestanti fossero costrette a convivere negli stessi edifici con nuclei indigenti; i fabbricati erano stati progressivamente divisi e ripartiti per ovviare la carenza di spazi, il fondaco o il magazzino erano contigui o sovrapposti. Le case erano spesso rialzate di vari piani, con soffitti abbassati e passaggi e ballatoi per evitare di uscire sulla strada.”12 Il padre, Leon Donato Loria Prospero Moisè Loria nasce in un’agiata famiglia di commercianti e con un antico radicamento nella comunità. Per almeno quattro generazioni, fra il Settecento e l’Ottocento, la famiglia non esce dalle tradizionali attività nell’artigianato, nel prestito e nei negozi, mostrando una scarsa inclinazione agli studi, alla speculazione teorica e alle professioni liberali. Angelo Benedetto nonno di Prospero Moisè, è “orafo e gioielliere.”13 Il padre Leon Donato Loria, nato a Man10 La rassegna mensile di Israele, 1967. 11 L’accenno finale al linguaggio si riferisce al costume degli ebrei di Mantova di parlare e scrivere una loro lingua, una sorta di yiddish locale. Lingua utilizzata sino ai primi dell’Ottocento, anche negli atti formali della comunità. 12 Francesca Cavarocchi, La comunità ebraica di Mantova fra prima emancipazione e unità d’Italia, Editrice La Giuntina, Firenze, 2002. 13 A.S.Mn. Busta 9111. - Angelo Benedetto Loria, atto del 18 Luglio 1788 del Notaio Tirelli.

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tova nel 1756, è registrato come commerciante e possidente. Dopo una lunga giovinezza occupata dai commerci, a 38 anni sposa Benedetta Pavia, nata anche lei a Mantova nel 1764, sorella di David Sanson Pavia, socio da lungo tempo di Leon Donato nella ditta “Pavia e Loria” che rimane operativa sino al 1812. Il sodalizio fra i Pavia e Loria è un legame strettissimo, non solo economico, che coinvolge profondamente le vite private e gli affetti. Purtroppo il matrimonio è destinato a durare solo dieci anni e senza la gioia della figliolanza. Sul finire del 1803 Benedetta Pavia si ammala gravemente e con doloroso realismo Leon Donato mette ordine nei comuni rapporti economici con la moglie, per troppo tempo trascurati. Nel gennaio 1804 presso il notaio Tirelli, formalizza ex-post il “contratto” matrimoniale con Benedetta, che ha portato in dote anche soldi serviti a rinvigorire le casse della “Pavia e Loria.”14 Infatti alla vigilia del matrimonio, Leon Donato Loria aveva ricevuto dal cognato “trentamila piccioli di Mantova, in tante buone e belle valute d’oro”, la dote, mai formalizzata, per la futura sposa, che durante la malattia di Benedetta viene trasferita dalla “cassa della negoziazione sociale” nelle tasche di Leon Donato Loria perché ne possa disporre con piena libertà anche fuori dalle attività commerciali in comune con il cognato. Il documento redatto dal notaio Tirelli è illuminante circa le dinamiche economiche interfamiliari, le regole correnti nei negoziati matrimoniali, il significato, la natura, il valore della dote di una israelita che si avvia al matrimonio sul finire del Settecento. La somma portata in dote dalla sposa è di circa “30.000 picciole di Mantova.” L’atto notarile, in appendice, registra nel dettaglio anche il “mobiletto”, il corredo di Benedetta dalla cui descrizione emerge il segno di una certa agiatezza: camicie e fazzoletti di ogni colore, cuffie, calzetti, corpetti, sottane, abiti di raso e di mussola, finimenti per il bagno, candelieri d’argento, una spilla con tre diamanti, orecchini legati in oro con camei, jabot di Busato. 14 Atto del Notaio Giambattista Tirelli di Mantova è datato gennaio 1804 - A.S.Mn- Busta 9123.

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Benedetta Pavia muore il 2 ottobre 1804 a quarant’anni e la sua scomparsa rinsalda ulteriormente il legame di Leon Donato Loria con la famiglia Pavia. Il vedovo, rimasto solo a cinquant’anni e senza figli, decide di mettere ordine nella propria vita. Un anno dopo la scomparsa di Benedetta, nel settembre del 1805 Leon Donato si reca dal notaio Giambattista Tirelli di Mantova a depositare il testamento. Il documento, custodito dall’Archivio di Stato di Mantova, è rimasto intatto per 205 anni e dissigillato solo nell’estate del 2010 in vista di questo lavoro. L’inedito testamento è redatto con lo scrupolo di un chirurgo, la puntualità di un calligrafo, la sequenzialità logica di un accorto narratore. Le volontà di Leon Donato Loria, oltre a esporre aspetti strettamente ereditari e a testimoniare i timori e le residue attese di una esistenza in consunzione, offrono uno spaccato del microcosmo umano e sociale di un agiato cinquantenne ebreo mantovano di inizio Ottocento. La forma testamentaria adottata non è inusuale per la borghesia ebraica di quel tempo. Per lo storico Paolo Bernardini15 gli ebrei mantovani possidenti erano abituati a redigere testamenti e ketubbot, i contratti matrimoniali, con “la complessità e la precisione dell’aristocrazia cristiana”, riservando particolare attenzione alla “conservazione del patrimonio fino alle generazioni successive a quelle degli eredi ed oltre”, facendo anche ricorso a “clausole speciali in caso di divorzio, divisione ‘strategica’del patrimonio fra gli eredi.” Il testamento di Leon Donato delinea la geografia sentimentale, il sistema dei valori, l’ampiezza delle relazioni familiari e sociali, i timori esistenziali, la qualità della vita, il sentimento religioso. E chiarisce, puntualmente, la consistenza economica della famiglia di Prospero Moisè Loria. Il testamento inizia con un “In nome di Dio Benedetto che sempre sia Amen”, e prosegue: “Io qui sottoscritto Leon Donato figlio del fu Angelo Benedetto Loria, pubblico negoziante di questa città di Mantova, svolgendo nell’animo mio giusta riflessione che quanto è certa ed immancabile la cessazione del nostro vivere, altrettanto ignoto ed imprevedibile ne sia il momento, ed avendo risoluto di non abbandonare questa vita senza aver disposto in via di testamento delle mie sostanze, trovandomi a Dio mercé nonostante qualche abituale incomodo di salute, sano però di mente e col libero uso di vista, udito 15 Paolo Bernardini, La sfida dell’uguaglianza, Bulzoni editore, Roma, 1996.

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e favella, non che di ogni umano senso e sentimento, posso mediante il presente atto di ultima volontà a fare le seguenti disposizioni ….” Dopo aver raccomandato “fervorosamente l’anima a Dio signore”, Leon Donato chiede che “fatto che sia il suo “Corpo Cadavere”, questi “venga decentemente umato in questo Cimitero Ebraico, o in altro simile qualora il [suo] decesso avvenisse altrove, e sempre colle convenienti esequie e cogli opportuni sufragi d’Anima.” Leon Donato non può sapere che, quasi un secolo dopo, suo figlio Prospero Moisè per il proprio cadavere sceglierà la cremazione, una scelta contraria, per prassi e dottrina, alla tradizione ebraica. Leon Donato detta regole assai minuziose per i propri funerali. Intende che “in ciascuno giorno della settimana si uniscano nella stanza Mortoria Dieci Persone bisognose e di buoni Costumi nelle ore della solita recita della preghiera di esequie, ad ogni una delle quali verrà corrisposto per mercede […] Lire sei di Milano.” Domanda che siano procurati “Otto Cerei candidi di Venezia di libre quattro l’una per farne il solito uso nella settimana” della sua morte, al termine della quale, i ceri dovranno essere così ripartiti: “quattro alla Scola grande Tedesca detta Becaria, due a Scola Cases e due a quella Norsa.” Tutte alle sinagoghe askenazite. Raccomanda che “la preghiera di Requie Ascavà venga recitata dal capo religioso della Scola Tedesca”, e che a questi debba essere corrisposto “l’onorario di Lire quaranta di Milano.” Per tutto il primo anno della sua morte chiede che sia recitato il Cadis dal “Cantore Anziano della Scola Grande Tedesca detta Becaria” al quale destinare “l’emolumento di Lire DueCento di Milano, pagabili in due semestri anticipati.” Infine, vuole che, per tutto l’anno della sua morte, sia tenuto continuamente acceso un lume da olio, d’avanti l’Arca Santa della Scola Beccaria. Poi rivolge un pensiero alla comunità cittadina: lascia allo “Spedal Civico di Mantova, in sollievo di quei poveri infermi, Lire Venti di Milano” da versare otto giorni dopo il suo decesso. Quando deposita le sue volontà testamentarie, nel 1805, Leon Donato non ha ancora assaporato la gioia della paternità. Tuttavia intende cautelarsi anche su questo piano. In caso prima della sua morte dovesse aver figli, intende nominarli suoi “eredi universali in tutto e di tutti i […] beni stabili, mobili, azioni, ragioni, debiti e crediti.” Il testatore si preoccupa di mettere al riparo i forti legami e gli interessi che condivide con David Sanson Pavia per evitare contestazioni da parte dei suoi eredi. Vuole che, per tutto quello che a 33


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lui possa spettare nel “Negozio sociale” con David Sanson Pavia, i suoi eventuali figli non possano riscuotere che la somma prefissata di “Lire CentoMila di Milano” e questa somma “bastar deve a tacitare li detti miei eredi perché voglio e intendo che il Pavia o i suoi eredi non abbiano ad essere obbligati a qualche siasi resa di conto e pretese.” Quand’anche agli eredi dovesse spettare una maggior cifra questa deve andare “a beneficio e vantaggio” di David Sanson Pavia o dei suoi eredi. Per il vedovo Leon Donato la naturale destinataria della maggior parte del suo lascito è la famiglia di sua moglie. “Ed essendo [sua] ferma volontà che questo si adempisca, e si operi inevitabilmente”, il testamentario stabilisce che, laddove i suoi eredi non intendessero adempiere a queste disposizione, avrebbero avuto solo quanto previsto dalla legge e null’altro. Nominando Salomon Leon Pavia proprio erede, Leon Donato consacra una indissolubile amicizia e un vincolo familiare. Come erede universale, David Sanson Pavia avrebbe dovuto onorare alcuni “legati”: “2000 Lire di Milan” da ripartire fra i “poveri ebrei di Mantova, “quelli di miglior costume, e di civil estrazione”; nella ricorrenza della sua morte, la distribuzione di 333 lire, 6 soldi e 8 denari di Milano di carità“ai poveri cristiani.” Alla sua ���servente” Sara Fano, oltre al già dovuto, “in retribuzione dei suoi fedeli servigi” lascia 4000 lire di Milano da pagarsi entro un anno dalla sua morte o prima, “qualora le si offrisse occasione di maritaggio.” All’amico Graziadio Cologna di Viadena “Lire OttoMille di Milano.” A Sara Benedetta, la giovine figlia nubile del fratello scomparso Raffael Vita Loria, riserva 4000 lire di Milano come sussidio per la dote. Le proprietà immobiliari (l’abitazione, una casa in affitto alla vedova Praga, due Botteghe in contrada degli Orefici Ebrei) e 30.000 lire di Milano devono essere divise in parti uguali e date ai suoi nove nipoti, figli dei suoi fratelli scomparsi: David Vita, Simon Moisè, Lazzaro Leon ed Aron, figli di Israel Vita Loria; Leon Raffael, il figlio di David Vita Loria, Israel Vita e Zara Jacob, figli maschi di Raffael Vita Loria; Salomon David e Moisè Simon figli di Vita Pace Norsa. Al suo collaboratore Anselmo Isach Castelfranco lascia 500 lire di Milano per compensarlo della fedeltà e dello “zelo indefesso che questi a posto nel disimpegno dei suoi affari.” 34


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Alla Scola Grande Tedesca riserva “il sacro Pentateuco di Ghevil” e “la sua Corona Lamina e Rimonim d’Argento”, il “Paramento di veluto cremisi con frangia d’oro”, e 1000 lire di Milano, a condizione che la “Scola grande Tedesca” faccia commemorare, in perpetuo, un suffragio per la sua anima. Come pure, in perpetuo, nell’anniversario della sua morte deve essere recitato il Perek e il successivo Kadis. Laddove non fosse ottemperato quest’obbligo, il legato deve essere spostato a favore di una sinagoga disponibile, indicata nella Scola Cases. All’“Azienda Economica Ebraica di Mantova”, lascia 6.000 Lire di Milano.. Al pio istituto “Consorzio Kadapim Labecarim” riserva 2.000 Lire di Milano e “ventiquattro Cerei da oncie tre l’uno”, a condizione che faccia tenere quotidianamente, nella sua stanza mortuaria, una “divota lezione colla successiva recita dell’Ascavà e Cadis.” Al capo religioso incaricato della lezione, “a titolo di mercede”, concede 24 lire di Milano e al bidello 10 lire di Milano.16 Il testamento offre un quadro assai puntuale del mondo di Leon Donato Loria, le proprietà, i soldi, gli amici, il reticolo familiare, i collaboratori, la presenza di una cameriera, agiatezza inusuale a quel tempo anche per un commerciante benestante. È quello il mondo che da lì a poco accoglierà Prospero Moisè. Dopo la morte della prima moglie, Leon Donato continua la sua attività commerciale con i Pavia. Suo cognato si è spostato a vivere a Milano e i suoi figli, Salomon e Aron Pavia, decidono di rendersi autonomi.17 Leon Donato ha già iniziato la sua seconda esistenza e la ditta “Pavia e Loria” viene definitivamente sciolta. La famiglia Loria La vita solitaria del vedovo Leon Donato dura poco. A due anni dalla morte di Benedetta Pavia si risposa con una donna assai più giovane e pronta alla maternità. La scelta cade su Zeffora Ariani, nata a Mantova nel 1786, figlia del rabbino capo di Mantova, il 16 A.S.Mn - Disposizioni testamentarie depositate l’11 settembre 1805 da Leon Donato Loria al Notaio Giambattista Tirelli. 17 A.S.Mn - L’8 giugno 1812, dinnanzi al notaio Francesco Bacchi, procedono ad una pacifica ed equa ripartizione dei beni immobili e dei crediti.

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commerciante Prospero Ariani18 e della casalinga Ricca Vivanti. L’attempato Leon Donato Loria questa volta ha accanto una giovane donna, che ha trent’anni meno, con un temperamento tenace e orgogliosa della propria identità israelitica. In meno di dieci anni, lo renderà padre di sei figli maschi. L’11 febbraio 1808, Zeffora Ariani a 22 anni mette al mondo il primo figlio, Angelo Benedetto. L’anno successivo, il 1 dicembre, il secondogenito Israel Jacob. Il terzo figlio, David Vita, viene al mondo il 22 novembre 1812. Prospero Moisè, il quarto, nasce il 7 aprile del 1814. Il quinto, Vita Pace, viene registrato all’anagrafe il 6 febbraio 1816. L’ultimo fratello, Salomon Aron Loria, vede la luce il 19 giugno 1817. L’antica casa del Ghetto di Leon Donato, alla contrada del Tubo, nel volgere di breve tempo cambia volto. La solitudine e i silenzi domestici di un tempo sono ormai un ricordo lontano. A casa cresce l’animazione e gli spazi si restringono. Leon Donato continua con profitto il suo antico mestiere di commerciante e incrementa il patrimonio. Zeffora è una madre prolifica e scrupolosa, che sa badare alla crescita delle sue creature. La seconda e felice parte dell’esistenza di Leon Donato Loria è destinata a durare poco. Quando il suo ultimo figlio Salomon Aron non ha ancora compiuto il suo primo anno di vita, si ammala e il 27 marzo 1818 torna dal notaio a depositare un nuovo testamento, l’ultimo.19 Leon Donato morirà un mese dopo, il 20 aprile 1818. Zeffora rimane vedova a soli 32 anni con sei figli da crescere, di cui il maggiore Angelo Benedetto ha 10 anni, e l’ultimo solo dieci mesi. Zeffora resta sola a gestire anche gli interessi commerciali lasciati dal marito. Leon Donato Loria nomina eredi universali, in egual porzioni, i sei figli. Alla moglie riserva l’usufrutto dei beni e 30.000 lire di Mantova, l’equivalente della dote. Nel caso avesse contratto un secondo matrimonio, Zeffora sarebbe stata liquidata con la cifra onnicomprensiva di 60.000 lire di Mantova, l’equivalente di 17.644,10 lire austriache.20

18 Prospero Ariani nasce a Mantova il 22 gennaio 1752. 19 A.S.Mn -Notaio Pelosi Mantova, 13 Agosto 1837. 20 A.S.Mn - Tribunale di Mantova del 13 Agosto 1837.

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La giovane Zeffora sperimenta la solitudine della vedovanza e le incombenze di un capofamiglia. Comincia per lei una non facile avventura di matriarca. Da sola governa gli interessi commerciali e ottempera ai doveri materni della cura fisica, religiosa e scolastica dei figli. Il Tribunale le affianca tre co-tutori per l’esercizio della patria potestà: gli israeliti Lazzaro Leon Loria, Raffaele Ariani e Isach Cervo Tedeschi, quest’ultimo all’anagrafe registrato come “trafficante”, un commerciante di minor valore. Dopo qualche anno, i primi due tutori abbandonano la loro funzione e accanto a Zeffora, resta solo Tedeschi, il padre di Anna che sarà la futura sposa di Prospero Moisè Loria. Passato qualche tempo, Zeffora decide di dare una svolta alla sua complicata vita. Ha bisogno di aver accanto una figura maschile adulta che eserciti un ruolo paterno legittimo e condivida la pesantezza del governo familiare e l’aiuti nell’amministrazione degli interessi economici ereditati. Il quadro della famiglia Loria diventa sempre più complicato da molti punti di vista. Mantova è una città soffocante, il Ghetto ancora di più. La casa è affollata e angusta. In sovraccarico, i sei ragazzi Loria non sono venuti al mondo con un carattere facile. Zeffora si risposa con il commerciante cinquantenne Aron Pantaleoni.21 Aron Pantaleone, il quale aiuta soprattutto i due figli maggiori Angelo Benedetto e Israel Jacob, prossimi alla maggiore età, sulla via dei commerci. È assai difficile definire “felice” l’infanzia e la giovinezza di Prospero Moisè piegato dall’ambiente e da un carattere inquieto, orgoglioso, intraprendente e poco incline a studi ordinati. Si forma alla severa scuola della vita di Ghetto e al fervore commerciale che ne attraversa la quotidianità. Condivide la spinta all’autonomia della comunità, organizzata con proprie regole, scuole, tribunali, ospedali, linguaggio, amministrazione. In quegli anni può scorgere i primi orientamenti filantropici della sua gente, le ragioni pratiche e il sentimento religioso che ne giustificano la natura. La tensione filantropica di Prospero Moisè ha radici lontane. Già nel 1825 gli ebrei mantovani avevano dato corpo alle prime esperienze di “Pie Case” nella forma di ospizi per i poveri e scuole professionali. L’idea che le governava era quella di mettere i giovani meritevoli ma socialmente svantaggiati ad imparare un mestiere. 21 Aron Pantaleoni. Mantova, 1 agosto 1770- 28 luglio1848.

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Sono in quella seminagione le prime tracce della passione umanitaria del filantropo. La famiglia Loria è in prima fila. Lo ricorda lo storico Paolo Bernardini: “a partire dalla Restaurazione: i grandi mercanti, che erano passati indenni dal turbine rivoluzionario-napoleonico, alcuni arricchendosi […] si trovarono tra i benefattori delle Pie Case: i Finzi, i Sacerdoti, i Norsa, i Loria, e soprattutto i Franchetti.”22 L’orientamento umanitario degli israeliti mantovani è rintracciabile nelle parole di Moisè Susani, nel 1828, che celebra i tre anni di vita delle “Pie Case israelitiche di ricovero e di industria.”23 Susani – come farà in futuro Loria - ripudia “un generico e caritatevole assistenzialismo per assumere l’ottica tutta positiva del sostegno ai meritevoli e ai laboriosi, da mobilitare in un impegno concorde per lo sviluppo economico e sociale.” L’educazione scolastica di Loria è scarna. Il suo amico, lo psichiatra Andrea Verga, lo descrive come un autodidatta “sensibile alle lodi, all’amicizia che si dimostrava, alla corte che gli si faceva, ma non avendo studiato e riconoscendosi incolto, incline a credere che tutto fosse incenso dato alla sua ricchezza e l’espressione di una speranza di presto o tardi, poco o molti parteciparvi e lungi dal rallegrarsene se ne rattristava, ond’io lo diceva in delirio di persecuzione.”24 Anche Filippo Turati su Critica Sociale25 ne parla come di una personalità “cui faceva difetto ogni adeguata e disciplinata coltura.” Tenace e dotato di una intelligenza prensile, l’autodidatta Loria trova il modo di porre riparo alla sua iniziale incultura “coll’intervento a teatri, a spettacoli, colle letture, coi frequenti viaggi e praticando uomini di alta educazione coltivò lo spirito sicché poté partecipare con interesse alle vicende del paese e cooperare al miglioramento delle istituzioni che per lui aveano l’impronta di vera utilità e miravano a rendere meno stridenti le disuguaglianze sociali. Perocché egli era essenzialmente democratico. Accessibile, ma buono, schietto, franco non aveva in uggia che l’albagia, l’infingardaggine, l’impostura e la doppiezza, e forse ne vedeva intorno a sé più che realmente non ne esistesse.”26 22 Paolo Bernardini, La sfida dell'uguaglianza, Bulzoni editore, Roma, 1996. 23 Francesca Cavarocchi, La comunità ebraica fra prima emancipazione e Unità d’Italia, Editrice la Giuntina, Firenze, 2002. 24 Civiche raccolte storiche del Comune di Milano, Archivio Verga. 25 Critica sociale 16 gennaio 1893. 26 Civiche Raccolte storiche del Comune di Milano, Archivio Verga.

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Anche nella salute fisica, l’infanzia e prima giovinezza mantovana di Loria non furono felici. “Dovette essere operato di fistola all’ano. Più tardi gli si manifestò un’ernia all’inguine destro, per la quale non trovava mai bendaggi convenienti e gli si formò un lipoma all’interno e al di sotto della natica destra, che crebbe fino al volume di un uovo di gallina: incomodi che tollerò fino alla morte.”27 Il censimento della popolazione ebraica del 1828 registra il quattordicenne Prospero Moisè come “possidente” e assente dalla casa materna della contrada del Tubo. È già in cammino nel tentativo di inventarsi la vita e in cerca di fortuna altrove. Divenuti maggiorenni, i due primi fratelli Angelo Benedetto e Israel Jacob iniziano la loro carriera di “negozianti di mobili.” Nel 1836 il Tribunale di Mantova dispensa formalmente dalla “minorile età” anche David Vita e Prospero Moisè. Rimangono sotto la tutela della madre solo gli ultimi due fratelli ancora minorenni, Vita Pace e Salomon Aron. I quattro fratelli maggiorenni decidono di rendersi autonomi e chiedono di “dividere le sostanze, ora comuni, e di avere la loro quota parte dell’eredità” per “procurarsi mercé la personale industria un maggior provento.” Fanno istanza al Tribunale di Mantova perché si proceda alla ripartizione e liquidazione del lascito paterno. La signora Zeffora Ariani, tutrice ed amministratrice dei beni, viene incaricata di compilare un rendiconto sulla sostanza ereditaria, che verrà consegnato il 31 agosto 1836. Il consuntivo presentato da Zeffora non soddisfa pienamente il terzo figlio, per cui David Vita indirizza rilievi all’Autorità tutoria, rivendicando maggiori crediti verso la madre28 che il 6 Febbraio 1837 offre i chiarimenti richiesti, rivendicando il proprio comportamento generoso e disinteressato e facendo notare di non aver calcolato un “diritto d’usufrutto non mai esercitato” e “gli inte27 Ibidem. 28 A.S.Mn - atto del 20 dicembre 1836.

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ressi della somma di Austriache Lire 8.822,05, importo della sua dote.”29 La difficile gestione dell’eredità di Leon Donato indica un clima non sereno dei rapporti familiari e segnala un carattere non sempre vocato alla concordia dei suoi giovani figli. Prospero Moisè è già lontano dalla famiglia. Per potersi allontanare da Mantova ha chiesto e ottenuto un anticipo dell’eredità paterna e per chiudere definitivamente la propria partita ereditaria propone ai due fratelli maggiori di vendere loro le proprie spettanze. Con un formale contratto Prospero Moisè trasferisce ai fratelli, “ogni attività e passività relativa [all’eredita] e così la sesta parte di ogni mobile, immobile, credito, diretto dominio e di ogni altro oggetto, diritto, ragione, azione e contratti che gli compete” [..] “ compreso la sua quota nella società di commercio in corso col signor Aron Pantaleoni, con tutti gli incrementi e decrementi di cui il patrimonio comune dopo la morte del padre può essere andato soggetto.” Vengono pagate 13.000 lire austriache “in valuta d’oro e d’argento al corso” della piazza di Mantova a Prospero Moisè che restituisce 2.000 lire austriache avute in prestito. Nell’estate del 1837 Loria esce dai conti della famiglia vantando un credito di 11.000 lire austriache sul quale gravano interessi del 6%. Le vite dei fratelli progressivamente si definiscono e si allontanano tra loro. La partenza di Prospero Moisè apre una breccia nella compattezza della famiglia. I fratelli Israel Jacob e David Vita si trasferiscono a Milano, successivamente anche Salomon Aron va a vivere a Trieste. Resta a Mantova Angelo Benedetto e lo sfortunato Vita Pace che muore di tisi nel 1841. Cattolici ed ebrei, la difficile convivenza Negli anni mantovani e giovanili di Loria, gli israeliti si misurano costantemente con la parte maggioritaria cattolica della città e in questo contesto la famiglia Loria diviene protagonista di una disputa destinata ad ingrandirsi oltre il necessario e il desiderato. S’è detto che le relazioni fra i cattolici e gli israeliti di Mantova, sovente, erano state difficili, segnate da improvvise difficoltà e aspri scontri. Storie di secoli. Dopo le impiccagioni del 1602 per ordine 29 Ibidem.

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del duca Vincenzo Gonzaga, nel luglio 1630 tutti gli ebrei vengono cacciati dalla città e privati di ogni bene; vi potranno ritornare solo alla fine dello stesso anno. Nel 1754 gli israeliti contestano aspramente una pubblicazione, giudicata offensiva, dei cattolici che reagiscono violentemente: il Ghetto corre seri pericoli. Nel 1792 un cristiano, il sarto Prandini, recatosi nel Ghetto a comprare tessuti nel negozio dell’israelita Prosperino, viene malmenato e ancora una volta i cattolici tentano di assaltare il Ghetto. Nel 1824 una bambina di tre anni, Angela Cambi, viene trovata gravemente ferita in un campo di proprietà di un ebreo. L’episodio riaccende antichi pregiudizi antisemiti, si innescano nuove violenze che vengono represse con la forza. La sequenza di piccoli e grandi episodi di intolleranza e di scontri è la premessa agli incidenti dell’estate del 1842, che chiama in causa proprio la famiglia Loria. Le porte sono cadute da ormai quasi mezzo secolo ma la gran parte degli ebrei mantovani continua a vivere all’interno del Ghetto. Il processo di integrazione degli israeliti procede lentamente, fra alti e bassi. La minoranza ebraica sopravanza la maggioranza cattolica per una più diffusa scolarizzazione e per l’egemonia esercitata nella vita finanziaria e commerciale della città. Nel censimento del 1842 vengono registrati ben 161 ‘possidenti’ israeliti. Nel mantovano l’estimo degli ebrei è calcolato attorno a un milione e mezzo di scudi su un totale di quindici milioni. Molti giovani dell’élite ebraica frequentano con profitto le università di Padova e di Pavia. Sono non pochi gli ebrei benestanti che vivono in una condizione di rilevante sicurezza sociale e cresce il numero dei palchettisti israeliti al Teatro sociale. Emergono anche comportamenti giudicati dai cattolici come sfrontati e talora anche aggressivi. In una nota di Prefettura si sostiene che la gioventù israelita abbia “sfarzo nel vestire, dispendio in carrozze e cavalli, arroganza di servitù cristiana in livrea, frequenza ai caffè, e ai teatri, larghezza colle meretrici, audacia colle donne, e zitelle, e liberalità per raggiungere i loro scopi” e per questo stato di cose “ferveva già fra i cristiani ardente desiderio di umiliare coloro dai quali si tenevano insulti.”30 I successi sociali dagli ebrei sono richiamati dalle autorità in questi termini: “Le abilitazioni che hanno gli israeliti di possedere fondi 30 ASMn - Busta 102 - Carteggio fra Villata delegato provinciale di Mn e Spaur (Milano).

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e cose faceva sì che questi si trovassero ora proprietari delle più belle tenute intorno a Mantova, e delle più appariscenti abitazioni in Città.” L’osservazione è riferita al fatto che, fra il 1841 e il 1842, le case dei notabili israeliti Masserani, Susani, Norsa, Fano, erano state “riedificate a maniera di Palazzo.” Vengono calcolate in settantasei le case acquistate da israeliti e attraverso ristrutturazioni “signorilmente foggiate”31. Cronisti e fonti giudiziarie segnalano anche fatti di piccola e grande corruttela operate da ebrei in danno di cattolici. Vengono richiamati episodi di israeliti che hanno messo al soldo funzionari pubblici, militari, giudici. Giudizi e pregiudizi si mescolano e in generale emerge costante un diffuso e malcelato antisemitismo fra i testimoni del tempo. Il Regio Delegato provinciale Villata mette per iscritto, ad esempio, che gli ebrei mantovani avrebbero fatto bene a tenere “un contegno prudente e riservato, e senza jattanza verso il rimanente della popolazione.” � La calda estate 1842 e la famiglia Loria Prospero Moisè è già lontano da Mantova quando, nell’estate 1842, una pesante tegola si abbatte sulla sua famiglia. Un gesto di Salomom Aron, il più giovane dei fratelli Loria è la miccia che dà fuoco alle polveri dell’antica e mai sopita contesa fra cattolici ed ebrei. La vicenda è custodita in corposi faldoni degli Archivi di Stato di Milano e Mantova. Documenti prefettizi, testimonianze, sentenze, ricorsi, retroscena documentano la calda estate mantovana dei Loria. Tuttavia il racconto meglio circostanziato si deve a un reporter d’eccezione, don Enrico Tazzoli, il prete martire del Risorgimento italiano, impiccato il 7 dicembre del 1852 su ordine di Josef Radetzky insieme agli altri martiri nella valletta di Belfiore, poco distante da Mantova.32 31 Ibidem. 32 Don Enrico Tazzoli (Canneto sull’Oglio, 19 aprile 1812 – Mantova, 7 dicembre 1852), è una figura di patriota illuminato. Figlio della nobildonna Isabella Arrivabene e del giudice Pietro Tazzoli. Docente di filosofia e autore di saggi sulle libertà e le disuguaglianze sociali, Don Tazzoli fu fra i primi animatori dei movimenti clandestini antiaustriaci.

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Lo storico milanese Cesare Cantù, avuta notizia degli scontri mantovani, domanda a don Tazzoli di redigere una memoria sugli avvenimenti. Nella narrazione dei fatti, il prete martire, sebbene non incline al conformismo, non sfugge all’antiebraismo. Il 23 marzo 1842 l’ebreo Giacobbe Norsa viene malmenato da un manipolo di cattolici guidati da tale Amedeo Malacarne e la ritorsione non si fa attendere. Un ebreo a cavallo si vendica ferendo un cristiano. Poco dopo, nel maggio, si sparge la notizia che gli ebrei mantovani abbiano intenzione di avanzare richieste di nuove franchigie alle autorità viennesi per essere “perfettamente parificati agli altri sudditi” e che a tal fine l’avvocato Massarani e il dottor Bassano sarebbero andati a Vienna.33 I due autorevoli israeliti partono il 9 maggio con l’obiettivo di ottenere che gli israeliti possano “essere non solo ammessi all’esercizio delle arti liberali di medicina e di avvocatura, come è loro da un pezzo conceduto, ma a coprire anche pubblici impieghi.” Queste richieste non piacciono neanche a don Tazzoli che osserva: “Per quanto si desiderino aboliti i privilegi e le distinzioni di caste, pur si sentiva che da noi che se gli ebbrei avessero ottenuto quanto dimandavano, lo spirito di famiglia che è in quella gente, in vece di accomunarla con noi ne l’avrebbe maggiormente staccata, e noi, come nel commercio, così in tutto il resto non avremmo potuta sostenere la sua concorrenza, e saremmo soggiaciuti al peso del loro orgoglio.”34 � L’orientamento di don Tazzoli è quanto mai radicato fra i cristiani e fra le autorità politiche e amministrative del Lombardo-Veneto. In una nota informativa35 redatta a Milano il 13 luglio 1842 si osserva: “La Città di Mantova conta 26180 abitanti, tra i quali sono 1975 israeliti. La massima parte di questi ultimi s’occupa del commercio, e dell’usura, e perché essi sono anche per inclinazione, specialmente di età virile e provetta, molto economi, anzi avari, avveduti e poco delicati nelle contrattazioni, perciò si trova sempre in essi il potere dell’oro. [] La esperienza ha insegnato che ove il numero di tali abitanti [ebrei] è ragguardevole in confronto dell’altra parte della popolazione [cattolica], questa viene trascinata ed obbligata a rendersi a quelli tributaria. Ma la popolazione che [..] si trova spesso danneggiata in ruinosi contratti e sempre inasprita [..] per la tollerata di33 A.S.Mi- Senato Lombardo-Veneto. Atti Senato VI. 34 Enrico Tazzoli, Scritti e memorie. 1842-1852, Francoangeli, Milano, 1997. 35 ASMn. I.R. Delegazione provinciale, Affari riservati, b.102.

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pendenza, coglie ogni occasione, anche la più lieve, per avvilire que’ suoi naturali avversari. S’accarezzarono spesso cause o pretesti dei cristiani in Mantova per suscitare contro di loro gravi trambusti.” Massarani e Bassani tornano da Vienna a metà giugno senza aver conseguito risultati apprezzabili. La notizia che l’Imperatore si sia opposto alle richieste degli israeliti è accolta dai cattolici con sarcasmo e sberleffi. La casa dell’avvocato Massarani, “situata nel maggior corso di Pradella, dirimpetto al governatore militare della fortezza”, viene imbrattata con una scritta insultante: “Avviso, la porca commissione israelitica reduce da Vienna, ebbe merda.”36 Il cronista don Enrico Tazzoli, martire di Belfiore Per don Tazzoli il fallimento della missione “avrebbe forse giovato a contenere nei limiti della modestia chi cominciava ad uscirne; ma avvenne di peggio.” La mattina del 29 giugno 1842 il giovane Salomon Aron, ultimo fratello di Prospero Moisè, staziona nel centralissimo Caffè dei Militari di Mantova. Poco dopo vi giunge Quirino Galeazzi, di fede cattolica e di mestiere scrittore. I due giovani si conoscono bene, sono stati amici, “amoreggiavano una stessa ragazza; e per essa [sono] nati fra loro mali umori.” � Galeazzi, entrando nel Caffè, urta un piede di Salomon Aron e riferirà successivamente alla polizia di averlo fatto in modo involontario e di essersi immediatamente scusato. “Ma l’ebbreo non ammise discolpa, e levatosi menò d’una scranna tal colpo sul Galeazzi che questi a terra stramazzò.” Rialzatosi, Galeazzi tentò di reagire ma i “serventi del caffè obbligarono i due contendenti ad uscire di bottega.” Avrebbe potuto trattarsi di una semplice baruffa fra due attaccabrighe, un giovane cattolico dal passato non proprio cristallino e un ebreo con la vocazione a prendere cappello con troppa facilità. Ma lo schiaffo di Salomon Aron produce su Mantova l’effetto di un fiammifero acceso gettato in un pagliaio. La rabbia dei cattolici monta e la reazione degli israeliti non si fa attendere. Salomon 36 Enrico Tazzoli, Scritti e memorie. 1842-1852, Francoangeli, Milano, 1997.

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Aron viene arrestato: le autorità vogliono evitargli il linciaggio e provare a placare gli animi dei cattolici. La pace mantovana si è rotta. La carcerazione di Salomon Aron dura 12 giorni. La notizia dello schiaffo corre veloce come un fulmine. Alcuni giovanotti cristiani organizzano rappresaglie contro tutti gli ebrei incontrati per strada. Gli ebrei decidono di “non tenere nemmeno essi le mani alla cintola” e, consapevoli della loro inferiorità numerica, si muovono nelle tenebre: con una stilettata feriscono un pizzicagnolo cattolico. Il malcapitato prima denuncia di conoscere i feritori e poi, “forse comprato dall’oro”, cambia deposizione, dice di essersi sbagliato, di essere “stato ferito da cristiani anziché da ebrei.” Si attivano polizia, prefetti, giudici e compaiono testimoni più o meno corrotti. Riaffiorano prepotenti gli antichi rancori, la separatezza mai sanata della città dal suo Ghetto. L’eco degli scontri si riverbera presto su Milano e Vienna, il cuore dell’Impero. Il giudizio di don Tazzoli sulla polizia è quanto mai severo: “doveva garantire la sicurezza generale e la quieta del Ghetto. []Chi comandava le truppe era un vecchio marcio nelle lascivie, diffamato per deflorazioni precoci, e proclamatosi egli stesso disposto ad apostatare dal cristianesimo se nelle truppe turche avesse potuto ottenere un grado vagamente agognato nelle austriache: era questi il c.te Karacsai; e chi dirigeva le misure di polizia era un altro scostumato, disgiunto dalla moglie, di carattere violentissimo, dedito alla crapula, e realmente avvinazzato, che vestito della sua assisa dava ordini con una spada sguainata alla mano e un zigarro in bocca: il commissario Giani. E per dar saggio della ragione di quest’ultimo, basti dire che avendo sentito rotolare una pietra verso un caffè, ordinò che contro quella bottega dalle guardie di polizia si facesse fuoco; e già, tremandone quanti v’eran dentro spettabili cittadini e pubblici impiegati, erano già spianati i fucili, quando il capitano di gendarmeria, sig. Concornotti, ponendo se stesso a qualche pericolo, corse a sospendere la esecuzione di quel dissennato comando.”37 Con stile manzoniano, don Tazzoli delinea un quadro della sicurezza inquietante. Infatti la sera del 30 giugno le truppe sbandate cominciano a sparare sui passanti e sui curiosi e si registrano vittime innocenti. Una povera donna in stato di gravidanza assai avan37 Ibidem.

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zata viene uccisa da una palla vagante mentre entra nella bottega di un pizzicagnolo, una fucilata ferisce un tranquillo amanuense pacificamente seduto a un caffè. Anche gli ebrei, armati, fanno vittime. Una “doppia archibugiata” stecchisce due sposi dietro le vetrate di una casa di piazza S. Andrea. Non si sa chi abbia sparato e da parte degli ebrei si scarica la colpa sui soldati. I cattolici, invece, denunciano gli israeliti: per sviare le loro responsabilità avrebbero corrotto un magistrato che rimasto “con solo una donna che deponeva circostanze relative a questi luttuosi avvenimenti, vuolsi si permettesse de’ licenziosi parlari.”38 I racconti sono molti, interessati e contraddittori. La presunta vittima, il poeta Galeazzi, fornisce al Pretore la sua versione dei fatti. Entrando nel Caffè dei Militari, dice di aver urtato “irriflessivamente” “nel gambito” di Salomon Aron che avrebbe reagito dandogli “dell’asino e contemporaneamente uno schiaffo sul viso.” Dopo una breve colluttazione, Salomon Aron sarebbe balzato addosso a Galeazzi, lo avrebbe spinto a terra e “tirato con gran forza i capelli, strappandogliene anche non pochi.” Trovandosi per terra, con sopra l’incontenibile Loria, “non sapendo come difendersi”, Galeazzi avrebbe preso il giovane israelita per i genitali, “senza però comprimerli.” E nel timore di recare “offesa ad una parte cotanto delicata” – dichiara sempre Galeazzi – decide di lasciare liberi i testicoli dell’avversario “senza fargli alcun male.” � Zeffora, madre coraggio La madre di Salomon Aron fornisce tutt’altra versione dell’accaduto, senza però convincere il pretore Arrivabene. Zeffora sostiene che quella mattina il figlio era stato vittima di Quirino Galeazzi che prima l’aveva “ingiuriato” e poi aggredito “con un urto violento e colle espressioni: cane d’un ebreo.” Il figlio era stato percosso e per fargli ancora più male gli erano stati torti i genitali. Dunque Galeazzi non avrebbe agito per legittima difesa e Donna Zeffora protesta perché il figlio innocente è stato ingiustamente condannato, mentre il cattolico Galeazzi, colpevole, assolto. Il pretore è irremovibile: “se pel vero reggessero in fatto le sue [di Zeffora] 38 Ibidem.

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esposizioni giusti farebbero i di lei lagni, ma in contrario emergono le risultanze degli atti di procedura.” Arrivabene dà credito alle testimonianze di Gaetano Morbini, Antonio Sollazzi e Antonio Speranza, testimoni che, concordi, hanno confermato al giudice che a iniziare l’alterco sia stato proprio Salomon Aron. Il funzionario prefettizio contesta alla signora Zeffora di alterare i fatti “prodigando contumelie ed insulti a chi ha diritto alla pubblica estimazione e di essere riconosciuto dalla propria Superiorità per integro e imparziale Magistrato” e di cercare “appigli onde ottenere una riforma d’una sentenza che lo stesso condannato riconobbe per giuste inconfutabile” e, sulla base alla quale, potè godere uno sconto di pena. Zeffora Ariani è una madre coraggio che si sente in guerra. Non risparmia energie, non va per il sottile e non si rassegna nemmeno di fronte all’evidenza. Nel tentativo di impugnare la sentenza mette in campo ragioni politiche, etiche, giuridiche, religiose e accusa “la Giudicatura Politica”, il tribunale, di avere operato con parzialità per “animosità contro gli israeliti.” Sostenuta dai suoi avvocati attacca su più fronti rispolverando una storia sino ad allora rimasta ignota. Sei anni prima, ricorda la donna, l’“Eccelso Governo” di Mantova, in un processo per usura celebrato il 23 ottobre del 1836, aveva arbitrariamente fatto rimarcare in una sentenza la “tendenza del ceto Israelitico a quest’utile illecito.” La Prefettura era stata costretta a espungere la sottolineatura razzista “dal protocollo di deliberazione”, sostenendo che quel giudizio dovesse intendersi riferito “solo” al caso specifico, “solo” a quel processo. La Pretura avverte il colpo ed è costretta a chiarire che l’episodio richiamato da Zeffora non nasconde sentimenti antiebraici e che non si dovesse ricavare alcuna “induzione di parzialità contro gl’Israeliti, da quella sola espressione”, da attribuire semplicemente “alle risultanze di quegli atti di procedura.” L’espressione ingiuriosa era stata eliminata “solamente perché non limitata abbastanza nel modo con cui era stata concepita.” Zeffora contesta al tribunale anche di aver usato come aggravante per la condanna del figlio il sentimento ostile dell’opinione pubblica cattolica e rimprovera ai giudici di aver valutato con speciale gravità i fatti processuali solo per pregiudizio antiebraico. Va al cuore di una antica contesa degli israeliti con i cattolici, reclamando che la sentenza faccia propria l’idea che, avendo il cristiano “un vincolo immediato col suo Rigeneratore Divino Spirituale Gesù 47


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Cristo, che incominciò appunto la sua Passione e Patimenti con uno schiaffo ricevuto da un Israelita”, il gesto attribuito al figlio sia stato giudicato come segno dell’“antico disprezzo d’un Ebreo allo stesso Dio Uomo.” Insomma, lo schiaffo dato da un israelita a un cristiano equivarrebbe ad uno schiaffo dato a Dio. La Pretura prudentemente resta sul terreno del diritto e, evitando la querelle politico-religiosa ribatte a Zeffora di non avere argomenti giuridici da far valere sul piano processuale: nulla potrebbe reclamare sui tempi, i modi, l’estensione della pena irrogata dall’autorità giudiziaria con moderazione ed equilibrio. Il ricorso per l’organo giudicante sarebbe anche stato depositato fuori tempo massimo, in un giorno festivo e irritualmente consegnato a casa del Pretore. Dunque, viene rigettato. Zeffora non arretra neanche questa volta, sceglie un ulteriore piano di azione, attacca il Pretore per aver tentato di dissuadere il figlio dal ricorso e di averlo intimorito, esasperando la portata del reato commesso. Per il funzionario prefettizio si tratta di un falso, asserito “con una sfacciataggine e petulanza.” Il Pretore nega anche di aver dichiarato che 18 secoli prima “una guanciata data da un Ebreo [] fu causa d’una rivoluzione.” Il Tribunale decide di avviare “un’investigazione d’ufficio per la verificazione dei fatti, riservato il diritto di procedura contro la calunniatrice.” L’appassionata battaglia legale e civile di Zeffora passerà alla storia come una testimonianza vivida dell’orgoglio israelitico. Dalla calda estate del 1842 emergono anche aspetti non commendevoli di piccola corruzione e, in questo caso, i cattolici non c’entrano. Don Tazzoli, recando una personale testimonianza, insinua un sospetto assai malizioso. “Tornavo io da Concordia Modenese dove ero stato a predicare, e come fui a S.Benedetto di Polirone un vecchio e pulito negoziante di pane mi domandò che gli accordassi posto nella mia vettura, e mi fu compagno il resto del viaggio. Era egli ex uffiziale dell’armata napoleonica, bresciano, e per ambedue queste ragioni parlatore enfatico: lodommi il talento straordinario della figlia sua data in moglie «al bravo giovine Ghidelli primo commesso di polizia»; e seguitò sì dicendo: «Le cose non andarono male ai miei figli ad occasione delle recenti discordie che i mantovani ebbero cogli ebrei: andai non è molto a casa loro e vidi un letto nuovo, una cassapanca nuova, un soffà nuovo; e che è questo ch’io vedo, dissi, o figlioli? ed essi: eh! il Signore ci è venuti 48


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a visitare; e mostrommi una borsa con entrovi circa ottanta talleri». A tale racconto confesso che io dissi a me stesso: se un commesso di polizia s’ebbe tanto, come non credere vera la estinzione delle cambiali del c.te Karacsai? come non credere ben regalati il commissario tale, il giudice tale etc.?” �Il 1842 lascia un segno sull’intera comunità israelitica mantovana e in particolare segna la famiglia Loria. Salomon Aron capisce che è giunto il tempo di abbandonare la fortezza e sulle orme di suo fratello Prospero Moisè sceglie di trasferirsi a vivere a Trieste. È la fine di epoca.

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IL FILANTROPO. Prospero Moisé Loria e la Società Umanitaria