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francesco Altan IL

TESSITORE DI INCUBI

Minerva Edizioni


francesco Altan IL

TESSITORE DI INCUBI Direttore Editoriale: Roberto Mugavero Editor: Giacomo Battara © 2012 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore I fatti e i personaggi descritti nella seguente opera e i nomi e i dialoghi ivi contenuti sono unicamente frutto dell’immaginazione, dell’ingegno e della libera espressione artistica dell’autore. Ogni altro riferimento, identificazione o similitudine a fatti, luoghi reali, cose, nomi e persone è da considerarsi puramente casuale. Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. ISBN: 978-88-7381-421-4 Minerva Edizioni Via Due Ponti, 2 - 40050 Argelato (BO) Tel. 051.6630557 - Fax 051.897420 http://www.minervaedizioni.com e-mail: info@minervaedizioni.com


Alla mia Rosa Gialla. A Davide e Elisa.


Sabato, mentre venivo a casa da scuola, ho visto una rondine morta; ne ho avuto compassione e l’ho coperta con le foglie di platano, perché i bambini cattivi non la pestassero. Dopo l’ho messa in un balcone dell’oratorio. 18.06.1968 Le sette successive fasi dell’omicidio seriale individuate dallo psicologo Norris, nel 1988: fase aurorale; fase del puntamento; fase della seduzione; fase della cattura; fase dell’omicidio; fase totemica; fase depressiva.

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Venezia, 29 ottobre. L’allucinato. Il treno proveniente da Firenze giunse a Venezia. Era una giornata “muffa” di fine ottobre e l’aria aveva un odore salmastro. La stazione di Santa Lucia era gremita di pendolari, studenti e turisti. Alcuni arrivati da poco e altri in partenza per le destinazioni più disparate. Era scesa sul primo binario e senza esitare, si era diretta verso l’uscita. L’andatura dinamica e flessuosa, le ciocche bionde che le ornavano le spalle, il viso sereno, il soprabito nero, il tailleur grigio, la borsa e le scarpe alte di vernice rossa fungevano da armatura e biglietto da visita. Aveva disceso la scalinata prospiciente il Ponte degli Scalzi correndo e, noncurante della cappa fumosa che stava calando, si era incamminata lungo Lista di Spagna. Nell’imbarcadero ancorato sulla riva del Canal Grande, una ressa di passeggeri attendeva il vaporetto che conduceva a Rialto e San Marco. Il pensiero di unirsi a loro, stipata come una sardina in scatola, non l’aveva nemmeno sfiorata. Poco più avanti, sulla porta a vetri di un hotel, si era fermata a leggere il manifesto teatrale della Fenice. Ne aveva approfittato per rifarsi il trucco. Teneva sempre la mente occupata e ben distante dal subconscio. L’Io era un impiccio troppo angosciante. Non a caso aveva deciso di puntare tutto sulla realizzazione professionale e materiale. Diceva che la famiglia era una gran scocciatura e che gli uomini andavano bene solo per una notte di sesso e magia; poi ognuno per la propria strada. Su7


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perato il Ponte delle Guglie, piegò a sinistra e poco dopo a destra. Il ghetto ebraico era un luogo tranquillo e meno gettonato dai forestieri. Guardò il suo Cartier d’oro, erano le ventidue. Il percorso turistico era a pochi passi ma preferì le calli e i ponti di Cannaregio. Sul ponte di ferro tra il Ghetto Vecchio e il Ghetto Nuovo, lo scalpiccio provocato dalle scarpe alte si fece foriero di un brutto presagio. Sentiva l’umidità che, dai piedi, risaliva fino a insidiare le ginocchia e la regione lombare. La nebbia s’infittiva. L’illuminazione pubblica si stava progressivamente affievolendo, come se il grigio vapore la imbrigliasse. Negli ultimi cinque minuti aveva incrociato solo un uomo anziano. Non era stata una grande idea dirigersi in quella parte della città, tuttavia fece spallucce e affrettò il passo. Oltrepassato il ponte di legno sul Rio Della Sensa proseguì. Di nuovo l’eco dei propri passi sul ponte di legno. E un brivido lungo la schiena. L’unico essere vivente, incontrato nell’ultimo tratto, era un grosso ratto, attirato dai resti di una pizza. Odiava quei roditori in modo viscerale. A spanne doveva trovarsi nei pressi di Campo San Alvise, ma tutto era avvolto da uno spesso velo di garza. E poi conosceva poco quella zona di Venezia. Istintivamente svoltò a destra e si ritrovò a camminare sopra una scivolosa passerella di legno, larga non più di mezzo metro. Procedeva molto lentamente, con la mano sinistra addossata a una parete e la destra che passava da una briccola e l’altra. Al tatto, i mattoni sembravano rugosi e molto rovinati. Se costituivano la facciata di un edificio, doveva essere piuttosto 8


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fatiscente. Di una cosa era certa: si trovava sopra un rio e quei pali di ormeggio erano per le imbarcazioni. Una specie di posteggio. Con quelle singolari condizioni climatiche non aveva modo di orientarsi. Si era persa. Infilò la mano destra nella borsetta e prese il cellulare. Il Tom Tom le avrebbe indicato la via. Provò più volte ad accenderlo ma il piccolo schermo non s’illuminava. Imprecò, ma si convinse di aver scordato di ricaricare la batteria. E ora? Il peso dell’ansia diventava sempre più insopportabile. L’attacco di panico era pronto a serrarle la bocca dello stomaco e le avrebbe procurato altre “cicatrici” indelebili. Peggio di quelle lasciate dal vaiolo. Se non trovava una soluzione in fretta, sarebbe finita male. Assorta in quella parte di sé che l’era così ostile, udì lo sciabordio di una barca a remi. Valutò che doveva trovarsi a non più di un centinaio di metri. Proprio a valle della sua posizione. Forse l’incubo stava per finire. Un accenno di sorriso le ammorbidì il volto. Tirò un profondo sospiro di sollievo e cercò di richiamare l’attenzione del nocchiere. «Ehi della gondola, potete aiutarmi? Mi sono persa!» Nessuna risposta. Riprovò gridando con maggior vigore. Possibile che la nebbia e il silenzio abbiano inghiottito abitanti e turisti? «Voi della barca siete sordi?», chiese a voce alta. Ancora una volta le sue suppliche caddero nel vuoto. Quel vuoto che l’aveva sempre atterrita. Fatto di quiete, buio e paura. Come rivoli, le lacrime 9


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le solcarono le guance e tra un singulto e l’altro invocò nuovamente aiuto, ma dalla caorlina nessuna risposta. Con la visibilità a un palmo dal naso, cosa avrebbe potuto fare? Era disperata, ma lo spirito di sopravvivenza spazzò via le nubi più dense e la rabbia prese il sopravvento. Ritta sulla passerella che costeggiava il canale serrò i pugni, decisa ad attendere al varco il rematore. Al momento opportuno, gli avrebbe vomitato addosso l’intero repertorio d’insulti. Per quale motivo non le aveva risposto? Non poteva certo dirsi un’esperta, ma sapeva riconoscere lo sciacquio di una prua in avvicinamento che increspava l’acqua. «Cristo Santo!», esclamò. Tese le orecchie e trascorsero alcuni interminabili minuti. Anche il più piccolo rumore era cessato. Tuttavia il suo innato sesto senso femminile le diceva che il bastardo era ancora là, immobile in quel merdoso canale. Turbata da questi pensieri, non riusciva a darsi pace. Tutt’intorno solo una coltre densa e nera come la pece. Forse è ritornato indietro, pensò rassegnata. Con estrema cautela si voltò e ripercorse a ritroso l’assepalo. Finalmente raggiunse l’impiantito. Non potendo contare sui propri occhi, sondava lo spazio antistante con le mani. Con i piedi invece tastava il pavimento, come un organista sulla pedaliera del proprio strumento. Doveva stare attenta a non finire in acqua. Era tesa quanto la corda di un violino e respirava come se avesse corso per ore. Poteva solo affidarsi al tatto, all’udito e all’olfatto. 10


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E proprio il suo naso fiutò un profumo scadente. Un misto di borotalco e incenso. Qualcuno la stava seguendo, ne percepiva la presenza dietro alle spalle. Si scalzò velocemente, affinò l’udito e si preparò a scattare. Un fruscio improvviso la fece sobbalzare. Lo associò alla stoffa che struscia sul muro. Le gambe iniziarono a tremare e un groppo le occluse la gola. Si girò di scatto, agitando le braccia nel vuoto. Ruotò su se stessa fino a compiere un giro completo; pronta a sfregiare, con le unghie affilate, il volto di chi la pedinava. Un’ombra aveva previsto quella mossa e con l’agilità e la leggerezza di un gatto, era arretrata. Lei non capiva e iniziò a dubitare di se stessa. Temeva di essersi immaginata tutto. Che assurdità; era più consolante pensare di essere seguita, piuttosto che la cecità di quel nulla. Poteva dunque essersi sbagliata? Perché dentro di lei tutti i campanelli d’allarme erano scattati? Sconfortata, provò a muoversi in ogni direzione ma non trovò nulla di rassicurante. Non una parete o un muro. Sotto ai suoi piedi, il lastricato era freddo e bagnato. Deve trattarsi di un campiello, pensò. Anche se avesse tentato di scappare sarebbe finita in un canale o su una facciata di mattoni. In ogni caso non poteva fermarsi. Doveva trovare una casa abitata e chiedere aiuto. Si affidò alla Madonna, affinché la aiutasse. Avanzava tentoni, come un ubriaco fuori dall’osteria. D’improvviso le tenebre sembrarono aprirsi e le parve di scorgere qualcosa di simile all’argenteo guizzo della pancia di un pesce. 11


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Immaginò un flash back dovuto forse alla tirata di coca di due sere prima. Di nuovo allungò le braccia e, questa volta, le sue dita sfiorarono qualcosa di morbido e caldo. Lo spavento la fece trasalire e il respiro sembrò fermarsi. Tremava. Il sudore freddo le colava dalla fronte e dalla schiena. I secondi sembravano ore. Stava per perdere i sensi quando, dai recessi dell’anima, una forza sconosciuta le inondò le viscere di calore. Era l’istinto di sopravvivenza che, come un improvviso vento di bora, ripuliva la tinta cenere di un temporale estivo. Grazie a questa primordiale pulsione ora era pronta a battersi. Anche a uccidere, se necessario. Tutto il resto non aveva più alcuna importanza. Vide di nuovo un guizzo argenteo. Allungò le braccia e serrò invano le mani. Urlò ma dalla sua bocca non uscì nulla, nemmeno l’aria. Provò un freddo bruciore, un formicolio alla gola e infine una piacevole sensazione di calore. Istintivamente portò le mani al collo. S’avvide che quel tepore si espandeva e bagnava le dita. Era denso e sgorgava a fiotti, ma ancora non capiva. Poi udì il rantolo prodotto dall’aria che entrava e usciva direttamente dalla propria faringe recisa, e di nuovo la sensazione che il gelo, dal suo ventre, si espandesse in ogni parte del corpo. Oltre al proprio crepitio respiratorio ne udiva un altro vicinissimo. Le carezzava i capelli, le baciava la fronte e le sussurrava che tutto sarebbe finito presto; molto presto. Era certa che fosse un uomo, anche se parlava con una voce infantile. Nei suoi pensieri il panico e la compassione si contendevano la scena. Si sorprese di quanto fosse innato e prevalente l’istinto 12


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materno. Quel frutto del male era consolante e allo stesso tempo agghiacciante, quanto un refolo. Era riversa a terra, immobile. La curva spazio-temporale la conduceva rapidamente in una dimensione priva di lancette in movimento. Una piega dentro la quale poteva rivedere tutta la propria esistenza, come se si trovasse di fronte a un grande schermo. Non sentiva alcun dolore o sofferenza. Solamente un rilassante senso di armonia e pace. La sua anima si era staccata dal corpo e ora, finalmente, vedeva tutto. Sotto di lei un uomo dai tratti dolci e gentili, si era sdraiato accanto al suo corpo esanime. Lo annusava e lo accarezzava. Teneva la mano sinistra infilata sotto la gonna e con l’altra si masturbava. Ansimava e mugolava. In pochi secondi l’odore pungente e ripugnante del suo sperma si diffuse nell’aria. Lei lo osservava con distacco, senza emozioni. Finalmente i pensieri e le angosce avevano smesso di passarsi il testimone.

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2 La mattina del trentuno ottobre il direttore dell’Unità Analisi Crimini Violenti di Roma, telefonò al criminal profiler della Polizia di Stato Francesco Eminian. Nel corso del breve colloquio, Martini lo informò che, pochi minuti prima, una giovane donna era stata trovata nuda e squartata, sul sagrato della chiesa di San Giovanni e Paolo a Venezia. Completata l’esposizione dei fatti, gli ordinò di occuparsi del caso. Per accelerare il trasferimento di Francesco e della squadra che lo affiancava nelle indagini, Martini aveva fatto decollare un elicottero. Freud era il nome in codice del sostituto commissario Francesco Eminian. Non era alto, portava i capelli rasati e, nonostante avesse superato i quaranta, aveva un fisico atletico. Le donne non si giravano a guardarlo ma dicevano che “faceva sesso”. Aveva gli occhi verdi e il sorriso da “figlio di puttana” che ingentiliva la mascella marcata come quella di un pugile. Era un poliziotto con le palle: eclettico e deciso. Più simile a uno di Quantico che a Serpico. Non era sposato e lavorava nella sede distaccata dell’UACV di Roma. Gli uffici si trovavano all’interno della Questura di Padova. Era un autentico esperto di serial killer e tecniche d’interrogatorio: laureato in psicologia cognitivo comportamentale, con un master in criminalistica e criminologia. In passato era stato un “cane sciolto” e generalmente preferiva lavorare da solo, come agente infil14


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trato, ma i tempi erano cambiati e si era adeguato. Era uno degli uomini di punta di questa struttura d’élite della Polizia Scientifica che poteva contare su circa 1500 uomini, sparsi in tutta Italia. L’“Unità Analisi Crimini Violenti” si occupava prevalentemente di omicidi senza movente o a sfondo sessuale, di violenze carnali in capo a un unico responsabile, d’incendi dolosi riconducibili a uno stesso autore e di delitti seriali. Atterrato all’eliporto della Polizia di Tessera, il team di specialisti, che in passato aveva lavorato al caso Italiano di “Unabomber”, s’imbarcò su un motoscafo. Dopo aver attraversato a velocità sostenuta il lungo tratto di laguna, il natante approdò nella fondamenta del sagrato della chiesa. Nonostante il freddo umido, la nebbia si era alzata e consentiva una discreta visibilità. Al centro del Campo troneggiava la rinascimentale statua equestre realizzata dal Verrocchio. La scena del crimine era stata ben delimitata e preservata da possibili contaminazioni. Un cordone di agenti impediva ai curiosi di avvicinarsi. Alcuni giornalisti erano già accorsi sul posto, ma tranne l’anziano sacerdote, ancora sconvolto per aver trovato la poveretta, nessun altro, al momento, era al corrente dei fatti. Dopo aver ascoltato il resoconto dei colleghi della Omicidi, Freud e la sua squadra scaricarono la costosa attrezzatura tecnico-scientifica. Erano tutti dei consumati professionisti; tuttavia la visione di scene cruente non li lasciava mai indifferenti. Anzi, come soleva dir loro Freud: «Osservare 15


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a lungo il male da una finestra comporta sempre il rischio che il vetro ti restituisca il riflesso di ciò che sonnecchia nei recessi dell’animo umano». In silenzio, indossarono le tute sterili, le cuffie, le mascherine e iniziarono il sopralluogo. Questa procedura serviva a evitare controproducenti contaminazioni e a scongiurare il rischio di ricusazione di eventuali reperti biologici o di altra natura. Per prima cosa avviarono un piccolo drone radiocomandato provvisto di macchina da presa fotogrammetrica. Non appena raggiunta la quota ottimale, il velivolo riprese con precisione millimetrica il cadavere e tutta l’area circostante. In seguito, grazie al laser scanner 3D, acquisirono il suo profilo antropometrico e quello della scena del crimine. Si trattava d’immagini tridimensionali molto dettagliate, che potevano essere riprodotte su uno schermo olografico e che avrebbero evitato eventuali riesumazioni. In terzo luogo, il dottor Flavio Paluani, alias Doc, anatomopatologo e ricercatore scientifico forense, approntò lo scene scope UV manager. Con il volto celato dalla maschera da realtà virtuale, si dedicò alla ricerca d’impronte latenti sia sulle spoglie mortali che sulle superfici porose della scalinata. Sam, esperta di chimica ed entomologia forense del team, pregava ad alta voce. Era visibilmente incazzata con l’assassino. Finito lo sfogo, prese una bombola d’acciaio in depressione, previamente sterilizzata, e aspirò l’aria vicinissima alle parti dissezionate. Con questa tecnica intendeva scovare eventuali scaglie di pelle, forfora o bulbi piliferi persi dall’omi16


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cida. Infine, con perizia certosina, prelevò svariati campioni biologici sul corpo, sotto le unghie, sulle parti intime e sul pavimento circostante. Grazie alle impronte digitali, ora gli investigatori avevano anche un nome e cognome: Anna Renzi. Fortunatamente, il suo passaporto, rilasciato da poco, aveva sia il microchip sia l’impronta. Rispondendo a Freud, Doc riferì l’esito dell’esame obiettivo. «Bianca, di razza caucasica, trentanovenne. Gli arti superiori e inferiori sono stati amputati grossolanamente, utilizzando una lama affilata e un seghetto per potature. Quest’operazione è stata eseguita post mortem; perché, come si può vedere, non ci sono segni d’infiltrazione ematica nei tessuti circostanti le sezioni. è stata uccisa altrove e trasportata qui. Nel caso inverso l’avremmo trovata in un lago di sangue. L’assenza di rigor mortis e la temperatura del fegato indicano che è morta da circa trentasei ore. Il decesso per arresto cardio circolatorio è stato verosimilmente causato dall’emorragia. Non ha nemmeno potuto gridare perché il bastardo, oltre alla carotide, le ha tagliato di netto anche l’epiglottide, le corde vocali e la vena giugulare. Direi che è stata colta di sorpresa e non ho notato segni di difesa su mani e braccia. Sono invece evidenti delle abrasioni nella zona pubica e perianale; il che mi fa pensare a uno stupro post mortem. Dopo l’esame autoptico potrò essere più preciso. Ah!, un’ultima cosa: tutte le parti del corpo sono state lavate e il volto truccato con cura. è come se questo psicotico fosse regredito alla fase pregenitale. Si è comportato come un bambi17


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no che smonta una bambola per vedere com’è fatta dentro e poi cerca di ripararla per non farsi rimproverare dalla mamma?» «Già, però non l’ha rivestita! Tutto il resto è tipico di un necromane, necrofilo», aggiunse Freud e prima di proseguire tirò un lungo respiro, fece una pausa d’effetto e infine aggiunse: «Credo che ci sia capitato tra le mani un potenziale serial killer!» Doc inarcò le sopracciglia, si lasciò sfuggire un “salmo” e riprese il lavoro scuotendo il capo. Aiutandosi con un piccolo divaricatore, ispezionò la cavità orale di Anna e trovò una brocca color rubino. Come quelle utilizzate dai prelati. Freud analizzò attentamente l’oggetto con una lente d’ingrandimento e lo mostrò anche al parroco della chiesa di San Giovanni e Paolo. Era proprio il bottone dell’abito talare di un vescovo. Che ci faceva nella bocca di una donna nuda, smembrata e lasciata davanti all’ingresso principale di una chiesa? Era un messaggio dell’assassino o la sua firma? C’era qualche nesso con la religione? Freud ripensò ai gatti che, dopo aver giocato a lungo con i topi, li uccidono e li lasciano davanti alla porta di casa dei loro padroni. «Secondo il filosofo Eraclito: “Chi non si aspetta l’inaspettato non scoprirà mai la verità!”», disse rivolto a Doc. «Stai pensando a un collegamento con i preti?» «A essere sincero sì. Tu no?» Doc annuì sconfortato e Freud lo rassicurò con una pacca sulla spalla. Meditò ancora per un po’ e passò a compilare la lista del Crime classification ma18


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nual: «Luogo del delitto: sagrato di una chiesa, ordinato; assenza di testimoni, telecamere o altri indizi evidenti; cadavere nudo, dissezionato in modo rude e ricomposto in posizione supina con le gambe divaricate; omicidio avvenuto altrove; gola squarciata con una lama affilata; violenza carnale post mortem; assenza ferite da difesa sugli arti superiori della vittima; aggressione con approccio diretto tipo blitz; firma lasciando un bottone da prelato nella bocca del cadavere; presenza di fitta nebbia nella notte, zona del delitto periferica e in alcune fasce orarie scarsamente frequentate». Il sostituto commissario sentì vibrare il proprio iPhone. Era Zen, l’esperto informatico e telematico dell’UACV di Padova. Lui e Red, oltre che stretti collaboratori, erano anche i suoi migliori amici. «Ciao boss, ho fatto quello che mi avevi chiesto. Anna Renzi non è mai stata sposata, o convivente e non aveva discendenti in linea retta. Era figlia unica e i suoi genitori sono morti. Era laureata in economia e commercio e non aveva precedenti penali. Era l’amministratore delegato di una nota azienda di cosmetici fiorentina. Il ventotto ottobre aveva comunicato ai suoi collaboratori che avrebbe trascorso qualche giorno nel suo appartamento di Venezia. Annotati l’indirizzo… Castello 4011. Si trova tra il complesso della Biennale e l’Arsenale. è un attico lussuoso lasciatole in eredità da una facoltosa zietta. Anna aveva un solo cellulare intestato che risulta spento dalle ventidue e quindici dello scorso ventinove ottobre. Dai tabulati telefonici si rileva che l’ultima cella sollecitata era proprio quello di Venezia. 19


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Quel giorno ha comprato un biglietto ferroviario di andata e ritorno per Venezia e ha pagato con la carta di credito. Avrebbe dovuto riprendere il lavoro dopo domani. Ho telefonato ai colleghi della narcotici di Firenze. Mi hanno riferito che faceva uso di coca e non è tutto. Scopava sia con i maschietti sia con le femminucce. Non male vero? Dicono che fosse un gran bel pezzo di ragazza». «Ottimo. Ora però devi farmi un favore. Prendi una macchina e fiondati a Firenze insieme a Red. Dovete scoprire dove e come viveva, le sue tendenze politiche e religiose, chi frequentava, cosa mangiava, dove faceva shopping, come trascorreva il tempo libero. Parlate con i dipendenti della ditta dove lavorava e i suoi amici. Scovate e torchiate chi la riforniva di coca, chi se la portava a letto. Insomma un bel servizio completo “barba e capelli”. Ah! Zen, ho bisogno anche dello studio vittimologico. Tra un po’ ti arriveranno via e-mail le foto e le informazioni principali. Ti avviso che non sarà uno spettacolo edificante. Mi raccomando per strada, sempre in campana intesi?» «Non preoccuparti, ci conosci no?» Nel frattempo arrivò anche il magistrato. Freud lo informò sui raccapriccianti particolari del caso. Sam invece prese sotto braccio i due agenti del reparto cinofili e spiegò loro quello che i labrador da ricerca avrebbero dovuto fare. Era insolito avere già un cadavere e far cercare ai cani il luogo dov’era avvenuto l’omicidio. L’addestramento non contemplava cose simili. Com’era prevedibile, la coppia di retriever, dopo aver annusato una garza intrisa nel 20


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sangue della vittima, scodinzolò e corse abbaiando verso il punto dov’era stata ricomposta. Senza demordere Sam e i conduttori caricarono gli animali sul motoscafo della volante e raggiunsero Rio Santa Marina. Svoltarono prima a sinistra e poi a destra lungo uno stretto canale. Sempre a bassa velocità costeggiarono Santa Maria di Formosa. Oltrepassato il ponte su Rio della Paglia si trovarono nel bacino di San Marco. Il pilota diede gas e i potenti motori entrobordo fecero impennare la prua acquisendo rapidamente velocità. Sam se ne stava in piedi a fianco del comandante. Il suo sguardo era fisso sulla piazza. Vista dal mare sembrava ancora più suggestiva. La piatta chiglia dello scafo si sollevava sopra le increspature del Canale della Giudecca e planava sbalzando e alzando spruzzi d’acqua. Sam girò lo sguardo a poppa, soffermandosi a osservare le candide porche di schiuma che si aprivano a ventaglio. Sulla fondamenta prospiciente il collegio navale Morosini, rimase ammaliata dal veliero militare Amerigo Vespucci. In prossimità della stazione marittima, il pilota ridusse la velocità e deviò a destra. Procedendo lentamente superarono anche il Canale di Santa Chiara e dopo una svolta a destra sbucarono sul Canal Grande. Sam e i cinofili scesero all’imbarcadero della stazione di Santa Lucia. Nonostante i “cordoni ombelicali” che ne limitavano i movimenti, i due splendidi cani saltarono agilmente sul pontile e sollevarono i musi per fiutare l’aria. Tutt’attorno, turisti e passanti curiosi si ergevano per godersi meglio lo spettacolo. Infastiditi dalla 21


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confusione, i due animali strattonarono i rispettivi conduttori e percorsero rapidamente Lista di Spagna. In prossimità della Sinagoga incrociarono il rabbino, salutato rispettosamente dai due poliziotti in divisa. Oltrepassato il Ghetto, incontrarono un giovane sacerdote. Sam non poté esimersi dal buttargli un’occhiata. Era alto e affascinante. Salutò con un cenno del capo e incrociò lo sguardo della poliziotta sorridendo. Un sorriso che Sam non avrebbe facilmente dimenticato. Raggiunto l’interno di Cannaregio, i cani incollarono i musi a terra e iniziarono a scodinzolare, abbaiando. A destra del ponte di Campo San Alvise, la coppia di labrador iniziò a raschiare il lastricato e ad abbaiare in modo più incisivo. A colpo d’occhio era troppo lucido. I tre agenti erano quasi certi che si trattasse del luogo del delitto. Pensarono che l’omicida l’avesse lavato con cura. Infatti, il luminol evidenziò che negli interstizi tra una lastra e l’altra e nelle porosità della pietra, c’era del sangue. Sam scattò parecchie foto e aiutandosi con una pinzetta prelevò parte del terriccio impregnato di sangue. Se c’era una sola cellula dell’assassino, l’avrebbe scovata. La radio ricetrasmittente di Freud gracchiò. Era Sam che, con il suo tipico intercalare bolognese, lo metteva al corrente delle novità. Il suo tono di voce sembrava ruvido più del solito. «… Ho parlato con un tizio che abita al piano terra della Fondamenta Dei Riformati. Ha detto che la sera dello scorso ventinove ottobre, in quel punto di Venezia, non si vedeva a un palmo dal naso. Campo San Alvise è un luogo piuttosto isolato. L’assassino 22


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deve averla colta di sorpresa, sgozzata, violentata e caricata su un barchino. O forse ha abusato di lei più tardi, in un luogo più sicuro. Secondo te, è possibile che non si sia accorta di nulla e che non sia riuscita nemmeno a schermirsi?» «Purtroppo le prove ci dicono solo che è stata colpita frontalmente. Non so dirti se abbia fatto in tempo ad accorgersi del suo assassino, ma l’assenza di segni di lotta indica che non ha cercato di difendersi. Se c’era così tanta nebbia è giusto supporre che non lo abbia visto. Oppure i due si conoscevano e questo spiegherebbe la dinamica». «Mi dici allora come cazzo ha fatto lui a vederla?» «Avrà utilizzato un visore notturno o una termo camera all’infrarosso. Sam, siamo tutti turbati e incazzati per quello che abbiamo visto oggi e so che vorresti prenderlo e strozzarlo con le tue mani. Ti chiedo solo di mantenere quel tanto di distacco emotivo che ti consenta di lavorare in modo lucido». «Vaffanculo!», sbottò. Samantha aveva sperato di trovare la barca o la tana dell’assassino, ma la pista che i cani avevano seguito finiva a San Alvise; il luogo dove Anna verosimilmente era stata uccisa. Nel tardo pomeriggio Il capo della Mobile convocò una riunione in Questura. Oltre ai suoi ufficiali e agenti, un centinaio di uomini in tutto, c’erano anche Freud e Sam. Zen e Red stavano lavorando a Firenze e Doc si trovava nell’obitorio dell’Ospedale Civile di San Giovanni e Paolo, per eseguire l’esame autoptico. 23


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Dopo aver esposto sinteticamente i fatti e gli elementi certi, invitò il dottor Eminian a prendere la parola. «L’uomo che cerchiamo non è un mostro acefalo. Per convenzione lo chiameremo Simi: acronimo di “Soggetto Ignoto Mentalmente Instabile”. è di razza caucasica. Non è brutto, e ha un aspetto apparentemente normale. In realtà si tratta di uno psicotico, che probabilmente soffre di allucinazioni visive e uditive. Ha un’età compresa tra i ventinove e i trentacinque anni. Uccide da solo, in modo occasionale e senza premeditazione. Non è escluso che lo faccia perché gli viene ordinato da una “voce” che, ovviamente, solo lui è in grado di sentire. è necromane e necrofilo. è figlio unico ed è cresciuto in una famiglia povera di affetti con genitori mentalmente disturbati, in particolar modo la madre. Da bambino, a scuola andava male e si isolava dagli altri. Nel tempo libero cercava rane, gatti o altri piccoli animali che uccideva e dopo faceva a pezzi. Fino all’adolescenza soffriva di enuresi; in breve, pisciava nel letto. Forse è già stato in carcere e non escludo che in passato abbia fatto uso di sostanze stupefacenti. Inoltre non è improbabile che sia ricorso a cure psichiatriche. è un asociale, privo di emozioni. Vive da solo, generalmente non ama viaggiare e abita qui nel Nord-Est. Forse è addirittura un veneziano. Non è mai stato sposato, è sessualmente inadeguato ed è terrorizzato dai rapporti sessuali con i vivi. Fa il becchino, il macellaio, l’imbalsamatore di animali o cose simili. Abbiamo trovato un bottone da vescovo all’interno 24


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della bocca di Anna Renzi; la morta trovata sul sagrato della chiesa di San Giovanni e Paolo. Questi due elementi ci inducono a ritenere che Simi graviti attorno ai preti. Potrebbe anche essere stato in seminario. Ad ogni modo si tratta di un soggetto organizzato o parzialmente organizzato che potrebbe commettere degli errori. Qualcuno di voi avrà intuito che stiamo parlando di un serial killer in fieri e temo che ucciderà ancora. Il cellulare, l’orologio, gli abiti e tutti gli effetti personali della donna non sono stati trovati; così come le armi del delitto. Alcuni di questi oggetti potrebbero essere stati conservati da Simi, come feticci. Vedo con piacere che avete tutti sottomano il profilo di Anna. Avete domande da pormi? Tu… con la mano alzata». «Sono l’Ispettore Bettin. Cosa significa necromane e necrofilo?» «Significa che Simi ha un interesse morboso per la morte. Uccide per disporre del corpo privo di vita e avere un rapporto diretto con la morte. Gode della sua presenza. Ama annusare i cadaveri, squartarli, decapitarli, osservare i genitali, immergere le mani negli organi interni, conservare alcune parti, cibarsi di carne umana. Può addirittura dormire accanto a loro per giorni. La necrofilia è invece l’attrazione sessuale per essi. Un necrofilo riesce ad avere un rapporto sessuale e un orgasmo solo con persone decedute». Per non togliere altro tempo prezioso alle indagini, il capo della Mobile si affrettò a concludere la riunione. La vecchia e saggia regola investigativa suggeriva che, se un omicidio non veniva risolto entro 25


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le prime ventiquattro/quarantott’ore, c’erano buone probabilità che finisse tra i casi irrisolti. Il capo esortò gli astanti a studiare con attenzione i profili di Simi e della vittima. Infine raccomandò loro di spremere gli informatori e di scovare tutti i soggetti che combaciavano con il profilo fatto da Freud. I dati raccolti sarebbero stati inseriti in un data base dell’UACV, elaborati e analizzati con un programma statistico denominato Small space analysis.

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