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€ 15,00

Francesco Goccia

giacomo losi

Chi ha giocato con Losi, se ti parla del suo sguardo, lo fa con ammirazione. Ti racconta di occhi coraggiosi, occhi di un uomo da ascoltare e seguire, occhi di chi la Roma la sentiva, la difendeva e la rappresentava. Occhi di Capitano! Francesco Totti Tutti quelli che parlano di Giacomo Losi, raccontano di un uomo e di un calciatore che non si è mai risparmiato e che ha sempre dato il massimo in tutte le occasioni. Proprio per questo, rientra in quella cerchia, piccola, di giocatori, amati e apprezzati un po’ da tutti, a prescindere dalla squadra di appartenenza. Daniele De Rossi

Valentina Cervelloni

"core de roma"

giacomo losi

la segnalazione di Carlo Montanari lo porta alla Roma per 8 milioni. L’allenatore Carver, però, lo “vede” poco e lo fa esordire in A solo il 20 marzo 1955, al posto di Eliani, contro l’Inter. È una rivelazione: la Roma vince 3-0 e Losi diventa titolare nel finale di campionato. Il formidabile esordio in azzurro gli regala il posto da titolare, confermato da Giovanni Ferrari, che succede a Viani e fa del ragazzo una colonna della difesa fino al fiasco alla Coppa del Mondo in Cile. Dove inopinatamente si chiuderà l’avventura in azzurro di Losi, poi vittima del dualismo tra Bologna e Inter, che vedrà prevalere i difensori dei due club, tagliando fuori l’uomo di Soncino.Terzino destro e sinistro, centromediano, libero: nella sua lunghissima carriera romanista, Losi giocherà in tutti i ruoli di movimento della difesa, diventando l’uomo simbolo del club, amatissimo dalla tifoseria per la generosità agonistica e la dedizione alla causa. Chiuderà solo nel 1969, messo in disparte dal “Mago” Helenio Herrera, con all’attivo 386 presenze e 2 reti in Serie A, tutte in giallorosso, e 11 partite in Nazionale.

Minerva Edizioni

Giacomo Losi, Terzino, nato a Soncino (CR) il 10-9-1935. «Mai visto un terzino così veloce!»: così, il 13 gennaio 1960, si esprime nientemeno che Francisco Gento, asso della nazionale spagnola e del Real Madrid, soprannominato “la palla di fuoco” per la leggendaria rapidità. L’oggetto della sua ammirazione si chiama Giacomo Losi e ha appena esordito in Nazionale a Barcellona, dedicando appunto le proprie cure di difensore alla temutissima ala sinistra delle “Furie rosse” guidate da Helenio Herrera. L’Italia ha perso, ma Gento è stato regolarmente anticipato dal suo implacabile francobollatore, protagonista di una strepitosa stagione nella sua squadra di club, di cui è il leader difensivo come centromediano, beniamino dei tifosi, che ben presto lo soprannomineranno “Er core de Roma” per la sua abnegazione agonistica. Dotato di un tempismo naturale negli interventi, si esalta nelle chiusure in acrobazia, che gli consentono, nonostante la statura (1,68), di ridurre alla ragione anche gli “armadi” da area di rigore, e nei recuperi in velocità. Losi è calcisticamente “nato” attaccante: a quattordici anni nel Soncino realizza 16 gol in 13 partite, mentre comincia a lavorare da apprendista sarto. I sogni sembrano improvvisamente avverarsi quando passa nelle giovanili dell’Inter, con cui vince il Torneo di Sanremo, ma nel 1951 arriva la doccia fredda della cessione alla Cremonese, in C. Qui una circostanza casuale ne decide il destino: il terzino Bodini, figlio dell’allenatore, si infortuna e il tecnico non trova di meglio che “inventarsi” Losi in quel ruolo. I risultati sono talmente positivi che la trasformazione diventa stabile. Nel 1954


A mia figlia Daniela... ... un immenso amore


Francesco Goccia

Valentina CerVelloni

giacomo losi "core de roma"

Minerva Edizioni


giacomo losi "core de roma"

Un ringraziamento speciale a quattro persone importanti della mia vita: Pietro Maiocchetti, Fabio Cudicini, Gianni Merluzzi e Ugo Scalise © 2013 Minerva Soluzioni Editoriali srl, Bologna

Le immagini presenti in questo volume sono fornite dall’archivio fotografico di Giacomo Losi. Le immagini delle pagg. 25, 80, 94, 102 e 103 sono tratte dall’archivio di Walter Breveglieri Le immagini attuali, i giornali e le foto all’Hall of fame sono di Roberto Tedeschi Proprietà artistica e letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata. Direttore Editoriale: Roberto Mugavero Editor: Paolo Tassoni Redazione: Martina Mugavero Grafica e impaginazione: Francesco Zanarini

ISBN: 978-88-7381-546-4

Minerva Edizioni

Via Due Ponti, 2 40050 - Argelato (BO) Tel. 051.6630557 Fax 051.897420 www.minervaedizioni.com info@minervaedizioni.com


Sommario

Prefazione di francesco Totti

7

Da piccolo, tutto avrei pensato meno che da grande sarei diventato un calciatore…

11

Soncino è un paese feudale del cremonese

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Dal primo tesseramento alla grande chiamata

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La scoperta della squadra

27

Dall’arrivo a Roma al primo allenamento

29

PRIMA PARTITA ALL’OLIMPICO: ROMA - LAZIO

33

l’esordio in serie a: Roma - Inter 3-0

35

i miei esordi nelle tre nazionali

40

ROMA-HONVÉD BUDAPEST

43

Io e Di Stefano

45

L’incontro con la donna della mia vita

47

La stagione più brutta e la richiesta di andare via da roma

55

L’asiatica e la mia prima grande delusione ricevuta dalla Roma

57

Il cambiamento di ruolo e la maglia numero 5

61

il primo cartellone luminoso

65

“Core de Roma”

68

Un riconoscimento per un’impresa che difficilmente potrà mai essere dimenticata e la conquista della Coppa delle Fiere

71

ROMA - MILAN

81

Pelè

83

Mondiali in Cile

85


la prima Coppa Italia

89

La colletta del Sistina

95

Stagione 1965 - 1966 Il Tour in Australia e la squalifica dall’Europa…

100

Dalla follia, al dramma, alla leggenda

103

L’unica ammonizione e la mia ultima partita con la Roma

105

GIULIANO TACCOLA: SEGRETI E VERITÀ SULLA SUA MORTE

109

Carriera da allenatore

113

La mia vita è stata segnata da due profondi drammi

117

HALL OF FAME

119

I personaggi che ci venivano a trovare negli spogliatoi

123

dicono di lui i compagni di squadra

125

GLI ARTISTI PER GIACOMO LOSI

133

“Non è romano chi a Roma nasce ma chi da romano agisce” di Antonello Venditti

143

Postfazione di DaniEle de rossi

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E NON è FINITA …

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Prefazione

di Francesco Totti

Ultimamente ho sentito una frase che mi è piaciuta molto: diceva che le macchine del tempo esistono davvero e che le abbiamo tutti. Alcune ci riportano indietro, e si chiamano ricordi. Altre ci portano avanti, e si chiamano sogni. Fa pensare, vero? I bei ricordi sono qualcosa di difficile da spiegare, perché in fondo ciascuno li vive un po’ a modo suo. C’è chi se li tiene stretti stretti, una specie di tesori da custodire per sé, e c’è chi per carattere ama raccontarli e condividerli spesso, come fossero finestre affacciate sul passato ma anche sulle altre persone. Per me invece sono tipo vecchi amici, di quelli schietti e sinceri che ti basta passarci una mezz’ora, magari dopo tanto tempo che non li vedevi, e li ritrovi sempre uguali, capaci di farti stare bene solo con un sorriso. Talvolta i sogni del bambino poi diventano il ricordo dell’adulto, cioè qualcosa che si è riusciti a vivere e realizzare: per me è stato così ed è anche per questo che mi ritengo una persona fortunata. Tra i momenti che non scorderò mai c’è quel giorno del 1998, era la fine di ottobre, in cui ho ricevuto un riconoscimento che ancora oggi è impossibile descrivere senza lasciarsi trascinare dalle emozioni: è stato allora che ho preso dalle mani del grande Aldair la fascia di Capitano. Diventare Capitano giallorosso... Io l’ho vissuto come un onore sconfinato. Chi mi conosce lo sa, con la fascia ho un rapporto unico, quasi di venerazione. Indossandola ho sentito tante cose: calore, responsabilità, ma principalmente senso di appartenenza. Credo che sia proprio questo a rendere unica la Roma: il legame. Da noi i tifosi, la squadra e la maglia sono una cosa sola, l’uno è fuso con gli altri, non puoi segnare dei confini. E questa energia passa attraverso il Capitano, è lui che deve concretizzare le aspettative di tutti trascinando i compagni anche nei momenti più difficili. Il calcio è fatto di tante cose ma essere Capitano della Roma è una questione soprattutto di cuore. 7


Giacomo Losi

A saperlo perfettamente sono i grandi calciatori che prima di me hanno avuto il privilegio di rivestire questo ruolo: come Giacomo Losi ovviamente, lui che è stato un vero esempio di sacrificio per la squadra. Quando l’anno scorso la nostra società ha deciso di celebrare i campioni della storia giallorossa istituendo la Hall of Fame della Roma, non avevo dubbi che ne avrebbe fatto parte: perché Losi è stato uno dei nostri simboli più grandi. Anche lui poteva andare a giocare in altre grandi piazze e fu corteggiato da società importanti, eppure non si è venduto alle facili promesse ed è rimasto qui per tanti anni. La nostra città lo ha accolto come un figlio e lui ha ricambiato mettendo al servizio della squadra una grinta diventata leggendaria. Lo dicevamo prima, quando guidi la Roma tutto parte dal cuore... ma poi passa attraverso gli occhi, parlo di quegli sguardi capaci di entrarti dentro, di farti ritrovare te stesso anche nell’attimo in cui ti senti perduto, di infonderti vera fiducia. E chi ha giocato con Losi, se ti parla del suo sguardo, lo fa con ammirazione. Ti racconta di occhi coraggiosi, occhi di un uomo da ascoltare e seguire, occhi di chi la Roma la sentiva, la difendeva e la rappresentava. Occhi di Capitano.

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Losi racconta due ragazzi eccezionali Sia Francesco Totti che Daniele De Rossi sono indiscutibilmente due grandi campioni, romani ma sopratutto romanisti, simbolo di una intera città. Potrei essergli papà o addirittura nonno e sicuramente anche mister, perché li seguo dagli esordi. Mi sarebbe piaciuto davvero tanto, quando ero in auge e vestivo i colori giallorossi, averli come compagni di squadra. Sarebbe stato il massimo per un giocatore come me, come per chiunque d’altronde. Sia per Francesco che per Daniele non riesco quasi più a trovare appellativi per descriverli. Li ho sempre ammirati per la loro vera romanità, pur non essendo io nato a Roma, ma essendo tifoso romanista fino al midollo, quasi come loro. Pur avendo giocato con grandi giocatori romani e romanisti, come Orlando, De Sisti, Menichelli e il mio amico Guarnacci, ci tengo a sottolineare che come Totti e De Rossi nessuno mai. Mi rivedo molto in loro. Sento di avere un po’ di entrambi. Mi sento molto vicino al carattere di Daniele De Rossi per la grinta agonistica e la rabbia in campo. Sono simile a Francesco invece perché, pur avendo un ruolo differente dal mio, interpreta il calcio come lo interpretavo io e per il suo modo di fare un po’ timido e riservato. Quando ho avuto occasione di parlare un po’ con loro, stanno sempre li ad ascoltare i miei consigli rispondendomi timidamente “sì sì grazie mister”. Giacomo Losi 9


Da piccolo, tutto avrei pensato meno che da grande sarei diventato un calciatore…

Comincia così il racconto di uno dei capitani più importanti della storia della Roma. «Sono cresciuto col mito di Fausto Coppi e la bicicletta è sempre stata la mia passione. Ancora oggi conservo gelosamente i ritagli di giornale con le sue imprese. Purtroppo però da piccolo, nonostante le mie tante e continue richieste, non ho mai potuto avere una bicicletta. La mia era una famiglia povera, papà faceva il facchino in un consorzio agrario e mamma la filantela, quindi non potevamo permettercela e io dovevo accontentarmi che qualcuno me ne prestasse una alcune volte. La mia non è stata un’infanzia facile, in casa eravamo solamente noi tre e quando nel ’43 i tedeschi spedirono mio padre in Cecoslovacchia tutto divenne più complicato. Era il tempo della guerra e ricordo che in 3° elementare praticamente non sono mai stato a casa. Vivevo tra la scuola e il rifugio perché c’erano i bombardamenti. I tedeschi volevano buttare giù il ponte che collegava Milano-Bergamo-Brescia e noi eravamo sempre lì, pronti a scappare. Fortunatamente però, mio padre è tornato prima della fine della guerra e da lì è iniziata la mia vita, sfrenata e spericolata, che per un po’ mi ha portato a consegnare le munizioni ai partigiani. Mio padre in Cecoslovacchia quando era deportato 11


Giacomo Losi

Un giovanissimo Giacomo Losi 12


Core de roma

Dopo la guerra, cominciammo finalmente a vivere una nuova realtà. A differenza degli altri ragazzi che si divertivano a raccogliere coperte o vestiti, io, all’insaputa di mamma e papà, cercavo e nascondevo tutti i resti di bombe a mano, elmetti, maschere anti gas. Un giorno, con degli amici, per divertirci, stavamo svuotando delle bombe a mano che avevamo nascosto in un vecchio casale che noi usavamo come nascondiglio. Eravamo tutti bambini, io avevo dieci anni, il più grande quattordici e con la polvere che toglievamo dalle bombe ci facevamo i fuochi d’artificio. A un certo punto, ci capitò sotto mano un tipo di bomba che non avevamo mai visto prima, non riuscivamo a trovare il modo di aprirla e mentre la sbattevamo un po’ da tutte le parti, questa iniziò a fumare. Preso dal panico, la presi e d’istinto la gettai fuori dalla porta. Dopo un attimo si sentì un esplosione fortissima, vetri in frantumi e un fumo incredibile formato dalla polvere che si alzava. Lì davanti tra l’altro, abitava mia nonna che, come tutte le persone anziane trascorreva le sue giornate seduta fuori dalla porta a chiacchierare con le vicine.

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Giacomo Losi

Fortunatamente in quel momento si era spostata per andare a dare da mangiare ai polli e quindi tutto andò per il verso giusto, anche se poi arrivò la polizia per chiedere cosa fosse accaduto, ma noi eravamo già andati via. Insomma eravamo bambini un po’ agitati… Dopo una settimana, sempre noi, eravamo in sette, andammo al fiume, per cercare qualche bombetta che i partigiani lanciavano in acqua per pescare. Le tiravano perché poi, con l’esplosione, i pesci sarebbero venuti a galla, ma ovviamente un po’ di bombe rimanevano nel fondale inesplose. A un certo punto ne vedemmo una luccicante sul fondo, ma nessuno di noi, me compreso, visto quanto accaduto pochi giorni prima, era intenzionato a tuffarsi per prenderla. Però, sai come succedono le cose tra i ragazzi, c’è sempre qualcuno che ti sfida, che ti dice che non hai coraggio e io, che ero uno a cui piaceva sempre primeggiare, a un certo punto dissi: “Va bene, vado io”. Mi tolsi i vestiti e dopo un paio di tentativi, riuscii a raggiungere la bomba e a portarla fuori dall’acqua. Mentre ci stavamo rivestendo, perché nel frattempo ci eravamo fatti il bagno, un nostro amico, quello più grande di quattordici anni, iniziò a maneggiare questa bomba. Neanche il tempo di parlare tra di noi e ci fu un boato impressionante, una grandissima esplosione. Schegge che volavano da tutte le parti, una mi tagliò un dito e fui costretto a mettermi subito un fazzoletto stretto attorno. Fortunatamente lì vicino c’era un mugnaio e della gente intervenne subito, caricandoci e portandoci all’ospedale. Quando ci iniziarono a curare, mi accorsi che mancava il nostro amico e lo dissi immediatamente ai medici. Quando tornarono sulla riva del fiume lo trovarono disteso. Iniziarono le cure, ma purtroppo nella notte morì. Da quel giorno in poi, la nostra vita cambiò: né io né i miei amici toccammo più una bomba.» 14


Soncino è un paese feudale del cremonese

Soncino è un paese feudale del cremonese; io sono nato nel quartiere di Santa Cecilia. E, pensa un po’, nel nostro modo di giocare, rappresentavamo proprio la guerra: ci dividevamo tra guelfi, ghibellini e abitanti del castello... Meno male che c’era don Giovanni, il parroco dell’Oratorio che ci organizzava i giochi e addirittura le Olimpiadi. Giocavamo su una piazzetta fatta di terra con porticati intorno e sul muro avevamo pitturato due pali che rappresentavano le porte da calcio. Cominciammo a gareggiare e ricordo che in queste famose Olimpiadi, don Giovanni ci faceva fare la maratona, che consisteva in due giri delle mura del paese, i 100 metri, il salto in alto e il salto in lungo. Erano tutte gare fisiche, atletiche, e io riuscivo sempre a primeggiare, non volevo mai perdere, mai arrivare secondo e questa grande voglia mi ha 15


Giacomo Losi

aiutato a dare sempre il massimo, a tirare fuori tutto quello che avevo dentro. Vincevo sempre, praticamente ero imbattibile. Tutti mi chiamavano e mi volevano nelle loro squadre, mi dicevano: “Mino gioca con noi”. Terminate le scuole elementari, avevo solamente 13 anni, cominciai subito a lavorare, facendo il sarto da mio zio. Volevo sin da subito aiutare la mia famiglia e magari, in cuor mio, guadagnarmi quei soldi che mi avrebbero permesso di comprare la mia amata bicicletta. Però ero sempre un ragazzino e quindi nei momenti liberi, mi piaceva giocare con i miei coetanei. Andavamo sotto i portici e giocavamo a pallone, anzi a palletta perché in realtà prendevamo un po’ di stoffa e ce la costruivamo da soli. Non eravamo tanti, giocavamo quattro contro quattro e, a volte, addirittura cinque contro cinque. Ci piaceva, ci divertivamo. Man mano che passava il tempo iniziavamo anche a chiederci: “Perché non facciamo una nostra squadra? Perché non sfidiamo qualche altro ragazzo?” Riuscimmo a dare subito una risposta a queste domande. Il campo ovviamente non era in erba, ma era costituito dalle piazze. Le porte non erano quelle vere di legno, ma delle semplici borse o, come dicevamo prima, dei disegni sul muro. Gli avversari poi erano i ragazzi dei comuni vicino. Avevamo bisogno però di altre due cose: il nome della squadra e le divise.

La Virtus di Soncino 16


Core de roma

A votazione decidemmo Virtus, perché ci sembrava un nome importante, mentre per il colore delle maglie, scegliemmo il nero azzurro, perché lì a Soncino l’Inter era la squadra più seguita e quindi quella, tra virgolette, da imitare. Per i pantaloncini, ci pensai io; facevo il sarto e quindi venni scelto per risolvere almeno un problema: comprai un po’ di stoffa e li realizzai. Per avere tutto però bisognava aspettare: per prima cosa perché dovevamo mettere insieme le paghette, tra noi c’era chi prendeva una lira, chi mezza, quelli più ricchi addirittura due… e poi perché a Soncino non c’era un negozio di articoli sportivi e quindi dovevamo ordinare le divise a Brescia. Quando arrivò il materiale fu tutto molto bello perché eravamo riusciti a realizzare qualcosa da soli. Per me lo era addirittura di più perché i pantaloncini che indossavamo li avevo cuciti io... Iniziò così la nostra avventura sportiva. Giravamo per i paesi vicini, per i borghi, alla ricerca di squadre da sfidare ma sempre e soltanto nelle piazze perché era difficile trovare qualcuno che avesse un vero campo da calcio. Ci muovevamo a bordo di alcune biciclette che mettevano a disposizione i ragazzi che le avevano. Ovviamente su una ci salivamo in due o tre perché non ne avevamo a sufficienza.

Quando si giocava a pallone in piazza 17


Giacomo Losi

Un giorno, andammo a giocare a Soresina, luogo a circa 15 km da casa mia. Giocammo contro la Soresinese, arrivando al campo tra lo stupore generale, in bicicletta e già vestiti. Scendemmo e iniziammo subito a giocare. Vincemmo la partita tra la sorpresa di chi, avendoci visto arrivare a quella maniera, pensava che non fossimo in grado di giocare a pallone. Mentre stavamo per venire via, si avvicinarono alcuni dei nostri avversari che ci chiesero una rivincita, disposti anche a venire da noi pur di rifarsi, con la garanzia però, che avremmo giocato su un campo vero perché non avrebbero mai fatto 15 km per giocare su una semplice piazza. Tornati a Soncino, io e alcuni amici, andammo dal presidente della Soncinese, squadra che all’epoca faceva il campionato di prima categoria, e lui, amico di mio padre, accettò dicendoci che avremmo giocato prima dei grandi, così avremmo avuto anche un po’ di pubblico. Tutti entusiasti riprendemmo le nostre biciclette e tornammo a Soresina. Altri 15 km per accettare la sfida e avvisare la squadra avversaria. Il giorno della partita allo stadio c’era già un bel po’ di gente e a noi questo non sembrava vero. Noi, che fino a quel momento avevamo sempre giocato in piazza, ci trovavammo davanti ad un pubblico così numeroso. I ragazzi della Soresina arrivarono al campo con il pulman,

Il Soncino che militava in 1a Divisione. Losi è il terzo in piedi da destra 18


Core de roma

noi a piedi e senza scarpini; i più indossavano zoccoli durissimi, io mi feci prestare delle scarpe da mio zio. Nonostante ciò però, era talmente tanta la nostra voglia di giocare che disputammo una gara perfetta, vincendo nuovamente la partita. La mia prestazione non passò inosservata, tanto è che il presidente della Soncinese decise durante la settimana di far visita a mio padre per chiedergli di mandarmi a giocare con loro in prima squadra. Le perplessità di mio padre derivarono dal fatto che non avevo ancora compiuto 14 anni e il regolamento impediva un mio tesseramento. Per giocare avrei dovuto far finta di essere qualcun altro, e così accadde. Giocai con il nome di Bugli, mi diedero la maglia numero 5 e mi fecero giocare da centromediano metodista. La mia prestazione fu perfetta, neanche una sbavatura e il giorno successivo sul giornale “La Provincia”, nella cronaca della partita, si iniziò a parlare di un giovane biondino, un certo Bugli, che aveva impressionato per la sua personalità. Un giovane sconosciuto, capace di tenere testa ai grandi e prendere tutti i palloni che arrivavano dentro l’area di rigore. Da quella partita in poi cominciai ad essere il titolare della squadra e non saltai più una partita sino al termine della stagione. Il giovane Bugli, stava impressionando tutti, compreso il “Bugli” vero che, prima dell’ultima giornata di campionato venne al campo e, parlando con l’allenatore, disse: “Ma scusate, sono tre giornate che non gioco e tutti parlano di me, com’è possibile? Tra l’altro sono per tutti una giovane promessa, ma non mi sembra di essere così giovincello, sapete quanti anni ho?” Tra le risate generali gli venni presentato. Il giovane Mino, così come mi chiamavano in paese, stava iniziando a diventare grande ed era pronto, la stagione successiva, a firmare il suo primo tesseramento da calciatore.

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Dal primo tesseramento alla grande chiamata

Firmai il primo cartellino con la Soncinese. Inizialmente, comincia a giocare da centrale difensivo, poi però, vista la mia duttilità in campo e il fatto di saper ricoprire più ruoli, il mister mi spostò sempre più avanti, facendomi fare anche la mezzala d’attacco. Nelle dodici partite in cui giocai avanzato, realizzai un bottino di 17 gol. Al secondo anno, a mia insaputa, in alcune partite, venne ad arbitrarci un dirigente della Cremonese che, viste le mie qualità, mi segnalò. Al termine della seconda stagione a Soncino, mi arrivarono due proposte importanti da squadre di serie D. Entrambe non mi avrebbero pagato, però mi avrebbero dato la possibilità di lavorare e imparare un mestiere. Le due squadre erano la Cremonese che mi offriva un lavoro da sarto e il Pozzuoli che invece mi avrebbe fatto lavorare in fabbrica.

Il sedicenne Losi, il secondo seduto da sinistra nella Cremonese 21


Giacomo Losi

Ne parlai a casa con mio padre, che era sempre disposto ad ascoltarmi ma anche a lasciarmi la libertà di scelta e decisi di accettare l’offerta della Cremonese, anche perché avrei continuato a fare quello che inizialmente era stato il mio primo lavoro, il sarto e poi sarei comunque rimasto vicino casa. Partivo la mattina alle sette, prendevo la corriera e arrivavo a Cremona alle otto, pronto per iniziare a lavorare. Il pomeriggio c’era allenamento e poi la sera facevo ritorno sempre in corriera a casa. Questa era la mia routine quotidiana per tre volte la settimana. All’inizio ovviamente non ero titolare, ero il più giovane e dovevo ancora imparare tanto, anche perché il mister mi aveva preso come mezzala ma in quel ruolo, in una categoria superiore, proprio non riuscivo ad esprimermi. Poi arrivò il giorno della presentazione della squadra alla tifoseria. In quell’occasione veniva invitata una squadra di Serie A e quella volta toccò al Brescia. Il mister, terminata la settimana mi disse di seguire la squadra dei titolari e di andare in tribuna per vedere la partita ed imparare sempre di più.

1953. In prestito all’Inter. Losi è il secondo da desta in ginocchio 22


Core de roma

Prima non c’era la panchina, si andava a giocare in undici e al massimo come era accaduto per me ci si portava uno o due ragazzi in tribuna. Lo stadio era stracolmo di gente, venuta per conoscere i nuovi giocatori della Cremonese e per applaudire i giocatori della serie A. A dieci minuti dall’inizio della partita, avvenne qualcosa di indescrivibile. Dagli altoparlanti dello Stadio lo speaker chiamò il mio nome “Giacomo Losi subito negli spogliatoi, ripeto Giacomo Losi negli spogliatoi…” ho ancora nelle orecchie quelle parole. Quasi vergognandomi mi diressi verso lo spogliatoio dei grandi, dei titolari, e appena entrato mi trovai davanti il mister Bodini che mi disse “Giacomo, hai mai giocato in difesa? Cambiati e preparati perché devi giocare terzino destro”. In quel ruolo giocava il figlio dell’allenatore che poco prima della partita si era sentito male. Dopo un emozione incredibile, che mi accompagnò sino al fischio dell’arbitro, iniziai la partita e giocai una gara fantastica. Rincorrevo il mio giocatore da tutte le parti, dove era lui ero io, stavo giocando titolare contro una squadra di Serie A e sentivo la gente sugli spalti che mi faceva i complimenti, inizialmente chiedendosi chi fosse quel giovane numero 2 della Cremonese e poi sempre più convinta scandiva il mio nome, che non era più, come mi chiamavano a Soncino, Mino, ma era diventato Losi. Da quella partita in poi mi conquistai la fiducia dell’allenatore e diventai il titolare nel ruolo di terzino destro. Disputai due campionati con la maglia della Cremonese, il primo anno arrivammo terzi e io fui uno dei migliori giocatori di categoria. Nel secondo anno invece, vincemmo il titolo e venni premiato dalla Provincia di Cremona. Era un premio giornalistico, assegnato tra gli atleti di tutte le varie discipline e mi venne consegnato allo stadio in occasione dell’ultima giornata di campionato. Fu bellissimo, festeggiavamo la promozione con il giro del campo e io in mano avevo anche il mio primo trofeo. A fine stagione, era il ’53-’54 mi chiese in prestito l’Inter perchè la squadra primavera avrebbe dovuto disputare il torneo di San Remo, all’epoca la più grande manifestazione internazionale giovanile. L’allenatore era Giovannin Ferrari, grande campione del mondo degli anni ’30 che poi allenò anche la nazionale e mi volle per rinforzare la sua squadra. Vincemmo la manifestazione e in finale segnai il gol decisivo contro il Servette di Ginevra su calcio di rigore. Nessuno voleva prendersi 23


Giacomo Losi

quel pallone, troppo pesante per qualsiasi giovane, meno per un pazzo come me. Non ci pensai due volte, lo presi, mi diressi verso il dischetto e chiudendo gli occhi calciai in porta. Gol, vittoria e trofeo portato a casa, compreso quello di miglior giocatore della manifestazione. Un premio che mi valse anche la seconda convocazione con la maglia dell’Inter perché poche settimane dopo mister Ferrari, mi volle nuovamente con se. Giocammo un quadrangolare, vittoria in semifinale contro il Parma e in finale contro il Genoa per 3 a 2. Giocai da terzino e realizzai anche in questa occasione il gol della vittoria. Terminato il torneo, stremato e distrutto andai insieme a qualche amico in vacanza, a Fiume per un po’ di meritato riposo. Dopo una settimana, era luglio, vidi arrivare in bicicletta mio padre che mi disse “Giacomo vieni subito a casa, hanno chiamato dalla Cremonese e ti devono parlare…”. Sinceramente avrei preferito rimanere a riposare ma convinto anche da lui, mi diressi verso il telefono pubblico per chiamare la sede della Cremonese. Mi rispose un dirigente che mi disse “Losi domani vieni in sede perché ti ha comprato una squadra di Serie A…”. Preso dal panico, chiusi il telefono e non pensai neanche di chiedere quale fosse la squadra. Tornai a casa e raccontai tutto a mio padre e mia madre che giustamente mi chiesero “ma Giacomo quale squadra?” Non la sapevo e l’appellativo “somaro” che mi diede mio padre era calzante. Poteva essere l’Inter con cui avevo disputato questi due tornei oppure il Bologna con cui avevo fatto un provino. Poco importava, il giorno dopo avrei scoperto tutto e per la prima volta il sogno della bicicletta era stato quantomeno pareggiato dalla squadra di Serie A.

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Core de roma

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La scoperta della squadra

Arrivato in sede della Cremonese, venni accolto da un dirigente col quale mi diressi verso la stazione. Per tutto il tragitto non ebbi il coraggio di chiedere nulla, continuavo a non conoscere niente della mia nuova destinazione. Il treno però era diretto a Bologna e quello poteva essere un segnale importante; certo in cuor mio l’Inter rappresentava la squadra più forte, però anche il Bologna aveva il suo fascino. Arrivati alla stazione centrale di Bologna scendemmo e lì pensai: “È fatta! Sono stato ceduto al Bologna!”. Andammo nella sala d’attesa e ci mettemmo seduti. A questo punto il dirigente mi disse: “Giacomo, aspettiamo il prossimo treno che arriva da Roma…” Da Roma??? Cascai dalle nuvole. Ma come? “Non lo sai? Ti abbiamo ceduto alla Roma, Giacomo sei un giocatore della Roma… sta arrivando il dottor Carpi!!!” Rimasi incredulo, stavo per andare a giocare nella Capitale, io Mino, proveniente da Soncino, stavo per trasferirmi nella città più bella, più grande, stavo vivendo un sogno. Il contratto era già pronto, lo dovevo solamente firmare. La Cremonese mi aveva ceduto per sette milioni e io, non essendo ancora professionista ma semi-pro, avrei percepito un ingaggio in percentuale di circa 700 mila lire per due anni, più uno stipendio, che mi spiegò il dottor Carpi nella famosa sala d’attesa, tra la gente che seguiva incuriosita la scena. “Losi, ti daremo 80 mila lire al mese, devi pagarti le spese e farai il campionato riserve ricevendo dei premi partita. Se riuscirai ad entrare in prima squadra e raggiungerai le otto presenze utili per il passaggio ai pro, passerai a guadagnare 120 mila lire. Quando arrivi a Roma vieni a casa mia e ti accompagnerò in sede.” Per me era tutto incredibile, non riuscivo a dire una a parola tanta era l’emozione... Tornai a casa a Soncino e raccontai tutto ai miei genitori, quello fu un giorno indimenticabile. 27


Dall’arrivo a Roma al primo allenamento

Arrivato nella capitale, come da accordi, mi feci accompagnare a casa del dottor Carpi in piazzale delle Muse. Presi un taxi privato e ricordo che nel tragitto mi sentivo come se fossi finito in un mondo nuovo, una città incredibile, immensa, tutto intorno a me era bellissimo. Nella mia giovane vita, non avevo mai visto niente di simile. Il dottore mi accompagnò nella sede della Roma. Passammo per via delle Quattro Fontane, via Barberini, sino ad arrivare ad un mega palazzo che faceva angolo su via del Quirinale. Un palazzo ottocentesco, con una scalinata che portava in alto: era una meraviglia, più salivo e più stralunavo gli occhi. Entrammo in una stanza e mi ritrovai di fronte il presidente Sacerdoti, una figura che nel mio immaginario era inavvicinabile data la sua importanza. Ricordo benissimo le sue prime parole nei miei confronti: “Sei giovane, sei un ragazzino, mi raccomando comportati bene. Mi hanno parlato in maniera molto positiva di te, speriamo che ti conquisterai un posto anche in prima squadra”. Rimasi di ghiaccio, tanta era

1954. La Roma delle “riserve”. Losi è il primo in basso a destra 29


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la mia timidezza rispetto a una figura così importante. Ci salutammo e venni accompagnato a via Quintino Sella dove c’era il ristorante Berardino, davanti al Ministero delle Finanze. Lì mangiavano tutti i giocatori scapoli e quelli come me appena arrivati. Davanti c’era un palazzo, una pensione dove venivano alloggiati tutti i nuovi calciatori. Mi ritrovai insieme a Nyers che proveniva dall’Inter, Cavazzuti dal Palermo, Stucchi dall’Udinese, Bertuccelli dalla Juventus, Boscolo e Giuliano dal Torino. In più gli altri due giovani Galassini da Rieti e Sandri che aveva già giocato nell’Udinese. Divisi la stanza proprio con Galassini e, la prima notte, anche con Giuliano che per me era un idolo perché aveva fatto parte del Grande Torino, quella squadra di calcio che insieme alla bicicletta, da bambino, mi aveva fatto emozionare. Fortunatamente lui in quella tragica trasferta non partì e rimase a casa. La sera dopo Giuliano trovò un alloggio diverso e con noi venne l’altro giovane, Sandri. Avevamo trovato un modo per risparmiare, in tre ci dividevamo il costo della stanza e, d’accordo con la signora che gestiva, pagavamo una cifra simbolica anche per mangiare. Il campo d’allenamento era lo Stadio Torino, attuale Flaminio. C’era il filobus che passava sotto la nostra pensione e ci portava direttamente al campo. Ricordo il dramma del primo giorno: scesi da solo e presi questo filobus senza sapere quale fosse la fermata d’arrivo, tanto è che lo chiesi all’autista che ovviamente non mi conosceva e mi aiutò in questa avventura. Arrivato allo stadio, vidi un mare di persone davanti ad una porta che, disgraziatamente per me era quella che portava agli spogliatoi. Io non avevo il coraggio di avvicinarmi, mi vergognavo al solo pensiero di chiedere di farmi passare. La gente era lì in attesa di una firma, di un saluto da parte dei giocatori. Io mi fermai in disparte e non entrai, rimasi in attesa che la gente liberasse il passaggio per trasferirsi sugli spalti. Quando ciò avvenne, entrai di corsa, scesi rapidamente le scalette e mi diressi verso lo spogliatoio. Lì mi venne incontro il massaggiatore della Roma, Ceretti, che mi chiese chi fossi, e con il foglio dei convocati sotto mano mi indicò lo spogliatoio (all’epoca la rosa era divisa in titolari e riserve ed io ovviamente facevo parte di questa seconda voce). Appena entrato mi diedero l’accappatoio, le scarpe, le divise, insomma 30


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tutto il completo per poter iniziare a lavorare. Tra i miei compagni oltre a quelli già citati, c’era anche Guarnacci. Quando entrammo in campo iniziammo tutto un lavoro atletico con il preparatore che all’epoca era il professor Urbani, un grande personaggio che nella sua carriera aveva anche vinto diverse gare di atletica. Il pallone i primi giorni non lo vedevi praticamente mai e la fatica, unita alla grandissima emozione accompagnava questa mia nuova avventura. Poi, piano piano, il mister cominciò ad inserire il pallone e le cose cominciarono a migliorare, anche se da parte mia c’era sempre una certo timore al solo pensiero di essere a contatto con grandi campioni che nella mia gioventù avevo solamente sentito nominare visto che, all’epoca, non esistevano neanche le figurine. I miei primi giorni non furono semplici, non avevo amici, non conoscevo nessuno e quando non c’era allenamento o andavo alla stazione a vedere i treni che partivano, perché avevo nostalgia di casa, oppure prendevo il tram e me ne andavo in giro per Roma, a vedere qualche museo, qualche piazza. Mi piaceva girare per San Pietro, Fontana di Trevi, conoscere e vivere una città affascinante, che più la guardavo e più mi affascinava. Il mio primo amico fu Pietro Magliocchetti che poi successivamente fondò il Roma Club 12° Giallorosso. Lo conobbi per caso una sera che andai a Fontana di Trevi, perché poco prima c’era un bar (di suo papà) e lui, che veniva a vedere gli allenamenti, mi riconobbe e mi invitò dentro per bere un caffè. Da lì abbiamo iniziato a chiacchierare ed entrare in confidenza, praticamente passavo quasi tutte le mie serate da lui. Una sera mi portò con la giardinetta, la macchina del padre, a fare un giro a Ostia. Non l’avessimo mai fatto… La macchina, arrivata ad Acilia, si spense, non ne voleva sapere di ripartire. Ricordo che ci mettemmo a spingere sino a Ostia, fu una fatica assurda, la gente ci guardava, qualcuno a tratti ci aiutava a spingere: insomma un avventura. Arrivammo al pontile e finalmente ci riposammo, era la prima volta che vedevo Ostia e sicuramente non è rimasta nel dimenticatoio. Disavventura a parte, l’aria del mare e la mia prima amicizia romana mi stavano aiutando a vivere la città.

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PRIMA PARTITA ALL’OLIMPICO: ROMA - LAZIO

La prima volta che sono entrato all’Olimpico, l’ho fatto in occasione di un derby. Durante il precampionato era uso disputare una partita tra le due formazioni romane per presentare i nuovi giocatori ai tifosi. In tale occasione, veniva messa in premio la Coppa Zenobi, in memoria dell’ex presidente della Lazio. Il regolamento, imponeva alle due squadre, l’utilizzo di almeno tre giovani per parte, quindi questo favorì il mio esordio. L’Olimpico era stracolmo di gente e di colori; non avevo mai vissuto una situazione del genere, si sentiva nell’aria un qualcosa di particolare, di incredibile.

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Noi indossavamo una maglia bianca e avevamo una grande voglia di cominciare con una vittoria la stagione, seppur in una gara non ancora di campionato. Marcai un altro giovane, un certo Bravi, che poi un giorno sarebbe diventato anche allenatore delle giovanili della Roma. La partita fu molto combattuta, come in ogni derby che si rispetti non mancarono neanche le entrate un po’ dure, però alla fine riuscimmo a portare a casa la vittoria. Vincemmo 1 a 0 e per me, come per i miei compagni, fu una gioia indescrivibile. Fu il mio primo impatto con il pubblico della Roma che, sino a quel momento, non mi conosceva, tranne ovviamente la gente che veniva allo Stadio Torino per seguire gli allenamenti. Tra l’altro giocai anche molto bene quindi fu un esordio veramente da incorniciare.

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l’esordio in serie a: Roma - Inter 3-0

Come detto, l’impatto iniziale fu traumatico: non avevo mai visto tanta gente che ti seguiva, addirittura durante un allenamento; l’ambiente e la mentalità romana erano decisamente diversi da quella di paese. Stavo vivendo una realtà a me sconosciuta. Ricordo che mi diedero una grossa mano a superare questa mia difficoltà i senatori della squadra, dal capitano Venturi a Pandolfini, tutti grandi giocatori che avevano iniziato a volermi bene, vedendo durante la settimana tutto il grande impegno che mettevo. Quando cominciammo a giocare le prime partite in allenamento, mi misero a fare il terzino sinistro nella squadra riserve. Mi capitava sempre di marcare Ghiggia, un grandissimo giocatore, un campione del mondo. Per me era un onore, ma anche uno stimolo enorme per mettermi in mostra. Non era assolutamente semplice marcare un tale giocatore, però questo mi diede la spinta per prendere coraggio; lui magari giocava con un po’ di superficialità e il mio modo di stare in campo, iniziava a piacere alla gente. Lui mi saltava, mi dribblava, ma io gli tornavo subito addosso, ero sempre pronto a contrastarlo, ero un cagnaccio. Non mollavo un pallone e questo mio impegno venne apprezzato dai compagni e soprattutto dal mister Carver, che durante la prima parte dell’anno mi incitò molto e poi, piano piano, iniziò anche a convocarmi e a portarmi in tribuna. Ad un certo punto, avevamo in calendario tre partite difficili: il derby con la Lazio, la trasferta di Napoli e poi la gara interna contro l’Inter campione d’Italia in carica. Perdemmo sia il derby che la successiva trasferta di Napoli, la prima con un 1-3 e la seconda con un secco 2-0. Eravamo molto arrabbiati perché comunque sino a quel momento stavamo disputando un buon campionato ed eravamo ancora lì, in corsa per giocarci un buon piazzamento. Il martedì, prima di iniziare l’allenamento, il mister venne da me e col suo accento inglese, mi disse: “Iovane, tu domenica giocare contro Inter, co35


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mincia a pensare già da adesso… La partita è importante e tu avrai un ruolo fondamentale, dovrai marcare Armano, mi raccomando stai tranquillo perché hai la mia fiducia”. Armano era una delle prime ali tornanti, quello che portava su il gioco dell’Inter, un giocatore molto forte e sicuramente non il massimo per un ragazzo come me che doveva fare il suo esordio. Ricordo che il venerdì andammo in ritiro a Frascati. Fu il mio primo ritiro sapendo di dover giocare da titolare in serie A, per di più contro la squadra campione d’Italia, quella squadra che da piccolo aveva ispirato la mia prima divisa… Da Frascati, la domenica ci trasferimmo col pullman direttamente allo stadio. Il tragitto fu bellissimo, per le strade incontravamo la gente che ci incitava, sbandierava, urlava a squarciagola gli inni romanisti: uno spettacolo nello spettacolo. All’Olimpico, quando arrivammo, c’erano già 70000 tifosi, tutti uniti, tutti vicini, senza barriere. Trovavi il tifoso della Roma vicino a quello dell’Inter, o al semplice sportivo che, incurante della fede calcistica, veniva per vedere una bella partita. Quando entrai nello spogliatoio dei titolari avevo il cuore che dall’emozione mi era arrivato alla gola, non riuscivo neanche a parlare, mi tremava

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la voce. Ero lì, allo stadio Olimpico di Roma, davanti a tutta quella gente, pronto per fare il mio esordio in serie A. Al fischio dell’arbitro, tutta l’emozione mi scivolò via, scomparve come d’incanto e giocai una partita straordinariamente perfetta. Vincemmo 3-0 contro una delle squadre più forti non solo d’Italia, ma anche del mondo. A fine partita, Lorenzi, detto “Veleno”, uscendo dal campo, mi fece i complimenti dicendomi testuali parole: “Losi, sei bravo, sono convinto che diventerai un grande terzino”. Il tabellino di quella partita: Roma: Moro, Stucchi, Losi, Bartoletto, Cardarelli, Giuliano, Ghiggia, Pandolfini, Galli, Celio, I. Nyers. Inter: Lombardi, Giacomazzi, Padulazzi, A. Bonifaci, Bernardin, Nesti, Armano, Mazza, Lorenzi, Passarin, Savioni. Arbitro: Liverani di Torino. Marcatori: 18’pt Galli, 25’pt Bortoletto, 14’st Pandolfini. Dopo quella partita, mister Carver mi inserì stabilmente in prima squadra e alla fine dell’anno disputai precisamente otto gare, quelle che poi mi sarebbero servite per passare da semi-pro a professionista.

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€ 15,00

Francesco Goccia

giacomo losi

Chi ha giocato con Losi, se ti parla del suo sguardo, lo fa con ammirazione. Ti racconta di occhi coraggiosi, occhi di un uomo da ascoltare e seguire, occhi di chi la Roma la sentiva, la difendeva e la rappresentava. Occhi di Capitano! Francesco Totti Tutti quelli che parlano di Giacomo Losi, raccontano di un uomo e di un calciatore che non si è mai risparmiato e che ha sempre dato il massimo in tutte le occasioni. Proprio per questo, rientra in quella cerchia, piccola, di giocatori, amati e apprezzati un po’ da tutti, a prescindere dalla squadra di appartenenza. Daniele De Rossi

Valentina Cervelloni

"core de roma"

giacomo losi

la segnalazione di Carlo Montanari lo porta alla Roma per 8 milioni. L’allenatore Carver, però, lo “vede” poco e lo fa esordire in A solo il 20 marzo 1955, al posto di Eliani, contro l’Inter. È una rivelazione: la Roma vince 3-0 e Losi diventa titolare nel finale di campionato. Il formidabile esordio in azzurro gli regala il posto da titolare, confermato da Giovanni Ferrari, che succede a Viani e fa del ragazzo una colonna della difesa fino al fiasco alla Coppa del Mondo in Cile. Dove inopinatamente si chiuderà l’avventura in azzurro di Losi, poi vittima del dualismo tra Bologna e Inter, che vedrà prevalere i difensori dei due club, tagliando fuori l’uomo di Soncino.Terzino destro e sinistro, centromediano, libero: nella sua lunghissima carriera romanista, Losi giocherà in tutti i ruoli di movimento della difesa, diventando l’uomo simbolo del club, amatissimo dalla tifoseria per la generosità agonistica e la dedizione alla causa. Chiuderà solo nel 1969, messo in disparte dal “Mago” Helenio Herrera, con all’attivo 386 presenze e 2 reti in Serie A, tutte in giallorosso, e 11 partite in Nazionale.

Minerva Edizioni

Giacomo Losi, Terzino, nato a Soncino (CR) il 10-9-1935. «Mai visto un terzino così veloce!»: così, il 13 gennaio 1960, si esprime nientemeno che Francisco Gento, asso della nazionale spagnola e del Real Madrid, soprannominato “la palla di fuoco” per la leggendaria rapidità. L’oggetto della sua ammirazione si chiama Giacomo Losi e ha appena esordito in Nazionale a Barcellona, dedicando appunto le proprie cure di difensore alla temutissima ala sinistra delle “Furie rosse” guidate da Helenio Herrera. L’Italia ha perso, ma Gento è stato regolarmente anticipato dal suo implacabile francobollatore, protagonista di una strepitosa stagione nella sua squadra di club, di cui è il leader difensivo come centromediano, beniamino dei tifosi, che ben presto lo soprannomineranno “Er core de Roma” per la sua abnegazione agonistica. Dotato di un tempismo naturale negli interventi, si esalta nelle chiusure in acrobazia, che gli consentono, nonostante la statura (1,68), di ridurre alla ragione anche gli “armadi” da area di rigore, e nei recuperi in velocità. Losi è calcisticamente “nato” attaccante: a quattordici anni nel Soncino realizza 16 gol in 13 partite, mentre comincia a lavorare da apprendista sarto. I sogni sembrano improvvisamente avverarsi quando passa nelle giovanili dell’Inter, con cui vince il Torneo di Sanremo, ma nel 1951 arriva la doccia fredda della cessione alla Cremonese, in C. Qui una circostanza casuale ne decide il destino: il terzino Bodini, figlio dell’allenatore, si infortuna e il tecnico non trova di meglio che “inventarsi” Losi in quel ruolo. I risultati sono talmente positivi che la trasformazione diventa stabile. Nel 1954


Giacomo Losi. "Core de Roma"